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B A L T Ų I R S L A V Ų K A L B Ų R Y Š I A I L I E T U V O S T S R M O K S L Ų A K A D E M I J A

SIMAS KARALIŪNAS

ALCUNE QUESTIONI SUI RAPPORTI PIÙ ANTICHI TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

Il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è emerso da tempo nella linguistica. Per molti anni gli studiosi lo hanno esaminato e discusso, senza tuttavia giungere a un’opinione unanime; si può anzi dire che la soluzione del problema si sia ulteriormente complicata. Le discussioni e le controversie al riguardo sono oggi condotte con la stessa passione di molti anni fa. L’attualità del problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è dimostrata non solo dal fatto che esso, in quanto una delle questioni più importanti della slavistica, è stato ampiamente discusso al IV Congresso internazionale degli slavisti, tenutosi a Mosca (su questo tema sono state presentate quattro relazioni), ma anche dal fatto che, con una decisione del Comitato internazionale degli slavisti, nel 1962 è stata istituita una Commissione internazionale per lo studio dei rapporti baltico-slavi, composta da una dozzina di eminenti specialisti di slavistica e baltistica provenienti da undici paesi europei¹. Il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave costituisce appunto uno degli ambiti di lavoro di questa commissione. Il problema è attuale anche perché rientra nel più ampio insieme delle questioni dell’indoeuropeistica. La soluzione di numerose questioni della storia delle lingue baltiche e slave dipende in parte dal modo in cui viene affrontato il problema dei loro rapporti più antichi. È comprensibile che tale problema sia collegato anche a singole questioni della storia della lingua lituana.

Il fatto che, riguardo al problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, «oggi nella scienza si svolgono accese discussioni, che in alcuni casi assumono persino un significato ideologico-politico di attualit໲ pone anche ai linguisti lituani il compito di esprimere senza indugio la propria opinione al riguardo.

Le lingue baltiche e slave, appartenendo alla famiglia delle lingue indoeuropee, discendono da un’entità linguistica esistita alcuni millenni fa, denominata in vari modi: lingua proto-

1 Al V Congresso internazionale degli slavisti, tenutosi a Sofia, fu approvata la seguente composizione della commissione: K. Korsakas (presidente della commissione, URSS), J. Safarevičius (vicepresidente, Polonia), S. Bernšteinas (URSS), I. Duridanovas (Bulgaria), V. Falkenhanas (RDT), K. O. Falkas (Svezia), V. Georgijevas (Bulgaria), V. Holtumas (Inghilterra), Č. Kudz inovskis (Polonia), V. Kiparskis (Finlandia), B. Larinas (URSS), Chr. Stangas (Norvegia), R. Šmitelinas (Francia), V. Toporovas (URSS), P. Trostas (Cecoslovacchia), A. Vračius (Romania).

2 K. Korsakas, Lyginamoji kalbotyra ir tarybinės lietuvių filologijos uždaviniai, LKK, 6, 1963, p. 13.

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lingua, lingua, unità linguistica, comunità linguistica o epoca comune3. Poiché le lingue baltiche e slave discendono da una comunità linguistica indoeuropea, presentano molti tratti comuni ereditati dall’antichità, riscontrabili anche in altre lingue indoeuropee. Tuttavia, oltre a ciò, le lingue baltiche e slave possiedono anche convergenze che non si possono spiegare con la loro discendenza da una comunità linguistica indoeuropea. Il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave consiste proprio nello spiegare come siano sorte le innovazioni comuni a queste lingue, vale a dire le convergenze fonetiche, morfologiche e lessicali caratteristiche delle lingue baltiche e slave e assenti al di fuori della loro area linguistica.

Per rispondere alla domanda su come siano sorte le innovazioni delle lingue baltiche e slave e quale natura avessero i loro rapporti nei primi secoli dopo la separazione dalla comunità linguistica indoeuropea, sono state elaborate diverse teorie. Il primo capitolo di questo lavoro è dedicato alla storia degli studi sul problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave e all’esposizione delle teorie formulate.

Nel secondo capitolo, per ragioni di spazio, l’analisi si limita ai fenomeni fonetici; se ne ripercorre la storia degli studi e si espongono le concezioni relative alla loro origine e al loro sviluppo.

Nel terzo capitolo si tenta di affrontare alcune questioni cronologiche relative ai rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave (e anche tra le altre lingue indoeuropee).

Per mettere il più possibile in evidenza l’origine delle convergenze tra le lingue baltiche e slave e il momento in cui si sono manifestate, l’autore si basa sui dati delle lingue baltiche, slave e di altre lingue indoeuropee. Tra le lingue baltiche, si utilizzano soprattutto i dati del lituano, spesso arcaici e non sempre adeguatamente considerati nell’affrontare questo problema.

Nell’esposizione del materiale, soprattutto nella prima parte di questo lavoro, si è seguito il criterio cronologico: gli studi degli autori sono esaminati uno dopo l’altro, nell’ordine in cui sono apparsi. L’attività di ciascuno studioso è assegnata a un unico periodo, soprattutto a quello in cui è uscito il suo lavoro più importante sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, benché singoli articoli sul tema siano stati pubblicati anche in altri periodi. Per esempio, le posizioni di Chr. Stang sono esaminate nel capitolo dedicato ai lavori degli anni Venti e Trenta del XX secolo, sebbene un suo articolo sia uscito anche nel 1963; quelle di J. Kurilowicz sono invece trattate nel capitolo sui lavori del dopoguerra, nonostante il suo primo articolo sulla questione fosse apparso già nel 1934.

L’autore di questo lavoro non intende in alcun modo risolvere nel suo complesso il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave: per ora esso rimane troppo complesso. Il lavoro mira soprattutto a delineare lo stato attuale degli studi sul problema, a indicare i punti di forza e di debolezza delle teorie esistenti al riguardo e a presentare argomenti a favore della teoria che all’autore appare la più affidabile.

3 Nel lavoro si alternano i termini «lingua protostorica» (праязык, Ursprache), «unità linguistica» (языковое единство, Spracheinheit) e «comunità linguistica» (языковая общность, Sprachgemeinschaft), ma a ciascuno è attribuito un significato diverso. Il termine «lingua protostorica» è adatto a designare un’unità linguistica preistorica caratterizzata da una scarsa differenziazione dialettale. Per un’unità linguistica preistorica con una maggiore differenziazione dialettale si usa il termine «comunità linguistica». Quando si discute la concezione degli studiosi che riconoscono una lingua baltico-slava, esistita dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea, si adopera il loro stesso termine: «unità linguistica baltico-slava».

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STORIA DELLO STUDIO DEI RAPPORTI PIÙ ANTICHI TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

La storia dello studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è già stata ampiamente illustrata. All’evoluzione delle considerazioni teoriche generali che riguardano i rapporti più antichi tra queste lingue è dedicato un ampio articolo di N. Bogoliubova e T. Jakubaitė¹. La storia dello studio di tali rapporti è descritta dettagliatamente da V. Toporov in tre ampi articoli². Qui ci si sofferma soprattutto sui momenti più importanti, in particolare teorici, dello studio di tali rapporti. Tuttavia, né questo lavoro né quello sopra menzionato sono esenti da ripetizioni.

La questione dei rapporti tra le lingue baltiche e slave nelle opere dei fondatori del metodo storico-comparativo

Lo studio scientifico delle relazioni di parentela tra le singole lingue ebbe inizio all’inizio del XIX secolo, quando le opere di F. Bopp, R. Rask e J. Grimm¹ posero le basi della linguistica storico-comparativa delle lingue indoeuropee.

I primi comparatisti considerarono in modo nuovo la parentela tra le lingue, basandosi su studi comparativi delle lingue.

Rasmus Rask (1787—1832) dedicò nei suoi lavori ampio spazio all’analisi delle lingue baltiche e slave. Fu il primo a mettere in evidenza l’importanza delle lingue baltiche per la scienza; da allora a queste lingue è stato riservato un posto importante nella linguistica comparativa. R. Rask indicò che le lingue baltiche costituiscono un ramo autonomo delle lingue indoeuropee e che sono imparentate con le lingue slave e germaniche.

Un’opinione simile era condivisa da Franz Bopp (1791—1867). A suo avviso², il prussiano, il lituano e il lettone formavano un gruppo di lingue strettamente imparentate, affine alle lingue slave. F. Bopp osservò che le lingue baltiche non vanno considerate parte integrante delle lingue slave. Tentò di stabilire una cronologia relativa dell’origine delle lingue, il cui principio è il seguente: il grado di parentela più o meno stretto tra le lingue dipenderebbe dalla loro separazione più tarda o più antica. Basandosi sul fatto che le lingue baltiche sono più strettamente imparentate con le lingue slave che con le altre lingue, F. Bopp riteneva che queste lingue si fossero probabilmente separate assai più tardi. La lingua balto-slava si era separata dalla sua sorella asiatica, che si poteva chiamare sanscrito o non chiamare affatto, più tardi delle lingue classiche, germaniche e

1 Н. Д. Боголюбова, Т. А. Якубайтис, История разработки вопроса о балто-славянских языковых отношениях, „Rakstu krājums (Veltījums akadēmikim profesoram Dr. Jānim Endzelīnam viņa 85 dzīves un 65 darba gadu atcerei)“, Rīga, 1959, p. 331—375.

2 В. Н. Топоров, Новейшие работы в области изучения балто-славянских языковых отношений, ВСЯ, 3, 1958, p. 134—161; Очерк истории изучения древнейших балто-славянских языковых отношений, УЗИСл, 17, 1959, p. 248—274; Из истории изучения древнейших балто-славянских языковых отношений, УЗИСл, 23, 1962, p. 3—43; si veda inoltre O. Szemerényi, The Problem of Balto-Slav Unity—A Critical Survey, „Kratylos“, 2, 1957, p. 97—123; A. Vraciu, Slava si baltica. Problema vechilor raporturi dintre ele în lumina noilor cercetari, „Romanoslavica“, 12, 1965, p. 283—297, in cui sono passati in rassegna gli studi più recenti in questo campo.

1F. Bopp, Über das Conjugationssystem der Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen Sprache, Frankfurt am Main, 1816; R. Rask, Undersögelse om det gamle Nordiske eller Islandske Sprogs Oprindelse, Kjöbenhavn, 1818; J. Grimm, Deutsche Grammatik, Göttingen, 1819 (II leid. 1822).

2 F. Bopp, Über die Sprache der alten Preussen, Berlin, 1853, p. 80.

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la lingua celtica, ma prima della divisione della parte asiatica nei rami delle lingue iraniche e indiane. Pertanto, F. Bopp fu il primo a formulare l’idea di una protolingua baltico-slava e di stretti rapporti tra le lingue baltiche e slave e quelle del gruppo indo-iranico.

Anche Jakob Grimm (1785–1863) riconobbe alle lingue baltiche una posizione paritaria tra le altre lingue indoeuropee. Secondo la sua opinione, le frequenti corrispondenze lessicali indicano un antico rapporto tra le lingue slave e germaniche. Le lingue baltiche e slave sono tra loro molto più vicine di quanto ciascuna di esse lo sia separatamente alle lingue germaniche. In una certa misura, le lingue baltiche fungono da tramite tra le lingue slave e germaniche. Ciò, tuttavia, non significa che le lingue baltiche siano un miscuglio di queste ultime. Allo stesso modo, secondo J. Grimm, non si può ritenere che le lingue slave e germaniche abbiano preso in prestito dalle lingue baltiche gli elementi più antichi dei propri sistemi. Secondo J. Grimm, le caratteristiche comuni e le somiglianze tra le lingue germaniche, slave e baltiche si sarebbero formate perché tra esse esisteva da tempo una comunità (Gemeinschaft)4.

Le concezioni dei primi comparatisti furono riassunte e ulteriormente sviluppate da August Schleicher (1821–1868), che dedicò ampio spazio nelle sue ricerche alle questioni di parentela delle lingue baltiche. La concezione di A. Schleicher dei rapporti di parentela tra le lingue è legata alla sua concezione generale dell’origine delle lingue indoeuropee.

A. Schleicher elaborò una coerente ipotesi di classificazione genealogica delle lingue, denominata teoria dell’«albero genealogico delle lingue» (Stammbaumtheorie). Secondo questa teoria, la protolingua indoeuropea unitaria (indogermanische Ursprache) si sarebbe dapprima divisa in due rami: quello delle lingue baltiche, slave e germaniche (Slawodeutsch) e quello delle lingue indo-iraniche, greche, italiche e celtiche. Il grande ramo delle lingue baltiche, slave e germaniche si sarebbe poi diviso in due rami più piccoli: quello germanico (Deutsch) e quello baltico-slavo (Slawolitauisch). Contemporaneamente si sarebbe diviso anche il secondo ramo della protolingua indoeuropea, dapprima in indo-iranico e greco-italo-celtico. In seguito, dopo la separazione dei Greci, sarebbe rimasta la protolingua italico-celtica. Il ramo delle lingue baltiche e slave, che A. Schleicher chiamava protolingua baltico-slava (Slawolitauische Ursprache), si sarebbe poi diviso nelle lingue slave e baltiche di base (Grundsprache), che a loro volta si sarebbero nuovamente suddivise in lingue distinte5.

Pertanto, A. Schleicher sviluppò l’idea della protolingua baltico-slava formulata da F. Bopp e la inserì in una coerente teoria della divisione della protolingua indoeuropea. Indicò chiaramente la posizione della protolingua baltico-slava tra le lingue indoeuropee e ne riconobbe i rapporti genetici con la protolingua germanica. L’autorevolezza di A. Schleicher era tale che la teoria della protolingua baltico-slava fu sostenuta dalla maggior parte dei linguisti nella seconda metà del XIX secolo e persino all’inizio del XX secolo.

Nel periodo di formazione della linguistica indoeuropea storico-comparativa, la discussione non verteva sull’esistenza o meno di una protolingua baltico-slava — che tutti riconoscevano senza eccezioni — bensì sulla sua posizione tra le altre lingue indoeuropee. R. Rask riteneva che le lingue baltiche e slave fossero più strettamente imparentate con quelle del gruppo indo-iranico (ariano), mentre F. Bopp, J. Grimm e A. Schleicher sostenevano che le lingue baltiche e slave fossero geneticamente legate alle lingue germaniche. La questione della posizione delle lingue baltiche e slave rimase oggetto di discussione anche nella seconda metà del XX secolo.

3 J. Grimm, Geschichte der deutschen Sprache, Aufl. III, Leipzig, 1868, I, p. 9–10, 119; II, p. 711–712, 715.

4 J. Grimm, op. cit., I, p. 119.

5 A. Schleicher, Compendium der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, Aufl. III, Weimar, 1871, p. 6–7.

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Baltų ir slavų kalbų seniausiųjų santykių tyrinėjimas XIX a. antrojoje pusėje

A. Schleicher morì convinto di essere riuscito a costruire un edificio perfetto e compiuto della linguistica indoeuropea. Tuttavia, nella seconda metà del XIX secolo quell’edificio cominciò a essere demolito. E furono proprio gli allievi di A. Schleicher a demolirlo. Per esempio, Johannes Schmidt (1843–1901) valutò criticamente la teoria dell’«albero genealogico delle lingue». A suo avviso, i fatti dimostrano che le lingue baltiche-slave (Lituslawische) sono strettamente imparentate sia con le lingue germaniche sia con quelle indo-iraniche. Per questo, osserva J. Schmidt, si possono riconoscere su un piano di pari validità tanto una protolingua baltico-slavo-germanica quanto una protolingua baltico-slavo-ariana. Di conseguenza, la collocazione delle lingue baltiche e slave rimane incerta. Essa si chiarirà, secondo J. Schmidt, quando si riconoscerà non solo che le lingue baltiche e slave non si sono separate né dalle lingue germaniche né da quelle indo-iraniche, ma anche che esse collegano organicamente questi ultimi due gruppi linguistici. Come non esistono confini geografici tra Europa e Asia, così non dovrebbero esservi linee di demarcazione nettamente tracciate tra le lingue europee e asiatiche. J. Schmidt aggiunge che ovunque si può osservare una transizione ininterrotta (continuierlicher Übergang) da una lingua all’altra, e che nell’area linguistica indoeuropea non sono mai esistiti confini rigidi: due dialetti lontani l’uno dall’altro, per esempio A e X, erano collegati senza soluzione di continuità dai dialetti intermedi B, C, D ecc.

Tenendo conto di tutto ciò, J. Schmidt propone, al posto della teoria dell’«albero genealogico delle lingue», la teoria delle «onde» (Wellentheorie): «Al suo posto vorrei presentare l’immagine di un’onda che, allontanandosi dal proprio centro, si propaga in cerchi concentrici via via più deboli»2. Pertanto, secondo lui, i mutamenti linguistici si propagavano da una lingua all’altra come onde.

Le nuove idee di J. Schmidt rappresentarono un passo avanti relativamente importante. Alcune di esse (i dialetti indoeuropei, l’idea della continuità geografica ecc.) furono sviluppate nel XX secolo.

È importante sottolineare che la teoria della protolingua baltico-slava non suscitava in J. Schmidt alcun dubbio. Il suo oggetto di studio era la collocazione delle lingue baltiche e slave nella famiglia delle lingue indoeuropee.

Kitas A. Šleicherio mokinys Augustas Leskynas (1840–1916) bandė suderinti „genealoginio kalbų medžio“ ir „bangų“ teorijas. Jis manė3, kad baltų, slavų ir germanų kalbos galėjusios pergyventi bendrą istorinį etapą nepriklausomai nuo kitų ide. kalbų, taigi ir skilimą, kaip jis suprantamas A. Šleicherio teorijoje. Be to, visai tikėtina, kad baltų ir slavų kalbos buvusios ta grandimi, kuri jungusi germanų ir indų-iranėnų kalbas. A. Leskyno nuomone, nesą būtino reikalo pripažinti baltų-slavų-germanų prokalbę, nes tų kalbų linksniavimo sistemos, išskyrus kai kuriuos linksnius su bendru formantu -m-, nesančios jau tokios panašios4. Taigi „Vadinamoji „genealoginio kalbų medžio“ teorija visai neprieštarauja „perėjimo“ teorijai, jei taip trumpai pavadintume J. Šmito hipotezę“5.

1 L Schmidt, Die Verwandtschaftsverhältnisse der indogermanischen Sprachen, Weimar, 1872, p. 16–27.

2 J. Schmidt, op. cit., p. 27.

3 A. Leskien, Die Declination im Slawisch-litauischen und Germanischen, Leipzig, 1876, p. XII.

4 A. Leskien, op. cit., p. 157–158.

5 A. Leskien, op. cit., p. XII.

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Né J. Šmit né A. Leskyn si interessarono ai rapporti reciproci tra le lingue baltiche e slave. Fu J. Hanuš ad attirare l’attenzione su di essi. L’articolo di Jan Hanuš (1858—1887)6, apparso nel 1886, fu il primo dedicato specificamente al problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

J. Hanuš pose due domande: 1) che cosa permette di riconoscere un periodo linguistico comune baltico-slavo? 2) come si può definire con maggiore precisione il momento in cui i Baltici e gli Slavi parlavano un’unica lingua? In risposta alla prima domanda, J. Hanuš presentò una dozzina di tratti comuni della fonetica e della morfologia delle lingue baltiche e slave: l’esito dei sonanti indoeuropei, la declinazione degli aggettivi pronominali e altri. Il suo secondo argomento a favore dell’esistenza di un periodo linguistico comune baltico-slavo era costituito dai prestiti di origine baltica nelle lingue ugro-finniche del Baltico, che egli riteneva baltico-slavi (all’epoca gli studiosi non avevano ancora riconosciuto la loro origine esclusivamente baltica). In risposta alla seconda domanda, J. Hanuš ipotizzò che la tribù baltico-slava si fosse divisa in Baltici e Slavi all’incirca tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C., poiché, a suo giudizio, i Neuri di Erodoto erano baltico-slavi. Gli studiosi successivi non confermarono questa datazione.

L’articolo di J. Hanuš fu importante perché vi veniva posta concretamente la questione dei rapporti reciproci tra le lingue baltiche e slave e perché, per la prima volta, vi erano presentati in un unico luogo tutti i tratti comuni allora noti delle lingue baltiche e slave.

Ben presto le questioni di parentela non solo tra le lingue baltiche e slave, ma anche tra tutte le lingue indoeuropee passarono in secondo piano. Emerse una serie di questioni del tutto nuove (leggi fonetiche, analogia, prestiti), che per molti anni furono al centro dell’attenzione degli studiosi7. Apparve un articolo8 di Karl Brugmann (1849—1919), uno dei più illustri esponenti della scuola dei neogrammatici (Junggrammatiker), nel quale si esprimeva scetticismo nei confronti della teoria delle protolingue: le innovazioni comuni a lingue diverse non possono costituire una prova di stretta parentela linguistica, poiché tali innovazioni avrebbero potuto sorgere indipendentemente in ciascuna lingua. K. Brugmann considerava come unica prova di parentela linguistica dotata di valore dimostrativo l’insieme delle innovazioni fonetiche, flessive, sintattiche e lessicali9.

Benché K. Brugmann guardasse con scetticismo alle teorie sulla parentela linguistica, riteneva tuttavia che le lingue baltiche e slave avessero attraversato in passato un’epoca di comunanza (Zeit der baltisch-slawischen Urgemeinschaft)10. Nel suo «Compendio di grammatica comparata delle lingue indoeuropee», K. Brugmann presentò sette tratti comuni delle lingue baltiche e slave che, a suo parere, dimostravano gli stretti legami tra queste lingue11:

1) il passaggio dei sonanti indoeuropei n, r̥ a in, ir (cfr. il lituano at-mintis e lo slavo antico mьnǫ, pa-mętь);

2) la semplificazione delle geminate intervocaliche;

3) la formazione delle forme degli aggettivi pronominali con il pronome *jo- (cfr. il lituano gerasis e lo slavo antico dobrъjь);

6 J. Hanusz, O dobie litewsko-słowiańskiej w stosunku do pra języka indoeuropejskiego, „Rozprawy i sprawozdania z posiedzeń wydziału filologicznego Akademii Umiejętności“, 11, Kraków, 1886, p. 249—272.

7 Per maggiori dettagli, cfr. F. Specht, Die „indogermanische“ Sprachwissenschaft von den Junggrammatikern bis zum ersten Weltkriege, „Lexis“, 1, 1948, p. 229—263.

8 K. Brugmann, Zur Frage nach den Verwandtschaftsverhältnissen der indogermanischen Sprachen, „Internationale Zeitschrift für allgemeine Sprachwissenschaft“, 1, 1884, p. 226—256.

9 K. Brugmann, op. cit., p. 253.

10 K. Brugmann Grundriss der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, I, Strassburg, 1897, p. 146.

11 K. Brugmann, op. cit., p. 20—21.

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4) il passaggio, in determinati casi, dei participi in tema nasale nt e dei sostantivi in tema consonantico al tema in i (cfr. lit. vėžančio, sl. ant. vezǫšta da *vezontio e lit. vežàs, sl. ant. vezi da *vezonts; lit. akmenìmis, sl. ant. kamenьmi e lit. akmuõ, sl. ant. kamy da *akmōn¹²;

5) la sostituzione dei pronomi indoeuropei *so, *sā con i pronomi lit. tas, tā, sl. ant. to, ta;

6) la formazione del dativo singolare dei pronomi lit. mānie, pr. mennei, sl. ant. mьnē sul modello del genitivo singolare;

7) la sostituzione dell’ablativo al genitivo singolare dei sostantivi in tema in o (cfr. lit. vilko, sl. ant. vlьka e s. ind. vṛkāt).

Questi tratti comuni delle lingue baltiche e slave, presentati da K. Brugman, bastarono a convincere la maggior parte dei linguisti della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo dell’esistenza di una protolingua balto-slava.

Nella seconda metà del XIX secolo, come già in precedenza, una delle questioni più importanti riguardanti le lingue baltiche e slave era la loro collocazione nella famiglia delle lingue indoeuropee. Proprio in questo periodo, tuttavia, si cominciò a prestare attenzione ai rapporti reciproci tra le lingue baltiche e slave: apparve il primo articolo specificamente dedicato a questo problema, quello di J. Hanuš, come abbiamo visto, e K. Brugman presentò i tratti comuni che caratterizzano i rapporti reciproci tra le lingue baltiche e slave.

Sebbene la maggior parte degli studiosi di questo periodo non dubitasse dell’esistenza di una protolingua balto-slava, proprio allora, alla fine del XIX secolo, si levarono voci scettiche al riguardo. Tali voci si fecero particolarmente insistenti all’inizio del XX secolo.

La discussione del 1908—1912 sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave

All’inizio del XX secolo la teoria della protolingua balto-slava cominciò a essere fortemente messa in dubbio. Furono esaminati criticamente tutti i tratti comuni delle lingue baltiche e slave che di solito venivano considerati argomenti a favore della teoria della protolingua balto-slava.

A partire dall’epoca dei neogrammatici si cominciò a guardare con scetticismo a tutte le protolingue. B. Delbrück considerava discutibili tutte le classificazioni dialettali delle lingue indoeuropee, a eccezione della protolingua indo-iranica. P. von Bradke espresse dubbi sulla protolingua balto-slava². Jan Baudouin de Courtenay (1845—1929) scriveva nel 1903 che gli argomenti a favore dell’«epoca lituano-slava» non erano affatto più numerosi, e forse erano persino meno numerosi, di quelli contrari, e che perciò potevamo considerarla una finzione scientifica³. Kazimieras Jaunius (1848—1908) sosteneva che «non è vero che lo slavo e l’aistiano siano sorelle gemelle: la lingua aistiana è sorella di quella slava, esattamente come lo è delle altre lingue indoeuropee»⁴.

I ricercatori menzionati, senza addurre argomenti, si limitarono a considerazioni generiche contro la teoria della protolingua balto-slava.

12 Nel libro di K. Brugman «Kurze vergleichende Grammatik der indogermanischen Sprachen» (Berlin—Leipzig, 1922, p. 18), i participi e i temi consonantici sono trattati separatamente; vi sono quindi indicate otto caratteristiche.

1 B. Delbrück, Einleitung in das Sprachstudium, 3. Aufl., Leipzig, 1893 (I leidimas 1880 m.).

2 P. von Bradke, Beiträge zur Kenntnis der vorhistorischen Entwicklung unseres Sprachstamms, Giessen, 1880.

3 И. Бодуэн-де-Куртенэ, Лингвистические заметки и афоризмы, ЖМНП, 346, 1903, p. 330.

4 К. Явнис, Грамматика литовского языка, Петроград, 1908—1916, p. 27.

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Il primo a pronunciarsi con argomentazioni contro la teoria della protolingua baltico-slava fu Antoine Meillet (1866—1936).

Già nel 1905 A. Meillet scriveva che le lingue baltiche e slave non presentavano tante innovazioni quante gliene venivano attribuite e che non vi era motivo di parlare di un’epoca di unità baltico-slava (d’une époque d’unité balto-slave)5. Nel libro «I dialetti indoeuropei»6, pubblicato nel 1908, A. Meillet dedicò un ampio capitolo alla caratterizzazione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Prima di esaminare le corrispondenze tra le lingue baltiche e slave indicate da K. Brugmann, A. Meillet osservò che la somiglianza tra le lingue baltiche e slave è evidente. A suo avviso, il carattere simile dei sistemi delle lingue baltiche e slave era dovuto ai seguenti fattori: 1) le lingue baltiche e slave derivavano da dialetti identici della comunità linguistica indoeuropea (l’unité indo-européenne) (de parlers indo-européens sensiblement identiques), che non erano separati da alcuna isoglossa importante; 2) nel loro sviluppo, le lingue baltiche e slave non avevano subito fratture radicali del sistema (aucune fracture brusque du système), dunque erano conservatrici e arcaiche e avevano perciò conservato molti tratti antichi; 3) Baltici e Slavi avevano sempre vissuto in aree geografiche contigue e in condizioni di civiltà simili. Inoltre, A. Meillet rilevò che la somiglianza tra le lingue baltiche e slave era stata rafforzata dai prestiti, soprattutto da quelli passati dalle lingue slave a quelle baltiche7.

In seguito A. Meillet esaminò dettagliatamente le corrispondenze tra le lingue baltiche e slave elencate da K. Brugmann.

1. Uno sviluppo simile dei sonanti indoeuropei l, m, n, r si era verificato, oltre che nelle lingue baltiche e slave, anche in quelle germaniche e celtiche. In determinate posizioni, u compariva accanto al sonante anche in greco, latino e armeno. Pertanto, la comparsa di una vocale d’appoggio i, u accanto ai sonanti è un fenomeno dialettale della comunità linguistica indoeuropea, ma non un’innovazione delle lingue baltiche e slave.

2. La semplificazione delle geminate è il risultato della tendenza generale delle lingue indoeuropee alla semplificazione e aveva avuto inizio già nella comunità linguistica indoeuropea. Nelle lingue baltiche e slave, come in armeno, le geminate si erano semplificate, mentre ciò non era avvenuto nelle altre lingue. È dubbia la presenza di geminate nella stessa comunità linguistica indoeuropea, dove ricorrevano perlopiù nel lessico ipocoristico e infantile.

3. I tipi di aggettivi pronominali nelle due famiglie linguistiche differiscono nei dettagli e il loro significato non coincide. Il pronome *jo- è usato in modo molto simile accanto a sostantivi e aggettivi nella lingua avestica (A. Meillet sottolinea in particolare che tanto nell’avestico quanto nelle lingue baltiche e slave il pronome *jo- concorda con le parole accanto alle quali è usato).

4. I participi attivi maschili del presente passarono al tema in jo secondo il modello dei participi femminili (tema in jā), già esistente nella comunità linguistica indoeuropea. A. Meillet osservò che gli aggettivi tendono a passare a un tema vocalico molto più rapidamente dei sostantivi (il lituano ha soltanto aggettivi con tema in o e u, le lingue slave soltanto con tema in o). Questo passaggio è espressione di un’innovazione generale delle lingue indoeuropee, poiché un equivalente preciso delle lingue baltiche e slave si trova nelle lingue germaniche occidentali (nell’inglese antico, nel sassone antico e nell’alto tedesco antico).

5. L’inserimento di -i- in forme come il lituano akmen-i-mis, l’antico slavo ecclesiastico kamen-b-mi, non è caratteristico soltanto delle lingue baltiche e slave, poiché un fenomeno del tutto analogo è attestato anche in latino (cfr. ped-i-

5 A. Meillet, Etudes sur l’étymologie et le vocabulaire du vieux slave, II, Paris, 1905, p. 201.

6 A. Meillet, Les dialectes indo-européens, Paris, 1908.

7 A. Meillet, Les dialectes indo-européens, Nouveau tirage, Paris, 1922, p. 40—41.

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bus), l’armeno (cfr. ot-i-wkh) e altre lingue. Inoltre, l’avvicinamento di questi due tipi fu agevolato dalla coincidenza fonetica sia degli accusativi singolari dei temi in -i e dei temi consonantici, sia dei loro accusativi plurali.

6. L’antico nominativo del pronome dimostrativo *so-, *sā- (cfr. scr. sá, sā, gr. ὁ, ἡ, got. sa, so) fu sostituito dal tema *to-, *tā-, oltre che nelle lingue baltiche e slave, anche nelle lingue germaniche occidentali (cfr. antico sassone thē, thia, antico alto tedesco dēr, diu). A. Meillet sottolineò che si tratta di un’innovazione molto semplice, poiché tutte le forme della flessione, a eccezione del nominativo singolare, cominciavano con la consonante t-, che per analogia poteva facilmente essere estesa all’unico caso con consonante iniziale s-.

7. Il dativo del pronome, lituano manie, man, prussiano mennei, non corrisponde all’antico slavo ecclesiastico mъně né nelle vocali della radice né in quelle della desinenza. A. Meillet aggiunse che queste forme delle lingue baltiche e slave costituiscono un ottimo esempio di innovazioni parallele, ma indipendenti l’una dall’altra, che caratterizzano entrambi i gruppi linguistici.

8. Il genitivo-ablativo singolare lituano vilko, antico slavo ecclesiastico vlъka corrisponde all’ablativo sanscrito vṛkāt. Il genitivo e l’ablativo confluirono perché, in tutti i temi tranne quelli in -o, il genitivo e l’ablativo singolari avevano una stessa forma. Il greco usava la forma del genitivo per esprimere l’ablativo, mentre nelle lingue baltiche e slave, al contrario, fu l’ablativo ad assumere la funzione del genitivo. A. Meillet sottolinea che questo fenomeno non sembra essersi prodotto nel periodo dell’unità balto-slava (à une période de communauté), poiché il prussiano ha il genitivo deiw as «del dio». Pertanto, aggiunse, la generalizzazione dell’ablativo si spiega facilmente come sviluppo linguistico indipendente.

Dopo aver esaminato queste somiglianze tra le lingue baltiche e slave, A. Meillet concluse che «lo sviluppo delle lingue baltiche e slave procedette in parallelo; da questo parallelismo derivarono, com’è comprensibile, alcune forme identiche, ma queste innovazioni non consentono di riconoscere un periodo comune nello sviluppo di tali lingue»8. Come esempio significativo di innovazione parallela, A. Meillet indicò la legge di de Saussure-Fortunatov, sostenendo del tutto correttamente che essa operò indipendentemente in lituano e nelle lingue slave.

Presentando fatti analoghi relativi ad altre lingue indoeuropee e mettendo in luce altri fenomeni simili, A. Meillet dimostrò che le somiglianze menzionate tra le lingue baltiche e slave sono o arcaismi ereditati dall’epoca protoindoeuropea oppure innovazioni. Se un fenomeno o un fatto è arcaico, le lingue baltiche e slave, come le altre lingue indoeuropee, lo hanno dunque conservato. Neppure le innovazioni possono costituire una prova decisiva a favore di una protolingua balto-slava o di un’epoca comune, poiché potrebbero essere sorte indipendentemente nelle lingue baltiche, slave e in altre lingue indoeuropee, oppure durante il periodo di contatto tra queste lingue. Inoltre, secondo A. Meillet, le innovazioni balto-slave sono soltanto simili, non identiche (cfr., per esempio, il dativo del pronome personale).

Le nuove e audaci idee di A. Meillet scossero le fondamenta della teoria della protolingua balto-slava. La sua critica mostrò che gli argomenti disponibili non bastavano a dimostrare l’esistenza di una protolingua balto-slava. I sostenitori della teoria della protolingua furono quindi costretti a cercare nuovi fatti a sostegno delle proprie tesi.

Il primo a replicare fu Viktor Porzeziński (1870—1929). La conclusione del suo studio dedicato alla questione baltico-slava era la seguente: «le lingue baltiche e slave attraversarono un periodo comune, durante il quale sorsero numerose innovazioni»9.

8 A. Meillet, op. cit., p. 45.

9 W. Porzeziński, Die baltisch-slavische Sprachgemeinschaft, RSI, 4, 1911, p. 2—3.

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Nel suo lavoro, V. Poržežinskis cerca inoltre di mettere in evidenza il maggior numero possibile di innovazioni sorte, a suo avviso, nella protolingua baltico-slava, che egli chiama «periodo baltico-slavo». Per difendere le affinità tra le lingue baltiche e slave dalle critiche di A. Meillet, V. Poržežinskis analizzò dettagliatamente la prima e l’ultima delle affinità elencate da K. Brugmann. Egli considera tali affinità molto importanti per risolvere la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. V. Poržežinskis presentò anche nuovi fatti, considerandoli innovazioni baltico-slave. Tra queste innovazioni annoverava il passato dei verbi (preterito), cfr. lituano nešė, vedė e antico slavo ecclesiastico nešė-acho, vedė-acho. A suo avviso, la differenza tra il preterito baltico e l’imperfetto slavo consisteva nel fatto che il preterito delle lingue baltiche si era formato sulla base dell’aoristo asigmatico10.

V. Poržežinskis sosteneva l’esistenza di un periodo comune alle lingue baltiche e slave (eine baltisch-slavische Periode), mentre Jan Rozwadowski (1867—1935), per fare luce sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, elaborò uno schema piuttosto complesso11. Distinse tre periodi nello sviluppo dei rapporti reciproci tra le lingue baltiche e slave:

1) il periodo di comunanza (doba prawspólności), durato probabilmente per tutto il III millennio a.C.;

2) il periodo in cui i rapporti tra le lingue baltiche e slave si interruppero e il loro sviluppo proseguì indipendentemente (II e I millennio a.C.);

3) il periodo di nuovo avvicinamento e di rapporti di vicinato, iniziato intorno all’inizio della nostra era e tuttora in corso12.

La maggior parte degli studiosi accolse con indifferenza la teoria di J. Rozwadowski. Soltanto il linguista ceco O. Hujer la considerava «del tutto attendibile»13. Inoltre, anche B. Gornung ritiene che i contatti tra le lingue baltiche e slave si siano interrotti per un lungo periodo e siano stati ristabiliti soltanto all’inizio della nostra era14.

La teoria di J. Rozwadowski suscita seri dubbi. È difficile credere che per due o due millenni e mezzo le lingue baltiche e slave non abbiano avuto alcun contatto, per poi riprenderlo soltanto intorno all’inizio della nostra era. Sia la toponomastica, sia la cultura materiale, sia i frammenti delle fonti storiche inducono a ritenere che i baltici e gli slavi fossero probabilmente vicini fin dalla più remota antichità e che quindi, naturalmente, potessero intrattenere relazioni di qualche tipo, riflesse anche nelle loro lingue.

Inoltre, è improbabile che nel III millennio a.C. i rapporti tra baltici e slavi fossero molto stretti, poiché vi sono elementi per ritenere che a quel tempo i dialetti baltici potessero essere più vicini ai dialetti germanici.

In realtà, J. Rozwadowski sosteneva la teoria della protolingua baltico-slava, ma fu costretto a modificarla e a collocarla in un passato molto remoto, poiché era ormai difficile difendere la versione originaria, non modificata, di tale teoria. L’esempio di J. Rozwadowski mostra quale influenza esercitassero all’epoca le idee di A. Meillet.

Dopo gli articoli di V. Poržežinskis e J. Rozwadowski, la soluzione della questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave cominciò a complicarsi.

10 W. Porzeziński, op. cit., p. 24–25.

11 J. Rozwadowski, O pierwotnym stosunku wzajemnym języków bałtyckich i słowiańskich, RSI, 5, 1912, p. 1–36.

12 J. Rozwadowski, op. cit., p. 24.

13 O. Гуйер, Введение в историю чешского языка, Москва, 1953, р. 42.

14 Б. В. Горнунг, Из предыстории образования общеславянского языкового единства, Москва, 1963, р. 95.

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Janis Endzelīns (1873—1961) si dedicò allo studio approfondito dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, consacrando all’argomento un’intera monografia15.

Per prima cosa J. Endzelīns pose una questione fondamentale: quali fatti e fenomeni linguistici attestano gli stretti legami di parentela tra le lingue baltiche e slave? È chiaro che tali fatti e fenomeni linguistici devono essere innovazioni proprie di quelle lingue. Tuttavia, secondo J. Endzelīns, perché le innovazioni abbiano valore probatorio, devono essere numerose16.

Guidato da questi principi, J. Endzelīns esaminò le caratteristiche comuni e le differenze tra le lingue baltiche e slave in fonetica, grammatica, sintassi e lessico. Analizzò i fenomeni fonetici con particolare approfondimento. J. Endzelīns mostrò chiaramente che fenomeni fonetici comuni alle lingue baltiche e slave, come la semplificazione delle geminate, la convergenza delle consonanti sonore e delle consonanti sonore aspirate, il passaggio della nasale finale -m a -n, nonché la caduta delle consonanti -d, -t in fine di parola, sono fenomeni dialettali della comunità linguistica indoeuropea oppure si sono sviluppati indipendentemente, già nelle singole lingue indoeuropee; pertanto non hanno valore probatorio.

J. Endzelīns rilevò in morfologia e sintassi non pochi nuovi fatti comuni alle lingue baltiche e slave, come pure non poche antiche differenze tra queste lingue. Presentò inoltre un ampio elenco di vocaboli condivisi dalle lingue baltiche e slave (circa 200 parole).

Dopo aver esaminato con straordinaria cura le caratteristiche comuni e le differenze tra le lingue baltiche e slave, J. Endzelīns descrisse così i rapporti più antichi tra queste lingue: «Già nella protolingua indoeuropea comune il dialetto “slavo” differiva in qualche aspetto dal dialetto “baltico”, occupando una posizione più o meno intermedia tra i dialetti “ariano” e “baltico”. Quando, con la disgregazione della protolingua indoeuropea, gli indo-iranici si separarono territorialmente dagli slavi, questi ultimi, essendo i vicini più prossimi delle tribù baltiche, condivisero con esse un’epoca durante la quale le loro lingue erano ancora così vicine che gli slavi capivano la lingua baltica e i baltici quella slava. In quel periodo le loro lingue si arricchirono di molte parole nuove comuni e vi ebbero luogo alcuni (pochi!) cambiamenti fonetici, morfologici e sintattici comuni. Si può dunque parlare di un’“epoca slavo-baltica”16; è preferibile non usare il termine “protolingua slavo-baltica”, perché può facilmente suggerire l’idea di una completa unità linguistica. Che la lingua slava si fosse già differenziata dalla lingua baltica nella protolingua indoeuropea è indicato anche dal fatto che il grado di affinità delle singole lingue slave con le lingue baltiche sembra essere uniforme (è vero che alcuni dialetti baltici si sono estinti senza lasciare alcuna testimonianza scritta). È difficile dubitare che tutte le lingue slave siano ugualmente distanti dalle lingue baltiche. Il prussiano differisce per alcuni aspetti dal lituano e dal lettone e presenta affinità con le lingue slave. A eccezione del prussiano twais, swais (ant. sl. tvoi, svoi), dove la coincidenza è probabilmente casuale, nei casi specifici di somiglianza grammaticale non ci troviamo di fronte a innovazioni comuni, bensì alla conservazione di forme antiche (cfr., per esempio, il prussiano noūson, tebbei, wans: ant. sl. nasъ, tebě, vy e il genere neutro), perciò queste coincidenze non indicano una parentela più stretta del prussiano con le lingue slave (rispetto al lituano e al lettone)»17.

Fondandosi sulle differenze molto antiche, a suo giudizio, tra queste lingue (per esempio, la trasformazione dell’indoeuropeo s in š dopo r, k in baltico e ch dopo k, r, i, u nelle lingue slave; la trasformazione dell’indoeuropeo kh in k nelle lingue baltiche e in ch nelle lingue slave, ecc.), J. Endzelīns, a differenza dei sostenitori della teoria dell’unità linguistica baltico-slava, riteneva che le lingue baltiche e slave derivassero da dialetti distinti della comunità linguistica indoeuropea. In contrasto con la teoria del parallelismo di A. Meillet, J. Endzelīns sosteneva,

15 И. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, Харьков, 1911.

16 И. Эндзелин, op. cit., p. 3.

17 И. Эндзелин, op. cit., p. 200—201.

2. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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che, dopo la dissoluzione della comunità linguistica ide., le lingue baltiche e slave si avvicinarono e attraversarono un’epoca comune. J. Endzelīns fu indotto a trarre quest’ultima conclusione dalle seguenti innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave: la trasformazione di ide. r̥, l̥, m̥, n̥ in ir, il, im, in e ur, ul, um, un; la desinenza del dativo plurale *-mus; la trasformazione di ide. eu e ēu nelle lingue baltiche e slave in jau, da cui in seguito si sviluppò lo slavo ju; la formazione degli aggettivi pronominali; la sostituzione dell’antico genitivo singolare dei sostantivi in tema in -o con l’ablativo; la comparsa del pronome *mun-; l’uso predicativo dello strumentale; il genitivo di negazione; infine, la somiglianza di gran parte del lessico18.

Pertanto, per spiegare le innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave, J. Endzelīns elaborò la teoria della convergenza. J. Endzelīns riteneva che le affinità linguistiche non presupponessero necessariamente una protolingua comune esistita dopo la dissoluzione della comunità linguistica ide.: alcune di tali affinità potevano dipendere dalla comune origine delle lingue nella comunità linguistica ide.; altre potevano emergere in seguito all’avvicinamento geografico delle lingue e all’instaurarsi di contatti.

L’idea di J. Endzelīns secondo cui la contiguità geografica, la vicinanza e contatti di varia natura potevano generare nelle lingue fenomeni nuovi comuni oppure creare le condizioni perché i neologismi di una lingua confluissero in un’altra era relativamente nuova nella linguistica. In effetti, l’elemento geografico della concezione di J. Endzelīns ricordava l’idea di J. Schmidt della continuità geografica. Questa idea di J. Endzelīns era conforme ai fatti della naturale evoluzione delle lingue: per effetto della contiguità geografica, in lingue diverse si producono cambiamenti comuni e le lingue si avvicinano (cfr. le lingue della penisola balcanica).

La nuova teoria di J. Endzelīns fu valutata in modo controverso. I sostenitori della teoria dell’unità linguistica (protolingua) balto-slava ritenevano che J. Endzelīns fosse dalla loro parte. J. Rozwadowski scriveva che, a suo avviso, la teoria della protolingua balto-slava, accettata fino ad allora da tutti, era dimostrata e che J. Endzelīns l’aveva rafforzata con nuovi argomenti19. Recensendo il libro di J. Endzelīns, A. Meillet affermò che le conclusioni raggiunte da J. Endzelīns, salvo sottili sfumature, non differivano dalle proprie20.

Questa valutazione controversa fu dovuta alla scarsa comprensione della nuova teoria da parte dei recensori e, inoltre, a una certa indeterminatezza delle affermazioni di J. Endzelīns. Nel formulare conclusioni di carattere generale, J. Endzelīns era molto prudente. Come se volesse precisare e chiarire la propria posizione, non del tutto compresa dagli altri, J. Endzelīns tornò nel 1931 sulla questione dei più antichi rapporti tra le lingue baltiche e slave.

In un articolo dedicato al verbo delle lingue baltiche e slave21, J. Endzelīns sottolineò in particolare la grande somiglianza dei dialetti ide. da cui derivarono le lingue baltiche e slave. Anche dopo la disgregazione della protolingua ide., gli antenati dei Baltici e degli Slavi probabilmente rimasero vicini per qualche tempo e mantennero contatti linguistici. Durante questo periodo di comunità linguistica (in dieser Periode der Sprachgemeinschaft) sarebbero sorte alcune innovazioni linguistiche. Esse, tuttavia, sarebbero state assai poche, poiché a quel tempo le lingue baltiche e slave erano molto

18 И. Эндзелин, op. cit., p. 200. Oltre a questi tratti comuni alle lingue baltiche e slave, nel 1938 J. Endzelīns ne indica altri tre: frequenti casi di spostamento dell’accento; il genitivo del pronome di prima persona plurale *nōs(s)ēm; l’infinito in *-et(e)i accanto alle forme in -mi del presente, cfr. J. Endzelīns, Latviešu valodas skaņas un formas, Rīgā, 1938, p. 9–10; cfr. J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, Vilnius, 1957, p. 7.

19 J. Rozwadowski, op. cit., p. 6–7. Cfr. anche le recensioni di A. Šachmatov e N. Jokl, cfr. A. Шахматов, ЮРЯС, 17, 1912, p. 281–290; N. Jokl, AfslPh, 35, 1913, p. 307–317.

20 A. Meillet, RSl, 5, 1912, p. 153.

21 J. Endzelin, Zur slavisch-baltischen Konjugation, APh, 2, 1931, p. 38–46.

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conservative. J. Endzelin ritiene che sia possibile parlare in questo senso di una comunità linguistica baltico-slava (slavisch-baltische Sprachgemeinschaft) e, se si vuole, anche di una protolingua (Ursprache)22.

Da questo articolo emergono chiaramente le posizioni di J. Endzelin sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave: dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea, le lingue baltiche e slave avrebbero costituito unità linguistiche distinte, i cui rapporti erano di natura contattuale.

In questo articolo, nel trarre le conclusioni sulla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, J. Endzelin si basò sulle caratteristiche comuni del verbo in queste lingue, poiché nella monografia «Studi sulle lingue baltiche e slave» il verbo era rimasto quasi del tutto inesplorato. Contrariamente all’opinione di A. Meillet, secondo cui le strutture verbali delle lingue baltiche e slave sarebbero molto diverse, J. Endzelin cercò di dimostrare che anche in questo ambito le lingue baltiche e slave presentano molti elementi comuni. Per esempio, secondo J. Endzelin, nelle lingue slave l’ottativo indoeuropeo sarebbe stato impiegato con valore imperativo. La stessa sorte sarebbe toccata all’ottativo anche nelle lingue baltiche: in prussiano antico esprime l’imperativo, mentre il permissivo lituano (per esempio, tenesė) deriva dall’ottativo anteriore.

Le lingue baltiche hanno un futuro sigmatico. Secondo J. Endzelin, il fatto che lo avessero anche le lingue slave è attestato dai participi byšęšt- oppure byšąst- (cfr. il lituano būsiančio) e da altri elementi.

J. Endzelin mantenne questa opinione sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave fino alla fine della sua vita. Lo dimostra il suo articolo «Gli antichi legami linguistici baltico-slavi»23, nel quale ripeté le sue precedenti affermazioni.

La discussione del 1908–191224 svolse un ruolo importante nella storia degli studi sul problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. Essa mostrò che il problema di tali rapporti non era semplice né facile da risolvere come si riteneva nel XIX secolo. La teoria della protolingua baltico-slava, universalmente accettata dagli studiosi del secolo scorso, si rivelò soltanto una delle diverse ipotesi, che, come le altre, doveva essere dimostrata e difesa.

La discussione del 1908–1912 mise inoltre in luce i punti deboli della linguistica dell’epoca e le carenze del suo metodo. Sulla base dell’analisi di fatti linguistici pressoché identici furono elaborate quattro teorie, che interpretavano diversamente l’origine e la natura delle caratteristiche comuni (innovazioni) delle lingue baltiche e slave. Dopo questa discussione, la soluzione del problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave si complicò ulteriormente e, a quanto pare, per questo l’interesse per le indagini teoriche diminuì. Di conseguenza, diventa comprensibile lo scetticismo di alcuni studiosi nei confronti della discussione del 1908–1912. Aleksander Brückner (1856–1939) la definì «una cosa futile»25, poiché A. Meillet non negava la somiglianza tra le strutture delle lingue baltiche e slave, mentre il sostenitore della teoria dell’unità (protolingua) baltico-slava aveva indicato onestamente i tratti che distinguono le lingue baltiche da quelle slave. Lo stesso A. Brückner sosteneva l’unità delle lingue baltiche e slave basandosi sul lessico. Le lingue baltiche e slave

22 J. Endzelin, op. cit., p. 45.

23 Я. М. Эндзелин, Древнейшие славяно-балтийские языковые связи, „Известия Академии наук Латвийской ССР“, 3 (56), 1952, p. 33—46; „Труды Института языка и литературы АН Латвийской ССР“, 2, 1953, p. 67—82.

24 B. Gornung ne ha fornito un’ampia descrizione, cfr. Б. В. Горнунг, Из истории изучения балтийско-славянских языковых отношений (научная полемика 1911—1912 г.г.), „Rakstu krājums“, p. 109—132.

25 A. Brückner, Die lituslavische Spracheinheit, KZ, 46, 1914, p. 217—239.

2*

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Le corrispondenze nella formazione dei temi, a suo parere, sono più importanti di tutti i punti indicati da K. Brugman26.

La situazione per cui, sulla base degli stessi fatti linguistici, furono formulate quattro ipotesi diverse si creò probabilmente perché, all’epoca, le lingue slave e soprattutto quelle baltiche non erano state studiate a sufficienza, non si conosceva la cronologia dei fenomeni comparabili e mancava il materiale fattuale necessario per generalizzazioni teoriche più o meno convincenti. Perciò K. Būga aveva pienamente ragione quando scriveva che «questa questione (cioè la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave — S.K.) potrà essere risolta solo dopo uno studio approfondito delle lingue baltiche e slave»27.

Nonostante oggi lo studio delle lingue baltiche si sia notevolmente intensificato, molte questioni della storia delle lingue baltiche devono ancora essere risolte con il metodo storico-comparativo o riesaminate alla luce dei più recenti progressi della linguistica (per ora non parliamo dello studio strutturale delle lingue baltiche, che è ancora da rimandare al futuro). Le circostanze qui menzionate, insieme alla comparsa tardiva dei monumenti scritti delle lingue baltiche, ai testi frammentari della lingua prussiana e all’assenza di monumenti scritti delle altre lingue baltiche — curone, selonica, ecc. — ostacolano inoltre una soluzione efficace del problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave nel secondo decennio del XX secolo

Kazimieras Būga (1879—1924) non prese parte alla discussione del 1908—1912, ma espresse più volte la propria opinione sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Già negli «Aistiški studijai», influenzato dagli insegnamenti di K. Jaunius, K. Būga considerava la protolingua degli Aisti una delle lingue figlie della protolingua indoeuropea, «che, come un figlio autentico, conservò moltissime qualità e caratteristiche della propria madre»2. K. Būga non pensò neppure a una protolingua o a un’epoca comune alle lingue baltiche e slave.

In un articolo sulla lingua lituana, scritto nel 1910 per un’enciclopedia polacca3, K. Būga definì dogma la teoria dell’unità balto-slava, sorta per due ragioni: 1) la stretta vicinanza geografica dei popoli baltici e slavi; 2) la presenza nella lingua lituana di numerosi prestiti slavi e, più in generale, di elementi stranieri, poiché i linguisti del secolo scorso non erano capaci di distinguere ciò che era lituano da ciò che non lo era. Qui K. Būga avanza un’ipotesi molto interessante: se gli Aisti vivessero non presso il Mar Baltico, ma da qualche parte più lontano dagli Slavi, per esempio in Iran o nella penisola iberica, a nessuno verrebbe in mente di cercare una stretta parentela tra Baltici e Slavi4.

In seguito K. Būga scrisse che gli attuali sostenitori della teoria dell’unità balto-slava non avevano presentato alcun argomento convincente a suo sostegno. I sette punti di K. Brugman,

26 A. Brückner, op. cit., p. 236.

27 K. Būga, RR, I, p. 433.

1 Sono usati i termini di K. Būga.

2 K. Būga, Aistiški studijai, I, Peterburgas, 1908, p. 10.

3 K. Būga, Litewsk i język, „Wielka encyklopedja powszechna ilustrowana“, serja I, 43—44, Warszawa, 1910, p. 624.

4 Ibid.

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Secondo K. Būga, non dimostrano in alcun modo una parentela più stretta (powinnowactwa) tra le lingue baltiche e slave. Perciò, sottolinea K. Būga, il gruppo delle lingue baltiche va distinto dal gruppo delle lingue slave e considerato un membro separato della famiglia indoeuropea 5.

Straipsnyje „Kalbų mokslas bei mūsų senovė“ (1913) seniausiesiems baltų ir slavų kalbų santykiams charakterizuoti K. Būga pacituoja J. Endzelyno išvadą6, padarytą monografijoje „Baltų ir slavų kalbų etudai“. Iš to matyti, kad K. Būga buvo J. Endzelyno konvergencijos teorijos šalininkas.

Straipsnyje „Šis-tas iš lietuvių ir indoeuropiečių senovės“ (1924) K. Būga rašė: „Kiti kalbininkai tiki, kad kalbos bendrybės, kurių turi gana daug aisčių ir slavėnų kalba, rodančios aisčius ir slavėnus turėjus dar ir atskirą prokalbę po indoeuropiškosios. Tuo aš netikiu, nes nerandu nė vieno kalbos fakto, kuris būtinai verstų mus pripažinti tariamąją aisčių-slavėnų prokalbę.

Tutte le caratteristiche comuni delle lingue baltiche e slave dimostrano soltanto che i baltici vivevano come vicini degli slavi (corsivo nell’originale citato – S.K.) fin da tempi immemorabili, cioè dall’epoca indoeuropea.

Le lingue dei popoli vicini, anche quando non sono imparentate tra loro, presentano spesso caratteristiche fonetiche comuni: infatti, propagandosi da un unico centro, possono diffondersi come onde e ricoprire tutto il territorio o una parte di esso anche nelle lingue vicine7.

Particolarmente importanti sono le affermazioni di K. Būga sulla questione del lessico comune baltico e slavo.

Non si può concludere, secondo K. Būga, sulla sola base del fatto che nel lessico comune baltico e slavo non si trovano corrispondenze nelle altre lingue indoeuropee, che le lingue baltiche e slave abbiano avuto anche una protolingua distinta. Poiché baltici e slavi erano vicini fin dall’antichità, non sorprende affatto che le loro lingue presentino numerose parole comuni. Questa è una delle cause dell’esistenza di un lessico comune baltico e slavo. K. Būga considera come seconda causa la discendenza delle lingue baltiche e slave dalla comunità linguistica indoeuropea: le parole comuni baltiche e slave potrebbero essere state «parole dei gruppi dialettali slavo e baltico della protolingua indoeuropea». Secondo K. Būga, tutte queste parole comuni baltiche e slave dimostrano soltanto «che nell’antichità remota i due dialetti indoeuropei nordorientali (cioè i dialetti baltico e slavo – S.K.) avevano per quelle cose denominazioni diverse da quelle dei dialetti della protolingua indoeuropea occidentali e meridionali»8.

Per esempio, per denominare il corvo o la cornacchia baltici e slavi usano una sola parola, mentre italici e greci ne avevano una completamente diversa, cfr. lituano várna, lettone vārna, prussiano warne, slavo *varnā (russo воро́на, polacco wrona, ceco vrána, serbo-croato vrȁna); lituano varnas, prussiano warnis, slavo *varnъ (russo во́рон, polacco wron, ceco vran, serbo-croatovrȁn) e latino cornix «cornacchia», greco κορώνη «cornacchia»; latino corvus «corvo», greco κόραξ «corvo»9. K. Būga sottolinea in particolare l’idea che «le parole comuni non dimostrano ancora che gli slavi e i baltici non discendano direttamente dai dialetti vicini della protolingua indoeuropea, ma attraverso uno stadio intermedio, la cosiddetta “protolingua slavo-baltica” comune»10.

5 K. Būga, loc. cit.

6 K. Būga, RR, I, p. 407–408.

7 K. Būga, RR, III, p. 595.

8 K. Būga, RR, II, p. 169.

9Le denominazioni del corvo e della cornacchia non sono una caratteristica comune specifica delle lingue baltiche e slave, poiché anche la lingua tocarica possiede una parola identica a questo scopo, cfr. tocarico B wrauna (cfr. E. Schwentner, IF, 63, 1958, p. 167).

10 K. Būga, loc. cit.

21

Di conseguenza, secondo K. Būga, il lessico comune delle lingue baltiche e slave si è formato perché:

a) le lingue baltiche e slave derivarono dalla comunità linguistica indoeuropea, nella quale i dialetti baltici e slavi possedevano già parole caratteristiche soltanto di essi;

b) nel corso della storia le lingue baltiche e slave furono in contatto diretto e furono confinanti.

Questa interpretazione dell’origine del lessico comune delle lingue baltiche e slave non ha perso valore neppure oggi. Il contatto prolungato tra lingue imparentate può effettivamente causare non solo fenomeni fonetici e morfologici analoghi, ma anche la formazione di un lessico comune.

Įga non trovò alcun fatto che indicasse l’unità delle lingue baltiche e slave (la protolingua, secondo la sua terminologia) e perciò vi si oppose fermamente, mentre i linguisti russi A. Šachmatov e A. Sobolevskis, attivi nello stesso periodo, non avevano dubbi sull’unità delle lingue baltico-slave.

Aleksejus Šachmatovas (1864–1920), pažymėjęs, kad baltų ir slavų kalbų ypatingu artumu vargu ar galima abejoti, rašo: „Šis artumas negali būti atsitiktinis ir priklausyti tiktai nuo bendros jų kilmės iš indoeuropiečių prokalbės; ir baltų, ir slavų kalbos turi daug bendrų nukrypimų nuo senųjų santykių, ir šitie bendrieji nukrypimai liudija jų bendrą gyvenimą tuo metu, kada jos jau atsiskyrė nuo kitų indoeuropiečių kalbų. Vadinasi, reikia pripažinti baltus ir slavus kilus iš bendrų protėvių (от одного общего родоначальника), kurie jau buvo atsiskyrę nuo giminės, kalbėjusios indoeuropiečių prokalbe. Baltų ir slavų kalbų protėviu, kurį galima vadinti baltų-slavų prokalbe, buvo kalba tos indoeuropiečių giminės, kuri, išsiskyrusi iš indoeuropiečių šeimos, tik paskui suskilo į dvi — baltų ir slavų šakas“11.

Dalla citazione emerge la concezione di A. Šachmatov dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave: egli afferma senza esitazione che vi fu un’unità baltico-slava, sia linguistica sia etnica, esistente dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea.

Aleksej Sobolevskij (1856–1929) elaborò un’ipotesi originale e interessante sulla genesi dei popoli e delle lingue slave. Affrontando il problema della formazione della protolingua slava, dedicò particolare attenzione ai riflessi dell’indoeuropeo s nelle lingue slave. Dopo i, u, r e k, l’indoeuropeo s nelle lingue slave divenne ch; in tutte le altre posizioni rimase inalterato. A. Sobolevskij assolutizzò questa legge fonetica e concluse che la protolingua slava fosse una combinazione di due lingue: la lingua s e la lingua ch12.

La lingua ch apparteneva al ramo delle lingue iraniche ed era probabilmente una delle altre pronunce della lingua. Da quella lingua derivarono parole con ch al posto di s. La lingua s, secondo A. Sobolevskij, era invece «vicina alle lingue baltiche, con le quali in precedenza aveva costituito un’unica lingua, slavo-baltica, o slavo-lituana»13. A essa appartenevano parole e forme con s al posto dell’antico s; nella lingua baltico-slava non si verificò mai questo mutamento in ch.

Pertanto A. Sobolevskij era convinto che i popoli baltici e slavi avessero parlato un tempo la stessa lingua. Secondo lui, quella lingua baltico-slava unitaria era esistita fino agli inizi della nostra era, cioè fino al momento in cui gli Sciti si incontrarono con i Baltico-slavi presso il Mar Baltico.

A. Sobolevskij non poteva dire altro sui Baltico-slavi ipotetici e sulla loro lingua: «Da dove giunsero sulle rive del Baltico gli antenati dei popoli di lingua s, i Baltico-slavi

11 А. Шахматов, Очерк древнейшего периода истории русского языка, „Энциклопедия славянской филологии“, вып. II, Петроград, 1915, p. IX.

12 А. Н. Соболевский, Русско-скифские этюды, ИОРЯС, 27, 1924, p. 334.

13 А. Н. Соболевский, op. cit., p. 334.

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popolo, non lo sappiamo; difficilmente proveniva da occidente, sud-ovest o oriente. Non abbiamo motivo di cercarlo neppure tra i popoli menzionati da Erodoto». E il popolo che parlava la lingua ch-, a suo parere, era un antico abitante della costa baltica, che diede il nome anche al fiume Nemunas14.

L’ipotesi di A. Sobolevskij suscitò aspre critiche e fu respinta15. Sia all’ipotesi di A. Šachmatov sia a quella di A. Sobolevskij mancava una solida argomentazione fondata sull’analisi dei dati linguistici baltici e slavi. L’esempio di A. Šachmatov e A. Sobolevskij sembrava confermare le parole di K. Būga, secondo cui, per affrontare questioni relative alla genesi delle lingue, è innanzitutto necessario studiare a fondo le lingue stesse.

Il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave nel terzo e quarto decennio del XX secolo

Nel terzo e quarto decennio del XX secolo gli studiosi si dedicarono soprattutto allo studio delle lingue baltiche e slave. Esaminando questioni specifiche di fonetica, accentologia, morfologia e lessicologia, i ricercatori formulavano anche conclusioni di carattere più generale, riguardanti i rapporti più antichi tra queste lingue. Questo approccio induttivo alla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, fondato sull’analisi di un’ampia base di dati, ebbe un’importanza metodologica straordinaria.

Di grande importanza per lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave furono lo studio di N. van Wijk, dedicato alle origini dei sistemi accentuali e intonativi di queste lingue1, e il dizionario delle lingue baltiche e slave di R. Trautmann2.

Nell’introduzione al suo libro, Nikolaj van Wijk (1880—1941) osservò che tra le teorie di A. Schleicher e di J. Rozwadowski non vi era alcuna differenza di principio: entrambi gli studiosi riconoscevano un «periodo baltoslavo». N. van Wijk aggiunse poi deliberatamente che anche la teoria di A. Meillet non differiva molto da quella di A. Schleicher, sebbene a prima vista la differenza potesse sembrare notevole. Infatti, secondo A. Meillet, i dialetti baltoslavi (si può dire anche «protalingua») erano esistiti nella comunità linguistica indoeuropea fino alla sua disgregazione, mentre A. Schleicher, come mostra il suo schema dell’«albero genealogico delle lingue», ne riconosceva l’esistenza anche dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea (con il termine di A. Schleicher, della protalingua). N. van Wijk stesso riteneva che quei dialetti della comunità linguistica indoeuropea da cui in seguito si formarono le lingue baltiche e slave costituissero un insieme piuttosto compatto (zusammenhängendes), benché differenziato dialettalmente (Ganzes), anche quando altri gruppi di lingue indoeuropee, per esempio quello indo-iranico, si erano già separati. Questo continuum, a quanto pare, non durò a lungo, poiché non lasciò tracce più evidenti nelle lingue conosciute. Perciò, afferma N. van Wijk, sul piano pratico possiamo ignorare l’unità linguistica baltoslava teoricamente possibile3.

Dopo aver ricostruito per i dialetti protobalti e protoslavi due intonazioni — il circonflesso e l’acuto — N. van Wijk osservò che «ciò non dimostra in alcun modo

14 A. H. Соболевский, op. cit., p. 332.

15 Kritišką A. Sobolevskio hipotezės įvertinimą yra davęs A. Pogodinas, žr. А. Л. Погодин, Теория акад. А. Н. Соболевского о двояком происхождении славянского племени, „Slavia“, 9, 1930—1931.

1 N. van Wijk, Die baltischen und slavischen Akzent- und Intonationssysteme (Ein Beitrag zur Erforschung der baltisch-slavischen Verwandtschaftsverhältnisse), Amsterdam, 1923.

2 R. Trautmann, Baltisch-slavisches Wörterbuch, Göttingen, 1923.

3 N. van Wijk, Die baltischen und slavischen Akzent- und Intonationssysteme, 2. Aufl., ’s—Gravenhage, 1958, p. 13.

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una parentela più stretta tra i due gruppi linguistici, perché: 1) la qualità delle intonazioni prot baltiche e prot slave può essere determinata solo in modo molto approssimativo; 2) rapporti intonativi simili si riscontrano anche in greco»4.

Il «Dizionario delle lingue baltiche e slave» di Reinhold Trautmann (1883—1951) è la raccolta più ampia e completa del lessico delle lingue baltiche e slave. È costituito soprattutto da parole comuni alle lingue baltiche e slave, sebbene vi siano incluse anche parole che esistono soltanto in uno dei due gruppi linguistici o persino in una sola lingua. Ciò avvenne, a quanto pare, perché R. Trautmann era convinto dell’esistenza di un’unità delle lingue baltiche e slave (baltisch-slavische Sprachgemeinschaft)5: a suo avviso, parole delle lingue baltiche che oggi non hanno corrispondenti nelle lingue slave avrebbero potuto esistere anticamente anche in quelle slave.

Gran parte del lessico presentato da R. Trautmann non può essere considerata baltoslava: una parte delle parole comuni ai due gruppi linguistici ha corrispondenti in altre lingue indoeuropee e pertanto è stata probabilmente ereditata dalla comunità linguistica indoeuropea; una parte appartiene soltanto a un gruppo linguistico o persino a una singola lingua.

Il dizionario di R. Trautmann fu importante per lo studio del lessico delle lingue baltiche e slave, nonché dei rapporti più antichi fra queste lingue. Tuttavia, oltre a ciò, ebbe anche un certo effetto negativo sulla soluzione della questione dei loro rapporti più antichi. Gli studiosi furono suggestionati dal semplice fatto che fosse stato compilato un dizionario di quel genere: se dal lessico delle lingue baltiche e slave si può ricavare un dizionario così ampio, non può esservi alcun dubbio sull’esistenza di un’unità fra quelle lingue! Un esempio lampante è costituito dalle seguenti parole di F. Specht: «Dopo la pubblicazione del “Dizionario delle lingue baltiche e slave” di R. Trautmann, non dovrebbe più esservi alcun dubbio sul fatto che le lingue baltiche e slave abbiano vissuto in passato uno sviluppo comune, spiegabile soltanto con la teoria di una protolingua baltica e slava»6.

Si pone la questione di quale sia, in realtà, il valore del lessico nello studio dei rapporti di parentela fra le lingue. A questo proposito, è opportuno ricordare le tesi di A. Meillet sullo sviluppo del lessico delle lingue baltiche e slave. Nell’affrontare le questioni dei rapporti più antichi fra le lingue baltiche e slave e del valore del lessico, e tornando più volte al dizionario di R. Trautmann, nell’articolo «L’origine del vocabolario slavo: I. — Il problema dell’unità balto-slava»7, egli osservò:

1. Gli elementi perduti caratterizzano il vocabolario tanto quanto quelli conservati. Le lingue baltiche e slave hanno perduto molte antiche parole indoeuropee, sostituendole con parole nuove. Per esempio, le lingue baltiche e slave hanno perduto l’antica denominazione di «padre» (s. ind. pitá, gr. πατήρ, lat. pater). Al suo posto i baltici cominciarono a usare una nuova formazione: lit. tėvas, lett. tēvs e pr. tāws, mentre gli slavi usarono il paleoslavo ot-bьcь, di origine espressiva (per il suffisso, cfr. l’aggettivo paleoslavo ot-bьjь «del padre»). Il fatto che le lingue baltiche e slave abbiano perduto le parole antiche e creato al loro posto sostituti diversi mostra che baltici e slavi avevano condizioni di vita simili e che le loro lingue si sono evolute parallelamente.

2. Le corrispondenze lessicali fra le lingue baltiche e slave non dimostrano che queste abbiano condiviso un periodo di vita comune successivo all’epoca indoeuropea, poiché il lessico comune baltico e slavo è ereditato dai dialetti della comunità linguistica indoeuropea; cfr., per esempio, lit. miglà, paleosl. mbgla e gr. ο-μίχλη8.

4 N. van Wijk, op. cit., p. 46.

5 R. Trautmann, op. cit., p. V.

6 F. Specht, Zur baltisch-slavischen Spracheinheit, KZ, 62, 1934, p. 248.

7 A. Meillet, Les origines du vocabulaire slave: I. — Le problème de l’unité balto-slave, RÉSI, 5, 1925, p. 5—13.

8 A. Meillet, loc. cit.

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3. Lo sviluppo parallelo delle lingue baltiche e slave è indicato dai formanti derivazionali del lessico. Per esempio, nei derivati di nomina instrumenti i baltici hanno il suffisso *-tlo- (lit. -kla-), mentre gli slavi hanno il suffisso *-dhlo; cfr. lit. árklas e sl. ant. ralo, ceco rádlo. Questi suffissi sono simili, ma non identici, ed entrambi sono antichi: il primo corrisponde al lat. -culum (cfr. lat. pōculum «coppa»), il secondo al lat. -bulum (cfr. lat. pābulum «foraggio») e al gr. -θλον (cfr. gr. γένεθλον).

4. Una notevole differenza tra le lingue baltiche e slave è che le lingue baltiche hanno conservato meglio il lessico indoeuropeo di quelle slave. Per esempio, le lingue baltiche hanno conservato bene i termini per «essere umano» e «uomo» (cfr. lit. ant. žmuo, pruss. smoy e lat. hemō o homō, got. guma; lit. vyras, lett. vīrs, pruss. wijrs e ind. ant. vīráḥ, lat. vir, irl. ant. fer, got. wair), mentre le lingue slave li hanno perduti.

Concludendo il suo articolo, A. Meillet scrive: «La parte indoeuropea del lessico delle lingue baltiche e slave deriva da uno stesso gruppo di dialetti indoeuropei. Tuttavia, basta sfogliare il Baltisch-slavisches Wörterbuch di Trautmann per convincersi che tra la comunità linguistica indoeuropea e l’epoca storica delle lingue baltiche e slave non vi fu alcun periodo durante il quale si formò un patrimonio lessicale comune a entrambi i gruppi linguistici. Vi è parallelismo, non unità»⁹.

È interessante che l’opinione di A. Meillet sul lessico delle lingue baltiche e slave sia molto vicina a quella di K. Būga: entrambi gli studiosi ritengono che il lessico comune di queste lingue sia: 1) derivato dai dialetti della comunità linguistica indoeuropea e 2) sorto indipendentemente, in parallelo, mentre i due gruppi linguistici vivevano da tempi antichi in stretta vicinanza.

In realtà, per spiegare il lessico comune delle lingue baltiche e slave non è affatto necessario riconoscere un’unità linguistica balto-slava: per la formazione di tale lessico furono sufficienti i diversi contatti che baltici e slavi ebbero nel corso della loro storia. Inoltre, nel valutare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, non si deve sopravvalutare l’importanza del lessico, poiché il vocabolario, come è noto, è la parte più mutevole del sistema linguistico.

Per sostenere la teoria dell’unità delle lingue baltiche e slave, oltre all’argomento lessicale, Franz Specht (1888—1949) invocò alcune caratteristiche grammaticali comuni da lui individuate¹⁰, quali: la sostituzione del locativo singolare dei pronomi dimostrativi con l’accusativo accompagnato da una posposizione (lit. tamē=sl. ant. tomb da *tamen), la netta distinzione tra i temi in men e in n, la perdita dei nomina agentis maschili con il formante *-tēr- (cfr. indoeuropeo *patēr e lit. tėvas, sl. ant. отbь), ecc.

N. van Wijk, R. Trautmann e F. Specht affrontarono la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave basandosi sulle conclusioni delle proprie ricerche specifiche. I neolinguisti italiani seguirono una strada del tutto diversa. In accordo con i principi teorici della loro linguistica generale, cercarono soprattutto di determinare il carattere delle lingue baltiche e slave.

In un primo momento Vittore Pisani riconobbe¹¹ che, dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea, le lingue baltiche e slave attraversarono un periodo comune di sviluppo. Secondo V. Pisani, le isoglosse delle lingue baltiche e slave, che attraversano il territorio di tali lingue, consentono di supporre che i territori baltico e slavo rimasero uniti per un periodo piuttosto lungo dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea. V. Pisani chiamava il periodo comune di sviluppo di queste lingue comunità

⁹ A. Meillet, op. cit., p. 13.

¹⁰ F. Specht, op. cit., p. 248—259.

¹¹ V. Pisani, Balto e slavo, StB, 2, 1932, p. 1—22 (= Linguistica generale e indoeuropea, Milano, 1947, p. 65—82).

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epoca (ma non protolingua), che egli datava approssimativamente tra il V secolo a. C. e il IV secolo d. C. In seguito, tuttavia, le opinioni di V. Pisani cambiarono: riteneva che, sulla base del sistema delle isoglosse, fosse difficile parlare di una comunità baltico-slava; altrettanto difficile era parlare di una protolingua baltica e slava, poiché, a quanto pare, non era mai esistita12.

Un altro neolinguista italiano, Matteo Bartoli (1874—1946), dopo aver analizzato alcune corrispondenze tra le lingue baltiche e slave, giunse alla conclusione che la collocazione cronologica delle lingue baltiche fosse determinata dal fatto che in esse i neologismi preistorici erano più numerosi che nelle lingue germaniche e molto meno numerosi che nell’antica lingua indiana13. Non condividendo la conclusione di M. Bartoli, Giuliano Bonfante espresse l’opinione14 che le lingue baltiche, soprattutto il lituano, fossero al tempo stesso arcaiche e conservative, mentre le lingue slave fossero conservative, ma non arcaiche. G. Bonfante indicò alcuni arcaismi, aggiungendo al contempo che neppure le lingue baltiche erano state risparmiate dalle ondate d’innovazione provenienti dal centro (dalle lingue greca, armena ecc.)15.

Il linguista norvegese Christian Stang non solo analizzò le relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave, ma scrisse anche importanti opere in cui illustrò la storia del verbo e dell’accentologia delle lingue baltiche e slave.

In un suo articolo16 Chr. Stang sollevò la questione: che cosa significa, in definitiva, il concetto di «unità linguistica»? A suo parere, l’unità linguistica può essere intesa in due modi:

1) un’unità caratterizzata da divergenze individuali (non dialettali né sociali);

2) un’unità in cui i parlanti sentono che la loro lingua è una sola e la stessa, benché suddivisa in dialetti (secondo questa definizione, per esempio, il tedesco è una sola lingua, mentre lo svedese e il norvegese sono due, benché la differenza tra questi ultimi sia minore di quella tra i dialetti della Germania settentrionale e meridionale; un’unità linguistica di questo tipo, secondo Chr. Stang, si fonda su rapporti politici e culturali).

Dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea, non poteva esservi un’unità del primo tipo tra le lingue baltiche e slave, perché, per esempio, l’esito dell’ide. s dopo k, r, i, u avvicina le lingue slave a quelle indo-iraniche. Sulla base dei dati della scienza linguistica, non è possibile dimostrare che dopo la suddetta dissoluzione vi fosse tra queste lingue un’unità del secondo tipo.

Chr. Stang descrive così le relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave: le lingue baltiche e slave derivano, si può dire, dallo stesso dialetto indoeuropeo. Tra esse, tuttavia, sussistono differenze molto antiche: diverso esito dell’ide. s dopo k, r, i, u (cfr. p. 81 ss. del presente lavoro), diversi dettagli del fenomeno satəm (cfr. il lituano klausyti e lo slavo slyšati, cfr. p. 186 ss. del presente lavoro) ecc. In seguito, quando la comunità linguistica indoeuropea si disgregò, le lingue baltiche e slave attraversarono un certo periodo durante il quale i loro territori furono attraversati da diverse nuove isoglosse. Alcune interessarono l’intero territorio di queste lingue, altre soltanto una parte. Tra tali isoglosse figurano il passaggio di r, l, m, n a ir, il, im, in e ur, ul, um, un (cfr. p. 76 del presente lavoro), il tipo verbale in -auju: -ųja, il nomen agentis lituano artōjas, prussiano artoys, antico slavo ecclesiastico ratajь ecc. Finché, secondo Chr. Stang, rimane la possibilità che si formino nuove

12 V. Pisani, Glottologia indoeuropea, Torino, 1949, p. 26.

13 M. Bartoli, Il carattere conservativo dei linguaggi baltici, StB, 3, 1933, p. 1—26.

14 G. Bonfante, „Arcaico“ e „conservativo“ nel gruppo baltico, StB, 5, 1935—1936, p. 30—37, plg. „Indogermanisches Jahrbuch“, 21, 1937, p. 326.

15 Per maggiori dettagli, cfr. B. H. Топоров, Из истории изучения древнейших балто-славянских языковых отношений, p. 22—25.

16 Chr. Stang, Einige Bemerkungen über das Verhältnis zwischen den slavischen und baltischen Sprachen, NTS, 11, 1939, p. 85—98.

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alle isoglosse, si può parlare di un’area isoglossica vivente (lebendiges Isoglossengebiet).

Nel 1963 Chr. Stang dettaglia e concretizza le proprie opinioni sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave17. Esprime l’opinione che il diverso destino dell’ide. s dopo k, r, i, u e alcuni diversi riflessi del satam-fenomeno (klaušyti: sly-šāti) nelle lingue baltiche e slave non risalgono, per antichità, all’epoca della comunità linguistica ide.

Dopo aver esaminato alcune innovazioni delle lingue baltiche e slave, Chr. Stang conclude che, dopo la dissoluzione della comunità linguistica ide., queste lingue formarono un’area dialettale unitaria (Dialektgebiet), nella quale si produssero innovazioni linguistiche e per la quale si può usare l’espressione «lingue baltico-slave» («Baltisch-slavisch»). D’altra parte, a suo avviso, va riconosciuto anche che in quest’area dialettale si incrociavano alcune antiche isoglosse che separavano i dialetti baltici da quelli slavi. La disgregazione dell’area dialettale baltico-slava avvenne per fasi, poiché esistono isoglosse che comprendono, alcune, l’area slavo-baltica orientale e, altre, quella slavo-prussiana.

Nei suoi lavori Chr. Stang usa spesso l’espressione «lingue baltico-slave». Nel libro «L’accentuazione delle lingue slave»18 si precisa che non usava il termine «lingue baltico-slave» («Balto-Slavonic») nel senso di una lingua assolutamente omogenea. Con questo termine intendeva «un’area dialettale sufficientemente omogenea, nella quale i cambiamenti linguistici sorti possono estendersi a tutta l’area oppure a una sua parte»19. Questa opinione di Chr. Stang sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è stata confermata dalle conclusioni principali del suo libro «Il verbo slavo e baltico»20. In passato le somiglianze tra i sistemi verbali baltici e slavi dovevano essere molto maggiori, e i loro sistemi del presente dovevano essere molto simili dopo la dissoluzione della comunità linguistica ide.21 In seguito, a causa di diverse tendenze evolutive, i sistemi verbali di queste lingue si sono allontanati l’uno dall’altro.

Chr. Stang mette in luce anche importanti differenze strutturali tra i verbi delle lingue baltiche e slave. Le lingue baltiche, come quelle germaniche, non hanno l’aoristo sigmatico e, a quanto pare, non lo hanno mai avuto. L’aoristo sigmatico slavo coincide in larga misura con quello indo-iranico: entrambi presentano il grado allungato del vocalismo radicale. A questo proposito Chr. Stang constata che, per quanto riguarda l’aoristo, le lingue baltiche e slave appartenevano forse a sfere geografiche diverse. Nelle lingue slave manca il preterito con radice lunga, presente nelle lingue baltiche, germaniche, celtiche, italiche e albanesi. Nelle lingue baltiche è diffuso il futuro sigmatico, che manca nelle lingue slave. In queste ultime la funzione del futuro è stata assunta dal presente perfettivo, perciò il futuro sigmatico non era più necessario.

L’analisi di Chr. Stang mostra che alcuni tipi strutturali e categorie (per esempio, i verbi nasali e in i-tema, l’ottativo) sono piuttosto il risultato di uno sviluppo convergente o persino parallelo.

Dalla rassegna degli studi sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave condotti negli anni Venti e Trenta del XX secolo emerge che i ricercatori di questo periodo, ad eccezione di R. Trautmann e F. Specht, non trovano dati che consentano di riconoscere una non più-

17 Chr. Stang, Über das Verhältnis zwischen slavischen und baltischen Sprachen, „Prace językoznawcze“, 5, 1963, p. 393–394.

18 Chr. S. Stang, Slavonic accentuation, Oslo, 1957.

19 Chr. S. Stang, op. cit., p. 174.

20 Chr. S. Stang, Das slavische und baltische Verbum, Oslo, 1942.

21 Chr. S. Stang, loc. cit., p. 268, 271.

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una unità linguistica baltico-slava. Al contrario, lo studio di fenomeni accentologici e morfologici concreti ha permesso di giungere a conclusioni che indicavano che i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave erano di natura di contatto.

Lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave negli anni del dopoguerra

Lo studio dei problemi relativi ai rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave si intensificò dopo la seconda guerra mondiale. Furono pubblicati diversi articoli dedicati specificamente a questo problema. I rapporti più antichi tra queste lingue sono caratterizzati anche in più di una vasta opera di storia delle lingue baltiche o slave. Il libro di E. Fraenkel, «Le lingue baltiche», pubblicato nel 19501, diede l’impulso alla pubblicazione di un articolo di J. Endzelin, al quale a sua volta risposero J. Otrębski, A. Zenas e altri (si veda oltre). Si sviluppò, si può dire, una certa discussione. I rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave furono dibattuti con particolare intensità in preparazione del IV Congresso internazionale degli slavisti, tenutosi a Mosca.

Negli anni del dopoguerra, lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave si caratterizza per l’analisi dettagliata delle somiglianze note e di quelle nuove, nonché delle differenze tra queste lingue, e per l’attenzione alla loro cronologia. Inoltre, in questo periodo si tende a evitare la formulazione di ipotesi che reinterpretino in modo nuovo i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave; ci si limita a modificare le teorie formulate tra il 1908 e il 1912, ad argomentarle più dettagliatamente o a sottoporle a critica.

Nel 1946 apparvero i lavori di due linguisti polacchi dedicati al problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave2: l’articolo di J. Safarewicz «Sul problema della comunità baltico-slava»3 e il libro di T. Lehr-Spławiński «Sull’origine e la patria ancestrale degli Slavi»4.

Nel suo articolo Jan Safarewicz constatò che, da un lato, innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave come la formazione del presente da radici aoristiche (cfr. il lituano duomi, lo slavo antico damъ e l’indiano antico dādam, il gr. ἔδομεν), e la derivazione del tipo minėti dalla radice del perfetto *men-, sono molto antiche e pertanto non potevano essere comparse in seguito a un nuovo riavvicinamento delle lingue baltiche e slave. Sostenendo questa tesi, J. Safarewicz aveva senza dubbio in mente la teoria della convergenza di J. Endzelin. A suo parere, innovazioni di questo tipo e simili dimostrerebbero che probabilmente vi fu un’epoca di comunità linguistica, esistita immediatamente dopo la comunità linguistica indoeuropea, proseguendola5. D’altra parte, differenze antiche tra le lingue baltiche e slave, come l’uso del suffisso del presente *-do (cfr. lo slavo antico idǫ e il lituano eimi, il lituano vėrda, assente nelle lingue slave), secondo J. Safarewicz indicano che l’epoca di comunità tra queste lingue (okres wspólnoty) non fu di lunga durata. Egli ritiene che la comunità baltico-slava si sia disgregata non per effetto di contatti geografici, ma a causa dell’invasione delle tribù iraniche.

In seguito, le osservazioni di J. Safarewicz sull’unità linguistica baltico-slava divennero ancora più critiche6. Nel 1961 scrive che «l’esistenza di un’epoca di comunità baltico-slava non è affatto certa»7. In seguito J. Safarewicz osserva che le somiglianze tra le lingue baltiche e slave

1 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen, Heidelberg, 1950.

2Durante gli anni della guerra era apparso l’articolo di H. Pedersen «Et baltoslavisk problem» (In memoriam Kr. Sandfeld, København, 1943), che l’autore di questo lavoro, purtroppo, non ha avuto occasione di consultare.

3 J. Safarewicz, Przyczynki do zagadnienia wspólnoty bałto-słowiańskiej, „Sprawozdania z czynności i posiedzeń Polskiej Akademii Umiejętności“, 46, 1946, p. 199–202.

4 T. Lehr-Splawiński, O pochodzeniu i praojczyźnie słowian, Poznań, 1946.

5 J. Safarewicz, op. cit., p. 200.

6 J. Safarewicz, Bałto-słowiańskie stosunki językowie, „Słownik starożytności słowiańskich“, I, 1 (A–B), Wrocław–Warszawa–Kraków, 1961, p. 79–80.

7 J. Safarewicz, op. cit., p. 79.

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sono maggiormente simili a innovazioni parallele sorte indipendentemente (cfr. la desinenza del genitivo singolare dei sostantivi in -o: lituano -o, slavo antico -a e prussiano -as). Persino una caratteristica baltica e slava così evidente come gli aggettivi pronominali è da lui considerata formatasi indipendentemente in ciascuno dei due gruppi linguistici. Secondo J. Safarewicz, all’epoca della comunità baltico-slava risalgono soltanto gli inizi di questo fenomeno. Egli ritiene che le lingue baltiche e slave derivino da un unico dialetto della comunità linguistica indoeuropea e che l’epoca della comunità baltico-slava, se naturalmente è esistita, possa essere durata nella prima metà del II millennio a. C.

Un altro linguista polacco, Tadeusz Lehr-Splawiński (1891–1965), affrontò la questione dei più antichi rapporti tra le lingue baltiche e slave da una prospettiva un po’ diversa. Nel libro «Sull’origine e la patria ancestrale degli Slavi» espose sinteticamente la propria concezione: «gli antenati degli Slavi e dei Baltici attraversarono un tempo un’epoca di sviluppo linguistico comune, che proseguì anche dopo che i contatti con gli altri gruppi dialettali indoeuropei si erano già interrotti9. T. Lehr-Splawiński si basa sul principio metodologico secondo cui le innovazioni indicano con molta maggiore certezza uno sviluppo linguistico comune rispetto agli arcaismi protoindoeuropei, che, a suo parere, avrebbero potuto facilmente conservarsi anche nello sviluppo autonomo di quelle lingue. A sostegno della propria tesi, T. Lehr-Splawiński elenca alcuni mutamenti innovativi comuni alle lingue baltiche e slave in fonetica, morfologia e lessico. Considera tuttavia l’argomento più importante le somiglianze lessicali, che, a suo parere, sono così numerose da costituire un ampio dizionario etimologico delle lingue baltiche e slave (con ben 1600 voci; si fa riferimento al dizionario di R. Trautmann).

Secondo T. Lehr-Splawiński, le antiche differenze morfologiche e soprattutto lessicali non confermano la tesi dell’unità originaria delle lingue baltiche e slave. In primo luogo, queste differenze mostrano che i dialetti indoeuropei parlati dagli antenati dei Baltici e degli Slavi all’epoca della comunità linguistica indoeuropea erano imparentati, ma differivano notevolmente sia nella struttura grammaticale sia nel lessico. Ciò non impedì affatto la formazione di tendenze comuni di sviluppo, attive anche dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea e che in seguito avvicinarono i due gruppi dialettali durante la loro epoca comune. In secondo luogo, le antiche differenze tra le lingue baltiche e slave dimostrano che l’epoca comune baltico-slava (doba wspólności językowej bałto-słowiańskiej) ebbe luogo in un passato molto remoto. A questa epoca subentrò una fase piuttosto lunga di sviluppo autonomo e indipendente dei dialetti protobaltico e protoslavo, durante la quale si formarono tendenze divergenti nella struttura grammaticale e aumentarono le differenze lessicali, in parte ereditate già dalla comunità linguistica indoeuropea. In quel periodo i contatti tra i due gruppi dialettali si indebolirono notevolmente, senza tuttavia interrompersi del tutto. Dopo qualche tempo, tali contatti si ravvivarono e il loro riflesso furono i prestiti delle lingue baltiche dalle lingue slave e di quelle slave dalle baltiche.

Questa concezione di T. Lehr-Splawiński10, esposta nel libro del 1946 «Sull’origine e la patria ancestrale degli Slavi», fu sviluppata negli anni successivi in numerosi articoli11, ma nella sostanza rimase invariata.

8 J. Safarewicz, op. cit., p. 80.

9 T. Lehr-Splawiński, op. cit., p. 23.

10 Jos kvintesencija žr. ВЯ, I, 1958, p. 37–41 ir „Сборник ответов на вопросы по языкознанию (К IV Международному съезду славистов)“, М., 1958, p. 152–157.

11 Per la bibliografia dei lavori di T. Lehr-Splawiński pubblicati tra il 1946 e il 1955, cfr. V. Falkenhahn, ZfSl, 2, 1956, p. 49–88; per la bibliografia delle sue opere (tra cui quelle sulla questione dei più antichi rapporti tra le lingue baltiche e slave) uscite tra il 1951 e il 1961, cfr. «Studia linguistica in honorem Thaddaei Lehr-Splawiński», Warszawa, 1963, p. 7–8.

29

Va menzionato l’articolo di T. Lehr-Splawiński in cui egli tenta di caratterizzare i dialetti indoeuropei da cui ebbero origine le lingue baltiche e slave12.

Secondo T. Lehr-Splawiński, i dialetti indoeuropei dai quali si formarono in seguito le lingue baltiche e slave non costituivano, all’epoca della comunità linguistica indoeuropea, un’unità compatta, ma erano composti da diverse varietà strettamente imparentate, che presentavano differenze piuttosto numerose. Per caratterizzare la base dialettale indoeuropea delle lingue baltiche e slave, T. Lehr-Splawiński presenta le seguenti caratteristiche che ne rivelano l’eterogeneità:

I. Fenomeni caratteristici delle lingue baltiche e ignoti a quelle slave:

a) le lingue baltiche, come tutte le lingue indoeuropee occidentali (tranne quelle germaniche), distinguono l’indoeuropeo ō e ā, mentre nelle lingue slave, come in quelle indo-iraniche e germaniche, le vocali lunghe indoeuropee confluirono (cfr. questo lavoro, p. 61 e segg.);

b) il nesso indoeuropeo sr- è rimasto intatto in lituano (cfr. il lituano sraujà e l’antico indiano srá-vati), mentre in lettone, prussiano, slavo e in tutte le lingue indoeuropee occidentali si è trasformato in str- (cfr. l’antico slavo struja13);

c) diversa formazione del numerale «primo», cfr. il lituano pìrmas, il prussiano pirmas, l’inglese antico forma, l’antico sassone formo (suffisso *-mo-) e l’antico slavo prъvъ (suffisso *-uo-, come nelle lingue indo-iraniche, tocarie e, probabilmente, illiriche);

d) diversa formazione dei numerali «undici» e «dodici», cfr. il secondo elemento *-leig- (lituano vienúolika, dvýlika, gotico ainlif, twalif, alto tedesco antico einlif, zwalif) e la costruzione sintattica dell’antico slavo (jedinъ na desęte, dъva na desęte);

e) il prussiano ha conservato la desinenza indoeuropea mediale della 1ª persona -mai (prussiano asmai «sono», cfr. il greco -μαι).

II. Fenomeni caratteristici delle lingue slave e ignoti a quelle baltiche:

a) nelle lingue slave, come in quelle indo-iraniche, l’ide. s dopo k, r, i, u è diventata (š>) ch, mentre in lituano ciò è avvenuto solo dopo r, k (cfr. sl. ant. mъchъ, ucho e lit. músos, ausis; per maggiori dettagli, cfr. p. 81 ss.);

b) nomina agentis con il suffisso -telb (cfr. itt. -talla-);

c) il suffisso *-es-, come in ittita, nei nomi delle parti del corpo (cfr. sl. ant. ucho ušese, oko očese);

d) il suffisso degli astratti aggettivali -ostb (cfr. itt. -ašti)14;

e) la formazione di aggettivi deverbali con funzione participiale mediante il suffisso *-lo- (cfr. sl. ant. bylъ e itt. dalugmūla da dalugnu- «allungare»)14;

f) l’uso dei suffissi *-no- || *-io per formare verbi intransitivi e transitivi dalla stessa radice, comune con le lingue germaniche (cfr. sl. ant. užasnąti: užasiti e got. usgeisnan: usgaisjan);

g) la desinenza -é della 1ª persona del perfetto (sl. ant. vedě=lett. vidē) e la conservazione della desinenza mediale della 3ª persona -tъ < *-tor.

Queste antiche differenze tra le lingue baltiche e slave mostrano che, al momento della disgregazione della comunità linguistica ide., i dialetti baltici e slavi si distinguevano per numerose caratteristiche grammaticali. Poiché per lunghi secoli i territori delle lingue baltiche e slave furono direttamente confinanti — circostanza che, senza dubbio, accelerò il processo di livellamento delle differenze e di formazione delle somiglianze —, al momento della disgregazione della comunità linguistica ide. le differenze potrebbero essere state molto più numerose e marcate, secondo T. Ler-Slavinskio.

12 T. Lehr-Splawiński, Podstawy indoeuropejskie wspólnoty językowej bałto-słowiańskiej, „Z polskich studiów slawistycznych“, Warszawa, 1958, p. 125—136.

13 In lituano esistono anche esempi con str-, cfr. lit. strañjas «veloce (detto dell’acqua)», strėbti, stragùs.

14 Sembra che anche le lingue baltiche abbiano questi due suffissi; cfr. lit. bjaur-astis (: bjaurùs) e dęg-las (: dègti).

30

Dalla teoria di T. Ler-Splavinskij risulta che: 1) egli fa derivare le lingue baltiche e slave da dialetti della comunità linguistica indoeuropea che non erano identici e che 2) i dialetti baltici e slavi si sono avvicinati solo in seguito. Benché, a prima vista, la teoria di T. Ler-Splavinskij ricordi la concezione della convergenza di J. Endzelin, in sostanza le due teorie differiscono notevolmente: il linguista polacco riconosceva non soltanto la parentela linguistica, ma anche quella etnica tra baltici e slavi.

André Vaillant affronta in modo analogo la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, riconoscendo senza esitazione un periodo di unità baltoslava (une période d’unité balto-slave)15. A suo giudizio, l’abbondanza di tratti comuni alle lingue baltiche e slave, specialmente di tratti sorprendenti come gli aggettivi pronominali, dimostra chiaramente che, dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea, esistette per un periodo piuttosto lungo una fase di unità linguistica baltoslava. Da un lato, lo slavista francese riconosce che le lingue baltiche differiscono da quelle slave non più di quanto lo svedese differisca dal tedesco; dall’altro, è costretto a constatare che gli slavi avvertono senza difficoltà la parentela tra le proprie lingue, mentre il lituano è per loro del tutto estraneo.

A. Vaillant è propenso a considerare i Venedi del Baltico (Vénèdes de la Baltique) baltoslavi, la cui lingua, all’inizio della nostra era, presentava ancora poche differenze. A suo giudizio, la lingua baltoslava comune va immaginata come un fascio di dialetti (un faisceau de parlers), i cui dialetti centrali e periferici differivano tra loro in misura maggiore o minore. Secondo quanto sostiene poi lo slavista francese, le tribù baltoslave si divisero in due gruppi in seguito all’irruzione, all’inizio della nostra era, delle popolazioni germaniche, in particolare dei Goti provenienti dalla Scandinavia, che in tal modo disgregarono definitivamente l’unità delle lingue baltiche e slave, già frammentata in dialetti.

A. Vaillant pone il compito di ricostruire la lingua baltoslava. In tal caso, gli studiosi delle lingue baltiche e slave dovrebbero operare con tre modelli linguistici ricostruiti: quello indoeuropeo, quello baltoslavo e quello protobaltico oppure protoslavo.

Nell’articolo «L’unità linguistica baltoslava»16 A. Vaillant ha analizzato con una certa ampiezza le somiglianze e le differenze tra le lingue baltiche e slave, sottolineando in particolare l’identità dei fatti nei quali A. Meillet ravvisava differenze tra queste lingue (per esempio nel verbo). Alla fine dell’articolo A. Vaillant pone il compito di trovare un fondamento unitario per i diversi fenomeni e fatti delle lingue baltiche e slave17. Dall’articolo risulta che A. Vaillant cerca effettivamente di individuare proprio un simile fondamento comune originario per più di un fenomeno delle lingue baltiche e slave. Alcuni fenomeni delle lingue slave formatisi in epoca successiva sembrano davvero interpretabili sulla base dei dati delle lingue baltiche. Per esempio, A. Vaillant osserva a ragione che nella flessione dell’imperfetto delle lingue slave si possono riconoscere temi ampliati con i suffissi *-ējā- e *-ājā- (cfr. slavo ecclesiastico antico vidēa- e iškaa-), che si trovano soltanto nelle lingue baltiche (cfr. lituano mylėjo ‘amava’ e ieškojo ‘cercava’). Tuttavia, il fondamento comune originario che A. Vaillant indica per altri fenomeni suscita seri dubbi. Per esempio, A. Vaillant ritiene che il lituano neša sia il risultato della fusione delle forme della terza persona singolare *nešeti e della terza persona plurale *nešanti. È difficile credere che le lingue baltiche abbiano mai avuto desinenze tematiche della terza persona singolare e plurale

15 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, Lyon—Paris, 1950, p. 13—15; Le problème de l’unité balto-slave, BSL, 51, 1955, p. XIII—XV.

16 A. Vaillant, L’unité linguistique balto-slave, „Filologija“, I, Zagreb, 1957, p. 23—35.

17 «Bisogna ritrovare l’unità iniziale là dove ha cessato di essere apparente», – A. Vaillant, op. cit., p. 34.

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della terza persona, *-ti e *-nti. Mancano i dati per dimostrarlo. È ovvio che le suddette forme della terza persona singolare e plurale sono state ricostruite da A. V. Vaillant sulla base di dati corrispondenti delle sole lingue slave; cfr. russo antico nesetb e nesoutb.

Nel 1950, anno in cui uscì la «Grammatica comparata delle lingue slave» di A. V. Vaillant, fu pubblicata anche un’opera sulla storia delle lingue baltiche: il libro di E. Fraenkel «Le lingue baltiche»18. Gli autori di entrambi i libri dedicarono notevole attenzione alla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, ma la risolsero in modi del tutto opposti. A. V. Vaillant è un convinto sostenitore della teoria dell’unità linguistica baltoslava, mentre E. Fraenkel è del parere che le somiglianze e le innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave siano sorte in seguito a una vicinanza durata a lungo.

Il celebre baltista tedesco, autore del dizionario etimologico della lingua lituana19, Ernst Fraenkel (1881—1957), nel suo libro «Le lingue baltiche» ha analizzato dettagliatamente i fenomeni comuni e distintivi della fonetica, dell’accentologia, della morfologia, della sintassi e del lessico delle lingue baltiche e slave. Per molti dei fenomeni esaminati ha presentato paralleli tratti da altre lingue indoeuropee, mostrando che essi non sono propri soltanto delle lingue baltiche e slave. Ha inoltre indicato le notevoli differenze strutturali tra le lingue baltiche e slave.

E. Fraenkel riconosce che numerose isoglosse accomunano le lingue baltiche e slave; a suo giudizio, esse sono sorte perché: 1) le lingue baltiche e slave, trovandosi lontane dal centro di relazioni e scambi attivi delle lingue indoeuropee, hanno conservato la forma antica e 2) sono state vicine per lunghi secoli20. Inoltre, nelle lingue di questi gruppi si osservano spesso mutamenti paralleli, che tuttavia, di per sé, non indicano un legame più stretto tra le lingue baltiche e slave. Si riscontrano anche differenze notevoli, soprattutto nel lessico e nella sintassi. Talvolta le lingue slave presentano meno tratti arcaici di quelle baltiche. Le lingue baltiche, slave e germaniche formerebbero un’alleanza nel senso attribuito al termine dalla scuola linguistica di Praga21.

Al libro di E. Fraenkel rispose J. Endzelin22 (cfr. p. 19 del presente lavoro), che polemizzò con E. Fraenkel su singole questioni; poco più tardi apparvero ampi articoli di J. Otrębski e A. Zenas. Per la soluzione della questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, questi articoli ricordavano i lavori apparsi nel 1950: come allora, in uno si sosteneva l’unità linguistica baltoslava, mentre nell’altro la si negava.

Nell’articolo «L’unità linguistica slavo-baltica», Jan Otrębski23 ha rivisto la sua precedente posizione sulla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. Nel 1947 scriveva che «la protolingua baltoslava non è mai esistita»24, poiché, a suo avviso, a escluderne l’esistenza era il diverso esito dell’ide. s dopo p, k, r, i, u nelle lingue baltiche e slave. Nel 1954 J. Otrębski ritiene ormai che le lingue baltiche e slave discendano dai dialetti di un unico gruppo linguistico baltoslavo. Questo gruppo va considerato un’unità derivata da un’unica lingua, a sua volta separatasi dal gruppo linguistico indoeuropeo25. Il lessico delle lingue baltiche e slave, secondo J. Otrębski,

18 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen (Ihre Beziehungen zueinander und zu den indogermanischen Schwesteridiomen als Einführung in die baltische Sprachwissenschaft), Heidelberg, 1950.

19 E. Fraenkel, Litauisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg—Göttingen, 1955 tt.

20 E. Fraenkel, op. cit., p. 75.

21 E. Fraenkel, op. cit., p. 75.

22 Я. М. Эндзелин, Древнейшие славяно-балтийские языковые связи, 1953, p. 67—82.

23 Я. С. Отрембский, Славяно-балтийское языковое единство, ВЯ, 1954, 5, p. 27—42, 6, p. 28—46.

24 J. Otrębski, „Slavia Occidentalis“, 18, 1947, p. 448.

25 Я. С. Отрембский, ВЯ, 6, p. 43.

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a suo parere, così simile che i baltici e gli slavi, parlando le proprie lingue, si sarebbero compresi a vicenda non solo nell’epoca dell’unità, ma anche per lungo tempo dopo la sua dissoluzione. Nelle lingue baltiche e slave J. Otrębski ritiene che vi fossero ovunque fenomeni identici e che si siano svolti processi analoghi: le lingue slave hanno l’aoristo sigmatico, che anche le lingue baltiche avrebbero avuto, e che in seguito sarebbe confluito nel futuro; nelle lingue slave i dittonghi oi ed ei si sono trasformati in ē e ī, e un processo analogo si sarebbe verificato anche nelle lingue baltiche, dove i dittonghi oi ed ei sarebbero diventati ie, ecc. Il punto debole dell’argomentazione di J. Otrębski è che considera contemporanei fenomeni appartenenti a epoche cronologiche diverse: la confluenza delle vocali lunghe ō e ā, la riflessazione delle sonanti sillabiche indoeuropee, la monottongazione dei dittonghi oi ed ei, la sibilazione delle consonanti velari palatali indoeuropee e lo spostamento dell’accento secondo la legge di de Saussure-Fortunatov (per alcuni di questi fenomeni si veda più ampiamente la seconda parte di questo lavoro). Inoltre, analizza i fenomeni delle lingue baltiche e slave senza metterli in relazione con fenomeni analoghi di altre lingue indoeuropee. Per esempio, la trasformazione del gruppo tt in st non può essere considerata un fenomeno caratteristico delle lingue baltiche e slave e, di conseguenza, un argomento a favore dell’unità linguistica baltico-slava, perché tale fenomeno è noto anche ad altre lingue indoeuropee (iraniche e greche). Poiché il gruppo tt si è trasformato in st piuttosto tardi (quando i singoli gruppi linguistici indoeuropei erano già formati) e quindi indipendentemente nelle lingue iraniche e greche, può essersi modificato indipendentemente anche nelle lingue baltiche e slave.

Per dimostrare la completa identità della flessione nominale delle lingue baltiche e slave, J. Otrębski ricostruisce il paradigma del numerale «tre» nelle lingue baltiche e slave, ma non tiene conto del fatto che desinenze dei casi quasi identiche si trovano anche in altre lingue indoeuropee, come quelle germaniche, l’antico indiano, ecc.

Accanito sostenitore della teoria dell’unità linguistica baltico-slava, A. Vaillant ha osservato più volte che la lingua baltico-slava va immaginata come composta da dialetti, mentre secondo J. Otrębski le lingue baltiche e slave derivano da un’unica lingua, che si sarebbe separata dal gruppo linguistico indoeuropeo e solo più tardi si sarebbe scissa in dialetti.

Alfredas Zenas28 si è decisamente opposto alla teoria dell’unità linguistica baltico-slava sostenuta da A. Vaillant, J. Otrębski e altri. Egli29 ritiene che gli antichi baltici (Urb alten) vivessero a nord delle paludi del Pripet (Pripet- oder Rokitno-Sümpfe). A ovest, a nord e a est le tribù degli antichi baltici erano circondate dai ugro-finni, mentre a sud-ovest avevano come vicini diretti gli antichi germani (Urgermanen). Le impenetrabili paludi del Pripet separavano i baltici dagli slavi, ostacolavano i loro contatti e isolavano definitivamente i baltici e la loro lingua. A. Zenas scrive che, a causa dell’impraticabilità delle paludi del Pripet, non potevano esservi rapporti diretti tra baltici e slavi30.

Gli insediamenti baltici a nord del Pripet, prosegue A. Zenas, non erano originari. I protobalti (Vorb alten) vivevano a ovest o a sud-ovest delle paludi del Pripet, dove avevano come vicini gli slavi, i germani e forse gli illiri. Qui formarono un’unità di tipo statale (staatliche Einheit), ma non una protolingua illirico-germanico-slavo-baltica (Ursprache). Perché si formasse la distinta configurazione linguistica baltica, vale a dire la loro comunità linguistica (Urbaltisch), era necessario che cambiassero i vicini dei baltici: i praslavi

26 W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, Heidelberg, 1954, p. 76–78.

27 Я. С. О тр ембский, ВЯ, 6, р. 28–29.

28 A. Senn, On the Degree of Kinship between Slavic and Baltic, „The Slavonic and East European Review“, 20, 1941, p. 251–265; Die Beziehungen des Baltischen zum Slavischen und Germanischen, KZ, 71, 1954, p. 162–188.

29 A. Senn, Die Beziehungen des Baltischen zum Slavischen und Germanischen, p. 162–188.

30 A. Senn, op. cit., p. 164.

3. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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e protogermanico (Vorslaven und Vorgermanen) – lingue, mentre la lingua dei protobaltici stessi avrebbe potuto conservare ancora il carattere «protoindoeuropeo» («urindogermanisch»).

A. Zenas ritiene che i baltici e gli slavi siano entrati in contatto soltanto dopo l’espansione degli slavi verso nord: i baltici orientali con gli slavi orientali e i prussiani con gli slavi occidentali.

A. Zenas indica le seguenti caratteristiche comuni alle lingue baltiche e slave: a) scomparsa della vocale į postconsonantica davanti a vocali anteriori, b) passaggio dei participi in nt alla declinazione in io, c) desinenza -mus del dativo plurale, d) forme del pronome personale di prima persona singolare con *mur, e) genitivo plurale del pronome personale di prima persona *nō(s)sōm31.

Tutti i tratti comuni alle lingue baltiche e slave, secondo A. Zenas, sono o arcaismi ereditati dall’epoca indoeuropea, oppure innovazioni sorte indipendentemente in ciascun gruppo linguistico.

Dall’articolo «I rapporti delle lingue baltiche con le lingue slave e germaniche» sembra che A. Zenas aderisca alla teoria del parallelismo. Tuttavia, in un articolo successivo, «I rapporti tra baltico e slavo32», A. Zenas dichiara di non essere un sostenitore della teoria del parallelismo di A. Meillet e aggiunge di non credere allo sviluppo parallelo di due lingue vicine, i cui parlanti vissero per più di mille anni in stretta simbiosi. I numerosi riscontri e le somiglianze tra le lingue baltiche e slave, a parere di A. Zenas, riflettono il fatto che in passato i russi e i polacchi esercitarono un’influenza politica e culturale sui lituani e sui lettoni.

A differenza di J. Otrębski e A. Zenas, Walter Porzig ha affrontato i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave da una prospettiva metodologica del tutto diversa. Nel libro «La disgregazione dell’area linguistica indoeuropea»33, le conclusioni dell’autore sulla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave sono particolarmente importanti non solo perché il confronto tra i rapporti reciproci di queste lingue e quelli tra altri gruppi di lingue indoeuropee (per esempio, indo-iraniche o celtico-italiche) permette di comprendere meglio in che cosa consistano i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave e quale teoria ne spieghi meglio l’origine. Tali conclusioni sono importanti soprattutto anche perché, nel descrivere i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, V. Porzig adotta un metodo del tutto diverso. Scrive: «Le nostre conoscenze consentono di concludere che i due gruppi linguistici furono vicini per tutto il tempo. Di conseguenza sorsero numerose innovazioni proprie soltanto a essi, quasi tutte di carattere lessicale e di formazione delle parole. Le lingue baltiche e slave, a quanto pare, non presentano innovazioni fonetiche né flessive. È possibile che fossero già vicine anche le aree dialettali dalle quali le lingue baltiche e slave ereditarono gran parte dei loro sistemi. Le prove dirette a sostegno di ciò sono poche. La resa dei sonanti sillabici nelle lingue baltiche e slave, avvenuta già nelle lingue separate, è identica, ma di per sé non ha alcun valore probatorio. La nostra ipotesi sulla vicinanza delle aree originarie sarebbe confermata o confutata se i due gruppi linguistici presentassero, rispetto alle altre lingue, rapporti uguali oppure spesso diversi»34.

Dalla citazione risulta che, per descrivere i rapporti tra le aree dei dialetti baltici e slavi originari, ossia i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, V. Porzig rinuncia al tradizionale argomento basato sulle somiglianze e sulle differenze tra le lingue baltiche e slave: queste lingue

31 A. Senn, op. cit., p. 185.

32 A. Senn, The Relationships of Baltic and Slavic, „Ancient Indo-European Dialects“, Berkeley and Los Angeles, 1966, p. 139–151.

33 W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, Heidelberg, 1954.

34 W. Porzig, op. cit., p. 140.

34

innovazioni che, a suo avviso, sono sorte in seguito alla lunga vicinanza tra le lingue baltiche e slave. Per questo V. Porzig, volendo caratterizzare meglio i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, li confronta con i rapporti tra altri gruppi linguistici indoeuropei. Dopo aver esaminato i rapporti tra baltico e slavo, da una parte, e le lingue indo-iraniche, dall’altra, e aver constatato che l’area di queste lingue è circondata da ventuno isoglosse, V. Porzig è giunto alla seguente conclusione: il rapporto tra le lingue indo-iraniche e baltiche è quasi equivalente a quello tra le lingue indo-iraniche e slave; dunque, nella prima metà del II millennio a.C. i rapporti tra le lingue baltiche e slave dovevano essere stretti35.

Anche il punto di vista di Antanas Salys è vicino a quello di V. Porzig. A. Salys scrive: «La somiglianza evidente e riconosciuta da tutti tra i due gruppi linguistici si spiega facilmente con il fatto che essi discendono da due dialetti indoeuropei confinanti, rimasti in contatto anche durante la fase finale della disintegrazione dell’unità linguistica indoeuropea. La migrazione dei protobalti (pre-Balts) verso nord, intorno al 2000 a.C., interruppe i contatti con i protoslavi (pre-Slavs), e per questa ragione i due gruppi linguistici cominciarono a svilupparsi autonomamente. A seguito dell’espansione degli slavi, nuovi contatti si instaurarono intorno al VI secolo d.C. a nord e un po’ prima a sud»36.

Manus Loimanas scrive degli strettissimi rapporti tra le lingue baltiche e slave. Nel suo articolo «Le lingue baltiche e slave»37 ha anzitutto rilevato che la teoria dell’unità linguistica balto-slava (die baltoslavische Theorie) è diventata vittima di una controversia di principio: si discute dei principi in base ai quali interpretare le caratteristiche comuni delle lingue baltiche e slave. In seguito, dopo aver elencato alcune caratteristiche comuni delle lingue baltiche e slave, l’autore ha dedicato la maggior parte dell’articolo all’esame dei rapporti tra i sistemi verbali di queste lingue. M. Loimanas afferma che il preterito baltico in -ā, -ē è sostanzialmente simile all’aoristo tematico e sigmatico slavo. A suo avviso, le caratteristiche verbali comuni presentate sono, senza eccezione, antiche innovazioni, che attestano uno stretto legame tra le lingue baltiche e slave.

Sulla base di queste innovazioni, M. Loimanas ritiene che, dopo la dissoluzione della comunità linguistica indoeuropea, le lingue baltiche e slave fossero unite da un considerevole fascio di isoglosse, che distingueva questi due gruppi linguistici dalle altre lingue. Pertanto, a suo avviso, l’ipotesi di uno stadio comune balto-slavo originario, dello stesso tipo di quello indo-iranico, è l’unica interpretazione adeguata di quel fascio di isoglosse38.

M. Loimanas fondava la tesi dell’unità linguistica balto-slava sulle caratteristiche comuni dei sistemi verbali, mentre J. Kurylowicz soprattutto sui rapporti prosodici.

Jerzy Kurylowicz considera i seguenti fenomeni i principali argomenti a favore della teoria dell’unità linguistica balto-slava39: a) la sostituzione dell’alternanza apofonica «grado pieno: grado zero»; b) due tipi di opposizioni eR: iR, eR: uR (dove R indica una sonante

35 W. Porzig, op. cit., p. 169.

36 A. Salys, Baltic Languages, „Encyclopaedia Britannica“, 3, 1964, p. 53.

37 M. Leumann, Baltisch und Slavisch, „Corolla linguistica, Festschrift F. Sommer“, Wiesbaden, 1955, p. 154–162.

38 M. Leumann, op. cit., p. 162.

39 J. Kuryłowicz, L’unità linguistica balto-slava, „Słownik starożytności słowiańskich (Zeszyt próbny)“, Warszawa, 1934, p. 4–7; L’apophonie en indo-européen, Wrocław, 1956, p. 209–243, 286–308; L’accentuation des langues indo-européennes, Wrocław–Kraków, II leid., 1958, p. 162–356; Sull’unità linguistica balto-slava, BPTJ, 16, 1957, p. 71–113; О балто-славянском языковом единстве, ВСЯ, 3, 1958, p. 15–49.

3*

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la comparsa di l, r, m, n); c) mutamenti quantitativi (la comparsa di nuove quantità vocaliche); d) mutamenti dell’accento e delle intonazioni.

J. Kurilowicz considera particolarmente importante innovazione le intonazioni delle lingue baltiche e slave, che definisce una caratteristica essenziale e distintiva di queste lingue40. A suo avviso, il sistema delle intonazioni greche e quello delle lingue baltiche e slave si sono formati indipendentemente l’uno dall’altro e, pertanto, non possono essere considerati ereditati dalla comunità linguistica ide. Kurilowicz ritiene che le intonazioni delle sillabe finali greche siano sorte già in epoca storica, mentre l’acuto baltico e slavo è il risultato della retrazione dell’accento su una sillaba lunga.

J. Kurilowicz, attenendosi ai principi prosodici, periodizza così la storia delle lingue baltiche e slave:

1) epoca balto-slava (dalla comparsa delle intonazioni);

2) epoca della lingua lituana (dall’entrata in vigore della legge di de Saussure);

3) epoca slava comune (dall’indebolimento degli jer e dalla comparsa del neoacuto)41.

Come M. Löhrman o J. Kurilowicz, anche P e t e r A r u m a aderisce fermamente alla teoria dell’unità linguistica balto-slava. Per sostenere questa teoria, cerca di presentare nuovi fatti. In un articolo dedicato all’analisi dei derivati con l’elemento b(h)42, P. Arumaa constatava con rammarico che i rapporti di formazione delle parole tra le lingue baltiche e slave erano stati studiati pochissimo e che i suffissi tendono generalmente a irrigidirsi, creando così un terreno fertile per il sorgere di differenze linguistiche. Tuttavia, a suo avviso, nella derivazione delle lingue baltiche e slave «si incontrano sorprendenti corrispondenze a ogni passo»43. L’allungamento delle vocali brevi, soprattutto i e u, e l’uso frequente delle vocali lunghe ū e ī, così come il sistema delle intonazioni, sono considerati da P. Arumaa fatti molto importanti per risolvere la questione dell’unità linguistica balto-slava44.

Nel primo volume della «Grammatica protoslava», pubblicato nel 196445, P. Arumaa sostiene che le lingue baltiche e slave discendono da un’area della comunità linguistica ide. piuttosto unitaria, poiché, rispetto alle altre lingue indoeuropee, presentano moltissime isoglosse comuni. Dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea, le lingue baltiche e slave formarono un’unità (sprachliche Einheit), che forse si era scissa in due dialetti principali. A giudizio di P. Arumaa, in passato le lingue baltiche e slave potrebbero essere state vicine quanto le lingue indo-iraniche. Sarebbe difficile dimostrare questa tesi perché i monumenti scritti delle lingue baltiche e slave apparvero molto tardi, da un millennio e mezzo a due millenni dopo la comparsa dei monumenti delle lingue indo-iraniche. Le numerose ricerche successive (P. Arumaa si riferisce agli studi apparsi dopo la discussione del 1908–1912) dimostrano la teoria dell’unità balto-slava come un fatto provato46. In seguito P. Arumaa osserva che non esistono dati che ci consentano di determinare l’epoca dell’unità balto-slava. Tuttavia, è incline a ritenere che nel IV secolo a.C. l’unità balto-slava (la lingua, secondo P. Arumaa) fosse già in fase di scissione.

40 J. Kuryłowicz, L’accentuation des langues indo-européennes, p. 163.

41 J. Kuryłowicz, op. cit., p. 163.

42 P. Arumaa, Die Verwandtschaftsverhältnisse zwischen Baltisch und Slavisch, ZfsIPh, 24, 1955, p. 9–28.

43 P. Arumaa, op. cit., p. 28.

44 P. Arumaa, De l’unité balto-slave, „Scando-Slavica“, 9, 1963, p. 86.

45 P. Arumaa, Urslavische Grammatik (Einführung in das vergleichende Studium der slavischen Sprachen), I. Band (Einleitung·Lautlehre), Heidelberg, 1964.

46 P. Arumaa, op. cit., p. 19–20.

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Anche Osvaldas Semerenjis ritiene che nell’antichità sia esistito un periodo di lingua comune baltico-slava (a period of common language). Nel suo ampio articolo «Il problema dell’unità baltico-slava — Rassegna critica»⁴⁷, dopo aver passato in rassegna numerose corrispondenze tra le lingue baltiche e slave e aver constatato il carattere arcaico di alcune di esse (per esempio, il suffisso dei participi passivi presenti *-mo-, cfr. lit. neša-mas, ant. sl. neso-mъ e het. ašima-, «amato»), giunse alla conclusione che le seguenti corrispondenze sono da considerarsi innovazioni delle lingue baltiche e slave: 1) la palatalizzazione; 2) la comparsa della vocale i e (dopo le consonanti velari) di u davanti a l, m, n, r ide.; 3) il passaggio a š della s ide. dopo k, r, i e u; 4) le innovazioni accentuali; 5) gli aggettivi pronominali; 6) la declinazione in jo dei participi; 7) la desinenza *-ā(t) del genitivo singolare dei sostantivi in o; 8) nuovi suffissi dei gradi dell’aggettivo; 9) la radice *men- (*mun-) del pronome di prima persona singolare e il genitivo plurale *nōsōm; 10) i pronomi *tos/*tā al posto di ide. *so/*sā; 11) il paradigma del presente *dōmi, *dōsi, *dōst-, *dōdṇ-; 12) i temi del passato in -ē e -ā; 13) verbi con lit. -āuju = e ant. sl. -uja; 14) il lessico comune⁴⁸.

Secondo O. Semerenjis, queste più importanti innovazioni delle lingue baltiche e slave non possono essere spiegate come frutto del caso o di sviluppi paralleli. Vadinasi, esse indicano che tra i Balti e gli Slavi vi fu un periodo comune di lingua e di vita⁴⁹.

Occorre tuttavia aggiungere che alcune delle corrispondenze tra le lingue baltiche e slave elencate da O. Semerenjis non possono, a quanto pare, essere considerate innovazioni. Antai, la lingua gotica presenta la declinazione in jo dei participi; la s ide. dopo k, r, i, u è diventata š anche nelle lingue indo-iraniche, e inoltre vi sono elementi per ritenere che tale processo si sia svolto indipendentemente in ciascun gruppo linguistico (cfr. p. 81 sgg. del presente lavoro); anche le lingue germaniche occidentali hanno sostituito il pronome ide. *so/*sā (cfr. sassone antico thē, thia e alto tedesco antico der, diu); anche le lingue italiche presentano temi del passato in -ē e -ā (cfr. lat. dice-bam, amā-bam)⁵⁰.

La palatalizzazione delle consonanti non sembra essere un fenomeno molto antico, risalente all’epoca protobaltica. L’opposizione, per esempio, p – pʹ (cfr. taupau – taupʹau), si è probabilmente formata con la scomparsa di j già nel terreno della lingua lituana, poiché in lettone la sua realizzazione fonetica era diversa: lett. p – pl e p – pj. A sostegno dell’affermazione che la palatalizzazione delle consonanti è un fenomeno recente vi è anche il diverso sviluppo del gruppo baltico sj, cfr. lit. siūti, lett. šūt e pr. schuwikis (= lit. siuvikis). Taigi si può ritenere che la comunità linguistica baltica avesse conservato i gruppi consonantici intatti con j.

Neppure le altre corrispondenze tra queste lingue elencate da O. Semerenjis dimostrano un’unità linguistica baltico-slava. La comparsa della radice pronominale *mun- è troppo incerta⁵¹ perché la si possa considerare un’innovazione delle lingue baltiche e slave, originatasi durante l’unità linguistica baltico-slava-

⁴⁷ O. Szemerényi, The Problem of Balto-Slav Unity—A Critical Survey, «Kratylos», 2, 1957, p. 97—123. L’articolo da lui pubblicato nel 1948, «Sur l’unité linguistique balto-slave» (Études slaves et roumaines, I, 1948), è rimasto inaccessibile all’autore del presente lavoro.

⁴⁸ Per una descrizione più dettagliata di alcune di queste corrispondenze, si veda la seconda parte del lavoro.

⁴⁹ O. Szemerényi, op. cit., p. 120.

⁵⁰ I temi del passato in -ē e -ā possono essere arcaismi; cfr. A. Vaillant, L’origine des présents thématiques en -e/o-, BSL, 38, 1937, p. 96.

⁵¹ Il pronome munie può essersi formato foneticamente nel dialetto žemaitico, poiché qui a (balt. o) tra m e n diventa u; cfr. žem. nūmas, kāmunos, kamunė al posto di lk. namas, kamanos, kamanė, — K. Būga, RR, II, p. 282; P. Jonikas, Pagramančio tarmė, Kaunas, 1939, p. 59; J. Aleksandravičius, Kretingos tarmės įvardis, «Kalbotyra», 10, 1964, p. 121; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, Vilnius, 1966, p. 299.

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durante il periodo di unità. o la flessione del genitivo singolare dei sostantivi in -tema -ā indica che vi furono stretti rapporti soltanto tra le lingue baltiche orientali e quelle slave, poiché il prussiano sembra aver conservato qui l’antica desinenza -as (cfr. het. antuhšāš «dell’uomo»). L’opinione di A. Vaillant52, condivisa da O. Semerenjis, secondo cui la desinenza prussiana -as sarebbe derivata dall’antica *-ā (lituano -o, latino -a), alla quale sarebbe stata aggiunta la -s per analogia con il nominativo, è eccessivamente ipotetica e pertanto difficilmente vi si può fare affidamento.

Alla argomentazione di O. Semerenji, come a quella di altri sostenitori della teoria dell’unità linguistica balto-slava, è caratteristica la tendenza a cercare un’identità in ogni fatto o fenomeno di queste lingue, anche se diverso. Per esempio, O. Semerenji fa derivare il suffisso slavo *-dlo-, presente nei nomina instrumenti, da *-tlo (e non da indoeuropeo *-dhlo-, come fanno tutti gli studiosi), probabilmente perché si trova anche nelle lingue baltiche (lituano -kla-s). Nelle lingue slave, tuttavia, la consonante t non si è certo trasformata in d.

Anche il linguista bulgaro Vladimir Georgiev è un sostenitore della teoria dell’unità linguistica balto-slava.

V. Georgiev53 ha sollevato la questione di un criterio con cui determinare il grado di affinità tra gruppi linguistici. Egli osserva che un tale criterio potrebbe essere fornito dall’unità linguistica indo-iranica, la cui esistenza non è in dubbio e sulla quale consentono di pronunciarsi i dati dei più antichi monumenti scritti di quelle lingue. Secondo V. Georgiev, senza gli antichi monumenti delle lingue indo-iraniche (i passi più antichi del Rigveda sono datati alla fine del II millennio a.C., mentre l’Avesta non è posteriore all’VIII secolo a.C.) sarebbe difficile stabilire la stretta parentela tra quei due gruppi linguistici e giungere così alla conclusione che un tempo esistesse un’unità linguistica indo-iranica, poiché le lingue indiane e iraniche odierne sono molto cambiate. I monumenti scritti delle lingue slave, prosegue, cominciarono ad apparire soltanto a partire dal IX-X secolo, quelli del lituano soltanto dalla metà del XVI secolo; i dati delle lingue slave sono dunque attestati con quasi 2000 anni di ritardo e quelli del lituano con 2500 anni di ritardo rispetto alle lingue indo-iraniche. Eppure, l’affinità tra le lingue baltiche e slave sarebbe evidente, mentre sarebbe assai più difficile riconoscere un’affinità simile tra le lingue indiane e iraniche del X-XV secolo. Perciò V. Georgiev è convinto che «le lingue baltiche e slave abbiano formato un tempo un’unità, durata a lungo e disgregatasi probabilmente più tardi dell’unità indo-iranica»54.

Ritenendo che l’affinità morfologica tra le lingue baltiche e slave fosse tale che la morfologia protoslava risultasse quasi identica a quella lituana, V. Georgiev considera tale affinità morfologica il principale argomento a favore dell’unità linguistica balto-slava: i morfemi flessivi identici (la flessione nominale e verbale) non possono essere presi in prestito (precisamente: presi in prestito!) né sorgere in seguito al ravvicinamento delle lingue: devono essere stati ereditati da un’unità linguistica un tempo esistente55.

V. Georgiev individua le seguenti fasi nello sviluppo dei rapporti tra le lingue baltiche e slave: periodo dell’unità linguistica balto-slava — III millennio a.C.; periodo di transizione — fine del III e inizio del II millennio a.C.;

52 A. Vaillant, BSL, 44, 1948, p. 129.

53 В. Георгиев, Към въпроса за балто-славянската езикова общност, „Български език“, 8, 1958, р. 105—110; Балто-славянский, германский и индо-иранский, СФ, 1, 1958, р. 7—26; Исследования по сравнительно-историческому языкознанию, М., 1958, р. 218—238.

54 В. Георгиев, Балто-славянский, германский и индо-иранский, р. 10.

55 В. Георгиев, ор. cit. р. 11.

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il periodo protoslavo — II e I millennio a. e. v.56

Come si vede, V. Georgijev colloca l’unità linguistica baltico-slava in tempi molto remoti, nel III millennio a. e. v. (a suo parere, la comunità linguistica indoeuropea sarebbe esistita fino al IV millennio a. e. v.). A questo proposito, ricordiamo come datano l’unità linguistica baltico-slava gli altri sostenitori della teoria dell’unità.

A. Vaillant ritiene57 che l’unità linguistica baltico-slava si sia dissolta all’inizio della nostra era, quando le tribù germaniche invasero la regione e separarono i Balti dagli Slavi. Anche J. Otrębski sostiene un’opinione simile58. P. Arumaa ipotizza59 che l’unità baltico-slava si fosse già disgregata nel IV secolo a. e. v. T. Lehr-Spławiński60 data al 1500–1300 a. e. v. la dissoluzione dell’unità linguistica baltico-slava, che egli chiama comunità linguistica baltico-slava.

Nel dopoguerra, la teoria dell’unità linguistica baltico-slava ha suscitato anche numerose osservazioni critiche.

Anglų slavistas Viljamas Metjusas (? — 1958), straipsnyje „Baltų ir slavų kalbų tarpusavio santykiai“61 trumpai apžvelgęs ir kritiškai įvertinęs baltų ir slavų kalbų seniausiųjų santykių tyrinėjimo istoriją, konstatavo, kad šių kalbų bendrybių pilniausio inventoriaus sudarymas dar nepadeda spręsti jų seniausiųjų santykių problemos: bendrybės, kaip kalbos faktai, yra izoliuotos ir todėl argumentais negali būti laikomos, nes kalba yra ne izoliuotų duomenų inventorius, bet sistema, kurioje tie duomenys yra susiję ir vienas nuo kito priklauso. V. Metjusas mano, kad baltų ir slavų kalbų seniausiųjų santykių klausimas turi būti tyrinėjamas kita kryptimi: abi kalbų grupes reikėtų ištirti kaip sistemas. Detalūs sinchroniniai, pavyzdžiui, lietuvių ir rusų kalbų struktūrų aprašai esą būtini teisingam tyrinėjimui ir, galimas daiktas, seniausiųjų santykių problemos sprendimui. Jie leistų tyrinėtojui sulyginti visas abiejų sistemų detales, ir tuo būdu būtų galima prieiti labiau pagrįstų išvadų.

Gli studiosi dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, elaborando le proprie teorie, si basano di norma su fatti ricostruiti; tuttavia, è noto a tutti che tali ricostruzioni si fondano in ogni caso sul confronto di dati linguistici attestati in epoche diverse. Per esempio, i monumenti scritti delle antiche lingue indiane sarebbero di molti secoli più antichi dei monumenti delle lingue slave, e questi ultimi di circa mezzo millennio più antichi dei monumenti della lingua lituana. Inoltre, nel confronto con le lingue antiche, vengono generalmente citate non le forme delle scritture antiche, ma quelle del lituano odierno. Confrontando l’antica lingua indiana con l’hindi, si vede quanto profondamente siano cambiate le lingue indiane. Analogamente potrebbero essere cambiate anche le lingue baltiche e slave, ma non sappiamo nulla di tali mutamenti. Le forme preistoriche ricostruite sarebbero irreali, poiché non esistono prove che siano mai esistite.

V. Matthews osserva che nella teoria dell’unità linguistica baltico-slava il soggettivismo occupa un posto importante. Egli respinge categoricamente questa teoria in quanto antistorica: poiché i Balti

56 B. Георгиев, op. cit., p. 14.

57 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 13—14.

58 J. Otrębski, Rozwój wzajemnych stosunków między grupą językową bałtycką a słowiańską, „Z polskich studiów slawistycznych“, Warszawa, 1958, p. 146.

59 P. Arumaa, Urslavische Grammatik, I, p. 19.

60 T. Lehr-Spławiński, Wspólnota językowa bałto-słowiańska a problem etnogenezy słowian, „Slavia Antiqua“, 4, 1954, p. 21.

61 W. K. Matthews, The Interrelations of Baltic and Slavonic, „The Slavonic and East European Review“, 35, 1957, p. 409—427; В. К. Мэтьюс, О взаимоотношении славянских и балтийских языков, СФ, I, 1958, p. 27—44.

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e slava è diacronico, possiamo dunque formularlo come un problema di dialettologia storica, «neutralizzandone» al contempo anche la sincronicità.

Anche il linguista ceco Adolf Erhart respinge la teoria dell’unità linguistica baltico-slava.

Egli ritiene62 che la somiglianza tra i sistemi morfologici delle lingue baltiche e slave sia dovuta al carattere conservativo di entrambi i gruppi linguistici. A. Erhart ha osservato che le corrispondenze (Übereinstimmungen) tra queste lingue sono sufficienti a dimostrare soltanto la vicinanza dei dialetti indoeuropei da cui in seguito si sono sviluppate le lingue baltiche e slave. A suo parere, dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea, le lingue baltiche e slave avrebbero potuto svilupparsi autonomamente.

Tuttavia, osserva A. Erhart, non disponiamo di un solo fatto che ci permetta di confutare definitivamente la teoria dell’unità linguistica baltico-slava.

In seguito A. Erhart ha descritto brevemente le differenze e le corrispondenze tra le lingue baltiche e slave. Ha indicato quattordici differenze e venticinque corrispondenze.

A. Erhart ha elencato le seguenti corrispondenze tra le lingue baltiche e slave: la trasformazione dell’ide. ḱ, gʰ in š, ž (slavo s, z), come nei dialetti indoiranici, armeni e in altri dialetti indoeuropei; la perdita delle consonanti occlusive aspirate sonore, come anche in altri dialetti indoeuropei; la confluenza dell’ide. a e o, come anche in altre lingue indoeuropee; la trasformazione dell’ide. eu in jau; il mutamento dell’ide. s in š in determinate posizioni, come nelle lingue indoiraniche; la trasformazione dell’ide. R in iR e uR (questa corrispondenza non ha valore probatorio, perché non si tratta di un fenomeno fonetico tipico); la desinenza del genitivo singolare dei sostantivi a tema in o (qui A. Erhart propende per riconoscere l’influsso slavo sulle lingue baltiche); la desinenza dello strumentale singolare dei sostantivi a tema in ā (lituano -a < *-ān, antico slavo ecclesiastico -ą, -oją; antico indiano -ā, -ayā senza m); il passaggio dei temi consonantici ai temi in i, come in latino; gli aggettivi determinativi (radice pronominale ide.; cfr. i dati delle lingue iraniche e germaniche); il suffisso *-jo- dei participi presenti, come nelle lingue germaniche occidentali; il pronome *mun- (cfr. het. ammu); la formazione del dativo singolare dei pronomi di prima persona sulla base della forma del genitivo singolare (A. Erhart osserva che si tratterebbe di un fenomeno parallelo); il genitivo plurale dei pronomi *nōssom, *vōssom; la funzione di pronome personale della radice pronominale *i/j-o-, come in latino e nelle lingue germaniche; i nominativi dei pronomi dimostrativi *tos, *tā (invece di ide. *sos, *sā); i dativi (e locativi) dei pronomi con desinenza m (cfr. lituano tāmui, tamē), come nelle lingue germaniche occidentali; il numerale «nove» (il d- del baltico orientale potrebbe essere sorto per influsso delle lingue slave); i numerali lituano ašmas, antico slavo ecclesiastico osmь; la formazione dei numerali distributivi (cfr. lituano penkeri, antico slavo ecclesiastico petorъ); la derivazione delle parole, cfr. i suffissi baltoslavi -ējas: -ējė; -ovas: -avъ; -lis, -lys: -lb; -uolis: alb; -ininkas: -bnikъ; -ytis: -ištъ; -tukas: -tъkъ; -tojas: -tajь; -yba: -ьba; la formazione del preterito con i suffissi *-ē, *-ā, come in latino; il suffisso dell’infinito *-ti (A. Erhart lo confronta con il vedico -tāye) e il suffisso dei participi presenti passivi *-mo-, come nelle lingue armena, luvia (e, occorre aggiungere, ittita).

Come si può vedere, tra le corrispondenze delle lingue baltiche e slave A. Erhart annoverava non soltanto le innovazioni baltiche e slave (la trasformazione dell’ide. eu in jau; il passaggio dell’ide. R a iR e uR; la desinenza del genitivo singolare dei sostantivi a tema in o; quella dei sostantivi a tema in ā

62 A. Erhart, Zum Problem der baltisch-slavischen Spracheinheit, „Sborník prací filosofické fakulty Brněnské University“, Ročník VII, Rady jazykovědné (A), Č. 6, 1958, p. 123–130.

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la desinenza dello strumentale singolare; il pronome *mun-; i morfemi derivazionali ecc.), ma anche quei fenomeni comuni che si riscontrano anche in altre lingue ide.

A. Erhart ha indicato le seguenti differenze tra le lingue baltiche e slave:

1. La prima palatalizzazione delle lingue slave è piuttosto antica, ed è del tutto possibile che sia collegata alla palatalizzazione indo-iranica. Questo costituirebbe un argomento importante contro la teoria dell’unità linguistica baltico-slava.

2. Il diverso destino di ide. ō e ā (per maggiori dettagli, cfr. questo lavoro, pp. 61 ss.).

3. La declinazione degli aggettivi nelle lingue baltiche, come in quelle germaniche, differisce da quella dei sostantivi (desinenze pronominali del dativo singolare ecc.).

4. Il suffisso del comparativo degli aggettivi -esnis ricorda il suffisso corrispondente germanico (cfr. got. -izan).

5. Formazione delle parole. I nomina agentis delle lingue slave si formano con il suffisso -telb, che manca in lituano. I corrispondenti slavi dei suffissi lituani -ėjas, -tojas sono piuttosto rari. Nei suffissi diminutivi lituani prevale l’elemento -l-, estraneo alle lingue slave, mentre l’elemento diminutivo -k-, molto frequente nelle lingue slave, è usato raramente in lituano. Il suffisso dei nomina instrumenti baltici era *-tlo-, mentre quello slavo era *-dhlo. Il lituano possiede il suffisso aggettivale molto produttivo -ingas, assente nelle lingue slave.

6. Sostituzione dei numerali primitivi invariabili «cinque» — «nove»: nelle lingue baltiche vi fu aggiunto l’elemento aggettivizzante jo, mentre in slavo gli astratti numerali si formano con il suffisso *-ti-.

7. Il modo di formare i numerali lituani da «undici» a «diciannove» trova paralleli soltanto nelle lingue germaniche.

8. Alcuni tipi di formazione del presente (inserto nasale, tema in sta) non hanno affatto analogie nelle lingue slave. I verbi *ne/no, ampiamente diffusi nelle lingue slave, sono pressoché assenti nelle lingue baltiche. I verbi intransitivi baltici hanno il suffisso -i-, quelli slavi -i- (<ei?).

9. Nelle lingue baltiche non vi è traccia alcuna dell’aoristo sigmatico.

10. La prima persona singolare delle lingue baltiche ha conservato la flessione ide. *-ō. L’origine della desinenza slava -ą non è chiara.

11. La terza persona plurale delle lingue baltiche è priva di desinenza.

12. Le lingue baltiche non hanno participi con i suffissi -l- e -n-.

13. La categoria dell’aspetto verbale è stata conservata meno bene nelle lingue baltiche.

14. Il lessico.

Alcune delle differenze tra le lingue baltiche e slave indicate da A. Erhart possono essere molto antiche, per esempio la divergenza nei numerali, l’aoristo sigmatico e la terza persona plurale. Tali differenze riguardano parti cardinali dei sistemi delle lingue baltiche e slave e mostrano che in passato le lingue baltiche e slave non erano identiche. Altre differenze (la prima palatalizzazione delle lingue slave, il diverso esito delle vocali indoeuropee ō e ā, i verbi in -a, la desinenza della prima persona singolare, ecc.) si saranno probabilmente formate più tardi. Di conseguenza, esse non riflettono i rapporti tra le lingue baltiche e slave dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea. In questo modo A. Erhart ha indicato le profonde e antiche differenze tra le lingue baltiche e slave.

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Anche Samuel Bernstein, uno dei più coerenti sostenitori della teoria della convergenza, si è posto la questione del perché non si possa riconoscere la teoria dell’unità linguistica balto-slava64. A suo avviso:

1. Molti dei processi più antichi furono diversi nelle lingue baltiche e slave (per esempio, l’indoeuropeo o e a divenne a nelle lingue baltiche e o in quelle slave; le lingue baltiche conservarono la distinzione tra l’indoeuropeo ē e ā, mentre le lingue slave la persero; per maggiori dettagli si veda più avanti, p. 52 ss.).

2. Molti dei più importanti processi del protoslavo, verificatisi nel suo periodo iniziale, erano del tutto o in parte estranei alle lingue baltiche (per esempio, l’indoeuropeo s nelle lingue slave si trasformò in ch dopo k, r, i, u, mentre in lituano divenne š dopo k, r; per maggiori dettagli si veda più avanti, p. 81 ss.).

3. La teoria dell’unità balto-slava nega l’antica dicotomia del prot baltico.

4. I sostenitori della teoria dell’unità balto-slava non sono in grado di ricostruire il protobalto-slavo; ciò sarebbe una prova evidente dell’infondatezza di tale teoria.

5. I dati archeologici non avvalorano la teoria dell’unità balto-slava. Gli archeologi, per esempio J. Kostrzewski, non trovano una cultura che possa essere considerata equivalente all’unità linguistica balto-slava.

Sulla base di ciò, S. Bernstein ritiene che non siano mai esistite né un’unità linguistica balto-slava (una protolingua), né una comunità etnica balto-slava.

In seguito, S. Bernstein ha osservato che il fatto che le lingue baltiche e slave siano affini e presentino numerosi elementi comuni è un dato riconosciuto da tutti. Non è su questo che i ricercatori discutono. Di solito si discute della natura e dell’origine degli elementi comuni alle lingue baltiche e slave. S. Bernstein ritiene che queste lingue siano così affini non perché discendano dalla comunità linguistica indoeuropea, bensì a causa dei contatti di lunga durata instauratisi tra loro, iniziati non subito dopo la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea e conclusisi molto prima della nostra era. In altre parole, l’affinità delle lingue baltiche e slave e i loro elementi comuni sarebbero sorti dalla comunità delle lingue baltiche e slave (сообщность, Verkehrsgemeinschaft)65. L’ipotesi di contatti di lunga durata è sufficiente a spiegare l’origine degli elementi comuni alle lingue baltiche e slave.

Anche Boris Gornung non riconosce né l’unità linguistica balto-slava né la sua divisione dicotomica. A suo avviso, durante la disgregazione della comunità linguistica indoeuropea, l’integrazione di tipi dialettali diversi (intensificazione dei contatti, interazione e fusione dei dialetti) non solo accompagnò costantemente i processi di differenziazione (la disgregazione dell’unità linguistica), ma spesso prevalse; di conseguenza, talvolta la stessa differenziazione era il risultato di processi integrativi66.

Secondo B. Gornung, la zona «nord-occidentale» della comunità linguistica indoeuropea si disgregò alla fine del III millennio a.C. e all’inizio del II millennio a.C. in una zona «occidentale» (protoceltico-illirico-italico-germanica) e una «nord-orientale» (protobalto-slava-tocharica). Quando i prototocari emigrarono oltre il Volga, la zona «nord-orientale» rimasta della comunità linguistica indoeuropea va considerata la fonte comune dalla quale, attraverso la varietà dialettale, si formarono le comunità linguistiche protobalta e protoslava.

64 С. Б. Бернштейн. Очерк сравнительной грамматики славянских языков (проспект), КСИСл, 18, 1956, р. 3—26; Балто-славянская языковая сообщность, СФ, I, 1958, р. 45—68; Очерк сравнительной грамматики славянских языков, М., 1961, р. 27—37; si veda inoltre ВЯ, I, 1958, р. 48—49; „Сборник ответов на вопросы по языкознанию (К IV Международному съезду славистов)“, М., 1958, р. 167—169.

65 S. B. Bernstein, comunità linguistica balto-slava, p. 45.

66 B. V. Gornung, Sulla discussione dell’unità linguistica ed etnica balto-slava, VJa, 4, 1958, p. 55—62; Dalla preistoria della formazione dell’unità linguistica comune slava, Mosca, 1963.

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Il punto più discutibile della teoria di B. Gornung è che i dialetti prot prussiani fin dall’antichità appartenessero non alla comunità linguistica prot baltica, ma a quella prot slava. Il carattere baltico della lingua prussiana è indubbio. Non sembra che tale carattere baltico fosse meno marcato qualche millennio fa di quanto non lo sia oggi. Le isoglosse prusso-slave67 non sono chiaramente sufficienti per trarre una simile conclusione.

Intorno al secondo quarto del II millennio a. C., i dialetti protoslavi, tra i quali, come già detto, vi erano i dialetti prot prussiani, e quelli prot baltici cominciarono ad avvicinarsi: iniziava l’«epoca baltico-slava»68 (B. Gornung riprende il termine di J. Endzelīns). Tuttavia, secondo B. Gornung, essa non sarebbe durata a lungo, perché intorno alla metà del II millennio a. C. i dialetti prot prussiani si unirono a quelli prot baltici (cioè, secondo B. Gornung, ai protolituano-lettoni), dando così origine alla comunità linguistica baltica69. B. Gornung ritiene che allora i contatti tra baltico e slavo si siano interrotti per molto tempo.

L’impostazione di principio di B. Gornung riguardo ai rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave ricorda le concezioni di J. Endzelīns, Chr. Stang, E. Fraenkel e S. Bernštein.

È particolarmente degna di nota l’idea di B. Gornung secondo cui i legami genetici (risp. le comunanze) tra le lingue baltiche e slave potrebbero risalire a epoche cronologicamente diverse. B. Gornung li fa risalire a cinque epoche70: 1) all’epoca della cultura delle anfore globulari; 2) all’epoca dell’espansione delle culture delle asce da combattimento e della ceramica cordata; 3) all’epoca dei contatti tra i gruppi prot baltici e protoslavi e i portatori della cultura delle asce da combattimento naviformi; 4) all’epoca dei contatti con i protoindoiranici, durante la quale si formò l’isoglossa satem e 5) soltanto infine all’«epoca baltico-slava».

La proiezione delle comunanze tra le lingue baltiche e slave su piani cronologici diversi è di straordinaria importanza metodologica, poiché i sostenitori della teoria dell’unità baltico-slava di norma trascurano la dimensione cronologica: tendono a proiettare tutte le comunanze tra le lingue baltiche e slave su un unico piano cronologico. Ne risulta l’impressione che le comunanze tra le lingue baltiche e slave siano davvero numerose e che, cosa più importante, risalgano a un’unica epoca. In tal caso sorge spontaneamente l’idea di un’unità delle lingue baltiche e slave. L’analisi delle comunanze tra le lingue baltiche e slave mostra che esse sono tuttavia, con ogni probabilità, il prodotto di epoche cronologiche diverse.

Dalla rassegna svolta emerge che, negli anni del dopoguerra, i linguisti di diversi paesi che hanno preso parte alle discussioni sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave non sono giunti, come in precedenza, a un’opinione condivisa. Una parte degli studiosi — T. Ler-Splavinskis, A. Vaillant, J. Otrębski, M. Loiman, J. Kurylowicz, P. Arumaa, O. Semerenyi, V. Georgiev — aderisce alla teoria dell’unità linguistica baltico-slava. Un’altra parte degli studiosi — J. Safarewicz, E. Fraenkel, A. Zenas, A. Salys, V. Porzig, V. Matthews, A. Erhart, S. Bernštein, B. Gornung — nega tale teoria e tende a spiegare la vicinanza e le comunanze delle lingue baltiche e slave tramite la loro comunità linguistica (J. Safarewicz), la loro lunga convivenza di vicinato (E. Fraenkel), i loro stretti rapporti (V. Porzig), i loro contatti prolungati (S. Bernštein) oppure la vicinanza dei dialetti indoeuropei dai quali derivano (A. Erhart).

67 J. Endzelīns, Par prūšu valodas radniecības sakariem, FBR, 11, 1931, p. 189—193; S. Stang, Einige Bemerkungen über das Verhältnis zwischen den slavischen und baltischen Sprachen, NTS, 11, 1939, p. 85—103.

68 Б. В. Горнунг, Из предыстории образования общеславянского языкового единства, р. 96.

69 Б. В. Горнунг, op. cit., p. 106, išnaša 9.

70 Б. В. Горнунг, op. cit., p. 97.

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La questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave e il IV e V Congresso internazionale degli slavisti

Lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave fu notevolmente intensificato dal IV e dal V Congresso internazionale degli slavisti. Il IV Congresso degli slavisti, tenutosi a Mosca dal 1° al 10 settembre 1958, dedicò particolare attenzione alla questione dei rapporti genetici tra le lingue baltiche e slave.

In preparazione al congresso, il Comitato sovietico degli slavisti pubblicò trenta questioni da sottoporre all’esame del congresso, che abbracciavano i principali problemi della linguistica slava. La ventesima questione era: «Esisteva un’unità linguistica ed etnica baltico-slava e come va intesa?»1 Le risposte a queste domande furono pubblicate in un volume a parte2.

Al congresso furono presentate quattro relazioni sulla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave3. Durante il congresso, queste relazioni e, in generale, la stessa questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave furono oggetto di vivaci discussioni4.

Alla domanda «Esisteva un’unità linguistica ed etnica baltico-slava e come va intesa?» risposero K. Janaček, V. Kiparsky, V. Ernits, E. Dikenman, L. Bulachovsky, I. Lekov e altri.

K. Janaček osservò5 che due ostacoli principali impediscono di rispondere affermativamente a questa domanda: 1) i monumenti delle lingue baltiche e slave sono comparsi molto tardi; 2) non sappiamo quali elementi delle singole lingue indoeuropee possano essere considerati appartenenti alla protolingua indoeuropea, né in che modo distinguere il periodo baltico-slavo da quello della protolingua indoeuropea.

V. Kiparsky espresse la convinzione che l’unità linguistica baltico-slava fosse esistita6. A suo avviso, altrimenti non si potrebbe spiegare la grande quantità di innovazioni lessicali del cosiddetto fondo lessicale fondamentale. V. Kiparsky tende ad associare il complesso etnico baltico-slavo ai Neuri di Erodoto.

V. Ernits, come V. Kiparsky, riconosce l’unità baltico-slava. Indicò7 che i baltico-slavi, separatisi dagli altri rappresentanti del gruppo satem, mantennero ancora la propria unità per un certo periodo. In seguito, con l’aumento della popolazione, l’espansione del territorio e la comparsa di tratti dialettali, cominciarono a delinearsi le differenze linguistiche e territoriali tra baltici e slavi

1 ВЯ, 1, 1958, p. 36.

2 Сборник ответов на вопросы по языкознанию (К IV Международному съезду славистов), М., 1958.

3 P. Trost, «La situazione attuale della questione dei rapporti linguistici ed etnici baltico-slavi»; V. Ivanov e V. Toporov, «Come impostare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave»; J. Otrębski, «Lo sviluppo dei rapporti tra i gruppi linguistici baltico e slavo»; e V. Mažiulis, «Sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave», cfr. IV Международный съезд славистов (Материалы дискуссий), II, М., 1962, p. 422—426.

4 Sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, oltre ai relatori, intervennero T. Lehr-Splawiński (Polonia), M. Altbauer (Israele), K. O. Falk (Svezia), V. Georgiev (Bulgaria), J. Czekanowski (Polonia), V. Iličić-Svitić (URSS), M. Guchman (URSS), M. Vasmer (Repubblica Federale Tedesca), V. Machek (Cecoslovacchia), E. Seidel (Repubblica Democratica Tedesca), A. Vrăciu (Romania), B. Gornung (URSS), B. Larin (URSS), P. Ariste (URSS); cfr. IV Международный съезд славистов (Материалы дискуссий), II, p. 429—450.

5 Сборник ответов на вопросы по языкознанию (К IV Международному съезду славистов), p. 162—166.

6 Op. cit., p. 170—171.

7 Op. cit., p. 173—174.

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differenze. Ma i contatti continuarono a essere mantenuti. Pertanto, i cambiamenti linguistici sorti in un gruppo avrebbero potuto facilmente estendersi anche all’altro. Tutto ciò, secondo V. Ernits, deve essere avvenuto prima dei contatti tra i baltici e i finni ugrici del Baltico (intorno al 2000 a.C.), poiché nelle lingue slave tali contatti non si riflettevano più.

E. Dieckmann osservò8 che mancano dati per dare una risposta affermativa alla domanda se vi sia stata un’unità etnica tra baltici e slavi, mentre la loro unità linguistica non suscita alcun dubbio.

L. Bulachovskis (1888–1961), vienas stambiausių slavų akcentologijos specialistų, pabrėžė9, kad baltų kalbų kirtis iki šiol nepraradęs savo senosios morfologinės funkcijos (šokinėjimo paradigmoje). Tačiau to negalima esą pasakyti apie slavų kalbas. Svarbiausias baltų ir slavų kalbų ypatingo artimumo įrodymas — de Sosiūro-Fortunatovo dėsnis — gali būti paralelinės abiejų kalbų grupių raidos padarinys. Hirto dėsnio veikimas baltų ir slavų kalbose apskritai kelias abejonių. Ne įtikinamesni yra ir kiti šių kalbų bendri akcentologiniai reiškiniai (pavyzdžiui, metatonija supyno formose ir pan.).

La differenza tra le lingue baltiche e quelle slave sarebbe così evidente da non richiedere alcuna dimostrazione. Si tratta di gruppi linguistici «chiusi», privi di qualsiasi anello di transizione. Non sembra che anche mille anni fa il quadro dei rapporti tra le lingue baltiche e slave fosse sostanzialmente diverso. Si può ritenere che gli antichi legami tra le lingue baltiche e slave siano stati definitivamente interrotti in un’epoca remota. Ciò, tuttavia, non impedì alle lingue baltiche e slave non solo di conservare alcune tracce della loro precedente vicinanza, ma anche di sviluppare separatamente nuove somiglianze.

L. Bulachovskij ritiene che la maggior parte delle somiglianze tra le lingue baltiche e slave sia sorta quando queste lingue appartenevano ancora al dialetto satem della comunità linguistica ide., nell’ambito della quale avrebbe potuto esistere l’unità linguistica balto-slava.

Anche J. Lekov10 non condivideva la teoria dell’unità linguistica balto-slava. A suo avviso, le somiglianze tra queste lingue consistono in: 1) eredità della comunità linguistica ide.; 2) fenomeni di epoca successiva, sorti in seguito a uno sviluppo parallelo; 3) prestiti appartenenti a epoche cronologiche diverse. I. Lekov richiamò l’attenzione sul fatto che la confusione terminologica ostacola la soluzione della questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, poiché gli studiosi impiegano termini molto diversi: comunità, unità, epoca o periodo comune, protolingua, sviluppo parallelo, ecc.

Come nelle risposte menzionate, anche nelle relazioni del congresso non si giunse a un’opinione concorde sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Nella sua relazione, P. Trost11 sottolineò che l’argomento principale a favore dell’unità linguistica balto-slava è costituito dalle corrispondenze morfologiche specifiche, vale a dire da tratti morfologici minori, simili in entrambi i gruppi linguistici. A suo avviso, le numerose coincidenze tra le due lingue possono essere spiegate in due modi: con legami genetici oppure con un’unione linguistica. Tuttavia, la somiglianza dei tratti morfologici minori tra le lingue baltiche e slave indicherebbe più probabilmente legami genetici che un’unione linguistica.

Era già stata menzionata in precedenza la richiesta avanzata da alcuni studiosi (per esempio, V. Mathews) di cercare nuove

8 Op. cit., p. 175.

9 Op. cit., p. 157–162.

10 Op. cit., p. 172–173.

11 P. Trost, K otázce baltoslovanských jazykových vztahů, „Československé přednášky pro IV. Mezinárodní sjezd slavistů v Moskvě“, Praha, 1958, p. 221–227.

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in questo modo, con nuovi metodi, poiché la compilazione di un inventario delle somiglianze e delle differenze tra queste lingue difficilmente aiuta a risolvere il problema.

Dal punto di vista metodologico è stata preziosa la relazione di V. Ivanov e V. Toporov12, che ha impostato in una prospettiva del tutto nuova la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. Gli autori hanno indicato che non si può porre la questione se sia esistita o meno una protolingua baltico-slava. Infatti, le ricerche degli ultimi decenni mostrano che lo stadio più antico dei gruppi linguistici baltico e slavo, indo-iranico e italico-celtico va inteso non come una protolingua tradizionale, ma come un continuum dialettale nello spazio e nel tempo. Per questa ragione V. Ivanov e V. Toporov pongono così la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave: qual è il rapporto tra i modelli strutturali più antichi delle lingue baltiche e slave?

Avendo ricostruito, mediante la ricostruzione interna, i modelli fonologici e morfologici più antichi separatamente per le lingue baltiche e slave e avendoli confrontati, V. Ivanov e V. Toporov sono giunti alla conclusione che i modelli strutturali più antichi delle lingue baltiche e slave coincidono e differiscono sostanzialmente dal modello indoeuropeo. Inoltre, i modelli delle lingue baltiche e slave non possono essere collocati, a quanto pare, su un unico piano cronologico: il modello delle lingue slave è comparso più tardi ed è il risultato di una trasformazione del modello strutturale delle lingue baltiche13. V. Toporov ha descritto così l’essenza di questa soluzione del problema dei rapporti genetici tra le lingue baltiche e slave: la protolingua slava si è formata a partire da dialetti periferici di tipo baltico14.

L’ipotesi di V. Ivanov e V. Toporov si accorda bene con la regolarità spazio-temporale dei fatti linguistici osservabile nella vita reale delle lingue: le lingue caratterizzate da una scarsa differenziazione dialettale e diffuse su un vasto territorio sono sorte più tardi e si sono diffuse successivamente in quel territorio. Proprio così sono le lingue slave. Le lingue baltiche, al contrario, pur occupando un territorio ridotto, sono fortemente frammentate in dialetti. Una buona analogia per il rapporto tra le lingue slave e baltiche è costituita dall’inglese, diffuso in vari continenti, e dalle lingue germaniche occidentali d’Europa, caratterizzate da una forte differenziazione dialettale.

Nella sua relazione15 J. Otrebski ha sottolineato che baltici e slavi un tempo parlavano un’unica lingua. Secondo J. Otrebski, l’unità linguistica baltico-slava (łączność bałtycko-słowiańska), erede della comunità linguistica indoeuropea, si disgregò molto tardi, intorno all’inizio della nostra era. La causa della disgregazione sarebbe stata il fatto che una parte dei baltici, o baltico-slavi, cominciò a parlare lingue ugro-finniche e si trasformò in ugro-finni.

V. Mažiulis16 si è soffermato soprattutto sull’origine dei temi del presente liet. duomi, demi, sl. ant. damь. Basandosi sui dati della lingua ittita, l’autore fa risalire queste forme atematiche a forme protoindoeuropee non reduplicate. L’elemento -d- della terza persona plurale-

12 В. В. Иванов и В. Н. Топоров, К постановке вопроса о древнейших отношениях балтийских и славянских языков, М., 1958.

13 В. В. Иванов и В. Н. Топоров, op. cit., p. 39.

14 В. Н. Топоров, К проблеме балто-славянских языковых отношений, КСИСл., 33—34, 1961, p. 213.

15 J. Otrębski, Rozwój wzajemnych stosunków między grupą językową bałtycką a słowiańską, p. 146—148.

16 В. Мажюлис, Заметки к вопросу о древнейших отношениях балтийских и славянских языков, Вильнюс, 1958. Per la versione lituana della relazione, cfr. Pastabos baltų ir slavų kalbų seniausių santykių klausimu, LKK, 2, 1959, p. 5—16.

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in quella persona poteva essere sorto, secondo V. Mažiulis, già a causa dei sistemi di coniugazione baltici e slavi ormai formatisi.

Quando una lingua cambia, i numerali sono spesso gli elementi più stabili. Perciò, nello studio dei rapporti di parentela tra le lingue, essi rivestono grande importanza. In questo senso sono interessanti le conclusioni cui è giunto V. Mažiulis nello studio del sistema dei numerali baltici17: «In generale, il sistema derivazionale e morfologico dei numerali baltici è per molti aspetti simile a quello slavo. Occorre tuttavia richiamare l’attenzione sul fatto che i numerali baltici più antichi, cioè quelli comuni indoeuropei, sono relitti diretti della protolingua indoeuropea, mentre i numerali più recenti, cioè quelli non comuni indoeuropei, sono rispettivamente simili ai numerali slavi, nonché a quelli germanici e di alcune altre lingue indoeuropee»18. Gli studi di V. Mažiulis mostrano che la maggior parte delle somiglianze tra i numerali delle lingue baltiche e slave è stata ereditata dalla comunità linguistica ide.

Negli atti del IV Congresso internazionale degli slavisti, dedicati al problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, e nelle discussioni su tale questione, furono rappresentate due teorie: la teoria dell’unità linguistica baltico-slava e quella dello sviluppo convergente delle lingue baltiche e slave. Come in precedenza, i sostenitori della teoria dell’unità linguistica baltico-slava misero in risalto le innovazioni delle lingue baltiche e slave, mentre i rappresentanti della teoria dello sviluppo convergente delle lingue baltiche e slave, pur senza negare le innovazioni di queste lingue, sottolinearono anche le loro differenze arcaiche, non meno numerose. È ovvio che, basandosi su somiglianze (innovazioni) e differenze la cui cronologia è ignota, difficilmente si possa risolvere il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. La discussione del Congresso ha mostrato che, per affrontare tale problema, occorre ricorrere a un insieme di diversi metodi linguistici, nel quale dovrebbero occupare un posto importante i rapporti delle lingue baltiche e slave con altre lingue e gruppi linguistici, i prestiti delle lingue baltiche e slave da altre lingue e verso altre lingue, l’etnonimia e la toponimia, i termini paesaggistici (biologici e geografici) ecc. La soluzione di questi problemi extralinguistici, insieme a un’analisi strutturale più approfondita dei fenomeni delle lingue baltiche e slave, permetterà di giungere a determinate conclusioni di carattere geografico e cronologico e di stabilire se i dialetti baltici e slavi siano esistiti insieme oppure separatamente19.

È naturale che, nel corso dello sviluppo della scienza, dopo ricerche febbrili e intense arrivi un periodo di stasi. Una tale stasi iniziò effettivamente dopo il IV Congresso internazionale degli slavisti.

Per esempio, a parte il compendio dello schema sull’etnogenesi degli Slavi di T. Ler-Splavinskio, nel quale furono menzionati di sfuggita anche i rapporti genetici tra le lingue baltiche e slave, al V Congresso internazionale degli slavisti, svoltosi a Sofia dal 17 al 23 settembre 1963, non fu dedicata alcuna relazione al problema dei rapporti più antichi tra queste lingue20. In verità, anche qui si era

17 V. Mažiulis, I numerali lituani e i rapporti tra i numerali baltici e quelli delle altre lingue indoeuropee (manoscritto), M., 1955; Il sistema decimale indoeuropeo dei numerali, VJa, 4, 1956, p. 53—59.

18 V. Mažiulis, Osservazioni sulla questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, p. 14.

19 V. M. Illič-Svityč, La problematica baltico-slava al IV Congresso internazionale degli slavisti, VJa, 1, 1959, p. 139—141.

20 Filologia slava, VI (materiali di resoconto), Sofia, 1965.

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Si è parlato dei rapporti tra le lingue baltiche e slave, ma di quelli tardi, appartenenti al periodo storico. Alle questioni relative a questi rapporti erano dedicate le relazioni di V. Falkenhahn, J. Otrębski, T. Zdancevičius ed E. Smulkova21.

Il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave negli ultimi anni

Come si è già detto, dopo il IV Congresso internazionale degli slavisti l’interesse per il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è diminuito. La causa di ciò va probabilmente individuata nella complessità del problema, nella mancanza di fenomeni comparativi differenziati cronologicamente e nell’assenza di criteri oggettivi per determinare il grado di parentela tra le lingue.

Ciò nonostante, continuano a uscire singoli articoli o capitoli di libri che delineano in termini generali i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

A r i t o n a s V r a č i u s ritiene¹ che le lingue baltiche e slave derivino da un’area dialettale unitaria indoeuropea. J a n i s L o j a ritiene che «le lingue baltiche e slave si siano formate autonomamente all’interno della comunità linguistica indoeuropea, ma che, in seguito a rapporti baltico-slavi duraturi e piuttosto intensi, nelle loro lingue sia poi comparso qualche fenomeno comune»². A suo avviso, non si può parlare di unità linguistica baltico-slava, tanto più che le notevoli differenze tra le stesse lingue baltiche (il prussiano da una parte e il lituano-lettone dall’altra) non consentono a J. Endzelīns di riconoscere con certezza una protolingua baltica. Fenomeni comuni alle lingue baltiche e slave, quali l’influenza del tema in io sui participi in nt, le desinenze del dativo e dello strumentale plurali con -m- (cfr. i corrispondenti dati delle lingue germaniche), il passaggio dei temi consonantici ai temi in i (cfr. i corrispondenti dati del latino) e gli aggettivi pronominali, sono considerati da J. Loja innovazioni sorte in modo indipendente e autonomo nelle lingue baltiche e slave. Anche Fedot Filin³ si oppone categoricamente alla teoria dell’unità linguistica baltico-slava. A suo giudizio, questa teoria non ha solide basi scientifiche: l’argomentazione dei suoi sostenitori è caratterizzata da apriorismo, antistoricismo e tendenziosità nella scelta e nell’interpretazione dei fatti. Come esempio di tale antistoricismo e di mancata considerazione della cronologia dei fenomeni, F. Filin cita l’affermazione di V. Georgiev secondo cui il lituano, caratterizzato da conservatorismo fonetico e morfologico, potrebbe quasi sostituire la protolingua slava, non attestata per iscritto. F. Filin non concorda neppure con la tesi opposta, secondo cui le lingue baltiche e slave si sarebbero separate indipendentemente l’una dall’altra dalla comunità linguistica indoeuropea e non vi sarebbe mai stato tra loro un contatto più stretto. Egli ritiene che, già nell’ambito della comunità linguistica indoeuropea, si fosse formata un’area di dialetti i cui parlanti avevano mantenuto rapporti piuttosto stretti e duraturi. Dialetti imparentati, non isolati dagli altri indoeuropei.

21V. Falkenhahn, «L’unione linguistica lituano-polacca»; J. Otrębski, «La slavizzazione degli idronimi e dei toponimi lituani»; T. Zdancevičius, «L’influenza del dizionario lituano-russo nei dintorni di Belostok»; ed E. Smulkova, «Sul bielorusso g ega „tитnagас“», cfr. J. Marvan, Vzajemné vlivy mezi slovanskými a baltskými jazyky (V. Mezinárodní sjezd slavistů v Sofii), «Slavia» 33, 1964, p. 252–256.

1 A. V r a c i u, Problema comunității lingvistice balto-slave, „Romanoslavica“, 4, 1960, p. 87–106; žr. recenziją LKK, 6, 1963, p. 325–330.

2 J. Loja, Valodniecības vēsture, Rīga, 1961, p. 151–154.

3 Ф. М. Филин, Образование языка восточных славян, М.–Л., 1962, p. 123–130; žr. recenziją LKK, 7, 1964, p. 240–243.

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dialetti, si arricchirono di innovazioni peculiari e condivisero molti cambiamenti. In questo gruppo di dialetti indoeuropei si trovavano gli antenati delle lingue protobaltica e protoslava. Con il dissolversi della comunità linguistica indoeuropea, si separarono le lingue protobaltica e protoslava, i cui sistemi, pur non essendo identici, rimasero simili fino ai nostri giorni. Da ciò F. Filin conclude che i contatti tra le lingue baltiche e slave sono esistiti, con brevi interruzioni, per tutta la loro storia.

Un contributo prezioso allo studio dei rapporti accentologici tra le lingue baltiche e slave è il libro di Vladislav Illich-Svitych sulla storia dei paradigmi nominali.4 I sistemi dei paradigmi nominali di queste lingue sono simili. I dati delle ricerche di V. Illich-Svitych consentono di concludere che i sistemi di accentuazione nominale baltico e slavo sono una continuazione del sistema accentuale indoeuropeo. I sostantivi lituani della paradigma baritonica (escluso un gruppo con vocale lunga non apofonica nella radice) corrispondono ai sostantivi della stessa paradigma in greco, in antico indiano e nelle lingue germaniche. Analogamente, i sostantivi lituani della paradigma ad accento mobile corrispondono a quelli della paradigma ossitonica nelle lingue menzionate. L’opposizione indoeuropea «paradigma di accentuazione baritonica: paradigma ad accento mobile o ossitonica» è sostanzialmente conservata anche nelle lingue slave.5

Ne consegue che l’accentuazione nominale delle lingue baltiche e slave è molto simile, e in passato lo era ancor di più. La somiglianza dell’accentuazione nominale baltica e slava, come ha dimostrato la ricerca di V. Illich-Svitych, è un arcaismo ereditato dall’epoca della comunità linguistica indoeuropea e pertanto non prova che, dopo la dissoluzione di tale comunità, sia esistita un’unità linguistica baltico-slava.

Nel suo recente lavoro dedicato alle questioni dell’etnogenesi baltica6, Vytautas Mažiulis usa il termine «contatti più antichi» per indicare i contatti tra dialetti (idiomi) imparentati, caratterizzati dal fatto che: 1) le tribù che li mantenevano si comprendevano piuttosto bene a vicenda; 2) il territorio in cui esistevano i contatti più antichi doveva essere più o meno circoscritto, a seconda della densità della popolazione, poiché in un territorio vasto i contatti linguistici compatti dovevano prima o poi interrompersi. Basandosi sulla cultura delle asce da combattimento a forma di barca, attribuita alle tribù baltiche e diffusasi all’inizio del II millennio a.C. su vaste aree dell’Europa nordorientale, V. Mažiulis propende a ritenere che il dissolvimento dei contatti più antichi tra i Baltici (ossia della comunità linguistica baltica) sia iniziato proprio allora. E poiché, a suo avviso, i contatti più antichi tra i Baltici e quelli tra Baltici e Slavi cominciarono a dissolversi nello stesso momento, egli data l’inizio del dissolvimento dei contatti più antichi baltico-slavi ai primi secoli del II millennio a.C. Secondo V. Mažiulis, risalendo dall’inizio del II millennio a.C. verso un passato più remoto, i contatti tra le lingue baltiche e slave dovevano essere sempre più stretti. Egli conclude che la protolingua slava è esistita, mentre quella baltica no; la protolingua baltica (Ursprache) esisteva nell’ambito dell’unità linguistica baltico-slava (within the framework of the Balto-Slavonic „Ursprache“).7

L’opera di Anatolij Nepokupny dedicata soprattutto ai rapporti areali attuali tra le lingue baltiche e slave, «Rapporti areali linguistici baltico-slavi

4V. M. Illich-Svitych, Именная акцентуация в балтийском и славянском (Судьба акцентуационных парадигм), М., 1963; cfr. la recensione in LKK, 7, 1964, p. 231–236.

5V. M. Illich-Svitych, op. cit., p. 83.

6 V. Mažiulis, Linguistic Notes on Baltic Ethnogenesis, Moscow, 1964.

7V. Mažiulis, op. cit., p. 3.

4. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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aspetti“8. Tuttavia, sia per la metodologia stessa sia per la geografia dei fenomeni semantici e sintattici esaminati, questo libro può risultare utile anche per lo studio dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Georgas Ševeljovas, che si è occupato dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, osserva9 che queste lingue presentano molte somiglianze evidenti, ma anche non meno differenze altrettanto evidenti. Sono soprattutto queste differenze a rendere difficile stabilire quando abbia avuto luogo l’unità baltoslava (Balto-Slavic unity), ammesso che tale unità sia mai esistita.

Secondo G. Ševeljovas, il confronto dei mutamenti fonetici fornisce molte informazioni importanti, soprattutto quando si presta attenzione alla loro cronologia. G. Ševeljovas considera un fatto semplice che «nel primo dei cinque periodi della storia della protolingua slava (all’incirca tra il 2000 e il 1500 a. C.), i mutamenti fonetici e fonologici delle lingue slave furono comuni anche alle lingue baltiche, mentre nei periodi successivi non lo furono più»10. In questo periodo le lingue baltiche avrebbero subito i seguenti mutamenti, come quelle slave: avrebbero perso le occlusive aspirate e le consonanti labiovelari, semplificato i nessi di consonanti e spiranti, trasformato i sonanti sillabici R in iR e uR, acquisito due intonazioni delle sillabe lunghe — acuta e circonflessa — e perso la r finale. Alcuni dei mutamenti qui menzionati si verificarono anche in altre lingue, ma la doppia vocalizzazione dei sonanti sillabici e la comparsa di intonazioni fonematiche sarebbero fenomeni esclusivamente baltici e slavi. Pertanto, non vi è dubbio che nel primo periodo della protolingua slava lo sviluppo delle lingue baltiche e slave fosse comune.

Nei periodi successivi dello sviluppo della protolingua slava, le lingue baltiche non sarebbero state del tutto isolate da quelle slave, ma il legame sarebbe stato molto debole. L’indebolimento dei rapporti tra le lingue baltiche e slave è dimostrato da due importanti mutamenti fonetici delle lingue slave, rispecchiati solo in parte in quelle baltiche: nelle lingue baltiche la s dopo k, r, i, u non si trasformò in ch, come avvenne nelle lingue slave; nelle lingue baltiche la s mutò solo dopo k, r (cfr. questo lavoro, pp. 81 sgg.). Il secondo mutamento caratteristico delle lingue slave — la fusione di ide. o e a — interessò soltanto le vocali brevi delle lingue baltiche.

Pertanto, sulla base dei mutamenti fonetici, secondo G. Ševeljovas possiamo distinguere quattro periodi nello sviluppo dei rapporti di parentela tra le lingue baltiche e slave: 1) periodo di sviluppo comune, all’incirca tra il 2000 e il 1500 a. C.; 2) periodo di contatti indeboliti, i cui ultimi secoli furono il VI e il V secolo a. C.; 3) periodo di sviluppo indipendente (period of no established contacts), all’incirca dal V secolo a. C. fino al VI-VII secolo d. C.; 4) periodo dei contatti tra gli slavi orientali e i lettoni (nella regione di Pskov).

Va detto che il quadro dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave delineato da G. Ševeljovas è relativamente obiettivo. Non vi è dubbio che la vocalizzazione dei sonanti sillabici e la formazione delle opposizioni di intonazione siano innovazioni delle lingue baltiche e slave. Esse inducono a ritenere che nei primi secoli dopo la disgregazione della comunità linguistica ide. lo sviluppo delle lingue baltiche e slave fosse comune, nel senso che un’ondata di innovazioni originatasi nell’area delle lingue slave poté estendersi senza impedimenti a tutta l’area baltica o a una sua parte,

8 А. П. Непокупный, Ареальные аспекты балто-славянских языковых отношений, Киев, 1964.

9 G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, Heidelberg, 1964, p. 613—614.

10 G. Y. Shevelov, op. cit., p. 613.

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e viceversa. In altre parole, esse inducono a ritenere che le lingue baltiche e slave costituissero un «territorio isoglossico vivo» (espressione di Chr. Stang).

Dopo aver analizzato la terminologia dei mestieri slavi (tessitura, lavorazione del legno, ceramica e metallurgia) e averla confrontata con la terminologia corrispondente delle lingue baltiche, Oleg Trubačëv11 concluse che: 1) nel lessico di questo ambito le lingue baltiche e slave differiscono notevolmente12; 2) le corrispondenze tra le lingue baltiche e slave compaiono in strati lessicali posteriori, di nuova formazione, il che porta a concludere che l’affinità tra le lingue baltiche e slave in questo ambito sia secondaria13. Riassumendo i risultati delle sue ricerche, O. Trubačëv scrive: «…i dati stessi indicano che gli antichi Slavi si orientavano non verso contatti con i Baltici, bensì verso contatti con gli Indoeuropei che vivevano più a occidente; i loro rapporti con gli Slavi nella creazione della terminologia furono così estesi e importanti da costringerci a riconoscere che un tempo esistette una regione culturale dell’Europa centrale, comprendente gli antichi dialetti germanici, italici e slavi (o una parte di essi), che non interessava i dialetti baltici, con i quali i contatti potrebbero essere iniziati più tardi»14.

* * *

Tutte le teorie finora formulate sui rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave possono essere rappresentate graficamente nel modo seguente, ricorrendo agli schemi di M. Weingart e N. van Wijk15:

Per stabilire quale delle teorie esistenti sia preferibile e quale vada considerata la più affidabile, quella che rispecchia nel modo più obiettivo i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, occorre passare in rassegna le principali somiglianze tra queste lingue, sottolineando in particolare quelle considerate argomenti fondamentali a sostegno della teoria dell’unità linguistica baltoslava.

11 О. Н. Трубачев, Ремесленная терминология в славянских языках, М., 1966.

12 О. Н. Трубачев,, op. cit., p. 209.

13 О. Н. Трубачев, op. cit., p. 275.

14 О. Н. Трубачев, op. cit., p. 393.

15 Cfr. N. van Wijk, Die baltischen und slavischen Akzent- und Intonationssysteme, p. 12.

4*

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CARATTERISTICHE DELLE PRINCIPALI AFFINITÀ TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

Nell’affrontare il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, si fa ricorso soprattutto alle convergenze fonetiche, morfologiche e lessicali tra queste lingue, che costituiscono, si può dire, l’argomentazione di ogni teoria. I sostenitori della teoria dell’unità linguistica baltico-slava sottolineano in particolare le innovazioni delle lingue baltiche e slave.

Nella letteratura linguistica vengono indicate molto spesso le seguenti convergenze tra le lingue baltiche e slave: il destino identico delle vocali brevi ide. o e a e del dittongo eu, la riflessazione identica dei sonanti sillabici ide. R, il mutamento della consonante ide. s dopo k, r, i, u, l’affricazione delle consonanti velari palatalizzate k’ e g’, la comparsa delle intonazioni, le leggi di Hirt e di de Saussure-Fortunatov, la formazione dei suffissi *-ėjo-, *-tėjo- ecc., la comparsa della radice pronominale *mun-, la formazione degli aggettivi pronominali, la desinenza identica del genitivo singolare dei sostantivi a tema in o, l’origine della desinenza verbale di seconda persona *-sēi ecc.

I sostenitori della teoria dell’unità linguistica baltico-slava collocano tutte queste convergenze, e anche altre, soprattutto le innovazioni, su un unico piano cronologico. In questo modo si crea l’impressione che le convergenze tra le lingue baltiche e slave, in particolare le innovazioni, siano molto numerose e che — e questo è il punto essenziale — risalgano a un’unica epoca. Da ciò si conclude che l’unità linguistica baltico-slava sia stata indiscutibile. Tuttavia, chiarire le condizioni e i dettagli della comparsa dei fenomeni e dei processi comuni alle lingue baltiche e slave, nonché la loro cronologia, può modificare considerevolmente il quadro della formazione e dello sviluppo delle convergenze tra queste lingue, soprattutto delle innovazioni.

Ne consegue il compito di riesaminare a fondo le principali convergenze tra le lingue baltiche e slave, soprattutto quelle considerate argomenti fondamentali a sostegno della teoria dell’unità linguistica baltico-slava. In questo lavoro, per i motivi indicati nella prefazione, ci si limita all’analisi dei fenomeni fonetici1.

Le vocali brevi indoeuropee o e a

Il riflesso delle vocali brevi ide. o e a nelle lingue baltiche è a, mentre nelle lingue slave è o. Cfr.: a) ide. o: liet. naktis, lat. nakts, pr. naktin (acc. sing.), s. sl. noštь (da *nakti-): lat. nox noctis; liet. akis, lat. acs, pr. ackis, s. sl. oko: lat. oc-ulus, gr. ὄσσε (nom. du.); b) ide. a: liet. ašis, lat. ass, pr. assis, s. sl. osь: lat. axis, gr. ἄξων, antico alto tedesco ahsa, antico indiano ákṣaḥ; liet. marios, lat. mare, pr. mary, s. sl. morje: lat. mare, got. marei. Le vocali brevi ide. o e a sono state conservate al meglio dal latino e dal greco. I loro esempi mostrano quindi chiaramente dove si trovava un tempo la vocale o e dove invece la vocale a. Per affrontare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, è importante chiarire quale vocale avessero la comunità linguistica baltica e la protolingua slava in luogo delle attuali balt. a e slav. o. Le opinioni degli studiosi su questo punto divergono.

1 Per una breve caratterizzazione dei fenomeni accentologici e morfologici comuni alle lingue baltiche e slave, cfr. S. Karaliūnas, Baltų ir slavų kalbų seniausiųjų santykių klausimu, „Lietuvos TSR Mokslų akademijos darbai“, Serija A, 1(20), 1966, p. 167—177; С. Каралюнас, Древнейшие отношения балтийских и славянских языков (автореферат), Вильнюс, 1967.

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M. Muchas¹, P. Krečmeris², J. Endzelyn as³, J. Mikola⁴, V. Vondrakas⁵, E. Švarcas⁶, T. Ler-Splavinskis⁷, A. Vajanas⁸, J. Otrembskis⁹, K. Horālekas¹⁰, P. Aruma¹¹, V. Georgijevas¹² e altri ritenevano, o ritengono tuttora, che tanto nella comunità linguistica baltica quanto nella protolingua slava le vocali brevi indoeuropee o e a si fossero mutate in a. M. Bartolis¹³, V. Poržežinskis¹⁴, H. Jakobzonas¹⁵, F. Fortunatovas¹⁶ e altri erano dell’opinione che durante l’unità linguistica baltico-slava fosse esistita la vocale ă (a con un grado ridotto di labializzazione), dalla quale sarebbero poi derivate la a baltica e la o slava.

Tutti questi studiosi erano fautori delle teorie dell’unità linguistica baltico-slava o dell’epoca comune baltico-slava (J. Endzelynas), e ciò probabilmente condizionò anche il loro punto di vista sullo sviluppo del vocalismo delle lingue baltiche e slave: nelle lingue baltiche avrebbero dovuto verificarsi gli stessi fenomeni che in quelle slave.

Poiché in tutte le lingue baltiche, al posto dell’indoeuropeo o e a, vi era a, secondo questi studiosi anche nella comunità linguistica baltica avrebbe dovuto esservi a. Nel concludere che in passato nelle lingue baltiche fosse esistita la vocale a, non ci si basava a sufficienza sui dati delle stesse lingue baltiche. Per esempio, J. Endzelynas¹⁷ era incline a ritenere che nell’epoca baltico-slava fosse esistita la vocale a per due ragioni: 1) l’ondata di mutamento dell’indoeuropeo o in a, che aveva investito l’area delle lingue indo-iraniche, albanesi e germaniche, avrebbe dovuto raggiungere anche le lingue baltiche e slave confinanti con esse; 2) nei prestiti greci e ugro-finnici di origine slava, al posto dell’attuale vocale slava o comparirebbe a. Anche gli altri studiosi citati consideravano questi prestiti l’argomento principale a favore dell’esistenza della vocale breve a nella protolingua slava.

Già da tempo era stata espressa anche un’altra opinione. K. Brugmanas¹⁸ riteneva che, durante l’unità linguistica baltico-slava, l’indoeuropeo o e a si fossero mutati nella vocale a, che si era conservata nelle lingue slave, mentre nelle lingue baltiche era mutata in a. Tuttavia, la sua opinione secondo cui in passato nelle lingue baltiche era esistita

¹ M. Much, Abhandlungen zur germanischen Philologie, „Festgabe für R. Heinzel“, Halle, 1898, p. 213.

² P. Kretschmer, Die slavische Vertretung von indogermanischen o, AfslPh, 27, 1905, p. 228–240.

³ Я. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, p. 106–107.

⁴ J. J. Mikkola, Urslavische Grammatik, I, Heidelberg, 1913, p. 48.

⁵ W. Vondrák, Vergleichende slavische Grammatik, I, 2. Aufl., Göttingen, 1924, p. 106.

⁶ E. Schwarz, Zur Chronologie von asl. a > o, AfslPh, 41, 1927, p. 124–136.

⁷ T. Lehr-Splawiński, O pochodzeniu i praojczyźnie słowian, p. 24.

⁸ A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 107.

⁹ Я. С. Отрембский, Славяно-балтийское языковое единство, ВЯ, 5, 1954, p. 28.

¹⁰ K. Horálek, Úvod do studia slovanských jazyků, Praha, 1962, p. 99.

¹¹ P. Arumaa, Urslavische Grammatik, I, p. 74–77.

¹² В. Георгиев, Вокалната система в развоя на славянските езици, София, 1964; Нови теории и традиционални заблуди, „Български език“, 15, 1965, p. 297–307.

¹³ M. G. Bartoli, Riflessi slavi di vocali labiali romane e romanze, greche e germaniche, „Zbornik u slavu V. Jagića“, Berlin, 1908, p. 30–60.

¹⁴ W. Porzeziński, Die baltisch-slavische Sprachgemeinschaft, p. 16.

¹⁵ H. Jacobsohn, Arrier und Ugrofinnen, Göttingen, 1922, p. 75.

¹⁶ Ф. Ф. Фортунатов, Lezioni di fonetica dell’antico slavo (slavo ecclesiastico), Pietrogrado, 1919, p. 26.

¹⁷ Я. Эндзелин, op. cit., p. 106–107.

¹⁸ K. Brugmann, Grundriss der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, I, 1, p. 146.

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ma non era ben argomentata. V. Tomsenas19 e H. Jakobzonas20 sostenevano la loro tesi secondo cui nelle lingue baltiche in passato esisteva la vocale o basandosi sui prestiti di origine baltica nelle lingue ugro-finniche, in cui al posto dell’odierna a delle lingue baltiche ricorre la vocale breve o.

Basandosi sui prestiti nelle lingue finlandesi del Baltico di origine baltica, K. Būga21 riteneva che, nel periodo più antico dei contatti tra le lingue baltiche e finniche, i baltici avessero conservato intatta la vocale ide. o solo in posizione non accentata, mentre in posizione accentata l’avessero trasformata in a.

Di recente si è cercato di sostenere con nuovi dati la tesi secondo cui nella comunità linguistica baltica esisteva la vocale breve o. J. Kazlauskas22 ritiene che le sequenze in, un dei dialetti alto-lituani orientali e ẹn, ọn dei dialetti žemaitici possano essere derivate da ẹn, ọn. J. Kazlauskas sostiene inoltre che il passaggio delle sequenze ẹn, ọn del lettone a ē, ō e, successivamente (con la formazione della correlazione ē: ō), a ie, uo sarebbe più semplice e comprensibile. Le sequenze en, an non avrebbero necessariamente dovuto dare ē, ō, poiché sarebbero possibili anche le nasali ẹ, ą.

V. Mažiulis23 ritiene che, nelle parole del tipo prussiano doalgis «dalgis» («falce»), il grafema oa indichi la vocale lunga ō, sorta per allungamento circonflesso dalla o breve, la quale, a suo parere, va considerata comune baltica. La tesi secondo cui la comunità linguistica baltica possedeva la vocale breve o trova forse sostegno anche in altri due dati.

1. Nello studio dell’evoluzione del vocalismo delle lingue baltiche, nella letteratura scientifica era già stato indicato il principio di polarizzazione dello sviluppo dei sistemi vocalici24. Esso è chiaramente visibile nell’evoluzione dei sistemi vocalici dei dialetti žemaitici. Qui sono ampie e aperte non solo le vocali a, e, ma anche le vocali ɔ, ẹ. Che le vocali ɔ, ẹ derivino dalle vocali chiuse u, i è dimostrato dalle sequenze um, un, im, in, nelle quali le vocali u, i sono rimaste per lo più inalterate. Il fatto che le vocali u, i abbiano mantenuto la loro chiusura in tutti gli altri dialetti lituani, mentre nel dialetto žemaitico si siano aperte, va probabilmente spiegato con la forte labializzazione delle vocali lunghe e la loro notevole chiusura; cfr. lituano uo, ie → žemaitico ū, ī, ọu, ẹi; lituano o, ė → žemaitico uo, ie.

Pertanto, il sistema delle vocali lunghe dei dialetti žemaitici è mutato nella direzione della chiusura e della labializzazione, mentre il sistema delle vocali brevi, al contrario, nella direzione dell’apertura e della delabializzazione. In tal caso non resta che concludere che non solo le vocali ɔ, ẹ, ma anche le vocali a, e derivano da vocali brevi chiuse e labializzate (u, i rispettivamente o, ẹ). Tenendo conto di questa tendenza all’apertura delle vocali brevi, la loro chiusura in alcune posizioni può essere considerata antica. Per esempio, nelle sequenze dei dialetti žemaitici, come già detto, um, un, im, in le vocali u, i sono sempre chiuse; in altre parole, qui, per effetto delle vocali nasali, esse avrebbero conservato il loro carattere originario. Allo stesso modo, anche le vocali ɔ, ẹ delle sequenze žemaitiche ɔm, ɔn, ẹm, ẹn vanno considerate più antiche di quelle della sillaba aperta a, e. Se ne era già scritto nella letteratura scientifica25.

Nei contesti dell’accento antico, i dialetti dei dounininkai settentrionali presentano vocali chiuse ẹ/ie, dittongate in alcuni casi per effetto di una forte chiusura, se nella sillaba successiva vi è una vo-

19 V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk-lettiske)Sprog, Köbenhavn, 1890, p. 89.

20 H. Jacobsohn, op. cit., p. 75.

21 K. Būga, RR, I, p. 457.

22 И. Казлаускас, К развитию общебалтийской системы гласных, ВЯ, 4, 1962, p. 20–24.

23 В. Мажюлис, Заметки по прусскому вокализму, „Вопросы теории и истории языка (Сборник в честь профессора Б. А. Ларина)“, Ленинград, 1963, p. 192–193; V. Mažiulis, Remarques sur le vocalisme du vieux prussien, „Acta baltico-slavica“, 2, 1965, p. 55.

24 И. Казлаускас, op. cit., p. 21–22.

25 И. Казлаускас, op. cit., p. 23.

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vocali stretti u, i (brevi o lunghi). Davanti alle vocali delle sillabe successive, qui si trova una e aperta. Il fatto che in quale posizione sia stato conservato il carattere più antico della vocale e è mostrato dal comportamento delle vocali u, i. Le vocali strette u, i nella maggior parte dell’area dei dialetti dounininkai sono rimaste inalterate davanti alle vocali strette del dialetto u, ū, uo, i, ī, ie. Davanti alle altre vocali dialettali si sono aperte, diventando ọ, ẹ26. Se le vocali u, i davanti alle vocali strette hanno conservato il loro carattere originario, allora anche la vocale e in questa posizione poteva aver conservato il suo carattere originario (la chiusura).

Pertanto, i fatti qui descritti mostrano che le vocali brevi originarie dei dialetti žemaitici erano probabilmente o, ẹ strette.

Nei dialetti dell’alta Lituania orientale (i cosiddetti rotininkai), al posto della a accentata non finale della lingua letteraria si pronuncia o (nella trascrizione dialettologica indicata con ə e ă); cfr. gli esempi degli anikščiai e dei kupiškėnai rotai, gražū (acc. sing.), vokaras, dorbas. In posizione non accentata e alla fine di parola accentata, fonologicamente equivalente a una posizione non accentata, qui si ha a; cfr. vakarai, gražūs, giria27.

Si pone la questione se il fenomeno del rotininkavimas sia sorto recentemente oppure sia stato ereditato dai tempi antichi (in altre parole, quale vocalismo sia più antico: quello delle posizioni accentate o quello delle posizioni non accentate).

Il rotininkavimas è diffuso in un’area relativamente ristretta tra Papilys e Ukmergė28. Poiché nella parte meridionale dell’area del rotininkavimas non opera l’assimilazione vocalica e i rapporti tra i suoni risultano quindi più chiari, inizialmente ci si limiterà qui all’esame dei sistemi vocalici dei dialetti di questa parte. Secondo i dati di Z. Zinkevičius29, per esempio, i sistemi vocalici del dialetto di Anykščiai sono i seguenti:

vocali brevi vocali lunghe in posizione accentata u. i. ū ī ə. ẹ. uo ie in posizione non accentata u i u. i. a e a. e.

Prima della comparsa dei dittonghi uo e ie (che, da un punto di vista sincronico, possono forse essere trattati come fonemi tesi), il sistema delle vocali lunghe in posizione accentata poteva essere il seguente:

ū ī ō ē ā ē

La posizione di ciascun fonema nel sistema poteva essere caratterizzata dai seguenti tratti distintivi:

i fonemi /ū/ e /ī/ — diffusi (opposti ai fonemi /ō/ e /ē/) e non compatti (opposti ai fonemi /ā/ e /ē/);

26 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, Vilnius, 1966, p. 61–62.

27 Per maggiori dettagli, cfr. Z. Zinkevičius, op. cit., p. 50.

28 Z. Zinkevičius, op. cit., pp. 50–51 e carta n. 6.

29 Z. Zinkevičius, op. cit., pp. 50 ss.

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I fonemi /ō/ e /ē/ sono non diffuse (opposte ai fonemi /ū/ e /ī/) e non compatte (opposte ai fonemi /ā/ e /ē/); i fonemi /ā/ e /ē/ sono compatti (opposti ai fonemi /ō/ e /ǭ/) e non diffusi (opposti ai fonemi /ū/ e /ī/). Inoltre, i fonemi /ū/, /ō/, /ā/ e /ī/, /ē/, /ė/ sembrano aver avuto i tratti distintivi «bemollità – diesità». I fonemi /ū/, /ō/, /ā/ sono stati caratterizzati come bemollizzati perché, sul piano fonetico, non erano fortemente labializzate soltanto le vocali ū e ō, ma sembra che anche ā avesse un certo grado di labializzazione (una notazione più adeguata sarebbe ā o persino ā). Che la vocale ā fosse labializzata è dimostrato dalla sua labializzazione fino al dittongo uo nei dialetti žemaitici e in alcuni dialetti aukštaitici (nei dintorni di Zietela, Lazūnai, Ramaškonys e Adutiškis, nonché a Gerdasiai, presso Druskininkai 30). Questa dittongazione presuppone di per sé un certo grado iniziale di labializzazione della vocale ā. Il fatto che la vocale ā fosse il realizzante di un fonema compatto, non diffuso e, inoltre, bemollizzato sembra essere confermato anche dalla resa della vocale slava a mediante la vocale lunga lituana o (cfr. lit. striōkas e antico russo strachъ, polacco strach). Per la comunità linguistica baltica orientale è verosimile ricostruire una vocale del tipo di quella oggi presente nei dialetti aukštaitici orientali (nei dintorni di Dusetos, Svėdasai, Alanta, Utena) e nei dialetti žemaitici occidentali (nei dintorni di Karklė, Žardė). Anche il dato geografico indica il carattere arcaico di questa vocale (cioè ā): secondo i principi della linguistica areale, un fenomeno o fatto linguistico che esiste in aree marginali o distanti l’una dall’altra è più antico di quello diffuso in un’area centrale o continua<sup>31</sup>. In altre parole, vi sono ragioni per ritenere che nei suddetti dialetti aukštaitici orientali e žemaitici costieri si sia conservata l’antica ā della comunità linguistica baltica orientale.

Confrontando il sistema delle vocali lunghe della comunità linguistica baltica orientale con quello delle vocali lunghe del dialetto di Anykščiai, osserviamo che: 1) sul piano fonematico, la posizione reciproca e i rapporti tra i suoi elementi sono rimasti invariati: i fonemi sono caratterizzati dagli stessi tratti distintivi di prima; 2) sul piano fonetico, gli elementi si sono modificati nella direzione di una lieve labializzazione e di un innalzamento: ō, ē→uo, ie e ā, ē→ɔ, ė.

Ci si chiede in quale direzione — di innalzamento o di abbassamento — sia mutato il sistema delle vocali brevi del dialetto di Anykščiai e quale fosse il suo rapporto evolutivo con quello delle vocali lunghe. Per rispondere a questa domanda, è importante il fatto che nei dialetti aukštaitici orientali (almeno in quelli compresi nell’area del rotininkavimas) si è instaurata una correlazione tra le vocali brevi, qui allungate fino a diventare semilunghe, e le vocali lunghe. Numerosi fatti confermano l’esistenza di tale correlazione. Nei dintorni di Ukmergė sono state neutralizzate non solo le opposizioni di quantità, ma anche quelle locali (di timbro), cfr. rōtas «ruota»: prōtas «intelletto». Nella parte settentrionale dell’area del rotininkavimas, dove si verifica l’assimilazione vocalica, lo stesso esito ha interessato sia la breve e sia la lunga ē. Davanti a vocali bemollizzate e in posizione finale assoluta di parola, nel dialetto dei kupiškėnai al posto di e ed ē della lingua standard si trova rispettivamente a e ā; davanti a vocali diesizzate e alla j etimologica, invece, e ed ē. In posizione dopo k, g, š, ž, č, j, indipendentemente dalla qualità della sillaba successiva, la maggior parte dei kupiškėnai ha e ed ē rispettivamente; nei dintorni di Papilys, invece, davanti a vocali bemollizzate e in posizione finale assoluta di parola, nella posizione menzionata si trovano æ e ǣ rispettivamente<sup>32</sup>.

30 Z. Zinkevičius, op. cit., p. 71.

31 В. Пизани, Общее и индоевропейское языкознание, „Общее и индоевропейское языкознание (Обзор литературы)“, Москва, 1956, p. 112–114.

32 Z. Zinkevičius, op. cit., p. 54, 74.

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Una volta instauratasi la correlazione tra vocali brevi e lunghe (soprattutto a causa dell’allungamento delle vocali brevi), entrambi i sistemi vocalici dovevano evolversi nella stessa direzione. Poiché, come abbiamo visto, il sistema delle vocali lunghe si è labializzato e innalzato, anche quello delle vocali brevi doveva evolversi nella direzione della labializzazione e dell’innalzamento. Pertanto, le vocali strette o, ẹ degli aukštaitici orientali sono probabilmente comparse di recente a partire dalle precedenti vocali aperte a, e.

In posizione atona, il sistema delle vocali lunghe nei dialetti rotininkai si è evoluto nella direzione opposta: si è abbreviato e abbassato. Per esempio, nel dialetto di Anykščiai ō, ē si sono delabializzate e abbassate, coincidendo così con ā, ē; queste ultime, a loro volta, delabializzandosi e abbassandosi, sono diventate a., æ.. In posizione atona, i dialetti rotininkai presentano ovunque vocali brevi aperte. Pertanto, l’evoluzione uniforme dei sistemi vocalici dei dialetti rotininkai in posizione atona sostiene anch’essa l’affermazione secondo cui la loro evoluzione è stata uniforme anche in posizione tonica.

L’esistenza di una correlazione tra vocali brevi e lunghe nei dialetti aukštaitici orientali (e, rispettivamente, l’allungamento, l’innalzamento e la labializzazione delle vocali brevi in posizione tonica) è indicata anche dal fatto che in una vasta area rotininkai, accanto alle vocali lunghe ō, ō, troviamo la breve (qui allungata) ɔ, mentre nella parte orientale di quest’area, accanto ad ā, troviamo la breve ā. Nei dialetti di confine questi rapporti possono essere confusi: accanto a ɔ può comparire ā (nel villaggio di Trakiniai, tra Kavarskas e Alanta), mentre accanto ad ā può comparire ɔ (nel dialetto di Švedasai)³³. Tuttavia, l’esistenza stessa della correlazione è indubbia anche qui.

L’alternanza vocalica del dialetto dei kupiškėnai in funzione della posizione (assimilazione) si spiega se supponiamo che in passato vi fossero qui vocali aperte e ed ē, che davanti a vocali bemollizzate e in posizione finale assoluta di parola si sono ulteriormente aperte, diventando rispettivamente a e ā, mentre davanti a vocali diesizzate e alla j etimologica si sono innalzate, diventando rispettivamente ẹ e ē, cioè:

e ed ē → rispettivamente a e ā; e ed ē → rispettivamente ẹ ed ē

Anche l’innalzamento della vocale aperta a nei dialetti rotininkai è dimostrato dal fatto che nel dittongo acuto au compare la vocale a (ma non o). Essa non si è innalzata, a quanto pare, per via della natura dell’accento e della u, davanti alla quale sembra non poter comparire una vocale stretta (e oppure o).

La vocale labializzata a ricorre in alcuni dialetti žemaitici (nei dintorni di Laukuva, Seda ecc.)³⁴. Tuttavia, anche qui probabilmente è recente, poiché nei dialetti žemaitici, a causa delle vocali lunghe fortemente labializzate e innalzate, le vocali brevi dovevano necessariamente diventare aperte.

Le suddette modificazioni del vocalismo nei dialetti della lingua lituana (l’evoluzione polarizzata delle vocali brevi e lunghe nel dialetto žemaitico, l’instaurarsi di una correlazione e i fenomeni di assimilazione nei dialetti aukštaitici orientali) potrebbero indicare che le vocali brevi o, e si sono trasformate in a, e aperte già relativamente tempo fa.

2. Nella lingua lettone, il dialetto orientale degli aukšzemnieki presenta la vocale breve o al posto della a della lingua standard. Qui la vocale o può trovarsi sia in posizione tonica sia atona (cfr. lett. vosara e vosora «estate»), sia davanti a una consonante posteriore sia davanti a

33 Z. Zinkevičius, op. cit., p. 50.

34 Z. Zinkevičius, op. cit., p. 51.

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vocali anteriori (cfr. lettone lobs «buono» e obi «entrambe»)³⁵. Senza aver studiato lo sviluppo dei sistemi vocalici dei dialetti lettoni, è difficile dire qualcosa sull’antichità di questa vocale.

La vocale breve o ricorre anche in prussiano. Nel glossario di Elbing della lingua prussiana, al posto di a si trova abbastanza spesso o³⁶, cfr. prussiano wobse «vespa», sompisinis «pane grossolano, Grobbrot» (il prussiano som- corrisponde al lituano sam-). Questa o può essere un residuo della vocale breve o, un tempo più ampiamente diffusa³⁷.

3. Che nella comunità linguistica baltica potesse esistere la vocale breve o è forse indicato anche dai prestiti delle lingue finniche baltiche di origine baltica, nei quali in certi casi compare o; cfr. finlandese morsian e lituano marti, finlandese oinas e lituano avinas, finlandese lohi e lituano lašiš, ecc.³⁸ Recentemente V. Šteinicas ha espresso la fondata opinione che le parole con o appartengano allo strato più antico dei prestiti di origine baltica nelle lingue ugro-finniche³⁹.

Alcuni studiosi, a partire da K. Brugmann⁴⁰, tendono a ritenere che anche nella protolingua slava fosse presente la vocale breve o. Questa opinione era o è tuttora condivisa da M. Fasmer⁴¹, A. Meje⁴², S. Bernštein⁴³, F. Filin⁴⁴ e altri.

M. Fasmer⁴⁵ spiegava così il fatto che la vocale o delle lingue slave è resa dalla vocale a nei prestiti greci e nei toponimi di origine slava: la vocale chiusa greca o non era adatta a rendere la vocale o delle lingue slave, poiché questa era aperta. Secondo A. Meje⁴⁶, nella protolingua slava non vi era una grande differenza di timbro tra la o breve e la a lunga. La differenza era per lo più quantitativa. S. Bernštein ritiene⁴⁷ che in passato la vocale o delle lingue slave avesse un grado ridotto di labializzazione.

In altre parole, alcuni studiosi affermano che nella protolingua slava vi fosse la vocale breve a o ă, mentre altri tendono a ritenere che nella protolingua slava fosse presente la vocale o. In realtà, tra questi due punti di vista non vi è una differenza così grande come potrebbe sembrare a prima vista. Infatti, anche coloro che sostengono che nella protolingua slava vi fosse la vocale a ritengono che questa vocale breve fosse leggermente labializzata e più chiusa della vocale a. E coloro,

³⁵ J. Endzelins, Latviešu valodas gramatika, Rīgā, 1951, p. 110–123; M. Rudzīte, Latviešu dialektoloģija, Rīgā, 1964, p. 267–271.

³⁶ E. Berneker, Die preussische Sprache, I. Lautlehre, Strassburg, 1895, p. 27; J. Endzelin, Zum o für a im Elbinger Vokabular, StB, 5, 1935–1936, p. 94–98; Senprūšu valoda, Rīgā, 1943, p. 24.

³⁷ Cfr. И. Казлаускас, op. cit., p. 21.

³⁸ Per la bibliografia degli ultimi anni, si veda E. Nieminen, Über einige Eigenschaften der baltischen Sprache, die sich in den ältesten baltischen Lehnwörtern der ostseefinnischen Sprachen abspiegelt, «Sonderabdruck aus den Sitzungsberichten der Finnischen Akademie der Wissenschaften 1956», Helsinki, 1957, p. 199–200; A. Sabaliauskas, Baltų ir Pabaltijo suomių kalbų santykiai, LKK, 6, 1963, p. 109–136.

³⁹ W. Steinitz, Zur Periodisierung der alten baltischen Lehnwörter im Ostsee-Finnischen, «Symbolae linguisticae in honorem Georgii Kurylowicz», Wrocław–Warszawa–Kraków, 1965, p. 297–303.

⁴⁰ K. Brugmann, op. cit., p. 146.

⁴¹ M. Vasmer, Due brevi saggi. II. Sulla rappresentazione slava di arioeuropeo o, KZ, 41, 1907, p. 157–164.

⁴² А. Мейе, Общеславянский язык, Москва, 1951, p. 42–44.

⁴³ С. Б. Бернштейн, Saggio di grammatica comparata delle lingue slave, p. 144–146.

⁴⁴ Ф. П. Филин, Formazione della lingua degli slavi orientali, p. 101.

⁴⁵ M. Vasmer, op. cit., p. 157–164.

⁴⁶ A. Meje, op. cit., p. 44.

⁴⁷ С. Б. Бернштейн, op. cit., p. 143.

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che ritengono che nella protolingua slava vi fosse una vocale breve o, sottolineano al contempo anche il suo debole grado di labializzazione e la sua apertura.

A quanto pare, i seguenti fatti permettono di definire più precisamente la qualità della vocale breve della protolingua slava:

1. Che la vocale della protolingua slava, derivata dall’ide. o e a, potesse essere foneticamente più vicina alla vocale a che a o, è dimostrato dai prestiti e dai toponimi di origine slava nelle lingue ugro-finniche, baltiche, germaniche e greche, che presentano ovunque a al posto della vocale o delle lingue slave moderne; cfr. il finlandese papu «fava», dal russo боб, il prussiano maddla «preghiera, Bitte, Gebet», dal polacco modła, il bavarese antico Rasa dallo slavo ražb, il gr. βάβεω «vecchia» dallo slavo *baba, ecc. L’a di altre lingue è sempre resa nelle lingue slave con o; cfr. lo slavo ecclesiastico antico kotblъ «calderone», dal gotico *katils (cfr. katile gen. pl.). Ciò dimostra che al tempo dei prestiti le lingue slave avevano la vocale a.

2. I dialetti bielorussi e alcuni dialetti della Russia meridionale, nonché alcuni dialetti bulgari molto arcaici48, presentano nella posizione atona la vocale a (il cosiddetto «akan’e»); cfr. il bielorusso каза́, il russo каза́ (scritto коза) e il bulgaro kazý-te (nom. pl.).

Nella posizione atona questi dialetti avranno conservato la vocale breve protoslava a49. Nel recente dibattito50 sull’origine dell’«akan’e» ha prevalso l’opinione secondo cui questa caratteristica dei dialetti bielorussi e della Russia meridionale sarebbe comparsa piuttosto tardi (intorno al XIII–XIV secolo)51, spontaneamente oppure sotto l’influenza del substrato. Tuttavia, sembra più attendibile la prima interpretazione dell’origine dell’«akan’e»: a in posizione atona in questi dialetti va considerata un relitto della a protoslava, perché: a) lo impone il fattore geografico (cfr. il fenomeno analogo nei dialetti bulgari arcaici); b) l’esistenza di una a breve nella protolingua slava è confermata dagli studi fonologici.

3. Tutti gli studiosi finora hanno ricostruito per la protolingua slava la correlazione a: ā (risp. ă: ǟ)52. Il passaggio della vocale breve ide. o a a e la sua confluenza con il riflesso dell’ide. a erano connessi con la delabializzazione delle altre vocali della protolingua slava. Nella protolingua slava, insieme alla palatalizzazione delle consonanti, si verificò la labializzazione delle consonanti (risp. la delabializzazione delle vocali)

48 Ст. Стойков, Акане в говора на с. Триград (Девинско), „Български език“, 13, 1963, p. 8–21.

49 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 107; G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 386–387; В. И. Георгиев, Русское аканье и его отношение к системе фонем праславянского языка, ВЯ, 2, 1963, p. 20–29; Общеславянское значение проблемы аканья, ВЯ, 4, 1964, p. 151–152.

50 В. Г. Руделев, К фонологической интерпретации русского аканья, ВЯ, 2, 1963, p. 30–38; П. С. Кузнецов, К вопросу о происхождении аканья, ВЯ, 1, 1964, p. 30–41; В. В. Колесов, О некоторых особенностях фонологической модели, развивающей аканье, ВЯ, 4, 1964, p. 66–79; Я. Риглер, К проблеме аканья, ВЯ, 5, 1964, p. 36–45; В. И. Лыткин, Ещё к вопросу о происхождении русского аканья, ВЯ, 4, 1965, p. 44–52; Г. А. Хабургаев, О фонологических условиях развития русского аканья, ВЯ, 6, 1965, p. 55–63. Inoltre, cfr. M. Halle, Akan’e (The Treatment of Unstressed Nondiffuse Vowels in Southern Great Russian Dialects), „Symbolae linguisticae in honorem Georgii Kuryłowicz“, p. 103–109.

51 Cfr. В. И. Борковский, П. С. Кузнецов, Историческая грамматика русского языка, М., 1963, p. 142.

52 R. Jakobson, Remarques sur l’évolution phonologique du russe comparée à celles des autres langues slaves, TCLP, 2, 1929, p. 20–23; F. V. Mareš, Vznik slovanského fonologického systému a jeho vývoj do konce období slovanské jazykové jednoty, „Slavia“, 25, 1956, p. 445; G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 150–162; H. ван Вейк, К истории фонологической системы в общеславянском языке позднего периода, „Slavia“, 19, 1950, p. 293.

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processo. Le ricerche fonologiche degli ultimi anni hanno constatato53 che le vocali brevi o e a (così come ō e ā) confluirono inizialmente nella posizione dopo le consonanti labiali. Qui la proprietà differenziale della vocale o (come anche di ō), la «bemollità», divenne irrilevante, poiché tale proprietà era un elemento costitutivo delle consonanti labiali (per maggiori dettagli, cfr. questo lavoro, pp. 67 ss.).

All’affermazione che nella protolingua slava esistesse la vocale breve a (ma non o),1 si oppone la desinenza -ō del nominativo e dell’accusativo singolare dei sostantivi maschili in o-tema: foneticamente, essa poteva essere sorta soltanto da *-os e *-om attraverso le forme intermedie *-u(s) e *-u(m).

G. Ševel iovas è del tutto ragionevolmente incline a spiegare con ragioni morfologiche54 la comparsa della desinenza -ō al nominativo singolare in luogo di *-as (cfr. antico slavo ecclesiastico vьlkъ). La desinenza *-am avrebbe potuto trasformarsi facilmente in -ō, poiché il restringimento delle vocali davanti alle consonanti nasali sarebbe un fenomeno frequente, riscontrabile in molte lingue. Dopo i mutamenti fonetici in fine di parola della protolingua slava, per analogia tra i temi in o e quelli in u si sarebbe formata la seguente proporzione: *-u (acc. sing., tema in u): *-u (nom. sing., tema in u)= *-u (acc. sing., tema in o): x (nom. sing., tema in o), dove x avrebbe dovuto essere uguale a *-u.

Pertanto, nulla impedisce di ritenere che nella protolingua slava vi fosse una a breve, forse in certa misura labializzata, poiché nei prestiti dal slavo in rumeno al posto della a della protolingua slava compare oa; cfr. rum. groază «terrore» da sl. *graza55.

Secondo i ricercatori, la vocale breve slava a si trasformò in o piuttosto tardi (verso l’VIII–IX secolo), poco prima della comparsa dei primi monumenti scritti nelle lingue slave56. Dopo il IX secolo, i prestiti di origine slava in altre lingue presentano già abbastanza spesso o; cfr. gr. Σϑλοβενοί da sl. *slověne.

Quasi tutti i ricercatori concordano sul fatto che tanto nelle lingue baltiche quanto in quelle slave il sistema originario delle vocali brevi fosse triangolare:

È tuttavia altrettanto possibile un secondo scenario: che il sistema originario delle vocali brevi di queste lingue fosse quadrangolare:

nel quale mancava l’opposizione a: o.

Oltre che nelle lingue baltiche e slave, le vocali brevi indoeuropee o e a confluirono anche nelle lingue germaniche, in albanese, nell’antico indiano e nell’ittita. In queste lingue il loro esito è a.

53 B. K. Žuravlev, Formazione del singarmonismo di gruppo nella lingua proto-slava, ВЯ, 4, 1961, p. 35–36.

54 G. Y. Shevelov, op. cit., p. 156–157.

55 G. Y. Shevelov, op. cit., p. 162.

56 E. Schwarz, op. cit., p. 136; H. ван Вейк, op. cit., p. 293; F. V. Mareš, op. cit., p. 445; G. Y. Shevelov, op. cit., p. 151; B. K. Журавлев, Из истории вокализма в праславянском языке позднего периода, ВЯ, 2, 1963, p. 13, 19; В. И. Георгиев, ВЯ, 2, 1963, p. 29; Нови теории и традиционални заблудки, „Български език“, 15, 1965, p. 297–307.

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La vocale breve a nella comunità linguistica indoeuropea era, a quanto pare, rara. Ricorreva soprattutto nel lessico espressivo, tecnico e quotidiano, mentre partecipava pochissimo all’alternanza vocalica57.

Il lessico delle lingue europee che distinguono i fonemi o e a e che contiene la vocale breve a si limita principalmente all’ambito agricolo; per questa ragione, tale lessico e dunque anche il fonema a potrebbero essere di origine più tarda58. Alcuni studiosi sono propensi a ritenere che l’opposizione o: a nelle lingue indoeuropee meridionali (armeno, greco, italico e celtico) possa essere sorta più tardi in seguito alla caduta delle laringali59.

È quindi del tutto possibile che quelle lingue indoeuropee che non presentano l’opposizione o: a non l’abbiano mai avuta. La vocale breve o del proto-baltico e la a del proto-slavo possono corrispondere alle o e a delle lingue indoeuropee meridionali.

Per affrontare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è importante chiarire quali realizzazioni dei fonemi compatti non accentati, ovvero quali vocali brevi posteriori di bassa altezza, avessero le lingue baltiche e slave nei primi secoli dopo la separazione dalla comunità linguistica indoeuropea. Non è possibile dirlo per molte ragioni, tra le quali le più importanti sono:

a) non disponiamo di dati sulla cui base potremmo ricostruire i rapporti tra i vocalismi di epoche così remote; non sappiamo cioè se in quel periodo i dialetti baltici avessero davvero la vocale breve o e quelli slavi la vocale breve a;

b) non è chiaro quale sistema di vocali brevi (triangolare o quadrangolare) fosse quello originario nelle lingue baltiche e slave;

c) non conosciamo la cronologia assoluta esatta del momento in cui i riflessi delle vocali brevi indoeuropee o e a confluirono nelle lingue baltiche e slave (una volta riconosciuto come originario il sistema triangolare delle vocali brevi).

In ogni caso, qualunque sistema di vocali brevi si consideri originario, una cosa è chiara: anche gli altri dialetti indoeuropei (per esempio quelli germanici) avevano un sistema originario di vocali brevi identico a quello delle lingue baltiche e slave. Pertanto, la ricostruzione di un sistema originario di vocali brevi comune alle lingue baltiche e slave non dimostra in alcun modo l’esistenza di una fase evolutiva baltico-slava comune e distinta da quella degli altri dialetti indoeuropei, né di un’unità linguistica baltico-slava.

Vocali lunghe indeuropee ō e ā

Le vocali lunghe indoeuropee ō e ā confluirono nelle lingue slave. Le lingue baltiche ne conservarono la distinzione. Pertanto le lingue baltiche e slave differiscono notevolmente nello sviluppo delle vocali lunghe indoeuropee. Nel risolvere il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, è importante stabilire quando le lingue slave abbiano cominciato a non distinguere più le vocali lunghe indoeuropee.

La ā indoeuropea è conservata intatta in lettone (ā); in lituano è diventata o, mentre le lingue slave presentano qui a, cfr.:

lituano brólis, broter-ėlis, lettone brãlis, brāter-ītis, slavo ecclesiastico antico bratrъ: antico indiano bhrātā, greco φράτηρ «membro della fratria», latino frāter, gotico broþar (o dall’indoeuropeo ā), tocariano A pracar;

57 A. Meillet, Introduction à l’étude comparative des langues indo-européennes, 7 éd., Paris, 1934, p. 99, 166–168. Cfr. «La voyelle a se trouve notamment dans des mots de caractère populaire, technique ou affectif» (p. 99).

58 H. Kuhn, Ablaut, in: Altertumskunde, KZ, 71, 1954, p. 129–161.

59 J. Kuryłowicz, L’apophonie en indo-européen, Wrocław, 1956, p. 167–168.

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lituano moté, móteris, lettone māte, slavo ecclesiastico antico mati: antico indiano matā, greco (dorico) μάτρη, latino māter, tocariano A mācer.

Nelle lingue slave l’indoeuropeo ō è diventato a. Nelle lingue baltiche orientali il suo esito è stato duplice. In alcune varietà l’indoeuropeo ō è diventato uo, cfr.:

lituano juos-ta, lettone juos-ta, slavo ecclesiastico antico po-jasъ «cintura»: greco ζωστός «cinto» (= lituano juostas), avestico vāh «cintura» (ā dall’indoeuropeo ō);

lituano puo-tà: greco πώ-νω «bevo», latino pō-tus «bevuto», antico indiano pā-ti «(egli) beve» (ā dall’indoeuropeo ō);

lituano uoga, lettone uōga: slavo ecclesiastico antico jag-oda;

lituano uolektis (e uolektis), lettone uōlekts: greco ὠλένη «gomito»: *ōl- è il grado allungato della radice *el-/*ol- (cfr. lituano elcūnė, alkūnė e lettone elkuons);

lituano ūosis, lettone uōsis: russo яс-ень, serbo-croato jas-ēn;

lituano dūo-ti, duo-snùs, duo-slùs, dūo-klė, lettone duō-t, slavo ecclesiastico antico da-ti, da-nъ «tributo» (= lituano duo-nis «dono»¹), da-rъ «dono»: greco δῶ-μι «do», δῶ-ρον «dono», latino dō-num «dono», antico indiano dānám «dono» (ā dall’indoeuropeo ō); ma con o lituano do-snùs (lettone dā-sns), do-slùs, do-vanà (lettone dō-vana), dō-vamas «dato in dono», dō-vis «atto del dare», dō-sai «doni della nuora», dō-tas «dare, dono», dō-talas (lettone dā-tali «doni») «dare, tributo», do-tilas «idem»: cfr. prussiano dā-t, dā-twei «dare».

L’indoeuropeo ō, alternante con l’indoeuropeo ē, in certi casi è diventato anch’esso uo; cfr. brėžti: bruožas; plėšti, lettone plēst: plūostas, lettone plūōsti «strappare», pluosa «furore»; rėžti, slavo ecclesiastico antico rěz-ati «colpire»: ruožas, slavo ecclesiastico antico razъ «colpo; ferita»; sėsti: sūodžiai, lettone suōd-rēji «fuliggine», slavo ecclesiastico antico sazъda; ėsti: ūodas, lettone uōds.

Altrove, in lituano l’indoeuropeo ō è diventato o, mentre in lettone è diventato ā; cfr.:

lit. nor-ėti: gr. νωρ-εῖν «agire, fare», νώρ-εμενος «grande, ampio»;

lit. krōk-ti (ir kriōk-ti), kriog-uoti «parlare o gridare con voce rauca», lett. krākt, krākt, russo antico krak-ati «raschiare la gola»: lat. crōc-āre, crōc-īre «gracchiare (detto dei corvi)», gr. κρώζω «raschiare la gola» (-ζ- da *-gj-), alto tedesco antico hruoh «corvo» (uo da germ. ō);

lit. žmōnės, žmona: acc. sing. lat. homōnem (nom. sing. homō) e hemōnem; la radice è *gʰm-/*gʰem-/*gʰom-; nelle parole žmōnės, žmona abbiamo una radice a grado zero, mentre la radice al grado normale è lit. žem-ė; ma lit. ant. žmuo (da *gʰm-ōn);

lit. prō, pró- (cfr. pró-plaiša): lat. prō, prō(d)-, gr. πρω-; ma lett. pruō-jām, pruō-m «via, lontano»;

genitivo singolare dei sostantivi in o-tema lit. vilk-o, lett. vilk-a, sl. ant. vlъk-a: latino antico (nome personale) Gnaiv-ōd, lat. lup-ō «dal lupo», ind. ant. vṛk-āt, vṛk-ād (-āt -ād da *-ōd), gr. τω (da *pōd) «da dove».

Al posto dell’alternanza vocalica regolare (lit. ē: uo, lett. ē: uo da ie. ē: ō), in lituano si trova l’alternanza ē: o, mentre in lettone ē: ā; cfr.:

lit. bėgti, lett. bēgt: lit. bog-inti «portare, trasportare o condurre qualcosa rapidamente o con fatica», ma lett. buōk-stīt «nascondere», buōk-stīties «andare a zonzo, vagabondare»;

lit. glėbti, lett. glēbt: lit. glōbti «avvolgere, cingere, abbracciare», lett. glābt «proteggere, custodire», lit. globà (acc. sing. glōbą) e glōba; il grado normale dell’alternanza vocalica è lit. glab-ōti «abbracciare, prendere, afferrare», lett. glab-āt «custodire, proteggere; seppellire» (da balt. *glo-b-);

1 Il lit. donis va considerato uno slavismo.

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lituano korýs (acc. sing. kõrį), lettone kãris: greco χηρός «cera», latino cēra; cfr. kor-ýti, kor-ýtas;

lituano mólis, mõlė «terreno argilloso», mol-iūgas «color dell’argilla, argilloso», lettone mãls (di solito pl. mãli): antico slavo ecclesiastico mẽlъ «calce»; E. Fraenkel vi include anche mėlas, mėlynas²;

lituano nókti, lettone nãkti «arrivare»: gotico nehv(a) «avvicinarsi», nehv-jan «avvicinarsi», alto tedesco antico nãh «vicino» (ā da ē < ide. ē);

lituano plėšti: plótas, accanto ad esse le radici al grado normale *plet- (cfr. plėčia, plet-óti) e *plot- (cfr. platus);

lituano slėgti (ir slėgti), lettone slėgt: lituano slog-inti «opprimere, premere», sloga «una malattia del genere; oppressione, disgrazia», slõgas «peso che comprime il lino o la canapa», lettone slāga, slāgs «fardello, peso, sofferenza, malattia»; ma lituano šliuogas (ir šliuogas) «peso quando si comprime», lettone šluõga, šluõgs «lo stesso», šluõdz-it, šluõdz-et «opprimere, premere»;

lituano sėsti, sėd-ėti: sod-inti, sõdas (ir sõdnas), antico slavo ecclesiastico sadъ, lituano sodà (acc. sing. sõdą), sõdžius (lettone sādzā, sādzius, probabilmente sono lituanismi); basso lituano svad-inti «piantare» può derivare da *suod-inti;

lituano tvėrė, lettone tvēru «afferrai, presi»: lituano tvorà; il grado normale si trova in tvēr-ia, cfr. antico russo tvor-iti «fare, creare»;

lituano vókas (ir vokà) «coperchio, copertura; palpebra», lettone vāks «coperchio»: antico slavo ecclesiastico vėko «palpebra, coperchio»;

lituano vóras «ragno», lettone vāris: lituano vėrė, lettone vēru «ho infilato»: il grado normale è vēr-ia, var-tai;

lituano žolė, lettone zāle: lituano žėlė; la radice al grado normale *g’hel-/*g’hol- si trova nelle parole žėl-ia, žãl-ias.

I riflessi di ide. ō e ā in prussiano sono molto poco chiari.

Nel glossario di Elbing (monumento del dialetto di Pomesania), ide. ā è rappresentato dai grafemi o e oa (cfr. prussiano mothe e lituano mótė, lettone māte; prussiano moazo «zia» e lituano mõša, lettone māsa «sorella»). Allo stesso modo vi è rappresentato ide. ō (cfr. prussiano podalis e lituano basso puo-dãlis; prussiano woasis e lituano úosis, lettone uosis). La medesima notazione grafica dei riflessi di ide. ō e ā sembrerebbe indicare che nel dialetto del glossario di Elbing della lingua prussiana ide. ō e ā coincidessero³. Tuttavia J. Kazlauskas ritiene⁴ che la notazione grafica identica non indichi una neutralizzazione dell’opposizione fra i riflessi di ide. ō e ā. Nei testi antichi in lituano, infatti, la lettera o rappresenterebbe sia o sia uo. Secondo J. Kazlauskas, il prussiano o (da ide. ō) potrebbe essere stato più chiuso e più labializzato di o (da ide. ā). Quest’ultimo potrebbe essere stato un suono di altezza inferiore e debolmente labializzato.

Nei catechismi della lingua prussiana (monumenti scritti del dialetto di Sambia), il riflesso di ide. ā è rappresentato da ā o a (cfr. prussiano brāti e lituano brólis, lettone brālis). Il riflesso di ide. ō vi è rappresentato soprattutto da ō o o (cfr. prussiano per-ōn-i «comunità» e il lituano e lettone -uon- in parole come gel-uon-is ir dzel-uon-s). In certi casi il riflesso di ide. ō è qui rappresentato da ā o a (cfr. prussiano dāt, dātwei e daton e lituano duóti, lettone duôt; prussiano sālin e lituano žolė, lettone zāle).

Dunque, nel dialetto dei catechismi la distinzione fra i riflessi di ide. ā e ō è conservata, salvo in certi casi in cui ide. ā e ō, come nelle lingue baltiche orientali, sono confluiti.

² E. Fraenkel, LEW, p. 430.

³ Cfr. K. Būga, RR, III, p. 104.

⁴ И. Казлаускас, К развитию общебалтийской системы гласных, p. 21.

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La duplice continuazione della vocale lunga indoeuropea ō nelle lingue baltiche ha a lungo confuso i ricercatori. Alcuni di loro (J. Hanuš⁵, O. Wiedemann⁶, J. Mikkola⁷ e altri) consideravano il lituano o e il lettone ā l’unica continuazione dell’indoeuropeo ō nelle lingue baltiche, mentre facevano derivare il uo del lituano e del lettone dall’indoeuropeo *ōu (oppure *ōn e *ōns). A questa opinione contraddice il fatto che l’evoluzione regolare del dittongo indoeuropeo *ōu in lituano non fu uo, bensì áu, cfr. il lituano gáuti, káuti e altri. Che le loro radici derivino da *gōu-, *kōu- è dimostrato dalle forme gōvė, kōvė. La derivazione di káuti da *kōu- è confermata anche dai dati di altre lingue indoeuropee (cfr. l’alto tedesco antico houwan «battere, forgiare» e il latino cūd ere «battere, colpire» < *kou-/*kōu-).

Altri ricercatori (G. Malov⁸, H. Pedersen⁹, V. Poržežinskis¹⁰, A. Vaillant¹¹ e altri) ritenevano che l’indoeuropeo ō si fosse trasformato soltanto in uo nelle lingue lituana e lettone. Anche i più illustri specialisti delle lingue baltiche, K. Būga¹², J. Endzelīns¹³, P. Skardžius¹⁴, E. Fraenkel¹⁵ e J. Otrębski¹⁶, condividevano questa opinione. Tutti questi ricercatori consideravano le vocali ō e ā del lituano e del lettone, al posto del previsto uo, come sorte per effetto dell’alternanza vocalica: secondo l’apofonia lituana a: o (dall’indoeuropeo a: ā), accanto alla regolare alternanza a: uo (dall’indoeuropeo o: ō), si sarebbe sviluppata anche l’alternanza vocalica a: o (al posto dell’indoeuropeo o: ō). Qui avrebbe avuto un ruolo importante il fatto che le vocali brevi indoeuropee a e o confluissero nelle lingue baltiche nella vocale a.

Il limite di questa ipotesi è che non spiega l’alternanza vocalica in parole come bog-inti, che non hanno forme affini con la vocale breve a (per esempio, *bag- dall’indoeuropeo *bog-).

Inoltre, vi sono casi per spiegare i quali i ricercatori sono costretti a escogitare schemi piuttosto complessi. Per esempio, per spiegare la vocale ā della parola prussiana dāt (cfr. il lituano dúoti e il lettone duôt), J. Endzelīns elaborò una complessa teoria dell’analogia¹⁷. A giudicare dal lettone dakstīt «dare», dal greco δόσις «dono» e dal latino datio «dazione», nelle lingue baltiche sarebbe dovuto esistere l’infinito *dat(e)i. La ā lunga (cfr. il prussiano dāt) sarebbe sorta qui perché negli infiniti la vocale immediatamente precedente *-t(e)i sarebbe sempre lunga. Le parole lituane e lettoni dúoti e duôt avrebbero invece ricevuto il dittongo uo dalla forma del futuro (cfr. il lituano dúosiu e il sanscrito dāsyā-mi).

Per le parole con una vocale radicale o (lettone ā) che alterna con ē, al posto del previsto uo, J. Endzelīns cercò di individuare una base indoeuropea, proponendo di-

5 J. Hanusz, O dobie litewsko-słowiańskiej w stosunku do prajęzyka indoeuropejskiego, p. 254.

6 O. Wiedemann, Das litauische Präteritum, Strassburg, 1891, p. 45–51.

7 J. Mikkola, RSI, 1, 1908, p. 8; Urslavische Grammatik, p. 50–51.

8 G. Mahlow, Die langen Vocal e A, E, O in den europäischen Sprachen, Berlin, 1879, p. 82.

9 H. Pedersen, Wieviel Laute gab es im Indogermanischen?, KZ, 36, 1900, p. 101–103.

10 B. K. Поржезинский, К истории форм спряжения в балтийских языках, Москва, 1901, p. 7.

11 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 112.

12 K. Būga, Priesagos -ūnas ir dvibalsio uo kilmė, RR, II, p. 340–366.

13 J. Endzelin, Le. nākt: li. nók̇ti: got. nēhʷ e l’alternanza di ē e ā, KZ, 62, 1934, p. 23–28; Le. buokstīt e parole correlate, APh, 5, 1935, p. 10–13; Che cosa è diventato in antico prussiano l’ide. ō (e ā), StB, 4, 1935, p. 133–143; Grammatica lettone, Riga, 1922, p. 39; Latviešu valodas gramatika, p. 58–59.

14 P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, Vilnius, 1941, p. 47–48, 544.

15 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen, p. 76.

16 Я. С. Отрембский, Славяно-балтийское языковое единство, ВЯ, 5, 1964, p. 29; tuttavia, nella sua «Gramatyka języka litewskiego» (I, Warszawa, 1958, p. 180–181), J. Otrembski riconobbe anche l’indoeuropeo ō > come origine del lituano o.

17 J. Endzelin, Was ist im Altpreussischen aus ide. ō (und ā) geworden? p. 136.

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riconoscere l’alternanza vocalica indoeuropea ā: ē18. Tuttavia, con poche eccezioni, tale apofonia è estranea alle lingue indoeuropee19; per questo l’idea di J. Endzelin fu accolta con spirito critico20.

Altri studiosi (J. Zubatas21, K. Brugmanas22, H. Hirtas23, A. Meje24, N. van Veikas25, Chr. Stangas26, J. Safarevičius27, H. Krahe28, G. Ševeliovas29 e altri) riconobbero la duplice resa della ō indoeuropea nelle lingue baltiche: in alcuni casi essa si è trasformata in uo, in altri in ā (lituano o, lettone ā).

Basandosi sul duplice sviluppo della ō indoeuropea nelle lingue baltiche e sopravvalutando così l’arcaismo della lingua lituana, J. Zubatas30 avanzò l’idea che la comunità linguistica indoeuropea avesse due ō: una, diventata uo in lituano, e una seconda, che in lituano aveva dato o. In seguito, constatato che il duplice sviluppo della ō indoeuropea dipendeva da condizioni specifiche della lingua lituana, si abbandonò questa teoria.

Una volta riconosciuto il duplice sviluppo della ō indoeuropea nelle lingue baltiche, sorse spontaneamente la questione di stabilire in quali casi la ō indoeuropea si fosse trasformata qui in uo e in quali in ā (lituano o, lettone ā, antico prussiano ā oppure a). H. Hirt e A. Meillet erano inclini a ritenere31 che la ō indoeuropea alternante con la ē indoeuropea si fosse trasformata in ā nelle lingue baltiche, mentre la ō indoeuropea che non partecipava all’alternanza vocalica si fosse trasformata in uo. L’infondatezza di questa opinione è dimostrata dall’alternanza vocalica del tipo brėžti: bruožas (cfr. p. 62 del presente lavoro), nonché dal fatto che la vocale indoeuropea ō non apofonica è rappresentata abbastanza spesso nelle lingue baltiche dalla vocale ā (cfr. p. 62 del presente lavoro).

Negli ultimi anni si tende a collegare lo sviluppo della ō indoeuropea (come, più in generale, quello del vocalismo delle lingue baltiche)32 al sistema accentuale (J. Kazlauskas, V. Mažiulis): in posizione accentata la ō indoeuropea si è trasformata in uo nelle lingue baltiche orientali, mentre nei dialetti prussiani è stata probabilmente conservata intatta; in posizione non accentata, invece, la ō indoeuropea si è confusa con la ā indoeuropea nelle lingue baltiche. L’affermazione che lo sviluppo della ō indoeuropea (e, più in generale, del vocalismo) dipenda dal sistema accentuale si basa sui dati della lingua lituana viva. Per esempio, in molti dialetti dell’altopiano orientale l’opposizione tra i riflessi della ō e della ā indoeuropee è neutralizzata in posizione non accentata: al posto della ō e della ā indoeuropee, alcuni dialetti dell’altopiano orientale presentano qui a (semilunga o breve), altri (per esempio nei dintorni di Kupiškis e altrove) o (semilunga o breve), altri ancora (per esempio nei dintorni di Raguva e altrove) u (di norma breve ridotta). Anche l’opposizione tra i riflessi della ō e della ā indoeuropee

18 J. Endzelin, Le. nākt: li. nókti: got. nēh und der Wechsel von ē und ā, p. 27.

19 A. Meillet, Introduction à l’étude comparative des langues indo-européennes, p. 153–168.

20 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen, p. 78.

21 J. Zubatý, Zum baltischen ū, BB, 18, 1892, p. 241–266.

22 K. Brugmann, Grundriss der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, I, 1, p. 151–152, 158.

23 H. Hirt, Indogermanische Grammatik, II, Heidelberg, 1921, p. 33, 180.

24 A. Meillet, op. cit., p. 100–104.

25 N. van Wijk, Les voyelles uo, ie en letto-lituanien et en russe, StB, 4, 1935, p. 144.

26 Chr. S. Stang, Das slavische und baltische Verbum, p. 196 (išnaša).

27 J. Safarewicz, Przyczynki do zagadnienia wspólnoty bałto-słowiańskiej, p. 199–202.

28 H. Krahe, Indogermanische Sprachwissenschaft, I, Berlin, 1958, p. 57.

29 G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 150.

30 J. Zubatý, op. cit., p. 241. Cfr. J. Otrebski, Przyczynki słowiańsko-litewskie, I, Wilno, 1930, p. 53–54. K. Brugmann e H. Hirt inclusero la teoria di J. Zubaty nelle loro grammatiche comparative delle lingue indoeuropee; cfr. K. Brugmann, op. cit., p. 151–152, 158 e H. Hirt, op. cit., p. 33, 180.

31 H. Hirt, op. cit., p. 33; A. Meillet, op. cit., p. 100–104; per le osservazioni critiche sull’opinione di H. Hirt, cfr. K. Būga, RR, II, p. 242.

32 I. Kazlauskas, Sullo sviluppo del sistema vocalico baltico comune, p. 24; V. Mažiulis, Note sul vocalismo prussiano, p. 195–196; V. Mažiulis, Remarques sur le vocalisme du vieux prussien, p. 53–59.

5. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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manca nei dialetti occidentali dell’altopiano attorno a Smalininkai (qui si trova una o lunga con dittongazione molto lieve, talvolta anche un chiaro dittongo ou) e nei dialetti occidentali della pianura attorno a Priekulė (qui si trova una o lunga33. Dunque, in posizione atona in questi dialetti, al posto di ide. ō e ā esisteva un suono labializzato ā (una notazione grafica più adeguata sarebbe ā); in alcuni dialetti esso si è trasformato in a, in altri in o, u o persino nel dittongo ou.

In posizione accentata, la differenza tra i riflessi di ide. ō e ā si conserva in questi dialetti. Anche il materiale delle lingue baltiche relativo al destino di ide. ō nelle lingue baltiche non sembra contraddire la tesi menzionata (secondo cui lo sviluppo di ide. ō dipendeva dal sistema accentuale): in lituano uo si trova nella maggior parte dei casi in parole con paradigma baritonico (cfr. brúožas, júosta, plúoštas, rúožas34, súodžiai, úodas, úoga, úolektis, úosis ecc.). Nelle parole con paradigma ad accento mobile (per es. puõta) potrebbe essersi generalizzato il vocalismo delle forme baritoniche (cfr. acc. sing. puõtą).

La o lituana, corrispondente a ō nelle altre lingue ide., è abbastanza spesso atona (cfr. nor-ėti, bog-inti, kriog-úoti, kor-ỹs, kor-ýtas, slog-à, slog-inti, sod-inti, tvorà, vilk-o, vorai, žmonių, žolė ecc.). Bisogna inoltre tenere presenti fattori quali l’analogia e la generalizzazione: il vocalismo delle forme con ō atona potrebbe essere stato generalizzato anche nelle forme con ō accentata. Così potrebbe essere sorta una o in posizione accentata. Potrebbe essere avvenuto anche il contrario: il vocalismo delle forme con ō accentata, regolarmente trasformatosi in uo, potrebbe essere stato trasferito alla posizione atona delle forme della stessa radice. Così potrebbe essere sorto uo in posizione atona. In questo modo si spiega la presenza di radici doppie, cfr. lituano šúo-lis e šõ-k-ti, nonché lituano dúo-ti, lettone duõ-t e prussiano dā-t.

L’accento circonflesso nelle parole lettoni juõsta, úoga, úoleks, uõsis ecc. mostra che in passato queste parole appartenevano in lettone al paradigma ad accento mobile. Anche qui potrebbe essersi generalizzato il vocalismo delle forme baritoniche.

L’analisi del materiale delle lingue baltiche mostra che ide. ō e ā, come già menzionato, nelle lingue baltiche si sono confusi in posizione atona. Il risultato della confluenza nelle lingue baltiche, come in quelle slave, sembra essere stato ā, cfr. lettone ā e prussiano (del dialetto dei catechismi) ā o a. Che la o lituana derivi da un ā più antico (probabilmente con un lieve grado di labializzazione) è dimostrato dai dialetti lituani e dagli antichi testi (cfr. a[ō] nel catechismo di M. Mažvydas); per ulteriori dettagli, cfr. p. 56 di questo lavoro.

Dunque, la confluenza delle vocali lunghe ide. era iniziata anche nelle lingue baltiche. La ragione che arrestò l’ulteriore confluenza delle vocali lunghe ide. ō e ā nelle lingue baltiche fu, a quanto pare, il fatto che il baltico ō (ide. ō) entrò in correlazione con il baltico ē₂, sorto in posizione accentata da ē e, a quanto pare, da ā35 (cfr., per esempio, lituano piẽmõ e finnico paimen dal baltico *pai-men, cfr. gr. ποιμήν). Lo sviluppo correlativo del baltico ō e ē₂ è dimostrato dalla loro dittongazione (cfr. lituano uo e ie nei dialetti dell’altopiano, ộu e ẹi in quelli della pianura) e dal successivo innalzamento (cfr. ū e ī nei dialetti della pianura) nei dialetti lituani. Formatisi questa correlazione, nelle lingue baltiche orientali la vocale lunga vo-

33 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 69, 86—87 ir žemėlapiai Nr. 29, Nr. 59.

34 Il DLKŽ (p. 687) indica per la parola rúožas la terza classe accentuale.

35 H. Hirt, Vom schleifenden und gestossenen Ton in den indogermanischen Sprachen, IF, 1, 1892, p. 32—41; J. Endzelin, Litauisch-lettische Miszellen. I. Zum lit.-lett. ie, „Lietuvių tauta“, II, Vilnius, 1911, p. 284—291; FBR, 12, 1932, p. 180—181; K. Būga, RR, II, p. 90, 277; Chr. S. Stang, Ein Beitrag zum Problem von Diphthong ie im Litauischen, „Die Welt der Slaven“, I, 2. Heft, 1956, p. 137—139; J. Kuryłowicz, Łotewsko-litewska monoftongizacja ai, ei>ie, BPTJ, 15, 1965; P. Skardžius, Zum Wandel ai, ei>ie im Litauischen, ZfslPh, 26, 1958, p. 375—382; И. ЭнДзелин, О происхождении литовско-латышского ie, ИОРЯС, 12, I, 1907, p. 40—66.

56

Il sistema del vocalismo divenne simmetrico, non vi rimasero caselle vuote e lo spostamento della vocale lunga ō verso ā fu arrestato.

Tuttavia, la correlazione ō: ē₂ si formò soltanto nella comunità linguistica dei baltici orientali (dopo il IV — III secolo a.C.). A quanto pare, in prussiano non sussistevano le condizioni perché si affermasse, poiché qui il dittongo ei (e ai) non era stato monottongato (cfr. pruss. deiws, eit ecc.)36.

Per questa ragione, la confluenza delle vocali lunghe indoeuropee ō e ā in prussiano poté proseguire e passare cioè dalla posizione atona anche a quella tonica. È vero che la frammentarietà dei monumenti scritti della lingua prussiana non permette di dire quale sia stato il destino effettivo di ō e ā indoeuropee in prussiano. Che qui l’opposizione tra ō e ā potesse essere stata anche eliminata è indicato dalle seguenti circostanze:

1) la stessa notazione grafica dei riflessi di ō e ā indoeuropee nel glossario di Elbing (i grafemi o e oa);

2) il passaggio dei riflessi di ō e ā indoeuropee a ū oppure u dopo consonanti labiali e, a quanto pare, anche dopo consonanti velari, nel dialetto dei catechismi.

Tutti i mutamenti di ō e ā indoeuropee esaminati qui ebbero luogo nelle fasi più tarde dello sviluppo delle lingue baltiche.

Nel valutare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, è importante il fatto che le lingue baltiche — e quelle dei baltici orientali senza dubbio — continuavano a distinguere ō e ā indoeuropee. Non si può inoltre dubitare che le lingue baltiche distinguessero queste vocali anche nei periodi più antichi della loro storia.

Che nei periodi più antichi del loro sviluppo le lingue baltiche distinguessero due vocali lunghe si vede dai prestiti di origine baltica nelle lingue ugrofinniche della regione baltica, dove il ō baltico è reso in molti casi con il finlandese uu (cfr. finl. huuta e lit. šluota; finl. kuuro e lett. kuorns «sordo»), mentre il ā baltico è reso con il finlandese uo (cfr. finl. vuota e lit. óda, finl. tuohi e lit. tošis, finl. luoma e lit. lomà). Inoltre, i prestiti mostrano che il ā baltico aveva un certo grado di labializzazione (finl. uo < *oo).

Come si è già detto, nelle lingue slave è scomparsa l’opposizione tra i riflessi delle vocali lunghe indoeuropee ō e ā.

Le ricerche fonologiche degli ultimi anni (A. Martinė, V. Žuravliovas e altri) hanno mostrato che, accanto alle vocali brevi indoeuropee o e a, la confluenza delle vocali lunghe indoeuropee ō e ā fu uno dei primi mutamenti del sistema vocalico delle lingue slave. Le ricerche fonologiche hanno inoltre stabilito che, insieme al processo di palatalizzazione delle consonanti nelle lingue slave, ebbe luogo un altro processo: la labializzazione delle consonanti che precedevano vocali labializzate. L’essenza fonologica di questi processi consisteva nel fatto che le vocali cedevano alle consonanti che le precedevano i propri tratti distintivi «diesità — bemollità»37. La confluenza delle vocali lunghe indoeuropee ō e ā nelle lingue slave è appunto connessa a uno di questi processi: la delabializzazione delle vocali e la labializzazione delle consonanti. Si considera che il processo di delabializzazione vocalica abbia avuto inizio con la neutralizzazione di o e a dopo consonanti labiali, cioè le sequenze po: pa, bo: ba, me: ma, uo: ua, pō: pā, bō: bā... poterono coincidere e non essere più distinte. La bemollità è un tratto costitutivo delle consonanti labiali e perciò, per le vocali che si trovavano immediatamente dopo consonanti labiali, divenne irrilevante. Il risultato della confluenza delle vocali o e a

36 E. Berneker, Die preussische Sprache, I, Lautlehre, p. 16—18; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, Göttingen, 1910, p. 137—141; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 29.

37 В. К. Журавлев, Формирование группового сингармонизма в праславянском языке, ВЯ, 4, 1961, р. 35.

5*

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a causa della neutralizzazione dissimilativa doveva esserci a. Più tardi, quando il tratto differenziale «bemolizzazione» delle vocali o e ō passò alle consonanti che le precedevano, le vocali o e a confluirono anche in altre posizioni (dopo le consonanti dentali ecc.)38.

La cronologia esatta della confluenza di ō e ā è sconosciuta. È chiaro soltanto che, all’epoca dei contatti tra le lingue slave e germaniche e tra quelle slave e greche (all’incirca a partire dai primi secoli d. C.), le lingue slave non avevano più ō: il ō lungo chiuso delle lingue germaniche e greche è reso nelle lingue slave con la vocale ū, cfr. sl. antico bukъvi «lettere» dal got. bōkōs «libri», sl. antico Solomunъ dal gr. Σολομών.

Si può ritenere che, prima della neutralizzazione dell’opposizione tra i riflessi di ide. ō e ā, le lingue slave conservassero intatte queste vocali. Ciò è forse indicato anche da alcuni loro riflessi diversi nelle desinenze. Per esempio, il dativo singolare del tema in o della lingua comune ide. aveva la desinenza *-ōi, mentre quello del tema in ā aveva *-āi. Se queste desinenze fossero foneticamente confluite a causa della neutralizzazione dell’opposizione tra ō e ā, entrambi i temi avrebbero avuto la stessa desinenza. Ma non è così: nell’antico slavo ecclesiastico il tema in o presenta qui -u (cfr. rab-u), mentre il tema in ā presenta -ē (cfr. žen-ē).

Il sistema originario delle vocali lunghe delle lingue slave, come di quelle baltiche, era probabilmente il seguente:

ī ū ē ō ā

Sia le lingue baltiche sia quelle slave ereditarono questo sistema triangolare dai dialetti dell’area settentrionale della lingua comune ide. (cfr., per esempio, un sistema originario delle vocali lunghe del tutto identico nelle lingue germaniche) e, con ogni probabilità, lo conservarono immutato durante i primi secoli della loro esistenza indipendente.

Poiché il problema dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave riguarda i rapporti tra i dialetti baltici e slavi esistiti nei primi secoli dopo la loro separazione dalla lingua comune ide., è evidente che il mantenimento dell’opposizione tra ide. ō e ā nelle lingue baltiche e la sua eliminazione nelle lingue slave non possono essere considerati né un argomento a favore né un controargomento rispetto alla teoria dell’unità linguistica baltico-slava. Il destino delle vocali ō e ā caratterizza le fasi più tarde dello sviluppo delle lingue baltiche e slave e le loro tendenze.

Nell’ulteriore evoluzione di ide. ō e ā nelle lingue baltiche e slave vi era un tratto comune: le vocali lunghe tendevano a confluire. Per questa caratteristica, le lingue baltiche e slave appartengono alla stessa area delle lingue germaniche e indo-iraniche.

Tuttavia, per quanto riguarda il destino di ide. ō e ā, le lingue baltiche e slave differiscono anche notevolmente. Nelle lingue slave le vocali lunghe ide. confluirono in tutte le posizioni, mentre nelle lingue baltiche soltanto in posizione atona. Le lingue baltiche (e certamente quelle baltiche orientali) hanno conservato fino ai nostri giorni la distinzione tra vocali lunghe ereditata dalla lingua comune ide. (lituano uo: o, lettone uo: ā).

Le lingue baltiche e slave differiscono non soltanto nei risultati dello sviluppo delle vocali lunghe ide., ma anche nelle tendenze stesse di sviluppo dei sistemi vocalici lunghi. Il sistema delle vocali lunghe delle lingue baltiche tendeva a restringersi e a labializzarsi; per questo il baltico ō ed ē₂ divennero uo e ie in lituano, mentre il baltico ā ed ē passarono a o ed ė. Nelle lingue slave, al contrario, era marcata la tendenza all’ampliamento del sistema delle vocali lunghe e alla delabializzazione. Di conseguenza, lo slavo ō e ū divennero le vocali a e y.

38 Б. К. Журавлев, op. cit., p. 35–36.

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Sviluppo del dittongo ide. eu

Quale fosse il riflesso del dittongo ide. eu nelle lingue baltiche e slave non è ancora stato chiarito definitivamente.

In alcuni casi il dittongo ide. eu (ēu) è riflesso dal baltico (orientale) jau e dallo slavo ju (dal proto-slavo *jau), cfr.:

lit. liaukà e liauka (Karsakiškis, Panevėžys), pl. liaukos «una malattia dei maiali», liaūkti «correre, scorrere in abbondanza», lett. ļauka e laukas¹ «malattia dei maiali»: gr. λεύκη «eruzione cutanea» (si ritiene che i finlandesi abbiano preso questa parola dal baltico; cfr. finl. leuka «mento»²; ciò indicherebbe che al momento del prestito i baltici possedevano soltanto eu);

lit. liaupsė, acc. sing. liaūpse (da *leub-s-), antico slavo ljubъ «caro»: got. liufs, antico alto tedesco liob «caro» (got. iu, antico alto tedesco io da ide. eu);

lit. liaudis e liaudžia, acc. sing. liaudžią (Valkininkai, Rodūnia), lett. pl. ļaudis e dial. ļauži, antico slavo ljudьje «gente», antico russo ljudi «popolo»: antico alto tedesco liut «gente» (iu da ide. eu);

lit. siāuras, lett. sāurs: gr. εὔριπος «stretto» (gr. εὐ- potrebbe derivare da *seu-);

lit. šiāurė (da *ḱeu-r-): antico russo séverъ (da *k’ēu-er-).

Vi sono numerosi casi in cui al dittongo eu di altre lingue ide. corrisponde au nelle lingue baltiche e u in quelle slave (dal proto-slavo *au), cfr.:

lit. baūsti: antico slavo bljusti «osservare, percepire», gr. πεύθομαι «percepisco, apprendo», got. ana-biudan «comandare, obbligare» (got. iu da ide. eu);

lit. naūjas, pr. nauns, lit. *navas (forma ricostruita dai linguisti a partire dal nome del villaggio Nav-ikai e dal cognome Nav-ikas): got. niujis, gr. νέος «nuovo, giovane» (da *νέFος), itt. neua-; tuttavia antico slavo novo, lat. novus, gallico (toponimo) Novio-dūnum (cfr. lit. Naujamiestis) indicano l’esistenza di ide. *nou-;

lit. laūkas e láukas «animale dal muso bianco o dalla fronte bianca», lett. lauks: gr. λευκός «bianco» (i finlandesi hanno preso questa parola dal baltico; cfr. finl. laukki «macchia bianca sull’animale», che nella radice contiene il dittongo au);

lit. raūdas, lett. raūds, antico slavo ruda «metallo», rus. румяный (rus. rum- da *raud-m-): anglosassone réod «rossastro», gr. ἐρεύθω «arrossisco».

Il materiale presentato fin qui mostra già che non è facile dire senz’altro quale fosse il riflesso di ide. eu nelle lingue baltiche e slave: lit. jau e sl. ju oppure lit. au e sl. u.

Alcuni studiosi (J. Schmidt³, G. Uljanov⁴, E. Berneker⁵, V. Por že zin-

¹ La forma laukos di K. Širvydas (C. Szyrwid, Dictionarium trium linguarum, Quinta editio, Vilnae, 1713, p. 136), confluita nei dizionari di K. Mühlenbach–J. Endzelin e di E. Fraenkel (K. Mü len b a c h a Latviešu valodas vārdnīca. Redigējis, papildinājis, turpinājis J. Endzelīns, II, Rīgā, 1925–1927, p. 426; E. Fraenkel, LEW, p. 361), va con ogni probabilità corretta in liaukos, perché: 1) non è nota da altre fonti la forma laukos (con l- non palatalizzata); 2) nella terza edizione del dizionario di K. Širvydas (C. Szyrwid, Dictionarium trium linguarum, Tertia editio, Vilnae, 1642, p. 157, 528) si trova Laukos (= liaukos). Cfr. K. Pakalka, Konstantino Širvydo žodyno „Dictionarium trium linguarum“ lietuviškų žodžių registras (LTSR MA Lietuvių kalbos ir literatūros institutas, 1964, dattiloscritto).

² Alcuni ricercatori (E. Nieminen, Y. Toivonen) negano il carattere baltico del finlandese leuka; cfr. A. Sabaliauskas, Baltų ir Pabaltijo suomių kalbų santykiai, LKK, 6, 1963, p. 121.

³ J. Schmidt, Was beweist das e der europäischen Sprachen für die Annahme einer einheitlichen europäischen Grundsprache?, KZ, 23, 1877, p. 352–353.

⁴ Г. Ульянов, Основы настоящего времени в старославянском и литовском языках, Варшава, 1888, p. 36, 64, 100.

⁵ E. Berneker, Von der Vertretung des eu im baltisch-slavischen Sprachzweig, IF, 10, 1899, p. 145–167; cfr. AfslPh, 25, 1903, p. 487.

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skis6, E. Cupica7, J. Endzelynas8, H. Pedersenas9 e altri) ritenevano che l’ide. eu nelle lingue baltiche si fosse regolarmente trasformato in jau, mentre nelle lingue slave in ju. H. Pedersen aggiungeva che la sola parola liaukà (cfr. gr. λεύκη) sarebbe sufficiente a dimostrare che l’ide. eu in lituano si trasformò in jau10.

Poiché i ricercatori menzionati consideravano regolare il passaggio dell’ide. eu al lit. jau, tutti i casi in cui il lituano (e le altre lingue baltiche) au corrisponde all’ide. eu di altre lingue dovevano, secondo loro, costituire eccezioni. Occorreva quindi trovare il modo di spiegarli.

Dopo aver esaminato la questione, V. Poržežinskis giunse alla conclusione11 che, nella comunità linguistica baltica, le consonanti palatali davanti a eu, influenzate dalle consonanti che precedevano u (dure in quei casi), in una parte delle parole fossero state sostituite da consonanti dure. In questo modo, il gruppo «consonante palatale + dittongo eu» si trasformò in lituano e lettone nel gruppo «consonante palatale + dittongo au», e in prussiano nel gruppo «consonante palatale + dittongo eu». Il gruppo «consonante dura + dittongo eu» si trasformò nel gruppo «consonante dura + dittongo au». E. Berneker12 concordò con questa tesi di V. Poržežinskis, osservando che essa permetteva di spiegare molte eccezioni in cui au si trova al posto del previsto jau.

H. Pedersen13 cercò di spiegare in modo del tutto diverso l’origine di au. A suo parere, nella parola tautà t…t avrebbe potuto trasformarsi in t…t per effetto assimilatorio della seconda t. La parola laũkas avrebbe potuto ricevere la vocale o da un’altra parola della stessa radice. E naũjas, al posto di *niaujas, avrebbe potuto formarsi per dissimilazione o in altro modo.

Già nel 1907 E. Cupica14 spiegava allo stesso modo la comparsa del dittongo au nella parola tautà. Queste spiegazioni della comparsa di au al posto del previsto jau non sono del tutto convincenti. Per esempio, V. Poržežinskis non dimostrò perché in alcuni casi le consonanti palatali fossero state sostituite da consonanti dure e in altri no. La sua teoria non spiega perché, per esempio, il pr. peuse non si sia trasformato in *pause, benché nella comunità linguistica baltica esistesse accanto una parola in cui p- davanti a u era dura (cfr. lit. pušis). Secondo la teoria di V. Poržežinskis, ci si dovrebbe aspettare proprio una sostituzione del genere. È certamente possibile ipotizzare, come sostengono E. Cupica e H. Pedersen, che nella parola tautà si sia verificata un’assimilazione, ma è difficile dimostrarlo con dati concreti.

O. Videman as15, K. Johansonas16, J. Mikola17, A. Meilė18 e altri ritenevano che jau nelle lingue baltiche fosse derivato soltanto dall’ide. ēu, mentre il dittongo au riflettesse l’ide. eu. Secondo loro, nelle lingue slave ju avrebbe potuto derivare tanto dall’ide. ēu quanto dall’ide. eu. Molti esempi lituani, nei quali jau deriva dall’ide. dittongo breve eu, non contraddicono la tesi di questi ricercatori.

J. Zubatas19 cercò di stabilire un criterio che consentisse di determinare in quali casi l’ide. eu si fosse trasformato in jau e in quali in au. A suo parere, nelle lingue baltiche e slave l’ide. eu si sarebbe trasformato rispettivamente in jau e ju davanti a vocali anteriori, mentre davanti a vocali posteriori sarebbe mutato rispettivamente in au e u.

6 В. Поржезинский, К истории форм спряжения в балтийских языках, Москва, 1901, p. 79–80.

7 E. Zupitza, Lit. naũjas, KZ, 40, 1907, p. 250–251.

8 И. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, p. 79.

9 H. Pedersen, Lit. IAU, StB, 4, 1934–1935, p. 150–154.

10 H. Pedersen, op. cit., p. 152.

11 В. Поржезинский, op. cit., p. 80.

12 E. Berneker, AfslPh, 25, 1903, p. 489.

13 H. Pedersen, op. cit., p. 150–154.

14 E. Zupitza, op. cit., p. 254–255.

15 O. Wiedemann, Das litauische Präteritum, p. 17–18, 32, 184.

16 K. Johansson, Indische Etymologien, IF, 8, 1897, p. 172 (nota a piè di pagina).

17 J. Mikkola, Urslavische Grammatik, I, p. 57–61.

18 A. Meillet, Le traitement de *-eu- en letto-lituanien, BSL, 25, 1924, p. 174–175.

19 J. Zubatý, AfslPh, 20, 1898, p. 396–397.

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J. Zubat, con qualche modifica, ottenne l’approvazione di J. Endzelīns20. Secondo quest’ultimo, il baltico au, derivato dall’ide. eu, sarebbe comparso probabilmente non davanti a tutte le vocali posteriori, ma solo davanti a quelle accentate; si confrontino gli esempi forniti da J. Endzelīns: lit. tautā e got. þiuda (la -d- da -t- indica che queste parole avevano l’accento sulla desinenza fin dall’antichità), lit. laũkas e gr. λευκός.

La concezione di J. Zubat e J. Endzelīns21 non spiega quei dati del lituano in cui au compare già davanti a vocali posteriori; si confrontino, per esempio, liaukà, siaũras, kiáuras, kiáutas e altri. Inoltre, il dittongo au si trova ormai spesso anche in parole con accento radicale stabile; si confrontino kiaũlė, kiaũšis, liáudis, šiáurė e altri.

E. Berneker22, E. Cupic23, K. Būga24, G. Shevelov25 e altri ritenevano che il dittongo baltico au derivasse da un dittongo indoeuropeo che presentava un grado apofonico diverso da quello del dittongo eu. Neppure J. Endzelīns26 escludeva la possibilità di un’alternanza vocalica. In tal caso, per esempio, il lit. tautā andrebbe fatto risalire non all’indoeuropeo *teutā, bensì all’indoeuropeo *toutā oppure *tautā.

Occorre menzionare a parte l’opinione di J. Otrębski27, secondo la quale il continuatore del dittongo indoeuropeo eu al grado normale nelle lingue baltiche (orientali) sarebbe au preceduto da una consonante velare. Nelle lingue slave, a causa della precoce palatalizzazione delle consonanti davanti alle vocali anteriori, l’indoeuropeo eu sarebbe diventato *jau (da cui in seguito ju). Poiché nelle lingue baltiche il dittongo indoeuropeo eu si sarebbe evoluto prima della palatalizzazione consonantica (cioè le consonanti davanti alle vocali anteriori e davanti a j dovevano essere ancora velari), il dittongo risultante da eu avrebbe dovuto essere au preceduto da una consonante velare. J. Otrębski fonda qui un’ipotesi (il passaggio da eu ad au) su un’altra ipotesi (la velarità delle consonanti e la loro palatalizzazione). La sua concezione è contraddetta da numerose parole lituane e lettoni, il cui dittongo au deriva chiaramente dall’indoeuropeo eu.

Nelle lingue baltiche e slave si incontrano abbastanza spesso casi in cui la stessa radice presenta due varianti: una con jau, l’altra con au (in slavo ju e u). Nella radice del lit. kiáunė e del lett. caune (c- da *kj-) compare jau, mentre nel prussiano caune e nel russo куна́ compare au. Alcune lingue slave hanno ju (cfr. antico russo плюща «polmoni» e antico ceco plučé), altre u (cfr. antico slavo plušta e polacco płuca). Gli esempi delle lingue baltiche indicano che qui la radice presenta il vocalismo del grado o; cfr. lit. plaučiai, lett. plāušas e prussiano plauti. Se ammettessimo che, in determinati casi, l’indoeuropeo eu si sia regolarmente trasformato in au rispettivamente in u nelle lingue baltiche e slave, questi fatti indurrebbero a ritenere che tale trasformazione sia avvenuta molto tardi, quando le lingue erano già separate. È evidente che ciò non può essere accaduto. Il prestito finnico laukk(i) dimostra che, all’epoca dei contatti tra baltico e ugro-finnico, le lingue baltiche avevano già au in luogo di eu, conservato in altre lingue indoeuropee.

20 И. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, p. 83; J. Endzelin, Lettische Grammatik, p. 40—41.

21 Šią koncepciją pripažino V. Vondrakas ir A. Vajanas, W. Vondrák, Vergleichende slavische Grammatik, I, p. 41; A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 122—124.

22 «I pochi casi in cui au e u sembrano corrispondere possono essere eliminati supponendo un diverso grado apofonico», — E. Berneker, IF, 10, 1899, p. 167.

23 E. Zupitza, op. cit., p. 250—251.

24 K. Būga, RR, II, p. 348.

25 G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 272—275.

26 И. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, p. 82; J. Endzelin, Lettische Grammatik, p. 41.

27 J. Otrębski, LP, 4, 1953, p. 308—312; Я. С. Отрембский, Славяно-балтийское языковое единство, ВЯ, 5, 1954, p. 31—32.

71

Se ritenessimo che il mutamento ide. eu nelle lingue baltiche e slave fosse un processo regolare e avesse avuto luogo nelle comunità linguistiche baltiche e slave, in nessun modo in alcune lingue avrebbe potuto comparire già resp. ju e in altre — au.

Una simile variazione indica che o il vocalismo o era stato ereditato dalla comunità linguistica ide. oppure era sorto nelle singole lingue per analogia strutturale. Poiché, per esempio, accanto al pr. caune non esisteva una forma con un diverso grado apofonico e, di conseguenza, l’analogia strutturale non era possibile, la parola prussiana poteva derivare soltanto dalla radice *kou-.

Nelle lingue baltiche (e slave) l’ide. eu si trasformò in jau, dando luogo all’alternanza vocalica jau: au: u (ide. eu: ou: u). In molti casi la consonante palatale sostituì quella velare che precedeva il grado in u. Per esempio, in lit. griūti, al posto dell’atteso *grūti, si formò sul modello di griáuti < *grēu-. La consonante palatale fu generalizzata anche nelle forme in cui, a causa dell’alternanza vocalica, era comparso o; cfr. griovė al posto dell’atteso *grovė < *grōu-.²⁸

È possibile immaginare anche il processo inverso: la consonante velare che precedeva il grado in u avrebbe potuto sostituire la consonante palatale. Per esempio, si può supporre che il lett. laukas (con l- velare) si sia formato, al posto di *liaukas, sul modello di una parola baltica di questo tipo (cfr. pr. luckis «scheggia»), in cui la l- velare era regolare. Tuttavia, parole come pr. peuse e lett. pušis, pr. caune e lett. kiáunė non consentono questa ipotesi. Sebbene nella comunità linguistica baltica, accanto a peuse, esistesse anche pušis, peuse non si trasformò per questo in *pause. Per analogia, anche pr. caune non poteva derivare da *kiaune, poiché non esiste una parola in cui la consonante precedesse il grado in u.

Tutto ciò indica che le alternanze con au già presenti in parole di questo tipo, come lett. kiáunė: pr. caune, vanno spiegate con cause fonomorfologiche.

A sostegno di questa conclusione depongono forse anche i prestiti finnici di origine baltica. Si può supporre che i finlandesi abbiano preso in prestito le parole leuka e laukki nello stesso periodo, poiché entrambe sono legate a denominazioni di caratteristiche di esseri viventi. Questi prestiti mostrano che, al momento del prestito, 1) nelle lingue baltiche esisteva già au in luogo di eu delle altre lingue ide. e 2) il dittongo eu non si era ancora trasformato in jau. Il dittongo eu si trasformò in jau molto più tardi rispetto al passaggio di eu ad au. Pertanto i processi eu > au ed eu > jau probabilmente non erano collegati né cronologicamente né strutturalmente.

I fatti menzionati sembrano consentire di far derivare dal grado o della radice una parte delle parole baltiche e slave che presentano au resp. u al posto di eu delle altre lingue ide.; cfr.:

*kēu-g-: lett. kiáugė e *kōu-g-: lett. káugė, lett. kaudze, antico islandese haugr «collina»; *kēu-n-: lett. kiáunė, lett. caūne e *kōu-n-: pr. caune, russo куча; *leu-k-: greco λευκός, gotico liuha «luce» e *lou-k-: lett. laukas, lett. lāuks, latino lūc-idus «luminoso», greco λούσσον (-σσ da *-kj-) «midollo bianco dell’abete»; *leu-k-: lett. liaukà, liaūkti, lett. lauku, greco λεύκη e *lou-k-: lett. laukas; *leu-|*lēu-: lett. liáutis, liav-ōnas, lett. laut «lasciare», ceco leviti «rilasciare», gotico lēwjan «abbandonare al proprio destino» e *lou-|*lōu-: lett. lavōnas, pr. au-lāut «morire»; *pleu-: antico russo pljuća «polmoni», antico ceco pljuće, greco πλεύμων e *plou-: lett. plaučiai, lett. plaušas, pr. plauti, antico slavo plušta, polacco płuca; *reu-d-: antico inglese réod «rossastro», greco ἐρεύθω «arrossisco» e *rou-d-: lett. raūdas, raud-ōnas, lett. rauds, antico slavo ruda «minerale», russo румяный (rum- da *raud-m-); *sreu-: lett. sriaumuō, greco ῥεῦμα «corrente» (ῥ- da *sr-) e *srou-: lett. srav-ėti, sraumuo, lett. strāume, antico russo strumenь «ruscello» (stru- da *srau-);

²⁸ Forse per ragioni analoghe e per altri motivi non del tutto chiari, in alcuni dialetti lituani (in certe forme) r è palatale, mentre in altri è velare; cfr. Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, pp. 153–156.

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*teut-: got. piuda «popolo», illirico (nome personale) Teuta e *tou-t-: lit. tautà, lett. tāuta, pr. tauto, osco touto «stato», cimrico tūd «paese» (tū- da *tou-), antico irlandese tuath «popolo» (tua- da *tou-).

Va aggiunto che solo una parte delle parole baltiche e slave con vocalismo radicale o può risalire all'epoca della comunità linguistica indoeuropea. Ciò vale, per esempio, per la parola lituana tautà e i suoi cognati: alcuni dialetti indoeuropei potevano avere il grado *teu-, altri il grado *tou-. Tuttavia, le varianti della maggior parte delle parole con i gradi apofonici e e o potrebbero essersi formate già nelle lingue baltiche e slave, poiché l'apofonia nelle lingue baltiche (per esempio, in lituano) è ancora viva oggi. Per esempio, alcuni dialetti baltici avevano la parola kiáunę con il grado apofonico e, altri con il grado apofonico o (cfr. pr. caune).

In alcune parole lituane il dittongo au può effettivamente stare al posto dell'indoeuropeo eu. Forme del presente come keičia, sėka (racconta) ecc., la cui radice presenta il vocalismo del grado e, mostrano che anche nelle forme baudžia, plaukia, smaukia deve esserci il vocalismo del grado e, poiché il vocalismo del grado o è di norma proprio dei verbi iterativo-causativi, cfr. kaityti, sakyti e baũdinti, plaũkyti, smaũkyti. Che il dittongo radicale antico in queste forme del presente fosse eu è dimostrato anche dalle parole corrispondenti di altre lingue indoeuropee; cfr. lituano baudžia e antico slavo bljūsti, lituano plaukia e alto tedesco antico fliogen «volare» (io da eu), lituano smaukia e antico scandinavo smjūga «infilarsi, scivolare» (ju da eu). Nelle forme antiche *beudja, *pleukja e *smeukja il dittongo radicale eu fu sostituito da au non perché l'indoeuropeo eu si fosse regolarmente trasformato in au nelle lingue baltiche, ma, a quanto pare, perché il vocalismo di queste forme del presente si adeguò a quello di altre forme della stessa radice con vocalismo o.

Pertanto, si può supporre che, a parte alcuni verbi nei quali ou al posto del più antico eu sia probabilmente comparso per analogia, il dittongo indoeuropeo eu non si è trasformato in au nelle lingue baltiche (e slave). Tutte le parole baltiche e slave che hanno au o, rispettivamente, u nella radice al posto dell'indoeuropeo eu di altre lingue, derivano probabilmente da forme con vocalismo del grado o.

Il dittongo indoeuropeo eu si è regolarmente trasformato nelle lingue baltiche e slave in jau o, rispettivamente, ju. Questo fenomeno fonetico è considerato un'innovazione delle lingue baltiche e slave, indicativa degli stretti rapporti tra queste lingue e a sostegno della teoria dell'unità linguistica baltico-slava.

La trasformazione dell'indoeuropeo eu in jau o, rispettivamente, ju può essere considerata un argomento a favore dell'unità linguistica baltico-slava soltanto se l'indoeuropeo eu si fosse trasformato in jau o, rispettivamente, ju al tempo dell'unità baltico-slava. Tuttavia, a quanto pare, non vi è alcun motivo per considerare questo fenomeno fonetico così antico.

Non si può affermare con certezza che la trasformazione dell'indoeuropeo eu in jau sia comune a tutte le lingue baltiche. È difficile stabilire, sulla base dei documenti della lingua prussiana, quale fosse in prussiano il riflesso del dittongo indoeuropeo eu. Le grafie del tipo bleusky del glossario di Elbing sono ambigue. Alcuni studiosi ritengono29 che la grafia eu indichi il dittongo au dopo una consonante palatalizzata. Dunque anche in prussiano l'indoeuropeo eu si sarebbe trasformato in jau. R. Trautmann richiama l'attenzione anche su una grafia simile di jau nei più antichi documenti della lingua lituana, per esempio gereus al posto di geriaus negli scritti di M. Daukša30. Altri sostengono31 che il eu prussiano indichi effettivamente il dittongo eu, e non jau. Secondo loro, in prussiano l'indoeuropeo eu è stato conservato senza cambiamenti.

29 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 148—149; J. Endzelīns, Prūsų tekstu grafika, FBR, 15, 1935, p. 97—98; Senprūšu valoda, p. 30; V. Mažiulis, Prūsų kalbos paminklai, Vilnius, 1966, p. 54—55.

30 R. Trautmann, op. cit., p. 148.

31 J. Otrębski, LP, 4, 1953, p. 308—312.

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Come argomento, tutti i ricercatori citano il pr. iaukint (= lett. jaukinti), che, a quanto si afferma, dimostra che in prussiano l’indoeuropeo eu si è trasformato anch’esso in iau. Tuttavia, questo argomento non è attendibile, poiché la parola potrebbe anche avere avuto la radice *ouk- (non *euk-). Il vocalismo o della radice si accorda proprio con il significato causativo del verbo pr. iaukint e lett. jaukinti. Che qui j possa essere protetica è dimostrato dallo sl. ant. učiti (u- da *au-) e dall’ind. ant. ókah «casa».

Le parole che nel glossario di Elbing sono scritte con il digramma eu (ew) sono le seguenti: bleusky 286, geauris 757 (cfr. lett. giaurÿs LKŽ, III, 282), gleuptene 247, keutaris 762, keuto 156, 497 (cfr. lett. kiáutas), peuse 597, skewre 685 (cfr. lett. kiáglė). Colpisce il fatto che qui prima di questo digramma non compaiano mai i grafemi i, y o g, che si potrebbero interpretare come segni di palatalizzazione delle consonanti. Ci aspetteremmo proprio una notazione grafica del genere se in queste parole il prussiano avesse avuto la sequenza iau. È vero che i grafemi menzionati compaiono talvolta nel glossario di Elbing anche prima di vocali anteriori, cfr. plieynis 38 accanto a pleynis 75. Perciò è opportuno richiamare l’attenzione sulla grafia della parola keuto: in entrambi i casi essa è registrata nello stesso modo, cioè con il digramma eu. Tutto ciò sembrerebbe indicare che nelle parole del glossario di Elbing menzionate vi fosse il dittongo eu.

Partendo dal fatto che in prussiano la sequenza *sj si è trasformata in š (cfr. schuwikis 496, schu-meno 507, schuwan 471), si tende di norma a ritenere che in prussiano j sia caduta anche dopo altre consonanti (dentali, velari), palatalizzandole³². Tuttavia, alcune grafie, in particolare l’uso del grafema g, sembrano indicare che qui venga invece rappresentato il suono j; cfr., ad esempio, angurgis 565, ansalgis 506, kargis 410, saligan 468, wargien 525 (cfr. cugis 518 = lett. kūjis, dove il grafema g rappresenta il suono j). È assai dubbio che qui il grafema g indichi la palatalizzazione delle consonanti³³. Come mostrano il lituano e il lettone, j non doveva necessariamente cadere simultaneamente in tutte le posizioni: in alcuni casi (per es. dopo t, d) cadde prima, in altri (per es. dopo le consonanti labiali) più tardi; e in certi casi il risultato di tale caduta fu di un tipo, in altri di un altro. Pertanto, la trasformazione della sequenza *sj non dimostra affatto che si siano trasformate anche le sequenze di j con le altre consonanti. È vero che gli stessi sostenitori della teoria della palatalizzazione delle consonanti «iotizzate» non escludono del tutto che dopo le consonanti labiali j fosse ancora presente in prussiano³⁴. In questo caso la grafia del glossario di Elbing è la seguente: piuclan 547 (in posizione iniziale), kalabian 424, tarbio 325, knapios 268, wupyan 9, wormyan 465, samyen 235, clawio 375, perwios 281. Nel determinare se in prussiano fosse ancora presente il dittongo eu oppure se i dialetti prussiani avessero già al suo posto jau, non è tanto importante stabilire che cosa indichino le grafie bia, bio, piu, pio, pya, mya, mye e wio: una sequenza di consonante labiale con j oppure una consonante labiale palatalizzata davanti a vocali posteriori. È importante invece che la rappresentazione grafica di questa posizione differisca da quella della posizione analoga nella parola peuse: se il dittongo eu si fosse trasformato in prussiano in jau, anche qui (cioè nella parola peuse) ci aspetteremmo la stessa rappresentazione grafica di una consonante labiale (con j o palatalizzata) davanti a una vocale posteriore (*pjau, *pyau o *pyeu). La diversa rappresentazione grafica non rispecchia forse soltanto un diverso complesso fonetico (negli esempi sopra riportati pja o p’a..., ma nella parola peuse—pe)? A proposito dell’interpretazione fonetica della grafia dei testi prussiani, vale la pena ricordare anche come J. Endzelynas spiega la grafia pvienkts del secondo catechismo. Egli suppone che

32 J. Endzelins, Prūšu tekstu grafika, p. 96–98; T. Milewski, Przyczynki do gramatyki pruskiej, „Slavia Occidentalis“, 15, 1936, p. 102–108; V. Mažiulis, op. cit., p. 54–55.

33 Cfr. l’interpretazione dubitativa che J. Endzelynas dà della parola wargien: «je te vēl iesprausts aiz g varbūt tāpēc, lai g-burtu te kas nelasītu ka vēlāro balsīgo šļēdeni», — J. Endzelins, op. cit., p. 97.

34 J. Endzelins, op. cit., p. 98; V. Mažiulis, op. cit., p. 55.

74

qui, dopo una consonante labiale, poteva essere comparso j35. Pertanto, j poteva essere rappresentata persino davanti a vocali anteriori.

In modo del tutto analogo, nel glossario di Elbing anche le altre consonanti (con j oppure palatalizzate) sono rappresentate davanti a vocali posteriori; cfr. maldian 438, median 586, medione 699, brunyos 419, dragios 386 e così via. Analogamente, dovrebbero essere rappresentate anche nelle parole keutaris, keuto, skевre, geauris, se in esse queste consonanti fossero davanti a vocali posteriori. Inoltre, va richiamata l’attenzione sul fatto che nel glossario di Elbing i grafemi i, y di norma non si scrivono dopo consonanti davanti a vocali anteriori (cfr. deywis 1, deynayno 5, metis 166 ecc.), salvo, naturalmente, qualche caso isolato (come plienis 38 accanto a pleynis 75, geyте 339 ecc.). Pertanto, anche nelle parole menzionate che contengono il digramma eu (ew) vi era probabilmente una vocale anteriore, e dunque anche il dittongo eu.

Ne consegue anche che non vi sono dati concreti a dimostrare che la trasformazione dell’indoeuropeo eu nel dittongo jau fosse già un fenomeno pan-baltico.

Al momento della trasformazione del dittongo indoeuropeo eu, nelle lingue baltiche (orientali) e slave si erano formate situazioni fonologiche del tutto diverse: nelle lingue baltiche tale trasformazione era connessa a processi fonologici di un tipo, mentre nelle lingue slave era legata a processi del tutto diversi.

La trasformazione fonetica di eu in jau presuppone già l’abbassamento e l’arretramento della vocale e in posizione davanti a u (dapprima, a quanto pare, nei casi in cui tale vocale aveva un accento acuto), cioè e→ā. Che un simile fenomeno fonetico sia possibile è dimostrato dal lituano, nel quale si osservano casi in cui la vocale e si abbassa e si arretra davanti a u o v; cfr. kliāvas ir klēvas di molti dialetti. Davanti a v (u), in molti luoghi gli žemaitici pronunciano a preceduta da una consonante palatale. In questo caso si pronuncia a persino al posto di ē, derivata da ei; cfr. kr’āus «storto»³⁶, š’āvā «scheggia». La a sorta da e davanti a u poteva essere foneticamente molto simile alla vocale a, anch’essa presente davanti a u (dai dittonghi antichi āu ir ōu); dopo j, inoltre, la vocale a poteva anche coincidere del tutto con ā. Quando la vocale o si trasformò in a, le vocali a e ā divennero varianti del fonema /a/. In questo modo la variante ā poté fonemizzarsi; in altri termini, nel segmento manifestante CāuC (C indica le consonanti), al posto del manifestante del fonema /e/ comparve quello del fonema /a/, cioè CāuC → C’auC.

Le consonanti che precedevano le vocali acute dovevano già allora distinguersi da quelle che precedevano le vocali circonflesse. Le prime erano palatali, le seconde velari. La posizione davanti a j era probabilmente neutra. In seguito ai mutamenti menzionati sopra, le consonanti palatali si trovarono davanti alla vocale circonflessa a. Questa situazione non poteva durare a lungo, poiché era in contrasto con l’intero sistema, nel quale le consonanti palatali si trovavano soltanto davanti a vocali acute, mentre le vocali circonflesse comparivano soltanto dopo consonanti velari. L’anomalia poteva essere eliminata in due modi: 1) C’auC doveva trasformarsi in CauC (davanti a una vocale circonflessa era possibile soltanto una consonante velare); 2) C’auC doveva trasformarsi in CjauC (davanti a una vocale circonflessa una consonante palatale era possibile soltanto prima di j). La realizzazione della prima possibilità comportava maggiori difficoltà rispetto alla seconda: in questa posizione le consonanti avrebbero dovuto passare dalla classe delle palatali a quella delle velari. Benché tra le classi delle consonanti palatali e velari sussistesse un rapporto di distribuzione complementare, la realizzazione della prima possibilità avrebbe comunque rappresentato un mutamento radicale nel sistema. Per questo, a quanto pare, fu realizzata la seconda possibilità; inoltre, la sua realizzazione costituiva un compromesso: la posizione davanti a j era neutra, dunque

35 J. Endzelīns, op. cit., p. 96.

36 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 51.

75

Qui le consonanti non erano né palatali né velari (rispettivamente, erano sia palatali sia velari). L’inserzione di una j eliminò la contraddizione che si era creata nel sistema.

Per inciso, in alcuni casi, soprattutto quando coesisteva una variante della radice con il dittongo au (e ou), una radice del tipo C’auC- poteva facilmente essere sostituita da una radice del tipo CauC-. A quanto pare, è ciò che accadde nei verbi, cfr. daužia invece della forma regolare *djaūžia, secondo daužyti.

Nella protoslava, la monottongazione del dittongo eu in presenza di una consonante palatale precedente era connessa alla formazione di fonemi di gruppo complessi. Durante la formazione dei fonemi di gruppo complessi, i sonanti (compreso u) si univano ai fonemi di questo tipo che li precedevano e diventavano sillabici, poiché di norma l’elemento sillabico era l’ultimo elemento del fonema di gruppo. In seguito, dopo la transfonologizzazione dei tratti differenziali «apertura: chiusura» in tratti differenziali «lunghezza: brevità», le vocali, ormai non sillabiche, divennero indicatori ridondanti della diezi, e pertanto scomparvero facilmente.

Quando il fonema di gruppo C’eu divenne C’+u, nel sistema fonologico della protoslava si verificò un caso unico: una consonante diesizzata si trovava davanti a una vocale bemollizzata. La contraddizione tra la consonante diesizzata e la vocale bemollizzata che la seguiva poteva essere eliminata con la formazione di fonemi di gruppo neutri. Le consonanti così divenute neutre (né diesizzate né bemollizzate) (per es. b) dovevano coincidere con le consonanti neutre già presenti nel sistema (per es. b da bjV) e dare gli stessi riflessi. A quanto pare, per questo i riflessi delle consonanti che si trovavano sia davanti a j sia davanti al dittongo eu sono identici in tutte le lingue slave37.

Pertanto, l’interpretazione fonologica della trasformazione dell’ide. eu in jaū nelle lingue baltiche e in ’u nelle lingue slave conferma definitivamente l’intuizione che questo mutamento fu un fenomeno del tutto autonomo delle lingue baltiche e slave. Il dittongo ide. eu mutò nelle lingue baltiche e slave non solo in condizioni sistemiche diverse e sotto l’influenza di fattori sistemici diversi, ma fu diversa anche la natura fonetica del mutamento: nelle lingue baltiche (orientali) eu si trasformò in jaū, mentre nelle lingue slave diventò semplicemente ’u. Il destino del dittongo ide. eu è un evidente esempio di sviluppo parallelo delle lingue baltiche e slave. Questo esempio mostra che le tendenze evolutive comuni alle lingue baltiche e slave, sostenute dalla contiguità geografica, continuarono a esistere anche nelle fasi successive della storia di queste lingue.

Il destino dei sonanti sillabici ide.

I sonanti sillabici ide. l, r, m, n (indicati qui di seguito con R) si trasformarono nelle lingue baltiche e slave in il, ir, im, in oppure, più raramente, in ul, ur, um, un (indicati qui di seguito con iR e uR). Il loro esito comune avvicina particolarmente le lingue baltiche e slave.

I sonanti brevi ide. R si trasformarono in iR oppure in uR (con circonflesso), cfr.:

a) lit. vilkas, lett. vilks, pr. wilkis, sl. ant. vlъkъ, rus. волк, serb.-croato vuk (da sl. *vьlkъ): ind. ant. vṛ́kaḥ, got. wulfs, gr. λύκος, lat. lupus;

pr. kirsnan «nero» (cfr. lit. Kirsna, affluente dello Šešupė), sl. ant. čьrnъ, rus. чёрный (da sl. *čьrnъ): ind. ant. kṛṣṇáḥ «nero»;

lit. šimtas, lett. simts, sl. ant. sъto (probabilmente un prestito dalle lingue iraniche): ind. ant. śatám (śa- da ide. *k’ṃ-), gr. ἑκατόν (-κα- da ide. *k’ṃ-), toc. kānt(e), lat. centum, got. hund;

37 В. К. Журавлев, Развитие группового сингармонизма в праславянском языке, Минск, 1963, р. 29–41.

76

lit. mintis (acc. sing. minti), at-mintis, lat. mit «ricordare, indovinare», pr. po-minisnan «memoria», sl. ant. pa-mętъ (ę da bn): ind. ant. matíh (-a- da n) «intenzione, desiderio; preghiera», lat. mens mentis «spirito, mente», got. munš «pensiero»;

b) lit. kulnas (e kulnis, acc. sing. kūlni), lat. kulna «tallone», pr. kulnis «caviglia», sl. ant. klъka «incavo del ginocchio», bulg. kъlka «coscia», serbo-croato kūk (da sl. *kъlk-): lat. calx «tallone», tocario A kolye «coscia»; pr. curwis «toro»: lit. kárvė, sl. ant. krava, rus. корова, gr. κέρας «corno»: le parole lituane, slave e greche presentano la radice al grado normale *kerH-/*korH-; lat. cornu «corno», got. haúrn «corno» da *kṛH-; lit. ungurys (gen. sing. ūngario): pr. angurgis, rus. угорь (у- da *ang-), radice *ng-/*ong-.

Le sonanti lunghe indoeuropee R̄ (da ide. *RH) si sono evolute in iR oppure uR (con accento acuto), cfr.:

a) lit. vilna, lat. vīna, pr. wilnis e wilna «gonna; giacca», sl. ant. vъlna, serbo-croato vūna (da sl. *vъlna): ind. ant. ūrṇā, av. varəna, gr. λῆνος, lat. lāna, got. wulla (da germ. *wulna); lit. žirnis, lat. zirnis, pr. syrne «grano», sl. ant. zrъno, rus. зерно (da sl. *zьrno): lat. grānum (rā da ide. *ṛH), got. kaúrn «cereali»; lit. pintì, lat. pīt, sl. ant. peti (ę da bn, ma può anche derivare da en, cfr. sl. ant. mrěti, pres. mьrǫ), pres. pьnǫ: arm. henum «intreccio, tesso», lat. pendere «pesare, valutare»; cfr. inoltre lit. pántis; b) lit. gurklỹs (gen. sing. gūrkliō), pr. gurcle «gola» (da balt. *gur-tl-), rus. ant. gъrlo (rus. горло), pol. gardło (da sl. *gъr-dl-): ind. ant. gūrtáh «atteso, gradevole», lat. gurges «vortice», gurgulio «trachea»; cfr. inoltre lit. gūrkšnis, gerklė, gargaliuoti; lit. mùlkis, lat. muļķis: ind. ant. mūrkháh «stupido».

I sonanti ide. R nelle lingue baltiche e slave si sono evolute in iR e uR non solo in posizione preconsonantica, ma anche in posizione prevocalica, cfr.:

lit. pilìs, lat. pils, pr. (toponimi) Pill-aw, Pille-kaym: ind. ant. pūḥ (acc. sing. pūr-am) «muro difensivo», gr. πόλις «città»; lit. girìà, lat. dzira (e dzire) «foresta»: ind. ant. giríh «montagna»; pr. garian, garrin «albero» e sl. ant. gora «montagna» presentano un grado apofonico vocalico diverso (*gor-); lit. gun-ioti, gūn-yti «scacciare, cacciare», pr. gun-twei, sl. ant. gъn-ati «spingere», lit. giñti, lat. dzīt (i da in), sl. ant. žęti (ę da ьn oppure en), pres. žьnǫ «mietere (i cereali)»: lit. gan-ýti, lat. gan-īt, sl. ant. gon-iti.

Dai dati presentati risulta che i sonanti sillabici ide. R si sono evoluti nelle lingue baltiche e slave, in alcuni casi, in iR e, in altri, in uR. Sorge la questione da che cosa dipendesse la distribuzione delle vocali d’appoggio i e u. Non esiste una risposta univoca a questa domanda. J. Endzelynas¹, J. Mikola², K. Būga³, R. Trautmanas⁴ e altri tendevano a spiegare la comparsa di i oppure u mediante l’apofonia. Secondo questa concezione, iR deriverebbe da eR,

¹ I. Endzelin, Studi slavo-baltici, p. 3—24.

² J. J. Mikkola, Urslavische Grammatik, I, p. 68—71; cfr. Woher lit. jau und slav. ju?, IF, 16, 1904, p. 99.

³ K. Būga, RR, II, p. 128—129, 260—264.

⁴ R. Trautmann, Viennes baltų slavėnų gramatikos bruožas, „Švietimo darbas“, 1922, 3—6, Kaunas, p. 271—272; Ein Kapitel aus der Lautlehre der baltisch-slavischen Sprachen, „Slavia“, 2, 1923.

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del dittongo eR del grado ridotto, e uR—da oR, il dittongo oR del grado ridotto. Dunque, nelle lingue baltiche e slave le vocali ridotte e e o si sono trasformate nelle vocali normali i e u.

Nelle lingue baltiche, in molti casi iR alterna con eR, e uR — con aR, cfr. girtas: gérti (ma cfr. gurklys), gilti: gėlti, kilti: kėlti; kūlti: kūlti, kūmpas: kampas, pr. curwis: liet. karvė. Tuttavia si riscontrano casi in cui iR può comparire accanto a aR, e uR — accanto a eR, cfr. miltai: málti, liet. minia: got. manags «molto», liet. giria: pr. garian, s. sl. gora, pr. gulsennin «dolore»: liet. gėlti. Nelle forme di una stessa radice iR e uR⟧ possono coesistere, cfr. tilpti: telpa: talpinti: tūlpinti.

I casi in cui iR compare accanto a aR, e uR — accanto a eR, non contraddicono la concezione degli autori citati, poiché, per esempio, accanto a *m̥n- e *mon- (cfr. liet. minia e got. manags), in passato poteva esistere anche *men-, il cui grado ridotto poteva essere liet. minia.

Perciò difficilmente si può sia confutare sia dimostrare con i fatti la teoria dell’alternanza vocalica.

È opportuno chiedersi perché nelle lingue baltiche e slave davanti ai sonanti sillabici siano comparse proprio le vocali i e u, ma non, per esempio, le vocali e oppure a, come in altre lingue indoeuropee. Nella comunità linguistica baltica esistevano i dittonghi eR e oR, ereditati dall’epoca indoeuropea. Per questo, a quanto pare, davanti ai sonanti sillabici non potevano comparire e e o (liet. a).

Nel sistema quadrangolare delle vocali brevi baltiche

i u e o,

confrontandolo con il sistema dei primi elementi dei dittonghi

e(R) o(R),

gli elementi liberi erano le vocali i e u, poiché i primi elementi dei dittonghi erano soltanto le vocali e e o. Pertanto, i primi elementi dei dittonghi che si formavano dai sonanti sillabici potevano essere soltanto le vocali libere i e u.

Da quanto detto risulta che la distribuzione di iR e uR poteva dipendere dalle forme del grado normale dell’alternanza vocalica, in altre parole, dai dittonghi eR e oR: iR (da R) poteva comparire nelle forme accanto alle quali esistevano forme della stessa radice con il dittongo eR (cfr. kil-ti: kel-ti), mentre uR (da R) poteva comparire in quelle forme accanto alle quali vi erano forme con il dittongo oR (cfr. kūl-ti: kūl-ti). Se la radice presentava l’alternanza eR/oR, nelle sue forme potevano comparire sia iR sia uR (cfr. liet. tém-ti: lat. tim-sa: liet. tamša: lat. tūm-sa).

K. Brugman, A. V ajanas, J. Kurilovičius, G. Ševeliov as e altri ritenevano che la comparsa della vocale aggiuntiva i oppure u dipendesse dal contesto fonetico. K. Brugman⁵ osservò che la vocale u compariva dopo le consonanti labiali e velari. Questa affermazione non era stata adeguatamente argomentata sulla base dei dati delle lingue baltiche e slave. Tale spiegazione di K. Brugman si basava sui dati delle lingue indiana antica e greca, poiché in esse dopo le consonanti labiali e velari si trovano ul e ur.

A. V ajanas⁶ ritiene che nelle lingue baltiche e slave la vocale aggiuntiva u derivi dall’elemento vocalico delle consonanti labiovelari indoeuropee kʷ, gʷ, gʷʰ. Per esempio, le forme baltiche e slave *gen-: *gun- (cfr. liet. gėna: gunióti, gūnyti e s. sl. ženą: gʷona-ti) deriverebbero dall’indoeuropeo *gʷʰen-: *gʷʰn- (dunque, *gʷʰn- > *gʷʰn- > *gun-). Dunque, secondo A. V ajanas, nelle lingue baltiche e

5 K. Brugmann, Kurze vergleichende Grammatik der indogermanischen Sprachen, Berlin und Leipzig, 1922, p. 123.

6 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 171.

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Nelle lingue slave, la vocale epentetica u comparve dopo le consonanti labiovelari, mentre la vocale i comparve dopo tutte le altre.

Una posizione simile è sostenuta anche da J. Kurilovičius⁷. Secondo lui, i sonanti sillabici R nelle lingue baltiche e slave si trasformarono in uR non soltanto dopo le consonanti labiovelari, ma anche dopo le consonanti velari pure (indoeur. k, g, gh), mentre dopo tutte le altre consonanti si trasformarono in iR. J. Kurilovičius fonda questa sua concezione sull’ipotesi che la palatalizzazione delle consonanti nelle lingue baltiche e slave sia un fenomeno più antico della vocalizzazione dei sonanti sillabici. J. Kurilovičius ritiene che nelle sequenze kR e gR la R si sia trasformata in iR perché k e g l’avrebbero mutata in k’ e g’. Tuttavia, poiché davanti a R le consonanti velari non potevano palatalizzarsi e perciò erano dure, la componente vocalica del sonante sillabico poteva essere soltanto di timbro posteriore (cioè u).

I dati statistici presentati da J. Kurilovičius⁸ non corrispondono pienamente alle sue affermazioni, perché uR dopo altre consonanti è attestato in un numero di esempi non inferiore a quello dopo le consonanti velari. Per esempio, uR dopo k e g ricorre nel 35,6% degli esempi, dopo m nel 34,8% e dopo n nel 33,3%. La stessa percentuale di esempi che dopo n si trova anche dopo j. La quota maggiore di esempi (44,4%) presenta i dittonghi uR dopo la consonante s. In tutti gli altri esempi si trova iR.

Nel corso dell’evoluzione della lingua, i rapporti originari di distribuzione di iR e uR possono essersi confusi. Per esempio, l’alternanza vocalica eR: R dopo le consonanti velari dure si trasformò regolarmente in eR: uR (cfr. il lituano gerklė: gurklys, dal baltico *ger-tl-: *gur-tl-). Poiché dopo tutte le altre consonanti esisteva l’alternanza eR: iR e, dato che era più frequente, poteva essere generalizzata, accanto alle forme con uR dopo le consonanti velari dure potevano facilmente comparire forme con iR (cfr. il lituano girtas).

Dopo aver esaminato la questione della distribuzione di iR e uR, G. Shevelov è giunto alle seguenti conclusioni⁹:

a) dopo le consonanti velari palatalizzate R si trasformò in iR;

b) tra le consonanti velari non palatalizzate (comprese quelle labiovelari) R si trasformò in uR;

c) dopo le consonanti velari davanti a consonanti non velari, il riflesso fonetico di R era uR;

d) dopo le consonanti labiali davanti a consonanti velari, il riflesso fonetico di R era uR;

e) dopo le consonanti labiali davanti a consonanti velari non palatalizzate e dopo le consonanti dentali (comprese s), davanti a qualsiasi consonante, R si trasformò in iR.

Un argomento consistente a favore della teoria del contesto fonetico è il fatto che nelle lingue baltiche e slave uR dopo le consonanti š e ž (dall’indoeur. k’ e g’) è pressoché assente. I pochi esempi che si trovano (cfr. il lituano šultis, žulsnūs) sono probabilmente di origine tarda. Questo fatto lascia supporre che, al momento del passaggio dei sonanti sillabici R a iR e uR, le lingue baltiche e slave conservassero ancora k’ e g’ oppure li avessero già trasformati in š e ž (forse proprio in š e ž). E k’, g’, rš, ž dovevano essere molto palatalizzati.

Pertanto, sulla base della teoria del contesto fonetico, occorre riconoscere che nelle lingue baltiche e slave l’evoluzione regolare dei sonanti sillabici indoeuropei fu R > iR. L’evoluzione R > uR, dipendente dal contesto fonetico (dopo k e g), fu invece un’anomalia.

⁷ J. Kuryłowicz, L’apophonie en indo-européen, Wrocław, 1956, p. 227—243; O jedności językowej bałto-słowiańskiej, BPTJ, 16, 1957, p. 81—94; O балто-славянском языковом единстве, ВСЯ, 3, 1958, p. 23—24.

⁸ J. Kuryłowicz, L’apophonie en indo-européen, p. 229 (išnaša).

⁹ G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 90.

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La vocale u dopo determinate consonanti, prima dei sonanti sillabici, è comparsa anche in altre lingue indoeuropee. Secondo V. Georgijev10, i sonanti sillabici indoeuropei dopo consonanti velari nella lingua tocarica si trasformarono in uR (dopo tutte le altre, in āR). Nell'antica lingua indiana, dopo le consonanti labiali e, a quanto pare, le antiche consonanti labiovelari, r prima di vocali si trasformò in ur11. Nella stessa posizione fonetica, l e r si trasformarono in ul e ur anche in greco.

Tuttavia, tra le lingue baltiche e slave, tocariche, indo-iraniche e greche non esiste qui alcun rapporto genetico, perché non può esservi dubbio che, dopo determinate consonanti, la vocale u prima di l e r sia comparsa indipendentemente in ciascuna lingua.

Anche in altre lingue indoeuropee è comparsa, prima dei sonanti, la vocale i. Per esempio, in albanese, prima delle vocali, l'indoeuropeo R si trasformò non solo in iR, ma anche in Ri12. Nelle lingue celtiche, prima delle consonanti, la vocale i comparve dopo i sonanti l e r13. Non si può parlare di un rapporto genetico tra le lingue baltiche, slave, albanese e celtiche, poiché le condizioni in cui accanto al sonante comparve la vocale i erano diverse in ciascuna lingua: nelle lingue baltiche e slave iR comparve sia prima delle vocali sia prima delle consonanti, mentre in albanese soltanto prima delle vocali; nelle lingue baltiche e slave la vocale i comparve prima dei sonanti, mentre nelle lingue celtiche comparve dopo i sonanti.

La lingua che presenta la riflessazione più simile dei sonanti sillabici indoeuropei è il pelasgico: qui i sonanti sillabici, come nelle lingue baltiche e slave, si trasformarono in iR oppure uR14. Tuttavia, non si può dimostrare un rapporto genetico tra questo fenomeno delle lingue baltiche e slave e quello del pelasgico, poiché non si conosce la distribuzione di iR e uR nella lingua pelasgica. Il fatto che in alcuni casi nel pelasgico comparissero anche lu, ru e om, on indica con ogni probabilità che la riflessazione dei sonanti sillabici indoeuropei nelle lingue baltiche e slave e nel pelasgico si è svolta indipendentemente.

Tutto quanto detto consente di ritenere che la trasformazione dei sonanti sillabici indoeuropei R in iR oppure uR sia un'innovazione delle lingue baltiche e slave.

Nessun'altra lingua indoeuropea presenta una riflessazione dei sonanti sillabici uguale a quella delle lingue baltiche e slave. Sotto questo aspetto, le lingue baltiche e slave coincidono pienamente: le lingue slave presentano iR oppure uR negli stessi contesti delle lingue baltiche (salvo qualche eccezione15); tanto nelle lingue baltiche quanto in quelle slave, i sonanti sillabici indoeuropei R si trasformarono in iR oppure uR non solo in posizione preconsonantica, ma anche in posizione prevocalica. Tutto ciò dimostra che, durante la trasformazione dei sonanti sillabici indoeuropei R in iR oppure uR, le lingue baltiche e slave erano in stretto contatto: un'onda innovativa originatasi nell'area di un gruppo linguistico poteva raggiungere anche l'area dell'altro.

L'assenza in ogni altra lingua indoeuropea di una riflessazione dei sonanti sillabici identica a quella delle lingue baltiche e slave induce inoltre a ritenere che i sonanti sillabici indoeuropei siano stati vocalizzati (ossia trasformati in iR oppure uR) già nelle lingue baltiche e slave, separate dai dialetti dell'area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea.

I sonanti sillabici indoeuropei R nelle lingue baltiche e slave si trasformarono in iR oppure uR probabilmente prima che si formasse l'opposizione intonativa «circonflesso: acuto», poiché iR

10 В. Георгиев, Балто-славянский и тохарский языки, ВЯ, 6, 1958, p. 8—15.

11 T. Burrow, The Sanskrit Language, II impression, London, 1959, p. 86.

12 N. Jokl, Die Verwandtschaftsverhältnisse des Albanischen zu den übrigen idg. Sprachen, „Die Sprache“, 9, 1963, p. 120—122.

13 Г. Льюис и Х. Педерсен, Краткая сравнительная грамматика кельтских языков, Москва, 1954, p. 29.

14 В. И. Георгиев, Исследования по сравнительно-историческому языкознанию, p. 92.

15 Cfr. il lituano sùrbti e il russo сра́ба́то, il polacco sarbáć (ma lo slavo ecclesiastico srobati), il lituano būrlas e il russo берлога. Discrepanze analoghe non costituiscono differenze di particolare rilievo tra le lingue baltiche e slave, poiché si riscontrano anche all'interno delle stesse lingue baltiche (cfr. il lettone del dialetto centrale tūmsa e il lettone del dialetto livone tīmsa).

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ir uR erano trattati come dittonghi: iR rispettivamente uR ricevevano il circonflesso, mentre iR rispettivamente ūR (da ide. *RH) — l’acuto. Poiché i prestiti delle lingue ugro-finniche di origine baltica presentano iR e uR (cfr. il finnico villa e il lituano vilna, il finnico kurpponen e il lituano kūrpė), nelle lingue baltiche la riflessazione dei sonanti sillabici ide. avvenne dunque prima dei contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche.

Il destino dell’ide.

Nelle lingue slave e indo-iraniche, dopo k, r, i, u, la consonante ide. s subì un mutamento: nelle lingue slave divenne ch, in quelle indo-iraniche — š (s. ind. ṣ, av. š). In lituano, ide. s è diventata š dopo k e r. Non è ancora stato chiarito definitivamente se in lituano ide. s sia mutata anche dopo i e u. Cfr.:

lituano aukštas, lettone augsts: latino augustus «elevato» (: lituano augti);

lituano makštis, lettone maksts: slavo antico mošьna «scatola» (da *maks-ina) (: lituano makas «sacchetto di pelle (per tabacco, denaro)», lettone maks «sacchetto», prussiano danti-maks «Zahnfleisch, gengive», alto tedesco antico mago «ventre»);

lituano veršis, lettone vērsis «toro», prussiano werstian «Kalb, vitello»: s. ind. vṛṣaḥ, av. varšni- «ariete», latino verrēs «verro, maiale maschio» (lat. -rr- da *rs);

lituano viršus, lettone virsus: slavo antico vrъchъ, russo antico vrъchъ; s. ind. vārṣmā «cima», latino verrūca «rilievo; verruca», irlandese ferr «migliore» (lat. -rr- e irl. -rr da *rs);

lituano maišas, lettone maiss, prussiano moasis «Blasebalg, mantice»: slavo antico měchъ «sacco», s. ind. meṣáḥ «ariete», av. maeša- «pecora»;

lituano paišyti, lettone pāisīt «macerare il lino»: russo antico pъchati «pestare», s. ind. piṣṭáḥ «macinato», av. pišant- «pestato»;

lituano jūšė (e jušė) «zuppa di pesce», prussiano iuse «Juche, una zuppa di questo tipo»: slavo antico jucha «zuppa», s. ind. yúḥ (yūṣám), latino iūs;

lituano ausis, lettone auss, prussiano ausins (acc. pl.): slavo antico ucho, av. uši, gotico ausō, greco οὖς, latino auris (lat. -r- da -s-).

Come mostrano gli esempi più recenti, in alcuni casi in lituano dopo i e u si trova š (cfr. maišas e jūšė), in altri s (cfr. paišyti e ausis). Sorge perciò spontanea la domanda: ide. s è mutata in lituano dopo i e u, oppure no? Le opinioni degli studiosi su questo punto divergono.

J. Endzelynas¹, K. Būga², J. Šeftelovičius³, E. Frenkelis⁴, J. Kurilovičius⁵, S. Bernšteinas⁶, G. Ševel iovas⁷ e altri ritengono che ide. s dopo i e u non sia mutata in lituano. Essi fanno derivare la consonante š in molti esempi del tipo maišas da sk’ o k’. Tuttavia, nello spiegare l’origine di tale š, i sostenitori di questa concezione incontrano notevoli difficol-

¹ I. Endzelin, Studi slavo-baltici, p. 51—60; J. Endzelin, Grammatica lettone, p. 110; Sul riflesso slavo-baltico di idg. sk’, ZfslPh, 16, 1939, p. 107—115.

² K. Būga, RR, III, p. 589—590, 823; cfr. K. Буга, Судьба индоевропейского s в литовском языке (Vilniaus Valstybinio universiteto rankraštynas, E 180).

³ J. Scheftelowitz, Die verbalen und nominalen sk’- und sk-Stämme im Baltisch-Slavischen und Albanischen, KZ, 56, 1929, p. 156—170.

⁴ E. Fraenkel, Le lingue baltiche, p. 113; LEW, p. 397 (s. v. maišas).

⁵ J. Kuryłowicz, L’apophonie en indo-européen, p. 374.

⁶ С. Б. Бернштейн, Saggio di grammatica comparata delle lingue slave, p. 161.

⁷ G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 129.

6. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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sacco. Ecco quanto variamente e in modo inaffidabile viene spiegata l’origine del suono -š-, per esempio nella parola laiškas.

H. Pedersen8 faceva derivare la parola lituana laiškas da *loik’sko-. Per spiegare l’origine del gruppo -šk- nelle parole del tipo laiškas, K. Būga9 espresse l’opinione che l’ide. sk’ fosse diventato šk’ in lituano10. Pertanto, secondo lui, il lituano laiškas deriverebbe da *loisk’-. J. Šeftelovičius11 collegava il lituano laiškas e l’antico slavo listъ con l’antico indiano līs- «strappare» e li faceva risalire a *lik’-ko- e *lik’-to-.

Non ammettendo l’evoluzione dell’ide. s dopo i e u in š, è difficile spiegare la consonante š del suffisso -iškas. Non sapendo come spiegare tale š, J. Šeftelovičius12 considerava il suffisso -iškas un prestito dalle lingue slave. J. Endzelīns riteneva13 che, oltre a *-isko-, fosse esistito anticamente anche il suffisso *-isk’o (da cui il lituano *-iša-). L’affermazione di J. Endzelīns secondo cui il suffisso -iškas sarebbe sorto per contaminazione fra questi suffissi non è attendibile.

H. Pedersen14, K. Brugmann15, H. Arntz16, A. Vaillant17, J. Otrębski18 e O. Semerenyi19 ritenevano che, nella comunità linguistica baltica, l’ide. s si fosse modificata non soltanto dopo k e r, ma anche dopo i, u. Questa conclusione non era suffragata dai dati delle lingue baltiche. Si basava sull’ipotesi che le lingue baltiche e slave avessero costituito un tempo un’unità linguistica: poiché l’ide. s dopo i e u era mutata nelle lingue slave, avrebbe dovuto mutare anche nelle lingue baltiche, che in passato avevano formato un’unità con quelle slave.

Per spiegare perché in lituano, in alcuni casi, dopo i e u si abbia š e in altri s, H. Pedersen formulò la seguente legge20: dopo una vocale acuta (cfr. jūšė) š si conservò, mentre dopo una vocale circonflessa š tornò a s (cfr. saũšas). Tuttavia, i dati della lingua lituana contraddicono questa legge: in molti casi s si trova dopo una vocale acuta (cfr. ãusas «oro», lýsė, viẽšulas, kláusė e altri), mentre š si trova dopo una vocale circonflessa (cfr. maišas, kiũši e altri).

A. Meillet21, R. Trautmann22, V. Pisani23 e V. Porzig24 sostenevano che in lituano l’ide. s dopo i e u è talvolta continuata dalla consonante š e talvolta dalla consonante s.

8 H. Petersson, Arische und armenische Studien, Lund—Leipzig, 1920, p. 91.

9 K. Būga, RR, II, p. 285—286.

10 L’ide. sk’ in lituano si è probabilmente evoluta in š; cfr. J. Scheftelowitz, op. cit., p. 165—170; J. Endzelin, Über den slavisch-baltischen Reflex von idg. sk’, p. 107—115; M. Leumann, Idg. sk’ im Altindischen und im Litauischen, IF, 58, 1941, p. 1—26, 113—130.

11 J. Scheftelowitz, op. cit., p. 196.

12 J. Scheftelowitz, op. cit., p. 197.

13 J. Endzelin, Über den slavisch-baltischen Reflex von idg. sk’, p. 112—113.

14 H. Pedersen, Das indogermanische s im Slavischen, IF, 5, 1895, p. 33—87.

15 K. Brugmann, Grundriss der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, I, 2, p. 781.

16 H. Arntz, Sprachliche Beziehungen zwischen Arisch und Balto-Slawisch, Heidelberg, 1933 p. 9—10.

17 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 32.

18 Я. Отрембский, Славяно-балтийское языковое единство, ВЯ, 5, 1954, p. 32—34.

19 O. Szemerényi, The Problem of Balto-Slav Unity — A Critical Survey, p. 105—107.

20 H. Pedersen, op. cit., p. 77—78.

21 A. Meillet, Les dialectes indo-européens, p. 85.

22 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 169; Baltisch-Slavisches Wörterbuch, p. 165 e 250 (s. v. maiša- e sausa-).

23 V. Pisani, Balto e slavo, StB, 2, 1932, p. 16.

24 W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, p. 165.

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L’analisi del materiale della lingua lituana aiuta a rispondere alla questione se in lituano la s ide. dopo i e u si sia trasformata in š oppure no.

Ecco alcuni esempi in cui in lituano, al posto della s delle altre lingue ide., si trova š: maišas, riešas (riešutas), višta, glušas, jušė (jušė), kriaušė, kruša, kūšys, rūšė, pušė (puškas), aiškus (eiškus), ieškoti, kišką, laiškas (laiskas), miškas, reiškia; -uš- (ėpušė, kermušė, vėtušas), *-ištja- (eriščias) e -išk- (moteriškas). I verbi rišti, aušti e traušti sono incerti, poiché la loro -š- può derivare anche da -s-sk’ oppure da -sk’.

Ecco invece alcuni esempi in cui la s ide. dopo i e u non si è trasformata in š: ausis, mušė, mušas, pusė; ausas (auksas), blusà, lỹsė, usnis, iesmė, viesulas, visas, pliauskà (plauska); paisyti, tiešti (teisti), veisti, daūsos, klausyti, kniaustis, niausti, praušti, saūsas, tausytis, triušti, il suffisso del participio passato -us- (cfr. mirusį25). Il confronto con i fatti corrispondenti delle altre lingue ide. mostra che l’elemento -s- in queste parole è antico e che, senza dubbio, esisteva già prima della trasformazione della s ide. in š. Perciò, qui dopo i e u ci si aspetterebbe š al posto di s.

Per spiegare perché in queste parole la s ide. non si sia trasformata in š, occorre tener presente il fatto che la consonante è rimasta intatta quando tra essa e le vocali i e u si trovava un confine morfemico26. Anche in alcune delle parole qui presentate l’elemento s apparteneva a un morfema e le vocali i e u a un altro; cfr.:

plau-sk-à, pliau-sk-à (: plaũ-t-as, pliaũ-t-as, lett. plàu-kt-s, plàu-t-s),

soffia, soffia (: vento, tempesta),

intagliare (: tagliare, affettare, beccò, becchettatura),

grattarsi, si grattò (: ti gratti)27.

Lo stesso vale per il lituano niaũ-s-ti «abbassare, chinare il capo», apsi-niaũ-s-ti «essere imbronciato», niau-s-óti «essere triste, imbronciato». Né i suoni né il significato si oppongono a ricondurli al lituano niaũ-k-tis (niáu-k-tis) «annuvolarsi», niau-k-ùs «nuvoloso, scuro» e niau-r-ùs «imbronciato, irato».

Nel corso della trasformazione della s ide. in š, a causa della coesistenza di forme di significato affine con consonanti diverse alla fine della radice, la s poteva essere percepita come un suffisso, cioè come appartenente a un morfema diverso da i e u.

La spiegazione secondo cui l’elemento -s- non si è modificato in -š- perché apparteneva a un morfema diverso da i e u non è valida per tutte le parole che hanno conservato la s intatta. Non vale per quelle parole che, a quanto pare, non avevano forme asigmatiche parallele e nelle quali s probabilmente non era un formante; cfr. il lituano tausytis «calmarsi (del vento)», il lett. tusēt «respirare affannosamente, soffocare», il pr. tusnan «calmo, silenzioso», lo sl. ant. po-tuchnǫti «spegnersi», l’ind. ant. tuṣyati «(egli) si calma». Perciò queste parole vanno spiegate diversamente.

È del tutto possibile che in lituano la s ide. dopo i e u non si sia trasformata in š davanti ad alcune consonanti (per esempio, davanti a j)28.

Il materiale esaminato da questo punto di vista mostra che nella maggior parte delle parole la -s- si trova davanti a j(i); cfr. l’elemento *-sja, individuabile nelle parole *peisja (da paisyti), tiešia, teisčia, veisia, kláusia (da klausyti, dove s precede i), kniausiasi, praušia, *teusjasi (da tausytis, dove s precede i), triūšia. Anche il suffisso del participio passato -us- si è sempre trovato

25 Tutte le parole e i casi in cui š e s corrispondono alla s di altre lingue ide. sono elencati nell’articolo «К вопросу об н.-е. *s после i, u в литовском языке», «Baltistica», I(2), 1966, p. 113–126.

26 Op. cit., p. 122.

27 Per i significati e le etimologie, cfr. E. Fraenkel, LEW; K. Būga, RR, I–III (Indici).

28 «Baltistica», I(2), 1966, p. 125.

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prima di j, cfr. mirusio ir mirusios da *mirusiō ir *mirusjās. Sostantivi in i-stelo come ausis, musis (cfr. inoltre jā-stelo musià, dove s precedeva j) e pùšis, derivati da antiche parole con tema consonantico, sembrano essere molto più antichi delle loro forme in ē-stelo; cfr. mùsė, pùsė.

In altre parole, s in alcune parole precedeva v(u) (cfr. lýsvė, viesulas), m e n (cfr. iesmė ir usnis).

Dunque, la maggior parte delle parole in cui s dopo i e u è rimasta invariata presenta tale s davanti alle sonanti j(i), v(u), m e n. A quanto pare, occorre cercare una posizione simile di s anche nelle parole in cui ora dopo s non c’è una sonante. Si considerino, per esempio, le parole aũsas, blusà, aũsos, dùsas, mùsas o mùsos, saũsas, visàs: i morfemi aus-, blus-, daus-|dus-, mūs-|mus-, saus-, vis- si trovavano molto più spesso davanti a consonanti e vocali sonanti che davanti al morfema -a- (-o-), cfr. auksinis, auksinti, auksýti, auksius (accento ignoto), auksnas, áuksinas, auksioti (qui -k- è secondario, cfr. pr. ausis e lat. aurum); blusia (accento ignoto), blùsinas, blusýnas, blusinėti, blusingas, blusinis, blusinti, blùsius; dūsúoti, dūsinti (lett. dusinat), dūsýti, dùsnà, dusulýs (lett. dusulis), duslùs; mūsýti, musýti; saũsis, sausmė, sausra, sausumà, susnà; vismet, visur, lett. visur (cfr. inoltre slavo antico vьsь e indiano antico viṣú-, che forse indicano che anche la parola baltica in origine poteva avere i oppure u).

Tutto il materiale esposto qui sembra consentire di concludere che l’ide. s dopo i e u è rimasta invariata nelle lingue baltiche, forse quando si trovava immediatamente davanti a sonanti.

Dunque, nulla si oppone all’ipotesi che l’ide. s dopo i e u sia diventata š anche nelle lingue baltiche, naturalmente tranne nei casi in cui tale s apparteneva a un morfema diverso da i e u e si trovava immediatamente davanti a sonanti.

Dunque, nelle lingue baltiche, come in quelle slave e indo-iraniche, l’ide. s è mutata anche nella posizione dopo k, r, i, u. Che questo fenomeno fosse comune a tutte le lingue baltiche è dimostrato dai prestiti delle lingue ugrofinniche del Baltico, di origine baltica, in cui al suono š (e ž) delle lingue baltiche corrisponde h, che può essere sorto soltanto da š (cfr. finlandese halla, estone hall e lituano šalnà, lettone salna; finlandese hihna, estone ihn e lituano šìkšnà, lettone siksna). Il proto-baltico š, sviluppatosi dall’ide. s dopo k, r, i, u e dall’ide. ḱ, nonché il suo correlato ž, sviluppatosi dall’ide. gʰ e gʰh, si è trasformato in s e z nei dialetti lettoni e prussiani, a causa delle caratteristiche dei loro sistemi fonologici. Sono rimasti invariati soltanto in lituano.

Alcuni studiosi (A. Meje⁽²⁹⁾, S. Bernstein⁽³⁰⁾ e altri) tendono a ravvisare tracce del passaggio dell’ide. s a š nella lingua prussiana, dove (nel terzo catechismo) si trova effettivamente -rsch- accanto a -rs- (cfr. pr. kirscha, kerscha accanto a kirsa, pirschau accanto a pirsdai). Questo fenomeno della lingua prussiana va probabilmente considerato non un residuo dello stato proto-baltico, ma un fatto prussiano di nuova formazione (forse dovuto all’influenza della lingua tedesca⁽³¹⁾), collegato al passaggio di *sj a š e alla comparsa del suono š nei gruppi šp-, šk-, šl-.

Il passaggio dell’ide. s dopo k, r, i, u a š è un fenomeno comune alle lingue baltiche, slave e indo-iraniche. Perciò non può essere un’innovazione baltico-slava. Per caratterizzare i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave è importante che le condizioni in cui l’ide. s è diventata š fossero diverse in ciascun gruppo linguistico.

29 A. Meillet, Les dialectes indo-européens, p. 85.

30 S. B. Bernstein, Saggio di grammatica comparata delle lingue slave, p. 161.

31 I. Endzelin, Studi slavo-baltici, pp. 60—68; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 37.

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Nelle lingue slave l’ide. s si trasformò in ch solo davanti a vocali, mentre, quando era seguito da una sonante o da una consonante, rimase intatto32 (cfr. sl. ant. pracho da *parsas e sl. ant. prъstъ da *pṛstis). Nelle lingue baltiche e indo-iraniche, al contrario che nelle lingue slave, l’ide. s si trasformò in š non solo davanti a vocali, ma anche davanti a consonanti. Nelle lingue baltiche, come in quelle slave, l’ide. s dopo i e u rimase immutato davanti alle sonanti.

Nell’antico indiano, al contrario che nelle lingue baltiche e slave, l’ide. s si trasformò in š non solo dopo k, r, i, u, ma anche dopo k’ l e i derivati dall’ide. H. Nelle lingue indo-iraniche questo fenomeno fu così intenso che qui persino z dopo i suoni menzionati si trasformò in ž (cfr. av. mūždam e sl. ant. mbzda). Nell’antico indiano, la trasformazione dell’ide. s in š era impedita da r che lo seguiva (cfr. s. ind. tisrāḥ, femm. «tre»), e spesso anche dall’anusvara33.

Tutto ciò induce a ritenere che l’ide. s dopo k, r, i, u si sia probabilmente evoluto separatamente nelle lingue baltiche, slave e indo-iraniche34. Il fatto che nelle nuove lingue indiane (sindi, hindi ecc.) l’ant. ind. š sia diventato kh e h35 indica forse anch’esso uno sviluppo parallelo dell’ide. s nei tre gruppi linguistici menzionati. È indubbio che questo fenomeno delle lingue indiane non ha geneticamente nulla in comune con il fenomeno simile delle lingue slave (lo sl. ch deriva probabilmente da uno š più antico). La circostanza che nelle lingue kafire l’ide. s dopo u sia rimasto immutato36 induce a ritenere che l’ide. s si sia evoluto piuttosto tardi, quando i dialetti del gruppo indo-iranico erano già formati.

La conclusione che l’ide. s dopo k, r, i, u si sia evoluto separatamente nelle lingue baltiche e in quelle slave è infine avvalorata anche dai dati delle lingue baltiche stesse. Che, al momento della trasformazione dell’ide. s dopo k, r, i, u in š, le lingue baltiche e slave fossero già due entità linguistiche autonome è dimostrato dal fatto che nelle lingue baltiche la consonante s, appartenente a un morfema diverso da i e u, rimase intatta, mentre nelle lingue slave anche in questo caso si trasformò in ch (cfr. i locativi plurali liet. avi-sù e sl. ant. gostb-chъ, liet. tri-sù e sl. ant. trb-chъ). Se in quel momento le lingue baltiche e slave avessero costituito un’unità, è lecito supporre che tale divergenza non si sarebbe verificata. Al momento della trasformazione dell’ide. s in š, o subito dopo, nelle lingue baltiche e slave erano manifeste tendenze opposte: nella flessione baltica si generalizzò ovunque s, mentre nelle lingue slave, al contrario, ch flessivo penetrò anche in posizioni in cui non era motivato foneticamente (cfr. sl. ant. synъ-chъ e žena-chъ al posto delle forme attese *žena-sъ). Nelle lingue baltiche l’ide. s dopo i e u non si trasformò in š davanti alle sonanti, mentre nelle lingue slave, per analogia, ch fu trasferito a suffissi e radici di parole, dove non avrebbe potuto comparire foneticamente (cfr. sl. ant. spě-chъ accanto a spě-ti e russo ma-x-ámъ accanto a má-ámъ, cioè má-j-atъ).

Sebbene, come si è detto, l’ide. s si sia trasformato in š piuttosto tardi, quando i dialetti, per esempio quelli indo-iranici, erano già formati, d’altra parte esso mutò assai prima di molti cambiamenti fonetici avvenuti nelle lingue baltiche e slave. Nelle lingue baltiche, ad esempio, l’ide. s sembra essersi trasformato in š prima della caduta di t e d davanti a s (cfr. liet. garšas da *gord-s-os). Questa ipotesi va presa in considerazione perché la trasformazione dell’ide. s in š dopo k, r interessò anche i suffissi (cfr. garšas, garšvà).

32 J. Kurilowicz ritiene (L’apophonie en indo-européen, p. 374) che nelle lingue slave l’ide. s si sia trasformato in š anche davanti a consonanti (> sl. ch), mutamento che si sarebbe verificato solo in seguito, trasformandosi in s.

33 A. Thumb, R. Hauschild, Handbuch des Sanskrit, I, Heidelberg, 1958, p. 306; T. Burrow, The Sanskrit Language, p. 79–80.

34 C. C. Uhlenbeck, Miscellen. 1. Zur Geschichte des s im Slavischen, KZ, 39, p. 599–600; A. Meillet, Les dialectes indo-européens, p. 84–85; И. Эндзелин, Славяно-балтийские этюды, p. 74.

35 J. V. Lazicius, Zur Wandlung idg. s>sl. ch, IF, 51, 1933, p. 196–199.

36 G. Morgenstierne, Indo-European k’ in Kafiri, NTS, 13, 1945, p. 225–238.

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La trasformazione di s in ch nelle lingue slave precedette la monottongazione del dittongo ai e la metatesi di er e or nello slavo meridionale, o la pleofonia nello slavo orientale, poiché dopo i dittonghi ai e er e or dell’indeuropeo s era mutata.

Il fatto che, nei prestiti di origine baltica nelle lingue ugro-finniche del Baltico, allo š baltico (e allo ž) corrisponda il suono h, che potrebbe derivare da š, indica che i contatti tra i baltici e gli ugro-finnici del Baltico ebbero inizio quando l’indeuropeo s dopo k, r, i, u e l’indeuropeo k’ nelle lingue baltiche si erano già trasformati in š.

La trasformazione dell’indeuropeo s in š dopo k, r, i, u nelle lingue baltiche era strutturalmente legata all’assibilazione dell’indeuropeo k’. Già nel 1908 A. Meillet osservò che le consonanti velari palatalizzate erano state assibilate in quei dialetti indeuropei nei quali l’indeuropeo s dopo k, r, i, u si era trasformato in š³⁷. Che il mutamento dell’indeuropeo s dopo k, r, i, u e l’assibilazione dell’indeuropeo k’ fossero processi sincroni e strutturalmente correlati è chiaramente dimostrato dall’esito identico dei due processi: in lituano, s dopo k, r, i, u e l’indeuropeo k’ si trasformarono in š. Ciò chiarisce anche il processo fonologico della trasformazione dell’indeuropeo s in š dopo k, r, i, u.

Dopo la consonante occlusiva k, dopo la r apicale e dopo le vocali chiuse i e u, l’articolazione della consonante s era probabilmente più alta e il suono stesso veniva forse pronunciato più debolmente e meno distintamente. Dal punto di vista acustico, questa variante della consonante s poteva essere un suono intermedio tra l’attuale s e š lituane, cioè poteva essere š. La trasformazione della «variante alta» della consonante s in fonema autonomo dipendeva dal fatto che, nello sviluppo della lingua, le sequenze *-rś- e *-rḱ-, *-iś- e *-iḱ- ecc. erano confluite. Il loro esito fu -rš- e -iš-. Anche la sequenza *-oḱ- si trasformò però in -aš-. Ma, poiché la sequenza *-os- conteneva proprio il fonema /s/ (e non la sua «variante alta» š), š e s erano suoni fonologicamente distinti. In questo modo il fonema /s/ si scisse in due unità distinte: i s e š³⁸.

Sulla base dei dati presentati in questo capitolo si possono trarre le seguenti conclusioni riguardo ai rapporti tra i dialetti della comunità linguistica indeuropea:

1) al momento della trasformazione dell’indeuropeo s in š dopo k, r, i, u, i dialetti baltici, slavi e indo-iranici erano già unità linguistiche autonome (cfr. i diversi dettagli di tale trasformazione indicati sopra);

2) al momento di tale trasformazione, i dialetti baltici, slavi e indo-iranici mantenevano determinati contatti: in tutti e tre i gruppi linguistici l’indeuropeo s mutava nella stessa posizione e anche l’esito di questo mutamento era identico.

Evoluzione delle consonanti velari palatalizzate indeuropee

I fonemi k’, g’, g’h della comunità linguistica indeuropea si assibilavano nelle lingue baltiche e slave. In lituano si trasformarono in š, ž; in lettone, prussiano e nelle lingue slave, in s, z. Cfr.:

liet. šimtas, lat. simts, s. sl. sъto, s. ind. śatám, av. satəm: gr. ἑκατόν, lot. centum, s. vok. aukšt. hund, toch. kante;

liet. širdis, lat. sirds, pr. seyr (iš *šer(d)), s. sl. srъdъ-ce, s. rus. sьrd-ce: gr. καρδία, lot. cor cordis, het. kard-;

liet. paršas, pr. parstian (paliudyta prastian Voc. 686), s. rus. porosja, serb.-chorv. prâse: s., vok. aukšt. farah, lot. porcus „kiaulė, meitelis“, gr. πόρκος;

liet. žiemà, lat. ziema, pr. semo (s- skaitytinas z-), s. sl. zima, s. ind. hēman „žiemą“ (h- iš ide. g’h-): gr. χεῖμα, lot. hiems, het. gimmant-;

37 «La ligne du traitement š/s coincide donc en gros avec celle du traitement des gutturales», A. Meillet, Les dialectes indo-européens, p. 86.

38 A. Martinet, Concerning some Slavic and Aryan Reflexes of IE s, „Word“, 7, 1951, p. 91–95.

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lituano žvėris, lettone zvērs, prussiano swīrins (acc. pl.), antico slavo zvěrъ: greco θήρ, latino ferus (f- da g’h);

lituano bėržas, lettone bērzs, prussiano berse, antico slavo brěza, serbo-croato breza, antico indiano bhūrjāh: alto tedesco antico birihha (hh da germ. k <ide. g’).

Dagli esempi presentati si vede che alcune lingue indoeuropee hanno spiranti, mentre altre, nelle stesse parole, hanno occlusive. In passato si attribuiva grande importanza a questa caratteristica fonetica delle lingue indoeuropee: in base ad essa, le lingue indoeuropee furono suddivise in due dialetti, il kentum e il satem (dai termini latini e avestici per «cento», centum e satam). Il primo a proporre, nel 1888, una tale suddivisione dialettale dell’area linguistica indoeuropea fu P. von Bradke1. Grazie al sostegno di K. Brugmann2, la suddivisione delle lingue indoeuropee nei dialetti kentum e satem fu ampiamente accolta. Secondo questa classificazione, al gruppo delle lingue satem, oltre alle lingue baltiche e slave già menzionate, furono assegnate anche le lingue indo-iraniche, l’armeno e l’albanese; al gruppo delle lingue kentum, invece, il greco, le lingue italiche, celtiche, germaniche e l’illirico. La classificazione linguistica corrispondeva alla distribuzione geografica delle lingue indoeuropee: tutte le lingue satem si trovavano a est dell’area linguistica indoeuropea, mentre quelle kentum erano a ovest.

Col tempo, tuttavia, si cominciò a dubitare che l’isoglossa della sibilazione delle consonanti palatali potesse costituire la base per la suddivisione dialettale delle lingue indoeuropee. Dopo lo studio delle lingue tocarica e ittita, scoperte di recente, risultò che, pur trovandosi geograficamente tra le lingue satem, esse erano tuttavia kentum. La teoria di centum e satam perse così il suo argomento geografico. Inoltre, elementi kentum sono presenti anche nelle lingue satem stesse, soprattutto in quelle situate più a ovest (per esempio, le lingue baltiche e slave), mentre elementi di sibilazione delle consonanti velari palatalizzate si trovano nelle lingue kentum (cfr. alcuni fenomeni di sibilazione nella lingua ittita). Nelle lingue baltiche e slave, la consonante velare e la spirante spesso si alternano nella stessa radice, dando luogo all’alternanza lituano š: k, ž: g e slavo s: k, z: g, cfr. lituano šaukti, lettone saukt: lituano kaukti; lituano šeima: kiemas, kaimas; lituano šleivas: klevas, lettone klēvs; lituano šliubas: kliubas, lettone kluhurs; lituano šliaukti: kliaukti; lituano ašmuõ, antico indiano aśmā «pietra, roccia, cielo»: lituano akmuõ, lettone akmens, greco ἄκμων «incudine»; lituano aštrùs: akūotas; lituano krėšti, krešėti: krėkti, krekėti, lettone krecēt; lituano šùnpis: kùmpis; lituano šuõ, lettone suns, prussiano sunis: lettone kuņa «cagna»; lituano švañkšti: kvañkšti; lituano šviẽti, antico slavo světěti: lettone kvitēt; lituano ker̃džius, prussiano kerdan (acc. sing.) «Zeit, tempo», antico slavo črěda «gregge; bestiame»: antico indiano śárdhah «gregge»; antico indiano rúsant-: lituano laũkas; lituano smãkras (e smakrà), albanese mjekër «mento; barba» (da *smekrā-): antico indiano śmáśru «barba» (ś- da s-); lituano pėkus «bestiame», prussiano pecku, latino pecu: antico indiano paśúh, avestico pasu-; lituano žárdis «recinto per animali»: gárdas, antico slavo gradъ «città»; lituano žėltas «giallastro»: geltãs; lituano žentas, antico slavo zetъ: lituano gentis «parenti»; lituano žnybti, žnaibyti: gnybti, gnaibyti; lituano aržóti «gridare, urlare; litigare, fare a botte»: argóti «picchiare»; prussiano gunsix «Beule, protuberanza»: lituano gūnglė «protuberanza»; lituano įstrižas: įstrigas; antico slavo brěgъ «riva»: avestico barǝzah- «montagna» (cfr. alto tedesco antico berg); antico slavo kotora «disputa»: antico indiano śátruh «nemico»; antico slavo kloniti: antico russo sloniti se, antico indiano śrāyate «(egli) si appoggia»; antico russo světo: květo.

1 P. von Bradke, Beiträge zur Kenntnis der vorhistorischen Entwicklung unsres Sprachstamms, Giessen, 1888.

2 K. Brugmann, Grundriss der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen, I, 1, p. 542—544.

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Si incontrano casi in cui nelle lingue baltiche vi è una spirante e in quelle slave una velare, oppure in cui nelle lingue baltiche vi è una velare e in quelle slave una spirante, cfr. lituano klausyti, lettone klāusīt, prussiano klausīton «erhören, ascoltare»: antico slavo slušati (tuttavia, anche le lingue baltiche hanno una spirante, cfr. lituano šlovė, šlovinti, lettone slava, slavět); lituano šešūras, antico indiano śváśuraḥ: antico slavo svekrъ; lituano šokti: antico slavo skokъ; lituano žąsis, lettone žūose, prussiano sansy: slavo *gǫsь (russo гусь, polacco gęś); lituano žvaigždė, lettone zvaigzne, prussiano swāigstan (acc. sing.) «Schein, luce»: antico slavo zvězda (zv- da gv-), polacco gwiazda; prussiano massī «posso, sono capace»: antico slavo moga ecc.

Non si dovrebbe attribuire grande importanza a questi diversi riflessi delle consonanti palatali indoeuropee nelle lingue baltiche e slave, poiché riflessi diversi si riscontrano anche all’interno delle stesse lingue baltiche.

Dagli esempi presentati si vede che nelle lingue baltiche e slave sono presenti elementi kentum. Esse, dunque, non sono lingue satem pure.

Le lingue baltiche e slave non sono le sole, tra le lingue satem, in cui si trovano elementi kentum. Anche nelle lingue albanese, trace e frigia si osserva un’alternanza di spiranti e consonanti velari. Nella lingua ittita e in alcune altre lingue anatoliche, l’indoeuropeo k’ davanti a u è diventato s (cfr. ašuwa «cavallo»), sebbene in tutte le altre posizioni le consonanti velari e palatali siano confluite³.

Tutte queste lingue, nelle quali spiranti e consonanti velari si alternano nella stessa radice, costituiscono un gruppo di dialetti di transizione tra le lingue indoeuropee situate a est e a ovest. Perciò V. Porzig, a buon diritto, distinse due aree nella zona della sibilazione delle consonanti palatali: la prima comprende le lingue indo-iraniche e l’armeno, in cui le consonanti palatali, con poche eccezioni, si sono trasformate sistematicamente in spiranti; la seconda è costituita dai dialetti di transizione già menzionati⁴. La caratteristica delle cosiddette lingue satem, per cui le spiranti si alternano alle consonanti velari, fu notata già nel 1904 da E. Cupica, il quale osservò che nella parte occidentale dell’area satem la percentuale di forme con consonanti velari era maggiore che a est⁵. Poiché le lingue slave si trovano più a est nell’area linguistica indoeuropea, anche le forme con consonanti velari al posto delle spiranti sono meno numerose⁶.

Non vi è accordo sulle ragioni per cui nelle lingue baltiche e slave, nonché in altre lingue indoeuropee, siano comparsi k, g al posto degli attesi š, ž, rispettivamente s, z.

La maggior parte degli esempi del tipo lituano pėkus, slavo *gąsь è stata considerata costituita da prestiti di origine germanica⁷, oppure da forme la cui veste fonetica è stata modificata sotto l’influenza delle lingue kentum⁸.

Poiché le forme con k, g al posto degli attesi š, ž (slavo s, z) sono piuttosto numerose, non sembra opportuno considerarle prestiti. Se si considera pėkus un prestito, per coerenza si dovrebbe

3 Вяч. В. Иванов, Проблема языков centum и satem, ВЯ, 4, 1958, p. 19; Хеттский язык, Москва, 1963, p. 90. Tuttavia, alcuni studiosi (per esempio H. Kronaser, cfr. il suo Vergleichende Laut- und Formenlehre des Hethitischen, Heidelberg, 1956, p. 229) sono inclini a considerare prestiti dalle lingue indo-iraniche le parole ittite con spiranti ašuwa «cavallo», šuwana (acc. sing.) «cane» ecc.

4 W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, p. 74.

5 E. Zupitza, Zur Gutturalfrage, K.Z. 37, 1904, p. 400.

6 Diversa è l’opinione di G. Ševelióvas, cfr. G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 141–145.

7 Sul lituano pėkus cfr. K. Būga, RR, II, p. 85–86; sullo slavo *gąsь cfr. K. Brugmann, Kurze vergleichende Grammatik der indogermanischen Sprachen, Berlin und Leipzig, 1922, p. 158.

8 Per esempio, M. Fasmer (REW, I, p. 324) ritiene che il suono z- dello slavo *zǫsь (cfr. lituano žąsis) sia stato sostituito da g- per influenza delle lingue germaniche, cfr. antico alto tedesco gans; E. Frenkel (Die baltischen Sprachen, p. 15) sostiene invece che la consonante k del lituano pėkus e del prussiano pecku sia comparsa in seguito all’incrocio dell’antico nome baltico del bestiame, con š (cfr. lituano pešti), con il gotico faihu «denaro» (da *peku).

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considerare un prestito e kleivas. Sarebbe poco verosimile che i Baltici, possedendo una propria parola šleivas, avessero preso in prestito anche kleivas con esattamente lo stesso significato.

Altri studiosi tendevano a spiegare la comparsa delle consonanti velari k e g al posto delle attese š e ž (lettone, prussiano e slavo s e z) con l’effetto dissimilatorio delle consonanti vicine. A. Meje sosteneva che k’ e g’ fossero diventate k e g nelle lingue slave sotto l’influenza di s⁹. Anche E. Frenkel condivideva l’opinione di A. Meje¹⁰. Un’idea simile era sostenuta da A. Vaillant¹¹, secondo il quale k’, g’, g’h nelle lingue baltiche e slave erano diventate k, g quando si trovavano dopo s o š. Secondo A. Vaillant, la k del lituano klausyti derivava dalla costruzione iš-klausyti. L’interpretazione di A. Meje e A. Vaillant¹² lascia tuttavia senza spiegazione l’alternanza, piuttosto frequente, tra k, g e š, ž.

Secondo S. Agrell e K. Būga¹³, l’ide. k’ e g’, quando erano precedute da r, nelle lingue baltiche e slave non divennero rispettivamente š e ž, ossia s e z; cfr. il lituano smákras e il sanscrito śmáśru. K. Būga riteneva impossibile ricondurre a un’unica radice parole del tipo šleivas: kleivas, nelle quali le consonanti velari non sono adiacenti a r¹⁴. Tuttavia, si possono trovare forme lituane in cui le consonanti k e g, pur non trovandosi prima di r, compaiono al posto delle attese š e ž; cfr. il lituano akmuo e il sanscrito aśmá.

V. Machek tende a ritenere¹⁵ che le consonanti velari palatalizzate potessero depalatalizzarsi davanti alle sonoranti liquide r, l e davanti alle vocali posteriori (vor dunklen Vokalen).

Altri studiosi (A. Brückner¹⁶, G. Ševelov¹⁷, V. Lehmann¹⁸ e altri) hanno tentato di spiegare l’alternanza baltico-slava k, g: š, ž, rispettivamente s, z, mediante l’alternanza delle consonanti indoeuropee velari e palatali (k, g, gh: k’, g’, g’h). Esaminando l’origine di questa alternanza consonantica, V. Lehmann ha rilevato i seguenti fatti: 1) nelle lingue indoeuropee l’articolazione delle consonanti velari palatali e velari dipende dall’articolazione delle vocali che le seguono: davanti a e la consonante velare ha un’articolazione con il dorso anteriore della lingua, davanti a o — con il dorso posteriore della lingua, mentre davanti ad a l’articolazione è neutra, cioè non palatale; 2) il sატəm-fenomeno si manifestò nei dialetti indoeuropei che avevano semplificato il sistema vocalico; 3) davanti ad a e r non si trovano mai k’, g’, g’h¹⁹. Sulla base di questi fatti, V. Lehmann conclude che l’opposizione originaria delle consonanti velari nelle lingue indoeuropee fosse k: kʷ (rispettivamente g: gʷ e gh: gʷh), e che la consonante palatale k, comparsa nelle lingue satem davanti a e, fosse una variante posizionale del fonema k. V. Lehmann ritiene inoltre che, in seguito a cambiamenti sostanziali nel sistema vocalico (cfr. il sanscrito a da indoeuropeo e, o, a; il lituano a da indoeuropeo o e a; lo slavo antico o da indoeuropeo o e a), tra gli allofoni velari e palatali sia sorto un contrasto fonematico, cioè

9 «Lo slavo usa la velare quando la parola contiene una sibilante: gostь: hostis, gažb: ža-šis», — A. Meillet, Indo-iranica. II. — Trois notes sur la phonétique des gutturales, MSL, 9, 1896, p. 347. Cfr. anche A. Meillet, Varia, II. — A propos de v. sl. gažb, MSL, 13, 1905–1906, p. 243–245.

10 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen, p. 15.

11 A. Vaillant, Grammaire comparée des langues slaves, I, p. 37–38.

12 Per osservazioni critiche sulla concezione di A. Meje cfr. M. Vasmer, Beiträge zur slavischen Grammatik, I. Meillet’s urslavisches Sibilantendissimilationgesetz, ZfslPh, 2, 1925, p. 54–58.

13 S. Agrell, Baltoslavische Lautstudien, Lund, 1919, p. 27; K. Būga, RR, II, p. 217, 223.

14 «Coppie di parole di questo tipo non possono essere ricondotte a un’unica protoradice. Pertanto, sia šleivas sia kleivas deriverebbero da radici distinte, š(e)l-ei- e k(e)l-ei-», — K. Būga, RR, II, p. 221.

15 V. Machek, Zur Vertretung der indogermanischen Palatale, IF, 53, 1935, p. 89.

16 A. Brückner, Die lituslavische Spracheinheit, KZ, 46, 1914, p. 233.

17 G. Y. Shevelov, A Prehistory of Slavic, p. 141–142.

18 W. P. Lehmann, Proto-Indo-European Phonology, Austin, 1964, p. 100–101.

19 W. Lehmann, op. cit., p. 101.

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k e k’ sono diventati fonemi. In questo modo V. Lehmann cerca di rispondere a una questione cruciale: per quali ragioni gli allofoni k e k’ hanno acquisito uno status fonematico20. Tuttavia, non si può dire che la risposta di V. Lehmann a questa domanda sia del tutto esente da obiezioni: la spiegazione esposta si adatta meglio alle lingue indo-iraniche che a quelle baltiche e slave, nelle quali l’opposizione tra vocali anteriori e posteriori (tra e i a e rispettivamente o) era mantenuta rigorosamente.

Poiché e e o si alternano nelle forme di una stessa radice (cfr. l’alternanza e/o nelle basi verbali), secondo V. Lehmann nella stessa morfema si sarebbe prodotta anche l’alternanza tra consonanti palatali e velari. Poiché nella comunità linguistica indoeuropea l’alternanza consonantica non era possibile, dopo che k’ e k divennero fonemi, si dovette generalizzare o la consonante palatale o quella velare. Ma può anche essere accaduto che in alcune forme si generalizzasse la consonante palatale e in altre quella velare.

Questa spiegazione di V. Lehmann sull’origine dell’alternanza tra consonanti palatali e velari sembra adatta soltanto all’alternanza delle consonanti in fine di radice (tipo kre-š-ėti: kre-k-ėti). L’alternanza delle consonanti iniziali di parola (tipo šleivas: kleivas) andrebbe spiegata diversamente.

Gli esempi in cui si alternano consonanti velari e spiranti si possono suddividere in tre gruppi:

1. Le consonanti velari e spiranti alternanti nelle parole del primo gruppo possono essere considerate formanti: ant. ind. rūśant-: lit. laũkas, lit. krešėti: krekėti, aržóti: argóti, av. barəzah-: ant. sl. bregъ; įstrižas: įstrigas, pr. massi: ant. sl. moga, šliaužti: sliaugti.

2. Il secondo gruppo è costituito da parole le cui consonanti velari precedono sonanti, ma ne sono separate da un altro suono: kaũkti: šaukti, kiẽmas: šeima, kermušė: šermūkšnis, lit. ker̃džius: ant. ind. śárdhah, lit. katãryti, ant. sl. kotora: ant. ind. śátruḥ, lit. gãrdas: žãrdis, lit. žąsis: sl. *gaśb, lit. geltas: želtas, gentis: žentas.

3. Al terzo gruppo appartengono le parole le cui consonanti velari precedono immediatamente le sonanti:

kl, gl: klausýti: šlovė, kleivas: šleivas, kliaũkti: šliaũkti, kliùrti: šliùrti, ant. sl. kloniti: ant. rus. sloniti, klúbas: šlúbas, lit. gùnglė: pr. gunsix;

kr: lit. smãkras: ant. ind. śmáśru, ant. sl. svekrъ: lit. šešuras;

km: akmuõ: ašmuõ;

kn, gn: gnýbti: žnýbti; agnùs: ažnas;

kj (kj) —;

kv (ku), gv: kvaĩkšti: švañkšti, ant. rus. květъ: svěť, lat. kvitēt: lit. švitėti, pol. gwiazda: lit. žvaigždė, kùmpis: šùmpis, lit. šuo: lat. kuņa, lit. pėkus: ant. ind. páśuh.

Sulla base delle parole assegnate al gruppo precedente, si potrebbe supporre che nelle lingue baltiche (e forse anche in quelle slave) le consonanti palatali k’, g’ si depalatalizzassero davanti alle sonanti, cioè che k’l(g’l), k’r, k’m, k’n e k’v(k’u) si trasformassero in kl(gl), kr, km, kn e kv(ku)21 Davanti a r si saranno certamente depalatalizzate, poiché il lituano non presenta i gruppi *šr-, *žr- (non-

20 J. Kurylowicz, Sui metodi della ricostruzione interna, „Proceedings of the Ninth International Congress of Linguists“, London, 1964, p. 9—36.

21 Cfr. С. Каралюнас, Древнейшие отношения балтийских и славянских языков, p. 8.

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considerando, naturalmente, i prestiti). Sarebbe logico supporre che le consonanti velari palatalizzate si siano indurite anche davanti agli altri sonanti, davanti a l, m, n, e anche davanti a j, v. Un’analogia strutturale a sostegno di questa conclusione sarebbe il destino di s dopo k, r, i, u: la consonante s non si è trasformata in š, a quanto pare neppure nella posizione davanti ai sonanti (si veda p. 84 di questo lavoro). Tuttavia, all’ipotesi che le consonanti velari palatalizzate abbiano perso la palatalizzazione davanti ai sonanti si oppone il gran numero di parole lituane che all’inizio presentano šl-, žl-, šm-, žm-, šn-, žn-, šv-, žv-. È però importante non perdere di vista anche il fatto che si può sospettare che la maggior parte di queste parole sia di origine onomatopeica; si confrontino, ad esempio, quelle che iniziano con i gruppi šn-, žn-: šnabždėti/šnibždėti, šnairas, šnarėti/šnėrėti, šnarkšti/šnėrkšti, šnar̃pšti/šnėr̃pšti, šnekėti, šnervės, šniaukšti, šniaukti, šniokšti, šnioti, šnypšti, šnir̃kšti/šnir̃kšti, šniukštinėti, šniurti, šnopsėti; žnaibyti, žnairùs, žneksėti, žniaugti, žniaukti, žnybti, žniugti. Di conseguenza, anche l’alternanza stessa (šl-: kl-, šm-: km- ecc.) potrebbe essere sorta a causa dell’origine onomatopeica di molte parole che la presentano. Inoltre, potrebbe essere corretta anche l’opinione di K. Būga secondo cui non tutte le varianti con consonante velare e fricativa possono essere ricondotte a un’unica radice: la variante con consonante velare potrebbe derivare da una radice, mentre quella con consonante sibilante da un’altra.

Dall’ipotesi che le consonanti palatalizzate abbiano perso la palatalizzazione davanti ai sonanti (se in futuro risultasse corretta) si potrebbero trarre alcune conclusioni. Nella comunità linguistica baltica, prima ancora dell’assibilazione delle consonanti palatalizzate, accanto alle forme con il normale grado apofonico (per esempio *k’eu-/*k’ou- e *g’er-/g’or-), nelle quali l’evoluzione delle consonanti palatalizzate che precedevano immediatamente e e o doveva essere regolare (cioè esse dovevano trasformarsi in š e ž; cfr. šau-kti e žar-dis), esistevano forme con grado apofonico zero (per esempio *k’u- e *g’r-). In queste ultime forme, le consonanti palatalizzate che precedevano immediatamente u e r avrebbero potuto perdere la palatalizzazione, ossia *ku- e *gr-→ku- e *gr- (cfr. kù-kti, kù-kti; non vi sono esempi con *gr-). In tal modo, nelle forme di una stessa radice potrebbe essersi prodotta un’alternanza tra consonanti palatalizzate (> sibilanti⟧) e consonanti velari. In seguito, con la generalizzazione, k e g avrebbero potuto trovarsi davanti a e e o, š e ž davanti a i e u. Così potrebbero essere sorti doppietti dal significato uguale o simile (cfr. šaikti: kaukti, šukti: kūkti), talvolta anche con una certa differenziazione semantica (cfr. žardis: gardas). Di conseguenza, le consonanti velari delle parole akmuõ e agnùs potrebbero essere dovute alla perdita di palatalizzazione delle consonanti palatalizzate davanti a m, n; le parole ašmuõ e ãžnas, invece, avranno acquisito le consonanti sibilanti dalla posizione davanti a vocale, dove le consonanti palatalizzate potevano regolarmente assibilarsi.

Poiché l’origine dell’alternanza tra le consonanti š e k (rispettivamente ž e g) è molto incerta, non è possibile trarre conclusioni che caratterizzino i rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. L’assibilazione stessa delle consonanti velari palatalizzate ebbe luogo nelle lingue baltiche, slave e indo-iraniche. Questo fatto neutralizza la rilevanza del fenomeno per la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave. Tuttavia, l’assibilazione delle consonanti palatalizzate, strutturalmente connessa con il mutamento della consonante s dopo k, r, i, u (si veda p. 86 di questo lavoro), induce a ritenere che, all’epoca di tali mutamenti, i dialetti baltici, slavi e indo-iranici fossero in contatto linguistico e territoriale. D’altra parte, i diversi dettagli di tali mutamenti mostrano che a quel tempo i gruppi dialettali menzionati erano già unità linguistiche autonome. Nelle lingue baltiche l’assibilazione delle consonanti palatalizzate ebbe luogo prima dei contatti tra le lingue baltiche e quelle ugrofinniche (nei prestiti di origine baltica, h deriva da š e ž).

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QUESTIONI CRONOLOGICHE DEI RAPPORTI PIÙ ANTICHI TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

Alcuni elementi comuni alle lingue baltiche e slave sono arcaismi, altri sono innovazioni baltico-slave, altri ancora sono innovazioni note anche ad altre lingue indoeuropee. Fenomeni morfologici comuni alle lingue baltiche e slave, quali la flessione dei nomi, i suffissi *-esti-/*-osti-, *-lo-, *-er-/*-or-, la flessione dei verbi atematici e tematici (*-mi, *-si, *-ti, *-ō, *-ēi,-) ecc., sono ereditati dalla comunità linguistica indoeuropea e vanno quindi considerati arcaismi. In parte, anche gli aggettivi pronominali potrebbero essere arcaici. Il mutamento della consonante indoeuropea s dopo k, r, i, u (baltico š, slavo ch) e la trasformazione delle consonanti palatali indoeuropee k’, g’, g’h in baltico š, ž e slavo s, z sono innovazioni note anche ad altri gruppi linguistici indoeuropei (indo-iranico). Vi sono inoltre dati che permettono di affermare che questi fenomeni si verificarono separatamente in ciascun gruppo linguistico. Tra i fenomeni riscontrabili anche in altre lingue indoeuropee rientrano altresì la baritonesi dei nomi con radice lunga (legge di Hirt) e la desinenza *-ō al genitivo singolare dei nomi in o.

Infine, neppure le innovazioni proprie delle lingue baltiche e slave sono equivalenti. Il mutamento del dittongo indoeuropeo eu e la legge de Saussure-Fortunatov sono innovazioni indubbiamente baltico-slave. Tuttavia, si svilupparono parallelamente nelle lingue baltiche e slave, piuttosto tardi e, inoltre, in circostanze diverse.

Le innovazioni delle lingue baltiche e slave le cui condizioni di insorgenza e il cui risultato finale furono del tutto identici sono le seguenti:

1) la trasformazione del sonante sillabico indoeuropeo R in iR e uR;

2) la formazione dell’opposizione intonativa «acuto: circonflesso»;

3) la comparsa di alcuni formanti verbali (per esempio *-ējo-, *-tājo-).

Queste innovazioni delle lingue baltiche e slave inducono a riconoscere un’epoca di contatti attivi e di interazione tra le due aree linguistiche, ossia un’epoca di comunità. Sorge la domanda: quando potrebbe essere esistita questa comunità baltico-slava (o epoca di contatti)?`

Tra gli archeologi prevale l’opinione che i rappresentanti delle culture delle asce da combattimento e della ceramica cordata potessero essere tribù baltiche, slave e germaniche1. A quanto pare, anche i dati linguistici sostengono questa ipotesi. Innovazioni comuni alle lingue baltiche, slave e germaniche, come la desinenza comune -m- di alcune forme del plurale (cfr. lituano rankoms, slavo antico rąkamъ, gotico gibom), il nome del numerale «mille» (cfr. lituano tūkstantis, prussiano tū-simtons (acc. pl.), slavo antico tysęšti, tysąšti, gotico þūsundi), il nome comune dell’oro (cfr. lettone zèlts, slavo antico zloto, gotico gulþ), il verbo comune per indicare il governo (cfr. lituano valdyti, slavo antico vladъ, gotico waldan) e numerose altre corrispondenze lessicali comuni2, permettono di supporre che i rapporti storici tra le lingue baltiche, slave e germaniche fossero particolarmente stretti e che queste lingue abbiano attraversato un’epoca di comunità (o di contatti). I contatti tra le lingue baltiche, slave e germaniche devono essere esistiti nel periodo in cui si formava il sistema della declinazione di queste lingue, comparve il concetto di mille e si manifestarono i primi segni del potere, e vi erano

1 M. Gimbutas, The Balts, London, 1963, p. 43; А. Я. Брюсов, Об экспансии „культур с боевыми топорами“ в конце III тысячелетия до н. э., СА, 3, 1961, p. 14–33, Восточная Европа в III тысячелетии до н. э. (Этногенетический очерк), СА, 2, 1965, p. 47–56; П. Н. Третьяков, Финно-угры, балты и славяне на Днепре и Волге, М.—Л., 1966, p. 69–73.

2 W. Porzig, La struttura dell’area linguistica indoeuropea, p. 140–143.

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in quella dei metalli (cfr. inoltre i nomi dell’argento, provenienti da una fonte comune ma presi in prestito separatamente da ciascun gruppo linguistico: lit. sidãbras, russo серебро, got. silubr). Tutto ciò dimostra l’arcaismo dei contatti tra le lingue baltiche, slave e germaniche e non contraddice la loro datazione al III millennio a.C.

I dialetti dell’area settentrionale indoeuropea di quell’epoca, dai quali in seguito si svilupparono le lingue baltiche, slave, germaniche ecc., potevano avere un sistema vocalico composto da cinque vocali brevi (i, u, e, o, a) e cinque lunghe (ī, ū, ē, ō, ā), sonanti sillabici R integri, un sistema consonantico a tre serie (bh – b – p, dh – d – t ecc.), opposizioni tra consonanti velari kʷ – k, gʷ – g e, in determinate posizioni, consonanti laringali non ancora scomparse. Occorre constatare che non è ancora chiaro se esistesse un’opposizione tra le vocali brevi o e a, poiché le lingue baltiche, slave e germaniche non hanno mai distinto queste due vocali. La comunità dialettale baltico-slavo-germanica avrà avuto anche un accento fonologico libero.

Sebbene i dialetti dell’area settentrionale indoeuropea fossero caratterizzati da un modello fonologico unitario, tra i dialetti baltici, slavi e germanici esistevano già differenze strutturali antiche e se ne formavano di nuove (soprattutto nella morfologia). Forse a sostegno di questa tesi vi è anche il fatto che il grado di affinità delle lingue baltiche e slave con quelle germaniche è diverso: le lingue baltiche e germaniche sono accomunate da più isoglosse che non le lingue slave e germaniche.

Innovazioni baltiche e germaniche quali la formazione dei numerali «primo» (cfr. lit. pirmas, got. fruma, la forma dell’antico inglese con il suffisso *-mo-; le lingue slave hanno qui il suffisso *-uo-, cfr. antico slavo prъvъ, sanscrito pūrvah), «undici» e «dodici» (cfr. lit. vienúo-lika, dvy-lika, got. ain-lif, twa-lif, alto tedesco antico ein-lif, zwei-lif, il cui secondo componente è da ricondurre alla radice indoeuropea *leigʷ- «(ri)manere»), la prima e la seconda persona del duale dei pronomi, uguali in entrambe le lingue (cfr. lit. žem. vēdu, got. wit < *we-duo; lit. jü-du, got. jut < *ju-duo), costruzioni comuni per designare fenomeni naturali (cfr. lit. sniegas drimba, lettone sniegs drēb, antico islandese drífr snær) e numerose corrispondenze lessicali (cfr., per esempio, il verbo che indica il camminare, lit. žengia e antico inglese gengān), dimostrano che i dialetti baltici e germanici confinavano direttamente e che i loro contatti erano attivi e di lunga durata. Queste notevoli innovazioni delle lingue baltiche e germaniche inducono a supporre l’esistenza persino di una comunità linguistica baltico-germanica nell’ambito dei dialetti dell’area settentrionale indoeuropea.

Nelle lingue baltiche e germaniche si formarono i numerali «primo», «undici» e «dodici»; il lessico comune baltico e germanico designa condizioni di vita primitive; in queste lingue manca una terminologia sociale⁴: tutto ciò dimostra che le corrispondenze tra le lingue baltiche e germaniche sono molto arcaiche e che i loro contatti, forse, sono più antichi dei contatti tra le lingue baltiche, slave e germaniche. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le innovazioni delle lingue baltiche e germaniche si produssero prima della palatalizzazione e dell’assibilazione delle consonanti velari (cfr. anche i già menzionati lit. žengia e antico inglese gengān).

I rapporti tra le lingue slave e germaniche non sono caratterizzati da una tale abbondanza di innovazioni: queste lingue condividono soprattutto neologismi lessicali⁵.

³ Iš pastarųjų darbų žr. W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, p. 145–147; H. C. Чемоданов, К вопросу о германо-балтийских языковых связях, „Вопросы германского языкознания“, 1961, p. 68–87; Сравнительная грамматика германских языков, I, p. 70–79.

⁴ Сравнительная грамматика германских языков, I, p. 78–79.

⁵ W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, p. 143–145; Сравнительная грамматика германских языков, I, p. 79–81; О. Н. Трубачев, Ремесленная терминология в славянских языках, М., 1966.

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L’analisi delle isoglosse balto-germaniche, slave-germaniche e balto-slavo-germaniche consente, a quanto pare, di trarre la seguente conclusione: le lingue baltiche e slave derivano probabilmente da dialetti distinti dell’area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea. In origine, i dialetti «baltici» potrebbero aver mantenuto contatti più stretti con i dialetti «germanici». Se le lingue baltiche e slave fossero derivate da un unico dialetto dell’area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea, le isoglosse balto-germaniche probabilmente non si sarebbero formate: avrebbero incluso anche l’area delle lingue slave.

L’avvicinamento dei dialetti «baltici» e «slavi» potrebbe essere iniziato durante la comunità balto-slavo-germanica (ovvero nel periodo dei contatti). Oltre alle isoglosse che comprendevano l’area di tutti e tre i gruppi dialettali, la contiguità diretta e i contatti potrebbero aver dato origine anche a isoglosse esclusivamente balto-slave. È del tutto possibile che durante la comunità balto-slavo-germanica (ovvero nel periodo dei contatti) nei dialetti baltici e slavi si sia cominciato a usare più spesso, accanto agli aggettivi, il pronome anaforico-dimostrativo e che abbia avuto inizio la trasformazione di alcuni elementi del sistema morfologico indoeuropeo («baltizzazione» e «slavizzazione»); sarebbero inoltre sorte le prime corrispondenze lessicali balto-slave. In quel periodo potrebbero essersi formati alcuni fenomeni distinti delle lingue baltiche e slave, per esempio il futuro sigmatico delle lingue baltiche e l’aoristo sigmatico delle lingue slave.

In relazione alla migrazione dei portatori delle culture delle asce da combattimento e della ceramica cordata, alla fine del III millennio a. e. v. e all’inizio del II millennio a. e. v., la comunità linguistica baltica, slava e germanica, esistente nell’area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea, si disgregò.

Ha inizio una nuova epoca dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave.

Nella prima metà del II millennio a. e. v., i dialetti baltici e slavi sembrano aver attraversato un’epoca di contatti particolarmente stretti. Sebbene, secondo i dati archeologici, in quel periodo i Balti e gli Slavi occupassero vasti territori dell’Europa nord-orientale, bisogna riconoscere che allora i dialetti baltici e slavi si avvicinarono notevolmente. A indicare che nella prima metà del II millennio a. e. v. i contatti tra i dialetti baltici e slavi potrebbero essere stati particolarmente stretti non sono soltanto le innovazioni già menzionate delle lingue baltiche e slave, probabilmente sorte proprio allora, ma anche i rapporti delle lingue baltiche e slave con le lingue indo-iraniche. Isoglosse baltiche, slave e indo-iraniche quali il genitivo singolare dei pronomi personali (cfr. lett. dial. mane, sl. ant. mene, av. mana), l’uso del pronome *jos con i sostantivi, la trasformazione della consonante indoeuropea s dopo k, r, i, u, l’assibilazione delle consonanti palatali e le numerose corrispondenze lessicali8 consentono di ritenere che in passato i territori dei dialetti baltici, slavi e indo-iranici fossero contigui e che questi dialetti intrattenessero determinati contatti. Tali contatti sono datati alla prima metà del II millennio a. e. v.7. È indubbio che i contatti tra le lingue baltiche, slave e indo-iraniche siano di alcuni secoli posteriori a quelli tra le lingue baltiche, slave e germaniche.

Nel valutare la questione dei rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave, è importante il fatto che l’affinità tra le lingue baltiche e quelle indo-iraniche sia quasi pari a quella tra le lingue slave e quelle indo-iraniche; in altre parole, le lingue baltiche e slave sono ugualmente distanti dalle lingue indo-iraniche8. Questo fatto sembrerebbe indicare che nella prima metà del II millennio a. e. v. (cioè approssimativamente tra il 2000 e il 1500 a. e. v.) i bal-

6 H. Arntz, Sprachliche Beziehungen zwischen Arisch und Balto-Slawisch; W. Porzig, Die Gliederung des indogermanischen Sprachgebiets, p. 164—169.

7 W. Porzig, op. cit., p. 169.

8 W. Porzig, op. cit., p. 169.

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I dialetti si avvicinarono ai dialetti slavi. Nei sistemi dei dialetti baltici e slavi di quel periodo poterono verificarsi i seguenti cambiamenti:

cadono le laringali;

viene eliminata l’opposizione tra consonanti sonore e consonanti sonore aspirate (b: bh>b ecc.);

i sonanti sillabici R si trasformano in iR e uR;

si forma un’opposizione di intonazioni («acuto: circonflesso»);

compaiono alcuni nuovi suffissi (per esempio, *-ėjo- e *-tājo-);

le consonanti palatali k’, g’ vengono assibilate (lituano š, ž; slavo s, z);

cambia l’s indoeuropeo dopo k, r, i, u (lituano š, slavo ch).

Alcuni di questi fenomeni (l’assibilazione delle consonanti palatali, il cambiamento dell’s indoeuropeo e la caduta delle laringali) erano comuni alle lingue baltiche, slave e indo-iraniche, perciò dovettero verificarsi nel periodo in cui i tre gruppi dialettali menzionati erano in contatto, cioè nella prima metà del II millennio a.C. Il cambiamento dell’s indoeuropeo dopo k, r, i, u e quello delle consonanti palatali, avvenuti probabilmente separatamente nei dialetti baltici, slavi e indo-iranici, confermano l’idea qui implicita che a quel tempo esistessero già dialetti indoeuropei dotati di una certa autonomia.

Oltre alle isoglosse comuni baltiche, slave e indo-iraniche, naturalmente in quel periodo (nella prima metà del II millennio a.C.) dovettero emergere isoglosse separative delle lingue baltiche e slave, che costituivano le comunanze menzionate tra le lingue baltiche e slave: il cambiamento dei sonanti sillabici, la comparsa di nuove morfemi derivativi e lessemi e, a quanto pare, l’opposizione di intonazioni sorta in seguito alla scomparsa delle laringali.

Non si conosce il periodo in cui si verificarono queste innovazioni delle lingue baltiche e slave. Non disponiamo di dati che consentano di stabilire con precisione quando comparvero, per esempio, suffissi baltici e slavi come *-ėjo-, *-tājo-. Sorge perciò la questione del motivo per cui il periodo di comparsa di queste innovazioni baltiche e slave viene comunque datato alla prima metà del II millennio a.C.

Se, per esempio, si sostiene che l’opposizione tra consonanti sonore e consonanti sonore aspirate sia stata eliminata e che le intonazioni siano sorte in seguito alla caduta delle laringali, diventa particolarmente evidente la simultaneità dell’eliminazione dell’opposizione tra le consonanti menzionate, della comparsa delle intonazioni e della scomparsa delle laringali.

I R derivati dai sonanti sillabici, ossia iR e uR, erano già trattati come dittonghi al momento della formazione delle intonazioni; si deve quindi ritenere che i sonanti sillabici siano cambiati prima della comparsa delle intonazioni. Ne consegue che tutti questi fenomeni devono essersi verificati più o meno contemporaneamente, o immediatamente l’uno dopo l’altro.

Poiché sia il cambiamento dei sonanti sillabici, sia l’origine delle intonazioni, sia la formazione dei morfemi derivativi *-ėjo-, *-tājo- erano innovazioni delle lingue baltiche e slave, si può supporre che siano comparsi più o meno contemporaneamente. Poiché le cause e le condizioni che determinarono la comparsa delle innovazioni baltiche e slave menzionate, così come i loro risultati finali, erano identiche nelle lingue baltiche e slave, si deve ritenere che tali innovazioni siano sorte quando i contatti e le relazioni tra queste lingue erano più intensi. Il fatto che durante il cambiamento dell’s indoeuropeo dopo k, r, i, u e l’assibilazione delle consonanti palatali i dialetti baltici, slavi e indo-iranici fossero in contatto, nonché il grado pressoché uguale di vicinanza delle lingue baltiche e slave alle lingue indo-iraniche, indica che le relazioni tra i dialetti baltici e slavi furono più intense e strette nella prima metà del II millennio a.C. Ne consegue che la comparsa delle innovazioni delle lingue baltiche e slave può

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essere datato alla prima metà del II millennio a.C. (cioè circa 2000–1500 a.C.).

I contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche, ai quali i dialetti slavi non partecipavano, sembrano impedire di considerare tali innovazioni come sorte più tardi. Pertanto, durante i contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche, i rapporti tra le lingue baltiche e quelle slave dovevano essersi notevolmente indeboliti, forse a causa delle grandi distanze. I contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche dovettero iniziare dopo che le sonanti sillabiche R si erano già trasformate in iR e uR e le consonanti palatali k’, g’ si erano già mutate in š, ž, cfr. il finlandese villa e il lituano vilna; il finlandese kurpponen e il lituano kùrpė; il finlandese halla, l’estone hall e il lituano šalnà; il finlandese hihna, l’estone ihn e il lituano šikšnà (l’h finlandese ed estone deriva dal baltico š e ž). Se datiamo i mutamenti menzionati delle lingue baltiche alla prima metà del II millennio a.C. (cioè circa 2000–1500 a.C.), i contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche dovettero iniziare all’incirca nel terzo quarto del II millennio a.C. o più tardi (ma in nessun caso prima). Poiché durante i contatti tra le lingue baltiche e quelle ugro-finniche i rapporti tra le lingue baltiche e quelle slave sembrano essere stati piuttosto deboli, tale indebolimento dovette iniziare anch’esso nel terzo quarto del II millennio a.C. o più tardi. Ciò, tuttavia, non significa in alcun modo che da quel momento i rapporti tra i dialetti baltici e slavi, la vicinanza e le interazioni si siano interrotti del tutto. Da allora potrebbe essere iniziato lo sviluppo parallelo delle lingue baltiche e slave. La comparsa autonoma di fenomeni distinti paralleli e del tutto analoghi nelle lingue baltiche e slave (il mutamento del dittongo indoeuropeo eu, la legge di de Saussure-Fortunatov e, forse, la desinenza di seconda persona singolare del verbo *-sēi) potrebbe dipendere dalla derivazione di queste lingue da una comunità linguistica indoeuropea, dalle tendenze evolutive comuni ereditate, dal loro stesso tipo strutturale e dalla contiguità geografica.

Una circostanza potrebbe sembrare in contrasto con la datazione alla prima metà del II millennio a.C. della comparsa delle innovazioni nelle lingue baltiche e slave e dei contatti attivi tra queste lingue. Gli archeologi ritengono che, alla fine del III millennio a.C. e all’inizio del II millennio a.C., in relazione all’espansione delle culture delle asce da combattimento e della ceramica cordata, gli antichi Baltici, o protobalti, avessero occupato un territorio che si estendeva dal Mar Baltico fino ai bacini superiori del Volga e dell’Oka9, mentre gli Slavi si trovavano più o meno tra il corso superiore della Vistola e il corso medio del Dnepr. Sorge una domanda del tutto legittima: in un’area così vasta potevano esserci contatti attivi e stretti tra le lingue baltiche e slave e potevano sorgere innovazioni identiche che interessassero tutti i dialetti baltici e slavi? Numerose isoglosse innovative si formano di norma in un’area limitata, come risultato di contatti attivi e stretti. Va detto, anzitutto, che una datazione del tipo «all’inizio del II millennio a.C. o nei primi secoli» può comprendere (e probabilmente comprende) l’inizio, o persino la metà, del secondo quarto del II millennio a.C. È comprensibile che le antiche tribù non potessero occupare in una sola volta e simultaneamente un territorio così vasto: il processo dovette essere complesso e protrarsi a lungo. La studiosa del passato baltico M. Gimbutienė ritiene10 che i Baltici popolarono gradualmente il territorio in questione, espandendosi verso est dalla penisola di Sambia e dalle coste del Mar Baltico. Il popolamento definitivo del territorio menzionato e l’instaurarsi di contatti tra i Baltici e gli Ugri-Finni potrebbero essere stati processi avvenuti molto più tardi dell’inizio del II millennio a.C.

9 X. A. Moopa, O древней территории расселения балтийских племен, СА, 2, 1958, p. 9–33; А. Я. Брюсов, op. cit.; П. Н. Третьяков, op. cit.; Gimbutas, op. cit.

10 M. Gimbutienė, Panoramica delle culture preistoriche della Prussia Orientale e della Lituania occidentale (estratto da «Mažoji Lietuva»), New York, 1958.

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Pertanto, si può ritenere che nella prima metà del II millennio a.C. (circa 2000—1500 a.C.) i dialetti baltici e slavi, in precedenza molto più divergenti, si siano avvicinati e abbiano attraversato un’epoca di contatti attivi e stretti, di vicinanza e interazioni; in altre parole, un’epoca di comunità (o, rispettivamente, di contatti), durante la quale un fascio di isoglosse innovative circondò i dialetti baltici e slavi. Per questo l’epoca della comunità (o, rispettivamente, dei contatti) tra le lingue baltiche e slave può anche essere denominata epoca della comunità isoglossica.

Nella dinamica dello sviluppo delle relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave si possono individuare momenti di sviluppo indipendente, divergente e parallelo. L’epoca della comunità isoglossica comprende soltanto uno dei periodi dello sviluppo delle relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave.

La concezione qui esposta delle relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave si avvicina alla concezione di J. Endzelynas (славяно-балтийская эпоха) e ai punti di vista sostenuti da Chr. Stangas (Isoglossengebiet), E. Frenkelis (Nachbarschaft), S. Bernšteinas (сообщность), B. Gornungas («балто-славянская эпоха»), G. Ševelovas (a period of common development), J. Safarevičius, V. Porcigas, A. Salys, A. Erhartas e altri studiosi.

Pertanto, le relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave e, di conseguenza, l’origine delle innovazioni comuni a queste lingue possono essere interpretate alla luce dell’esistenza di una comunità isoglossica balto-slava (Isoglossengemeinschaft), cioè dell’esistenza di un continuum spazio-temporale dei dialetti baltici e slavi, formatosi probabilmente in seguito all’avvicinamento di dialetti inizialmente distinti.

Conclusioni

1. Nel III millennio a.C., nell’ambito dei dialetti dell’area settentrionale dell’unità linguistica, i dialetti «baltici» si saranno differenziati da quelli «slavi». All’epoca, i dialetti «baltici» avranno mantenuto contatti più stretti con i dialetti «germanici».

2. Nella prima metà del II millennio a.C. (circa 2000—1500 a.C.), i dialetti baltici si saranno avvicinati a quelli slavi e avranno attraversato con essi un’epoca di contatti intensi, ossia di unità isoglossica. I dialetti baltici e slavi dell’epoca saranno stati delimitati da un fascio di isoglosse quali:

scomparvero le laringali;

fu eliminata l’opposizione tra consonanti sonore e sonore aspirate (b: bh > b ecc.);

i sonanti sillabici Ṛ si trasformarono in iR e uR;

si formò l’opposizione delle intonazioni («acuto: circonflesso»);

comparvero alcuni nuovi suffissi (per esempio, *-ėjo- e *-tājo-);

le consonanti palatali k’, g’ furono assibilate (lituano š, ž; slavo s, z);

mutò la s indoeuropea dopo k, r, i, u (lituano š, slavo ch).

Il mutamento dei sonanti sillabici, la formazione dell’opposizione delle intonazioni e la comparsa di morfemi e lessemi specifici delle lingue baltiche e slave furono innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave.

3. Verso la metà del II millennio a.C. o più tardi, lo sviluppo convergente dei dialetti baltici e slavi sarà cessato e avrà avuto inizio il loro sviluppo parallelo. Da allora potrebbe essere cominciata l’epoca dei contatti tra le lingue baltiche e le lingue ugro-finniche, ai quali le lingue slave non parteciparono. Fenomeni comuni alle lingue baltiche e slave, come la trasformazione del dittongo indoeuropeo eu

7. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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Il baltico jau, lo slavo ju, la legge di Saussure-Fortunatov e, forse, la formazione (in una fase evolutiva successiva) delle desinenze *-sēi della seconda persona singolare degli aggettivi e dei verbi pronominali furono probabilmente il risultato dello sviluppo parallelo delle lingue baltiche e slave.

4. I rapporti più antichi tra le lingue baltiche e slave e, di conseguenza, l’origine delle innovazioni comuni a tali lingue possono essere interpretati attraverso l’esistenza di una comunità isoglossica baltico-slava (Isoglossengemeinschaft), ossia di un continuum spazio-temporale di dialetti baltici e slavi, sorto probabilmente in seguito al riavvicinamento secondario di dialetti inizialmente diversi.

Nella lunga storia delle lingue baltiche e slave si possono osservare rapporti sia indipendenti sia convergenti e paralleli tra queste lingue. L’epoca della comunità isoglossica baltico-slava fu soltanto uno dei periodi nello sviluppo dei rapporti più antichi tra queste lingue.

ALCUNE QUESTIONI DEI RAPPORTI PIÙ ANTICHI TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

С. КАРАЛЮНАС

Riassunto

Il presente lavoro esamina alcuni aspetti del problema dei più antichi rapporti linguistici baltico-slavi. Il primo capitolo presenta la storia degli studi su tale problema. L’esposizione inizia con una rapida rassegna delle posizioni sui rapporti reciproci tra le lingue baltiche, slave e altre lingue indoeuropee negli scritti dei fondatori della linguistica storico-comparativa e si conclude con una presentazione dei risultati raggiunti più recentemente nello studio di questo problema.

Il secondo capitolo è dedicato all’esame di alcuni fenomeni fonetici comuni alle lingue baltiche e slave. Per la comunità linguistica protobaltica si ricostruisce una breve *a di classe. La sua esistenza in questa comunità è indicata dallo sviluppo dei sistemi vocalici brevi e lunghi secondo il principio di polarizzazione nel dialetto samogitico, dalla conservazione di un carattere più arcaico della vocale breve davanti a m, n nello stesso dialetto samogitico, forse da forme del tipo dell’antico prussiano wobse (con o al posto della vocale breve attesa) nel Vocabolario di Elbing e dai prestiti baltici nelle lingue ugrofinniche (cfr. il finlandese morsian e il lituano marti). Nei dialetti dell’Aukštaitija orientale, a causa dell’allungamento delle vocali brevi in posizione accentata, si creò una correlazione tra vocali brevi e lunghe; pertanto, entrambi i sistemi dovettero labializzarsi e restringersi. Di conseguenza, l’esistenza di una o breve in questi dialetti è probabilmente un’innovazione. Le ricerche fonologiche degli ultimi anni (soprattutto quelle di V. Zhuravlev) hanno stabilito che, nel protoslavo, in seguito al processo di labializzazione delle consonanti, rispettivamente di delabializzazione delle vocali, l’opposizione o: a, rispettivamente ō: ā, fu neutralizzata dapprima dopo le consonanti labiali (poiché il tratto distintivo di bemollità era un elemento costitutivo di queste consonanti) e più tardi anche dopo le altre consonanti. Il risultato della fusione dovuta alla neutralizzazione dissimilativa fu o, rispettivamente ā. Perciò l’akan’e del bielorusso e dei dialetti russi meridionali, nonché di alcuni dialetti bulgari, può essere considerato un relitto dello stato protoslavo. La ō indoeuropea nelle lingue (orientali) baltiche in posizione atona coincise con la ā indoeuropea (da cui il lituano o e il lettone ā), mentre in posizione accentata si trasformò in uo; l’opposizione ō: ā si conservò, a quanto pare, in questa posizione perché il baltico ō entrò in correlazione con ē (da ei e ai).

L’esito regolare del dittongo indoeuropeo eu nelle lingue baltiche e slave fu la sua trasformazione in lituano-lettone jau e in slavo *u. Vi sono alcuni motivi per ritenere che questo dittongo si sia conservato nell’antico prussiano. Il dittongo au (slavo u) nelle parole in cui compare al posto di eu delle altre lingue indoeuropee è più verosimile considerarlo derivato dal dittongo indoeuropeo oi (o *Hu).

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La trasformazione delle sonanti sillabiche indoeuropee R in iR e uR è un’innovazione balto-slava comune. La distribuzione di i e u è spiegata da due teorie — la teoria dell’apofonia e la teoria dell’ambiente fonetico — che sono di pari valore, poiché, sulla base del materiale pertinente delle lingue baltiche e slave, non è possibile né dimostrarle né confutarle.

L’indoeuropeo s si è trasformato in i e in š anche nelle lingue baltiche (in lettone e in prussiano antico, in conformità con lo sviluppo specifico dei sistemi fonologici di queste lingue, l’š baltico comune è passato nuovamente a s). Questa trasformazione dell’indoeuropeo s non si è verificata in due casi: 1) se i, u appartenevano a un unico morfema (radicale), mentre la consonante s a un altro (suffissale), cioè se tra i, u e s si trovava un confine morfemico; 2) se dopo s si trovava una sonante (r, l, m, n, j, v). Il mutamento dell’indoeuropeo s dopo k, r, i, u era strutturalmente legato all’assimilazione dell’indoeuropeo k’ palatale nelle lingue baltiche (cfr. l’identico esito š di questi mutamenti). Nelle stesse lingue troviamo numerosi casi in cui, al posto dell’atteso š (risp. ž), è attestata la consonante k (risp. g). Poiché nella maggior parte dei casi questa k (risp. g) si trova davanti alle sonanti r, l, m, n, j, v, si potrebbe supporre che la depalatalizzazione della k’ palatale (risp. ǵ) sia avvenuta proprio in questa posizione. Questa ipotesi è valida per il caso di r, poiché in lituano mancano i gruppi *šr-, *žr-. Tuttavia, numerosi esempi contenenti šl-, žl-, šm-, žm- e così via contraddicono l’ipotesi che la k’ (risp. ǵ) si sia depalatalizzata anche davanti alle altre sonanti. Occorre però tener presente che la maggior parte di questi esempi può essere sospettata di origine onomatopeica. Di conseguenza, la stessa origine potrebbe avere nella maggior parte dei casi anche l’alternanza, piuttosto frequente in lituano, š/k, ž/g. Inoltre, alcuni doppioni con š/k e ž/g potrebbero derivare da radici diverse (la variante con š o ž da una radice, e quella con k o g da un’altra).

Alcuni dettagli del mutamento dell’indoeuropeo s dopo k, r, i, u e dell’assimilazione dell’indoeuropeo k’ (cfr., per esempio, il mutamento di questa s dopo k, l, i < H e la depalatalizzazione dell’indoeuropeo k’ davanti a s> др.-инд. ś nei dialetti indo-iranici, ecc.) indicano, da un lato, che questi mutamenti si verificarono indipendentemente nei gruppi linguistici baltico, slavo e indo-iranico. In altre parole, all’epoca di questi mutamenti i dialetti baltici, slavi e indo-iranici possedevano già una certa autonomia. Dall’altro lato, al tempo di questi mutamenti, sembra che esistessero determinati contatti territoriali e linguistici tra questi dialetti.

Nel terzo capitolo si tenta di affrontare in prospettiva cronologica alcune questioni relative ai rapporti più antichi tra le lingue baltiche, slave e altre lingue indoeuropee (e non indoeuropee). I fatti linguistici sembrano non contraddire la conclusione, tratta dai dati archeologici, secondo cui i portatori delle culture delle asce da combattimento e della ceramica cordata erano probabilmente tribù baltiche, slave e germaniche: le note isoglosse balto-slavo-germaniche presuppongono l’esistenza di contatti linguistici balto-slavo-germanici e sembrano consentire di datarli al III millennio a.C. Esistono tuttavia anche isoglosse balto-germaniche separate, il cui carattere arcaico, così come l’assenza di una terminologia sociale balto-germanica comune, induce inevitabilmente a pensare che i contatti linguistici balto-germanici siano estremamente antichi e che siano probabilmente precedenti ai contatti slavo-germanici. Pertanto, le lingue baltiche e slave derivano con ogni probabilità da dialetti diversi dell’area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea. Inizialmente, i dialetti baltici potrebbero aver mantenuto contatti più stretti con i dialetti germanici. L’avvicinamento dei dialetti baltici e slavi ebbe probabilmente inizio nell’epoca dei contatti balto-slavo-germanici. Contatti particolarmente stretti tra questi dialetti esistettero probabilmente nella prima metà del II millennio a.C., ossia al tempo dei contatti linguistici balto-slavo-indo-iranici. In quel periodo, nei sistemi dei dialetti baltici e slavi potrebbero essersi verificati i seguenti mutamenti: la scomparsa delle laringali in alcune posizioni e, come conseguenza di tale scomparsa, l’eliminazione dell’opposizione tra consonanti sonore e sonore aspirate e la formazione di un’opposizione intonativa, il riflesso delle sonanti sillabiche indoeuropee, la formazione di nuovi morfemi, il mutamento dell’indoeuropeo s dopo k, r, i, u e l’assimilazione delle consonanti palatali indoeuropee. Tutti questi fenomeni (tranne gli ultimi due) erano innovazioni balto-slave comuni.

7*

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I contatti linguistici balto-slavi stretti esistettero probabilmente prima dei contatti linguistici balto-ugro-finnici, iniziati approssimativamente nella seconda metà del II millennio a.C. o più tardi, poiché a questi ultimi non parteciparono i dialetti slavi.

Pertanto, i rapporti linguistici balto-slavi più antichi vengono interpretati come l’esistenza di una comunità di isoglosse balto-slava (Isoglossengemeinschaft), vale a dire un continuum spazio-temporale di dialetti baltici e slavi che, tuttavia, si sarebbe formato probabilmente in seguito al riavvicinamento secondario di dialetti originariamente distinti.

SUI RAPPORTI PIÙ ANTICHI TRA LE LINGUE BALTICHE E SLAVE

S. KARALIŪNAS

Zusammenfassung

Nel III millennio a. e. v. i dialetti «baltici» e «slavi» si distinguevano probabilmente nell’ambito dell’area settentrionale della comunità linguistica indoeuropea. A quel tempo i dialetti «baltici» sembrano aver intrattenuto relazioni piuttosto strette con i dialetti «germanici». Le note affinità baltico-germaniche sembrano indicare proprio questo.

Nella prima metà del II millennio a. e. v. (all’incirca negli anni 2000–1500 a. e. v.) i dialetti baltici e slavi poterono avvicinarsi reciprocamente e vivere in un’epoca di contatti attivi. Nei dialetti baltici e slavi di allora si formò probabilmente il seguente fascio di isoglosse: caduta delle laringali, eliminazione dell’opposizione tra mediae e mediae aspiratae (b: bh>b ecc.), trasformazione delle sonanti sillabiche R in iR e uR, formazione delle intonazioni fonologiche (acuta: circonflessa), formazione di alcuni suffissi comuni (per esempio *-ēio-, *-tāio-), assimilazione delle ide. k’, g’ (lit. š, ž, slav. s, z) e trasformazione dell’ide. s dopo k, r, i, u (lit. š, slav. ch).

La trasformazione delle sonanti sillabiche, la formazione delle intonazioni fonologiche e la creazione di morfemi specificamente baltico-slavi furono innovazioni comuni alle lingue baltiche e slave.

Si può supporre che verso la metà del II millennio a. e. v. o più tardi si sia concluso lo sviluppo convergente dei dialetti baltici e slavi e abbia avuto inizio il loro sviluppo parallelo. Da allora potrebbe essere iniziato il periodo dei contatti baltico-finnici, ai quali le lingue slave non parteciparono. Fenomeni comuni delle lingue baltiche e slave, come la trasformazione dell’ide. eu in lit.-lett. jau, slav. ju, la legge di de Saussure-Fortunatov, la formazione degli aggettivi determinati e della desinenza verbale *-sei della 2ª persona sing. del presente, e altri ancora, ebbero probabilmente origine dallo sviluppo parallelo dei due rami linguistici.

Si potrebbero immaginare le relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave e, di conseguenza, l’origine delle innovazioni baltico-slave comuni, supponendo che tra i dialetti baltici e slavi esistesse una comunità, cioè un continuum spazio-temporale di questi dialetti, formatosi però, a quanto pare, in seguito al riavvicinamento secondario di dialetti baltici e slavi originariamente diversi. L’epoca della comunità linguistica baltico-slava fu dunque soltanto un periodo nello sviluppo delle relazioni più antiche tra le lingue baltiche e slave.

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