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BALTŲ IR SLAVŲ KALBŲ RYŠIAI

LIETUVOS TSR MOKSLŲ AKADEMIJA

ALGIRDAS SABALIAUSKAS

DENOMINAZIONI DEGLI ANIMALI DOMESTICI NELLE LINGUE BALTICHE

(la loro origine e il rapporto con le denominazioni corrispondenti nelle lingue slave)

Nell’illustrare i rapporti linguistici tra le lingue baltiche e slave, accanto allo studio dei fenomeni fonetici, morfologici e sintattici, riveste notevole importanza anche un esame più approfondito del lessico di queste lingue. Un lavoro più ampio e di carattere generale sul lessico delle lingue baltiche e slave e sui loro rapporti reciproci potrà essere scritto solo quando sarà stato studiato più a fondo il lessico di singoli gruppi semantici. Che lo studio di tali gruppi possa dare risultati interessanti, talvolta persino del tutto inaspettati, emerge chiaramente dal libro di O. Trubačiov «La terminologia dei mestieri nelle lingue slave»1: l’analisi della terminologia dei mestieri tessili, della lavorazione del legno, della ceramica e della forgiatura ha mostrato che il lessico delle lingue slave in questo ambito presenta molti più elementi comuni con il germanico e il latino che con le lingue baltiche. Naturalmente, sulla base dell’analisi di un solo gruppo lessicale di questo tipo non si possono trarre conclusioni di portata più generale; tuttavia, anche i dati di tale analisi costituiscono un contributo prezioso all’intero complesso degli studi sui rapporti linguistici tra le lingue baltiche e slave.

Anche in questo lavoro si è cercato di analizzare un gruppo lessicale di questo tipo: le denominazioni degli animali domestici. L’attenzione principale è rivolta ai dati delle lingue baltiche, mentre i fatti delle lingue slave sono trattati solo nella misura in cui hanno un rapporto diretto con i corrispondenti dati delle lingue baltiche. L’impostazione del lavoro è stata in parte determinata dalla circostanza che la terminologia dell’allevamento nelle lingue slave è già stata esaminata più dettagliatamente: a questo tema è dedicato lo studio dello stesso O. Trubačiov, «L’origine delle denominazioni degli animali domestici nelle lingue slave»2.

Nel trattare le denominazioni dei singoli animali domestici, il lavoro accenna brevemente anche alla storia di questi animali: la loro domesticazione, la comparsa nell’attuale territorio dei popoli baltici e altre questioni, che talvolta possono essere legate in qualche misura anche all’origine delle singole denominazioni. Inoltre, in mancanza di studi più ampi di questo genere in lingua lituana, tali informazioni possono costituire anche una sorta di frammenti della storia dell’allevamento nei paesi baltici.

IL CANE

Attualmente, a quanto pare, non vi sono dubbi sul fatto che il primo animale domesticato dall’uomo sia il cane. Un intervallo di tempo immensamente lungo ci separa dall’inizio dell’amicizia tra l’uomo e il cane; perciò oggi è ormai difficile ricostruire più concretamente questa amicizia

1 О. Н. Трубачев, Ремесленная терминология в славянских языках, Москва, 1966.

2 O. N. Trubačëv, L'origine dei nomi degli animali domestici nelle lingue slave, Mosca, 1960.

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storia, chiarire le ragioni che spinsero l’uomo ad avvicinarsi al cane prima che agli altri animali.

Nei reperti archeologici del Neolitico, ossa di cane domestico si rinvengono in quasi tutta l’Europa e talvolta persino in luoghi dove non si trova traccia di alcun altro animale domestico.1.

Varie raffigurazioni attestano che i Sumeri conoscevano il cane fin dall’antichità2. I cani sono raffigurati come compagni degli dèi babilonesi. Nel loro paese, ogni sorta di figure canine avrebbe avuto poteri magici3. Raffigurazioni di cani si trovano sulle più antiche anfore egizie. L’importanza del cane nella vita degli antichi Egizi è attestata anche dal fatto che nei sepolcri antichi gli scheletri dei cani si trovano accanto a quelli dei loro padroni. I faraoni egizi delle dinastie I e II amavano così tanto i loro cani che, dopo averli sepolti nelle proprie tombe, fecero erigere per loro anche delle lapidi, sulle quali, accanto ai propri nomi, incisero quelli dei cani; questi, sopportando il peso di forse cinquemila anni, sono giunti fino ai nostri giorni4. Diverse razze di cani erano allevate dagli antichi Assiri, Greci e Romani5. A proposito degli antichi Iraniani, Erodoto scriveva che i loro «sacerdoti uccidono con le proprie mani ogni cosa, tranne i cani e gli uomini»6.

La grande varietà di razze canine, talvolta molto diverse l’una dall’altra, già all’inizio del XIX secolo indusse gli zoologi a concludere che il cane domestico non discendeva ovunque da un unico antenato7.

È assai più complesso chiarire il problema della domesticazione del cane. Di norma, l’uomo è spinto a domare gli animali da finalità utilitaristiche. In passato si è tentato di spiegare anche l’addomesticamento del cane in base a tali finalità, considerandolo un aiutante dell’uomo, cacciatore e pastore. Come vedremo in seguito, questa concezione si rifletteva anche nelle spiegazioni dell’origine del nome indoeuropeo del cane. Tuttavia, numerosi fattori importanti inducono ad abbandonare tale interpretazione. Innanzitutto, vi si oppone la circostanza che il cane, come è stato osservato, fu addomesticato prima che l’uomo iniziasse a dedicarsi all’allevamento del bestiame. Gli aborigeni dell’America meridionale e centrale non praticavano l’allevamento, ma avevano addomesticato il cane come unico animale domestico, si potrebbe dire. In generale, il ruolo del cane nella vita degli aborigeni americani contribuisce a far luce sul problema della sua domesticazione anche nel continente europeo. Per gli aborigeni americani, il cane era strettamente legato alla religione e alla mitologia. Durante diversi riti religiosi, in America si mangiava carne di cane8. La si mangiava anche nell’Europa antica, dove inizialmente tale consumo aveva probabilmente anch’esso un carattere rituale9. Le tracce della venerazione del cane quale animale dotato di poteri divini persistettero fino alla comparsa dei monumenti scritti indoeuropei, e alcune

1 M. Hilzheimer, Haustier, – M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, Berlin, 1926, p. 219; O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, Berlin—Leipzig, 1917—1923, p. 516.

2 M. Hilzheimer, ibidem, p. 219.

3 Ebeling, Hund, – M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 410.

4 M. Hilzheimer, ibidem, p. 220; Ranke, Hund, – M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 409; C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, Zürich, 1902, p. 41—42.

5 C. Keller, ibidem, p. 42—45.

6 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, p. 516.

7 C. Keller, ibidem, p. 46—80; E. Hahn, Hund, – M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 403.

8 F. Termer, Zeitschrift für Ethnologie, 82, Braunschweig, 1957, p. 1.

9 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, p. 516.

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Le tracce del ruolo religioso del cane, in realtà, sono sopravvissute fino ai nostri giorni10. Pertanto, se gli scrittori dell’antica Roma avevano ragione nel suddividere i cani, in base alla loro funzione utilitaria, in cani da caccia, da pastore e da guardia11, questo schema non può in alcun modo essere proiettato sui tempi più antichi, agli inizi dell’addomesticamento del cane, poiché sia la funzione venatoria sia quella pastorale, sviluppatasi con il fiorire dell’allevamento, e soprattutto quella di guardia della casa, comparvero molto tempo dopo la domesticazione del cane.

È probabilmente necessario concordare con quegli studiosi che, respingendo l’interpretazione utilitaristica dell’avvicinamento tra l’uomo e il cane, sostengono che il cane si avvicinò all’uomo anzitutto come parassita. Il cane era attratto dagli accampamenti umani dai vari avanzi di cibo e dai fuochi che vi venivano accesi. In questo modo si abituò a restare vicino agli insediamenti umani, avvicinandosi gradualmente sempre più all’uomo. È possibile che i cuccioli si abituassero all’uomo con particolare facilità. Già agli inizi dell’addomesticamento, l’uomo potrebbe talvolta aver utilizzato il cane anche per alcune proprie necessità. Per esempio, si ritiene che le donne lasciassero che i cuccioli succhiassero il latte in eccesso. Sono giunte fino a noi raffigurazioni delle dee della morte di Babilonia e Cartagine, ciascuna delle quali ha un animale che succhia da ogni mammella, probabilmente un cucciolo e un porcellino. Questo costume si riscontra ancora ai nostri giorni presso alcuni popoli12.

Non vi è dunque alcun dubbio che gli Indoeuropei conoscessero bene il cane già all’epoca dei loro primissimi contatti reciproci. A questo riguardo, gli antenati dei Balti e degli Slavi non fecero eccezione. Nei territori oggi abitati dai Balti, il cane fu il primo animale addomesticato13. Il cane ha inoltre lasciato tracce evidenti nel folklore e nella visione del mondo dei Lituani e dei Lettoni14.

Le lingue indoeuropee hanno conservato molto bene l’antico nome del cane, cfr. skr. śvá, gen. sing. śunah, av. spā, gen. sing. sūno, gr. κύων, gen. sing. κυνός, lat. canis «cane, cagna», arm. šun, irl. cú, gen. sing. con, itt. šuwana, toc. ku, lit. šuo, gen. sing. šuñs. Tra gli esempi citati, il nome latino del cane si distingue per il vocalismo della radice. Tuttavia, sembra possibile spiegare il mutamento della radice della parola latina sulla base dei dati della lingua latina. Anche l’ittita šuwana15 pone problemi sia per quanto riguarda il significato sia per l’origine.

Il significato originario del nome indoeuropeo del cane non è del tutto chiaro, sebbene siano state proposte numerose spiegazioni, più o meno convincenti. H. Osthoff tentò di collegare il nome indoeuropeo del cane a quello indoeuropeo del bovino (inizialmente, forse, della pecora) *peku (cfr. skr. paśáh, lat.

10 O. N. Trubachev, L’origine dei nomi degli animali domestici nelle lingue slave, Mosca, 1960, p. 5 (di seguito: Происхождение…).

11 C. Keller, L’origine degli animali domestici più antichi, p. 44.

12 E. Hahn, Cane, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 403; O. H. Trubachev, ibid., p. 5.

13 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lineamenti dell’archeologia lituana, Vilnius, 1961, p. 79; Latvijas PSR vēsture, I, a cura di K. Strazdiņa, J. Zuša, J. Krastiņa, A. Drizula, Rīga, 1953, p. 9; K. Paaver, Formazione del territorio e variabilità dei mammiferi del Baltico nel periodo Olocenico, Tartu, 1965, p. 361—362, 364—365, 367—372.

14 P. Šmits, Latviešu tautas ticējumi, IV, Rīgā, 1941, p. 1745—1776.

15 A. Walde, Dizionario comparativo delle lingue indoeuropee, I, Berlino e Lipsia, 1930, p. 465—466 (di seguito: VrgI. Wb.); A. Walde, Dizionario etimologico latino, I, Heidelberg, 1930, p. 152—153 (di seguito: Et. Wb.); E. Fraenkel, Dizionario etimologico lituano, II, Heidelberg—Göttingen, 1966, p. 1033—1035 (di seguito: Et. Wb.); F. Kluge, Dizionario etimologico della lingua tedesca, Berlino, 1957, p. 320 (di seguito: Et. Wb.); J. Pokorny, Dizionario etimologico indoeuropeo, Berna, 1949, p. 632—633 (di seguito: Et. Wb.); H. Kronasser, Grammatica comparata della fonetica e della morfologia ittite, Heidelberg, 1956, p. 229; В. В. Иванов, Хеттский язык, Москва, 1963, p. 90—92.

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pecus), ricostruendo la forma proto * (p)kyōn, il cui significato originario sarebbe stato «cane da pastore o, in generale, cane del pastore». Tuttavia, a questa spiegazione, senza nemmeno parlare della sua infondatezza fonetica, si oppone la storia dell’oggetto stesso. Non vi è inoltre alcun motivo per affermare che questo nome del cane fosse un nome secondario, subentrato a un precedente nome ide. del cane.

V. Georgijev spiega che il nome ide. del cane deriva dalla forma proto ide. *keu- «gridare, ululare, guaire, abbaiare». Il cane avrebbe dunque ricevuto il proprio nome per il suo caratteristico abbaiare e ululare, e il significato originario del nome sarebbe stato «animale che abbaia, che ulula». Secondo V. Georgijev, la forma originaria del nominativo singolare sarebbe stata *keu̯ōn, che, sotto l’influsso della forma *ku-n-ós, sarebbe stata sostituita molto presto dalla forma *ku̯ōn (gr. κύων) oppure *ku̯ōn (skr. śvá, av. spā). La paradigma originaria di questo nome del cane sarebbe stata approssimativamente la seguente: sing. nom. *keu̯ōn > *ku̯ō(n) e *ku̯ō(n), sing. acc. *ku̯én-m, sing. gen. *kun-ós, sing. loc. *ku̯én-(i), pl. strum. *kun-bhis, ecc. Oltre ai nomi del cane già menzionati, V. Georgijev fa derivare da questa forma proto anche skr. śvakaḥ «lupo», medio (Erodoto) σπάχα «cane», lat. kuna «cagna», slov. kó-ka-h «lupo», bulg. куче «cane», rus. сука «cagna», pol. suka¹⁶.

Dal punto di vista semantico, la spiegazione di V. Georgijev sarebbe del tutto accettabile. Tuttavia, il carattere schematico del suo trattamento fonetico suscita molti dubbi e, a nostro avviso, è del tutto impossibile collegare con l’antico nome ide. del cane alcuni esempi da lui citati.

Merita attenzione il tentativo di F. Špecht di spiegare questo nome del cane collegandolo alla radice ide. *keu-, che denoterebbe un colore, cfr. skr. śonah «rosso» < ide. *keu-no¹⁷. Anche dal punto di vista semantico una spiegazione del genere sarebbe possibile, poiché nelle lingue ide. si trovano numerosi nomi dell’animale, di diversa antichità, derivati dal corrispondente nome di colore. Persino lit. kiáunė, lett. caūna, pr. caune, in quanto variante velare di quella radice, potrebbero essere collegati a un simile nome ide. del cane¹⁸. Tuttavia, altre parole della radice ide. *keu-no (cfr. av. savahī «nome di una regione situata a est», av. sūram «di primo mattino», arm. šukh «lucentezza, splendore», arm. šol «raggio») non avvalorano molto l’etimologia di F. Špecht, poiché il significato fondamentale di questa radice è comunque «splendere, brillare». Lit. švankūs «decoroso, rispettabile; allegro, agile», che F. Špecht, scomponendolo in *šū-an-k-us, accosta alle parole di questo gruppo, non è riconducibile a esse né per il significato né per la sua forma più antica šankūs.

Si è tentato di collegare il nome del cane alla stessa radice ide. *keu-, ma con il significato non di un colore, bensì di «gonfiarsi, ingrossarsi, aumentare, crescere», sostenendo che il significato originario del nome del cane fosse più o meno vicino alle nozioni di «potente» (cfr. skr. śaviraḥ «potente») o «concepito, figlio dell’animale» (cfr. skr. śi-šu «bambino», antico isl. húnn, gr. χύος). Tuttavia, queste spiegazioni suscitano dubbi sotto ogni aspetto¹⁹.

Oltre al nome ide. del cane già esaminato, in gran parte dell’Europa e dell’Asia è ampiamente usato anche un altro nome, attestato non soltanto nelle lingue indoeuropee, ma anche in quelle ugro-finniche e turco-tatare. In tutte queste lingue è molto simile e viene usato soprattutto nel significato di «cucciolo», più raramente in quello di «cagna» o di «cane» in generale. Ne troviamo particolarmente numerose varianti nelle lingue slave: rus. кутёнок «cucciolo», кутя, куток,

¹⁶ B. И. Георгиев, Исследования по сравнительно-историческому языкознанию, Москва, 1958, p. 46—47, 117, 139, 151.

¹⁷ F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, Göttingen, 1947, p. 32, 121—122.

¹⁸ A. Walde, Vrgl. Wb., I, p. 368; J. Pokorny, Et. Wb., p. 594.

¹⁹ A. Walde, Vrgl. Wb., I, p. 446; J. Pokorny, Et. Wb., p. 592—594.

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russo кутяха «cagna», кучко «cane», ucr. котюга, slovacco kot’uha, bulg. куче «cagna», serbo куче, sloveno kūčak, polacco Kucziuk «nome di cane». Ecco invece esempi di altre lingue: alb. kutsh «cane», lett. kuce «cagna», kuçens «cagnolino», osseto куз/куј «cane» < iranico orientale *kuti, cfr. curdo kūčik, ungherese kutya, komi kitši, kytsi «cagnolino»²⁰. Nonostante la coincidenza di significato e la somiglianza esteriore, questo nome si sottrae a un’analisi fonetica precisa. È difficile spiegare la sua diffusione anche attraverso il prestito. Perciò, a quanto pare a ragione, molti studiosi ritengono che tale nome del cane derivi da una voce imitativa usata per chiamarlo, cfr. russo куть-куть, polacco kuciu-kuciu. È possibile che a queste voci imitative vadano ricondotti il russo ццу, il lituano ciù-ciù, ciū-ciū, nonché i nomi del cane da esse derivati, usati soprattutto nel linguaggio infantile.

È piuttosto strano che nelle lingue slave non si siano conservate tracce più attendibili dell’antico nome indoeuropeo comune del cane (lituano šuo ecc.). In esse, tuttavia, sono diffusi altri nomi del cane, sconosciuti alle restanti lingue indoeuropee. Alcuni di questi nomi sono piuttosto antichi, risalenti già allo slavo comune. Uno dei più antichi e diffusi è: slavo antico pbsǫ «cane», russo antico пъсь, russo tus. пѐс, ucr. пес, bielorusso пес, bulg. пъс, пес, serbo-croato nàc, sloveno pěs, slovacco pes, polacco pies, casciubo pjes, alto sorabo pos, basso sorabo pes, pjas, polabo pasai (< *pbsǫ) «cane»²¹.

Tra gli etimologi questo nome slavo del cane è estremamente popolare e, per spiegarlo, sono state adottate quasi tutte le possibili interpretazioni semantiche dell’origine del nome del cane.

Ha trovato il maggior numero di sostenitori l’etimologia di V. Schulze: lo slavo pisǫ è collegato al sanscrito piśāṅgah «rossiccio, bruno» (anche nome di cane), piśāh «cervo», greco ποικίλος «variopinto», russo пестрый, lituano paišas ecc.²².

Non è stata ancora chiarita neppure l’origine di un altro nome del cane, diffuso soprattutto nelle lingue slave orientali; cfr. russo antico собака, russo собака, bielorusso сабака, ucr. собака, polacco dial. sobaka, casciubo sobaka «cagna, cane, persona dissoluta», sloveno sobaka, slovacco dial. sobaka «donna litigiosa». Nelle lingue slave occidentali, soprattutto là dove questa parola è usata nel suo significato traslato, potrebbe essere giunta anche dal russo, dal bielorusso o dall’ucraino. Alcuni considerano questo nome del cane un prestito dall’iranico, altri dal turco, mentre altri ancora tentano di ritenerlo una parola di origine slava²³.

Una parte delle lingue slave ha un nome comune per la cagna: russo antico сука, russo сука, bielorusso сука, ucr. сука, polacco suka, casciubo sëka, polabo saukó «donna dissoluta, prostituta». Nello spiegare l’origine di questa parola, fin dai tempi di H. Osthoff è persistita la tendenza a cercare in qualche modo tracce nelle lingue slave dell’antico nome indoeuropeo del cane (lituano šuo ecc.). Anche

²⁰ O. H. Трубачёв, Происхождение…, p. 25—26; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 705—706; В. И. Абаев, Историко-этимологический словарь осетинского языка, I, Москва—Ленинград, 1958, p. 605.

²¹ O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 19; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 346—347.

²² M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 346—7; O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 19; M. Mayrhofer, Kurzgefasstes etymologisches Wörterbuch des Altindischen, II, Heidelberg, 1963, p. 288—289 (in seguito: Et. Wb.).

²³ O. H. Трубачев, К этимологии слова собака, — „Краткие сообщения Института славяноведения АН СССР“, 15, Москва, 1955, p. 48—55; J. Holub, F. Kopečný, Etymologický slovník jazyka českého, Praha, 1952, p. 344 (in seguito: Et. sl.); V. Machek, Etymologický slovník jazyka českého a slovenského, Praha, 1957, p. 462 (in seguito: Et. sl.); O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 32.

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e negli ultimi anni molti studiosi seguono questa strada24. Tuttavia, né il carattere pan-slavo di questa denominazione della cagna né, tanto meno, il suo legame con l’antico nome indoeuropeo del cane sono stati dimostrati a sufficienza25.

L’antico nome indoeuropeo del cane si è conservato in tutte e tre le lingue baltiche.

Lituano šuo < *švuō (< indoeuropeo *kuō-n). Una simile caduta facoltativa di v davanti a ō nelle lingue baltiche è attestata anche in alcuni altri casi, cfr. lituano dū < *dvuo, lituano guōlis, lettone guõla < *guōl, samogito torà < *tvōr, lituano kólyti accanto a kvõlyti < bielorusso хваліць, polacco chwalić, ecc.26. Accanto alla forma šuo, attestata già nei primi testi in lingua lituana, nei dialetti e in diverse opere scritte ricorrono anche altre forme di questo nome, la cui comparsa è spiegata da mutamenti fonetici o morfologici; cfr. šuvà (la forma più diffusa nei dialetti: Dusetos, Joniškėlis, Joniškis, Kapsukas, Pandėlys, Obeliai, Rokiškis, Ukmergė, Utena, Varėna, Vilkaviškis, Zarasai, ecc.)27, šunė (Gataučiai, Karsakiškis, Kuldūnai, Pabiržė, Nemunėlio Radviliškis, Saločiai, Smilgiai, Šleideriškės, Užušiliai, ecc.), šuŏj (Leipalingis, Liškiava), šuon (Varėnai, Vaiguva)28, šunis (Kučiūnai, ex distretto di Seinai)29. Nella letteratura linguistica si menziona molto spesso anche la forma šū30. Tuttavia, questa forma è probabilmente dovuta a una trascrizione imprecisa dei suoni del dialetto samogito dünininkai31. La forma della lingua letteraria šuo è usata soprattutto in Samogizia e in una parte dei dialetti dell’alto lituano occidentale (Bitenai, Kriūkai, Jurbarkas, Smalininkai, Šakiai, Veliuona), mentre talvolta compare sporadicamente anche in altri dialetti.

Per la varietà delle sue forme, questo nome del cane non si distingue dagli altri sostantivi lituani di antico tema consonantico; cfr. sesuo accanto a sesuvà, šešva, šešė, sesuõj, ecc.

La forma lettone suns, corrispondente al lituano šunis, presenta in alcuni antichi testi scritti tracce di flessione consonantica; in lettone, tuttavia, non è attestata alcuna forma corrispondente al lituano šuŏ32.

Il nome del cane è attestato due volte anche nei testi prussiani. Nel glossario di Elbing troviamo: Sunis Hunt (voce 703). Questa forma corrisponderebbe al lettone suns e al lituano šunis. Tuttavia, non possiamo affermarlo categoricamente, poiché nel glossario di Elbing la desinenza -is

24 H. M. Шанский, В. В. Иванов, Т. В. Шанская, Краткий этимологический словарь русского языка, Москва, 1961, p. 324; В. И. Георгиев, Исследования по сравнительно-историческому языкознанию, p. 47; M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 42.

25 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 21—22.

26 J. Endzelīnas, Baltu kalbų garsai ir formos, Vilnius, 1957, p. 46, 141; J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, Rīgā, 1951, p. 484; J. Otrebski, Gramatyka języka litewskiego, I, Warszawa, 1958, p. 385—386; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 81, 176, 1033.

27 I dati dialettologici sono generalmente tratti dallo schedario del lessico della lingua lituana dell’Istituto di lingua e letteratura lituana.

28 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, Vilnius, 1958, p. 588; II, Vilnius, 1959, p. 354; V. Vitkauskas, Baltistica, II(2), p. 203—207.

29 Pr. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, Vilnius, 1941, p. 50.

30 J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, p. 127; J. Otrebski, Gramatyka języka litewskiego, III, Warszawa, 1956, p. 58, 62; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1033.

31 V. Vitkauskas, Baltistica, II(2), p. 203—207.

32 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 440—441; K. Mülenbacha Latviešu valodas vārdnīca, III, Rīgā, 1927—1929, p. 1122—1123 (toliau: EM). EH: J. Endzelīns un E. Hauzenberga, Papildinājumi un labojumi K. Mülenbacha Latviešu valodas vārdnīcai, I—II, Rīga, 1934—1946.

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si aggiunge anche la desinenza -as > al posto di -s. Qui troviamo anche deywis «dio»⁳³, e dagis «estate» (cfr. lituano dāgas), e stogis «tetto», e snaygis «neve», e taukus «grasso», ecc.

Alcuni dubbi suscita un altro nome del cane attestato nei monumenti della lingua prussiana: la parola 42 del glossario di Simon Grunau songos hundt. R. Trautmann considera questa parola una trascrizione corrotta della forma sunis (songos...aus sunis verd e rbt)³⁴. Anche J. Endzelīnas è incline a leggere songos come *sunus³⁵. E. Benveniste ricostruisce dalla trascrizione songos la forma *sunko³⁶. E. Benveniste giustifica questa forma osservando che nel glossario di S. Grunau si trovano anche altre parole che, per il loro suffisso -k-, differiscono dalle forme delle stesse parole attestate in altri monumenti della lingua prussiana. Per esempio, accanto a Geytye del glossario di Elbing (che probabilmente andrebbe letto Geytys)³⁷ «pane», nei catechismi geits, nel glossario di S. Grunau compare la forma geytko. Accanto a Pepelis «uccello» del glossario di Elbing, nel glossario di S. Grunau troviamo la forma pip elko, a fronte del plurale genitivo pippalins dei catechismi. Comunque sia, la forma songos è probabilmente una variante dello stesso nome del cane, corrispondente al prussiano sunis e al lituano šuo, e non un nome del cane nuovo, peculiare soltanto della lingua prussiana.

Il nome del cane in prussiano appena discusso ha lasciato tracce piuttosto evidenti anche nella toponimia prussiana. A esso si possono collegare alcuni idronimi e toponimi attestati in vari documenti storici: Sonne, Sonnaw, Sonnekaym, Suna, Sunegowe, Sunecolowach, Sunike, Zunloszkeim³⁸.

Secondo F. Lorentz, anche il nome del villaggio Schönau, situato nei pressi di Danzica, è da mettere in relazione con il prussiano sunis (Schönau < Sunowo «villaggio dei cani»)³⁹.

Le lingue baltiche non hanno un nome comune per la femmina del cane. In lituano questo concetto è espresso dalla parola kalė (si usa parallelamente anche la forma kālė). Questo nome della femmina del cane si trova in tutti i dialetti lituani ed è attestato già nei testi antichi (Daukša, Širvydas).

Nonostante gli sforzi compiuti, l’origine della parola lituana kalė non è stata ancora sufficientemente chiarita. Si è tentato di collegare il lituano kalė all’antico islandese hvelpr «cucciolo di cane», all’albanese keliuš «cucciolo di animale, soprattutto di cane», al greco σκύλαξ «cane, cucciolo di cane, cucciolo di animale», al greco κύλλαξ, all’irlandese medio culén «cucciolo di cane», al gallese colwyn, al cornico coloin e al bretone kolen⁴⁰. Tutte queste parole deriverebbero dalla radice indoeuropea *kel- «chiamare, gridare, risuonare». A nostro avviso, il lituano kalė è probabilmente una parola di formazione recente, peculiare soltanto del lituano, e non ha un legame diretto con i nomi menzionati per il cane, per lo più cucciolo. Ciò non esclude che il lituano kalė possa effettivamente derivare da parole geneticamente connesse alla radice indoeuropea *kel-, cfr. il lettone kalkuot «chiacchierare», kalit.

È tuttavia possibile anche un’altra spiegazione dell’origine della parola kalė, basata sui dati della stessa lingua lituana. Abbiamo già osservato in precedenza che, sul piano semantico, alcuni

33 Nei catechismi prussiani si legge deiws, deiwas. Quando si citano esempi dai glossari della lingua prussiana, in questo lavoro si indica di norma per prima la forma prussiana.

34 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, Göttingen, 1910, p. 433.

35 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, Rīgā, 1943, p. 259.

36 E. Benveniste, StB, 2, p. 78.

37 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 87.

38 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, Berlin—Leipzig, 1922, p. 168, 176.

39 F. Lorentz, ZfSI, XI, 2, p. 245.

40 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 208; M. Vasmer, Et. Wb., II, 642; J. Pokorny, Et. Wb., p. 550.

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I nomi indoeuropei del cane vengono spiegati mettendoli in relazione con i corrispondenti nomi dei colori. A nostro avviso, in modo analogo si potrebbe spiegare anche l’origine del lituano kalė. Questa parola andrebbe messa in relazione con gli aggettivi lituani kalýbas «bianco (riferito al collo del cane)», kalýbkaklis «dal collo bianco», kalývas «bianco», kalýnas. Un aggettivo simile si trova in alcuni dialetti žemaitici (Mosėdis, Plateliai, Salantai, Alsėdžiai), nonché nei dizionari di J. Brodovski, G. H. F. Nesselmann e J. Juška⁴¹. Gli aggettivi kalývas, kalýbas sono formazioni secondarie con i suffissi -ybas, -yvas. Dunque, come accanto a senyvas, senýbas o a ankstyvas, ankstybas gli aggettivi primari sono sėnas, ankstùs, così accanto a kalývas, kalýbas deve essere esistita la forma *kalas. Da una forma del genere potrebbero essere derivati i nomi del cane *kalis, kalė e kūlė, cfr. márgas→mãrgis, mãrgė. In origine l’aggettivo *kalas potrebbe non aver necessariamente significato «bianco», cfr. gr. κελαυνός «nero», χαλκός «grigio», irl. caile «macchia». A nostro avviso, quest’ultima etimologia del lituano kalė sarebbe avvalorata anche dal fatto che nelle diverse lingue indoeuropee si trovano numerosi nomi di animali derivati dalla radice indoeuropea *kel-, *kāl, cfr. scr. karkáḥ «cavallo bianco», gr. κίλλος «asino», sved. dial. hjälm «bue o cavallo pezzato», svizzero ted. helme «mucca pezzata» e altri⁴². Il significato originario dell’aggettivo *kalas potrebbe essere stato «con macchie bianche, pezzato». L’etimologia da noi proposta è particolarmente avvalorata dalla circostanza che gli aggettivi kalývas, kalýbas si usano soltanto parlando di un cane. Una certa analogia, in cui il nome di un animale derivato da una qualche caratteristica diventa il nome specifico della femmina della specie, si può ravvisare nella storia del lituano kėvė «animale scadente e magro; ronzino», che, entrato in lettone, ha assunto il significato di «cavalla».

F. Specht⁴³ aveva già accennato di sfuggita alla possibilità di mettere in relazione il lituano kalė con il lituano kalývas.

Come abbiamo detto, kalė è una denominazione specificamente lituana della femmina del cane. È vero che K. Būga cercò di individuare tracce di questa parola in alcuni antroponimi e toponimi prussiani: collegò al lituano kalė il nome del villaggio Kalis e l’antroponimo Kalioth⁴⁴. Tuttavia, a nostro avviso, il prussiano Kalis, Calyen, Kalcz (nome di un lago) andrebbe più correttamente collegato al prussiano kalis «pesce gatto»⁴⁵.

In lettone sono ampiamente usate due denominazioni per la femmina del cane: kuce e kuņa. Abbiamo già accennato all’origine della prima e a nomi del cane sorti in modo analogo in altre lingue, parlando delle denominazioni slave di questo tipo (rus. кученок «cucciolo di cane» e altri). L’origine onomatopeica del lettone kuce, kuca «cagna» è confermata dalla numerosa serie di altri nomi del cane in lettone collegati al richiamo onomatopeico kuč usato per chiamare il cane, cfr. kuča «cagna», kuča «cagnolino (nel linguaggio infantile)», kučāte «cagnolina», kučka «cagna», kučēns «cucciolo», kučēns, kucans, kucenis, kucentiņš, kuceļēns, kucļēns, kucis «cane», kuciņš, kučiņš, kucans «cagnolino», kuceļēns, kucins «denominazione spregiativa del cane», kuculēns «cucciolo» (EM, II, 298; EH, I, 666).

41 Lietuvių kalbos žodynas, V, p. 135–137, 141 (toliau: LKŽd.).

42 Ē. Fraenkel, Et. Wb., p. 209; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 506; J. Pokorny, Et. Wb., p. 547–548; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 171.

43 F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, p. 122; A. Sabaliauskas, Baltistica, III(1), p. 109–110.

44 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 524–525.

45 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 54; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 351.

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Sull’origine del lettone kuņa esistono diverse opinioni. Molti studiosi non distinguono questa parola dalle altre parole imparentate con l’antico nome indoeuropeo del cane46. Ecco cosa scriveva K. Būga sull’origine del lett. kuņa: «Anch’io, seguendo K. Jaunius, dapprima pensavo che il lett. kuņa “cagna” fosse etimologicamente della stessa famiglia di šunim, ma rinunciai pubblicamente a questa opinione nel novembre 1909, nella critica ciclostilata degli “Studi aistici” (p. 10). Kuņa, insieme al lett. kuce “cagna”... e kucens “cucciolo”... appartiene ai vocaboli di origine ignota. Cfr. il casciubo kuna “cagna” e il bulg. kűče “cane”, l’alb. kutš, l’ottomano küčük “cane”47. J. Endzelīns48 spiegava in due modi l’origine del lett. kuņa: lo considerava nato per contaminazione da *suna e kuca, oppure di origine straniera, come il casciubo kūnā, che E. Berneker49 collegava al russo кѵна “martora”. Ci sembra più plausibile la prima ipotesi. Qui può aver avuto un certo ruolo anche l’onomatopea kuč (kuč *suna > kuč kuņa).

In tutte le lingue baltiche troviamo numerosi altri nomi del cane, di uso più ristretto. Di solito designano particolari razze canine oppure sono usati accanto al nome comune (generico) del cane con una sfumatura emotiva o comunque distintiva.

Il lit. kūrtas “cane da caccia molto veloce” è una parola di origine slava. Come dimostrò K. Būga, questa parola deve essere entrata in lituano non più tardi del XII secolo. Il lit. kūrtas deriva dalla forma dell’antico russo non accompagnata da un prefisso *хъртъ, dalla quale deve essere sorta anche la forma moderna russa хорт50.

Slavų kalbose šis šuns pavadinimas labai plačiai vartojamas. Be minėto rus. хорт, plg. ukr. хорт, bulg. хрът, хрътка, serb.-chorv. хрът, slov. hrt, ček. chrt, slovk. chrt, lenk. chart, aukšt. luž. khort, žem. luž. chart. Kaip matyti iš pateiktų pavyzdžių, esama pakankamo pagrindo šį šuns pavadinimą laikyti bendraslavišku žodžiu. Tačiau kaip jis atsirado slavų kalbose, ligi šiol nėra išaiškinta, o aiškintojų ir aiškinimų skaičius yra tiesiog rekordinis. Kai kurie tyrinėtojai (H. Hirtas, E. Bernekeris) šį šuns vardą laikė skoliniu iš germanų, plg. vok. Rüde „šuo, medžioklinis šuo“, sen. vok. aukšt. rudio „didelis šuo“. Kiti jį siejo su rus. скорый „greitas“, treti su skr. kharah „grubus, šiurkštus, aštrus“, gr. χάραρος „aštrus, smailus“. V. Machekas, iš pradžių mėginęs sieti jį su liet. kūrti „greitai bėgti“, vėliau šį šuns pavadinimą kartu su vok. Rüde laikė „praindoeuropietišku“, t. y. indoeuropiečių paveldėtu iš kažkokios nežinomos kalbos. J. Mikola mėgino čia gretinti ir vok. hurtig „greitas, skubus, vikrus“. K. Mošynskis slaviškąjį šuns pavadinimą kildino iš χɍtъ < ide. *sɍ-to- < *ser-, „greitai bėgti“. O. Trubačiovas neseniai paskelbė naują slav. χɍtъ kilmės aiškinimą, siedamas jį su liet. sartas51.

È difficile esprimere un giudizio sull’attendibilità delle etimologie elencate: quasi tutte hanno un nucleo razionale, ma anche punti deboli. Dal punto di vista semantico, ci sembra abbastanza convincente la spiegazione di O. Trubačëv. È vero che qui ci troviamo di fronte a

46 V. I. Georgiev, Studi di linguistica storico-comparativa, p. 47; V. V. Ivanov, La lingua ittita, p. 92; J. Pokorny, Et. Wb., p. 633.

K. Būga, Scritti scelti, II, p. 220.47

48 EM, II, p. 316.

49 E. Berneker, Slavisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg, 1908—1913, p. 644.

50 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 430; III, p. 497, 763, 769; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 318; M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 265.

51 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 265; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 23; Вопросы славянского языкознания, вып. 2, Москва, 1957, p. 38—41; V. Machek, Et. sl., p. 163; J. Holub, F. Kopečný, Et. sl., p. 143; F. Slawski, Słownik etymologiczny języka polskiego, I, Kraków, 1952—1956, p. 60—61 (in seguito: Sl. et.).

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con alcune difficoltà di natura fonetica, ma non sono maggiori delle difficoltà fonetiche delle altre etimologie di questa parola.

Oltre che in lituano, questo nome del cane è passato anche in lettone e in prussiano. Il lett. kurts «levriero, cane da caccia, cane magro», come il lit. kurtas, deriva dalla stessa fonte — antico russo *хърть52.

Anche il pr. curtis (voce 700 del vocabolario di Elbing) deve aver avuto una forma slava simile: Curtis Wynt (Windhund) come fonte53. I prussiani potrebbero aver ricevuto questa parola attraverso i polacchi.

K. Būga aveva tentato di collegare il lit. skalikas «un simile cane da caccia» con il lett. skaļš «rumoroso»54. Sarebbe tuttavia più corretto collegarlo al verbo skālyti «abbaiare mentre si insegue una lepre o una bestia». Il verbo skālyti, a sua volta, sarebbe di origine slava55; cfr. pol. skolić «guaiolare (riferito al cane)», rus. сколить «abbaiare, guaiolare (del cane o del lupo)», ceco skoliti «abbaiare».

In modo analogo si spiega anche l’origine del pr. scalenix (voce 702 del vocabolario di Elbing: Scalenix Vorlouf (Vorstehhund). Già A. Brückner lo faceva derivare dal verbo *skalīt, la cui fonte sarebbe stata il pol. skolić56.

In alcuni dialetti russi si usano anche nomi del cane derivati dal verbo сколить; cfr. rus. сколуха, сколушка «cane da caccia»57.

In lettone non esiste un nome del cane di tale origine.

In alcuni dialetti lituani e in vari monumenti scritti, tra cui anche gli scritti di J. Bretkūnas, ricorre un nome di cane da caccia di origine slava: gončas, gončius, gončiakas, gončakas (LKŽd., III, 482). Queste parole sono entrate in lituano dal polacco o dal bielorusso; cfr. pol. gończy, goniec, gończak, bielor. гонец. I nomi slavi del cane derivano da un verbo della stessa radice del lit. ganýti, ginti (il bestiame); cfr. pol. gonić, rus. гнать «spingere, inseguire, scacciare, incalzare», antico russo гонати58.

In lituano si trovano anche numerosi nomi del cane di origine onomatopeica: ãmas, ciūčė, ciūcis, ciuciūkas, ciūčius, ciuckà, ciūckis, ciūlis, ciūlius, čiūčė, čiūčia, čiūčiukas, čiūčius, čiūčką, čiūčkis, čiūčkus (LKŽd., I, 96, II, 29—30, 92—3); cfr. le interiezioni am; ciu, ciū, čiū, čiū, čiū, ciuciū, čiūčiū e altre parole usate per chiamare il cane. Probabilmente è di origine onomatopeica anche il lit. čiūra «cagna» (LKŽd., II, 116); cfr. čiūr, čiurà «chi si bagna a letto», čiurà «piagnucolone».

Tra i nomi dovuti al colore del cane o ad altre caratteristiche del mantello, in lituano ricorrono più spesso: márgis, mār gis, rūdis, kūdlius, kūdlis.

Il lit. sābalas «cane nero dal pelo lucido», sābalis, cfr. sābalas «animale della famiglia dei mustelidi» < bielor. соболь59.

52 EM, II, p. 326; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 318; K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 45, 766.

53 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 366; J. Endzelīns, Senprūšų valoda, p. 199.

54 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 564.

55 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 794.

56 A. Brückner, AfslPh, 20, p. 505; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 248—249; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 428.

57 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 34.

58 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 279; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 152.

59 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 754.

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Nella lingua lettone si trovano anche numerosi nomi di cane di origine simile:

Lat. klaučis «un cane, un abbaiatore» (EH, I, 611), cfr. lett. klaudzēt «battere, sferragliare, fare fracasso; rimproverare».

Lat. klīva «un cane smarrito» (EH, I 620), cfr. lett. klīvāt «vagare».

Lat. krancis «nome comune per i cani che hanno una striscia bianca sul collo», cfr. lett. krancis «corona o striscia» < ted. Kranz (EM, II, 259).

Lat. kuželis «un cane irsuto» (EM, II, 331), cfr. lett. kuželains «irsuto».

Lat. lamāka «un cane grosso» (EM, II, 417), cfr. lett. lamāns «una persona o un cane grosso, goffo e vorace» (EM, II, 530).

Lat. leīmuris «un cagnolino molto giovane, ancora instabile sulle zampe» (EM, II, 449), cfr. lett. leīmma «una persona fiacca e priva di energia».

Lat. pakans «un nome di cane» < ted. Packan (EM, III, 40).

Lat. piksis «un cane piccolo» (EH, II, 231), cfr. lett. piks «un grumo, una palla».

Lat. rakstiņš «un cane variopinto» (EM, III, 473), cfr. lett. rakstaīns «ornato di motivi, ricamato».

Lat. rūdiņš «nome di cane, dal colore» (EM, III, 554), cfr. lett. ruds «rossiccio, rosso-bruno, grigio».

Lat. rūsis «nome di un cane color ruggine» (EM, III, 573), rūzis «un cane color ruggine, marrone» (EM, III, 574), cfr. lett. rūsains «rossiccio, brunastro, arrugginito».

Lat. sabulis «un nome di cane»; sabulītis, sabalītis «soprannome del cane», sabalis «il cane (nel linguaggio infantile)» < rus. соболь «zibellino» (EM, III, 599; EH, II, 395).

Lat. sebris «un cane grosso, grasso ma cattivo; una specie di donnola» (EM, III, 810), cfr. lat. sebris «un essere vivente debole e deperito»⁶⁰.

Considerando la modesta estensione complessiva del lessico prussiano antico conservato, bisogna dire che esso è particolarmente ricco di denominazioni del cane. Infatti, nel glossario di Elbing, redatto secondo un criterio tematico, vi è una sorta di sezione separata dedicata ai termini venatori, costituita da nomi di cani. Oltre a Sunis, Curtis, Scalenix, già esaminati, vi troviamo ancora un paio di nomi per il cane.

Pr. Slidenikis (voce 701 del glossario di Elbing) Leethunt (Leithund)⁶¹. A. Brückner e, concordando con lui, anche R. Trautmann facevano derivare il pr. slidenikis dal pol. slednik «cane da fiuto»⁶². J. Endzelīns era propenso a collegare il pr. slidenikis con il lett. sliede «traccia», lo slav. slědъ «traccia». A farlo dubitare della spiegazione di A. Brückner e R. Trautmann fu la circostanza che, in caso di prestito dal polacco, ci si dovrebbe aspettare sled-, e non slid-⁶³. Tuttavia A. Brückner fa derivare il pr. slidenikis dalla forma prepolacca *sliednik. A favore, almeno in parte, della spiegazione di A. Brückner depone anche il fatto che una considerevole parte del lessico di questo ambito in prussiano antico è di origine slava, soprattutto polacca.

Pr. Wyysis (voce 704 del glossario di Elbing) Wacker (cane da guardia). Gli studiosi di linguistica considerano, a quanto pare unanimemente, il pr. wuysis (la forma autentica è probabilmente wyyzis) un prestito dal polac-

60 E. Blese, KZ, 75, p. 96.

61 ted. Leithund «Canis venaticus, il cane condotto dal cacciatore con una lunga correggia e usato soprattutto per seguire le tracce di cervi e cinghiali».

62 R. Trautmann, I monumenti linguistici dell’antico prussiano, p. 431; A. Brückner, AfslPh, 20, p. 505.

63 J. Endzelins, La lingua dell’antico prussiano, p. 251.

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kų64, cfr. pol. wyżel «cane da fiuto», rus. выжлец, ceco vyžel ecc. L’origine del nome slavo del cane non è chiara: alcuni tendono a considerarlo un prestito dal tedesco, altri dall’ungherese, altri ancora ne spiegano la comparsa sulla base del materiale slavo65.

Dopo aver passato in rassegna i nomi del cane nelle lingue baltiche e, in parte, anche in quelle slave, possiamo formulare alcune conclusioni di carattere più generale. Tutte e tre le lingue baltiche hanno conservato l’antico nome indoeuropeo del cane. Nelle lingue slave questo nome non esiste, e finora i tentativi di individuarne tracce non hanno avuto successo. Tanto nelle lingue baltiche quanto in quelle slave sono in uso anche nomi del cane di origine più recente, propri di singole lingue o gruppi linguistici. Alcuni nomi slavi del cane sono penetrati anche nelle lingue baltiche.

PECORA

La pecora è uno dei primi, forse persino il primo, tra gli animali domestici utili all’agricoltura addomesticati dall’uomo. Lo dimostrano i reperti archeologici e gli abbondanti dati storici; anche i fatti linguistici non contraddicono questa conclusione.

K. Keller, che ha studiato approfonditamente le questioni relative all’origine degli animali domestici, distingue tre focolai di domesticazione delle pecore. Uno si sarebbe trovato in Europa, da qualche parte sulle coste orientali del Mediterraneo, un altro in Asia, forse in Mesopotamia, e il terzo in Africa. Da questi focolai hanno avuto origine razze ovine diverse. Gli antenati delle pecore domestiche più diffuse in Europa, i mufloni (Ovis musimon), si trovano ancora oggi in Corsica e in Sardegna.

Le tracce della pecora domestica si rinvengono molto spesso nei reperti archeologici del Neolitico in varie località d’Europa, nonché in alcune zone dell’Asia e dell’Africa2.

L’allevamento ovino era molto diffuso nell’antico Egitto. Gli antichi Egizi allevavano già diverse razze di pecore domestiche. Raffigurazioni di pecore si trovano su antichi manufatti ceramici egizi. Con statue di pecore scolpite nella pietra, gli Egizi adornavano i loro templi. In Egitto il montone era considerato un animale sacro3.

Anche l’antica Palestina era celebre per gli enormi greggi di pecore. È noto che il re di Moab doveva versare ogni anno a Israele un tributo di 100.000 agnelli e 100.000 pecore. Se gli antichi Egizi allevavano le pecore soprattutto per la carne, per gli Ebrei esse fornivano carne, latte, lana, pelle e persino corna. Con le corna dei montoni fabbricavano recipienti per conservare l’olio e strumenti musicali4. Persino in molte lingue del mondo la parola usata oggi per il concetto di giubileo (cfr. lit. jubilejus) è collegata al nome dell’ariete nell’antica lingua ebraica, jobel. Gli Ebrei chiamavano così sia l’ariete sia il corno d’ariete, che suonavano durante alcune loro festività, gli anni giubilari (celebrati ogni cinquant’anni). In seguito, anche la festività stessa prese il nome dall’ariete. Per gli antichi Ebrei il montone era inoltre un animale offerto in sacrificio durante i riti di culto.

64 A. Brückner, AfslPh, 20, p. 505; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 466; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 277.

65 O. Трубачев, Происхождение…, p. 24; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 239; V. Machek, Et. sl., p. 579; A. Brückner, Słownik etymologiczny języka polskiego, Warszawa, 1957, p. 640 (toliau: Sl. et.).

1 C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 176—183.

2 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, II, p. 285; M. Hilzheimer, Schaf, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XI, Berlin, 1927/1928, p. 220—221.

3 Ranke, Schaf, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XI, p. 221—222; C. Keller, ten pat, p. 172—173.

4 P. Thomsen, Schaf, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XI, p. 221.

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Il sacrificio della pecora nei riti cultuali di vari popoli poteva avere carattere cruento o incruento. In quest’ultimo caso veniva sacrificata la lana della pecora. Gli uomini impararono molto presto a utilizzare la lana per i propri bisogni in Asia e in Europa. Si ritiene che i primi a tosare le pecore siano stati i Babilonesi. La tosatura delle pecore si diffuse in Babilonia, a quanto pare, tra il 1300 e il 600 a. C., in connessione con l’importazione del ferro. Dall’Asia anteriore la tosatura giunse anche in Europa. È rimasta testimonianza del fatto che intorno al 300 a. C. i primi tosatori di pecore si trasferirono dalla Sicilia in Italia.5 Sarebbe tuttavia errato pensare che l’uomo abbia cominciato a utilizzare la lana di pecora soltanto dopo aver imparato a tosarla. In precedenza le pecore venivano spiumate. Come vedremo in seguito, sulla base di questa circostanza si è tentato di spiegare anche alcuni nomi indoeuropei della pecora.

La pecora, uno dei primi animali domestici dell’uomo, era presente anche negli attuali territori baltici e slavi. Gli abitanti delle fasce forestali della Lituania, della Lettonia e delle regioni confinanti cominciarono a dedicarsi all’allevamento del bestiame all’incirca all’inizio del II millennio a. C. Ne vennero a conoscenza attraverso i loro vicini meridionali, dove l’agricoltura e l’allevamento erano praticati molto prima. Nell’attuale territorio abitato da lituani e lettoni, ossa di animali domestici, tra cui quelle di pecora, sono state rinvenute in scavi archeologici relativi alle culture della ceramica cordata e delle asce da combattimento a forma di nave6. Numerose ossa di pecora sono state rinvenute anche negli scavi dei castellieri lituani databili ai secoli I—IV d. C.7.

In tutti gli insediamenti studiati degli Slavi meridionali e settentrionali, tra i rifiuti di cucina si trovano sempre molte più ossa di animali domestici, tra cui quelle di pecora, che di animali selvatici8. J. Paiskeris commise un grave errore quando, basandosi su alcuni termini slavi dell’allevamento che, a suo dire, erano di origine germanica e turco-tatara, affermò che gli Slavi non si erano dedicati all’allevamento del bestiame prima del X secolo d. C.9.

L’importanza dell’allevamento ovino per gli antichi popoli dell’Asia, dell’Europa e anche dell’Africa è attestata inoltre dal fatto che, nelle famiglie linguistiche indoeuropea, turco-tatara e semitica, si trovano denominazioni della pecora comuni, rispettivamente, ai membri di ciascuna di queste famiglie.

L’antico nome indoeuropeo della pecora si è conservato bene in molte lingue indoeuropee, sia estinte sia ancora parlate: skr. áviḥ, gr. ὄϊς, lat. ovis, alto tedesco antico ou, antico islandese áer, got. awistr «pecora», awēpi «gregge di pecore», arm. hoviv (< *ou̯i-pa-) «pastore di pecore», irl. óí «pecora», cimr. ewig, rus. овца, lituano avis, ecc.

Come accade per molte altre antiche parole indoeuropee, il significato originario di *ou̯is è molto difficile da chiarire. Forse è un po’ più plausibile il tentativo di collegare l’indoeuropeo *ou̯is alla radice indoeuropea *eu̯ «vestire, avvolgere, calzare» (cfr. lituano aūti, rus. обуть «calzare», lat. exuo, -ere «spoglio, tolgo»). In tal caso, il significato originario di *ou̯is sarebbe «animale che porta un vestito (una pelliccia)» oppure «animale che fornisce un vestito (una pelliccia)». Naturalmente, anche questa interpretazione è molto dubbia. Sul piano semantico, a sostegno parziale di tale etimologia vi sarebbe già il fatto, piuttosto noto,

5 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, II, p. 285.

6 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 79; Latvijas PSR vēsture, I, p. 11; K. Паавер, Формирование териофауны и изменчивость млекопитающих Прибалтики в голоцене, p. 367.

7 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, ten pat, p. 252—253; K. Paaveri P. Kulikauskas, Acta Baltico-Slavica, 2, p. 268—270; K. Паавер, ten pat, p. 368—369, 371.

8 П. Н. Третьяков, Восточнославянские племена, Москва, 1953, p. 271.

9 Л. Нидерле, Славянские древности, Москва, 1956, p. 319—320; О. Н. Трубачёв, Происхождение…, p. 17—18.

8. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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un nome indoeuropeo più recente per «pecora», attestato nel gruppo delle lingue indo-iraniche: sanscr. mēśáh «montone; vello», avest. maēša- «pecora», maēši, persiano medio mēš, pers. mēš. Questi nomi della pecora sono messi in relazione con russo мех «pelliccia», lituano maišas, prussiano moasis «mantice», russo мешок «sacco» ecc.10 Il significato originario di questa parola era «vello»: nelle lingue indo-iraniche da questo significato si sviluppò il nuovo significato di «pecora», mentre nelle altre lingue quello di «sacco».

Nelle lingue slave si usa una forma già in parte modificata dell’antico nome indoeuropeo della pecora, che, si ritiene, si formò aggiungendo il suffisso diminutivo *-ikā all’antico tema indoeuropeo in -ī. Oltre che nelle lingue slave, la forma avikā «pecora» si trova anche in sanscrito. Qui, come nelle lingue slave, è usata senza valore diminutivo accanto alla forma consueta áviḥ. Il protoslavo *ovbca (< *ovbka) è ben conservato in tutte le lingue slave: antico slavo ovbca, antico russo овьца, russo овца, ucraino вівця, bielorusso авечка, bulgaro овца, serbo-croato овца, sloveno ovca, ceco ovce, slovacco ovca, polacco owca, casciubo woeca, alto sorabo wowca, basso sorabo wejca11.

Casi in cui i nomi degli animali, formati con suffissi diminutivi, hanno perso il valore diminutivo e sono usati semplicemente come termini di specie si riscontrano abbastanza spesso in lingue diverse. Per esempio, nei dialetti lituani la forma diminutiva avėlė è ampiamente usata nel significato di «pecora» (LKŽd., I, 422). Anche la parola lituana kumėlė è usata senza alcuna sfumatura diminutiva.

O. Trubačëv cerca di riconoscere tracce dell’antica forma indoeuropea *oui- anche nelle lingue slave, facendo derivare l’antico russo овядь «tafano» e il russo овод da *ov-adъ, dove ov- sarebbe la pura radice-tema dell’antico nome indoeuropeo della pecora, mentre *ād- (*ōd-) sarebbe una variante apofonica della radice indoeuropea *ed- «mangiare»12.

Nelle lingue baltiche l’antico nome indoeuropeo della pecora si è conservato bene.

Il lituano avis è attestato già nei primi monumenti della lingua lituana. Questa forma è usata anche nella maggior parte degli attuali dialetti lituani. Molto più rara è la forma con tema in -ė avė (LKŽd., I, 421). Accanto alle forme avìs, avė si incontra anche la forma del nome del maschio della pecora ávas (LKŽd., I, 421). Dal nome antico della pecora deriva anche la parola onomatopeica avià, usata per richiamare le pecore al gregge (LKŽd., I, 423).

In lettone al lituano avis corrisponde esattamente la forma avs, accanto alla quale si trova anche la forma con tema in -ė ave (EM, I, 232; EH, I, 189). Tuttavia il lettone avs, attestato soprattutto nei monumenti più antichi della lingua lettone e nei canti popolari (EM, I, 232; EH, I, 190), è quasi completamente soppiantato dalla forma più recente, propria solo del lettone, aita. Quest’ultima si è sviluppata dall’antico nome della pecora avs attraverso forme diminutive. Dalla forma avs derivarono le forme diminutive avitiņa, avētiņa, avatīņa, avēteņa, aventiņa (EM, I, 232; EH, I, 190). Come dalla forma zuvitiņa «pesciolino» si è sviluppata la forma zuitiņa, così da avitiņa si è sviluppata aitiņa13. Da quest’ultima forma diminutiva fu quindi «ricostruita» la forma priva di valore diminutivo aita.

10 O. Н. Трубачев, Происхождение..., р. 70—71; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 127; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 397; F. Specht, Der Ursprung der Indogermanischen Deklination, p. 52—53; M. Mayrhofer, Et. Wb., II, p. 689.

11 О. Н. Трубачев, Происхождение..., р. 69; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 251; R. Trautmann, Baltisch-slavisches Wörterbuch, Göttingen, 1923, p. 20—21 (toliau: B-sl. Wb.).

12 О. Н. Трубачев, Происхождение..., р. 71.

13 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 155, 214; EM, I, p. 14.

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Accanto a àita nei dialetti lettoni si incontrano talvolta anche le forme àiča, aite, nonché i diminutivi àitele, aitene, aitēns (EM, I, 14; EH, I, 4, 5).

Nei monumenti della lingua prussiana non troviamo un nome della pecora corrispondente al lituano avis e al lettone avs.

Nelle lingue baltiche e in parte in quelle slave, accanto all’antico nome indoeuropeo della pecora, si usa un nome comune per il maschio della pecora, formato dal nome della pecora *ovi-s e dal suffisso -na-; cfr. antico russo овьнь, russo овен, bulgaro овен, serbo-croato овan, sloveno oven, ceco oven, antico polacco owien, lituano ãvinas, lettone auns, prussiano awins14.

Il lituano ãvinas è attestato già nei più antichi monumenti della lingua lituana.

In lettone, accanto alla forma menzionata auns, usata nella lingua letteraria e nella maggior parte dei dialetti, si trovano anche le forme avins, avēns, avans, avēns (EM, I, 225, 232; EH, I, 190). La forma auns deriva dalla forma più antica avins, cfr. lettone auza «avena» < *aviza, lettone càula accanto al lituano kėvalas, lettone vecs «vecchio» accanto al lituano vėtušas, e così via.15

La forma awins si trova anche nei monumenti della lingua prussiana (la parola 679 del glossario di Elbing: Awins Ster16). Il nome prussiano dell’ariete sembra celarsi anche nel toponimo Awynemedien < di un documento del 1326: prussiano awins «ariete» + prussiano median «bosco»17.

Il nome baltico dell’ariete, insieme ad alcuni altri termini relativi all’allevamento e all’agricoltura, è passato nelle lingue finniche del Baltico; cfr. finlandese oinas, estone oinas, õinas, careliano oinas, livone oin, vepsio oinas18.

Nelle lingue slave, l’antico nome dell’ariete corrispondente al lituano ãvinas è stato soppiantato in molti luoghi da un nome più recente di questo animale: russo баран, ucraino баран, ceco beran, slovacco baran, polacco baran, casciubo barõn, alto sorabo boran, basso sorabo baran. L’origine di questo nome non è stata finora chiarita. Si è tentato di collegarlo al greco βάρχος, all’albanese berr «pecora», all’italiano dialettale bero «ariete», bèra «pecora», al francese dialettale berri e persino al russo боров «maiale». Alcuni studiosi considerano tale nome della pecora e dell’ariete un antico termine dell’Europa centrale, altri una parola di origine preindoeuropea, altri ancora lo collegano alla radice onomatopeica ber-19, cfr. russo барь, ucraino бирь, russo барбар, бырыр. Tuttavia, la formazione insolita di questo nome dell’ariete nelle lingue slave induce molti etimologi a considerarlo un prestito. È però piuttosto difficile individuarne la fonte. A suo tempo F. Miklošič aveva avanzato l’ipotesi che la fonte del russo баран potesse essere il tartaro di Kazan bärän «agnello»20. Tuttavia, sembra più probabile che sia il tartaro bärän a derivare dal russo баран. Recentemente

14 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 248; A. Brückner, Sl. et., p. 387; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 69; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 21; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 171.

15 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 71 – 72; K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 463; II, p. 89.

16 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 309; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 149.

17 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 14.

18 V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk-lettiske) Sprog, Köbenhavn, 1890, p. 160; J. Kalima, Itämerensuomalaisten kielten balttilaiset lainasanat, Helsinki 1936, p. 142–143; Y. H. Toivonen, E. Itkonen, A. J. Joki, Suomen kielen etymologinen sanakirja, II, Helsinki, 1958, p. 422; Л. Акулинин, Развитие и структура финского языка, II, Москва, 1955, p. 41; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 171.

19 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 53–54; V. Machek, Et. sl., p. 29; F. Slawski, Sl. et., I, 27; A. Brückner, Sl. et., p. 15; H. M. Шанский, Этимологический словарь русского языка, 1, 2, Москва, 1965, p. 39–40 (di seguito: Эт. сл.).

20 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 54.

9*

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O. Trubačëv propende a far derivare questo nome slavo dell’ariete dalle lingue orientali. Ricostruisce la forma turca *baran «colui che cammina»21. Sebbene, sul piano semantico, una simile spiegazione sia possibile, sulla base di alcuni nomi di animali legati a verbi che esprimono movimento, essa è ben lungi dal risolvere i problemi etimologici del russo баран e delle forme affini. O. Trubačëv considera secondaria l’origine delle parole onomatopeiche slave che imitano il richiamo della pecora e ricordano il russo баран e gli altri nomi dell’ariete con questa radice. Ci sembra tuttavia improbabile che questo fatto possa contraddire l’origine onomatopeica del russo баран e delle forme affini. In primo luogo, è difficile considerare secondarie onomatopee come бирь, барь. La loro antichità può essere confermata dai dati di altre lingue. In lituano si trovano moltissime onomatopee simili per richiamare le pecore: barė, būre, burė, buriā, buriū, būri, buri. Si trovano anche onomatopee simili per incitare le pecore: bar (škius, bar, namon, baltosios avelės!), buriūkš, būrum (būrum būrum būkšt; così il pastore incita gli arieti a cozzare). Da queste onomatopee derivano i verbi barinuoti «richiamare le pecore», burénti «belare (detto della pecora)». Dalle onomatopee sono nati anche numerosi nomi di pecore usati nei vari dialetti lituani: bariūkas «nome vezzeggiativo dell’ariete, dell’arietino», bariūtė «nome vezzeggiativo della pecorella», biriūtė «pecorella (parola di un indovinello)», būrė «pecora (nel linguaggio infantile)», burėlė «pecorella», burėlis «agnellino, burinėlis», burikė «buriutė, pecorella», būrinas «ariete o pecora (per lo più nel linguaggio infantile)», buriniūkas «arietino», burýtė «pecorella, buriutė», burýtis «agnellino», buriūkas «agnellino, pecorino», buriūtė «pecorella», buriūtis «agnellino», burūlis «ariete (per lo più nel linguaggio infantile)», burūtė «buriutė, pecorella» (LKŽd., I, 535, 536, 691, 966, 968, 969, 970, 971, 984).

Della stessa origine sono probabilmente anche i nomi della pecora, dell’agnello o dell’ariete che compaiono occasionalmente nelle canzoni popolari lettoni: birite, berulīte, beritis, biritina, birēnis (EH, I, 220), che A. Gāteris22, a nostro parere23, collega senza fondamento al nome proprio Birgita (santa Brigida poteva essere considerata la protettrice degli animali). La differenza vocalica tra le singole onomatopee e i nomi di pecore che ne derivano va spiegata soltanto con l’alternanza vocalica della radice, caratteristica delle onomatopee; cfr. le varianti slave di questa onomatopea: бер, бир, бар, бор, бр24.

È vero che in alcuni dialetti lituani si usa anche il nome dell’ariete barōnas, preso in prestito dalle lingue slave. Negli scritti di J. Bretkūnas si trova anche la forma barankas (LKŽd., I, 530), derivata da una forma diminutiva slava. Non vi è tuttavia motivo di collegare a essa le onomatopee usate in lituano per richiamare o incitare le pecore. Al massimo, la parola barōnas può aver influito sul vocalismo radicale di alcune onomatopee. D’altra parte, va tenuto presente anche il fatto che un’onomatopea simile per richiamare la pecora si trova perfino in lingue non indoeuropee; cfr. l’onomatopea araba per richiamare la pecora e la capra bir bir25. Ci sembra quindi che il nome slavo dell’ariete (russo баран ecc.) si spieghi meglio come parola di origine onomatopeica. Si tratterebbe di un fenomeno del tutto analogo all’origine del russo кутёнок «cagnolino» e del lettone kucēns.

Dal russo баран deriva anche il nome di pecora baraniņa, barenīte, barankīte (EH, I, 205), che compare occasionalmente nelle canzoni popolari lettoni.

21 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 75–76.

22 A. Gāters, Ceļi, 12, Lundā, 1965, p. 32–36.

23 A. Sabaliauskas, Baltistica, II(1), p. 89.

24 A. И. Германович, Междометия и звукоподражательные слова русского языка. Автореферат докторской диссертации, Симферополь, 1961, p. 89.

25 M. Niedermann, Tauta ir žodis, 2, p. 443.

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Una parte considerevole delle lingue indoeuropee, tra cui anche le lingue slave, ha una denominazione comune per il piccolo della pecora, l’agnello. Nelle lingue slave questa denominazione si è conservata molto bene, cfr. antico slavo agne, agnbcb, russo ягнёнок, ceco jehně e così via26.

Nelle lingue baltiche non si riscontra alcuna traccia di questa denominazione dell’agnello. Per esprimere questo concetto è qui maggiormente diffusa un’altra denominazione, i cui rapporti con le corrispondenti denominazioni di tipo simile nelle lingue slave suscitano seri dubbi.

In lituano questa denominazione baltica presenta diverse varianti fonetiche e morfologiche: ėras, ėrelis, ėraitis, ėris, ėryš, ėriščias, ėrištis, ėrytìs, ėriukas, erikas geraitis, geralis, gėras, gėrėlis, gėriokas, gėriukas, jėras, jėraitis, jėrelis, jėris, jėrytìs, jėriūkas (LKŽd., II, 824, 826, 828, 832; III, 241, 246, 251, 257, 258; IV, 340, 341), vėras, vėraitis27. La forma più antica sembra essere jėras. Sia l’aggiunta sia la caduta di j sono fenomeni usuali nelle lingue baltiche, cfr. lituano jėknos: ėknos, jėmiau: ėmiau, jėibė: ėibė, jėrubė: ėrubė e così via. L’alternanza iniziale j- ~ g- si riscontra talvolta anche nei dialetti lituani, cfr. jėrubė: gerubė, jāura: gidūrė, judrė: gudrė, jėdras: gėdras e così via. La consonante v si aggiunge di norma davanti alle vocali posteriori, ma si incontrano anche eccezioni28. A nostro avviso, il tentativo di E. Fraenkel di collegare il lituano vėras, separandolo da ėras, con il sanscrito ūranaḥ «ariete, agnello», l’armeno garn «agnello» e altri vocaboli non è fondato29. Difficilmente si può considerare il lituano vėras un fatto linguistico così antico. Anche l’influenza della parola vilna sulla comparsa di v- nella parola vėras è assai dubbia.

Al lituano jėras corrisponde esattamente in lettone la forma jērs. Sono usate anche forme diminutive di questa parola: jērulis, jē rēns, jērelis, jēriņš, jēruks. Le forme jērulis, jērelis sono usate con sfumatura spregiativa (EM, II, 114; EH, I, 565).

Dalle denominazioni dell’agnello menzionate sopra sono nate in lettone nuove parole, usate non nel senso di «agnello», bensì con il significato di un certo tipo di pecora: jēre «pecora di un anno, pecora di sei mesi; agnella; vecchia pecora», jērēne, jērniece «pecora con un agnello», jērene «quando una pecora ha gli agnelli per la prima volta, allora è una j.» (EM, II, 114; EH, I, 564–5).

Elbingo žodynėlyje užtinkame ir prūsų kalbos ėriuko vardą: Eristian Lam (681 žodis)30. Prūsiškajame ėriuko pavadinime yra mažybinė priesaga -ist- ir bevardės giminės vienaskaitos vardininko galūnė -an31, o šaknis er- atitiktų liet. jēr-as, lat. jēr-s. J. Gerulis prūsiškąjį ėriuko vardą linkęs įžiūrėti ir kai kuriuose prūsų vietovardžiuose: Eren, Iragarbis (Iregarbis, Iregaps, Ergarbin) < pr. er-istian + pr. garbis „kalnas“ (kai kuriose prūsų kalbos tarmėse ē > ī)32.

Nella ricerca di parenti di questa denominazione baltica dell’agnello in altre lingue indoeuropee, la questione di j- riveste un ruolo molto importante. Se nelle lingue baltiche questo vocabolo ha davvero avuto da antico una j-, sarebbe più opportuno collegarlo al russo antico ярѣ «agnello», ярька «pecora giovane», al russo ярка «pecora di un anno che non ha ancora partorito agnelli» e all’ucraino ярота «pecore di meno di un anno»,

26 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 481; O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 71–72; F. Slawski, Sł. et., I, p. 488.

27 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 172.

28 J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, p. 46, 50; J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 211–212, 236–237; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 172; J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, I, p. 379.

29 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 121; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 108.

30 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92.

31 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 53, 60.

32 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 33, 50.

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ucr. ярча «agnellino», ярка «pecora di un anno», pol. dial. jarczuk, jarlak «pecora di un anno», ceco dial. jarka «pecora che ha partorito in primavera», slovacco jarča «pecora giovane». In seguito, tutti questi nomi dell’agnellino e della pecora si potrebbero collegare al rus. яра «primavera», ceco jaro, antico pol. jarz, av. yār- «anno», gr. ὥρα «stagione dell’anno, tempo», got. jēr «anno», ted. Jahr³³. D’altra parte, soprattutto assumendo come forma fondamentale il lit. ėras, i nomi baltici dell’agnellino si possono collegare al gr. ἔριφος «capretto», umbro erietu «ariete», lat. aries, armeno erini «vitello», irl. earb «cerbiatto, capra». E. Fraenkel, distinguendo le forme lit. jėras e ėras, collega quest’ultima (insieme al pr. eristian) alle parole appena elencate, mentre collega jėras (insieme al lett. jērs) ai nomi slavi di questo animale (rus. ярка) e ai loro affini³⁴. In questo modo E. Fraenkel considera lit. ėras, jėras e vėras tre parole di origine diversa. Tuttavia sarebbe assai difficile convincersi di una tale distinzione di queste forme; perciò, nonostante la «anomala» alternanza j- > v-, tutte queste forme, così come la forma gėras menzionata in precedenza, andrebbero considerate varianti fonetiche di un’unica parola, sorte nella lingua lituana.

Il nome baltico dell’agnellino è penetrato anche nelle lingue finniche del Baltico, cfr. fin. jääru «ariete», est. jää̈r e altre forme.

Sembra avere ragione anche O. Trubačëv³⁵ nel rimproverare quegli etimologi che, in parte analogamente a E. Fraenkel, separano il rus. ярка «pecora giovane», collegando questa parola al rus. яра «primavera» ecc., dal rus. ярина «lana di pecora», nel quale ravvisano invece una sorta di relitto di un antico nome della pecora, affine, a loro dire, al lit. ėras, gr. ἔριφος, lat. aries³⁶. In questo caso potrebbero essere stati indotti a farlo dal fatto che l’antico rus. язьно «pelle» è anch’esso un relitto di un nome della capra, altrimenti non attestato nelle lingue slave (lit. ožys, sanscr. ajáḥ ecc.).

Dal punto di vista semantico, il collegamento del rus. ярка, e probabilmente anche dei nomi baltici dell’agnellino, con il rus. яра ecc. è molto fondato. Paralleli simili si trovano in varie lingue indoeuropee, cfr. antico pol. latos, latosek «vitello, agnellino dell’anno»: pol. lato «estate», ted. Jährling «animale di un anno, soprattutto agnellino»: Jahr «anno», danese dial. gimmerlam «agnellino dell’anno», antico islandese gymbr «agnellino», norvegese gimber: lit. žiemā, lat. hiems ecc.³⁷

Sia nelle lingue slave sia in quelle baltiche esistono numerosi nomi della pecora di uso più circoscritto. Molti di questi nomi sono di origine più recente e vengono usati per lo più accanto al nome generico della pecora, per indicarne una razza, l’età o un’altra caratteristica. Senza soffermarci sui numerosi nomi di questo tipo nelle lingue slave³⁸, passeremo in rassegna i nomi di uso più circoscritto di questo animale nelle lingue baltiche.

Nei monumenti della lingua prussiana non troviamo il nome indoeuropeo antico della pecora corrispondente al lit. avis, lett. avs. Accanto a una parola di questa radice, awins «ariete», vi troviamo il nome della pecora camstian, ignoto alle altre lingue baltiche (Camstian Schoff 678, voce del vocabolario di Elbing). L’origine del pr. camstian non è stata finora chiarita. A. Bezzenberger collegava questa parola

33 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 170; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 77—78.

34 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 121.

35 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 77—78.

36 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 493.

37 F. Slawski, Sl. et., I, 502; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1306; M. Vasmer, Et. Wb., p. 455—456; C. D. Buck, A Dictionary of Selected Synonyms in the Principal Indo-European Languages; Chicago, 1949, p. 155, 163 (toliau: Dict.).

38 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 78—83.

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con il gr. ζεμάς «capriolo», R. Trautmann con il rus. комолый «senza corna», il ceco komolý «spuntato»⁳⁹. Se l’etimologia di R. Trautmann fosse corretta, il pr. camstian potrebbe costituire un esempio di come una denominazione nata in seguito per indicare una caratteristica specifica soppianti il vecchio nome della specie animale, poiché tanto le altre lingue baltiche quanto il nome prussiano dell’ariete, awins, permettono di supporre che anche i Prussiani conoscessero il nome indoeuropeo della pecora, corrispondente al lit. avis e al lett. avs. Al pr. camstian è collegato anche il toponimo prussiano Komstegallen (< pr. camsian + pr. galwo «testa»)⁴⁰.

Oltre ai nomi della pecora di origine onomatopeica menzionati a proposito dell’origine del rus. баран e di altri termini, in lituano troviamo ancora alcuni nomi della pecora di origine onomatopeica e di altra natura:

Lit. bākanis «ariete (termine affettuoso)» (LKŽd., I, 470), che probabilmente va collegato al lit. bākinti «colpire con i pugni, picchiare, dare cornate, rimpinzare», cfr. bākjasis (si azzuffano) gli arieti; gli arieti si danno cornate correndo l’uno contro l’altro, cioè si colpiscono (Juška; LKŽd., I, 471).

Lit. bāsis «agnellino», basiukas, basiulis, bāsė «pecorella» (LKŽd., I, 551, 552), cfr. le interiezioni usate in lituano per chiamare le pecore: bās, bās, basia, bās, bāši.

Lit. bazūkas «agnellino (nel linguaggio infantile)», bazūlis, baziūtė «pecora, pecorella» (LKŽd., I, 568), cfr. le interiezioni usate per chiamare la pecora: bazė, bazı.

Lit. bicė «pecorella», bıcītė (Ylakiai), cfr. l’interiezione usata per chiamare la pecora bice (Ylakiai), lett. bice «pecora». Questo nome della pecora e la relativa interiezione sono probabilmente passati in lituano dal lettone.

Lit. būkė «pecora» (LKŽd., I, 931) va probabilmente collegato al lit. būkinti «picchiare, percuotere», cfr. i bambini hanno insegnato all’ariete a būkinti (azzuffarsi), così ora esso būkina (LKŽd., I, 931–2). È anche possibile che būkė < buriūkė.

Lit. busiūkas «agnellino», busiūtė «agnellina», būsinas «ariete (termine affettuoso)» (LKŽd., I, 988), cfr. le interiezioni busia, būsė.

Lit. kūcė «pecora (nel linguaggio infantile)», kūciūkas «agnellino», kūciūnūkas (LKŽd., VI, 755, 757, 758), cfr. le interiezioni kūcā, kūciū.

Lit. kuriūtė «pecora, pecorella (nel linguaggio infantile)» (LKŽd., VI, 952), cfr. l’interiezione usata per chiamare la pecora kuriù-kuriù (Adutiškis, Tverečius, Vidiškės). Quest’ultima interiezione potrebbe essersi formata come sorta di rima accanto all’interiezione buriù-buriù, cfr. būre – kūre – šiūre «interiezioni usate dai pastori per chiamare o spingere le pecore» (Šakyna).

Nei dialetti lettoni è molto diffuso il nome della pecora vuška (EM, IV, 677; EH, II, 799). J. Endzelynas era incline a far derivare questa forma da *avuź-ka (per la formazione, cfr. lit. avužė, lett. Amuža e rus. овечка). Accanto a vuška si trova anche la forma uška (EM, IV, 310; EH, II, 716), nonché i nomi dell’ariete vuçens, vucins, vucans, vucuns (vuçens è usato anche nel significato di «agnellino») (EM, IV, 675; EH, II, 798), uçens, ucenis, ucins, ucītis «agnellino» (EM, IV, 293; EH, II, 711). Il legame di questi nomi con la parola avs ci sembra assai dubbio: la forma *avuźka è comunque molto insolita in lettone. Forse è meglio spiegare questi nomi come derivati direttamente da interiezioni, senza collegarli affatto all’antico nome della pecora. In lettone esistono interiezioni alle quali si potrebbero ricondurre i nomi della pecora menzionati, cfr. vuc, che J. Endzelynas, così

³⁹ R. Trautmann, I monumenti linguistici dell’antico prussiano, p. 92, 352. ⁴⁰ G. Gerullis, I toponimi dell’antico prussiano, p. 69, 233; J. Endzelīns, La lingua prussiana antica, p. 189.

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inoltre, sembra aver cercato inutilmente di far derivare da *a-vuc(e)41, la parola onomatopeica per scacciare i maiali uš; cfr. anche la parola onomatopeica lituana per scacciare le pecore uš-uš (Grobštai, Kojeliai). In lettone il suffisso -k(a) si usa per i nomi degli animali; cfr. i nomi delle vacche račka accanto a raibala, piecka accanto a piektala, seska accanto a šeštala ecc.42

In lettone troviamo anche alcuni nomi di pecora la cui origine onomatopeica sembra fuori dubbio:

Lett. bice «nomignolo affettuoso per una pecora», biča, bidze, badze, bicainīte, bicis «agnellino; montone (nel linguaggio infantile)» (EM, I, 293; EH, I, 217, 218); cfr. il lituano bice «bur; ciba» (Ylakiai, LKŽd., I, 657).

Lett. bika (diminutivo bikiņš «agnellino»), bikus «montone» (EH, I, 218, 219); cfr. lett. bika «richiamo consueto rivolto al montone o al caprone».

Lett. buce «la pecora» (EH, I, 248). J. Endzelīns tende a collegarlo al lituano būkas «spuntato», lett. bukt «diventare spuntato», lituano būkė «pecora». Ci sembra tuttavia più opportuno collegarlo a una parola onomatopeica; cfr. lett. buc «interiezione butz, che indica il suono prodotto dallo scontro delle corna di caproni e montoni», budž «interiezione rivolta alle pecore», buč «interiezione usata per scacciare» (buč, aitiņ, EM, I, 344).

Sono di origine onomatopeica anche:

Lett. bēja «la pecora (nel linguaggio infantile)» (EH, I, 216); cfr. bē.

Lett. mēja «la pecora (nel linguaggio infantile)» (EH, I, 805); cfr. mē, mējināt «far belare (una pecora)».

In lettone esistono molti nomi di pecora, derivati per lo più da una o dall’altra caratteristica di questo animale:

Lett. amuls «pecora dal vello morbido» (EH, I, 69); cfr. lett. amuols «vischio (viscum album); trifoglio».

Lett. atpīlis «nato in autunno, nato tardi; piccolo nato tardi, soprattutto riferito agli agnelli partoriti in autunno da pecore che hanno già partorito un agnello nello stesso anno», atpīlis, atpīlis, atpīlēns, atpīlītis «l’agnello più piccolo», atpīles «pecore (o capre) che partoriscono agnelli nel tardo autunno» (EM, I, 181—2; EH, I, 158); cfr. il lituano pilti, lett. pilt «gocciolare»; per il significato cfr. il russo ото́рошыш «nato morto prima del termine» (В. Даль, III, 711), выкидыш «aborto, prematuro; neonato e, in generale, piccolo nato tanto prematuramente da non poter vivere» (В. Даль, I, 292—3), il tedesco Wurf «lancio; parto (di piccoli)»43.

Lett. atzīdīte «agnello, vitello svezzato» (EM, I, 213), atzīdītis (EH, I, 182); cfr. lett. atzīdīt «svezzare (gli animali)».

Lett. bakris «un grosso montone» (EM, I, 252): J. Endzelīns tende a considerare come fonte il tedesco Bock (> e livone bokā), il cui suffisso sarebbe cambiato per influsso del lett. vepris «cinghiale». P. Aristē ha tuttavia pubblicato di recente quella che sembra un’etimologia convincente del lett. bakris. Egli considera il lett. bakris un prestito dal romanì bakró44 «montone».

Lett. belis «pecora dalle orecchie corte» (EH, I, 212); cfr. lett. belis «nome di cane».

41 EM, IV, p. 675.

42 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 356.

43 EM, I, p. 182.

44 P. Aristė, Acta Baltico-Slavica, 3, p. 23.

120

Lat. bene «una pecora con orecchie piccole e zampe corte» (EM, I, 279), benausis «un agnello con orecchie piccole e corte», cfr. lat. bene «un berretto da ragazzo, il berretto, il cappuccio», cfr. basso-ted. medio benit «cappello ornato».

Lat. billene «una pecora intontita» (EH, I, 219), cfr. lat. billene «dulna sievete».

Lat. buks «un montone con grandi corna» (EH, I, 250), cfr. lat. buks «il caprone» < basso-ted. medio buck.

Lat. cigurs «un agnellino» (EH, I, 269), cfr. lat. cigiņš «il puledro», cigus, ciga, cigulis (EM, I, 379), cigina «il maiale (nel linguaggio infantile)» (EH, I, 269), ciga «richiamo per puledri, per cavalli».

Lat. cirka «una pecora dal vello riccio» (EH, I, 273), cfr. lat. cīrkas «riccioli», cīrstas.

Lat. cone «ariete», cfr. lat. sonis < liv. sonn (EM, I, 397).

Lat. daplis «un agnello dell’anno precedente» (EH, I, 307), dapelis «una pecora nata in autunno» (EM, I, 438) andrebbe piuttosto fatto risalire alla forma *dapilis, cfr. lat. atpīlis, uzpīlis.

Lat. geida «una pecora indocile» (EH, I, 426), cfr. lat. geida «una ragazza sfrenata e capricciosa» (EM, I, 695).

Lat. kupe «una pecora con il muso corto e orecchie piccole e corte; una pecora senza corna» (EM, II, 392; EH, I, 708), cfr. lat. kup̄s nazis «un coltello con la punta spezzata», kup̄s «spuntato» (EM, II, 319).

Lat. lāmma «una grossa pecora da mungere», lamenica «una pecora con la coda lunga e il vello lungo», cfr. est. lammas «pecora» (EH, I, 718).

Lat. mikulis «il montone» (EM, II, 626), cfr. lat. mikāt «colpire con i pugni; picchiare (non molto seriamente), grūstit», lat. Mikus «stallone».

Lat. piuka «denominazione scherzosa del montone» (EM, III, 229), cfr. lat. piūka «un piccolo pesce variopinto, un pesciolino in generale».

Lat. pūpalina «nomignolo affettuoso per le pecore» (EH, II, 342), cfr. lat. pūpuōls «il gattuccio di salice; anche al femminile, usato come vezzeggiativo».

Lat. ragana «una pecora con le corna» (EM, III, 464), cfr. lat. rags «il corno».

Lat. rāmulīte «una denominazione per le pecore» (EM, III, 496), cfr. lat. rāms «mansueto, tranquillo».

Lat. ruogulīte «soprannome della pecora» (EM, III, 578), cfr. lat. rags «il corno».

Lat. skrube «una pecora con le orecchie corte e tagliate» (EM, III, 898), cfr. lat. skrubis «il coltello ricurvo per tagliare concavità», skrubulis «un coltello ricurvo per fabbricare cucchiai di legno».

Lat. skrule «un appellativo ingiurioso per le pecore» (EH, II, 513), cfr. lat. skrule «un appellativo ingiurioso per le persone; un nome per cani; una donna vagabonda», lat. skrulēt «andare in giro».

Il lettone soņķis < soņnis (EM, III, 980).

Lat. soņnis «un montone» (EM, III, 980) < lyv. sonn.

Lat. šķēlis «il montone» (EM, IV, 32; EH, II, 633) < basso tedesco medio žem. schele «stallone da monta»⁴⁵.

Lat. špidilka «una pecora testarda e vagabonda» (EH, II, 655), cfr. lat. špidilka «una donna frivola», spidelīgs «allegro, gioioso, lieto».

45 J. Sehwers, Sprachlich-kulturhistorische Untersuchungen, Leipzig, 1936, p. 131.

121

Lett. špullinš «un agnello» (EH, II, 655), cfr. lett. spulligs (?) «allegro, vivace, agile», spulung'is «un ragazzo vivace e indomabile, anche un giovane bue».

Lett. uzpilis «un agnello dell’anno precedente» (EM, IV, 365), cfr. lett. atpilis, daplis.

Il lett. vemelis (?) «un montone non castrato» (EM, IV, 536) forse va collegato al lett. vembele «una donna grassa, non alta; un insulto in generale (per esempio riferito alle mucche)», cfr. est. vemmel (der. vemble) «randello» (EM, IV, 536).

Lett. viēnmitis «l’unico agnello di una pecora» (EM, IV, 661), cfr. lett. mist «nutrirsi, vivere, soggiornare».

Lett. viēnžālis «un agnello allattato da solo dalla madre» (EM, IV, 668), cfr. lett. zīst «succhiare».

Lett. vizbulina «epiteto della pecora» (EM, IV, 630), cfr. lett. vizbulis «anemone», lett. vizbulis «ricciolo (?)» (augat, mani gari mati, vizbuḷuos, EM, IV, 630).

Passando in rassegna i nomi della pecora nelle lingue baltiche e slave, possiamo trarre le seguenti conclusioni. In queste lingue si è conservato bene l’antico nome indoeuropeo della pecora; da esso deriva anche il nome dell’ariete, proprio soltanto delle lingue baltiche e slave. Nelle lingue slave troviamo nomi antichi dell’agnello di duplice origine, uno dei quali probabilmente coincide con il nome baltico dell’agnello. Sia nelle lingue baltiche sia in quelle slave esistono moltissimi nomi di più recente formazione per la pecora, l’ariete e l’agnello. Il nome prussiano della pecora, anch’esso di origine più recente, non ha parenti nelle altre lingue.

CAPRA

Compagna dell’uomo da tempi molto antichi, anche se forse non altrettanto popolare quanto gli altri animali domestici, è la capra. La capra domestica (Capra hircus) discende da specie di capre selvatiche, che vivono tuttora in alcune regioni montuose dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa1.

Molti popoli antichi dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa conoscevano già la capra come animale domestico. Raffigurazioni di capre si trovano nei disegni sumeri2. Vari popoli usavano le capre nei riti religiosi. Per esempio, in molte lingue del mondo si usa ancora oggi l’espressione capro espiatorio, derivata dal rituale degli antichi ebrei menzionato nell’Antico Testamento (Levitico 16), quando il sommo sacerdote «caricava» sul capro i peccati del suo popolo e lo cacciava nel deserto, verso il demone Azazel.

Nell’«Odissea» si dice che Odisseo, oltre ad altri animali, possedeva anche dodici greggi di capre. Plinio il Vecchio (23/24–79 d.C.) nella sua «Storia naturale» afferma che i Galli fabbricavano un ottimo sapone con il grasso di capra: «Anche il sapone è utile; questa invenzione dei Galli serve a tingere di rosso i capelli. Si produce con grasso e cenere, preferibilmente grasso di capra e cenere di faggio. Ne esistono due tipi: solido e liquido. Entrambi sono più usati dagli uomini che dalle donne nei paesi germanici»3.

1 C. Keller, *Die Abstammung der ältesten Haustiere*, pp. 203–209; O. Keller, *Thiere des classischen Altertums in Culturg eschichtlicher Beziehung*, Innsbruck, 1887, pp. 37–52.

2 M. Hilzheimer, Haustier, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 220; V. I. Avdijevas, Storia dell’antico Oriente, Vilnius, 1954, p. 39, 40, 43.

3 «È utile anche il sapone, invenzione dei Galli per tingere di rosso i capelli. Si ricava dal grasso e dalla cenere; il migliore è quello di grasso di faggio e di capra; esiste in due forme, densa e liquida, entrambe più usate dagli uomini che dalle donne presso i Germani», Hist. nat., XXVIII, 191, cfr. O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, II, p. 693.

122

Tracce di capre si rinvengono nei reperti neolitici di numerose regioni europee. Nei resti degli insediamenti palafitticoli svizzeri sono state trovate persino più tracce di capra che di pecora4.

Anche nelle terre baltiche e slave la capra è un animale noto fin dall’antichità. Lo dimostrano sia i dati storici sia quelli linguistici5. Tuttavia, mancano dati storici che attestino una qualche rilevante importanza economica di questo animale. È vero che un fatto linguistico indicherebbe che nei paesi slavi la capra era un animale apprezzato sotto un certo aspetto, precisamente per la sua pelle. Infatti, in molte lingue slave si usa il nome della pelle (cfr. antico slavo koža, russo кожа, ucraino кожа, bielorusso кожа, bulgaro кожа, serbo-croato кожа, sloveno koža, ceco kůže, slovacco koža, polabo koža, alto sorabo koža, basso sorabo koža), il cui significato originario era «pelle di capra»; koža «pelle» <.*koziję: koza «capra»6, analogamente al greco φώ «pelle di pecora»: ὄϊς «pecora», sanscrito ajñam «pelle»: ajáḥ «capro».

Nei territori dell’attuale Lituania e Lettonia, ossa di capra si rinvengono già nei reperti degli insediamenti neolitici7. Le ossa di capra costituiscono una percentuale piuttosto consistente dei resti di animali domestici rinvenuti negli scavi dei castellieri di Nemenčinė, Migonys e Bačkininkėliai. Questi reperti sono datati ai secoli I—IV d. C. Le tribù baltiche usavano i capri anche per riti di culto8.

In una lettera del 24 gennaio 1409 al maestro dell’Ordine, il granduca di Lituania Vytautas si lamenta che il vaitas di Samogizia avesse proibito ai lituani dell’Alta Lituania di «comprare miele, cavalli, capre e bestiame» in Samogizia9. Nel complesso, tuttavia, rispetto agli altri animali domestici, la capra è menzionata raramente nei più antichi documenti storici lituani10.

Nella tradizione popolare sia lituana sia lettone la capra è considerata per lo più negativamente11.

A quanto pare, anche presso gli antichi indoeuropei l’atteggiamento verso la capra era simile. A. Meillet sostiene, a quanto sembra con buone ragioni, che per questo nel lessico delle lingue indoeuropee i nomi della capra e del capro non presentano quell’unità che, in misura maggiore o minore, è caratteristica dei nomi degli altri animali domestici12. Inoltre, la varietà dei nomi della capra potrebbe essere stata influenzata anche dalle funzioni cultuali dell’animale: a tali funzioni sono connessi vari divieti di pronunciare il nome dell’animale13.

Nelle lingue indoeuropee si possono individuare alcune aree caratterizzate da denominazioni tipiche della capra. Va inoltre detto che in alcune lingue il nome di una stessa origine è usato per animali di entrambi i sessi, mentre in altre, spesso a causa di cambiamenti avvenuti in tempi relativamente recenti

4 O. Schrader, ibid., p. 692.

5 Л. Нидерле, Славянские древности, p. 320; W. Hensel, Die Slawen im frühen Mittelalter, Berlin, 1965, p. 77—79.

6 W. Hensel, ibid., p. 380; A. Brückner, St. et., p. 263; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 589.

7 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lineamenti di archeologia lituana, p. 79; Latvijas PSR vēsture, I, p. 11.

8 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, ten pat, p. 252—253; A. Kamiński, Jaćwież, Łódź, 1953, p. 126—127; K. Паавер, Формирование териофауны и изменчивость млекопитающих Прибалтики в голоцене, p. 368.

9 Lietuvos TSR istorijos šaltiniai, I, Vilnius, 1955, p. 64.

10 Ibid., p. 575.

11 EM, II, p. 182—183; K. Straubergs, Latviešu buramie vārdi, II, Rīga, 1941, p. 799 (indice); Patarlės ir priežodžiai, Vilnius, 1958, p. 468 (indice); Lietuvių tautosakos apybraiža, a cura del redattore capo K. Korsakas, Vilnius, 1963, p. 373; Latviešu sakāmvārdi un parunas, a cura di E. Kokare, Rīga, p. 324, 330 (indice).

12 A. Meillet, Wstęp do językoznawstwa indoeuropejskiego, Warszawa, 1958, p. 327.

13 H. Kronasser, Handbuch der Semasiologie, Heidelberg, 1952, p. 172.

123

A seguito dei mutamenti, si distinguono le denominazioni della femmina e del maschio; per esse si usano parole di origine completamente diversa.

Nelle lingue slave è diffusa una denominazione della capra la cui origine e i cui rapporti con le denominazioni della capra nelle altre lingue indoeuropee sono tuttora molto incerti. A dire il vero, esistono diverse spiegazioni apparentemente piuttosto ben motivate, ma per lo più si contraddicono a vicenda. Una cosa è certa: questa denominazione risale già al protoslavo. Protoslave sono anche le denominazioni del capretto e del becco che ne derivano, cfr. antico slavo koza «capra», russo коза «capra», козёл «becco», козлёнок «capretto» ecc.14

Questa denominazione slava della capra è passata anche al lettone, cfr. lett. kaza, dove ha soppiantato l’antico nome baltico della capra, corrispondente al lit. ožką e al pr. wosee. La sua diffusione in lettone può essere stata favorita dal fatto che i nomi del maschio e della femmina degli altri animali domestici sono per lo più parole con radici diverse. Così, accanto alla denominazione baltica del becco āzis, in lettone comparve la denominazione della capra di origine slava kaza, che soppiantò del tutto la forma baltica *āz(k)a oppure *āze.

Accanto alla forma kaza, in lettone troviamo anche kazlēns «capretto; capra piccola», kazlēniņš, kazelēns, kazulis «capretto», kazulēns, kazuls, kaza «capra», kazla (EM, II, 183—4; EH, I, 597). Forme come kazuls, kazla derivano probabilmente dal russo козёл «becco», mentre le altre si sono formate nella stessa lingua lettone a partire dalla forma kaza.

In lituano la forma kaza è quasi del tutto assente. È vero che una forma del genere si trova nel dizionario di M. Miežinis. Tuttavia, M. Miežinis l’avrà probabilmente presa dal lettone (LKŽd., V, 458). Talvolta una simile denominazione della capra viene usata anche, per scherzo, in alcuni dialetti lituani della zona limitrofa alla Lettonia.

Come si è detto, lo slavo kaza ha ricevuto varie spiegazioni. H. Peterson, basandosi su un parallelo semantico indoeuropeo molto poco attendibile, *ghaid- «capra»: sanscrito jihīte «corre, fa un balzo», collegò lo slavo koza, inteso come «animale saltellante», al lit. kėžoti «camminare divaricando le gambe; procedere a passetti», lit. kėža «gamba, piede storto, piede»¹⁵. Il collegamento proposto da H. Peterson è però del tutto infondato, poiché le parole lituane citate sono certamente di origine più recente e il loro significato originario non è riconducibile al camminare o al saltare.

Si è tentato di collegare lo slavo koza ad altre denominazioni indoeuropee della capra. Alcuni linguisti (K. Uhlenbeck, E. Zupitza) hanno accostato alla denominazione slava della capra il sanscrito chūgah «becco». Tuttavia il sanscrito chāgah, cfr. anche il sanscrito chāgā «capra», chagalāḥ «becco», e l’osseto sāy «capra» sono parole di origine incerta; inoltre, il loro accostamento alla denominazione slava della capra presenta anche difficoltà di natura fonetica¹⁶.

Molto dubbio, benché sostenuto da numerosi studiosi, è il collegamento dello slav. koza, ricostruendo la forma protoindoeuropea *kog(a), con l’alb. kedh «capretto», l’anglosassone hæcen e l’antico islandese hōhen¹⁷.

Ancora oltre si spinge V. Georgiev¹⁸. Egli ricostruisce le forme protoindoeuropee *(s)kag-, *(s)kōg’, *(s)kēg-, collegando tra loro non solo lo slav. koza e l’alb. kedh, ma anche il già menzionato sanscrito chāgah, nonché i nomi propri traci Κοζας, Κοζείλας ecc. Anche quest’ultimo tentativo è assai ipotetico.

14 О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 86; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 589—590.

15 H. Petersson, IF, 35, p. 272.

16 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 406; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 589; O. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 86.

17 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 589; H. Pedersen, KZ, 36, p. 335; O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, III, p. 692.

18 В. Георгиев, Исследования по сравнительно-историческому языкознанию, p. 121.

124

Ci sembra che i tentativi di collegare lo sl. koza a un altro nome indoeuropeo della capra siano più riusciti, precisamente al sanscrito ajāḥ «caprone», ajā «capra», al lit. ožys, ožka ecc. E. Brückner19 tende a ravvisare nel nome slavo della capra una metatesi (koza < *ozka). L’ipotesi di E. Brückner è tuttavia resa problematica dalla circostanza che il nome della capra con il formante -k- si trova soltanto in lituano: le altre lingue baltiche e, più in generale, le lingue indoeuropee che hanno nomi della capra di tale origine non presentano in essi il formante -k-. Pertanto il formante -k- nella parola lituana è probabilmente un’innovazione relativamente recente.

A. Meillet20, basandosi sullo slavo kostb «osso»: sanscrito ásthi «osso, gamba», greco ὀστέον, riteneva che la k- del nome slavo della capra fosse un’aggiunta. Anche V. Machek21 condivideva questa opinione. La spiegazione di A. Meillet sarebbe peraltro molto convincente, ma mancano altri casi analoghi di aggiunta di consonanti a sostegno (il rapporto tra il sanscrito áśru e il lit. ašara, da un lato, e il greco δάκρυ e l’irlandese dér, dall’altro, è molto incerto22), naturalmente fatta eccezione per i e u, che vengono spesso aggiunte sia nelle lingue slave sia in quelle baltiche. In ogni caso, le lingue slave mostrano una tendenza caratteristica a iniziare le parole con una consonante. Inoltre, qui potrebbe aver avuto un ruolo anche il tabù. Che in passato nelle lingue slave esistesse un nome della capra corrispondente direttamente al sanscrito aja è indicato dall’antico russo язъно «pelle», язънарь «conciatore, pellicciaio», язъненъ «di pelle»23 (per il significato cfr. avestico izaēna «di pelle»: greco αἴξ «capra», sanscrito ajīnam «pelle»: sanscrito ajāḥ «caprone», slavo koža «pelle»: slavo koza «capra»), e forse anche dal russo язь «un pesce, Idus melanotus, Cyprinus rutilus», che, come vedremo più avanti, si è tentato di collegare al sanscrito ajā ecc.

Allo stesso nome della capra derivato da questa radice è collegato anche l’Ажовка, affluente di sinistra del Dnepr. Tale collegamento è corroborato soprattutto dalla circostanza che nei pressi di questo fiume se ne trova un altro, il Козелинка. Tuttavia il russo Ажовка è probabilmente un baltismo, non una traccia del nome slavo antico della capra24.

Secondo alcune opinioni, lo slavo koza è un prestito dalle lingue orientali. Recentemente O. Trubačëv25 ha cercato di sostenere questa opinione con nuovi argomenti. Facendo propria l’idea già avanzata da F. Korsch, secondo cui lo slavo koza potrebbe derivare dal turco kaza (cfr. turco keči, tartaro di Kazan kājā, bašк. kāžā), egli ipotizza che anche il lit. ožkà, il sanscrito ajā e i loro affini possano essere di origine turca: nelle lingue turche, infatti, accanto ai nomi della capra appena citati con k- iniziale, esistono anche nomi senza k- iniziale, straordinariamente simili ai nomi indoeuropei della capra, soprattutto a quello lituano; cfr. uiguro äčкü, öčkä, uzbeko äčкi, kazako äśкі, kirghiso äčкі, caraimo äčкі. Ci sembra che il punto debole dell’ipotesi di O. Trubačëv sia considerare molto antico il -k- del nome lituano della capra. O. Trubačëv accosta il lit. ožkà al sanscrito ajikā e al medio persiano azak. Tuttavia, i formanti -k- in queste parole sono certamente sorti in modo indipendente.

19 A. Brückner, Sl. et., p. 262.

20 A. Meillet, Études sur l’étymologie et le vocabulaire du vieux slave, Paris, 1902–1905, p. 246; A. Meje, Общеславянский язык, Москва, 1951, p. 396.

21 V. Machek, Et. sl., p. 229–230.

22 J. Zubatý, BB, 18, p. 159–160; J. Pokorny, Et. Wb., p. 23, 179; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 61.

23 И. И. Срезневский, Материалы для словаря древнерусского языка, III, Петербург, 1912, p. 1650; M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 485; J. Zubatý, AfslPh, 16, p. 396.

24 В. Н. Топоров и О. Н. Трубачев, Лингвистический анализ гидронимов Верхнего Поднепровья, Москва, 1962, p. 175.

25 О. Н. Трубачев, Происхождение..., 87–89.

125

In sanscrito ajikā, ajakā sono forme diminutive della parola ajá «capra»; in lituano, come dimostrano i dati della lingua prussiana, il ožkà -k- deve essersi sviluppato già nel contesto della lingua lituana. E. Frenkel è incline a ritenere che -k- sia qui un suffisso che esprime movimento26. Che il lituano ožkà derivi dalla forma ožikā, come suppongono alcuni studiosi27, è difficile da credere28. Pertanto, la soluzione più plausibile sarebbe comunque considerare il sanscrito ajā, lituano ožkà e le forme affini come antichi nomi indoeuropei della capra, caratteristici delle lingue indoeuropee orientali.

Questi nomi sono piuttosto diffusi nelle lingue indoeuropee; cfr. il sanscrito ajáḥ «capro», ajā «capra», il medio persiano azak «capra», il persiano moderno azg, l'albanese dhi «capra» (si suppone che derivi da *adhi, come sy «occhio» < asii29), il lituano ožys, ožkà, il prussiano wosee «capra», wosux «capro», il lettone āzis «capro». Abbiamo già menzionato le tracce di questo nome della capra nelle lingue slave. O. Haas è incline a ravvisare tracce di un simile nome indoeuropeo della capra anche sul territorio greco, traducendo l'iscrizione della moneta frigia Zeus Aseis come «dio capro»30, e spiegando inoltre il significato originario del greco ἀσκός «recipiente» come «recipiente di pelle di capra»31. Questo nome della capra si trova probabilmente anche in tocario; cfr. il tocario A ās «capra», il tocario B asiye «capre, caprino». Tuttavia, a quanto pare, sarebbe penetrato in tocario da qualche dialetto iranico32. Si è tentato di collegare a questo nome indoeuropeo della capra anche il nome slavo di un pesce: russo язь «un pesce, Idus melanotus, Cyprinus rutilus», polacco jaź «Leuciscus idus», ceco jazek, alto sorabo jazyca, basso sorabo jaz, jazk. A. Janzén33, il primo a proporre tale etimologia, si basa sul fatto che in tedesco questa specie di pesce si chiama Ziege «capra», a causa dei caratteristici barbigli del pesce; cfr. il tedesco Bartkarpfen. Anche altri linguisti tendono ad accogliere l'etimologia di A. Janzén34. Nei dialetti lituani della Prussia orientale e della regione di Klaipėda, ožkà si usa anche con il significato del pesce menzionato, ma qui si tratta probabilmente di un calco dal tedesco.

Il lituano ožys e altri nomi indoeuropei della capra appartenenti a questa radice vengono talvolta collegati al sanscrito ájati «spinge», al greco ἄγω «conduco» ecc.35 Tuttavia, è difficile dimostrare tale collegamento.

Come vediamo, il lituano ha conservato bene sia l'antico nome del maschio di questo animale, sia quello della femmina. Dai vocaboli ožys, ožkà si formano anche vari nomi dei piccoli dell'animale: ožiukas, ožkiukas ecc. Pertanto, in lituano la capra è l'unico animale domestico da allevamento il cui nome non presenta il consueto suppletivismo; cfr. avis — avinas — eriukas, arklys — kumelė — eržilas — kumeliukas, karvė — jautis — teliūkas — veršis ecc. Il suppletivismo non è caratteristico neppure del nome slavo della capra. O. Trubačëv36 cita questa circostanza come argomento a sostegno del fatto che lo slavo koza possa essere un termine preso in prestito. Certo, questa circostanza sembra distinguere il nome della capra da quelli degli altri animali domestici, ma non costituisce un argomento che ne indichi l'antichità o la novità.

26 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 519; Glotta, 34, p. 307.

27 R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 22.

28 Pr. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 122.

29 J. Pokorny, Et. Wb., p. 7; H. Pedersen, KZ, 36, p. 320, 335.

30 O. Haas, Lingua Posnaniensis, 3, p. 87.

31 O. Haas, Lingua Posnaniensis, 7, p. 74.

32 A. J. Van Windekens, Orbis, XII, 2, p. 590—591.

33 A. Janzén, ZfslPh, 18, p. 29—32.

34 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 486; V. Machek, Et. sl., p. 172; F. Sławski, Sl. et., I, p. 532—533; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 519.

35 C. D. Buck, Dict., p. 165.

36 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 89.

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Dalle parole ožys, ožka in lituano sono stati formati moltissimi nomi di località e di corsi d’acqua37.

Anche il lettone āzis ricorre in molti nomi di località e di corsi d’acqua della Lettonia38. È significativo che nella toponimia lettone manchi del tutto l’antico nome baltico della capra (: lituano ožka, prussiano wosee), mentre sono numerosi i toponimi derivati dal prestito slavo kaza39. Questa circostanza farebbe pensare che il nome slavo della capra sia entrato in lettone in tempi molto antichi.

Questo nome indoeuropeo della capra è ben conservato in prussiano. Oltre ai già menzionati prussiani wosee (voce 676 del vocabolario di Elbing), wosux (voce 675 del vocabolario di Elbing — Wosux Bok)40, i monumenti della lingua prussiana contengono anche altri elementi che attestano l’autenticità delle forme di questo nome della capra. Anzitutto la voce 677 del vocabolario di Elbing, Wolis-tian Zickel, che senza dubbio va corretta in Wosistian («capretto»)41. Nel vocabolario di Elbing si trova anche la parola Wosigrabis Spilbōm (voce 611)42. Che il primo elemento di questa parola sia inseparabile dal nome prussiano della capra è dimostrato dal lituano ožėkšnis, usato con il significato del tedesco Spindelbaum. Il secondo elemento della parola prussiana, -grabis, è da collegare al russo гра́б «carpino»43.

Tracce evidenti di questo nome della capra si trovano anche nella toponimia prussiana: Wō-sebirgo, Wosispile (< prussiano wosee + cfr. lituano pilis), Wozekaym (< prussiano wosee + prussiano caymis «villaggio»), Wozie44.

Il legame di questi toponimi con il nome della capra non lascia dubbi. Accanto al toponimo Wosepille si trova persino la corrispondente forma tedesca Ciginburg.

Al nome prussiano della capra si potrebbe collegare anche il toponimo documentario del 1374 Woselowken, spiegato diversamente da J. Gerullis45.

Gli altri elementi dei toponimi prussiani menzionati sono, del resto, chiari: prussiano *pilis (: lituano pilis, lettone pils), prussiano caymis «villaggio», prussiano laucks «campo, terreno». Solo l’elemento -birgo, -birge resta oscuro. Le spiegazioni proposte — il collegamento con il lituano brìgis «pavimento della stalla dei cavalli», il ceco brh «grotta, caverna»46 — sono molto inverosimili. Potrebbe trattarsi qui semplicemente di una trascrizione errata del tedesco -burg? In tal caso, Wosebirge sarebbe soltanto una variante «germanizzata» del prussiano Wosepille.

Il nome prussiano della capra presenta ovunque una v- iniziale, che talvolta ricorre nei dialetti anche nella corrispondente parola lituana. Tuttavia, negli esempi prussiani non troviamo mai la -k- caratteristica del nome lituano della capra (ožkà).

Anche le lingue finniche baltiche hanno preso in prestito dai baltici il nome del caprone; cfr. finlandese vuohi, estone voho ecc.

37 Lietuvos TSR administracinis-teritorinis suskirstymas, Vilnius, 1959, p. 839—840; Lietuvos TSR upių ir ežerų vardynas, Vilnius, 1963, p. 112—113.

38 J. Endzelīns, Latvijas PSR vietvārdi, I, 1, Rīgā, 1956, p. 72—73.

39 J. Endzelīns, nella stessa opera, I, 2, Riga, 1961, pp. 72—76.

40 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92; Monumenti della lingua prussiana, p. 73.

41 R. Trautmann, nella stessa opera, p. 92.

42 R. Trautmann, nella stessa opera, p. 91; Monumenti della lingua prussiana, p. 71.

43 R. Trautmann, nello stesso luogo, p. 466; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 94; J. Endzelīns, Lingua prussiana antica, 277; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 301.

44 G. Gerullis, I nomi di luogo dell’antico prussiano, p. 208, 209, 234.

45 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 211; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 277.

46 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 208.

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In lituano è ampiamente usato il nome della capra cibà, di origine onomatopeica e spesso con sfumatura vezzeggiativa o scherzosa; cfr. anche cibė, cibkė, cibaragė, cibūkas «capretto», cibūtis, ciubė «capra» (LKŽd., II, 9, 10, 11). Queste parole sono inseparabili dalle forme onomatopeiche usate per chiamare o scacciare le capre, per esempio: cibà - cibà, cibė - cibė, cibū - cibū, cib - cib, ciubà - ciubà; per scacciarle, per esempio: cibiks, cibikš, cibekšt. Forme onomatopeiche simili sono usate in quasi tutta la Lituania.

Alcuni considerano germanismo la forma onomatopeica cibà e anche i nomi della capra da essa derivati47, poiché i tedeschi bassi usano la parola zibbe nel significato di «pecora», «capra», «cagna», «lepre (femmina)»48; cfr. il tedesco della Prussia orientale Zibbe «pecora»49. In realtà, parole di origine simile sono spesso prese in prestito dai popoli vicini. Tuttavia, il nome della capra e anche la suddetta forma onomatopeica possono essersi formati spontaneamente nella stessa lingua lituana. Simili forme onomatopeiche per chiamare vari animali domestici e uccelli, nonché i nomi di tali animali e uccelli derivati da queste forme, si usano in molte lingue; cfr. lettone cib - cib, cibu - cibu, cibū - cibū «forma onomatopeica per chiamare i pulcini», lettone ciba «gallina (nel linguaggio infantile)», cibe, cibina, cibuks «pulcino» (EM, I, 378, 379; EH, I, 269); ceco cip - cip «forma onomatopeica per chiamare galline, oche e capre», cibi - cibi, cib - cib, ci - ci, cic - cic; ceco cibuška «nome vezzeggiativo dell’oca», cibunka, cibenka, ciba «gallina»; slovacco cipa «gallina», cipka, ciperka, cipūška, cipulienka50; bavarese zib - zib «forma onomatopeica per chiamare il pollame domestico»51; lituano čip - čip, čipà «forma onomatopeica per chiamare i pulcini» (LKŽd., II, 23).

Un nome della capra di origine onomatopeica e di struttura fonetica simile è ampiamente diffuso nell’area alpino-carpatico; cfr. ucr. цап, ceco cap, slovacco cap, polacco cap, rumeno țap, albanese cjap, italiano tsappo, gotico di Crimea stap52

Anche il lettone kizikis «una capra (in senso dispregiativo e scherzoso)» (EH, I, 607) è di origine onomatopeica; cfr. kiz, kiza, kize (EM, II, 387).

Nei dialetti lettoni è abbastanza diffuso un nome del capro di origine tedesca; cfr. lettone buks «il caprone, il maschio di alcuni quadrupedi», bucis, bucēns «un giovane caprone», bucēns, bucins, buciņš, bucītis, bukelis (EM, I, 344, 346–7; EH, I, 248, 250), bucīte «la capra» (EH, I, 248). La fonte di questi nomi è il basso tedesco buck «Bock»53. Un nome del capro con questa radice è ampiamente diffuso nelle lingue indoeuropee, ma la sua origine non è chiara54.

La parola būkas «capro selvatico (maschio del capriolo)» (LKŽd., I, 930) si trova anche in lituano. La distribuzione geografica della parola lituana suggerisce che essa sia entrata in lituano attraverso il lettone.

Come si vede, tutte e tre le lingue baltiche hanno conservato l’antico nome indoeuropeo del capro. Il lettone non ha conservato il nome della capra con questa radice: al suo posto si è affermato un prestito dallo slavo. È molto complessa la questione del rapporto tra il nome slavo della capra e i nomi indoeuropei conservati nelle lingue baltiche. È possibile che si tratti di parole della stessa origine, ma che il nome slavo abbia subito un mutamento fonetico.

47 LKŽd., II, p. 9.

48 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 69.

49 H. Frischbier, Preussisches Wörterbuch, II, Berlin, 1883, p. 492.

50 V. Machek, Et. sl., p. 57–58.

51 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 69.

52 V. Machek, Et. sl., p. 54; M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 281; C. D. Buck, Dict., p. 165; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 89.

53 J. Sehwers, Sprachlich - kulturhistorische Untersuchungen, p. 20.

54 J. Pokorny, Et. Wb., p. 174; F. Kluge, Et. Wb., p. 87.

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I GRANDI BOVIDI

La storia della domesticazione dei grandi bovidi, come quella di molti altri animali domestici, è assai complessa. Si ritiene che le razze di grandi bovidi domestici più diffuse in Europa discendano dagli uri (Bos primigenius), che, come mostrano i reperti archeologici e varie fonti scritte, erano ancora piuttosto numerosi in questa regione fino a tempi relativamente recenti. Gli uri erano particolarmente numerosi nei territori della Polonia, nonché della Lituania e della Lettonia. In Polonia si estinsero definitivamente solo all’inizio del XVII secolo (l’ultima femmina di uro morì nel 1627). Si ritiene che il centro di domesticazione dei grandi bovidi europei fosse la regione compresa tra le coste del Mediterraneo e l’India. Il processo di domesticazione durò senza dubbio molto a lungo; è possibile che fosse iniziato già nel VI millennio a. e. v. e si fosse protratto fino al II millennio a. e. v.1

Molti popoli dell’antichità allevavano grandi bovidi per vari scopi. Le raffigurazioni mostrano che i Sumeri allevavano grandi bovidi già da tempi remoti. Nella loro scrittura la parola «toro» veniva di solito rappresentata con un disegno lineare raffigurante la testa di un toro2. La rappresentazione schematica della testa di toro, in seguito modificata da diversi popoli, divenne il primo segno di molti alfabeti, mentre il nome ebraico del toro aleph divenne il nome di questo segno: il greco alfa.

Già prima dell’epoca dei faraoni, i grandi bovidi venivano allevati in Egitto. Il toro svolgeva un ruolo molto importante anche nella religione degli antichi Egizi3.

I grandi bovidi venivano allevati molto presto anche nell’antica Cina. In Cina tori e vacche erano ampiamente impiegati nei riti di culto. Si sa che, durante solenni cerimonie religiose, talvolta venivano sacrificati agli dèi 40 tori alla volta; un’iscrizione riferisce che in una sola occasione furono sacrificate 300 vacche. Talvolta era il re stesso a ispezionare i tori destinati al sacrificio4.

La vacca svolgeva un ruolo molto importante anche nella religione degli antichi Indiani. Nella più antica poesia religiosa, gli dèi e le dee indiani sono spesso paragonati a tori e vacche. La popolarità e l’importanza dei grandi bovidi sono eloquentemente testimoniate anche dal fatto che, per esempio, la parola della lingua dell’antica India gāviṣṭiḥ «battaglia, desiderio» (< gāuḥ «vacca, bovino» + eṣati «cerca») aveva originariamente il significato di «desiderio di procurarsi vacche»5.

Ossa di grandi bovidi si rinvengono anche nei reperti archeologici del Neolitico provenienti da numerose località europee. Per i popoli indoeuropei i grandi bovidi, soprattutto le vacche, costituivano la principale misura di valore e di scambio. Il prezzo per l’acquisto delle persone veniva calcolato in bovidi. Nell’«Avesta» si afferma che i bovidi venivano usati per pagare l’hono-

1C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 116–168; E. A. Богданов, Происхождение домашних животных, Москва, 1937, p. 110–167; O. Keller, Tiere des classischen Altertums, p. 57–62; K. Пававер, Формирование тернофауны и изменчивость млекопитающих Прибалтики в голоцене, p. 307–340; K. Paaver i P. Kulikauskas, Acta Baltico-Slavica, 2, p. 264–265.

2 M. Hilzheimer, Haustier, – M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 219; V. I. Avdijevas, Senovės rytų istorija, p. 95; Д. Дирингер, Алфавит, Москва, 1963, p. 64.

3 C. Keller, ten pat, p. 119–121; M. Hilzheimer, ten pat, p. 219; V. I. Avdijevas, ten pat, p. 171.

4 V. I. Avdijevas, ten pat, p. 576, 582.

5 C. Keller, ten pat, p. 123; V. I. Avdijevas, ten pat, p. 543–544; M. Mayrhofer, Et. Wb., p. I, 331.

9. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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rari per medici e sacerdoti. Gli antichi Irlandesi pagavano le multe in vacche, miti e così via.6

Sia i reperti archeologici sia vari documenti scritti dimostrano che anche nei territori slavi i bovini erano animali domestici molto diffusi. Nell’economia i buoi costituivano la principale forza di trazione7.

Negli insediamenti del territorio lituano databili all’inizio del II millennio a. e. v. si rinvengono ossa di bovini in quantità maggiore rispetto a quelle degli altri animali domestici. Anche nei reperti di epoca successiva, per esempio del I—IV secolo e. v., provenienti dai castelli collinari di Nemenčinė, Migonys, Dovainonys e Bačkininkėliai, le ossa di bovini costituiscono la percentuale più alta fra quelle degli animali domestici rinvenuti8.

Tracce di bovini si rinvengono nei reperti del II millennio a. e. v. anche nel territorio dell’odierna Lettonia9.

I bovini, soprattutto i buoi, sono menzionati spesso anche in varie fonti storiche lituane10.

L’antico nome indoeuropeo del bovino, ricostruito nella forma prototipica *guou-, è ben conservato in molte lingue indoeuropee, cfr.: scr. gauḥ «bestiame», av. gauš, gr. att. βοῦς «bestiame, vacca», lat. bōs, -vis «bue, toro, vacca», alto ted. ant. chuo «vacca», arm. kov, irl. ant. bō, toc. A ko, toc. B kau, russo ant. говядо «bue», lett. gūovs «vacca»11.

Il significato originario dell’indoeuropeo *guou- è piuttosto incerto. Alcuni studiosi considerano questo nome indoeuropeo del bovino un prestito da lingue non indoeuropee; altri cercano di spiegarne l’origine sulla base del materiale indoeuropeo. I primi collegano l’indoeuropeo *guou- al sumero gu (forma più antica gud) «bestiame, toro», al cinese ngú, al tibetano go-lang «toro» e al ket (ostiachi dello Enisej) kuos «bestiame». Per esempio, G. Ipsen ritiene che gli Indoeuropei abbiano ricevuto dai Sumeri, intorno al 3000 a. e. v., il nome del bovino quale animale di culto.12 Gli altri collegano l’indoeuropeo *guou- al gr. βόσκω «pascolo, nutro», βοσκή «foraggio, pascolo», βοτόν «pastore», al lituano gaujà, gùiti, guotas «gregge, gruppo».13 O. Trubačiovas, condividendo in parte questa spiegazione dell’origine dell’indoeuropeo *guou-, ritiene che tanto il nome del bovino quanto le parole appena citate siano il risultato dello sviluppo dell’indoeuropeo *gue-/*guo- «andare» (cfr. got. giman, gr. βαίνω, lat. venio, itt. wem-). In tal caso, il significato originario dell’indoeuropeo *guou- sarebbe «(mandria) che va», cfr. parole formatesi semanticamente allo stesso modo e usate con significato analogo: gr. πρόβατα, isl. ant. gandandi fē14. M. Budimir ha tentato di collegare l’indoeuropeo *guou- all’indoeuropeo *gueā «piegare», basandosi soprattutto sul fatto che alcune razze di bovini selvatici sono caratterizzate da

6 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, p. 161—162, 255, 371—372; C. Keller, ivi, p. 123.

7 Л. Нидерле, Славянские древности, p. 320; W. Hensel, Die Slawen im frühen Mittelalter, p. 85—91.

8 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 79, 252—253; K. Паавер, ivi, p. 368, 371; K. Paaver i P. Kulikauskas, ivi, p. 268.

9 Latvijas PSR vēsture, I, p. 11; K. Паавер, ivi, p. 367—370.

10 Lietuvos TSR istorijos šaltiniai, I, p. 575.

11 J. Pokorny, Et. Wb., p. 482—483.

12 G. Ipsen, IF, 41, p. 175—177; H. Wagner, KZ, 75, p. 58—75; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 38; J. Pokorny, Et. Wb., p. 483.

13 J. Pokorny, Et. Wb., p. 483.

14 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 39.

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delle gobbe sporgenti¹⁵. A. Brückner collegava questo nome indoeuropeo del bovino al sanscrito gu «cacare», gūhah «sterco, escrementi» e al polacco gówno¹⁶. Pur concordando con l’origine indoeuropea *gʷou-, forse il collegamento più plausibile è con l’indoeuropeo *gʷe-/*gʷo- «andare». Tuttavia, dal punto di vista semantico, ci sembra che questo nome dell’animale si spieghi meglio non con «colui che va», ma con «nato». A sostegno di tale interpretazione si possono addurre il lituano kėltuva «bovino»: lituano kė́lti, kilti, kiltis; greco πόρτις «vitello, giovane vacca», armeno ort «vitello», osseto firton «bovino»: lituano perėti, latino pario, -ere «partorire»¹⁷.

L’indoeuropeo *gʷou-, con il suffisso -ed-, innovazione caratteristica delle sole lingue slave, è conservato in tutte le lingue slave. È vero che in alcune lingue le parole di questa radice non sono più usate nel significato di «grande bovino», ma sopravvivono soltanto nella denominazione della carne di questo animale; cfr.: slavo antico goveždb «bovino», antico russo говядо «toro», russo говядина «carne bovina», ucraino гов’ядина, bielorusso гаўяда «bovino», bulgaro говедо, serbo-croato говедо «toro», sloveno govẹdo «bovino», ceco hovado, slovacco hovado, polacco owiezina «carne bovina», alto sorabo howjado «bovino», basso sorabo gowedo¹⁸.

L’antico nome indoeuropeo del bovino si è probabilmente conservato anche in un’altra parola composta delle lingue slave: slavo antico gumъno «aia», russo гумно, ceco humno e altre. < *gu- «bovino» + *meti «calpestare», russo мять. La forma originaria gumъno significava dunque «luogo in cui i bovini calpestano (le spighe)»¹⁹.

Alcuni studiosi sono propensi a riconoscere tracce dell’antico nome del bovino anche nelle forme slave: russo говно «sterco, escrementi», ceco hovno e altre. In tal caso, il significato originario del russo говно sarebbe «sterco bovino»²⁰. Tuttavia, la parola slava menzionata ha anche un’altra etimologia piuttosto attendibile: è ricondotta al sanscrito gūthah «escrementi»²¹. È vero che A. Brückner, come abbiamo detto, collegava al sanscrito gūthah, gu- «cacare» anche il nome indoeuropeo del bovino qui in esame²². Ma un’etimologia del genere è difficile da dimostrare.

È poco convincente anche la spiegazione di V. Machek, secondo cui il nome slavo del bovino gov- sarebbe da collegare al lituano galvijas e al tedesco Kalb «vitello»²³.

Dunque, l’indoeuropeo *gʷou- si è conservato piuttosto bene nelle lingue slave.

Tra le lingue baltiche, questo nome del bovino si è conservato molto bene in lettone: il lettone gùovs corrisponde esattamente ai nomi del bovino della stessa radice nelle altre lingue indoeuropee. In lettone, tuttavia, gùovs si usa soltanto nel significato di «vacca». Accanto a gùovs sono ampiamente diffuse anche forme diminutive e altre forme suffissate: guōtiņa, guōsniņa, guostina, guovīte, guoliņa, guoča, guosnele, guošnele, guotele, guovīņa, guōtele, guōtelēns, guotulēns (EM, I, 692–3; EH, I, 424).

Non è del tutto chiaro se l’indoeuropeo *gʷou- sia presente in lituano. K. Būga collegava a questa radice indoeuropea il lituano guotas «branco, gruppo, mandria», spiegando che il significato originario del lituano guotas era «gruppo di vacche; mandria di vacche»²⁴. E. Fraenkel collega il lituano guotas non direttamente

¹⁵ M. Булдимир, Южнославенски филолог, 6, Београд, 1926–1927, p. 171; nurodoma iš O. Trubačiovo, ten pat, p. 39.

¹⁶ A. Brückner, Sl. et., p. 154.

¹⁷ J. Pokorny, Et. Wb., p. 818.

¹⁸ О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 35–36.

¹⁹ M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 321; V. Machek, Et. sl., p. 150; О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 37; F. Slawski, Sl. et., I, p. 377–378.

²⁰ H. Hirt, IF, 37, p. 236; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 282.

²¹ F. Slawski, Sl. et., I, p. 331; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 282.

²² A. Brückner, Sl. et., p. 154.

²³ V. Machek, Et. sl., p. 141.

²⁴ K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 353.

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con l’ide. *gʷou-, ma con il gr. βόσκω «pascolo, nutro» e altri suoi affini²⁵, che, come abbiamo visto, sono a loro volta collegati all’antico nome ide. del bovino. In lituano, tuttavia, esistono parole usate nel senso di «mucca» la cui fonetica mostra che non possono essere separate dal nome ide. del bovino qui esaminato; si tratta del lit. guõtė «mucca», guõtena «giovane mucca» (LKŽd., III, 740–1), gūtė «nome affettuoso della mucca» (LKŽd., III, 764). Queste parole lituane, però, sono di uso molto circoscritto e, inoltre, non è chiaro se non siano prestiti. Anzitutto, il lit. guõtena, come suggerisce la sua distribuzione geografica (Šatės), potrebbe derivare dal lett. guotina o da un’altra forma simile. Il lit. guõtė è attestato in un canto, anch’esso raccolto nei pressi del confine lettone («Šiu namo, guote, šiu namo, raguote!»). Il lett. guota è probabilmente una formazione recente dalla forma diminutiva guotene (EM, I, 692). Tuttavia, oltre alle parole qui menzionate, usate presso il confine lettone, in lituano la forma guõtė «donna incapace; trascurata», il cui significato originario potrebbe essere stato «mucca», è attestata nei dintorni di Liškiava e Veisiejai, dove non può essere penetrata direttamente dal lettone.

È piuttosto incerto anche il rapporto del lit. guõtė «fungo commestibile della famiglia delle Hygrophoraceae (Hygrophorus)» con le parole menzionate in precedenza. K. Būga collegava questo nome del fungo direttamente al lit. guõtas «branco, gruppo», poiché, secondo K. Būga, il fungo sarebbe stato chiamato così perché cresce in gruppi, cioè a guotai («Chiamiamo guõtės i funghi che crescono a guõtai, “in gruppi, a ponti, in branchi”, Slnt; le guõtės crescono a ponti, “in gruppi”, Jnš, Kp, Šiauliai»)²⁶. Tuttavia, l’origine del lit. guõtė può essere spiegata anche come «fungo della mucca»; cfr. anche il lett. guotenes o guovju pekas «Kuhpilz (agaricus cinnamomus)» (EM, I, 692).

In «Aistiškuose studijuose» K. Būga menziona il toponimo lituano Guovainiai, che collegava al lett. guovs²⁷. Questa ipotesi di K. Būga fu ripresa anche da E. Frenkelis²⁸. Tuttavia, nelle altre fonti sui toponimi della Lituania non troviamo la forma Guovainiai. K. Būga probabilmente aveva in mente il villaggio di Gūvainiai, nel distretto di Šilalė, dal quale potrebbe essere stata ricostruita la forma Guovainiai.

Il nome del ruscello Gūragjis < guovs + rāgas (Kuršėnai) è probabilmente collegato all’antico nome della mucca; da esso deriva il nome del villaggio Gūragiai²⁹. Nel territorio lettone sono numerosissimi i toponimi riconducibili alla parola guovs³⁰.

Pertanto, è possibile rinvenire tracce dell’antico ide. *gʷou- anche in lituano. Nei monumenti della lingua prussiana non vi sono tracce di questo nome ide. del bovino.

Nel complesso, fra tutte le lingue baltiche e slave, questo nome si è conservato meglio in lettone. In seguito, a quanto pare, quando la femmina del bovino cominciò a svolgere il ruolo più importante nell’economia domestica, il nome generico del bovino fu trasferito in lettone alla sua femmina, la mucca. Nelle lingue slave e in lituano, invece, si affermò un nuovo nome per la mucca: rus. корова, ucr. корова, bielor. kapoba, bulg. крава, serbo-croato krava, sloveno kráva, ceco kráva, slovacco krava, pol. krowa, casciubo karva, krova, alto sorabo kruwa, basso sorabo krowa³¹, lit. karvė, pr. kurwis «toro». Questo nome sembra avere

²⁵ E. Fraenkel, Et. Wb., p. 177.

²⁶ K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 353.

²⁷ K. Būga, Aistiški studijai, Peterburgas, 1908, p. 25.

²⁸ E. Fraenkel, Et. Wb., p. 177.

²⁹ Lietuvos TSR upių ir ežerų vardynas, p. 55.

³⁰ J. Endzelīns, Latvijas PSR vietvārdi, I, 1, p. 343–344.

³¹ M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 629–630; О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 40.

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un’etimologia attendibile: molti studiosi lo collegano al lat. cornu «corno», gr. κεραός «cornuto». Hanno la stessa origine anche il lat. cervus «cervo», il cimbr. carw, il bret. karo, il pr. sirwis «capriolo» e altri. È possibile che, nelle lingue baltiche e slave, il nome della vacca sia stato trasferito dal nome del cervo o di qualche altro bovide selvatico, forse in origine riferito a una razza di vacche dalle corna particolarmente ampie. È interessante che un processo simile si sia verificato anche in altre lingue: si confrontino anche le associazioni del lat. cornu e del gr. κεραός con il ted. Rind «bovino» e l’alb. ka (< *k’ru) «toro»32.

V. Machek non concordava con questa spiegazione dell’origine del lit. karvė, del rus. корова e di forme affini. Collegava il nome della vacca al sanscr. cárvati «tritura, mastica», spiegando che il suo significato originario sarebbe stato «ruminante»33. Questa etimologia, tuttavia, non ha ottenuto un consenso più ampio. È poco attendibile soprattutto perché lo stesso sanscr. cárvati è una parola di origine molto incerta34.

In lettone non si trovano tracce chiare di cognati del vocabolo lit. karvė: il lett. karva «una vacca vecchia e magra; appellativo canzonatorio per una donna; epiteto ingiurioso per le vacche» (EM, II, 165; EH, I, 590) è probabilmente un prestito dal lituano.

In prussiano, come abbiamo già ricordato, una parola di questa radice è usata nel significato di «toro». Oltre che nel glossario di Elbing (voce 672 – Curwis Ochze), nel III catechismo compare la forma al singolare accusativo kurwan. Alcuni studiosi35 considerano il pr. curwis un prestito dal polacco (nei testi polacchi più antichi karw significa per lo più «toro vecchio e pigro»). Tuttavia, è più probabile che il pr. curwis sia una parola indigena36. Questa radice ricorre anche con una certa abbondanza nella toponimia prussiana: Corwedompne < pr. curwis + dompne: lett. dubens «il fondo, il terreno, la profondità», Korwelaucken < pr. curwis + pr. laucks «campo», Kurwingen < pr. curwis + -ing-, Curwin37.

Le lingue baltiche e slave hanno una denominazione del giovane bovino caratteristica soltanto di esse, ovvero: sl. ant. telice, rus. теленок, ucr. теля, bielor. цяля, bulg. теле, serbocroato теле, slov. tele, ceco tele, slovacco tel’a, pol. cielę, casciubo celą, alto sorabo čelo, basso sorabo šele, lit. tėlias, teliūkas, lett. telš, teļēns38. Tanto nelle lingue baltiche quanto in quelle slave troviamo numerosi derivati di questa radice; si confrontino il lit. telinga, teliuotis, il lett. telidze «vacca gravida», teļuoties «figliare», il rus. стельная «gravida», il rus. телиться «figliare» e altri.

Sarebbe difficile trovare un’altra denominazione di animale nelle lingue baltiche e slave che abbia avuto così tante spiegazioni della propria origine quanto questa. Purtroppo, finora nessuna di queste spiegazioni è particolarmente convincente.

32 J. Pokorny, Et. Wb., p. 574–577; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 225; F. Kluge, Et. Wb., p. 600; H. Hirt, Indogermanische Grammatik, II, Heidelberg, 1921, p. 117, 130; A. Bezzenberger, BB, 17, p. 216; B. Порциг, Членение индоевропейской языковой области, Москва, 1964, p. 259–260; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 119; A. Brückner, Sl. et., p. 271.

33 V. Machek, Et. sl., p. 233; V. Machek, KZ, 64, p. 262–263.

34 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 379.

35 A. Brückner, Sl. et., p. 271; J. Pokorny, Et. Wb., p. 577.

36 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 366; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 129; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 225.

37 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 30, 70–71, 77; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 199.

38 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 90; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1077–1078; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 44.

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H. Petersonas collegò questo nome all’arm. t’alun «grasso», al scr. tilvilah «prospero, fertile»⁳⁹. Tuttavia, tra gli altri studiosi questa etimologia non riscosse particolare consenso.

J. Mikola collegò il lit. tėlias e forme affini al lit. talokas «figlia adulta; ragazza giovane», al lit. lokyš e al pr. clokies⁴⁰.

G. Ilinskis lo collegò al lat. stolidus «sciocco, insensato; privo di forza», stultus, all’a.a.ted. stilli «silenzioso, tranquillo» e al lit. tylus⁴¹.

Smiešek collegò lo slav. telę al lat. tollo, -ere «sollevare» e all’a.a.ted. dolēn «sopportare, sollevare»⁴². Anche altri studiosi tendono in parte ad aderire a questa spiegazione. Il significato originario del nome di questo animale potrebbe essere «partorito», cfr. got. barn «bambino»: *bher- «portare»⁴³.

A. Becenberger tentò di collegare il lit. tėlias al gr. πέλεας «verro»⁴⁴.

V. Machek offrì una spiegazione molto originale dell’origine della parola telę. A suo parere, le forme slav. telę, lit. tėlias e simili derivano da una forma più lunga (analogamente al ceco Řina < Kateřina), corrispondente al lat. vitulus «vitello, torello» e al gr. ἔπαλον, e sono riconducibili all’indoeuropeo *uet- (gr. ἔτος) «anno». Il significato originario di telę sarebbe dunque «annuale»⁴⁵.

Anche K. Būga tentò di spiegare l’origine del lit. tėlias e dello slav. telę: era incline a collegare queste parole allo sl. tělo «corpo»⁴⁶.

Le spiegazioni sono dunque numerose, ma tutte suscitano seri dubbi⁴⁷. Ci sembra che l’etimologia di V. Machek meriti maggiormente attenzione. A sostenerla vi è un consistente gruppo di nomi indoeuropei di animali, riconducibili proprio alla radice indoeuropea *uet- «anno»; cfr. scr. vatsáh «animale di un anno; vitello; bovino», vatsakāh «vitellino», alb. vjetë «vitello», got. wiprus «agnellino di un anno» e altri⁴⁸. Il punto debole dell’etimologia di V. Machek è la fonetica. Tuttavia, anche in questo caso, a nostro avviso, non si può negare categoricamente che da *uet-elo- potesse derivare la forma *tel-.

Il lit. telyčia «giovane vacca che non ha ancora avuto un vitello», come indica il suffisso della parola, deriva dal rus. телица o dalla forma bielorussa corrispondente⁴⁹. Anche il lett. telica è di origine identica⁵⁰.

Nelle lingue baltiche è ampiamente usato anche un altro nome del bovino, il cui significato in lituano è piuttosto vicino a quello appena esaminato. Si tratta del lit. veršis, del lett. vērsis e del pr. werstian. Nelle lingue slave non se ne trovano tracce. Oggi il lit. veršis è usato nella lingua letteraria e in gran parte dei dialetti nel significato di «giovane bovino»; cfr. anche veršinga, veršiuotis, il cui uso non differisce da quello menzionato in precedenza—

39 H. Petersson, Arische und armenische Studien, Lund, 1920, p. 29; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 505.

40 J. Mikkola, BB, 22, p. 245.

41 Г. Ильинский, РФВ, 60, p. 421–424.

42 Smieszek, Materiały i Prace Komisji Językowej Akademii Umiejętności, IV, p. 397–401, plg. M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 90.

43 J. Pokorny, Et. Wb., p. 1061; C. D. Buck, Dict., p. 155.

44 A. Bezzenberger, BB, 27, p. 176.

45 V. Machek, Et. Sl., p. 524.

46 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 318, 625.

47 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 90; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1077; F. Slawski, Sl. et., I, p. 99; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 44–45.

48 J. Pokorny, Et. Wb., p. 1175.

49 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1078.

50 EM, IV, p. 160.

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tų telinga, teliuotis. Tuttavia, in alcune varietà (soprattutto nel dialetto dzūko) la parola veršis viene usata con il significato di «toro, bue». Questo significato si trova nel dizionario di K. Širvydas («Stadnik/taurus. Wierśis», I ed., 174; «Byk. Taurus/Werbis», V ed., 22). Il lettone veršis è usato soltanto nel significato di «bue, toro». Il prussiano werstian (parola 674 del vocabolario di Elbing), probabilmente derivato dalla forma *werstian, in cui -ist- è un suffisso diminutivo⁵¹. È attestato con il significato di «vitello (Kalb)». Pertanto, il significato originario del lituano veršis è «toro, bue». S. D. Bakas ha errato nel ravvisare nel lettone veršis «bue» un parallelo del mutamento semantico dell’inglese bullock da «torello» a < «bue»⁵².

Il lituano veršis, il lettone vērsis e il prussiano werstian sono collegati al latino verres «verro, maiale maschio», al sanscrito vṛṣah «toro, bue», vṛṣṇih «maschio; montone» e vṛṣaṇah «testicoli». Queste parole sono poi messe in relazione con l’indoeuropeo *auer- «bagnare, aspergere, scorrere», cfr. il sanscrito vār «acqua», il tocario A wăr ecc. In tal modo, il significato originario del lituano veršis ecc. sarebbe «che emette seme, che urina». A sostegno di questa etimologia si possono citare numerosi paralleli semantici, cfr. il russo вепрь «verro»: sanscrito vāpati «emette (seme)»; gotico auhsa «toro», sanscrito ukṣā «toro»: sanscrito ukṣáti «asperge»; latino ūrus «uro», svedese dialettale ure «toro»: islandese antico úr «pioggia minuta». È vero che alcuni di questi paralleli destano dubbi, ma la maggior parte degli studiosi concorda con la spiegazione appena esposta dell’origine del lituano veršis⁵³.

In lituano si usa anche il nome jautis per il maschio della vacca, termine proprio di questa sola lingua. In alcune varietà la parola non indica genericamente il maschio della vacca, bensì un bovino castrato impiegato nei lavori agricoli. Questo è probabilmente anche il significato originario della parola. Come accanto a žirgas è comparso arklys, l’animale impiegato per arare, così accanto a veršis è comparso jautis, «vitello aggiogato». In origine la parola jautis potrebbe essere stata usata persino soltanto nell’espressione veršis. L’etimologia del lituano jautis non lascia dubbi: è collegato al sanscrito yāuti «lega, aggioga», al lituano jungas, jaug tas «cinghia con cui si lega il giogo alle corna del bue da lavoro» ecc.; cfr. inoltre l’antico islandese eykr «animale da lavoro, cavallo» e il sanscrito yōgyaḥ «animale da lavoro», anch’essi ricondotti alla stessa radice indoeuropea⁵⁴.

L’idronimo prussiano Jautin indicherebbe che anche gli antichi Prussiani avevano una parola corrispondente esattamente al lituano jautis⁵⁵.

Come in lituano, anche nelle lingue slave il toro da riproduzione e il bue da lavoro hanno denominazioni distinte, cfr. il russo бык «toro» e il russo вол «bue (da lavoro)». Queste denominazioni, tuttavia, non hanno nulla in comune con i corrispondenti nomi baltici del toro o del bue. Inoltre, sono probabilmente di origine piuttosto recente e proprie soltanto delle lingue slave⁵⁶. È vero che il russo бык, collegato da molti studiosi a un verbo che significa «muggire, belare» (cfr. il ceco býkati), ha un corrispondente esatto anche in lituano, cfr. il lituano būkas «Bota u rus stellaris»⁵⁷: lituano būkti «muggire, belare», baūkti. L’origine del lituano būkas è confermata molto bene dai suoi sinonimi: baūblys: lituano baūbti, rėklys: lituano rėkti.

51 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 53. 52 S. D. Buck, Dict., p. 153. 53 J. Pokorny, Et. Wb., p. 80–81; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1228–9; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 652; EM, IV, p. 565; F. Kluge, Et. Wb., p. 518; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 353; F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, p. 234. 54 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 191; J. Pokorny, Et. Wb., p. 508–510; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 110. 55 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 51, 233. 56 M. Vasmer, Et. Wb., I, 158, 216; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 41–44; F. Sławski, Sl. et., I, p. 52. 57 И. Эндзелин, Lingua Posnaniensis, 1, p. 3.

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Nella lingua letteraria lituana, e anche in alcuni dialetti, si usa il nome del toro da riproduzione būlius. Questa parola, come il lettone būlis, è un prestito dal tedesco; cfr. il tedesco della Prussia orientale boll, bull, il basso tedesco medio bulle58. Il nome tedesco del toro da riproduzione è ricondotto all’indoeuropeo *bhel- «gonfiare, soffiare, tumefarsi»; cfr. l’inglese ballock «testiculus»; il greco φαλλός «pene», l’antico irlandese ball ecc. 59 Dunque il toro da riproduzione avrebbe ricevuto un nome del genere dai propri organi sessuali.

Come abbiamo menzionato, le lingue baltiche non hanno conservato il significato indoeuropeo di *guou «bovino». Tuttavia, vi troviamo alcuni nomi di bovini di diversa origine.

Nelle lingue lituana e prussiana antica è ben conservato l’indoeuropeo *peku-, il cui significato originario, secondo molti studiosi, era «animale da tosare, animale lanoso, pecora»; in seguito si sviluppò il significato generico di bovino. L’indoeuropeo *peku- è connesso al greco πέκω «taglio, pettino», al latino pecto, -ere «pettinare», al lituano pėšti, al greco πέκος «lana» ecc. Un nome di bovino derivato da questa radice è attestato in numerose lingue indoeuropee; cfr. il sanscrito páśuh «bovino, animale», l’avestico pasu- «bovino, piccolo bovino», il latino pecū «bovino», l’alto tedesco antico fihu «bovino» (gotico faihu «ricchezza»)60.

Il lituano pėkus ricorre spesso negli scritti antichi. Come mostra lo schedario del dizionario accademico della lingua lituana, fino a tempi relativamente recenti questa parola era ancora viva nei dintorni di Švenčionys. Attualmente il lituano pėkus è vivo soltanto nelle isole linguistiche lituane situate nella RSS Bielorussa (Zietela). Nei dintorni di Švenčionys è attestata anche la forma pėkas, usata non solo nel significato di «bovino», ma anche, in senso figurato, in quello di «sciocco».

Questo nome di bovino è ben conservato anche nei monumenti della lingua prussiana: nei catechismi è attestata cinque volte la forma dell’accusativo singolare pecku e due volte, nello stesso caso, la forma peckan61.

In passato alcuni linguisti, fra cui K. Būga, consideravano germanismi questi nomi di bovini delle lingue baltiche. Secondo K. Būga, i Prussiani avevano ricevuto la loro parola dai Goti, e attraverso i Prussiani essa era passata anche in lituano62. La ragione principale per cui si era giunti a tale opinione era che nelle forme baltiche di questa parola compare k invece della sibilante (š)s attesa. Tuttavia, nelle lingue baltiche si trova una velare al posto della sibilante attesa anche in altre parole che nessuno cerca di considerare prestiti63. Nel dimostrare l’origine non mutuata del lituano pėkus, E. Hermann si basava soprattutto sulla specificità del significato di questa parola («bovino, piccolo bovino, pecora»)64.

In lettone l’indoeuropeo *peku- «bovino» non è conservato; non se ne trovano tracce neppure nelle lingue slave.

In lituano è ampiamente usato un nome di bovino proprio di questa lingua, collegato al verbo kėlti65: kėlta, kėltai (forma plurale), kėltava, kėltuva, keltuvà, kėltos «mandria di vacche», kėltuvė «vacca», keltuvė, kėltuvės «bovini, mandria». Talvolta la parola kėltuva è usata anche in senso generico per «animale», persino domestico

58 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 64; EM, I, p. 348; K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, Kaunas, 1934, p. 37; J. Sehwers, Sprachlich-kulturhistorische Untersuchungen, p. 20.

59 F. Kluge, Et. Wb., p. 110; J. Pokorny, Et. Wb., p. 120–121; C. D. Buck, Dict., p. 154.

60 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 564; J. Pokorny, Et. Wb., p. 797; F. Kluge, Et. Wb., p. 822.

61 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 392.

62 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 85, 86; III, p. 496, 897.

63 E. Fraenkel, Die baltischen Sprachen, Heidelberg, 1950, p. 13–18.

64 E. Hermann, AfslPh, 40, p. 161; Chr. S. Stang, Vergleichende Grammatik der baltischen Sprachen, Oslo–Bergen–Tromsö, 1966, p. 93; J. Otrębski, Die Sprache, 12, p. 50–51.

65 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 238.

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nel significato di «uccello» (cfr. Kėltuvos «mucche, cavalli, pecore, maiali, oche» K. Būga (Ad.), Ožka negadna kėltuva ecc.) (LKŽd., V, 530–1, 551–2). La forma kėltuva è usata anche nel significato di «gruppo di bovini, mandria». I nomi di bovini menzionati sono usati nei dialetti orientali del lituano, nonché in alcuni testi antichi; per esempio, la forma kėltuva ricorre abbastanza spesso in K. Širvydas e compare negli scritti di M. Mažvydas e J. Bretkūnas.

È proprio del lituano anche il vocabolo galvijas «animale (di norma domestico, bovino); bestia». V. Machek, come abbiamo visto, tentò di collegare il lituano galvijas allo slavo gov- (russo говядо ecc.) e al tedesco Kalb «vitello». Un simile collegamento, tuttavia, è difficile da dimostrare: il significato del lituano galvà «singola persona o animale» (cfr. «Le otto mucche e giovenche dovranno essere nutrite per tutto l’inverno», LKŽd., III, 79) dimostra che galvijas non è separabile da galvà; cfr. pekui galvui della Postilla di Wolfenbüttel, nonché il tedesco so und soviel Haupt Rindvieh66.

Il lettone luõps «bovino, animale», che è del tutto isolato tanto nelle lingue baltiche quanto in quelle slave, ha un corrispondente in albanese: alb. lopë «mucca». Si tratta di una delle poche isoglosse lessicali tra le lingue baltiche e l’albanese. Si è tentato di collegare a queste parole anche il tedesco svizzero loobe, lioba «mucca»67. Queste ultime, tuttavia, potrebbero anche essere denominazioni della mucca sorte più di recente e di uso locale.

J. Mikkola tentò di far derivare il lettone luõps da *lampas e di collegare quest’ultimo al gotico lamb «agnello»68. A nostro avviso, è invece più plausibile il collegamento con l’albanese lopë «mucca».

Dal lettone luõps deriva probabilmente anche il lituano lūopas «persona goffa, sempliciotto, tontolone» (LKŽd., VII, 692).

Il lituano lopas nel significato di «bovino» è attestato negli scritti di S. Daukantas (LKŽd., VII, 648), dove è giunto, senza dubbio, dal lettone.

Molto oscuro e isolato nel lessico della zootecnia delle lingue baltiche è il nome prussiano della mucca klente (voce 673 del glossario di Elbing), clynth (voce 4 del glossario di Grunau). In entrambi i monumenti della lingua prussiana è attestato con il significato di «mucca»69. Inoltre, questo nome della mucca sembra aver lasciato tracce anche nella toponimia prussiana, cfr. il toponimo Clynteyne < pr. clynth + suff. -ein70. Pertanto, l’autenticità del suddetto nome prussiano della mucca non lascia dubbi.

L’origine del prussiano klente è stata spiegata in modi piuttosto diversi.

A. Bezzenberger collegò il prussiano klente (secondo lui, da *tlentē) con il greco πτέλας «verro» e con il lituano tėl̃ias71.

L. Geitler collegò il nome prussiano della mucca al russo кляча (< *кле́тя) «ronzino, giumenta scadente»72. Anche J. Mikkola approvò la proposta del linguista ceco73.

A. Brückner fece derivare il prussiano klente dal polacco klępa «mucca vecchia»74, cfr. anche lo sloveno klęka «mucca magra, ronzino».

L’etimologia di A. Bezzenberger sembra la meno plausibile.

66 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 132.

67 EM, II, p. 528; J. Pokorny, Et. Wb., p. 654.

68 J. Mikkola, BB, 21, p. 219–220.

69R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 360.

70 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 66, 233.

71 A. Bezzenberger, BB, 27, p. 176.

72 L. Geitler, Litauische Studien, Prag, 1875, p. 65.

73 A. Mikkola, AfslPh, 39, p. 12.

74 A. Brückner, AfslPh, 20, p. 504.

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Altri studiosi, nell’interpretare l’origine del pr. klente, forse seguono la strada giusta.

Ci sembra che un tale nome della vacca in prussiano possa essere sorto nella stessa lingua prussiana da un verbo corrispondente, non attestato tuttavia nei monumenti di questa lingua; cfr. lit. klẽnkti «camminare con difficoltà, penosamente», lett. klencēt. Anche nelle lingue slave, a partire da un verbo della stessa radice, cfr. russo клякать «inciampare», antico slavo ecclesiastico klẽčati, sloveno klẽkati «inciampare, oscillare, reggersi in modo instabile» e così via75, si sono formati indipendentemente nomi corrispondenti dell’animale. Tra tutti gli animali domestici, la vacca è proprio quella caratterizzata dall’andatura più lenta e pesante.

In questo modo, tutte e tre le lingue baltiche hanno nomi diversi per la vacca. Il nome più antico è stato conservato dal lettone. In lituano e in prussiano, il nome precedente, corrispondente al lett. giòvs, è stato soppiantato da uno più recente (lit. kárvė, pr. curwis). In prussiano non si è affermato il nome della vacca corrispondente al lit. kárvė, probabilmente perché la parola con questa radice era usata nel significato di «toro».

Nelle lingue baltiche esistono molti nomi diversi per i bovini, soprattutto per la vacca, legati a qualche caratteristica di questo animale; se ne trovano moltissimi nelle varietà dialettali lettoni. Il gruppo di gran lunga più numeroso è associato al colore dell’animale.

Lett. aûbe «una vacca con la testa bianca» (EH, I, 183), cfr. lett. aûbe «berretto» < ted. Haube76.

Lett. bale «nome di una vacca bianca» (EH, I, 200), cfr. lett. bāls «pallido, sbiadito».

Lett. bāltaste «nome di una vacca dalla coda bianca» (EH, I, 201) < bālts+aste «coda».

Lett. bāltkāja «nome di una vacca dalle zampe bianche», baltkājena (EH, I, 202) < bālts+kāja «gamba».

Lett. bāltāna «un nome bovino», baltanīte (EH, I, 202) < bālts+sānis «fianco».

Lett. bęnga «nome di una vacca maculata» (EH, I, 212), cfr. lett. bęngulis «(come vezzeggiativo) un bambino»?

Lett. brūklene «nome di una vacca rosso-bruna» (EH, I, 246), cfr. lett. brūkle, brūk-lene «il mirtillo rosso, la bacca rossa (vaccinium vitis idea); per il suo colore rosso è spesso paragonata alle ragazze dalle guance rosse».

Lett. brūnala «una vacca marrone», brūnala, brūnale, brūnuļa, brūnava, brūne, brūnce (EM, I, 341; EH, I, 245, 246), brūnķe «denominazione spregiativa per una vacca marrone» (EH, I, 245), cfr. lett. brūns «marrone» < e ted. basso brün77.

Lat. ciēlava «nome di una vacca; una vacca dalla testa bianca» (EH, I, 277), cfr. lett. ciēlava «la ballerina bianca».

Lett. ciruole «una vacca dalla testa bianca» (EM, I, 392), cfr. lett. cīrulis «l’allodola», cirulgalvas «grossi fiocchi di neve» (EM, I, 392).

Lett. drīzala «un nome di vacca (la striata?)» (EH, I, 335), cfr. lett. drīzena «un raggio», drīksnains «raggiato, rigato». Se il significato di questo nome di vacca non fosse «la striata», lo si potrebbe associare anche al lett. drīzs «veloce», cfr. lett. drīzuļi «frutti precoci».

75 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 576.

76 J. Sehwers, Sprachlich-kulturische Untersuchungen, p. 4.

77 J. Sehwers, ten pat, p. 19.

138

Lett. dūkala «nome di una vacca bruno-nera», dūkale, dūkala, dūkana, dùkaṇa, dùce «una vacca bruno scuro con la testa nera; nome di una vacca grigia» (EM, I, 523; EH, I, 345, 346), cfr. lett. dūkans «grigio-bruno».

Lett. dūmala «una vacca bruno scuro, bruno-nera, una vacca rossa dalla testa bruna», dumala «una vacca bruno scuro», dùmula (EM, I, 514, 527, 528; EH, I, 347, 348), cfr. lett. dūmals «color fumo, grigio scuro».

Lett. gulbene «nome di una vacca bianca» (EH, I, 416), gūlbis (EM, I, 676), cfr. lett. gūlbis «cigno».

Lett. īrbe «nome di una vacca finemente maculata» (EH, I, 431), cfr. lett. īrbe «pernice».

Lett. juosle «una vacca bianca con la parte anteriore e quella posteriore scure» (EH, I, 571), cfr. lett. juōslains «strisciato», juōslene «un maiale con una striscia simile a una cintura attorno al ventre» (EM, II, 127).

Lett. kruonala «nome di una vacca rosso (scuro); nome di una vacca», kruōnula, krùonale, krùonala (EM, II, 295; EH, I, 664), cfr. lett. kruōnis «la corona; la ghirlanda» < v. vocab. zemgalico krōne78.

Lett. krustala «nome di una vacca», krustala (EM, II, 288; EH, I, 660), cfr. lett. krusts «la croce».

Lett. kūtala «una vacca con una striscia bianca sul dorso», kūtala (EM, II, 393; EH, I, 709), cfr. lett. kūtāins «a strisce (riferito al bestiame)» < est. küüt «a strisce; bestiame con una striscia bianca sul dorso» (EM, II, 393).

Lett. làuce «una vacca con una macchia bianca sulla fronte», làučā, lauka, làukala, làukala, làukàża, laùcika (EM, II, 425, 426; EH, I, 722), cfr. lett. làuks «con una macchia bianca sulla fronte».

Lett. màntale «nome di una vacca nera» (EH, I, 782), cfr. lett. mañdala «nome di una vacca che ha partorito di lunedì» (?).

Lat. māralina «nome di una mucca» (…chi era pezzata — raibalina, chi era rossa — māralina…), mārala (EM, II, 583; EH, I, 792), cfr. lat. mārani «erba rossa, con cui si tinge di rosso» (EH, I, 792).

Lat. melle «una mucca nera», melne, mellika, meļļuža, mellene (EM, II, 596; EH, I, 798), cfr. lat. meļns «nero».

Lat. mice «nome di una mucca dalla testa bianca», mička (EH, I, 811), cfr. lat. mice «berretto da donna, cuffia; un berretto in generale», mička < voc. žem. müttse.

Lat. mugrina «nome di una mucca con il dorso di colore diverso» (EM, II, 661), cfr. mugura «il dorso».

Lat. mustala «una mucca con le labbra nere; guovs ar tumšāku (dūkānu) galvu», mustala «guovs ar tumšu purnu», mustika «una mucca nera» (EM, II, 672; EH, I, 835), cfr. lett. mustis «un cane nero» < est. must «nero», liv. mustā. La forma mustika deriva dall'est. mustik (EH, I, 835).

Lat. nakča «nome di una mucca nera», naktala (EH, II, 3), cfr. lat. nakts «la notte».

Lat. pālne «nome dato alle mucche grigio cenere» (EH, II, 152), cfr. lat. pēlni «la cenere», palss «pallido» (?).

Lat. pālse «nome di una mucca color isabella» (EH, II, 152), cfr. lat. palss «pallido».

Lat. plaṇke «una mucca bianca con le parti anteriori e posteriori nere o rosse; una mucca pezzata di nero o una mucca nera con la regione inguinale bianca; una

78 J. Sehwers, ibidem, p. 59.

139

«bunte Kuh od. eine weissköpfige Kuh» (EH, II, 283), cfr. lett. plaṅks «variopinto», plaṅkene «un panno variopinto» (EH, II, 283).

Lett. punika «nome di una mucca marrone» <est. punik «mucca rossa» (EM, III, 413).

Lett. raibe «una mucca variopinta», raibala, raibala, raibala, raibala, raìbala, raibula, ràibula, raibule, raibulīte, raibelīte, raibalīte, raibele, raibene, ràibale, raibuolina-reibulīte (EM, III, 467, 468, 505; EH, II, 350), cfr. lett. rāibs «variopinto, macchiato, pezzato».

Lett. raicka «una mucca variopinta», raiča (EM, III, 469; EH, II, 351) andrebbero probabilmente ricondotti anch’essi ai nomi appena elencati.

Lett. rāine «nome di una mucca» (EH, II, 351), cfr. lett. raìns «variopinto, striato».

Lett. salnika «una mucca dal mantello grigio ferro» (EM, III, 675), cfr. lett. salns «di colore grigio ferro».

Lett. sāntala «nome di una mucca nera», santene «nome di una mucca» (EH, II, 433–4), cfr. lett. sants «il velluto».

Lett. sārke «nome di una mucca (rossa, marrone)», sārke, sārkene «nome di una mucca rossa», sarkane, sarkala, sarče «una mucca marrone» (EM, III, 722; EH, II, 441, 443), cfr. lett. sarks «tendente al rossiccio».

Lett. sārtala «nome di una mucca», sārtala, sārtite «nome di una mucca rossa» (EM, III, 807; EH, II, 473), cfr. lett. sārts «rosso».

Lett. sārmule «una mucca grigia» (EH, II, 444), cfr. lett. sārma «la brina».

Lett. sēmale «una mucca grigio chiaro» (EH, II, 481), cfr. lett. *šēms «grigio chiaro con macchie nere».

Lett. sīrmala «una mucca grigia», sirmala, sirmula, sirmule (EM, III, 846, 847; EH, II, 488, 489), cfr. lett. sīrms «grigio».

Lett. sīrsniņa «nome di una mucca con una macchia a forma di cuore sulla fronte» (EH, II, 489), cfr. lett. sirds «il cuore».

Lett. skudre «mucca nera», skudrite, cfr. lett. skudre «la formica»⁷⁹.

Lett. slauna «nome di una mucca nera; mucca pezzata; mucca sporca; mucca con i fianchi rosso-bianchi o bianco-neri», slāune «una mucca con il ventre bianco; una mucca nera con il ventre bianco; una mucca con i fianchi bianchi»; slāunala «mucca pezzata», slāunene «nome di una mucca», slaunike, slaunuža, slaunīs «una mucca con il ventre e i fianchi variopinti», slaure «una mucca maculata», šļaune «una mucca variopinta sui fianchi o sulle cosce», šļāune (EM, III, 919, 220; IV, 67; EH, II, 521, 522), cfr. lett. slauns «variopinto sui fianchi o sulle cosce, pezzato», šļāuns.

Lett. sniedze «nome di una mucca bianca» (EM, III, 977), cfr. lett. sniegs «la neve».

Lett. spīdala «nome di una mucca dal manto lucente», spīdala «nome di una mucca» (EM, III, 1000; EH, II, 552), cfr. lett. spīdēt «brillare».

Lett. stripala «nome di una mucca striata» (EM, III, 1092), cfr. lett. stripā «la striscia».

79Anche varie credenze popolari lettoni associano la formica alla mucca, cfr.:

„Viena pati man gotiņa, Tai skudrīti vārdų liku, Lai telītes vairojās Kā skudrītes pūlīte“ (LD, 28960).

«Si usa far fare alle mucche tre giri intorno a un formicaio prima di condurle al mercato per venderle, nella speranza che allora ci siano molti compratori, come formiche» (J. Alūnāns, Mājas Viesis, 1857, 270) e simili; cfr. P. Šmits, Latviešu tautas ticējumi, p. 551.

140

Lett. škūtala «nome di una mucca il cui dorso differisce per colore dal resto del corpo» (EH, II, 641), cfr. lett. skūt «radere» (?).

Lett. trese «nome di una mucca che ha una macchia bianca (trese)» (EM, IV, 231), cfr. lett. trese «la macchia bianca».

Lett. tūmšsārke «la rosso scura (detto di una mucca)» (EM, IV, 263), cfr. lett. tūmšsārkans «rosso scuro».

Lett. ūbele «una mucca grigia» (EM, IV, 403), cfr. lett. ūbels «grigio scuro».

Lett. uōgra «nome di una mucca nera» (EH, II, 743), cfr. lett. uōgle «il carbone» (?).

Lett. vabule «nome di una mucca nera; nome di una mucca marrone», vabuole, vabala «nome di una mucca nera» (EM, IV, 428; EH, II, 746), cfr. lett. vabule «il coleottero»⁸⁰.

Lett. valgīs «un bue bianco» < est. valgu (EM, IV, 455).

Lett. zale «una mucca rosso-bruna» (EM, IV, 684; EH, II, 800), cfr. lett. zals «giallo rossastro».

Lett. zeltere «?» (guosniņas – viena zale, uotra zeltere) (EM, IV, 705), cfr. lett. zēlts «l’oro», zeltenes «un arbusto dai fiori gialli».

Lett. ziēdala «nome di una mucca pezzata», ziēdala, ziēdala, ziēdele, ziēča, ziēdaine, ziēduone (EM, IV, 737, 738; EH, II, 810, 811), cfr. lett. ziēds «il fiore».

Lett. zile «nome di mucca», zilene «una mucca blu», ziluža «una mucca grigia (?)» (EM, IV, 719, 721; EH, II, 806), cfr. lett. zils «blu».

Lett. zīmala «una mucca con un segno (sulla fronte)», zimala, zīmala, zīmala, zīmala, zīmala, zīmala, zīmala, zīmēle, zīmule, zīmala, zīmālite, zīmāle, ziemala (EM, IV, 734, 735, 736, 742; EH, II, 810), cfr. lett. zīme «il segno». La forma ziemala potrebbe anche avere un'altra origine, cfr. lett. ziema «l'inverno».

Lett. zvaigala «una mucca con una macchia bianca a forma di stella sulla fronte», zvaigale, zvaigala (EM, IV, 761; EH, II, 813, 814), cfr. lett. zvaigzne «la stella».

In lettone sono ampiamente usati nomi di mucche derivati dal nome del giorno della nascita della mucca o, più in generale, del periodo in cui è nata⁸¹. Nomi di questo tipo sono estranei al lituano. Si trovano nelle lingue slave, cfr. russo полднёха, вечареха, вторёха, понеделка, basso sorabo pónžela⁸², ma sono usati molto meno frequentemente dei nomi di mucche analoghi in lettone.

Lett. cẹtala «nome di una mucca nata di giovedì», cẹtalina, cẹtala, cẹtula, cẹture, cẹturtale, cẹtuža, cẹkula «denominazione di una mucca nata di giovedì, oppure che ha un segno sulla fronte», cẹkula, cẹkule, cẹkata, cẹka «una mucca nata di giovedì» (EM, I, 368, 376, 409; EH, I, 262, 267), cfr. lett. cẹtūrtais «il quarto», cẹtūrtdiena «il giovedì».

Lett. dienala «una mucca nata di giorno» (EM, I, 483), cfr. lett. diena «il giorno».

Lett. laūnadżite «una mucca nata all'epoca del launags» (EH, I, 723), cfr. lett. laūnags «il mezzogiorno», laūnadżite «la ragazza nata all'epoca del launags».

Lett. maņdala «nome di una mucca nata di lunedì», maņdala, maņčka, mandža, maņčka, maņdža (EM, II, 560; EH, I, 782, 783), cfr. ted. der Montag.

⁸⁰ P. Šmits, Credenze popolari lettoni, p. 550.

⁸¹ P. Šmits, ibidem.

⁸² О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 46.

141

Lett. mārika «nome di una mucca nata il giorno di Santa Maria» (EH, I, 792), cfr. lett. Māra «la Vergine Maria; patrona delle mucche»83.

Lett. pirmala «mucca nata di lunedì», pirmala, pirmaliņa, pirmula, pirmuža (EM, III, 225, 227; EH, II, 237), cfr. lett. pirmais «il primo», pirmdiena «il lunedì».

Lett. piektala «nome di una mucca nata di venerdì», piektala, piektuļa, piektuža, piekūža, piekala, piekča (EM, III, 260, 261; EH, I, 253, 254, 256), cfr. lett. piektis «il quinto», piektdiena «il venerdì».

Lett. pustala «nome di una mucca nata di sabato (pussvēta)», pustuža (EM, III, 435; EH, II, 334), cfr. lett. pussvēta «il sabato».

Lett. rītala «nome di una mucca nata al mattino», rītala, rītula (EM, III, 540, 541; EH, II, 377), cfr. lett. rīts «il mattino».

Lett. sestala «nome di una mucca nata di sabato», sestala, sestuļa, seška, šeške, sestika (EM, III, 820, 821; EH, II, 478, 479), cfr. lett. sestais «il sesto», sestdiena «il sabato».

Lett. svētala «nome di una mucca nata di domenica», svētala, svētula, svētula, svētuža (EM, III, 1154, 1157; EH, II, 616), cfr. lett. svēts «santo», svētdiena «la festività; la domenica».

Lett. trešala «nome di una mucca nata di mercoledì», trešala, trešele, treška, treške, trešula, trešula, treštala, trese (EM, IV, 231, 232; EH, II, 693), cfr. lett. trešais «il terzo», trešdiena «il mercoledì».

Lett. uotraļa «nome di una mucca nata di martedì», uotruļa, uortuļa, uotala, uōtala, uōtala, uōtala, ūtala (EM, IV, 423, 424, 426; EH, II, 741, 743, 744, 745), cfr. lett. uōtrs «l’altro, il secondo», uōtrdiena «il martedì».

Lett. vakare «nome di una mucca nata di sera» (EM, IV, 447; EH, II, 751), cfr. lett. vakars «la sera».

In lettone esistono anche molti nomi di mucche, usati in misura più o meno ampia, legati a una qualche caratteristica fisica dell’animale, a un’abitudine, alla mungitura ecc.

Lett. briedale «nome di una mucca con corna dritte e appuntite», briedaļa, briēdele (EH, I, 243), briēdala «una mucca dal manto grigio simile a quello dell’alce», briedule (EM, I, 336, 337), cfr. lett. briēdaļa «la femmina dell’alce», briēdis «l’alce»84.

Lett. pipaste «una mucca dalla coda corta» (EH, II, 235), cfr. lett. pipis «l’angolo, la punta di un sacco di grano; il membro maschile» (+aste «la coda»).

Lett. puškala «nome di una mucca con un ciuffo di pelo tra le corna» (EH, II, 336), cfr. lett. puškains «ornato di frange».

Lett. radze «una mucca con le corna», raguolite «la mucca», stāvradze «nome di una mucca» (EM, III, 463; EH, II, 350, 574), cfr. lett. rags «il corno».

Lett. sīkala «nome di una mucca», sikala «una mucca con piccole macchie; nome di una mucca» (EM, III, 851), cfr. lett. sīks «piccolo, esiguo», sikaļa «una ragazza di bassa statura».

Lett. staltēne «nome di una vacca robusta e ben nutrita» (EM, III, 1042), cfr. lett. stalts «robusto, imponente».

83 K. Straubergs, Latviešu buramie vārdi, I, Rīgā, 1939, p. 397–402.

84 P. Šmits, Credenze popolari lettoni, p. 550.

142

Lett. żemala «nome di una vacca (con le zampe corte); žema guovs», žemala, žemula, žemlūze «una vacca con zampe basse (corte)», zemlūza «una vacca con orecchie a pala» (EM, IV, 707, 712; EH, II, 805), cfr. lett. žems «basso».

Lett. barvede «una vacca che di solito si trova in testa alla mandria» (EH, I, 206), cfr. lett. barvedis «il primo falciatore, il capo».

Lett. blānde «una vacca che tende ad allontanarsi dalla mandria» (EH, I, 226), cfr. lett. blāndīties «vagare».

Lett. dīkuļa «una vacca che muggisce piano» (EH, I, 326), cfr. lett. dīkuļōt «piangere forte ripetutamente».

Lett. dūķna «una vacca che muggisce spesso (piano)» (EM, I, 525), cfr. lett. dūkt «risuonare vuoto, sibilare».

Lett. duša «richiamo rassicurante rivolto alle vacche durante la mungitura, interpretato come nome di una vacca», duše, dušina (EH, I, 345), cfr. lett. duš «richiamo rivolto alle vacche».

Lett. ellīka «nome dato a una vacca indomabile» (EH, I, 368), cfr. lett. elle «l’inferno» <, cfr. anche il vocabolo samogitico. helle (EM, I, 568).

Lett. graule «la vacca che graulē», grāule (EM, I, 639), cfr. lett. graulēt «mangiare lentamente a bocca piena».

Lett. idāla «una vacca che muggisce» (EH, I, 499), cfr. lett. īdēt «muggire piano».

Lett. kruva «una vacca inquieta» (EM, II, 291), cfr. lett. krūtīes «imporsi».

Lett. kuodala «una vacca mordace» (EM, II, 340), cfr. lett. kuōdīt «mordere ripetutamente».

Lett. mīstāvniča «una donna o una vacca irrequieta» (EH, I, 822), cfr. lett. mistīt «spezzare il lino (propr. calpestare ripetutamente)».

Lett. rāmala «nome di vacca» (EM, III, 496), cfr. lett. rāms «mansueto, tranquillo».

Lett. ramūle «una vacca» (EM, III, 476), cfr. lit. rambūs «lento, pigro» (?).

Lett. spārdala «una mucca che scalcia» (EM, III, 980), cfr. lett. spārdīt «scalciare ripetutamente e con forza, tirare calci (detto dei cavalli)».

Lett. zibsna «una mucca che agita rapidamente la coda» (EM, IV, 717), cfr. lett. zibsīt «far brillare, lampeggiare».

Lett. žauga «una mucca che, lasciando ripetutamente la mandria, va nel grano, salta i fossati ecc.», žaukle «una mucca che fa la matta», žāuste «una mucca scatenata», žāusteve «una mucca che talvolta fa le veci di un bue» (EM, IV, 790, 791, 792; EH, II, 817), cfr. lett. žauties «arrampicarsi, cadere, precipitare», žautava «una ragazza che è solita girare per il vicinato e scatenarsi con i giovani».

Lett. žņerga «una mucca che non vuole mangiare come si deve» (EM, IV, 825), cfr. lett. žņerģāt «essere schizzinoso nel mangiare, mangiare senza appetito».

Lett. agraine «mucca che si munge presto» (EH, I, 4), cfr. lett. agrs «presto».

Lett. atdiene «una mucca che partorisce già nel secondo anno; una mucca giovane che non dà latte», atdienīte, a(t)daine (EM, I, 154; EH, I, 139), cfr. lett. dēt «succhiare», lit. pirmdēle «una mucca che ha partorito per la prima volta», scr. dhāyati «succhia» (EM, I, 154, 465). Denominazione della mucca di origine molto antica.

Lett. ciētala «una mucca che resta senza latte per un periodo prolungato» (EH, I, 278), cfr. lett. ciēts «duro», cfr. guovs cieta slaukt «difficile da mungere».

Lett. garpiēna guovs «una mucca che non dà latte per un periodo (più lungo del solito)» (EH, I, 386), cfr. lett. gars «lungo» + piēns «il latte».

143

Lat. pārslaucene «una vacca che, dopo una sola monta, dà latte per due anni consecutivi», pāršlaucine (EM, III, 176; EH, II, 211), cfr. lett. pāršlàukt «mungere ancora una volta».

Lat. pil(n)piēne «una vacca che ha appena iniziato a produrre latte» (EM, III, 216), cfr. lett. pilns «pieno» + piēns «il latte».

Lat. pirm pien e «una vacca che ha iniziato a dare latte per la prima volta», pirmpiena (EM, III, 227; EH, II, 238), cfr. lett. pirmais «il primo» + piēns «il latte».

Lat. riētala «nome di una vacca (ricca di latte)», riētaliņa, riētala, riēča «nome di chiamata per le vacche» (EM, III, 544, 549; EH, II, 379), cfr. lett. riētēt «diventare più pieno; affluire», guovs neriet «la vacca non dà latte».

Lat. semilše (??) «una vacca che non ha partorito di nuovo» (EM, III, 816).

Lat. vadala «vacca che è stata gravida» (EM, IV, 429), cfr. lett. vadāt «essere gravida, essere incinta».

Lat. ciemala «nome di una vacca», ciemala «nome di una vacca acquistata o condotta da un’altra fattoria», ciemuļa (EM, I, 393; EH, I, 277), cfr. lett. ciems «la servitù, il villaggio».

Lat. pirceniša «una vacca acquistata» (EH, II, 236), cfr. lett. pirkt «comprare».

Lat. blūzga «una vacca zoppicante, un cavallo zoppicante» (EM, I, 319), cfr. lett. blūzēt «zoppicare».

Lat. kabele «vezeggiativo per vacche e cavalle» (EH, I, 572), cfr. lett. kabele «una cavalla vecchia e magra» <rus. кобыла (EM, II, 129).

Lat. kaika «una vacca magra e brutta, dalle gambe lunghe, oppure un cavallo o una pecora simili» (EM, II, 132), cfr. lett. kaikt «fare male, essere incapace», kaikaris «un cencioso; un ronzino da macello».

Lat. kandava «una vacca grande e magra» (EM, II, 154), cfr. lett. kañdavāt «frustare, bastonare; colpire rumorosamente durante un lavoro, senza tuttavia lavorare seriamente» (?).

Lat. kocala «epiteto ingiurioso per una vacca» (EH, I, 637), cfr. lett. kocis «un piccolo sacco» (?).

Lat. kranka «una vacca scadente e magra» (EM, II, 259), cfr. krānkāins «magro (riferito agli animali); dal pelo arruffato». J. Endzelīns tende a collegare il lett. kranka al ted. krank «debole».

Lat. kvęp̄pa «un animale grande e grasso (per es. una vacca)» (EH, I, 690), cfr. lett. kvempis «un maialino grasso e tondeggiante o un bambino simile».

Lat. mitala «nome di una vacca o cavalla scadente» (EM, II, 648) probabilmente va collegato al lett. mīt ene «cuoio conciato» oppure al lett. mīt «scambiare». Per quest’ultimo collegamento cfr. lett. mītenis «un cavallo ottenuto in cambio; un ronzino da macello» (EM, II, 649).

Lat. pūpala «un nome di mucca», pūpalina «nomignolo affettuoso per le mucche» (EM, III, 448), cfr. lett. pūpūols «il salice in fiore; usato anche al femminile come vezzeggiativo».

Lat. skrepstīte «una mucca magra» (EM, III, 891), cfr. lett. skreblis «un uomo vecchio e malandato», skreble «una zitella o una donna anziana», skrebulis «una vecchia pelliccia».

Lat. mūja «la mucca (nel linguaggio infantile)», mūmiņa (EM, II, 678) – nomi di origine labiovelare.

Lat. nūža «una mucca» (EM, II, 755; EH, II, 29), cfr. lett. nūž «interiezione usata per calmare le mucche».

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Lat. tprucina «nomignolo affettuoso per una mucca», tpruka, tprušina, tprutala, tprutaliņa (EM, IV, 216, 217; EH, II, 689), cfr. lett. trū «interiezione usata come richiamo per le mucche».

Lat. àrkalė «un nome di mucca» (EH, I, 129), cfr. lett. arkulītis (?), cfr. mazākais brālis, kuru sauca par arkulīti (?).

Lat. dolkata «nome di una mucca» (EM, I, 488), cfr. lett. dalkata «un chiacchierone», dolkata. Parole di origine incerta.

Lat. jurika «il nome di una mucca, žemkājīte» (EM, II, 120), cfr. lett. Juris «Giorgio», Jura diena «il giorno di San Giorgio», jurītis «una persona debole e sciocca; tabacco scadente; il lupo» (?).

Lat. maile «un nome di mucca» (EH, I, 777), cfr. lett. maile «il pesce persico» (?).

Lat. pugala «un nome di mucca» (EH, II, 321), cfr. lett. puga «un bottone», pugulains «arrotondato, sporgente, a forma di bottone», pugažiņa «una donnetta» (?).

Lat. purala «un nome di mucca», puralina (EM, III, 416; EH, II, 327), cfr. lett. purene «calta palustre», purainīte (?).

Lat. rege «un nome di mucca» (EH, II, 363) è una parola di origine incerta.

Lat. rīgala «nome di una mucca» (EM, III, 536) è una parola di origine incerta, forse da collegare al lett. Rīga «Riga».

Nei dialetti lituani, i nomi di mucca più diffusi sono legati al colore dell’animale:

Lett. balnė, bálnė, balnugàrė, balgalvė, cfr. lett. bálnas «bianco, con il dorso bianco (di un toro o di una mucca)».

Lett. baltóji, baltė, baltūika, baltmairgė, baltasnikė, baltakaktė, baltazūbė, balkójė, cfr. lett. báltas.

Liet. blizgė, cfr. il lituano blizgėti.

Liet. būròji, būrùtė, cfr. il lituano būras «pezzato, grigio» < pol. bury, bielor. буры.

Liet. ciėkė, ciekkākė (LKŽd., II, 13), cfr. il lituano ciėkis «segno, macchia» < ted. zechen «Zeichen, Merkmal für die Pferde»⁸⁵.

Liet. cinkė, cinkakaktė (LKŽd., II, 22), cfr. il lituano cinkas «finemente pezzato, con piccoli puntini».

Liet. čėkė (LKŽd., II, 41), cfr. il lituano čėkas «pezzato», cfr. ted. zächen «Zeichen».

Liet. čirvė, cfr. il lituano čirvas «seme di carte, cuori, quadri».

Liet. degùtė «vacca nera», cfr. il lituano degùtas.

Liet. dūmė, dūmė «vacca di colore scuro» (LKŽd., II, 590), cfr. il lituano dūmas «color del fumo».

Liet. dvylė, dvylóji, dvylūtė, dvylka, dvylmargė, dvylaušė, cfr. il lituano dvylas «rossiccio scuro, baio».

Liet. juodóji, júodė, juõdė, júočkė, júodenka, juodùtė, juodõlė, juodoika, juodìlė, juodùlė, juodzénkė, juodbalte, júodmargė, juodmárgė, juodmàrgė, juodžalė, juodaušė, juodšõnė, juodarágė, juodnugàrė, cfr. il lituano júodas.

Liet. kéršė, keršóji, kéršmargė, kéršlaunė, cfr. il lituano kéršas «nero misto a bianco, pezzato, striato».

Liet. laũkė, laukóji, laukkaktė, laukakaktė, cfr. il lituano laũkas «animale dal muso o dalla fronte bianca».

85 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 40.

10. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

145

Lituano margóji, márge, márge, margùtė, margùlė, cfr. lituano márgas.

Lituano pálšė, palšóji, cfr. lituano pálšas «grigio chiaro».

Lituano pelėkė, cfr. lituano pelėkas «del colore del pelo del topo».

Lituano pilkė, pilknugùrė, pilksmiltė; cfr. lituano pilkas.

Lituano raūdė, cfr. lituano raūdas.

Lituano šėmoji, šėmė, šėmutė, šėmargė, šėmargė, cfr. lituano šėmas «grigio chiaro, azzurrognolo (di solito riferito ai bovini)».

Lituano vābuolė «vacca nera» (Šakyna), cfr. lituano vābalas, dialettale vābuolas. I lituani potrebbero aver preso in prestito questo nome per la vacca anche dal lettone, dove è particolarmente comune chiamare così le vacche nere86.

Lituano žalóji, žalė, žalė, žaliukė, žaliukė, žaliamargė, žalausė, cfr. lituano žalas «rossiccio (detto dei bovini)».

Lituano žirnė «vacca grigia con macchioline nere», cfr. lituano žirnis.

Lituano žvaigždė «un nome di vacca», cfr. lituano žvaigždė.

Sono abbastanza frequenti i nomi lituani di vacche derivati da nomi di piante diverse, soprattutto di fiori:

agràstė (cfr. lituano agràstas), aguona, aguonė, avietė, bijūnė (cfr. lituano bijūnas), dobilė, eglė, grūšė, grūšnė (cfr. lituano grūšnė «pera»), jazminė (cfr. lituano jazminas), jurginė (cfr. lituano jurginas), kanapė, kvietka, kvietkė (cfr. lituano kvietka «fiore»), lelija, lelijė, liepa, margarita (cfr. lituano margarita «un fiore di questo nome»), nastūrta, nastūrtka (cfr. lituano nastūrta), pienė, ramùinė, ramùlė, razetė, rožė, rūtà, rūtė, serbenėte (cfr. lituano serbenitas), slyvė (cfr. lituano slyva), spañguolė, vaivōrė (cfr. lituano vaivōrė «mirtillo»), vijuolė (cfr. lituano vijuolė «viola»), vyšnia, vyš nė, žalrūtė, žemčiūgė (cfr. lituano žemčiūgas), žėmuogė, žibutė, žibė, žibkė.

Vi sono nomi derivati da altri esseri viventi, soprattutto da nomi di uccelli: cýrule (LKŽd., II, 28; cfr. lituano cýru lis «allodola»), gegùtė, genẽlis (cfr. lituano genỹs), krėgždė, musýtė (cfr. lituano mùšė), pémpė, stirna, šárka, šárkė, širšė, vijūnas.

Ecco altri nomi di vacche di diversa origine:

Lituano gražūlė «bella vacca» (LKŽd., III, 543), gražuolė, gražūlė, cfr. lituano gražis.

Lituano kryžótė «vacca con il pelo cresciuto a croce» (LKŽd., VI, 678), cfr. lituano kryžius.

Liet. dūrklė «mucca che dà cornate» (LKŽd., II, 641), cfr. il lituano dūrti.

Liet. stūmà «mucca poco mobile», cfr. il lituano stūmti.

Liet. rìeklė «mucca magra», cfr. il lituano rìeklės «rastrelliere per stendere i vestiti o la legna».

Liet. berǧzdinė «mucca che rimane sempre sterile», cfr. il lituano bergždžias.

Liet. žlibė, cfr. il lituano žlibas.

Liet. bùčké «mucca, chiamata con l’interiezione tpruk» (LKŽd., I, 914), cfr. il lituano bùčki «interiezione tpruk (per chiamare la mucca)».

Liet. bùkšė «mucca, chiamata con l’interiezione tpruk», cfr. il lituano bùkšė «interiezione tpruk (per chiamare la mucca)».

Liet. bùbė «mucca (nel linguaggio infantile)» (LKŽd., I, 908), cfr. il lituano baūbti.

Liet. bùžė «mucca (nel linguaggio infantile)», bùžė, bužiùkas «vitello», bužiùlis (LKŽd., I, 1005, 1006), cfr. il lituano buzà «buiza».

Liet. švàika «mucca magra», cfr. il tedesco della Prussia orientale schweike, l’antico alto tedesco sweiga «mandria di bovini»87.

86 P. Šmits, Credenze popolari lettoni, p. 550.

87 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1037; E. Schwentner, IF, 70, p. 113.

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In generale, nelle varietà sia lituane sia lettoni esistono moltissimi nomi per le mucche. Alcuni sono usati in ambiti molto ristretti e si incontrano persino nomi del tutto individuali. L’elenco dei nomi delle mucche qui presentato è ben lungi dall’essere completo, ma rispecchia comunque le tendenze generali nella formazione e nell’uso dei nomi di questo animale.

Un gruppo distinto di nomi delle mucche nelle lingue baltiche, come in generale dei bovini, è costituito dalle denominazioni delle mucche senza corna88.

Nel concludere la rassegna delle denominazioni dei grandi bovini, occorre constatare che, nel complesso, le lingue baltiche hanno conservato piuttosto bene gli antichi nomi indoeuropei di questi animali. Le singole lingue baltiche, tuttavia, li hanno conservati in misura diversa. Una parte delle lingue baltiche (il lituano e il prussiano) e le lingue slave condividono una denominazione della mucca di origine relativamente più recente. Le lingue baltiche e slave hanno una denominazione del vitello propria soltanto di questi gruppi linguistici. Sia nelle lingue baltiche sia in quelle slave esistono numerose denominazioni nuove dei grandi bovini, caratteristiche soltanto di questi gruppi linguistici o di singole lingue.

CAVALLO

Il cavallo domestico (Equus caballus) discende da razze di cavalli selvatici. Probabilmente vi furono diversi centri di addomesticamento dei cavalli selvatici: in Asia centrale, nella Siberia meridionale e nell’Europa orientale. I cavalli di tipo più leggero potrebbero discendere dal cavallo selvatico Equus Przewalski1. Nel 1879, in Asia centrale, tali cavalli selvatici furono scoperti dal viaggiatore russo N. Pševalskis. Fino a tempi abbastanza recenti vi erano cavalli selvatici anche nell’Europa orientale. Per esempio, nel 1878 in Ucraina fu abbattuto l’ultimo cavallo selvatico, il «tarpan» (rus. тарпан < kirghiso tarpan «cavallo selvatico»). Cavalli selvatici di questa specie vivevano anche in Lituania2. Tuttavia, potrebbero essere discendenti anche di cavalli domestici inselvatichiti, come avvenne in Sud America3. Tracce di cavalli selvatici, il cui carattere selvatico non lascia dubbi, sono state rinvenute nei territori delle attuali RSS di Estonia e Lettonia. Queste tracce risalgono al VII–II millennio a.C.4 I cavalli selvatici potrebbero essere stati addomesticati nel V–IV millennio a.C., o forse persino più tardi, dunque più tardi degli altri animali domestici esaminati in questa rassegna.

A giudicare dai disegni sumeri, si potrebbe affermare che i cavalli fossero conosciuti nel loro paese dalla metà del III millennio a.C.5 Altri ricercatori tendono a collocare la comparsa del cavallo in questa regione in epoca ancora più tarda, nel II millennio a.C.6

Nell’antica Babilonia i cavalli non venivano allevati, ma talvolta erano importati dalle regioni montuose vicine. Il cavallo è menzionato per la prima volta in un testo religioso risalente al 2300 a.C. I cavalli erano così rari che non sono affatto citati nel codice di Hammurabi. A partire dal 1750 a.C. si diffusero ampiamente in questa regione7. Nelle redazioni successive di frammenti di opere letterarie babilonesi, accanto a

88 A. Sabaliauskas, Sulla storia della terminologia dell’allevamento nelle lingue baltiche, — „Problemi della linguistica indoeuropea“, Mosca, 1964, p. 59–65.

1 C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 93.

2 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 110.

3 S. Mastaukis, Taikomoji zoologija, Kaunas, 1947, p. 697; K. Паавер, Формирование тернофауны и изменчивость млекопитающих Прибалтики в голоцене, p. 183.

4 К. Паавер, ivi, p. 180–194.

5 M. Hilzheimer, Haustier, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 220.

6 V. I. Avdijevas, Storia dell’antico Oriente, p. 43.

7 B. Meissner, Haustier, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 221.

10*

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Accanto al bue compare anche un altro animale da lavoro: il cavallo. A quel periodo risale anche la favola «La contesa tra il cavallo e il bue», in cui i due discutono della superiorità della propria razza8.

Gli antichi Egizi conobbero per la prima volta i cavalli, a quanto pare, quando le tribù asiatiche degli «Hyksos» invasero il loro paese. Infatti gli Hyksos già usavano carri da guerra nelle loro campagne militari. Gli Hyksos invasero l’Egitto alla fine del Medio Regno e all’inizio del Nuovo Regno, tra il XVIII e il XVI secolo a. e. v.9 Nella cronaca delle campagne in Siria del faraone Thutmose III (1525–1491 a. e. v.), tra gli altri bottini di guerra vengono messi in particolare rilievo i cavalli, menzionati accanto ai «prigionieri vivi», ai carri da guerra, all’oro e all’argento10.

L’allevamento dei cavalli aveva un’importanza particolarmente grande per gli Ittiti. I cavalli sono menzionati in una delle più antiche iscrizioni ittite, quella del re Anitta. Le leggi ittite del XIV secolo a. e. v. stabiliscono che il furto di un bovino, di un cavallo o di un montone fosse punito con una multa pari a quindici volte il valore dell’animale rubato11.

Nell’arte assira antica nessun animale domestico è raffigurato tanto spesso quanto il cavallo12.

Il cavallo svolse un ruolo importante anche nell’antica India. Lì veniva impiegato soprattutto per scopi bellici: aggiogato ai carri da guerra. Durante le feste popolari si organizzavano corse di cavalli13.

Nei poemi omerici alcuni eroi — re — si dedicano con particolare piacere all’allevamento dei cavalli. Omero attribuisce spesso a questi re gli epiteti «ricchi di cavalli» e «domatori di cavalli». L’allevamento equino trova chiara espressione anche nelle arti figurative greche14.

In seguito, quando il cavallo divenne una cavalcatura da combattimento, in vari paesi si diffuse l’usanza di seppellire il cavaliere insieme al suo cavallo. Inoltre, in occasione di diverse feste, si cominciò a sacrificare cavalli agli dèi. Tale usanza era caratteristica degli antichi Indiani, degli Iranici, dei Greci, degli Slavi, dei Germani e dei Romani15. Come vedremo più avanti, in un passato relativamente recente si sacrificavano cavalli anche nelle terre baltiche.

Sia le fonti archeologiche sia le varie fonti scritte forniscono interessanti informazioni sull’allevamento dei cavalli nelle terre slave. Tra i reperti datati già al VI secolo e. v., nel territorio polacco si trovano speroni. Il viaggiatore arabo Ibrahim ibn Yaqub scrive che nel X secolo a Praga si producevano splendide bardature per cavalli da sella. Mancano informazioni più precise sull’allevamento equino in Russia prima del X secolo. Per esempio, alcune fonti arabe e bizantine riferiscono che in Russia i cavalli erano pochi e che li possedevano soltanto i principi. Dalla seconda metà del X secolo, tuttavia, si hanno anche dati attendibili. A quel tempo, nelle terre slave i cavalli venivano già impiegati persino nei lavori agricoli16.

8 V. I. Avdijevas, stessa opera, p. 102.

9 H. Ranke, Haustier, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 220; M. Hilzheimer, Haustier, — ten pat, V, p. 220; C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 89.

10 V. I. Avdijevas, Storia dell’antico Oriente, p. 225.

11 V. I. Avdijevas, stessa opera, p. 310—311.

12 C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 90.

13 V. I. Avdijevas, Storia dell’antico Oriente, p. 544.

14 C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 89; V. S. Sergejevas, Storia dell’antica Grecia, Vilnius, 1955, p. 104—105.

15 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, p. 172, 175; V. I. Avdijevas, Senovės rytų istorija, p. 544.

16 W. Hensel, Die Slawen im frühen Mittelalter, p. 81—85; Л. Нидерле, Славянские древности, p. 319.

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– Nel territorio della Lituania, insieme alle ossa di altri animali domestici, ossa di cavallo sono state rinvenute in un insediamento dell’età del bronzo nei pressi di Palanga17. Nel tesoro di Baudžiai (distretto di Prienai) sono state trovate placche rotonde di bronzo che, secondo gli archeologi, erano ornamenti per le briglie. Questo fatto indicherebbe che all’epoca i cavalli in Lituania venivano allevati non solo per la carne, ma anche per cavalcare18.

Tra i reperti databili ai secoli I–IV d.C., le ossa di cavallo si rinvengono abbastanza spesso insieme a quelle di altri animali domestici. È vero che, rispetto alle ossa degli altri animali domestici, costituiscono una percentuale piuttosto ridotta: nel castello collinare di Nemenčinė il 2,5%, in quello di Migonys (distretto di Kaišiadorys) il 3%, in quello di Dovainonys il 18,8%19.

Tra gli antichi Balti era molto diffusa l’usanza di seppellire il cavallo insieme al suo padrone defunto. Nel territorio della Lituania si trovano numerose tombe in cui, accanto al cavaliere, giacciono anche i resti di un cavallo cremato o inumato, nonché i resti dei suoi finimenti20.

P. Dusburg, descrivendo la fede dei Prussiani, riferisce che i Lituani e gli altri infedeli della loro stirpe bruciavano la vittima in questione, secondo i propri riti, in un luogo sacro, ma prima di bruciare i cavalli li sfiancavano cavalcandoli così tanto da farli a malapena reggersi in piedi.

Nel trattato di Christburg del 1249 si legge che i Prussiani si impegnavano a non bruciare i defunti e a non seppellirli con i cavalli. Herman Wartberg scrive che il granduca lituano Algirdas fu cremato solennemente con 18 destrieri da guerra. Wigand di Marburgo parla della cremazione di Kęstutis insieme ai suoi cavalli, vestiti, armi, cani da caccia e altro21.

Il viaggiatore Wulfstan descrive alcune gare di cavalieri, legate ai funerali, che si svolgevano nel paese dei Balti intorno all’887–90122.

I Latgalli e i Curoni, assoggettati dall’Ordine Teutonico, dovevano pagare tributi regolari «per ogni cavallo» o «per ogni cavallo che traina l’erpice»23.

Gli indoeuropei avevano un nome comune per il cavallo. In alcune lingue questo nome si è conservato, in altre ne sono rimaste soltanto tracce, mentre in altre ancora non ne restano più nemmeno tracce. In generale, nelle diverse lingue indoeuropee esistono moltissimi nomi nuovi per questo animale, spesso caratteristici soltanto di singole lingue. Ciò vale persino per le lingue che hanno conservato l’antico nome indoeuropeo. Questo mutamento dei nomi del cavallo è per lo più legato al cambiamento delle sue funzioni, in quanto ausilio dell’uomo.

Ecco gli antichi nomi indoeuropei del cavallo, ricostruibili nella forma prototipica *eku̯o-s: sanscr. áśvaḥ, avest. aspa-, pers. ant. asa-, osset. yæfs (con il suffisso v-), gr. ἵππος, lat. equus; antico islandese iór, antico inglese eoh, antico irlandese ech, gallico epo- (Eporēdia, Epona «dea dei mulattieri»),

17 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 109–110; P. Kulikauskas, Lietuvos TSR MA Darbai, S. A, 2(7), p. 33–41.

18 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 110.

19 Ten pat, p. 252–253; K. Paaver i P. Kulikauskas, Acta Baltico-Slavica, 2, p. 271–272.

20 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, ten pat, p. 394–400; J. Jaskanis, Acta Baltico-Slavica, 4, p. 29–65.

21 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lietuvos archeologijos bruožai, p. 400.

22 Lietuvos TSR istorijos šaltiniai, I, p. 22–23.

Storia della RSS Lettone, I, p. 42.23

149

tocario A yuk, genitivo singolare ykes, tocario B yakwe (come anche l’osseto, con l’aggiunta di y-), lituano ašvà «cavalla»²⁴.

H. Pedersen tentò di collegare ai nomi del cavallo menzionati anche l’armeno ēš, genitivo singolare išoy «asino»²⁵.

L’ittita aswa «cavallo» è probabilmente un prestito dall’indo-iranico²⁶.

Questo nome indoeuropeo del cavallo era usato sia nel significato di «cavallo» sia in quello di «cavalla». Il sanscrito aśvá «cavalla», il latino e qua e il lituano ašvà, accanto al nome generico del cavallo, sono sorti autonomamente in tutte queste lingue, come sembra indicare correttamente A. Meillet²⁷.

Come mostrano gli esempi riportati, questo nome indoeuropeo del cavallo non si trova nelle lingue slave.

Nell’idronimia slava si potrebbero scorgere tracce di un certo indoeuropeo *ēḱuos; cfr. il russo Осва, Освей, Освея, Освица, Освина, Осевка, Осова, Осовка. Tuttavia, questi toponimi sono probabilmente baltismi²⁸.

La scomparsa di questo nome indoeuropeo del cavallo nelle lingue slave può essere spiegata in due modi. In primo luogo, può aver influito il fatto che gli Slavi conobbero i cavalli domestici un po’ più tardi dei loro vicini. La terminologia dei vicini, che praticavano l’allevamento dei cavalli in modo più intensivo, potrebbe aver soppiantato quella slava. In secondo luogo, la scomparsa del vecchio nome indoeuropeo del cavallo nelle lingue slave può essere spiegata anche da fatti di natura linguistica. L’indoeuropeo *ēḱuos, in quanto nome generico del cavallo, non si adattava agli altri termini slavi relativi all’allevamento, legati alla differenziazione sessuale²⁹.

In nessuna lingua baltica l’indoeuropeo *ēḱuos è attestato nel suo significato originario di «cavallo» in generale.

La forma ašva, nel significato di «cavalla», si trova nel dizionario di K. Širvydas, ma in tutte le sue edizioni questa parola è riportata dopo la parola kumelė:

Klãžá equa, cavalla||Ąbwa (I ed., 54; III ed., 104, 109; V ed., 91, 95)³⁰.

La parola ašva si trova anche nei dizionari di P. Ruigys e Chr. G. Mielcke. In questi dizionari si distinguono i significati delle parole ašva e kumelė:

Aßwa, wós, f. una cavalla di razza grande (P. Ruhig, Lex., I, 8; Chr. G. Mielcke, Wb., I, 12)³¹.

Kummélé, és, f. una cavalla (P. Ruhig, Lex., I, 70; Chr. G. Mielcke, Wb., I, 134).

Gestütt, Aßwos weislininė, Weislei (P. Ruhig, II, Lex., 174; Chr. G. Mielcke, Wb., II, 231).

Stutte, comune, Kummélé, és, f.

24 J. Pokorny, Et. Wb., p. 301; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 20.

25 H. Pedersen, KZ, 50, p. 311.

26 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 62; H. Kronasser, Vergleichende Laut- und Formenlehre des Hethitischen, p. 229.

27 A. Meillet, Wstęp do językoznawstwa indoeuropejskiego, p. 239–240; BSL, 29, LXIV.

28 K. Būga, Scritti scelti, I, p. 500; III, p. 536; B. H. Топоров, О. Н. Трубачев, Questioni di linguistica lituana, 4, p. 197; cfr. inoltre J. Rozwadowski, Studi sui nomi delle acque slave, Cracovia, 1948, p. 176–177; M. Rudnicki, Lingua Posnaniensis, 1, p. 268–269; J. Endzelin, ZfslPh, 11, p. 119.

29 О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 51.

30 Dictionarium trium linguarum... Constantino Szyrwid... Quinta editio... Vilnae, 1713 (I leid. 1629 m., III leid. 1642 m.).

31 Ph. Ruhig, Littauisch-Deutsches und Deutsch-Littauisches Lexicon, Königsberg, 1747; Chr. G. Mielcke, Littauisch-deutsches und Deutsch-littauisches Wörter-Buch, Königsberg, 1800.

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Stutte, grande, Abwa, f. (P. Ruhig, Lex., II, 346; Chr. G. Mielcke, Wb., II, 463).

La parola ašva di F. Kuršaitis non è più nota nella lingua parlata. Egli scrive: «Cavalla, la, kumelė, grande cavalla, secondo Mielcke, abwà (altrimenti sconosciuta)» (F. Kurschat, Wb., II, 217).32

[ašžwa, sost. f. una cavalla di tipo più grande, presso M. (= Mielcke A. S.) e Bd. (= Brodowski A. S.) oggi non è più affatto in uso. Da essa derivano abutai, abutinis, vedi s. v.] (F. Kurschat, Wb., 24).33

Pertanto, i documenti della lingua lituana mostrano il processo di scomparsa di questa parola: dapprima ašva è usata accanto alla parola kumėlė senza alcuna differenza di significato, poi ašva acquisisce un significato specifico e infine scompare del tutto. È vero che la parola ašva nel significato di «cavalla» ricorre talvolta anche in documenti scritti più tardi, per esempio nella poesia di A. Jakštas34, ma qui proviene dagli scritti antichi, non dalla lingua parlata. Tali attestazioni dell’uso della parola ašva hanno dato ad alcuni linguisti l’impressione errata che nel lituano odierno si usi la forma ašva al posto della forma degli scritti antichi ešva35. La forma ešva si trova soltanto negli scritti di J. Bretkūnas: «Come nitrisce uno stallone fra tutte le cavalle» (LKŽd., II, 844). A giudicare dalla frase, è usata nel significato di «cavalla», senza alcuna distinzione di tipo.

I nomi del cavallo con questa radice in altre lingue indoeuropee indicano che la forma più antica è ešva. Tuttavia, non si può affermare categoricamente che la ešva di J. Bretkūnas sia una continuazione diretta dell’indoeuropeo *eku̯a, poiché questa forma potrebbe anche essere di origine secondaria, formatasi accanto alla forma ašva come ešis: ašis, ežeras: ažeras, ešerys: ašerys, eš(u)onis: aš(u)onis36 e così via.

Nei dialetti žemaitici (Alsėdžiai, Kvėdarna, Luokė, Rietavas), nel significato di cavallo da lavoro si usa la parola ašvienis (ricorre anche la forma ašvienỹs, LKŽd., I, 283). Si tratta probabilmente di un aggettivo di un tempo, formato da ašva o *ašvas con il suffisso -einja-; cfr. bulbėnis «fusto della patata», ropienis «foglia della rapa», miežienis «d’orzo» e così via.37

Di origine probabilmente simile è anche la forma ašviena, attestata nella traduzione della Bibbia di S. B. Chilinskis: gen. sing. aszwi(eną) «puledra» 41813 38.

Nella stampa lituana si è tentato di usare la parola ašvienis nel significato di «asino»; cfr. «…passò accanto a un ašvienis magico (asino)» (Ūkininkas, 1902, n. 10, p. 30).

L’antico nome indoeuropeo del cavallo ha lasciato alcune tracce anche nella toponimia lituana; cfr. gli idronimi Ašvà, Ašvijà, Ašvinė39 e i toponimi Ašvėnai, Ašva-raistė40

Anche alcune altre parole lituane sono associate al lituano ašva. F. Kuršaitis, come abbiamo visto, collegava al lituano ašva la parola ašutai, «peli della coda o della criniera del cavallo». Tali deri-

32 F. Kurschat, Deutsch-littauisches Wörterbuch, I–II, Halle, 1870–1874.

33 F. Kurschat, Littauisch-deutsches Wörterbuch, Halle, 1883.

34 LKŽd., I, p. 283.

35 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 62.

36 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, Vilnius, 1966, p. 121–124; W. R. Schmalstieg, Instituto Orientale di Napoli, Annali, sezione Linguistica, VII, p. 53–59.

37 Pr. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 13, 289; J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, II, p. 213.

38 Cz. Kudzinowski, Biblia Litewska Chylińskiego, III, Poznań, 1964, p. 10.

39 Repertorio dei nomi dei fiumi e dei laghi della RSS Lituana, p. 9.

40 Suddivisione amministrativo-territoriale della RSS Lituana, p. 623.

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Quanto all’origine del lituano ašutai, anche F. Specht41 sostiene questa opinione. Tuttavia, negli ultimi tempi molti linguisti collegano il lituano ašutai all’antico slavo осъто «cardo», al russo осот e ad altre forme, derivanti dall’indo-europeo *ak- «acuto»42. Per ora è difficile sia confutare sia confermare l’una o l’altra etimologia.

È possibile che al nome antico indo-europeo del cavallo sia collegato anche il lituano «Ribės rubrum; ribes rosso», ašóklis, ašóklė, ašvóklė, ašvokšlė, vašóklė, vašóklšlė. K. Būga, che spiegava così l’origine del lituano ašvóklis, si basava su paralleli semantici: avis: avietė, il tedesco Bocksbeere «ribes (nero)»: Bock «caprone»43. A questi paralleli si possono aggiungere il tedesco Roßbeere, perdsbier e anche il gotico aihvatundi «spine» (si ritiene che il primo elemento del gotico aihvatundi sia l’indo-europeo *eḱu- «cavallo»)44.

In lettone questo antico nome indo-europeo del cavallo non si è conservato. Tuttavia, anche lì se ne trovano alcune tracce; si confrontino i toponimi Asva, Asvenieks, Aswing e il nome del lago Asva45. Con un basso grado di probabilità si può supporre che siano collegati a questo nome del cavallo anche il lettone aški «criniera», aste «coda».

Tracce piuttosto evidenti dell’antico nome indo-europeo del cavallo si trovano nella lingua prussiana. Nel glossario di Elbing è registrata la parola Aswinan Kobilmilch (parola 694)46. Il prussiano aswinan è probabilmente formato dal prussiano *asva «cavalla» mediante il suffisso -in-. Il prussiano aswinan, a quanto pare, doveva essere usato come aggettivo accanto alla parola dadan «latte». Dunque, aswinan dadan significa «latte di cavalla»; si confronti il prussiano Ructandadan Suwermilch (= Sauermilch «latte acido») (parola 690 del glossario di Elbing). Vari documenti storici attestano l’importanza del latte di cavalla presso i prussiani.

A questo nome del cavallo si dovrebbero collegare anche alcuni toponimi prussiani; si confrontino Asswaylen, Asswene, Assuenus, Asswin, Eswiten47.

Nel glossario di Elbing troviamo un’altra parola che si cerca anch’essa di collegare al nome del cavallo qui esaminato: Arwaykis Volle (parola 434) (Volle «cioè, un giovane cavallo maschio»). Alcuni studiosi collegano questa parola al russo опь «cavallo, destriero» (arwaykis < ar- «cavallo» + waykis «bambino»). Si è anche tentato di ricavare da arwaykis la forma *aswawaykis. Tuttavia, forse la correzione più accettabile è quella di A. Bezzenberger: egli corregge arwaykis in aswaytis. Anche R. Trautmann propende per questa correzione. Di conseguenza, il prussiano arwaykis deriverebbe da *asva+aitis; si confrontino il lituano Póvilas: Povílaitis, brólis: brólaitis «fratellino», kiaulė: kiaulaitė e così via. Naturalmente, anche la spiegazione di A. Bezzenberger suscita dubbi; in particolare, è problematica la comparsa di r al posto di s48.

Come si vede, il processo di scomparsa dell’antico nome indo-europeo del cavallo, iniziato nelle lingue baltiche già molto tempo fa, in lituano è, si può dire, ancora in corso. Un processo analogo di scomparsa di questo nome si è verificato in molte lingue indo-europee: gli antichi nomi del cavallo-

41 F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, p. 36.

42 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 18–19; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 285; J. Pokorny, Et. Wb., p. 19.

43 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 20; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 189.

44 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 19; J. Pokorny, Et. Wb., p. 301.

45 J. Endzelins, Latvijas PSR vietvārdi, I, 1, p. 45; J. Endzelin, ZfslPh, II, p. 119.

46 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 305; Prūsų kalbos paminklai, p. 73.

47 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 12, 34; K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 536; J. Endzelins, Senprūšu valoda, p. 145–146.

48 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 88, 302; J. Endzelins, Senprūšu valoda, p. 144.

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I nomi del cavallo venivano sostituiti da vari neologismi o prestiti. Nelle lingue slave, come abbiamo ricordato, di questo nome non è rimasta traccia. Nel ramo delle lingue germaniche tale nome è stato conservato soltanto dall’inglese antico, dall’islandese antico e, in parte, dal gotico. Qui si diffondono: antico alto tedesco (h)ros, tedesco Roβ, inglese horse, islandese antico hross, ecc., ricondotti alla radice indoeuropea *(s)ker- «saltare»⁴⁹; il tedesco Pferd <, dal latino medievale paraverēdus «cavallo postale per il servizio sulle linee secondarie»⁵⁰; il tedesco Gaul, che in origine indicava per lo più un cavallo scadente⁵¹. In greco compaiono φάρας, φαρίον < e l’arabo fāris «cavaliere»⁵²; in latino la parola equus viene soppiantata da caballus, che in origine indicava un cavallo da lavoro o comunque scadente⁵³. Nelle lingue indiane compaiono forme di origine incerta: sanscrito ghoṭaḥ, ghoṭakah, pāli ghoṭaka — «cavallo scadente», hindi ghoṛā «cavallo»⁵⁴. È probabile che i nuovi nomi del cavallo siano sorti soprattutto insieme al mutare delle funzioni di questo animale: il suo impiego per cavalcare, per i lavori agricoli, ecc.

Accanto all’antico indoeuropeo *ek̑ua, nelle lingue baltiche è comparso un nuovo nome del cavallo, caratteristico soltanto di queste lingue: lituano žirgas, lettone zirgs, prussiano sirgis. Il significato di queste parole differisce in qualche misura nelle varie lingue: il lituano žirgas indica un cavallo bello e di buona qualità, il lettone zirgs il cavallo in generale, mentre il prussiano sirgis lo stallone. In lettone il significato di questa parola è il più recente. Accade abbastanza spesso che una parola usata in una lingua abbia una sfumatura poetica, mentre in un’altra sia un termine comune per la specie; cfr. armeno ji «cavallo» < e sanscrito hāya, attestato soltanto nei Veda e dotato di una sfumatura poetica⁵⁵. Non è del tutto chiaro se la parola prussiana abbia conservato il significato più antico oppure quella lituana, sebbene, in generale, i loro significati siano piuttosto vicini. Per esempio, anche in lituano žirgas è usato in alcuni dialetti (Dieveniškės, Trakai) nel senso di «stallone»⁵⁶. Quest’ultimo nome del cavallo si affermò probabilmente nelle lingue baltiche quando le antiche tribù baltiche cominciarono a impiegare ampiamente i cavalli per scopi bellici. Questa ipotesi potrebbe forse essere confermata anche dall’etimologia del nome baltico del cavallo, tuttora esistente. A. Leskynas⁵⁷, R. Trautmanas⁵⁸, H. Hirtas⁵⁹, V. Tomsenas⁶⁰ e K. Būga⁶¹ collegano il lituano žirgas al lituano žirgti, žėrgti; si confrontino anche žirgis «cavallino incrociato sul tetto», žirgės, žirgiai «albero biforcuto su cui appendere e asciugare una pelliccia; pertiche per essiccare trifoglio e fieno». Il punto debole di questa etimologia è la semantica. Il significato originario del lituano žirgas ecc. doveva essere «che corre veloce»; cfr. lituano žirgt, interiezione che indica un passo ampio. Paralleli semantici per questo nome baltico del cavallo sarebbero l’antico russo клюся «puledro», l’antico polacco klusie «cavallo», il ceco klisna «cavalla»: gotico hlaupan «correre», tedesco laufen, antico russo скокъ «cavallo da corsa», russo скакун, polabo skocáika «stallone»: russo скакать «saltare»⁶², e così via.

⁴⁹ F. Kluge, Et. Wb., p. 608; J. Pokorny, Et. Wb., p. 934.

⁵⁰ F. Kluge, Et. Wb., p. 542–543.

⁵¹ F. Kluge, Et. Wb., p. 236.

⁵² C. D. Buck, Dict., p. 168.

⁵³ A. Walde, Et. Wb., I, p. 125.

⁵⁴ M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 361–362.

⁵⁵ B. Порциг, Членение индоевропейской языковой области, p. 239.

⁵⁶ A. Lyberis, Kalbos kultūra, 7, p. 60.

⁵⁷ A. Leskien, Der Ablaut der Wurzelsilben im Litauischen, Leipzig, 1884, p. 358.

⁵⁸ R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 427.

⁵⁹ H. Hirt, BB, 24, p. 259.

⁶⁰ V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk - lettiske) Sprog, p. 249.

⁶¹ K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 260.

⁶² О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 55–57; V. Machek, Et. sl., p. 205.

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anche il già menzionato nome germanico del cavallo — ted. Roß, ingl. horse ecc.: indoeur. *(s)ker- «saltare».

J. Mikola collegava il lituano žirgas al latino grex «gregge, gruppo, branco»⁶³. Si è anche tentato di mettere in relazione questo nome del cavallo nelle lingue baltiche con il lituano žėrti e con l’armeno jar «criniera del cavallo»⁶⁴. Tuttavia, questi ultimi tre casi sembrano tutti molto inverosimili. Più accettabile è la prima etimologia (žirgas: žergti).

A nostro avviso, il lituano žirgas, il prussiano sirgis e il lettone zirgs, considerando che il loro significato originario potrebbe essere stato anche «stallone», come suggerirebbe il prussiano sirgis, potrebbero inoltre essere messi in relazione con l’antico islandese graar «non castrato», graðungr «toro da riproduzione, toro», grieðung⁶⁵. Il suffisso -ga- nel nome baltico del cavallo (o, rispettivamente, dello stallone) potrebbe essersi formato sul modello di aggettivi come *dveigas (: dveigys «animale di due anni»), *treigas (: treigys «animale di tre anni»). In tal caso, il prussiano sirgis sarebbe soltanto un’innovazione del glossario di Elbing, al posto dell’anteriore *zirgas; cfr. nel glossario di Elbing deywis, dumis, caymis, ragis, snaygis, wilkis ecc., in luogo dei sostantivi attesi con desinenza -as⁶⁶.

Oltre che nel glossario di Elbing (Sirgis Hengest, parola 430), questa parola ricorre abbastanza spesso anche nella toponimia prussiana; cfr. Sirgelawck (< sirgis + laucks «campo, terreno»), Sirgite, Sirgun, Czirgelawken⁶⁷.

Questo nome del cavallo si trova spesso anche nella toponimia lituana e lettone⁶⁸. È possibile che da questa parola baltica derivi anche il nome del toro nelle lingue finniche baltiche; cfr. il finlandese härkä, l’estone härg ecc.

Come abbiamo visto, il nome indoeuropeo comune del cavallo è stato soppiantato da un nome nuovo, proprio soltanto delle lingue baltiche. Abbiamo cercato di collegare questo processo al mutamento delle funzioni per cui veniva impiegato il cavallo. In lituano il processo è proseguito ulteriormente: qui è nato un nome proprio esclusivamente di questa lingua, arklys. Questa parola nacque quando si cominciò ad arare i campi anche con i cavalli, oltre che con i buoi. In origine arklys probabilmente indicava un cavallo di qualità inferiore, aggiogato all’aratro e impiegato per arare; poteva essere usato nell’espressione arklys žirgas, cfr. dūonriekis peilis.

Dalla parola arti deriva anche un altro nome del cavallo, che ricorre occasionalmente in lituano: artùvas «cavallo da lavoro» (LKŽd., I, 261).

In lettone normalmente non si trova un nome del cavallo con questa radice: le parole ārkls, ārklis e il diminutivo ārkliņš sono usate soltanto nel significato di «aratro». Tuttavia, nei testi lettoni trascritti da A. B ecenberger troviamo la forma ārkls usata anche nel significato di «cavallo». In questo caso non si può ipotizzare un prestito dal lituano, poiché l’esempio citato è stato raccolto nei dintorni di Dunte (nella Lettonia nordoccidentale, a est di Limbaži) (EM, I, 141). Probabilmente si tratta di un errore di A. B ecenberger.

Le lingue indoeuropee non hanno un nome comune per il maschio equino non castrato. Nelle varie lingue questo nome è stato formato in modi molto diversi; cfr. lo spagnolo caballo padre (letteralmente «cavallo padre»), il neogreco ἄλαγο βαρβάτο (letteralmente «cavallo barbuto»; in origine tale epiteto (barzdotas) si usava riferendosi a un uomo che non è eunuco, cioè non è

63 J. Mikkola, AfslPh, 39, p. 14

64 EM, IV, p. 727.

65 J. Pokorny, Et. Wb., p. 441.

66 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 32.

67 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 157–158, 189, 233.

68 Nomenclatore dei fiumi e dei laghi della RSS Lituana, p. 206; Suddivisione amministrativo-territoriale della RSS Lituana, p. 1021; J. Endzelin, ZfSlPh, II, p. 119.

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castrato, a cui cresce la barba69, pol. stadnik «stallone»: stado «mandria», serbo пастух «stallone», bulg. пастух: пастух «pastore»70, irl. (ech-) cullach «stallone», bret. marc'h kallo'h (letteralmente «con i testicoli, non castrato»)71.

Come i nomi dello stallone nelle lingue celtiche appena menzionati, sembra che anche il nome baltico dello stallone — il nome lituano e lettone — abbia avuto origine semanticamente nello stesso modo; cfr. lit. eržilas, erzalas, erzēlas, eržilis, eržiokas (LKŽd., II, 835), ergis «giovane stallone» (LKŽd., II, 827), aržilas «stallone» (LKŽd., I, 262), lett. ērzelis, diminutivi ērzelēns, ēržuks, ērzehuks (EM, I, 577; EH, I, 374), ēržuks (la brevità della e e la distribuzione geografica della parola indicherebbero che questa forma è presa in prestito dal lituano)72.

Il nome baltico dello stallone è collegato all'avestico arəzi «scroto», duale ərəzi «testicoli», armeno orji-k «testicoli», orji «non castrato», miorji «monorchide», gr. ὄρχις «testicolo», alb. herdhe «testicolo», cfr. irl. antico uirgge «testicolo, membro virile», irl. moderno uirghe73.

A sostegno, sul piano semantico, di una spiegazione di tale origine del lit. eržilas vi sono anche il ted. Bulle «toro, toro da riproduzione», l'antico islandese boli, l'ingl. bull: gr. φαλλός «pene», l'antico irlandese ball74.

K. Būga75, basandosi su un parallelismo semantico, collegò il medio alto tedesco geil „libidinosus“: geile „Hode“ e il lituano eržilas con il lituano arškūs «vivace, ardente, impetuoso; intrattabile, cattivo» (cfr. arškūs drigantas, arškūs kumelys) (LKŽd., I, 254), aržūs «vivace, ardente; ostinato; lussurioso» (cfr. aržūs eržilas), aržlūs «disobbediente, contrario; impetuoso» (LKŽd., I, 263).

In alcuni dialetti lituani e lettoni troviamo anche un altro nome dello stallone comune a entrambe le lingue: lit. drigantas, drigōtas, dragantas (LKŽd., II, 427, 488, 489), lett. drigants (EM, I, 498). Alcuni studiosi (J. Zubatas, H. Petersonas) ritenevano che questa parola fosse autoctona nelle lingue baltiche76. In realtà, la sua fonte è il pol. drygant «stallone» (parola di origine incerta attestata già nei documenti polacchi del XVI secolo)77. La distribuzione geografica della parola lettone indicherebbe che i lettoni potrebbero averla ricevuta attraverso i lituani. Forme come lit. dragañtas, lett. drigals «bambino irrequieto, attaccabrighe» sono sorte in queste lingue per influenza di altre parole78.

In lettone e lituano troviamo anche un altro nome del cavallo di origine straniera, usato in lettone anche nel significato di «stallone» — lett. rumaks, rumāks «un cavallo da monta (stallone)», rumaks «un cavallo», rumāks «un cavallo da tiro pesante e lento», rumāks «un cavallo giallo scuro o brunastro» (EM, III, 557; EH, II, 383), cfr. anche rumaks «un giovanotto dalle spalle larghe». Il lit. rumōkas «cavallo di riserva (Handpferd)» ricorre nei dizionari del lituano della Prussia orientale e in ulteriori contatti con il polacco

69 C. D. Buck, Dict., p. 81, 169.

70 О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 60.

71 C. D. Buck, Dict., p. 162.

72 EH, I, p. 370.

73 J. Pokorny, Et. Wb., p. 782; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 123; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 71; K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 153; J. Zubatý, BB, 18, p. 259; J. Scheftelowitz, BB, 28, p. 299—313.

74 F. Kluge, Et. Wb., p. 110.

75 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 355; III, p. 780.

76 J. Zubatý, BB, 17, p. 324; H. Petersson, Arische und armenische Studien, Lund, 1920, p. 79.

77 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 151; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 105; A. Brückner, Sl. et., p. 99.

78 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 105; EM, I, p. 498.

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nei dialetti in cui si parla la lingua. La fonte di questa parola è il polacco rumak «cavallo, cavallo da guerra, argamākas»79. Il polacco rumak, a sua volta, è una parola di origine turco-tatara80. Questo nome del cavallo potrebbe essere entrato in lettone anche attraverso il lituano.

Di origine slava è anche il lett. og’eris «lo stallone» (EH, II, 117), cfr. il polacco ogier. Nelle lingue baltiche, almeno in lituano e in lettone, troviamo un nome comune del cavallo che, con suffissi diversi, viene usato per designare sia la femmina sia il maschio, cfr. il lituano kumėlė «cavalla», kumelys «cavallo cresciuto; stallone», kumeliūkas «puledro» (LKŽd., VI, 866, 867, 868, 870), e il lettone kumelš «stallone; bel cavallo», kumelis, kumelīce «cavalla gravida», kumeliņš «puledrino» (EM, II, 311; EH, I, 673–4). Sia in lituano sia in lettone queste parole sono usate con suffissi assai diversi, che conferiscono loro varie sfumature di significato.

L’origine di queste parole è tuttora piuttosto oscura. Tra i linguisti è più diffusa l’etimologia di J. Charpentier, secondo la quale il lituano kumelys e il lettone kumelš sono messi in relazione con il sanscrito kumarāḥ «giovane uomo»81. Questa etimologia, tuttavia, presenta alcuni difetti. Anzitutto, è già dubbia la derivazione del sanscrito kumarāḥ da *kum-elō-. In secondo luogo, neppure il significato della parola sanscrita offre basi sufficienti per un simile confronto. Il sanscrito kumarāḥ può significare «bambino», «ragazzo», «figlio», «principe», cfr. il sanscrito kumārī «ragazza, figlia». Il significato fondamentale della parola sanscrita, come indica M. Mayrhofer, era probabilmente «fragile, delicato, debole», cfr. il vedico kumārā-deṣṇa «che elargisce doni precari»82.

J. Pokorny83, probabilmente il primo a confutare la suddetta etimologia di J. Charpentier, tentò di spiegare diversamente l’origine del lituano kumėlė e dei suoi affini. A suo avviso, il significato originario del lituano kumėlė avrebbe potuto essere «cavallo castrato»; la parola sarebbe quindi un derivato secondario da kumelys, per il quale una tale accezione è del tutto possibile. J. Pokorny ricostruisce poi per questo nome baltico del cavallo la forma originaria *kom- e lo collega allo slavo ko-molъ «senza corna». In entrambi i casi, il significato originario delle parole sarebbe «castrato». J. Pokorny tende a collegare a queste parole anche il prussiano camnet «cavallo» e il lituano kamienas. Ci sembra che la spiegazione di J. Pokorny sarebbe piuttosto convincente se la forma originaria delle parole baltiche fosse *kumas. In realtà, J. Pokorny considera forma fondamentale il lituano kūmė «cavalla». Tuttavia, il lituano kūmė è una formazione retrograda, derivata dalla forma ku-mėlė, così come da barsūko (cfr. il bielorusso борсук < e il turco barsuk) si è formato barsas, da gegūtės — gėgė e così via84.

Il lituano kumėlė, kumelys viene variamente messo in relazione con lo slavo komonь (cfr. il russo КОМОНЬ «cavallo», il ceco komoň «cavallo»), konь (cfr. il russo конь, il polacco koń). In effetti, queste parole si somigliano molto nella forma e hanno significati del tutto coincidenti. Tuttavia, al momento non è possibile dimostrarne la parentela85.

Anche il prussiano camnet «cavallo» è una parola assai oscura. Questa parola si trova nel glossario di S. Grunau (41 parole), nel quale, come è noto, le parole prussiane sono particolarmente corrotte. El-

79 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, Weimar, 1877, p. 128; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 748.

80 A. Brückner, Sl. et., p. 468.

81 J. Charpentier, KZ, 40, p. 435; IF, 25, p. 246.

82 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 232–233.

83 J. Pokorny, KZ, 56, p. 130–133.

84 P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 21–22; A. Augstkalns, StB., 4, p. 63–65.

85 A. Brückner, Sl. et., p. 253–254; V. Machek, Et. Sl., p. 216; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 309; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 609, 618; E. Berneker, Et. Wb., p. 555; O. H. Трубачёв, Происхождение…, 50–52; EM, II, p. 311.

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Nel glossario di Elbing, dove sono elencati in successione ben sette nomi di cavalli di specie diverse, questo nome non compare. Che la grafia camnet sia scorretta risulta anche dalla desinenza estranea alle lingue baltiche. In questo caso, dunque, il pr. camnet può essere corretto in vari modi e collegato tanto allo slav. komonъ quanto al lit. kumelys, sebbene, in ogni caso, il pr. camnet ricordi soprattutto lo slav. komonъ86.

Molto complessa è la questione relativa a un altro nome del cavallo, forse anch’esso in uso in tutte e tre le lingue baltiche: il lit. kėve «animale magro e scadente; ronzino», kie-vė «cavalla scadente», kėvinas «cavallo scadente, ronzino», kėvis, keivis (LKŽd., V, 496, 672, 677, 766)87; il lett. kėve «cavalla», kėve, kėva e le forme diminutive: kėvele, kėve-lite, kėvene, kėvene, kėvens, kėvens, kėvėna, kėvenice, kėvine, kėvka, kėvelėns (EM, II, 377; EH, I, 700–1); il pr. kaywe «cavalla» (voce 433 del glossario di Elbing)88. Anzitutto è chiaro che non si tratta di una parola comune alle tre lingue baltiche, poiché il consonantismo della parola lettone mostra che per i lettoni essa è un prestito. In secondo luogo, non è affatto chiaro se il nome prussiano della cavalla sia davvero una parola della stessa radice del lit. kėvė e del lett. kėve.

Passando in rassegna le varianti lituane di questo nome, salta subito all’occhio il singolare vocalismo della radice: -ė-, -ie-, -ei-. Già A. Becenberger, spiegando l’origine del pr. kaywe, collegava la parola prussiana a una presunta forma lituana *kievė89. R. Trautmann riprende anche l’ipotesi di A. Becenberger90. In una lettera a J. Endzelīns del 13 maggio 1910, K. Būga, parlando dell’opera di R. Trautmann, osserva tra l’altro: «il lit. meridionale *kėve XII, 142 è frutto di una buona dose di fantasia»91. Come vediamo, una forma quale quella un tempo immaginata da A. Becenberger si trova ormai nel «Dizionario della lingua lituana». Ci sembra tuttavia che K. Būga avesse ragione nel sostenere che una simile forma è frutto di fantasia. Le forme con -ie- sono state registrate in quelle zone della Lituania in cui ė > ie (Ignalina, Vidiškės), oppure nelle loro vicinanze (Daugėliškis), dove la parola kievė accanto a dėdė o tėvas può presentarsi come fenomeno sporadico proveniente da un dialetto vicino. Anche la forma keivis è probabilmente erronea, poiché è stata registrata una sola volta nei dintorni di Klaipėda, forse al posto di kėvis, udito male sul posto. Potrebbe anche trattarsi di una sporadica evoluzione di ė in ei, quale talvolta si verifica nel dialetto dei pescatori della laguna dei Curi e nei dialetti lettoni livonici92. Pertanto, la forma lituana più attendibile di questo nome è kėvė (con la vocale radicale ė).

Negli ultimi tempi molti linguisti, in particolare studiosi dei rapporti tra le lingue finniche e quelle baltiche, ritengono che i lettoni abbiano preso in prestito questa parola dai livoni, cfr. liv. kėv «cavalla», e che i lituani, a loro volta, l’abbiano presa in prestito dal lettone, modificandone il significato93. Anche J. Endze-

86 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 189; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 352.

87 A. Lyberis, Kalbos kultūra, 7, p. 60–61.

88 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 88.

89 A. Bezzenberger, BB, 23, p. 318; 27, p. 168.

90 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. XII, 142, 351.

91 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 820.

92 J. Gerullis ir Chr. Stang’as, Lietuvių žvejų tarmė prūsuose, Kaunas, 1933, p. 5–6; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 75; J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 138–139; M. Rudzīte, Latviešu dialektoloģija, Rīga, 1964, p. 150–166.

93 V. Thomsen, Samlede Afhandlinger, IV, Köbenhavn, 1931, p. XI; I. H. Toivonen, Finnisch-ugrische Forschungen, 20, p. 144; J. Mikkola, Izglītības Ministrijas Mēnešraksts, 1930, 2, p. 443.

157

lynas94, in precedenza riteneva il lettone kēve un lituanismo (...wohl aus li. kēve „кляча“95. Anche D. Zemzarė96 considera il lettone kēve un lituanismo. Nel valutare la questione dell’origine del lituano kēve e del lettone kēve, ci sembra che svolga un ruolo molto importante l’origine della forma prussiana kaywe. Se i lettoni avessero ricevuto la loro parola dai livoni e i lituani dai lettoni, non potremmo parlare di alcun legame della forma prussiana kaywe con le suddette parole lituane e lettoni, perché è molto difficile immaginare un simile processo dal punto di vista cronologico e, inoltre, in generale non è caratteristico dei baltici prendere in prestito dai finnici del Baltico termini agricoli o di allevamento: il processo opposto è molto più frequente.

Anche il fatto che il nome del cavallo non sia un prestito dal livone sarebbe dimostrato, a nostro avviso, dal fatto che il lituano kēvē ha un’etimologia molto attendibile. E. Fraenkel collega questa parola al prussiano keuto «pelle», al lituano kēvalas ecc.97 A sostegno di questa etimologia di E. Fraenkel si possono trovare paralleli semantici di vario genere in molte lingue, cfr. il lituano skūrā «cavalla scadente, cavallo scadente», skūrinis «cavallo scadente»: lituano skūrā «pelle» (< bianco-russo скупа), lituano lūpena «cavallo scadente»: lituano lūpti, lettone ādnieks «cavallo scadente»: lettone āda «pelle», russo одёр «cavallo scadente e pigro»: russo драть «scorticare, spellare», tedesco Schindmähre «cavallo scadente»: tedesco schinden «scorticare, spellare»98.

Il prussiano kaywe, come abbiamo detto, fu collegato da A. Bezzenberger e R. Trautmann al lituano *kiēvē. Tuttavia il prussiano kaywe potrebbe derivare addirittura dal lituano kēvē. Forse si dovrebbe considerare il vocalismo della radice della parola prussiana un semplice errore di trascrizione o di registrazione in luogo di *kiewye o *keywe, cfr. Plēynis (voce 38) del glossario di Elbing: lituano plėnys, pleynis (voce 75): lituano plėnis, plėvė. Nell’ortografia del glossario di Elbing, -y- sembra talvolta aver potuto indicare la lunghezza della vocale che lo precede99. Infine, questa -y- potrebbe essere stata introdotta durante la trascrizione per influenza di Sweykis, Arwaykis vicini.

J. Endzelīns sembra ragionevolmente dubitare del collegamento proposto da A. Bezzenberger tra il prussiano kaywe e il lituano kaimenē «mandria», perché kaimenē non significa «branco di cavalli», bensì, più in generale, «bestiame del villaggio». Tuttavia, il tentativo di J. Endzelīns di emendare il prussiano kaywe in *kanwe e di collegarlo allo slavo konb «cavallo», ipotizzando che -vė sia una desinenza come quella della parola lituana kārvė, è assai poco convincente. A dire il vero, J. Endzelīns non lo afferma categoricamente (Varbūt...)100.

Pertanto, forse l’ipotesi più attendibile è che kēvē sia comparso dapprima in ambito lituano con il significato di «cavalla scadente» e che poi, dalla lingua lituana, sia passato alle lingue prussiana e lettone, ormai con il significato generale di «cavalla».

In lettone si trovano forme piuttosto singolari del suddetto nome del cavallo: kāvē «cavallo» (Vecaucē), kāvele «nome spregiativo del cavallo o della cavalla» (Lubana, Meiranai, Cesvaine, EH, I, 575). Il dittongo -ai- in queste parole andrebbe piuttosto spiegato come risultato di una sostituzione, poiché nelle parole lettoni dopo -k- di norma non compaiono vocali anteriori.

Nelle lingue baltiche esistono moltissimi nomi diversi del cavallo, per lo più caratteristici soltanto delle singole lingue di questo gruppo. Questi nomi di solito indicano una qualche caratteristica del cavallo e hanno una sfumatura spregiativa o vezzeggiativa.

94 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 187.

95 EM, II, p. 377.

96 D. Zemzare, Latviešu vārdnīcas, Rīgā, 1961, p. 45.

97 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 248.

98 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 58; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 254.

99 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 26; FBR, XII, p. 148; XV, p. 101.

100 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 187.

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Il lituano kūinas «cavallo mediocre, magro, debole; ronzino» è già attestato nel dizionario di K. Širvydas (III edizione, 1642):

Szk apá Caballus tardus Kuynas Szkapi Caballinus Kuyniβkas Szkapinė (Caballinus caro. Arkliena) kuy nėna. (Dict., 436).

In alcuni dialetti lituani la parola kūinas è usata come aggettivo nel senso di «senza corna» (cfr. kūinas veršis, kuinà kárvė, Daugelìškis, Tverečius). In quei luoghi la parola kūinas nel senso di «cavallo scadente» non è usata: al suo posto si usa kėvė. K. Būga ravvisa un analogo passaggio dal sostantivo all’aggettivo anche nel lituano taūras, taurùs «onesto, buono, adatto»: taūras «bovino selvatico (Bos primigenius)»¹⁰¹. In lituano questa denominazione di un cavallo scadente è molto diffusa: è usata nella lingua letteraria e si trova in un’ampia parte dei dialetti. Le altre lingue baltiche, tuttavia, non la conoscono. Accanto a kuinas si incontra anche la variante kūlnas (LKŽd., VI, 844), nonché škūina (Kapsukas, Tirkšliai). Probabilmente la parola kūinas andrebbe collegata ad altre denominazioni baltiche del cavallo che le somigliano molto.

Si tratta del lituano kūika «cavalla magra e gracile, ronzino, kuinas», kuikas, kūikė, kūikė (LKŽd., VI, 779), e del lettone kūika «cavallo scadente» (EM, II, 300). A questi nomi andrebbero probabilmente collegati anche il prussiano paustocaican < pausto «selvaggio» + caican «cavallo» (voce 654 del glossario di Elbing)¹⁰², il lettone kaikaris «ronzino, cavallo scadente» (EM, II, 132) e il lituano kaikaras «uomo molto alto; fannullone»; cfr. anche il lituano kaikaruoti «deperire, languire» (LKŽd., V, 48). E. Fraenkel collega inoltre queste parole al sanscrito kekarah «strabico», al latino caecus «cieco», all’irlandese caech «monocolo» e al gotico haihs «monocolo»¹⁰³. Egli spiega la comparsa della radice -ui- nelle parole lituane kūinas, kūika con la connotazione negativa di queste parole. Nel complesso, questa etimologia suscita notevoli dubbi. Ci sembra che le parole baltiche possano essersi formate in modo del tutto diverso: forse andrebbero collegate al lituano keipti «dimagrire, indebolirsi, deperire» e kaipti «venir meno, indebolirsi; svenire». M. Mayrhofer dubita molto che anche il sanscrito kekarah, accanto a kedara-, teraka- usati con lo stesso significato, sia collegabile al latino caecus e ad altre parole¹⁰⁴.

Anche il lituano škūika «cavallo scadente» è da collegare a kūika. La š-, come nel caso della parola škūina, potrebbe essere nata per contaminazione con škapà o con qualche altra parola, oppure potrebbe essere stata semplicemente aggiunta come rafforzamento espressivo (cfr. kabálda: škabálda «chi cammina zoppicando», kūnka: škūnka «persona o animale emaciato»)¹⁰⁵. A questo stesso gruppo appartengono anche il lituano kūika, škūika.

Molte denominazioni lituane del cavallo scadente si sono formate semanticamente allo stesso modo: derivano da parole che significano «finire, morire, perire» oppure semplicemente «carcassa di un animale morto». Queste denominazioni si usano di norma non solo per i cavalli, ma anche per altri animali vecchi e scadenti. Di tale origine sono:

Lituano baigėna, baigliena, baigšėna, cfr. il lituano baigtis «finire, morire».

101 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 297; II, p. 318, 635; A. Сабаляускас, Проблемы индоевропейского языкознания, Москва, 1964, p. 63.

102 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 91, 391; Prūsų kalbos paminklai, p. 72.

103 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 202.

104 M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 264.

105 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 191–192.

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Lituano diẽngalis, dienagalỹs, dienãgalis (LKŽd., II. 346, 347) < dal lituano dienà + gãlas, cfr. lettone diengalis «un essere antico, caratterizzato da una vita tenace» (EM, I, 483).

Lituano dvasnà, dveskà, dvėšlyna, dvėšena, núodvasa (LKŽd., II, 672, 679, 680), cfr. il lituano dvėsti «morire», dvasnà «carcassa di un animale morto», dvėšena.

Lituano gaišena, gaištaras, gaištara, núogaiša (LKŽd., III, 37–8, 41), cfr. il lituano gaišti «fare una brutta fine», gaišena «carcassa di un animale morto».

Lituano maità, cfr. il lituano maità «carcassa di un animale morto».

Lituano padlà, cfr. lituano padlà «carogna» < polacco padło.

Lituano pùolena, cfr. il lituano pùlti «fare una brutta fine», pùolena «carcassa di un animale morto».

Lituano spróg ena, núosproga, cfr. il lituano sprógti «morire, perire».

Lituano stipena, cfr. il lituano stipti, stipena «carcassa di un animale morto».

In modo analogo è sorto anche un altro gruppo di denominazioni lituane per il cavallo di scarso valore:

Lituano kuìbena, kùiba (LKŽd., VI, 778), cfr. lituano kuibina «calzatura fatta di pelle di capretto; opanca» < lettone kuìba, kuìbena «pelle scuoiata dalle zampe di un animale; calzatura fatta di tale pelle», cfr. estone koib «gamba»¹⁰⁶.

Lituano lùpena, lupsnà, lupynà, lùpeta, lupýnė, lùpkė, cfr. il lituano lùpti «scuoiare, togliere la pelle», lùpena «corteccia da scortecciare, scorza».

Lituano skùrdà, skùrinis, cfr. lituano skùrà «pelle» < baltico скупа.

Al medesimo gruppo semantico appartengono:

Lettone âdiniẽks, âdnieks, âdenis, âdeniẽks, âdenica, âdminis (EM, I, 236; EH, I, 192), cfr. lettone âda, lituano óda.

Lituano kalabãnas (LKŽd., V, 100), cfr. il lituano kalabãnas «cavallo decrepito».

Lituano kaplỹs (LKŽd., V, 238), cfr. il lituano kaplỹs.

Liet. kybelka «animale (di solito un cavallo) dal passo incerto e dalle zampe malferme» (LKŽd., V, 720), cfr. liet. kìbelkos «scherz. gambe».

Liet. kluknà (LKŽd., VI, 165), cfr. klukšėti «gracidare», kluknoti «bere facendo rumore con la lingua».

Liet. klùmpis (LKŽd., VI, 171), cfr. liet. klùmpis «persona rammollita o trascurata».

Liet. kramùkas «cavallo molto piccolo e lento» (LKŽd., VI, 418), cfr. liet. kramas «persona malandata, rammollita», kramùila «chi è piccolo e non è cresciuto».

Liet. kriklà «cavallo magro» (LKŽd., VI, 580), cfr. krikti «diventare malfermo».

Liet. kriòkas «persona o cavallo grande, maldestro e goffo», kriókis (LKŽd., VI, 602, 603), cfr. liet. kriòkti.

Liet. kùlčius «cavallo pigro», kùltena «cavallo spinto a forza, ronzino» (LKŽd., VI, 821, 850), cfr. liet. kùlti «picchiare, percuotere».

Liet. lapatkis (LKŽd., VII, 142), cfr. liet. lapatúoti «camminare pesantemente e goffamente», lapatókas «persona trascurata», lapònas, lapnòtis «chi cammina a passi pesanti (detto del cavallo)».

Liet. lòbeda, lòbena (LKŽd., VII, 637), forse andrebbero collegati al liet. lėbeda «persona rammollita, goffa, rozza».

Liet. susnà, cfr. liet. sùsti «seccarsi».

Liet. klėperis (LKŽd., VI, 50) < ted. Klepper.

Liet. krãgas (LKŽd., VI, 395), krãkas, strėkas, škrãkas potrebbero essere stati presi in prestito dal tedesco o dal lettone; cfr. ted. dial. Kracke, Kragge107, lett. krãģis, skrãģis.

106 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 296; EM, II, p. 300.

107 F. Frischbier, Preussisches Wörterbuch, I, p. 416.

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Gli esempi lituani menzionati si trovano nella regione di Klaipėda. Anche in Lettonia tali denominazioni per un cavallo scadente sono state probabilmente prese dal tedesco.

Liet. lušokas <pol. łoszak (LKŽd., VII, 712).

Liet. škapà <pol. szkapa. Probabilmente è della stessa origine anche il lit. škabàrda.

Nei dialetti lettoni troviamo un numero straordinariamente elevato di denominazioni per il «cavallo scadente», di origine diversa:

Lat. ābideris «un cavallo magro», cfr. lett. ābideris, ārd̄bilis «uno strumento a forcella con cui si separano i travicelli dell’essiccatoio» (ārds + bīdīt) (EH, I, 191; EM, I, 241).

Lat. begis «un cavallo vecchio» (EH, I, 211). L’origine non è chiara.

Lat. bèmbelis «un cavallo rigido e pigro» (EM, I, 278, 279; EH, I, 212), cfr. lett. bèmbelis «un insulto», bemberis «un albero nodoso», lit. bembys, bamblys.

Lat. bestis «un cavallo vecchio», beškis «un cavallo» (EM, I, 281). J. Endzelīns tende a farli derivare dallo slavo bestija.

Lat. blànkāns «un cavallo pigro» (EH, I, 226), forse andrebbe messo in relazione con il lett. blenkt «stare a bocca aperta».

Lat. cōbikis «un ronzino da soma», cfr. lett. cōbliņš «una persona lenta».

Lat. cā pāns «un cavallo vecchio e decrepito», cāpis «un cavallo pigro» (EM, I, 408; EH, I, 285), cfr. lett. cāpāt «camminare lentamente», cā pūlis «qualcuno che cammina lentamente».

Lat. cāpris «un cavallo vecchio e scadente», cfr. lett. cāprs «cattivo, misero» (EM, I, 404).

Lat. cēmbris «un cavallo vecchio e scadente» (EM, I, 409). J. Endzelīns tende a collegarlo al curoniano *cembris, cfr. lit. kēmbras «magro, mingherlino».

Lat. drēberis «un cavallo grande e magro; un cavallo veloce e focoso» (EM, I, 497; EH, I, 333). J. Endzelīns tende a farlo derivare dal ted. Traber «trottatore; cavallo dal buon trotto».

Lat. kačāps «un cavallo magro» (EH, I, 572) deriva probabilmente da un etnonimo con connotazione dispregiativa.

Lat. kāibala «una vecchia cavalla malandata» (EH, I, 573) è probabilmente una rielaborazione del russo кобыла.

Lett. kaīkaris «una specie di cavallo; un ronzino» (EM, II, 132), cfr. lett. kaīkaris «un cencioso, un nullatenente», lituano kaīkaras «una persona molto alta; un fannullone, un vagabondo».

Lett. kaņa «un cavallo» (EH, I, 585); J. Endzelīns tende a farlo derivare dal russo конь. Lett. kanēris «un ronzino» (EH, I, 584), cfr. lett. kaneris «una lepre», potrebbe talvolta essere una rielaborazione del russo конь.

Lett. kankans «un cavallo scadente», kankāns «un cavallo grande e magro» (EM, II, 155, 156), cfr. lett. kankāt «camminare a grandi passi stanchi, trottare», lett. kankāns «qualcosa di grande, pesante e molle».

Lett. kārkis «un cavallo vecchio», kākis (EM, II, 197), forse andrebbe collegato al lett. kārkis «il gancio», kākis.

Lett. kāsis «un ronzino» (EH, I, 606); J. Endzelīns tende a collegarlo al lett. kāsis «il gancio». Anche la nostra spiegazione dell’origine del lett. kārkis deporrebbe a favore di tale collegamento.

Lett. keņcītis «un cavallo scadente» (EM, II, 365), cfr. lett. keņcis «lo sciatto, il perdigiorno».

11. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

161

Lett. klām̄pa «un ronzino, un cavallo vecchio e rigido, un cavallo zoppo», klam-pis «un cavallo vecchio» (EM, II, 212; EH, I, 609) andrebbe probabilmente collegato al lett. klām-pât «camminare pesantemente».

Lett. klams «un cavallo vecchio, magro e debole» (EM, II, 212); J. Endzelīns tende a collegarlo al lituano klėmnas «debole». Tuttavia, a nostro avviso sarebbe più convincente far derivare il lett. klams dal russo хлам «cianfrusaglia, ferraglia».

Lett. klām̄za «un cavallo vecchio e denutrito, un ronzino» (EM, II, 212; EH, I, 610), cfr. lett. klamz̄a, klamza «qualcuno che cammina a passi pesanti», lett. klām-zāt «camminare pesantemente».

Lett. klanḡis «un cavallo grande e denutrito», kleņḡis «un ronzino» (EM, II, 214, 223); J. Endzelīns lo collega al lett. kleņḡis «il perdigiorno, il buono a nulla».

Lett. klaūga «un ronzino» (EH, I, 611), cfr. lett. klaūḡis «un pezzo di legno; uno spaccone».

Lett. knadz̄is «un cavallo vecchio», knadze «una vecchia cavalla», cfr. lett. knaḡis «un gancio o un piolo» < ted. Knagge (EM, II, 241; EH, I, 626).

Lett. kōksis «un ronzino» (EH, I, 640); l’origine è incerta. Forse andrebbe collegato al lett. kuksis «un cavallo dal mantello fulvo, giallo» oppure a kuksīt «camminare lentamente».

Lett. krabiņš «un cavallo vecchio e denutrito» (EM, II, 255) andrebbe forse collegato al lett. krabiķis «un palo ramificato conficcato nel terreno, sul quale si fa essiccare il grano nei campi», krabināt «brancolare, spostarsi».

Lett. kraḡis «il ronzino», krāḡis, skrāḡis «un cavallo vecchio», krak̄is «un cavallo scadente e debole» derivano dal ted. Kracke, Kragge (EM, II, 255, 256, 265).

Lett. krampis «un cavallo vecchio e magro» (EM, II, 258; EH, I, 641) andrebbe probabilmente collegato al lett. krāmpis «il gancio di chiusura».

Lat. krapants «un cavallo debole e magro» J. Endzelīns tende a collegarlo al lituano krapinėti «camminare con difficoltà» (EM, II, 260).

Lat. krapš̄kis «un cavallo vecchio e magro», krapšis (EM, II, 260; EH, I, 642), cfr. lat. krapis «un appellativo ingiurioso».

Lat. krepsis «una rozza» (EH, I, 649), cfr. lat. krepecēt «tossire piano», krepecī «espettorazione di muco».

Lat. krimpa «un cavallo magro» (EM, II, 279), cfr. lat. krimpāns «un bambino piccolo che piange», krimpa «come insulto rivolto a una persona molto magra».

Lat. kroksis «una rozza» (EH, I, 658), forse andrebbe collegato a lat. kruķis «la gruccia, l’attizzatoio», krukite «appellativo ingiurioso per una bambina piccola».

Lat. lamāks «un cavallo grasso e pesante nei movimenti» (EM, II, 530), cfr. lat. lamaka «una persona che non tiene il corpo eretto, un sacco di patate», lamāns «una persona o un cane grande, goffo e vorace».

Lat. limaks «un cavallo pigro» (EH, I, 742), forse andrebbe collegato alla denominazione precedente.

Lat. mitenis «un cavallo ottenuto in cambio; una rozza», mietenis «una rozza»; J. Endzelīns lo collega al lat. mīt «scambiare», cfr. mitala «nome di una vacca o di una giumenta scadente» (EM, II, 649, 656).

Lat. naina, naine «un cavallo magro, sfiancato» (EM, II, 690) forse andrebbe collegato al lat. naine «la vedova» < est. naene «donna»?, cfr. tā tāda naine vien ir (di ei-

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di una persona di sesso femminile, EH, II, 3). Da un appellativo dispregiativo riferito a una donna poteva derivare anche il nome di un animale.

Lat. nátmene «la giumenta da soma», nátanais zirgs «la giumenta da soma», nátenis «un cavallo debole e bianco», nátną ķēve «una giumenta gracile», nàtns zirgs «un cavallo bianco e debole» (EM, II, 702); cfr. lat. nàtns «la tela», il cui significato originario era «di ortiche»: nàtre «ortica». Per il significato di nàtns «scadente», cfr. kàrklu vācietis «denominazione scherzosa di un tedesco che si atteggia a tale, senza però riuscirci».

Lat. stīvnica «un cavallo rigido», stīvuicis (EM, III, 1077); cfr. lat. stīvs «rigido, immobile» < medio alto ted. stīf.

Lat. storaks «una persona pigra o un cavallo del genere», storags (EM, III, 1080; EH, II, 584); cfr. lat. storcka «appellativo ingiurioso per un essere vivente di sesso femminile», storgaks «un grassone, un impacciato».

Lat. svanaris (?) «un cavallo emaciato», zvanārs «un cavallo vecchio, debole e magro» (EM, III, 1143; IV, 765; EH, II, 814); cfr. lat. zvanārs «un orologio vecchio, scadente e brutto» < rus. звонарь «campanaro; chiacchierone».

Lat. testis «un cavallo pigro»; cfr. lat. test «ansimare» (EM, IV, 168).

Lat. tūcis «un cavallo pigro» (EM, IV, 278); forse andrebbe collegato a lat. tūkat «spingere, impastare, pressare».

Nei dialetti lettoni troviamo molti altri nomi del cavallo, per lo più legati a qualche caratteristica di questo animale:

Lat. aīcis «il cavallo (denominazione scherzosa)» (EM, I, 12); forse andrebbe collegato a lat. āita, aīča «pecora».

Lat. auzainis «cavallo», àusainis (EM, I, 231; EH, I, 188, 189); cfr. lat. auzas «avena».

Lat. brīēdis «un cavallo dal pelo d’alce» (EM, I, 337; EH, I, 243); cfr. lat. brīēdis «l’alce».

Lat. ēbelis «un cavallo fiero», ēberis «parola ingiuriosa per un cavallo vecchio», ēberis «un buon cavallo; un cavallo piccolo e agile» (EM, I, 572; EH, I, 371); forse talvolta andrebbe collegato al ted. Eber «cinghiale».

Lat. gàisuonis «un cavallo selvaggio e indomabile» (EH, I, 378); cfr. lat. gàisuonis «un fanfarone; una persona irrequieta», lat. gàiss «l’aria».

Lat. rēceknis «uno stallone che nitrisce violentemente»; cfr. rēkt «ruggire, ululare» (EM, III, 517).

Lat. spārdauniece «una giumenta che ha l’abitudine di scalciare», spārdainice (EM, III, 986); cfr. lat. spārdities «scalciare».

Lat. sperška «una giumenta che scalcia» (EH, II, 548); cfr. lat. spèrt «scalciare».

Lett. stakņa «un cavallo che, mentre tira un carico, ogni tanto si ferma» (EM, III, 1041), cfr. lett. staknīt «fermarsi».

Lett. svipastis «un cavallo che si percuote i fianchi con la coda», cfr. lett. svàipīt «frustare» + aste «la coda» (EM, III, 1160).

Lett. tīza «una cavalla zoppa, che non riesce ad avanzare» (EM, IV, 199), cfr. lett. tizāt «zoppicare».

Lett. tramdis «un cavallo timido», tramīkis (EM, IV, 221), cfr. lett. tramīgs «timido, selvatico».

11*

163

Lett. žiblis «un cavallo con un occhio solo»; J. Endzelynas propende a collegarlo al lett. žibt «tremolare, essere abbagliato» (EM, IV, 808).

Lett. žlanga «un cavallo che beve molta acqua» (EM, IV, 815), cfr. lett. žlāngāt «bere a lungo, lentamente e molto (detto di persone e cavalli».

Lett. žuklis «un cavallo veloce», cfr. lett. žukls «veloce, agile» (EM, IV, 829).

Alcuni nomi lituani del cavallo sono legati a caratteristiche specifiche dell’animale:

Lituano bėgūnas «cavallo dal passo leggero», bėguonėlis (LKŽd., I, 597), cfr. il lituano bėgti.

Lituano bišius «cavallo piccolo», biškinas «cavallo di taglia media, non grande», bišė «cavalla di qualità scadente» (LKŽd., I, 700), cfr. il lituano biškenti «correre a piccoli passi»; potrebbe essere di origine onomatopeica, cfr. bišku «parola onomatopeica usata per chiamare il toro».

Lituano gyvėntuvas «cavallo da lavoro» (LKŽd., III, 379), cfr. il lituano gyvėnti.

Lituano karčiūkas «cavallo con una bella criniera» (LKŽd., V, 270), cfr. il lituano karčiai.

Lituano ristūnas «cavallo dal passo leggero», ristininkas, ristokas (A. Lyberis, 60)108, cfr. il lituano risčia.

Lituano šarūnas «cavallo ben nutrito e di bell’aspetto» (A. Lyberis, 61) andrebbe probabilmente collegato al lituano šorai «paraocchi fissati alle briglie, che impediscono ai cavalli di guardarsi intorno».

Lituano vežmininkas «cavallo forte, adatto a trainare un carro» (A. Lyberis, 61), cfr. il lituano vežimas.

Lituano žvignis «cavallo ben nutrito, destinato a fare visita» (A. Lyberis, 61), cfr. il lituano žvygauti «nitrire continuamente»(?).

Il lituano kunteris «cavallo piccolo ma robusto» (LKŽd., VI, 903) è un prestito dal tedesco; cfr. ted. Kunter.

Il lituano rišokas «cavallo dal trotto leggero» è uno slavismo; cfr. rus. рысак (A. Lyberis, 60).

Il lituano staininis «cavallo ben nutrito, destinato a recarsi in visita» è uno slavismo; cfr. pol. stajenny (A. Lyberis, 61).

Sia in lituano sia in lettone si può distinguere un gruppo di nomi di cavalli caratteristici soprattutto del linguaggio infantile. Questi nomi sono per lo più di origine onomatopeica.

Lituano ygagas «cavallo (nel linguaggio infantile)», vyčiukas «puledro» (LKŽd., IV, 7, 20); cfr. lituano ygaga «interiezione che imita il nitrito del cavallo».

Lituano kažis «puledro», kožė «cavalla (nel linguaggio infantile)», kožis «cavallo, puledro (nel linguaggio infantile)», kožius, kužė «cavallo (nel linguaggio infantile)», kužia, kužis kužius, kužis, kužius (LKŽd., V, 464; VI, 392, 1017, 1018, 1021, 1022); cfr. le interiezioni lituane (per chiamare il cavallo) kuš, kuzi, kuzia, kuziu, kūž, kužiu e altre.

Lituano kirkilas «stallone» (LKŽd., V, 836); cfr. il lituano kirkėti.

Lettone cigiņš, ciga, cigus «il puledro, il cavallo», cigulis «il puledro», ciga (EM, I, 379; EH, I, 269, 290); cfr. il lettone ciga, cig «richiamo per puledri, per cavalli».

Lettone kose «nome vezzeggiativo per una cavalla», košiņš «il cavallo, cavallino (di solito nel linguaggio infantile)», koša, košiņa košis, košelis, kuziņa «un cavallo giovane, un cavallo in genere nel linguaggio infantile», kuze «un puledro», kuzlis, kuža «il cavallo, un piccolo puledro», kužiņa «parola affettuosa per un cavallo» (EM, II, 255, 331; EH, I, 639, 681); cfr. il lettone kuz, kuze, kužu «richiamo per i cavalli».

108 A. Lyberis, Kalbos kultūra, 7, p. 59–63.

164

Lett. sugulis «un puledro piccolo», sūgulis, suka «il puledro (nel linguaggio infantile)», sukulis «un puledro piccolo», sukulinš, sukuls, suksis «un cavallo che non riesce più a camminare bene», sukulis «un cavallo non molto forte», sūka «un giovane cavallo bello o un puledro» (EM, III, 1117, 1118; IV, 105; EH, II, 600, 601, 607, 657), cfr. lett. suk, suku, šuk, šuku «interiezione, richiamo per un puledro».

Lett. tprūta «il cavallo (nel linguaggio infantile)», tprūtina, tprūte (EM, IV, 217), cfr. lett. tprū «interiezione usata per far fermare i cavalli».

Nelle lingue lituana e lettone esistono parecchi nomi di cavalli legati al colore di questo animale (sia in lituano sia in lettone troviamo numerosi nomi di colori usati solo in riferimento ai cavalli):

Lett. báltis, baltōkas, baltàsis, baltēlis, balckis, baltĕus, balt(a)marģis, balt(a)-keršis, baltplėšnis, balt(a)galvis, balt(a)kāklis, balt(a)kāktis, balt(a)karītis, balt(a)kōjis, baltas mārgis, balt(a)prūšnis, balt(a)smūkis, balt(a)uodēgis, baltas lėpsnis (LKŽd., I, 498–504; A. Lyberis, 62), cfr. lett. báltas.

Lett. beliōkas «cavallo grigio pomellato» (LKŽd., I, 604), slavismo, cfr. russo беляк.

Lett. bēris, bēris, bērasis, bērōkas, bēriōkas, bēriōte, bēriņas, bēriūkas, bēriūkas, bērelis, bēriūnelis, bēruōlis, bērvalelė, bērširvis (LKŽd., I, 625, 632; A. Lyberis, 62), cfr. lett. bēras, bēras.

Lett. blēzis, blēšis, blisis «cavallo con una striscia bianca sulla fronte; cavallo dal mantello grigio» <ted. Blässe (LKŽd., I, 737, 752; A. Lyberis, 62).

Lett. briedplaukis «del colore del pelo dell’alce, grigio-bruno» <lett. briedis + plaukas (LKŽd., I, 853; A. Lyberis, 63).

Lett. brišis, cfr. lett. brišas «fulvo; rosso scuro, del colore dell’alce» (LKŽd., I, 867; A. Lyberis, 62—3).

Lett. brūnis, brūnas(is) (LKŽd., I, 894), cfr. lett. brūnas «baio scuro, rossiccio», brūnas <tedesco basso brūn109.

Lett. bulānas «cavallo dal mantello giallo chiaro; sauro» <russo буланый «sauro, baio rossiccio (cavallo)» (LKŽd., I, 939; A. Lyberis, 63).

Lett. cinākis «cavallo dagli occhi bianchi e strabici» (LKŽd., II, 20) < cinas «stagno» (<ted. Zinn) + akis.

Lett. čėkis (LKŽd., II, 41; A. Lyberis, 62), cfr. lett. čėkas «variopinto» <ted. Scheck110.

Lett. darāšis, darāšius, derēšis, derēšius, cfr. lett. darāšas, derēšas «sauro (rossiccio) con pelo bianco (del cavallo), timsras» <pol. deresz <ungh. deres (LKŽd., II, 183, 277; A. Lyberis, 62; K. Bartkus, 382111).

Lett. gelsvis, gelsvōkas, gelsvāis, geltis, geltēlis, geltāisis (LKŽd., III, 220, 221, 223; A. Lyberis, 63), cfr. lett. gelsvas, geltas.

Lett. gnēdis «cavallo baio» (LKŽd., III, 458), cfr. lett. gniedas «baio» <russo гнедой.

Liet. jūōdis, jūōckis, juodōkas, juodāsis, juodūkas, juōdberis, juodbrūnis, juodmārgis, juōdširmis, juōdširvis, juōdžerkštis, juōdplėšnis, juod(a)galvis, juod(a)kāklis, juod(a)karītis, juod(a)kōjis, juod(a)prūšnis, juod(a)smūkis, juod(a)uodēgis (LKŽd., IV, 398, 400–10; A. Lyberis, 62), cfr. liet. juōdas.

109 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 60.

110 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 72.

111 K. Bartkus, Literatūra ir kalba, VI, p. 371–393.

165

Liet. kaštānas, kaštānis, kaštōnas, kaštōnis (LKŽd., V, 401, 403; A. Lyberis, 62), cfr. liet. kaštānas «castano», kaštōnas, kaštānas «un tale albero e il suo frutto», kaštānas < pol. kasztan.

Liet. kéršis (LKŽd., V, 624), cfr. liet. kéršas «nero a chiazze, bianco a chiazze».

Liet. làukis, laukōkas, laukàgsis, lauk(a)kàktis (LKŽd., VII, 176, 178, 183, 184; A. Lyberis, 62), cfr. liet. làukas «con il muso bianco o la fronte bianca».

Liet. moliūgis, cfr. liet. moliūgas «color argilla».

Liet. obuolãinis, obuolmušỹs (A. Lyberis, 63), cfr. liet. ōbuolmušas «macchiato, con piccoli cerchi scuri o chiari», obuolỹs. Secondo M. Nyderman, liet. ōbuolmušas è una traduzione errata del pol. jabłkowity¹¹².

Liet. paļšis, paļšōkas, paļšāsis, paļšiūkas, paļšbēris, paļšmàrgis (A. Lyberis, 62, 63; K. Bartkus, 382), cfr. liet. pálšas «grigio chiaro».

Liet. palvis, palvỹs (A. Lyberis, 63), cfr. liet. palvas «giallo chiaro, giallastro».

Liet. pelēkis (A. Lyberis, 63), cfr. liet. pelēkas «color del topo».

Liet. pelēnius (A. Lyberis, 63), cfr. liet. pelenai.

Liet. plēsnis (A. Lyberis, 62), cfr. liet. plēsnas «grigio rossiccio o fulvo», parola di origine slava, cfr. rus. пле́нъ.

Liet. pilkis, pilkėlis (A. Lyberis, 63), cfr. liet. pilkas.

Liet. raudāsis, raudīkas, raūdžerkštis, raūdžilis, rūdširvis, raudširmis, raudširvis, raudonširmis, raudonbēris (A. Lyberis, 62), cfr. liet. raudās «rossiccio, sauro», rūdas, raudōnas.

Lituano sārtis, sartōkas, sartàsis, sartùkas, sartēlis (A. Lyberis, 62), cfr. lituano sārtas «di colore baio chiaro, giallastro».

Lituano šalnis (A. Lyberis, 62), cfr. lituano šalnas «come coperto di brina, ricoperto di ghiaccio».

Lituano šēkis «cavallo pezzato» (Žagarė, Šakyna), cfr. lettone sekis «un cavallo di mantello variegato» (EM, III, 815).

Lituano šerkšnis (A. Lyberis, 62), cfr. lituano šerkšnas.

Lituano širmis, širmōkas, širmāsis, širmukas, širmēlis, širmbēris (A. Lyberis, 62), cfr. lituano širmas «bianco con peli scuri mescolati».

Lituano širvis, širvāsis, širvōkas, širvānis, širvūkas, širvabēris (A. Lyberis, 62), cfr. lituano šīrvas «bianco con peli scuri mescolati, grigio».

Lituano šyvis, šyvāsis, šyvōkas, šyvūkas, cfr. lituano šyvas «grigio chiaro».

Lituano žerkštys (A. Lyberis, 62), cfr. lituano žerkštas «del colore della brina».

Lettone ābuolainis «che ha macchie a forma di mela (soprannome del cavallo)», cfr. lettone ābuōls «la mela», ābuōlains «maculato a forma di mela», ābuōltains, ābuōluōts (EM, I, 234–5; EH, I, 192).

Lettone bāltenis «cavallo bianco, un grigio», bāltiņš, baltenica «una cavalla bianca», balteniša, cfr. lettone balts «bianco» (EM, I, 257; EH, I, 202).

Lettone bēris «un cavallo baio», bēritis, bēruks, bēriņš, cfr. lettone bērs «baio» (EM, I, 290, 291, 292; EH, 216).

Lettone blesis «un cavallo con una macchia bianca sulla fronte» < basso-tedesco medio blesse (EM, I, 314; EH, I, 228).

Lettone briēdis «un cavallo dal mantello color cervo» (EM, I, 337; EH, I, 243), cfr. lettone briēdis «il cervo».

Lettone brūnis «un cavallo baio», brūnicis, cfr. lettone brūns «bruno» < basso-tedesco medio brūn (EM, I, 340, 341; EH, I, 246).

112 M. Niedermann, ZfslPh, 4, p. 42–44; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 515.

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Lett. dārcis «un cavallo pezzato», dārkis, cfr. lett. dārks «pezzato, variopinto» (EM, I, 447, 448).

Lett. dūkanis «un cavallo marrone», dūkanis, dūcis, dūcis, dūcis, dūkainis «cavallo giallo con criniera nera», dūkanbēris «un cavallo marrone scuro», cfr. lett. dūkans «grigio-bruno» (EM, I, 523, 525; EH, I, 346).

Lett. dulis «un cavallo marrone chiaro», dulinbēris «un cavallo marrone scuro», cfr. lett. duls «di colore scuro» (EH, I, 340).

Lett. dzeltis «un cavallo giallo», dzeltinis, dzeltenis, dzeltiņis, dzelṭānis, dzelṭainis, cfr. lett. dzeltāns «giallo» (EM, I, 542; EH, I, 353).

Lett. gaīkis, nell’espressione gaika zirgs «un cavallo variopinto (macchiato di marrone e grigio)» (EH, I, 376), cfr. lett. gaīkis «il fuggitivo, l’indomabile» (zirgs iet kā gaīkis), lett. gaīkis «una persona estrosa, frivola, esagerata» (EM, I, 584).

Lett. kuksis «un cavallo sauro, giallo, la volpe» deriva probabilmente per assimilazione da *puksis <ted. Fuchs (EM, II, 301; EH, I, 668).

Lett. lāucis «un cavallo con una macchia bianca sulla fronte», lāukis, laukene «una cavalla con una macchia bianca sulla fronte» (?), cfr. lett. lāuks «con una macchia bianca sulla fronte» (EM, II, 426, 428; EH, I, 722, 723).

Lett. luošītis «un cavallo che è luoss», luošelis «un cavallo giallo-bruno», cfr. lett. luõss «falbo, grigio-giallastro» (EM, II, 528).

Lett. muõris «un cavallo bruno-bluastro, grigio» (EM, II, 683; EH, I, 841), cfr. lett. muõris «il moro» (?).

Lett. mūsainis «un cavallo maculato, un cavallo grigio», cfr. lett. mūsāns «maculato, variopinto» (EM, II, 679).

Lett. palseris «un cavallo grigio chiaro», cfr. lett. palsāins «color grigio», palsāns (EM, III, 62–3; EH, II, 152).

Lett. pelēce «una cavalla grigia», pelēķis «un cavallo grigio», cfr. lett. pelēks «grigio» (EM, III, 196; EH, II, 221).

Lett. raūdis «un cavallo rosso», cfr. lett. raūds «rosso, rossiccio, bruno» (EM, III, 483).

Lett. ripainis «un cavallo grigio pomellato, un cavallo con macchie rotonde; un cavallo rotondo e ben nutrito», rīpainis «un cavallo pezzato», cfr. lett. ripa «una macchia rotonda» (EM, III, 530, 539; EH, II, 373).

Lett. sālnis «un cavallo grigio ghiaccio», sahlkis, cfr. lett. salns «color grigio» (EM, III, 675).

Lett. sarkanis «un cavallo marrone chiaro», cfr. lett. sarkans «rosso» (EM, III, 720; EH, II, 443).

Il lett. sekis «un cavallo pezzato» deriva probabilmente dal livone šek «Schecke» (EM, III, 815; EH, II, 476).

Il lett. sirkis «un cavallo roano», cfr. il lett. sīrks «dai peli grigi, grigiastro» (EM, III, 846).

Il lett. sīrmis «il cavallo grigio», sirmiņš, sīrmsarītis, cfr. il lett. sīrms «grigio» (EM, III, 846, 847; EH, II, 489).

Il lett. sveķainītis «un cavallo giallo», cfr. il lett. sveķains «resinoso» (EH, II, 613).

Il lett. ūbelis «un cavallo pezzato; un cavallo vecchio e brutto», cfr. il lett. ūbele «la tortora» (EM, IV, 403; EH, II, 740).

Nei monumenti della lingua prussiana troviamo diversi nomi del cavallo peculiari soltanto a questa lingua.

167

Nel glossario di Elbing è attestata la parola — Rapeno Jungkekobel (voce 435) «giovane cavalla». Finora questa parola non ha un’etimologia più attendibile. Non si potrebbe considerare il prussiano rapeno un prestito dal tedesco, cfr. il ted. Rappe, che inizialmente significava «corvo» e in seguito anche «cavallo nero»?113

Anche gli altri due nomi del cavallo che si trovano nel glossario di Elbing hanno un’origine piuttosto oscura: Sweriapis Keynhengest (voce 431) e Sweykis Pflugpfert (voce 432). Il primo probabilmente significava «cavallo da torneo» e si è tentato di farlo derivare dal polacco *świerzop «stallone», cfr. il polacco świerzepa «cavalla»; il secondo (nei documenti si trovano anche le varianti sweyke, sweike, sweke) si è tentato di collegarlo all’antico alto tedesco sweiga «mandria di bovini»114

Passando in rassegna i nomi del cavallo nelle lingue baltiche, vediamo che ve ne sono molti di varia origine. Anzitutto, le lingue baltiche hanno conservato l’antico nome indoeuropeo del cavallo, derivato dalla forma prototipica *eḱuo-s. Nelle lingue slave non troviamo tracce più chiare di questo nome. Un nome del cavallo peculiare soltanto alle lingue baltiche è il lett. žirgas, il lettone zirgs, il prussiano sirgis. In seguito, in lituano è comparso il nome del cavallo arklys, peculiare soltanto a questa lingua. Questi cambiamenti nei nomi del cavallo sono probabilmente connessi al mutare delle funzioni del cavallo come animale domestico. Le lingue baltiche hanno un nome dello stallone di origine indoeuropea peculiare soltanto a esse. Si è tentato in vari modi di collegare al nome slavo del cavallo il lett. kumelys, il lettone kumelš. Tuttavia, finora questi tentativi non hanno avuto successo. In generale, i nomi del cavallo baltici e slavi differiscono notevolmente. Non si riscontrano tratti caratteristici comuni soltanto a questi gruppi linguistici, a eccezione di alcuni casi di prestito.

MAIALE

In Europa il maiale, rispetto al cane, alla pecora e ai bovini, fu probabilmente addomesticato dall’uomo un po’ più tardi. Nella vita dell’uomo primitivo, a quanto pare, non svolse un ruolo altrettanto importante di quello degli altri animali appena menzionati. Sia in Europa sia in Asia vi furono distinti centri di domesticazione dei suini. I maiali domestici più diffusi in Europa discendono dal cinghiale (Sus scrofa ferus). La molteplicità dei centri di domesticazione dei suini può essere legata anche al fatto che, per le sue caratteristiche fisiche, il maiale è un animale più difficile da trasportare rispetto, per esempio, ai bovini e agli ovini, nonché ai cavalli.

Tracce del maiale sono state rinvenute in reperti archeologici del Neolitico nel bacino del Dnepr, in Bessarabia e anche in quasi tutti gli insediamenti neolitici dell’Europa settentrionale e centrale. Se ne trovano negli insediamenti su palafitte della pianura padana e nelle tombe micenee1.

Le fonti storiche dei paesi dell’antico Oriente ci forniscono parecchi fatti interessanti sull’allevamento dei suini. Qui i maiali, a quanto pare, furono addomesticati molto prima che in Europa. Per esempio, negli insediamenti del Neolitico antico in Cina sono state trovate tracce di maiali accanto a quelle del cane, mentre le tracce degli altri animali compaiono soltanto alla fine del Neolitico. Le iscrizioni oracolari di Chenan indicano che nell’antica Cina, durante solenni cerimonie religiose, venivano talvolta sacrificati persino 100 maiali2.

113 F. Kluge, Et. Wb., p. 582.

114 J. Endzelīns, Lingua prussiana antica, p. 260; R. Trautmann, I monumenti linguistici dell’antico prussiano, p. 443.

1 O. Schrader, Lessico enciclopedico dell’antichità indoeuropea, II, p. 360; C. Keller, L’origine degli animali domestici più antichi, p. 100–115; M. Hilzheimer, Maiale, — M. Ebert, Lessico enciclopedico della preistoria, XI, p. 380–383.

2 V. I. Avdijevas, Storia dell’antico Oriente, p. 576, 582.

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Il fatto che i maiali fossero allevati nell’antica Babilonia è attestato, tra l’altro, anche dal fatto che questo animale è già menzionato nel celebre codice di Hammurabi.

Gli Israeliti consideravano il maiale un animale impuro e non mangiavano carne suina. In generale, in Asia il maiale, sebbene fosse allevato, non era apprezzato. Quasi allo stato semiselvatico vagava per le città e, insieme ai cani e agli avvoltoi, contribuiva a mantenere pulite le strade3.

Le fonti storiche dell’antico Egitto non menzionano affatto il consumo di carne suina, benché i maiali, come animali domestici, fossero noti già in epoca preistorica. Per esempio, nel disegno di una tomba preistorica è raffigurato un branco di maiali. Negli strati archeologici più antichi del tempio di Hierakonpolis è stata rinvenuta una statuetta di cinghiale in faience. Un cinghiale in corsa, usato come segno geroglifico, compare già in un monumento scritto risalente all’epoca della prima dinastia. In generale, tuttavia, le raffigurazioni dei maiali sono molto più rare di quelle degli altri animali domestici. Questi fatti sembrerebbero indicare che il maiale non fosse particolarmente apprezzato neppure dagli antichi Egizi. In parte lo confermerebbe anche la circostanza che, in epoche successive, il maiale fosse considerato l’animale del dio malvagio Seth, assassino del proprio fratello Osiride. Non è affatto chiaro, inoltre, a che cosa servissero i maiali nell’antico Egitto. Erodoto racconta che, durante i suoi viaggi, aveva visto maiali impiegati nel delta del Nilo per calpestare i semi seminati nel terreno4.

Nell’antica Grecia e a Roma questo animale era tenuto in maggiore considerazione che nei paesi orientali. Omero racconta che Odisseo possedeva dodici mandrie di buoi dalle corna diritte e altrettante mandrie di pecore, capre e maiali. Ai Romani piaceva la carne suina, e non esitavano a raffigurare i maiali anche nei loro monumenti artistici5.

Il maiale era un animale molto diffuso nelle terre slave. In generale, tra tutti gli animali domestici, gli Slavi sembrano aver allevato soprattutto maiali e pecore. La loro allevamento in queste regioni è ricordato anche dai viaggiatori arabi del X secolo. Le condizioni particolarmente favorevoli all’allevamento dei maiali si trovavano tra la Vistola e la Desna, dove le vaste foreste di querce permettevano di raccogliere enormi quantità di ghiande e di procurare così senza troppa fatica foraggio per l’inverno6.

Nei territori delle attuali repubbliche baltiche, tracce di maiali, insieme a quelle di cani e di bovini e ovini, si rinvengono già nei reperti del Neolitico7.

Nei reperti dei castelli collinari indagati nel territorio della RSS Lituana (Nemenčinė, Migonys, Dovainonys, Bačkininkėliai), databili ai secoli I—IV, tra le ossa di altri animali domestici è stata rinvenuta anche una percentuale considerevole di ossa di maiale8.

L’antico nome indoeuropeo del maiale *sūs/*suų si è conservato piuttosto bene in molte lingue indoeuropee: skr. śūkarāḥ, av. hū-, gr. ὗς, σύς, lat. sūs, got. swein, voc.

3 P. Thomsen, Schwein, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XI, p. 383—384; B. Meissner, Haustier, — ivi, V, p. 221; O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, II, p. 361.

4 Ranke, Schwein, — M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XI, p. 383; C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 102.

5 C. Keller, ivi, p. 103; V. S. Sergejevas, Senovės Graikijos istorija, Vilnius, 1955, p. 109.

6 Л. Нидерле, Славянские древности, p. 319—320.

7 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, Lineamenti dell’archeologia lituana, p. 79; Latvijas PSR vēsture, I, p. 11; История Эстонской ССР, под. ред. Г. И. Наана, Таллин, 1958, p. 10.

8 P. Kulikauskas, R. Kulikauskienė, A. Tautavičius, ivi, p. 252—253; K. Paaveri P. Kulikauskas, Acta Baltico-Slavica, 2, p. 270—272.

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Schwein, antico alto tedesco sū, tedesco Sau, albanese thi, tocario B suwo, russo свинья, lettone sivēns «maiale» ecc.

Come per molti altri antichi nomi indoeuropei di animali domestici, il significato originario di *sūs/*suu è molto oscuro. Sono state proposte diverse spiegazioni, alcune meno e altre più convincenti, ma non si potrebbe dire di nessuna che sia sicuramente corretta e non sollevi dubbi. Si è tentato di collegare l’indoeuropeo *sūs al nome indoeuropeo del figlio (lituano sūnùs, russo сын ecc.), facendo risalire entrambi i nomi allo stesso verbo, con il significato di «produrre, generare, partorire»; cfr. sanscrito sūtē, sāuti, sūvátē «produce, partorisce». Foneticamente un simile collegamento è possibile, ma è molto difficile giustificarlo sul piano semantico, soprattutto considerando che il maiale fu addomesticato più tardi degli altri animali domestici. F. Specht⁹ collegava l’indoeuropeo *sūs al gotico bi-saulan «spalmare, imbrattare», al gotico swarts «nero» e al latino sordes «sporcizia». Alcuni hanno cercato l’origine dell’indoeuropeo *sūs non nelle lingue degli stessi indoeuropei, bensì in quelle dei loro vicini. A. Nehring¹⁰ considerava tale fonte la forma proto-finnougrica *buvo (cfr. finlandese sika, mordvino tuwo). E. Polivanov, ricostruendo per i nomi indoeuropei del maiale la forma proto-indoeuropea *(t)sūs, la faceva derivare dall’antico cinese čú «maiale, verro»¹¹. Tuttavia, probabilmente ha avuto più sostenitori l’etimologia che interpreta l’indoeuropeo *sūs come una parola di origine onomatopeica. Sul piano semantico, essa trova conferma nei nomi onomatopeici di vari animali in numerose lingue, compreso il maiale stesso. A favore di questa etimologia depone inoltre l’interpretazione del sanscrito sū-karāḥ: «sū – che produce», cioè «animale che “produce” un suono». In questo caso, tanto l’indoeuropeo *sū- quanto l’antico cinese ču potrebbero essere parole nate nello stesso modo¹².

Nelle lingue slave questo nome indoeuropeo del maiale si è conservato bene, seppure in una forma leggermente modificata: antico slavo svinija, russo свинья, ucraino свиня, bielorusso свіння, bulgaro свиня, serbo-croato свиња, sloveno svinja, ceco svině, slovacco sviňa, polacco świnia, casciubo svina, alto lusaziano swinja, basso lusaziano swińa. Questo nome slavo è probabilmente formato dalla forma femminile svinъ, *svini; forme affini sono il latino suīnus «di maiale, suino» e il gotico swein «maiale»¹³.

Tra le lingue baltiche, soltanto il lettone ha conservato questo nome indoeuropeo del maiale: su-vēns «il maialino», suvēns, suvēnelis, sivēns, sivēnis, sivēntiņš, sivēnica «una scrofa (che ha dei maialini)», sivēnice, sivēne «un maiale di 6–7 mesi», sivēnēns «un maialino», sivēnīza = sivēnica, sivēniete «una giovane scrofa (di non più di un anno); una scrofa gravida», sivēnuks «il maialino», sivēnuks (EM, III, 850, 1129; EH, II, 491, 606). Le forme con la vocale radicale -i- sono innovazioni del lettone: in questa lingua u prima di v e b si trasforma abbastanza spesso in i; cfr. divi «due»: duvejāds «a due facce», zivs «pesce»: zuvs, tīvi «arare»: tuvu, driva «terra»: druva, dibens «fondo»: dubēns ecc.¹⁴ Nei dialetti lettoni si trovano anche altre varianti di questo nome: sukis «un maialino, un maiale mezzo cresciuto», sukēns, zuikis «un maialino», sukis «un maiale mezzo cresciuto, un maialino», sukelis (spregiativo), sukēns, sukentiņš, sukelēns,

9 F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, p. 123.

10 A. Nehring, Studien zur indogermanischen Kultur und Urheimat, Salzburg—Leipzig, 1936, p. 112.

11 E. A. Polivanov, Archiv Orientalní, 9, p. 405—406.

12 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 62; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 593; F. Kluge, Et. Wb., p. 626.

13 V. Machek, Et. sl., p. 489; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 593.

14 J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, p. 15; J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 50—52; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 615.

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sukāns, sukans, suŋķis «un maiale di taglia media», siūka «il maialino, il giovane maiale», siūkis, svīkis «un maiale molto magro», svīķelis «un maialino piccolo e magro», svīkaltis «il maialino, il giovane maiale», sukantīns «un maialino», sukniši «piccoli maialini» (EM, III, 850, 1115, 1117, 1119, 1124, 1163; IV, 749; EH, II, 601, 602, 619–620). Queste denominazioni, come vediamo, si discostano notevolmente da quelle del maiale, con la stessa radice, menzionate in precedenza. La formazione di alcune di esse è anche molto difficile da spiegare. Le forme con iu- forse andrebbero spiegate come derivate da *suvikis, cfr. zuintina < zuvitina15. Talvolta alla formazione di alcune forme possono aver contribuito parole fonicamente simili, quali suku «richiamo per un puledro; interiezione», suk «interiezione usata per chiamare un cane, al quale si getta qualcosa da mangiare; richiamo per un puledro» (EM, III, 1116, 1118), cfr. sukulis «un puledrino».

Anche in prussiano troviamo una denominazione del maiale con questa radice: la voce 682 del glossario di Elbing Swintian Swin. Questa forma prussiana si può spiegare in vari modi. Anzitutto la si può considerare derivata da *swinstian < *swinistian per dissimilazione, o forse semplicemente per un errore di trascrizione (cfr. parstian «porco», werstian «vitello», che a loro volta deriverebbero da *parsīstian, *wersīstian; cfr. gertistian «pulcino», accanto a gertis «gallo»). Come il prussiano camstian «pecora» e lo slavo овца «pecora», anche il prussiano swintian potrebbe essere una forma diminutiva divenuta denominazione generica dell’animale. Tuttavia, il suffisso -tian potrebbe essere stato aggiunto direttamente alla base swīn- senza alcun valore diminutivo, secondo il modello di altre denominazioni di animali formate con questo suffisso16. Non è del tutto chiaro, inoltre, se i Prussiani abbiano adattato questa parola prendendola in prestito dallo slavo (J. Mikola ne riteneva fonte una qualche forma svin-ča, ipotesi a cui R. Trautmann17 sembra propenso ad aderire), oppure se fosse un’antica parola autoctona prussiana. Considerato che il lessico prussiano differisce abbastanza spesso da quello delle altre lingue baltiche e coincide con quello slavo, forse il prussiano swintian andrebbe considerato una parola indigena. A favore di questa ipotesi depone anche il fatto che i termini relativi all’allevamento del bestiame in prussiano sono per lo più autoctoni.

La denominazione del maiale con questa radice è conservata anche nella parola composta prussiana sewēwnis (voce 229 del glossario di Elbing: Sewenis Sewstal18). È difficile dire quanto questa grafia rifletta la forma effettiva della parola prussiana. K. Būga spiegava seweynis come derivato per dissimilazione da *sweina-s19. J. Endzelīns è propenso a ritenere che ew invece di uw possa essere comparso semplicemente in fase di copiatura, per influenza del tedesco sewstal20 che lo precede. In tal caso, il nome del maiale ricostruito sulla base del suddetto nome della stalla corrisponderebbe al lettone suēns. D’altra parte, tenendo presente che in prussiano e rappresenta la i lunga, il prussiano seweynis si può collegare anche al lettone svēns, come faceva V. Burda21. In tal caso, però, è un po’ più difficile spiegare, nell’ambito del prussiano, uw > iv, che è peraltro caratteristico soltanto del lettone; tuttavia, le forme živė, živis, liežuvīs22 attestate nei dintorni di Zietela sembrerebbero indicare che uw > iv non fosse estraneo nemmeno al prussiano, almeno in una parte dei suoi dialetti.

15 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 155, 214

16 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 53, 260—261.

17 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 443; J. Mikkola, Baltisches und Slavisches, Helsingfors, 1902—3, p. 8.

18 Prūsų kalbos paminklai, p. 63.

19 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 615; III, p. 852.

20 J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 246.

21 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 85, 425—426.

22 Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 68; E. A. Vol’ter, Izvestija otdelenija russkogo jazyka i slovesnosti Imp. Ak. Nauk, vol. 16, fasc. 4, p. 151—160.

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Tuttavia, ci sembra che la soluzione migliore sia ricostruire una forma pr. seweynis che si possa collegare direttamente a pr. swintian.

Al nome prussiano del maiale swintian si potrebbero collegare, a quanto pare, l’idronimo prussiano Swene e il nome del villaggio Swene23.

Gran parte delle lingue indoeuropee ha conservato l’antico nome del piccolo del maiale: lat. porcus, irl. orc, antico alto tedesco farah, khotano pāsa (< *parsa-) «maiale», curdo purs. Questo nome del porcellino è conservato particolarmente bene nelle lingue slave e baltiche: slavo antico prase, russo antico порося, russo поросенок, ucraino порося, bielorusso парася, bulgaro прасе, serbo-croato прасе, sloveno prase, ceco prase, slovacco prasa, polacco prosię, casciubo parsa, alto sorabo proso, basso sorabo prose, polabo porsą, lituano paršas, prussiano parstian24.

Si cerca di spiegare in vari modi il significato originario di questa parola. E. Lidén25 e F. Specht26 collegavano il lituano paršas e altri termini al latino porca «solco», persėti, praparšas «fossato», spiegando che il significato originario del nome indoeuropeo del porcellino sarebbe stato «scavatore». Esistono paralleli semantici a sostegno di questa spiegazione, ma il problema è che la parola non significa maiale in generale, bensì soltanto il piccolo del maiale, il porcellino. Si è tentato di collegare l’indoeuropeo *porkos, inteso come «fuoco, cioè animale da sacrificio», al greco πῦρ «fuoco», all’armeno hur, all’antico alto tedesco fuir e ad altri vocaboli imparentati27. Abbiamo già visto un tentativo analogo, quando l’indoeuropeo *agnos «agnello» veniva collegato a un altro nome indoeuropeo del fuoco (lituano ugnis, latino ignis). Di questi tentativi si può dire, con le parole di O. Trubačëv: «ingegnoso, ma poco probabile». Anche se tali etimologie fossero giustificabili sul piano semantico, sul piano fonetico sono estremamente «forzate». L’etimologia di E. Benveniste28 ha trovato ardenti sostenitori: essa collega l’indoeuropeo *porko a un nome di colore, cfr. sanscrito pṛ́śni- «maculato», greco πέρκος. Sul piano semantico, l’etimologia di E. Benveniste si fonda sul fatto che, fino ai sei mesi, la pelle dei cuccioli di cinghiale selvatico è screziata da strisce longitudinali nere e giallastre.

Nei dialetti lituani paršas è talvolta usato anche con il significato generale di maiale, o persino di maiale adulto, verro. Questi significati sono tuttavia più recenti. La loro comparsa è stata favorita soprattutto dal fatto che nei dialetti lituani, per indicare il piccolo del maiale, si usano più spesso le forme diminutive della parola paršas: paršiūkas, paršūkas, paršėlis, paršiščias. Il significato antico di «porcellino» si è conservato anche nelle parole paršiuotis «figliare», paršuotis, paršinga «che sta per figliare (detto della scrofa)».

Il lituano parš(i)ūkas è penetrato anche nelle lingue slave vicine: bielorusso парсюк, парсюок, парсюляк, паршук, polacco parsiuk, russo парсук, паршук, парсюк, парсюк. Le parole slave sono usate con vari significati: «porcellino», «verro», «maiale magro e mal nutrito». O. Trubačëv tende a spiegare alcune forme russe come esito di una riduzione da altre forme slave, anziché come prestiti. A ciò lo ha forse indotto il fatto che il russo парсук, парсюк29 si trova in località lontane e isolate dal territorio lituano (nei dintorni di Rjazan’). Tuttavia, si possono interpretare come resti del sostrato baltico.

23 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 178.

24 О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 61; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 409.

25 E. Lidén, KZ, 56, p. 218.

26 F. Specht, Der Ursprung der indogermanischen Deklination, p. 34–35.

27 J. P. Rona, El culto indoeuropeo del fuego, Montevideo, 1957, p. 14; plg. О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 63.

28 E. Benveniste, Bulletin de la Société de linguistique de Paris, 45, p. 77, 85.

29 В. Даль, Толковый словарь живого великорусского языка, III, p. 19.

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Parole di origine baltica si trovano abbastanza spesso anche in territori slavi lontani dall’odierna Lituania e Lettonia30.

Il nome indoeuropeo del maiale si trova anche nei monumenti della lingua prussiana. Nel glossario di Elbing è registrato: Prastian Ferkel (voce 686)31. La maggior parte degli studiosi (A. Bezzenberger, R. Trautmann, J. Endzelīnas, K. Būga) corregge il pr. prastian in parstian < *parsistian32. La parola prussiana presenta lo stesso suffisso diminutivo che abbiamo incontrato parlando del pr. eristian, camstian, swintian. Il nome prussiano del maiale è attestato anche nei toponimi prussiani, i quali, del resto, confermano anch’essi la correttezza della ricostruzione di parstian; cfr. Parstlawke < parstian + pr. laucks «campo», Porsekaymen < *parsas + pr. caymis «villaggio»33.

Questo nome indoeuropeo del maiale si trova anche nelle lingue ugrofinniche: fin. porsas, est. põrzas, veps. porzas, vot. põrzas, liv. puõras, mord. purhts, puršez. Molti studiosi non dubitano del carattere indoeuropeo di queste parole, ma le opinioni dei linguisti divergono su come e da quale lingua indoeuropea gli Ugrofinni abbiano preso in prestito tale nome del maiale. V. Thomsen era propenso a ritenere che le parole menzionate fossero penetrate nelle lingue ugrofinniche dalle lingue baltiche34. K. Būga sostenne con fervore questa opinione. Scriveva: «il fin. porsas, il mord. pur’hts, pyr’hts(ez) (mokša), pur’ts, pur’sez, purtsos (erzya) “porcellino, Ferkel”, il čer. porš, porýš, il vot. parš, pariš, il vog. pūrys, pôres, poreš, l’ost. pörös, pūrös “maiale, Schwein” devono anch’essi essere parole di origine baltica... Attraverso le vie commerciali, dalla terra dei Balti paršas poté facilmente giungere, passando per i Mordvini, persino ai Finni di Perm’ e degli Urali. Come mostra la distribuzione geografica della parola paršas, il centro dell’allevamento dei suini si trovava non a est, ma a ovest. Perciò gli Ugrofinni non potevano aver ricevuto il maiale da oriente, dove, secondo l’esplicita testimonianza di Erodoto, non si allevavano affatto maiali. Non c’è da stupirsi che paršas e *solo (fin. suola...) “sale” abbiano compiuto un lungo viaggio: questi due beni sono molto importanti nella vita dell’uomo. Altre parole di origine baltica hanno raggiunto a oriente i Mordvini e i Mari. Una volta giunti dalla terra dei Balti ai territori dei Mordvini e dei Mari i suini (paršui) e il sale (la. sāls), non era più difficile arrivare di qui, con i mercanti, anche presso i loro vicini più lontani»35. Altri studiosi, basandosi soprattutto su considerazioni geografiche, assegnano il nome ugrofinnico del maiale menzionato allo strato di prestiti indoeuropei del proto-ugrofinnico36. Insieme al fin. porsas e ad altri, rientrano in questo strato anche parole considerate baltismi da altri studiosi: il fin. jyvä “grano” (cfr. lit. javai), il fin. sisar “sorella” (cfr. lit. sesuo). Negli ultimi tempi questa opinione ha trovato un numero sempre maggiore di sostenitori. Tuttavia, sarebbe ancora prematuro considerare la questione definitivamente risolta. L’est. pahr “maia-

30 О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 63—64; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 317—318; T. Zdancewicz, Lingua Posnaniensis, 8, p. 346; Cz. Kudzinowski, Acta Baltico-Slavica, 1, p. 224.

31 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92; Prūsų kalbos paminklai, p. 73.

32 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 408; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 219; K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 305.

33 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 424; II, p. 384; III, p. 677; G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 115, 131.

34 V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk-lettiske) Sprog, p. 206.

35 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 592.

36 L. Hakulinen, Lo sviluppo e la struttura della lingua finlandese, II, p. 38; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 542; J. Kalima, Festschrift für Hermann Hirt, Heidelberg, 1936, p. 199—214; E. Itkonen, A. J. Joki, Dizionario etimologico della lingua finlandese, III, Helsinki, 1962, p. 606.

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«lys» J. Kalima, distinguendolo dagli altri nomi finnici-ugrici del maiale appena elencati, lo considera un prestito dalle lingue baltiche37.

Nelle lingue baltiche e slave esiste un altro nome del maiale, che sembra caratteristico soltanto di questi due gruppi di lingue indoeuropee e la cui origine suscita tuttora molti dubbi. Nelle lingue slave questa parola è usata per lo più nel significato di «cinghiale»: russo antico вепрь, russo вепрь, russo dialettale венерь «porcellino», вепрь, веприк «cinghiale, verro, porcellino», ucraino вепер «cinghiale, verro castrato», bielorusso вепер «cinghiale, porcellino», bulgaro вепър «cinghiale», serbo-croato вѐпар «porcellino», sloveno veper «cinghiale», ceco vepř «maiale, porcellino», slovacco vepor, polacco wieprz «maiale, porcellino, cinghiale», alto sorabo wjapr «porcellino, cinghiale», basso sorabo wjapš, polabo víper38.

Tra le lingue baltiche, questa parola si è conservata bene soltanto in lettone: vepris «un verro castrato, un castrato», vepruks «un piccolo verro (castrato)», veprēks «un vepris non proprio piccolo», veprēks, forma vezzeggiativa veprelis, veprēns, veprēlis «un vepris non grande», veprukāns; cfr. anche vepruoties «mangiare a tavola in modo disordinato, trasandato», veprelis «un bambino sporco» (EM, IV, 538; EH, II, 771).

Che questo nome del maiale esistesse in lituano si può dedurre dalla toponimia: Vėpriai (una cittadina a sud-ovest di Ukmergė), Veprinis (un lago nel distretto di Vievis), Veprys (lago di Antalieptė), Vepriškiai (due laghi nel distretto di Vievis), Vėprynas (lago di Veisiejai)39.

I toponimi prussiani Weppen, Wepers fanno pensare che una parola simile fosse nota anche ai Prussiani40.

Nelle sue annotazioni e integrazioni al dizionario etimologico della lingua russa di A. Preobraženskij, K. Būga aveva avanzato l’ipotesi che il lettone vepris potesse essere un prestito anche dal russo («…заимствование из русского не исключено»)41. Tuttavia, le tracce della parola in questione in lituano e in prussiano non avvalorano tale ipotesi, e gli altri studiosi non dubitano del carattere baltico del lettone vepris.

L’origine di questa parola e il suo significato originario suscitano tuttavia moltissimi dubbi. Alcuni studiosi, sostenendo semanticamente che il cinghiale avrebbe ricevuto il suo nome in quanto «fecondatore», la collegano al sanscrito vapati «emette (il seme)»; altri al sanscrito yabhati «futuere». Secondo un’altra opinione, il nome del cinghiale sarebbe stato determinato dalle sue setole, e si è tentato di collegarlo al latino veprēs «rovi». Altri ancora, considerando la v- delle parole baltico-slave come un’aggiunta, lo collegano all’alto tedesco antico ebur «cinghiale, verro», al tedesco Eber e al latino aper42.

Sia nelle lingue slave sia in quelle baltiche esistono numerosi nomi diversi del maiale, caratteristici soltanto di uno di questi gruppi linguistici o persino di una singola lingua. Senza soffermarci sui nomi slavi di questo tipo, passeremo in rassegna più dettagliatamente le denominazioni di questo animale proprie delle lingue baltiche.

In lituano letterario e in una parte considerevole dei dialetti il verro castrato è chiamato meitėliu (nominativo meitėlis, meitėlys). Nei dialetti si incontrano anche le forme maitelis, meičiukas «maialino», meičokas, meičkus (LKŽd., VII, 760, 1009). Questo nome è da collegare alle parole misti, maitinti, maistas, maitas «cibo, ali-

37 J. Kalima, Itämerensuomalaisten kielten balttilaiset lainasanat, p. 145.

38 О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 66; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 183.

39 Repertorio dei nomi dei fiumi e dei laghi della RSS Lituana, p. 190.

40 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 199.

41 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 648–649.

42 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 183; V. Machek, Et. sl., p. 561; F. Kluge, Et. Wb., p. 150; EM, IV, p. 538; О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 66; R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 351; Сравнительная грамматика германских языков, I, Москва, 1962, p. 57.

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“šaras” e altri43. Una precisa parallela semantica del lituano meitėlis si trova nelle lingue slave; cfr. serbocroato кѝмад «scrofe», кѝмак «maialino», кѝмач «scrofa da riproduzione», kѝme «maiale di mezzo anno», russo dialettale коромак «maialino», bulgaro кърмак: serbocroato кърмити «nutrire», russo кормить «nutrire, dare da mangiare, alimentare, allattare», корм «foraggio, mangime, pasto, cibo»44.

Il lituano meitėlis ha un affine in prussiano nomaytis (Nomaytis Burg, parola 684 del vocabolario di Elbing)45. La sua parentela con il lituano meitėlis non lascia dubbi. Tuttavia R. Trautmann collegava entrambe queste parole baltiche non al lituano maitinti, al prussiano maitātunsin «nutrirsi», al prussiano maitā «nutre», bensì al prussiano ismaitint «perdere, smarrire». Pertanto, secondo R. Trautmann, il prussiano nomaytis avrebbe ricevuto tale denominazione in seguito alla castrazione. È tuttavia più convincente collegare il prussiano nomaytis e il lituano meitėlis ai vocaboli del gruppo lituano maitinti, mesti, come fanno J. Endzelynas ed E. Frenkelis46.

In lettone non esiste una denominazione del maiale con questa radice, ma vi troviamo un’altra buona parallela semantica, che conferma la correttezza del lituano meitėlis e del prussiano nomaytis: lituano maitinti; cfr. lettone baruoklis «bestia da ingrasso, in particolare maiale da ingrasso», baruoklis, baruoksnis, barūoksnis, baruotnis, baruoknis, baruklis, baruokle «maiale da ingrasso (femmina)», barukle (EM, I, 265; EH, I, 206): lettone baruot «nutrire, dare da mangiare, ingrassare», barība «cibo, foraggio».

Un’altra parallela semantica per questi nomi del maiale si trova anche in lituano; cfr. penimis «maiale ingrassato, maiale», peniūkšlas, peniūkšlis, pešlas < *penslas: penėti47.

Di origine del tutto incerta è la parola lituana kiaũlė, usata in tutti i dialetti lituani e nella lingua letteraria come denominazione generica di questo animale. In lituano si usano anche diversi derivati suffissali della parola kiaulė, il cui significato talvolta si discosta in certa misura da quello fondamentale: kiaulaitė «maiale giovane di piccole dimensioni», kiaulaitė, kiaulėlė «maiale piccolo e giovane, maialina», kiaulėlis «porcellino», kiaulėnas «maiale», kiaulienas «maiale castrato», kiaulykštė «maiale di poco valore», kiaulykštis «maiale piccolo», kiauliokas «maiale di media grandezza», kiauliotė «maialina», kiaūlis «maiale castrato, maiale», kiaulys, kiauliščia «maiale di poco valore», kiauliūkas «porcellino», kiauliūkšė «maiale di piccole dimensioni», kiauliūkštė, kiauliūkštis «maiale giovane di piccole dimensioni», kiaūlius «maiale castrato, maiale», kiauliva «maiale (dispregiativo)», kiaulūtė «maiale di piccole dimensioni, maialina» (LKŽd., V, 687, 689–90, 691, 696, 698, 699, 701).

In nessun’altra lingua baltica o slava si trova una simile denominazione del maiale. La parola kiaũlė è caratteristica esclusivamente del lituano. È vero che si è tentato di collegare a questa parola il greco σωλούς ὗς48, ma tale connessione è estremamente dubbia.

Il lituano kiaũlė, per la sua fonetica, ricorda molto la denominazione del maiale maschio, il verro, attestata in tutte e tre le lingue baltiche; cfr. lituano kuilỹs, kuilius (LKŽd., VI, 780–1), lettone kui-

43 E. Fraenkel, Et. Wb, p. 459–460; K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 411.

44 И. И. Толстой, Сербо-хорватско-русский словарь, Москва, 1957, p. 357; О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 66; C. D. Buck, Dict., p. 162.

45 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 386; Prūsų kalbos paminklai, p. 73.

46 J. Endzelins, Senprūšu valoda, p. 216; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 459–460.

47 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 569.

48 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 249; O. Haas, Lingua Posnaniensis, 3, p. 77.

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lis, pr. cuylis. Molti studiosi considerano questo nome del verro uno slavismo⁴⁹. Non vi sarebbe alcun motivo di dubitare di tale ipotesi, se fosse possibile trovare una fonte precisa da cui potesse derivare il lit. kuilỹs, lat. kuìlis, pr. cuylis. Purtroppo una fonte simile non esiste. Gli studiosi ricostruiscono la forma kylb. La ricostruiscono sulla base del russo dialettale КИЛЯК «verro, maiale maschio», che a sua volta collegano al russo КИЛА «ernia, rottura; protuberanza (malattia delle piante)». Secondo O. Trubačiov⁵⁰, il significato della forma kylb sarebbe stato «zanna». In effetti il nome del verro talvolta deriva da quello della zanna, cfr. russo КЛЫКАЧ «verro»: КЛЫК «zanna», bulgaro ГЛИГАН «verro, cinghiale», ГЛИГ: bulgaro ГЛИГ «zanna del verro, del cinghiale», ted. Hauer «verro, cinghiale»: Hauer «zanna». Dal punto di vista semantico, l’interpretazione data da O. Trubačiov del russo КИЛУН, КИЛЯК sarebbe piuttosto convincente, ma resta poco chiaro il rapporto fonetico tra il russo КЛЫК «zanna» e *kylb.

Nei dialetti lettoni, accanto alle forme del nome del verro kuilis, kuilēns, kuilins, dim. kuijuks, kuilenītis (EM, II, 300; EH, I, 667, 668), troviamo anche le forme ķilis, ķilins, dim. ķilēks, ķiluks (EM, II, 388; EH, I, 706). J. Endzelīnas spiega le forme con -i- nella radice come derivanti dalla stessa fonte di quelle con -ui-, ma prese in prestito in epoca più tarda. Un fenomeno analogo si è verificato in lituano con le parole kūila «ernia, rottura» e kỳla, la prima derivata dalla forma slava *kyla, mentre kỳla è entrata in lituano dopo il passaggio dello slavo ky > a ki. A dire il vero, si può osservare che in lituano esiste anche un corrispondente diretto delle parole slave, kūlas «protuberanza; ernia» (LKŽd., VI, 819). Il ripetuto prestito del lettone kīlis induce ancora una volta a dubitare dell’autenticità della fonte slava. È possibile che la parola da cui, in epoche diverse, derivò il nome baltico di questo animale non sia sopravvissuta in nessuna delle lingue slave vicine?

Il nome del verro è attestato una sola volta nei documenti della lingua prussiana: nel glossario di Elbing (voce 683) Tuylis Beer (alto-ted. medio ber «Zuchterber»)⁵¹. Questa forma, sulla base delle altre forme del nome baltico del verro, sembra essere correttamente emendata in kauils. Questa forma potrebbe essere confermata in parte anche dal dialetto tedesco della Prussia orientale Kuijel «verro», Kujel, kuijeln «correre qua e là»⁵², che potrebbero essere ancora direttamente collegati al nome prussiano del verro.

K. Būga tentò di spiegare il nome baltico del verro come parola autoctona, collegandolo al lit. kiaũlė, kūkis «maiale maschio», kūkė «maiale», lett. cūka⁵³. In seguito, però, anche K. Būga accettò la spiegazione secondo cui i baltici avevano ricevuto questa parola dagli slavi.

Tuttavia, ci sembra che vi siano alcune ragioni per collegare il nome baltico del verro al lit. kiaũlė. Il vocalismo della radice potrebbe essere talvolta mutato anche per influsso del prestito slavo kūila «ernia, rottura»; inoltre, ui potrebbe essere comparso come esito espressivo di una connotazione spregiativa, cfr. lit. kūinas, kūikė, kūinas «senza corna», muitā «carogna», būilis «toro» e così via.

Al lit. kiaũlė si è tentato di collegare un altro nome baltico del maiale, precisamente il pr. skewre, skawra. Questo nome prussiano del maiale è uno dei nomi di animali più autentici della lingua prussiana, poiché è attestato in entrambi i glossari prussiani. Nel glossario di Elbing troviamo: Skewre Suwe (voce 685), e S. Grunau:

49 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 92; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 451; E M, II, p. 300; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 305; J. Endzelin, IF, 33, p. 117.

50 О. Н. Трубачев, Происхождение..., p. 67.

51 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92; Prūsų kalbos paminklai, p. 73.

52 H. Frischbier, Preussisches Wörterbuch, I, p. 442.

53 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 296–297.

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sau skawra (19 parole)54. R. Trautmann, ricostruendo la forma proto *skiau-rē, collegò con molta cautela (con?) questa parola prussiana al lit. kiaulė55. Analogamente si comportarono K. Būga56 e J. Endzelīns57. Ne consegue che nella parola prussiana vi sarebbero un suffisso diverso e una s- aggiuntiva. È però molto difficile dimostrare l’identità genetica tra il pr. skewre e il lit. kiaulė: la fonetica di queste parole è troppo diversa.

Il nome prussiano del maiale è conservato anche nella toponimia; cfr. Skeurekaym < pr. skewre + pr. caymis «villaggio»58.

Anche l’etimologia del nome lituano del cinghiale šernas, šėrnas, šerna suscita molti dubbi. In lettone non si usa una parola di questa radice con il significato di «cinghiale». L’esistenza di un cognato del lit. šėrnas in prussiano sarebbe indicata dall’idronimo prussiano Serenappe < seren + ape «fiume», e forse anche dal toponimo Sernaw59.

E. Fraenkel, confutando la spiegazione di E. Berneker secondo la quale il lit. šėrnas, sulla base di paralleli semantici con lo sl. veprь «cinghiale»: scr. vāpati «emette (seme)», got. auhsa «toro»: scr. ukṣāti «spruzza», ecc., viene collegato al scr. kṣárati «scorre, fluisce, si scioglie»60, tende a collegare il lit. šėrnas al lit. šerkšnas, šārmas e ad altre parole con la radice indoeuropea *ker-61. Dal punto di vista fonetico un simile collegamento è del tutto possibile; tuttavia, le parole con la radice indoeuropea *ker- nelle lingue baltiche e slave indicano di norma colori chiari o cose di colore chiaro; cfr. il lit. širmas «bianco con peli scuri misti», širvas, let. širins, antico russo серень «bianco», ecc., mentre il cinghiale è un animale di colore scuro.

Vorremmo richiamare l’attenzione sull’etimologia del lit. šėrnas, non menzionata nel dizionario di E. Fraenkel, ma pubblicata già un secolo fa da A. Fick. Senza fornire motivazioni più ampie, A. Fick collegò il lit. šėrnas al lit. šer̃š, šėrtis, ricostruendo la radice *šar- «ruvido»62. Forse, non trovando paralleli semantici più adeguati, gli studiosi successivi guardarono con scetticismo a questa etimologia, che, come abbiamo visto, non entrò neppure nel dizionario etimologico della lingua lituana. Eppure l’etimologia di A. Fick è assai plausibile: può essere sostenuta da paralleli semantici di altre lingue; cfr. l’ungherese serte «setole», lo slovacco ošipiná «maiale»: slovacco šip «spina»63. Come è noto, le setole grosse sono ancora più caratteristiche del cinghiale che del maiale domestico. Dal punto di vista fonetico non vi sono ostacoli neppure a collegare il lit. šėrnas al lit. šer̃š; per la formazione cfr. il lit. kernà «boscaglia», pr. kirno «cespuglio»: lit. kėras «cespuglio; ceppo», ecc.64.

Nelle lingue baltiche, naturalmente fatta eccezione per il prussiano, data la scarsità dei suoi monumenti scritti, troviamo molti altri nomi del maiale, di uso più ristretto. Sono particolarmente numerosi i nomi di origine onomatopeica.

54 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 92, 94; Monumenti della lingua prussiana, p. 73, 78.

55 R. Trautmann, ibid., p. 429.

56 K. Būga, Scritti scelti, I, p. 296–297.

57 J. Endzelīns, Lingua prussiana antica, p. 249.

58 G. Gerullis, I toponimi prussiani antichi, p. 161, 233.

59 G. Gerullis, ibid., p. 155, 156.

60 E. Berneker, IF, 8, p. 284.

61 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 974.

62 A. Fick, Dizionario comparativo delle lingue indoeuropee, II, Göttingen, 1876 p. 695.

63 О. Н. Трубачев, Происхождение…, p. 67.

64 A. Sabaliauskas, Baltistica, I(2), p. 162–163.

12. Baltų ir slavų kalbų ryšiai

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Liet. ciucė «maiale (termine affettuoso e soprannome)», čiukė «čiukė, maiale», čiukukas «porcellino, čiūkutis», ciukūtis (LKŽd., II, 29), cfr. le parole onomatopeiche usate per chiamare e scacciare i maiali: ciūga, ciūgā, ciuk, čiūkš.

Liet. čiūga «maiale», čiūgā, čiūgalis «maialino (nel linguaggio infantile)», čiūgālis «porco, maiale (nome affettuoso)», čiūgana «maiale, čiukė», čiūgalis «čiukūtis, porcellino» (LKŽd., II, 94), cfr. il lituano čiūg «čiuk, čiuku (richiamo usato per i maiali)», čiūgā, čiūgā, čiūglė, čiūgnōti «chiamare i maiali».

Liet. čiūkā «maiale», čiūkas «maiale, porco», čiukė «maiale (nel linguaggio infantile)», čiūkė, čiūkis «verro», čiūkis, čiūklė «maiale (nel linguaggio infantile)», čiūklis «porcellino», čiukūtis «porco (termine affettuoso)», čiūkūtis, čiūlė «vecchia scrofa», čiūnis «porco (termine affettuoso)» (LKŽd., II, 95, 96, 99, 101), cfr. i richiami onomatopeici per i maiali: čiūk, čiūk, čiūk, čiūka, čiūkā, čiūka, čiūki, čiūku, čiūkut, čiūkuōti «chiamare il maiale dicendo “čiuk čiuk”», čiūkōti.

Liet. čiūotė «maiale, čiukė», čiūotis «verro (nome affettuoso)» (LKŽd., II, 108, 109), cfr. le parole onomatopeiche čiūo, čiūō, čiūot.

Liet. jūkšė «maiale», jūkšius «maiale, porco» (LKŽd., IV, 375, 376), cfr. la parola onomatopeica usata per scacciare i maiali jūkš.

Liet. kiūkšė «maiale» (LKŽd., V, 913), cfr. kiukšėti «grugnire (del maiale)».

Liet. kriukā «maiale», kriūkė, kriuksė, kriūkšė (LKŽd., VI, 641, 644, 645, 647, 648), cfr. kriū «interiezione che imita il grugnito del maiale», kriūkt.

Liet. krūksis «porcellino» (LKŽd., VI, 695, 696), cfr. krūk «interiezione che imita il grugnito del maiale».

Liet. kuciūtė «maiale», kuciūkas «porco, maiale (di solito così chiamato quando lo si richiama)» (LKŽd., VI, 755, 756, 757), cfr. la parola onomatopeica per chiamare i maiali kuc.

Liet. kūkas «maiale, porco», kūkā «maiale (nel linguaggio infantile)», kūkā, kuksa, kūksis «porco, porcellino», kūkšis, kūktė «maiale», kūkūlė, kūkūtas «porcellino», kūkūtė «maialina», kūkūtis, kūkūtis «porcellino, maialina», kūkūtis, kūkūtīs (LKŽd., VI, 791, 792, 795, 801, 802, 803, 807, 810, 817, 818), cfr. le parole onomatopeiche usate per chiamare i maiali: kūkal, kūkat, kūks, kūkt, kūkut.

Liet. kvykulys «porco», kvykūtis «porcellino» (LKŽd., VI, 1094), cfr. il lituano kvýkti.

Troviamo denominazioni del maiale di origine analoga anche in lettone. Anzitutto, sembra che il nome del maiale nella lingua letteraria lettone cūka debba essere spiegato soltanto in questo modo. J. Endzel̄ynas⁶⁵ era incline a spiegare il lettone cūka come derivato da *sūka (cfr. persiano xūk, inglese antico sugu, latino sucula, cimrico hucc, lettone sukis) attraverso la forma diminutiva cūcina, la cui c- è considerata derivata da s- per assimilazione. Tuttavia, l’abbondanza di esempi di denominazioni del maiale di origine onomatopeica, sia nelle lingue baltiche sia, più in generale, nelle lingue indoeuropee e anche in quelle non indoeuropee, induce a ritenere che il lettone cūka sia una parola di origine onomatopeica; per esempio, oltre alle già menzionate denominazioni lituane del maiale di origine onomatopeica, cfr. anche il russo чуха, чухна, чухня, чушка, чучка, lo sloveno čuna, čunka, čunja, čunjoga, il russo юс «porcellino», юсочка «maialina», дюшка «maiale», дюк, дзюк, дюхман, il cassubo buxla, il tedesco Zuckel «maiale giovane», Suckel, il francese svizzero couce, coutche, coutsi, couci «nomi affettuosi per il maiale e richiami per chiamarlo», l’avaro cuka «maiale»⁶⁶.

65 EM, I, p. 398.

66 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 294; M. Niedermann, Tauta ir žodis, II, p. 443; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 75–76; O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 68; K. Müller, ZfSl, 2, 1966, p. 225.

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Accanto a cūka, nei dialetti lettoni si trovano anche le forme cūcene «un giovane maiale, la scrofa», cūcēns «un maialino», cūcis «un giovane maiale», cūcietis «il maiale», cūčka «la scrofa», il diminutivo cūciņa, i peggiorativi cūkele, cūža «un maiale magro», cugītis «un piccolo maialino (grasso)», i diminutivi cūcele, cūciņa (EM, I, 397, 398; EH, I, 279, 280), cūčka «scrofa», cūcis «un giovane maiale, il maialino», i diminutivi cūčaks, cūča, cūčele, cūčelite, cūga «nomignolo affettuoso per il maiale», cūgiņa (EM, I, 418, 424; EH, I, 294, 298), cigiņa «il maiale (nel linguaggio infantile)» (EH, I, 269).

Sono di origine onomatopeica anche:

Lett. kvīnka «un maiale che squittisce», kvīnīta «un maiale magro che squittisce continuamente», kvīka «un maiale che squittisce», kveksis «una specie di maiale» (EM, II, 355; EH, I, 689); cfr. lett. kvīnkt «squittire debolmente (detto dei maialini)», kvīkt «squittire».

Lett. rekšis «il verro», reksis «un maiale, un maiale meticcio» (EM, III, 508); cfr. lett. rekstēt «grugnire».

Lett. rukšis «soprannome del maiale», rucis, rukšēns, rukšans, rukainīte, rūkai-nīte, rukaiņa, rukselīte, rūkulis, rukulīte, ruķelīte, rūkašiņa, rukažiņa, rūcītis, rūks-tultīte, rūksis «un maiale (giovane)», rukse «un maialino (come vezzeggiativo)», rukšu-lītis «un piccolo maialino (bianco e pulito)», rūcis «il maialino», ruisis (EM, III, 553, 556, 557, 568, 569, 588; EH, II, 382, 383, 387); cfr. lett. rūkt «ruggire, ringhiare», rukstēt.

Lett. ūce «nomignolo affettuoso per un maiale» (EM, IV, 296) è una parola di origine piuttosto incerta; forse va messa in relazione con il lett. ūicēt «dondolarsi sulle mani e sui piedi (detto dei bambini)».

Lett. uršēklis «un maialino grugnente», urgucā «una scrofa (gravida)» (EM, IV, 305, 308; EH, II, 715); cfr. lett. urr «interiezione con cui si attirano i maiali (verso casa)».

Come abbiamo già accennato, si è ipotizzato che il significato originario dell’indoeuropeo *porkos fosse «scavatore». Anche nelle lingue baltiche si trovano paralleli semantici a tale interpretazione:

Lituano knistikis «maiale (parola enigmistica)», kniūsas, kniūstas, kniūstė (LKŽd., VI, 258, 269, 270); cfr. lituano knisti.

Lett. rakuliņa «la scavatrice — soprannome del maiale», rakulīte, rakušiņa, ruocenīte, ruokuliņa, ruokulīte (EM, III, 475–6, 576, 581; EH, II, 353); cfr. lett. rakt «scavare, grufolare».

Lett. rukša «un maiale che grufola», rušainīte, rušulīte, rušulīna (EM, III, 564, 565; EH, II, 383); cfr. lett. rušināt «grufolare, raspiare, grattare, scavare qualcosa».

Sia in lituano sia in lettone troviamo nomi di maiali derivati da denominazioni di colori:

Lituano bálcikas «un maialino bianco», bálčkīs, baltrīns, bálčkē «una scrofa bianca» (LKŽd., I, 481, 505); cfr. lituano báltas.

Lituano blisė (M. Katkus⁶⁷, 67); cfr. lituano blisas «chiaro (detto di un animale)», blėsis <tedesco Blässe.

Lituano dėglis «maiale dal mantello bruciato», dėglė, deglė, dėglis, deglýs, dėglius, deglóji, dāglis, daglē (LKŽd., II, 141, 249); cfr. lituano dėglas «variopinto (detto di un maiale)», dāglas.

Lett. dāgle «una scrofa color fuoco», daglis «un verro macchiato di colore fuoco», il diminutivo daglītis «un maiale pezzato di bianco e nero» (EM, I, 430; EH, I, 302); cfr.

⁶⁷ M. Katkus, Raštai, Vilnius, 1965.

12*

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lett. dagls «pezzato di bianco e nero, color fuoco con macchie nere, detto di solito solo dei maiali».

Lett. juõčkė (M. Katkus, 67), cfr. lett. juõdas. Lett. juõzis «un maialino con una striscia trasversale sul dorso» (EM, II, 128), cfr. lett. juõsta «la cintura», juõzt «cingere».

Lett. kéršė (M. Katkus, 67), cfr. lett. kéršas. Lett. žilė (M. Katkus, 67), cfr. lett. žilas.

Esistono anche nomi del maiale di altra origine, legati ad altre caratteristiche dell’animale:

Lett. kõra «un maiale grosso e magro» (EM, II, 255), cfr. lett. kõrāt «camminare lentamente, trascinarsi».

Lett. žnargle «un maiale (magro) che non vuole mangiare come si deve», žnėrgle, žnėrba, žnėrga «un maialino o un bambino che non vuole mangiare come si deve» (EM, IV, 823, 825; EH, II, 821), cfr. lett. žnėrgāt «essere schizzinoso nel mangiare, mangiare senza vero appetito».

Oltre al nome del verro già menzionato (lett. kuilỹs), considerato da molti linguisti un prestito dalle lingue slave, nelle lingue baltiche si trovano anche alcuni nomi del maiale di origine straniera usati più raramente:

Il lett. kabõnas «giovane maiale maschio, bacon», diminutivi kabonaitis, kaboniõkas (LKŽd., V, 25) deriva probabilmente dal bielorusso, cfr. bielor. kabān, rus. кабан, pol. kaban. La fonte delle parole slave è costituita dalle lingue turche, cfr. kirgh. kaban, ecc.68

Il lett. knūras «giovane maiale maschio», knūrus «verro, cinghiale» (LKŽd., VI, 266, 279) è anch’esso probabilmente un prestito slavo, cfr. bielor. кнур «verro, cinghiale», ucr. кнур «giovane maiale maschio», pol. knur. A sua volta, questa parola slava è di origine molto incerta; la sua forma più completa è l’antico russo кънопоз, il cui primo componente viene collegato al rus. корный (cfr. корпоухий «con le orecchie mozzate»), mentre il secondo è stato tentativamente associato al gr. ὄρχις «testicolo», con il quale, secondo quanto si ritiene, è imparentata anche la parola lituana erżilas69.

Il lett. antrius «stallone, verro», antris, intrius (LKŽd., I, 139; IV, 126) è uno slavismo, cfr. pol. wnęt(e)r «maschio con i testicoli nascosti».

Il lett. māška «scrofa con i maialini» (EM, II, 546–7; EH, I, 784), probabilmente, come pensava J. Endzelynas, deriva da mačka, che a sua volta deriva dal rus. мачка «mammina».

Il lett. švinka «maiale» (EH, II, 661) deriva a quanto pare dal rus. свинка «maiale»; per š- cfr. lett. švakstēt: svakstēt, švampāties: svampāties, švepstis: svepstis, švips-tēt: svipstēt, ecc.

Anche il lett. švinė «maiale» (Žagarė, Šakyna, Gruzdžiai) può essere una parola di origine slava, cfr. pol. świnia70.

Come si vede, i nomi del maiale nelle lingue baltiche sono straordinariamente vari. Non hanno un nome comune per la specie animale. Le singole lingue baltiche hanno conservato bene alcuni antichi nomi indoeuropei del maiale. In queste lingue sono numerosi i nomi del maiale di origine onomatopeica. L’origine di una parte dei nomi non è stata chiarita a sufficienza fino a oggi. I nomi del maiale nelle lingue baltiche e slave differiscono notevolmente, sebbene vi siano anche alcuni tratti comuni.

68 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 495; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 69. 69 M. Vasmer, Et. Wb., I, 580; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 65–66. 70 A. Senn, Journal of Central European Affairs, 1956, Juli, p. 190, plg. E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1045.

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GATTO

Se esistono motivi sufficienti per considerare il cane il primo amico a quattro zampe dell’uomo, il gatto va indubbiamente considerato l’ultimo animale domestico da lui addomesticato. I primi ad addomesticare il gatto furono gli antichi Egizi. Nei dipinti dell’antico Egitto esso comincia a comparire durante il regno della XII dinastia faraonica, cioè all’inizio del II millennio a. e. v.1. Gli antichi Egizi allevavano molti gatti, li consideravano animali sacri e dopo la morte li imbalsamavano persino. Lo storico greco Erodoto parla diffusamente dell’importanza del gatto nell’antico Egitto; Diodoro Siculo (seconda metà del I secolo a. e. v. — inizio del I secolo e. v.) descrisse un episodio a cui aveva assistito di persona: un romano, dopo aver ucciso accidentalmente un gatto, fu a sua volta ucciso dalla folla egiziana infuriata.

In Europa i gatti domestici compaiono molto più tardi. Nelle fonti scritte il gatto domestico è menzionato per la prima volta verso la metà del I millennio e. v. Se si può discutere se in alcune fonti latine di questo periodo la parola cattus (catta) sia usata nel senso di gatto selvatico o domestico, nella biografia di papa Gregorio Magno, datata intorno al 600 e. v., si dice che egli «non possedeva nulla al mondo, se non un gatto, che spesso accarezzava e teneva in grembo per scaldarlo, come un compagno di vita». V. Hehn suppone che i gatti domestici si siano diffusi più attivamente nell’Impero romano nel IV o V secolo e. v., in relazione all’afflusso di ratti asiatici o conigli spagnoli. In quel periodo anche il lat. cattus, catta, che in precedenza indicava vari piccoli animali selvatici (la donnola, la martora), assume un nuovo significato: quello di gatto domestico2. Da Roma il gatto domestico, e insieme il nome di questo animale, si diffuse in altri paesi europei. Probabilmente nella seconda metà del I millennio il gatto cominciò gradualmente a diffondersi anche nelle terre slave e baltiche. Per esempio, nei reperti archeologici del territorio polacco risalenti ai secoli VIII—XII si trovano già alcune tracce di gatto domestico. Resti analoghi si rinvengono in reperti all’incirca dello stesso periodo anche nei territori della RSS Lituana e della RSS Lettone3 (in Inghilterra, anche nel X secolo, il gatto domestico era ancora un animale raro4).

L’origine del lat. cattus, catta è molto incerta. Alcuni linguisti erano propensi a ritenere che i Romani potessero aver ricevuto dai Germani il nome di questo animaletto, allora ancora selvatico. Nei territori germanici, infatti, i gatti selvatici erano animali molto apprezzati. Nella toponomastica germanica ricorre molto spesso la forma *kat(t) «curva, piegatura»; il significato originario di gatto avrebbe quindi potuto essere «animale con la schiena arcuata». Tuttavia, lo stesso nome dell’animale era diffuso anche nelle terre celtiche: cfr. cimrico cath, cornico cath, bretone caz, irlandese cat. Ciò ha dato motivo di considerare questo nome del gatto una parola comune germanico-celtica o celtico-germanica5. L’origine germanica del lat. cattus, catta sarebbe in parte sostenuta

1 V. Hehn, Kulturpflanzen und Hausthiere in ihrem Übergang aus Asien nach Griechenland und Italien sowie in das übrige Europa, Berlino, 1902, p. 456—457; C. Keller, Die Abstammung der ältesten Haustiere, p. 81—83; M. Hilzheimer, Haustier,—M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, V, p. 220; H. Ranke, ibidem, p. 220; Е. А. Богданов, Происхождение домашних животных, p. 294—301.

2 V. Hehn, ten pat, p. 462; O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, I, p. 565.

3 W. Hensel, Die Slaven im frühen Mittelalter, p. 79, 94; K. Паавер, Формирование териофауны и изменчивость млекопитающих Прибалтики в голоцене, p. 370—371.

4 Е. А. Богданов, ten pat, p. 295.

5 O. Schrader, ten pat, I, p. 566; F. Kluge, Et. Wb., p. 357.

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La circostanza che in latino esistano effettivamente numerosi nomi di animali selvatici presi in prestito dal germanico, cfr. lat. alcēs «alce» < germ. álxis, lat. ūrus «orso» < germ. *ur, lat. bīsōn «bisonte» < germ. wisund ecc. Pertanto, anche i soldati romani potevano venire a conoscenza del nome del gatto selvatico nelle regioni germaniche. Tuttavia, un simile presupposto è anzitutto confutato dal fatto che i dati delle lingue germaniche non consentono di spiegare in modo convincente l’origine del nome di questo animale. Inoltre, anche la storia dell’animale stesso contraddirebbe una simile affermazione. Non ha riscosso grande consenso neppure l’ipotesi secondo cui il lat. cattus e i nomi del gatto delle altre lingue europee della stessa radice deriverebbero dal nubiano kadi. Quest’ultima ipotesi si basa soprattutto sul fatto che l’Egitto fu il centro di domesticazione del gatto, ma finora i dati a sua conferma sono scarsi. Perciò molti studiosi, guardando con scetticismo a entrambe le ipotesi appena menzionate, considerano il lat. cattus una parola viaggiante di origine incerta6.

Non vi è unanimità riguardo al percorso attraverso il quale questo nome del gatto è entrato nelle lingue slave. Si è cercata la fonte dello slavo kotъ in almeno diversi luoghi. A. Stender-Petersen7 riteneva che tale fonte fosse il got. *katts, mentre K. Knutson8 indicava il basso tedesco katt. M. Vasmer aveva tentato di far derivare lo sl. kotъ dal gr. med. χάττα (in seguito egli stesso abbandonò questa spiegazione)9. Tuttavia, l’ipotesi che ha riscosso il maggior numero di sostenitori è che la fonte dello sl. kotъ sia il lat. cattus10. Probabilmente, anche la storia dell’animale stesso è l’argomento più forte a favore di questa ipotesi.

Nelle lingue slave la parola kotъ era inizialmente usata, a quanto pare, come nome generico dell’animale, riferito tanto al maschio quanto alla femmina; solo in seguito, già all’interno delle stesse lingue slave, si formarono nuove varianti del nome in base al sesso e all’età dell’animale. Le diverse varianti di questo nome del gatto sono piuttosto diffuse nelle lingue slave, cfr. russo antico котъка, russo кот, кошка, котёнок, ucraino кіт, кішка, bielorusso кот, кошка, bulgaro котка, котак, котарак, кот, коте, serbo-croato кот (solo in testi del XVI secolo), ceco kocka, kocour, kote, kot (nei dialetti), slovacco kot (nei dialetti), kocúr, koča, kočiatko, polacco kot, kotka, casciubo koet, koetka, alto sorabo kóćka, kocor, kacor, basso sorabo kót, koca, kocka, kocor11. Come si vede, questo nome del gatto è diffuso soprattutto nel gruppo settentrionale delle lingue slave; nelle lingue serbo-croata e slovena è quasi assente (cfr. serbo-croato мас̌ка, мачак, sloveno mačka, mačák, máček). In questo modo esso copre, per così dire, l’area delle lingue slave settentrionali e, come vedremo, quella delle lingue baltiche.

Un nome del gatto di questo tipo si trova in tre lingue baltiche, cfr. lituano katė, lettone kaķis, prussiano catto. Anche l’ingresso di questo nome nelle lingue baltiche è piuttosto oscuro. J. Endzelīns era propenso a considerare il nome del gatto nelle lingue baltiche un prestito dal basso tedesco o dalle lingue slave (...zunächst entweder aus mnd. katte oder aus slav. kotъ)12. R. Trautmann considerava il nome dell’animale in slavo e in baltico un prestito comune13.

6 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 643—644; F. Slawski, Sl. et., II, p. 559; O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 96; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 96.

7 A. Stender-Petersen, Slavisch-germanische Lehnwortkunde, Göteborg, 1927, p. 354—356.

8 K. Knutsson, Die germanischen Lehnwörter im Slavischen von Typus buky, Lund, 1929, p. 63—64.

9 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 643.

10 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 96; F. Slawski, Sl. et., II, p. 559; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 643.

11 O. H. Трубачев, Происхождение..., p. 95; F. Slawski, Sl. et., II, p. 559; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 643.

12 EM, II, p. 171.

13 R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 120.

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Probabilmente non è possibile né respingere né confermare categoricamente nessuna di queste affermazioni. Tuttavia, sembra più corretto affrontare insieme la questione del nome del gatto in baltico e in slavo; naturalmente, ciò non significa che tale nome sia un prestito comune dell’epoca baltico-slava. Una simile ipotesi sarebbe contraddetta dalla cronologia: la parola entrò sia nelle lingue baltiche sia in quelle slave già con il significato di «gatto domestico», mentre questa nozione, come abbiamo visto, si affermò soltanto verso la metà del I millennio. Per questo motivo, il nome del gatto non è considerato neppure un prestito comune slavo. Si può supporre che Slavi e Balti lo abbiano conosciuto verso la fine del I millennio, in qualche luogo vicino al confine tra gli Slavi settentrionali e i Balti meridionali, e che da lì il nome si sia diffuso verso sud e verso nord: a sud senza raggiungere le lingue degli Slavi più meridionali, mentre a nord giunse in lettone attraverso i Curi.

In lituano si riscontra un numero considerevole di varianti di questo nome del gatto, cfr. gatta, gatto, gattone «gatto maschio», gatto, gattino, micetto «piccolo del gatto», gattina, gattino, micetta, micetta, micino, gattino, micino, gattone, gattino, gattone, gattino, gattino, gatto (LKŽd., V, 32–3, 406, 407, 410, 411, 415). In lituano, come in alcune lingue slave, cfr. rus. кошка, ucr. кішка ecc., per il nome generico di questo animale si è generalizzato il nome della femmina.

Il nome del gatto con questa radice ricorre abbondantemente anche nell’idronimia lituana, cfr. Kãtupis, Kãtino upelis, Katinėlis (lago), Katinravis, Katišius (lago).¹⁴

Anche in lettone si usano numerose varianti di questo nome del gatto, cfr. lett. kaķis, kaķe, kaķenīce, kaķene «la femmina del gatto», kaķīte, kaķine, kaķiene, katene, katana, katins «un gatto maschio», katans, kaķēns, kaķēns «un gatto giovane, un gattino», kaķulēns, kaķulītis, kaķēlēns, kaķenītis (EM, II, 139–40, 171; EH, I, 576, 592).

J. Endzelīns spiega che il lett. kaķis su k al posto dell’atteso t deriva dalla lingua curona, nella quale la forma del nominativo era *katis, mentre il genitivo era già kata; quest’ultima in lettone si trasformò in kaka e, per analogia con questa forma e con gli altri casi in k, tale consonante si generalizzò nell’intero paradigma¹⁵.

Diverse varianti lettoni del nome del gatto si trovano anche nella toponimia lettone, cfr. Kaķupe, Kaķupīte, Kaķeņezers, Kaķītes-strauts, Kaķēni, Kaķinkalns ecc.¹⁶

Il lett. kaķis, cioè la forma maschile del nome, è anche il nome generico dell’animale. Un processo analogo si è verificato in polacco, dove la forma kot svolge la funzione di nome generico dell’animale.

Nei monumenti della lingua prussiana la parola catto è attestata una sola volta, e precisamente nel composto Paustocatto «gatto selvatico» (Paustocatto Wildekatze, voce 665 del glossario di Elbląg)¹⁷; la sua autenticità, tuttavia, non è in dubbio, poiché il nome del gatto ricorre molto spesso anche nella toponimia prussiana, cfr. Kath, Katelauke (<Kath+pr. laucks «campo, terreno»), Kathenmedien (<Kath+pr. median «bosco»), Katpanye (<Kath+pr. pannean «palude, acquitrino»), Kattenplick, Cattiten¹⁸. Anche il pr. Paustocatto può essere considerato un calco.

¹⁴ Nomenclatura dei fiumi e dei laghi della RSS Lituana, pp. 70–71.

¹⁵ EM, II, p. 140.

¹⁶ J. Endzelīns, Latvijas PSR vietvārdi, I, 2, p. 8–11, 58.

¹⁷ R. Trautmann, I monumenti linguistici dell’antico prussiano, p. 91; Monumenti della lingua prussiana, p. 72.

¹⁸ G. Gerullis, I toponimi dell’antico prussiano, pp. 57–58, 233; J. Endzelīns, La lingua dell’antico prussiano, p. 190.

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dal ted. wilde Katze, cfr. pr. pausto «selvatico»: sl. ant. pustъ, cfr. anche pr. paustocaičan «cavallo selvatico (wildes Pferd)» (voce 654 del glossario di Elbing).

In lituano e lettone si trovano numerosi nomi del gatto di origine onomatopeica, usati di solito nel linguaggio infantile o comunque caratterizzati da una certa sfumatura affettiva.

Lituano kăcas, kăče, kăcius, kaciukas, kăckis (LKŽd., V, 29–30), cfr. lituano kăc «interiezione usata per chiamare il gatto», kacėnti «chiamare il gatto».

Lituano kicà, kicaras, kičė, kicius, kickà, kickis, kickė, kicūkas, kičiulis, kičūtė (LKŽd., V, 740–1), cfr. lituano kic «interiezione usata per chiamare il gatto», kicénti «chiamare il gatto».

Lettone kicitis «il gatto (nel linguaggio infantile)» (EH, I, 607), cfr. lettone kic, kic, kic «interiezione con cui si scacciano gatti, pecore e capre», kicinât «cacciare un gatto da una stanza».

Va osservato che nomi del gatto derivati da onomatopee analoghe si trovano anche nelle lingue slave; cfr. russo киска, alto lusaziano hica, ceco čiča, cicka, slovacco cica, cicka. O. Trubačiovas19 sembra formulare, con ottime ragioni, l’ipotesi che simili onomatopee possano essere anteriori al nome stesso del gatto (si intende lo sl. kotъ ecc.), poiché sono ampiamente usate in molte lingue per chiamare non soltanto i gatti, ma anche altri animali20.

In lettone i nomi del gatto di origine onomatopeica del tipo kic, kac non si sono diffusi ampiamente, perché in quella lingua queste onomatopee non hanno assunto il significato specifico di richiamo del gatto, come invece è avvenuto, per esempio, in lituano.

In lettone, per chiamare il gatto si usano più spesso le onomatopee: īņi, īņci, mīņc, mīņci, piņc e le loro altre varianti fonetiche21. Accanto a queste onomatopee, in lettone troviamo anche i nomi del gatto: īņcis, ince (EM, I, 707; EH, I, 430), mīņcis (EM, II, 629), piņcis, piņče (EM, III, 218; EH, II, 234). In certi casi questi nomi del gatto possono essere parole di origine onomatopeica, derivate dalle onomatopee appena menzionate īņci, mīņci, piņc, ma si tratta già di un processo successivo. In realtà le onomatopee īņci, mīņci derivano da nomi del gatto che, a loro volta, avevano origine tedesca. Il lettone īņcis, ince deriva dal ted. Hinz, Hinze «nome del gatto maschio nelle favole sugli animali»22, e il ted. Hinz è una forma vezzeggiativa del nome proprio Heinrich, cfr. Fritz – Friedrich, Götz – Gottfried ecc.23. Il lettone mīņcis deriva dal basso tedesco minze, mintse «gatto»24.

L’onomatopea lettone piņc e il nome del gatto piņcis, piņče potrebbero essersi formati come rime accanto al lettone īņci, mīņci e ai nomi del gatto da essi derivati.

Probabilmente è anch’esso di origine onomatopeica un altro nome del gatto molto diffuso in lettone: ruņcis, ruņčiņš, ruņčelis, ruņčuks, ruņčukēns, ruņcēns, ruņcins, ruņciene, ruņka, ruņkis, ruņķis (EM, III, 561, 570; EH, II, 384, 385). Questo nome del gatto andrebbe probabilmente collegato al verbo rūkt «rombizzare, sfrecciare, ruggire, strepitare, borbottare, brontolare, ringhiare», cfr. lācīs, lauva, vilks, cūka, dundurs, rubenis, kakis rüc (EM, III, 569; EH, II, 388); cfr. anche il lituano rūkti «ruggire», il russo рычать, l’antico islandese rymja «ruggire, brontolare» ecc.25

19 O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 99.

20 O. H. Трубачев, ten pat; F. Kluge, Et. Wb., p. 371.

21 K. Draviņš, V. Rūķe, Interjektionen und Onomatopöie in der Mundart von Stenden, Lund, 1962, p. 58.

22 J. Sehwers, Sprachlich-kulturhistorische Untersuchungen, p. 41.

23 F. Kluge, Et. Wb., p. 309.

24 J. Sehwers, ten pat, p. 80; EH, I, p. 815.

25 EM, III, p. 561; J. Pokorny, Et. Wb., p. 867–868.

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Dalla lingua lettone, quest’ultimo nome del gatto è passato anche in alcuni dialetti lituani dell’area di confine con la Lettonia; cfr. rūcis «gatto maschio» (Papilė, Viešniai, Kairiai).

In lituano e in lettone si incontrano anche alcuni nomi del gatto di altra origine, usati per lo più in ambiti ristretti e con una particolare sfumatura di significato:

Lituano čiurūkas «gatto (in una filastrocca)» (LKŽd., II, 122), cfr. lituano čiūr «parola onomatopeica usata con vari significati», čiurūkas «piccola oca», čiūra «cagna», čiurinėti «muoversi, passeggiare», čiurą «chi si fa la pipì a letto».

Lituano knerpė «gatta (parola folclorica)» (LKŽd., VI, 219), cfr. lituano kner̃pti, knir̃pti.

Lituano kniaukà «gatta (in una filastrocca)» (LKŽd., VI, 224), cfr. lituano kniaũkti.

Lituano ráinis, -ė, raĩnis, -ė «gatto maschio», cfr. lituano ráinas, raĩnas.

Lettone svīpuris «un grosso gatto grigio a strisce nere» (EM, III, 1163), cfr. lettone svīpurains «a quadretti», svīpelēta pele «un’arvicola bruna con una striscia nera sul dorso».

Lettone tīsele «gatta», tīsītis (EM, IV, 204), parola di origine incerta, forse da collegare alla parola onomatopeica tisu «interiezione usata per stuzzicare» (EM, IV, 198).

A conclusione della rassegna dei nomi del gatto, va richiamata l’attenzione sul fatto che in lituano si è conservato l’antico nome del gatto selvatico vilpišys. Questa parola si trova nei dizionari della lingua lituana della Prussia orientale; cfr.:

gatto selvatico, WilpiBys, Bio, m. Medinnė Kattė (Ph. Ruhig, Lex., II, 402).

WilpiBys, Bio, m. un gatto selvatico (Chr. G. Mielcke, Wb., I, 330).

gatto selvatico, WilpiBys, io, m. Medinnė Kattė (Chr. G. Mielcke, Wb., II, 541).

Da queste fonti, tale nome del gatto selvatico è passato anche in altri dizionari e in vari scritti pubblicati nella Prussia orientale e in Lituania.

La prima fonte di questa parola è dunque il dizionario di P. Ruhig. G. H. F. Nesselmann annota nel suo dizionario che tale parola non è conosciuta nei dintorni di Ragnit. Neppure F. Kurschat ha mai udito questa parola. Tuttavia, la sua autenticità non può essere messa in dubbio, poiché compare nella toponimia e nell’antroponimia lituane. Sia F. Kurschat sia G. H. F. Nesselmann menzionano il toponimo Vilpišiai (… Wilpischen ist der Name eines Dorfes im Kirchspiel Gerwischkehmen in einer ehemals waldigen Gegend bei Gumbinnen… G. H. F. Nesselmann, Wb., 80). Un toponimo dello stesso tipo si trova anche nei pressi di Tauragėnai (Vilpišiai), mentre nel distretto di Molėtai si trova il nome del villaggio Vilpiškiai. Sono noti i cognomi Vilpišauskas, Vilpiševskis, Wilpiszy (forma polonizzata).

Il lituano vilpišys è un’antica parola indoeuropea. Le altre lingue baltiche, così come quelle slave, non la conoscono. È imparentata con il lituano lãpė, il latino volpēs e altre parole dalla radice indoeuropea *ulp, *lup-, che designano vari animali predatori (volpe, sciacallo, lupo). Per significato, il lituano vilpišys è più vicino al medio persiano gurpak «gatto domestico» e al persiano gurba, dove l’iranico *urpa corrisponde all’indoeuropeo ulpos26.

Tra le lingue slave, il nome del gatto selvatico è stato conservato dall’antico slavo e dal polacco; cfr. ant. sl. stbblb, stbplb, ant. pol. zdeb, step, pol. żbik, żbik. L’etimologia di questa parola è piuttosto incerta. Alcuni studiosi (G. Ilinskis, A. Brückner) la mettono in relazione con il lit. stiprūs, altri (O. Trubačiovas) con il rus. стебель, lit. stiebas; in tal caso, il significato originario dello sl. *stbjb sarebbe «gatto forte» oppure «che vive tra le canne»; quest’ultima etimologia sarebbe avvalorata da uno dei nomi attuali del gatto selvatico in russo, камышовый кот27.

26 J. Pokorny, Et. Wb., p. 1179; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 340, 1254.

27 O. H. Трубачев, Происхождение…, p. 92–94; A. Brückner, Sl. et., p. 649–650.

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Come si vede, nelle lingue baltiche e in molte lingue slave si usa un nome comune per il gatto, probabilmente preso in prestito nello stesso periodo da un’unica fonte. Nelle lingue baltiche e slave esiste un numero considerevole di denominazioni di uso più ristretto e di origine più recente, per lo più onomatopeiche. Inoltre, in lituano e nelle lingue slave era in uso un nome del gatto selvatico di origine diversa.

CONCLUSIONI GENERALI

Passando in rassegna i nomi degli animali domestici nelle lingue baltiche, possiamo trarre alcune conclusioni di carattere più generale.

Le lingue baltiche hanno conservato relativamente bene gli antichi nomi indoeuropei degli animali domestici (lit. šuo, lett. suns, pr. sumis; lit. avis, āvinas, lett. avs, auns, pr. awins; lit. ėras, jėras, vēras, lett. jērs, pr. eristian; lit. ožys, ožka, lett. āzis, pr. wosee, wosux; lit. gīovs; lit. veršis, lett. vērsis, pr. werstian; lit. pėkus, pr. gal. sing. pecku; lit. ašvā, ašva, ašvėnis, pr. aswinan «latte di giumenta»; lett. svēns, suvėns, pr. swintian; lit. paršas, pr. parstian ecc.).

Non è possibile distinguere una delle lingue baltiche per l’arcaismo del lessico di questo ambito. Per esempio, il lettone non ha conservato l’antico nome indoeuropeo del cavallo (indoeur. *ēk̑uo-s), mentre in lituano è scomparso l’antico nome indoeuropeo del bovino (indoeur. *gʷou), conservato in lettone; in lituano non vi sono tracce dell’antico nome indoeuropeo del maiale (indoeur. *sūs/*su̯u), ben conservato in lettone, ma in lettone lo slavismo kaza ha soppiantato l’antico nome indoeuropeo della capra, conservato in lituano e in prussiano (lit. ožka, pr. wosee), ecc.

In questo lessico spicca in modo peculiare il nome lettone del bovino luōps, che ha un corrispondente esatto soltanto in albanese: alb. lopë.

Confrontando i nomi degli animali domestici nelle lingue baltiche con quelli degli stessi animali in altri rami delle lingue indoeuropee, si vede chiaramente che le maggiori affinità si riscontrano con le lingue slave (lit. kárvė, pr. curwis «toro»; rus. корова, pol. krowa ecc.; lit. tėlias, teliūkas, lett. telš, telēns: pol. ciele, rus. теленок ecc.; lett. vepris (lit. Vėpriai, Vepriškiai, Veprinis): rus. вепрь, pol. wieprz ecc.). Non è possibile distinguere una delle lingue baltiche per la maggiore affinità del lessico antico di questo ambito con il lessico corrispondente delle lingue slave.

In tutte le lingue baltiche troviamo un numero piuttosto elevato di nomi slavi di animali domestici, per lo più prestiti di epoca più recente. Tra il lessico preso in prestito in questo ambito, gli slavismi costituiscono il gruppo più numeroso. Alcuni slavismi sono entrati in tutte e tre le lingue baltiche, altri sono propri di due lingue (più spesso il lituano e il lettone) o di una sola (lit. kūrtas, lett. kūrts, pr. curtis; lit. kuilys, lett. kuilis, pr. cuy lis (l’origine slava di questi ultimi vocaboli è dubbia); lit. telyčia, lett. telica; lit. barõnas, lett. baranina; lit. drigantas, lett. driganis; lit. rumõkas, lett. rumāks; lit. sābalas «nome di un cane di questo tipo», lett. sabulis; lett. kaza, pr. sūdenikis, pr. wuysis, lit. gončas, lit. škapā, lit. bulānas, lit. kabõnas, lit. kniūras ecc.). Le lingue di prestito sono in genere le vicine bielorussa, russa e polacca. Alcuni slavismi potrebbero essere entrati in lettone anche attraverso il lituano. Gli slavismi del prussiano sono per lo più di origine polacca.

Una quantità molto esigua del lessico baltico di questo ambito è passata nelle lingue slave (pol. parsiuk, bielor. парсюк, rus. паршук).

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Si può distinguere anche uno strato di nomi di animali domestici comune alle lingue baltiche (lit. žirgas, lett. žirgs, pr. sirgis; lit. ežilas, lett. ērzelis; lit. kumelỹs, kumelė̃, lett. kumelš).

Esistono numerosi nomi, talvolta anche di origine molto antica, caratteristici di una sola lingua baltica (lit. kalė (: lit. kalývas, kalýbas), lit. kėltava, kėltuva (: lit. kėlti), lit. galvijas (: lit. galvà), lit. arklys (: lit. árti), lit. šérnas (: lit. šerỹs), lit. vilpšỹs (: lit. lãpė), lit. jáutis (: lit. júngas, l’idronimo Jautin indica che un nome del genere potrebbe essere esistito anche in prussiano), lit. meitėlis (: lit. mįsti, cfr. anche pr. nomaytis), lit. penìmis (: lit. penėti), lit. kiaũlė, pr. skēwre, lett. baruõksnis (: lett. baruot), pr. klente, clynth, pr. camstian ecc.).

La lingua tedesca ha esercitato una certa influenza sul lessico baltico di questo settore; tale influenza è più marcata in lettone (lit. būlius, lett. bullis; lett. buks, lett. krakīs, kragīs, lett. mīncis, īncis, lett. pakans, lit. cieķe, cēķe ecc.). Attraverso il lettone, uno o l’altro germanismo di questo tipo è entrato anche in lituano.

In lituano troviamo anche qualche parola d’uso ristretto di origine ugrofinnica (lett. cone, soņnis, lett. mustika, lett. punika, lett. sēkis ecc.). L’influenza delle lingue baltiche sulle lingue finniche del Baltico in questo settore, invece, è considerevole (fin. oinas, est. oinas; fin. vuohi, est. voho; fin. härkä, est. härg; fin. jäärä, est. jäär ecc.).

Tra i numerosi nomi e appellativi di animali domestici baltici d’uso più ristretto (per lo più di origine più recente) si possono distinguere alcuni gruppi semantici.

Molto ricco è il gruppo di origine onomatopeica (lit. čiūče, čiūčė, burūtė, burýtė, bašis, bažiukas, kūčė, kuriūtė, cibė, cibūtė, įygagas, kūžė, kūžius, čiūga, čiūka, čiūotė, jukšė, kriukė, kuciūtė, kūkas, kukūtis, kãcas, kicaras, kicà; lett. kuča, kucēns, birīte, biritina, bice, buce, bēja, mēja, mūja, nūža, tručina, cigiņš, cīga, trūta, kosīņš, kuziņa, kuža, kvīņka, kveksis, reksis, ruksis, kicītis ecc.). Si tratta per lo più di parole del linguaggio infantile o comunque con una sfumatura vezzeggiativa.

Un altro gruppo numeroso è costituito dai nomi di animali derivati da denominazioni di colori corrispondenti; alcuni di questi colori sono usati soltanto con riferimento agli animali (lit. balnė, dūmė, dvylė, keršė, laukė, pãlsė, pelėkė, šėmõji, žalõji, bėris, brišis, palvis, sartis, šir̃mis, širvis, šyvis; lett. brūnala, dūkala, dūmala, lāuce, melle, pālse, sārtala, sirmala, bēris, dārceis, dūkanis, lāucis, sarkanis, sīrmis ecc.).

Al lettone sono molto caratteristici i nomi delle vacche derivati dal nome del giorno della loro nascita o, più in generale, da denominazioni di momenti temporali (lett. cētala: cēturdiēna, dienala: diena, launadzīte: launags, pirmala: pirmdiena, piektala: piektdiena, rītala: rīts, sestala: sestdiena, svēṭala: svētdiena, trešala: trešdiena, uotrala: uotrdiena, vakare: vakars ecc.). Nomi di vacche di questo tipo si trovano anche nelle lingue slave.

In lituano le vacche vengono abbastanza spesso chiamate con nomi di piante, uccelli ecc.

Nelle lingue baltiche esiste un numero straordinariamente elevato di denominazioni per i cavalli di scarsa qualità.

Alcuni nomi baltici di animali domestici sono usati in ambiti molto ristretti e talvolta sono caratteristici di una singola famiglia. È chiaro che gran parte di tali nomi non ha trovato posto in questo lavoro.

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NOMI DEGLI ANIMALI DOMESTICI NELLE LINGUE BALTICHE

(la loro origine e il rapporto con le denominazioni corrispondenti nelle lingue slave)

А. САБАЛЯУСКАС

Riassunto

Il lavoro esamina i nomi del cane, della pecora, della capra, dei bovini, del cavallo, del maiale e del gatto.

Dopo aver analizzato i nomi dei singoli animali, si formulano conclusioni corrispondenti di carattere più generale.

Nelle lingue baltiche gli antichi nomi indoeuropei degli animali domestici si sono conservati relativamente bene (lit. šuo «cane», lett. suns, pruss. ant. sunis; lit. avis «pecora», lett. avs, lit. ávinas «montone», lett. auns, pruss. ant. awins; lit. ėras «agnello», jėras, ėras, lett. jērs, pruss. ant. eristian; lit. ožys «capro», lett. āzis, pruss. ant. wosux, lit. ožkà «capra», pruss. ant. wosee; lett. guovs «vacca»; lit. veršis «vitello», pruss. ant. werstian, lett. vēršis «bue, toro»; lit. pėkus «bestiame, pecora», pruss. ant. pecku «bestiame»; lit. ašvà «cavalla», ešva, ašvienis «cavallo da lavoro», pruss. ant. aswinan «latte di cavalla»; lett. sivēns «maiale», suvēns, pruss. ant. swintian; lit. paršas «maialino», pruss. ant. parstian, ecc.).

Il lessico arcaico di questo tipo si è conservato in tutte le lingue baltiche in misura approssimativamente uguale. Per esempio, in lettone non si è conservato l’antico nome indoeuropeo del cavallo (i.e. *ekuo-s), mentre in lituano è scomparso l’antico nome dei bovini (i.e. *guou), conservatosi in lettone; in lituano manca l’antico nome del maiale (i.e. *sūs/*su̯u), ben conservato in lettone, ma in lettone lo slavismo kaza (cfr. russo коза) ha soppiantato l’antico nome della capra (lit. ožkà), ecc.

Nel lessico di questo tipo spicca in modo particolare il nome lettone dei bovini liōps, che trova una corrispondenza esatta soltanto in albanese: lopë «vacca».

Il confronto dei nomi baltici degli animali domestici con le denominazioni corrispondenti di altre lingue indoeuropee permette di rilevare chiaramente che i nomi baltici coincidono più spesso con quelli slavi (lit. kargvė «vacca», pruss. ant. curwis «bue»: russo корова, polacco krowa, ecc.; lit. tėlias «vitello», teliūkas, lett. telis, tēlens: polacco cielę, russo телёнок, ecc.; lett. vepris «verro» (lit. Vėpriai, Vepriškiai, Veprnis): russo вепрь, polacco wieprz, ecc.). In base al grado di affinità di questo lessico con quello slavo non è possibile distinguere separatamente nessuna lingua dell’intero ramo baltico.

In tutte le lingue baltiche troviamo un numero piuttosto elevato di nomi di animali domestici di origine slava. Tra i prestiti di origine straniera appartenenti a questo lessico, gli slavismi costituiscono il gruppo più numeroso. Alcuni si riscontrano in tutte e tre le lingue baltiche, altri sono caratteristici di due (più spesso del lituano e del lettone) oppure di una sola lingua (lit. kūrtas «levriero», lett. kurts, pruss. ant. curtis; lit. kūlys «verro», lett. kūlis, pruss. ant. cuylis (l’origine slava di queste parole è assai dubbia); lit. telyčia «giovenca», lett. telica; lit. barōnas «montone», lett. baraniņa «pecorella»; lit. drigantas «stallone», lett. drigants; lit. rumōkas «cavallo da tiro», lett. rumāks «stallone»; lit. sabalas «nome di cane», lett. sabulis; lett. kaza «capra»; pruss. ant. slideikis «Leithund», pruss. ant. wuysis «Wachthund»; lit. gončas «segugio», lit. škapa «ronzino», lit. bulānas «cavallo baio», lit. kabōnas «verro», lit. kniūras, ecc.). La fonte dei prestiti è di norma costituita dalle lingue vicine: bielorusso, russo e polacco. Alcuni slavismi potrebbero essere penetrati in lettone anche per il tramite del lituano. Gli slavismi del prussiano antico sono principalmente di origine polacca.

Nelle lingue slave si trovano pochissimi nomi di origine baltica (polacco parsiuk, bielorusso парсюк, russo паршук).

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Occorre inoltre distinguere uno strato lessicale baltico comune (lituano žirgas «cavallo», lettone zirgs «cavallo», antico prussiano sirgis «stallone»; lituano eržilas «stallone», lettone ērzelis; lituano kumelýs «stallone, puledro», lettone kumelš, lituano kumelė «cavalla»).

Si incontrano numerose denominazioni (spesso anche di origine molto antica) caratteristiche di una sola lingua baltica (lituano kalė «cagna» (: lituano kalývas «bianco — riferito al collo del cane», kalýbas), lituano keltava «bestiame, bovini», kėltuva (: lituano kėlti «sollevare»), lituano galvijas «bestiame» (: lituano galva «testa»), lituano arklys «cavallo» (: lituano artì «arare»), lituano šernas «cinghiale» (: lituano šėrÿs «setola»), lituano vilpšys «gatto selvatico» (: lituano lâpe «volpe»), lituano jautis «bue» (: lituano jüngas «giogo»; l’idronimo Jautin consente di supporre che una tale denominazione del bue esistesse anche nell’antico russo), lituano metėlis «verro» (: lituano misti «nutrirsi», cfr. anche antico prussiano nomaytis «verro»), lituano penìmis «animale ingrassato» (: lituano penėti «nutrire»), lituano kiaulė «maiale», antico prussiano skēwre, lettone barukšnis «animale ingrassato» (: lettone baruot «nutrire»), antico prussiano klentē «mucca», clynth, antico prussiano camstian «pecora» ecc.).

Anche la lingua tedesca ha svolto un certo ruolo nello sviluppo del lessico dell’allevamento nelle lingue baltiche. L’influenza tedesca è più marcata in lettone (lituano būlius «toro da riproduzione», lettone bullis; lettone buks «capro; maschio»; lettone krāģis «ronzino», krāķis, lettone mīcis «gatto», īncis, lettone pakans «nome di cane», lituano ciekš «nome di mucca», cēkē ecc.). Tramite il lettone, alcuni germanismi sono penetrati nel lituano.

In lettone troviamo anche singole denominazioni di origine finnico-baltica (lettone cone «montone», sōnis, lettone mustika «mucca nera», lettone punika «mucca baia», lettone sekis «cavallo pezzato» ecc.). L’influenza del lessico baltico sul lessico delle lingue finnico-baltiche è sensibilmente più forte (finlandese oinas «montone castrato», estone oinas; finlandese vuohi «capro; capra», estone voho; finlandese härkä «bue, toro», estone härg; finlandese jäära «montone», estone jäär ecc.).

Le denominazioni e i nomi degli animali domestici dall’uso più ristretto (perlopiù di origine recente) possono essere suddivisi in gruppi semantici.

Un gruppo molto numeroso è costituito da denominazioni di origine onomatopeica (lituano ciucė «cane», ciūčė, lituano buriùtė «pecora», buriūtė, kuriūtė, kùčė, lituano bāsis «agnello», bažikas, lituano cibė «capra», cibūtė, lituano yāgas «cavallo», kūže, kūžius, lituano ciugà «maiale», ciūkā, ciūotė, jūškė, krukūga, kuciūtė, kīkas, kukūtis, lituano kācas «gatto», kīcaras, kīcā; lettone kuča «cane», kučēns, lettone birīte «pecora», biritina, bice, buce, bēļa, mēja, lettone mīja «mucca», nūža, tpruciņa, lettone cigiņš «puledro», čiga, tprūta «cavallo», košiņš, kuziņa, kuža, kvinka «maiale», kveksis, reksis, lettone kicītis «gatto» ecc.). Si tratta soprattutto di parole infantili o vezzeggiative.

Un altro gruppo numeroso è costituito dai nomi degli animali derivati dal nome del colore corrispondente. Alcuni di questi nomi di colore sono usati esclusivamente per indicare il mantello dell’animale (lituano balnė «mucca con il dorso bianco», dūmė «mucca color fumo», dvylė «mucca baia», kėršė «mucca pezzata», laikė «mucca con una macchia bianca sulla fronte», pálšė «mucca grigio chiaro», pelėkė «mucca color topo», šėmojī «mucca color cenere», žalióji «mucca baia», lituano bēris «cavallo baio», brišis «cavallo giallo chiaro, rossiccio», palvis «cavallo giallo chiaro», sartis «cavallo sauro», širmis «cavallo grigio», širvis, šyvis «cavallo grigio acciaio»; lettone brūnala «mucca marrone», dūkala «mucca baia», dūmala «mucca marrone scuro», lāuce «mucca con una macchia bianca sulla fronte», melle «mucca nera», palse «mucca grigio chiaro», sartala «mucca marrone scuro», širmala «mucca grigia»; lettone bēris «cavallo baio», dārcis «cavallo pezzato», dūkanis «cavallo baio», lāucis «cavallo con una macchia bianca sulla fronte», sarkanis «cavallo marrone chiaro», širmis «cavallo grigio» ecc.).

In lettone sono molto caratteristici i nomi delle mucche derivati dal nome del giorno o, più in generale, dal momento della nascita dell’animale (lettone cეტala: четurdiena «giovedì», dienala: diena «giorno», laīnadzīte: laīnaģs «merenda pomeridiana», pirmala: pirmdiena «lunedì», piektala: piektdiena «venerdì», rītala: rīts «mattina», sestala: sestdiena «sabato», svētala: svētdiena «domenica», trešala: trešdiena «mercoledì», uotrala: uotr diena «martedì», vakare: vakars «sera» ecc.).

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In lituano, alle mucche vengono spesso dati nomi che derivano da denominazioni di piante, uccelli e simili.

Nelle lingue baltiche si riscontra un gran numero di denominazioni per i cavalli da soma.

Alcuni nomi di animali domestici sono in uso in ambienti molto ristretti e talvolta sono caratteristici soltanto di una singola famiglia. Gran parte di tali nomi, naturalmente, non è stata inclusa in questo lavoro.

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