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ŽODŽIŲ FORMOS IR JŲ VARTOSENA LIETUVOS TSR MOKSLŲ AKADEMIJA
Z. ZINKEVIČIUS
La lingua dell’innario di S. M. Slavočinskis (1646)
L’autore dedica questo articolo alla memoria del prof. dr. Jurgis Lebedys, primo studioso dell’innario
La lingua dell’innario di S. M. Slavočinskis è considerata dagli studiosi una mescolanza di vari dialetti. Nella storia accademica della letteratura lituana si legge che, sebbene nell’innario «si percepisca la base del dialetto samogitico, qui sono tuttavia chiaramente visibili gli sforzi di conciliare elementi di vari dialetti e di rendere l’innario accessibile agli strati più ampi possibili di lettori lituani»1.
Il prof. dr. Jurgis Lebedys, curatore dell’edizione facsimilare dell’innario e suo primo studioso, scrive che «la base dialettale dell’innario non è molto marcata, non salta subito all’occhio, ma è comunque facilmente percepibile. Molte caratteristiche fonetiche, morfologiche e, in parte, lessicali e sintattiche collegano l’innario al dialetto samogitico»2. Dopo aver indicato le caratteristiche samogitiche, lo studioso constata che «il traduttore era un samogitico del sottodialetto dūnininkai, ma era incerto, oppure il suo lavoro veniva corretto da altri»3. Mettendo in luce nell’innario alcuni elementi del dialetto dell’altopiano orientale, J. Lebedys ipotizza che «è possibile che il traduttore dell’innario, servendosi del dizionario di K. Sirvydas, talvolta non riuscisse a distinguere la fonetica dialettale o cedesse inconsapevolmente alla suggestione e prendesse dal dizionario una parola nella forma in cui vi compariva»4. Dopo aver constatato che «numerose caratteristiche fonetiche e, in parte, morfologiche dell’innario sono tipiche dei dialetti di transizione»5, l’autore giunge alla seguente conclusione: «Nella preparazione dell’innario si cercò di adattarlo al maggior numero possibile di abitanti. Il traduttore stesso, per non parlare dei suoi eventuali correttori, probabilmente conosceva non solo il proprio dialetto. Si dovrebbe ritenere che una conoscenza almeno superficiale di altri dialetti, il desiderio di essere letto più ampiamente e, inoltre, l’esempio degli scrittori precedenti abbiano contribuito ad appianare le differenze dialettali. Le incoerenze e le oscillazioni si possono spiegare anche con la mancanza di un criterio solido e di norme stabilite per la lingua letteraria»6.
J. Palionis, concordando in sostanza con le conclusioni di J. Lebedys, constata che «la lingua dell’innario presenta una notevole mescolanza dialettale: elementi dei dialetti dei samogitici dūnininkai, degli alto-lituani occidentali, soprattutto dei veliuoniškiai, dei centrali e degli orientali»7.
1 Storia della letteratura lituana. I. L’epoca del feudalesimo. A cura del prof. K. Korsakas. Vilnius, 1957, p. 151.
2 J. Lebedys, L’innario del 1646. – S. M. Slavočinskis, Canti conformi alla fede cattolica 1646. Edizione facsimilare. Vilnius, 1958, p. 20.
3 J. Lebedys, ibid., p. 21.
4 Ibid., p. 24.
5 Ibid.
6 Ibid., pp. 24–25.
7 J. Palionis, Lietuvių literatūrinė kalba XVI–XVII a., Vilnius, 1967, p. 90.
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La mescolanza di dialetti nel canzoniere di S. M. Slavočinskis, sottolineata con particolare enfasi dagli studiosi, ha suscitato l’interesse dell’autore di questo articolo, spingendolo a esaminare specificamente sotto questo aspetto la lingua del canzoniere8, a individuare gli elementi dialettali presenti, a localizzarli, a illustrare il processo stesso di traduzione dei canti e di preparazione del canzoniere per la stampa e, infine, a mettere in luce l’importanza del canzoniere per la storia della lingua lituana e per la dialettologia storica. L’autore sperava che il confronto tra gli elementi dialettali localizzati nel canzoniere della metà del XVII secolo e i corrispondenti dati dialettali odierni consentisse di comprendere meglio l’origine e lo sviluppo di alcuni fenomeni della lingua lituana.
Elementi del dialetto samogitico
Occorre concordare con la conclusione dei primi studiosi secondo cui il traduttore del canzoniere era samogitico. Il canzoniere presenta le seguenti caratteristiche del dialetto samogitico:
1. Si usano le consonanti t, d al posto delle affricate č, dž davanti all’antica vocale breve *a, ad es., n. pl. medey II 109₁₁ ‘alberi’, ʒodey II 29₁₇ ‘parole’, i. pl. Erβkieteys II 84₂ ‘con spine’, peteys I 97₁₈ ‘con le spalle’, žodeys I 18₉ ‘con parole’, a. sg. f. ne turinte II 10₁₀ ‘che non ha’, Priderante I 3₁₅ ‘appropriata’, 3. praes. gieyd I 131₂₈ ‘desidera’, Jaut II 29₈ ‘sente’, kient I 92₄ ‘soffre’, refl. glaudes II 6₂₁ ‘si stringe’, 2. pl. praes. kientete II 20₂₃ ‘soffrite’, adv. didey II 12₂₅ ‘grandemente’, kartey I 88₉ ‘amaramente’, /skaystey II 5₂₃ ‘splendidamente’. Cfr. inoltre a. sg. m. kiantanti I 87₇ ‘che soffre’, g. pl. refl. meldénčiuße I 140₄ ‘di coloro che pregano’, cioè ‘di coloro che pregano’, d. pl. m. meldéntiems II 82₂₃ ‘a coloro che pregano’, a. pl. m. iautančius II 102₂₆ ‘coloro che sentono’, kientančius II 4₁₆ ‘coloro che soffrono’, a. pl. f. Gieydénčias II 110₁₅ ‘quelle che desiderano’. In tutto il canzoniere si trovano 51 esempi in cui è conservata la «legge fonetica samogitica». Nel canzoniere non si trovano esempi di t, d davanti all’antica *ā e alle vocali posteriori, caratteristici della parte occidentale dell’attuale dialetto samogitico.
2. Al posto dei dittonghi uo, ie nel canzoniere si usano spesso i monottonghi «dūnininkai» ū, ī, ad es., a) g. sg. gluśnio II 60₂₃ ‘del salice’, a. sg. kuodeli I 66₁₇ ‘il fiocco’, a. pl. obulus I 65₁ ‘le mele’, 3. praet. pule I 53₁₇ ‘cadde’, i. pl. /słutomis I 78₁₇ ‘con le scope’, 2. sg. praet. ßlußtey II 76₁₀ ‘asciugasti’; b) g. sg. Diwa II 126₁ ‘di Dio’, inf. gidot I 42₂₁ ‘cantare’, ißkoti I 131₁₇ ‘cercare’, g. sg. Iwos I 15₁₃ ‘di Eva’, l. sg. lipßnoy I 129₁₅ ‘nella fiamma’, a. pl. f. ißlitas II 27₂ ‘sciolte’, g. pl. pitu I 148₁₃ ‘dei meridionali’, prip II 26₁₂ ‘prima’, l. sg. filwarte II 9₂₅ ‘nel dolore’, a. sg. ßniga II 23₉ ‘la neve’, adv. ßiedina I 71₉ ‘oggi’, praep. tis I 25₈ ‘verso’, adv. Tifey II 90₁₃ ‘direttamente’, l. sg. winibiey I 129₁₉ ‘nell’unità’; c) i. sg. m. tu I 103₁₆ ‘con quello’, n. pl. m. Ti II 44₁₈ ‘quelli’, g. sg. ßalis II 104₁₃ ‘del paese’, 3. fut. Ißlußus I 30₁₀ ‘libererà’, 1. sg. refl. iaučius II 55₂₀ ‘mi sento’, 1. sg. fut. Raßiut I 65₁₃ ‘ti scriverò’ (~ rašiuo t[i]). Nel canzoniere sono stati conteggiati complessivamente circa trecentocinquanta esempi di ū, ī al posto di uo, ie⁹. Le parole gluśnis, Ieva, kuodelis, pietūs, sielvartas, šluota, šluostyti, ties e le forme del presente del verbo likti sono scritte soltanto in samogitico. Nel canzoniere non si trovano varianti alto-lituane di queste parole e forme. Prevalgono inoltre le forme samogitiche delle parole ieškoti, liepsna e del verbo
8Come oggetto della ricerca è stata scelta l’edizione in facsimile pubblicata da J. Lebedys nel 1958. Le pagine mancanti sono state integrate con fotocopie ricavate dal microfilm dell’esemplare completo conservato presso la Biblioteca dell’Accademia delle Scienze della RSS Lituana, proveniente dalla Biblioteca Ossoliński di Breslavia (Polonia).
9Non è possibile indicare un numero esatto, poiché alcune forme possono essere interpretate in due modi; ad es., nella terminazione -tis dell’infinito riflessivo (ad es., girdėtis I 139₂₁ ‘essere udibile’) si potrebbe riconoscere non solo la desinenza samogitica -tis (= alto-lit. -ties), ma anche la variante alto-lituana -tis.
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pulti, le corrispondenti forme del presente, le forme maschili del nominativo singolare dei pronomi, la prima persona singolare dei verbi riflessivi, il nominativo plurale maschile dei participi riflessivi e alcune altre terminazioni.
3. Le vocali o, ė sono spesso dittongate, ad es., a) g. sg. m. Tuo I 72₂₀ ‘di quello’, g. sg. f. tuos I 77₈ ‘di quella’, n. pl. f. tuos I 44₁₂ ‘quelle’, 1. pl. tupuoße I 105₁₁ ‘sulle labbra’, 3. praes. šildot I 59₂₁ ‘ti riscalda’ (~ šildot [i]); b) 3. praes. Biega I 19₂₀ ‘corre’, inf. dieti II 31₃ ‘mettere’, 3. praet. ieme II 14₁₅ ‘prese’, 1. sg. fut. girdiesiu II 48₂₀ ‘sentirò’, 3 praet. kwiepawa I 62₁₇ ‘respirò’, 1. sg. mieble II 58₁ ‘concimò’, 3. praes. nier II 82₁₅ ‘non c’è’, g. sg. pawießio II 64₁₉ ‘dell’ombra’, g. sg. Tiewa I 74a₁₈ ‘del padre’, a. pl. vąmušieius II 26₆ ‘gli assassini’, n. sg. m. wietringas II 40₂ ‘ventoso’, n. pl. žwieris II 66₁₂ ‘bestie’; c) n. sg. Duktie I 104₁₉ ‘figlia’, g. sg. garbies II 53₁₃ ‘dell’onore’, 1. sg. žiamiey II 10₂₂ ‘sulla terra’, d. pl. žmoniems I 98₄ ‘agli uomini’, 1. pl. žiamieſa I 99₂ ‘sulle terre’, 3. refl. Iauties I 87₁₉ ‘si sentiva’, 2. pl. refl. wadinaties II 9₂₀ ‘vi chiamate’. La vocale ė è dittongata molto più spesso. Solo nella posizione non preceduta da k, g, š, ž (dopo queste consonanti la lettera i può essere un segno di palatalizzazione) sono stati trovati 159 esempi. La dittongazione della vocale o è molto più rara: sono stati trovati in tutto soltanto 12 esempi, tutti con o > uo nella flessione oppure nelle forme monosillabiche dei pronomi.
4. In generale, ą, ę, y, į sono trattate secondo l’uso samogitico: nelle radici delle parole e nelle terminazioni ossitone si conserva l’elemento nasale, mentre nelle terminazioni baritone normalmente manca.
Le antiche vocali nasali ą, ę nelle radici e nelle terminazioni ossitone sono indicate con le lettere ą, ę oppure con ą, ę provviste di una «barretta trasversale» (per ragioni tecniche, negli esempi di questo articolo sostituiamo ą, ę), e anche, raramente, con le combinazioni di lettere an, en¹⁰, ad es., a) adv. drąſey II 58₂₆ ‘coraggiosamente’, a. sg. įgałti II 24₁₉ ‘spaventare’, inf. gražinti II 99₂₀ ‘restituire’, 1. sg. fut. ne ikanſiu I 64₁₅ ‘non scaverò’, i. pl. kaſnays II 19₂ ‘con i graffi’, a. pl. ſpaſtus II 93₂₅ ‘trappole’, 3. praet. taſi I 91₅ ‘trascinò’; b) 3. praes. ne dręſ I 76b₆ ‘non osa’ (~ nedreſa), Grež II 6₂₁ ‘gira’, inf. Kieſt I 155₂₂ ‘soffrire’; c) a. sg. amą I 45₁₃ ‘quella, lui’, kure I 93₁₂ ‘che’, g. sg. manęs I 67₄, tawes I 17₅ ‘di te’, ſawes I 17₆ ‘di sé’, n. sg. m. neſąs I 121₂₂ ‘che porta’, n. pl. m. ſergą II 114₁₁ ‘malati’. In alcuni punti, specialmente nei testi stampati in caratteri gotici, la «barretta trasversale» è impressa in modo poco chiaro, molto sbiadita o quasi del tutto illeggibile. Un’eccezione evidente è costituita dalle forme dell’illativo singolare manęsp, tawęsp, sawęsp, scritte sistematicamente senza il segno di nasalità, cioè manęſp, tawęſp, ſawęſp (perché?), benché i corrispondenti genitivi manęs, tavęs, savęs abbiano di norma il segno di nasalità (almeno 104 esempi su 110)¹¹.
Nelle terminazioni baritone, al posto delle antiche ą, ę si scrivono normalmente le lettere a, e senza alcun segno di nasalità. Tra i circa 1200 esempi presenti nel canzoniere della terminazione accusativa singolare -ą dei nomi si sono trovati appena una dozzina di casi che si potrebbero sospettare recassero la «barretta trasversale»; tuttavia, neppure questi esempi sono del tutto chiari, poiché o la barretta è poco visibile (forse il caso più evidente è la parola wargą I 135₁₇), oppure potrebbero anche essere genitivi plurali (ad es., Teyſingą I 93₅, Piktą I 99₁₅ ‘dei giusti?’, ‘dei malvagi?’) con la terminazione ossitona -ų, spesso indicata nel canzoniere con -ą (più precisamente, con una a provvista di «barretta trasversale»). La terminazione -ę del caso accusativo singolare dei temi in ė, contrassegnata da una lettera nasale, ricorre un po’ più spesso: 53 casi (non tutti altrettanto chiari) sui quasi 300 esempi disponibili. Tuttavia, anche qui, come si vede, prevale chiaramente -e ‘-ę’ (circa l’82% di tutti gli esempi). Lo stesso vale anche per ę nel passato-
¹⁰ Sulla confusione tra i grafemi ą, ę e an, en, cfr. le grafie šiediena I 71₄ o šiedina I 71₉, ‘oggi’ (22 esempi), Neſąg II 49₅ ‘porterà’ (~ nesang), tęn I 117₁₃ ‘lì’ (una dozzina di esempi ciascuno), 3. praet. Kienėta II 75₂₈ ‘soffrì’.
¹¹ Solo tre esempi di genitivo presentano chiaramente la lettera ę (senza alcuna traccia di un segno di nasalità) (I 127₁₀, II 43₁₃, 119₁₀); in altri tre la barretta potrebbe essersi sbiadita. Tuttavia, quei tre esempi con e, se non si tratta di un errore di stampa, potrebbero indicare che all’epoca, nella parlata del traduttore, esisteva una variante baritona con consonante rafforzata manęs, tavęs, savęs, ormai diffusa universalmente nell’attuale dialetto samogitico.
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nelle desinenze dei participi: dei 145 esempi trovati della desinenza n. sg. -ęs, 134 sono scritti con una chiara -es oppure -ias (senza il segno di nasalità o sue tracce); tutti i 25 esempi trovati della desinenza n. pl. -ę sono scritti con -e rispettivamente -ia (non si osservano tracce della caduta della «barretta trasversale»)¹². Non si sono affatto riscontrate forme baritoniche dei participi presenti con le desinenze -ąs, pl. -ą.
Dunque, nel dialetto nativo del traduttore, come nel samogitico odierno, nelle desinenze baritoniche era già presente una vocale a, e breve e denasalizzata¹³.
Nel canzoniere, le vocali nasali u, i sono indicate con le lettere u, i (la tipografia non disponeva delle lettere ų, į o di ų, į con la «barretta trasversale»); talvolta si usa una combinazione di lettere con n, e al posto di ų si scrive anche ą (più precisamente, una a con la «barretta trasversale»).
Nelle radici delle parole antiche sono state trovate soltanto 8 forme del verbo siųsti, di cui 7 hanno, al posto di ų, la combinazione di lettere un, per es., 2. sg. imp. Siun/k II 10₂₁ ‘invia!’, n. sg. m. siun/damas I 122₁₂ ‘inviando’. Una forma è scritta con ū (n. sg. m. Siū/ftas I 3₇ ‘inviato’), ma ciò equivale a un, poiché nel canzoniere al posto di n e m viene spesso posto sopra la vocale precedente un segno simile a un circonflesso (non di rado stampato poco chiaramente e somigliante a un trattino), per es., ant dāgaus I 132₂₈ ‘in cielo’, potā I 146₄ ‘dopo quello, cioè in seguito’, n. sg. f. fūwēta I 130₂₈ ‘santa’, 3. praes. trē I 144₁₃ ‘spinge’ (~ trem), i. sg. sunū I 132₈ ‘con il figlio’ (~ sūnum), inf. palikfmit I 137₂ ‘rallegrare’.
Nelle desinenze ossitone si scrive u oppure ą (cioè a con la «barretta trasversale»). Quest’ultima grafia è stata osservata in ben 89 casi, per es., g. pl. ią I 126₂ ‘loro’, kalbą I 96₁₂ ‘delle lingue’, fūtįną I 92₅ ‘deboli’, pikčiau II 5₁₁ ‘dei peggiori’, Tą weykalą II 57₇ ‘di quelle opere’, werkfmingą funą I 29₁₆ ‘figli piangenti’, tarp žmonią neteyfingą II 10₂₇ ‘tra persone ingiuste’, 3. cond. ne pražūtą II 9₁₆ ‘non perirebbero’, Kad trintą piktybes I 8₁ ‘affinché cancellasse le malvagità’. A quanto pare, non disponendo in tipografia della lettera ų, si cominciò a usare al suo posto la simile a con la «barretta trasversale». Nelle desinenze baritoniche si scrive u. Sono stati osservati soltanto 6 esempi con ą (più precisamente, a con la «barretta trasversale»), da considerare sviste del traduttore o errori di stampa. La differenza tra baritoni e ossitoni risulta particolarmente evidente da grafie come Del tą žodžių II 25₁₀ ‘a causa di quelle parole’. Nelle desinenze baritoniche la vocale u era breve¹⁴.
L’antica vocale nasale į, sia accentata sia non accentata, è indicata con la lettera i (la lettera į o un suo sostituto è assente), per es.: a) 3. praet. drifja I 76a₁₄ ‘osò’, Pažįft I 43₂₆ ‘conosce’ (si contano 17 esempi con į radicale ‘į’)¹⁵, b) n. sg. m. galis I 146₁₆ ‘potente’, ftowis I 156₁ ‘stante’ (in tutto 10 esempi della desinenza participiale -is ‘-ęs’; esempi di n. pl. m.
12 Questi ultimi dati corroborano l’ipotesi dell’autore del presente articolo, secondo cui l’attuale desinenza nom. pl. -e del samogitico (pronunciata -en nel sud-est) è secondaria, introdotta dai verbi riflessivi; cfr. Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, Vilnius, 1966, p. 77—78.
13 La loro brevità è dimostrata dalla versificazione: alle rime dei versi degli inni, le desinenze -ą ‘-ą’, -e ‘-ę’, -es ‘-es’ rimano con desinenze di altri casi o persone contenenti le vocali brevi a, e; per es., a. sg. f. pamatitá I 23₁ ‘vista’ rima con n. sg. f. pripildyta ‘riempita’, a. sg. f. wifa II 103₁₅ ‘tutta’ con 1. sg. akyfa ‘negli occhi’, a. sg. motiná II 58₂₁ ‘madre’ con 3. praes. gina, a. sg. apsakima ‘racconto’ con 1. pl. fut. žinoſima ‘sapremo’, per bukliſtę I 115₆ ‘per prudenza’ con voc. sg. Chriſte ‘Cristo’, n. sg. m. atmines I 56₈ ‘avendo ricordato’ con a. pl. gimines, n. sg. m. apturėias II 35₁₈ ‘avendo ottenuto, cioè ricevuto’ con n. sg. abgineias ‘difensore’.
14 Cfr. la rima di a. sg. Sunu II 103₂ ‘figlio’ con i. sg. kunu, di g. pl. numiruſiu II 64₂₄ ‘dei morti’ con 1. sg. fut. buſiu ‘sarò’.
15 Nel dialetto del traduttore į era presente (forse facoltativamente) anche nelle forme del futuro, per es., 3. pers. fugražis II 52₁₆ ‘restituirà’, 2. sg. pažįfi II 43₁₇ ‘conoscerai’, 2. pl. pažįfit II 16₁₂ ‘conoscerete’. Cfr. la rima di 1. pl. įppažįfime II 37₁₃ ‘confesseremo’ con sakįfime ‘diremo’. Nel canzoniere si trovano inoltre n. pl. m. refl. Rupidamis II 26₂₃ ‘preoccupandosi’ (~ samog. rūpīdamis), 3. cond. garbitu II 96₇ ‘loderebbero’ (~ garbitų). Quest’ultimo esempio, tuttavia, nelle correzioni degli errori è stato corretto in garbitų, cioè ‘loderebbero’.
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non è stato trovato), c) a. sg. dali I 104₂₂ ‘parte’, gimuƒi I 22₁₇ ‘nata’ (a. sg. -i ‘-i’: numerosi esempi).
Dalle rime si vede che nelle desinenze ossitone dei participi vi era una vocale lunga, mentre in quelle baritone una breve, per esempio, n. sg. m. galis II 103₂₆ ‘galis’ rima con g. sg. dalis ‘della parte’ (~žem. dalis), ma turis II 70₁₃ ‘turis’ con n. sg. m. kuris oppure II 58₁₀ con a. pl. duris¹⁶. Dalla grafia non è chiaro se la vocale lunga fosse pronunciata con una sfumatura nasalizzata. Tuttavia, a postulare una simile pronuncia induce il dialetto attuale della Samogizia meridionale, dalla cui area proveniva il traduttore.
È necessario esaminare separatamente la preposizione e il prefisso į. Al posto dell’attuale preposizione į, nel canzoniere si usa ing (59 esempi). Non vi sono altre varianti. Il prefisso į- davanti alle consonanti occlusive si scrive į-, per esempio, inf. įleyƒti I 106₁₈ ‘far entrare’, 1. sg. cond. imaničiau II 24₂₁ ‘potrei pensare’, 3. praet. inika I 75₈ ‘si infervorò’, a. sg. f. irūƒtintas II 5₄ ‘irritata’, 3. praet iƒaki I 76a₁₈ ‘ordinò’, 1. sg. praet. Iweykiau II 5₁₀ ‘superai’, 2. sg. imp. Ižwelk II 5₅ ‘scorgi’ (51 esempi in tutto). Anche davanti a k, g si scrive į-, per esempio, 3. praet. ne įkalbina I 78₃ ‘non persuase’, n. sg. m. įkankintas I 100₁₇ ‘tormentato’, ikáršintas II 78₁₅ ‘incattivito’, 1. sg. fut. ne įkanƒiu I 64₁₅ ‘non morderò’, 3. praet. įgawa I 141₁₈ ‘ottenne’, inf. įgiti I 60₁₈ ‘acquisire’, n. sg. m. Igundes I 25₂₂ ‘avvezzo’ (tutti e 50 gli esempi). Davanti a t, d si scrive in-, per esempio, 2. sg. imp. inteyk I 124₁₇ ‘consegna’, 3. praet ne intikieia I 118₁₄ ‘non credette’, intiká II 70₁₅ ‘piacque’, indeia I 85₁₁ ‘pose’, n. sg. f. indeta II 119₁ ‘posta’. Fanno eccezione soltanto tre esempi (su 42), cioè n. sg. f. itikuƒi II 104₂₄ ‘che ha creduto’, a. sg. m. itikuƒi I 105₅ ‘che ha creduto’, a. pl. m. itikinčius I 3₁₃ ‘che persuadono’ (gli altri 2 esempi del verbo įtikti presentano in-). Davanti alle consonanti labiali si trova un solo esempio: n. sg. f. impinta I 110₁ ‘intrecciata’.
Poiché oggi i Samogiti non hanno il prefisso verbale in-, ma hanno esteso davanti a tutte le consonanti la variante senza n, la situazione attestata nel canzoniere potrebbe essere considerata più antica, indicativa di una fase di introduzione della variante į- nella posizione davanti alle consonanti occlusive. Forse, nel parlato del traduttore, davanti alle occlusive, soprattutto t, d, si usavano ancora facoltativamente entrambe le varianti. Si potrebbe ravvisare anche l’influsso di altri dialetti e testi, cfr. la preposizione ing ‘in’ (usata da M. Mažvydas, J. Bretkūnas, M. Daukša, M. Petkevičius, K. Sirvydas) accanto al prefisso į- davanti a k, g.
5. Nel canzoniere le desinenze sono spesso abbreviate secondo l’uso samogitico, per esempio, n. sg. m. wakars I 50₂₁ ‘sera’, 3. praes. kient I 92₄ ‘soffre’, wadin I 129₁₀ ‘chiama’ (nel testo non in versi), Gul I 46₉ ‘giace’, atio I 103₂₁ ‘arriva a cavallo’, wießpatau I 130₂₆ ‘signoreggia’ e molti altri.
6. Sono usate forme samogitiche del locativo singolare dei sostantivi con tema in i, rispettivamente in (i)ia, per esempio, a) daley II 129₃ ‘nella parte’, ßalley II 110₂₁ ‘di lato’, śirdiey II 28₂ ‘nel cuore’, vgniey I 133₁₃ ‘nel fuoco’, b) daržialey II 78₁₅ ‘nell’orticello’, kieley II 34₄ ‘sulla strada’, mediey I 64₁₂ ‘nell’albero’, łowney I 38₅ ‘nel letto’, truputiey I 152₃₁ ‘un pochino’, žodiey I 145₆ ‘nella parola’ (circa 40 esempi in tutto). Va notato che nel canzoniere si conserva sistematicamente la jotazione della desinenza, ormai assente nel dialetto samogitico odierno.
7. Si incontrano locativi plurali samogitici: a) žodžiuƒe II 16₂₄ ‘nelle parole’ (cioè, nelle parole o nelle parole; unico esempio), b) Sirdeleƒa I 144₈ ‘nei cuori’, vgnieƒa II 115₂₁ ‘nei fuochi’ (con -ieƒa si hanno 4 esempi). Oltre al locativo, le desinenze del tema in ė compaiono talvolta anche nell’istrumentale singolare e nell’istrumentale plurale della paradigma del tema in i:
16 Vi era naturalmente una vocale breve anche nella desinenza dell’a. sg.; cfr. la rima dell’a. sg. m. dideli I 91₁₇ ‘grande’ con il voc. sg. ƒuneli ‘figliolo!’, dell’a. sg. ißminti II 102₁₁ ‘la saggezza’ con l’inf. atminti, e dell’a. sg. ƒunwertoi I 99₉ ‘creatore’ (~sutvertojį) con il 2. sg. praes. nesioi ‘porti’.
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a) širden I 81₇, 12₄₁₈, II 79₂₂ ‘nel cuore, al cuore’, b) širdiemis I 35₂₁, širdėmis I 5₂₀ ‘con i cuori’ (sono riportati tutti gli esempi osservati).
8. Il nominativo singolare degli aggettivi al grado superlativo ha la desinenza -is, per es., didžiaufis I 89₁₄ ‘il più grande’, galingaufis I 73₁₇ ‘il più potente’, βwenčiaufis II 80₂₀ ‘il più santo’ (numerosi esempi).
9. Le forme della base pronominale ana- (f. anā-) hanno il significato del pronome di terza persona, per es., ju ānu waykśćioti II 46₇ ‘camminare con lui’, anam dekawokiam I 36₁₂ ‘rendiamogli grazie’, Aukfas ano karalifte I 35₆ ‘l’oro (è) il suo regno’.
10. Si usa la desinenza žemaitica -ims ‘-iems’ del dativo plurale maschile dei pronomi e degli aggettivi di genere, nonché dei participi attivi, per es.: a) Anims II 29₂₀ ‘a quelli, a loro’ (~ anims), ims I 79₈ oppure iims I 143₁, ijims I 126₅ ‘a loro’, Kurims II 44₃ ‘ai quali’, tims I 113₂ ‘a quelli’, wijims I 8₁₅ ‘a tutti’, b) Aklims II 90₁ ‘ai ciechi’, Giwenantims I 15₁ ‘a coloro che vivono’ (13 esempi in tutto).
11. Forme žemaitiche dei pronomi di genere maschile all’accusativo plurale (del tipo anūs ‘quelli, loro’), per es.: anus I 38₂, ius I 68₂₁ ‘loro’, kurius I 148₉ ‘i quali’, tus I 14₁₇ ‘quelli’ (36 esempi in tutto). Mancano del tutto i corrispondenti aukštaitici (anuos, juos …).
12. Forma žemaitica abiu I 143₁₈ del genitivo plurale del numerale abu ‘di entrambi’ (~ abijų). Manca il corrispondente aukštaitico abiejų.
13. Forma žemaitica eykiau II 117₁₄ della 2ª persona duale dell’imperativo ‘andate voi due’. Non sono state rilevate altre forme verbali duali.
14. In alcuni punti si usano formazioni žemaitiche rielaborate di verbi atematici: 3ª pers. pres. rifl. atliktafe I 153₁ ‘resta’ (~ atliektafe), acc. pl. m. Ateytančius II 97₂₆ ‘coloro che arrivano’.
15. Le forme del presente dei verbi con tema in i sono spesso sostituite da forme con tema in (i)a, per es.: 1ª pers. sing. Nenoru II 14₂₄ ‘non voglio’, turu II 46₁₃ ‘ho’, 1ª pers. pl. minem I 98₉ ‘menzioniamo’ (~ minjam), regiem I 120₁₁ ‘vediamo’, turem I 152₁₁ ‘abbiamo’, 3ª pers. pres. rifl. Gaylefe II 107₁₅ ‘si rammarica’, regiefe I 34₉ ‘sembra, si vede’, tikiafe I 143₆ ‘spera’, gen. pl. rifl. meldenčiųfe I 140₄ ‘di coloro che pregano, cioè di coloro che pregano’, dat. pl. m. regien-temus II 6₁₉ ‘a coloro che vedono’.
16. Desinenza žemaitica -is(e) della 2ª pers. sing. rifl. ‘-iesi’, per es., 2ª pers. sing. pres. randife I 93₂ ‘ti trovi’ (~ randyse), wadinis I 124₉ ‘ti chiami’, wilije I 93₃ ‘speri’, 2ª pers. sing. fut. Nebijo fis II 46₂₂ ‘non teme’ (~ nebįjosys), ftofis I 14₆ ‘ti metti, diventerai’ (7 esempi in tutto; non è stata trovata una variante aukštaitica di questa desinenza).
17. Si usano spesso forme žemaitiche della 1ª pers. pl. dei verbi con -ma, rifl. -mos, per es., 1ª pers. pl. pres. gierbiemot I 58₁₃ ‘ti onoriamo’ (~ gerbiamo t[i]), Wadīnamot¹⁷ II 86₅ ‘ti chiamiamo’, 1ª pers. pl. fut. žinośima I 54₁₃ ‘sapremo’, 1ª pers. pl. imper. garbiṅkima I 57₁₅ ‘onoriamo’, 1ª pers. pl. perm. rifl. terandamos I 33₁₀ ‘che ci troviamo’, Te ftoiamas II 108₁₉ ‘che siamo, che diventiamo’.
18. Le forme dell’imperativo hanno spesso il formante -kia- (-ke-), per es.: 2ª pers. sing. Eykieg I 29₁₅ ‘vai pure’, rifl. artinkias I 6₁₅ ‘avvicinati’, džiaukiafe I 27₃ ‘rallegrati’, 1ª pers. pl. garbinkiem I 38₈ ‘onoriamo’, rifl. džiaukiamo fe I 45₆ ‘rallegriamoci’, 2ª pers. pl. atminkiet I 122₁₅ ‘ricordate’, Neβkiet II 11₂₇ ‘portate’ (circa 200 esempi in tutto).
19. Il prefisso atti- spesso non presenta la i davanti alla radice con d-, per es., 3ª pers. pret. adāwe I 68₃ ‘consegnò’, 3ª pers. pres. adara I 112₂ ‘apre’, nom. pl. f. adaritas I 155₆ ‘aperte’.
¹⁷ J. Lebedys considerò erroneamente questa forma un refuso e la corresse in Wadinamet (S. M. Slavončinskis, Giesmės … Vilnius, 1958, p. 418). Lo stesso è stato detto riguardo a gierbiemot I 58₁₃ ‘ti onoriamo’ (cfr. ibidem, 362).
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20. Sono usate parole caratteristiche del dialetto samogitico, ad es. bėngti ‘finire’ (3ª pers. pres. beng I 152₂₂, rifl. bengiaje II 57₁₉, 1ª pers. pl. f. ne pabengtomis I 35₁₁ ‘non finite’ ecc.), pabanga ‘fine’ (all. sg. pábúngosp II 37₁₇), pabengimas ‘completamento’ (gen. sg. pabengima II 70₁₉), klėbýs ‘abbraccio’ (acc. sg. klebelį I 62₈ ‘abbraccino’), nùmas ‘casa’ (nom. pl. numay II 98₁₀, acc. pl. numus II 74₁₃ ecc.), pìlė ‘castello, fortezza, palazzo’ (acc. pl. piles II 21₂₀ ecc.)¹⁸.
21. Sono usate in samogitico le preposizioni prie (in certi casi con il significato di ‘presso’), pas (con il genitivo), ant (in un certo significato con lo strumentale), ad es. a) Gaway madonę pri Jutwertoja I 14₅ ‘… presso il creatore’, Vįtark mus … Pri Jezáus II 109₂₁₋₂₂ ‘intercedi per noi … presso Gesù’ (uso frequente); b) Pas Bernela I 63₁₆ ‘presso il ragazzo’, pas Sunaus II 80₁ ‘presso il figlio’, pas táwęs II 46₂₃ ‘presso di te’ (a quanto pare, tutti gli esempi sono soltanto con il genitivo); c) Ant križiumi I 145₇ ‘sulla croce’ (unico esempio).
Tutti questi tratti samogitici dimostrano in modo convincente che il traduttore del canzoniere era samogita. Le corrispondenze «dūnininkiche» dei dittonghi uo, ie inducono a cercare la sua parlata nativa nell’area dei samogiti meridionali. Nello schema, i confini attuali di quest’area sono indicati dalla linea 1. In trecento anni, l’isofona ū ‘uo’, ī ‘ie’ può certamente aver subito qualche cambiamento, benché non disponiamo di dati evidenti al riguardo¹⁹.
Anche molte altre caratteristiche linguistiche del canzoniere ci orientano verso l’area dei samogiti meridionali, e saranno esaminate più avanti. Per il momento, tra le caratteristiche fonetiche va segnalata la «nasalizzazione secondaria» sporadica tipica dei samogiti meridionali²⁰, ad es. nom. pl. jãs I 26₁₈, II 96₃ ‘loro’ (~ jǫs), Ią/gį II 2₁₄ ‘proprio loro’, strum. sg. m. tą II 12₁₅, 16₂₂, 27₈, 86₁₉, 104₁₂, 109₂₀ ‘con ciò’ (~ tų del samogitico meridionale tū ‘con ciò’), iǫ II 84₆ ‘con lui’, ieg I 116₁₅ ‘proprio con lui’, avv. nǫ I 32₁₀ ‘ora, adesso’ oppure någ I 7₁₉, Nagi I 143₈ ‘proprio ora’ (scritto così ben 25 volte), cong. Nęs I 119₁₇ ‘perché’ (47 esempi) oppure nęfag I 63₁₁, Nęsg I 132₂₂ ‘lo stesso’ (9 esempi). Tra le caratteristiche morfologiche vanno indicate le forme della 2ª pers. pl. dell’imperativo tipiche dei samogiti meridionali, con -kiat (-ket), ad es. atmin kier I 122₁₅ ‘ricordate’ (nel canzoniere se ne trovano 55 esempi), e le forme della 1ª pers. sg. del condizionale con -čiau, ad es. tikėčiau I 145₁₃ ‘crederei’ (non ci sono altri esempi). I samogiti settentrionali non usano queste forme: hanno la desinenza dell’imperativo di 2ª pers. pl. -kit (accanto alla 1ª pers. pl. -kiam) e il condizionale di 1ª pers. sg. -čio oppure -čiu (quest’ultima variante è usata anche nella parte settentrionale dell’area dei samogiti meridionali).
L’attuale dialetto samogitico meridionale si può suddividere comodamente in due sottodialetti in base al trattamento di an, am, en, em. Nel sottodialetto nordoccidentale, che A. Girdenis ha denominato varniškiai, come anche nell’area dei samogiti settentrionali, il primo elemento delle sequenze del tipo an è ristretto (pronunciato on, oppure un), mentre nel sottodialetto sudorientale, denominato raseiniškiai, si è conservato integro. Nello schema, la linea 2 indica il confine attuale tra i due sottodialetti. Slavočins-
¹⁸ Molte parole samogitiche del canzoniere, considerate tali dal punto di vista odierno, erano probabilmente allora usate anche nel dialetto aukštaitico, ad es. atpén(t) ‘di nuovo’ (atpen I 78₇), che troviamo nel catechismo di M. Petkevičius, nella Knyga Nobanžystės, nella Bibbia di J. Bretkūnas; dingoti ‘pensare, sembrare, apparire, supporre’ (1ª pers. sg. pass. rem. dingojau II 39₇), negli scritti degli aukštaitici lituani della Prussia Orientale di varie epoche, e così via.
¹⁹ L’ipotesi di J. Kazlauskas secondo cui «in una parte del dialetto dūnininkai, confinante direttamente con i dounininkai, potrebbero essere esistiti in precedenza anche ei, ou, che, per l’influenza dei dialetti vicini privi di ę, ǫ, potrebbero essere stati trasformati in ī, ū>i, ū insieme alla trasformazione di ę, ǫ in i, u» (Baltistica, V(I) 33), anche qualora si rivelasse corretta (cfr. l’articolo di A. Girdenis, ibid., VI (2), 143—145), non muterebbe sostanzialmente la situazione, poiché, da un lato, ignoriamo quando sarebbe avvenuto il presunto mutamento di ou, ei in uu, ii>ū, ī; inoltre, J. Kazlauskas la riferisce alla parte settentrionale dell’area, mentre la parlata nativa del traduttore del canzoniere, come vedremo, va ricercata nel settore meridionale.
²⁰ A questo proposito si veda V. Vitkauskas. Kelios pastabos dėl formų šių, sesių, — „Baltistica“, II (2), Vilnius, 1966, p. 203—206; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 196—197.
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Schema di localizzazione del dialetto del traduttore del canzoniere di S. M. Slavočinskis (1646)
1 — samogiti meridionali (isofona dei «dūnininkai»),
2 — confine tra i varniškiai e i raseiniškiai (isofona della riduzione di an, am, en, em),
3 — isoglossa delle desinenze del dat. sg. -ū (~-uo) || -ui,
4 — attuale rientranza dovuta alla mancata osservanza della «legge fonetica samogitica»,
5 — la e- iniziale di parola viene sistematicamente trasformata in a-,
6 — zd > z,
7 — area approssimativa in cui va localizzato il dialetto del traduttore del canzoniere di S. M. Slavočinskis (in direzione sudorientale e nordorientale potrebbe essere estesa un po'),
Nel canzoniere, i nessi di tipo an sono conservati integri 21. Ci orientano dunque verso l'area dei raseiniškiai. Che a metà del XVII secolo altrove i samogiti avessero già effettuato la riduzione potrebbe essere indicato da grafie di toponimi samogiti come quelle riscontrate negli atti del tribunale di Raseiniai: Анмалецъ лунку22(A. Salys legge Aпt Alėjos [: Alėja — fiume nel distretto di Viduklė]), унто̄ гурио певасъ23 (= aпt girių pievos). Infine, anche le altre caratteristiche linguistiche del canzoniere conducono senza dubbio al sottodialetto dei raseiniškiai. Per esempio, nel canzoniere,
21 Su ben più di mille esempi, quattro con il primo elemento ridotto vanno considerati orientalismi della lingua del canzoniere. Sono esaminati nel capitolo sugli elementi alto-lituani della lingua del canzoniere.
22 Cfr. И. Я. Спрогис, Географический словарь древней Жемойтской земли XVI столетия, Вильна, 1888, p. 5.
23 Ivi, p. 12.
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come anche nell’area dei Raseiniai, si conservano intatte le vocali brevi u, i24, che molti Varniškiai trasformano, mentre una parte (Kuršėnai, Šaukėnai), come riteneva a ragione J. Kazlauskas25, in precedenza le aveva trasformate in o, ė.
La vocale lunga ė nella desinenza atona aperta del canzoniere è spesso sostituita da į, per esempio, n. sg. verga II 98₄ ‘verga’, sole I 84₁₆ ‘sole’, terra II 61₃ ‘terra’, 3. praet. vide I 77₁₃ ‘vide’, portò I 91₅ ‘portò’, uccise I 51₁₇ ‘uccise’ (ben 112 esempi). Probabilmente appartengono qui anche oltre venti forme n. sg. f. superl. con -iausi (< iausė?), per esempio, più bella II 87₈ ‘bellissima’, più santa I 32₁₄ ‘santissima’. La vocale breve26 į al posto di ė nella desinenza atona è oggi presente in tutti i Raseiniai e nei loro vicini più prossimi intorno a Šaukėnai, Kuršėnai, Šakiai, Veliuona27. Gli altri samogiti pronunciano -ė28.
Fra tutti i Samogiti, oggi solo nell’area dei Raseiniai (intorno a Pagramantis, Skaudvilė, Eržvilkas, Raseiniai) è stata attestata la particella riflessiva -se ‘-si’, usata sistematicamente nel canzoniere di Slavčinskis, per esempio, 1. sg. bįiau/e II 19₂₂ ‘avevo paura’, artin/iu/e II 25₁₇ ‘mi avvicinerò’, f točiause II 102₅ ‘mi fermerei’, 2. sg. randi/e I 93₂ ‘ti trovi’, dawej/e I 135₁₀ ‘ti sei dato’, 1. pl. džiaukiamuo/e I 45₆ ‘rallegriamoci’, 3. atranda/e I 131₁₈ ‘si manifesta’, bengia/e II 57₁₉ ‘finisce’, prikiel/j/e I 133₆ ‘si risolleverà’, wargintu/e I 74a₁₆ ‘si affaticherebbero’, inf. abgintje II 21₄ ‘difendersi’, n. sg. m. Nuwile/e II 26₁₉ ‘deluso’, n. pl. m. Džiaugdamie II 49₂₃ ‘rallegrandosi’, g. pl. gaylenčiu/e I 140₃ ‘di coloro che guadagnano’ (circa 230 esempi in tutto). La particella riflessiva -si non è mai usata alla fine della parola29; come ancora oggi nei dialetti, si trova solo dopo un prefisso, per esempio, Su/imiles II 56₁₆ ‘essendosi impietosito’, at/iranda/e II 48₂₈ ‘si manifesta’. Dagli esempi riportati sopra si vede che nei verbi prefissati la particella riflessiva è usata «alla samogita», cioè non solo dopo il prefisso, ma anche alla fine della parola oppure in entrambe le posizioni.
L’area dei Raseiniškiai è oggi attraversata da diverse isoglosse marcate. Tra queste, va anzitutto indicata la diversa desinenza del dativo singolare dei sostantivi della declinazione in a: nella parte nord-occidentale dell’area si ha -ū (=alto. -uo), nella parte sud-orientale -ui. Nello schema il confine è segnato dalla linea 3. È piuttosto netto, senza una fascia più ampia con forme doppie, il che dimostra la tenuta e la stabilità dell’isoglossa.
Nel canzoniere di Slavčinskis si usa sistematicamente la desinenza -ui (scritta -uy). La presentano anche le forme più lunghe di aggettivi e participi che ricorrono, per esempio, amžingmy I 40₂₃ ‘eterno’, gimu/iamuy I 40₁₈ ‘nato’. Non c’è neppure un esempio di sostantivo o di altra parola declinabile con -ū! Ne consegue che il dialetto nativo del traduttore va cercato
24 L’inf. gerdeti II 55₇ ‘udire’ e la 1. sg. mireme II 106₁₁ ‘moriamo’, come mostra la forma g. sg. gimenes II 43₂₈ ‘parente’, corretta in gimines nell’errata corrige dello stesso traduttore (II 128₂₂), sono senza dubbio errori di stampa.
25 Cfr. J. Kazlauskas, Dėl baltų *ei ir *ō raidos lietuvių žemaičių tarmėse, — «Baltistica», V, Vilnius, 1969, pp. 32—33.
26 Che qui nel dialetto del traduttore del canzoniere la vocale fosse breve è dimostrato dalle rime di fine verso, per esempio, n. sg. roželi I 42₁₁ ‘rosellina’ fa rima con voc. sg. berneli, 3. praet. ap/jiauti I 78₆ ‘si vestì’ con inf. gauni, 3. praet. i/jaki I 76a₁₈ ‘disse’ con n. -a. du. abi aki, e così via.
27 La classificazione tradizionale dei dialetti, considerando questa caratteristica un tratto distintivo del sottodialetto veliuoniano dell’alto lituano occidentale, trasse in inganno J. Palionis, che affermò la presenza nel canzoniere di Slavčinskis di elementi del dialetto veliuoniano.
28 Per ragioni tecniche, nella carta n. 42 della «Lietuvių dialektologija» (Vilnius, 1966) dell’autore di questo articolo, nel tracciare il confine tra le aree di -i e -ė, è comparso un grave errore. In realtà, i dintorni di Plungė, Rietavas, Kvėdarna, Laukuva, Varniai e Luokė appartengono naturalmente all’area di -ė. Gli esempi di queste località sono riportati correttamente nel libro.
29 L’unico esempio di 3. praet. fotino/ii II 223 ‘si saziò’ è stato corretto nell’errata corrige in foti-no/e (II 128₁₆).
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area a sud-est della linea 3. Questa conclusione potrebbe essere confermata anche dal mantenimento nel canzoniere dei dittonghi ai, ei in tutti i casi come dittonghi (naturalmente, se la loro monottongazione non è posteriore al XVII secolo), poiché a nord-ovest della parte centrale della linea 3 (la più importante per noi) questi dittonghi si monottongano in posizione finale.
Nell’area a sud-est della linea 3 oggi le affricate č, dž sono trattate in modo non uniforme: più vicino agli altaiti, a partire dalla linea 4, non si osserva la «legge fonetica samogitica». Tuttavia, in passato questa isofona poteva estendersi anche un po’ più a sud e a est. A farlo supporre non è soltanto il suo andamento verso nord-ovest, ma anche l’intenso processo di altaitizzazione dei samogiti, chiaramente osservabile in questi luoghi.
L’area dei raseiniaiškiai è tagliata verticalmente a metà dall’isofona della trasformazione in posizione iniziale di parola di e-, ei- in a-, ai-. Essa, tuttavia, è molto irregolare: si osservano oscillazioni su un’ampia fascia nella parte centrale dell’area, dove alcune parole si pronunciano con a-, altre con e-, altre ancora in entrambi i modi (in singole località si riscontra una grande variabilità); la trasformazione di ei- in ai-, invece, si verifica pressoché in tutta l’area dei raseiniaiškiai. Tuttavia, sistematicamente ogni e- iniziale di parola diventa a- soltanto a est della linea 5. Nel canzoniere di Slavočinskis e- è passato a a- esclusivamente nelle forme del participio attivo presente del verbo būti, usato frequentemente, per esempio, n. sg. m. Aſas I 156₄ ‘essente’, g. sg. ąſančia II 22₅, d. sg. asańčiamuy II 36₂₃, a. sg. aſanti I 102₁₀₉, g. pl. aſančiu I 153₁₁₁₁, d. pl. aſantiemus I 50₄, a. pl. aſančius I 125₁₉. Altrove e- e, rispettivamente, ei- sono mantenuti, per esempio, n. sg. elnis II 17₂₀ ‘cervo’, i. pl. erſpkieteeys II 14₂₁ ‘con i rovi’, g. pl. eſibiu I 129₂₂ ‘degli esseri’, inf. eyt II 26₂₆ ‘andare’, 1. sg. fut. eyſiu I 81₁₈, n. sg. Eydamas II 47₉ ‘andando’, eyla II 6₁₈ ‘fila’. Poiché nel canzoniere si trova comunque un caso di trasformazione, non si può cercare il dialetto nativo del suo traduttore nell’area in cui oggi si pronuncia esu (con e-); esso va dunque cercato a est della linea 5.
Nel dialetto nativo del traduttore la parola barzda si pronunciava barza (senza la consonante d), cfr. Plaukus barzos, gahwos trauki I 75₁₃ ‘tirò i capelli della barba e della testa’, ant barzos Arona II 59₂₂ ‘sulla barba di Aronne’. Oggi la trasformazione di zd in z è più sistematica (si dice baržà ‘barba’, blaužà ‘stinco’, lazà ‘bastone’) nella parte occidentale e centrale dell’area dei raseiniaiškiai, approssimativamente fino alla linea 6. Tuttavia, nel XVII secolo questa trasformazione poteva verificarsi anche oltre tale linea, poiché oggi la si riscontra più a nord (Užventis, Šaukėnai, Kuršėnai) e a est (Tytuvėnai — tra Kelmė e Šaukotas).
Da tutto quanto detto risulta chiaro che il dialetto del traduttore va cercato soprattutto nell’area dei raseiniaiškiai, delimitata a nord-ovest e a sud-ovest dalle linee 3 e 5. A sud-est e a nord-est tale area potrebbe estendersi anche un po’ oltre le linee 4 e 6. Nello schema, l’area più probabile è indicata con tratteggi30.
Questa conclusione coincide pienamente con i dati d’archivio pubblicati da K. Jablonskis31, che indicano che la casa natale di Slavočinskis si trovava a Lįpkiškė, circa 6 km a sud-est
30 Non si è tenuto conto dell’isofona del ritiro dell’accento condizionale che attraversa quest’area (è molto irregolare), poiché dalla metrica dei canti è difficile dedurre l’accentazione dell’epoca. Tuttavia, finali di verso di questo tipo, in cui rimano, per esempio, a. pl. dienas I 63₈ ‘giorni’ con n. sg. m. vienas ‘uno’, caso non raro; 3. praes. niera I 117₂₀ ‘non c’è’ con sg. m. gera ‘buono’; 1. sg. Diewu I 28₂₂ ‘dio’ con Tewut ‘padre’, sembrerebbero indicare che le forme con accento ritratto dalla desinenza non erano del tutto estranee al traduttore, il che conferma sostanzialmente la localizzazione del suo dialetto ai margini della zona di ritiro dell’accento.
31 Cfr. K. Jablonskis, Saliamono Slavočinskio biografijos žinios. — S. M. Slavočinskis, Giesmės... Vilnius, 1958, p. 53 e segg.
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dalla zona di Nemakščiai. Ciò potrebbe anche confutare il dubbio sollevato dagli storici della letteratura circa la paternità di Slavočinskis. Tuttavia, tale dubbio permane in una certa misura, poiché, come vedremo più avanti, è sostenuto dalla presenza nel canzoniere di elementi di altri dialetti e, soprattutto, dall’analisi della tecnica di traduzione dei canti.
Elementi del dialetto dell’Aukštaitija
Tra le caratteristiche linguistiche del canzoniere di Slavočinskis più o meno comuni a tutti gli aukštaitiani, vanno indicate le seguenti:
1. L’uso delle affricate č, dž al posto delle consonanti t, d attese secondo la «legge fonetica samogitica», per esempio, n. sg. Jaučias I 59₂₁ ‘toro’, n. pl. žodžiai I 3₂₀ ‘parole’, d. pl. Žodžiams I 14₁ ‘alle parole’, i. pl. Erškietėys II 72₁₇ ‘con le rose canine’, d. sg. m. kalbančiam I 41₁₂ ‘a colui che parla’, a. sg. f. Turinčią I 20₂₀ ‘colei che possiede’, l. pl. gieydžiame I 28₁ ‘desideriamo’, 3ª pers. apšviečia I 25₉ ‘illumina’, avv. nuoširdžiei I 48₂ ‘sinceramente’. Nel canzoniere si trovano più forme di questo tipo, proprie dell’Aukštaitija, che forme samogitiche. Esse costituiscono ben il 68% di tutti gli esempi e sono distribuite in modo pressoché uniforme nell’intero canzoniere. A quanto pare, il traduttore era piuttosto abituato alle forme affricate dell’Aukštaitija e cercò consapevolmente di conferire, sotto questo aspetto, un carattere più aukštaitiano alla lingua del canzoniere. Lo indicano gli ipercorrettismi che vi ricorrono, per esempio, a. sg. žvaizdžia I 33₁, 46₂₂ ‘stella’, 3ª pers. praes. weyzdžia II 16₂₇ ‘vede’.
2. I dittonghi aukštaitiani uo, ie al posto delle vocali «dūnininkiane» ū, į, per esempio, a) inf. duoti II 19₁₅, n. sg. Duona I 145₁₆, a. pl. nuodemes I 128₂₁ ‘peccati’; b) n. sg. Giesme I 8₄, liežuvį I 140₇, świeśa I 38₁₂ ‘luce’, žiedas I 34₁₂ ‘anello’; c) n. sg. Akmuo I 117₁₃, g. sg. širdies I 21₁₉ ‘del cuore’, i. sg. m. Tuo I 45₂₀, n. pl. m. Tie I 51₁₁. Anche le forme con uo, ie aukštaitiani prevalgono: nel canzoniere costituiscono circa l’84% di tutti gli esempi (non sono conteggiate le parole miestas, niekas ecc., nelle quali uo o ie si trovano anche nei samogiti). Alcune parole, per esempio diena, duona, duoti, giesmė, juokas, kiekvienas, liežuvis, mėnuo, nuoširdžiai, priešingas, šviesa, vienas, viešpats, žiedas, sono usate soltanto con uo, ie. Vi sono numerose parole in cui prevale la variante aukštaitiana. Per esempio, dievas è scritto in forma aukštaitiana (con ie) ben 515 volte, e in forma samogitica soltanto una volta (g. sg. Diwa II 126₁). Accanto a 52 forme aukštaitiane, il verbo giedoti presenta anch’esso una sola forma samogitica (inf. gidot I 42₂₁). Accanto al sostantivo diena e al numerale vienas, scritti sistematicamente in forma aukštaitiana, l’avverbio šiandien e i derivati vienybė, vienoks presentano entrambe le varianti (il rapporto fra forme aukštaitiane e samogitiche è rispettivamente 14: 6, 3: 3, 3: 1). Probabilmente, la mescolanza di suoni aukštaitiani e samogitici e il desiderio di rendere più aukštaitiana la lingua del canzoniere hanno dato origine a forme da considerarsi ipercorrettismi, come g. sg. nuoplakimą II 85₂ ‘della flagellazione’, 3ª pers. permis. Te prieduod I 15₂₁ ‘che conceda, che elargisca’.
3. Al posto di uo, ie samogitici (= o, ė aukštaitiani) nel canzoniere si scrivono per lo più le lettere o, ė, per esempio, n. pl. žmones I 16₅ ‘persone’, g. sg. f. ios I 6₁₀ ‘di lei’, inf. Turet I 36₁₀ ‘avere’, d. sg. Tewuy I 63₂₃ ‘al padre’. Come già indicato in precedenza, nel canzoniere si sono osservati in tutto soltanto 12 esempi con uo samogitico, mentre quelli con ie sono più numerosi: nella sola posizione dopo k, g, š, ž se ne sono trovati 159. Tuttavia, queste grafie costituiscono una piccola parte di tutti gli esempi; la scrittura aukštaitiana prevale nettamente.
4. Si usano spesso desinenze piene al posto delle forme abbreviate samogitiche, per esempio, n. sg. m. amžinas I 29₂₁, Niekas I 23₅, 3ª pers. praes. randą II 10₃, tarnauja I 22₇, ne gali I 152₆. Tuttavia, non tutti questi esempi possono essere considerati elementi del dialetto dell’Aukštaitija
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dialetto. È del tutto possibile che allora, nella zona dell’Aukštaitija meridionale, fossero ancora in uso forme parallele con desinenze piene e abbreviate32. Il traduttore sceglieva l’una o l’altra desinenza cercando di mantenere il numero di sillabe richiesto dal verso del canto. Di conseguenza, le forme con desinenze brevi e piene sono mescolate senza alcuna regolarità; si confronti, per esempio, questo distico:
Onore alla Regina, sera abbondante, fa’ che la sera sia lieta per noi (5020-21).
5. Si usano forme locative aukštaitiane: i tema loc. sg. con desinenza -ų(je), per esempio ugnì II 4₁₉ ‘nel fuoco’ (raramente; prevale la desinenza samogitica -ėj(e) > -iej); forme loc. pl. dei sostantivi della tema a con desinenza -uose, per esempio namuose I 60₂₀ ‘nelle case’ (59 esempi, accanto a uno con la desinenza samogitica -ise o rispettivamente -ųse); forme loc. pl. della tema i con -isa (-ysa?), per esempio akyse I 37₁ ‘negli occhi’ (più frequenti delle forme samogitiche con -ėsa > -iesa, sebbene possano anche essere forme samogitiche non aukštaitiane, arcaiche e non ancora influenzate dalla paradigma in ē).
6. La desinenza dat. pl. m. pronominale aukštaitiana -iem(u)s, per esempio, Tiems II 17₁₅, šventiemus I 13₃, ganantiemus I 44₁₆. È più frequente (77 esempi) della samogitica -ims (13 esempi).
7. Forme verbali aukštaitiane di 1ª pl. in -me, per esempio, 1ª pl. praes. regime I 25₈, refl. stojames II 88₁₀ ‘stiamo in piedi, cioè diventiamo’, fut. veykfime I 81₃ ‘agiremo’, imper. bekime I 57₂ ‘corriamo’. Sono più frequenti delle forme samogitiche in -ma.
8. Forme dell’imperativo con -ki-, per esempio, 2ª sg. Bukig I 22₁₉ ‘sii dunque’, 1ª pl. giedokime I 31₅, refl. džiaukimes I 32₃ ‘rallegriamoci’, 2ª pl. eykite I 41₃. Sono un po’ più numerose (58%) delle forme samogitiche in -kia- (42%). Tuttavia, difficilmente si possono considerare elementi indubbiamente propri del dialetto aukštaitiano sia le forme in -ki-, sia le forme del tema i al presente, anch’esse piuttosto frequenti (per esempio, 1ª pl. regime I 25₈, 2ª pl. regite I 102₁₀, ne gali I 152₆ ‘non può’), poiché allora potrebbero essere state usate come varianti anche nella parlata samogitica dell’Aukštaitija meridionale, nativa del traduttore.
Ancora più dubbio è il carattere aukštaitiano dell’uso delle forme del pronome di terza persona jis, ji, tanto più che ancora oggi queste forme si trovano talvolta, accanto a quelle della tema ana- (f. anā-), nella parte sud-orientale del dialetto samogitico. Forse soltanto la frequenza di tale uso nel canzoniere andrebbe spiegata con l’influsso del dialetto aukštaitiano. La scelta dell’una o dell’altra forma pronominale fu comunque probabilmente dettata dalla necessità di rispettare il numero di sillabe richiesto nei versi dei canti.
Tra gli elementi aukštaitiani del canzoniere di Slavočinskis, caratteristici non di tutti gli aukštaitiani ma soltanto di alcuni sottodialetti, va anzitutto indicata la velarizzazione della consonante l (segnalata con la lettera ł33) davanti a vocali di tipo e (e, ei, ę, ē), per esempio, a) a. sg. Šiotelė II 53₁₁, a. pl. Gieſmeles I 32₆₂, 1ª sg. żerkole II 98₁₁ ‘nello specchio’; b) 1ª sg. fut. leyſiu I 81₁₇ ‘lascerò’, a. sg. atleydima I 123₁₁ ‘perdono’; c) a. sg. taurele I 71₁₆,
32 Che tali forme esistessero anticamente anche in altre zone samogitiche è dimostrato dal mantenimento di am nella forma n. sg. attuale nešams ‘portato’. Solo in presenza della doppia forma nešamas || nešams am poteva conservarsi integro anche nella variante abbreviata. Altrimenti dovremmo supporre che le vocali brevi in finale siano scomparse soltanto dopo la contrazione dei gruppi del tipo am, e ancor più dopo la riduzione e la denasalizzazione della desinenza dell’acc. sg. -ą; ma ciò sarebbe assurdo, perché in tal caso -a’ -ą’ dovrebbe scomparire insieme alle altre vocali brevi finali.
33 Anche ł duro è indicato davanti alle vocali posteriori, per es. malone I 21₅ ‘grazia’, 3. praet. lauži I 52₁₁ ‘spezzò’. I grafemi ł e l sono nettamente distinti. Cfr. a. sg. linkſmibe I 27₂₀ ‘allegria’, nella correzione degli errori corretto in linkſmibe (II 128₈).
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n. sg. m. nuwilęs II 21₈ ‘deluso’, n. pl. m. priwilę II 21₆ ‘sazi, saziatosi’; d) inf. ple/št I 97₁₀ ‘strappare’, 1. sg. praet. mileiau II 43₄ ‘amai’, 2. sg. praet. pralejai I 137₄ ‘versasti’ (~pralejai34), 3. fut. gales II 3₁₈ ‘potrà’, n. sg. žole II 55₁₄ ‘erba’, n. pl. kirmeles II 66₁₂. Questo indurimento non è sistematico, ma sporadico. Sono stati trovati circa 80 esempi. La cancellatura della lettera l in alcuni casi non è molto chiara. Dopo l’indurimento, le vocali restano inalterate, tranne nelle seguenti forme: 3. praes. (?) sląpa35 II 26₄ ‘nasconde?’, 3. praet. layde36 II 40₂ ‘permise’ (~leide), prikala37 I 80₁ ‘inchiodò’. Ancora più spesso l è indurita nel gruppo consonantico lbe, nelle forme delle parole gelbeti ‘salvare’ (33 esempi) e kalbeti ‘parlare’ (21 esempi).
Gli alto-aitiani, che hanno una l dura davanti a vocali del tipo e, si comportano in modo diverso riguardo alle vocali nasali ą, ę e al primo elemento dei nessi del tipo an: a ovest, in una certa fascia, si è conservata l’antica qualità di questi suoni; nel resto dell’area essi si sono innalzati, tutti in alcune zone (nell’area degli alto-aitiani orientali), solo ą, ę in altre (nell’area degli alto-aitiani meridionali). Nel canzoniere di Slavocińskis, sia ą e ę sia i nessi del tipo an sono generalmente conservati integri. Esistono tuttavia anche esempi con forme innalzate. Vanno considerati elementi dei dialetti della Lituania orientale.
Sono stati rilevati i seguenti esempi sporadici di ą modificata secondo il tipo orientale:
1. Forme del verbo mąstyti e dei sostantivi mąstymas, mąstis ‘pensiero, intelletto’ (13 esempi in tutto): a) inf. muſtit II 48₁₀ ‘pensare’, 1. sg. fut. muſtiſiu II 39₁₇ ‘penserò’; b) n. sg. muſtimas II 6₂₁ ‘pensiero, riflessione’, g. sg. muſtima I 132₂₄, II 31₂₇, muſtim II 5₁₈ (corretto nelle errata³⁸: muſtima II 128₁₅), a. sg. muſtima II 1₁₁, 9₉, a. pl. muſtimns (stampato erroneamente al posto di muſtimus) II 23₁₅, all. pl. muſtimump II 6₂; c) 1. sg. muſtiey II 75₁₅ ‘nel pensiero, nell’intelletto’, a. pl. muſtis II 26₁, 107₁₉. Cfr. a. sg. mąſtima II 39₃ ‘il pensiero’.
2. Una forma del sostantivo sąnarys: a. pl. funarius I 91₄.
3. Tre forme del sostantivo sąžinia ‘coscienza’: g. sg. Sužinios II 25₂₆, a. sg. fužiniá II 2₂₃, 1. sg. Sužinioy II 14₁₆.
4. Una desinenza di acc. sg. orientale: karalunu I 118₉ ‘il re’.
Questi esempi costituiscono solo una piccola parte (circa l’1,2%) di tutte le occorrenze della vocale nasale ą.
La e modificata secondo il tipo orientale compare nelle seguenti forme usate sporadicamente:
1. Acc. sg. -ę nell’espressione per puſi I 87₈ ‘per metà’.
2. Nom. sg. m. -ęs: piautis I 49₁₁, 62₁₆ ‘avendo percepito’, pálikis II 21₁₆ ‘avendo lasciato’ (forse anche netikis II 21₁₅ ‘incredulo’, che rima con esso, se non si tratta di netikis).
Esse costituiscono solo circa lo 0,6% di tutte le occorrenze di ę.
34 Il verbo lieti nel canzoniere presenta due varianti del tema del preterito: lėj- (per es., 3. pers. leia I 86₁₄ ‘versò’, a. sg. lejma I 121₁ ‘il versamento’) e liej- (per es. lieia I 117₃ ‘versò’, a. sg. lieiima II 12₄ ‘il versamento’). La prima è attestata 11 volte, la seconda 4 volte. Nel canzoniere non compaiono forme del presente di questo verbo. Degli 11 esempi con il medesimo tema, 8 sono scritti con ei, una forma samogitica con i (a. pl. f. iſblitas II 27₂ ‘versate’) e due sono scritti con la lettera e: 2. sg. fut. leſi I 66₁₄ ‘verserai’ (probabilmente per la rima con mineſi ‘ricorderai’), a. sg. iſzleta I 145₂₁ ‘versata’.
35 L’esempio è dubbio, perché anche il contesto non è del tutto chiaro. Si veda il commento di J. Lebedys in S. M. Slavocińskis, Giesmės… p. 397.
36 Il verbo leisti e i suoi derivati con l dura ricorrono 31 volte; solo questo singolo caso presenta lei>lai.
37 Cfr. 3ª pers. sing. del passato iſpuole II 40₃ «cadde», rifl. Skieles I 94₃ «si spaccò, cioè si fendette, si incrinò», con -le(s).
38 J. Lebedys, non disponendo di un esemplare completo dell’innario, considerò erroneamente mąstis > mūstis una forma flessa del sostantivo (M. Slavocińskis, Giesmės … 474).
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Qui andrebbe inoltre inclusa la forma accusativa singolare del pronome personale Tawi I 95₆ «te», se non si tratta di un errore di stampa. In generale, le forme accusative dei pronomi personali terminano sempre in -e.
Sono stati rilevati soltanto questi 4 esempi (circa lo 0,4%) con gruppi an di tipo modificato: infinito aptunkiti II 82₁₇ «circondare», genitivo singolare aptunkima II 85₇ «del circondamento», 2ª persona plurale del futuro nekim-tiefite II 16₁₆ «non odierete», accusativo singolare Nindre II 75₂₅ «canna» (cfr. accusativo singolare nendre II 78₂₄, strumentale singolare Nendre II 72₁₈).
I pochi esempi con ą, ę e gruppi an di tipo modificato secondo l’uso orientale (tutti insieme costituiscono meno dell’1%) mostrano che il dialetto nativo del traduttore, di natura žemaitica, nell’innario era temperato maggiormente da elementi aukštaitici dell’area «indurente» occidentale (che aveva conservato intatti ą, ę e rispettivamente i gruppi an) che da quelli dell’area orientale (che li aveva ristretti). Questa conclusione si accorda bene con la situazione linguistica della produzione scritta lituana di quel tempo. A metà del XVII secolo, il dialetto della parte occidentale dell’area in questione, che in base al principale centro dell’epoca — la città di Kėdainiai — si potrebbe convenzionalmente chiamare dialetto della regione di Kėdainiai, si era ormai saldamente affermato nella produzione scritta lituana del Granducato di Lituania. In tale dialetto era stato pubblicato il primo libro a stampa noto di questa produzione: il catechismo di M. Daukša del 1595. Anche i calvinisti, in competizione con i cattolici, pubblicarono proprio nel dialetto di questa regione le loro prime pubblicazioni (il catechismo di M. Petkevičius del 1598) e quelle successive³⁹. In tale dialetto furono preparate per la stampa e pubblicate anche le prime grandi raccolte di sermoni, sia cattoliche sia calviniste: le postille di M. Daukša del 1599 e la cosiddetta postilla di J. Morkūnas del 1600. Si era dunque già formata una certa tradizione di lingua scritta basata sul dialetto della regione di Kėdainiai, con norme linguistiche definite in modo più o meno chiaro. È quindi del tutto naturale che, nel pubblicare il primo innario del Granducato di Lituania, si cercasse di non discostarsi troppo da quella tradizione e ci si orientasse verso quelle norme.
Sebbene il dialetto della regione di Kėdainiai fosse predominante nella produzione scritta lituana dell’epoca, non era l’unico. Gli uomini di lettere originari dell’area degli aukštaitici orientali, anzitutto K. Sirvydas (Širvydas), J. Jaknavičius e l’anonimo traduttore del catechismo del 1605, e in seguito anche altri, scrivevano nel proprio dialetto nativo. Si stava dunque formando allora un’altra lingua scritta, basata sul dialetto degli aukštaitici orientali (con Vilnius come centro), che i suoi rappresentanti erano inclini a considerare «lituano autentico», contrapponendolo alla lingua scritta basata sul dialetto della regione di Kėdainiai, ritenuta «žemaitica» (cioè situata nel territorio del principato di Žemaitija)⁴⁰. Un ruolo considerevole nella diffusione degli orientalismi negli scritti di autori di altri dialetti fu svolto dal dizionario di K. Sirvydas, del quale, prima della comparsa dell’innario di Slavocinskis, erano già uscite ben tre edizioni.
Nel seguito, esaminando gli elementi aukštaitici dell’innario di Slavocinskis, si tratteranno dapprima quelli che ci orientano, più o meno, verso il dialetto della regione di Kėdainiai dell’epoca; in seguito saranno discussi quelli la cui origine va cercata nell’area del dialetto degli aukštaitici orientali.
Al posto della vocale o in fine di parola aperta non accentata, nell’innario di Slavocinskis si scrive di norma la lettera a, per esempio, genitivo singolare nora I 7₂ «del desiderio», 3ª persona singolare del passato pažina I 34₂₀ «riconobbe». Tale
39 Cfr. Z. Zinkevičius, «Il dialetto del catechismo di M. Petkevičius (1598)», — “Baltistica”, VI (2), Vilnius, 1970, p. 243.
40 Cfr. le parole della prefazione del traduttore del catechismo del 1605: «Atáiō auſiumė mano ne wieno ʒodʒey, kurie neyʒmánu ʃákos Cathechiſmo pérguldito, nuog io mili fiſtos kúngo Mikaloiaus Dáukʃbos [...] iog éſus ánas pérguldis ii ʒemáytiſbkay, ir gieyde aniš nuog mani, idant Lietúwiʃbkay butũ pérgulditas» (corsivo mio. — Z. Z.).
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La grafia in molti casi sembra riflettere la pronuncia samogitica di questa desinenza41. Tuttavia, nel canzoniere si trova talvolta anche o, per esempio, ant oro I 46₂₂, 3. praet. Ne buvo I 73₄. Questo è chiaramente un tratto dell’area dell’altolituano. Le grafie con -o costituiscono soltanto il 4,5% di tutti gli esempi. Tuttavia, anche negli scritti dei rappresentanti dell’area di Kėdainiai di quel periodo si oscilla tra -o e -a: negli scritti di M. Daukša prevale -o, -o, mentre nel catechismo di M. Petkevičius, al contrario, -a costituisce addirittura il 75,7%42. Ne consegue che allora, in quella parte dell’area del dialetto altolituano, la pronuncia era -a oppure -ą (la quantità è incerta). Ciò spiega la percentuale relativamente bassa di grafie in -o nel canzoniere di Slavočinskis.
Nella desinenza atona chiusa -os, le grafie con o (per esempio, g. sg. Motinos I 95₃, n. pl. f. wijos I 131₉₃) sono incomparabilmente più frequenti. Rappresentano ben il 66%. Negli scritti dell’area di Kėdainiai di quel periodo si trova ugualmente soltanto la desinenza -os; persino nel catechismo di Petkevičius non si sono riscontrati esempi con -as.
Sono da considerare tratti dell’altolituano gli esempi con la lettera e al posto dell’ė della lingua standard odierna nella desinenza atona aperta (per esempio, n. sg. žiame I 63₁₂ ‘terra’, 3. praet. dawe I 84₁₅ ‘diede’), presenti nel canzoniere accanto alla desinenza samogitica -i ‘-ė’43. Essi costituiscono ben il 76% di tutti gli esempi. È interessante notare che a fine verso la vocale desinenziale è trattata come breve e, a quanto pare, aperta44.
La qualità e la quantità della vocale della desinenza atona -es ‘-ės’ sono meno chiare. Le rime a fine verso indicano che esistevano due varianti di pronuncia di questa desinenza: 1) con vocale breve (cioè, con ogni probabilità, pronuncia samogitica), cfr. la rima di g. sg. matones I 11₂₀ ‘benedizione’ con a. pl. žmones ‘persone’45, e 2) con vocale lunga, cfr. la rima di n. pl. gimines II 10₈ ‘parenti’ con 3. fut. puldines ‘assalirà’. La seconda variante è da considerarsi un tratto dell’altolituano.
Sono da considerare elementi del dialetto dell’area di Kėdainiai anche la sporadica scrittura della lettera nasale nelle desinenze dell’accusativo singolare dei nomi -ą (se ne sono rilevati soltanto una dozzina di esempi, alcuni dei quali non del tutto chiari; cfr. p. 139) e -ę (questa è molto più frequente, circa il 18% degli esempi), nonché nella desinenza -ęs del nominativo singolare maschile dei participi attivi del passato (circa il 7%), poiché allora, nella Lituania centrale, a differenza dell’area del dialetto samogitico e della Lituania orientale, queste desinenze non erano ancora denasalizzate. Lo mostrano chiaramente gli scritti di M. Daukša, M. Petkevičius e altri autori.
I tratti dell’altolituano che ci orientano verso la Lituania orientale sono molto più rari e sporadici. Oltre a quelli già indicati, i più notevoli sono i seguenti:
1. Tre esempi con re>ra: i. pl. skaralėmis I 45₁₅ ‘con fazzoletti, cioè stracci’, adv. grata II 77₃ oppure Gratu II 73₈ ‘accanto’.
2. Un esempio con v- davanti a uo all’inizio di parola (scritto o): n. pl. wolas I 101₁₄ ‘rocce’.
3. Una forma del sostantivo obuolys in cui uo > a (ā?): g. pl. Obalu I 64₁₈ ‘mele’. Cfr. la forma samogitica a. pl. obulus I 65₁ ‘mele’.
41 La brevità della vocale è indicata dalle terminazioni dei versi dei canti; cfr. la rima di 3. praet. wargina I 95₈ ‘tormentò’ con n. sg. Motina ‘madre’, e quella di g. sg. m. gera I 117₁₉ ‘buono’ con 3. praes. mera ‘non c’è’.
42 Z. Zinkevičius, il dialetto del catechismo di M. Petkevičius (1598), p. 240.
43 Quest’ultimo non può essere considerato un tratto dell’altolituano, poiché non si trova nell’area in cui la l è dura davanti a vocali del tipo e.
44 Cfr. la rima di 3. praet. pawijte I 63₉₃ ‘avvolse’ con voc. sg. Christe ‘Cristo’, di n. sg. žiame I 63₁₂ ‘terra’ con 1. sg. m. tame, di 3. praet. dawe I 120₃ ‘diede’ con a. sg. Jawe ‘sé’, di 3. praet. gime I 31₆ ‘nacque’ con l. pl. imper. giedokime, e di 3. praet. klause II 18₈ ‘chiese’ con 3. praes. refl. sotinause ‘si sazia’.
45 Quanto alla qualità (apertura) della vocale di questa variante, cfr. anche la rima di n. pl. gimines II 56₂₇ ‘parenti’ con n. sg. m. pažines ‘avendo conosciuto’ (= p. samog. -ęs).
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4. Sette esempi con il prefisso ażu- (altrimenti si usa už-): 1ª sg. pret. ażu mirßau II 55₁₃ ‘ho dimenticato’, 3ª praes. dźutur II 18₁₈ ‘trattiene’, 2ª pl. imper. ne ażu kietinnkite II 50₁₅ ‘non indurite’, n. sg. m. ażu wilkies II 49₄ ‘vestito’, ne ażu meruotas II 57₁₀ ‘non misurato’, g. sg. ażu mirsimo II 39₁₃ ‘dimenticanza’, ażu fiejė-dima II 6₁₅ ‘discesa’.
La forma piena anas ‘egli’ del pronome di 3ª persona, n. sg. m. (I 8₁₇, 17₁₈, 29₁₁ ecc.), e 3ª praes. rodźiafje II 48₁₁, ₂₇ ‘sembra’ (per la radice, non per la particella riflessiva) potrebbero essere considerate elementi tanto dell’area di Kėdainiai quanto dell’alta Lituania orientale, poiché all’epoca queste forme erano usate negli scritti di entrambi i gruppi dialettali⁴⁶. Ancora più ampiamente era usata la preposizione ing ‘a, verso’ (59 esempi), attestata sia negli scritti lituani del Granducato di Lituania sia in quelli della Prussia Orientale (per esempio, M. Mažvydas, J. Bretkūnas).
Non è chiaro come si debba interpretare la forma 1ª sg. pret. fregu. budawau II 25₁₄ ‘ero solito essere’, attestata all’epoca, a quanto pare, soltanto negli scritti della Prussia Orientale (soprattutto nel «Postillario di Wolfenbüttel», nonché nei libri di J. Bretkūnas, B. Vilentas e L. Zengštokas), mentre oggi si trova solo nelle zone sud-orientali periferiche dell’area linguistica lituana (Zietela, Lazūnai, Dievėniškės, Druskininkai, Kápčiamiestis, Veisiejai, Leipalingis, Liškiava).
Come furono tradotti i canti
J. Lebedys ha dimostrato che il canzoniere di Slavočinskis non è una raccolta di canti tradotti in lituano in precedenza (dei quali si sa poco), bensì un libro preparato in un’unica fase⁴⁷. I canti furono tradotti da canzonieri latini e polacchi dell’epoca (i salmi non dalla Bibbia, ma dalle rielaborazioni del celebre poeta polacco del XVI secolo J. Kochanowski); inoltre, la traduzione era molto libera e non letterale, come era consuetudine allora⁴⁸. Perciò, per descriverli, nella maggior parte dei casi sarebbe più appropriato (dal punto di vista dell’epoca) parlare non di traduzione, ma di ricreazione dei canti. Gli storici della letteratura valutano molto positivamente il lavoro del traduttore, considerandolo un grande innovatore della versificazione lituana⁴⁹.
Senza addentrarsi nell’aspetto artistico della traduzione, qui occorre richiamare l’attenzione soltanto sulle caratteristiche della versificazione che aiutano a comprendere i fenomeni della lingua della traduzione.
Anzitutto, va constatato che il traduttore prestava grande attenzione al numero di sillabe richiesto in ogni verso. Per questo talvolta le parole vengono abbreviate in modo insolito, per esempio n. sg. duš II 116₁₈, 118₈ ‘anima’, waland I 66₄ ‘ora’, 3ª pret. Giwen II 22₁₂ ‘visse’, liep I 76b₂₀, 78₈ ‘ordinò’, tar I 17₃ ‘disse’. In alcuni punti vengono persino omesse le vocali all’interno della parola, per esempio ill. sg. kalnen I 76b₃ ‘in prigione’ (cfr. a. pl. kalines II 34₁₀), voc. sg. Stansłoway I 118₇ ‘Stanislov’ (cfr. g. sg. Stanisłowo I 118₆). Si incontrano anche casi opposti: le cosiddette parole «di riempimento», altrimenti superflue (assenti nell’originale), che oscurano il senso della frase, ma che furono introdotte, come le abbreviazioni, unicamente per mantenere il numero di sillabe richiesto nel verso⁵⁰. L’entità di questi sforzi
⁴⁶ Il žemaitico ańs ‘egli’ perse la vocale finale già prima della contrazione dei nessi di tipo an; cfr. il žemaitico settentrionale ąns.
⁴⁷ Cfr. J. Lebedys, 1646 metų giesmynas. — S. M. Slavočinskis, Giesmės … p. 15—18.
⁴⁸ Ivi, p. 31—39.
⁴⁹ Žr. Lietuvių literatūros istorija, I. Redagavo prof. K. Korsakas. Vilnius, 1957, p. 150—151; J. Lebedys, 1646 metų giesmynas, p. 39—45; J. Girdzijauskas, Lietuvių eiledara. Vilnius, 1966, p. 118—124.
⁵⁰ Gli esempi sono indicati da J. Lebedys, cfr. S. M. Slavočinskis, Giesmės … p. 377 (nota relativa al verso 131₁₃).
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Lo dimostrano, tra l’altro, le correzioni degli errori aggiunte in fondo al canzoniere, nelle quali si trovano persino casi in cui una forma concorrente è sostituita con un’altra (per es., inf. judit è sostituito da juditi II 128₁₁ «giudicare»), qualora lo richieda il numero di sillabe del verso.
Il traduttore prestò molta attenzione anche alle rime. Le sue rime sono caratterizzate da una piena assonanza di due sillabe (più raramente di una sillaba e mezza). Vi sono rime anche là dove l’originale è quasi interamente privo di rime oppure è composto secondo la rima medievale⁵¹. Per ottenere le rime il traduttore ricorre talvolta persino a forme insolite e artificiali di caso o di persona, per es., dat. pl. piemenėmus I 68₈ «ai pastori» (in rima con ganantiemus «a coloro che pascolano»), strum. pl. f. būyjemis II 30₇ «terribili» (in rima con pādutiklemis «con le armi da fuoco»), strum. pl. pelenomis (!) II 55₂₅ «con le ceneri» (con ábaromis «con le lacrime»), strum. pl. f. žibantiemis II 5₂₃ «splendenti» (con žwayzdemis «con le stelle»), 1ª pl. pres. dusaujime I 63₃ «sospiriamo» (con 3ª pret. užgime «nacque»). Un esempio interessante in questo caso è fornito dalla strofa
Porta loro il fieno, prepara loro una mangiatoia (I 62₁₃–₁₄)⁵²,
dove, per rispettare la rima e il numero di sillabe del verso, la forma verbale nuėjo è insolitamente contratta.
Per le esigenze della versificazione, il traduttore utilizzò abilmente forme più antiche, soprattutto dativi plurali in -mus (per es., žmonemus I 11₁₀, šwentiemus I 13₃, mumиs I 10₂) e dativi singolari in -mui (per es., gieramuy I 81₁₅, gimušiamuy I 40₁₈), impiegate accanto alle corrispondenti forme brevi usuali per ragioni di rima e soprattutto per comporre versi con il numero di sillabe richiesto. A tal fine si servì anche di forme più brevi e più lunghe del locativo singolare (cfr. la rima tra la 3ª pret. kaboia «era appeso» e la 1ª sing. girioia «nella foresta» I 85₂₁–₂₂), dell’istrumentale singolare dei temi in i e u (per es., akmenimi II 47₈, Sunumi I 77₇ e Wieppātim II 15₂₄, junum I 81₂₀), due forme del futuro (per es., 2ª pl. regiefite I 117₁₈ «vedrete» e Stofite I 126₄ «vi fermerete»); sceglie opportunamente, secondo le esigenze, i locativi postposizionali oppure le costruzioni preposizionali che li sostituiscono (per es., ill. sing. žiámen II 40₄, all. sing. Diewop II 45₂₂ e ing žiame II 26₁₄, pri Diewą II 88₁₈), varianti più lunghi o più brevi di singole parole (per es., welinas II 93₂₂ e welmas II 70₇ «diavolo»), e così via.
L’analisi del testo del canzoniere mostra che gli elementi samogiti derivano da un’unica fonte: il dialetto nativo del traduttore stesso. Gli elementi aukštaitiani, invece, sono eterogenei. Comprendono caratteristiche di diversi sottodialetti aukštaitiani, alcune delle quali saranno state introdotte dal traduttore stesso del canzoniere, altre, a quanto pare, da chi preparò il canzoniere per la stampa, e forse anche dai tipografi.
Il traduttore del canzoniere doveva avere una buona familiarità con il dialetto aukštaitiano. Originario della zona samogitica dell’Alta Samogizia, fin da bambino poteva aver udito, accanto alle forme lessicali samogitiche, anche alcune forme aukštaitiane. E non soltanto dalla bocca dei vicini aukštaitiani. Nel suo stesso dialetto nativo, all’epoca, come forse ancora oggi nei dintorni di Nemakščiai, doveva esserci un certo numero di forme concorrenti aukštaitiane. Il traduttore dovette familiarizzarsi ancora di più con le forme aukštaitiane in seguito, vivendo a lungo nell’area del dialetto aukštaitiano e frequentando gli Aukštaitiani.
Dalle rime che si trovano alla fine dei versi si vede chiaramente che queste caratteristiche del dialetto aukštaitiano erano ben note e familiari al traduttore:
⁵¹ Gli esempi sono indicati da J. Lebedys, ibid., p. 41.
⁵² «Portati da Šapeliai, nuėjo, nella mangiatoia gli preparò un giaciglio».
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1. I dittonghi alto-lituani uo, ie al posto dei monottonghi ū, ī della parlata nativa del traduttore. Lo dimostrano i casi in cui il traduttore fa rimare parole alto-lituane con quelle che conservano uo, ie anche nel dialetto basso-lituano, per esempio, l’acc. sg. wieta I 6₃ ‘luogo’ con l’acc. sg. /wieta ‘mondo’ (ben una dozzina di volte!). In alcuni punti usa parole alto-lituane in rima con quelle che nella radice accentata si scrivono con la lettera e, per esempio, l’acc. sg. viena I 65₂ ‘una’ rima con il gen. sg. pena ‘nutrimento’, il gen. sg. m. kiekwiena I 109₃ ‘di ciascuno’ con iž/iena ‘da tempo’, il dat. sg. wietay II 70₃ ‘al luogo’ con il nom. pl. metay ‘anni’. Una simile rima sarebbe stata impossibile con gli equivalenti basso-lituani.
2. Vocali brevi nelle desinenze nei casi in cui i basso-lituani non le conservano. Per esempio, il nom. sg. m. amžinas I 29₂₁ rima con la 3ª pers. pres. refl. artinas ‘si avvicina’, la 3ª pers. pres. duoda II 65₂ con la 3ª pers. pass. roda ‘mostra’ (più volte), la 3ª pers. pres. ne gali I 152₆ con l’acc. sg. dali ‘parte’.
3. Desinenza atona alto-lituana -ė (-e). Per esempio, la 3ª pers. pass. pawijte I 63₂₂ ‘fasciò’ rima con il voc. sg. Christe ‘Cristo’ (più volte), dawe I 84₁₅ ‘diede’ con l’acc. sg. fawe ‘sé’, klause II 18₂ ‘ascoltò’ con il loc. sg. pass. refl. sotinause ‘mi saziavo’, il nom. sg. žiame I 63₁₂ ‘terra’ con il loc. sg. m. tame.
4. Desinenza atona alto-lituana -os. Per esempio, il gen. sg. motinos I 74a₉, II 59₉ rima con la 3ª pers. pass. refl. warginos ‘si affaticò’ e numažinos ‘diminuì’.
Nessun altro avrebbe potuto introdurre questi elementi alto-lituani: determinati dalla versificazione stessa, appartengono al materiale linguistico originario impiegato dal traduttore nel comporre i versi, non a quello secondario, aggiuntivo, introdotto in seguito per elevare il testo.
Probabilmente tra le forme alto-lituane consuete al traduttore vanno annoverate anche le forme più lunghe del loc. sg. dei nomi (cfr. la rima di girioia I 85₂₂ ‘nel bosco’ con la 3ª pers. pass. kaboia ‘era appeso’), della 1ª e 2ª pers. pl. dei verbi (cfr. la rima della 2ª pers. pl. pres. žinote I 77₂ ‘sapete’ con il voc. sg. Pitote ‘Pilato’), nonché la variante dell’imperativo con -ki- (cfr. la frequente rima dell’imper. 2ª pers. pl. klikaukimę I 63₁₅ ‘gridiamo’ con la 1ª pers. sg. fueime ‘riunione’), purché, naturalmente, queste forme non fossero allora presenti nella stessa parlata basso-lituana nativa del traduttore.
A quanto pare, nel comporre i versi il traduttore sceglieva, secondo necessità, forme basso-lituane o alto-lituane. Per esempio, con il gen. sg. wina [vyna] ‘vino’ gli si adattava meglio, come rima, la forma basso-lituana dell’avverbio šiendina [šendīna] ‘oggi’ (I 71—73), piuttosto che l’alto-lituano *šėdīena [šandīeną]⁵³. Analogamente, al nom. sg. m. galis [galis ar galīs] ‘potente’ si accordava meglio la forma basso-lituana del genitivo dális [dalis] ‘della parte’ (II 103₂₆), anziché l’equivalente alto-lituano *dalies [daliės]. Cfr. inoltre la rima del nom. sg. m. wižágális ‘onnipotente’ con il gen. sg. pális II 44₁₂ ‘del paese’, e del nom. sg. świeſa ‘luce’ con la forma basso-lituana della 1ª pers. sg. vgnieſa II 115₂₁ ‘nel fuoco’. Tuttavia, con il loc. sg. m. tame si adattava assai meglio la forma alto-lituana del nom. sg. žiame [žeme] ‘terra’ (I 63₁₉) che non la forma *žiami [žemī] della parlata nativa del traduttore, il basso-lituano meridionale; allo stesso modo, con il voc. sg. Christe si accordava meglio la forma alto-lituana della 3ª pers. pass. pawijte [pavīste ar pavīštė] ‘fasciò’ (I 63₂₂) che non il basso-lituano *pawijti [pavīsti].
In questo modo, per ottenere una migliore consonanza delle rime, il traduttore spesso accostava parole e forme con fonetica basso-lituana a forme tipicamente alto-lituane, per esempio, il gen. sg. giedas II 91₂₆ ‘vergogna’ (basso-lituano ie < ē e -as ‘-os’) rima con
53 Cfr. la strofa: Hey wina tokio wina, Ne buwa dar šiędina (I 71₈–₉) ‘Ehi, vino, vino di tal genere, non c’era ancora oggi’. In quel canto la rima wina: šiędina ricorre ben 6 volte.
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n. sg. žiedas II 92₈, «anello» (ie e la desinenza -as tipici dell’aukštaitico). Gli esempi di questo tipo sono piuttosto numerosi e vari. Si confronti inoltre la rima della forma žemaitica di 1. pl. tupuoƒe «sulle labbra» con la forma aukštaitica danguoƒe I 105₁₂ «nei cieli».
Nel Giesmynas, alle parole con fonetica žemaitica sono spesso aggiunte desinenze aukštaitiche, per esempio 3. praet. ieme II 14₁₅ «prese», n. sg. m. iƒzkodamas I 140₁₆ «cercando», d. pl. m. iƒzkantiemus I 140₅ «a coloro che cercano», 1. pl. lipƒnoƒe I 133₁₁, 156₁₁, II 117₅ «nelle fiamme». Talvolta una forma sostanzialmente žemaitica presenta suoni aukštaitici, per esempio 1. pl. imper. refl. džiaukaimoƒe I 45₆ «rallegriamoci» (con o al posto di uo). Si riscontrano anche casi opposti, in cui una forma aukštaitica assume un rivestimento fonetico žemaitico, per esempio 1. pl. praes. refl. wilamieƒe II 31₁₇ «ci lasciamo» (la desinenza aukštaitica -ėse è pronunciata alla maniera žemaitica).
A spingere il traduttore a introdurre elementi aukštaitici nel Giesmynas fu, senza dubbio, il desiderio di compiacere un maggior numero di lituani e il tentativo di preparare un innario il più possibile popolare⁵⁴. Ebbe certamente un peso notevole anche il precedente della più antica produzione scritta aukštaitica nel Granducato di Lituania. Tuttavia, non essendovi norme chiare in tutti i casi né una grammatica normativa che le regolasse, era difficile raggiungere una maggiore coerenza nell’aukštaitizzazione della lingua žemaitica dei canti.
La maggiore fonte di confusione per il traduttore e, forse, per coloro che adattarono la lingua del Giesmynas all’aukštaitico fu l’uso dei grafemi o, e e uo, ie. Nel Giesmynas queste due coppie sono spesso mescolate, soprattutto nella flessione delle parole e nei suffissi. Ciò avvenne perché era difficile capire dove si avesse la dittongazione žemaitica delle vocali aukštaitiche o, ė e dove invece ricorressero i dittonghi aukštaitici uo, ie, che il traduttore cercava di usare adeguandosi agli aukštaitici. Una confusione analoga si osserva anche nella pratica linguistica odierna, quando un žemaitico meno istruito, soprattutto se proveniente da una famiglia dialettalmente mista, tenta di scrivere nella lingua standard.
Nel Giesmynas i grafemi o e uo sono maggiormente confusi nelle desinenze del locativo plurale (cfr. masch. -uose e femm. -ose > žem. -uose) e nei suffissi -uotas e -otas (> žem. – uots). Ciò riguarda sia gli esempi all’interno del verso sia quelli in posizione di rima, per esempio 1. pl. kalboƒe «nelle lingue» in rima con weykałoƒe «nelle opere» (II 97₂), mal̇dnoƒe «nelle preghiere» con lipƒnoƒe «nelle fiamme» (I 156₁₀–₁₁), namuoƒe «nelle case» con mieƒtoƒe «nelle città» (I 60₂₀–₂₁), wargoƒe «nelle difficoltà» con kawlinioƒe «nei vestiti di pelliccia» (I 66₂₀–₂₁). Nel Giesmynas la desinenza del loc. pl. m. con il grafema o è stata usata persino più spesso (35 esempi)⁵⁵ di quella con uo (26 esempi). Anche i suffissi -uotas, -uotinis, -uoti sono scritti più spesso con il grafema o (13 esempi) che con uo (8 esempi).
I grafemi ie ed e (al posto di ė) sono confusi soprattutto nella desinenza pronominale del dativo plurale; si confronti la rima del d. pl. m. teyƒingiemus «ai giusti» con kaltemus «ai colpevoli» (II 37₁₉–₂₀), i̇bgriebt emus «ai salvati» con giminemus «ai parenti» (II 42₂₃–₂₄), taukiantemus «a coloro che attendono» con βauk iantemus «a coloro che gridano» (II 41₁₆–₁₇). La desinenza -iem(u)s è scritta con ie 62 volte e con e 15 volte.
La confusione dei grafemi uo, ie e o, e nelle radici delle parole è meno frequente, ma si verifica, per esempio nella forma scritta 3. praes. doda II 114₉ «dà» (in rima con roda «mostra»), n. sg. m. lepdās I 154₂ < lepdams «mentre correva». Non era difficile sbagliare anche in questo caso, considerando le parole usate nel Giesmynas in cui sia gli žemaitici sia gli aukštaitici pronunciano uo, ie, per esempio afiera,
⁵⁴ L’intento di rendere l’opera popolare è indicato, tra l’altro, anche dalla correzione degli errori: la forma 3. cond. fectu «seguirebbe», presente in I 116₆, è stata corretta in fektu (II 128₅).
⁵⁵ Il loc. pl. wiƒrikłoƒe I 44₁₉, 59₉, «nei fasciatoi», non è stato conteggiato qui, poiché il sostantivo vystykłai nel dialetto del traduttore era di genere femminile, non maschile; cfr. i. pl. wiƒtikłomis I 53₂₃, II 8₁₅ «con i fasciatoi».
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olio, Andriejus, tielybė, Elžbieta, Gabrielis, Juozapas (8 esempi accanto al g. sg. Juzapa I 3₉), Kazimieras, kielikas, Maižiešius «Mosè», miera «moderazione, modestia», mieruoti «misurare», miestas, niekas, niekad(os), niekur, (pa)niekinti, (ne)prietelius, siera, sviestas, Vaitiekus. Dei 282 esempi di questo tipo osservati, 248 sono scritti con uo, ie, 34 con o, e. È caratteristico che la maggior parte di questi ultimi sia costituita dalla parola niekas e dai suoi derivati. Il verbo (pa)niekinti e il sostantivo (pa)niekinimas sono sistematicamente scritti solo con la lettera e. Anche il suffisso -ienė è scritto con e; ciò potrebbe indicare il tentativo del traduttore di conferire una fonetica alto-lituana alle parole del proprio dialetto nativo samogitico, trasponendole dopo averle sottoposte a innalzamento vocalico56.
Nel Giesmynas le grafie o, e sono usate con notevole coerenza al posto delle samogitiche uo, ie (= alto-lituano o, ė) nelle parole che fanno rima con forme contenenti i dittonghi alto-lituani, o comuni a entrambi i dialetti, uo, ie; per esempio, nelle forme dei verbi stoti (samogitico stuoti) e duoti (II 2₁₆–₁₇, ₂₄–₂₅, 19₁₅–₁₆, 36₉–₁₀, ₁₃–₁₄, 56₁₉–₂₀ e altrove), nell’a. sg. m. žadeta «promesso» e pradeta «iniziato», e nel g. sg. swieta «del mondo» (I 39b₆–₈, ₁₃–₁₅, ₂₀–₂₂). Tuttavia, ciò potrebbe essere opera non soltanto del traduttore, ma anche di un’altra persona che ha conferito al linguaggio del canzoniere un carattere alto-lituano.
La presenza di forme orientali nel canzoniere costituisce un problema a sé. L’analisi della versificazione mostra che almeno una parte di esse fu introdotta dal traduttore stesso dei canti; cfr. n. sg. m. paiautis «avendo percepito», in rima con n. sg. iautis «toro» (I 49₁₀–₁₁, 62₁₅–₁₆); a. sg. puſi «metà» — in rima con a. sg. m. iſdžiuwuſi «essiccato» (I 87₈–₉); a. sg. karalunu «re» — in rima con a. sg. ſunu «figlio» (I 118₉–₁₀).
J. Lebedys spiega le forme orientali del canzoniere come effetto dell’influenza del dizionario di K. Sirvydas57. Tuttavia, nel canzoniere si trovano anche forme orientali assenti da quel dizionario58, per esempio (ne)kintėti «(non) sopportare», aplunkyti «visitare», aplunkymas «visita» (la metrica è indicata a p. 150), skaralė «straccio», grata «accanto», obalys «mela» (p. 151). Inoltre, dal dizionario non si può ricavare la flessione orientale dei casi, per esempio l’a. sg. karalunu I 118₉ «re», puſi I 87₈ «metà». Anche i participi paiautis I 49₁₁, 62₁₆ «avendo percepito» e palikis II 21₁₆ «avendo lasciato» non compaiono nel dizionario citato. Ne consegue che, oltre a esso, deve esserci stata un’altra fonte da cui le forme orientali sono entrate nel canzoniere. Tale fonte va identificata nel dialetto vivo dei lituani orientali dell’epoca, nella cui area il traduttore sembra aver vissuto per un periodo prolungato. Con ogni probabilità si trattava degli abitanti della città di Vilnius, che allora parlavano il dialetto orientale e con i quali il traduttore dovette entrare in contatto, per esempio mentre studiava all’Accademia di Vilnius. Va notato che nel canzoniere si trovano persino forme orientali adattate al samogitico, per esempio il 2. pl. fut. nekintiesite II 16₁₆ «non sopporterete» (con la dittongazione samogitica della vocale ė).
Il traduttore si servì effettivamente molto dei dizionari di K. Sirvydas59. Come dice J. Lebedys, essi furono il suo principale strumento di consultazione nel tradurre i canti in lituano. Dal dizionario provengono con ogni probabilità le forme orientali equivalenti alle parole mąstyti, mąstymas, mąstis «pensiero, intelletto», sąnarys, sąžinia, nenėrė (elencate alle pp. 149–150); il sostantivo uola con la v- aggiunta (il traduttore non comprese l’ortografia di K. Sirvydas, secondo la quale all’inizio di parola le lettere vo indicano il dittongo uo); la maggior parte delle parole con il prefisso orientale ažu- (p. 152) e molte altre prive di chiari tratti dialettali (neologismi, forestierismi ecc.), tra cui si possono citare didėžuvìs «balena» (II 66₄), miestakelis
56 Anche la preposizione apie è sistematicamente scritta con e (tutti e 40 gli esempi). Tuttavia, può avere la vocale ė o e, anziché ie; cfr. le forme dialettali attuali apė, ape.
57 Cfr. J. Lebedys, 1646 metų giesmynas [Il canzoniere del 1646]. — S. M. Slavočinskis, Giesmės..., p. 24.
58 L’autore è grato a K. Pakalka, studioso di questo dizionario, per aver fornito i dati riportati qui sotto.
59 A questo proposito, cfr. J. Lebedys, op. cit., pp. 26–30.
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‘strada’ (II 25₆), pelikonas ‘pellicano (un uccello di questo tipo)’ (I 145₁₉, II 55₁₉), avv. piktadaringai ‘malvagiamente, spudoratamente’ (II 25₈), persūna ‘persona, individuo’ (I 129₂₃, 131₂₃, II 115₁₄ e altrove), rožių vainikas ‘corona di rose, rosario’ (II 68₄, 69₁₃), sudara ‘concordia, accordo’ (II 46₉, 60₄), sumania ‘idea, intenzione’ (II 24₂₄), skalinis ‘allievo’ (II 82₉), tikybė ‘fede’ (I 143₁₀), visotimė ‘popolo, folla’ (I 103₂₀). La forma e anche la grafia di queste e di alcune altre parole coincidono del tutto nel dizionario di Sirvydas e nel canzoniere di Slavčinskis. Inoltre, ricorrono per lo più nei salmi e, in generale, nei testi dei canti più difficili da tradurre.
Riassumendo quanto è stato detto sulla materia linguistica originaria utilizzata dal traduttore stesso nella versificazione, dobbiamo concludere che la sua base žemaitica fu fortemente influenzata dal dialetto aukštaitico, soprattutto da quello della regione di Kėdainiai dell’epoca e, in misura minore, dai sottodialetti aukštaitici orientali. Il traduttore dovette intrattenere a lungo rapporti con i parlanti di questi sottodialetti e vivere per molto tempo nel loro ambiente. Perciò è poco probabile che fosse un giovane. Ciò sembra in qualche modo avvalorare i dubbi sollevati dagli storici della letteratura circa la possibilità che Saliamonas Mozerka Slavčinskis, che nel 1646 era ancora studente a Vilnius, fosse davvero il traduttore di un canzoniere così raffinato⁶⁰. A questo dubbio si oppone però la localizzazione della parlata nativa del traduttore, compiuta sulla base dei medesimi luoghi da cui proveniva S. M. Slavčinskis. Pertanto, la questione della paternità del canzoniere resta ancora da indagare⁶¹.
La lingua del canzoniere preparato dal traduttore žemaitico, pur contenendo numerosi elementi aukštaitici, differiva tuttavia notevolmente dalla lingua usuale degli scritti lituani pubblicati allora nel Granducato di Lituania, basata sul dialetto aukštaitico della regione di Kėdainiai (nella diocesi di Žemaitija) oppure su quello degli aukštaitici orientali (nella diocesi di Vilnius). Ciò, a quanto pare, non soddisfece i gesuiti editori del canzoniere, che chiedevano di rendere la lingua ancora più aukštaitica, così da rendere il canzoniere accessibile a un numero ancora maggiore di lituani.
È difficile stabilire oggi chi abbia svolto questo lavoro: il traduttore stesso o un’altra persona (o altre persone?). Tuttavia, è assai probabile che alla revisione dei testi dei canti abbiano contribuito, oltre al traduttore, anche altre persone, forse un redattore (o dei redattori?) appositamente incaricato/i. A suggerirlo sono almeno le rime rovinate in alcuni punti dalla sostituzione con forme aukštaitiche, benché, come abbiamo visto, il traduttore avesse molto a cuore la loro armoniosa sonorità. Per esempio, nel canto «apie Swodbą Kanoy Galileos» (I 70—73), accanto alla rima sonora ripetuta sei volte fra il gen. sg. wina [vīna] ‘del vino’ e l’avv. šiedina [šendina] ‘oggi’, formata dalle forme žemaitiche del sostantivo vynas e dell’avverbio šiandieną, vi sono quattro casi in cui la rima è stata rovinata sostituendo la forma žemaitica dell’avverbio šiandieną con la corrispondente forma aukštaitica šiediena (I 71₄, ₁₉, 72₂, ₂₉). Un altro esempio di rima rovinata dalla sostituzione con forme aukštaitiche è quello tra il nom. sg. žiedas ‘anello’ e il gen. sg. giedos ‘della vergogna’ (in luogo di žem. giedas; II 112₁₉)⁶². Dal traduttore ci aspetteremmo piuttosto che riscrivesse questi passi in modo diverso, invece di rovinare la rima.
60 Žr. Lietuvių literatūros istorijos chrestomatija. Redagavo K. Korsakas ir J. Lebedys. Vilnius, 1957, p. 76; Lietuvių literatūros istorija, I. Redagavo K. Korsakas, Vilnius, 1957, p. 150; J. Lebedys, 1646 metų giesmynas. — S. M. Slavčinskis, Giesmės..., p. 45—49.
61 L’intestazione e la prefazione del canzoniere indicano che il traduttore fu S. M. Slavčinskis. A questo proposito, si veda l’articolo di D. Gargasaitė in «Pergalė», 1968, n. 9, pp. 179—180, e Lietuvos TSR bibliografija, I. Vilnius, 1969, p. 369. A contraddirlo sono tuttavia i dati biografici di S. M. Slavčinskis pubblicati da J. Jablonskis, nonché i dubbi che S. M. Slavčinskis avesse avuto alcunché a che fare con la letteratura; si veda K. Jablonskis, Saliamono Slavčinskio biografijos žinios. — S. M. Slavčinskis, Giesmės..., pp. 53—58.
62 Forse anche l’unico esempio di una particella riflessiva -si in fine di parola (nella parlata del traduttore si usava soltanto -se), vale a dire la forma 3. praet. fotinošī II 22₃ ‘si saziò’, è il risultato di una simile «correzione»: il traduttore la corresse nuovamente nell’elenco degli errori (II 128₁₆), poiché questa forma rima con 1. pl. peklofe ‘nell’inferno’.
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Chi intervenne sul testo dei canti per renderlo aukštaitico (o chi vi intervenne?) doveva essere un parlante del dialetto della regione di Kėdainiai. Un aukštaitico orientale, senza dubbio, avrebbe modificato i gruppi del tipo an. Un aukštaitico occidentale, che non intendesse mutare la consonante l, non avrebbe disseminato la lettera i prima delle vocali del tipo e. Inoltre, quel dialetto all’epoca non era usato nella produzione scritta del Granducato di Lituania. Si era affermato universalmente soltanto negli scritti pubblicati nella Prussia Orientale.
Il revisore linguistico intervenne soprattutto sui brani in prosa e sulle intestazioni dei canti. Qui rimasero in tutto soltanto due forme žemaitiche (a quanto pare, non notate): a. sg. iwá I 64₅ ‘Eva’ e 3. praes. wadin I 129₁₀ ‘chiama’. Per il resto, tutto fu reso aukštaitico, o più precisamente, «kėdainizzato».
Nel testo poetico gli interventi del revisore erano limitati dalla metrica dei canti. Aveva maggiore libertà all’interno del verso (fuori dalla posizione di rima), e lì intervenne più spesso. Per esempio, nel canto con il titolo polacco «W dzień Bożego narodzenia» (I 51—53), delle tre forme 3. praet. del verbo (už)mušti ‘uccidere’, due si trovano all’interno del verso ed entrambe hanno la desinenza aukštaitica (scritta -e), mentre una è in fine di verso e ha conservato la desinenza -i della parlata nativa del traduttore, poiché rima con la desinenza -i dell’a. sg. m. ‘-į’. In questo canto vi sono in tutto nove forme 3. praet. dei temi in ė. Di queste, quattro si trovano all’interno del verso (tre hanno la desinenza -e e una -i) e cinque alla fine del verso (in posizione di rima), e tutte hanno conservato la desinenza -i della parlata del traduttore.
All’interno dei versi il revisore era soprattutto vincolato dalla necessità di non modificare il numero di sillabe esistente. Perciò non poteva, per esempio, sostituire le forme žemaitiche prive di vocale breve finale con le corrispondenti forme aukštaitiche dalla desinenza integra. Fu necessario lasciare la forma usata dal traduttore stesso. Pertanto, a quanto pare, la lingua fu corretta principalmente introducendo le affricate č, dž al posto di t, d, presenti secondo la «legge fonetica žemaitica», i dittonghi aukštaitici uo, ie al posto dei monottonghi ū, ī dei žemaitici meridionali, le vocali o, ė al posto dei dittonghi žemaitici uo, ie, inserendo la lettera t prima delle vocali del tipo e e così via; furono cioè apportate modifiche che non alteravano il numero di sillabe del verso. Il revisore non fu prudente: produsse un numero considerevole di forme ibride, in parte žemaitiche e in parte aukštaitiche, per esempio, l’imper. 2. pl. Duokit II 11₂₆, duokiet I 40₁₇ ‘date’, giedokiat I 37₂₃, giedokiet I 40₁₇ ‘cantate’, Heyskiet I 111₁₁ ‘lasciate entrare’, sg. 2 Giebiek II 63₁₉ ‘salva’, n. sg. žoteli I 22₂₅ ‘erbetta’ (con uo, ie, o, t aukštaitici, ma žemaitici -kia-, ie < ė, -i ‘-ė’).
Il revisore non toccò, o toccò solo raramente, quelle forme žemaitiche che all’epoca non erano del tutto estranee agli aukštaitici. Per esempio, fu lasciata per lo più senza correzioni la desinenza žemaitica -iey ‘-yje’ del loc. sg. dei temi in i; cfr. -eie negli scritti aukštaitici di J. Bretkūnas, B. Vilentas e altri⁶³, avv. nesavėjė Jurbarkas ‘come un estraneo’. La preposizione žemaitica pri [pri] ‘presso, vicino a’ era accettabile al revisore, poiché all’epoca una parlata aukštaitica usava la variante con i breve i [pri] (forse persino la parlata dello stesso revisore), e ancora oggi essa è in uso in alcuni luoghi⁶⁴. Perciò, dei 113 esempi di questa preposizione presenti nel canzoniere, solo 6 volte si trova scritto prie(g) e una volta preg, mentre in tutti gli altri casi (cioè 106 esempi) è stata mantenuta pri⁶⁵. Diverso è il caso della preposizione nuo: la sua variante aukštaitica nuog ricorre 134 volte (una volta è scritto nog), mentre la variante žemaitica nu [nū] soltanto 26 volte.
All’interno dei versi rimasero per lo più non resi aukštaitici soltanto quegli elementi linguistici del traduttore che il revisore, a quanto pare, semplicemente non notò. Per esempio, dei 516 esempi della parola dievas senza-
⁶³ Žr. J. Kazlauskas, Lietuvių kalbos istorinė gramatika, Vilnius, 1968, p. 152—154. ⁶⁴ Žr. Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 424. ⁶⁵ Daiktavardžių priešdėlis pri- [žem. pri-], pvz. 1. sg. priwáyždoy II 11₂₀ ‘prievaizdoje, globoje’, giesmyne pavartotas 7 kartus, o prie-, pvz., n. sg. priewayžda II 32₆, 6 kartus.
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è rimasto, con le forme dei dialetti della Samogizia meridionale, un solo g. sg. Diwa II 126₁, che inoltre non si trova nel testo dei canti, ma nell’indice del libro (la riga con il titolo che segue, nel testo stesso del canto, è stata corretta).
La correzione a fine verso era vincolata dalle rime. Senza guastare la rima, si potevano cambiare soltanto entrambi i membri di una coppia. Nel Giesmyne sono spesso forme dell’altopiano, per esempio, n. sg. diena: naujiena ‘novità’ (I 61₁₃–₁₄), g. sg. f. pašlovintos ‘lodate’: paženklinktos ‘segnate’ (I 24₂₁–₂₂), d. pl. m. pamestietiems ‘abbandonati’: pučiantiems ‘che soffiano’ (II 1₂₂–₂₃), 3. praet. tare ‘disse’: įžvare ‘scacciò’ (I 65₁₂–₁₃), 1. pl. imper. dumokime ‘pensiamo, immaginiamo’: minekime ‘ricordiamo’ (I 74a₇–₈). Rimasero tuttavia anche coppie non adattate alle forme dell’altopiano, per esempio, 2. sg. praes. refl. randije ‘ti trovi, sei’: wilije ‘speri’ (I 93₂–₃), inf. turieti ‘avere’: kientieti ‘soffrire’ (I 85₁₅–₁₆), 3. praet. trauki ‘tirò’: rauki ‘aggrinzì’ (I 75₁₃–₁₄), 2. sg. imper. refl. artinkias ‘avvicinati’: šveikinkias ‘salutati’ (I 6₁₅–₁₆), 2. pl. dž iaukiaties ‘rallegratevi’: linkšminkiaties ‘divertitevi’ (I 26₁₃–₁₄).
Non era possibile cambiare un solo membro della coppia senza guastare la rima; perciò, nei casi in cui la coppia era costituita da due forme grammaticali diverse, il correttore dovette lasciarle intatte, benché una di esse fosse samogitica. Per esempio, adv. didey ‘grandemente’: 2. sg. praet. įbgidey ‘guaristi’ (II 12₂₅–₂₆), inf. gauti ‘ottenere’: 3. praet. apšiauti ‘calzò’ (I 78₅–₆), 2. sg. imper. refl. džiaukiafse ‘rallegrati’: 3. praes. refl. artinafe ‘si avvicina’ (I 27₃–₄), 1. pl. imper. refl. džiaukiamoſe ‘rallegriamoci’: 3. praet. refl. ſtojoſe ‘si alzò’ (I 45₆–₇). Solo in casi molto rari tali rime furono comunque guastate, a quanto pare per disattenzione o perché il correttore era particolarmente severo (e incompetente).
I monottonghi samogitici ū, ī (= dell’altopiano uo, ie) rimasero non adattati alle forme dell’altopiano in posizione di rima soltanto quando la parola che costituiva il secondo membro della coppia conteneva le vocali antiche ū, ī, per esempio, a. pl. f. paskaytitas ‘letto’: iššiltas ‘versato’ (II 27₁–₂). Tali casi erano però rari. Per il resto, l’adattamento alle forme dell’altopiano fu pressoché generalizzato. Perciò nel Giesmyne sono così pochi gli esempi con ū, ī samogitici (circa il 17%), rimasti di norma «per disattenzione» nel mezzo del verso.⁶⁶
Molto spesso le rime della stessa coppia differiscono perché una presenta uo e l’altra o, per esempio, inf. duoti: inf. atſtoti (II 19₁₅–₁₆). È possibile che qui il traduttore abbia fatto rimare una forma dell’altopiano (uo) con una samogitica (uo < o), che il correttore adattò alle forme dell’altopiano sostituendo il uo samogitico con l’o dell’altopiano. Anche la frequente rima ie: ė (scritta e) andrebbe spiegata così, per esempio, g. pl. wietu ‘dei luoghi’: i. sg. m. negirdetu ‘non uditi’ (I 125₂₁–₂₂). Per questa ragione, e anche a causa della frequente sostituzione, nel mezzo dei versi, del uo, ie samogitico con i monottonghi dell’altopiano o, ė (scritto e), nel Giesmyne sono rimasti così pochi dittonghi samogitici uo, ie (= dell’altopiano o, ė).
La bella consonanza della rima dipende più dal vocalismo che dal consonantismo. Per questo il traduttore prestò meno attenzione a quest’ultimo; si confronti la rima tra g. sg. m. ano ‘suo’ e l. sg. Kanoy ‘a Cana, nella terra di Cana’ (I 70₉–₁₀). Ciò potrebbe aver contribuito alla sostituzione più intensa delle forme samogitiche non affricate con forme affricate dell’altopiano. A poter intervenire furono tanto il traduttore stesso
⁶⁶ Va osservato che tali casi costituiscono percentuali più elevate in alcune desinenze. Tra le varianti samogitiche, la desinenza -uo del pronome i. sg. m. raggiunge il 70%, quella -ie del n.pl.m. il 25%, mentre la desinenza -ies del g. sg. dei sostantivi in i-stemma soltanto circa il 6%. In singoli casi, probabilmente, il correttore evitò di toccare quelle forme samogitiche che non gli erano del tutto chiare. Lo suggerirebbe il trattamento delle forme verbali 1. sg. praes. con il pronome enclitico aggiunto -t(i) ‘a te, te’. Dei tre esempi di forme presenti nel Giesmyne (I 65₁₃, 144₁₁, II 121₁₅), tutti hanno conservato la fonetica samogitica, cioè la terminazione -ūt < -uo-t (i) (scritta -ut). Anche la desinenza -uos(e) della 1. sg. refl. è samogitica in ben 10 casi ed è stata adattata alle forme dell’altopiano soltanto 4 volte. La desinenza adessiva -iep è stata lasciata come -ip (= cfr. samogitico meridionale -ip?), a quanto pare perché, scritta così, non era estranea neppure ai parlanti dell’altopiano, presso i quali -ip ricorre anzitutto nel paradigma dei sostantivi in i-stemma e (i)ja-stemma.
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sia il traduttore sia i correttori linguistici (dopotutto, solo il 32% degli esempi attesta la conservazione della «legge fonetica samogitica»).
Dall’analisi presentata risulta che i correttori linguistici non solo adattarono considerevolmente il Giesmyne alle forme dell’altopiano, ma aumentarono anche le diverse forme doppie e le altre disomogeneità linguistiche.
Il valore del canzoniere di Slavočinskis per la storia della lingua lituana e la dialettologia storica
Il canzoniere di Slavočinskis contiene numerosi importanti dati linguistici, che permettono di fare luce su vari problemi della storia della nostra lingua e dello sviluppo dei dialetti.
Dal canzoniere apprendiamo che nella prima metà del XVII secolo i žemaičiai meridionali avevano già i monottonghi ū, ī al posto dei dittonghi degli aukštaičiai uo, ie. Anche in questa zona žemaitica, allora, i monottonghi lunghi e stretti o, ė erano già stati dittongati. Esisteva già all’incirca la stessa distribuzione di ą, ę, ų, į (= an, en, un, in) e a, e, u, i che si trova oggi nel dialetto. La preposizione e prefisso į aveva allora conservato, in alcuni casi, varianti almeno facoltative con n (ing, in-). Era presente la «nasalizzazione secondaria» tipica dei žemaičiai meridionali. Nel canzoniere essa ricorre non esattamente nelle stesse parole in cui si trova oggi; ciò indica a sua volta che nell’antichità vi era una notevole oscillazione tra forme con vocali nasalizzate e denasalizzate, soprattutto quelle strette67. Allora, in alcune località dell’area di Raseiniai, erano già comparse le prime tracce della trasformazione di e- iniziale di parola in a-.
Tuttavia, nella parlata del compilatore, i dittonghi misti con accento circonflesso ascendente, formati da u, i + r, l, m, n, conservavano ancora intatto il primo elemento. Oggi in quelle località (Žalpiai, Nemakščiai, Očikiai, Sugintai, Viduklė, Sujainiai e nella stessa Lipkiškė) esso è dittongato: si pronuncia, per esempio, dùorti ‘pungere’, kūolti ‘battere’, skùonsti ‘maledire’ (< skūnsti), dùomples ‘polmoni’, pièrms ‘primo’, jièlks ‘lungo’, piènti ‘intrecciare’, riemc ‘saldo’. Che questa dittongazione non sia antica è dimostrato, tra l’altro, anche dalla trasformazione dei dittonghi di origine secondaria, per esempio, 3. praes dùor ‘punge’, guòl ‘giace’, d. sg. mùon < mùn ‘a me’, sunkùoms ‘peso’, pìpiers ‘pepe’.
Per quanto riguarda il consonantismo, va anzitutto rilevato che allora la palatalizzazione delle consonanti davanti a vocali del tipo e era diversa da quella odierna. Oggi i žemaičiai meridionali dell’area di Raseiniai palatalizzano in questo caso tutte le consonanti. Nella prima metà del XVII secolo, davanti a vocali del tipo e, erano ancora chiaramente palatalizzate soltanto le consonanti k, g e forse, almeno in parte, anche š, ž68. Le altre erano ancora dure o si erano palatalizzate solo in misura assai lieve. Ciò è dimostrato chiaramente dall’analisi dell’ortografia del canzoniere di Slavočinskis.
Nel canzoniere sono stati trovati complessivamente 687 esempi con i nessi k, g + vocale del tipo e. Tutti sono scritti con il grafema palatalizzante i dopo k, g, tranne un unico esempio, n. sg. Ewangeliſta I 128₁₄ ‘evangelista’, che, essendo una parola straniera, conserva l’ortografia dell’originale. I nessi accentati [kė], [gė] e quelli contenenti [e] in un nesso dittongale acuto ([kéi], [géi], [kér], [gér]...) sono trascritti con i grafemi kia, gia, per esempio, n. sg. kìalas I 86₁₂ ‘strada’, gìaras I 50₂₁ ‘buono’, kialdamas II 73₁₆ ‘sollevando’, inf. giarti II 17₂₁ ‘bere’ ecc. Quelli non accentati, rispettivamente apparentemente in un nesso circonflesso, nonché i brevi accentati, sono scritti sistematicamente con i grafemi kie, gie, per esempio, 3. praes. kient I 92₄ ‘soffre’, 1. sg.
67 Un caso di nasalizzazione molto insolito è la forma tą II 104₁₂ ‘tu’ del pronome di seconda persona (vocale breve nasalizzata?). È difficile credere che qui si nasconda *tū =, equivalente del russo ты. Forse si tratta di un errore di correzione?
68 Per le affricate non vi sono esempi chiari. Nel canzoniere compare soltanto la parola straniera večeria ‘cena’, la cui grafia è incoerente (in due casi dopo č è scritta la lettera palatalizzante i, in altri due casi è omessa).
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Laukie I 54₃ ‘attese’, avv. gierav I 21₉ ‘bene’, 1 pl. pres. gievdžiame I 19₂ ‘desideriamo’, avv. Draugie I 22₂₁ ‘amica, insieme’ ecc.⁶⁹. La distinzione tra i grafemi ia e ie è mantenuta con chiarezza; cfr. le coppie acc. sg. kiala I 155₁₀ ‘la strada’ e str. sg. kielu I 117₁₁ ‘per la strada’, acc. sg. giara I 142₂₂ ‘buona’ e gen. sg. f. gieros I 100₇ ‘buona’⁷⁰.
Nel canzoniere sono stati trovati 233 esempi con nessi consonante + vocale del tipo e, con š, ž. La grafema palatalizzante i è scritta 154 volte, mentre 79 volte è omessa. La lettera i non viene scritta sistematicamente nei due casi seguenti: a) dopo il prefisso iš- (7 esempi), dove, a quanto pare, si conserva la pronuncia davanti a una pausa, e b) nelle forme del verbo šelpti (26 esempi), che il traduttore o i redattori potrebbero aver conosciuto soltanto attraverso testi scritti (?). Gli altri casi in cui la lettera palatalizzante i è omessa non sono sistematici e ricorrono soltanto nelle forme e nei derivati dei verbi žengti (18 esempi senza i e 2 con i), žeisti (6 senza i, 1 con i), žeminti (4 senza i, 7 con i), del numerale šeštas (1 senza i, 5 con i) e del sostantivo ženklas (14 senza i, 6 con i), nonché nel diminutivo roželė (1 esempio, mentre rožė e il diminutivo darželis sono scritti con i — 6 esempi), e nella forma di 3ª persona del passato del verbo (už)mušti (2 senza i, 1 con i). Questi fatti indicano una palatalizzazione incoerente delle consonanti š, ž. Sono possibili due spiegazioni: o, all’epoca, tali consonanti non si erano ancora sensibilmente palatalizzate nel dialetto nativo del traduttore (la i potrebbe essere stata inserita dagli autori che hanno conferito al testo del canzoniere un carattere più alto lituano), oppure erano già palatalizzate in quel dialetto, e gli esempi senza i sarebbero dovuti ai redattori, originari di dialetti che non palatalizzavano le consonanti. La prima ipotesi sembra più attendibile, poiché trova sostegno nei dati dei testi del samogita Mažvydas (secondo i dati di Chr. Stang, nel suo catechismo vengono palatalizzate soltanto k, g⁷¹) e di M. Petkevičius, alto lituano della regione di Kėdainiai (che palatalizzava non solo k, g, ma anche š, ž⁷²). La distribuzione dei grafemi ie e ia dopo š, ž è la stessa che dopo k, g, ma le incoerenze sono un po’ più numerose (11%).
Le altre consonanti non vengono palatalizzate davanti alle vocali del tipo e mediante la lettera i⁷³; inoltre, dopo di esse, la e accentata non è scritta con il grafema ia⁷⁴.
69 Nel canzoniere il diminutivo vaikelis è scritto come se l’accento cadesse su vaikelis; cfr. waykielis II 59₉, voc. sg. waykieli I 27₇, nom. pl. waykielay I 37₂₂. Anche il verbo (pra)keikti è interpretato dal traduttore come (pra)keikti (lo stesso vale per il catechismo di M. Petkevičius!). Il verbo gelbėti ha due accentazioni: gelbėti e gelbėti (lo indicano anche le rime). La 3ª persona del futuro Giers II 38₁₄ ‘guarirà’ e la forma riflessiva prikielſiſe I 156₂₄ ‘si rialzerà’ indicano il circonflesso alto lituano (con metatonia) nelle forme di 3ª persona del futuro. Anche nella forma riflessiva della 2ª persona del singolare del preterito Džiaugieys II 72₅ ‘ti sei rallegrato’ si cela, a quanto pare, la desinenza alto lituana di 2ª sg. -ei(s), e non quella samogita -ėi(s).
70 Le deviazioni sono relativamente poche. Escludendo i casi indicati nella nota 69, se ne contano soltanto 40, pari al 9% di tutti gli esempi di [ke], [ge] presenti nel canzoniere. Le condizioni che hanno favorito tali deviazioni sono state create dalla confusione tra le lettere a ed e nel canzoniere (per es., avv. skaney I 71₂₁ ‘con gusto’, nom. sg. f. buſenti I 74b₄ ‘che sarà’, mažiaufe II 8₆ ‘minima’ accanto allo str. sg. f. baymia I 80₁₄ ‘paura’, nom. sg. m. ateias I 56₆ ‘arrivato’, 2ª sg. preterito rifl. kielayſe II 25₁₁ ‘ti sei messo in cammino’), dovuta alla coincidenza di [a] dopo una consonante palatalizzata con [e] nel dialetto samogita. Va rilevato che il formante samogita dell’imperativo nel canzoniere va interpretato come kia, non ke: benché non sia accentato, le grafie con ia costituiscono il 38% e, nelle forme di 2ª sg. e 1ª pl., addirittura il 50%.
71 Žr. Chr. S. Stang, Die Sprache des litauischen Katechismus von Mažvydas. Oslo, 1929, p. 98.
72 Cfr. Z. Zinkevičius, il dialetto del catechismo di M. Petkevičius (1598), «Baltistica», VII (1), Vilnius, 1971, pp. 74–77.
73 Sono stati individuati in tutto soltanto 6 esempi con i (gen. sg. ſmirties II 24₁₉ ‘della morte’, inf. tieyſti II 26₂₃ ‘giudicare’, 2ª sg. pres. rifl. Tieykies II 65₅, 110₁₂ ‘ti impegni’, 3ª pret. Pražwiełgie I 18₁₆ ‘guardò attraverso’, avv. wievkley II 64₂₁ ‘rapidamente’), ma sono evidenti errori di correzione, poiché in tutti gli altri casi sono scritti senza i. L’errore nella forma corretta dello str. sg. miedey ‘nell’albero’ (~ samog. mediey) si corregge in mediey (II 128₉), ma questo errore è corretto anche nel testo stesso (I 64₁₄). L’aggettivo nom. sg. f. Anielibſka I 155₃ ‘angelica’ presenta il dittongo ie (cfr. anielas ‘angelo’ LKKŽ I² 141), mentre nella forma gen. sg. f. nieſakſtos II 103₅ ‘non contaminata’, al posto di ne- potrebbe esserci nė- > samog. nie- (?).
74 Gli esempi occasionali dovuti alla coincidenza di [a] dopo una consonante palatalizzata con [e] (cfr. la nota 70) presentano a sia in posizione accentata sia in posizione atona.
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Dal libro di inni di Slavočinskis si evince che nella prima metà del XVII secolo i žemaičiai meridionali di Raseiniai non pronunciavano più la consonante d tra z e una vocale, per esempio g. sg. barzos I 75₁₃, II 59₂₂ ‘della barba’.
Allora il sostantivo žvaigždė si pronunciava ancora senza -g- (oggi, nel dialetto del traduttore, come anche nell’area degli aukštaičiai, si pronuncia con -g-), per esempio n. sg. žwayzde II 86₁, i. pl. žwayzdemis II 5₂₄.
Le caratteristiche orientali del libro di inni inducono a ritenere che allora almeno una parte dell’area degli aukštaičiai orientali fosse già interessata, almeno in determinati casi, dalla monottongazione del dittongo uo nelle sillabe non accentate, per esempio g. pl. Obalu I 64₁₈ ‘di mele’. A quanto pare, il fenomeno era ancora soltanto agli inizi.
Allora, in alcune zone della Lituania orientale la sillaba re si pronunciava già ra, per esempio grata II 77₃ ‘grėta’.
Tra le caratteristiche morfologiche va anzitutto segnalato l’uso vivo nel libro di inni di forme grammaticali che oggi non esistono più nell’area dei žemaičiai di Raseiniai o stanno scomparendo del tutto. Si usa, per esempio, il nominativo duale dei nomi (ad es., Kur šiuo metu mudu, Ir bandikščiu tudu, Gaujim atiljės I 61₉–₁₁ ‘dove noi due e quei due animali troveremo riposo in questo momento’), nonché forme verbali duali (ad es., eykiau fu manimi II 117₁₄ ‘andiamo con me’).
Sono attestate forme illative. L’illativo singolare è piuttosto frequente nel libro di inni: se ne contano ben 44 esempi (con sostantivi di diversi temi). Dell’illativo plurale vi è un solo esempio: plenifn I 154₁₇ ‘nelle ceneri (delle braci ancora ardenti)’. Al posto delle forme dell’illativo plurale si usa la costruzione con la preposizione ing ‘in’ + acc. pl.. Anche l’illativo singolare è spesso sostituito dalla costruzione ing ‘in’ + acc. sg., per esempio graban I 98₆ || ing grabą II 111₄, Bažničion II 78₁ || Ing Bažničia II 74₂₀, žiámen II 40₄ || ing žiame II 26₁₄, šírden I 81₇ || ing šir dí II 53₁₈, dangún II 85₁₁ || ing dangu II 73₆. Nel libro di inni i due mezzi espressivi sono del tutto equivalenti e il traduttore sceglie l’uno o l’altro in base al numero di sillabe richiesto dal verso.
Non si possono considerare le forme illative un tratto orientale, anzitutto per la loro abbondanza. Chi ha conferito alla lingua del libro di inni caratteristiche degli aukštaičiai non avrebbe potuto introdurle senza alterare la metrica dei canti. Dunque erano parte del patrimonio linguistico del traduttore stesso, probabilmente ereditate dal dialetto nativo dei žemaičiai meridionali di Raseiniai⁷⁵. Lo dimostrano, tra l’altro, anche la fonetica žemaitica delle forme (ad es., numan I 54₃ ‘a casa, verso casa’) e la morfologia (ad es., šírden I 81₇ ‘nel cuore’).
È probabile che allora le forme dell’illativo plurale non fossero più usate, o fossero molto rare, nel dialetto nativo del traduttore. La forma pleniƒn I 154₁₇ potrebbe, naturalmente, essere considerata anche un elemento del dialetto della regione di Kėdainiai, poiché allora, in questo dialetto (a differenza di oggi), l’illativo plurale era ancora pienamente vitale (lo troviamo negli scritti di M. Daukša, M. Petkevičius e di altri autori di Kėdainiai); inoltre, qui le sue forme erano spesso usate in forma abbreviata, cioè terminavano in -sn (senza -a!).
Nel libro di inni sono ancora vivi anche gli usi delle forme dei casi locativi adesivo e allativo. Se ne contano ben 272 esempi: 84 adesivi e 188 allativi. Per entrambi sono più frequenti le forme singolari (rispettivamente 81 e 153 esempi), ma sono attestate anche quelle plurali (3 e 35 esempi). Quanto alle parti del discorso, sono molto varie; per esempio, ad. sg. Diewip76 I 14₄ (: dio),
75 Ciò contraddice l’affermazione aprioristica di J. Kazlauskas secondo cui nella lingua žemaitica l’illativo, in quanto caso, probabilmente non sarebbe mai stato usato; si veda la sua Lietuvių kalbos istorinę gramatiką, V., 1968, p. 165.
76 Tutte le forme dei casi locativi adesivo e allativo terminano in -p. Non c’è neppure un esempio con la postposizione piena -pi. Nella desinenza -ip potrebbe celarsi il -ip dei žemaičiai meridionali (= aukšt. -iep). La grafia -ip ricorre 18 volte, quella -iep una sola volta.
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Motinip77 I 14₁₅ (: motina), Mäloningämimp II 20₁₂ (: maloningas), manimp I 60₁₀ (: aš), Kurimp I 54₅ (: kuris), Tämimp78 II 28₁₁ (: tas), Wardop II 41₁₇ (: vardas), šveykatoƒp I 144₁₂ (: sveikata), žiameƒp I 108₁₇ (: žemė), Sirdieƒp I 100₂₀ (: širdis), funauƒp I 95₁₃ (: sūnus), Wießpatieƒp II 16₇ (: viešpats), skaysčiaufioƒp I 5₁ (: skaiščiausia), kuriop I 63₃ (: kuris), Toƒp I 27₁₁ (: ta), Manieƒp I 91₂₀ (: aš), Koiump I 110₁₄ (: kojos), äuƒump II 29₅ (: ausys), Rupeƒtingump II 17₆ (: rūpestingį), fäwump II 22₁₃ (: savi), Tump II 6₂ (: tie), muƒump79 I 29₁₅ (: mes). Le forme adesive plurali sono rare (solo 3 esempi) e insolite: animp 80 I 84₄, II 48₂₇ (: anie), imp II 48₂₈ (: jie).
Sia le forme adesive sia quelle allative sono usate in modo vivo (non fossilizzato) e possono avere aggettivi concordati con esse⁸¹; i due casi non vengono confusi tra loro⁸². Talvolta al loro posto compare la costruzione con la preposizione pri ‘presso’ e il genitivo (al posto dell’adesivo anche l’inessivo). Questa costruzione sostituisce raramente l’allativo (sono stati rilevati solo 15 casi più chiari), ad es., Iezauƒp pri ƒiartina I 75₃ || evtymem Pri IEzauß II 90₁₄, Diewop pri toia II 45₂₂ || pri Dievä ƒto ƒimeƒe II 88₁₈. L’adesivo viene sostituito molto più spesso (il plurale è stato quasi del tutto espulso dall’uso; sono stati rilevati oltre 40 casi di sostituzione al singolare); in pratica, i due mezzi espressivi sono usati come varianti, ad es., fawimp Diews rada wieta I 20₇ || Diews [yra] pri tawęs I 17₅, Tu Diewip laymingas I 118₈ || Anna pri Diewá gärbinga II 109₃, Ne iaute ƒawimp ƒtipribes I 94₃ || iaučiau pri ƒawęs toki maƒima II 39₈.
Ciò dimostra che nella Lituania occidentale l’adesivo è scomparso più rapidamente dell’allativo, contrariamente a quanto avvenuto nella Lituania orientale, dove, a giudicare dalla situazione attuale nei villaggi lituani della RSS Bielorussa⁸³, l’allativo era scomparso già prima. Già questo, da solo, impedisce di considerare orientali le forme dei casi locativi allativi nel canzoniere di Slavočinskis. Come nel caso delle forme illative, non potevano essere introdotte neppure dall’elevatizzatore della lingua del canzoniere senza alterare la metrica dei canti. Pertanto vanno considerate una peculiarità della varietà dialettale nativa dell’epoca del traduttore, il žemaitico meridionale di Raseiniai. Lo dimostrano, tra l’altro, anche le caratteristiche žemaitiche delle forme stesse, ad es., all. sg. Iwoƒp I 64₁₁ (: lewa), päbängoƒp II 37₁₇ (: žem. pabanga ‘fine’), all. pl. pitump I 148₁₀ (: pietūs), numump II 47₄ (: namai)84.
Nel canzoniere sono frequenti le desinenze più lunghe del dativo plurale (con -mus) e del dativo singolare di origine pronominale (con -mui), che, come già indicato, il traduttore impiega abilmente nella versificazione per ottenere un verso con il numero di sillabe necessario o per trovare il ritmo adatto. Esse attestano la competizione allora in corso (forse anche nell’area del žemaitico meridionale?) tra le desinenze lunghe e quelle brevi di questo caso.
77 Unico esempio di ad. sg. della classe in ā. La desinenza -ip (invece della prevista -aip) proviene dal paradigma della classe in ja.
78 Dei pronomi personali sono riportate qui soltanto due forme di ad. sg.
79 Una volta è stato scritto muƒump I 32₈ (q = ų).
80 Forse la lettera i indica la i dello žemaitico meridionale (= rispetto alla ie dell’austaitico)?
81 Ad es., Dek tawā wilti Diewip, Mäloningämimp Tewip II 20₁₁–₁₂ ‘confida in Dio, padre misericordioso’, Siunte Diews Aniola… skaysčiaufioƒp Pannoƒp ir eiƒeianioƒp Marioƒp (žwenčiaufioƒp I 4₂₃–₅ ‘Dio mandò un angelo… alla vergine più pura e alla santissima Maria’.
82 Forse soltanto il plurale allativo muƒump I 108₁₅, 127₁₃, II 90₁₀ potrebbe essere interpretato come uso adesivo (?).
83 Cfr. Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, pp. 202–203.
84 Tutti questi fatti contraddicono l’ipotesi di J. Kazlauskas, secondo cui i casi locativi allativi, come l’illativo, non avrebbero mai svolto un ruolo rilevante nel dialetto žemaitico (non sarebbero stati casi), cfr. И. Казлаускас, Историческая грамматика литовского языка. Автореферат. Вильнюс, 1967, p. 18.
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delle forme. Lo stesso vale per le forme più lunghe e più brevi dello strumentale singolare dei temi in i e dei temi consonantici e (i)u, per es. akmenimi II 47₈ || wiešpatim I 131₅ ‘con il signore’, Sunumi I 77₇ || šunumi I 81₂₀ ‘con il cane’, wayšiumi I 23₂₂ || wayšium I 29₃ ‘con il frutto’. Esse variano moltissimo e, a quanto pare, dipendono anch’esse dal numero di sillabe nel verso.
Il comportamento è un po’ diverso per il locativo e lo strumentale plurale: nel canzoniere prevalgono le forme brevi del loc. sg. (per es., walándoy I 28₁₈ ‘nell’ora’, mediey I 64₁₂ ‘nell’albero’, danguy I 21₁₀ ‘in cielo’) e le forme lunghe del loc. pl. (per es., warguofe I 66₁₁ ‘nelle sofferenze’, žiamieſa I 99₂ ‘nelle terre’, akyſa I 50₂₃ ‘negli occhi’) e dell’istr. pl. (per es., dowanomís I 30₁₃ ‘con i doni’, Krutimís I 45₁₈ ‘con i seni’). A quanto pare, la desinenza piena del loc. sg. (cfr. girioia I 85₂₂ ‘nel bosco’, Rouie I 64₈ ‘in paradiso’) e la desinenza del loc. pl. senza -e, rispettivamente -a, nonché quella dell’istr. pl. senza -i-, erano insolite per il traduttore, e forse anche per i correttori linguistici⁸⁵. Oggi nell’area dei raseiniai della Samogizia meridionale si sono affermate in tutti i casi le varianti brevi. Inoltre, il locativo singolare ha perso la iota: si pronuncia píwuo ‘nel prato’, žėmie ‘nella terra’.
Nel canzoniere, le forme del locativo plurale terminano in -se oppure -sa, per es. knigoſe I 102₁₈ ‘nei libri’, akiſa I 37₁ ‘negli occhi’. Va rilevato che -se si trova con i sostantivi di entrambi i generi, mentre -sa soltanto con quelli femminili⁸⁶. Le rime mostrano che entrambe le varianti erano usate dal traduttore del canzoniere, per es., il loc. pl. galibeſa I 146₂₀ ‘nelle potenze’ rima con il n. sg. šwieſa ‘luce’; il loc. pl. rankoſe II 25₁ ‘nelle mani’ rima con la 3ª pers. del pres. rifl. ſtoioſe ‘si metteva’.
Oggi nell’area dei raseiniai della Samogizia meridionale non si trovano affatto forme in -sa. Si è affermata la variante breve, senza alcuna vocale dopo s. È significativo che nei secoli XVI–XVII la variante -sa fosse molto più diffusa di oggi: la troviamo non solo negli scritti dell’altavoce orientale K. Sirvydas e del kėdainiaiškis M. Daukša (rara in entrambi, dove prevale -se), ma anche in quelli degli altavoce occidentali J. Bretkūnas, B. Vilentas, J. Rėza e del samogizio M. Mažvydas. Pertanto, nelle forme dialettali abbreviate odierne, dopo s non è ovunque caduta la vocale e; in molti luoghi era stata a (talvolta u). Forse per questo oggi quella s viene pronunciata per lo più dura.
La desinenza del dativo singolare dei sostantivi con tema in i e con tema consonantico è resa nel canzoniere con i grafemi -ij (talvolta -ii), per es. širdii I 137₁₂ ‘al cuore’, wiebpátii II 1₁₆. Wießpátii II 20₈ ‘al signore’. Oggi i samogizi meridionali di Raseiniai usano forme nuove con le desinenze dei temi in ia (maschile) e in ė (femminile). Solo molto raramente, in alcuni luoghi, si può ancora sentire la desinenza arcaica del tema in i -i (= altavoce -ie). I dati del canzoniere di Slavocinskio inducono a ritenere che nella prima metà del XVII secolo tale desinenza fosse ancora di uso generale e che contenesse inoltre una iota o una i non sillabica, cioè fosse pronunciata -ij o -īj⁸⁷. Quest’ultima circostanza spiega nella parlata il dittongo i non-
⁸⁵ La situazione descritta ricorda molto l’uso delle desinenze brevi e lunghe negli scritti degli autori della regione di Kėdainiai, per esempio nel catechismo di M. Petkevičius; cfr. Z. Zinkevičius, M. Petkevičiaus katekizmo (1598 m.) tarmė, „Baltistica“, VII (1), pp. 82–84.
⁸⁶ Non è stato rilevato neppure un sostantivo maschile, né in generale un nome, con la terminazione -sa del loc. pl. Ciò ricorda la raccomandazione contenuta nella grammatica di D. Klein, pubblicata sette anni più tardi, di aggiungere -sa soltanto alle parole femminili; cfr. Pirmoji lietuvių kalbos gramatika, Vilnius, 1957, p. 434. Tra l’altro, è questa la prassi seguita negli editti delle autorità della Prussia Orientale del 1712–1788, pubblicati nel 1955 da P. Pakarklis (Lietuvos TSR MA Darbai, Serija A, I); cfr. G. Bense, Sprachliche Untersuchungen zu neugefundenen litauischen Dokumenten aus dem XVIII. Jahrhundert. — Wissenschaftliche Zeitschrift der Martin-Luther-Universität, Halle-Wittenberg, 1958, pp. 659–660.
⁸⁷ Che nella desinenza vi fosse davvero una iota o una i è dimostrato anche dalla correzione degli errori, in cui la forma d. sg. wieſpaty viene corretta in wieſpatii (II 128₉–₁₀). Nel testo stesso questa forma è corretta in wieſpatii (I 69₉).
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l’accorciamento dovuto alla riduzione delle vocali lunghe nelle desinenze atone. I correttori della lingua dell’inno non modificarono questa desinenza, poiché la sua rappresentazione grafica non differiva da quella della desinenza [-ij] o [-ii], ampiamente usata allora nel dialetto dell’Alta Lituania88.
L’inno di Slavočinskis mostra che nella prima metà del XVII secolo, nel paradigma dei sostantivi a tema in i del dialetto samogitico, erano già presenti alcune desinenze del tema in ē (gli esempi sono riportati alle pp. 141–142). Lo strumentale singolare dei sostantivi femminili nell’inno presenta invariabilmente la desinenza -ia, per esempio, akia I 23₂₅ «con l’occhio», širdžia I 23₉ «con il cuore».
Il paradigma plurale dei sostantivi a tema in u era allora ancora abbastanza integro, cfr. n.pl. dāngus aukščiauſi II 109₁₂ «i cieli più alti», karalus II 56₂₇ «re», ſunus iſbremti I 21₁₆ «figli scacciati», tris ſunus I 131₁₇ «tre figli», d. pl. pelums II 1₂₂ «ai pelami». Le nuove forme con desinenze del tema in a erano probabilmente ancora rare all’epoca, ma si riscontrano persino nel paradigma singolare, per esempio, i. sg. Sunu I 106₁ «con il figlio».
La flessione del nominativo plurale dei temi consonantici nell’inno presenta tre varianti, per esempio, moters I 37₂₁ «donne», ſeſers I 46₁₇ «sorelle» || krikśćiones II 84₂₇ «cristiani» || Moteris I 41₃ «donne», ſzunis I 75₁₁ «cani». Questo, naturalmente, può essere un intervento dei correttori della lingua dell’inno. Oggi, nel dialetto del traduttore, si usa la variante con la desinenza del tema in i. Nell’inno variano anche i genitivi, per esempio, g. sg. dukters II 110₁₀, wandens II 43₈ || wandenio I 71₂ «dell’acqua», g. pl. wieſpatu I 131₇ «dei signori» || βakniu II 12₁₂ «delle radici». Interessante è la forma a. sg. meniſi I 24₁₃ «mese». Se non è stata coniata dal traduttore per fare rima con wiſi «tutti», potrebbe indicare che allora le forme dei temi consonantici con i al posto della e atona erano diffuse nel dialetto samogitico su un’area più vasta di quella attuale89.
Nell’inno di Slavočinskis non compare ancora la desinenza -ums, ormai molto diffusa in questa regione per il dativo e lo strumentale plurale di tutti i sostantivi femminili; per esempio, d. pl. śakūms «ai rami», mergūms «alle ragazze», aviūms «alle pecore», i. pl. śakūms «con i rami», mergūms «con le ragazze», aviūms «con le pecore»90. Probabilmente nella prima metà del XVII secolo queste forme non esistevano ancora. La desinenza -iems del dativo plurale maschile, di origine pronominale, era però già sostituita da -ims (gli esempi sono riportati a p. 142).
Gli aggettivi dell’inno presentano alcuni tratti arcaici. Per esempio, aiśkus, aśtrus, brangus, pigus, stiprus conservano una flessione più antica del tema in a, cfr. adv. ayβkay I 2₄, II 6₁₉, Ayſzkay I 99₁ «chiaramente», a. sg. f. aśtra I 84₇ «affilata» (si dice anche oggi), i.sg.m. brangu I 119₁₈ «prezioso», n.sg.f. piga I 94₁₁ «economica», adv. pigai I 94₆ «a buon mercato» (ma n.sg.m. ne pigus II 69₉ «non costosi», adv. pigiey I 60₂₃ «a buon mercato»), n.sg.f. Stipra II 86₂₅ «forte», adv. ſtipray II 53₁₉ «fortemente» (si dice anche oggi). Nel paradigma stesso del tema in u si trovano forme più antiche, per esempio, g.pl.m. bayſu II 79₂ «terribili», teyſu żmoniu I 141₆, II 17₈ «di persone rette», a. pl.m. neteyſius II 62₁₃ «ingiusti».
Tra le forme del paradigma degli aggettivi pronominali si segnalano le forme n.sg.f. in -oja, per esempio, giwoia I 136₇ «la viva», Panna ſżwentoia I 9₁₃ «la vergine santa», Graźiaufioia lilila I 24₃ «il giglio più bello». Oggi, nel dialetto del traduttore, si ha -oji. Che un tempo qui
88 si scrive -ii (Knyga Nobažnystės, M. Petkevičius, Volfenbiutelio postilė), -iy (B. Vilentas, B. Chilinskis, Knyga Nobažnystės) oppure -ii (M. Daukša, Knyga Nobažnystės). Gli esempi sono riportati da J. Kazlauskas in „Вопросы славянского языкознания“, выпуск 5, Москва, 1961, p. 97—98.
89 Per la situazione attuale, cfr. Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 58—59.
90 Cfr. Z. Zinkevičius, op. cit., p. 72—73.
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La presenza di una desinenza -ja, oltre che nel canzoniere di Slavočinskis, è attestata anche dai toponimi dei documenti del XVI secolo raccolti da J. Spruogis, per es. Диделя – нива в Видуклев. вол⁹¹.
Tra i pronomi va anzitutto segnalato l’uso delle forme enclitiche mi, ti, per es., a) Diewe kam apleydaim I 82₁₀ ‘... mi hai abbandonato’, kankint nepalaujam II 18₂₇ ‘tormentarmi non mi lascia’, Draskõ [=Draskom] werksmas I 89₁₄ ‘mi lacera...’, ſuminem II 26₁₁ ‘mi ha calpestato’, Gierbſim wiſos ßalis I 21₄ ‘mi onoreranno tutti i paesi’, neſzkiem linkſmibe I 147₁₂ ‘portami...’, Szełpkiėmgi I 155₂₁ ‘aiutami pure’, b) Garbe duodut Diewe I 144₂₁ ‘ti do onore...’, (~duoduot), Raſiut čia I 65₁₃ ‘ti scriverò qui’ (~raſiuot), Wadinamot Pán-ná II 86₅ ‘ti chiamiamo...’, Aniolay [...] garbinat I 106₆ ‘... ti adorano’, Jaučias [...] šilduot I 59₂₁ ‘il bue... ti riscalda’, Minios Zidu priešj įžėiot, O palmas ant garbes dejot I 106₁₀–₁₁ ‘... venne incontro a te... ti pose palme’, dáwet turtus Diews II 28₂₁ ‘Dio ti diede... ricchezze’, welinay [...] Deginſit ugnim nugara II 118₆ ‘i diavoli... ti bruceranno la schiena col fuoco’ (40 esempi in tutto).⁹²
Che queste forme appartengano al patrimonio linguistico del traduttore è dimostrato dalla loro presenza in posizione di rima (per es., I 88₂₂–₂₃, II 18₂₇–₂₈). Oggi non sono più usate né nel dialetto del traduttore né negli altri dialetti lituani, ma le loro tracce sono rimaste soprattutto proprio nell’area dei samogiti meridionali⁹³. A quanto pare, qui scomparvero tardivamente.
Le forme accusative plurali maschili dei pronomi personali nel dialetto del traduttore avevano già allora una desinenza -us, concordata con i nomi (tùs ‘quelli’, anuos ‘quelli’ ecc.; esempi a p. 142). In un’occasione, al posto del dativo plurale femminile toms compare la forma tiems (II 10₁₄). Se non si tratta di un errore di stampa⁹⁴, potrebbe essere un arcaismo attestato in altri scritti antichi⁹⁵ e nei dialetti dei lituani della Prussia orientale di un tempo⁹⁶.
Nel canzoniere di Slavočinskis si usano forme atematiche dei verbi būti ‘essere’, (pa-, pra-)dėti ‘mettere, cominciare’, paduoti ‘dare’, (at-, pa-, per-, pra-, pri-, iš-, už)eiti ‘andare’, giedoti ‘cantare’, palikti ‘lasciare’, pasiekti ‘raggiungere’, per es., 1ª sg. eſmi I 95₂₁ ‘sono’, Pademi II 63₁₆ ‘metto’, Paduomi II 43₁₁ ‘do’, Eymi I 74₁₇ ‘vado’, 1ª pl. Eſme II 50₁₃ ‘siamo’, 3ª persona eſt I 29₈ ‘è’, Padeſt II 107₂₈ ‘mette’, Paduoſt II 38₉ ‘dà’, eyt I 26₁₁ ‘va’, Gieſt I 105₁₉ ‘canta’, Pàlikt II 6₁₀ ‘lascia’, ne paſiekt II 57₂₂ ‘non raggiunge’, rifl. deſtis II 121₅ ‘si mette, viene messa’ (88 esempi in tutto). Cfr. l’acc. sg. masc. atenti I 104₂₀, 121₂₁, II 111₁₁ ‘che viene’⁹⁷.
Alcune forme atematiche presentano tratti fonetici samogiti, per es. 3ª pres. Pàlikt II 6₁₀ ‘lascia’ (= alto lituano paliekti). Accanto a esse si usano anche forme atematiche rielaborate secondo il samogitico, per es., 3ª pres. rifl. atliktaſe I 153₁ ‘rimane’ (~ atliktase), acc. pl. masc. Ateytančius II 97₂₆ ‘quelli che vengono’. Questi fatti dimostrano che i samogiti meridionali ra-
⁹¹ И. Я. Спругис, min. veik., 94.
⁹² La vocale delle forme enclitiche non viene mantenuta. Fanno eccezione i tre esempi seguenti, non del tutto chiari, con te (non ti!): 1. Sunau te girdžiu raudanti, Aſž ſaweſp tawe bilanti I 95₁₆–₁₇ (J. Lebedys, op. cit., 368, suggerisce di intendere: ‘Figlio, che io possa sentire (vorrei sentire) te, piangente, che parli a me (con me)’), 2. Tu weykdàla iki gala Mánà ßelpki kad kálbomïs Aß teyſingay ir láymingay Gárbinčiau te tulomis II 98₂₅–₂₇ (J. Lebedys, ibid., 421, propone, dubitando, di intendere Garbinčiau te come ‘possa adorarti’ oppure ‘ti adorerei’), 3. IOzupay pamazù, Meldžiute pamazù, Regi iog asz ne galiu, Eyti grey tay šiu kialu I 60₄–₇ (J. Lebedys, ibid., 363, propone di intendere Meldžiute come ‘ti prego’).
⁹³ Cfr. Z. Zinkevičius, op. cit., pp. 300–301.
⁹⁴ J. Lebedys, op. cit., 391, la corregge.
⁹⁵ Gli esempi sono riportati da F. Špechtas, K Z LVI 264 ss.
⁹⁶ Žr. J. Gerullis ir Chr. Stang’as, Lietuvių žvejų tarmė Prūsuose, Kaunas, 1933, p. 44.
⁹⁷ Una forma participiale interessante si trova nella frase Tie weyda Diewa žibanti Reg, įBkur garbe eiánti Im ſáu II 107₆–₈. Questa frase probabilmente va intesa così: ‘Essi vedono il volto luminoso di Dio e di là prendono per sé la gloria che ne proviene’.
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Nella prima metà del XVII secolo, i parlanti del dialetto di Seini, accanto ai verbi atematici, usavano già nuove forme create sulla base della terza persona, che in seguito eliminarono del tutto dall’uso le forme atematiche.
La particella riflessiva -se «-si» (gli esempi sono riportati a p. 145) era allora molto più diffusa nell’area dei raseiniškiai della Samogizia meridionale di quanto non lo sia oggi. Nel dialetto odierno si è affermata universalmente la variante abbreviata -s, già presente anche nel canzoniere di Slavočinskis. Solo in alcuni luoghi (per es., nei dintorni di Pagramantis, Skaudvilė, Eižvilkas e Raseiniai), accanto a essa, talvolta si dice ancora anche -se. A Lipkiškė (la terra natale di S. M. Slavočinskis), oggi -se non è attestato. È possibile che, prima che si affermasse -s, molti Samogiti e anche gli abitanti dell’Alta Lituania occidentale avessero -se in fine di parola (lo troviamo persino nel catechismo di M. Mažvydas). Oggi, in quest’ultima area, è attestato localmente nei dintorni di Jurbarkas, Ariogala, Liubavas e Kapsukas; era presente anche nel parlare dei pescatori della laguna dei Curi⁹⁸. L’adattatore del canzoniere alla parlata dell’Alta Lituania non toccò la particella riflessiva -se⁹⁹, il che dimostra che allora era diffusa anche nell’area dell’Alta Lituania. E in effetti la troviamo negli scritti di J. Bretkūnas e B. Vilentas, nella «Margarita Teologika», e in qualche esempio isolato nei «Punktai sakymų» di K. Sirvydas e nei Vangeli di J. Jaknavičius.
Tra le altre caratteristiche del verbo va segnalato che, nella parlata del traduttore, le forme del tema i del presente erano già allora sostituite facoltativamente da forme con tema in (i)a (gli esempi sono riportati a p. 142); che la parlata aveva già il formatore dell’imperativo -kia- oppure -ke- (cfr. p. 142); che le forme di 1.pl. terminavano già in -ma e quelle riflessive in -mos (cfr. p. 142); e che esisteva la desinenza di 1. sg. cond. -čiau (cfr. p. 143). A quanto pare, nella prima metà del XVII secolo, come ancora oggi in vari dialetti (anche nell’area della Samogizia meridionale), era già in corso la competizione tra le forme «atematiche» del futuro e quelle con tema i, per es., 2. pl. dirifite II 2₂₄ «farete», waykščioſite II 2₁₂ «camminerete» || negauſite I 102₁₃ «non riceverete», perſekineſite II 2₁₁ «seguirete»¹⁰⁰.
Tra le parole invariabili più peculiari del canzoniere si segnalano la variante più lunga dell’avv. daug, daugi I 90₁₀ (una dozzina di esempi; oggi è usata solo dagli abitanti dell’Alta Lituania meridionale), l’avv. Niau I 61₆, 96₄ oppure nau II 119₁₄ «forse, magari» (non riscontrato affatto nei dialetti né in altri scritti), la cong. Nesag II 65₂₃ oppure Neſag II 49₅ (~ nesag, nesang) «perché» (oggi non è usata nei dialetti) e la prep. Anta II 22₅ «su» (oggi è usata solo dagli abitanti dell’Alta Lituania meridionale)¹⁰¹.
Molto amata è la particella gi > g, che si aggiunge a varie parole declinabili e invariabili, per es., g.sg.m. tog I 139₁₀ «proprio quello», 1.sg.f. toyg I 138₁₇ «proprio in quella», n.pl.m. Wiſig I 63₁₅ «proprio tutti», 3. praes. Irogi¹⁰² I 132₆ «proprio è» (< *irā + gi), 2. sg. imper. Bukig I 109₁ «sii, dunque», cong. Betayg I 14₁₂ «ma, eppure, tuttavia», prt. Tegigul II 56₁₇ «sia pure». Oggi un uso almeno in parte simile è stato osservato forse soltanto nel parlare di Zietela.
Tra i fenomeni di formazione delle parole va segnalato il suffisso -inykas, per es., a.sg. daržinika I 114₄ «l’ortolano», n.pl. káltinikay II 117₁₅ «i colpevoli». Oggi nella parlata del traduttore si usa -ininkas, che nel canzoniere di Slavočinskis non compare affatto. La variante -inykas
98 Cfr. J. Gerullis e Chr. Stang'as, op. cit., p. 47.
99 C’è un solo esempio corretto, ma anche questo è stato nuovamente «corretto» in -se nell’errata corrige (cfr. nota 62).
100 Interessante la forma di 1.pl. fut. peykſim I 114₆ «colpiremo». Se non si tratta di un errore di stampa al posto di peykſim, potrebbe indicare che già allora esistevano forme di 1. pl. con l’elemento -m- raddoppiato; cfr. Z. Zinkevičius, op. cit., p. 367 (§ 670).
101 La preposizione ant nel canzoniere è usata anche con il caso strumentale (Ant kryžiumi I 145₇, «sulla croce»). Oggi un uso simile è stato osservato, a quanto pare, solo nella parte occidentale del dialetto samogizio.
102 J. Lebedys (op. cit., 377) lo considera erroneamente un errore di stampa.
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oggi attestato soltanto più a est rispetto al dialetto del traduttore, nella stessa regione dell’Alta Lituania, intorno a Raseiniai (Gerviniai) e Kelmė. In passato, a quanto pare, era usato in un’area molto più vasta, poiché lo troviamo anche negli scritti di autori della Prussia orientale originari della Samogizia103.
Il canzoniere di Slavočinskis mostra che nella prima metà del XVII secolo i Samogiti avevano già anteposto il prefisso at- (non ati-!) ai verbi che iniziano con la consonante d, per esempio, inf. atiduoti II 3₁₈ ‘restituire’, 3. praet. atadawė I 68₃ ‘restituì’, 3. praes. adara I 112₂ ‘apre’, n.pl.f. adaritas I 155₆ ‘aperti’.
Il canzoniere contiene anche una notevole quantità di dati per la storia del nostro lessico. I ricercatori vi troveranno parole oggi non più usate in lituano, per esempio, padukšė (I 99₁₃, 140₁₂, II 19₇,₈, 47₂) e paduksis (II 22₆, 28₁₃) ‘speranza’, penukšlas (I 143₂₁, 148₁₄, 150₃) ‘cibo, alimento’, rudulis (I 65₁₉) ‘povero, indigente’, 3. praes. tieg (I 76ₐ₉, 78₉, 83₁₅, 122₁₄, II 19₃ e altrove) ‘dice’. Alcune parole hanno conservato una forma più antica, per esempio, velinas (I 69₁₃, 100₃, 121₁₃, II 76₁₈, 116₁₅ e altrove) ‘diavolo’104. Ve ne sono molte che oggi sono note soltanto in determinati dialetti. Per esempio, il sostantivo kėltuva (I 46₉, 68₉, II 21₂₅, 22₁₉, 32₁₈) era allora usato in Lituania tanto nell’area orientale (K. Sirvydas), quanto in quella centrale (M. Petkevičius) e in quella occidentale (J. Bretkūnas, M. Mažvydas). Oggi questa parola si può sentire soltanto nella Lituania orientale, all’incirca fino alla linea Labanõras–Giedraičiai–Daugai.
Chi studia il lessico del canzoniere troverà anche parole che oggi usiamo con un significato diverso, spesso più recente, per esempio, bernelis (I 31₂₀, 34₁₆, 36₂₀, 59₂₇, II 57₁₅) ‘bambinetto, piccino’, grynas (I 142₃, II 100₇) ‘nullatenente, povero’, nasrai (II 26₂) ‘bocca’.
* * *
L’analisi linguistica qui presentata del canzoniere di Slavočinskis va considerata il primo tentativo di esaminare questo importante monumento della nostra lingua dal punto di vista dialettologico. L’analisi dovrebbe mostrare che le ricerche sulle antiche opere scritte condotte da questa prospettiva sono promettenti. In futuro potranno fornire moltissimi dati importanti per la storia della lingua. Senza di essi, infatti, sarà impossibile elaborare una dialettologia storica lituana, poiché il confronto dei soli fatti dialettali contemporanei conduce a ipotesi senza fine. Infine, ricerche di questo tipo sono la chiave per chiarire la storia, assai complessa, della formazione del lituano standard, soprattutto nella sua forma scritta (in passato non ve n’era una sola).
Ricevuto
5 maggio 1971.
Z. ZINKJAVIČIUS
LA LINGUA DEL CANTICARIO DI S. M. SLAVOČINSKIS (1646)
Riassunto
Si ritiene comunemente che nella lingua di questo monumento si osservi una mescolanza di diversi dialetti lituani della prima metà del XVII secolo. Il presente lavoro si propone di censire con precisione gli elementi dei dialetti che
103 Cfr. l’osservazione di Pr. Skardžius, «Archivum philologicum», II (Kaunas, 1931), p. 197.
104 Nel Giesmynas si trova anche una forma più breve, ma con una desinenza di tema in a (non ja!), per es., n.sg. Welnas II 94₁₀, g.sg. welna I 56₂, d.sg. Welnuy II 103₁, n.pl. welnay II 118₁₁. Che la forma più lunga non sia opera dei correttori linguistici è dimostrato dalle rime dei canti; cfr. la rima di n. sg. welinas II 116₆ con a. pl. f. amžinas «eterno», e di a. pl. welinus II 76₁₈ con a. pl. kalinius.
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fanno parte della lingua del monumento esaminato, localizzare i dialetti indicati, chiarire il processo di traduzione dei canti in lituano e determinare il valore dei dati ricavati dal monumento citato per la storia e la dialettologia storica della lingua lituana.
Dall’analisi dettagliata delle caratteristiche linguistiche del monumento è emerso che esso contiene elementi di soli tre dialetti, precisamente: 1) il žemaitico, dei dintorni di Nemakščiai — Viduklė; 2) l’aukštaitico, dei dintorni di Kėdainiai; e 3) il lituano orientale (città di Vilnius).
Inizialmente i canti furono tradotti nel dialetto žemaitico (la parlata nativa del traduttore), con l’aggiunta di alcuni elementi aukštaitici, impiegati dal traduttore soprattutto per esigenze di versificazione, innanzitutto nella ricerca della rima necessaria. Tuttavia, i canti religiosi così tradotti in lituano non erano graditi a coloro che avevano organizzato la pubblicazione del canzoniere. Il testo fu quindi rielaborato in seguito (a quanto pare, non soltanto dal traduttore stesso, ma anche da altre persone), allo scopo di sostituire, laddove possibile nel rispetto del verso, le forme žemaitiche con quelle aukštaitiche proprie della lingua scritta allora accolta in Lituania, soprattutto nella diocesi di Žemaitija, la quale, secondo l’autore del presente articolo, si era sviluppata sulla base del dialetto dei dintorni di Kėdainiai.
I pochi elementi lituani orientali riscontrati nei canti sono comparsi per due ragioni: 1) il traduttore fece ampio uso del vocabolario lituano orientale di K. Sirvydas (Širvydas); 2) parte degli elementi indicati fu attinta direttamente dal koine lituano orientale della città di Vilnius, dove il traduttore risiedeva mentre studiava all’Accademia di Vilnius.
Nel monumento esaminato sono stati individuati numerosi dati preziosi per la storia e la dialettologia storica della lingua lituana. Essi attestano, per esempio, che nella prima metà del XVII secolo il dialetto žemaitico meridionale possedeva già monottonghi lunghi ī, ī (in luogo di uo, ie della lingua letteraria moderna), dittonghi uo, ie (da o, ē); si profilava già il passaggio della e- iniziale a a-, mentre le sequenze fonetiche con accento acuto u, i+r, l, m, n nei dintorni di Nemakščiai — Viduklė non erano ancora state dittongate. Per quanto riguarda il consonantismo, va anzitutto segnalato il passaggio delle consonanti zd a z. All’epoca la palatalizzazione delle consonanti davanti a vocali del tipo e era diversa da quella del dialetto moderno: erano soggette a un notevole ammorbidimento soltanto k, g e, in parte, š, ž (č, dž); le altre consonanti conservavano invece, in misura maggiore o minore, la loro originaria durezza. A quell’epoca il dialetto indicato conservava molte forme morfologiche antiche, scomparse oggi del tutto o quasi: per esempio, il duale, l’illativo, l’adessivo, l’allativo, le forme del locativo plurale in -sa, le forme del dativo singolare in -iej nei sostantivi con tema in -i, le forme pronominali enclitiche mi, ti, forme verbali atematiche e l’ampio uso della particella riflessiva -se. Al tempo stesso, il monumento presenta già alcuni elementi nuovi, caratteristici del moderno dialetto žemaitico meridionale.
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Nel lavoro vengono inoltre esaminati dati che fanno luce sulla storia dei dialetti del dialetto aukštaitico.
In conclusione, si richiama l’attenzione dei linguisti sulla necessità di approfondire lo studio dei monumenti scritti dell’antico lituano sotto il profilo dialettologico.