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AURIMAS MARKEVIČIUS

Università lituana di scienze dell’educazione

Ambiti di ricerca: morfologia, dialettologia, grammatica storica.

PROBLEMI DI CONFINE TRA LE PARTI DEL DISCORSO

Questioni relative alla periferia delle parti del discorso

ABSTRACT

L’articolo esamina la situazione indefinita di alcune parti del discorso e forme morfologiche, nonché la loro interpretazione ambigua nelle grammatiche scientifiche e pratiche e nei principali dizionari della lingua lituana. La forma illativa, ancora ampiamente usata, viene spesso ignorata senza giustificazione, ossia semplicemente taciuta. Sono stati individuati molti casi in cui parole con struttura e semantica molto simili sono considerate appartenenti a parti del discorso diverse. È controversa la valutazione della sostantivazione di alcuni aggettivi. Ancora più divergenti sono le opinioni sull’aggettivazione dei participi. Per esempio, le parole karpytas, –ą, prakėiktas, –ą, prišlėgtas, –ą sono considerate aggettivi da alcuni linguisti e participi da altri. Si discute brevemente la posizione degli avverbi di origine pronominale: alcuni li considerano soltanto avverbi, altri sia avverbi sia congiunzioni.

ABSTRACT

L’articolo è dedicato all’analisi della situazione indefinita caratteristica di alcune parti del discorso e forme morfologiche, e della loro interpretazione ambivalente nelle grammatiche scientifiche e pratiche, nonché nei principali dizionari della lingua lituana. La forma del caso illativo, ancora ampiamente usata, viene spesso ignorata senza motivo, cioè semplicemente soppressa. Sono stati rilevati numerosi casi in cui parole con struttura linguistica e semantica molto simili vengono trattate come parti del discorso diverse. Vi è ambivalenza anche nell’interpretazione della sostantivazione di alcuni aggettivi. Esistono inoltre opinioni diverse riguardo all’aggettivazione dei participi. Per esempio, le parole karpytas, –a ‘rifilato’, prakėiktas, –à ‘maledetto’, prišlėgtas, –à ‘oppresso’ sono considerate aggettivi da alcuni linguisti e participi da altri. L’articolo offre inoltre una breve panoramica sullo status degli avverbi di origine pronominale: alcuni li interpretano come avverbi, altri sia come avverbi sia come congiunzioni.

P A R O L E C H I A V E: parti del discorso, caso illativo, sostantivazione dell’aggettivo, aggettivazione del participio.

P A R O L E C H I A V E: parti del discorso, caso illativo, sostantivazione dell’aggettivo, aggettivazione del participio.

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Acta Linguistica Lithuanica LXVII

Kalbos dalių paribio problemos

NOTE INTRODUTTIVE

Si considerano casi di confine tra le parti del discorso quelli in cui le parole presentano caratteristiche marcate di due parti del discorso e la loro classificazione nell’una o nell’altra parte del discorso può talvolta suscitare dubbi. Sono considerati di confine anche parole il cui status cambia in seguito all’evoluzione della lingua.

Esistono numerose parole che, pur avendo la stessa forma fonologica, appartengono a parti del discorso diverse. A parte i casi non molto frequenti di omonimia (per esempio, girtas è un aggettivo e un participio, be è una preposizione e una particella), le parole vengono a appartenere a parti del discorso diverse per effetto di cambiamenti semantici, morfologici o di altro tipo.

La migrazione delle parole da una parte del discorso a un’altra è un fenomeno antico in lituano. Si verificano cambiamenti sostanziali quando alcune forme grammaticali scompaiono. Per esempio, scomparso il vecchio locativo, i suoi residui namie, pusiáu, usati da una parte degli alto-lituani orientali, artiẽ «vicino», toliẽ «lontano», oriẽ «fuori», e, nel dialetto žemaitico, dvìjau o dvìejau «in due», sono diventati avverbi. La stessa sorte è toccata anche ai resti dell’aliativo locativo postposizionale: galóp, myrióp, namóp, pavakarióp, pavasarióp, rudeniop, vakaróp, velniop. Oggi queste parole sono considerate avverbi. L’illativo si è conservato molto meglio, ma il suo status nelle grammatiche è indeterminato.

In questo articolo si esaminano inoltre numerosi casi in cui persino i linguisti non concordano sull’appartenenza delle parole all’una o all’altra parte del discorso. Il problema è già stato studiato in una certa misura. Rita Šepetytė ha scritto dell’avverbializzazione dei casi dei sostantivi e delle frequenti discrepanze tra Lietuvių kalbos žodyne e Lietuvių kalbos gramatikoje, dove la stessa parola è ancora considerata un sostantivo in un’opera e un avverbio nell’altra (Šepetytė 1995: 142–147).

Nelle grammatiche è possibile non menzionare casi del genere oppure presentarli come problematici. I lessicografi, tuttavia, devono trovare una soluzione, quale che sia: nella compilazione dei dizionari ogni parola deve essere definita con precisione.

STATUS INDETERMINATO DELL’ILLATIVO

La sorte dell’illativo è più favorevole di quella del vecchio locativo e dei locativi postposizionali di allontanamento. Esso è tuttora un ottavo caso sistematico nei dialetti degli alto-lituani meridionali e orientali (esclusi i dialetti di Panevėžys settentrionali e la parte occidentale dei dialetti di Panevėžys meridionali), nonché nella parte orientale del dialetto degli alto-lituani occidentali (Birštonas, Jieznas, Kaišiadorys, Žiežmariai, Jonava ecc.). Ciò significa che almeno metà della popolazione della Lituania lo usa. E quella metà, come osserva Rasuolė Vladarskienė, «[...] usa questo caso senza riflettere troppo sulle indicazioni dei linguisti, non solo nella lingua quotidiana, ma anche nei testi destinati alla diffusione pubblica» (Vladarskienė 2003: 48). Purtroppo, nella letteratura linguistica lo status dell’illativo è indeterminato. Nel primo volume della Lietuvių kalbos gramatikos tutti i locativi postposizionali sono ancora considerati casi. L’illativo è considerato un sostituto della costruzione į + accusativo, una sorta di espediente stilistico. Se ne indicano i significati (LKG I 207–209). Viene presentata anche l’illati-

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di origine dešinėn, kairėn, laukan, namõn1, orañ, priekin, viršuñ, žemėn (LKG II 447–448). Nella Grammatica della lingua lituana contemporanea l’illativo è indicato come un caso dei dialetti dell’alto lituano orientale e meridionale, ma non si fa più menzione del suo uso nella lingua standard (DLKG 2006: 68). Sono indicati alcuni avverbi fossilizzati di origine illativa: laukañ, namõn, šalìn, viduñ, viršuñ (DLKG 2006: 412).

È impossibile considerare avverbi tutte le forme dell’illativo per diverse ragioni: 1. L’illativo può avere un attributo, per esempio: Andò nel bosco oscuro; entra nella mano sinistra; gira verso quel pino. Possono avverbializzarsi solo le forme dell’illativo che non hanno un attributo, per esempio: gira a destra, spostati di lato, vai dentro, partì per l’eternità2. Nella grammatica della lingua lituana contemporanea si afferma che non si può parlare affatto di avverbialità se le costruzioni o le parole sono usate con attributi (DLKG 2006: 411). È dunque difficile considerare avverbio la forma viršuñ, poiché almeno nella lingua parlata essa è usata anche con un attributo, per esempio: E dovrei arrampicarmi fin lassù, su quella brutta cosa? (Alanta). Anche nel Dizionario della lingua lituana essa è considerata non un avverbio, bensì un sostantivo, per esempio: Poi fai un cerchio, lo infili sopra e vai in giro (Apsas); Metti [il formaggio] in quelle trappole e ci metti sopra una pietra o qualcosa del genere (Palėvenė) (LKŽe; cfr. inoltre KltŽ 408). 2. L’illativo può essere usato dai nomi propri, per esempio: Kaunañ, Rokiškin, Panevėžiñ, Varenõn, Ukmergėn, Alytũn, Vilniun, Parýžiun. Gli avverbi propri sarebbero un’anomalia. 3. Includendo l’illativo, la classe degli avverbi si espanderebbe eccessivamente. 4. È impossibile considerare avverbi le forme dell’illativo degli aggettivi (per esempio: baltañ, baltõn), dei numerali (per esempio: vienañ, antrõn), dei pronomi (per esempio: šitañ, kurión) e dei participi (per esempio: atidarýtan, atneštõn).

La posizione attuale sull’illativo è stata forse formulata con la massima precisione da Aldona Paulauskienė. Si riconosce che, benché l’illativo non sia incluso nelle grammatiche normative, è comunque un fatto linguistico (Paulauskienė 2001: 198). Secondo la linguista, «Se si tratta di un discorso libero, di pubblicistica con tratti dello stile letterario, manteniamo questo locativo» (Paulauskienė 2001: 199).

Nelle grammatiche scientifiche e normative la posizione dell’illativo dovrebbe essere definita con precisione. La maggior parte delle persone incontra inevitabilmente l’illativo e deve sapere che cos’è. Erika Rimkutė ha indicato altri due motivi. Gli stranieri che imparano il lituano non capiscono di quale forma si tratti, come venga usata e come si formi. Poiché nelle grammatiche l’illativo non è incluso nel sistema dei casi, il programma di analisi morfologica automatica non lo riconosce (Rimkutė 2004: 126).

È molto negativo che nelle grammatiche pratiche (soprattutto scolastiche) l’illativo venga semplicemente taciuto. Le persone imparano gli aspetti fondamentali del sistema grammaticale della propria lingua-

1 La forma namõn in realtà non deriva dall’illativo, poiché il vero illativo è namañ. In questo caso si è verificato il processo inverso: l’avverbio namõ ha acquisito il formante dell’illativo, n.

2 L’avverbio (o forse ancora illativo) amžinybėn è spesso usato nelle espressioni di condoglianze rivolte ai parenti e ai congiunti dei defunti.

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soprattutto negli anni scolastici. Solo nel manuale di lingua lituana per l’undicesima classe di Jonas Šukys compare una nota secondo cui il locativo direzionale può essere usato negli stili informali (Šukys 2001: 111). Negli altri manuali scolastici questo caso non viene più menzionato. Per questo molti non riescono a immaginare di quale parte del discorso o forma si tratti, né sanno se sia lecito usarla. A trenta informatori (studenti di diverse discipline) è stato chiesto a quale parte del discorso appartenessero le parole vandeniñ e spiñton nelle frasi Žiedas įkrito vandeniñ ir Dáilktus sukroviau senõn spiñton. Quattordici di loro hanno classificato le forme illative presentate come avverbi, cinque come «un altro locativo», mentre i restanti non sapevano di quale forma morfologica si trattasse. Undici ritenevano che non fosse lecito usare queste forme. Perciò l’illativo non dovrebbe essere taciuto nelle grammatiche pratiche. Si dovrebbe spiegare che è un caso non sistematico, il secondo locativo, usato nella Lituania orientale e meridionale e raro altrove. Dovrebbero conoscerlo anche coloro che non lo usano personalmente. Chiunque troverà numerosi esempi di illativo nel folklore e nella letteratura, lo sentirà e non pochi lo useranno anche nel parlato. È particolarmente frequente l’illativo con preposizione vardãn: nel farsi il segno della croce, nella formula battesimale, nell’inno nazionale lituano e altrove.

Paulauskienė afferma che l’uso dell’illativo è quasi limitato al parlato quotidiano e alla letteratura (Paulauskienė 1994: 104; Paulauskienė 2006: 84). Ma queste sono proprio le principali sfere d’uso di qualsiasi lingua. Sarebbe molto grave se si imparasse a parlare correttamente soltanto dalla lingua scientifica, burocratica o da altre varietà di stile formale. La lingua della letteratura non è una varietà linguistica inferiore o periferica, e le forme che vi ricorrono spesso non dovrebbero essere ignorate.

Nella letteratura le forme dell’illativo ricorrono davvero molto spesso. Lo hanno usato e lo usano tuttora scrittori non solo della Lituania orientale, ma anche di quella occidentale: Kristijonas Donelaitis, Dionizas Poška, Silvestras Valiūnas, Simonas Daukantas, Simonas Stanevičius, Motiejus Valančius, Žemaitė, Vincas Kudirka, Maironis, Lazdynų Pelėda, Pranas Vaičaitis, Šatrijos Ragana, Jurgis Savickis, Vincas Mykolaitis-Putinas, Jonas Aistis, Salomėja Nėris, Kazys Boruta, Antanas Vaičiulaitis, Petras Cvirka, Marius Katiliškis, Vytautas Mačernis, Kazys Saja, Juozas Aputis, Juozas Erlickas e altri. Questa forma è usata anche da scrittori nati in ambienti non dialettali, per esempio Vytautė Žilinskaitė, Judita Vaičiūnaitė, Leonardas Gutauskas e altri, tutti originari di Kaunas. Ciò è probabilmente dovuto in molti casi al fatto che Jonas Jablonskis, nella sua Grammatica della lingua lituana (1901), riconobbe il falso (o secondo) locativo, che risponde alle domande kur̃, kañ, kuriõn viẽton? (Jablonskis 1957: 71). Numerose forme illative si trovano anche in opere letterarie tradotte di recente: Doriano Gray di Oscar Wilde (traduzione di Lilija Vanagienė), Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov (traduzione di Algimantas Mikuta), Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder (traduzione di Eglė Išganaitytė), Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain (traduzione di Valentina Churginaitė) e altre. Queste forme di caso non vengono evitate nelle traduzioni contemporanee della Sacra Scrittura (di Česlovas Kavaliauskas, Antanas Rubšys e Kostas Burbulys). Qui sono particolarmente appropriate, perché nelle opere religiose

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tekstams būdingas tam tikras archajiškumas (Markevičienė 2012: 119). Iliatyvas neretai vartojamas ir administracinėje kalboje (Vladarskienė 2003: 47–56), ir kitų stilių tekstuose3.

Paulauskienė sostiene inoltre che nessuno espelle deliberatamente l’illativo dalla lingua (Paulauskienė 1994: 105). Tuttavia, questo suo tacere consapevole o inconsapevole costituisce comunque una sorta di discriminazione nei confronti di questa forma e delle persone che la usano, oltre che un impoverimento della morfologia della lingua lituana. L’isolamento dell’illativo restringe notevolmente le possibilità della lingua letteraria (soprattutto poetica) e parlata. Perciò nelle grammatiche pratiche si dovrebbe affermare chiaramente che l’illativo non è né un forestierismo né una forma che viola le norme linguistiche. Naturalmente, occorre sottolineare che si tratta di una forma possibile, ma non obbligatoria, poiché gran parte dei lituani in realtà non la usa.

Le forme taciute nelle grammatiche scompaiono rapidamente. Almeno nella letteratura e nella lingua parlata, il duale e il supino probabilmente si sarebbero conservati più a lungo se nelle grammatiche scolastiche fosse stato menzionato che si tratta di forme dialettali, ma non contrarie alle norme linguistiche. È evidente che il participio di necessità samogitico, tutelato dagli autori di diverse grammatiche scientifiche e pratiche, resiste abbastanza bene ancora oggi, benché sia usato in un’area più ristretta e molto meno spesso dell’illativo. Il participio di necessità, tuttavia, è incluso nei libri di testo scolastici4 (Palubinskienė, Čepaitienė 2008: 73 e segg.). L’uso di questa forma samogitica non impoverisce la morfologia della lingua lituana. Nelle grammatiche vengono ancora incluse le forme teesiẽ, teateiniẽ, tebūniẽ, benché siano usate molto raramente (le prime due, per lo più nelle preghiere)5.

CASI PIÙ COMPLESSI DI SOSTANTIVAZIONE DEGLI AGGETTIVI

A migrare sono più spesso le parti declinabili del discorso e le loro forme. In particolare, l’aggettivo passa spesso a sostantivo e il participio ad aggettivo.

Esistono tre criteri principali per riconoscere e distinguere le parti del discorso: lessicale (significato), morfologico (forma) e sintattico (funzione sintattica, accordo). Quando una parola passa a un’altra parte del discorso, spesso la sua forma entra in conflitto con il sistema flessivo della parte del discorso che l’ha accolta. Per esempio, nel sistema nominale compaiono forme pronominali: jaunàsis, jaunóji, nelabàsis, paskutinóji, piktàsis, prakeiktàsis, šventàsis, šven-

3 L’illativo plurale è molto in declino, ma non è ancora una forma morta. Nel corpus testuale dell’Università Vytautas Magnus sono state registrate 136 forme di illativo plurale dei sostantivi (Vladarskienė 2003: 52).

4 Purtroppo, affatto non a tutti.

5 In passato queste forme erano considerate un modo desiderativo (LKG II 63), oggi un modo imperativo (DLKG 2006: 343, 345).

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tóji, válgomasis e così via. Nel Dizionario della lingua lituana si usa persino l’abbreviazione emph., che indica le forme pronominali del sostantivo. L’abbreviazione sm. emph. compare accanto alle parole válgomasis, výkdomasis; sf. emph. accanto alle parole mirtinóji, paskutinióji, mentre smob. emph. compare accanto alle parole paláimintasis, -oji, prakeiktàsis, -óji, tikintỹsis, -čioji e così via (LKŽe). Nel parlato e nei dialetti il sostantivo può acquisire persino forme di grado (per es. vargšėsnis, asiliáusias, nabagiáusias, vėpliáusias). Pranas Skardžius ha dedicato alla gradazione dei sostantivi persino due articoli con lo stesso titolo, «Daiktavardžių laipsniavimas» (Skardžius 1997a: 431–433; Skardžius 1997b: 433–439). Cfr. gli esempi da lui forniti: jis už visus yra šunesnis; jis ir už tave ponėsnis (Skardžius 1997a: 432); jis už visus šuniausias, tinginesnis (Skardžius 1997b: 434, 437) e così via. Pertanto dai sostantivi si formano aggettivi e avverbi di comparativo e superlativo. Dal sostantivo výras furono un tempo create forme di grado dell’aggettivo formos vyrė́nesnis ir vyríáusias (cfr. Skardžius 1997b: 437–438; LEW II 1260; SEJL 757–758). Skardžius fornisce anche gli esempi piečiáu, ryčiáu, vakariáu, pakalniáu e così via (Skardžius 1997b: 435–436), galiausiai, e l’aggettivo galiausias (Skardžius 1997a: 433). Gli aggettivi e gli avverbi di comparativo e superlativo formati in questo modo non hanno una forma positiva. Le forme di grado derivate da un sostantivo vengono usate quando in quel sostantivo è fortemente evidenziato il sema di una qualità, soprattutto se il sostantivo è metafora di una determinata qualità: per esempio, l’asino simboleggia la stupidità, il cane la cattiveria, e così via.

La parola migrata si declina secondo un tipo flessivo diverso da quello proprio della sua parte del discorso. Gli aggettivi e i participi sostantivati conservano la desinenza del dativo singolare dell’aggettivo –(i)am (per es.: kùrsiniam, pažįstamam), la desinenza del locativo singolare –(i)ame (per es.: keturnýčiame, kùrsiniame) e così via. Nel parlato e nei dialetti si cerca di eliminare o almeno attenuare questo conflitto. Le desinenze delle forme flesse che non corrispondono al sistema possono essere sostituite, per es.: baltakakliui, kùrsiniui, laukiniui, pažįstamui, juodaspal̃voje, kùrsinyje. Paulauskienė suggerisce di non essere troppo rigorosi e di tollerare le desinenze nominali quando un aggettivo viene sostantivato (Paulauskienė 2004: 219).

Vi sono molti casi in cui un aggettivo o un participio sostantivato va considerato senza riserve un sostantivo, per es.: jaunàsis, jaunóji, pažįstamas, stiklinė, girtuoklė ‘mirtillo rosso’, ilgalūpė ‘pianta delle Orchidacee che cresce nei boschi umidi’, ilgapi̇̀rstis ‘ladro’, Šventóji, Įlgas (lago presso Dubingiai), Juodsnùkis (cognome). Nel parlato, tra gli aggettivi sostantivati di questo tipo figurano gaisrinė, greitoji ‘veicolo di soccorso medico urgente e relativo personale’, keleivinė e così via.

La zona di confine tra sostantivo e aggettivo è molto ampia e spesso vi si «perdono» persino i linguisti. La sostantivazione degli aggettivi è stata trattata più ampiamente nel primo volume della Grammatica della lingua lituana (LKG I 529–534). A sostantivarsi più spesso sono gli aggettivi dei temi ia₂ e ē: composti (per es.: ia₂ e antramėtis, -ė, bendrámžis, -ė, keturný-

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tis, –ė, nepilnamėtis, –ė, skeltalūpis, –ė), alcuni derivati con prefissi e suffissi (per es.: begalvis, –ė, jauniklis, –ė, laukinis, –ė, mažėlis, –ė, mažiukas, –ė, vilnietis, –ė) e così via.

Di norma, nelle grammatiche e nei dizionari non vengono indicati i criteri per distinguere le parti del discorso in questi casi. Nella Grammatica della lingua lituana vi è almeno un’indicazione chiara: parole di questo tipo possono essere considerate sia sostantivi sia aggettivi, per es.: auliniai ‘stivali con gambale’ (sostantivo) e a u l i n i a i b a t a i (aggettivo) (LKG I 533). Dagli esempi riportati nella Grammatica del lituano contemporaneo si può dedurre che si adotta la stessa posizione: gli aggettivi sono sempre presentati con i sostantivi da essi qualificati (per es.: baltakāklė antis) (DLKG 2006: 229), mentre i sostantivi sono riportati senza nomi qualificati (per es.: geltonplaukis, –ė) (DLKG 2006: 155). Questa posizione è logica e pratica. Tuttavia, non mancano i casi problematici.

Dėl aiškių būdvardžio ir daiktavardžio skyrimo kriterijų nebuvimo įvairiuose žodynuose yra nemaža painiavos. Dabartinės lietuvių kalbos žodyne didžioji dalis minėtų tipų ią2 ir ē kamienams priklausančių žodžių laikomi būdvardžiais. Šiame žodyne būdvardžių daiktavardėjimas parodytas menkai. Dėl mažesnės žodyno apimties, matyt, šio proceso išsamiau parodyti ir neįmanoma. Lietuvių kalbos žodyne sud daiktavardėjusių būdvardžių pateikta daug daugiau. Tačiau vis tiek lieka neaišku, kodėl šio žodyno elektroniniame variante žodis bemarškinis, –ė laikomas būdvardžiu, bekelnis, –ė, bekepūris, –ė – daiktavardžiais, o bešvarkis, –ė – ir būdvardžiu, ir daiktavardžiu (LKŽe). Dabartinės lietuvių kalbos žodyne dūrinys trumparėgis, –ė laikomas būdvardžiu, o žemazūris, –ė – daiktavardžiu; juod(a)plaukis, –ė – būdvardžiu, o juodaveidis, –ė – daiktavardžiu; juodmaršis, –ė laikomas būdvardžiu, juodberis, –ė – daiktavardžiu, o žalmaršis, –ė – ir būdvardžiu, ir daiktavardžiu. Žodis beveidis, –ė laikomas būdvardžiu, o beširdis, –ė – būdvardžiu ir daiktavardžiu (DLKŽe 2006), nors abiejų reikšmės yra perkeltinės. Tokių nevienodumų galima rasti tarmių ir šnektų žodynuose, pavyzdžiui, baltaplaukis, –ė – adj. (DrskŽ 28), o raudonabarzdis, –ė – smob., adj. (DrskŽ 297); greitūlis, –ė – smob. (DrskŽ 111), o gražūlis, –ė – adj., smob. (DrskŽ 108); baltpūkis, –ė – adj. (ZnŽ 1 106), o juodākis, –ė – adj., smob. (ZnŽ 1 575); juodaplaukys, –ė – adj. (KpŽ 2 87), o baltabarždys – sm. (KpŽ 1 144); ilganōsis, –ė – adj., o ilgakašė – sf. (KzRŽ I 271).

Nel Dizionario della lingua lituana, accanto a parole di questo tipo (per es.: plačiapėtis, –ė, plikagalvis, –ė, trumparėgis, –ė), talvolta sono riportate due indicazioni: agg., sost. (LKŽe). Questa doppia etichetta è frequente nel Dizionario del dialetto di Druskininkai, nel Dizionario di Kupiškis e nel Dizionario della parlata di Kaltanėnai. Nel Dizionario della lingua lituana si trova anche un’altra soluzione: sostantivo e aggettivo sono riportati in voci separate, per es.: baltaplūnksnis, –ė, liepsnabarždis, –ė ‘con la barba rossiccia’, liepsnagalvis, –ė ‘con i capelli rossicci’ (LKŽe). Se nei dizionari si seguisse con coerenza l’una o l’altra impostazione, si potrebbe evitare la confusione menzionata. Dal punto di vista dell’economia, la prima soluzione è certamente più pratica, ma sarebbe più logico riportare le voci separatamente. Queste coppie di parole appartengono a categorie morfologiche diverse e svolgono funzioni sintattiche differenti.

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IL CONFINE TRA AGGETTIVO E PARTICIPIO

Un ambito molto complesso è l’aggettivizzazione dei participi che svolgono la funzione di attributo. Vytautas Ambrazas sostiene che l’uso aggettivale di molti participi non può essere spiegato come aggettivizzazione, poiché tale uso è primario, cioè ereditato da un’epoca in cui il participio non era ancora stato incluso nel sistema delle categorie verbali. In generale, tuttavia, Ambrazas riconosce l’aggettivizzazione del participio, per esempio: uomo adulto, lavoro che dà risposta, persona benestante (LKE 96).

Nelle principali grammatiche della lingua lituana l’aggettivizzazione dei participi è valutata con cautela. Lietuvių kalbos gramatikoje le forme derivate che esprimono una caratteristica stabile sono considerate participi con uso aggettivale, per esempio: pagalinti Severja, dedančią viščią, suverdančių žirnių, netikęs peilis, suaugęs vyras, sukalbamas žmogus, suprantama kalba (LKG II 334–338). Solo alcune parole con forma participiale sono considerate aggettivi, per esempio: drumštas, -à, glaũštas, -à, rieštas, -à, skiaũštas, -à, sùktas, -à, àtmestas darbas «lavoro scadente», paténkintas žmogus (LKG II 345). Dabartinės lietuvių kalbos gramatikoje anche le parole àtmestas, paténkintas sono considerate participi (DLKG 2006: 372). In questa grammatica si trovano pochissimi aggettivi che coincidono con una forma participiale, per esempio: drumštas, glaũštas, rieštas, sùktas, skiaũštas (DLKG 2006: 372), gaũbtas, skėštas (DLKG 2006: 223). Qui non sono considerati participi aggettivizzati, bensì aggettivi formati da verbi senza prefisso mediante il formante –t– e le desinenze (DLKG 2006: 223).

Paulauskienė presenta un numero maggiore di participi aggettivizzati, per esempio: skalbiamašis muilas, gelbėjamoji valtis, siuvamoji mašina, gyvenamasis namas, limpama liga, drumštas vanduo, atvėrtas langas, virtos bulvės, lenktà nosis, pašėlęs noras, netikęs vaikas (Paulauskienė 2006: 52).

Gli autori dei principali dizionari della lingua lituana adottano una posizione diversa. In questi dizionari l’aggettivizzazione dei participi è riconosciuta molto più frequentemente. In genere, le posizioni degli autori su questo problema coincidono. Per esempio, sono stati riscontrati 102 casi in cui le forme sono considerate aggettivi sia nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne (DLKŽ 2000), sia nel Lietuvių kalbos žodyne (LKŽ), sia nelle rispettive versioni elettroniche (DLKŽe 2006; LKŽe), sia nell’Atgali­niame dabartinės lietuvių kalbos žodyne (ADLKŽ), per esempio: atitiṅkamas, -à, drėbtas, -à, drumštas, -à, glaũštas, -à, įgimtas, -à, kiñtamas, -à, maišytas, -a, mókytas, -a, neapsakomas, -a, negirdėtas, -a, neišvengiamas, -à, nepakaltinamas, -a, nepriklausomas, -a, neraliuotas, -a, netašytas, -a, paláimintas, -a, tiñkamas, -à, žymėtas, -a. Altre 23 parole dello stesso tipo sono considerate aggettivi soltanto nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne, nella sua versione elettronica e nell’Atgaliniame dabartinės lietuvių kalbos žodyne.

Come nei dizionari, l’aggettivizzazione dei participi è valutata nella prima parte del libro Akcentologija di Antanas Pakerys (Pakerys 1994, 390–395).

L’aggettivizzazione dei participi è riconosciuta anche nei dizionari dei dialetti. Per esempio, nel Kupiškėnų žodyne le parole drumštas, -à (KpŽ 1 455), karpýtas, -a (KpŽ 2 191), nema-

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týtas, -a (KpŽ 2 999), nel Zanavykų šnektos žodyne le parole būtinas, -à (ZnŽ 1 202), gimtas, -à (ZnŽ 1 450), nel Kaltanėnų šnektos žodyne le parole mókytas, -a (KltŽ 177), nematýtas, -a, neraliuotas, -a (KltŽ 185) sono considerate aggettivi.

Tuttavia, talvolta è difficile comprendere le ragioni per cui alcune parole vengono classificate come aggettivi o participi. Non è molto chiaro perché le stesse parole siano considerate aggettivi in un dizionario e participi in un altro. Per esempio, atliekamas, -à, įper­kamas, -à, įtariamas, -à, mątomas, -a, pamók­omas, -a, paš­tebimas, -à, paveldimas, -à, sukalbamas, -à, suprantamas, -à, válgomas, -a, détas, -à, karpýtas, -a, pavėluotas, -a, prakėiktas, -à, prislėgtas, -a, užimtas, -à sono considerati aggettivi nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne (DLKŽe 2006), mentre nel Lietuvių kalbos žodyne sono participi (non sono affatto presentati come aggettivi e molti compaiono soltanto nelle voci dei rispettivi verbi) (LKŽe). E viceversa: le parole suáugęs, -usi, paténkintas, -a Lietuvių kalbos žodyne sono considerate aggettivi (LKŽe), mentre nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne sono participi (DLKŽe 2006).

Anche all’interno dello stesso dizionario, unità lessicali di significato e struttura molto simili vengono assegnate a parti del discorso diverse. Cfr.: nel Lietuvių kalbos žodyne la parola édamas, -à «adatto da mangiare» è un aggettivo, mentre válgomas, -a «adatto a essere mangiato» è un participio; sùšnekamas, -à è un aggettivo, mentre sùkalbamas, -à è un participio; padùkęs, -usi è un aggettivo, mentre pašėlęs, -usi è un participio; suáugęs, -usi è un aggettivo, mentre pagyvėjęs, -usi ir subrén­des, -usi sono participi (LKŽe). Nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne la parola užkrečiamoji (liga, «malattia») è un aggettivo, mentre limpamóji (liga) è un participio (DLKŽ 2000: 885, 370); tìkęs, -usi è un aggettivo, mentre výkęs, -usi è un participio (DLKŽ 2000: 844, 932).

Lietuvių kalbos žodyne si trovano anche casi in cui una parola con lo stesso significato è presentata sia come aggettivo sia come participio (compare nella voce del verbo corrispondente). Le parole assegnate a entrambe le parti del discorso sono nepaláužiamas, -à, nepalenkiamas, -à, nepataisomas, -a, nepérmaldaujamas, -a, pakáltinamas, -a, pakeñčiamas, -à, žinomas, -a e altre (LKŽe). È il modo che rispecchia meglio la situazione reale, poiché le parole in questione possono aggettivizzarsi, ma anche rimanere participi.

Sia nel Lietuvių kalbos žodyne sia nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne alcune parole sono riportate in voci autonome con l’etichetta part., per esempio: netìkęs, -usi, pasilėidęs, -usi, pasiùtęs, -usi, pašėlęs, -usi (LKŽe), oppure dlv., per esempio: nemìtęs, -usi, pasilėidęs, -usi, suáugęs, -usi (DLKŽe 2006). È difficile che fosse opportuno presentarli in questo modo. Il participio non è una parte del discorso. D’altra parte, queste parole sono pochissime. Nell’Atgaliniame dabartinės lietuvių kalbos žodyne ne sono riportate soltanto 18 (ADLKŽ 848). Una quantità così esigua non giustifica certo etichette separate dlv. o part.6 Sarebbe molto più semplice inserirle in

6 Anche altre abbreviazioni rarissime sono superflue. Per esempio, nella versione elettronica del Lietuvių kalbos žodyno l’abbreviazione neces. (participio di necessità) compare soltanto accanto alla parola įsidėmėtinas, -a (LKŽe).

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i lemmi dei verbi corrispondenti. In questi casi, però, sarebbero più adatti i lemmi degli aggettivi.

La conversione dei participi di necessità in aggettivi è segnalata più spesso nella versione elettronica del Lietuvių kalbos žodyno. Qui se ne sono trovati 42, mentre nella versione elettronica del Dabartinės lietuvių kalbos žodyno se ne trovano 18.

La conversione dei participi pronominali in aggettivi è riconosciuta molto raramente. Nella versione elettronica del Lietuvių kalbos žodyno solo 5 parole di questo tipo sono contrassegnate con l’abbreviazione adj., mentre nella versione elettronica del Dabartinės lietuvių kalbos žodyno 9 parole di questo tipo sono considerate aggettivi.

La nominalizzazione dei participi pronominali, invece, è ampiamente riconosciuta, per esempio: l’eletto, -a, l’accusato, -a, il pregante, -a, l’amato, -a, l’imputato, -a, la camera da letto, la sala d’attesa, la sala da pranzo, la falciatrice, la trebbiatrice, la piattaforma di carico, la macchina da taglio, la seminatrice, la piantatrice, la concimatrice, i pagabili ‘denaro’, le bianche ‘una malattia femminile di questo tipo’, il pareggio (DLKŽe 2006).

Con queste considerazioni non si intende accusare nessuno. La situazione esaminata mostra che il problema è complesso. Persino le opinioni di linguisti esperti sono contraddittorie e incoerenti. Per chi non ha approfondito i problemi linguistici è ancora più difficile orientarsi. Perciò il sistema dovrebbe essere semplificato: tutte queste parole, o almeno molte di esse, dovrebbero essere considerate o participi o aggettivi.

Non ci sarebbe nulla di male se le parole che esprimono una qualità permanente fossero considerate aggettivi, come avviene più spesso nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne. La categoria del tempo diventa irrilevante o si attenua notevolmente. Nei sintagmi un uomo passibile di condanna / accessibile / con cui si può parlare / istruito / maledetto, una vita insopportabile, una retribuzione adeguata, labbra rifilate, cambiando il tempo dei participi (un uomo condannato / raggiunto / con cui si è parlato / che viene istruito / che viene maledetto, una vita non sollevata, una retribuzione adeguata, labbra che vengono rifilate), il significato di qualità permanente scomparirebbe. In questi casi è irrilevante anche la categoria dell’aspetto. Se la qualità è legata a un’azione singola (per esempio, un lavoro ponderato), è meglio considerare la parola un participio.

AVVERBIO O CONGIUNZIONE?

Gli avverbi kur, kada, kol, kaip, kiek, kodėl sono classificati in modo diverso quando svolgono una funzione connettiva, introducendo proposizioni subordinate. Nel Lietuvių kalbos žodyne in questi casi si distinguono due parti del discorso: sono considerati sia avverbi sia congiunzioni. Solo la parola kodėl è considerata unicamente un avverbio. Nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne sono considerati soltanto avverbi. Non è chiaro, però, perché la parola kaip sia stata trattata diversamente, dal momento che è considerata sia un avverbio sia una congiunzione (DLKŽe 2006). Probabilmente si tratta di una svista. Dabartinės lietuvių

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nella grammatica della lingua le parole che collegano le subordinate come (solo comparativo), kadà e kòl sono considerate congiunzioni subordinanti, mentre kur, kiék, kodėl non figurano nell’elenco e nella tabella delle congiunzioni (DLKG 2006: 457–461). Sono considerate avverbi le parole kur, kadà, kaip, mentre kiék e kodėl non compaiono neanche qui (DLKG 2006: 412). Il modo più coerente sembra essere quello adottato dal Dizionario della lingua lituana contemporanea.

Gintarė Judžentytė, che ha descritto in modo innovativo gli avverbi di luogo della lingua lettone, ritiene che le parole lettoni kur, kurp, kurpu siano avverbi interrogativi. Se introducono subordinate, sono considerate relative (sottoclasse degli avverbi interrogativi) (Judžentytė 2009: 20–22). Un simile approccio sarebbe del tutto adatto anche per classificare gli avverbi di origine pronominale della lingua lituana. Tuttavia, per adeguarsi alla tradizione delle grammatiche lituane, essi possono essere assegnati, come i pronomi, a due categorie. In tal caso, i pronomi kàs, kuris, kurì, katràs, katrà, kóks, kokià, kelìntas, kelintà e gli avverbi di origine pronominale kur, kadà, kòl, kaip, kiék, kodėl formerebbero una bella simmetria: avrebbero sia valore interrogativo sia relativo.

ALTRE OSSERVAZIONI

Gli aggettivi cosiddetti di genere neutro sembrano essere quelli valutati nel modo più controverso. Adelė Valeckienė indica quattro interpretazioni (Valeckienė 1984: 174–175): 1. Sono inclusi nella categoria del genere dell’aggettivo e considerati il terzo genere dell’aggettivo (cfr. anche Valeckienė 1998: 244, 247–250; Holvoet, Vaičiulytė-Semėnienė 2006: 115–118; LKG I 478; DLKG 2006: 168). 2. Sono considerati forme aggettivali non marcate per genere (Jakaitienė, Laigonaitė, Paulauskienė 1976: 63–64; cfr. anche Paulauskienė 1994: 211–219 e altri). 3. Si propone di considerare avverbi le forme di questo tipo (Kazlauskas 1968: 324). 4. Tali forme vengono assegnate a una categoria di stato del tutto distinta (Муствейikis 1972: 241–249). Tatjana Bulygina adotta un punto di vista ancora diverso. Include anch’essa questi aggettivi nella categoria del genere, ma vi assegna anche gli avverbi aggettivali (Булыгиna 1970: 36; cfr. anche Girdenis, Žulys 1973: 208).

L’assegnazione di una parola all’una o all’altra parte del discorso può dipendere anche da una convenzione. Per esempio, il supino, a lungo considerato una forma verbale, nella Grammatica della lingua lituana contemporanea è considerato un avverbio (DLKG 2006: 413). Tuttavia, persino nella versione elettronica del Dizionario della lingua lituana il supino continua a essere considerato una forma verbale. Per esempio, alla voce del verbo žìnti, žįsta, -o sono riportate numerose frasi con la forma supina žìnte (LKŽe).

Nei dizionari viene talvolta ricostruito il nominativo dei sostantivi con paradigma di declinazione incompleto (difettivo), benché in generale non sia usato nella lingua, per esempio: mažùmė, pakarpà, pérstojis, pir̃šles (DLKŽe 2006). Spesso tali sostantivi hanno un solo caso, che si avverbializza, per esempio: è in difficoltà fin da piccolo, impazzito per

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mažumės, lỹja be pérstojo, atvažĩavo piršlėmis (plg. Markevičius 2009: 43). Dažnai tokio tipo žodžiai ir laikomi prieveiksmiais, pvz.: užsùko prabėgõm, prótar­piais lỹja, gyvẽna pùsbadžiu (DLKŽe 2006). Dabartinės lietuvių kalbos žodyne prielinksninės konstrukcijos nuo mažumės ir iš mažumės pateikiamos daiktavardžio mažumė straipsnyje, o visai tos pačios reikšmės ir atitinkamos struktūros junginys iš mažẽnės laikomas prieveiksmiu (DLKŽe 2006). Tokiais atvejais žodynuose reikėtų teikti realų, egzistuojantį linksnį (vieną arba su prielinksniu) ir laikyti jį prieveiksmiu.

Žodžiai abù, abì, abùdu, abìdui žodynuose laikomi skaitvardžiais (LKŽe; DLKŽe 2006), o Albertas Rosinas juos laiko bendrumo įvardžiais (Rosinas 2001: 101–103).

Esistono anche altre discrepanze. Per esempio, nel Dizionario della lingua lituana contemporanea la parola vienóks è considerata un pronome, mentre antróks ir abejóks sono considerati aggettivi; šè ‘ecco, prendi’ è considerata una particella, mentre tè ‘prendi’ è considerato un’interiezione (DLKŽe 2006).

Nei dizionari sono pochissime le parole contrassegnate con l’etichetta modal. Anche queste parole potrebbero essere assegnate a qualche parte del discorso. Per esempio, la parola palýginti andrebbe considerata un verbo, tikriausiai un avverbio con uno specifico valore modale, e così via.

L’assegnazione di una parola a una parte del discorso può essere resa difficile da una funzione sintattica insolita, per esempio: Bisogna pensare ogni minuto a l à (all’altro mondo); Tu dici sempre domani, domani lo farai, ma quel d o m a n i non arriva mai; Sono cresciuti così, abituati a q u e s t o: inchinarsi davanti al signore, togliersi il cappello davanti al signore (Vidiškiai).

A volte, a causa della struttura insolita, non è facile assegnare una parola a una categoria. Per esempio, le parole alió, eĩkš, labãnakt, stòp sono considerate interiezioni (DLKŽe 2006), benché non presentino le caratteristiche tipiche delle interiezioni.

Qualche difficoltà può derivare dal fatto che nel normativo Dizionario della lingua lituana contemporanea non sono incluse alcune categorie periferiche del lessico: i ritornelli (per esempio: lỹlia, lingõ, rìto), le parole-rima (o parole eco) (per esempio: kìškis p i š k i s, lãpė s n ã p ė, meškà l e p e š k à). Le interiezioni imitanti i versi degli animali sono riportate in modo limitato. Mancano le parole onomatopeiche per indicare il nitrito del cavallo (ỹgaga, ỹhaha), il belato della pecora (bė), il belato della capra (mekekė), il grugnito del maiale (kriù), l’abbaiare del cane (aũ, ãm), il miagolio del gatto (miáu), il chiocciare delle oche (gà), il chiocciare delle galline (kùt kudã), il pigolare dei pulcini (cip, cỹp) e così via. Vi sono però parole come burkū, gir̃, kakarìeku, kár, kùkù, mũ e altre (DLKŽe 2006). Vi sono poche interiezioni usate per chiamare o scacciare gli animali, per esempio cibà, ciù, čiùk, kàc, kùzi, pùt, sà, šiù, škàc, štìš, ùis (DLKŽe 2006). Mancano però parole per chiamare la mucca (tprukà), le pecore (burì), le oche (ziù, ziùlia), le anatre (ùt), per scacciare il cane (sciùc), le oche (ziuliùkš), il lupo (tulè) e così via. Quasi tutte queste parole periferiche sono attestate nel Dizionario della lingua lituana (LKŽe).

Dal punto di vista morfologico, le parole dell’area periferica sono talvolta difficili da identificare. Perciò, in alcuni casi è possibile adottare un approccio più liberale. Tale approccio, tuttavia, dovrebbe essere più uniforme e maggiormente coordinato.

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CONCLUSIONI

1. Con la scomparsa delle forme morfologiche, i loro residui passano ad altre parti del discorso; per esempio, i resti dell’antico locativo e dell’aliativo sono diventati avverbi.

2. Quando l’ambito d’uso di alcune forme (per esempio, dell’iliativo) si restringe, talvolta esse vengono ignorate senza giustificazione nelle grammatiche. Ciò è particolarmente tipico dei manuali scolastici. Pur sentendo ancora spesso l’iliativo e usandolo persino loro stessi, le persone non riescono a identificare questa forma e non sanno se sia possibile usarla.

3. Nella linguistica lituana, il processo di sostantivazione degli aggettivi genera notevole confusione. Le stesse parole sono considerate sostantivi da alcuni autori e aggettivi da altri. Nel Dizionario della lingua lituana contemporanea in versione elettronica, parole di semantica e struttura molto simili sono spesso assegnate a parti del discorso diverse, ad esempio juodaplaukis, -ė è considerato un aggettivo, mentre juodaveidis, -ė è considerato un sostantivo.

4. Particolarmente controversa è la derivazione aggettivale dei participi che svolgono la funzione di attributo. A questo riguardo, le interpretazioni delle principali grammatiche e dei principali dizionari della lingua lituana differiscono notevolmente. Nella Grammatica della lingua lituana e nella Grammatica della lingua lituana contemporanea la derivazione aggettivale dei participi è riconosciuta in misura molto limitata, mentre nel Dizionario della lingua lituana, nel Dizionario della lingua lituana contemporanea, nel Dizionario inverso della lingua lituana contemporanea e in vari dizionari dialettali, molti participi che esprimono una qualità stabile sono considerati aggettivi.

5. Le interpretazioni della forma neutra dell’aggettivo (cinque interpretazioni) e degli avverbi di origine pronominale che introducono proposizioni subordinate non sono uniformi. Nelle opere di morfologia e lessicografia lituane differisce anche la collocazione di alcuni altri elementi linguistici.

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Problemi di confine tra le parti del discorso

Questioni relative alla periferia delle parti del discorso

R I A S S U N T O

L’articolo è dedicato all’analisi della situazione indefinita caratteristica di alcune parti del discorso e forme morfologiche, della loro interpretazione ambivalente nelle opere di diversi linguisti, nei dizionari e nelle grammatiche pratiche (soprattutto in quelle scolastiche).

Le parole acquisiscono di solito lo status di un’altra parte del discorso a causa della scomparsa di alcune forme grammaticali. In seguito all’estinzione dell’antico caso locativo e del locativo postposizionale detto allativo, i loro residui (per es., namie «a casa», pusiaú «semi-», vakaróp «verso sera», ecc.) sono diventati avverbi. Questi casi non suscitano discussioni.

Eppure il caso illativo, che è ben lungi dall’essere estinto e viene usato piuttosto spesso, è ignorato senza alcuna ragione in alcune opere di morfologia: viene semplicemente omesso. Di conseguenza, sia i lituani stessi sia le persone di altri paesi che imparano il lituano spesso non sanno di che tipo di forma si tratti, come si formi e se sia corretto usarla.

La nominalizzazione degli aggettivi non dovrebbe causare grandi problemi. Tuttavia, parole con struttura e semantica simili vengono spesso attribuite a parti del discorso diverse. Per esempio, le parole beveĭdis, -ė «senza volto», juodaplaukis, -ė «dai capelli neri» sono dette aggettivi, mentre juodaveĭdis, -ė «dal volto nero» è trattato come sostantivo (Dizionario del lituano moderno).

Una grande incertezza caratterizza il confine tra i participi propriamente detti e i participi aggettivati. L’aggettivazione del participio è pressoché ignorata nelle grammatiche della lingua lituana, ma è ampiamente rispecchiata nei principali dizionari lituani. Tuttavia, anche in questo ambito vi sono numerosi casi di disaccordo. Per esempio, le parole pavėldimas, -à «ereditabile», prakėiktas, -à «maledetto» sono definite aggettivi in alcune pubblicazioni e participi in altre.

L’articolo comprende anche una breve panoramica del trattamento ambivalente degli avverbi che svolgono la funzione di congiunzioni subordinanti (per es., kur̃ «dove», kadà «quando», kaĩp «come», kiẽk «quanto/a/i/e», ecc.). La soluzione più razionale sarebbe trattarli come avverbi relativi.

Consegnato il 21 maggio 2012.

AURIMAS MARKEVIČIUS

Università lituana di scienze dell’educazione

Via Taraso Ševčenkos 31, LT-03111 Vilnius, Lituania

[email protected]

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