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Ambiti di ricerca scientifica: studi baltico-slavi, baltistica, slavistica, morfologia storica delle lingue baltiche e slave, etimologia, fraseologia delle lingue baltiche e slave, lessicologia, lingua del folclore baltico e slavo, storia della baltistica e della slavistica.
SULLA FRASEOLOGIA NELLA BIBBIA DI JOHANN BRETKE
Sulla fraseologia della Bibbia di Jonas Bretkūnas
NOTA
La traduzione integrale della Bibbia in lituano realizzata da Johann Bretke alla fine del XVI secolo contiene numerosi elementi complessi (idiomi, frasemi). Per quanto riguarda le unità fraseologiche bibliche, è importante distinguere due categorie: 1) elementi che risalgono a idiomi biblici; 2) elementi che rimandano a situazioni specifiche.
Nel suo manuale di fraseologia, Harald Burger ha descritto un metodo efficace per individuare le espressioni idiomatiche nelle traduzioni antiche. Tra l’altro, ha illustrato un tipo di equivalenza nell’uso idiomatico: «Lingua di partenza: una parola – lingua di arrivo: un frasema». Così, nella traduzione della Bibbia di Lutero, una singola parola può corrispondere a una locuzione preposizionale nella traduzione di Bretke. Inoltre, le unità fraseologiche variano e si presentano spesso in forme diverse. Infine, vengono menzionati esempi di unità fraseologiche con funzione di frase, come le formule di saluto.
ANNOTAZIONE
La prima traduzione completa della Bibbia in lituano, realizzata da Johann Bretke alla fine del XVI secolo, contiene molte unità complesse (idiomi, proverbi ecc.). Per quanto riguarda le unità fraseologiche bibliche, è importante distinguere due categorie: 1) unità che risalgono
PAROLE CHIAVE: unità fraseologica, frasema, testema fraseologico, variante fraseologica, prestito traduttivo (calco), schemi fraseologici, figura etymologica, biblicismi fraseologici (unità fraseologiche bibliche).
PAROLE CHIAVE: unità fraseologica, frasema, testema fraseologico, variante fraseologica, traduzione, schema fraseologico, figura etymologica, unità fraseologiche bibliche.
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riconducibili a locuzioni bibliche; 2) unità che risalgono a determinate situazioni. Uno dei metodi efficaci per indagare le espressioni idiomatiche nelle traduzioni antiche è descritto da Harald Burger nel suo Manuale di fraseologia. Tra le altre cose, egli ha individuato il seguente tipo di equivalenza tra usi idiomatici: «lingua di partenza: una parola – lingua di arrivo: una locuzione». Nella traduzione della Bibbia di Lutero, una singola parola può corrispondere a una locuzione preposizionale nella traduzione di Bretke. Le unità fraseologiche ricorrono spesso in varianti diverse. Infine, ho menzionato esempi di unità fraseologiche con funzione frasale, come la formula di saluto.
INTRODUZIONE
A giustificazione dell’argomento, si adduca quanto segue: mi propongo di esporre la fraseologia della prima traduzione integrale della Bibbia in lituano, realizzata da Johann Bretke, poiché i testi non sono costituiti soltanto da «frasi libere», né queste soltanto da «combinazioni di parole» più o meno «libere», ma anche da frasi specifiche (stereotipate) e da combinazioni di parole specifiche (fisse, idiomatiche). La combinatoria che dà forma a frasi e testi non si limita dunque a collegare unità elementari (minime), ma comprende anche interi blocchi di unità (non minime), che in quanto tali partecipano direttamente alla costruzione di frasi e testi. Ciò vale anche per il testo della Bibbia.
In questo contesto, nella Bibbia rivestono particolare interesse una serie di autoriflessioni. Si pensi soltanto a citazioni come gemeine Rede oppure Sprichwort nella Bibbia di Lutero, che Johann Bretke ha tradotto rispettivamente con kalbefis (ovvero kalbefys) e con paſaka e prikalbefys, cfr.:
(1) Ir anis ieme pinigus, ir dare, kaip buvo pamokiti. Schitai [toios paſpalitwas kalbeſis tarp Sżidu [iſcheio ta paſaka tarp Sżidu] ik ſchei dienai – Vnd ſie namen das geld, vnd theten wie ſie gelert waren. Solchs iſt eine gemeine rede worden bey den Jūden, bis auff den heutig tag – At illi, accepta pecunia, fecerunt, sicut erant docti. Et divulgatum est verbum istud apud Judaeos usque in hodiernum diem (Mt XXVIII 15) oppure
(2) Bila iam io Apaſchtalai, Schitai atwirai kalbi, ir ne kalbi ne wieno prikalbeſio – SPrechen 3u jm ſeine Jünger, Sihe, nu redelſtu frey heraus, vnd jageſt kein Sprichwort – Dicunt diſcipuli eius: “Ecce nunc palam loqueris, et proverbium nullum dicis” (Jn XVI 29). (Qui e nel seguito riporto le citazioni corrispondenti della Vulgata secondo NVBS).
Negli esempi (1) e (2) – e probabilmente anche altrove – si tratta con ogni probabilità di passi dal senso figurato. Sprichwort è usato qui nel senso, assai più ampio, di paragone, parabola. Tuttavia, essi presentano una certa stabilità e specificità semantica, proprio come le unità fraseologiche.
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In molti passi della lingua biblica, intensa e vivida, vengono impiegate immagini. La figuratività, l’emotività e l’espressività, tuttavia, sono ambiti propri della fraseologia.
Nel dopoguerra la fraseologia si è sviluppata come disciplina linguistica autonoma; tuttavia, i suoi risultati di ricerca sono ancora utilizzati in misura insufficiente nell’analisi linguistica e, per esempio, anche nella pratica lessicografica. Ciò vale in particolare per i testi più antichi. Non è un caso che, dopo gli eventi epocali del 1989/1990, la ricerca fraseologica sia tornata a rivolgere maggiore attenzione soprattutto ai testi sacri. Nel 1996 si è tenuta a Opole, in Polonia, la prima conferenza sul tema «Fraseologia e religione», i cui atti sono stati pubblicati nel 19971. Nel corso dell’intero ultimo decennio sono usciti numerosi contributi sulla fraseologia nella Bibbia, sui biblicismi presenti nel patrimonio fraseologico di diverse lingue e su temi affini, anche se va detto che questa tematica aveva già interessato gli studiosi nei periodi precedenti.
Questi studi hanno reso sempre più evidente che la fraseologia delle singole lingue è stata influenzata in misura considerevole dalle Sacre Scritture, dando luogo a un’interessante interazione tra elementi internazionali e nazionali nello sviluppo della fraseologia delle singole lingue nazionali.
Infine, dopo una lunga fase di elaborazione della ricerca sincronica sulla fraseologia, questa va completata con la ricerca diacronica (storica). In questo campo sono già stati compiuti alcuni progressi: basti pensare agli studi sulla fraseologia storica del tedesco di Harald Burger, oppure ai preparativi per descrizioni storico-etimologiche della fraseologia di singole lingue slave condotti da Valerij Mokienko e dal suo gruppo (Бирих, Мокиенко, Степанова 1998). La fraseologia storica delle lingue baltiche è ancora agli inizi. Ho contribuito a questo giovane filone di ricerca con una monografia (Eckert 1991) e una serie di articoli sulla fraseologia storica del lituano, del lettone e dell’antico prussiano. In questo contesto, lo studio della fraseologia della prima traduzione integrale della Bibbia in lituano, opera di Johann Bretke, occupa un posto particolare.
Prima di passare direttamente all’analisi dell’argomento, è necessario dire brevemente qualcosa sul concetto di fraseologia che adotto, esposto più dettagliatamente in una monografia (Eckert, Günther 1992). Uso il termine sovraordinato Phraseologismus (−men) per indicare unità linguistiche che si caratterizzano per
1 Frazeologia a religia. Problemy frazeologii europejskiej 2, pod red. Andrzeja M. Lewickiego i Wojciecha Chlebdy. Warszawa: Energeia, 1997.
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si distinguono per le seguenti caratteristiche: 1) una semantica specifica, 2) il carattere di ipervocabolo (ossia, dal punto di vista formale, i fraseologismi sono più grandi delle forme di parola) e 3) una funzione particolare. Per quanto riguarda quest’ultima, si suddividono in: 1) fraseologismi con valore di elemento della frase = frasemi e 2) fraseologismi con valore di frase = fraseotesti.
I frasemi si caratterizzano per diversi gradi di idiomaticità, ossia il loro significato non può essere ricavato (o almeno non del tutto) dal significato dei loro componenti. Il loro significato complessivo si affianca a quello letterale, che però non si realizza. Decisivo per il loro uso è il significato fraseologico sorto per traslazione. I frasemi si collegano nel periodo alle forme di parola e fungono da elementi della frase. Su questa base si fonda la loro suddivisione in classi di frasemi (in una certa analogia con le parti del discorso). I frasemi costruiscono frasi insieme alle forme di parola e alle combinazioni libere di parole.
I fraseotesti sono enunciati completi. Possono collegarsi alle frasi (nelle frasi composte) e, insieme a esse, costruiscono testi. Vi rientrano, ad esempio, i proverbi (parémie), gli aforismi, le formule di saluto ecc. Designano fatti e situazioni. Rispetto a quella dei frasemi, la loro semantica è a due strati, poiché consta di: 1) significato letterale (da cui la loro traducibilità in altre lingue) e 2) senso generalizzante, decisivo per il loro uso.
La semantica cementa in un certo modo i fraseologismi, conferendo loro un elevato grado di stabilità. Singoli componenti possono essere omessi o sostituiti con altri, dando luogo a varianti di frasemi e fraseotesti. Anche questo li distingue nettamente dalle combinazioni libere di parole e dalle «frasi libere». Immaginificità, espressività, emotività e intensità svolgono un ruolo di primo piano nell’ambito della fraseologia.
D’ora in avanti mi occuperò soprattutto della frasematica e solo alla fine accennerò brevemente anche alla fraseotestematica (e qui soprattutto ad alcuni proverbi).
ALCUNE PECULIARITÀ NELLO STUDIO DELLA FRASEOLOGIA DELLA BIBBIA
1. Occorre distinguere fondamentalmente due categorie di fraseologismi biblici: 1) i fraseologismi che risalgono direttamente a unità linguistiche della Bibbia (Vladimir Gak li definisce fraseologismi biblici con immagi-
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tatcharakter (Гак 1996: 10)) und 2) Phraseologismen, die keine direkte Quelle in Form einer sprachlichen Einheit aufweisen, sondern eine bestimmte Situation (Begebenheit) aus der Heiligen Schrift widerspiegeln (Nach Gak – situative biblische Phraseologismen).
Seguono innanzitutto due esempi (un frasema e un fraseotesto) della prima categoria:
(3) werkļmas ir griežumas dantų – heulen und zeenklappen (Lk XIII 28). A questo frasema corrisponde nel lituano moderno dantų griežimas ‘ajmanavimas’ (LKŽ 60) e nel tedesco odierno Heulen und Zähneklappern ‘paura e disperazione generali’ (MDL 212);
(4) ką raščiau, tatai raščiau – was ich geschrieben hab, das hab ich geschrieben (Jh XIX 22). Cfr. lat. quod scripsi, scripsi. Il fraseotesto significa: «Ciò che è fatto è fatto e non può più essere cambiato». Si tratta dell’aforisma che, secondo la tradizione, risale alla frase di Ponzio Pilato, quando questi si rifiutò di modificare l’iscrizione che doveva essere apposta sopra il capo di Cristo sulla croce. Alla seconda categoria, quella dei cosiddetti fraseologismi biblici situazionali, appartiene, ad esempio, il seguente caso:
(5) lit. moderno atpirkimo ožys – riferito a una persona sulla quale si scarica la colpa altrui (LKŽ VIII 1029): ted. Sündenbock: russo козёл отпущения. Si veda il seguente passo di 3 Mose XVI 22:
(6) Jog schitaipo Awins wifsus ių nuffideghimus ant sawens ing Pufchcze nu neſchtu, ir tepaliekt ghi puſtineie – Das also der Bock alle jre miſſethat auff jm in eine wildnis trage, und laſſe jn in die wuſte.
Non mi occuperò ulteriormente di quest’ultima categoria di fraseologismi, formatisi solo secondariamente sulla base di situazioni (contesti) bibliche e non collegati a unità linguistiche presenti nel testo della Bibbia.
2. Nel valutare i fraseologismi biblici che risalgono a unità linguistiche presenti nel testo della Sacra Scrittura, emerge una difficoltà sostanziale rispetto, ad esempio, allo studio della fraseologia delle lingue contemporanee: non possediamo competenza linguistica in relazione alle epoche linguistiche passate e non possiamo determinare con precisione il grado di idiomaticità di determinate locuzioni. Per questo motivo molte cose restano ipotetiche. A mio parere, nelle ricerche storiche sulla fraseologia occorre quindi adottare una nozione molto ampia di fraseologia, che non comprenda soltanto frasemi e fraseotesti, ma includa anche locuzioni prefraseologiche con scarsa idiomaticità (per esempio quelle che segnalano soltanto determinati gradi di intensità) e persino locuzioni fisse (stabili, stereotipate).
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In questo senso vorrei soffermarmi brevemente su due tipi di espressioni di questo genere:
a) Quelle basate su un determinato schema grammaticale (chiamato da alcuni studiosi anche schema fraseologico), come, per esempio, le espressioni tipicamente lituane formate dall’infinito II (būdinys) + una forma finita del verbo, in cui entrambe le forme presentano la stessa radice. Dal punto di vista del significato, esprimono un rafforzamento, un’intensificazione della semantica contenuta nella radice verbale e non dovrebbero quindi essere considerate una categoria puramente grammaticale. Si confrontino le espressioni del tipo gužė gužės in:
(7) iog Strowe (upe) warlemis gu̇žete gu̇žes (krebždes) – che il fiume brulica di rane (2 Mosè VIII 3)2;
l’espressione dengte apdenge in:
(8) Bei Aarons ischtieje fawa Ranką and Wandenu Ægypto, ir j[chejia] warles, iog Ægyptų Sẓemę dengte apdenge [apdengta ftoioi] – E Aronne stese la sua mano sopra le acque d’Egitto, e salirono le rane, così che la terra d’Egitto ne fu coperta (2 Mosè VIII 6).
b) Nella traduzione biblica di Bretke si può individuare un numero maggiore di espressioni del tipo della figura etimologica. Non si tratta ancora di frasemi compiuti, ma nel seguente esempio sembra già verificarsi una certa specializzazione semantica, che porta la figura almeno vicino a un frasema; si confronti:
(9) Bet kaip tą Regeghima regeio, toiaus dumoiom eiti ing Macedonia... – Ma, dopo aver avuto quella visione, pensammo di partire subito per la Macedonia... – Ut autem visum vidit, statim quaesivimus proficisci in Macedoniam (Apg XVI 10);
(10) Tikejose regėjima regis (Vilentas, Epistolos ir Evangelios 156 – secondo LKŽ XI 360). Si confrontino inoltre il ted. odierno Gesichte haben «prevedere il futuro» (WW 268) e il lat. visa videre «vedere visioni in sogno».
3. La Riforma considerava uno dei propri compiti principali quello di avvicinare la parola di Dio alle persone, e precisamente nelle lingue che comprendevano e usavano. La traduzione della Bibbia di Martin Lutero in alto tedesco antico fu notoriamente di grande importanza per la diffusione della dottrina protestante nell’Europa settentrionale, orientale e sudorientale, e per la conseguente prima traduzione delle Sacre Scritture nelle diverse lingue di questa regione. In questo contesto va collocata la nascita della letteratura baltica antica nel XVI secolo…
2 Siehe Rainer Eckert (1987: 20), wo zu der Wendung aus der Bibelübersetzung des Bretke noch. lit. krebždėte krebžda – von einem Gewimmel von Wildenten (LKŽ VI 487) und russ. kimša kišit – von einem großen Gewimmel, gestellt wird.
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e infine anche la grande impresa di Johann Bretke, la prima traduzione dell’intera Bibbia in una lingua baltica, cioè in lituano, nell’ultimo terzo del XVI secolo. Come modello egli si servì soprattutto della traduzione di Lutero, ma tradusse alcune parti anche dal latino. L’indagine sui fraseologismi in un testo di questo tipo deve tenere conto di una serie di peculiarità:
a) Anzitutto, è naturalmente caratteristico uno stretto rapporto con i testi di riferimento. Il testo sacro va seguito con rigore e non sono ammesse con facilità libertà interpretative. Allo stesso tempo, tuttavia, la traduzione deve raggiungere l’ascoltatore e il lettore ed essere comprensibile. In questa tensione sorgono problemi particolari quando, nella traduzione, i frasemi della lingua di partenza (cioè del modello immediato) devono essere resi nella lingua di arrivo. Il frasema lituano attuale (sàvo) krỹžių nešti ‘faticare molto’ (FŽ 353) ha già un antecedente e una variante nella Bibbia di Bretke, strettamente aderenti al modello di Lutero:
(11) e se qualcuno non porta la propria croce e non mi segue: non può essere mio apostolo – E chi non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo – Et, qui non baiulat crucem suam et venit post me, non potest esse meus discipulus (Lc XIV 27);
(12) Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso e prenda su di sé la croce – Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso e prenda su di sé la sua croce e mi segua (Mc VIII 34). Cfr. il ted. portare la propria croce; prendere su di sé la propria croce ‘sopportare pazientemente le proprie sofferenze’ (MDI 271), che è anch’esso prefigurato in latino; tuttavia, nei casi in cui si parla di Gesù che porta la sua croce, si tratta certamente ancora di un’espressione prefraseologica.
In una serie di altri casi si hanno traduzioni di frasemi verbali che riprendono da vicino il modello, come ad esempio bùrną laikýti ‘tacere’, letteralmente ‘tenere la bocca’, e láužti širdį ‘uccidere (quasi) qualcuno con il dolore’, letteralmente ‘spezzare il cuore’:
(13) Bei ſchitai eſti pawarguliojo Nūdeia, jog Piktenibe sawa Burną turres laikiti – Vnd ift des Armen hoffnung, das die bosheit wird iren mund müſſen zuhalten – et erit egeno spes, iniquitas autem contrabet os suum (Hiob V 16);
(14) Che fate, piangendo e spezzando il mio cuore? – Che fate, piangendo e spezzando il mio cuore? – Tunc respondit Paulus: „Quid facitis flentes et affligentes cor meum?“ (At XXI 13).
Il frasema bùrną laikýti non è caratteristico della lingua standard lituana; secondo quanto riportato dal FŽ 114, si trova nei dialetti occidentali e nordoccidentali, nonché in Kristijonas Donelaitis, Philip Ruhig, Johannes Brodowski
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e Ieva Simonitytė. Per inciso, qui la Bibbia di Quandt presenta un’espressione molto simile (sawo burną užlaikyti), che si è formata anch’essa probabilmente sotto l’influsso tedesco, cfr.:
(14a) Ir yra warg=dieno nuflitikkėjimas, kad piktenybe turrės sawo burna užlaikyti.
Per quanto riguarda il fraseologismo láužti širdį, non sono riuscito a individuarlo in fonti successive. Il Dizionario accademico lituano (LKŽ XIV 884) registra soltanto fraseologismi con verbi prefissati e altri significati; suppongo pertanto che Bretke presenti qui in entrambi i casi equivalenti del ted. den Mund halten e das Herz brechen, che ricalcano da vicino il modello luterano. Il modello latino si discosta notevolmente sul piano formale con il verbo affligere ‘gettare con violenza; fracassare; abbattere, ferire; abbattere l’animo; appesantire il cuore’. Nella Bibbia di Quandt troviamo un’espressione del tipo ‘appesantire il cuore’, cfr.:
(14b) Bet Powil’s atfake: ką dárote jūs, werkdami, ir mano Birdį funkindami?
Di norma Bretke comprende piuttosto bene i fraseologismi del modello luterano e li rende correttamente, sebbene spesso seguendo da vicino la formulazione di Lutero. Di seguito presento uno dei pochi casi di traduzione non riuscita:
(15) Anis wiſzą ſawa Nora iſchpilde ant manes – Sie haben iren mut mit einander an mir geküelet – Aperuerunt super me ora sua (Giobbe XVI 10). Non a caso Jonas Palionis ha poi corretto nel suo commento la traduzione piuttosto incomprensibile di questo fraseologismo predicativo da parte di Bretke in B RR 14, nella forma:
(16) Jie visą savo apmaudą išgiežė ant manęs, cfr. lit. apmaudą giežti ant ko, kam ‘irritarsi; sfogare la propria rabbia su qualcuno’. Il ted. odierno sein Mütchen an j-m kühlen significa ‘sfogare su qualcuno il proprio umore esuberante (cattivo), (la propria rabbia)’. In Lutero compare anche Mut senza diminutivo, ma egli usa già anche mütlein, cfr. LSR III 664 (per maggiori dettagli, si veda Eckert 2004).
b) Occorre tenere conto del fatto che l’espressione nel modello, cioè in Lutero, può differire dal tedesco odierno, e che di conseguenza va valutato l’equivalente traduttivo usato da Bretke. A questo proposito sono istruttivi i seguenti esempi:
(17) ...wadinamas Hiobas, tas buwa praſtas ir geras [teiſus] Diewobians ir pikta wengis – der hies Hiob, Derſelb war ſchlecht und recht, Gottfürchtig, und meidet das böſe –...nomine Job, et erat vir ille simplex et rectus ac timens Deum et recedens a malo (Giobbe I 1);
(18) Er ne dabóieisi mana Tarno Hiobo? Neſa nera iem ligaus Sžemeie, praſtas ir geras /teiſus/, Diewo bijans ir pikta wengis – Non hai forse badato al mio servo Giobbe? Infatti non c’è nessuno come lui sulla terra
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non ha eguali nel paese, semplice e retto. Timorato di Dio... – Numquid considerasti servum meum Iob, quod non sit ei similis in terra, homo simplex et rectus ac timens Deum et recedens a malo (Giobbe I 8).
La formula rimata o binomiale schlecht und recht è già attestata nell’alto tedesco medio e Lutero la usa più volte nella traduzione della Bibbia, oltre che nei passi citati sopra, anche in 2 Sam XV 3 e nel Salmo XXV 21. Per quest’ultimo passo, cfr.:
(18a) Pratibe ir teifibe [ciò] mi protegge, perché io spero in te – Schlecht und recht mi proteggeva, perché io confido in te (TE 84–85)3.
L’espressione del primo tedesco moderno schlecht und recht aveva il significato di «semplice (=schlicht) e corretto», cfr. LSR III 853. Solo dopo Lutero il significato si è spostato sempre più verso una connotazione negativa, cfr. l’odierno schlecht und recht «con fatica, in modo imperfetto»; mehr schlecht als recht «nel miglior modo possibile, ma imperfettamente» (MDI 415). Bretke rende in modo convincente schlecht (=schlicht) con l’aiuto di prastas, probabilmente preso in prestito dallo slavo, che poteva avere anche il significato di «semplice» (oltre a quello già più negativo di «povero, modesto»), cfr. Skardžius (1931: 176). Per il secondo elemento della formula binomiale usa geras oppure teisus, che ha, tra gli altri, anche il significato di «onesto, retto». Nella Bibbia di Quandt, in entrambi i passi, per questa forma binomiale si trova wiernas ir teisus, dove wiernas è a sua volta uno slavismo, che aveva il significato di «fedele, credente, onesto», cfr. Skardžius (1931: 236).
c) La stretta relazione del traduttore con il testo di partenza solleva infine la questione del prestito, nel caso della fraseologia soprattutto del calco traduttivo, che tuttavia spesso non è facile da determinare. Si può forse supporre che nei casi sopra riportati, come ad esempio burną laikyti, širdį laužti, nonché in una serie di altri esempi, si tratti di calchi di questo tipo. Si possono individuare con certezza prestiti traduttivi parziali o ibridi, caratterizzati dal fatto che un componente viene ripreso direttamente dalla lingua di partenza (preso in prestito), mentre l’altro componente (o gli altri componenti) viene tradotto; cfr.:
(19) PONas ufžu ius Baiu mufch [combatterà] – Il SIGNORE combatterà per voi... – Dominus pugnabit pro vobis (Esodo XIV 14). Per streiten Bretke usa baju mušti, riconducibile a una forma slava orientale *bojb biti «combattere una battaglia». Il lituano mušti è la traduzione dello slavo orientale biti, mentre bojb (polacco boj, bielorusso, russo boj) fu preso in prestito direttamente in lituano nella forma bajus, bojus «lite, battaglia», come risulta
3 Quest’opera mi è giunta solo poco prima del completamento del presente articolo.
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secondo Fraenkel (LEW I 30), presso Bretkun e nel Kniga Nobaznistes. Nella lingua del folklore lituano è inoltre comune la figura etimologica mūši mūšti «fare battaglia, condurre una guerra», cfr.:
(20) Ero in una grande guerra, là combatté una grande battaglia, là innalzò una palizzata di spade (dalla raccolta di canti popolari di L. Rhesa, secondo LKŽ VIII 454–455). Anche lo slavo orientale *biti bojb costituisce una figura etimologica, certamente molto antica in base ai rapporti di apofonia del vocalismo radicale. È attestata dai seguenti esempi, che mostrano già un certo slittamento semantico, cfr.:
(21) bielorusso antico боем бул ‘colpì a suon di botte, in una rissa’ (GSBM 120; l’esempio risale al XV secolo);
(22) russo dialettale Чему ж меня отец-мать не учила – До кровавого боя не била «Perché i miei genitori non mi hanno insegnato / Non mi hanno picchiato fino a farmi sanguinare» (dintorni di Smolensk – secondo SRNG 66). La glossa di baju muš ti con kariauti «fare la guerra» rimanda al significato originario dell’espressione. Skardžius (1931: 37) riconduce l’antico lituano bajus, bojus al bielorusso boj o al polacco boj. Mi sembra che la lingua di partenza da considerare in primo luogo sia lo slavo orientale. È interessante che qui anche la Bibbia di Quandt abbia karauti (corrispondente al termine del testo di partenza del primo tedesco moderno streiten e della Vulgata pugnare):
(22a) Il Signore combatterà per voi...
d) Non si può escludere che in una serie di casi Bretke proponga parafrasi per singole forme lessicali del testo di Lutero, che costituiscono sintagmi. È difficile stabilire se siano stabili o persino lievemente idiomatiche. Si confronti il tedesco frönen – lituano dirbti per baudžiavą:
(23) Andate dunque lavorate come servi della gleba (corretto da baudžiwą) – Andate dunque e dedicatevi al lavoro servile (Esodo V 18);
tedesco pfeifen – lituano giedojome wamzdeis:
(24) Vi abbiamo cantato con i flauti (wam/ḑziu), ma voi non avete danzato – Vi abbiamo suonato il flauto, ma voi non avete ballato – Cantavimus vobis tibiis, et non saltastis (Luca VII 32).
SULL’INDIVIDUAZIONE DEI FRASEMI NEL TESTO BIBLICO DI BRETKE
1. Harald Burger si è occupato diffusamente dell’identificazione dei fraseologismi nei testi tedeschi più antichi (Burger und andere 1982: 346–382) e ha esaminato in particolare gli indizi ricavabili dai testi tradotti …
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(op. cit.: 356–360). Dalla sua tipologia delle corrispondenze vorrei considerare soltanto un tipo, per il quale ho trovato numerosi esempi nel materiale da me raccolto.
Si tratta del tipo «lingua di partenza: una parola – lingua di arrivo: una sequenza di parole», al quale tuttavia devono aggiungersi ulteriori criteri per stabilire la probabile natura fraseologica della sequenza di parole nella lingua di arrivo. Nella traduzione biblica di Bretke si può individuare un numero considerevole di esempi, che formano due sottogruppi:
a) Nella lingua di partenza (il testo di Lutero) compare la preposizione del tedesco antico fur ‘davanti a’, alla quale nella lingua di arrivo, il lituano antico, corrisponde l’espressione po akim (letteralmente: ‘davanti agli occhi’), che si combina con denominazioni di persone, istituzioni, popoli ecc., poste al genitivo singolare o plurale, cfr.:
(25) ...idant mano Wardą neſchotu po akim Pagonų ir karalių, ir po akim waikų Iſrael – che porti il mio nome fur i pagani, e fur i re, e fur i figli d’Israele – ut portet nomen meum coram gentibus et regibus et filiis Israel (Apg IX 15);
(26) Po akim Karaliaus ne tieſa dariti (...) ira ne apikanta. Nefa per teiſibe Sołtas ira pałtiprinamas – (1546) Fur den Königen commettere ingiustizia è un abominio. Infatti, mediante la giustizia il trono è reso saldo – Abominantur reges agere impie, quoniam iustitia firmatur solium (Spr Sal XVI 12). Per questo esempio si può supporre che Bretke abbia usato l’edizione biblica del 1546 e non quella del 1522; infatti, qui leggiamo: Es iſt der könige grewel wo ſie gottlos handeln. Denn durch gerechtickeyt wird der thron gefertiget. Anche il testo latino di riferimento non offre alcun motivo per l’uso di po akim: soltanto la traduzione di Lutero del 1546.
b) In molti esempi la preposizione del tedesco antico fur ‘davanti a’ ricorre in combinazione con pronomi e le corrisponde l’espressione del lituano antico po akim:
(27) Ir kada iſchwilawo (iſhwiſdawo) io ne cʒistos Dwaſias, parpuldawo po io akim, ſchauke, ir biloio. Tu eſi Diewo Sunus – E quando gli spiriti impuri lo vedevano, si gettavano fur davanti a lui, gridavano e dicevano: Tu sei il Figlio di Dio – Et spiritus immundi, cum illum videbant, procidebant ei et clamabant dicentes: „Tu es Filius Dei!“ (Mk III 11);
Anche qui è la traduzione di Lutero a fornire il motivo dell’uso di po akim.
(28) Jei paſſėdes walgiſi ſu Ponu, tad dabokes. Kas po tawa akim ira – Se siedi e mangi con un signore, fa’ attenzione a chi hai fur davanti – Quando sederis, ut comedas cum principe, diligenter attende, quae apposita sunt ante faciem tuam (Spr Sal XXIII 1). Anche qui suppongo che Bretke abbia utilizzato con ogni probabilità l’edizione di Lutero del 1546 (appena citata), sebbene anche l’edizione del 1522 contenga un fur: So mercke drauff was fur dyr ſtehet. Tuttavia, il testo latino di riferimento presenta qui l’espressione ancora più esplicita ante faciem ‘davanti al volto’.
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c) In alcuni casi Bretke rende espressioni presenti in Lutero davanti a te, dinanzi ai tuoi occhi:
(29) Kas po tawa akim ko ƒtow? – Wer gilt bey dir etwas? – Quid ad te? (Hiob XXXV 3);
(30) Neƒa ir tarnƒibes po tawa akim ne tamƒibes ira. Ir naktiſ ƒzib kaip diena, tarnƒibe ira kaip ƒchwieƒibe – Denn auch finƒternis nicht finƒter iſt bey dir, vnd die nacht leuchtet wie der tag, Finƒternis iſt wie das liecht – etiam tenebrae non obscurabuntur a te (Ps 139 12).
d) In una serie di casi po akim ira rende la presenza, l’esistenza di qualcosa:
(31) ...neƒa Piuwe po akim ira – denn die Erndte iſt da – quoniam adest messis (Mk IV 29);
(32) Schi tai, hadina po akim ira, kaip Sunus ƒzmog aus ingi rankas Griefchnuj tur buti iſchdu- tas – Sihe die ƒtund iſt hie, das des menƒchen Son in der S✓nder hende vberantwortet wird – ecce appropinquauit hora (Mt XXVI 45). Die Ausgabe von 1522 hat etwas abweichend: ƒihe, die ƒtund iſt er bey komen (d.h. ist herbeigekommen) ähnlich wie in der lateinischen Vorlage (sich nähern, herankommen).
È tuttavia anche da rilevare che in alcuni pochi casi Bretke traduce le costruzioni dai loro occhi con davanti ai loro occhi e davanti al mio volto con davanti ai miei occhi, traducendo quindi in modo del tutto letterale:
(33) Girpelnei ne iſſilaika po tawa akim – Die Rhurredtigen beſtehen nicht fur deinen Augen – neque permanebunt iniusti ante oculos tuos (Ps 5 6);
(34) Eƒch Wieƒchpati wiƒsada tureiau po mano akim – (1546) Ich habe den HERRN allezeit furgeſetzt fur mein angesichte (Apg II 25). Die Luther-Ausgabe von 1522 hat hier: Ich hab den herren allȝeyt furgeſeſt fur meyn gesicht (Apg II 25).
La questione se già ai tempi di Bretke si registrasse una variazione di davanti all’occhio // davanti agli occhi non ho potuto chiarirla del tutto. Jolanta Gelumbeckaitė (2002: 167–168) ritiene nella sua monografia che con un occhio sia stato corretto in con un occhio nel seguente esempio:
(35) ...nuleida pa akiu (verbessert in: pa akim) Jesaus – mitten vnter ƒie fur Ihesum – summiserunt... ante Iesum (Lk V 19).
Non ho potuto stabilire, sulla base dei dati a mia disposizione, se sia così anche negli esempi seguenti:
(36) ... ir nuwede ghi po akiu (po akim) Rodos –...vnd ƒureten jn fur den Rat – et adduxerunt in concilium (Apg VI 12);
(37) Ir atwadina anus po ƒawo akiu (po sawo akim) – vnd ƒtelleten ƒie fur ſich (Apg IV 7). Schließ- lich kommt es zu einem Wechsel der Konstruktionen į akis // po akim ‘entgegen’:
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(38)...ir kaip ne mȧgzas furtmas prieſch mus buwo (po akim, į akis) wissa nussitikȩghima sziwato pametem – (1546) e non una piccola tempesta ci si oppose, ogni speranza della nostra vita era perduta – et tempestate non exiqua imminente (Apg XXVII 20). Peraltro, questo passo nell’edizione di Lutero del 1522 presenta una formulazione diversa da quella appena citata: vnd nit eyn kleyne vnftumickeyt vns auff dem hals lage, war alle hoffnung vnſers lebens dahyn. Anche la Vulgata presenta qui una formulazione diversa. Va sottolineato che, in base al suo significato, po akim // į akis va considerato separatamente rispetto al fraseologismo po akim ‘davanti’.
È interessante osservare che i rapporti tra il ted. antico fur ‘davanti’ e il lituano antico po akim sono tipologicamente comparabili alle etimologie del lat. coram e del gr. ἐν-ώπιον; si veda il lat. coram, preposizione ‘al cospetto di; in presenza di; davanti a’, che risale a co(m) ‘con’ + ōram, da ōs, ōris ‘bocca, volto, apertura’4, e al gr. ἐν-ώπιον, preposizione ‘1. contro (di fronte a), 2. davanti a, 3. in relazione a, 4. in presenza di’, a sua volta collegata al gr. ὤψ, ἡ, pl. τα ὦπα ‘sguardo; aspetto; pl. occhi, volto’; cfr. l’omerico εἰς ὦπα ἰδέασθαι ‘guardare in faccia; guardare negli occhi’. Per maggiori dettagli, si veda Eckert (2004: 51–62).
2. A mio parere, un criterio importante per individuare un fraseologismo è trovare varianti fraseologiche (nel testo biblico di Bretke, in altri monumenti linguistici del lituano antico e anche nella lingua del testo di partenza). Le combinazioni libere di parole non presentano varianti. Di seguito riporto soltanto alcuni esempi, scelti tra numerosi casi; cfr.:
a) Il fraseologismo nominale di Lutero heulen und zeenklappen5, nella forma odierna Heulen und Zähneklappern ‘angoscia e disperazione generali’ (MID 212), è rappresentato in Bretke dalle seguenti espressioni varianti:
(39)...werkſmas ir grieſzumas dantų – Là sarà pianto e stridor di denti – Ibi erit fletus et stridor dentium (Lk XIII 28): kaukim as ir dantu drebeghimas (Gallus: kaukim as ir dan-tu klabeghimas) (Mt XIII 42). B. Vilentas ha verksmas ir griežimas dantų (secondo LKŽ XVIII 760), mentre il lituano contemporaneo presenta la variante già abbreviata dantų griežimas (FŽ 129).
b) Il fraseologismo verbale griežti dantis ant ko o, rispettivamente, griežti dantimis ant ko, letteralmente ‘digrignare i denti (con i denti) contro qualcuno’, con il significato fraseologico di ‘essere adirato con qualcuno’, è attestato nel passo seguente:
4 Siehe Alois Walde (1910: 191). Für den wertvollen Hinweis auf latein. cōram und griech. ἐν-ώπιον in der Diskussion zu meinem Vortrag bin ich Frau Prof. Dr. Jolanta Gelumbeckaitė (Frankfurt) sehr dankbar.
5 Keith Spalding (HDGFU III 1319) registra per Hans Sachs la variante: heulen, grießgramen und zeenklappern.
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(40) Kaip tai girdeio, eio iemus per schirdi, ir griežę dantis (dantimis) ant jo – (1546) Quando udirono ciò, ne furono trafitti nel cuore e digrignarono i denti contro di lui – Audien-tes autem haec, dissecabantur cordibus suis et stridebant dentibus in eum (Apg VII 54). L’edizione del 1522 presenta una versione leggermente diversa: Da fie solchs horeten, zůschneyds yhn yhr hertz, vnd kyrreten mit zeenen vbir yhn. Il lituano antico griesze dantis sembra presentare la variante morfologica griesze dantimis. Il nuovo dizionario accademico della fraseologia lituana (FŽ 131–132) elenca un’intera serie di varianti di questo fraseologismo: danįti giẽžti, danįti griežti, dančių griežti, dantis griežti e dantimis griežti – tutte con il significato di ‘essere adirato; essere in collera’. A. Kurschat (LDW I 646) registra inoltre la variante sàvo iltį grięžti ant ko (letteralmente ‘digrignare il proprio dente canino contro qualcuno’), ‘essere adirato con qualcuno’.
c) Gli equivalenti in Bretke del ted. zu Herzen nehmen: deti širdina sono deti širdiesp(i):
(41) Poni attenzione nel tuo cuore al mio insegnamento – Vnd nim zu herczen meine Lere – Inclina aurem tuam et audi verba sapientium, appone autem cor ad doctrinam meam (Spr Sal XXII 17);
(42) ...e il vivente lo prende a cuore – vnd der Lebendige nimpts zu hertzen (Pred VII 3).
d) Il fraseologismo avverbiale iš visos sylos ricorre in Bretke anche nella variante iš visų sylų; cfr.:
(43) Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze (con tutte le tue energie) – Tu amerai Dio tuo SIGNORE con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze... (Lk X, 27). Nelle note all’edizione del testo del Nuovo Testamento (Range Ed 488) si richiama l’attenzione sul fenomeno di sandhi in wissa silas (< visos sylos), nonché sulle espressioni dei testi di partenza: Lutero – von allen krefften, Vulgata – et ex omnibus viribus tuis.
3. Un indizio per individuare un fraseologismo è dato dal radicamento di un’immagine e dell’espressione che la rappresenta in una determinata cultura e lingua, con una chiara distinzione di tale espressione rispetto a espressioni simili, ma autonome, presenti in altre lingue e culture. Ciò vale soprattutto per i fraseologismi che assumono un certo valore simbolico. Si veda, ad esempio, l’espressione veterotestamentaria «latte e miele», rappresentata da «terra dove scorrono latte e miele» = ‘terra ricca, di abbondanza e prosperità, dalle possibilità straordinarie; terra promessa’; cfr.:
(44) ...e affinché li faccia uscire da questo paese, verso una terra buona e vasta, una terra che trabocca di latte e miele –...und fie ausfure aus dieſem Lande, in ein gut vnd weit Land, In ein land, darinnen milch vnd honig fleuſſt... – et educam de terra illa in terram bonam et spatiosam, in terram quae fluit lacte et melle (2 Mose III 8).
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(45) ...La terra /nella Terra/ scorre di latte e miele... – Nella terra dove scorrono latte e miele – ad terram fluentem lacte et melle (2 Mose III 17)6.
Accanto alle varianti pienas ir medus rispettivamente pienas ir midus, compare anche medus ir sviestas «latte e burro», già presente in questa forma nella Vorlage di Lutero e nella Vulgata:
(46) Non vedrà i ruscelli né i corsi d’acqua, che scorrono con miele e burro – Non videat rivulos olei, torrentes melles et butyri (Hiob XX 17).
La formula binomiale con «miele e latte» compare anche nel Cantico dei Cantici, in seguito a un paragone che contiene la denominazione del favo stillante miele:
(47) Le tue labbra, mia sposa, sono come un favo di miele stillante, miele e latte sono sotto la tua lingua – Favus distillans labia tua, sponsa; mel et lac sub lingua tua (Cantico IV 11).
In un altro passo del Cantico dei Cantici si ha probabilmente ancora l’uso prefrazeologico di «favo stillante miele», «miele», «vino» e «latte», e con esso anche la situazione di partenza per la variante «latte e vino», cfr.:
(48) Ho mangiato il mio favo insieme al mio miele, ho bevuto il mio vino insieme al mio latte – comedi favum cum melle, bibi vinum cum lacte meo (Cantico V 1)
Keith Spalding (HDGFU V 1692) vermerkt, dass auch „Milch“ und „Wein“ in Juxtaposition vorkommen und zwar ebenfalls in der Bibel, vgl.:
(49) ...i monti stilleranno vino novello e le colline scorreranno di latte – stillabunt montes mustum, et colles fluent lacte (Gioele IV 18). Riporta inoltre le espressioni «latte» e «cibo dolce» oppure «latte e vino» tratte da scritti dell’epoca barocca, ad es.
(50) la bocca mi ha ristorato con latte e cibo dolce’;
(51) verso la Terra promessa, dove latte e vino scorrono sempre.
La Bibbia di Quand presenta gli stessi modi di dire nei passi citati sopra, vale a dire pienas bey meddus rispettivamente meddus ir swi estas, cfr.:
(51a) ...e vi condurrò fuori da questa terra verso una terra buona e ampia, una terra dove scorrono latte e miele (2 Mose III 8);
6 Qui Bretke usa, al posto dell’antico lituano medus medus «miele», consueto negli altri casi, la forma leggermente diversa midus «idromele, favo stillante miele», semanticamente molto appropriata e che rappresenta una sorta di passaggio verso le varianti con «vino». Fraenkel ipotizza per midus un prestito dal germanico (LEW 446–447).
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(51b) aβ jus iβwellu...i žėme...kur pien’s bey meddus ʃklyfta (2 Mose III 17);
(51c) Jis ne mattys ʃtrowės, ney páuppes, meddumi ir ʃwieftu tékanʒes (Hiob XX 17);
Kazys Grigas behandelt in seiner Monographie Литовские пословицы (1987: 77–95) das litauische Sprichwort Kur mūšų nēra, veršiai midų geria (wörtlich: ‘Wo wir nicht sind, trinken die Kälber Honigtrank’; Sinn: ‘Wo wir nicht sind, ist es sehr gut’) und seine vielzähligen Varianten. Dabei streift er die biblischen Wendungen des Typs „Milch und Honig“ und verbindet das lit. Sprichwort Kur mūšų nēra, ten ir upės pienu plaukia damit. Er unterstreicht allerdings, dass letzteres ironisch gebraucht wird, was auf die biblischen Wendungen keineswegs zutrifft, allerdings ist der Einfluss der biblischen Wendung augenscheinlich. Von besonderem Interesse jedoch ist, dass Grigas unter Verweis auf meinen ersten Aufsatz zur historischen Phraseologie des Baltischen und Slawischen (siehe Eckert 1968: 79–81) für diese Sprachen eine alte Wendung „Honig & Bier trinken“ voraussetzt, der gegenüber das oben erwähnte litauische Sprichwort spezieller und jünger ist. Nach meiner Meinung existiert neben der biblischen (alttestamentlichen und möglicherweise mit der hebräischen Folkloretradition in Zusammenhang stehenden) Wendung „Milch und Honig“ bzw. „Honig und Wein“ eine davon völlig separat zu betrachtende Wendung „Honig & Bier“ (ostbalt. medus & alus; ursl. medъ & olъ) im Baltischen und Slawischen, die auf die Verknüpfung (und Opposition) der Bezeichnungen für das alte berauschende Süßgetränk und Bittergetränk zurückgehen. Es liegen hier von ihrem Inhalt gesehen ziemlich ähnliche Wendungen vor, die jedoch ganz verschiedenen Traditionen und damit zusammenhängenden Kulturen entspringen.
4. Per individuare i fraseologismi sono utili più attestazioni provenienti da un monumento linguistico, oppure più attestazioni tratte da diversi monumenti linguistici della stessa epoca. Un esempio è il paragone fisso (o fraseologismo comparativo) «A è bianco come la neve»:
(52) Ir io Weidas buwa kaip Sӡiebai, ir io Rubas baltas kaip Sniegas – Vnd ſeine geſtalt war wie der bliʒ, vnd ſein Kleid weis als der ſchnee – Erat autem aspectus eius sicut fulgur, et veſtimentum eius candidum sicut nix (Mt XXVIII 3).
Dall’omelia di Bretke del 1599 (II 399), secondo Klementina Vosylyte (LKPŽ 250), è nota la seguente attestazione (con un’ortografia già adattata alla norma odierna):
(53) Ir rūbas jo baltas kaip sniegai.
Nella traduzione della Bibbia di Samuel Boguslav Chylinski, lo stesso passo recita:
(54) Rūbai jo balti kaipo sniegas (secondo LKŽ XIII 250, anch’esso con ortografia adattata).
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SU ALCUNI PROVERBI E DUE FORMULE DI SALUTO
In quest’ultima sezione vorrei fare alcune brevi osservazioni sulla fraseotestemica, e precisamente su un suo importante ambito: le paremie, o proverbi.
1. Soffermiamoci anzitutto sul proverbio tedesco Wer andern eine Grube gräbt, fällt selbst hinein, la cui fonte, secondo il «Lessico dei proverbi» di Horst e Annelies Beyer (1987: 232), è costituita dai Proverbi di Salomone. Qui si legge:
(55) Kafasis dübe, ipuls. Ir kas raicӡoji (?) [al posto di ritta, cancellato] akmeni, ant to puls (ateis) – Wer eine Gruben macht, der wird drein fallen, Vnd wer einen stein waltzet, auff den wird er komen – Qui fodit foveam, incidet in eam; et, qui volvit lapidem, revertetur ad eum (Prov Sal XXVI 27) e
(56) O kaſanſis dübe, pats ipuls. Ir ardanti tworą, kirmis (ſzaltis, ingels) įkas – Ma chi scava una fossa vi cadrà dentro; e chi abbatte una siepe sarà morso da un serpente (Eccl X 8). Entrambi i passi citati contengono inoltre un proverbio sinonimico. Probabilmente si può rendere così il senso del proverbio figurato che ci interessa: «Subisce un danno proprio chi vorrebbe infliggerlo a un altro».
Esiste una relazione tra fraseotestemi e fraseologismi, che consiste soprattutto nel fatto che non pochi fraseologismi sono costituiti da parti (segmenti) di fraseotestemi; in altre parole, una delle vie di formazione dei fraseologismi è l’autonomizzazione di parti dei fraseotestemi. Si confronti a questo proposito:
(57) Jus uſӡpūlat Sȳrata, ir kaſat Artimoiui iuſu Dūbe – (1545) Ir fallēt uber einen armen Waisen, vnd grabt ewrn Nehesten gruben – Super pupillum irruitis et subvertere nitimini amicum vestrum (Giobbe VI 27). Probabilmente anche qui Bretke si rifà all’edizione di Lutero del 1545, poiché l’edizione del 1524 presenta una formulazione leggermente diversa: yhr fallet uber eynen armen wayſen, vnd rottet ewern nehſten aus.
2. Anche i proverbi presentano spesso varianti, cfr.:
(58) Ne wienas bernas ne gal dwiem ponam ſluſziti – Nessun servitore può servire due padroni – Nemo servus potest duobus dominis servire (Lc XVI 13) e
(59) Newienas negal dwiem Ponam ſluſziti – Nessuno può servire due padroni (Mt VI 24). Il proverbio appena citato, con l’omissione di bernas, presenta già un grado maggiore di generalizzazione.
3. Sebbene gli esempi seguenti differiscano in parte considerevolmente l’uno dall’altro, vanno tuttavia probabilmente considerati varianti di uno stesso fraseotestema (qui: proverbio):
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(60) Bet Jefus biloio jemus. Nera Prarakas be czel̄ties, tiktai Tiewifchkioia ir namie prieg ſawuiu – Jheſus aber ſprach zu jnen, Ein Prophet gilt nirgend weniger, denn im Vaterland, vnd daheim bey den ſeinen – Et dicebat eis Iesus: “Non est propheta sine honore nisi in patria sua et in cognatione sua et in domo sua” (Mk VI 4).
(61) Prarakas niekur ne tur maſz̄efnios garbes, net Tiewifchkioia sawa, ir sawa Namūſu – (1546) Ein Prophet gilt nirgend weniger, denn in ſeinem Vaterland vnd in ſeinem Hauſe (Mt XIII 57). Anche qui l’edizione luterana del 1522 si distingue: Eyn prophet gilt nyrgend weniger denn da heym vnd bey den ſeynen.
(62) Ne wienas prarakas (wiens praraks) priīmtas ira tewiſchkiei sawa – Nessun profeta è gradito nella propria patria (Lc IV 24).
(63) Nesa ghis pats Jeſus liudīja, ſog Prarakas ſawo tiewiſchkeie garbes ne tur – Perché Gesù stesso attestava che un profeta non è stimato in patria (Gv IV 44).
È evidente che nella traduzione della Bibbia di Bretke si trovano molti più proverbi, e qui è stato possibile esaminarne solo alcuni a titolo esemplificativo. In generale, si può constatare che il patrimonio proverbiale delle moderne lingue europee è stato notevolmente plasmato dalle paröemie già presenti nella Bibbia.
Per completezza, proprio in conclusione riporto ancora due testi fraseologici con funzione appellativa (qui: formule di saluto):
(64) Giwenk ſu Diewu [weikas]! – Addio! (At XXIII 30). Qui è necessario considerare un contesto più ampio: si tratta di una lettera che il tribuno militare scrisse a Claudio Lisia, citata in questo capitolo 23, al cui termine compare la formula di saluto menzionata. Il saluto aggiunto in alternativa (Swei-kas!) non lascia dubbi sul fatto che Giwenk su Diewu! (letteralmente: «Vivi con Dio!») sia una formula di saluto. Questa formula di saluto ricorre in forma abbreviata nel seguente esempio:
(65) Su Diewu (!) – Addio! –...astenersi dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione; se vi terrete lontani da queste cose, farete bene. Valete (At XV 29). Riporto un contesto più ampio secondo l’edizione luterana del 1546: Che vi asteniate dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione; se vi asterrete da queste cose, farete bene. Addio.
Naturalmente, si potrebbero citare ulteriori esempi anche per questo tipo di testi fraseologici.
Da quanto esposto emerge che nella traduzione integrale della Bibbia in antico lituano realizzata da Johann Bretke hanno trovato espressione tutta la ricchezza e la grande varietà delle unità fraseologiche contenute nella Sacra Scrittura. Ciò riguarda le diverse categorie di unità fraseologiche
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delle unità giche, iniziando dai fraseologismi minimi del tipo alit. po akim, passando per le diverse classi di fraseologismi (come i fraseologismi nominali, verbali, predicativi, avverbiali ecc.) fino a tipi particolari come le formule binarie, i paragoni fissi, gli schemi fraseologici, le figurae etymologicae e infine i diversi tipi di testi fraseologici (proverbi, formule di saluto). Una parte considerevole dello studio è dedicata all’esame della resa delle espressioni idiomatiche presenti in M. Luther e delle loro traduzioni da parte di Bretke, che, a parte poche eccezioni, possono essere definite riuscite. La problematica del calco è trattata in dettaglio. Particolare attenzione è stata riservata ai problemi delle varianti fraseologiche e ai diversi gradi di idiomaticità delle espressioni esaminate.
Alcuni dei problemi menzionati (come il rapporto tra il tedesco alto-tedesco antico fur ‘davanti a’ e l’antico lituano po akim, nonché gli equivalenti del tedesco alto-tedesco antico seinen Mut / Mütelein / an j-m (ab)kühlen nella Bibbia di Bretke, in altri monumenti dell’antico lituano e nel lituano moderno) sono stati ulteriormente indagati e descritti nel mio saggio Phrase and Idiom in Bretke’s Old Lithuanian Bible.
In conclusione, desidero rilevare soltanto un aspetto: la situazione ideale sarebbe riuscire a redigere una breve descrizione monografica di ogni singolo fraseologismo e testo fraseologico della Bibbia, tenendo conto della lingua di partenza (la Bibbia di Lutero, ma anche le sue fonti latine, greche ed ebraiche) e della lingua di arrivo (il lituano antico dell’ultimo terzo del XVI secolo). Ciò costituirebbe una base, sotto ogni aspetto soddisfacente, per la ricerca diacronica sulla fraseologia lituana.
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LE FONTI
I. Per la mia ricerca ho preso in esame soltanto alcune parti dell’Antico Testamento, vale a dire quelle contenute nell’edizione di J. Palionis e J. Žukauskaitė Jonas Bretkunas. Rinktiniai raštai (abbreviato: B, RR), Vilnius 1983: 33–312. È stata presa in considerazione anche la parte di commento (pp. 332–359).
II. Ho potuto esaminare il Nuovo Testamento della traduzione della Bibbia di Bretke sulla base del volume 7 dell’edizione, non ancora pubblicato (abbreviato: Range Ed). Desidero ringraziare sentitamente il Prof. Dr. Jochen D. Range per la cortesia di avermi prestato questo volume per un certo periodo.
Si tratta dell’edizione: Navias Testamentas Ing Lietuwischka Lieszuwi perraschitas per Jana Bretkuna Labguwos plebona 1580. Das Neue Testament in die litauische Sprache übersetzt von Johann Bretke, Pastor zu Labiau 1580. Edizione del manoscritto, voll. 7 e 8,
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Labiau i. Pr. 1580. Bd. 7: Evangelien und Apostelgeschichte. Bearbeitet von Jochen D. Range. Ferdinand Schöningh Paderborn–München–Wien–Zürich sowie um das Beiheft zu Bd. 7: Anmerkungen und Erläuterungen (S. 520–544) bearbeitet von Jochen D. Range.
III. Per la Vorlage di Luther ho consultato la seguente opera: D. Martin Luthers Werke. Kritische Gesamtausgabe. Die Deutsche Bibel 1522–1546. Vol. 1 – Weimar, 1906; vol. 2 – Weimar, 1909; vol. 6 – Weimar, 1929; vol. 8 – Weimar, 1954; vol. 10, prima parte – Weimar, 1956; vol. 10, seconda parte – Weimar, 1957; vol. 11, seconda parte – Weimar, 1960.
IV. Cito la Bibbia di Quandt secondo: Biblia Tai esti Wissas Szwentas Raßtas Seno ir Naujo Testamento, Karalauczuje, 1736.
[Nota dell’autore: Il presente contributo riproduce la relazione che ho tenuto il 27.09.2002 al convegno internazionale «400 anni della Bibbia lituana: aspetti filologici e teologici della ricerca su Bretke». Il convegno menzionato è stato organizzato dal 26 al 29 settembre 2002 presso l’Università Ernst-Moritz-Arndt di Greifswald dal Prof. Dr. Jochen D. Range. Poiché fino a oggi (08.04.2011) gli atti del convegno non sono stati pubblicati, mi vedo costretto a realizzare in questo modo la pubblicazione del mio lavoro. – R. E.].
Sulla fraseologia della Bibbia di Johann Bretke
RIASSUNTO
L’obiettivo dell’articolo è discutere i fraseologismi nella traduzione della Bibbia di Johann Bretke. Questa traduzione contiene numerosi elementi complessi, locuzioni idiomatiche e fraseologismi. L’articolo distingue due categorie: gli elementi basati su locuzioni bibliche e quelli che si fondano su determinate situazioni. L’articolo presenta numerosi esempi che mostrano come, nella traduzione di Bretke, una costruzione preposizionale possa corrispondere a una sola parola nella Bibbia di Lutero. Il materiale presentato nell’articolo mostra come i fraseologismi varino e come vengano espressi. L’articolo menziona anche fraseologismi che svolgono la funzione di frase, come formule di saluto, ad es.: nella Bibbia di Lutero è scritto: Gehab dich wol!: antico lituano Giwenk su Dievu! (stammi bene): latino: Valete! (Apg XV 29). Sarebbe importante preparare una breve descrizione delle forme espressive di ciascun fraseologismo biblico in entrambe le lingue — quella di partenza e quella di arrivo — esaminandone le varianti e le loro caratteristiche semantiche specifiche.
Ricevuto l’8 aprile 2011.
RAINER ECKERT
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Acta Linguistica Lithuanica LXIV–LXV