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Istituto della lingua lituana
Ambiti di ricerca: lessicografia, lessicologia, etnolinguistica.
ZOFIA SAWANIEWSKA-MOCHOWA
Istituto di Slavistica dell’Accademia polacca delle scienze
Ambiti di ricerca: lessicografia, lessicologia, etnolinguistica, storia della lingua polacca.
Dizionari bilingui come testi culturali (sulla base dei dizionari del XIX secolo del sacerdote Antanas Juška)
Dizionari di traduzione come testi culturali (sull’esempio dei dizionari ottocenteschi del Rev. Antanas Juška)
ANNOTAZIONE
L’articolo si concentra sul lessico del dizionario bilingue lituano-polacco di Antanas Juška, attraverso il quale si riflette la concettualizzazione dell’ESSERE UMANO, descrivendone l’aspetto fisico, la psiche, le emozioni, la posizione sociale, la fede e i rituali. Viene sollevata la questione dell’equivalenza, nel tentativo di individuare somiglianze e differenze tra le due culture.
L’articolo analizza il materiale linguistico selezionato dai dizionari lituano-polacco e polacco-lituano di A. Juška. Le autrici si pongono una questione fondamentale: è possibile «leggere» informazioni sull’essere umano nei dizionari bilingui del XIX secolo, intesi come testi della cultura multiforme della Lituania?
PAROLE CHIAVE: Antanas Juška, dizionari di traduzione, XIX secolo, testo culturale, etnolinguistica.
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ANNOTAZIONE
L’articolo si propone di analizzare il materiale linguistico tratto dal patrimonio lessicografico del reverendo Antanas Juška. Questa prospettiva si inserisce bene nel paradigma della ricerca etnolinguistica. Le autrici si pongono una questione fondamentale: è possibile «leggere» informazioni sull’essere umano nei dizionari di traduzione ottocenteschi, considerandoli testi della cultura di una comunità multilingue in Lituania?
PAROLE CHIAVE: Antanas Juška, dizionari di traduzione, 19th secolo, testo culturale, etnolinguistica.
INTRODUZIONE
Innanzitutto occorre definire come verrà utilizzato nell’articolo il termine testo culturale. Nella letteratura umanistica contemporanea, questa nozione viene applicata per descrivere diverse opere dell’attività culturale umana, non soltanto enunciati verbali, ma anche, in senso semiotico ampio, il folklore che nasce da sequenze di segni di diversa natura (Bartmiński, Niebrzegowska-Bartmińska 2009: 72).
La ricerca si basa su dizionari bilingui e, dunque, su enunciati verbali, la cui importante struttura portante è costituita dal confronto e dalla valutazione dei sistemi linguistici, mentre le loro fonti linguistiche sono rappresentate da diversi codici culturali. Questa definizione degli enunciati culturali verbali si applica ai dizionari del XIX secolo del sacerdote Antanas Juška, i cui dati sistematici occupano un posto importante nella ricerca etnolinguistica cognitiva, poiché gli studiosi intendono mettere in luce le realtà dell’epoca e la loro valutazione attraverso i dati linguistici. Sebbene i testi di A. Juška non siano ancora stati adeguatamente apprezzati dagli studiosi, essi costituiscono una parte importante del patrimonio culturale lituano e polacco, anche in considerazione del confronto tra due (o più) lingue diverse. Un dizionario bilingue è utile anche perché dispone della cosiddetta metalingua semantica: i significati sono descritti mediante perifrasi e vengono forniti collocazioni e sinonimi.
Il compito della ricerca viene dunque formulato così: indicare le differenze e le somiglianze nel modo in cui due popoli, ciascuno con il proprio racconto del passato, percepiscono e valutano il mondo. Si tratta di un compito difficile ma realizzabile, tuttavia solo attraverso la collaborazione tra studiosi lituani e polacchi, secondo i quali i dizionari bilingui, nonostante il loro aspetto pragmatico, forniscono informazioni etnolinguistiche sull’essenza della soggettivazione collettiva.
Questo articolo si concentra sui lessemi lituani e polacchi del dizionario bilingue di A. Juška, attraverso i quali viene mostrata la concettualizzazione dell’ESSERE UMANO, descrivendone l’aspetto fisico, la psiche, le emozioni, la posizione sociale, la fede e la pratica dei rituali. L’obiettivo della ricerca è stabilire se le espressioni lituane e polacche riportate nei dizionari bilingui, che sono
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sono assegnati a un determinato gruppo semantico; si caratterizzano per una piena equivalenza dei significati, un’equivalenza approssimativa oppure per una certa asimmetria lessicale sul piano semantico tra le due lingue messe a confronto.
Attraverso esempi concreti degli equivalenti riportati nel dizionario di A. Juška si intende mostrare se l’immagine dell’essere umano nelle lingue lituana e polacca sia simmetrica e ugualmente dettagliata, oppure se emergano differenze semantiche, stilistiche o persino pragmatiche relative all’essere umano.
Le denominazioni che categorizzano l’ESSERE UMANO (tenendo conto dello scopo dell’articolo, l’analisi si basa sulle forme di sostantivi e aggettivi) sono suddivise in determinati gruppi semantici. Nel dizionario bilingue lituano-polacco alle parole lituane corrispondono equivalenti polacchi identici, ma anche sinonimi. L’autore ricorreva spesso alla traduzione descrittiva: traduceva gli equivalenti lituani basandosi su relazioni semantiche, possibili collocazioni o commenti esplicativi del significato, riportati tra parentesi accanto all’equivalente sostantivale principale.
Per esempio, Renata Miseviča-Trillia (2012; 2013: 162–171) ha descritto dettagliatamente le modalità di traduzione in polacco degli equivalenti lettoni nel dizionario trilingue lettone-lituano-polacco di A. Juška. Sottolinea che i dizionari di A. Juška non sono soltanto dizionari di traduzione, ma anche dizionari esplicativi di traduzione, di grande importanza per gli etnolinguisti che intendono studiare la categorizzazione del mondo di due popoli che vivono sullo stesso territorio, attraverso il confronto tra le loro lingue. «I dizionari di traduzione compilati da persone bilingui non sono soltanto raccolte di materiali preziose per condurre ricerche sistematiche, ma rivelano anche l’influenza del bilinguismo sul sistema linguistico, quando il bilinguismo dell’autore implica la cultura di due popoli» (Sawaniewska-Mochowa 2014: 131).
La ricerca scientifica prende avvio dalla scelta della metodologia e dalla definizione dei concetti, sulla base dei dizionari bilingui polacco-lituani di A. Juška. Oggetto della ricerca è il patrimonio lessicografico che, oltre alla parte pubblicata, è sopravvissuto in diverse redazioni manoscritte, integrate e corrette da altri autori. Per questo motivo il materiale viene valutato criticamente. È necessario tenere conto degli aspetti lessicali e semantici delle espressioni, modificati dai redattori successivi. Il materiale è stato selezionato proprio in questa forma perché gli equivalenti devono comparire sia nella parte lituana sia in quella polacca del dizionario.
Supponiamo che i dizionari bilingui costituiscano un genere testuale specifico. Sorge allora la domanda: quali informazioni si possono ricavare dal testo di un dizionario storico se lo consideriamo e valutiamo nel suo insieme, trattandolo come un’opera di un certo genere e come un monumento culturale di una comunità multilingue, anziché come una semplice raccolta di parole di base e dei loro equivalenti tradotti, creata esclusivamente per scopi pratici, per esempio per essere utilizzata soltanto durante il periodo in cui si studia una lingua.
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L’affermazione secondo cui «il dizionario è un genere testuale» implica, secondo l’etnolinguista Wojciech Chlebda, alcune tesi fondamentali: 1) poiché il dizionario è un genere testuale, è anche un enunciato; e, poiché il dizionario è considerato un enunciato, fa parte del discorso comunitario di un determinato luogo e tempo. Ciò significa che il dizionario ha un proprio mittente, un proprio destinatario e una determinata realtà cui l’enunciato si riferisce; 2) poiché il dizionario è un testo (un enunciato), è anche un racconto interpretativo di una determinata realtà, compresa quella linguistica (Chlebda 2010: 202).
Sorge allora la domanda: chi è il soggetto narrante nel racconto di un dizionario bilingue lituano del XIX secolo, quando la Lituania, come la Polonia, era allora sotto il dominio degli zar?
I dizionari di questo tipo si caratterizzano per una molteplicità di soggettività immaginate. Anzitutto, vi si riflette la prospettiva della soggettività collettiva, propria della comunità linguistico-culturale, costituita da comunità più piccole, per esempio regionali, ambientali o religiose (Chlebda 2010: 202).
Parlando dei dizionari bilingui di A. Juška, ci troviamo di fronte alla coesistenza di due collettività linguistiche soggettive – quella lituana e quella polacca – e di due visioni del mondo. Dal punto di vista etnolinguistico, è interessante esaminare se tali visioni, che raccontano l’esistenza della comunità mentale (definita «mappe mentali» nella terminologia psicolinguistica) degli abitanti della Lituania dell’epoca, siano simmetriche. Emergono forse due interpretazioni diverse della realtà, espresse mediante forme lessicali e stilistiche differenti, stereotipi e immagini culturali? Ma la soggettività non è soltanto collettiva: a determinarla è anche il creatore del dizionario, il lessicografo, autore del testo o dell’enunciato, destinato a uno specifico destinatario, per uno scopo preciso e in un determinato tempo e luogo. È lui a costruire il dizionario; da lui dipendono la macrostruttura, la scelta degli equivalenti nell’altra lingua e l’inserimento di spiegazioni supplementari, informazioni contestuali o grammaticali.
L’etnolinguista deve comprendere che nel dizionario, accanto all’immaginario collettivo, si manifesta anche l’immaginario individuale, espresso dall’autore stesso, anche attraverso la scelta di determinate forme lessicali. Il lessicografo si trova sempre di fronte a innumerevoli decisioni da prendere, sia nella selezione del materiale sia nella sua disposizione, poiché è impossibile creare un dizionario la cui macrostruttura comprenda tutte le denominazioni possibili esistenti nella lingua. Di norma, nel comporre il corpus di un dizionario si cerca di presentare una raccolta di parole che rispecchi il concetto del mondo proprio della comunità linguistico-culturale.
A. Juška era proprio un autore che ambiva a presentare nei suoi dizionari una visione complessiva del mondo di quell’epoca. In quanto lessicografo bilingue, non era soltanto un attento osservatore e cronista delle diverse manifestazioni della vita lituana e polacca, nel loro incontro tra due lingue e culture, ma, in molti casi, secondo W. Chlebda, interpretava la realtà del tempo valutandola obiettivamente e riportando numerosi elementi della vita reale. Lo faceva in modo facilmente comprensibile, rivelando
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dalyko esmę, vengdamas moksliškumo ir enciklopediškumo (Chlebda 1993: 205; Sawaniewska-Mochowa 2014: 135). Jis siekė ne tik suregistruoti lietuvių gyvosios kalbos turtus, bet ir puikiai išmanė lenkų kalbos regioninį variantą (specifinį sociolektą), kuriuo kalbėjo sulenkėję Kauno gubernijos bajorai (Sawaniewska-Mochowa 2002). Pasak Baudouino de Courtenay, A. Juška buvo geriausias to laikotarpio lietuvių gyvenimo žinovas (de Courtenay 1880: 2).
I dizionari tradotti, compilati da persone bilingui, sono preziosi non solo come raccolte di materiali per svolgere ricerche sistematiche, ma anche come fonti che consentono di mettere in luce l’influenza del bilinguismo sul sistema linguistico, quando il bilinguismo dell’autore implica la cultura di due popoli (Sawaniewska-Mochowa 2014: 131). I dizionari bilingui di A. Juška costituiscono una fonte di ricerca estremamente preziosa per gli etnolinguisti, in quanto testimonianza soggettiva di due sistemi linguistici che categorizza la quotidianità dell’epoca, caratterizzata dall’uso di due diverse lingue parlate e influenzata dalle norme linguistiche.
Confrontando i lemmi secondari lituani dei dizionari di A. Juška con i loro equivalenti polacchi, si nota la somiglianza di alcuni gruppi semantico-lessicali, per esempio delle parole che descrivono una persona, le sue attività ecc. Tali equivalenti lessicali polacco-lituani e lituano-polacchi usati dai bilingui determinano l’interferenza culturale tra le popolazioni bilingui, che ha comportato una comunanza nel denominare gli attributi di diversi ambiti e una scelta consapevole, a seconda della situazione linguistica, della denominazione polacca o lituana (Sawaniewska-Mochowa 2014: 135).
SFERA DEL CORPO,
CARATTERISTICHE FISICHE (ESTERIORI)
A. Juška annotava dalla lingua parlata tutto ciò che riusciva a sentire, senza suddividere le parole dei contadini in selezionate e non selezionate. Evitava parole e locuzioni rozze e volgari, ritenendole inadatte a un dizionario e, in generale, non appropriate per il pubblico dei lettori (Tolutienė 1961: 151):
lie. biksuōkis (composto biksuos + cagare) = le. espressivo sracz do portek ‘chi se l’è fatta nei pantaloni’¹ (L B² I 15, L B II 26), fajdajacy się do portek (J I 207);
1 Kurs si caca addosso, quel biksvašikis ‘che sporca (?) i pantaloni con gli escrementi, che imbratta (?) i pantaloni’ (J I 207).
2 Principi di presentazione delle abbreviazioni di Słownik litewsko–polski: le maiuscole ridotte dopo il simbolo L indicano che il materiale polacco è tratto dalle corrispondenti sezioni lituane dalla A alla Ž; i numeri I, II, III indicano l’ordine delle redazioni; l’abbreviazione dr contrassegna le parti del dizionario pubblicate o ripubblicate, L Bug indica la redazione di K. Būga; i numeri arabi indicano le schede aggiunte al manoscritto oppure le pagine.
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lit. bunõsa (composto di buka + nosis) ‘dal naso camuso’ = pol. tęponos (L B I 37, L B II 60, J I 248): Tas buknõsa, kuriõ bukà nosė. Secondo i dati del LKŽ, è attestato nel dizionario di Jurgis Šlapelis;
lit. dublỹs ‘pancione’ = pol. brzuchal (J I 357); nei dialetti polacchi si usano brzu-chal, brzuchal ‘człowiek z dużym brzuchem, grubas / uomo con la pancia grossa, grassone’ (Polonia centrale e settentrionale); secondo i dati del LKŽ, è usato nell’attuale sottodialetto panevėžiškiai dell’aukštaitiano orientale (nei dintorni di Panevėžys); la variante dūblis è usata a Eišikės, Počiūnėliai (distretto di Radviliškis) e Pakruojis;
lit. memelis ‘chi si inceppa parlando, balbetta, balbuziente’ (L M dr 30) // memelis ‘chi si inceppa parlando, balbetta, balbuziente’ (L M dr 34) = pol. zajękliwy ‘balbuziente’ ib.; momot ‘balbuziente’ (L M II 30); zajękliwy (L M II 30). Nei dialetti polacchi (Piccola Polonia) una persona del genere è chiamata momot, zajękal, zajękliwy. Nei dialetti lituani il termine è piuttosto diffuso: memelis nell’aukštaitiano orientale panevėžiškiai (nei dintorni di Panevėžys) e nell’aukštaitiano orientale uteniškiai (Dusetos); memelis nell’aukštaitiano occidentale kauniškiai (Skirsnemunė, Lukšiai);
lit. rukšnà ‘chi è accigliato, imbronciato; cupo, brontolone’: Kur susiraukęs vis tas rukšnà, variante rukslà = nei dialetti polacchi si usa zmarszczoch (człowiek cały zmarszczony) ‘accigliato (persona tutta corrugata)’ (L R I 25). Le denominazioni con il formato -ocha erano tipiche della Polonia antica, ma sono tuttora produttive nei dialetti polacchi come nomi di agenti o di portatori di caratteristiche, talvolta connotati da una sfumatura emotiva negativa. In lituano rukšnà, rukšlà significa ‘persona accigliata, con il volto contratto e corrugato; brontolone’. Rukšnà è diffuso nei dialetti dell’aukštaitiano occidentale kauniškiai (nei dintorni di Marijampolė, Vilkaviškis e Jurbarkas) e dell’aukštaitiano meridionale (nei dintorni di Alytus); rukšlà è usato nei dialetti žemaitici (kretingiškiai, varniškiai, raseiniškiai);
lit. stìvas, cfr. LKŽ stỹvas, ted. dial. stîw, pol. sztywny ‘con un sorriso tirato, diritto’: Kas tiesus, neapsikumpinęs, stačias ir lygus kaip rąstas vienuolinis, tas stìvas (J). ~ pol. prosty jak świeca ‘diritto come una candela’ (L S I 60); stìvas, secondo i dati del LKŽ, è attestato a Kuršėnai. Nei dialetti lituani, soprattutto nell’aukštaitiano occidentale kauniškiai, è diffusa la variante štyvas, inclusa nel dizionario lituano-tedesco di Friedrich Kurschat, i cui dati furono raccolti dalla lingua viva dei lituani della Lituania Minore e da fonti a stampa.
TRATTI DEL CARATTERE
Lit. akýplėša (composto di akìs + plėšti) ‘persona sfacciata, rude, maleducata: Vālo agintas vājkas tāp akýplėša, t. y. žėdam akis draska. Kas akis plėšia, priešinas, tas akyplėša (J I 7) = pol. espressivo okdzior (composto di drzeć + oko), drapieżny ‘predatore’ (L A II 8, L A III 4, J I 7). L. Ivinskis traduce drapieżny con plėšans, –nčia (I
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54). È usato nei dialetti lituani (aukštaitiano occidentale kauniškiai, žemaitico settentrionale kretingiškiai) ed è entrato nella lingua standard;
lit. jumperis ‘persona che si attacca, si unisce’ ~ pol. przywiązany jak kleszcz ‘attaccato come una zecca’ (L ı I 5); nella parte curata da Jonas Jablonskis compare jumperė, -ės (cfr. ted. Jungferchen) ‘signorinetta (pol. panienka)’ (detto in senso spregiativo): Ta motriška jo (keleiviai) jumperė, t.y. prijunta prie jo, kaip erkė įsirta (cioè «si attacca» come una zecca) (J II 687). Jumpere gasuės vaikščiojo (J II 687); cfr. jumperis, -ė, attestato nel LKŽ sulla base del dizionario di A. Juška. Cfr. inoltre jumprovą ‘signorina’ (cfr. ted. Jungfrau), che ha anch’esso una connotazione negativa: jumprova nemoka nei kokio darbelio; attestato nel Dizionario lituano-tedesco e tedesco-lituano di Pilypas Ruigys, nei Canti dei lituani prussiani di Vilius Kalvaitis (Kalvaitis 1905: 123), nel Litauisches Lesebuch und Glossar di August Schleicher (Schleicher 1857: 172), ricorre frequentemente nelle canzoni annotate da A. Juška ed è presente anche nelle raccolte di canti di Liudvikas Rėza (1935, 1937), August Leskien e Karl Brugmann (Leskien, Brugmann 1882: 65); fu usato da Kristijonas Donelaitis;
lit. gerùlis = pol. dobruti (L g I 19), Ø rozkosznik (‘dedito ai piaceri’) (L g II 34), dobry człowiek (questo equivalente è fornito da J. Jablonskis; nello stesso punto si osserva che il rozkosznik palainintas usato da Juška significa ‘colui che si è abbandonato ai piaceri’) (J II 429). Cfr. Swil, che, come nel dizionario di L. Ivinskis (I 460), significa ‘libertino, gaudente, dissoluto’, connesso con gosus ‘sensuale, lascivo’ e raškanas ‘birichino, allegro’. A. Juška probabilmente voleva attribuire a questa denominazione una diversa sfumatura di significato: ‘colui che procura beatitudine agli altri’. Nel LKŽ questa parola significa ‘persona buona, buono’: Iš šelmio gerulio nepadarysi (Valkininkai, distretto di Varėna). Il dobruti di L. Ivinskis è un aggettivo, tradotto con gerutis, geručia (Girėnūtis, -ūčia I 46);
lit. minkštaútis si dice in senso spregiativo di un uomo inetto e molle; pačiužį significa ‘uovo molle’ = pol. espressivo miękaja ‘człowiek uległy / persona remissiva’ (L m II 48v, L m dr 45. L m II 48v, L m dr 45). In lituano indica una persona debole, remissiva, facilmente influenzabile dagli altri; cfr. inoltre lit. minkšprótis (L m II 49), minkšprótis (L m dr 45) = pol. słabomyślny;
lit. kiršlys. A. Juška spiega il significato di questa parola con un esempio illustrativo: Kurš kiršina, erzina kitus žmones, tas kiršlys ~ pol. espressivo rozuzyciel ‘sobillatore, provocatore’ (L K I 41, J III 129). F. Kurschat dà una spiegazione simile nel suo dizionario kiršintojas: Kiršintojas – kurs kiršina (K I 67). Questa denominazione descrive una persona che infastidisce, irrita e incita gli altri. L. Ivinskis traduce l’aggettivo rozuzy con įbūgęs (= įutęs), patrakęs, įdūkęs, įšėlęs (I 456).
Senza contesto è difficile ricostruire il significato esatto a partire dall’equivalente polacco. La parola rozuzyciel non è usata né nella lingua standard contemporanea né nei dialetti, ma strutture di questo tipo, basate sul modello storico della lingua polacca scritta e dotate del formante -iciel / -yciel, potrebbero essere esistite nell’uso dell’epoca. Nel dizionario di A. Juška, il materiale polacco includeva forme con valore di nomen agentis (cfr.
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grabiel, gryiziel, nagiel, strasziel, zvodziciel) gli esempi sono piuttosto numerosi. È inoltre possibile che A. Juška, nel perseguire la simmetria della traduzione, abbia creato tale denominazione dell’agente a partire da coppie aspettuali di verbi: rožusýti intr. – rožusaz trans. ‘portare (condurre) fino alla pazzia, fare infuriare (irritare)’ oppure rožusyȯ rifl. intr. – rožusaž rifl. trans. ‘infuriare (essere furioso), adirarsi (arrabbiarsi), essere furioso con qualcuno per qualche motivo’.
Si confrontino inoltre i composti dalla struttura simmetrica: lit. arėkergis = pol. wodkopój, girtuo-klis (L A II 106): L’arėkergis lì si chiuse in una tana, è bravo (J I 107); nel dizionario di Ivinskis è registrato girtūklis ‘ubriacone’ (I 279).
Il significato di molte delle parole menzionate si fonda sul rapporto emotivo negativo del parlante con la cosa designata. Si tratta del suo giudizio sul valore di una determinata persona, presentato non come una valutazione logica, ma come esperienza o sentimento del parlante. In queste parole è registrata una valutazione negativa.
MODO DI VIVERE, STILE DI VITA, ATTIVITÀ
Lit. baldõšius m., baldõšė f.: Chi bãldos ogni notte è un baldõšius (J I 186) ~ pol. tluk (L B I 3); wąsęjący się, tłuczący się ‘che si aggira’ (J I 186). A. Juška fornisce anche il sinonimo pabalda.
È evidente che la forma lituana della parola descrive una persona che vaga e si aggira di notte, cioè naktibalda. Gli equivalenti polacchi, invece, hanno piuttosto il significato generico di ‘gira senza meta, łazi, łaźę’ < verbo rifl. tłuc się ‘andare da qualche parte senza meta, essere chissà dove, vagabondare, girovagare, aggirarsi’; nel dialetto della Piccola Polonia meridionale tłuk ‘persona a cui piace girare senza meta’, usato anche dialettalmente come soprannome per indicare un carattere pigro, soprattutto riferito alle donne;
Lit. laidotùvininkas (L L II 4, L Bug Als) ~ pol. pogrzebnik (Sw) per ‘colui che si occupa del funerale, lo organizza’. Analogamente, nel dizionario di L. Ivinskis pogrzebnik è tradotto con laidojas ‘colui che seppellisce il defunto’, būdininkas (?) (I 296). Sembra che A. Juška intendesse l’equivalente polacco pogrzebnik come indicante un partecipante al funerale. Questo nome è usato con tale significato in Slesia e in Casciubia. Anche il LKŽ riporta questo significato di laidotuvininkas. È riportata qui anche una frase di A. Juška: I partecipanti al funerale tornano dal cimitero, dove laidotùvininkai probabilmente significa anch’esso ‘partecipanti al funerale’;
Lit. prągininkas = pol. porżnik ‘colui che cuoce e vende torte’ (L P I 83); secondo SWi ‘colui che prepara torte, le vende o le mangia’, cfr. lit. pyrãgininkas ‘pasticciere, fornaio di torte’. Questo nome è registrato nel dizionario di Jonas Henrikas Kunmanas (che chiamiamo dizionario di Krause); lo aveva inserito nel proprio dizionario anche F. Kuršaitis; è inoltre menzionato nella Bibbia di Bretkūnas e viene usato
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nei dialetti: nell’area panevėžiškiai dell’altolitai orientale (a Grūžiai, distretto di Pasvalys) e nell’area raseniškiai dello žemaitico meridionale (nei dintorni di Tauragė).
STATUS SOCIALE (SUDDIVISIONE DICOTOMICA DELLA COMUNITÀ IN SIGNORI, NOBILI E CONTADINI)
In lituano è molto numeroso il gruppo di denominazioni con la parola base bajoras, per es.: lituano bájoras, –rė (L₁ I 2, L₁ II 3, J I 183) «proprietario terriero privilegiato, in origine proprietario di una tenuta di rango intermedio; persona di origine privilegiata, nobiltà minore: Io sono un nobile di Laude³, e tu sei trasandato⁴. Atsky das muikas nu bajoru, cioè distinto. Jinai bajorė iš gima ir po vyru bajorė (J I 183–184). Nel lituano del XIX secolo la connotazione di questa parola è neutra, positiva. Si può quindi porre il segno di uguaglianza: = equivalenti in polacco bójar «nobile», szlachcic «nobile». Nel manoscritto A. Juška aveva inserito rycerz «cavaliere» (L₁ I 2), bohatyr «eroe» (L₁ II 3). Nella versione a stampa, tuttavia, compare soltanto szlachcic (J I 184); lituano bajorâtė = polacco «dama o fanciulla di famiglia nobile, figlia di un nobile» (J I 183); lituano bajorùkas = polacco 1. denominazione diminutiva, «figlio (piccolo) di un nobile»; 2. «nobile povero»; 3. (con sfumatura compassionevole) «nobiluccio» (L₁ III 4); nella versione a stampa: syn szlachcica; biedny szlachcic; szlachcina (J I 184); nel LKŽe non sono registrati il secondo e il terzo significato; lituano bajóvedis: Bajorėdis yra vadas bajorų (J I 184) «capo dei boiari» ~ polacco dialettale marszałek «capo, esperto di cerimoniale; il più alto grado militare francese ai tempi di Napoleone I e III; anziano; partecipante di rango più elevato a un matrimonio, ecc.» (Pol I 443). Nel LKŽ maršalka indica una figura con funzioni direttive: 1. «funzionario amministrativo e dirigente nell’apparato dello Stato feudale; capo dei nobili»; 2. «persona che dirige le cerimonie»; 3. «sensale di matrimoni»; 4. «partecipante al corteo nuziale». Marsalek (cfr. antico alto tedesco medievale marschalk «servitore della famiglia reale») è un termine storico: «tra il XV e il XVII secolo, primo ministro, funzionario statale,
Liudė è il nome di una regione storica caratterizzata da villaggi nobiliari sulla riva destra del Nevėžis, soprattutto nella zona tra Pociūnėliai e Dotnuva. Gli atti del tribunale fondiario di Raseiniai della fine del XVI secolo e altri documenti di compravendita forniscono molte informazioni sui nobili lituani (LE XIV 501–502).
Karčiuotas «scadente, trasandato nei capelli».
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dotato di ampi poteri. A. Juška non gli attribuisce la funzione di funzionario statale, che il maresciallo svolgeva nel Sejm della Confederazione polacco-lituana; tuttavia, probabilmente intendeva l’idoneità al ruolo di maresciallo eletto nelle assemblee nobiliari. Il maresciallo dirigeva le attività di assemblee locali di vario tipo. Questa denominazione, però, non è equivalente al corrispondente lituano, che è una parola composta, poiché quella polacca è un termine storico e giuridico;
lituano didikas = polacco mocarz, pan (wielki) «potente, signore (grande)» (L D I 18), (J I 321). Va notato che A. Juška, pur disponendo di un’ampia scelta di lessemi polacchi distinti per descrivere una persona di elevata posizione economica e sociale (wielmoża, możnowładca, arystokrata, magnat, właściciel ziemski), usa la denominazione pan, importante sul piano assiologico (valutativo), che accompagna con l’aggettivo enfatico wielki («grande»). Tra i sinonimi di didiko figura didžulis «orgoglioso, superbo, altezzoso»: Chi si vanta è un superbo (J I 322); kryvis «sacerdote, veggente degli antichi lituani»; galūnas «potente, grande signore», quest’ultimo usato con questo significato da Antanas Baranauskas e Konstantinas Sirvydas;
il lituano didikas indica in lituano una persona di nobile origine; cfr. i derivati lituano didūne, polacco zbior wielkich (panów), arystokracya («assemblea dei grandi (signori), aristocrazia»): Čė didūne, o tenajs visūme susirinko (L D I 18), (J I 321); państwo, zbior wielkich panów («assemblea dei grandi signori») (L D II 46).
RELIGIOSITÀ, CREDENZE, RITI
Lit. devoto = pol. bogomolca (P Ł 4v), arc. bogomólca (seconda metà del XVI secolo); devoto è incluso nel dizionario di Dominiko Sutkevičius (Sut), mentre la variante dievomeldis ‘persona devota’ si trova nel dizionario di K. Sirvydas. Nel dizionario di L. Ivinskis è registrato bogomolca e spiegato come offre preghiera a Dio; sinonimo devoto, -džia (I 20);
lit. pio ‘devoto’ = pol. chwalibog (preghiera) (L D I 16), nei dialetti polacchi (Małopolska meridionale) chwalibóg è usato con un altro significato: ‘persona che ama difendersi, millantatore’ (SGP PAN IV 152); secondo i dati del LKŽ, pio è attestato con questo significato nel glossario manoscritto di Silvestras Gimžauskas (circa 1879–1881);
Lituano maldininkas ‘persona devota, che prega molto’ ~ polacco nabożniś (L M II 8v): Kurs nuolat meldžias, tas maldininkas. La forma lituana è neutra, mentre l'espressione polacca ha una sfumatura ironica e designa una persona eccessivamente religiosa, molto orgogliosa della propria religiosità;
nabożniś ‘devoto’, così come świętoszek (dewotka), dewot (dewotka), bigot (dewotka). La forma lituana ha una sfumatura spregiativa e significa ‘persona eccessivamente devota (soprattutto riferito alle donne)’.
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Page 11I dizionari bilingui come testi culturali (sulla base dei dizionari del sacerdote Antanas Juška del XIX secolo)
Nel dizionario di A. Juška l'uomo è descritto come devoto, ma non come qualcuno che prega in modo eccessivo; non gli sono tuttavia estranee la fede nel mondo spirituale e l'esistenza dei diavoli, poiché nel dizionario compaiono parole come:
lie. ãjt̄aras // ãjč̄aras = le. ajtwar = latawiec ~ zły duch ‘piktoji dvasia (Lₐ I 3, Lₐ II 6, Lₐ II 4, J I 6).
Nel dizionario di L. Ivinskis è incluso anche ãjt̄aras – Latawiec, ‘creatura fiabesca invisibile agli uomini’ (I 131). Nella mitologia lituana e baltica, l'aitvaras è una creatura che porta beni materiali. A volte è considerato buono, a volte cattivo. Agisce di nascosto ed è insolito. Spesso l'uomo non sospetta nemmeno di avere un aitvarą. Protegge le persone buone e non avide, maltrattate dagli altri, portando loro ogni sorta di ricchezza. Si crede che le ricchezze portate dall'aitvaro non portino nulla di buono. È raffigurato come un gallo, un serpente di fuoco, una biscia, un vortice, un uccello infuocato o nero (Džigol 2004: 17).
Nel dizionario di A. Juška si trovano le seguenti frasi illustrative: Aitvaras drieksi kad su pinigais, tai ugninas. Aičūras kaip pilas – mėlynas, kaip dykas – šviesus menga, t. y. leka (J I 6).
Le forme lituane ãit(i)varas, ãič̄aras, eit(i)varas (Fraenkel I 4), o i loro adattamenti dialettali, usati nella Polonia nordorientale, designano uno spirito domestico che porta denaro raccolto in precedenza per un altro padrone, quando cadono le stelle: dialettale ajtwaras (SGP PAN I 63), ajwar (SGP PAN I 60), atwor (SGP PAN I 182).
Nei dintorni di Panevėžys, nel 1926, Helena Šeikovska registrò l'informazione secondo cui ajtwaras significa ‘nome del diavolo: Aitvaras, tai toks velnias, kas jam siela parduos, tas visą gyvenimą turės pinų, pieno, sūrio, sviesto, o kam greitai dingsta (...), cioè: aitvaras iš jo viską ima, o kitam duoda⁵.
A sua volta, il corrispondente polacco latawiec, in Pomerania e Masovia, significa ‘diavolo domestico che dovrebbe essere attivo di giorno; è raffigurato come una colonna di fuoco volante, una macchia, una sfera con una lunga coda fiammeggiante, un uccello infuocato, un serpente o un drago; nella Polonia meridionale, invece, lo stesso nome designa lo spirito di un bambino morto non battezzato, di natura diabolica e nocivo, dall'aspetto di uccello (Džigol 2004: 17).
Il significato ricavato dalla forma lituana ajtwar e quello del polacco latawiec sono vicini; ciò significa che gli abitanti della Lituania di allora riconducevano a sé (ipotesi che richiede ulteriori verifiche sulla base di ricerche più approfondite) una rappresentazione comune di esseri demoniaci domestici, e forse persino modi di concettualizzare il mondo non ancora emersi.
⁵ «Dal distretto di Panevėžys proviene la seguente informazione, registrata da Helena Szeikowska nel 1926: ajtwaras è ‘il nome del diavolo’: ajtwaras to taki d’ abł, któremuś sprzeda, to on psa ca życ’a nos’i pieniązy, m’leka, syru, masła, i akkumuzafśyk’im naspna [prędko wychodzi mle’cүwa, cioè: ajtwaras od niego odbiera, a drugiemu daji“ (Nitsch 1968: 368, SGP PAN I 63, Džigol 2004: 26–27). Traduzione di Vilija Sakalauskienė.
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CONCLUSIONI
Finora non è stata ancora completata l’analisi dell’intero materiale linguistico dei dizionari bilingui di A. Juška del XIX secolo, nel quale si riflette la concettualizzazione della percezione dell’ESSERE UMANO nella lingua parlata lituana e nella varietà della lingua polacca che chiamiamo socioletto della piccola nobiltà di Kaunas. In questo articolo sono state esaminate le forme verbali lituane e polacche. Si tratta, senza dubbio, di una parte molto ricca del lessico, che rivela un’immagine completa dell’essere umano attraverso le attività che svolge e il suo stato fisico e psichico.
Dopo aver condotto questa analisi comparativa preliminare, si è giunti ad alcune osservazioni rilevanti per l’etnolinguista interessato ai dizionari bilingui:
1. Considerando l’attività umana (che differisce in particolare dalle norme accettate in quel paese), si può parlare dell’esistenza di un’asimmetria tra le forme linguistiche lituane e polacche registrate nel dizionario del XIX secolo. Le unità linguistiche lituane usate nel dizionario hanno un significato e descrivono e valutano in modo così dettagliato l’essere umano e il suo ambiente che in polacco non esistono espressioni univoche adeguate corrispondenti.
2. Per preservare la varietà semantica delle denominazioni lituane, A. Juška cerca di compensare queste lacune con delle descrizioni. Va notato che nella macrostruttura del dizionario di A. Juška compaiono anche polonismi, ma questa è un’altra questione, alla quale forse si cercherà di rispondere in futuro.
Tuttavia, non si possono trarre conclusioni categoriche sull’esistenza di una chiara dicotomia della visione del mondo nelle lingue lituana e polacca degli abitanti dell’allora Lituania. Nell’interpretazione del mondo circostante si riscontra una notevole convergenza. Questo stile di concettualizzazione della realtà, affine a quello popolare, si manifesta nel dizionario bilingue nel fatto che ai termini lituani e alle denominazioni della lingua viva corrispondono dialettismi e arcaismi polacchi, conservatisi nel socioletto polacco della piccola nobiltà. Nei materiali sia lituani sia polacchi emerge chiaramente l’uso di denominazioni stilisticamente neutre oppure espressive, talvolta persino esplicite, senza allusioni.
SEGNI CONVENZIONALI
Nel descrivere le unità linguistiche lituane e polacche messe a confronto, si usano i simboli:
= equivalenza completa,
~ equivalenza approssimativa,
Ø assenza di equivalenza.
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(sulla base dei dizionari del sacerdote Antanas Juška del XIX secolo)
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Translational Dictionaries as Texts of Culture (On the Example of the Nineteenth-Century Dictionaries by Rev. Antanas Juška)
SUMMARY
The analysis in this article concentrates on the nineteenth century Polish-Lithuanian and Lithuanian-Polish translational dictionaries by Rev. Antanas Juška, which we interpret as a kind of texts of culture. These types of sources provide valuable ethnolinguistic information for both Lithuanians and researchers of the Polish language. For ethnolinguists bilingual dictionary is a place of coexistence of two visions of the world: individual – the perspective of lexicographer, and collective – the perspective of collective entities/ linguistic-cultural communities.
Taking into account the view that the translational dictionaries form the textual genre and narration about the world, we strive to find answers to two questions:
1. To what extent could the Lithuanian and Polish vocabulary, contained in the macro- and microstructures of these dictionaries, reconstruct a common mentality of the then inhabitants of Lithuania?
2. To what extent does the material disclosed in the dictionaries indicate image of the world of the lexicographer himself and, at the same time, present the distinct visions of the world embraced by Lithuanians and Poles, that are expressed by the other pragmatic and stylistic means, and cultural patterns?
We can interpret more accurately those Lithuanian and Polish components in the structure of the dictionaries by Rev. Juška, that reflect conceptualization of HUMAN BEING
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with reference to his/her physicality, psyche and mentality, express of emotions, relation to other/alien, practicing religion and rituals.
Įteikta 2017 m. balandžio 4 d.
VILIJA SAKALAUSKIENĖ
Lietuvių kalbos institutas
Petro Vileišio g. 5, LT–10308 Vilnius, Lietuva
[email protected]
ZOFIA SAWANIEWSKA-MOCHOWA
Institute of Slavic Studies, Polish Academy of Sciences
J. Bartoszewicza g. 1B/17, 00-337 Warszawa, Polska
[email protected]
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