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ACTA LINGUISTICA LITHUANICA

XLV (2001), 207–219

RASSEGNA DI NUOVI LAVORI

Rassegna delle pubblicazioni recenti

LITUANIA

Il 2000 è rimasto impresso nella memoria come l’anno dell’approssimarsi della svolta del millennio, della stagnazione economica che ha investito il paese (e dunque della scarsità di fondi) e della crisi nell’organizzazione e nell’amministrazione della ricerca. Ciononostante, anche in questi anni sfavorevoli alla ricerca, in Lituania sono state pubblicate non poche opere di linguistica. Per passarle in rassegna sarà probabilmente più agevole suddividerle convenzionalmente in tre gruppi: nuove ricerche, edizioni scientifiche di testi antichi e pubblicazioni sul patrimonio della linguistica lituana.

Monografie

Nel 2000 sono apparse poche nuove monografie di ricerca, e ciò probabilmente rispecchia lo stato attuale della linguistica lituana. Considererei lo studio più importante in questo ambito la monografia di Saulius Ambrazas, Daiktavardžių darybos raida II. Lietuvių kalbos vardažodiniai vediniai. (Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000, 352 p.).

Con questo libro l’autore prosegue sistematicamente le sue ricerche storiche sulla formazione delle parole lituane, condotte ormai da un paio di decenni. Nel 1993 i risultati furono sintetizzati nel primo volume della monografia, dedicato all’analisi dei derivati verbali del lituano. Nell’introduzione premessa al volume, l’autore aveva esaminato i principali concetti della formazione delle parole e i principi della formazione storica delle parole in lituano. Tali principi sono seguiti anche in questo secondo volume, dedicato all’analisi dei derivati nominali.

La monografia merita, e senza dubbio riceverà, più di una recensione approfondita da parte dei linguisti; mi limiterò pertanto a qualche osservazione di carattere più generale, annotata a margine mentre la sfogliavo.

L’autore distingue sette categorie di sostantivi derivati da basi nominali: nomi di qualità, di portatori di qualità, collettivi, di luogo, di persone e animali di sesso femminile, di persone e animali di sesso maschile, e diminutivi. Questa classificazione delle categorie derivazionali differisce in parte da quella esposta nell’introduzione del primo volume menzionata sopra (cfr. I, 10): in quel volume i nomi distinti in base al genere erano riuniti in un’unica categoria, mentre erano previste categorie separate per i nomi delle persone in base al luogo di residenza e per i nomi dei figli in base ai genitori. È del tutto comprensibile che, in otto anni di lavoro, l’opinione dell’autore su questo punto possa essere cambiata; tuttavia, tali cambiamenti sono rimasti senza spiegazione e la nuova classificazione non è stata giustificata.

Dopo una breve prefazione, il libro esamina separatamente ciascuna categoria derivazionale. Non vi è un’impostazione uniforme: si parte dai principali tipi derivazionali e si passa poi agli altri, oppure il materiale viene presentato secondo un criterio cronologico; in genere, tuttavia, il nucleo della categoria emerge chiaramente e i principali tipi, quelli più produttivi, sono ben distinti.

L’autore studia a fondo la formazione dei sostantivi, basandosi su un’ampia documentazione dialettale e sui dati dei più importanti testi antichi lituani. Nell’esaminare i principali tipi di formazione dei nomi di qualità, l’autore distingue inutilmente (§ 3), nel dialetto dell’alta Lituania centrale, i

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scritti, ossia la Postilla di M. Daukša, il Nuovo Testamento di S. B. Chylinski e il catechismo di M. Petkevičius. I suddetti autori della varietà media della lingua scritta scrivevano in una lingua il cui fondamento era costituito dai sottodialetti del dialetto alto lituano occidentale (gli attuali šiauliai). In seguito (per esempio, nei rimandi alle pp. 18, 21 e seguenti) l’autore della monografia li identifica proprio in questo modo.

Riassumendo, si conclude che i derivati produttivi del lituano con -ysta, -ystė, numerosi, secondo l’autore, anche nel dialetto alto lituano occidentale dei secoli XVI–XVII, ma quasi assenti in lettone, mentre in prussiano è attestato un solo derivato, cristionisto E 794, «consentono di cercare il centro di questa innovazione nei dialetti occidentali delle lingue baltiche» (p. 200). Ma il dialetto alto lituano occidentale è pur sempre un dialetto del lituano, una lingua baltica orientale; questa conclusione appare quindi insufficientemente fondata o formulata in modo impreciso (lo stesso vale per p. 20).

A proposito dei diminutivi con i suffissi -ikas, -ikė si afferma che essi «sono evidentemente più caratteristici dei dialetti delle lingue baltiche occidentali, da sempre influenzati dalle lingue slave» (p. 89). Questa conclusione è più fondata della precedente, poiché nei testi prussiani i derivati con *-iko prevalgono fra tutti i diminutivi, mentre in lettone simili diminutivi sono rari (p. 88). Oltre che in prussiano, sono piuttosto frequenti in alcuni dialetti žemaitici e alto lituani occidentali. Ne consegue che questi dialetti sono considerati dialetti delle lingue baltiche occidentali, al pari del prussiano. Probabilmente si intende qui il sostrato dei curoni, degli scalvi e dei nadruvi, ma l’autore non ne fa menzione in nessun punto.

Secondo l’autore, la categoria derivazionale nominale dei nomi di luogo «è del tutto nuova e si è formata nell’ambito della lingua lituana» (p. 63; analogamente a p. 207). Questa posizione è sostenuta dai suffissi principali di tale categoria -idė/-ydė, -udė; -inis, -inė. Tuttavia, i suffissi periferici assegnati a questa categoria derivazionale sono usati per formare nomi di luogo anche in lettone: cfr. laukums, klājums; maiznīca, viesnīca; augstiene, priediene, forse persino bagažnieks, ecc. L’autore non accenna al rapporto fra questi tipi derivazionali lettoni e quelli lituani. Si tratta forse del risultato di sviluppi paralleli oppure dell’origine di una categoria derivazionale comune?

Il volume contiene un riassunto piuttosto dettagliato in tedesco (pp. 326–345), che lo rende accessibile non solo agli studiosi di baltistica, ma anche, più in generale, ai ricercatori delle lingue indoeuropee. A tutti loro saranno di grande aiuto gli indici degli affissi derivazionali lituani (pp. 235–240) e delle parole lituane (comprendenti quelle esaminate in entrambi i tomi della monografia, pp. 241–325). Il volume si conclude con un elenco di errata corrige relativo alla prima parte della monografia (1993), purtroppo piuttosto lungo.

Questa monografia è senza dubbio un’opera di grande valore per la linguistica baltica.

Anche il nuovo libro di Zigmas Zinkevičius, Lietuvių poteriai (Vilnius: Istituto di editoria scientifica ed enciclopedica, 2000, 272 pp.), è presentato come uno studio di scienze linguistiche. È stato scritto sulla base dei precedenti lavori dell’autore e di altri linguisti e storici. Il tema è interessante e poco studiato; l’analisi dei brevi testi di preghiere offre un quadro complessivo dello sviluppo della lingua lituana. Il libro è scritto in uno stile vivace ed emotivo, a tratti giornalistico. Quasi un quarto del volume è dedicato a questioni storiche, che non vengono affrontate in questa recensione.

Il libro è interessante e utile; la sua tesi centrale, secondo cui la lingua tedesca influì sulle nostre preghiere più antiche, è convincente. Tuttavia, le ripetizioni affaticano il lettore e alcune affermazioni non sono sufficientemente fondate.

Nel trattare la lingua lituana dei secoli XIII–XV, ci si basa in molti casi sui dati di un esperimento linguistico. Talvolta questo costituisce l’unico argomento dell’autore. Tuttavia, un simile esperimento, benché interessante e possibile come una sorta di gioco scientifico, non ha valore probatorio; i suoi risultati sono probabilmente poco più attendibili delle favole ricostruite scritte da A. Schleicher a metà del XIX secolo…

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i dati della protolingua indoeuropea ricostruiti. Il testo ottenuto con una simile ricostruzione non può essere considerato la forma originaria delle preghiere lituane né essere collocato, con una datazione al XIII–XIV secolo o a secoli successivi, nella «Tabella cronologica delle variazioni del testo delle preghiere» (pp. 200–226).

Nel capitolo «La cristianizzazione della Lituania e le preghiere» si esaminano i mutamenti linguistici delle preghiere dovuti all’influsso del polacco e verificatisi prima della loro attestazione scritta. Poiché in questo capitolo non vi sono riferimenti bibliografici, non è dato sapere su cosa si basi l’autore quando afferma che le traduzioni esaminate risalgono a prima delle prime trascrizioni manoscritte o dei primi libri. Tanto più che, più avanti nel libro, quasi tutti gli stessi casi vengono discussi nell’analisi della lingua delle fonti posteriori.

Non si è sempre tenuto sufficientemente conto dell’influenza esercitata sugli originali sui quali si basano i testi lituani tradotti. Per esempio, la costruzione senza congiunzione in Žemčiūgos teologiškos žegnonėje di Vaišnoras, 115b₁₈, è considerata un arcaismo (p. 138), ma anche nell’originale latino in questo punto manca la congiunzione.

Dopo aver esaminato la lingua delle preghiere di Mažvydas, Z. Zinkevičius formula, tra le altre, le seguenti conclusioni: «Mažvydas inserì nel suo catechismo quella [la versione del Credo] che conosceva personalmente, probabilmente imparata da sua madre, adattandola solo in parte al testo di Sekliucijanas» (p. 128); «non si può in alcun modo affermare che Mažvydas abbia tradotto il Credo dal catechismo di Sekliucijanas» (p. 127). L’autore fonda le sue affermazioni sulle discrepanze tra i catechismi di Mažvydas e di Sekliucijanas. Il celebre studioso della lingua degli scritti di Mažvydas, Chr. Stangas, nella sua monografia Die Sprache des litauischen Katechismus von Mažvydas, pubblicata a Oslo nel 1929, dopo aver confrontato il testo di Mažvydas con i suoi possibili originali, giunse alla seguente conclusione: «Mžv. da die litauische Tradition berücksichtigt hat, wo er es, ohne von seinen Vorlagen (Seklucjan 1545 und Malecki) abzuweichen, tun konnte» (p. 16). Nella sua monografia Stangas stabilì che, in alcuni casi in cui Mažvydas si discosta da Sekliucijanas, si era basato sul catechismo di Maleckis. Questi casi rappresentano almeno la metà degli esempi sui quali Z. Zinkevičius si fonda (pp. 127 e 128); pertanto, le conclusioni citate non sono sufficientemente comprovate.

Non viene indicata la provenienza dei testi citati nel capitolo «Le preghiere nel XVIII–XIX secolo nella Lituania Minore e fuori dai territori etnici». Nella citazione degli originali non si sono evitate sviste. Per esempio, nella trascrizione delle preghiere del catechismo di Daukša secondo «la grafia dell’epoca» (p. 98), la parola mûłłų è scritta con una sola ł; nella parola Szwiętoĩ manca il diacritico sopra la o; al posto di ſédi è scritto ſėdi; la parola Szwiętą è scritta con la minuscola e nella parola ſwiętą dopo la ę è scomparso il diacritico; anche alcuni altri casi ortografici sono discutibili. Anche negli esempi di Žemčiūgos teologiškos di Simonas Vaišnoras (p. 138) sono presenti alcuni errori: è scritto chrikſcʒonilchkoië, ma dovrebbe essere Chrikſcʒonilchkaië; inoltre, in più punti il riferimento alla posizione degli esempi è impreciso. Nel libro i dati degli scritti antichi sono presentati in modi diversi: talvolta secondo la grafia originale, talvolta trascritti con l’ortografia moderna e talvolta normalizzati secondo la lingua standard contemporanea. Non è affatto sempre chiaro quale modalità di presentazione l’autore abbia scelto nel singolo caso.

Il libro comprende riassunti in tedesco, polacco e russo. Le fonti sono elencate insieme alla bibliografia. La bibliografia è selettiva: per esempio, non vi figura il già menzionato studio di Ch. Stangas, dedicato specificamente alla lingua del catechismo di Mažvydas. La consultazione del libro è agevolata dagli indici allegati: «Parole, forme e locuzioni» (pp. 254–262) e «Cognomi (nomi di persona)» (pp. 263–267).

La monografia di Vidas Kavaliauskas Bendrinės lietuvių kalbos priesaginių veiksmažodžių kirčiavimas (Vilnius: Algarvė, 2000, 232 pp.) è stata preparata sulla base di una tesi di dottorato discussa di recente. Lo dichiara l’autore stesso nella prefazione (p. 8), ed è particolarmente evidente nell’introduzione (pp. 9–18), che conserva la struttura richiesta alle tesi: oggetto e obiettivo della ricerca, attualità e novità, e così via. Anche la rilevanza teorica e pratica del lavoro è esposta secondo questi requisiti (p. 18). Sarebbe stato senz’altro possibile sistemare il tutto in modo più breve ed elegante. Tuttavia, preparare rapidamente per la stampa e pubblicare il testo di una tesi è davvero encomiabile e costituisce un esempio da seguire.

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In termini più brevi e con maggiore eleganza. Per il resto, la preparazione così rapida del testo della tesi per la stampa e la sua pubblicazione sono davvero encomiabili e costituiscono un esempio da seguire.

Il libro esamina l’accentazione dei verbi formati con i nove suffissi più frequenti (-uoti, -inti, -(i)oti, -ėti, -auti, -telėti, -inėti, -enti e -yti). L’accentazione dei derivati di ciascun suffisso è illustrata in relazione alla loro formazione e alle loro caratteristiche morfonologiche, grammaticali e semantiche; si tiene conto anche della capacità accentuale dei suffissi e di altri fattori. I dati sono tratti dalla terza edizione del Dabartinės lietuvių kalbos žodyno (1993). In singoli casi l’autore ha utilizzato anche le due edizioni precedenti di questo dizionario e altre opere normative sull’accentazione lituana, tra cui il multivolume Lietuvių kalbos žodynu. I dati sono stati verificati consultando l’Atgaliniu dabartinės lietuvių kalbos žodynu.

Il libro è suddiviso in nove parti, corrispondenti ai suffissi verbali esaminati. L’ordine dei suffissi è determinato dalla loro produttività. Tale ordine non è pratico: sarebbe stato meglio discutere consecutivamente l’accentazione dei derivati dei suffissi strutturalmente affini -ėti, -telėti e -inėti. Ogni parte del libro, e spesso anche le sezioni e sottosezioni minori, si apre con una rassegna degli studi precedenti, il che comporta inutili ripetizioni (cfr. pp. 47–49 e 51). Le rassegne, per la loro concisione e i numerosi rimandi, possono risultare difficili da seguire (cfr. pp. 26–28). Le parti del libro presentano conclusioni, a loro volta riassunte nelle conclusioni finali (pp. 212–220), dove i risultati della ricerca sono raggruppati in base alle proprietà accentuali dei suffissi. Il libro si conclude con un riassunto in francese (pp. 221–223) e con la bibliografia delle opere citate (pp. 224–230).

Alcune perplessità suscitano le frequenti osservazioni dell’autore sulle norme di accentazione. Esse non sono suffragate da ricerche specifiche: nel libro l’accentazione dei verbi della lingua standard contemporanea è esaminata sulla base dei dati delle opere normative (spesso confrontati con quelli di altre opere normative o teoriche), e non dell’uso vivo. Di conseguenza, in molti casi si propone di modificare la norma indicata dalla terza edizione del Dabartinės lietuvių kalbos žodyno soprattutto sulla base dell’analisi dei dati dello stesso dizionario. Non è un circolo vizioso? Seguendo questa strada, a determinare le scelte non sono i fatti della lingua viva né il fondamento dialettale della norma, bensì i principi generali di coerenza e sistematicità.

Va inoltre richiamata l’attenzione su un altro aspetto: non tutto ciò che si trova nel Dabartinės lietuvių kalbos žodyne appartiene alla lingua standard: vi si trovano anche dialettismi e arcaismi. Nel libro, di norma, tutti i dati del dizionario sono esaminati come equivalenti e appartenenti a un unico sistema: «Qui <…> si esamina l’accentazione di tutti i verbi suffissati registrati nel “Dabartinės lietuvių kalbos žodyno” (1993)» (p. 8). Le conclusioni che ne derivano possono quindi risultare inesatte. Per esempio, alle pp. 24–25 si esamina l’accentazione di due verbi con il suffisso -uoti – gruoduoti e varpučiuoti, che fanno eccezione alla regola generale secondo cui i derivati verbali con questo suffisso, formati da sostantivi, sono accentati sul suffisso. Tuttavia, entrambi i verbi menzionati sono dialettismi (come riconosce lo stesso autore), perciò non dovrebbero essere esaminati allo stesso livello degli altri derivati pertinenti né inclusi nei calcoli statistici complessivi.

L’autore adotta una concezione peculiare del metodo comparativo: esso consisterebbe nel confrontare i dati presentati nella letteratura scientifica, nel mettere a confronto le varianti accentuali dialettali e le norme della lingua standard, e così via (p. 18).

Il libro contiene numerosi dati statistici, presentati con una certa abilità sotto forma di tabelle e diagrammi a colori. La lingua è scorrevole e corretta. Si sono riscontrati soltanto pochi refusi: nella frase «DŽ₃ fiksavęs daugelio veiksmažodžių kirčiavimo gretybių» (p. 31), al posto di daugelio dovrebbe esserci daugelį, oppure al posto di gretybių dovrebbe esserci gretybes; la frase «Tai apsunkina aiškinantis tokių veiksmažodžių priesaginio kirčiavimo priežastis» (p. 76) non è chiara: forse manca qualcosa?

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In quanto una delle prime opere del giovane studioso, il libro fa una buona impressione e induce ad attendersi ulteriori ricerche approfondite e accurate sull’accentazione della lingua lituana.

Aldona Paulauskienė. Lietuvių kalbos kultūra (Kaunas: Technologija, 2000, 256 p.). Autorė pratarmėje rašo, kad ši knyga „leidžiama ne kaip įprastas vadovėlis, o kaip populiariai parašyta monografija“ (p. 7) ir „gali būti vadinama ir originaliu socialinės lingvistikos darbu“ (p. 8). Vis dėlto knyga visų pirma skiriama studentams (p. 7), todėl šioje apžvalgoje plačiau neaptariama.

Edizioni di testi antichi

Anche in tempi difficili è proseguita, benché non senza ostacoli, la pubblicazione di testi lituani antichi. L’organizzatore di questo lavoro è Vytautas Ambrazas; il suo nome è menzionato anche nelle prefazioni di entrambe le edizioni uscite nel 2000.

La prima a uscire fu la raccolta curata da Guido Michelini, Martyno Mažvydo raštai ir jų šaltiniai (Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000, 731[1] p.).

Le pagine del frontespizio sono fuorvianti: il libro non è un’opera d’autore, per esempio una monografia sugli scritti di Mažvydas e le loro fonti; vi sono invece stampati i facsimili delle opere di Mažvydas e i rispettivi originali. Michelini è il curatore o preparatore e redattore del volume; sono di sua mano l’articolo introduttivo (pp. 8–18), le note testologiche, l’elenco dei testi di Mažvydas secondo i versi iniziali (pp. 715–725), la bibliografia delle fonti utilizzate (pp. 726–729) e una bibliografia selezionata (pp. 729–730).

Il volume raccoglie tutte le opere di Mažvydas: il catechismo (pp. 61–139), ristampato dall’esemplare dell’Università di Toruń; Giesme S. Ambraßejaus (pp. 141–153), ristampata dall’esemplare della Biblioteca di Kórnik; Forma Chriksitima (pp. 155–196), ristampata dall’esemplare dell’Università di Toruń; Paraphrasis (pp. 197–210), ristampato dall’esemplare dell’Università di Uppsala; e Gesmes Chriksčioniskas (pp. 211–654), ristampate dal libro di J. Gerulis del 1923, Mosvid. Die ältesten litauischen Sprachdenkmäler bis zum Jahre 1570 (Heidelberg: Winter). Inoltre, in fondo al volume sono riprodotte fotocopie delle lettere di Mažvydas conservate nell’archivio di Berlino (pp. 655–693).

Per la prima volta il volume presenta, accanto a tutti i testi lituani, anche le loro fonti. Nel selezionarle, il curatore si è basato sulle precedenti ricerche di Chr. Stang, P. U. Dinis, D. Pociūtė e J. Trilupaitienė, verificandole e precisandole, ove necessario. Le ricerche sulla musica del salterio di Mažvydas e l’individuazione delle fonti delle melodie degli inni sono dovute soprattutto a Michelini. Poiché l’esemplare del catechismo di Mažvydas conservato all’Università di Toruń è stato pubblicato in facsimile solo di recente ed è ancora facilmente accessibile a tutti, sarebbe stato più opportuno pubblicare in questa edizione un altro esemplare, quello di Vilnius, la cui edizione del 1974 è di qualità inferiore.

L’introduzione al volume, in lituano, tedesco (pp. 19–31; traduzione di Saskia Drude) e inglese (pp. 32–43; traduzione di Jonas Steponaitis), dedica la maggior parte dello spazio al salterio di Mažvydas. Ne esamina il contenuto e la struttura, approfondisce il problema del curatore, indica le fonti dei testi e l’origine delle melodie degli inni. Il testo è scritto in modo piuttosto contorto e non mancano ripetizioni. Vi si riassumono gli articoli pubblicati dall’autore in riviste scientifiche tra il 1997 e il 1999, ma vi sono anche nuove affermazioni e conclusioni. L’introduzione discute brevemente e valuta criticamente gli studi precedenti sul lascito di Mažvydas.

L’approfondito studio di Jonas Palionis, «Martyno Mažvydo rašyba» (pp. 44–60), scritto appositamente per questa edizione, accresce il valore del volume e pone le basi per ulteriori ricerche sulla lingua degli scritti di Mažvydas.

I facsimili delle opere di Mažvydas sono stampati nel volume sulla base delle fotografie della casa editrice «Baltų lankų», utilizzate nel libro da essa pubblicato nel 1993, Martynas Mažvydas. Katekizmas ir kiti raštai.

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Nella nuova edizione queste fotografie sono state leggermente ridotte, per cui la grafia più minuta o deteriorata (per esempio, quella del catechismo e della Giesmė S. Ambraziejaus) è difficile da leggere. Le facsimili dei frontespizi, al contrario, sono state ingrandite nell’edizione, allontanandosi così ulteriormente dagli originali.

Gli originali delle traduzioni sono presentati dal curatore in caratteri latini moderni; negli altri casi, l’ortografia è modernizzata. Nella trascrizione degli originali (almeno di quelli polacchi) non sono stati evitati gli errori. Per esempio, nella trascrizione del catechismo del 1545 di J. Sekluciano, nel libro preparato da S. Rospond sulla base della ristampa del 1948 Druki mazurskie XVI w., al posto di zlonkov è comparso zlonkov (p. 77); dopo la parola Cwartha manca il punto (p. 78); al posto di Siodmy dovrebbe esserci Syodmy (p. 79); al posto di Dziewiąt. dovrebbe esserci Dziewiąte. (p. 80); al posto del numero arabo 1. dovrebbe esserci j. (p. 81); è stato omesso il tratto obliquo inverso \ tra le parole wszechmogącego e stworzyciela (ivi); al posto di Trzecy dovrebbe esserci Trzeczy (ivi); al posto di Syodmi. dovrebbe esserci Syodmy. (p. 82); al posto di Wierzę – wierzę (ivi, due volte), è stata spostata la numerazione delle strofe della preghiera Oicže nasz; nella sua terza strofa sono stati omessi due tratti obliqui inversi (p. 83); lo stesso tratto è stato omesso tra le parole bożego e pod (p. 85); il paragrafo che inizia con le parole To jest \ o ciele avrebbe dovuto iniziare su una nuova riga (ivi); dopo la parola Christusa non è stato lasciato uno spazio (ivi); al posto di novy dovrebbe esserci nowy (p. 87); al posto di bysciekol iek dovrebbe esserci bysciekolwiek (p. 89); al posto di Nieczyn dovrebbe esserci Nieczyn (p. 101). Questi errori inducono a dubitare anche della precisione della trascrizione degli altri originali presentati, latini e tedeschi. Nei casi in cui gli originali dei testi di Mažvydas o le loro facsimili erano accessibili al curatore, una riproduzione fotografica avrebbe soltanto accresciuto l’affidabilità dei testi e il valore del libro. Per esempio, perché non approfittare dell’occasione per pubblicare la facsimile, di buona qualità, del catechismo di J. Sekluciano, recentemente rinvenuta nella Biblioteca dell’Accademia delle Scienze della Lituania (a proposito, si tratta dello stesso esemplare di cui S. Rospond pubblicò le fotocopie nel 1948)?

Nelle note che accompagnano le fotocopie il curatore corregge gli errori di stampa e chiarisce i passi dei testi difficili da leggere (cfr. p. 68). Le note di questo tipo non sono numerose. Dopo aver esaminato le note al catechismo di Mažvydas, alcuni emendamenti e ripristini hanno suscitato perplessità. In alcune note, accanto alla parola corretta o spiegata, sono riportate tra parentesi altre sue forme: kragis MK 184 è corretto in kraugis e accanto è riportato (= kraughis) (p. 78); analogamente, il passo di difficile lettura del MK 2510–11 è spiegato come schwentagi, con accanto (= schwentaghi) (p. 85); flad MK 2118 è corretto in siad e accanto è riportato (= sėdi) (p. 81); fauweta MK 3014 è spiegato come sau weta e accanto è riportato (= wieta) (p. 90); ij ftai tima MK 3122–23 è corretto in ijstatitima e accanto è riportato (= ijstatitima) (p. 91). Che cosa significano le forme riportate tra parentesi? Forse si tratta di correzioni delle correzioni? Nello studio pubblicato in questo libro, Palionis ha stabilito che nel Mažvydas j/j non era soltanto indicato in sette modi, ma anche che «la distribuzione dei grafemi e delle combinazioni di grafemi (digrammi) che lo rappresentano non era uniforme nelle singole pubblicazioni» (p. 49). Inoltre, nello stesso luogo si afferma che «nel MK j era indicato più spesso con i grafemi j, g e il digramma ij». Pertanto, gli emendamenti schwentagi = schwentaghi e kraugis = kraughis non sono giustificati. Anche la correzione della forma weta in wieta è dubbia: la lettera e «spesso indicava anche il dittongo [ie], soprattutto nel MK» (p. 46). A maggior ragione, non è giustificato correggere siad = sėdi, poiché il fonema /ė/ «nei primi scritti di Mažvydas (MK, GA) non è rappresentato graficamente» (p. 46).

Nelle note esaminate, il digramma ij di Mažvydas è trascritto anch’esso ij: per esempio, il passo MK 283–4 è trascritto come presiprawijges (p. 88), anziché presiprawyges. Tuttavia, nella trascrizione della fonte polacca stampata accanto alla fotocopia, lo stesso digramma ij (della stessa tipografia) è reso sistematicamente con la lettera y (cfr., per esempio, le trascrizioni delle parole Ktorzij, thijm, godnij ecc. sulla stessa pagina).

Anche le note del curatore contengono errori: glauſti MK 106 è stato erroneamente corretto in klausyti (con y); riguardo al passo MK 2513 si afferma erroneamente che «manca il segno di elevazione dopo testament» (dovrebbe essere: dopo

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testamen) (p. 85); žadžius MK 288 è stato erroneamente corretto in žodžius tus (con o invece di a) (p. 88); Schwetąje MK 454 è stato erroneamente corretto in Schwetąje (con a invece di ą) (p. 105).

Nel descrivere il rapporto tra i testi ristampati e gli originali, la varietà delle diciture sotto le fotografie è del tutto ingiustificata, cfr.: traduzione letterale, traduzione sostanzialmente letterale, traduzione per lo più letterale, traduzione quasi letterale, traduzione non del tutto letterale; tradotto liberamente, traduzione più libera, traduzione abbastanza libera, traduzione in parte libera, traduzione parafrastica; libero adattamento, libera traduzione-adattamento. Indicano forse tutte un rapporto diverso tra la traduzione e le sue fonti?

In fondo al libro è stampato un elenco dei testi di Mažvydas, ordinati secondo i versi iniziali; si differenzia dal simile «Elenco dei canti ecclesiastici della Lituania prussiana dei secoli XVI–XVII» compilato da Dainora Pociūtė (cfr. Pociūtė, D. 1995: XVI–XVII a. protestantų bažnytinės giesmės, Vilnius: Pradai, 147–178) perché comprende le parti della salmodia della messa, che Pociūtė non considera canti autonomi; inoltre, descrive brevemente il rapporto tra l’originale di ciascun canto e la traduzione. Peraltro, queste descrizioni non coincidono del tutto con le note corrispondenti alle facsimili.

Il libro è stato pubblicato con i fondi della Commissione statale per la lingua lituana presso il Seimas della Repubblica di Lituania (grafico Alfonsas Žvilius). Si tratta davvero di una preziosa pubblicazione di baltistica. Sostituisce il volume Martynas Mažvydas. Katekizmas ir kiti raštai (Vilnius: Baltos lankos, 1993), ma non rimpiazza l’edizione del 1974 Martynas Mažvydas. Pirmoji lietuviška knyga (Vilnius: Vaga). Il libro preparato da J. Gerulis Mažvydas. Seniausieji lietuvių kalbos paminklai iki 1570 metams (Kaunas: pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, 1922) e la sua edizione di Heidelberg del 1923 hanno valore di fonte primaria, almeno finché non saranno ritrovate le Gesmes Chriks<em>cz</em>oniskas custodite a Königsberg.

Mik alojaus Daukšos 1599 metų Postilė ir jos šaltiniai. Edizione curata da Jonas Palionis (Vilnius: Baltos lankos, 2000, 1331[5] p.).

Il volume si apre con prefazioni in lituano (p. 7–8) e in tedesco (p. 9–10); seguono un elenco delle abbreviazioni (p. 11–12) e il saggio introduttivo «La Postilla del 1599 e le sue edizioni» (p. 13–22). Seguono i «Commenti testuali» (p. 23–35). A partire da pagina 36, il testo della traduzione e quello dell’originale sono presentati in facsimile parallelo.

La gioia suscitata dalla pubblicazione di una nuova edizione scientifica della Postilla di Daukša viene presto offuscata dal rammarico per la scarsa qualità di stampa. Questa edizione della Postilla si basa sull’esemplare appartenuto a Otonas Praniauskas, conservato presso la Biblioteca nazionale Martynas Mažvydas della Lituania. Quando la Postilla fu pubblicata nel 1926, quell’esemplare era stato usato come ausilio: ne erano state rifotografate soltanto alcune carte e l’ultima pagina degli «Errata». Le due edizioni si basano dunque su esemplari diversi della traduzione. Secondo Palionis, l’esemplare di Simonas Stanevičius è quello meglio conservato e più completo in Lituania (cfr. p. 1); è quindi legittimo chiedersi perché non sia stato scelto come base della nuova edizione: forse la qualità di stampa sarebbe stata migliore? Si può solo supporre che lo abbiano impedito le sottolineature e le correzioni lasciate da Simonas Stanevičius in questo libro (p. 7).

Dal confronto tra la nuova edizione e quella del 1926 (Daukšos Postilė. Fotografuotinis leidimas, Kaunas: pubblicazione dell’Università della Lituania) risulta che la qualità di entrambe è, nel migliore dei casi, equivalente (sebbene le separino tre quarti di secolo!). Ciò è particolarmente evidente confrontando le pagine 279–280 e 620–621, ristampate in entrambe le edizioni dallo stesso originale: delle quattro pagine, soltanto la prima sembra stampata meglio nella nuova edizione; le altre tre sono più nitide nel volume del 1926. Confrontiamo ancora alcuni passi delle due edizioni: nella frase už tą didį susimilimą io 549 nell’edizione precedente sono visibili tutte le lettere con segni di nasalizzazione, mentre nella nuova soltanto quella della parola didį; nella nuova edizione il diacritico della lettera e non è affatto visibile nella parola bedrinikais6₁₆; nella parola kantrumas9₂₇ la prima lettera k è del tutto illeggibile, e così via.

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Daukša tradusse la postilla molto probabilmente dalla seconda edizione della Mažosios katalikų postilės di Wujek, mentre rivide definitivamente la traduzione sulla base della terza edizione: questa conclusione si fonda sul confronto tra la struttura e il contenuto delle opere e le discrepanze tra i testi (pp. 17–20). Sulla base di tale conclusione, nel volume, accanto alla traduzione, viene ristampato mediante fotocopiatura il testo polacco della terza edizione della postilla, ricavato da una microfilmatura procurata all’Istituto di lingua lituana da Wojciech Smoczyński presso la Biblioteca dell’Università Jagellonica di Cracovia. Purtroppo, in questa edizione l’originale polacco è di scarsa qualità e in molti punti del tutto illeggibile (si confrontino, per esempio, pp. 133 (43), 293 (131): le lettere sono «sfocate», senza occhielli, e i segni diacritici poco nitidi). È del tutto incomprensibile perché per l’edizione non siano stati utilizzati gli esemplari originali conservati nella Biblioteca dell’Università di Vilnius (ringrazio Jurgis Pakeris per averli segnalati): la seconda edizione, di buona qualità benché con qualche difetto, proveniente dalla collezione di Jurgis Lebedys e custodita nella Sala di lettura di lituanistica (segnatura 25 SK-15), attualmente in restauro; la terza edizione, forse smontata e dunque comoda da fotografare, attualmente in restauro (segnatura II 5343); e la quarta edizione, restaurata di recente e conservata nella Sezione delle stampe rare (segnatura II 1658). Avrebbero facilitato il lavoro del curatore e della casa editrice, e la qualità della riproduzione sarebbe stata probabilmente incomparabilmente migliore.

Il curatore presenta il testo dell’originale polacco suddiviso in pagine secondo il testo lituano. Una simile suddivisione, a causa delle differenze nella struttura grammaticale e nel lessico delle due lingue, oppure della maggiore libertà della traduzione, può essere soltanto approssimativa. In alcuni casi suscita dubbi: per esempio, a cavallo tra le pagine 245 e 246 scompare il pronome dimostrativo (probabilmente to). Non sarebbe stato più semplice non spezzare le righe, ma riportare l’intera ultima riga alla fine della pagina e ripeterla all’inizio della pagina successiva?

Al termine dell’articolo introduttivo, Palionis solleva la questione dell’autore della traduzione della postilla. Merita attenzione questa sua conclusione: «leggendo il testo della DP e confrontandolo con l’originale, si nota che alcune sue parti differiscono in realtà notevolmente per determinate caratteristiche linguistiche» (p. 21).

Nella sezione «Commenti testologici» il curatore indica le differenze più significative tra la traduzione di Daukša e le tre edizioni dell’originale: passi omessi o aggiunti dal traduttore e imprecisioni della traduzione. Tali differenze sono presentate in sequenza, secondo la loro posizione nel testo, senza essere classificate. Alcune sono importanti per stabilire l’originale (e la sua edizione) della traduzione, altre riflettono soltanto la tecnica traduttiva (si confrontino le note 12, 40, 54, 72, 76, 92 e alcune altre).

Nella sezione «Errata» (pp. 1304–1331) sono riportati «gli errori più evidenti del traduttore o di stampa». Nel compilare l’elenco delle correzioni, Palionis si è basato, come egli stesso precisa, sulle emendazioni di Eduardas Volteris. Alcune correzioni sono state omesse; d’altra parte, l’elenco di Volteris è stato integrato con le correzioni mancanti degli errori alle pp. 457–630. L’elenco corregge non soltanto gli errori della riproduzione facsimilare della traduzione in questa edizione, ma anche quelli dell’edizione del 1926 (contrassegnati con asterischi). Non vi sono incluse le correzioni degli errori individuati dallo stesso Daukša, intitolate «Paklydimus teip pataisik». Non essendo state stampate neppure in facsimile, esse sono del tutto assenti dalla nuova edizione: bisogna quindi cercare di nuovo l’edizione del 1926, in cui il suddetto elenco occupa cinque pagine. A proposito, quell’elenco contiene anche interessanti osservazioni dialettologiche.

Nell’elenco delle abbreviazioni (p. 11) saltano all’occhio alcuni errori: le spiegazioni delle abbreviazioni adj. e conj. non corrispondono. Non si può che concordare con il curatore, secondo cui la lingua della traduzione deve ancora essere studiata a fondo e in modo completo. È proprio una pubblicazione scientifica della traduzione a porre le basi per studi di questo tipo. Purtroppo, il volume qui esaminato non è all’altezza delle aspettative che aveva suscitato. Ci si serve delle edizioni critiche degli antichi testi da decenni, perciò esse dovrebbero essere preparate con la massima attenzione e scrupolosità. Alla presentazione del libro, sia il curatore sia i responsabili della casa editrice si sono lamentati della mancanza di tempo e di fondi — forse centomila litas — stanziati dal Ministero della Cultura per la pubblicazione. Eppure, sembra che ciò che manca più di tutto a questo settore dell’editoria del nostro paese sia il semplice senso di responsabilità.

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Opere scelte

Negli anni presi in esame sono state pubblicate relativamente numerose edizioni scientifiche del patrimonio della nostra linguistica. In un certo senso, hanno compensato la carenza di nuove ricerche di ampio respiro. Si tratta delle opere scelte dell’accademico Kazio Ulvydas, Lietuvių kalbos prieveiksmiai (a cura di Elena Valiulytė, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000, XXXIII+463[1] pp.) e delle opere scelte di Jonas Kazlauskas Rinktiniai raštai (I. Lietuvių kalbos istorinė gramatika. Edizione facsimilare. Preparata per la stampa da Albertas Rosinas, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000, XXIV+414[2] pp.; II. Straipsniai, recenzijos, kalbos kultūra… A cura di Albertas Rosinas, che ne ha curato anche la preparazione per la stampa, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000, 324 pp.). Queste pubblicazioni consentono di discutere opportunamente alcuni aspetti generali della compilazione e della redazione di edizioni di questo tipo; saranno quindi esaminate entrambe intrecciando i temi trattati.

I criteri di compilazione dei volumi in esame sono diversi. Nella raccolta di Jonas Kazlauskas sono incluse, in generale, tutte le opere scientifiche e di valore scientifico; quella di Kazio Ulvydas raccoglie invece articoli e studi sugli avverbi e sull’avverbializzazione. Il criterio tematico adottato per quest’ultimo volume giustifica, per esempio, la ristampa di un intero capitolo del II volume della grammatica accademica Lietuvių kalbos gramatikos e dello studio «Le parti invariabili del discorso nelle prime grammatiche della lingua lituana», pubblicato appena di recente. Questo è ben lungi dall’essere l’intero lascito scientifico di Ulvydas. Un volume a parte, come continuazione del presente, potrebbe raccogliere i suoi numerosi articoli sui temi della cultura linguistica. I due volumi hanno in comune l’assenza di nuovi lavori pubblicati a partire da manoscritti.

Come è giusto, entrambi i libri si aprono con articoli introduttivi che passano in rassegna la vita e le opere dei classici della nostra linguistica. Le introduzioni sono state scritte dai loro allievi, linguisti già noti e autorevoli nei rispettivi ambiti di ricerca: quella del volume di Ulvydas da Vytautas Ambrazas ed Elena Valiulytė, quella del volume di Kazlauskas da Aleksas Girdenis e Albertas Rosinas. Gli articoli introduttivi non si limitano a una semplice rassegna delle opere di Ulvydas o Kazlauskas, ma mettono in luce i fondamenti teorici del loro lavoro scientifico e la metodologia di ricerca, offrendo valutazioni brevi ma incisive delle opere. A proposito della grammatica Lietuvių kalbos gramatiką, curata da Ulvydas, si scrive: «non una teoria descrittiva della struttura grammaticale, bensì un esame coerente della varietà dei fenomeni grammaticali fa di quest’opera una solida base sia per la normazione della lingua sia per le ricerche future» (p. XXVI). Le valutazioni espresse in entrambi i libri da studiosi riconosciuti, con una certa prospettiva temporale, sono di per sé interessanti e preziose, perché rivelano l’ulteriore sviluppo della nostra linguistica. Gli articoli introduttivi dei volumi esaminati presentano anche differenze sostanziali, dovute alle diverse prospettive dei loro autori. Nel descrivere la vita di Ulvydas non ci si limita a fatti e date, ma si cerca di delineare i tratti della personalità del celebre linguista, ricordandolo come insegnante e collega, protagonista della cultura e della vita pubblica (si vedano in particolare le pp. XXIV–XXV). Questo approccio si riflette anche nelle fotografie (pp. XII–XXIII), che mostrano Ulvydas con amici e colleghi di ricerca, in famiglia e con gli allievi, alla scrivania e mentre si riposa. Nel volume di Kazlauskas, al contrario, non si dice quasi nulla della vita privata del defunto, del suo modo di rapportarsi agli altri o dei tratti del suo carattere: gli autori dell’articolo hanno chiaramente distinto questi aspetti dalla sua vita scientifica e pubblica, scegliendo consapevolmente di non occuparsene. In questo libro ho sentito molto la mancanza di fotografie di Kazlauskas all’università, con gli studenti, nei fine settimana… Le belle fotografie con la famiglia e i ritratti che illustrano i frontespizi sono oscurati dalle fotocopie di attestati e diplomi (ben sette!), nonché dalle immagini di monumenti e targhe commemorative.

I curatori hanno seguito criteri analoghi per la redazione dei testi ristampati. Nella raccolta di Ulvydas i testi sono riprodotti da scansioni (la casa editrice dell’Istituto di lingua lituana ne ha curato la preparazione per la stampa); vi sono stati corretti «gli errori tipografici individuati o gli evidenti refusi, e inoltre

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qualche dettaglio redazionale. Sono stati uniformati soltanto alcuni aspetti ortografici, tenendo conto delle modifiche presentate in «Lietuvių kalbos rašyboje ir skyryboje (1992)», si legge nella prefazione (p. V). La monografia di Kazlauskas Lietuvių kalbos istorinė gramatika è stata ristampata nel primo volume degli scritti in forma anastatica; non si avverte la mano del curatore nella ristampa. Il secondo volume raccoglie articoli, recensioni e scritti di attualità, ricomposti e curati dal curatore: come si legge nella prefazione (II, p. 5), «qua e là sono stati corretti gli errori tipografici rilevati e i nomi degli autori menzionati nei testi». I criteri editoriali indicati dai curatori dei volumi non suscitano dubbi di rilievo. Sono stati applicati coerentemente? Per rispondere a questa domanda ho riletto con attenzione e confrontato con gli originali alcuni articoli di ciascuna pubblicazione. Dal libro di Ulvydas ho scelto «Dėl vienaskaitos galininko prieveiksmėjimo dabartinėje lietuvių kalboje» (pp. 203–214) e «Daugiskaitos įnagininko kilmės prieveiksmių semantikos bruožai» (pp. 253–267); da quello di Kazlauskas gli articoli «Dėl kuršių vardo etimologijos» (pp. 148–152), «Baltų kalbų pakitimų santykinės chronologijos nustatymo galimybės ir ribos» (pp. 174–178), «О месте возвратной морфемы и ее ударении в литовском языке» (pp. 127–133), nonché le recensioni di queste opere: Chr. S. Stang. Vergleichende Grammatik der baltischen Sprachen (pp. 246–261); I. Duridanov, Thrakisch-Dakische Studien (pp. 289–291); Baltų ir slavų kalbų ryšiai (pp. 291–294). Va detto subito che nel volume più recente, in cui i testi complessi sono stati ricomposti, sono rimasti pochi errori. Tuttavia, ve ne sono alcuni, insieme ad altri aspetti discutibili, in entrambe le pubblicazioni.

Tra gli aspetti ortografici, Valiulytė scrive con notevole coerenza, nella radice della parola tagliare e dei suoi derivati, j al posto di į (p. 207, 262 e altrove); al posto di invece, si scrive in due parole invece (p. 207, 208, 212, 255, 256 e altrove); al posto di di tanto in tanto, si scrive di tanto in tanto (p. 264). È stato corretto l’errore ortografico omesso > omesso (p. 265); l’esempio a tentoni è stampato in corsivo (p. 260). Tuttavia, qualche piccolo dettaglio è rimasto senza correzione: al posto di con un’attenzione verbale del composto dovrebbe esserci con un elemento verbale del composto (p. 265); al posto di nei patvariuose – nei patvor iuose (p. 263); l’esempio padaukais avrebbe dovuto essere stampato in corsivo (p. 265). Nell’esempio įnoriais (p. 261), la diacritica è rimasta al posto sbagliato. Nel libro di Kazlauskas è stata corretta la grafia delle parole russe суффиксальная (p. 129) e распространения (p. 130). Nei testi rivisti e probabilmente nell’intero volume, Rosinas ha lasciato secondo la grafia precedente la parola tagliare (p. 149, 150, 294), i suoi derivati e i toponimi con la radice corrispondente; forse ovunque (p. 251, 256, 260) è rimasto scritto in due parole; le forme dell’aggettivo arcaico sono rimaste senza j (p. 252, 256, 257, 258 e altrove); si scrive in una sola parola troppo (p. 292).

Quanto alla punteggiatura, nel volume Lietuvių kalbos prieveiksmiai è stata sistematicamente eliminata la virgola prima e dopo le espressioni comparative introdotte dalle congiunzioni kaip, negu (pp. 204, 208, 209, 212, 254, 255 e altrove), nonché negli elenchi e nelle espressioni che introducono esempi con kaip (pp. 208, 209, 213, 254, 265, 266 e altrove). Tuttavia, un’espressione dello stesso tipo (p. 265) è rimasta tra virgole: be tokių <…> lyčių, kaip akim aktais <…>. Secondo le nuove regole di punteggiatura, non ci vorrebbe una virgola tra la congiunzione e l’inciso priešingai nella frase <…> laiko prieveiksmiai <…> linksnio reikšmės nė kiek nesustiprina, o, priešingai, ją dar nustelbia <…> (p. 208); anche l’espressione apskritai paėmus non va considerata un inciso né separata da virgole nella frase Panagrinėję įnagininko linksnio, apskritai paėmus, ir atskirų jo rūšių santykį su prieveiksmiais <…> (p. 266). Negli scritti di Kazlauskas sono state corrette anche alcune questioni di punteggiatura: sono state aggiunte le virgolette dopo il titolo «Literatūra ir kalba» (p. 249), sono state inserite le virgole mancanti alla fine della subordinata dopo la parola lie kana (p. 128) e tra gli elementi coordinati dopo esti (12 k.) (p. 260). Nei testi di Kazlauskas esaminati sono rimasti senza correzione anche i seguenti casi di punteggiatura: la parola matyt è rimasta racchiusa tra virgole, benché nella frase abbia funzione di predicato e non d’inciso (p. 253); nella stessa

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pagina, l’inciso priešingai è rimasto senza delimitazione; è superflua la virgola che separa l’espressione dėl lingvistinės analizės netobulumo (p. 289), quella dopo la particella būtent (p. 293), quella prima dell’espressione comparativa negu J. Pokornas (p. 294) e quella prima della costruzione participiale remiantis tuo metodu (p. 178). In questo libro sono rimasti senza correzione anche alcuni aspetti discutibili dal punto di vista dell’uso linguistico: secondo le norme linguistiche attuali, l’accusativo dopo un verbo negativo dovrebbe essere sostituito dal genitivo (cfr. neturi ką nors bendra, p. 151); nell’espressione Kaip nežiūrėtum (p. 258) occorrerebbe cambiare il prefisso del verbo; è da correggere la costruzione prieita įdomių reikšmingų išvadų (p. 293).

Un problema comune a molte pubblicazioni di questo tipo è la revisione dei riferimenti e delle citazioni. Nelle opere ristampate si trovano errori commessi dai loro autori nel citare o anche solo nel menzionare altre pubblicazioni. A mio avviso è necessario correggerli, se non nel testo almeno nelle note, altrimenti continueranno a trarre in inganno gli studiosi che consultano le opere ristampate. Chi, se non il redattore, dovrebbe svolgere questo compito difficile ma importante? Purtroppo, in entrambi i libri qui esaminati sono stati lasciati parecchi errori proprio in questi casi.

Nel libro di Ulvydas sono rimasti senza correzione skanas al posto di skanās (p. 210, nota 16, e p. 274, nota 7), Litauisches al posto di Litauisches (p. 210, nota 15), Delbruck al posto di Delbrück (p. 263, nota 6). Nella citazione di un’opera di Būga, al posto di vakar dovrebbe esserci *vakar (p. 210); inoltre, nel riferimento all’opera di Vinogradov (p. 207) è rimasta la citazione errata delle pagine: al posto di 308–381 dovrebbe esserci 380–381. Oggi non si può più giustificare la citazione imprecisa degli originali con la mancanza di caratteri: eppure nell’esempio tratto da Endzelīns la šuorit è rimasta senza il segno ^ sopra la i (p. 208); nella citazione di Rygiškių Jonas (p. 209) non sono stati ripristinati due segni d’accento (e non sono state indicate tre parole omesse); le citazioni di Donelaitis tratte dal libro di Fraenkel e riportate da Ulvydas (p. 214) presentano soprattutto numerose discrepanze: non solo mancano i segni diacritici, ma è stata anche modificata l’ortografia originale; l’opera di Otrębski è citata in modo altrettanto approssimativo (p. 204): sette parole presentano sette discrepanze rispetto all’originale. La presentazione delle note di Ulvydas non è stata uniformata: nelle note allo stesso articolo di Šapira (pp. 204 e 205), il numero della rivista è indicato una volta con numeri romani e un’altra con numeri arabi; nell’ultima nota, dopo l’abbreviazione del numero non è stato lasciato uno spazio.

Anche nel libro di Kazlauskas i riferimenti sono stati in parte corretti: per esempio, Stavski è stato corretto in Stawski (p. 148). Tuttavia, nei riferimenti, sia nel testo sia nelle note, sono rimaste imprecisioni: Vien al posto di Wien; Kraków al posto di Kraków; werden al posto di werden (p. 148); wie ir Bedeutungverwandtschaft è rimasto senza correzione in wie ir Bedeutungverwandtschaft (p. 149); l’abbreviazione Lit. et Vb. (p. 150) non è stata corretta in Lit. et. Wb.; il cognome scritto erroneamente Toivoven non è stato corretto: dovrebbe essere Toivonen (p. 248); i riferimenti alle pagine non sono stati verificati: a p. 291 al posto di 7–99 dovrebbe esserci 7–100; a p. 293 al posto di (p. 96 e segg.) dovrebbe esserci (p. 90 e segg.). In questo libro sono rimasti senza correzione anche alcuni errori più gravi nei riferimenti: nella recensione di Kazlauskas è sfuggito l’errore secondo cui «Ch. Stang fa derivare da *-ās la desinenza -as delle forme di accusativo plurale dei temi in -ā» (p. 256). In realtà, nella pagina indicata Stang fa derivare la desinenza corrispondente da *-āns; che si tratti di un errore risulta chiaro anche dalla successiva argomentazione dello stesso Kazlauskas. A p. 252, nell’espressione «la fonologizzazione del nuovo suono ē- (> ei)», l’inversione della direzione del segno trae in inganno il lettore: nell’originale era ē- (< ei) (p. 252). Nelle recensioni di Kazlauskas i riferimenti alle pagine sono stati disposti dal curatore in ordine crescente (per esempio, p. 256). Forse l’ordine scelto dall’autore non era casuale?

Come dovrebbe comportarsi il redattore di fronte alle inesattezze degli esempi o della loro presentazione nelle opere ristampate? Verificare gli esempi è un compito difficile, spesso persino impossibile da svolgere. Tuttavia, a mio avviso, anche in questi casi gli errori evidenti andrebbero corretti (almeno nelle note). Ecco alcuni esempi di Ulvydas rimasti senza spiegazione (probabilmente le spiegazioni sono andate perse durante la composizione dei testi): padaržinsaliais (dopo di esso non è stata nemmeno messa una virgola prima dell’esempio successivo; p. 264), suskydaïs (anche dopo di esso manca la virgola; p. 265). Suscita dubbi il fatto che l’autore presenti uno accanto all’altro, come esempi diversi, didkūliais

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e dūtkūliais (il significato è identico in entrambi; p. 259); nello stesso punto sono riportate forme con lo stesso significato, strimgalviais e strimgalviais (senza segni d’accento); la forma kìtandie è ripetuta due volte nella stessa riga (p. 211). Suscitano dubbi le forme ricostruite riportate una accanto all’altra: anañde, anañdei, anañdiej ir anañdėj (p. 211). Un’altra piccola osservazione. Poiché gli articoli per il libro di Ulvydas sono tratti da pubblicazioni diverse e scritti in epoche diverse, vi variano i modi di presentare gli esempi e di indicarne i significati (si usano virgolette diverse e così via). Il libro risulterebbe più uniforme, e più comodo per il lettore, se questi e altri aspetti analoghi fossero uniformati nella ristampa.

Va affrontato separatamente il problema della revisione della terminologia nelle edizioni scientifiche degli scritti lasciati in eredità. A questo riguardo, i curatori dei libri in esame si comportano diversamente. Rosinas, seppure in modo incoerente, aggiorna alcuni dei termini usati da Kazlauskas: al posto di circumflektinė priegaidė, «accento circonflesso» (p. 255, 256 e altrove), usa «accento circonflesso»; al posto di izoglosių, «isoglosse», usa «isoglosse» (p. 290). Tuttavia, prosodija («prosodia», p. 246) e kardinalinis kirčio pobūdžio pakitimas («mutamento cardinale della natura dell’accento», p. 178) sono stati conservati. Valiulytė ha mantenuto tutti i termini di Ulvydas, anche se oggi alcuni di essi appaiono discutibili; si vedano, ad esempio: individualiniai dariniai («formazioni individuali», p. 266), formalines reikšmes silpnėjimą («indebolimento dei significati formali», p. 205), formalinius ypatumai («caratteristiche formali», p. 208), predikatyvinė prieveiksmių vartosena, predikatyviškai vartojamų <...> prieveiksmių («uso predicativo degli avverbi, avverbi usati predicativamente», p. 256), predikatyviniai junginiai («costrutti predicativi», p. 265), bendratinė kalba («lingua all’infinito», p. 253). Ritengo più accettabile quest’ultima scelta. La terminologia in uso e il suo sistema rispecchiano l’evoluzione della linguistica e anche della cultura linguistica, le posizioni dell’autore, la sua identificazione con una o l’altra scuola linguistica, le origini delle sue concezioni teoriche e così via. Se necessario, il redattore può spiegare nelle note i termini invecchiati e indicarne gli equivalenti attuali.

Nelle ristampe delle edizioni esaminate è comparso anche qualche nuovo refuso, assente dalle edizioni precedenti: un inconveniente assai indesiderabile, ma difficile da evitare. Nel libro di Ulvydas, al posto della n poco leggibile nella parola drusčin è comparsa una n: druscin (p. 208); al posto della forma originaria Rygiškių è stata stampata Rygrškių (p. 253, nota 1). A p. 292 del libro di Kazlauskas, alla fine della frase, dopo la parola «risultato», al posto del punto originario è stato messo un punto e virgola; le parole della postilla di Daukša, correttamente citate, kelės, kėlės ir kėles (con la l dura) sono state erroneamente trascritte nella raccolta con una l (p. 130); il participio è stato sostituito del tutto inutilmente con la forma finita turi (p. 252, nota 19).

Sarebbe auspicabile che, ristampando i testi, i redattori riportassero anche i dati bibliografici delle edizioni successive delle opere citate o menzionate, se ve ne sono. Per esempio, nei casi in cui Kazlauskas menziona lavori da lui consegnati per la stampa ma pubblicati solo in seguito, sarebbero state utili note redazionali con i loro dati bibliografici esatti o almeno un riferimento al punto corrispondente del libro in esame.

I curatori delle edizioni esaminate hanno adottato soluzioni diverse per quanto riguarda i riassunti degli articoli in lingue straniere: nel volume di Rosinas sono stati conservati, in quello di Valiulytė no. Ritengo che i riassunti rendano le edizioni più accessibili ai lettori stranieri e che, inoltre, mettano di norma in evidenza le idee più importanti delle opere e gli elementi nuovi; perciò concordo con la prima soluzione: è opportuno conservarli.

In un’edizione scientifica di scritti linguistici è molto auspicabile includere indici, tematici o almeno delle parole. Sotto questo aspetto il libro di Ulvydas è superiore: contiene un indice degli avverbi esaminati o menzionati nel volume, la cui compilazione ha richiesto molto tempo (p. 388–429; Elena Valiulytė lo ha realizzato con l’aiuto dell’operatrice Živilė Mockevičiūtė). Il volume contiene anche l’elenco generale delle abbreviazioni delle fonti preparato dalla curatrice (p. 361–375) e la bibliografia di Ulvydas, che copre il periodo dal 1931 al 2000 (p. 376–387; compilata da Irena Andriukaitienė). Secondo Rosinas, la bibliografia di Kazlauskas, «che presenta l’insieme dei lavori da lui pubblicati, redatti e curati (da solo o con altri)» (II, p. 6), dovrebbe essere preparata in seguito. A mio avviso, una bibliografia del genere avrebbe certamente potuto essere pubblicata nel volume in esame. Tanto più che gran parte del lavoro preparatorio è già stata svolta: quella preparata da Vincas Urbutis

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«Bibliografia degli scritti pubblicati di Jonas Kazlauskas» (Baltistica VII (1), 1971, 11–16); sono usciti i volumi corrispondenti degli indici bibliografici di Lietuvių kalbotyros.

Sulla base di questi due libri pubblicati nel 2000 sono stati esaminati soltanto alcuni aspetti dell’edizione scientifica degli scritti linguistici lasciati in eredità. Curare e redigere pubblicazioni di questo genere è un lavoro difficile, che richiede molto tempo e competenza, ma anche ricco di significato.

Un fenomeno nuovo nella linguistica lituana è la raccolta di Alekso Girdenio, Kalbotyros darbai («Scritti di linguistica») (I: 1962–1974, 420 p.; II: 1975–1987, 416 p., Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2000). Il volume ristampa articoli, recensioni, osservazioni linguistiche e persino dialoghi già pubblicati in precedenza, quando il professore era ancora attivamente impegnato nella ricerca e nell’insegnamento. Quasi tutti gli articoli e le recensioni sono apparsi nelle prestigiose riviste Kalbotyra e Baltistica, facilmente accessibili ancora oggi. L’iniziatrice del volume e caporedattrice è Danguolė Mikulėnienė, che è anche presidente della Commissione statale per la lingua lituana, la quale ha sostenuto la pubblicazione del libro. Il curatore degli scritti è l’autore stesso. Come si legge nella prefazione, il volume «raccoglie quasi tutti i lavori linguistici scritti nell’arco di circa quarant’anni di attività scientifica» (I, p. 11). I testi non sono rielaborati, si evitano commenti minuziosi, si correggono soltanto alcuni passaggi e solo quando necessario si aggiungono brevi note o riferimenti a lavori successivi. È prevista la pubblicazione di tre volumi degli scritti. Poiché nel 2000 il terzo volume, che copre il periodo 1988–2000, non poteva ancora essere uscito, ci saranno altre occasioni per parlare più ampiamente di questa pubblicazione.

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