Įvardžiuotinių formų nevartojimas terminijoje ir jo keliamas iššūkis normai
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RAMUNĖ VASKELAITĖ
IL MANCATO USO DELLE FORME PRONOMINALI NEI TERMINI E LA SFIDA CHE ESSO PONE ALLA NORMA
PAROLE CHIAVE: significato determinativo, determinatezza, forma pronominale, norma, significato enfatico, indicazione della specie, uso, indicatore del termine.
INTRODUZIONE
Le formulazioni contenute nelle pubblicazioni normative riguardo all’uso delle forme pronominali (di seguito FP) nella terminologia sono categoriche: nella maggior parte di esse si afferma che il componente aggettivale di un termine deve essere usato esclusivamente nella FP. Questa affermazione, tuttavia, si discosta nettamente dal contesto normativo generale, che mostra come si tenda perlopiù a elencare soltanto i significati che le FP possono avere e, aggiungendo che non si è più capaci di usarle, a non prescriverne l’uso obbligatorio con tali significati. Un simile contesto normativo corrisponderebbe pienamente ai risultati degli studi linguistici diacronici e sincronici, che rivelano come le FP siano in via di estinzione: arretrano nei dialetti e anche nella lingua standard sono spesso sostituite dalle forme semplici.
Queste contraddizioni inducono a chiedersi su che cosa si fondi e quanto sia giustificata la norma che impone di contrassegnare obbligatoriamente il termine con un indicatore morfologico, ma anche a supporre che il fondamento della norma possa essere un uso più regolare. Tuttavia, già gli esempi presentati negli studi sulla terminologia di un determinato settore specialistico (ad es.: Umbrasas 2002; Zemlevičiūtė 2003; Stunžinas 2005) indicano che nei termini le FP non sono sempre usate. Nel 1973 Angelė Kaulakienė constatò il mancato uso delle FP nei dizionari terminologici e definì questa tendenza come caratteristica dell’epoca. Ma la tendenza a non usare le FP nella terminologia viene menzionata anche in seguito, insieme alla tendenza a non usare affatto le FP. In Grammatica della lingua lituana contemporanea (di seguito DLKG) si afferma inoltre che anche nei termini l’uso delle FP varia, sebbene siano preferite nella lingua standard (DLKG 1997: 175).
La ripetuta constatazione di questa tendenza indurrebbe già a formulare un’ipotesi diversa: l’affermazione categorica relativa alla terminologia non solo si discosta dal contesto normativo generale e crea una certa contrapposizione con gli studi linguistici, ma non trova neppure un riscontro sufficiente nell’uso; quest’ultimo, come si potrebbe ipotizzare tenendo conto della reiterazione della tendenza, sembra maggiormente incline a seguire la direzione generale dell’evoluzione delle FP e le norme che vi corrispondono meglio, ossia quelle che non ne prescrivono l’uso obbligatorio
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. Naturalmente, queste supposizioni e ipotesi possono essere verificate soltanto esaminando la norma e l’uso. Non esistono però studi del genere, se si eccettuano un lavoro in cui si constata che le FP non sono usate negli studi di scienza della saldatura (Gedzevičienė, Gedzevičius 2011) e il già citato articolo di A. Kaulakienė (1973), nel quale la norma è più proposta che analizzata. Adelė Valeckienė (1957) ha condotto un importante studio sull’uso, ma il suo oggetto diretto non sono i termini e dalla pubblicazione dello studio sono ormai passati 60 anni. Esistono alcune pubblicazioni in cui la questione dell’uso delle FP nella terminologia viene toccata indirettamente: nell’esame dei significati delle FP (Valeckienė 1961), dei casi di uso scorretto che si incontrano nel linguaggio burocratico (Oginskienė 1993), dei participi passivi (Ambrazas 1964) e degli aggettivi con il suffisso -inis, -ė (Kniūkšta 2001). Anche nei lavori di terminologia le opinioni sull’uso delle FP sono espresse di rado (Gaivenis 1975; Keinys 2004); in alcuni casi possono essere desunte indirettamente (Gaivenis 1995; Keinys 2005).
In assenza di un esame della norma e dell’uso, l’incoerenza di quest’ultimo aumenta. Già questo indurrebbe a interrogarsi sull’uso delle FP nella terminologia. L’irregolarità con cui i termini sono contrassegnati mediante questo indicatore morfologico è evidente anche nel linguaggio economico. Tuttavia, vi si osservano anche alcune tendenze più regolari. Esaminandole, si potrebbe stabilire il rapporto tra tali tendenze e la norma e valutarne la fondatezza. Le contraddizioni normative individuate mostrano però che la sola analisi dell’uso non basterebbe a valutarne la fondatezza. Infatti, se la norma non è sufficientemente fondata o presenta determinate irregolarità, sarebbe illogico trarre dal contrasto con l’uso conclusioni sull’infondatezza delle sue tendenze. È possibile che nell’uso si tenga semplicemente maggiormente conto della tendenza alla scomparsa delle FP, messa in luce dagli studi diacronici sulla lingua e non esclusa neppure dai lavori normativi. Pertanto, la fondatezza dell’uso può essere valutata soltanto dopo aver esaminato la norma, e uno dei criteri per valutare la norma è il grado in cui essa viene rispettata nell’uso. Sono questi legami reciproci a determinare l’obiettivo del presente articolo: esaminare la norma sull’uso delle FP nella terminologia, le tendenze che emergono nell’uso e, sulla base di un’analisi comparativa, valutare sia la tendenza d’uso sia la fondatezza della norma.
L’uso esaminato è rappresentato da testi di due tipi: testi coerenti, vale a dire articoli pubblicati in riviste scientifiche di economia, e contesti d’uso dei termini privi di contesto, ossia dizionari di termini economici e glossari di termini (concetti) contenuti negli atti normativi. L’altro oggetto della ricerca è costituito dalle affermazioni sull’uso delle FP nella terminologia formulate in lavori normativi, descrittivi, esplicativi, didattici e di ricerca, nonché dalle interpretazioni che emergono dalle spiegazioni sulla natura delle FP, dalla loro valutazione rispetto alle categorie grammaticali, dalla classificazione dei loro significati e dall’insieme degli studi.
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I principali metodi adottati sono l’analisi comparativa, l’induzione, la deduzione e la sintesi, tipiche dei lavori di carattere teorico. Lo studio dell’uso delle forme pronominali (ĮF) si basa sul confronto e sulla valutazione dei dati statistici ricavati dai dizionari terminologici e dagli atti normativi.
1. CONTESTO NORMATIVO GENERALE
La funzione delle forme pronominali (ĮF) non si limita a designare il termine in lituano. Se ne distinguono anche altre, per lo più definite significati. È proprio attraverso questi che si spiega solitamente l’opposizione tra le ĮF e le forme non pronominali (di seguito NF). La classificazione dei significati, tuttavia, varia e, nel sistema delle forme e delle categorie grammaticali, le ĮF non hanno ancora trovato una collocazione ben definita. A seconda del modello di valutazione scelto, si riscontrano inoltre numerose eccezioni difficili da spiegare sulla base di quel modello. Anche gli studi sull’evoluzione della lingua suggeriscono che questo fenomeno linguistico sia un enigma difficile da risolvere. Essi mostrano che le ĮF stanno scomparendo, ma anche le ragioni di tale scomparsa non sono del tutto chiare. Ciò induce a esaminare le questioni irrisolte e a valutare le norme codificate sull’uso delle ĮF tenendone conto.
1.1. Problemi e connessioni messi in luce dagli studi di carattere esplorativo
Le ĮF non sono un oggetto di studio scelto di frequente nella linguistica lituana, ma alcuni aspetti essenziali sono stati accertati. Per esempio, è stata individuata la base della loro formazione: le ĮF si sono formate quando, come enclitici, si sono aggiunti alle forme semplici i pronomi di radice jis, ji – *io- (Rosinas 1975; Valeckienė 1986; Zinkevičius 1957, 1966, 1981, 1996).
Restano tuttavia numerosi aspetti non del tutto chiariti. La base etimologica è nota, ma il significato del pronome *io- è interpretato in modi diversi e, poiché uno dei formanti derivazionali viene valutato diversamente, anche il significato del derivato è inteso in modo non uniforme. Tale correlazione si può cogliere nella rassegna delle teorie sull’origine di quel pronome presentata negli articoli di A. Valeckienė (1986, 1990): quando il pronome *io- è considerato anaforico (dimostrativo), si tende a ritenere che le ĮF designino un determinato oggetto o esprimano determinazione e corrispondano agli articoli determinativi di altre lingue indoeuropee; quando invece il pronome è considerato relativo, esse sono per lo più spiegate in termini di enfasi, cioè come messa in rilievo dell’oggetto designato o di una sua qualità stabile. A. Valeckienė (1957) aveva già richiamato in precedenza l’attenzione sulla duplicità della funzione semantica. Definendola funzione indicativa di carattere enfatico, affermò che alcuni aggettivi pronominali acquisiscono un significato determinativo, altri un significato enfatico. Questa duplice
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La natura della funzione è stata spiegata sulla base delle peculiarità della formazione delle ĮF: «A causa dell’unione inseparabile del pronome con l’aggettivo, i significati funzionali degli aggettivi pronominali sono diventati dipendenti anche dal rapporto sintattico-semantico tra l’aggettivo e la parola da esso determinata. <...> Gli aggettivi pronominali che designano un oggetto di cui esprimono una caratteristica distintiva formano con la parola determinata un’unica unità semantica e assumono un significato determinativo: indicano un oggetto noto; gli aggettivi pronominali che designano un oggetto di cui esprimono una caratteristica nota e tipica non formano con la parola determinata un’unità sintattico-semantica stretta e assumono un significato puramente enfatico». (Valeckienė 1957: 210). Sebbene si affermasse che nella lingua contemporanea gli aggettivi pronominali hanno due significati, si intravedeva anche un’evoluzione semantica: gli aggettivi enfatici erano considerati in declino e poco inclini a un ulteriore sviluppo, mentre quelli determinativi erano ritenuti predominanti nella lingua dell’epoca. La concezione dell’evoluzione dei significati è stata ulteriormente sviluppata negli articoli successivi di A. Valeckienė, nei quali il pronome *io- è stato collegato anche a costruzioni delle lingue indo-iraniche e greca. Si sostiene che questo pronome, nelle costruzioni in questione, comparendo dopo il sostantivo in una posizione identica alla sua, non fosse né un relativo puro né un vero anaforico: aveva per natura una funzione enfatica, di indicazione ripetuta («identificativa»), mentre la funzione determinativa si è sviluppata in seguito; inoltre, in lituano non esiste una rigida distinzione tra il significato determinativo e quello enfatico (Valeckienė 1986: 184–185; 1990: 27–28). Proprio osservazioni di questo tipo potrebbero aver costituito la base per distinguere in lituano la categoria della determinatezza. Nel capitolo del primo volume della Grammatica della lingua lituana (di seguito LKG), curato da A. Valeckienė e dedicato alla correlazione tra determinatezza e indeterminatezza, se ne fa appena cenno; nell’articolo del 1986, invece, la determinatezza è già chiaramente distinta, e in seguito viene distinta anche nella DLKG. Va detto che nell’articolo del 1986 non si usa più il termine «significato determinativo», bensì «significato di determinatezza» (o «determinatezza»); per evitare confusioni, quest’ultimo termine sarà pertanto usato anche nel presente articolo, salvo quando sarà importante riportare con precisione i termini impiegati in uno o nell’altro studio.
Già quando nella LKG si tentò di distinguere l’opposizione tra determinatezza e indeterminatezza, la questione del significato enfatico si rivelò subito problematica. La grammatica afferma che gli aggettivi pronominali enfatici restano ai margini di tale correlazione: la loro funzione è di enfasi stilistica (LKG 1965: 511). Tuttavia, negli studi più recenti sulla struttura grammaticale della lingua lituana, le ĮF sono analizzate esclusivamente come mezzi di espressione della determinatezza (Holvoet, Tamulionienė 2006; Mikulskas 2006; Spraunienė 2008a, 2008b, 2011; Judžentis 2012: 99–110). Di conseguenza, di norma non si tiene conto del fatto che in lituano le ĮF, a differenza di quanto avviene nelle lingue dotate di articoli, sono usate anche con valore enfatico. È vero che si incontrano alcuni tentativi di affrontare la questione del significato enfatico, ma sembrerebbero indicare che si voglia includerla nella
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la categoria della determinatezza: si sostiene che il valore enfatico dovrebbe essere considerato una funzione pragmatica delle ĮF (Mikulskas 2006: 64), mentre in una tesi di dottorato si afferma che «tutti gli aggettivi determinativi tradizionalmente definiti enfatici possono a ragione essere considerati dotati di funzione determinativa» (Spraunienė 2011: 112).
Nel tentativo di spiegare le ĮF del lituano in termini di determinatezza, emergono anche altre incertezze. La contrapposizione tra determinatezza e indeterminatezza è già stata attribuita alla categoria dell’aggettivo nella DLKG, ma tale distinzione è stata criticata: perché le ĮF dell’aggettivo sono soltanto una delle numerose forme morfologiche che definiscono una proprietà, perché questa opposizione si manifesta ai livelli dei lessemi e delle forme grammaticali (Paulauskienė 1994: 225) e, nello sviluppare una concezione del sintagma nominale diversa da quella caratteristica della linguistica lituana tradizionale, perché si tratta non di una categoria dell’aggettivo, bensì del sintagma nominale (Holvoet, Tamulionienė 2006: 12). Tuttavia, nei lavori che formulano queste critiche non si è data una risposta chiara alla domanda se una simile categoria grammaticale sia in generale propria della lingua lituana. Nell’articolo di Axel Holvoet e Aurelija Tamulionienė, la ricerca di una risposta si conclude con l’osservazione di Christofer Lyons secondo cui non tutte le lingue possiedono la determinatezza, e con la constatazione che la descrizione grammaticale del lituano non può fare a meno di questo concetto (Holvoet, Tamulionienė 2006: 32). Artūras Judžentis si spinge comunque a individuare una categoria grammaticale della determinatezza, ma intende la categoria grammaticale in modo diverso da quello consueto nella grammatica tradizionale lituana: come una categoria che comprende non solo i livelli morfologico e sintattico, ma anche quelli semantico e pragmatico. La determinatezza viene anzitutto associata a quest’ultimo (Judžentis 2012: 99–110).
Forse la principale incertezza che sorge quando si comincia a considerare le ĮF del lituano come un mezzo per esprimere la determinatezza è la forte irregolarità con cui si manifesta l’opposizione: sono numerosi i casi in cui le ĮF sono usate senza che vi sia una determinatezza chiara, mentre la determinatezza viene espressa anche senza ĮF (Spraunienė 2008b, 2011). A. Valeckienė ha esaminato anche l’irregolarità dell’uso con valore enfatico, ma la sua spiegazione è più convincente: l’enfasi sulla caratteristica di un oggetto dipende dalla visione soggettiva che l’autore ha di esso (Valeckienė 1957: 203–212). In generale, i tentativi dei ricercatori di svelare il mistero della funzione svolta dalle ĮF in lituano ricordano un girare in tondo: la rassegna dei tentativi di risolvere il mistero presentata da A. Valeckienė nel 1957 mostra che non è stato possibile farlo basandosi esclusivamente sulla teoria determinativa o esclusivamente su quella enfatica; si è cercato di risolvere il problema riconoscendo due funzioni semantiche fondamentali, mentre gli studi sulla determinatezza si concentrano di nuovo soltanto su una di esse e il risultato è, nella maggior parte dei casi, la constatazione che l’espressione della determinatezza mediante le ĮF degli aggettivi in lituano è irregolare (Valeckienė 1986; Holvoet, Tamulionienė 2006; Spraunienė 2011; Judžentis 2012). D’altra parte, i tentativi che continuano tuttora di chiarire la funzione e di individuare per le ĮF una collocazione più precisa nel sistema delle forme e delle categorie grammaticali
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inducono a supporre che tale funzione probabilmente non sia molto importante per la lingua, poiché, se fosse essenziale, avrebbe dovuto essere chiarita nel corso di tutto questo tempo.
L’ipotesi che la funzione non sia essenziale sarebbe confermata dagli studi sull’evoluzione della lingua, i quali rivelano che le ĮF stanno scomparendo. Zigmas Zinkevičius (1957, 1966, 1978, 1981, 1996) indica i dialetti in cui non sono più usate. A. Valeckienė (1957) conclude che il valore enfatico sta scomparendo, ma rileva anche indizi della scomparsa del valore determinativo nei dialetti: con questo valore le ĮF non sono più usate dai dzūkai occidentali né nella parte meridionale dei dialetti dell’alta lituania orientale e centrale, e sono usate meno frequentemente nei dialetti che confinano con aree in cui le ĮF sono pressoché assenti, in particolare nella parte orientale dell’alta lituania sud-occidentale. Considerando il valore determinativo come quello principale e più vitale nella lingua odierna, e il valore enfatico, presente nei dialetti menzionati, come in declino, l’articolo conclude che anche tutti gli aggettivi determinativi di quei dialetti sono in declino (Valeckienė 1957: 303). Tuttavia, non è stata data una risposta molto chiara alla domanda sul perché stiano scomparendo. Dopo aver osservato che il valore determinativo viene espresso con forme semplici anche nei dialetti che fanno ancora largo uso degli aggettivi determinativi, A. Valeckienė individua una delle cause nella specificità del modo in cui gli aggettivi lituani determinativi definiscono gli oggetti: «Nella lingua lituana il pronome in *io-, che svolge una funzione determinativa, è inseparabilmente legato all’aggettivo; perciò la definizione dell’oggetto, ossia la sua distinzione dagli altri, dipende in larga misura dal significato lessicale dell’aggettivo e dal suo rapporto sintattico-semantico con il nome che determina <...>. Se l’aggettivo, grazie al suo specifico significato lessicale, può già distinguere un oggetto da un altro, il segno della determinazione, ossia la desinenza determinativa, non è più necessario.» (Valeckienė 1957: 303). Si sostiene che simili casi isolati di espressione incoerente del valore determinativo degli aggettivi possano aver contribuito all’inizio del declino delle forme determinative. La LKG spiega in modo analogo la debolezza della correlazione tra determinatezza e indeterminatezza (LKG 1965: 511).
Negli studi sulla struttura grammaticale del lituano contemporaneo, nella ricerca delle cause del mancato uso delle ĮF viene indicato un altro fattore: la scarsa differenza di significato. Sebbene nella LKG il significato sia considerato il criterio principale per distinguere le ĮF dalle forme semplici, nel 1986 si osserva che nella lingua scritta come nei dialetti non si fa distinzione di significato, e tale criterio viene messo in dubbio (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 136). In seguito si osserva: «Se tra gli aggettivi semplici e quelli determinativi vi fosse una differenza di significato notevole (essenziale), non ci sarebbero persone che parlano la lingua standard e riescono a fare a meno degli aggettivi determinativi. Eppure coloro che provengono da dialetti in cui gli aggettivi determinativi non vengono usati riescono a farne a meno anche quando parlano la lingua standard, contribuendo così alla scomparsa generale degli aggettivi determinativi. <...> Tenendo conto dell’attuale
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mescolanza della popolazione, dell’urbanizzazione del paese, del bilinguismo o del trilinguismo, bisogna ritenere che oggi siano moltissime le persone che non sanno usare le forme determinative e riescono a fare a meno di esse.» (Paulauskienė 1994: 222–223).
Oltre ai fattori menzionati, tra le cause del declino delle ĮF viene indicata anche l’influenza delle lingue vicine (Pupkis 1980: 137; Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 136–137; Paulauskienė 1994: 223), ma per lo più soltanto quella della lingua russa; questo fattore non viene esaminato in modo più approfondito.
1.2. Riflesso delle contraddizioni nei lavori di normazione
Se un fenomeno linguistico tende spontaneamente a scomparire dall’uso, dovrebbe essere difficile, e probabilmente persino inopportuno, contrastare tali tendenze mediante norme linguistiche. Anche la funzione non del tutto chiarita dovrebbe porre difficoltà nel normare l’uso delle forme pronominali aggettivali. Nel discutere le norme d’uso di queste forme, tale nesso non viene menzionato; vengono tuttavia indicati alcuni fattori che dovrebbero costituire un ostacolo considerevole all’affermazione della necessità del loro uso.
Nella maggior parte dei manuali di morfologia o di cultura linguistica, così come nella LKG, la tendenza a non usare le forme pronominali aggettivali nella lingua standard viene ricondotta anzitutto all’influenza dei dialetti: vi sono dialetti che ne sono quasi del tutto privi, perciò per chi li parla è difficile coglierne la specificità (Piročkinas 1990: 86; Šukys 2003: 113); in molti dialetti queste forme sono scomparse o sopravvivono soltanto in forme cristallizzate, ragion per cui non sempre si è in grado di usarle correttamente nemmeno nella lingua standard (Pupkis 1980: 137); i parlanti dialettali, quando parlano la lingua standard, riescono a fare a meno di queste forme (Paulauskienė 1983: 212–213; 1994: 222), e non si possiede più un orecchio linguistico interiore per gli aggettivi pronominali (Paulauskienė 2004: 309). Anche una differenza semantica esigua può determinare tendenze analoghe nell’evoluzione linguistica: «Segnalare una differenza semantica assai esigua tra gli aggettivi pronominali e quelli semplici non significa affatto sostenere che nella lingua standard si debba rinunciare in generale alle forme pronominali. Si intende soltanto mostrare che è più facile rinunciare alla forma che non ha un significato specifico ben definito e che non è tutelata da un senso linguistico innato.» (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 137). Nel richiamare l’attenzione su fattori di questo tipo, spesso ci si limita a elencare i significati che le forme pronominali aggettivali possono avere, senza sottolineare che il loro uso è necessario.
I significati elencati, tuttavia, sono diversi. A. Valeckienė (1957), che ne ha proposto probabilmente la classificazione più esaustiva, ne distingueva due principali: il significato distintivo e quello intensivo. La differenza fondamentale indicata è che, nel significato distintivo, gli aggettivi pronominali integrano e rendono più specifico il concetto espresso dal nome qualificato (senasis namas), mentre nel significato intensivo si limitano a rafforzare ed enfatizzare la qualità espressa dal nome qualificato (šaltasis šaltinėlis).
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Al significato distintivo sono state assegnate due sottospecie: il significato selettivo, con cui gli aggettivi pronominali definiscono gli oggetti distinguendoli da altri oggetti simili, e quello indicativo, con cui li definiscono richiamando caratteristiche già menzionate e note (cfr. fig. 1).1 Il significato selettivo è stato ulteriormente suddiviso in attributi selettivi e di specie; proprio a questi ultimi è stato collegato l’uso delle forme pronominali aggettivali nella terminologia.
1 PAV. Įvardžiuotinių formų reikšmių klasifikacija (Valeckienė 1957: 174–210).
Una classificazione analoga è stata adottata anche nella LKG, ma in essa gli attributi di specie, che A. Valeckienė considerava unità di terzo livello, sono diventati unità di secondo livello (cfr. fig. 2).
1 Il valore deittico è illustrato da A. Valeckienė con esempi quali la denominazione della luce come «miracolosa» nel racconto di J. Biliūnas: Sulla cima di un’alta e ripida montagna apparve una luce miracolosa. Splendeva come una stella, avvolta da un cerchio luminoso di lettere d’oro. <...> Ma non era trascorso un solo anno di sacrifici e dedizione, eppure nessuno di coloro che salivano aveva ancora raggiunto la vetta della montagna né aveva sfiorato miracolosa luce (Valeckienė 1957: 189). Negli studi più recenti sulle forme aggettivali definite del lituano, tale espressione della definitezza viene collegata al livello pragmatico (Holvoet, Tamulionienė 2006).
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2 PAV. Įvardžiuotinių formų reikšmių klasifikacija LKG (1965: 505–510)
DLKG rūšinės ypatybės žymėjimas vėl tampa tretinės skiaidos vienetu (DLKG 1997: 174–176) (žr. 3 pav.). Tokia keliapakopė klasifikacija pateikiama ir Funkcinėje lietuvių kalbos gramatikoje (Valeckienė 1998). Užsienio kalbotyrai būdingu modeliu grindžiamuose ĮF tyrimuose skiriamos kelios apibrėžtumo rūšys: deiktinis, anaforinis, situacinis ir kt. apibrėžtumas (Holvoet, Tamulionienė 2006; Spraunienė 2008b, 2011; Judžentis 2012: 103–105).
3 PAV. Įvardžiuotinių formų reikšmių klasifikacija DLKG (1997: 174–175)
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La scarsa chiarezza del significato e della funzione è accentuata dal fatto che vengono citati, come se fossero equivalenti, anche diversi casi d’uso. Per esempio, in un manuale di linguaggio specialistico si elencano l’uso delle forme pronominali aggettivali per indicare la specie, distinguere un oggetto dagli altri e sottolineare una qualità, insieme al loro impiego nelle denominazioni di istituzioni, enti e cariche, nell’indicazione di una data eccezionale e nelle forme di allocuzione dello stile ufficiale (Brūzgienė ir kt. 2013: 150), benché questi ultimi tre elementi siano probabilmente soltanto casi di realizzazione dei significati elencati. Separando i casi d’uso dai significati, si comincia a discutere molto di più sulla loro valutazione. Si ammettono soltanto la prima parte, la seconda parte, il primo capitolo, il secondo capitolo (Paulauskienė 2004: 307), benché, se si considerassero questi casi espressioni del significato intensivo e li si collegasse allo studio condotto da A. Valeckienė, resterebbe soltanto da prevedere la libertà di scelta in base al desiderio di enfatizzare. La moltiplicazione dei casi d’uso e delle differenze nella loro valutazione può essere a sua volta un fattore che contribuisce a una diffusa insensibilità verso le forme pronominali aggettivali. Che sussistano notevoli incertezze sia nell’uso sia nella norma è indicato dalle statistiche di Rita Miliūnaitė sulle raccomandazioni relative all’uso di queste forme: in due terzi di esse si chiariscono i casi in cui si dovrebbe usare una forma pronominale aggettivale invece di una NF, mentre gli autori del restante terzo propongono di usare una NF al posto di una forma pronominale aggettivale (Miliūnaitė 2003: 81–82).
La rassegna del contesto normativo rivela che esso dipende dal grado di approfondimento del fenomeno linguistico e che le ricerche sono notevolmente complicate da incertezze le cui origini risalgono al fondamento della formazione delle forme pronominali aggettivali: il significato del pronome *io-. Una volta che questo pronome si è fuso con l’aggettivo, non è più possibile stabilirne il significato originario; dall’interpretazione dipende la concezione delle forme pronominali aggettivali e delle loro funzioni e, di conseguenza, la loro collocazione nel sistema delle categorie grammaticali. È vero che tali interpretazioni scientifiche hanno permesso di porre le basi per una classificazione dei significati di queste forme, ma nei lavori di diffusione della norma emergono anche combinazioni di significati di altro tipo. Le oscillazioni della norma sono inoltre determinate dalla tendenza percepita di queste forme a scomparire dall’uso.
2. NORMA D’USO NELLA TERMINOLOGIA
Considerando la tendenza delle forme aggettivali pronominali (ĮF) a essere sostituite da forme non pronominali e riconoscendo il peso considerevole delle cause di tale tendenza, si è poco inclini ad affermarne l’uso obbligatorio con significati diversi. L’opinione sull’uso delle ĮF nella terminologia è però diversa: nella maggior parte degli studi si ripete l’affermazione che nei termini l’uso delle ĮF sia obbligatorio. L’affermazione è formulata chiaramente, ma non se ne indica il fondamento normativo e, inoltre, la formulazione stessa lascia molte questioni senza risposta.
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2.1. Formulazione della norma
Būtinybę terminuose vartoti ĮF nurodo A. Kaulakienė (1973), atkreipusi dėmesį į tai, kad vartosena terminijoje2 ir terminų žodynuose dar nėra iki galo sutvarkyta. Ši norma teikiama ir Kalbos patarimuose, NF vartojimą rūšiai ir išskiriamajai daikto ypatybei reikšti sudėtiniuose terminuose ir pavadinimuose įvertinant nuoroda neteiktina (KP 2002: 26). Vadovėlyje aukštųjų mokyklų studentams teigiama: „Įvardžiuotinės formos yra būtinas sudėtinių terminų rodiklis (išskyrus tuos žodžius, kurie negali būti įvardžiuotiniai, pvz., priešagos -inis būdvardžiai). Net ir tada, kai būdvardinio žodžio forma pati rodo išskyrimą, terminas turi būti įvardžiuotinis. Antai žymėtieji būdvardžių laipsniai jau išskiria ypatybę iš kitų, bet terminuose turėsim tik vyresnysis inžinierius, aukščiausiasis teismas ir kt.“ (Pupkis 1980: 136). Teikiant administracinės kalbos normas pritariama: „Taigi įvardžiuotinės formos būtinai vartotinos terminuose. Neįvardžiuotinė forma čia pažeidžia lietuvių kalbos dėsnius, ją niveluoja. Kas sako raudoni, geltoni, juodi serbentai, užuot sakęs raudonieji, geltonieji, juodieji serbentai, jau daro kalbos klaidą“ (Piročkinas 1990: 86); „Rūšiai nusakyti ir terminams sudaryti netinka paprastosios formos.“ (KKP 1998: 123). Visuomenei skirtame kalbos kultūros vadovėlyje irgi formuluojamas griežtas principas: „Įvardžiuotinės formos būtinos, kai pasakoma daiktų rūšis, tam tikras tipas ir sudaromas sudėtinis terminas.“ (Šukys 2003: 113).
Da affermazioni di questo tipo si può dedurre che le ĮF siano considerate un contrassegno del termine, che dovrebbe distinguerlo da un semplice sintagma. In un caso esse sono indicate esplicitamente come contrassegno necessario dei termini composti (Pupkis 1980: 136). Non viene tuttavia specificato che cosa tale contrassegno dovrebbe segnalare o distinguere, né in quale tipo di uso. Infatti, contrassegnare come termini parole appartenenti a determinate raccolte terminologiche (dizionari, banche dati, glossari) non sembrerebbe opportuno: lo status di termine può essere riconosciuto già dal fatto che la voce compare in una raccolta terminologica. Nel solo articolo di A. Kaulakienė si afferma chiaramente che gli aggettivi pronominali devono essere usati sia nella redazione di dizionari terminologici, repertori, manuali, bollettini e progetti terminologici, sia nei testi (Kaulakienė 1973: 30–31). Altrove si parla in modo piuttosto astratto della necessità delle ĮF nei termini e nella formazione dei termini. Si può dedurre indirettamente, dalle correzioni (Keinys 2006: 299), che la norma sia stata stabilita piuttosto per testi sia coesi sia non coesi.
2La terminologia è generalmente intesa come l’insieme dei termini; dall’articolo di A. Kaulakienė emerge tuttavia che in esso questa parola designa piuttosto testi coesi.
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Anche il rapporto tra la norma proposta e lo stile funzionale può essere determinato solo in modo perlopiù indiretto. Naturalmente, il principale ambito d’uso dei termini è costituito dai testi scientifici. Tuttavia, un’affermazione del genere è formulata anche in pubblicazioni rivolte agli specialisti della lingua amministrativa e ai giuristi (Piročkinas 1990; KKP 1998; Paulauskienė 2004; AKA 2014), il che mostra che la norma si applica anche alla lingua amministrativa. In una pubblicazione vengono corretti termini con NF usati nel giornalismo (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 138), pertanto anche lo stile giornalistico, caratterizzato da elementi di stile libero, rientra nell’ambito di applicazione della norma. Infine, in un testo si afferma esplicitamente che le ĮF vanno usate tanto nel linguaggio scientifico quanto in quello quotidiano e familiare, nonché nella letteratura e nel giornalismo (Paulauskienė 2004: 308). Tuttavia, nei Consigli linguistici si osserva che nel parlato e in altri stili liberi i termini possono essere usati anche con NF (KP 2002: 26).
A. Valeckienės (1957) tyrimas atliktas ir ĮF klasifikacija pateikta remiantis tik būdvardžio vartosena, A. Kaulakienė irgi mini tik būdvardžių vartojimą, DLKG apibrėžtumas siejamas tik su būdvardžiu. Tačiau iš pateiktųjų citatų matyti, kad termino visuotinio žymėjimo principas taikomas ir kitomis kalbos dalimis, būtent dalyviams, įvardžiams ir skaitvardžiams. Viename straipsnyje pateikiama rišlaus teksto pavyzdžių, kur esamojo laiko neveikiamieji dalyviai vartojami tiek ĮF, tiek NF, tačiau terminų pavyzdžių pateikiama tik tokių, kurių būdvardinis dėmuo yra pavartotas ĮF (Ambrazas 1964). Kanceliarinės kalbos patarimuose tiesiogiai nurodoma, kad daiktų rūšiai nusakyti vartojamos ir dalyvių ĮF (KKP 1998: 123). Įvardžių ĮF terminijai neturėtų būti būdingos, nes jas gali turėti tik parodomieji, keli savybiniai įvardžiai ir asmeninis įvardis jis, ji. Kiek labiau joje galimi terminai, į kurių sudėtį įeina skaitvardžių formos, tačiau morfologijos ir kalbos kultūros vadovėliuose šis galimybių klausimas nesvarstomas – ĮF aptariamos ir su terminija susiejamos būdvardžio skyriuje, o kitų kalbos dalių skyriuose tik užsimenama, kad šios kalbos dalys irgi gali turėti ĮF (Jakaitienė ir kt. 1976; Paulauskienė 1983, 1994). Tiesa, A. Valeckienė rašė, kad apibrėžtumo ir neapibrėžtumo kategorija būdinga atributiniams dalyviams, tačiau tokios kategorijos visai negalima išskirti įvardžių ir skaitvardžių klasėse (Valeckienė 1986: 176).
Nel prescrivere la marcatura obbligatoria del termine mediante le ĮF, le opere normative non prevedono eccezioni né per gli stili funzionali o le parti del discorso, né per i singoli casi. Solo nei Consigli linguistici si indica che le NF possono essere usate quando si sono affermate per tradizione, e si forniscono esempi come pane nero, caffè nero, lavoro nero, carne grassa, latte scremato, latte dolce, vino secco, razione secca, gelati al latte, filo spinato (KP 2002:
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26–28). Già Kazimieras Gaivenis aveva tuttavia messo in dubbio lo status di termini di questi sintagmi: discutendo l’affermazione, basata su di essi, contenuta nell’edizione del 1994 della DLKG, secondo cui l’opposizione tra aggettivi pronominali e semplici non è molto netta né coerente, osservò che per denominare sia il latte fresco sia quello acido non occorre ricorrere alle ĮF, perché si indica una caratteristica temporanea del concetto, mentre le ĮF esprimono una caratteristica specifica permanente (Gaivenis 1995: 8). A. Valeckienė trattò questo caso soltanto come uno dei possibili casi di neutralizzazione dell’opposizione tra definitezza e indefinitezza, tipici della designazione di specie di oggetti, senza collegarlo direttamente alla terminologia (Valeckienė 1986: 172). Tuttavia, anche nell’edizione del 1997 della DLKG, sulla base di questi esempi, si afferma che le forme semplici di certi aggettivi si sono affermate anche nella formazione dei termini (DLKG 1997: 175). In ogni caso, la DLKG non prescrive un’eccezione obbligatoria, ma si limita a constatare una tendenza d’uso.
Anche la formulazione della DLKG secondo cui le ĮF nei termini variano va considerata soltanto come constatazione di una tendenza (DLKG 1997: 175). L’esempio che illustra tale formulazione, caporedattore, compare già nel 1986, insieme all’indicazione di un’altra possibile causa delle tendenze d’uso: la lunghezza della forma e la scomodità di usare le ĮF (Paulauskienė, Taryvdaitė 1986: 138). Si richiama inoltre l’attenzione sull’uso irregolare delle ĮF di parole provenienti da altre lingue (Paulauskienė, Taryvdaitė 1986: 139). Tra le eccezioni d’uso si menziona anche la designazione di specie di oggetti mediante le forme semplici del suffisso –iškas, –a: si afferma che questo suffisso, analogamente a –inis, –ė, può indicare esso stesso una specie di oggetti, rendendo superfluo il formante pronominale (Valeckienė 1986: 172; DLKG 1997: 175). Pertanto, nella terminologia si menzionano eccezioni d’uso, ma non le si prescrive direttamente come norma. Nei Consigli linguistici viene corretto l’uso degli aggettivi con il suffisso –(ut)inis, –ė; –(urinis), –ė nei termini composti per esprimere una proprietà distintiva (KP 2002: 26–27). Tuttavia, la DLKG è un’opera normativa; le eccezioni menzionatevi possono dunque essere interpretate anche in modi diversi dal semplice riferimento a casi riscontrabili nell’uso.
Nel trattare le tendenze generali nell’uso delle ĮF, vengono già menzionate molte più eccezioni, sebbene non siano collegate direttamente alla terminologia. La LKG sottolinea anzitutto che, in generale, l’opposizione tra significato definito e aggettivi semplici non si è stabilizzata in modo coerente; aggiunge che, fin dall’inizio della sua formazione, essa è stata influenzata da varie tendenze evolutive di carattere generalizzante, dovute alle peculiarità delle ĮF nel definire gli oggetti. Si indica innanzitutto l’importanza del significato lessicale dell’aggettivo: l’aggettivo pronominale distingue o indica un oggetto, arricchendo di un proprio significato lessicale il concetto espresso dal nome che accompagna, mentre la particella pronominale segnala soltanto che l’oggetto distinto o indicato è noto; si verificano pertanto casi in cui l’aggettivo, anche da solo, senza la particella pronominale, può descrivere adeguatamente l’oggetto,
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renderlo noto, – allora al posto delle forme pronominali compaiono anche forme semplici. Come seconda manifestazione della correlazione indebolita si indica il fatto che nei dialetti la particella pronominale non viene aggiunta ai superlativi, perché, per la loro funzione, essi sono molto simili agli aggettivi pronominali che distinguono gli oggetti in base a una quantità relativamente maggiore della caratteristica designata (vyriausias sūnus, cfr. vyriausias redaktorius). In terzo luogo, si osserva separatamente che in alcuni dialetti le forme pronominali non tendono a esprimere modificatori distintivi e classificatori dal significato molto specifico, perché questi possono distinguere gli oggetti in virtù del solo significato lessicale, per esempio: juodas pūdymas, kanapėta višta (LKG 1965: 511). A. Valeckienė (1986) ha illustrato questa eccezione con gli esempi juoda ir balta duona, saldus ir rūgštus pienas. Come quarta eccezione la LKG menziona il fatto che i pronomi relativi non hanno forme pronominali. La quinta riguarda i significati traslati degli aggettivi, distaccatisi dal significato fondamentale dell’aggettivo (baisi kantrybė, gyvas tėvas). Si osserva inoltre che gli aggettivi in -inis, -ė non vengono usati in forma pronominale (LKG 1965: 511). Poiché la LKG ha carattere normativo, queste eccezioni possono essere interpretate non solo come dati dialettali o relativi all’uso contemporaneo, ma anche come norma.
Anche la DLKG accenna al fatto che un aggettivo, in virtù del solo significato lessicale, può definire un oggetto come noto e afferma che l’opposizione tra forme semplici e forme pronominali non è netta né sistematica, segnalando casi di neutralizzazione (DLKG 1997: 175). A. Valeckienė spiegava così la neutralizzazione dell’opposizione: «la definizione degli oggetti mediante aggettivi pronominali dipende non solo dal loro rapporto con gli aggettivi semplici, ma anche dal loro legame sintattico e semantico con il sostantivo e dal contesto più ampio. Perciò, in un determinato contesto, la correlazione definitezza / indefinitezza, cioè “generale” / “individuale”, viene neutralizzata e al posto dell’aggettivo pronominale si usa quello semplice. In condizioni sintagmatiche di neutralizzazione, l’opposizione tra aggettivi pronominali e semplici si indebolisce e si amplia l’uso delle forme semplici.» (Valeckienė 1986: 171).
Dunque, nelle grammatiche e negli altri studi non vengono applicate direttamente eccezioni alla terminologia; si elencano tuttavia vari casi di neutralizzazione propri in generale dell’uso delle forme pronominali, nonché fattori rilevanti per cui queste possono essere sostituite da forme semplici. Come si è visto, in terminologia tali eccezioni e fattori dovrebbero dipendere dal rapporto previsto tra la designazione della specie e l’uso delle forme pronominali, e in particolare dal rapporto tra la designazione della specie e quella del termine.
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2.2. Argomentazione diretta e indiretta
Nei lavori normativi non viene detto direttamente su cosa si fondi la norma che prescrive l’uso obbligatorio in terminologia. Naturalmente, argomentarla non rientra tra gli obiettivi di lavori di questo tipo; tuttavia, quando si spiegano le norme linguistiche, gli argomenti sono pressoché assenti.
In alcuni studi si cerca di ricorrere all’opposizione tra forme non pronominali e forme pronominali, spesso descritta come una differenza di significato. Si postulano più significati e la differenza viene quindi spiegata attraverso diversi significati o combinazioni di essi (LKG 1965: 505). Nell’ambito della concezione della definitezza, il fondamento della differenza è individuato nell’opposizione di definitezza: le forme pronominali designano la caratteristica di un oggetto indicando che esso è noto, mentre le forme non pronominali si limitano a designarne la caratteristica (DLKG 1997: 174). Tale opposizione, tuttavia, può descrivere soltanto la differenza tra forme semplici e pronominali, non fungere da criterio per l’uso delle forme pronominali in terminologia. Per esempio, l’espressione didžioji upė indica un oggetto come noto, ma non è un termine. Arnoldas Piročkinas ha cercato di ricorrere a un sottogruppo semantico più circoscritto, il significato distintivo: gli aggettivi non pronominali esprimono una caratteristica dell’oggetto in generale, limitandosi a constatare che l’oggetto possiede quella caratteristica (per esempio: greitas traukinys, raudona uoga), mentre le forme pronominali non solo constatano la caratteristica, ma la distinguono anche dalle altre caratteristiche dell’oggetto, per esempio: greitasis traukinys, raudonoji uoga (Piročkinas 1990: 86). Anche questa spiegazione, tuttavia, è troppo generica: la bacca viene distinta mediante la forma pronominale, ma l’espressione raudonoji uoga non è un termine. Anche A. Valeckienė, distinguendo due indicatori del significato distintivo — i modificatori distintivi e quelli classificatori — non ravvisava tra loro una grande differenza; come tratti distintivi indicava soltanto il legame più stretto dei modificatori classificatori con la parola modificata, il maggior grado di generalizzazione, la definizione più precisa degli oggetti (la formulazione dei loro nomi) e il fatto che, per comprendere gli oggetti designati da aggettivi pronominali classificatori, non è necessario un contesto particolare: sono comprensibili a tutti in qualsiasi contesto (Valeckienė 1957: 184). Probabilmente per questo, nel suo studio, A. Piročkinas ricorre a un’ulteriore opposizione, collegando allora le forme pronominali alla terminologia: «Nel primo caso la caratteristica può anche essere accidentale, temporanea, mentre nel secondo sarà permanente, essenziale. Pertanto, le forme pronominali vanno usate nella formazione dei termini, aggiungendo al sostantivo di base un modificatore che esprima una caratteristica essenziale, come nell’espressione greitasis traukinys.» (Piročkinas 1990: 86). Anche K. Gaivenis considerava criterio l’opposizione tra caratteristiche temporanee e permanenti, illustrandola inoltre con questo esempio: gyvenamasis namas può essere disabitato per un certo periodo, ma continua comunque a essere chiamato gyvenamuoju namu; oggi nessuno può bere geriamojo vandens, ma esso continua comunque a essere geriamasis vanduo, cioè acqua di una determinata qualità (Gaivenis 1995: 8).
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In un manuale di cultura linguistica, l’obbligatorietà della forma pronominale nella designazione del termine è giustificata con la possibile ambiguità: anche le forme non pronominali possono indicare una specie, ma in tal caso l’espressione sarebbe ambigua, perciò in terminologia si deve usare esclusivamente la forma pronominale dell’aggettivo o di un’altra parola (Paulauskienė 2001: 24).
I tentativi di spiegare, anche solo in parte, la norma sono tuttavia rari. È assai più frequente un modello diverso: si elencano o classificano i significati che le forme pronominali possono avere e, dopo aver discusso uno dei sottogruppi, ossia la designazione della specie, si afferma che le forme pronominali si usano in terminologia. Di norma non si menzionano né un nesso causale né il rapporto tra la designazione della specie e l’uso in terminologia. Inoltre, il sottogruppo semantico riceve denominazioni diverse: in alcuni casi è detto modificatori classificatori (Valeckienė 1957), in altri designazione della specie degli oggetti (LKG 1965) o dell’oggetto (Jakaitienė ir kt. 1976), espressione della specie degli oggetti (DLKG 1997), designazione della caratteristica classificatoria dell’oggetto (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 137), indicazione della specie dell’oggetto (Paulauskienė 1994).
Dopo aver discusso i modificatori classificatori, A. Valeckienė afferma: «Poiché i modificatori classificatori indicano per lo più caratteristiche individuali generalizzate per un gruppo di oggetti e, insieme alla parola modificata, designano il nome di quel gruppo, con aggettivi pronominali di questo tipo si formano molto spesso termini, per esempio termini delle scienze del linguaggio.» (Valeckienė 1957: 186). La LKG riprende questa affermazione, precisando però prima che gli aggettivi pronominali, con determinati modificatori, possono esprimere il nome di una specie di oggetti (LKG 1965: 507). Neppure la DLKG menziona un nesso causale o una relazione: si limita ad affermare che gli aggettivi pronominali distintivi, con determinati nomi modificati, possono indicare anche una specie di oggetti, e osserva che con aggettivi di questo tipo si formano spesso termini appartenenti a diversi settori scientifici (DLKG 1997: 174). Da formulazioni di questo genere, diversamente dai lavori normativi citati nel paragrafo 2.1, si dedurrebbe che non vengono stabilite né l’universalità della designazione della specie né l’obbligatorietà della designazione del termine. D’altra parte, trattando la designazione della specie come sottogruppo di una classificazione articolata su più livelli, si presuppone indirettamente la possibilità di non designare la specie. Infatti, se il significato classificatorio è considerato un sottogruppo del significato definito (o di un suo sottogruppo, il significato distintivo), le regolarità del gruppo non dovrebbero essere estranee al sottogruppo. Nella trattazione del gruppo si contemplano diverse eccezioni, casi di neutralizzazione e casi di concorrenza tra forme non pronominali e pronominali. Si menziona persino una neutralizzazione direttamente legata alla designazione della specie: il mancato uso delle forme pronominali di aggettivi dal significato specifico. Poiché la designazione della specie è anche uno dei casi generali d’uso delle forme pronominali, dovrebbero esserle proprie anche le tendenze generali al mancato uso di queste forme. Tali tendenze sono giustificate da fattori rilevanti, come il declino delle forme pronominali nei dialetti e la loro scomparsa dalla lingua comune, nonché la scarsa differenza di significato rispetto alle forme non pronominali (e dunque la limitata rilevanza dell’opposizione); non resterebbe quindi che supporre che l’ulteriore uso delle forme pronominali
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l’evoluzione dell’uso per indicare una specie, così come la tendenza a usarle con altri significati, dovrebbe consistere nella loro scomparsa.
Tuttavia, applicando una classificazione articolata su più livelli, si individua anche un livello intermedio, che si colloca tra il significato determinativo e l’indicazione della specie, vale a dire il significato distintivo. A. Valeckienė (1957), osservando che gli attributi distintivi differenziano gli oggetti in base al significato lessicale dell’aggettivo, distingue gli attributi distintivi da quelli di specie. I modi di differenziazione previsti per entrambi questi sottogruppi di attributi sono però gli stessi: 1) la distinzione di uno o più oggetti da molti altri simili, in virtù di un grado relativamente maggiore della caratteristica indicata (La madre e la figlia maggiore facevano il bucato; La nuova vicina si rivelò pungente); 2) la distinzione di un oggetto da un altro simile per una qualche caratteristica, opposta a quella dell’altro oggetto (La spalla destra è un po’ più bassa; Il nuovo parroco è meglio del vecchio); 3) la distinzione di un oggetto da molti altri oggetti della stessa specie in virtù di una qualche caratteristica specifica e individuale, che in generale non è propria di tutti gli oggetti di quella specie (Un tempo qui c’era un luogo sacro, sorgeva un altare e ardeva il fuoco eterno; Lascia i sacchi ruvidi per il grano, e versa le rape in quelli lisci). Più precisamente, i modi di differenziazione degli oggetti sono elencati e illustrati con esempi nella sezione sugli attributi distintivi; nella sezione sugli attributi di specie si dice soltanto che questi definiscono gli oggetti secondo gli stessi modi degli attributi distintivi, ma che più raramente la specie è indicata nel primo modo e più spesso nel terzo, e si riportano esempi di attributi di specie: 1) Per percorrere alcuni solchi, subito pianterei patate precoci; Gailius delira per il capogiro, per la tosse cattiva; 2) Le grandi camomille non valgono nulla, le piccole (camomille) profumano; Serve il nopielnykas rotondo; 3) Cipolle dolci; Le patate rosse non temono la marcescenza; I trifogli rossi. Come si vede, la differenza tra gli esempi che illustrano gli attributi distintivi e quelli di specie è esigua, come, del resto, osserva A. Valeckienė. Se la differenza è davvero minima, una tale classificazione permetterebbe di supporre che entrambi i sottotipi intermedi — gli attributi distintivi e quelli di specie — presentino le stesse tendenze. Tuttavia, in altri lavori si traccia una distinzione tra differenziazione e indicazione della specie: nel primo caso la differenza tra le forme ĮF e NF è esigua e può essere annullata dall’intonazione e dagli elementi contestuali, per cui nella maggior parte dei casi si può scegliere liberamente tra le forme per trasmettere la stessa informazione; nella terminologia, invece, le forme ĮF sono tutt’altra cosa: hanno la funzione specifica di indicare una caratteristica di specie dell’oggetto (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 137). Ne conseguirebbe che l’indicazione della specie è più necessaria del significato distintivo espresso dalle forme aggettivali definite, benché A. Valeckienė indichi gli stessi modi di differenziare gli oggetti in base a una caratteristica sia per gli attributi distintivi sia per quelli di specie.
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Tokio skirtumo darymo priežasčių irgi galima ieškoti A. Valeckienės (1957) atliktame vartosenos tyrime. Remdamasi senaisiais raštais kalbininkė galiausiai padarė išvadą, kad rūšiniai pažyminiai yra tolesnės išskiriamųjų pažyminių raidos rezultatas – išskiriamoji reikšmė rutuliojosi apibendrinimo ir kartu stipresnės determinacijos linkme. Padaryta ir tokia išvada, kad apibrėžiamoji reikšmė dabartinėje kalboje tampa pagrindinė, o pabrėžiamoji nyksta. Nebent tai leistų paaiškinti rūšinės ypatybės žymėjimui teikiamą didesnę svarbą, o ir spėti, kad rūšies žymėjimas ĮF turbūt laikomas perspektyviu kalbos raidos polinkiu, todėl, šiaip jau ĮF funkcijoms dylant, jį kaip visuotinį principą linkstama perkelti į terminiją.
Questa ipotesi sembrerebbe trovare conferma nei cambiamenti che si possono cogliere negli scritti di Aldona Paulauskienė riguardo all’impiego delle forme ĮF nella terminologia. Nel lavoro del 1986 da lei preparato insieme a una coautrice, la conclusione relativa alla terminologia è ancora espressa con qualche esitazione: «Nei casi in cui la funzione terminologica della parola è evidente, forse sarebbe meglio usare la forma aggettivale definita, ma negli altri casi probabilmente si dovrebbe riconoscere la libera concorrenza tra le forme.» (Paulauskienė, Taryvdaitė 1986: 138). Nel volume del 1994, dopo aver elencato i significati degli aggettivi definiti individuati dalla grammatica tradizionale, gli aggettivi che esprimono la specie in senso terminologico sono indicati come quelli che meno si conformano alla tendenza generale a non usare le forme ĮF; si aggiunge tuttavia: «non occorre essere terminologi per notare la tendenza a usare la forma semplice al posto di quella aggettivale definita» (Paulauskienė 1994: 224). La necessità di usare le forme ĮF nella terminologia non è definita. Nel 2001, invece, viene già formulata una regola che non prevede eccezioni: nella formazione di termini composti da due parole «si deve rispettare la regola: se un aggettivo o un’altra parola può assumere la forma aggettivale definita, nella terminologia è appropriata soltanto la forma aggettivale definita, senza alcuna eccezione» (Paulauskienė 2001: 204). Il tentativo di motivare la regola suggerirebbe che le forme ĮF sono raccomandate nella terminologia non per la loro capacità intrinseca di indicare la specie, bensì per tutti i significati che possono esprimere: «La funzione principale della formazione della forma pronominale è sottolineare, determinare e distinguere. Perciò gli aggettivi definiti o i participi aggettivati si adattano molto bene alla terminologia, caratterizzata dalla determinazione e dalla distinzione rispetto ad altri elementi analoghi.» (Paulauskienė 2001: 204). Anche questa affermazione confermerebbe che è probabilmente proprio nella terminologia che si intravede la prospettiva di un’opposizione che, per altri aspetti, tende alla neutralizzazione. Al tempo stesso viene menzionato un altro criterio: la tradizione normativa: «La formazione dei termini secondo questo modello è ormai tradizionale, riconosciuta e codificata, anche se pure la forma non aggettivale definita può indicare la specie.» (Paulauskienė 2001: 204). Naturalmente, il tentativo qui presentato di chiarire il fondamento della norma è soltanto l’interpretazione dell’autrice di questo articolo, poiché di norma la norma non viene argomentata esplicitamente.
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Gli argomenti espliciti si trovano forse in un unico articolo, quello di A. Kaulakienė. Vi si afferma che l’uso coerente delle forme ĮF «contribuirebbe a rendere sistematica la terminologia, che di norma rispecchia il legame tra i concetti corrispondenti. D’altra parte, si potrebbe evitare la variazione, indesiderabile nei dizionari terminologici» (Kaulakienė 1973: 30–31). Ne conseguirebbe che il fondamento della norma che impone di indicare obbligatoriamente il termine in questo modo sia la ricerca della sistematicità. La fondatezza dell’altro argomento — secondo cui il mancato uso delle forme ĮF nei dizionari terminologici contraddice l’uso ormai consolidato degli aggettivi definiti — potrebbe essere valutata soltanto dopo aver esaminato l’uso linguistico dell’epoca (intorno al 1973). Nell’articolo di A. Kaulakienė si propone di applicare il principio ovunque, ossia di contrassegnare obbligatoriamente con le forme ĮF i termini il cui elemento subordinato è un aggettivo, sia nei testi sia nelle raccolte terminologiche. Si direbbe dunque che la marcatura della specie, considerata negli studi esaminati principalmente come una tendenza d’uso evidente e collegata, direttamente o indirettamente, ai casi di neutralizzazione, in terminologia dovrebbe diventare un principio universale; come tale, sarebbe prescritta da esigenze terminologiche, in particolare dal principio di sistematicità dei termini. Tuttavia, anche negli studi terminologici emergono dubbi sulla necessità delle forme ĮF. Per esempio, K. Gaivenis (1975), che per la prima volta affrontò in modo più sistematico i termini composti da due parole, annoverava tra le loro possibili configurazioni grammaticali non soltanto le forme aggettivali definite, ma anche quelle semplici (
(fattore di disturbo, sorgente discendente). In un altro articolo egli osservava che spesso è davvero difficile stabilire se un termine richieda una forma ĮF, benché in generale queste forme siano necessarie in terminologia (Gaivenis 1995: 8). Stasys Keinys, dopo aver rilevato che, per influenza della terminologia, le forme aggettivali definite si diffondono con grande penetrazione, soppiantando nell’uso quelle semplici, affermò esplicitamente che in terminologia esse non sono necessarie in tutti i casi, né tanto meno indispensabili (Keinys 2004: 81). Tuttavia, negli studi terminologici la questione della necessità o meno delle forme ĮF non viene trattata separatamente.
Dalla rassegna presentata si evince che una norma apparentemente chiara è in realtà duplice. Da un lato, si prescrive l’uso obbligatorio delle forme ĮF nella terminologia; tuttavia, anche se tale affermazione si fonda sulla ricerca della sistematicità, sulla tendenza evolutiva delle forme ĮF verso una maggiore determinazione o su altri argomenti validi che l’autrice di questo articolo non è riuscita a individuare, questa norma è contraddetta dalla classificazione dei significati presentata non soltanto negli studi descrittivi, ma anche in quelli normativi. Il fatto che l’indicazione della specie sia considerata un sottogruppo del significato distintivo o determinativo permette di ritenere che il sottogruppo debba condividere le tendenze del gruppo semantico; per quest’ultimo, infatti, si prevedono varie eccezioni e casi di neutralizzazione e, più in generale, si indicano fattori che costituiscono ragioni sufficientemente solide per non usare le forme ĮF. D’altro lato, la possibilità di non usare le forme ĮF è prevista anche da un’eccezione direttamente legata all’indicazione della specie (pane nero e bianco), e inoltre la maggior parte dei brevi
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Le formulazioni presentate nell’esaminare questo sottogruppo semantico mostrerebbero che, in quanto marcatore di specie, la forma aggettivale determinativa dovrebbe essere piuttosto facoltativa. È quindi possibile ravvisare una duplice norma: una che prescrive la marcatura obbligatoria del termine con la forma aggettivale determinativa e un’altra che la considera essenzialmente facoltativa.
Tali ambiguità non sorgerebbero se nei testi normativi fosse definito chiaramente il rapporto tra la marcatura della classe e l’uso terminologico, ma non è così. Da alcuni studi si può dedurre che la marcatura della classe mediante forme aggettivali definite e il termine siano considerati equivalenti. Nei consigli sull’uso della lingua (1976), tra i casi d’uso delle parole con forme definite era menzionata la marcatura di una caratteristica di classe dell’oggetto, ma questa era illustrata con esempi quali sale alimentare, onde corte, macchina da cucire, trebbiatrice, mietitrice, mangimi combinati e simili (KPP 1976: 114). In un manuale didattico si afferma dapprima che con gli aggettivi in forma definita si formano termini di varie discipline (furto in flagranza, ordine pubblico, rito ordinario, zona economica franca), mentre nell’indicare i casi più tipici d’uso degli aggettivi in forma definita si menziona soltanto l’uso delle forme definite per esprimere una caratteristica di classe dell’oggetto, fornendo esempi analoghi, per esempio: ordinanza interlocutoria, sostanze radioattive, piccola impresa, pubblica amministrazione (Kunevičienė 2003: 146). In effetti, nei Consigli linguistici che stabiliscono le norme morfologiche attuali si potrebbe ravvisare una distinzione: come regola viene prescritta l’espressione obbligatoria della classe nei termini, mentre come eccezione (pane nero e simili) è indicata un’eccezione propria, in generale, dell’espressione della classe (KP 2002: 26). Tuttavia, il DLKG, anch’esso una pubblicazione che stabilisce le norme morfologiche attuali, sulla base di tale eccezione conclude che le forme semplici di alcuni aggettivi si sono affermate anche nella formazione dei termini. Se, in realtà, la possibilità intrinseca delle forme definite di indicare la classe viene utilizzata soltanto come fondamento della norma prescritta per i termini, rendendo universale questo principio nella terminologia per via dei requisiti di sistematicità che essa comporta, allora le eccezioni alla marcatura della classe non dovrebbero applicarsi alla terminologia.
Pertanto, anche se la norma che prescrive l’uso obbligatorio delle forme aggettivali determinative in terminologia si fonda su qualche principio, tale fondamento non è sufficientemente chiaro e persino nei lavori normativi viene confuso. L’oscurità del fondamento, la mancata spiegazione o la diversità dei criteri addotti per spiegarlo, nonché le possibilità interpretative generate dalla classificazione dei significati delle forme aggettivali determinative, dovrebbero rendere difficile valutare la conformità dell’uso a una norma che potrebbe fondarsi su tale principio.
3. TENDENZE D’USO NEI TESTI COERENTI
Per constatare la mancata corrispondenza tra la norma che considera la forma aggettivale determinativa un indicatore obbligatorio del termine e l’uso, basterebbe consultare una qualsiasi rivista di economia pubblicata su Internet. Tuttavia, subito
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occorre menzionare anche una limitazione determinante di questo uso: le norme linguistiche sono palesemente rispettate in misura insufficiente, o addirittura del tutto ignorate. La qualità linguistica degli articoli pubblicati nella stessa rivista, o persino nello stesso numero, è tuttavia variabile. Ciò induce a supporre che le pubblicazioni non siano sottoposte alla revisione di redattori linguistici, che la revisione sia affidata agli stessi autori e che questi, a propria discrezione, ricorrano a revisori linguistici con qualifiche diverse oppure si affidino alle proprie conoscenze linguistiche. La lingua di molte riviste scientifiche di economia presenta, in misura maggiore o minore, carenze rispetto alle norme linguistiche; non è quindi possibile selezionare un uso ideale. D’altra parte, questo uso effettivo offre un vantaggio: mette meglio in luce le incertezze che si pongono ai parlanti. Tenuto conto di tutte queste circostanze, si è scelto di selezionare i testi scartando gli articoli scientifici che ignorano le norme linguistiche più elementari e analizzando le tendenze ricorrenti nella mancata utilizzazione delle forme aggettivali determinative che emergono negli altri. Sono state selezionate in tutto 60 pubblicazioni, uscite tra il 2006 e il 2016.
3.1. Incertezze relative al criterio e ai confini semantici
Sarebbe ingiustificato considerare una violazione della norma tutti i casi in cui, nel testo, varia la forma del determinante dipendente di un sintagma, poiché tale variazione è prevista dai lavori normativi. Un singolo sintagma può realizzare l’opposizione generale tra forma aggettivale non determinativa e forma aggettivale determinativa, che nelle grammatiche è associata al valore determinativo proprio di quest’ultima o alla categoria della determinatezza. La DLKG afferma che le forme aggettivali determinative, in opposizione alle forme semplici, costituiscono la categoria della determinatezza nel modo seguente: le forme determinative indicano una caratteristica dell’oggetto e al tempo stesso segnalano che esso è noto, mentre le forme semplici indicano soltanto una caratteristica dell’oggetto (DLKG 1997: 174). È vero che, come già risultava dagli studi di A. Valeckienė e dalla classificazione dei significati proposta dalla LKG e dalla DLKG, questa opposizione consente di fare riferimento a un oggetto noto in modi diversi: distinguendolo (valore distintivo), indicando una sua caratteristica nota in precedenza (valore indicativo) e contrassegnando la specie dell’oggetto. L’opposizione presuppone dunque che, anche quando se ne indica la specie, l’oggetto sia presentato come noto; non presuppone però che, nello stesso testo, non possa essere presentato come ignoto, semplicemente caratterizzato da una proprietà o da un’altra.
I testi scientifici costituiscono un contesto favorevole alla realizzazione di un’opposizione prevista non soltanto dai lavori normativi, ma anche dal sistema grammaticale della lingua. In essi, infatti, i concetti vengono spesso definiti e spiegati, e la definizione o la spiegazione di un concetto indica che l’oggetto è noto. Tuttavia, nel definire o spiegare tali concetti si possono menzionare anche le caratteristiche che sono servite da base per formare il termine che li designa. Lo si vede in un articolo scientifico
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presentano panoramiche generali della storia del mercato: L’integrazione europea è anzitutto legata alla creazione e al perfezionamento del mercato (Miniokas, 2003), pertanto nell’Atto unico europeo del 1986 si parlava della creazione del mercato comune. In quel periodo emerse ancora più chiaramente la necessità di creare un mercato comune, in cui i confini degli Stati non ostacolassero l’attività economica. Il mercato comune è definito come una forma di integrazione economica tra Stati caratterizzata dalla libera circolazione di beni, capitali e persone (Vilpišauskas, 2003)3 (EVAP 2007 1(8): 101). Nei primi due casi d’uso dell’espressione mercato comune viene indicata proprio una caratteristica comune di questo tipo, che, come si evince dal terzo caso d’uso, diventa ormai la base del termine che designa il concetto. Descrivendo questo caso con le formulazioni della norma esaminate, si potrebbe affermare che l’espressione mercato comune menziona due volte la caratteristica come semplice e una terza volta come distintiva dell’oggetto. Applicando altre formulazioni proposte nei lavori normativi, la caratteristica designata dalla ĮF potrebbe essere definita non più casuale o temporanea, bensì permanente ed essenziale. Applicando il criterio di classificazione dei significati della ĮF, l’espressione mercato comune dovrebbe essere considerata un caso di designazione di una specie. Pertanto, qualunque criterio menzionato nei lavori normativi che distingua la ĮF dalla NF si applichi in questo caso, tutti prevederebbero l’uso della ĮF nel terzo caso e coinciderebbero.
Negli altri casi, tuttavia, la questione del criterio diventa problematica. Anzitutto, il contesto in cui si classificano oggetti o fenomeni, oppure se ne menzionano semplicemente le specie, dà luogo a simili incertezze. Quando si distinguono o si menzionano specie di oggetti, come prevedono i procedimenti di individuazione degli oggetti associati alla designazione di una caratteristica specifica, si dovrebbero indicare oggetti distinti in base a caratteristiche opposte a quelle di altri oggetti o caratterizzate da specificità; si dovrebbe quindi usare la ĮF. Nell’uso si riscontrano, per esempio, casi di questo tipo: I beni dati in pegno possono essere suddivisi in beni immobili e mobili (T 2005 3(32): 17); Secondo la classificazione economica, le spese pubbliche sono suddivise in spese ordinarie e straordinarie (EVAP 2015 2(37): 7); In questo contesto, l’apprendimento è esaminato in senso ampio, includendo sia l’apprendimento formale sia quello informale, nonché l’apprendimento autodiretto (VPA 2011 4(10): 634); La migrazione volontaria comprende i seguenti tipi di migrazione: temporanea, circolare, permanente, turistica e stagionale (VPA 2014 1(13): 154). Tuttavia, non di rado si riscontrano anche casi d’uso della NF, per esempio: Questi strumenti sono utilizzati per conciliare le visioni degli stakeholder a due livelli: quello locale (la cosiddetta «coordinazione orizzontale») e quello governativo («coordinazione verticale») (VPA 2013 4(12): 596). I nomi dei concetti designati dalle espressioni evidenziate nella frase sono formati sulla base dell’opposizione tra le caratteristiche degli oggetti; pertanto, secondo il criterio di espressione della specie, i loro componenti aggettivali dovrebbero essere usati
3 La lingua delle frasi illustrative non è stata corretta.
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con la ĮF. Il criterio di espressione della specie indurrebbe a usare la ĮF anche nelle frasi L’obiettivo della politica regionale è sviluppare il patrimonio e il potenziale materiale e immateriale delle regioni (VPA 2013 1(12): 65), Si tratta di formazione e istruzione imprenditoriale formale e informale, nonché di altri programmi didattici di gestione aziendale (VPA 2012 2(11): 223), gli aggettivi evidenziati; a maggior ragione, indurrebbe a indicare la specie nella frase La migrazione viene differenziata anche in base alla natura organizzativa, in migrazione organizzata e istituzionalizzata, autonoma ecc. (VPA 2014 1(13): 153), poiché qui si usa il verbo differenziare, che consente di enumerare unità specifiche. Tuttavia, se si applica proprio il criterio della designazione della specie, e non quello dell’uso incondizionato della ĮF nei termini, questo potrebbe essere proprio il caso di neutralizzazione associato alla designazione della specie o, più in generale, all’uso della ĮF, in cui la ĮF non viene usata perché gli oggetti sono sufficientemente distinti dai significati specifici delle parole determinanti, dalle opposizioni di specie e, infine, dal contesto semantico e dalle circostanze sintattiche, che impediscono ambiguità tra la designazione di una caratteristica semplice e quella di una distintiva.
Ricorrendo a un altro criterio menzionato nei lavori normativi – l’opposizione tra la caratteristica temporanea di un concetto e la caratteristica specifica permanente – anche in questi casi la NF diventerebbe probabilmente del tutto giustificabile. Infatti, le caratteristiche dei concetti possono essere intese non come caratteristiche specifiche permanenti, bensì come temporanee. E in effetti, nell’uso si osserva la tendenza a impiegare più regolarmente la ĮF quando si suddividono gli oggetti in specie già note e consolidate, come i beni mobili e immobili, e a variare maggiormente quando si distinguono nuove specie presentate soltanto in un articolo o in un altro. Spesso si tende alla NF, e neppure i verbi distinguere, suddividere, differenziare, classificare, raggruppare, come mostrano gli esempi, dissuadono dal sceglierla. Nelle frasi Pertanto tutti i residenti possono essere considerati risorse umane, distinguendo però tra effettivi (in età lavorativa, economicamente attivi) e potenziali (sotto l’età lavorativa, non occupati, pensionati, che possono essere coinvolti in diverse attività lavorative) (T 2008 3(44): 2), Perciò è opportuno suddividere tutti gli investitori in tre gruppi: conservatori, razionali e aggressivi (EVAP 2007 1(8) 52); si aggiunge inoltre il fatto che è difficile considerare termini simili espressioni in cui viene omessa la parola principale. Pertanto, le incertezze in esame possono derivare dall’indeterminatezza del criterio applicabile nella terminologia o dall’implicita previsione di più criteri; tuttavia, anche attenendosi al criterio della designazione incondizionata del termine formulato nell’articolo di A. Kaulakienė e proposto in molti lavori normativi, secondo il quale nei testi i termini devono essere sempre contrassegnati dalla ĮF, in questi casi sorgerebbero simili incertezze.
Anche in altri casi, nei testi si verificano circostanze che generano incertezze, pongono la questione del criterio e rivelano persino una certa contraddizione tra criteri. Per esempio, in un testo su
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Lo sviluppo sostenibile viene dapprima discusso attraverso il concetto di sviluppo sostenibile, e l’elemento aggettivale del termine che lo designa viene usato sistematicamente nella forma aggettivale definita (ĮF), per esempio: Ma se lo sviluppo sostenibile è considerato una politica, la sua attuazione dipende dall’importanza e dal ruolo delle istituzioni, nonché dalle loro competenze; è evidente che lo sviluppo sostenibile è legato alla democrazia, ai diritti umani e alle pratiche di buona governance (Dumitrache 2013) (MLA 2015 2(7): 190). Tuttavia, questa coerenza non viene mantenuta in alcune frasi, per esempio: Lo sviluppo sostenibile non può essere conseguito senza coinvolgere le imprese in questa attività; le imprese dello sviluppo sostenibile possono perseguire lo sviluppo sostenibile utilizzando diversi modelli (MLA 2015 2(7): 192). In questi casi, probabilmente è la semantica del verbo che funge da parte significativa del predicato composto 4 a impedire l’uso della forma aggettivale definita: l’oggetto perseguito non è caratterizzato dalla determinatezza. Secondo la classificazione presentata nei lavori di grammatica, la designazione di una proprietà distintiva dovrebbe di per sé comportare anche la determinatezza, mentre ciò che viene creato non è caratterizzato da determinatezza; probabilmente per questo, anche quando si sceglie la forma aggettivale definita per un termine e si segue tale principio con una certa coerenza, in questi casi si fa un’eccezione e si usa la forma aggettivale indefinita (NF). Tali eccezioni, in parte determinate dal legame tra il nome testa del sintagma e verbi come creare, formarsi, sorgere, comparire, attuare, perseguire e simili, si riscontrano anche in altre pubblicazioni, per esempio: La questione fondamentale è: come possiamo creare una società sostenibile o uno sviluppo sostenibile? (TE 2008 1(2): 37); I globalisti (iperglobalisti) definiscono la globalizzazione come una nuova epoca della storia umana, nella quale emerge un mercato globale unico, con una concorrenza globale come motore del progresso (VSE 2011 3(12): 205); L’uomo amministrativo <...>, sebbene non possa raggiungere la razionalità assoluta, tuttavia la persegue (VPA 2012 2(11): 324). Anche i verbi usare, misurare, probabilmente favoriscono la scelta della forma aggettivale indefinita, perché con essi non si usa un sintagma fisso, bensì un sintagma che designa un oggetto caratterizzato da una certa proprietà, per esempio: Insiemi di indicatori di questo tipo <...> sono difficili da applicare per misurare lo sviluppo sostenibile in un’impresa (MLA 2015 2(7): 193); In altre parole, l’uso dei beni immateriali non riduce la quantità e le dimensioni dei beni stessi (VSE 2014 2(4): 214).
Vis dėlto NF žodžių junginio būdvardiniai dėmenys pavartojami ne tik tokiais išimtiniais atvejais, bet ir tada, kai jie tegali būti termino sudedamoji dalis, nes žodžių junginiu įvardijama sąvoka arba jis tiesiogiai susijęs su samprata, pvz.: Tai leidžia daryti išvadą, kad darnios plėtros sąvoka daugialypė ir kompleksinė (MLA 2015 2(7): 190); Darnios įmonės samprata yra glaudžiai susijusi su darnios plėtros koncepcijos samprata (MLA 2015 2(7): 192). Klasifikuojamus objektus įvardijančių žodžių junginių NF dar būtų galima aiškinti sąvokos ypatybės laikinumo ir nuolatinumo kriterijaus taikymo rezultatu, kai kuriuos atvejus gal net būtų galima laikyti ypatybių konstatavimu, tačiau kai suklasifikuoti
4 DLKG tokie tariniai laikomi prijungiamaisiais žodžių junginiais (DLKG 1997: 508–509).
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è già evidente che la proprietà viene loro attribuita sia come permanente, sia come essenziale, sia come elemento che distingue una cosa dalle altre; che la cosa designata è nota; che viene indicato un determinato tipo; e che il sintagma denomina un concetto, dunque è un termine. Pertanto, qualunque sia il criterio applicato, tutti i criteri convergono e si dovrebbe usare la forma aggettivale definita. Tuttavia, questa forma non viene sempre scelta, per esempio: In base all’attività, i fondi sono suddivisi in fondi di tipo aperto e chiuso. I fondi di tipo aperto non hanno una durata di attività prestabilita. <...> I fondi di tipo chiuso hanno una durata di attività prestabilita (VSE 2011 1(1): 118); La gestione attiva degli investimenti è un metodo di gestione in cui le decisioni di investimento si basano sulla previsione delle tendenze future. La gestione passiva degli investimenti è un metodo di gestione volto a far sì che le caratteristiche di rendimento e di rischio degli investimenti corrispondano al rendimento e al rischio di un determinato segmento di mercato o indice (VSE 2011 1(1): 118); Nella letteratura scientifica, gli attuali gruppi aziendali sono classificati in base al possesso di strutture organizzative verticali e orizzontali. Le strutture organizzative verticali caratterizzano i gruppi aziendali orientati ai rapporti tra fornitori e produttori, ossia «un insieme di imprese legate da rapporti tra fornitori e produttori», mentre le strutture orizzontali sono «imprese collegate, operanti in diversi settori industriali, simili per struttura ai conglomerati» (Lamin, 2007) (VSE 2012 2(2): 68).
Kai kuriais atvejais lyg ir mėginama daryti skirtumą, t. y. sąvoką įvardijančio žodžių junginio būdvardinis dėmuo vartojamas ĮF, o įvardijant objektą, juolab priklausomą nuo tokių veiksmažodžių kaip matuoti, pasirenkama NF, pvz.: Siekiant tikslo pirmiausiai buvo išnagrinėta darniosios plėtros koncepcijos problematika, dimensijų traktavimas ir įgyvendinimo lygmenys, nes tik išsiaiškinus pačios koncepcijos esmę, galima kelti konkrečius darnios plėtros uždavinius ir numatyti jų įgyvendinimo priemones (MLA 2015 2(7): 190); Nagrinėdami nematerialųjį turtą, mokslininkai susiduria su nematerialaus turto identifikavimo, išmatavimo ir vertinimo problemomis (VSE 2014 2(4): 214–215). Čia būtų galima manyti, kad daromas skirtumas tarp objektinės reikšmės žodžių junginio ir sąvoką žyminčio termino, tačiau tuose pačiuose tekstuose pasitaiko ir atvirkštinių atvejų, pvz.: Sunkiai paaiškinamas produktyvumo padidėjimas XX a. antroje pusėje laikytinas nematerialaus turto tyrimų srities pradžia. Vis dėlto ženkliai padidėjęs produktyvumas tuo metu buvo aiškinamas kokybiškesniais žmogiškaisiais ištekliais ir technologine pažanga, konkrečiai dar nesiejant to su nematerialiuoju turtu (VSE 2014 2(4): 214–215). O tokie atvejai jau rodytų ne dėsningas išimtis, o tai, kad veikiausiai nė vienas iš norminamuosiuose darbuose minimų kriterijų nėra žinomas arba nėra aiški riba tarp išskiriamosios ir paprastos ypatybių žymėjimo, nuolatinės ir laikinos ypatybių įvardijimo, juolab rūšinės ypatybės žymėjimo atvejo ir termino. Turbūt todėl
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Nell’uso esaminato si riscontrano anche numerosi esempi che potrebbero essere ricondotti non a qualche regolarità o fattore, bensì tutt’al più alla sordità, constatata da A. Paulauskienė, e all’insensibilità verso gli aggettivi pronominali; per esempio: Oggi l’economia in transizione è intesa come passaggio dalla gestione centralizzata del mercato a un mercato libero. Molti paesi che aspirano a passare a un’economia libera, sono passati da un’economia libera a una regolamentata. <...> Il passaggio a un mercato libero inizia con la privatizzazione, poiché durante la privatizzazione si presenta la possibilità di possedere beni propri (VSE 2012 1(2): 62); Nei paesi dalle economie primitive, la maggior parte degli investimenti è costituita da investimenti reali (investimenti in beni fisici), mentre nei sistemi economici moderni è costituita da investimenti finanziari. Le attività reali misurano la ricchezza economica di un paese, mentre le attività finanziarie rappresentano diritti sulle attività reali (Bodie, Kane, 2008). Lo sviluppo delle istituzioni di investimento finanziario influisce fortemente sulla crescita degli investimenti reali e, di norma, le due forme si completano a vicenda anziché competere tra loro (EV 2010 15: 178).
I casi discussi sono per lo più riconducibili a incertezze che possono sorgere nell’uso a causa dell’indeterminatezza dei criteri o della loro confusione; tuttavia, gli articoli scientifici rivelano anche casi di mancato uso delle forme aggettivali pronominali (FAP) che potrebbero essere attribuiti soprattutto alla vaghezza del confine semantico che distingue le FAP dalle forme aggettivali non pronominali (FANP) e, di conseguenza, alla difficoltà di individuarlo. Per esempio, dal contesto riportato di seguito si evince che in molti casi gli aggettivi materiale, -e; immateriale, -e descrivono piuttosto un oggetto che indicare una sua caratteristica distintiva o designarne una specie; in un simile contesto, anche l’espressione patrimonio materiale, ormai consolidata come termine, si differenzia ben poco da tali aggettivi; per esempio: Tradizionalmente, il commercio è inteso come commercio di beni materiali, dotati di forma fisica, ossia merci (beni materiali), ad eccezione dell’energia elettrica, dell’acqua e del gas quando non sono preparati per la vendita in volume limitato o in quantità prestabilite. La direttiva del Consiglio dell’Unione europea (2006) «relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto» definisce la «merce» come patrimonio materiale. Secondo tale direttiva, «merce è qualsiasi bene». Va tuttavia osservato che gli Stati Uniti e il Giappone includono nella categoria delle merci anche i beni di origine immateriale. Le imprese commerciali hanno iniziato a vendere beni di origine immateriale (in inglese, digital goods) quando è diventato possibile vendere beni online, ossia ordinarli e fornirli. I beni immateriali sono diventati beni che, fino ad allora, nel commercio tradizionale avevano forma materiale (esempi di tali beni sono la musica, i giochi e i libri) (Diorio, 2001). La differenza principale è che nell’Unione europea i beni di origine immateriale sono comunque classificati nella categoria dei servizi (VSE 2013 2(3): 235). È particolarmente frequente anche l’uso delle forme aggettivali non pronominali (FANP) degli aggettivi formale, -e; informale, -e; legale, -e; illegale, -e; ufficiale, -e; non ufficiale, -e.
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anche l’uso probabilmente riflette l’incertezza dei confini semantici, che genera incertezza nell’uso, ad es.: Quando i rapporti tra Stato e società diventano più complessi e meno definiti, formali e informali di queste interazioni i mezzi diventano più flessibili e universali (VPA 2013 3(12): 381); Il lavoro illegale le informazioni statistiche degli enti che lo controllano rivelano che del lavoro illegale i livelli sono aumentati negli ultimi tempi. Nel 2012 di lavoro illegale sono stati rilevati tre volte più casi rispetto allo stesso periodo del 2011; Il lavoro illegale viene spesso indicato con denominazioni diverse. Espressioni come «lavoro nero», «lavoro non dichiarato», «occupazione informale», «lavoro informale», «disoccupazione nascosta» e molte altre denominazioni vengono usate per descrivere questo fenomeno paradossale (VPA 2014 4(13): 660); B. Martinkus e altri ritengono che una delle ragioni per cui si manifesta il lavoro illegale è del lavoro ufficiale la mancanza (VPA 2014 4(13): 661); Inoltre, non bisogna dimenticare che i dati pro capite in questi paesi possono essere distorti dalla migrazione, che nelle statistiche ufficiali viene registrata in ritardo (MLA 2010 2(2) 15).
La differenza di significato è minima anche tra le espressioni economia aperta ed economia aperta, mercato comune e mercato comune, libero commercio e libero commercio, libero mercato e libero mercato, economia mista ed economia mista, concorrenza perfetta e concorrenza perfetta e simili. Anche se nei glossari dei termini economici sono per lo più inserite nella forma aggettivale pronominale (FAP), nell’uso è particolarmente frequente la forma aggettivale non pronominale (FANP). I contesti suggeriscono che il consolidamento delle FAP in queste espressioni è probabilmente impedito dalla loro maggiore affinità con le espressioni che denotano una semplice caratteristica dell’oggetto. Per esempio, nei casi in cui si constata una caratteristica semplice, si potrebbero considerare tali le espressioni che compaiono in frasi come: La specializzazione e il libero scambio creano le condizioni per l’innovazione, l’aumento dell’efficienza e il benessere di tutte le parti coinvolte (ŽŪM 2009 3–4(16): 185); Il processo di passaggio a un mercato libero avrebbe dovuto soddisfare le aspettative della popolazione di raggiungere il tenore di vita dei paesi dell’Europa occidentale (VSE 2016 2(1): 63); Se la concorrenza perfetta esistesse nel mondo reale, le strategie di posizionamento sul mercato sarebbero inefficaci (MLA 2009 3(1): 35); La mitigazione dell’impatto delle cinque forze competitive e l’applicazione di strategie generiche si fondano sulle strutture di mercato della concorrenza imperfetta : monopolio aperto, concorrenza monopolistica e oligopolio (MLA 2009 3(1): 36–37). Naturalmente, in questi casi, almeno in alcuni, il contesto consentirebbe anche l’uso delle FAP, ma la differenza di significato sarebbe minima e le FAP sono più lunghe. D’altra parte, negli stessi testi si presentano spesso circostanze nelle quali sembrerebbe più appropriata un’espressione che indichi una semplice caratteristica; per esempio: Il modello delle borse di studio introduce la libera concorrenza nel settore dell’istruzione superiore (VPA 2012 2(11): 269); Il libero commercio è particolarmente importante per economie piccole e aperte come quella della Lituania (ŽŪM 2009 3–4(16): 185).
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Tuttavia, l’essenza del termine comporta il requisito dell’uniformità, anche nella sua espressione formale, ed è proprio tale requisito a poter incentivare l’uso nel testo, in tutti i casi, di una combinazione di parole dalla stessa forma espressiva.
Tutte queste incertezze che emergono nell’uso, la lieve differenza di significato tra le forme aggettivali definite (ĮF) e quelle indefinite (NF) e, al contempo, il requisito dell’uniformità formale del termine possono incentivare la tendenza opposta alla variazione della forma, vale a dire la sua uniformazione. Nell’uso esaminato si riscontrano esempi in cui, nel testo, si sceglie una forma espressiva uniforme non solo per indicare una semplice proprietà, ma anche quando una combinazione di parole denomina chiaramente un concetto, collegandolo a una concezione, a una nozione o a un metodo; si sceglie proprio la forma indefinita (NF), ad esempio: Nei lavori scientifici lo sviluppo sostenibile è inteso e definito in modi molto diversi.<...> In vari paesi si analizzano gli aspetti teorici e pratici dello sviluppo sostenibile (TE 2008 1(2): 37); In sintesi, si può affermare che l’effetto di scala mostra le possibilità di conciliare elementi dell’economia pianificata e centralizzata con quelli dell’economia di mercato in un sistema economico misto, e l’analisi del modello (economico) di sistema economico misto competitivo presentato non solo lo conferma, ma mette anche in luce i presupposti dei vantaggi competitivi delle imprese private (EV 2009 14: 854); In caso di rivalutazione, il fair value deve essere determinato in base a un mercato attivo. Un mercato attivo è un mercato in cui il bene soddisfa le condizioni indicate (EVAP 2013 4(32): 13). La forma indefinita (NF) è più universale: è adatta a circostanze in cui il contesto favorisce maggiormente, o quantomeno consente, di constatare una proprietà. D’altra parte, se in un testo una combinazione di parole denomina un concetto che viene definito, spiegato o classificato, e se la combinazione di aggettivo e sostantivo viene usata per denominare una nozione, una teoria, una concezione o un metodo, ciò è già sufficiente per riconoscerla come termine. Un ulteriore indicatore morfologico non è più necessario. Inoltre, lo status di termine della combinazione di parole è segnalato anche dalla sua frequente ricorrenza nel testo. Nei testi scientifici, quindi, la possibilità di ambiguità è pressoché nulla, tanto più che, come si è visto, spesso la differenza di significato tra ĮF e NF è minima.
3.2. Il fattore dell’origine della parola
Alcuni esempi dell’uso esaminato sembrerebbero indicare che in esso le parole lituane e quelle internazionali sono presentate in modo leggermente diverso, benché tale distinzione non sia tracciata in alcuna pubblicazione normativa. È vero che, in un’occasione, è stato brevemente accennato all’uso irregolare delle forme aggettivali definite (ĮF) con parole di origine straniera (Paulauskienė, Tarvydaitė 1986: 139).
La valutazione diversa di una parola di origine lituana e di una parola di origine non lituana emergerebbe innanzitutto nei casi in cui entrambe si trovano in una combinazione di parole i cui elementi sono collegati da un rapporto sintattico paritario,
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ma per una si usa la forma aggettivale definita (ĮF) e per l’altra quella indefinita (NF), ad esempio: Anche i principi del partenariato pubblico e privato, il loro contenuto e la loro rilevanza vengono valutati in modo non convenzionale nella gestione della cultura orientata ai risultati. Alla fine del XV secolo si rafforzano sensibilmente le relazioni basate su modelli imprenditoriali dei settori pubblico e privato. Tuttavia, nell’analizzare gli aspetti problematici della gestione della cultura, si possono individuare sforzi volti a garantire l’efficacia del partenariato pubblico e privato (VPP) nel settore culturale (VPA 2010 32: 62); Le teorie del vantaggio assoluto e comparato misero in discussione il mercantilismo (ŽŪM 2009: 3–4(16): 185); La liquidità di un’impresa può essere valutata in vari modi, ma gli indicatori più frequentemente utilizzati sono: liquidità corrente, liquidità critica, liquidità assoluta e il capitale circolante netto (MLA 2016 2(8): 193). A maggior ragione, la forma della parola lituana e di quella internazionale differisce quando esse non sono legate da un rapporto sintattico diretto nella frase, ad esempio: I sostenitori di un settore pubblico più ridotto ritengono che una maggiore quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo nuoccia all’economia e al suo sviluppo, poiché lo Stato trasferisce risorse aggiuntive dal settore economico efficiente, al quale appartiene il settore privato, al settore pubblico (EVAP 2015 2(37): 7); Un paese ha un vantaggio comparato se può produrre beni a un costo relativamente inferiore, ossia con costi opportunità inferiori rispetto al proprio partner commerciale, e può commerciare liberamente tali beni (ŽŪM 2009: 3–4(16): 185).
In generale, nelle pubblicazioni scientifiche selezionate come oggetto di questo studio, aggettivi di origine non lituana come absoliutus, –i; efektyvus, –i; maksimalus, –i; minimalus, –i; modernus, –i; nominalus, –i; optimalus, –i; potencialus, –i; privatus, –i; racionalus, –i, realus, –i sono usati più spesso nella forma indefinita (NF), ad esempio: Queste considerazioni sono importanti per calcolare i costi minimi del capitale, ossia per conseguire il valore massimo dell’impresa e, al contempo, una struttura razionale del capitale (EVAP 2011 2(22): 88); Tra tutti i modelli neoclassici, distinti in base ai fattori dei mercati dei capitali perfetti e imperfetti, assumendo mercati dei capitali perfetti, le tesi più degne di nota sono quelle della struttura ottimale del capitale: la teoria del livello ottimale di indebitamento e la determinazione della struttura del capitale secondo il teorema di Modigliani e Miller (1958) (EVAP 2008 4(13): 76); La crisi è la fase del ciclo economico più bassa rispetto al prodotto nazionale potenziale (MLA 2016 2(8): 163); L’economia lituana è stata una delle economie in più rapida crescita al mondo, poiché la crescita reale del PIL ha raggiunto addirittura il 10,3 per cento. (EVAP 2009 1(14): 169); Nei paesi con economie primitive, la maggior parte degli investimenti è costituita da investimenti reali (investimenti in attività materiali), mentre nei sistemi economici moderni prevalgono gli investimenti finanziari (EV 2010 15: 178); Qui si distingue tra: capitale reale – macchinari, edifici, impianti; capitale nominale – monetario (EVAP 2008 4(13): 72).
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In questi casi influiscono in modo particolarmente incisivo anche i fattori che favoriscono la scelta delle forme non definite (NF) degli aggettivi lituani: la somiglianza di tali sintagmi con quelli che designano una proprietà; le circostanze che si presentano spesso nel testo, nelle quali è possibile indicare tanto una proprietà dell’oggetto quanto usare un termine; la ridotta differenza tra forme definite (ĮF) e NF, o la difficoltà di distinguere questo confine semantico; l’incertezza circa i fondamenti e i criteri dell’uso delle ĮF nella terminologia. Tutto ciò era già emerso nel paragrafo 3.1, quando si menzionavano le tendenze d’uso delle parole formalus, -i; neformalus, -i; legalus, -i; nelegalus, -i; materialus, -i; nematerialus, -i; oficialus, -i; neoficialus, -i. Tuttavia, le NF sono usate per tutte queste parole e per altri internazionalismi anche quando esse possono essere considerate soltanto una componente del termine, poiché tali sintagmi denominano teorie, metodi, concezioni, ipotesi e persino termini, ad esempio: Modernios portfelio teorijos Lo sviluppo della teoria moderna del portafoglio è stato fortemente influenzato dai lavori di H. Markowitz, orientati alla ricerca del portafoglio efficiente. H. Markowitz fu il primo a proporre il termine portafoglio efficiente. Un portafoglio efficiente è definito come un portafoglio che presenta il rischio minimo a un determinato rendimento, oppure il rendimento massimo a un determinato livello di rischio (EVAP 2007 1(8): 52); Un’altra teoria dell’approccio strutturale alla concorrenza, l’ipotesi della struttura efficiente, sostiene che la relazione positiva tra redditività e concentrazione del mercato non derivi dal potere di mercato (TE 2008 1(2): 103); La teoria della causalità cumulativa sottolinea l’influenza di ritorno della migrazione sia sulla motivazione individuale, sia sulle strutture sociali ed economiche (VSE 2013 1(3): 110).
Quando si classificano oggetti o fenomeni e se ne denominano le tipologie, anche gli internazionalismi usati come determinanti nei termini, ormai piuttosto consolidati, sono spesso impiegati nelle NF, ad esempio: A ragione, nel valutare l’attività economica delle aziende forestali statali, il VKC applica non il prezzo nominale, bensì il metodo dei flussi di cassa attualizzati (ŽŪM 2016 2(23): 89); La dipendenza del livello dei costi dal volume di produzione determina i limiti orizzontali e verticali della crescita dell’impresa. Il limite orizzontale è inteso in due sensi: come volume prodotto di un singolo prodotto <...> e come varietà di beni all’interno di una singola impresa <...>. Il limite verticale è legato non soltanto alle economie di scala interne all’impresa, ma anche a quelle esterne (TE 2007 2(1): 32); Secondo Ferreiro et al. (2009), le spese pubbliche produttive sono definite come quelle che integrano la produzione del settore privato e generano un’esternalità positiva per le imprese del settore privato, incidendo positivamente sulla produttività marginale del capitale e del lavoro. Anche le spese improduttive creano benessere nel paese, ma spesso il loro effetto ostacola la crescita economica (EVAP 2015 2(37): 11); P. Sanchez e J. E. Ricart (2010) hanno presentato due configurazioni di modelli di business applicabili nei mercati a basso reddito: 1. Modelli di business isolati, basati su una strategia di sfruttamento, finalizzata a
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utilizzare le risorse e le capacità proprie dell’impresa per conseguire efficienza. 2. Modelli di business interattivi, basati su una strategia di esplorazione (ingl. exploration) (TE 2016 1(10): 179).
La scelta delle forme definite (ĮF) per le parole maksimalus, -i; minimalus, -i; optimalus, -i può essere favorita anche da un fattore quale la neutralizzazione menzionata non solo in lavori di ricerca, ma anche in quelli di carattere normativo. In questi ultimi si osserva soltanto la tendenza a non usare le forme definite degli aggettivi lituani al superlativo, senza collegarla direttamente alla terminologia; tuttavia, come si è mostrato, la classificazione dei significati delle ĮF presentata nelle grammatiche contempla la possibilità di un legame indiretto, così come l’incertezza nel rapporto tra la designazione di una proprietà tipologica e il termine. Nell’uso, ciò può essere interpretato come la possibilità di non contrassegnare morfologicamente neppure gli equivalenti non lituani degli aggettivi al superlativo. Nell’uso qui esaminato si trovano anche aggettivi lituani al superlativo, inclusi nella composizione di un termine, privi di tale contrassegno, ad esempio: Il vettore dei parametri β è stimato in base alla massima verosimiglianza (MLA 2016 2(8): 194); Per la stima dei parametri di ciascuna equazione (modello econometrico) è stato utilizzato il metodo dei minimi quadrati (MTS 2010 2(23): 54).
Spesso non si usano nemmeno altre forme aggettivali di origine non lituana, ad es.: Le persone che lavorano con attività individuale con certificati versano contributi VSD e PSD 1,5 volte più elevati (EVAP 2015 2(37): 27); La carenza di sostegno e di incentivi da parte dei dirigenti per attuare cambiamenti innovativinell’organizzazione è considerata la meno importante (EVAP 2013 3(31): 29); L’economia globalee l’apertura internazionale fanno sì che non vi sia alcun paese sviluppato che non abbia dichiarato il rafforzamento della competitività uno dei principali obiettivi della propria politica economica (EVAP 2015 2(37): 39); Da questa definizione si può comprendere chiaramente l’impatto delle attività correnti, dei flussi di cassa, delle attività liquidesull’ammontare delle attività e sul valore dell’impresa (MLA 2016 2(8): 194); Altre due variabili statisticamente significative variabili fittiziesono state destinate a includere nel modello la crisi finanziaria del 2008 (TE 2012 2(6): 183); La struttura razionale del capitalegli studi teorici consentono di nella moderna teoria del finanziamentodistinguere due ambiti elementari di ricerca (EVAP 2008 4(13): 73); A quel punto si osserva già l’inazione dei fattori fondamentali, e diventa importante comprendere le cause delle aspettative e il comportamento dei futuri consumatori (VSE 2012 1(2): 66).
Molti internazionalismi entrano nella terminologia economica attraverso la traduzione di termini dall’inglese, lingua in cui non si usano le ĮF. Ciò indurrebbe anzitutto a collegare alla traduzione diretta, ossia all’influsso dell’inglese, anche la tendenza, che si manifesta nei testi coesi, a non usare le ĮF degli internazionalismi. Tuttavia, è probabile che questo fattore agisca insieme a tutti quelli menzionati finora. Le NF sono inoltre più universali e più brevi. Un fattore particolarmente importante potrebbe essere il fatto che, nei testi scientifici, una parola internazionale è spesso associata a un termine e che proprio essa può svolgere quella funzione che
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nelle opere normative si distingue la forma aggettivale determinata (ĮF), ossia quella che contrassegna un termine. D’altra parte, i termini internazionali hanno per lo più anche un significato lessicale specifico. Se tra la forma indeterminata (NF) e quella determinata (ĮF) vi è una differenza di significato esigua, non si crea alcuna ambiguità. Come mostrano i casi esaminati, si verificano proprio circostanze in cui si può indicare tanto una proprietà semplice quanto una distintiva dell’oggetto, tanto una temporanea quanto una permanente. E se, inoltre, una locuzione contenente un tale elemento dipendente viene ripetuta costantemente e/o il concetto che essa designa viene definito o classificato nel testo, allora l’indicatore morfologico stabilito nelle opere normative — la ĮF — può semplicemente risultare ridondante nei testi scientifici.
3.3. Mancato uso delle forme determinate dei participi
Nell’uso esaminato è evidente la tendenza a non usare le forme aggettivali definite (ĮF), ma anche quelle participiali, soprattutto se derivate da parole internazionali. Si nota che si tende a evitarle quando il participio, in particolare al passato, indica una caratteristica risultante da un’azione passiva, generalizzata come proprietà caratteristica dell’oggetto (flussi di cassa scontati, tasso d’interesse fisso, bilancio consolidato, lavoro qualificato, lavoratore qualificato, forza lavoro qualificata, mercato monopolizzato, obbligazioni coperte, crescita equilibrata, bilancio equilibrato, soggetto interessato, contratto a tempo determinato ecc.), ad es.: del bilancio consolidato la struttura è presentata nella figura 1 (MLA 2014 1(6): 51); nell’Unione europea, la misura di incentivazione più diffusa nella pratica è quella delle tariffe fisse di incentivazione (VPA 2014 2(13): 260); Un altro fattore che determina gli investimenti diretti esteri è la forza lavoro qualificata (MLA 2(8): 215); Il quinto aspetto è il contributo delle parti interessate (VPA 2007 22: 12); Le ricerche dimostrano che persino i lavoratori assunti con contratti di lavoro a tempo determinato hanno maggiori possibilità di essere promossi sul lavoro se lavorano a tempo pieno (VPA 2013 4(12): 546).
Non si usano le ĮF neppure con i participi passivi al presente che denotano caratteristiche associate a un’azione generalizzata, ad esempio: Le ricerche effettuate hanno mostrato che la struttura del capitale delle società quotatedei Paesi baltici differisce da quella delle società dei Paesi sviluppati (EV 2010 15: 177); Il reddito disponibileè uno dei fattori che influiscono maggiormente sul consumo personale (EVAP 2012 3(27): 13).
Quando si esprimono opposizioni di genere evidenti, talvolta non si usano neppure le ĮF dei participi attivi, ad esempio: Gli ordini necessari a garantire l’attività efficiente della società madrehanno reso possibile l’attività di successo delle società controllate che soddisfano le esigenze della società madre, mentre la copertura dei costi fissi da parte della società madre
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con gli ordini ha consentito di offrire servizi a prezzi competitivi agli utenti esterni (VSE 2012 2(2): 75).
ĮF neįgyja ir lietuvišką šaknį turintys dalyviai, nors toks polinkis ir retesnis, pvz.: Mokslininkų teigimu, besimokanti ekonomika – tai tokia ekonomika, kurioje individų, įmonių ir regionų sėkmę atspindi sugebėjimas mokytis (ir pamiršti senus įpročius) (VPA 2014 3(13): 635); Besimokanti organizacija sukuria tokią mokymosi aplinką, kurioje nuolat įgyjamas vis naujas supratimas tiek individų, tiek kolektyviniu lygmeniu (VPA 2014 3(13): 636); Pelno sąvoka suprantama kaip nuosavo kapitalo ir vidinės palūkanų normos sandaugos suma su skolintu kapitalu ir skirtumo tarp vidinės palūkanų normos bei skolinto kapitalo kaštų normos sandauga (EVAP 2008 4(13): 74); Pajamos yra neapmokestinamos, jei per metus jų dydis neviršija metiniam neapmokestinamam minimumui taikyti nustatytos ribos (VPA 2006 15: 48). Tik NF yra įsigalėję terminai besivystanti šalis (ekonomika, rinka) ir išsivysčiusi šalis (ekonomika, rinka), pvz.: Verslo grupių yra tiek išsivysčiusiose, tiek besivystančios ekonomikos šalyse (VSE 2012 2(2): 65); Taip pat nagrinėjama besivystančių ir išsivysčiusių kapitalo rinkų sąveika (VPA 2012 2(11): 142). Dar NF vartojami reikiamybės dalyviai, tik jų šios srities terminijoje nėra daug, pvz.: Pagrindiniai likvidumo kintamieji, turintys įtakos įmonės vertės dydžiui yra: atsargos, pinigai ir jų ekvivalentai, gautinos sumos (trumpalaikis turtas) ir atidėjimai, mokėtinos sumos bei paskolos ir kiti įsipareigojimai (trumpalaikiai įsipareigojimai) (MLA 2016 2(8): 194).
Taigi, visi NF vartojami dalyviai – tiek lietuviški, tiek nelietuviškos kilmės žodžiai – yra gana tipinių reikšmių, t. y. pasako su dabartyje vykstančiu ar praeityje vykusiu veiksmu susijusias nuolatines, apibendrintas, daiktui būdingas ypatybes. Jų ir ĮF reikšmė ypač menkai skiriasi, ir įvardžiuotinis analogas, kaip nustatyta pagal būtinojo termino žymėjimo morfologiniu rodikliu normą, daugiausia tik galėtų rodyti, kad žodžių junginys turi termino statusą. Ko gero, semantinės ribos neryškumas, dėl to kylantys neaiškumai ir galiausiai formos vienodinimas lemia, kad NF vartojama ne tik sakinyje Chaebol – tai šeimos kontroliuojamos, diversifikuotos verslo grupės, kurios mokslinėje literatūroje buvo ir giriamos, ir kritikuojamos (VSE 2012 2(2): 72), kur paprastos ypatybės konstatavimą lemia sintaksinės aplinkybės, bet ir sakinyje Apibendrinant galima pasakyti, kaip ir kitos šeimos kontroliuojamos diversifikuotos verslo grupės, chaebol jungia šeimos nuosavybės ir kontrolės privalumus, ir trūkumus (VSE 2012 2(2): 78), kur jau galėtų būti vartojama išskiriamąją reikšmę ar rūšį nurodanti ĮF. Vienodos formos dėl minėtų priežasčių veikiausiai pasirenkamos sakiniuose Narkotinių medžiagų platinimas veikiant organizuota grupė – tai
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criminalità diffusa, sostenuta da risorse economiche e operative e molto spesso legata a relazioni internazionali e Pertanto, la distribuzione di sostanze stupefacenti agendo come gruppo organizzato può diffondersi al punto da costituire una minaccia diretta alla pace e alla sicurezza fisica di tutta la popolazione o di una sua parte consistente (VPA 2013 1(12): 143–144), sebbene nella prima frase l’espressione gruppo organizzato compaia per la prima volta nel testo e possa quindi rappresentare un caso in cui l’ĮF è esclusa perché si constata una caratteristica, mentre nella frase successiva potrebbe già essere designata una specie di entità nota e si potrebbe dunque usare l’ĮF. Tuttavia, a quanto pare, non sono soltanto queste incertezze a essere determinanti. La forma participiale può indicare una caratteristica tipica dell’entità e spesso la parola ha un significato lessicale specifico; pertanto, l’ĮF come indicatore diventa superflua, tanto più che allunga la parola e la rende scomoda da usare, senza sostanzialmente apportare alcuna differenza di significato. Non solo come indicatore di specie, ma anche come indicatore di termine, nel testo scientifico tale forma diventa spesso disfunzionale, perché, come si è visto, in testi di questo tipo lo status di termine è indicato anche da molti altri elementi, quali il legame dell’espressione con una definizione, la sua frequente ripetizione e il significato specifico. Quando il participio è una parola di origine non lituana, anche questo è un indicatore di termine; probabilmente per tale ragione le ĮF dei participi attivi o passivi di origine non lituana sono utilizzate soprattutto raramente. Possono contribuire in misura considerevole anche le caratteristiche dell’uso esaminato: in esso sono particolarmente diffusi i termini il cui elemento dipendente, o anche quello principale, è una parola di origine non lituana.
Naturalmente, questa tendenza che emerge nell’uso, come le altre tendenze discusse, non costituisce un principio universale. Si riscontrano variazioni a livello intertestuale, testuale e dell’espressione, e pertanto si usa anche l’ĮF, per esempio: Nel primo caso viene analizzata la distribuzione dei redditi percepiti sul mercato <...>, mentre nel secondo si tratta di redditi disponibili, al netto delle imposte e dei trasferimenti sociali (EVAP 2015 1(36): 20); I dirigenti di queste nuove imprese sono stati scelti tra i dell’impresa controllante dirigenti e azionisti (VSE 2012 2(2): 75); L’aspetto più importante dell’ambiente esterno nel contesto dell’organizzazione dell’impresa sociale è rappresentato dai portatori di interesse. I portatori di interesse sono quei segmenti della società che possono anche non essere interessati direttamente dall’organizzazione, ma che possono essere influenzati dalla sua attività (VSE 2013 2(3): 217).
Tuttavia, un certo gruppo di participi si distingue per le proprie tendenze d’uso: i participi di origine lituana con varie sfumature di significato atipiche (strumento, luogo o tempo dell’azione, ecc.) sono usati soltanto nella forma determinata, ad es.: La quota maggiore delle spese pubbliche (circa il 30 per cento) è costituita dalle spese correnti (EVAP 2015 2(37): 9); La Lituania non si distingue dagli altri dell’economia in transizione paesi (VSE 2012 2(2): 82); Le riforme dei sistemi pensionistici negli Stati membri dell’UE devono promuovere il principio della capitalizzazione schemi pensionistici complementari volontari operanti (VPA 2006 17: 67); A tal fine è necessario seguire una strategia di portafoglio valutario che massimizzi il potere d’acquisto
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potere in un determinato momento futuro oppure che consenta di scegliere il massimo potere d’acquisto valore per un determinato periodo (VTP 2006 1(7): 56).
3.4. Funzione distintiva
ĮF vartojimas terminuose gerokai įvairuoja, tačiau tam tikrų terminų vartojamos tik ĮF. Nagrinėjamoje vartosenoje nerasta NF pavartoto būdvardžio žodžių junginyje žmogiškasis kapitalas, nors DLKG ir nurodomas vartosenos polinkis priesagos -iškas, -a vedinių ĮF nežymėti. Iš tekstų aiškėja, kad šiam būdvardžiui tokia išimtis nedaroma, pvz.: Išryškėjo ir kiti naujųjų ir senųjų ES valstybių piliečių požiūrio į žmogiškąjį kapitalą skirtumai (T 2012 3(60): 215); Įvairiais tyrimais įrodyta, kad žmogiškasis kapitalas yra pagrindinis įvairių šalių pajamų ir gerovės svyravimo šaltinis (VSE 2014 1(4): 90). Jokiomis sintaksinėmis aplinkybėmis NF nevartojamas ir sudėtinio termino žmogiškieji ištekliai būdvardis, pvz.: Žmogiškieji ištekliai visada buvo svarbūs valstybių ir tautų raidai (T 2011 1(54): 11); Didžiausiu barjeru inovacijų diegimo ir plėtros procese respondentai laiko finansinių ir žmogiškųjų išteklių trūkumą viešosiose organizacijose (EVAP 2013 3(31): 29).
Altri derivati con i suffissi -iškas, -a, come previsto dall’eccezione relativa alla marcatura della specie mediante l’ĮF, sono spesso usati in NF, per esempio: Apprendimento autodiretto – un sistema di apprendimento in cui molti aspetti del processo di apprendimento sono controllati da chi apprende (VPA 2008 26: 100); Volontariato, inteso come attività svolta gratuitamente a favore della società, è un ambito di interesse in costante crescita (OV 2012 64: 106).
Tik ĮF terminuose vartojamas būdvardis grynas, -a, pvz.: Grynųjų investicijų kitimo rodikliai parodo šalies ekonomikos būseną tam tikrame ekonomikos cikle (MLA 2016 2(8): 167); Atliekant ekonominį projektų vertinimą, jeigu įmanoma, siekiama nustatyti ekonominę vidinę grąžos normą ir grynąją dabartinę vertę (ŽŪM 2013 1(20): 65). O ir būdvardis viešas, -a beveik visada įgyja įvardžiuotinę formą, pvz.: Šiuolaikinis viešasis valdymas yra itin sudėtingas reiškinys, nulemtas globalių pokyčių, suponuojančių viešojo valdymo reformų, viešųjų institucijų modernizavimo būtinumą (EVAP 2013 3(31): 22); Laikydami komunalinių paslaugų ir viešųjų gėrybių teikimo sektorių itin saugiu, finansiniai investuotojai skolino reikalingus verslo grupių plėtrai kapitalo srautus už mažesnę nei priimta rinkoje rizikos premiją (VSE 2012 2(2): 77).
Sebbene l’aggettivo comune, -a sia spesso usato anche in NF, in espressioni quali prodotto interno lordo, prodotto nazionale lordo, offerta aggregata, aggregata
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domanda, costi generali ecc., nei testi esaminati è stata riscontrata soltanto la forma con desinenza pronominale, ad esempio: Il fondamento di questo sistema di conti è – prodotto interno lordo (BVP), che descrive gli indicatori economici annuali reali del paese e mostra il ritmo di crescita dell’economia (EVAP 2009 1(14): 167); A. Okun (1962), dopo aver analizzato i dati relativi alle variazioni del tasso di disoccupazione e del prodotto nazionale lordo (BNP) negli Stati Uniti nel periodo 1953–60, ha stabilito empiricamente l’esistenza di una regolare relazione negativa tra il rapporto percentuale tra il PNL effettivo e quello potenziale e la differenza tra il tasso di disoccupazione effettivo e quello naturale (EV 209 14: 140); Di conseguenza, la maggiore influenza sui costi generali è esercitata dal tasso d’interesse (MLA 2012 3(4): 255). Solo la forma con desinenza pronominale è usata come forma del complemento dipendente dell’espressione paesi terzi, ad esempio: Le restrizioni possono essere applicate alle esportazioni o alle importazioni negli scambi con paesi terzi (T 2011 4(57): 97); A ciò ha contribuito in parte il cambiamento del regime commerciale con paesi terzi, in seguito all’adesione della Lituania all’UE (ŽŪM 2009 3–4 (16): 187).
In un articolo sono usati soltanto aggettivi pronominali come modificatori dei sintagmi economia intelligente e città intelligente, per esempio: Nella letteratura scientifica e applicata più recente, nonché nei documenti strategici, si incontra sempre più spesso il concetto di economia intelligente (in inglese smart economy), utilizzato in contesti diversi: nella creazione di una città intelligente, nello sviluppo dell’economia, nella pianificazione strategica e nella valorizzazione (promozione) delle peculiarità delle città. L’economia intelligenteè una delle componenti della città intelligente, perciò è naturale che nella letteratura scientifica e applicata l’attenzione sia rivolta soprattutto al concetto di città intelligente (VPA 2014 3(13): 270). Gli aggettivi che fungono da modificatori in altri termini impiegati nell’articolo, il cui elemento principale è anch’esso economia, non assumono la forma pronominale, neppure quando tali termini vengono definiti o spiegati, per esempio: Nella letteratura scientifica, l’economia in reteè generalmente associata alla diffusione di Internet e al suo utilizzo nei processi economici e nella vita quotidiana; L’economia innovativasi fonda su collegamenti diretti e di ritorno tra scienza, produzione e formazione del personale (VPA 2014 3(13): 473).
Come mostrano gli esempi, le corrispondenti forme aggettivali non pronominali di tutti i termini usati soltanto nella forma pronominale avrebbero un significato del tutto diverso o sarebbero addirittura semanticamente prive di senso. Pertanto, la coerenza che emerge da un uso altrimenti oscillante mostra che, contrariamente a quanto stabilisce la norma codificata, in tale uso la forma aggettivale pronominale tende ad assumere la funzione di distinguere un termine non da ogni suo analogo non pronominale, bensì soltanto da quelli che presentano un’evidente differenza di significato. Questa tendenza sarebbe comprensibile, poiché in un testo scientifico lo status di termine è indicato anche da molti altri indicatori già esaminati. D’altra parte, nel paragrafo 2.2 si è menzionato che uno degli argomenti addotti a sostegno della norma
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è l’intento di evitare ambiguità; sotto questo profilo, dunque, non si contravviene alla norma, ma la si interpreta in modo particolare.
Skiriamąją funkciją būtų galima aiškinti ir gana nuoseklių lietuviškos raiškos neveikiamosios rūšies dalyvių, turinčių veiksmo priemonės, būdo, laiko ar kitų reikšmės atspalvių, ĮF vartojimą, pvz.: Skirstomasis teisingumas (plg. skirstomas teisingumas) buvo pirmasis teisingumo komponentas, į kurį tyrėjai atkreipė dėmesį (OV 2012 64: 42); Todėl socialinį – ekonominį mokesčių vaidmenį atlieka žemiau apibūdintos svarbiausios funkcijos: reguliavimo ir perskirstomoji (plg. perskirstoma) (MLA 2015 2(7): 247); Maisto produktų ir gėrimų gamybos pramonė yra viena didžiausių apdirbamosios pramonės (plg. apdirbama pramonė) šakų Lietuvoje (ŽŪM 2009 1–2(16): 77); Fiksuotas tarifas ir ilgas skatinamasis laikotarpis (plg. skatinamas laikotarpis) sumažina finansinę riziką (VPA 2014 2(13): 261); Investicinių fondų valdymo įmonių metinėse ataskaitose skelbiami du rodikliai, kurie susieti su lyginamaisiais indeksais (plg. lyginamas indeksas) (MLA 2011 4(3): 6); Kaip ir ankstesniais laikotarpiais, santykinai prasčiausi buvo vartojamųjų paskolų portfelio kokybės rodikliai (VSE 2012 2(2): 86). Šiais atvejais dalyvių NF žodžių junginiams suteiktų ryškų objektinės reikšmės atspalvį ir moksliniame tekste tokie junginiai būtų semantiškai neprasmingi. Tipinės reikšmės dalyvių ĮF tokios svarbios skiriamosios funkcijos neatlieka, todėl ji daugiau ir įvairuoja, o neretai kaip bendra pasirenkama NF. Akivaizdžios skiriamosios reikšmės neturi ir lietuviškų, juolab nelietuviškos kilmės būdvardžių ĮF. Tai, be viso komplekso kitų veiksnių, matyt, irgi lemia laisvesnį jos vartojimą ir dažną keitimą paprastąja forma. Iš tų būdvardžių grupės vartojimo polinkiais išsiskiria bendras, –a; grynas, –a ir viešas, –a, tačiau tai irgi paaiškintų skiriamoji funkcija: ekonomikos srities tekstuose dažnai vartojami ir tiesiogiai sumas įvardijantys žodžių junginiai, tokie kaip bendra suma, bendras rodiklis, bendras pelnas, bendra vertė ar pan., pvz.: Mažas pinigų sumas yra brangu ir sunku investuoti, tačiau bendra pinigų suma, žmonių sudedama į fondą, susidaro pakankamai didelė (VSE 2011 1(1): 116); Svarbu įvertinti ne tik tai, kokia yra atskirų veiksnių būklė, bet ir kiek jie svarbūs bendram konkurencingumui bei kokį poveikį atskiram veiksniui turi finansiniai ištekliai (VSE 2013 2(3): 268). Taigi, ta pati forma, parinkta tiek sumą įvardijančiam žodžių junginiui, tiek terminui, keltų dviprasmybės pavojų. Dviprasmybė šioje srityje dažnai galėtų susidaryti ir ĮF nepavartojus būdvardžių viešas, –a ir grynas, –a.
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4. USO DECONTESTUALIZZATO
Sarebbe difficile verificare quanto l’uso in esame sia influenzato dai dizionari terminologici, tanto più che la scelta è ampia, non solo tra questi, ma anche tra le varie banche dati terminologiche. Tuttavia, tenuto conto delle specificità del settore economico, si potrebbe ipotizzare che l’interazione sia reciproca. Poiché in Lituania la scienza economica ha subito una trasformazione solo in tempi relativamente recenti, gran parte della terminologia ha dovuto essere creata ex novo e, come si evince dai dizionari pubblicati in quel periodo, il fabbisogno terminologico è stato soddisfatto soprattutto dai dizionari terminologici tradotti dall’inglese. In mancanza di terminologia, si è dovuto fare riferimento ai dizionari tradotti. D’altra parte, da questi emerge una certa evoluzione dei termini, il che consente di ipotizzare che, a sua volta, anche l’uso corregga la terminologia riportata nei dizionari, tanto più che in essa il ricambio dei termini è considerevole. Nelle attuali condizioni di gestione terminologica, l’uso è influenzato anche da varie banche dati terminologiche. Una fonte terminologica particolarmente importante è costituita dagli atti legislativi dell’Unione europea e della Repubblica di Lituania. Di seguito si esamina dunque quali tendenze si delineano in fonti di questo tipo.
4.1. Rapporto tra forme aggettivali definite e indefinite nei dizionari di termini economici
Per valutare il rispetto della norma stabilita, sono stati selezionati cinque dizionari di termini economici: il Dizionario dei termini economici di Christopher Pass, Bryan Lowes e Leslie Davies, pubblicato nel 1994 (di seguito ETŽ₁); l’edizione riveduta e ampliata dello stesso dizionario, uscita nel 1997 (di seguito ETŽ₂); il dizionario didattico Termini e concetti economici, pubblicato nel 1999 dall’Università pedagogica di Vilnius (di seguito ETS); il Dizionario dei termini economici di Rūta Vainienė, del 2005 (di seguito EŽ); e il Dizionario esplicativo inglese-lituano di economia di David W. Pearce, pubblicato nel 2006 (di seguito AŽ). Tutti sono stati tradotti, redatti o recensiti da specialisti in economia, ma la preparazione linguistica non è stata uniforme: alcuni sono stati curati da un redattore linguistico (ETŽ₁, EŽ), in altri non è indicato il nome del redattore linguistico (ETŽ₂, ETS), mentre in AŽ non solo è riportato il nome della redattrice, ma tra i traduttori, i redattori e i consulenti del dizionario è indicata anche la sezione di terminologia dell’Istituto di lingua lituana. Nessun dizionario, tuttavia, è stato approvato dalla Commissione statale per la lingua lituana e, pertanto, rappresenta non tanto la norma quanto l’uso.
Tra i cinque dizionari pubblicati negli ultimi vent’anni, il principio dell’indicazione obbligatoria della forma aggettivale definita per il termine è stato applicato soltanto in uno, l’EEŽ₁, nel quale si trovano 8 termini binominali senza forma aggettivale definita
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(paese in via di sviluppo, regione in via di sviluppo, denaro caro, paese sviluppato, paese sottosviluppato, prestatore di ultima istanza, prodotto scadente, persona parsimoniosa) e 8 termini polirematici: economia dei paesi in via di sviluppo, quantità d’ordine più economica, industria nascente, negozio di articoli scontati, curva dei costi ottimale, banconote con valore dichiarato, approccio equo e imparziale, clausola della nazione più favorita.
Gli altri 264 termini definiti nel dizionario, che possono avere la forma aggettivale definita, l’hanno acquisita5. È comprensibile che tale indicazione sia stata attribuita sia agli aggettivi (economia aperta, profitto lordo, integrazione futura, doppia imposizione, mercato nero, denaro caldo, libero mercato, economia mista, prestito a basso costo, valuta forte), sia ai participi (reddito imponibile, debiti da saldare, reddito crescente, obbligazioni convertibili, mercato invisibile, azioni gratuite, valuta scoperta, capitale di prestito), sia a un termine contenente un numerale (primo arrivato, primo servito).
Non sono state fatte eccezioni per i termini internazionali (vantaggio assoluto, società controllante, rendita consolidata, prezzo nominale, teoria economica positiva, società privata, azione privilegiata, negozio specializzato, moltiplicatore del bilancio in pareggio, prestito a termine), sebbene i termini con componenti dipendenti di questo tipo non siano numerosi nel dizionario (42 dei 264 che hanno acquisito la forma aggettivale definita).
L’indicazione terminologica è stata attribuita sia agli aggettivi al superlativo assoluto (livello più basso, impatto economico minimo, tasso d’interesse minimo sul prestito), sia ai derivati con il suffisso -iškas, -a (determinazione dei prezzi grossolana, distribuzione condizionale, equilibrio di piena occupazione).
La forma aggettivale definita contraddistingue sia termini trinominali (operazione di mercato aperto, conti in partita doppia, zona di libero scambio, tasso naturale di disoccupazione, impatto economico negativo), sia termini composti da quattro o più parole (legge del profitto marginale decrescente, mercato delle nuove emissioni di titoli, titoli a tasso d’interesse fisso, quota di capitale azionario versato, disoccupazione temporanea dovuta al passaggio a un altro lavoro).
5 Un termine, mercato che produce molti beni, appartiene invece ai casi che nei consigli linguistici sono considerati inammissibili.
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Tendenze diverse nell’uso delle forme pronominali emergono anche nella seconda edizione di questo dizionario – ETŽ2. In questa raccolta terminologica, il 24,8 per cento dei termini definiti che potrebbero avere tale forma non presenta forme pronominali, ossia 64 termini (194 l’hanno acquisita, cfr. Tabella 1)6.
Le eccezioni riguardano sia gli aggettivi sia i participi, ma non seguono uno schema regolare, cfr.: politica flessibile dei monopoli, ma sistema di cambio flessibile; nuovo ramo industriale, ma paese di nuova industrializzazione; investimenti negativi, risparmi negativi, ma imposta negativa sul reddito; beneficio aggiuntivo, ma imposta aggiuntiva sulle importazioni; riserve occulte, disoccupazione occulta, imposte occulte, ma riduzione occulta dei prezzi, aumento occulto dei prezzi; redditi permanenti, ma ipotesi del reddito permanente; settore privato, ma spesa privata, prodotti privati; breve periodo, ma costi medi di breve periodo, ecc.
Sembra che si cerchi di non contrassegnare con forme pronominali gli aggettivi al superlativo (clausola della nazione più favorita, migliori stimatori lineari non distorti); tuttavia, in altri termini tali aggettivi sono presentati in forma pronominale (dimensione di produzione di massima efficienza, livello più basso).
TABELLA 1. Rapporto tra forme pronominali e non pronominali nei dizionari terminologici
Rapporto tra forme pronominali e non pronominali nei dizionari terminologici | ETŽ₁ | ETŽ₂ | ETS | EŽ | AŽ Determinante aggettivale pronominale: | 264 | 194 | 67 | 149 | 385 aggettivo | 140 | 119 | 48 | 99 | 220 participio | 123 | 75 | 18 | 46 | 160 parola internazionale | 42 | 43 | 19 | 42 | 87 Determinante aggettivale non pronominale: | 16 | 64 | 49 | 66 | 114 aggettivo | 8 | 31 | 35 | 37 | 65 participio | 8 | 34 | 13 | 29 | 49 parola internazionale | 0 | 16 | 20 | 39 | 12
L’uso della forma non pronominale dell’aggettivo non può essere spiegato dalla sua posizione (sistema di cambio flessibile, tasso di cambio opaco, indicatore di liquidità urgente), poiché esistono termini analoghi in cui il determinante aggettivale, nella stessa posizione, assume la forma pronominale (area di libero scambio, bilancio di produzione flessibile, sistema a cambio fisso scorrevole). Sedici parole internazionali non sono contrassegnate con forme pronominali.
6 I dati dei dizionari comprendono soltanto i termini corredati di definizione. Non sono conteggiati i termini corretti o collegati a quelli principali mediante altri tipi di rinvio.
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(flussi finanziari attualizzati, ipotesi dei mercati efficienti, sistema a cambio fisso, variabile fittizia, istituto di deposito autorizzato, società quotata, ecc.), ma questa eccezione non è regolare, poiché parole internazionali inserite in altri termini acquisiscono la forma pronominale, per esempio: valore assoluto, domanda effettiva, integrazione orizzontale, debito consolidato, attività materiali, salario minimo.
Anche l’uso della forma pronominale del participio è vario, per esempio: società quotata, ma società quotata in borsa; titolo rimborsabile, ma titolo non rimborsabile; titolo a scadenza indeterminata, ma obbligazione perpetua (consol); redditi disponibili, ma redditi da lavoro, ecc. Dunque, in ETŽ2 non emergono eccezioni di carattere sistematico, salvo il fatto che le eccezioni riguardano singoli termini. Potrebbero essere dovute a una scarsa revisione linguistica del dizionario, ma è anche possibile che il dizionario rispecchi semplicemente maggiormente le tendenze d’uso dell’epoca; in altre parole, i singoli termini in cui si sono diffuse le forme non pronominali sono stati inclusi nel dizionario in tale forma. In effetti, molti termini nuovi rispetto a ETŽ2 non hanno acquisito la forma pronominale, per esempio: indicatori anticipatori, capitale versato, sistema a cambio fisso, mercato dei titoli non quotati, combinazione ottimale dei fattori, fissazione dei prezzi limite, riserve occulte, redditi occulti.
Tačiau ETS (1999) irgi įtraukti 49 terminai, neturintys ĮF, ir jie sudaro 42,2 procento visų šiame žodyne pateikiamų ĮF galinčių įgyti terminų. ĮF neįgijo 29 lietuviški žodžiai, įskaitant tris terminus, kuriuose šios formos neįgijo vienas iš dviejų ją galėjusių įgyti žodžių (grąžintina išperkamoji nuoma, nevisiškasis matomasis darbuotojų užimtumas ir nevisiškas paslėptasis darbuotojų užimtumas), pvz.: bendra įmonė, dvigubas apmokestinimas, ilgas laikotarpis, nedirbantys asmenys, neteisėta veikla, pakankama konkurencija, papildoma mokesčių našta, užimti gyventojai. Iš tarptautinių žodžių ĮF nėra įgiję 20, pvz.: disponuojamos pajamos, elastinga paklausa, likvidus turtas, natūrali oligopolija, optimalus vartojimas; aktyvi darbo paieška, efektyvus gyventojų užimtumas, minimalus gyvenimo lygis, natūralus nedarbo lygis, racionalus gyventojų užimtumas.
Tuttavia, l’eccezione adottata nel dizionario non è coerente, poiché anche parole internazionali sono presentate in forma pronominale, per esempio: costi opportunità, economia centralizzata, integrazione orizzontale, azione privilegiata; attività materiali a lungo termine, categorie del lavoro illegale, mercato del lavoro informale, domanda potenziale di lavoro, tasso d’interesse reale. Si riscontrano anche casi di evidente incoerenza, per esempio: povertà assoluta, ma vantaggio assoluto; economia aperta, ma operazioni di mercato aperto; costi opportunità, ma salario alternativo; joint venture, ma
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mercato comune; impresa commerciale individuale, ma impresa individuale (personale); prezzo minimo, regola dei costi minimi, ma regola dell’imposta minima.
EŽ (2005) pateikiami 66 ĮF neigi̇ję terminai, šią formą yra įgiję 149, taigi, morfologiniu rodikliu nežymima 30,7 procento juo galimų žymėti terminų. ĮF nepažymėti 29 terminų sudėtiniai dėmenys dalyviai, pvz.: asocijuota įmonė, dolerizuota ekonomika, išskaidytas žinojimas, monopolizuota rinka, nepadengti pinigai, nelistinguojami vertybiniai popieriai, neribota atsakomybė, riboti ištekliai, subalansuota rinka, susiję asmenys, valdomas valiutos kurso svyravimas. Išskyrus termino gautinos sumos priklausomąjį dėmenį, kuris yra reikiamybės dalyvis, visi kiti ĮF neiġiję dalyviai yra esamojo arba būtojo kartinio laiko dalyviai, pasakantys su dabartyje vykstančiu ar praeityje vykusiu veiksmu susijusias apibendrintas ypatybes. Kai kurie iš tų terminų yra perkeltinės reikšmės žodžių junginiai, pvz.: lengvi pinigai, nematoma ranka, nemokami pietūs, melžiamos karvės, užburtas ratas.
In questo dizionario vi sono 46 termini in cui il participio ha acquisito la forma aggettivale definita (ĮF); pertanto, in totale, la forma aggettivale definita non è stata usata nel 40,9 per cento dei termini riportati nel dizionario di economia (EŽ) che includono un participio. Come mostrano gli esempi seguenti, la forma aggettivale definita è acquisita anche da parole piuttosto lunghe; di conseguenza, il criterio di economia non dovrebbe essere il fattore principale che determina la mancata marcatura del participio con la forma aggettivale definita, per esempio: sussidio compensativo, titolo convertibile, quota qualificata del capitale sociale, redditi esenti da imposta, azioni privilegiate con dividendo cumulativo, deposito vincolato. Esaminando il rapporto tra le parole internazionali che hanno acquisito e quelle che non hanno acquisito la forma aggettivale definita, le prime sono 42 e le seconde 39.
Pertanto, come nei due dizionari precedenti esaminati, le eccezioni non sono stabilite in base all’origine della parola o alla categoria grammaticale, bensì per singoli termini. Altrimenti non si potrebbe spiegare perché nei sintagmi prezzo assoluto, vantaggio assoluto, tipo ideale sia stata attribuita la forma aggettivale definita, mentre nel sintagma del fattore fondamentale il costituente dipendente è usato nella forma aggettivale indefinita (NF); né si potrebbe spiegare perché capitale versato abbia acquisito la forma aggettivale definita, mentre capitale donato non l’abbia acquisita. Si confrontino inoltre sussidio compensativo, obbligazione convertibile e società quotata; prestito sindacato e rendicontazione consolidata; persino società di investimento controllante e soggetto controllante; zona economica libera e libero ingresso nel mercato; imposta negativa sul reddito ed esternalità negativa; elenco ufficiale e offerta ufficiale; proprietà pubblica e collocamento pubblico.
Il più recente dizionario di terminologia economica, AŽ, si distingue perché tra i suoi curatori figura anche la Sezione di terminologia dell’Istituto di lingua lituana. Probabilmente per questo nel dizionario la forma aggettivale definita è usata con maggiore coerenza. La maggior parte dei termini menzionati in precedenza, che nei dizionari si tende a usare nella forma aggettivale indefinita o che vi sono presentati in tale
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forma, nell’AŽ è presentata con la forma aggettivale definita, per esempio: ipotesi del reddito assoluto, economia aperta, mercato comune, reddito disponibile, variabile fittizia, equità orizzontale, azioni privilegiate cumulative, libero scambio, libero mercato, attività liquide, attività materiali, settore informale, valore nominale, produzione potenziale, bene privato, aspettative razionali, bilancio in pareggio, mercato perfetto, sviluppo sostenibile.
Anche in questo dizionario il principio di indicare necessariamente i termini con la forma aggettivale definita non è applicato come regola universale. Per esempio, 114 termini spiegati nel dizionario non hanno acquisito la forma aggettivale definita7. Sono leggermente più numerosi i termini in cui l’aggettivo non ha acquisito la forma aggettivale definita (65), per esempio: doppia sostituzione, industria giovane, posti di lavoro vacanti, nuove assunzioni, occupazione incompleta, settore avanzato, valuta debole, capitale elastico, allineamento preciso, valuta forte. Vi sono inoltre 49 termini in cui il participio non ha acquisito la forma aggettivale definita, per esempio: funzione concava, rapporto fisso tra capitale e lavoro, paesi sviluppati, istituti di deposito autorizzati, utilità marginale decrescente, mercato dei regolamenti differiti, riserve per spese impreviste, proprietario terriero assente, bene non commerciabile, ipotesi del lavoratore scoraggiato, capitale iniziale desiderato, prestazioni supplementari, quota valutaria trattenuta, azione affidabile, prezzo di offerta, fondi presi a prestito, crescita impoverente, azioni coordinate, prodotti idonei.
In questo dizionario si fanno eccezioni piuttosto regolari; per esempio, nei termini si usano nella forma aggettivale indefinita (NF) le parole minimalus, -i; optimalus, -i: leggi sul salario minimo, tasso minimo d’interesse sui prestiti, obiettivo minimo di occupazione, dimensione ottimale dello stabilimento, dazio ottimale, capacità ottimale. Nei termini con la forma aggettivale definita non acquisisce tale forma l’aggettivo vienodas, -a, per esempio: retribuzione uniforme, teoria del sacrificio uguale, utilità uniforme, curva dei costi uguali. Si tende a non usare nella forma aggettivale definita gli aggettivi con il suffisso -iškas, -a, per esempio: restrizione volontaria delle esportazioni, disoccupazione volontaria, compatibilità completa. Una tendenza analoga caratterizza i derivati con il suffisso -ingas, -a inclusi nei termini dell’AŽ, per esempio: leggi sul commercio equo, Commissione per il commercio equo, tasso di rendimento equo, salario equo, prezzo equo. Tuttavia, veiksmingas, -a è usato con la forma aggettivale definita (ipotesi dei mercati efficienti, teoria del salario efficiente); sono inclusi anche i termini popolazione occupata, regola dell’approvazione unanime.
7 Come per il conteggio dei dati relativi agli altri dizionari terminologici, i termini che sono soltanto menzionati e non spiegati non vengono conteggiati.
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Sembra esserci una tendenza a non usare le forme determinate nei sintagmi figurati, come denaro caro, denaro «caldo», denaro facile, denaro a buon mercato, valuta debole, capitale elastico, ma si usano la mano invisibile, l’inflazione strisciante, l’emissione «fluente».
In alcuni termini, la forma determinata è usata soltanto per uno degli aggettivi coordinati, ad es.: tasso di cambio fluttuante libero, tasso di cambio fluttuante regolamentato. In altri termini, invece, la forma determinata è usata per entrambi gli aggettivi, ad es.: variabili dipendenti limitate, prodotto materiale netto, obbligazioni di risparmio a premi, imposta sul patrimonio immobiliare ereditato. Anche altre eccezioni mostrano che tali forme sembrano essere applicate a singoli sintagmi, ad es.: economia aperta, ma risorse ad accesso aperto; credito massimo possibile, tariffazione basata sulla domanda massima, ma massima verosimiglianza, domanda massima di lavoro; minimi quadrati, metodo dei minimi quadrati in due fasi; funzione acquisita (acquisizione), ma curva di offerta di lavoro acquisita; obbligazioni consolidate, ma fondo consolidato; inflazione attesa, ma rendimento netto atteso; economia di mercato mista, ma società a capitale misto.
Pertanto, dai dizionari dei termini economici emerge che il principio di indicare obbligatoriamente la forma determinata dei termini non è applicato universalmente, fatta eccezione per ETŽ. Ciononostante, alcuni termini nei quali la forma determinata svolge un’evidente funzione distintiva sono riportati nei dizionari terminologici come aventi tale forma, se presenti nel dizionario, ad es.: prodotto interno lordo e prodotto nazionale lordo, profitto lordo, reddito lordo; denaro contante, prodotto interno netto e prodotto nazionale netto, profitto netto, valore attuale netto e valore netto; potere d’acquisto; beni di consumo e prestito al consumo; lavori pubblici; capitale umano. Tuttavia, difficilmente si può spiegare tale tendenza con l’influenza dell’uso, o viceversa, poiché, per esempio, negli articoli scientifici si tende a non usare la forma determinata di certi aggettivi (economia aperta, variabile fittizia, libero scambio, valore nominale, mercato perfetto, economia chiusa), benché questi sintagmi siano di norma inclusi nei dizionari terminologici con la forma determinata. Inoltre, nei testi continui esaminati le eccezioni riguardanti i participi e i termini internazionali ricorrono più spesso di quanto suggerirebbero tali dizionari, soprattutto per i participi con radice internazionale. Si potrebbe considerare una concordanza tra dizionari terminologici e uso la mancata indicazione della forma determinata per gli aggettivi di grado superlativo e i loro equivalenti non lituani; tuttavia, come mostrano gli esempi presentati, anche nei dizionari si riscontrano irregolarità. Alcuni dizionari mostrano una maggiore tendenza a non indicare la forma determinata per certi participi; altri riportano numerosi termini internazionali che non sono contrassegnati con tale indicatore. In generale, però, sia nei dizionari sia nei testi continui, questa regolarità non costituisce una norma universale.
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L’analisi dei dizionari terminologici indicherebbe ancor più chiaramente che l’uso delle forme determinate nei termini è assai variegato, ma nel complesso si sta affermando il principio di applicare eccezioni a singoli termini.
4.2. Forme determinate nei termini degli atti normativi
Gli atti normativi costituiscono un ambito peculiare di uso dei termini. In essi, dapprima i termini (concetti) vengono definiti e successivamente si usa esclusivamente quella forma. Pertanto, non è possibile usare forme diverse di un termine all’interno dello stesso testo. Forme diverse dello stesso termine possono comparire al massimo in atti normativi differenti, benché, a giudicare dalla descrizione della finalità della Banca dei termini della Repubblica di Lituania8 e dall’obiettivo dichiarato della banca terminologica interistituzionale dell’Unione europea IATE (ingl. Inter-Active Terminology for Europe)9, si cerchi di uniformare la terminologia. Poiché la forma formale del termine non cambia con la sua realizzazione nel testo, resta da esaminare i glossari contenuti negli atti normativi e osservare quale sia in essi il rapporto tra forme determinate e indeterminate. A tal fine sono state selezionate 20 leggi della Repubblica di Lituania che disciplinano il settore economico (compresa la finanza) e 20 direttive e regolamenti del Consiglio e/o del Parlamento europeo10.
Dei 192 termini definiti nelle leggi della Repubblica di Lituania esaminate, almeno uno dei cui componenti potrebbe assumere la forma determinata, 91 non la assumono11. In 34 dei termini non contrassegnati in questo modo, il componente dipendente è un participio di significato tipico, ad es.: persone associate, fondo pensione professionale a prestazioni definite, intermediario che agisce in nome proprio, sistema centralizzato di diffusione delle informazioni regolamentate, impresa partecipante, posizione dominante, imposta fissa sugli utili, soggetto finanziatore, impresa controllata, lavoratore distaccato, persona che esercita il controllo, negoziazioni non pubbliche, impresa madre, impresa vigilata, mercato regolamentato, persone collegate, impresa collegata, mercato collegato.
I componenti di 53 termini sono aggettivi, ad es.: soggetto analogo, assistente stretto, gara aperta, importo totale pagato dal consumatore di credito, banca fittizia, stretti legami, attività individuale, autorità competente, periodo minimo di partecipazione, persone di onorabilità impeccabile, partecipanti al mercato non professionali, offerta pubblica volontaria, impresa autonoma, società d’investimento di tipo chiuso, offerta pubblica di titoli.
8 La Banca dei termini della Repubblica di Lituania è disponibile online: http://www.vlkk.lt/terminu-bankas.
9 IATE è disponibile online: http://iate.europa.eu/switchLang.do?success=mainPage&lang=lt.
10 Tutti i documenti sono elencati nell’elenco delle fonti.
11 In tre termini un componente assume la forma determinata, mentre l’altro no: società holding che svolge attività mista, impresa holding di assicurazione per attività miste, servizi pubblici essenziali.
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Tale uso rivela ancor più chiaramente che, nella scelta della forma del modificatore, non ci si attiene a criteri definiti. Alcuni casi sembrerebbero indicare che non si riesca a decidere quale forma usare oppure che gli atti normativi non siano coordinati tra loro, ad es.: persona che esercita il controllo, impresa controllata, ma entità controllata, entità controllata soggetta a imposizione, società d’investimento controllante, società finanziaria di partecipazione (holding), società finanziaria di partecipazione (holding) mista; impresa madre, altrove – impresa madre, impresa figlia. In un caso si ha mercato regolamentato, ma anche partecipazione regolamentata di terzi. Nei corpora sono presenti forme participiali che entrano nella composizione di termini piuttosto lunghi (ad es.: persone collegate al depositario della società d’investimento controllante, organismo d’investimento collettivo destinato agli investitori informati, partecipazione regolamentata di terzi); ciò confermerebbe inoltre che il criterio dell’economia linguistica non è, quantomeno, il principale incentivo a non usare le forme aggettivali determinate. Queste forme si trovano sempre nei participi passivi con sfumature di significato più specifiche, ad es.: evento assicurato, commissione consultiva per la definizione della politica dei mercati finanziari, importo di riscatto, linea di interconnessione, bene mobile, indice di riferimento. Con i termini di origine straniera si usano sia forme aggettivali determinate sia forme non determinate, ad es.: tasso d’interesse fisso sul credito al consumo, strumento d’integrazione orizzontale, attività liquide, investitore non istituzionale, ma imposta fissa sugli utili, banca fittizia, attività individuale, autorità competente, partecipanti al mercato non professionali.
I glossari dei termini (concetti) contenuti negli atti normativi dell’Unione europea rivelano già la prevalenza delle forme non determinate: in 20 documenti sono stati individuati 80 termini con forme aggettivali determinate, mentre 105 termini non presentano tale marca. Le forme determinate sono meno frequenti con gli aggettivi che con i participi, soprattutto passivi, ad es.: base consolidata, deposito non rimborsabile, attività criminosa, sistema di negoziazione organizzato, obbligazione garantita, autorità nazionale designata per la vigilanza macroprudenziale, autorità pubblica designata, valori mobiliari trasferibili, ente sottoposto a risoluzione, impresa assicurativa dipendente, borsa riconosciuta, interfaccia adattata, soggetto vigilato, mercato regolamentato, obbligazioni garantite di emissione elevata, deposito strutturato. Vi sono anche participi attivi che non assumono la forma determinata, ad es.: Stato membro partecipante che coopera strettamente, parte collegata, imprese collegate, strumenti collegati, gruppo di clienti collegati. In altri termini, tuttavia, sia i participi attivi sia quelli passivi assumono la forma determinata, ad es.: depositi assicurati, impresa associata, aliquota fiscale differita, cedole fisse, cedola a tasso variabile, operazioni di rettifica, autorità nazionale designata, società finanziaria di partecipazione madre, valori mobiliari trasferibili, Stato membro ospitante, impresa madre dell’Unione, intermediario creditizio collegato, raccolta di depositi a termine. Una simile varietà si riscontra anche
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nell’uso delle forme aggettivali determinate, ad es.: procedura di gara accelerata, differenze temporanee, attività immateriali, supporto durevole, titolare effettivo, ma banca fittizia, stretti legami, autorità competente, ente temporaneo, mercato liquido, forma immateriale, sistema di registrazione immateriale, interfaccia interoperabile, identificativo unico. Sono numerosi i termini in cui l’aggettivo comune, -e non assume la forma determinata, ad es.: conto comune, procedure comuni, meccanismo di vigilanza comune, strumenti di capitale primario di classe 1 comuni, tasso annuo effettivo del costo totale del credito comune. Neppure l’aggettivo importante, -i assume la forma determinata, ad es.: gruppo vigilato importante, soggetto vigilato importante, soggetto vigilato importante in uno Stato partecipante non appartenente alla zona euro.
Riassumendo le tendenze nell’uso delle forme determinate che emergono dagli atti normativi, occorre constatare che esse vengono sempre più sostituite dalle forme non determinate, ma l’uso di entrambe non è regolare. Sebbene si possano individuare alcune tendenze, si va sempre più verso decisioni caso per caso sull’opportunità di marcare il termine con la forma determinata.
5. RAPPORTO TRA USO E NORMA
Il rapporto tra l’uso e la norma codificata che prescrive l’obbligatoria marcatura del termine con la forma aggettivale determinata, quale emerge dagli articoli scientifici di economia, dai dizionari terminologici e dagli atti normativi, può essere definito come una mancata corrispondenza: si tenta di marcare determinati termini con questo indicatore morfologico, ma tale marcatura non è universale.
L’analisi della norma codificata rivela tuttavia che neppure essa è unitaria. Da un lato, viene prescritta la marcatura obbligatoria del termine mediante un indicatore morfologico; dall’altro, nel formulare questo principio si fa riferimento alla funzione di marcatura della specie, che non prevede una marcatura non esclusiva di questo tipo. La marcatura della specie è un’unità della classificazione dei significati delle forme aggettivali determinate presentata in opere descrittive e normative, al secondo o al terzo livello di articolazione: una sottospecie del significato definitorio o distintivo, oppure uno dei modi di esprimere la determinazione. L’uso delle forme aggettivali determinate con valore definitorio (espressione della determinazione), come emerge dalle grammatiche e dagli studi di carattere empirico, non è regolare in lituano. Non solo gli studi empirici, ma anche le opere normative indicano vari casi ed eccezioni di neutralizzazione dell’opposizione tra determinazione e indeterminazione, motivandoli con fattori oggettivi quali le caratteristiche specifiche della formazione degli aggettivi determinati, la scarsa differenza di significato tra le forme determinate e quelle non determinate, l’influenza del contesto e altro. Se la marcatura della specie è una sottospecie del significato definitorio o un modo di esprimere la determinazione, tali eccezioni dovrebbero riguardare anche essa. Inoltre, sia gli studi empirici sia le opere normative indicano esplicitamente un’eccezione relativa alla marcatura della specie
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e la spiegano con lo stesso fattore che neutralizza l’opposizione tra determinazione e indeterminazione. Non viene indicato il rapporto tra la marcatura della specie e il termine, né quello tra l’uso delle forme aggettivali determinate con valore di specie e il loro uso nella terminologia; la distinzione non è definita, creando così le condizioni per interpretare l’uso nel senso che tale distinzione non esista. Alcune opere normative sembrano addirittura non operare tale distinzione.
Il formarsi di questa duplicità della norma comporta variazioni anche nell’uso. L’uso esaminato — negli articoli scientifici di economia, nei dizionari terminologici e negli atti normativi — rivela un grado di variazione particolarmente elevato. Si tenta di marcare i termini con il marcatore obbligatorio prescritto dalla norma codificata, ma alcune tendenze d’uso indicano che vengono applicate maggiormente le eccezioni all’opposizione tra determinazione e indeterminazione, o in generale all’uso delle forme aggettivali determinate, previste nelle opere normative.
In primo luogo, dall’uso nei testi continui emerge la tendenza a non marcare con la forma determinata i termini il cui modificatore è un aggettivo o un participio di origine straniera. Molte parole di origine straniera hanno un significato lessicale specifico, e la specificità del significato lessicale è indicata nella letteratura empirica e normativa come uno dei fattori e dei casi in cui non si marca la determinazione con la forma aggettivale determinata. Nella terminologia economica si formano e si usano moltissimi termini con parole di origine straniera; inoltre, il solo fatto che il modificatore sia espresso da una parola di origine non lituana può costituire un indizio della terminologicità in un testo scientifico. Pertanto, un ulteriore indicatore del termine — la forma aggettivale determinata — diventa superfluo. In testi di questo tipo, il termine è segnalato anche da altri indicatori: la presentazione di una definizione, una spiegazione, l’uso del sintagma per denominare una concezione, una teoria, un concetto, un metodo o un modello, la classificazione dell’oggetto o del fenomeno che esso designa, la frequente ripetizione del sintagma nel testo. La funzione della forma aggettivale determinata quale indicatore del termine si indebolisce in particolare in testi come gli atti normativi, nei quali il termine o il concetto è definito e, per la natura stessa del testo, non è possibile alcuna variazione né semantica né formale.
In secondo luogo, l’uso esaminato rivela che spesso la differenza di significato tra la forma semplice e quella determinata è minima, soprattutto tra i participi attivi e passivi al presente e al passato remoto con significati tipici e i loro corrispondenti determinati. Anche da soli, tali participi descrivono gli oggetti in modo sufficiente e li distinguono dagli altri; pertanto, anche in questo caso, la forma determinata diventa sostanzialmente ridondante. Essa si limita ad allungare il participio. Quando intervengono altri indicatori che rivelano lo status terminologico — il significato specifico, la frequente ripetizione del sintagma nel testo, le circostanze contestuali che ne rivelano il legame diretto con un concetto o una concezione, le definizioni o le spiegazioni fornite — diventa inutile marcare il participio anche con la forma determinata. Come rivelano i testi scientifici, una scarsa differenza di significato distingue anche tra
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sia gli aggettivi di origine lituana sia quelli di origine non lituana e i loro corrispondenti con forma pronominale. Pertanto, nella maggior parte dei casi non si crea l’ambiguità tra una combinazione di parole che designa una semplice proprietà e una combinazione di parole o un termine che indica una specie, ambiguità il cui rischio è considerato uno dei presupposti per l’uso delle forme pronominali nella terminologia. Anzi, il confine semantico è così sfumato che nell’uso risulta conveniente adottare una combinazione di parole uniforme, in una sola forma, capace di ricomprendere le diverse sfumature di significato.
L’analisi dell’uso in testi coesi e fuori contesto rivela non soltanto i fattori costituiti dal significato lessicale specifico della parola e dalla scarsa differenza di significato, previsti come spinte alla neutralizzazione dell’opposizione tra determinato e indeterminato, ma anche ulteriori possibili eccezioni all’uso delle forme pronominali. Sebbene in modo irregolare, anche in questo ambito si tende a non usare le forme pronominali quando il modificatore di un termine è un aggettivo al grado superlativo, un derivato con il suffisso –iškas, –a, oppure quando la combinazione di parole ha un significato figurato.
In sostanza, si rispecchia dunque non una norma che impone l’obbligo di marcare il termine, bensì la norma generale sull’uso delle forme pronominali, che ne prevede un impiego relativamente facoltativo. D’altro canto, l’uso mostra anche che si cerca in qualche modo di conciliare i due orientamenti normativi, dando luogo a una peculiare interpretazione della norma codificata: poiché nei testi coesi sono previsti vari altri indicatori del termine, alle forme pronominali viene assegnata la funzione di contrassegnare non tutte le combinazioni di parole, ma solo quelle che presentano una differenza di significato evidente rispetto all’analogo privo di forma pronominale. Ciò, tuttavia, produce una notevole variabilità, in forte contrasto con il principio di sistematicità rilevante per la terminologia. In particolare, dall’uso fuori contesto – nei dizionari terminologici e nei glossari contenuti negli atti giuridici – emerge chiaramente che l’uso, contrariamente all’obiettivo perseguito dalla norma stabilita, diventa eccezionalmente asistematico: le eccezioni si applicano quasi a ogni singola combinazione di parole.
Nel contempo, l’uso delle forme pronominali nei dizionari terminologici e negli atti giuridici rivela un’evoluzione che mostra come esse entrino sempre più in concorrenza con NF e come persino queste ultime stiano prevalendo. Tendenze simili corrisponderebbero a quelle dell’uso delle forme pronominali con altri significati, riconosciute sia nelle pubblicazioni normative sia, più in generale, nelle tendenze d’uso di tali forme: nella lingua comune le forme pronominali sostituiscono sempre più NF e, in generale, tendono a scomparire, sebbene l’orientamento normativo indichi che proprio nella terminologia si ravvisa la prospettiva principale per l’opposizione tra forme pronominali e NF, che per il resto mostra sempre più segni di livellamento. La prospettiva di tale orientamento è sostanzialmente smentita dall’insufficiente valutazione e definizione del rapporto tra la designazione della specie e l’uso terminologico. In assenza di tale determinazione, l’uso si limita sostanzialmente a rispecchiare questioni di codificazione irrisolte e le relative contraddizioni.
Tutto ciò rende necessario definire con precisione il criterio di codificazione. Una possibile soluzione consiste nel dare la preferenza al criterio dell’obbligatoria marcatura del termine mediante la forma pronominale, in conformità al requisito di sistematicità adottato nella terminologia; l’altra
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consiste nel basare la norma sulle regolarità della designazione della specie e sulle eccezioni che se ne prevedono. Dall’analisi dell’uso condotta si potrebbe dedurre che l’applicazione del primo criterio accrescerebbe probabilmente la sistematicità dell’uso terminologico; tuttavia, nel prendere decisioni di codificazione, sarebbe probabilmente opportuno valutare adeguatamente anche la possibile influenza della tipologia testuale: nei testi scientifici o amministrativi, la funzione delle forme pronominali come indicatori del termine potrebbe essere meno rilevante che negli stili più liberi, poiché in tali testi lo status terminologico è indicato anche da altri elementi. D’altro canto, scegliendo il criterio della designazione della specie, si dovrebbe al contempo riconoscere il perdurare dell’irregolarità nell’uso delle forme pronominali, le tendenze generali del loro uso e i fattori rilevanti che le determinano, e, di conseguenza, anche il loro indebolimento funzionale nella terminologia. È probabile che tale tendenza persista anche lasciando l’uso completamente libero di evolversi.
Naturalmente, le conclusioni qui formulate sulle tendenze d’uso e sulla possibile evoluzione futura dell’uso delle forme pronominali nella terminologia sarebbero notevolmente arricchite da studi sull’uso in vari altri stili funzionali, e non soltanto nel settore economico. Restano inoltre numerose fonti d’uso del settore economico da esaminare, sia nello stile scientifico sia in quello amministrativo: per esempio, opere monografiche di teoria e prassi economica, manuali universitari, varie rassegne, relazioni, traduzioni da altre lingue, innanzitutto dall’inglese, che non possiede forme pronominali, ecc.
CONCLUSIONI
1. L’uso non è conforme alle norme proposte nelle pubblicazioni linguistiche, che stabiliscono le forme pronominali come indicatore obbligatorio del termine.
2. Le tendenze d’uso rivelano un’insufficiente chiarezza della codificazione, ma ne mettono maggiormente in luce i problemi fondamentali.
3. Si pone il problema del criterio: si mostra cioè che, pur affermando l’obbligatorietà della marcatura del termine mediante le forme pronominali, in sostanza ci si basa sul criterio della designazione della specie, che prevede un uso assai più facoltativo.
4. La facoltatività del criterio è determinata dalla classificazione dei significati delle forme pronominali.
5. Le incertezze della codificazione sono determinate anche dalla mancata definizione del rapporto tra la designazione della specie e il termine.
6. Lo studio dell’uso mostra che esso si basa non sulla funzione delle forme pronominali stabilita per la terminologia, bensì sulle eccezioni al loro uso previste per il significato definitorio e i suoi sottogruppi.
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7. Le eccezioni nella terminologia vengono interpretate in modo peculiare: spesso l’indicatore di un termine è una parola internazionale o una forma participiale.
8. Un fattore importante nella neutralizzazione dell’opposizione tra ĮF e NF nella terminologia è il contesto: in un testo scientifico coerente, un sintagma può essere riconosciuto come termine anche senza un indicatore morfologico.
9. L’uso che cerca di conciliare il criterio è piuttosto asistematico: le eccezioni vengono applicate, in esso, separatamente a ciascun sintagma.
10. Tale situazione pone la codificazione di fronte a una scelta: formulare più chiaramente il principio della marcatura generalizzata dei termini mediante ĮF e perseguire coerenza e sistematicità nella terminologia, oppure privilegiare il criterio dell’espressione della proprietà distintiva e così determinare, in sostanza, il progressivo indebolimento della funzione di ĮF come marcatore del termine. Seguendo questa direzione, l’uso probabilmente procederebbe anche se si decidesse di lasciarlo evolvere spontaneamente.
ŠALTINIAI
Mokslo žurnalai
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MLA – Mokslas – Lietuvos ateitis / Science – future of Lithuania. Prieiga internete: http://www.mla.vgtu.lt/index.php/mla/index.
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VPA – Viešoji politika ir administravimas / Public policy and administration. Prieiga internete: https://www.mruni.eu/lt/mokslo_darbai/vpa/apie_leidini.
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Terminų žodynai
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ETŽ₁ – Pass Ch., Lowes B., Davies L. 1994: Ekonomikos terminų žodynas. Red. A. Pupkis, ekonomikos terminijos red. konsultantas St. Vaitkevičius, Vilnius: Baltijos biznis.
ETŽ₂ – Pass Ch., Lowes B., Davies L. 1997: Ekonomikos terminų žodynas. Antrasis papildytas ir pataisytas leidimas. Redagavo ir tikslino A. V. Rutkauskas, St. Vaitkevičius, Vilnius: Baltijos biznis.
ETS 1999 – Ekonomikos terminai ir sąvokos. Mokomasis žodynas. Sud.: J. Bagdanavičius, P. Stankevičius, L. Lukoševičius. Vilnius: Vilniaus pedagoginis universitetas.
EŽ 2005: Vainienė R. Ekonomikos terminų žodynas, Vilnius: Tyto alba.
Lietuvos Respublikos teisės aktai
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Elektros energetikos įstatymas (2000 07 20, Nr. VIII-1881). – Valstybės žinios, 2000 08 04, Nr. 66-1984.
Finansinių priemonių rinkų įstatymas (2007 01 18, Nr. X-1024). – Valstybės žinios, 2007 02 08, Nr. 17-627.
Finansų įstaigų įstatymas (2002 09 10, Nr. IX-1068). – Valstybės žinios 2002 09 18, Nr. 91-3891.
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Indėlių ir įsipareigojimų investuotojams draudimo įstatymas (2002 06 20, Nr. IX-975). – Valstybės žinios, 2002, Nr. 65-2635.
Informuotiesiems vartotojams skirtų kolektyvinio investavimo subjektų įstatymas (2013 06 18, Nr. XII-376). – Valstybės žinios, 2013 06 28, Nr. 68-3410.
Įmonių, priklausančių finansų konglomeratui, papildomos priežiūros įstatymas (2004 07 15, Nr. IX-2387). – Valstybės žinios, 2004 08 03, Nr. 120-4433.
Kolektyvinio investavimo subjektų įstatymas (2003 07 04, Nr. IX-09). – Valstybės žinios, 2003 07 25, Nr.74-3424.
Konkurencijos įstatymas (1999 03 23, Nr. VIII-1099). – Valstybės žinios 1999 04 02, Nr. 30-856.
Kontroliuojančiųjų investicinių bendrovių įstatymas (2003 07 04, Nr. I-1710). – Valstybės žinios, 2003 07 25, Nr. 74-3425.
Pelno mokesčio įstatymas (2001 12 20, Nr. IX-675). – Valstybės žinios, 2001 12 29, Nr. 110-3992.
Pinigų plovimo ir teroristų finansavimo prevencijos įstatymas (1997 06 19, VIII-275).– Valstybės žinios 1997 07 04, Nr. 64-1502.
Pridėtinės vertės mokesčio įstatymas (2002 03 05, IX-751). – Valstybės žinios, 2002 04 05, Nr. 35-1271.
Profesinių pensijų kaupimo įstatymas (2006 07 04, Nr. X-745). – Valstybės žinios, 2006 07 27, Nr. 82-3248.
Smulkiojo ir vidutinio verslo plėtros įstatymas (1998 11 24 d., Nr. VIII-935). – Valstybės žinios, 1998 12 11, Nr. 109-2993.
Vartojimo kredito įstatymas (2010 12 23, Nr. XI-1253). – Valstybės žinios, 2011 01 04, Nr. 1-1.
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Europos Sąjungos teisės aktai
2005 m. spalio 26 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2005/60/EB dėl finansų sistemos apsaugos nuo jos panaudojimo pinigų plovimui ir teroristų finansavimui.
2005 m. lapkričio 16 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2005/68/EB dėl perdraudimo ir iš dalies keičianti Tarybos direktyvas 73/239/EEB, 92/49/EEB ir Direktyvas 98/78/EB bei 2002/83/EB.
2007 m. lapkričio 13 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2007/64/EB dėl mokėjimo paslaugų vidaus rinkoje, iš dalies keičianti direktyvas 97/7/EB, 2002/65/EB, 2005/60/EB ir 2006/48/EB ir panaikinanti Direktyvą 97/5/EB.
2009 m. lapkričio 25 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2009/138/EB dėl draudimo ir perdraudimo veiklos pradėjimo ir jos vykdymo.
2013 m. birželio 26 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2013/36/ES dėl galimybės verstis kredito įstaigų veikla ir dėl riziką ribojančios kredito įstaigų ir investicinių įmonių priežiūros, kuria iš dalies keičiama Direktyva 2002/87/EB ir panaikinamos direktyvos 2006/48/EB bei 2006/49/EB.
2013 m. birželio 26 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2013/34/ES dėl tam tikrų rūšių įmonių metinių finansinių ataskaitų, konsoliduotųjų finansinių ataskaitų ir susijusių pranešimų, kuria iš dalies keičiama Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2006/43/EB ir panaikinamos Tarybos direktyvos 78/660/EEB ir 83/349/EEB.
2013 m. birželio 26 d. Europos Parlamento ir Tarybos reglamentas (ES) Nr. 575/2013 dėl prudencinių reikalavimų kredito įstaigoms ir investicinėms įmonėms ir kuriuo iš dalies keičiamas Reglamentas (ES) Nr. 648/2012.
2013 m. spalio 15 d. Tarybos reglamentas (ES) Nr. 1024/2013, kuriuo Europos Centriniam Bankui pavedami specialūs uždaviniai, susiję su rizikos ribojimu pagrįstos kredito įstaigų priežiūros politika.
2014 m. vasario 4 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2014/17/ES dėl vartojimo kredito sutarčių dėl gyvenamosios paskirties nekilnojamojo turto, kuria iš dalies keičiamos direktyvos 2008/48/EB ir 2013/36/ES bei Reglamentas (ES) Nr. 1093/2010.
2014 m. balandžio 16 d. Europos Centrinio Banko reglamentas (ES) Nr. 468/2014, kuriuo sukuriama Europos Centrinio Banko, nacionalinių kompetentingų institucijų ir nacionalinių paskirtųjų institucijų bendradarbiavimo Bendrame priežiūros mechanizme struktūra.
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2014 m. balandžio 16 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2014/49/ES dėl indėlių garantijų sistemų.
2014 m. balandžio 16 d. Europos Parlamento ir Tarybos reglamentas (ES) Nr. 596/2014 dėl piktnaudžiavimo rinka (Piktnaudžiavimo rinka reglamentas) ir kuriuo panaikinama Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2003/6/EB ir Komisijos direktyvos 2003/124/EB, 2003/125/EB ir 2004/72/EB.
2014 m. gegužės 15 d. Europos Parlamento ir Tarybos reglamentas (ES) Nr. 600/2014 dėl finansinių priemonių rinkų, kuriuo iš dalies keičiamas Reglamentas (ES) Nr. 648/2012.
2014 m. gegužės 15 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2014/59/ES, kuria nustatoma kredito įstaigų ir investicinių įmonių gaivinimo ir pertvarkymo sistema ir iš dalies keičiamas Tarybos direktyva 82/891/EEB, direktyvos 2001/24/EB, 2002/47/EB, 2004/25/EB, 2005/56/EB, 2007/36/EB, 2011/35/ES, 2012/30/ES bei 2013/36/ES ir Europos Parlamento ir Tarybos reglamentai (ES) Nr. 1093/2010 bei (ES) Nr. 648/2012.
2014 m. gegužės 15 d. Europos Parlamento ir Tarybos direktyva 2014/65/ES dėl finansinių priemonių rinkų, kuria iš dalies keičiamos Direktyva 2002/92/EB ir Direktyva 2011/61/ES.
2014 m. liepos 15 d. Europos Parlamento ir Tarybos reglamentas (ES) Nr. 806/2014 kuriuo nustatomos kredito įstaigų ir tam tikrų investicinių įmonių pertvarkymo, vienodos taisyklės ir vienoda procedūra, kiek tai susiję su bendru pertvarkymo mechanizmu ir Bendru pertvarkymo fondu, ir iš dalies keičiamas Reglamentas (ES) Nr. 1093/2010.
2014 m. liepos 23 d. Europos Parlamento ir Tarybos reglamentas (ES) Nr. 909/2014 dėl atsiskaitymo už vertybinius popierius gerinimo Europos Sąjungoje ir centrinių vertybinių popierių depozitoriumų, kuriuo iš dalies keičiamos direktyvos 98/26/EB ir 2014/65/ES bei Reglamentas (ES) Nr. 236/2012.
2014 m. gruodžio 19 d. Europos Centrinio Banko gairės (ES) 2015/510 dėl Eurosistemos pinigų politikos sistemos įgyvendinimo (ECB/2014/60).
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Gauta 2016 11 11
Priimta 2017 01 20
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