Rytų aukštaičių pietinės tarmės fonetika
Full text
LIETUVIŲ KALBOTYROS KLAUSIMAI, III
LIETUVOS TSR MOKSLŲ AKADEMIJA
FONETICA DEL DIALETTO MERIDIONALE DEGLI ALTAITI ORIENTALI1
K. MORKŪNAS
Trascrizione
Nel presente lavoro si adotta la trascrizione indicata nel programma di raccolta dei materiali dell’Atlante della lingua lituana2. Solo in alcuni casi essa è stata leggermente modificata, o meglio, semplificata (cfr. sotto).
1. Accento, intonazione. La posizione dell’accento è indicata dal segno d’intonazione. L’intonazione delle sillabe non accentate non viene indicata.
Segni d’intonazione: a) intonazione breve — gravis (ˋ), b) intonazione acuta — acuto (ˊ), c) intonazione circonflessa — circonflesso (˜), d) intonazione media — una s minuscola (ˀ) (il segno dell’intonazione media si scrive sulle vocali brevi allungate, nonché sulle vocali lunghe e sui dittonghi ie, uo, la cui intonazione acuta e circonflessa nel dialetto si sono tanto assimilate da non distinguersi affatto), e) intonazione interrotta — una z minuscola (ˁ).
2. Quantità. Poiché nel dialetto tutte le vocali non accentate sono brevi, mentre quelle accentate (tranne quelle con intonazione breve) sono lunghe, la quantità vocalica non viene indicata con un segno apposito: la quantità delle vocali è segnalata dal segno d’intonazione (per le vocali semplici, dai segni d’intonazione media e interrotta), per es.: vìras ~ vyras, vaikų ~ vaikų. Le vocali brevi accentate sono indicate con il segno dell’intonazione breve, che qui segnala anche la brevità della vocale, per es. bùs.
Il segno dell’intonazione acuta dei dittonghi e dei dittonghi misti (sui dittonghi di origine nasale anche il segno dell’intonazione media) indica inoltre la quantità del primo elemento, mentre il segno dell’intonazione circonflessa indica la quantità del secondo elemento; il segno dell’intonazione interrotta indica la semilunghezza del secondo elemento.
In casi particolari, quando necessario, per indicare una vocale lunga si usa un trattino sul segno vocalico (per es.: ī, ū).
3. Palatalizzazione. La palatalizzazione delle consonanti è indicata da un arco sul segno consonantico. In questo modo si indicano sempre le consonanti palatalizzate e semipalatalizzate che precedono vocali posteriori anteriorizzate, che si trovano alla fine della parola e nei gruppi consonantici, per es.: galù ~ gulù, šžė́rt. Poiché le consonanti, quando precedono direttamente una vocale anteriore
1 Questo lavoro costituisce la prima parte abbreviata della monografia che l’autore sta scrivendo sul dialetto meridionale degli altaiti orientali (senza il capitolo «Accento e intonazione»).
2 Cfr. Programma di raccolta dei materiali dell’Atlante della lingua lituana, 2ª ed., 105—118, Accademia delle Scienze della RSS Lituana, Istituto di lingua e letteratura lituana, Vilnius, 1956.
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elle vocali, sempre pronunciate palatalizzate, per semplicità di trascrizione in questo caso non vengono contrassegnate come palatalizzate nel lavoro, tranne nei punti in cui si parla direttamente della palatalizzazione delle consonanti (§§ 14,79).
4. Durezza. La consonante l indurita davanti a e, ė non è indicata con un segno specifico. La durezza di questa l è evidenziata dalle vocali posteriori che compaiono dopo di essa (e davanti a e, ė, nel dialetto l è sempre pronunciata dura). Per la stessa ragione non viene indicata neppure la durezza delle altre consonanti occasionalmente indurite.
5. Aspirazione. La consonante k aspirata in fine di parola non è indicata con un segno specifico, tranne nel punto del capitolo «Consonantismo» in cui se ne parla (§ 83).
6. Anteriorizzazione delle vocali. L’anteriorizzazione delle vocali posteriori dovuta all’influenza di j non viene indicata. La loro anteriorizzazione è segnalata da una j che le precede oppure da consonanti palatalizzate.
7. Altri segni. Il segno di trasposizione delle forme dialettali nella lingua letteraria è la tilde (~). La trasposizione avviene secondo le corrispondenze dei suoni del dialetto e della lk, per esempio grįžtė-la ~ grįžtelė. Se la forma dialettale non differisce per i suoi suoni dalla forma corrispondente della lk, oppure differisce solo per l’intonazione o per il regolare arretramento dell’accento, non viene trasposta nella lk. Per ragioni di spazio, non si trascrive neppure quando la forma dialettale differisce da quella della lk soltanto per α, corrispondente alla a breve della lk (< ã), per esempio káulas.
Se necessario, il significato delle parole dialettali viene ulteriormente spiegato con parole della lk, di solito poste tra virgolette.
Per indicare una forma affine si usano due barre verticali, per esempio: skabinõ-tis ‖ kabinėtis.
Gli aspetti della trascrizione menzionati separatamente vengono ulteriormente spiegati nel lavoro stesso.
Introduzione
1. Estensione della parlata, caratteristiche più tipiche, denominazione, abitanti, fonti
§ 1. L’area della parlata esaminata ricorda una pera non del tutto regolare, la cui punta a nord raggiunge Ukmergė, mentre l’estremità più larga a sud termina nei dintorni di Mišni(nkų e Čiobiškis (si veda la carta — fig. 1). Oltre alle località menzionate, i centri abitati più importanti di quest’area sono: Pašilė, Pabaiskas, Krikštėnai (il nome più antico del villaggio era vilaikiai ~ Vileikiai), Bagaslaviškiai, Gelvonai, Vindeikiai. Secondo l’attuale suddivisione amministrativa, l’area menzionata si incunea con la sua estremità appuntita nella parte meridionale del distretto di Ukmergė, mentre la parte più ampia occupa quasi tutta la porzione occidentale del distretto di Širvintos. Inoltre, a questa parlata appartiene anche l’angolo orientale del distretto di Jonava (Būda, Keižonys e altri villaggi)*.
Al centro dell’area della parlata non vi sono, si può dire, ostacoli naturali di rilievo che avrebbero potuto intralciare seriamente la comunicazione tra le persone. Ai margini, tuttavia, si trovano foreste e fiumi relativamente estesi. Questi confini naturali costituiscono la maggior parte dei limiti della parlata.
§ 2. Le principali caratteristiche fonetiche della parlata, prese soprattutto in considerazione per stabilirne i confini, sono le seguenti:
1. Gli antichi dittonghi misti am, an, em, en > um, u(n), im, i(n), per es.: samtis ~ sąmtis, gálvu (< *galvan) ~ gálva, miñkas ~ meñkas. Dopo l em > un: lúnta ~ lenta.
* Nota. Mentre si stavano ultimando le correzioni dell’articolo per la stampa, è stata soppressa la circoscrizione di Mančiūšėnai nel distretto di Širvintos. Contestualmente sono stati modificati lievemente anche i confini dei distretti di Širvintos, Ukmergė e Jonava; cfr. Lietuvos Tarybų Socialistinės Respublikos Aukščiausiosios Tarybos ir Vyriausybės Žinios, 23, 434 (1959).
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2. Le antiche ā, ē atone (> 1k o, ē) e i dittonghi uo, ie si sono trasformati in a, e: stovėt ~ stovėti, vaiką ~ vaiko; sėdėt ~ sėdėti, darė ~ darė; padėlis ~ puodėlis, penėlis ~ pienėlis.
3. Al posto dell’antica a breve in fine di parola si pronuncia una vocale ridotta (indicata con il segno α): dirba ~ dirba, vaikas.
4. L’accento viene ritratto dalla desinenza breve alla penultima sillaba, costituita da una vocale lunga o da uno dei dittonghi ie, uo, per es.: tvorą, dieną (ma: pirmą, sveiką).
§ 3. L’esito dei dittonghi am, an, em, en indica che la parlata esaminata appartiene agli alto-lituani orientali. Come è noto, l’area delle parlate degli alto-lituani orientali occupa all’incirca un triangolo, i cui vertici sono Kriukai, Musninkai e Zarasai. Poiché la parlata qui descritta occupa l’angolo più meridionale di questo triangolo, tenuto conto della sua posizione geografica è stata denominata parlata meridionale degli alto-lituani orientali3.
Non sono state riscontrate caratteristiche fonetiche specifiche della parlata esaminata che potessero darle un nome soprannominale. In tal caso, la denominazione più adatta sarebbe quella di parlata dei luntininkai meridionali (per il termine si veda § 85).
§ 4. Nella parlata esaminata, che si estende da nord a sud per circa 40 km, si riscontrano anche alcune differenze. Tuttavia, esse si concentrano soprattutto nelle zone di confine, dove spesso si trovano ancora caratteristiche delle parlate vicine. Qualche peculiarità minore si riscontra anche nel linguaggio degli abitanti che vivono più lontano dai confini. Per es., in alcuni luoghi — Lapiškiai, Leščīūnai (circoscrizione di Juknonys), Neveronys, Stavarygala (circoscrizione di Bagaslaviškiai) ecc. — al posto dell’antica a breve in fine di parola si sente spesso (ma non sempre!) una vocale ridotta con una sfumatura di u arrotondata: stālus ~ stālas, vaikūs ~ vaikas (dopo una consonante palatalizzata e dopo j, come in tutta l’area della parlata: svėčis ~ svėčias, vėjis ~ vėjas).
§ 5. Nell’area della parlata vi è un numero considerevole di persone che usano un polacco gergale (dal punto di vista della nazionalità, di norma sono lituani). La maggior parte di coloro che parlano così si trova nei dintorni di Širvintos e Musninkai; se ne incontrano meno anche altrove (presso Pabaiskas, Krikštėnai…). Questa lingua, un tempo diffusa attraverso le tenute e le chiese polonizzate, non ha esercitato un’influenza significativa sulla fonetica o sulla grammatica della parlata esaminata. La sua influenza più evidente si è manifestata soltanto nel lessico della parlata locale.
In qualche villaggio (Sukiniai, circoscrizione di Kūlniškiai, Pakertušė, circoscrizione di Krikštėnai ecc.) si incontrano famiglie russe, trasferitesi nell’area della parlata ancora al tempo del dominio zarista (per lo più alla fine del XVII secolo e all’inizio del XVIII). Sono però poche; è comprensibile che la loro lingua non abbia potuto influire sul carattere generale della parlata.
Dal punto di vista sociale, la maggior parte degli abitanti è costituita da kolchoziani; vi sono molti meno operai e impiegati.
§ 6. Il materiale è stato raccolto soprattutto nei dintorni di Kūlniškiai, paese natale dell’autore (kulniški̇̀ ~ Kūlniškiai), ma in misura considerevole anche in altre località. Si possono menzionare: Graužiečiai, Vaikalės, Mažeikiškiai, Žūkliai (gli anziani dicono per lo più: žūkliji̇̀ ~ Žūklijai), Gailiūnai, Krikštėnai, Kelmai, Mikalajūnai, Neveronys, Mančiūšėnai, Vindeikiai, Pigašiai, Juknōnys, Čiobiškis, ecc. Per stabilire i confini è stato necessario chiarire anche le caratteristiche principali dei dialetti limitrofi. In questa
3 Il dialetto esaminato, che occupa una parte assai ridotta del dialetto degli altauci orientali, sarebbe più appropriato chiamarlo parlata. Nel chiamarlo dialetto, teniamo conto del fatto che: 1) il concetto di dialetto è molto relativo; 2) nella letteratura linguistica lituana, in casi analoghi, si usa per lo più il termine dialetto anziché termini di significato più ristretto (sottodialetto, parlata...).
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A tal fine è stato necessario visitare anche numerose località al di fuori dei confini del dialetto esaminato: Médinos, Kunigiškiai, Ūpninkai, Vėpriai, Labanošiai, Kalvėliai, Dovydiškiai, Jonuškai, Jogvilai, Rimešiai, Limónys, ecc. Si è inoltre utilizzato il materiale raccolto per l’Atlante della lingua lituana (nell’area Rapt e in altri dialetti), conservato presso l’Istituto di lingua e letteratura lituana dell’Accademia delle scienze della RSS Lituana.
Nel raccogliere e sintetizzare il materiale, la massima attenzione è stata dedicata al linguaggio delle persone della generazione più anziana; queste ultime sono state le meno influenzate dalla lingua standard.
2. Confini del dialetto
§ 7. Confine sud-occidentale. Iniziando poco a sud-est di Čiobiškis, questo confine dialettale scende lungo il fiume Neris fino circa al villaggio di Keižionys. Separa il dialetto esaminato dagli altauci centrali. Di conseguenza, sulla riva sinistra del Neris i dittonghi misti am, an, em, en si sono conservati intatti: šamtis, rankà, penkì. Qui è rimasta invariata anche la vecchia a breve finale di parola: nėša, vaĩkas. Si può dire che questi altauci centrali non differiscano dal dialetto esaminato nella pronuncia delle antiche ā, ē atone e dei dittonghi uo, ie (solo che, accanto a padelìs, talvolta si dice anche podėlis ~ puo-dėlis)4.
Gli abitanti dell’area Rapt lungo il Neris chiamano kapūkai i loro vicini che vivono al di là del fiume, per la pronuncia kàp della parola kaip.
§ 8. Confine occidentale. Anche questo confine è costituito in gran parte da elementi naturali. Partendo dal Neris (presso Keižionys), dapprima procede verso nord attraverso i boschi (il più grande è il bosco di Bėrkeliai), raggiunge Širvinta nei pressi di Mančiūšėnai e poi scende lungo questo fiume fino allo Šventoji.
Poiché anche al di là del confine occidentale vivono altauci centrali che conservano intatti i dittonghi misti am, an, em, en5, si può dire che questo confine costituisca il prolungamento di quello sud-occidentale. Tuttavia, alcuni elementi distinguono anche tra loro gli altauci centrali. Al di là del confine occidentale del dialetto, solo in posizione finale di parola le antiche ā, ē atone si sono conservate senza mutamenti di qualità: gálvas ~ gálvos, dirba ~ dirbo, kárves ~ kárvės, máte ~ mátė; all’interno della parola, invece, al posto delle suddette vocali antiche si pronunciano ora u, i: dubilai ~ dobilai, mukinì ~ mokinti, mišūs ~ mėšūs, sidì ~ sėdėti. Qui u, i possono essersi sviluppate nel modo seguente: ā, ē > o, ē > u, i. Il dittongo uo atono della lingua standard qui diventa per lo più u: pudėlis ~ puo dėlis, dunėla ~ duonėlė, rātusi ~ rātuose; soltanto in fine di parola aperta diventa a: rėma ~ rėmuo. Al posto del dittongo ie atono della lingua standard si pronuncia e: žėmos ~ žiemòs, šite ~ šitie. La vecchia a breve finale di parola, al di là del confine occidentale, come nell’area Rapt, diventa a: dĩrba, vaĩkas.
4 Nelle carte dialettologiche redatte in precedenza (cfr.: APh, 4 (1933); LKRŽ, 118), il confine sud-occidentale dei žalininkai è indicato in modo molto inesatto. In realtà, nella radice della parola l’ā baltico non accentato è pronunciato come dai žalininkai persino nelle zone di Žasliai, Palomenė e in altre località degli altopiani centrali, mentre alla fine della parola è conservato ancora più a sud-ovest e a ovest. Cfr. inoltre: J. Senkus, Nauja medžiaga apie lietuvių kalbos tarmes, MADA, 1, 149 (1955); Č. Grenda, Palomenės tarmė, dipl. d. (rankr.), 15, 19, Vilniaus Valstybinio V. Kapsuko v. universiteto IFF Lietuvių kalbos katedra, 1957; B. Švenčionytė, Žaslių tarmė, dipl. d. (rankr.), 17, Vilniaus Valstybinio V. Kapsuko v. universiteto IFF Lietuvių kalbos katedra, 1956.
5 Più vicino al confine (Kunigiškiai, Médinos...) le antiche sequenze finali di parola an, en di questi altauci centrali sono ancora spesso pronunciate come nell’area Rapt: šáku ~ šaką, kàti ~ kątę, miški ~ miškę.
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Le caratteristiche degli altopiani centrali (samtis, šventą, blugai² ~ blogai, dubėlė ~ duobėlė, milinė ~ mėlynė) si possono sentire abbastanza spesso anche alla periferia del dialetto studiato, situata presso il confine occidentale (Sližiai, Samantónys, Gavińonys…).
§ 9. Confine nord-occidentale. Dalla confluenza dello Širvinta con lo Šventoji, il confine segue quest’ultimo fiume verso monte fino a Ukmergė. Questa frontiera dialettale naturale è ulteriormente «rafforzata» da una fascia boschiva che corre lungo quasi tutta la riva sinistra del fiume.
A nord-ovest il dialetto studiato confina con due varietà. Fino quasi al villaggio di Kalveliai si estendono ancora gli altopiani centrali; più avanti iniziano gli altopiani orientali, i puntininkai⁶. I primi, si può dire, non si distinguono dagli altopiani centrali che vivono oltre il confine occidentale del dialetto (§ 8). Solo oltre lo Šventoji la vocale ridotta (qui pronunciata per lo più con una sfumatura di u arrotondata) si sente non soltanto al posto dell’antica a breve finale di parola, ma soprattutto anche al posto dell’antica -ā circonflessa, per esempio: vārnu, šakų, senų. Questa -ā è pronunciata così anche dagli altopiani orientali che vivono sulla riva destra dello Šventoji. Questi ultimi concordano inoltre con gli altopiani centrali nella pronuncia delle antiche ā, ē atone e del dittongo uo (nurė̃t ~ norėti, dėjimas ~ dėjimas; ruñkas ~ rankos, dāvė ~ davė; kulālis ~ kūolėlis). Le altre caratteristiche fonetiche degli altopiani orientali situati oltre il confine nord-occidentale differiscono appena da quelle del dialetto studiato. Tuttavia, ritirano l’accento dalla desinenza breve su tutte le sillabe lunghe: tōli, vė́tu, jaĩnu, rū́nku, pī́rmi (sebbene talvolta si dica ancora: valdžì ~ valdžia, pìrmi).
Tra le differenze morfologiche si può menzionare il fatto che oltre il confine suddetto gli altopiani orientali usano forme di dativo singolare dei sostantivi maschili con -m, per esempio: vaĩkum, paršum, brōlum (|| brōlim) ~ brōlium, piršlum (|| piršlim) ~ piršlium, sūnum, piemenum (|| piemenim) ~ piemeniu. Questo -m è probabilmente sorto qui per analogia con la desinenza pronominale del dativo singolare (cfr.: anām pirmām kārum, šitām senām žmōgum, nonché il lettone tam labam tēvam «a quel buon padre»). Forme di questo tipo (con -m) sono usate lungo la riva dello Šventoji a Kalveliai, Baraučizna, Dovydiškiai e, più a nord-ovest, a Dainava, Jakūtiškiai, Bielazariškiai e altrove.
Gli abitanti delle rive del fiume nel dialetto studiato chiamano talvolta urėkai gli altopiani orientali che vivono al di là dello Šventoji (a quanto si dice, per l’uso della parola aurė).
§ 10. Confine orientale. Da Ukmergė questo confine passa tra i villaggi di Graužiečiai — Jogvilai e Paprėniškiai — Inkliai, lungo il lato orientale di Petrašiūnai e Daugėliškiai, attraverso il bosco di Šašuoliai (gli abitanti di Pabaiskas lo chiamano abitualmente Šašuolių girė), passando per Širvintos in direzione di Kaimynai.
A est, oltre il confine suddetto, si trovano anzitutto i rotininkai, che, come è noto, rendono la a accentata non finale allungata come una o non tesa, debolmente labializzata e con una lieve sfumatura di a (ɔ): rĭtas ~ rātas, sŭka ~ sāko, māna (< * māna < * māna) ~ māno, lības ~ lāibas, kŭlnas ~ kālnas, kŭrve ~ kārvė. Qui si restringe anche la e che si trova nella stessa posizione (> ė): gėras ~ gēras, namėlis ~ namēlis, praštėsnė ~ praštēs-nė, pė́rnii ~ pė́rnai, žėlva ~ Žėlva.
L’isoglossa del rotininkavimas, che parte dallo Šventoji, è rimasta ben marcata per tutto il suo percorso. È soltanto un po’ più difficile stabilire dove termini a sud, poiché là il dialetto locale è pressoché scomparso a causa dell’influenza della lingua polacca (§ 5). Gli ultimi villaggi chiaramente rotininkai
8 Nelle carte dialettologiche esistenti (APh, 4 (1933); LKRŽ, 118), il tracciato del confine tra gli altopiani centrali e quelli orientali, che da circa questo punto (il villaggio di Kalveliai) prosegue attraverso la zona tra Babaiskas e Gelvonai in direzione di Musninkai, è impreciso; cfr. §§ 7,8.
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sono Beivýdžiai, Sudókiai, Limónys. Secondo la testimonianza degli anziani, fino a qualche decennio fa si parlava così anche nei dintorni di Zibalai (Karašliškiai, Matūkai, Drubliónys...). In realtà, nel parlato degli esponenti della generazione più anziana di questa zona (benché anch’esso non sia per lo più il puro dialetto locale antico), ancora oggi si possono spesso sentire caratteristiche dei rotininkai: pùkase ~ pàkase, tinži «laggiù», gėras, didèsnis ~ didesnis, gėri ~ gerti.
Al di là della parte restante del confine orientale (Širvintos — Kaimynai) non sono state rilevate differenze fonetiche rilevanti rispetto al dialetto oggetto di studio. Soltanto, al posto della parola šaknis, il dittongo antico en che seguiva l è per lo più diventato in: lintà ~ lentà, lîngvas ~ lengvas.
§ 11. Confine meridionale. Partendo da Kaimynai, esso corre lungo il lato meridionale di Musninkai fino al Neris, e poi segue il Neris fino al confine sud-occidentale (§ 7). Questo confine coincide con l’isoglossa della dzūkizzazione indicata nelle carte dialettologiche7. Tuttavia, in realtà
Fig. 1. Area e confini del dialetto sudorientale degli altipiani orientali. 1 — confine del dialetto sudorientale degli altipiani orientali, 2 — confine degli altipiani centrali, 3 — confine dei rotininkai, 4 — confine dei dzūkai, 5 — confini dei distretti amministrativi, 6 — confini dei boschi.
7 Cfr.: APh, 4 (1933); LKRŽ, 118.
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Le caratteristiche della dzūkizzazione si riscontrano oggi raramente persino ben a sud di questo confine; per esempio, nei dintorni di Kernavė, Miežionys e Paparčiai si dice per lo più: dienà, tik, gaidžāi, švečāi. Secondo quanto affermano gli anziani del luogo, 50—60 anni fa qui si parlava in modo più dzūkizzato. Inoltre, ancora oggi gli anziani talvolta dicono gaidėi, švetėi invece di gaidžāi, svečiai. Si può dire che le forme di I persona singolare del preterito semplice dei verbi usate regolarmente dagli esponenti della generazione più anziana siano: āudau «ho tessuto», vedāu «ho condotto», matau «ho visto», statāu «ho costruito». Forme simili si riscontrano anche nelle località più vicine dei rapt (Janiūnys, Juknónys…).
A sud del confine l’accento è fisso (salvo in singole parole).
Sistema fonologico
1. Vocali
§ 12. Nel dialetto si trovano le seguenti vocali:
a — come in lk; è breve: šakà e lunga: lãpe ~ lãpė.
æ — spirante (ridotta quantitativamente e qualitativamente) æ; è soltanto breve: auga ~ aūga, stãlas ~ stēlas.
e — come in lk; è breve: vedì, senì e lunga: vėde ~ vėdė.
æ — aperta, ampia (con sfumatura di a) æ è breve: nešù ~ nešu e lunga: nẽša ~ nẽša.
ē — come in lk ė; è soltanto lunga: tēvas, katē.
ę — arretrata; ė; c’è soltanto la forma lunga: volare ~ lėkti, rana ~ varlė.
i — come in lk; è breve: visi e lunga (un po’ meno tesa che in lk y, i): vìras ~ vyras, žìsi ~ žįsti.
u — come la u russa u o la y polacca y; è breve: prapūlobs ~ prapūlęs e lunga: strìkti ~ strykt.
o — leggermente più aperta della o di lk; è soltanto lunga: žmónes ~ žmonės.
u — come in lk; è breve: gulì e lunga (un po’ meno tesa che in lk ū, ų): rūkas ~ rūkās.
Dopo le consonanti palatalizzate, le vocali a, o, u si anteriorizzano, talvolta trasformandosi persino in altre vocali (cfr. §§ 75, 76).
2. Vocali non sillabiche
§ 13. Nel dialetto si trovano le seguenti vocali non sillabiche:
i — intermedia tra i e j: įimtì ~ imti, rõdį ~ rodėi.
ų — intermedia tra u e v: šõkau ~ šokau, turėjų ~ turėjau.
3. Consonanti
§ 14. Nel dialetto si trovano le seguenti consonanti: b, d, g, j, k, l, m, n, p, r, s, š, t, v, z, ž. La loro pronuncia è per lo più uguale a quella del lk⁹, per es.: bãsas, dárbas, gãras, kùrmis,
8 Tuttavia l'apertura di e non è sempre ugualmente marcata. Per questa ragione, e anche per semplicità di trascrizione, la e aperta non viene ulteriormente indicata con un segno distinto, cioè al suo posto si scrive ovunque una semplice e (tranne nel punto del lavoro in cui si parla dell'apertura di e, § 77).
9 Basandosi su ricerche sperimentali, V. Vaitkevičiūtė descrive la pronuncia delle consonanti della lingua letteraria lituana nella sua tesi di dottorato «Lietuvių literatūrinės kalbos priebalsinių fonemų sudėtis», cfr. LKK, 1, 5—66 (1957).
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mãžas, nãgas, pãdas, rãtas, saũsas, šaũkšas, tãkas, vãras, žùras, žãda. La l della parlata è leggermente più dura che nel lk. La consonante n, quando precede le velari k, g, nella parlata, come nel lk, diventa una nasale posteriore, per esempio: iñka ~ tiñka, žiñge ~ žengė (n — nasale posteriore dura; ŋ — nasale posteriore palatalizzata; altrove nel lavoro questa n non è indicata con segni distinti, cioè si scrive sempre n). Raramente, soprattutto nelle parole di origine non lituana, si trovano anche le consonanti f, ch, h, per esempio: fãbrikas, cha-rãkteris, ahã
Davanti alle vocali anteriori e anteriorizzate, le consonanti si pronunciano palatalizzate, per esempio: bė́ržas, dir̃ba, lĩba. La consonante j è sempre palatale, per esempio: jẽ, jōji ~ jōji, jōja. Per maggiori dettagli sulla palatalizzazione delle consonanti, cfr. § 89.
4. Affricate
§ 15. Nella parlata sono presenti le seguenti affricate: c, č, dz, dž. Si pronunciano come nel lk; possono essere dure o palatalizzate, per esempio: cũkras ~ cūkrus, cỹpti ~ čỹpti, čáiža ~ čáižo, če-pšai, ažãki, džiimbinėt, adžabōt ~ atžabōti, džirkšt.
5. Dittonghi
§ 16. I dittonghi sono di due tipi:
1. Dittonghi: ai, au, ai, au, ei, ei, ei, ie, ii, iu, oi, ui, uo, per esempio: laĩbas, maišas, káulas, lãukas, gálvoj ~ gálvai, dirbau ~ dirbau, vė́das, reĩki ~ reĩkia, žẽvi ~ žievėi, žãlė ~ žolėi, siẽna, kãtei ~ kãtei, žinōjū ~ žinōjau, galvōj ~ galvōj, zũkis, dũona.
2. Dittonghi misti: al, am, an, ar, am, an, el, em, en, er, ėl, ėm, ėn, ėr, em, en, il, im, in, ir, ol, om, on, or, ul, um, un, ur, per esempio: šáltas, anám, kitán, várna, pẽžam, rùnkan ~ raĩnkon, délmas, kẽmš, sė́nt, vẽrki, vė́l, katám, gerẽsnėn, nẽr < nẽrą, didelėm ~ didelėm, žãlėn ~ žolėn, pĩlnas, šĩmtas, pĩnti, pĩrmas, kòl „kodėl“, laz̃dōm, galvōn, kūlį, stūmą, šūnčia, pùrvas.
I suoni che costituiscono i singoli elementi dei dittonghi e dei dittonghi misti si pronunciano come gli stessi suoni quando non fanno parte di dittonghi. Soltanto nei dittonghi ie, uo non si percepisce la pronuncia dei singoli elementi. Il primo elemento del dittongo au (di norma discendente) talvolta (ma non sempre!) si pronuncia con una lieve sfumatura di o, per esempio: pãukštė ~ paukštė „paukštis“, saũsas ~ saũsas.
6. Triftonghi
§ 17. Nel dialetto si trovano i seguenti triftonghi: iel, iem, ien, ier, uol, uom, uon, uor, uoj (uọj), per esempio: abĩem, každien ~ kasdien, tuõm, duõnkepė ~ dúonkepė, pùolka ~ pùlka, šlorkas ~ šorkos «šorai», trūoj. I triftonghi sono di formazione recente; alcuni di essi, rari, compaiono solo in parole di origine non lituana.
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Vocalismo
I. Quantità vocalica
§ 18. Nel dialetto si distinguono due quantità vocaliche: vi sono vocali brevi e lunghe (sulla quantità dei singoli elementi dei dittonghi, cfr. § 20). Tuttavia, le vocali lunghe nel dialetto non sono lunghe quanto, per esempio, nel dialetto meridionale dell’altopiano occidentale. In Krapt sono un po’ più brevi.
§ 19. Nel dialetto la quantità vocalica dipende soprattutto dall’accento:
a) Tutte le vocali non accentate nel dialetto sono brevi, per esempio: (vocali pretoniche) grūdai ~ grūdai, grįštela ~ grįžtėlė, kušnėlis ~ kašnėlis, lapinis ~ lopinys, makėti ~ mokėti, šakinėti ~ šokinėti, užaliūkas ~ ažuoliukas, vejelis ~ vėjėlis, vitėla ~ vytėlė, žveris ~ žvėrys «žvėris»; (vocali post-toniche) aki ~ akį, akis ~ akys, galvu ~ galvą, gava ~ gavo, kati ~ katę, mokitu ~ mokytų, runkas ~ rankos, rōgesi ~ rōgėse, žēme ~ žemė.
b) Le vocali accentate nel dialetto sono lunghe, per esempio: bōga, ōbali ~ ōbuolį, narēs ~ norēs, gīdij ~ gydyti, sūlai ~ siūlai, visū ~ visų, žēvē ~ žievē, žveri ~ žvėrį!
Le vocali con accento circonflesso si pronunciano un po’ più brevi di quelle con accento medio. Tuttavia, entrambe sono lunghe.
Le antiche vocali brevi, quando accentate nel dialetto, si allungano e raggiungono la stessa durata delle vocali lunghe per natura, per esempio: kasti ~ kasti, męsti, rīša, tūri.
Per i casi in cui le vocali accentate nel dialetto sono brevi, cfr. §§ 21a, 27a, 35a, 52, 53, 56, 57, 60, 62—65.
§ 20. a) Ogni dittongo, accentato o non accentato, forma una sillaba lunga. I singoli elementi di un dittongo non accentato sono brevi, per esempio: vaikīti ~ vaikytį, laukų, peiliu ~ peilių, puikybē ~ puikybė, kalbā, kartū, delnū ~ delnų, verki, mirkīti ~ mirkyti, stulpēlis, plumpsēl, pūrvīnas ~ purvynas.
b) La quantità dei singoli elementi dei dittonghi accentati dipende dall’accento.
1) Nei dittonghi con accento acuto, il primo elemento si pronuncia lungo e il secondo breve, per esempio: dālinti, kāulas, svēikinti, bāltas, sārka, gēl, bēri.
Le vocali i, u, quando costituiscono il primo elemento di dittonghi accentati con accento acuto, si allungano e, a quanto pare, si pronunciano con la stessa durata di a, e nella medesima posizione (cfr. anche § 19b), per esempio: kilpa, dirba ~ dirba, skinti, stumda ~ stumdo, kūlt.
2) Anche i primi elementi dei dittonghi con accento medio si pronunciano a lungo. I secondi elementi di questi dittonghi si pronunciano brevemente, per esempio: vėl, gerōj < gerojē, šakōn.
3) Nei dittonghi con accento circonflesso è lunga la seconda mora, mentre la prima è breve, per es.: baigk ~ baigti, nāujis ~ nāujas, šveič ~ šveičia, šalnu ~ šalna, daržas, pērka, vilkas, dūmblas.
4) Nei dittonghi pronunciati con accento circonflesso spezzato, la seconda mora è semilunga, mentre la prima è breve, per es.: mažai, matau, sukei, visur, kitam, visam < visamē.
c) Nella parlata non si percepiscono differenze di durata tra le singole more dei dittonghi ie, uo. Probabilmente, a causa della neutralizzazione degli accenti acuto e circonflesso su ie, uo, anche le singole more di questi dittonghi sono pronunciate con la stessa durata, per es.: vienas, šienas, juodas, juokas. Lo stesso vale per la durata della prima e della seconda mora dei trittonghi, poiché nella parlata queste more sono sempre costituite dai dittonghi ie, uo. La terza mora dei trittonghi è pronunciata brevemente, per es.: viengubas, dviem, tuom „tuo“.
13
II. Vocalismo della radice della parola
1. Vocali
a10
§ 21. Nella parlata la vocale a ha origini diverse. La a della parlata, corrispondente alla a della lingua standard (lk), ha la stessa origine di quest’ultima. Questa a può essere breve o lunga.
a) La a di questa origine è sempre breve quando è atona, per es.: akis, katė, maži, sakì ~ sakyti, varì ~ varyti.
La a breve accentata si trova soltanto in:
1. Parole monosillabiche: àš, kàs, tàs, pàc ~ pats, kàt ~ kad, và.
2. Il modo condizionale dei verbi primari e la terza persona del futuro: kàščė ~ kaščia «kaščiau», kàstum, kàstu ~ kàstų, kàstumem ~ kàstumėme, kàstumėt ~ kàstumėte, ràstu ~ ràstų; plàks, supràs, ràš.
3. Onomatopee e verbi da esse derivati con i suffissi -ėti, -elėti, -erėti: bàkši, bràkši, kràpši, stàpši ~ stàbt; bàksi, bàksim, bàksit, bràkši, kràpsi; bàkštelai ~ bàkštelėti, bàkštelaje ~ bàkštelėjo, bàkštelak ~ bàkštelėk, stàptererė ~ stàbterėti.
4. Talvolta il vocativo singolare, per es.: kàti «gattina», màri «Marietta».
b) In tutti gli altri casi la a breve antica è accentata e lunga nella parlata. Corrisponde nella lingua standard a:
1) una a lunga accentata con accento circonflesso, per es.: àšis ~ àšys, dãra ~ dãro, mãžas; àtlapas, pàbiras ~ pàbiros, pràdalgi ~ pràdalgi;
2) una a breve accentata (salvo i casi indicati nella sezione a) di questo paragrafo), per es.: kàst, kàzdava ~ kàsdavo, kàsk, kàzdamas ~ kàsd amas; màna ~ màno, tàva ~ tàvo; àbdeda ~ àpdeda, àtveda, pàkelu ~ pàkeliu, pràdeda.
Nel primo e nel secondo caso, la causa dell’allungamento della vocale a fu, senza dubbio, l’accento. Si ritiene che nel secondo caso la a del lk abbia ricevuto l’accento solo dopo che l’allungamento della a anticamente accentata in posizione mediana nella parola si era già verificato (per questo, nel secondo caso, la a del lk è rimasta breve)¹¹. Nel dialetto può essere accaduto così: o nel secondo caso la a (che nel lk è breve anche quando accentata) ha ricevuto l’accento prima che si verificasse l’allungamento della a anticamente accentata, oppure la a del dialetto si è allungata nel primo e nel secondo caso in momenti diversi. Sul destino dell’antica a breve in fine di parola, cfr. § 53.
§ 22. La a del dialetto, corrispondente alla o atona del lk, può avere due origini:
a) deriva dall’antica ā baltica, abbreviatasi in sillaba atona, per es.: dovanų ~ dovanų, lavīs ~ lovỹs, lapinīs ~ lopinỹs, pàmate ~ pàmotė, starai ~ storai, stàvėi ~ stovėti, žmànų ~ žmonių;
b) è sorta da o in parole di origine straniera, per es., advakàtas ~ advokàtas. In entrambi i casi questa a dialettale è sempre breve e di norma atona. Si presenta accentata soltanto nelle forme del vocativo singolare, per es.: vàverì «scoiattolina», žmànì «donnina», žmànel «donnina».
¹⁰ Nel lavoro si assumono come base i fatti fonetici del dialetto, vale a dire: si osserva anzitutto quali suoni corrispondenti abbia il suono dialettale nella lingua letteraria, e non viceversa. Affinché il lettore possa, quando necessario, trovare più facilmente quale suono del lk corrisponda a un determinato suono del dialetto, alla fine del lavoro sono state aggiunte tavole dei corrispondenti dialettali delle vocali e dei dittonghi del lk (cfr. p. 56). Per le consonanti una tavola del genere non è necessaria: le consonanti del lk nel dialetto esaminato hanno, salvo poche eccezioni, gli stessi corrispondenti.
¹¹ Plg. Būga, LKŽ, 1, XXIII.
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Sulla a in fine di parola, corrispondente alla o del lk, cfr. § 52.
§ 23. La a del dialetto, corrispondente alla uo atona del lk, deriva dal dittongo uo abbreviatosi. Questa a è sempre breve, per es.: aštanũ ~ aštuonių, danėla ~ duonėlė, kadėlis ~ kuodėlis, padėlis ~ puodėlis, šlatėla ~ šluotėlė.
La a accentata di questa origine si trova talvolta soltanto nel vocativo singolare, per es., vãgį «bacina».
Questa a < uo, molto probabilmente, si è evoluta nello stesso momento di e < ie (cfr. § 29).
Sulla a del dialetto corrispondente alla uo del lk in fine di parola, cfr. § 52₄.
§ 24. La a del dialetto, corrispondente alla e del lk, si trova nei seguenti casi:
a) All’inizio di parola. Questa a dialettale è breve (atona) e lunga (accentata), per es.: aglīnas ~ eglýnas, ašerīs ~ ešerỹs, ažiūkas ~ ežiukas; ãšti ~ ésti, ãšeri ~ ešeri, ãžeras ~ ežeras.
Lo stesso vale per i dittonghi e- > a-, per es.: ainù ~ einù, ait̃ ~ eiti, aižėt ~ iėžėti; alvira ~ Elvyrà, arškėtīs ~ erškėtỹs «biancospino», aržinĩ ~ erzinti.
La a- < e- dialettale si trova anche dopo i prefissi, di norma terminanti in vocale, per es.: póažere ~ póežere, paaglīnis ~ paeglinỹs; paaĩti ~ paeiti, praaĩti ~ praeiti, priaĩti ~ prieiti, suažė̃t ~ sueižėti; paãržiñti ~ paerzinti. Si dice tuttavia: išéit ~ išeiti, pėreĩt, apeĩ, ateĩ, užeĩ, neĩ (< neiti), aceĩt (< atsieiti), prisiẽt (< prisieiti); nuveĩt, suveĩt. Gli esempi mostrano che la radice e- rimane invariata se è preceduta da una consonante. Tale consonante o era anticamente la terminazione del prefisso, oppure è sorta per la caduta della vocale del prefisso (o della particella riflessiva; si è verificata un’elisione), oppure è stata inserita (di norma v, cfr. § 99) tra le vocali del prefisso e della radice. Queste consonanti hanno impedito la trasformazione di e- in a-, poiché, una volta entrate nella prima sillaba della radice, e- non si trovava più all’inizio assoluto di tale sillaba; cfr. la sillabazione dialettale degli esempi citati: i-šeĩt, pė-reĩt, a-paĩt, a-teĩt, u-žeĩt, neĩ, a-ceĩt, pri-seĩt, nu-veĩt, su-veĩt. Tuttavia, anche in questo caso e- > a- ricorre in altre parole (in particolare più recenti), per es.: išsaikvōt (accanto a iš-sėikvōt) ~ išsikevoti. Ciò mostra che il verbo eiti menzionato sopra, insieme a determinati prefissi, si era già saldamente integrato nel dialetto prima del passaggio della e > a iniziale di parola.
La e > a iniziale di parola è caratteristica anche di alcuni altri dialetti degli aukštaičiai (orientali, ma anche centrali e occidentali); si trova anche nei monumenti antichi della lingua lituana, cfr. K. Sirvydas: areli «l’aquila» PS I 298₉, Arelo «dell’aquila» PS II 123₂, accanto a essus¹² «essere» PS I 65₇, ežeran PS I 371₁₈, Ežeran PS II 42₁₉, ežeru PS II 52₁₃.
12 Alcune lettere delle scritture antiche sono state sostituite: al posto di ſ, β si scrive s, š; al posto dei diversi segni che indicavano la consonante ž, se ne scrive uno solo — ž.
13 La mancata trasformazione generalizzata della e iniziale di parola in a negli scritti di K. Sirvydas potrebbe essere spiegata in parte dal fatto che in alcuni dialetti degli altiani orientali essa diventa a non in tutti i casi. Per esempio, i parlanti del dialetto di Dusetos trasformano questa e- > in a- soltanto quando non è mai accentata, mentre negli altri casi la pronunciano come lk (cfr. Būga, RR, 2, 20). Tuttavia, negli scritti di Sirvydas si trova che persino all’inizio della stessa parola compare talvolta e e altrove a, cfr.: erszkiečiēs PS I 385₅, erszkiečius PS I 225₁₀₂₈, Erszkiečey PS I 225₈₁₀, erszkiediey PS II 163₁₉ e arškiečiu PS II 166₆. Nei dittonghi iniziali di parola si scrive prevalentemente e, per es.: eykšite PS I 6₂₄, eykite PS I 6₂₃, eylos PS II 42₁₀, eylas PS II 77₅, elgieta PS I 184₄. Nel catechismo anonimo del 1605 all’inizio di parola si trova soltanto e, per es.: ésus KA 11₁₄, Esmi KA 12₂₁, eydami KA 19₂₁. Inoltre, nei monumenti menzionati troviamo anche ergu PS I 32₅, Er «o» PS II 109₁₀, KA 25₉, Ess «io» KA 25₆. Perciò si può ritenere che nella prima metà del XVII secolo, in alcuni dialetti degli altiani orientali, e-
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Rapt e nelle parole di origine straniera entrate recentemente nel dialetto, la suddetta e- > a-, per es. agzama < egzema.
In alcune località di Rapt situate presso il confine occidentale (Sližiai, Samantónys, Gaviñonys…), come anche nelle località degli altiani centrali abitate oltre tale confine (Mėdinos, Kunigiškiai, Ūpninkai…), al posto di e- si pronuncia più spesso ie-, per es.: iešerìs ~ ešerys, iežùkas ~ ežiukas, iežeras.
b) Dopo la consonante l, indurita nel dialetto (cfr. § 84).
§ 25. Sull’origine della a dialettale corrispondente alla e della lk dopo l, cfr. § 28.
§ 26. a di diversa origine. Nel dialetto si trova abbastanza spesso a al posto della e della lk. Questa a può essere sorta per diverse ragioni:
1. Per l’indurimento sporadico della consonante in alcune parole; cfr. § 90.
2. Nei dialetti degli altiani orientali, la e che non riceve mai l’accento, se segue g, k, š, ž, in molte località diventa a¹⁴. In questo modo a potrebbe essere sorta anche nelle parole rapt: mėnasìs «mėnesis», menasìnis «mėnesinis».
e
§ 27. La vocale e nel dialetto ha origini diverse. La e dialettale, corrispondente alla e del lituano standard, è della stessa origine (< dal baltico ė). Questa e può essere breve o lunga.
a) La e è sempre breve quando è atona, per esempio: genìs ~ genỹs, medaũs, nešù, senì, tekė́t.
La e breve accentata si trova soltanto in:
1. Paroline monosillabiche: bè, hè, nè, tè, ma nèt «nėt».
2. Il modo condizionale dei verbi primari e la terza persona del futuro: tèpče ~ tèpčia «spalmerei», tèptum, tèptu ~ tèptu, tèptumem ~ tèptumėme, tèptumet ~ tèptumėte, nèštu ~ nèštu, vèštu ~ vèštu; dègys ~ dègęs, mès, tèps, vès.
3. Ideofoni e verbi derivati da essi con i suffissi -ėti, -elėti, -erėti: kèpši, krèži, šlèpti, trèpti, žnèk; kèpši, kèpšim, kèpšit, trèpsi, trèpsim, trèpsit; kèpštelai ~ kèpštelėti, kèpštelaje ~ kèpštelėjo, kèpšteladava ~ kèpštelėdavo, kèpštelasu ~ kèpštelėsiu, kèpštelatu ~ kèpštelėtu, kèpštelak ~ kèpštelėk; šlèpteret, šlèpteraje ~ šlèpterėjo…
4. Una sillaba breve che ha ricevuto l’accento ritratto, per esempio kèturi, e talvolta il vocativo singolare: sesù «sorellina».
5. Alcune parole di origine non lituana, per esempio: mètras, manė́vorai ~ manė-vrai (cfr. anche § 41b).
b) In tutti gli altri casi, la e breve antica accentata è lunga nel dialetto. Corrisponde nel lituano standard a:
1) una e lunga accentata con intonazione discendente, per esempio: nė́še ~ nėšė, pė́šė ~ pėšė, sė́ne ~ sėnė, žė́me ~ žėmė;
non si era ancora regolarmente trasformato in a-. Inoltre, cfr. K. Eigminas, «Universitas lingvarum Litvaniae», grammatica anonima della lingua lituana del 1737, sulla questione dialettale, MADA, 1 (8), 169 (1960).
La a- di singole parole, presente nei dialetti al posto della e- del lituano standard, può essere stata ereditata anche da tempi molto più antichi (cfr. Otrębski, Gr JL, 1, §§ 293—296).
14 Cfr.: Būga, RR, 2, 21; Būga, LKŽ, 1, CXLVIII.
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2) la breve ė accentata (fatti salvi i casi indicati alla sezione a) di questo paragrafo),
per es.: mėšti, mėzdava ~ mėsdavo, mėsim, mėšit, mėškit, mėzdamas ~ mėsdamas; neneše ~ nenešė, nėgeri ~ nėgeri, nėgeria; mažesnis, maželešnis ~ maželėšnis.
L’allungamento della ę dialettale, derivata dalla ę baltica, avvenne certamente per effetto dell’accento, contemporaneamente all’analogo allungamento della a (cfr. § 21b).
Per la ę dialettale corrispondente alla e non accentata della lingua letteraria alla fine di parola, cfr. § 54.
§ 28. La ę dialettale, corrispondente alla ė non accentata della lingua letteraria, deriva dalla ē baltica, abbreviatasi in sillaba non accentata, per es.: mėšļnas ~ mėšlynas, rekšnis ~ rėkšnys, sedėti ~ sėdėti, tevaĩ ~ tėvai. Questa e è effettivamente breve e di norma non accentata. È accentata solo nelle forme del vocativo singolare, per es., tėvuk «papà caro!»
Dopo la l indurita (§ 84), questa e dialettale diventa > a, per es.: lakimas ~ lėkimas, pla-nė ~ plėnė «membrana».
Per la e di questa origine alla fine di parola, cfr. § 54.
§ 29. La ę dialettale, corrispondente alla ie non accentata della lingua letteraria, deriva dal dittongo ie abbreviato. Questa e è sempre breve, per es.: dienõs ~ dienos, megàlis ~ miegalius, me-žieńis ~ miežėnis, pevėla ~ pievėlė, šenauĩ ~ šienauti, venãi ~ vienai.
Nelle forme del vocativo singolare la e di questa origine talvolta è anche accentata, per es., pėmenūk «pastorello».
La monottongazione della ie non accentata nel dialetto avvenne dopo l’indurimento della consonante l (§§ 84, 85); cfr. la pronuncia delle parole leptėlis ~ lieptėlis, ležūvis ~ liežūvis.
Per la e finale di parola nel dialetto, corrispondente alla ie della lingua letteraria, cfr. § 54.
§ 30. Per la e dialettale derivata dalla a anteriore (< ā, ā, uo) >, cfr. § 75.
§ 31. Per la e dialettale sorta per contrazione o elisione (corrispondente alle e e a presenti in sillabe contigue nella lingua letteraria), cfr. § 78.
ė, ę, o
§ 32. L’origine dei dialettali ė, o, corrispondenti a Ik ė, o, è la stessa di quella di Ik: dal baltico ē, ā. Nel dialetto le vocali ė, o sono sempre pronunciate lunghe e di norma sono accentate:
1) con l’accento antico, per es.: bėras, degėsi̇̀ ~ degėsiai, pėdas, rėkį, sėstį, tėvas; mõ-tina, nórį, ōras, sōdas, stōvį, žinōt;
2) con accento ritratto, per es.: mėsas ~ mėsas, rėčiu ~ rėčiu, rėkšniu ~ rėkšnių; ōžka ~ ožka, plōna, stōra, tvōra.
Dopo la consonante l, indurita nel dialetto (§ 84), ė > e, che è anch’essa veramente lunga e accentata, per es.: (con l’accento antico) palėpe ~ palėpė, pėlėda ~ pelėda, plėšti ~ plėšyti; (con accento ritratto) glėbu ~ glėbiu, glėbis ~ glėbius.
In Rapt la ė antica sembra essersi ristretta già prima dell’indurimento di l (§ 85), perché altrimenti oggi dopo l avremmo non e, ma un’altra vocale (probabilmente o)¹⁵.
Per ė, ę, o in posizione finale di parola, cfr. § 55.
§ 33. Nel dialetto si riscontrano ė, o sorti per contrazione o elisione vocalica. Per queste ė, o, cfr. § 78.
¹⁵ Cfr. le forme della parlata di Svėdasai: lėkt ~ lėkti, klėtis ~ klėtis, palėpe ~ palėpė (accanto a: brōlis ~ brolis, mātėra ~ motera, nāri ~ nori); cfr. V. Valunta, Svėdasų tarmė, dipl. d. (manoscritto), 29, 31, Dipartimento di lingua lituana dell’IFF dell’Università statale V. Kapsukas di Vilnius, 1955.
2. Kalbotyros klausimai, III
17
§ 34. Nel dialetto, il nominativo plurale del pronome personale aš è mės. In questa forma la vocale lunga ė al posto della e breve antica è comparsa probabilmente (come anche in lk) per analogia con jūs16.
i, u, ī, ū
§ 35. Le vocali i, u (brevi) nel dialetto hanno origini diverse.
a) L’origine delle i, u del dialetto, corrispondenti alle i, u di lk, è la stessa che in lk. Queste i, u sono per lo più atone, per esempio: kitų ~ kitų, libáit ~ lipdyti, plìkì, visái; buvaũ, guli ~ gulìu, rudùs, šuvà, turė́ti.
Le i, u brevi accentate si trovano soltanto in:
1. Parole monosillabiche: gi, tik, vis; du, tu.
2. L’infinito dei verbi primari, il tempo passato frequentativo di questi verbi, il modo condizionale, la terza persona del futuro e la seconda persona singolare dell’imperativo, per esempio:
kišti, likti, lipti; ligdavau ~ likdavau, ligdavai ~ likdavai, ligdava ~ likdavo, ligdavam ~ likdavome, ligdavaĩ ~ likdavote; lipčė ~ lipčia «lipčiau», lip tum, liptu ~ liptų, liptumem ~ liptumėme, liptumet ~ liptumėte; liks, lips; lik, lipk; lūpti, mūšti, skūsti; muž̌davau ~ mūšdavau, muž̌davai ~ mūšdavai, muž̌dava ~ mūšdavo, muž̌davam ~ mūšdavome, muž̌davaĩ ~ mūšdavote; miščė ~ mūščia, mištum, mištu ~ mūštų, mištumem ~ mūštumėme, mištumet ~ mūštumėte; lūps, sūks; mišk, skirsk. Cfr. anche § 36b.
3. Le interiezioni che indicano un’azione molto breve e debole e i verbi derivati da esse con i suffissi -ėti, -elėti, -erėti, per esempio:
cikì, blikšti, gripšt ~ gribšt, širìkti; ciksi, širìksi, širìksim, širìksit; širìktelat ~ striktelėti, širìktelaje ~ striktelėjo, širìkteladava ~ striktelėdavo, širìktelas ~ striktelės, širìktelak ~ striktelėk; blikšterėi ~ bliksterėti, blikšterėje ~ bliksterėjo...
brūkšt, čūpt ~ čiūpt, krušt, stukt; stūksi, stūksim, stūksit; brūkštelat ~ brūkš-telėti, brūkštelaje ~ brūkštelėjo, brūkšteladava ~ brūkštelėdavo, brūkštelas ~ brūkštelės, brūkštelak ~ brūkštelėk; čūpterėi ~ čiūpterėti, čūpterėje ~ čiūpte-rėjo...
4. Talvolta il vocativo singolare, per esempio: ignul «Ignuli», pūpì «pupyte».
Per le i, u in fine di parola di questa origine, cfr. §§ 56, 65.
b) Le i, u (brevi) del dialetto, derivate dalle ī, ū baltiche, corrispondono in lk a:
1. Le y, ū atone, per esempio: gyváte ~ gyvátė, gyvulìs ~ gyvulỹs, pavidė́t ~ pavydėti, virāusis ~ vyriausias; krūtine ~ krūtinė, iššrugos ~ išrūgos, pūsle ~ pūslė, rupė́t ~ rūpėti.
Nel dialetto, nel vocativo singolare queste i, u talvolta sono anche accentate, per esempio: virel «vyreli», sūneluk «sūneliuk».
2. Le forme accentate della III persona del futuro i oppure y (< ī), u (< ū), per esempio:
diks (< *digs) ~ digs, gis, lis, pļīs, ris; daris (< *darís) ~ daryš, sakīs ~ sakyš, rašis ~ rašyš, varis ~ varyš;
būs (< *būs), džūs ~ džiūs, grūs ~ griūs, lūs.
Si deve ritenere che nella parlata le forme della III persona del futuro ī, ū si siano abbreviate già prima che l’accento circonflesso di queste forme cambiasse in accento acuto. Quest’ultimo accento…
16 Cfr. Endzelynas, GF, § 305.
18
Le forme menzionate, che avevano avuto l’accento circonflesso, hanno per lo più conservato la quantità lunga di į, ū, per esempio: išžiṙ̇ps ~ ištṙ̇yps, šṅ̇iṗs ~ šṅ̇yps, pūs ~ pūs (sebbene talvolta si dica anche nìks accanto a nìks ~ nỳks17.
Apie žodžio galo i, u < į, ū žr. §§ 57, 58, 65₂.
c) Le i, u della parlata, corrispondenti a į, ū non accentate in Ik, derivano dai dittonghi misti in, un. Scomparsa la n tautosillabica di questi dittonghi (§ 86), rimasero allungati i primi elementi dei dittonghi, cioè le vocali į, ū. Tuttavia, essendo atone, queste į, ū non conservarono la quantità lunga e oggi si pronunciano brevi, per esempio: grįštėla ~ grįžtėlė, pažįstamū ~ pažįstamų, tišoti ~ tišoti; apksuštām ~ apskūstām, pasūstais ~ pasūstais.
Per le i, u finali di parola di questa origine, cfr. §§ 59, 65₃.
d) Le i, u della parlata, corrispondenti a ę, ǫ non accentate in Ik, derivano dai dittonghi misti en, an. Anzitutto nella parlata i dittonghi en, an > in, un18, e da questi ultimi į, u si sono sviluppati nello stesso modo che dagli antichi in, un (cfr. la sezione c) di questo paragrafo). Esempi: grįžimas ~ gręžimas; drusūmas ~ dražūmas, kušnėlis ~ kažnėlis, užalūkas ~ ąžuolūkas.
Nel singolare, queste i, u possono comparire accentate anche nelle forme del vocativo, per esempio žūsinuk «o allevatore di oche».
Per le i, u finali di parola di questa origine, cfr. §§ 61, 65₄.
e) Nella parlata si trovano anche i, u brevi di altra origine.
1. Le parole monosillabiche čia, kai, tai, nei (nė), prie, nuo, soprattutto quando fungono da proclitiche, si sono trasformate in: či, ki, ti, ni, pri, nu.
2. Per la i derivata da vocali posteriori anteriorizzate, cfr. § 76.
3. Nella parlata le parole di Lk greičiau, (ne)rėkėjo, (ne)reikės si pronunciano spesso: gričāu, (ne)rikėję, (ne)rikės.
§ 36. Le ī, ū del dialetto, come anche į, u, hanno origini diverse.
a) Le vocali ī, ū, corrispondenti alle Ik y, ū, derivano dalle baltiche ī, ū. Nel dialetto si trovano soltanto in posizione accentata. L’accento in questo caso è:
1) antico, per esempio: gyvas ~ gyvas, rytas ~ rytas, sakīt ~ sakyti, vīt ~ vyti; dūmai ~ dūmai, grūdas ~ grūdas, lūpas ~ lūpos, rūkas ~ rūkas, ūsai ~ ūsai.
2) retratto, per esempio: skrinė ~ skrynia, skrīnis ~ skrynias, šlīva ~ slyva, slīvas ~ slyvas; krīvas ~ krūvas, sūnas ~ sūnus, sūras ~ sūrius.
b) Nel dialetto vi sono ī, ū derivati dagli antichi i, u brevi. Queste ī, ū dialettali corrispondono agli i, u brevi accentati di Ik (tranne nei casi indicati al § 35a), per esempio: kītas, līka ~ liko, žīna ~ žino, išneše ~ išnešė, prīvežė ~ privežė; būva ~ buvo, mūša, rūdas, tūri, nūvedė ~ nuvedė, sūdave ~ sūdavo.
L’allungamento degli antichi i, u brevi (per la quantità, cfr. § 19b), avvenuto nel dialetto a causa dell’accento, non è molto antico. Lo dimostra anche il fatto che alcune forme che nel dialetto conservano ancora gli antichi i, u brevi accentati (cfr. § 35a) vengono già spesso pronunciate con ī, ū lunghe, per esempio:
līgdava ~ restava, līgdavam ~ restavamo; līktu ~ resterebbe, līktumem ~ resteremmo; štrīkši ~ scatta;
17 Nel dialetto meridionale dell’alta Lituania occidentale (assunto come base per Ik), prima che si verificasse la metatonia, si erano probabilmente abbreviate soltanto le į, ū delle forme di III persona del futuro dei verbi primari, mentre nei verbi secondari la lunghezza delle į si era conservata.
18 Nel trattare la velarizzazione della consonante l (§ 85), viene affrontata anche la questione dell’antichità dei dittonghi am, an, em, en > um, un, im, in. Per questo, nella sezione «Vocalismo», non se ne parla separatamente in nessun punto.
19
mūždavau ~ mūždavau, mūždava ~ mūždavo; mūštum, mūštumei ~ mūštu-metė; sūkėsi, sūkšit.
Ciò significa che, in determinati casi, l’allungamento delle vocali brevi accentate į, u avviene ancora oggi nel dialetto.
c) Le vocali dialettali į, ū, corrispondenti a į, ū accentate della lingua standard, derivano da in, un attraverso lo stesso processo delle vocali dialettali i, u, corrispondenti a i, u non accentate della lingua standard (§ 35c); l’origine delle vocali dialettali ī, ū, corrispondenti a ę, ą accentate della lingua standard, è invece la stessa di quella delle vocali dialettali i, u, corrispondenti a ę, ą non accentate della lingua standard (§ 35d). Tuttavia, queste ī, ū, essendo accentate, non si sono accorciate nel dialetto, cioè hanno conservato la loro lunghezza, per esempio:
grįšti ~ tornire, lįsti ~ toccare, tįsti ~ tendere, žįsti ~ succhiare, skūsti ~ radere, siūsti ~ inviare;
grįšti ~ perforare, skēsti ~ affondare, ąžuolas ~ quercia, kūsti ~ sopportare, grūštas ~ gettato, šūla ~ si scioglie.
§ 37. Nel tema della parola si trova bl (soprattutto nelle forme onomatopeiche) al posto di i, y della lingua standard dopo consonanti sporadicamente palatalizzate; cfr. § 90.
Per bl che ricorre alla fine della parola al posto dell’antico en, che seguiva l, si veda § 85.
2. Dittonghi
Dittonghi
ai (ai)
§ 38. Il dittongo dialettale ai ha origini diverse.
a) Il dittongo dialettale ai, corrispondente al lituano standard ai, ha la stessa origine di quest’ultimo. Nella parlata è atono e tonico, per esempio: daiktù ~ daiktų, laikīt ~ laikyti; daiktas, raitas, kraĩpa ~ kraĩpo.
b) Nella parlata si trova anche il dittongo ai di origine secondaria:
1. Per il dittongo dialettale ai, corrispondente a ei in posizione iniziale di parola nel lituano standard, cfr. § 24a.
2. In luogo del lituano standard ei: 1) dopo l palatalizzata (§ 84), 2) dopo consonanti palatalizzate sporadicamente (§ 90).
3. In alcune parole, in luogo del dittongo ui del lituano standard (§ 42).
4. Sorto per contrazione o elisione vocalica (§ 78).
In luogo del primo elemento del dittongo atono ai, nella parlata talvolta si pronuncia una a soffiata (il secondo elemento è i > į), per esempio: baišáuse ~ baisiausia, gaĩdžiukai ~ gaidžiukai, kaĩlinė ~ kailiniai, vaĩkam ~ vaikám. Tuttavia, questa trasformazione del dittongo ai in ąi non è regolare. Si riscontra più spesso nel parlare dei parlanti dialettali della generazione più anziana, mentre i più giovani pronunciano quasi sempre come nel lituano standard ai atono della radice della parola.
Per ai, ąi in fine di parola, cfr. §§ 66, 67.
au (aų)
§ 39. a) Il dittongo dialettale au, corrispondente al lituano standard au, ha la stessa origine di quest’ultimo. Nella parlata è atono e tonico, per esempio: aus̃ti ~ aus̃ti, augiĩt, klausīt ~ klausyti; auga, kaũlas, laũkas.
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b) Nei nomi propri di origine non lituana, il dittongo dialettale au corrisponde al raro eu all’inizio di parola in lk, per es.: auriopa ∼ Europa, augienije ∼ Eugenija.
Al posto del primo elemento a del dittongo non accentato au, nel dialetto talvolta si sente una a aspirata (il secondo elemento è u > ų), per es.: daugiau ∼ più, daugiause ∼ per lo più, sudaužau ∼ ho fracassato. Tuttavia, questa pronuncia è più tipica (ma non regolare!) soltanto dei parlanti della generazione più anziana, mentre i più giovani pronunciano quasi sempre il au non accentato della radice della parola come in lk (cfr. anche § 16).
Per au, aų in fine di parola, cfr. §§ 66, 67.
ei (ii)
§ 40. a) I dialetti ei sono per lo più della stessa origine di lk. Questo ei corrisponde a lk ei (cfr. anche § 38b). Nel dialetto ei è atono e tonico, per es.: šveikatà, šeimìna ∼ šeimýna, meiženai ∼ Meižėnai „Kulniškių apyl. kaimas“; veidas, sėila ∼ sėlė, kreivas.
b) Nel dialetto è meno frequente il dittongo ei di altra origine.
1. Per il ei dialettale sorto per contrazione (che in lk corrisponde a e e i in sillabe contigue), cfr. § 78.
2. Nel dialetto, l’avverbio taip si pronuncia tėp.
Nel dialetto, il ei non accentato talvolta diventa įi, per es.: (ne)riikėję ∼ nereikėjo, gričią ∼ greičiau, kri̇̄varunkis ∼ kreivaraṅkis, kri̇̄vuliōt ∼ kreivuliuoti. Tuttavia, questa realizzazione ei > įi si riscontra più spesso soltanto nel parlato dei rappresentanti della generazione più anziana, mentre i più giovani pronunciano questo dittongo nella radice della parola come in lk.
Per ei, įi in fine di parola, cfr. §§ 66, 67.
ie, uo
§ 41. a) I dittonghi dialettali ie, uo, corrispondenti a quelli della lingua letteraria ie, uo, sono della stessa origine della forma letteraria¹⁹. Nel dialetto questi dittonghi si trovano soltanto sotto accento:
1) con accento antico, per es.: pienas, vienas, niekas, šienas; duona, juoktis, kuodas, púodas;
2) con accento ritratto, per es.: diena, šviesa, vieni; agūona, aštuoni, krūopa.
b) Nel dialetto, i dittonghi ie, uo compaiono in parole di origine non lituana al posto delle vocali brevi accentate della lingua letteraria (o accentate nel dialetto) e, o, per es.: kieviškas «chimico», faniera «compensato», agranūmas, armūnikas, bikūnas «bacon», kilūometras, papirbėsas. La trasformazione della menzionata ė nel dittongo ie è più rara, mentre la ò allungata nella lingua letteraria si trasforma, si può dire, regolarmente in uo.
c) ie, uo: di altra origine
1. Il dittongo uo nel dialetto è pronunciato al posto di o della lingua letteraria nei seguenti avverbi: kuožai «finché», lik šuolai «fino ad ora», tuolai «allora».
2. Per il ie dialettale sorto per contrazione (corrispondente a i e a in sillabe contigue nella lingua letteraria), vedi § 78.
Nel dialetto, ie, uo atoni si sono monottongati (> e, a); vedi §§ 23, 29.
Per ie, uo in fine di parola, vedi § 68.
19 Cfr. Endzelynas, GF, §§ 14, 15.
21
ui
§ 42. Il dittongo ui del dialetto corrisponde a ui della lingua letteraria lituana ed è della stessa origine20. Questo dittongo nella radice della parola è raro. Ricorre solo in qualche altra parola lituana, per esempio: išgūnīt ~ išgūnyti «scacciare», mūistītis ~ muistytis, zūit, (fut. III pers. sing.) zuīs (accanto a: žūjīt ~ žūjyti, žūjis ~ žūjys), e talvolta nei prestiti antichi dalle lingue slave (al posto dello y slavo), per esempio: bužlis (cfr. rus. боль), smūike ~ smuikė «violino» (cfr. bielor. смыкъ), tūnas (cfr. rus. тын, pol. tyn). Nel prestito muilas (cfr. rus. мыло) e nei suoi derivati, il dittongo ui nel dialetto si è trasformato per lo più in ai o ai, per esempio: maīlas | maīlas, išsimaīlinti || išsimažlinti < «insaponarsi», mailūotas || mailūoras.
Per il dittongo ui in fine di parola, cfr. § 69.
Dittonghi misti
Antichi dittonghi misti
§ 43. Nel dialetto, come nella lingua letteraria lituana, vi sono 16 dittonghi misti antichi. Tuttavia alcuni di essi (am, an, em, en, a causa della loro evoluzione in altri dittonghi) ricorrono oggi molto raramente.
al, ar
§ 44. Le forme al, ar del dialetto derivano da: 1. al, ar antichi. Nella lingua letteraria lituana corrispondono ai medesimi dittonghi, per esempio: galvà, kâlt; kárvė ~ karvė, márti. 2. el, er in posizione iniziale di parola, cfr. § 24a.
el, er
§ 45. Le forme el, er del dialetto corrispondono agli stessi dittonghi della lingua letteraria lituana e sono di uguale origine, per esempio: delnâi, kélmas, velkù; šérdàs, béržas.
il, ul; ir, ur
§ 46. Le sequenze della parlata il, ul, ir, ur, che hanno come corrispondenti lk, sono della stessa origine di lk, per esempio: vilkai, pilnas, pilvas; pulkas, pūlti; kelžvirtas, mirtis, žirnis; gurklys ~ gurklys, pūrti ~ purtyti. Sull’origine di il, ul, ir, ur nel presente dei verbi della parlata dovuta a metatesi, v. § 94a.
im, um; in, un
§ 47. I dittonghi della parlata im, um, in, un hanno origini diverse. 1. Le sequenze della parlata im, in, um, un, che hanno come corrispondenti lk, sono della stessa origine di lk, per esempio: įimti ~ imti, kīmštas, gimdīti ~ gimdyti; gumbas, dūmt; atminītis, minkštas, plīnka; ungurys ~ ungurys, sūnkiai ~ sunkiai, smunka. 2. Le sequenze della parlata um, im, un, in, corrispondenti a lk am, em, an, en, derivano dagli antichi dittonghi misti am, em, an, en, per esempio: kumpėlis ~ kampėlis, sūntis ~ sámtis, kùmpas ~ kampas; kimpinė ~ kempinė, pímpe ~ pémpė, tīnpīt ~ tenpti; lun-
20 Cfr.: Endzelynas, GF, § 18; Otrębski, GrJL, 1, § 244.
22
kai ~ lankai, pūntis ~ pāntis, ruṅkas ~ rankos; ki̇ntėi ~ kentėti, žintas ~ žentas, pi̇nktas ~ penktas.
Per quanto riguarda l’età di am, em, an, en > um, im, un, in, v. § 85.
3. Sull’un della parlata, corrispondente a lk en dopo l, v. § 85.
am, an, em, en
§ 48. Poiché gli antichi am, an, em, en si sono trasformati in altri dittonghi (§ 47₂), questi dittonghi sono oggi rari nel dialetto. Si presentano soltanto nei seguenti casi:
1. em, en si trovano nell’infinito e nei suoi derivati dei verbi nei quali, al presente e al passato semplice, oppure soltanto al passato semplice, questi dittonghi si separano: cioè il primo elemento entra a far parte di una sillaba e il secondo di un’altra. Per es.:
sė́mti, sėmdava ~ sėmdavo, sems, semk, semtu ~ semtų accanto a: semu ~ semiù, sėmi ~ sėmia, sėme ~ sėmė;
vė́mti, vėmdava ~ vėmdavo, vems, vemk, vėmtu ~ vėmtų accanto a: vemu ~ vemiu, vėmi ~ vėmia, vėme ~ vėmė;
tė́mti, tėmsta, tėms, (su)tėmtu ~ (su)tėmtų accanto a: tēma ~ tēmo;
gyvė́nti ~ gyventi, gyvė́ndava ~ gyvėndavo, gyvė́ns ~ gyvėns, gyvė́nk ~ gyvė́nk, gyvė́ntu ~ gyventų accanto a: gyvenu ~ gyvenù, gyvenai ~ gyvenau;
kutė́ni, kutė́ndava ~ kutėndavo, kutė́nsu ~ kutė́nsu, kutė́ns, kutė́nk, kutė́ntu ~ kutėntų accanto a: kutė́no, kutė́na ~ kutė́no;
sė́nti, sėnsta, (pa)sėns, (ne)sėnk, (pa)sėntu ~ (pa)sėntų accanto a: (pa)sėna ~ (pa)sėno.
Non esistono forme analoghe con am, an.
2. em, en si trovano nei verbi in cui nella radice si alternano con im, in (ī), per es.:
kimšti, kemša, kimša ~ kimšo;
krimšti, kremčia, krimta ~ krimto;
strisciare ~ strisciare, si insinua, si insinuò ~ mi insinua;
rinkti, renka, rinka ~ rinko;
šli̇nkti, šlenka, šlinka ~ šlinko.
Nella parlata, le forme am, an, originate nei medesimi verbi dall’alternanza vocalica della radice, si sono trasformate in um, un, per esempio: kumšči̇t ~ kamšyti, krumti̇ ~ kramtyti, lūndžei ~ lāndžioti, rūnkėt ~ ránkioti, slūnkėt ~ slánkioti.
3. an, en (davanti a b, p > am, em) compaiono nella radice del presente, nella quale si sono formati in seguito all’inserimento di n, per esempio:
užā́kti, užā́ka, užā́ka ~ užā́ko;
nukā́pti ~ nukābti, nukāmba (< nukānba), nukā́ba ~ nukā́bo;
šlā́pti, šlaṁpa (< šlaṅpa), (pa)šlā́pa ~ (pa)šlā́po;
sutā́pti, sutaṁpa (< sutaṅpa), sutā́pa ~ sutā́po;
gė́sti, gėnda, gė́da ~ gė́do;
(nu)sė́kti, (nu)sė́nka, (nu)sė́ka ~ (nu)sė́ko;
(pra)smė́kti ~ (pra)smė́gti, (pra)smė́nga, (pra)smė́ga ~ (pra)smė́go;
(su)glė́pti ~ (su) glėbti, (su)gleṁba (< (su)gleṅba), (su)glė́ba ~ (su)glė́bo;
apšė́pti, apšėṁpa (< apšėṅpa), apšė́pa ~ apšė́po;
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žlėp̃ ~ žlebti, žlemba (< žleñba), žleba ~ žlebo; brišti, brenda, brida ~ brido; krišti, krenčia, krita ~ krito; skrišti, skrenda²¹, skrida ~ skrido; šni̇̀kti ~ snigti, šneñga, šni̇̀ga ~ snigo.
Alla radice della parola, l’en (em) comparso per epentesi rimane sempre intatto, mentre l’an (am) in alcune parole si è trasformato in un (um), per esempio: acruñda < atsirañda, nesuprañta < nesuprañta. Tuttavia, questo un (um) ricorre soprattutto soltanto nel parlato dei rappresentanti della generazione più anziana; quelli della generazione intermedia (per non parlare dei più giovani) qui pronunciano di norma an (am): acrañda, nesuprañta (cfr. inoltre § 94a).
4. In qualche altra parola fonosimbolica, per esempio: ãm, am̃ «riferito alla voce del cane», amsẽt, amsi; krañki-krañki «riferito alla voce del corvo, della cornacchia», grem̃ž-grem̃ž, gremši-grem̃šti ~ gremžt-gremžt «suono dello sfregare, del raschiare».
5. In singole parole, per lo più entrate recentemente nel dialetto, per esempio: ãmžis ~ amžius, am̃žinas, kambaris ~ kambarys, bañgą, bañdimai ~ bañdymai, krañtas, mañkyt ~ manyti, sañdelis ~ sandėlys, vañgeriškė ~ vangiarỹkštė «vingiarykštė», ańtkapis, ańtpečiai ~ antpečiai, beñgi < beñtgi.
6. In alcuni nomi propri, per esempio: patámsis ~ Patámsis (cognome, probabilmente introdotto nel dialetto da altrove), samantónis ~ Samantónys (villaggio), mančiū̃nai ~ Mančiūšėnai (villaggio).
7. In parole di origine non lituana, per esempio: ambulatorijoje «ambulatorija», anglas, bankas, dakūmentas «dokumentas», fundámentas. In parole di questa origine, alle forme dialettali am, an corrispondono anche le forme non accentate della lingua letteraria om, on, per esempio: kambáinas ~ kombáinas, kampúotas ~ kompótas, kantúora ~ kontorà.
Per le am, an, em, en di origine secondaria nel tema della parola, cfr. § 49; in fine di parola, cfr. §§ 72, 73.
Dittonghi misti di origine secondaria
§ 49. Quando diminuisce il numero di sillabe della parola e i suoni di due sillabe contigue si fondono in una sola sillaba, si formano nuovi dittonghi misti. Nel dialetto, i primi elementi di questi dittonghi possono essere: a, e (corrispondenti nella lingua letteraria ad a, e e agli o, uo non accentati; ė, ie), i, u (corrispondenti nella lingua letteraria agli i, y non accentati; u, ū), ī, ū (corrispondenti nella lingua letteraria agli i, y accentati; u, ū), ė, o (corrispondenti nella lingua letteraria agli ė, o accentati), mentre i secondi elementi sono le consonanti l, m, n, r (corrispondenti nella lingua letteraria agli stessi suoni).
I dittonghi misti di origine secondaria nel tema della parola sono rari. Si incontrano più spesso soltanto nei casi seguenti:
1. Nel primo elemento di parole composte prive di vocale di collegamento, per esempio: žalmaŕge ~ žalmar̃gė, dvárpanis ~ dvárponis, plongalỹs ~ plongalỹs, stargalỹs ~ storgalỹs, dañkepė ~ duonkepė, žemdi̇̀rbis ~ žemdirbys, žémuogė || žėnuogė «žemuogė», šėmpjėvės ~ šienpjovys, vem̃plaũkis ~ vienplaukis, venmaŕškinis ~ vienmarškinis, ventuŕtis ~ vienturtis, tópermaikės ~ pópermaikės, dektindaris, žvirdabės ~ žvyrduobės, šūnmazgis, šūnkelis, vidūrnakis, sūŕmaišelis ~ sūrmaišelis, raudónligė ~ raudonligė.
21 Dalle forme dei dialetti dell’alta Lituania orientale brenda, krenta, skrenda sono entrate anche nella lingua letteraria. Cfr. J. Jablonskis, Rinktiniai raštai, 1, 264, Vilnius, 1957.
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2. In seguito alla caduta o all’omissione delle vocali o dei dittonghi in fine di parola, per es.: áns < ánas «lui», adgal || adgãl ~ atgal, ìr < yra, vidur, dėl ~ dėl (in proclisi), vėl, kòl, lìk šòl ~ lig šiol, šiñden < šiandieną, ūñtan «Antanai», stàsiul «Stasiuli».
3. In seguito alla caduta di una vocale (per lo più i) all’interno della parola, per es.: kėlnes < kėlinės, šulnìs < šulinys, dvìlika < dvylika, keturiòlika < keturiolika (per altri esempi v. § 79).
Nel tema della parola, i dittonghi misti di origine secondaria, indipendentemente dall’accento musicale delle sillabe che li compongono, sono pronunciati per lo più con accento circonflesso. L’accento musicale dei soli dittonghi accentati il cui primo elemento è ė oppure o si percepisce meno chiaramente (in questo caso si usa ovunque il segno dell’accento medio).
La quantità delle prime componenti i, u, corrispondenti tanto a į, ū quanto a ỹ, ū̃, è identica, per es.: šùngrìbis ~ šungrybis, sùrmaišelis ~ sūrmaišelis (sulla quantità delle componenti dei dittonghi v. anche § 20).
Sui dittonghi misti di origine secondaria in fine di parola, v. §§ 71—73.
3. Triftonghi
§ 50. Nel tema della parola i triftonghi sono rari e si presentano soltanto nei casi seguenti:
1. In seguito alla composizione di parole, alla caduta della desinenza o alla caduta di una vocale, quando i dittonghi ie, uo e le consonanti l, m, n, r, j di sillabe contigue si fondono in una sola sillaba, per es.: pet’žiem ~ peržiem, pieṁburnis ~ pienburnis, šieṁpjovė ~ šienpjovė, kaž-dien ~ kasdien, šuolpalaikis, venuòlka < vienuòlika, venuòlktas < vienuòl iktas, duònkepė ~ duonkepė, tuòj < tuojau.
2. Il triftongo ien si trova nelle forme del presente dei verbi likti, migti, che presentano l’infisso n, per es.: liẽnku «rimango», liẽnki «rimani», liẽnka «rimane»; užmiẽnga «si addormenta», už-miẽga, užmiẽngam «ci addormentiamo».
3. Nei vocaboli di origine non lituana i triftonghi uol, uom, uon, uor derivano dai dittonghi ol, om, on, or, poiché nella parlata la o breve si è trasformata in uo (cfr. § 41b), per es.: può lka ~ pòlka, pòmpa ~ pòmpa, frùontas ~ fròntas, nuòrma ~ nòrma.
In modo analogo sono comparsi triftonghi anche nei vocaboli lituani: (ìki) kùol < (iki) kòl, (ìiki) tùol < (iki) tòl.
Nella parlata i triftonghi sono sempre accentati; quelli atoni diventano dittonghi, per es., papergalìs ~ popiergalys (cfr. anche § 49).
Sulla quantità delle singole componenti dei triftonghi, v. § 20c.
Sui triftonghi in fine di parola, v. § 74.
4. Alternanza vocalica della radice
§ 51. Nel dialetto si trovano le stesse serie di alternanza vocalica della radice che anche in Ik. Alcuni esempi:
1. serie e (e-ė-i-ī-a-o):
bėr̃, bėr̃alas, bir̃dė ~ byrėti, bar̃styti ~ spargere;
brendì, brìšti, bridė ~ brydė, brastù;
drėbì ~ drėbia, drėbė ~ drėbti, dripì ~ dribti, drabstì ~ drabstyti, dròblis ~
dròblius;
gėna ~ gėna, gìnti «condurre (le mucche) al pascolo», ganì ~ ganyti, naktigònė ~ naktigonė;
mėna, užmìnti, manì ~ manyti, išmanė ~ išmonė;
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měšti, měti ~ mėtyti, sůmatas ~ sąmatas; nėšti, nėščiai ~ nėščiai || nãščiai ~ nėščiai; tverti, tveriu ~ tveriu, tverė ~ tvėrė, tvārstyti ~ tvārstyti, tvorà ~ tvorą; vėšti ~ vėžti, pravėžda, važinė́ti.
2. i serie (i-ī-ie-ei-ai):
dīkti ~ germogliare, diẽgas, daigìnti; gyvas ~ vivo, atsigeivėlai ~ atsigeivėlėti, gaĩs, gaivdìti; knìšti, knìšlįs ~ knyslys, knáisė ~ knąsioti; likė, lienku «rimango», laikì ~ laikyti, palaikis; miti̇̀ni, mintà, metelìs ~ metėlys «metelis», maitìnti; sijė ~ sijà, atãsėję || atãseje «satosaja», pásaitas; šnìkti ~ nevicare, šniẽgas, šnegelóti ~ sniegelióti, snaigelóti ~ snaigelioti «nevicare debolmente».
3. u serie (u-ū-uo-au-o):
blūvōti ~ bliúvoti, blãut ~ bliáuti, blovóti ~ bliovoti; gniužt, gniũšte, gniãužti ~ gniužti, gniūžte, gniaužti; klūpì, klūpėt ~ stare in ginocchio, klãuptis; lūkterė́t, lūkterė́ti, lū́kuruot ~ lūkterėti, lūkuriuoti, laũki; lūpì, lū́obas, laupì ~ laupyti; usnū́sti ~ addormentarsi, snūda ~ snūdą, snaũsė; stū́buras ~ stūburas «ceppo, resto di un albero abbattuto», stabrìs ~ stuobrys || stuobris «ceppo; persona goffa».
III. Vocalismo finale di parola
1. Vocali
a
§ 52. Nel dialetto la a breve finale di parola antica si è trasformata in altri suoni (cfr. § 53). È rimasta soltanto nei pronomi anàs, katràs, viskàs.
La a finale di parola presente oggi nel dialetto (sempre breve) ha la seguente origine:
1. Dall’antica a. Ik lunga con accento acuto (accentata e non accentata). In Ik essa corrisponde alla breve a, della stessa origine, per esempio: lazdà, galvà, šakà, gerà, visà; dúona, píeva, šlóta, stórą.
2. Dall’antica a. lunga atona con accento circonflesso. Questa a del dialetto in Ik corrisponde alla o, atona, per esempio: laũka ~ laũko, stãla ~ stãlo, mãža ~ mãžo; lãzdas ~ lãzdo, siẽnas ~ sienos, stóras ~ stóras; áuga ~ áugo, áugdava ~ áugdavo, būva ~ būvo, dára ~ dáro.
L’abbreviazione in finale di parola dell’antica ā con accento acuto e circonflesso è avvenuta in momenti diversi.
La trasformazione dell’antica ā nella vocale o (§§ 32, 55) mostra che, al momento di tale trasformazione, nel dialetto avevano conservato la quantità lunga soltanto la ā accentata della radice di parola (con accento acuto e circonflesso) e la ā finale accentata con accento circonflesso. Tutte le altre ā antiche (atone nella radice e in finale di parola, nonché accentate in finale di parola con accento acuto) si erano già abbreviate e, per questa ragione, la trasformazione menzionata (nella vocale o) non le interessò.
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La presenza attuale, in tutti i dialetti lituani, della breve a in fine di parola al posto della vecchia ā atona e accentata con intonazione acuta mostra anch’essa che il suo accorciamento è anteriore a quello della ā atona con intonazione circonflessa, comune soltanto ai dialetti samogiti e ai dialetti alto-lituani settentrionali. Inoltre, in alcuni dialetti alto-lituani orientali settentrionali, la ā atona con intonazione circonflessa non si è ancora del tutto accorciata e viene pronunciata come semilunga, per esempio: (gen. sing.) atóla ~ atólo, várga ~ várgo, (gen. sing., nom. plur.) ãdatos ~ ãdatos, rūnka.s ~ rankos (Debeikiai, Kamajai, Karsakiškis...).
3. Dal vecchio ē che seguiva l, cfr. § 54.
4. Dall’uo in fine di tema atono. Questa a lk corrisponde a uo, per esempio: rėma ~ rėmuo, rátasi ~ rátuose, šódasi ~ šóduose.
α
§ 53. a) Nella parlata, α, corrispondente alla breve a o e lk, è:
1. Al posto della vecchia a breve che seguiva una consonante dura, per esempio: (in desinenza aperta) áuga, ãuna, būna ~ būna, dirba, dúoda, kìla, nẽša; (ne)gẽra, kãršta, šálta; (in desinenza chiusa) áidamas ~ eidamas, ártas, báltas, dárbas, kárštas, laũkas, pìrmas, vìenas.
2. Nella desinenza dell’accusativo plurale al posto di:
1) a < ā che seguiva consonanti dure, per esempio: (atona) báltas, gálvas, geltónas, póras, várnas; (accentata) geràs, kasàs, kitàs, runkàs ~ rankas, šakàs, visàs.
2) e < ē che seguiva l, per esempio: (atona) didelàs ~ didelės, žólas ~ žolės; (accentata) kalès ~ kalės, kaulès ~ kiaulės, varlàs ~ varlės.
La comparsa della a ridotta (quantitativamente e qualitativamente) α è senza dubbio il risultato dell’accorciamento della desinenza di parola²². Rapt α dalla a breve deve essere sorta piuttosto anticamente — già prima dell’accorciamento in fine di parola della ā con intonazione circonflessa (atona) e con intonazione acuta (atona e accentata), cioè prima che queste diventassero nella parlata una breve a (§ 52). In caso contrario, anche quest’ultima a, derivata dalle suddette antiche ā, sarebbe diventata α²³.
L’α delle forme dell’accusativo plurale è probabilmente comparsa nello stesso periodo dell’α derivata dalla vecchia a breve. Dopo la caduta, in epoca molto antica, della n tautosillabica dalle desinenze delle forme citate²⁴, anche la ã rimasta, primo elemento del precedente dittongo, sembra essersi accorciata piuttosto presto (già prima dell’accorciamento della vecchia -ā). Altrettanto antica deve essere stata anche la ē finale dell’accusativo plurale > ē, che nella parlata, dopo la l indurita, si è a sua volta trasformata in α (cfr. anche § 64).
b) Nella parlata, la vocale ridotta α ricorre anche al posto della u atona in fine di parola (originaria o dovuta alla ritrazione dell’accento), che segue una consonante dura. Tuttavia, u > α non si verifica con la stessa regolarità della a breve. α si pronuncia più spesso in desinenza chiusa
²² Sull’accorciamento delle desinenze negli altri dialetti alto-lituani, cfr. Vl. Grinaveckis, Galūnių trumpėjimas lietuvių kalbos tarmėse, PIMD, 8, 100 ss. (1959).
²³ La forma della III persona del presente del verbo būti è pronunciata nella parlata per lo più senza la a finale: ãir (forma negativa nẽr), ma si dice anche nella forma non accorciata: ẽira ~ yra (nẽra ~ nėra). Qui la a non si è trasformata in α, forse perché la forma va considerata un antico sostantivo, che aveva anch’esso una ã finale (cfr. Endzelynas, GF, § 334).
²⁴ Cfr.: l’acc. plur. di K. Širvydas wisas PS I 4₉, weislingas PS I 48₅ e lo strum. sing. plunksnu PS I 106₃, nasztu PS I 52₁₁; l’acc. plur. di Debeikiai, Obeliai ecc. runkas ~ rankas e lo strum. sing. runku ~ rankų. Cfr. inoltre: Endzelynas, GF, § 212; Endzelīns, Gr, § 256.
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al posto della u dialettale < ū, per esempio: lietas ~ lietus, rūkštas ~ rūgštus, sūras ~ sūrus, sūnas ~ sūnūs, tuṙgas ~ turgus, žmogas ~ žmogus (|| lietus, sūrus, cfr. § 65); più raramente si trova anche al posto della u dialettale di altra origine (< ū, ūo ecc.), per esempio: saldas ~ saldūs, gražūs ~ gražūs, (acc. pl.) pūodas ~ pūodis, sūnas ~ sūnus.
Per il destino della a dialettale dopo consonanti palatalizzate e j, cfr. § 63.
e
§ 54. Nel dialetto si trova soltanto la e breve in fine di parola. Tuttavia non esistono esempi attendibili in cui si sia conservata la e breve antica (per la vocativa singolare in -e, cfr. § 64).
La e attuale in fine di parola deriva da:
1. Dall’antica ē atona. Questa e dialettale si trova in posizione finale aperta e chiusa e corrisponde alla ė atona della lingua letteraria, per esempio: kārve ~ kārvė, lāpe ~ lāpė, medine ~ medinė; āre ~ ārė, kāse ~ kāsė, māte ~ mātė, sāke ~ sākė; (gen. sing., nom. pl.) kārves ~ kārvės, lāpes ~ lāpės, žēmes ~ žēmės, medines ~ medinės.
Dopo la l indurita (§ 84), questa e dialettale diventa > a, per esempio: sāula ~ sāulė, kēla ~ kēlė; sāulas ~ sāulės.
L’abbreviazione della ē atona (caratteristica anche di altri dialetti dell’alta Lituania settentrionale) avvenne senza dubbio contemporaneamente all’abbreviazione della ā atona con intonazione circonflessa in fine di parola (§ 52).
Rapt, come in molti altri dialetti lituani, -e < -ē è caduta dalle forme verbali della I e II persona plurale (di tutti i modi e tempi), per esempio: tūrim, turėjom ~ turėjome, turėdavom ~ turėdavome, turėsim, turėkim, turėtumen ~ turėtumėme; tūvit, turėjēt ~ turėjote, turėdavāt ~ turėdavote, turėsi̇t, turėkit, turėtumet ~ turėtumėte.
La t morbida finale delle forme della II persona plurale²⁵ indica che la e che la seguiva è caduta nel dialetto relativamente di recente. Lo dimostrano anche i testi antichi. Per esempio, nel catechismo anonimo del 1605 e nei «Punktai sakymų» di K. Sirvydas predominano ancora le forme della I e II persona plurale con la e finale: tūrime KA 27₁₂,₁₄, pramineme KA 11₇, bīsi̇me KA 53₂₈, daritume PS I 6₁₁, dirbome PS I 17₅, pirksime PS II 78₃, klausikime PS I 83₁₇, daritumi̇me PS II 182₃; žinote PS I 1₁₅, Sedesite PS I 5₅, Astrokite PS I 6₂₈, ne imtumite PS II 6₂₇. Tuttavia, negli stessi testi compaiono già anche le suddette forme verbali senza questa -e, per esempio: norim PS I 85₂₉, nesimokiem PS I 17₁₀; pasiputet PS I 279₂₉, nepažinot PS II 109₁₇.
2. Dal dittongo ie atono. Questa e dialettale corrisponde all’ie atona della lingua letteraria, per esempio: diṙpses ~ dirbsies, kārstises ~ karstysies, mōkises ~ mokysies.
3. Per la e derivata dalla a dialettale anteriorizzata (< á, dall’antica ā atona con intonazione circonflessa, dalla uo atona), cfr. § 75.
ē, ė, o
§ 55. Le ē, o finali di parola derivano dalle antiche ē, ā accentate con intonazione circonflessa. In lk corrispondono alle ė, o accentate della stessa origine, ad es.:
gẹsmē ~ giesmė, katē, žēvē ~ žievė; dabēs ~ duobės, katēs, žēvēs ~ žievės;
La -m delle forme della I persona plurale è pronunciata dura nel dialetto.25
28
anõ, kakõ ~ kokiõ, takõ ~ tokiõ; barzdõs, galvõs, lazdõs, mažõs, naujõs.
Dopo una l indurita (§ 84), ė > e, ad es.: kalė ~ kalė, žalė ~ žolė; kalės ~ kalės, žalės ~ žolės. La ė antica accentata in fine di parola, come quella del tema (§ 32), nella parlata rapt doveva essersi ristretta già prima dell’indurimento della l; altrimenti, dopo l qui ora si pronuncerebbe non e, bensì un altro suono26.
i, ī
§ 56. La i (breve) del dialetto, derivata dall’antica i breve, si trova alla fine di parola aperta e chiusa e corrisponde alla i di lk della stessa origine, ad es.: aštì ~ ešti, nieštì ~ niežtì gālì, stōvì, tūri; (nominativo sing.) akìs, ausìs, naktìs, vagìs.
La i breve antica è talvolta caduta dalla fine di una parola aperta, ad es.: šiom < šiuomi, tuom < tuomi, manim < manimi, medum < medumi. (Cfr.: savim PS I 93₂₅, sunum PS I 24₁₂, 74₂, žmogum PS I 10₂₉, 19₁, 54₁₁ accanto a sunumi PS I 150₁₂,₁₅, žmogumi PS I 156₃.)
§ 57. La i (breve) del dialetto, derivata da ī, corrisponde in lk alla i della stessa origine, ad es.: martì, patì, gražì, platì (cfr. il tverečėnai gražì, plačì, brungìja «cara»); (accusativo plur.) akìs, ausìs, pìrìs27.
La riduzione di -ī con intonazione acuta si è verificata, si deve ritenere, insieme alla riduzione di -ā (§ 52).
§ 58. Le i, ī del dialetto derivano da ī con intonazione circonflessa. La i (breve) di questa origine corrisponde in lk a i o a y non accentata, mentre ī (lunga) corrisponde a y accentata. Queste i, ī si trovano:
1. Nel nominativo singolare dei sostantivi in īa, ad es.: brėdis, miežis, žodis; arklys ~ arkys, dagys ~ dagys, gaidės ~ gaidys28.
2. Nel nominativo plurale dei sostantivi in ī, ad es.: akìs ~ ākys, širdìs ~ širdys, pìrtìs ~ pìrtys29.
§ 59. Le i, ī del dialetto, corrispondenti alla i di lk, derivano dal dittongo con intonazione circonflessa in, in seguito alla scomparsa della n tautosillabica (§ 86). La i (breve) di questa origine è atona, mentre ī (lunga; ricorre raramente) è soltanto accentata, ad es.: ākì ~ ākì, dūntì ~ dantì, pìrtì ~ pìrtì, vãgì ~ vãgì; kakõ ~ kokį «quale», takõ ~ tokį «tale».
§ 60. La i derivata dal -ēn con intonazione acuta delle forme locative. Questo -i del dialetto corrisponde in lk a -e, derivato dallo stesso -ēn, ad es.: laukì ~ laukė, miškì ~ miškė, sōdì ~ sodė, šieni ~ šiene, šieni ~ šienė. Nel dialetto, davanti alla n tautosillabica caduta dalla fine della parola-
26 Cfr.: svedasiškių kalõ ~ kalė, pelõ ~ pelė, pelõs ~ pelės, pamylõs ~ pamylės; raguvìškių pelõ ~ pelė, žulõ ~ žolė; žulõs ~ žolės (accanto a e accentata all’interno della parola: lėkti ~ lėkti); cfr.: V. Valunta, op. cit., 37; E. Žvirblytė, Raguvos tarmė, tesi di diploma (ms.), 18, Dipartimento di lingua lituana della Facoltà di Filologia dell’Università statale V. Kapsukas di Vilnius, 1954.
27 Sull’origine della desinenza -is del genitivo plurale dei sostantivi lituani in i-tema, cfr. Endzelīnas, GF, § 236.
28 Per ulteriori informazioni sull’origine delle desinenze -is, -ys del nominativo singolare dei sostantivi lituani in īa-tema, cfr.: Endzelīnas, GF, § 194 (con la bibliografia ivi indicata); J. Kazlauskas, I-linksniavimo daiktavardžių perėjimas į io-linksniavimą, UMD, 26, 41 ss. (1958).
29 Sull’origine della desinenza -ys (rapt > -is) del nominativo plurale dei sostantivi lituani in i-tema, cfr. anche: Endzelīnas, GF, § 223; Endzelīns, Gr, § 281; J. Kazlauskas, op. cit., 42.
29
zione (§ 86) il primo elemento -ė > -ī (-ėn > -in)30. Questo -ī atono e tonico si è abbreviato molto prima di -ī, derivato da -in atono con intonazione circonflessa (l’abbreviazione del primo elemento del dittongo -ėn è comune a tutti i dialetti lituani).
Per il destino di questo antico -ėn dopo l, cfr. § 85.
La vocale -i < -ėn è caduta da tutte le forme del locativo singolare dei nomi con desinenza pronominale, per esempio: baltam, geram, mažam, devintam, pinktam ~ penktame, kal’em ~ kokiame, pačėm ~ pačiame, šitam, artam, stovinčėm ~ stovinčiame. (Cfr.: kuriami PS I 4₂₆, 13₆, 18₃, 51₁₅, kokiamy PS I 42₁₇, szawyntami PS I 43₁₈, tami PS I 57₁₆,₁₉, táni KA 48₂₄.)
§ 61. i derivata da en con intonazione circonflessa, il cui primo elemento si è mutato in i prima della caduta di n (-en > -in). Questo i della parlata locale corrisponde alla ę atona della stessa origine, per esempio: kàrvi ~ kárvę, ląpi ~ ląpę, medìni ~ medinę, žėmi ~ žemę; būzi ~ būvę, dávi ~ dāvę, dirbi ~ dirbę; mátis ~ mátęs, sákis ~ sákęs, turėjis ~ turėjęs.
Per il destino di en in fine di parola con intonazione circonflessa dopo l, cfr. § 85.
§ 62. i derivata dal dittongo ie con intonazione acuta. Questa i del dialetto, corrispondente alla i della stessa origine nella lingua letteraria, ricorre:
1. In fine di parola aperta:
la desinenza pronominale del nominativo plurale dei nomi, per esempio: balti, jauni, geri, kiti, matiti ~ matyti, parvešti ~ parvežti, žalgami ~ valgomi;
le forme della seconda persona singolare del presente e del futuro, per esempio: neši, peši, šnekėsi, suksi, turėsi, veši.
Per i casi in cui ie in fine di parola aperta non si è mutato in i, cfr. § 68.
2. In fine di parola chiusa, le forme riflessive dei verbi:
l’infinito, per esempio: dairìtis ~ dairytis, dirbtis ~ dirbtis, glaustis, praustis;
seconda persona singolare dell’imperativo, per esempio: gulki s, kėlkis, pilkis, sėskis.
Nelle forme dell’infinito aperto (cioè prive della particella riflessiva) e nella desinenza della seconda persona singolare dell’imperativo, dopo una consonante la vocale è scomparsa, per esempio: ari, bauši, derėi, gėri, kàli, mìši, žadėi; aik ~ eik, baik, dirbk ~ dirbk, turėk, vešk, žinok.
È difficile dire con certezza quale vocale delle desinenze menzionate sia caduta. I rappresentanti delle generazioni più anziane, accanto alle forme infinitive più frequenti senza vocale finale, talvolta dicono ancora: būti ~ būti, dirbti ~ dirbti e gàute (la -e dialettale deriva qui dalla -ie atona), aite ~ eiti, gyvenite ~ gyventie (cfr. negli scritti di Širvydas, accanto alle forme infinitive più frequenti turėt PS I 5₁₀, but PS I 8₂, imkult PS II 17₅, anche le forme ricorrenti rasti PS I 34₁₁, II 94₂₂, buti PS I 37₂₅, turėti PS I 47₂₀, pasipustie PS II 184₁₇).
30 La postposizione delle forme locative plurali è meno chiara, poiché nel dialetto dopo -s- si trova non soltanto la vocale -i, ma anche -e, per esempio: miškiuos, šakosė (nella maggior parte dell’area dialettale) e miškiuose, šakosė (nei dintorni di Musninkai e Čiobiškis). Negli scritti di Širvydas le forme locative singolari usate regolarmente sono: dzewiaty PS I 43₁₇, giwenimy PS I 43₁₈, mokimy PS I 34₂₂, sudy «in tribunale» PS I 7₃ (solo, a quanto pare, casualmente: augime PS I 195₁₉). Nello stesso testo, tuttavia, le forme locative plurali più frequenti sono: linksmbėse, non žsakose PS I 7₁₁, runkose PS I 27₂₆, úiose PS I 28₂₃, namuose PS I 32₁₄, purwuose PS I 36₁₃, karčiuose ir szaluose vandensė PS I 187₃, tumšibėse PS II 96₃₀, iose PS II 97₁, kuriose PS II 99₂₉, e le forme meno frequenti: kuriosa PS II 94₂₆, dienuosa «nei giorni» PS II 95₂₇, žadži osa «nelle parole» PS II 149₁₆, piktibėsa PS II 168₃, kitosa wietosa PS II 202₁; kuriosy PS II 94₂₂, laukuosa PS II 94₁₉, reykałuosy (in seguito a: wisokitos) PS II 96₂₇. Cfr. anche: Endzelynas, GF, § 190; Endzelīns, Gr, § 234 (con la bibliografia indicata).
30
Non si è udito affatto alcun residuo della vocale nella desinenza aperta della seconda persona singolare dell’imperativo.
§ 63. a) i, dopo consonanti palatalizzate o j, al posto di:
1) a breve antica, per esempio: (in desinenza aperta) gėri ~ gėria, jōji ~ jōja, kōši ~ kōšia, lieji ~ lieja, šlāpi ~ šlāpia, žāli ~ žalia; (in desinenza chiusa) naujis ~ naujas, šlāpis ~ šlāpias, vējis ~ vėjas, žālis ~ žalias;
2) a dell’accusativo plurale (< ān), per esempio: (atona) kōjis ~ kōjas, sāujis ~ sāujas, švīežis ~ šviežias; (tonica) gražis ~ gražias, marčis ~ marčias, vadžis ~ vadžias, žālis ~ žalias.
La comparsa di questa i dialettale è probabilmente da collegare alla trasformazione della a finale breve in α (§ 53). La a breve, trasformandosi nella fricativa α, molto simile alla vocale centrale ы pronunciata brevemente in russo, poteva evolversi in i anteriore soltanto dopo consonanti palatalizzate e j31.
La pronuncia delle parole audži ~ audžia, kinči ~ kenčia, lūdži ~ lūdžia «accompagna», žūdži ~ žydžia «fiorisce», laidži ~ leidžia, medži ~ medžia, spaudži ~ spaudžia, svėči ~ svečia, trėči ~ trečia fa pensare che la a breve > α, dopo consonanti palatalizzate e j, sia diventata i, dopo che i nessi *dj, *tj si erano già trasformati nelle affricate dž, č (sull’epoca della comparsa delle affricate, v. § 82d).
b) Dopo consonanti palatalizzate e j, anche la u dialettale atona si è per lo più trasformata in i, per esempio: gōjis ~ gōjus, križis ~ kryžius, rōjis ~ rojus, sūkčis ~ sūkčius; (acc. sing.) gōji ~ gōjų, križi ~ kryžių, sūkči ~ sūkčių, marči ~ marčią, sūpi ~ sūpą, valdži ~ valdžią; (acc. plur.) kviečis ~ kviečius, pievėjis ~ pievėjus, suvėjis ~ suvejus; ma: (gen. plur.) križų ~ kryžių, sūkčų ~ sūkčių, kōjų ~ kōjų, sāujų ~ sāujų. La u dialettale tonica in questo caso per lo più si conserva integra, per esempio: naujūs, svēčūs ~ svečius, ma talvolta si dice anche medžis ~ medžius, žālis ~ žalius.
In alcuni casi la comparsa di questa i può essere spiegata anche con la riduzione della vocale finale (cfr. § 53). Tuttavia, come abbiamo visto dagli esempi, nel dialetto i non si trova soltanto al posto della u breve antica, ma è comparsa abbastanza spesso anche da una u di altra origine. Ciò potrebbe dipendere anche dal fatto che la vocale u dopo consonanti palatalizzate e j tende particolarmente ad anteriorizzarsi32.
§ 64. La i sviluppatasi al posto della e breve ricorre nelle forme dell’accusativo plurale dei sostantivi in ē, (per l’antica -ēs di queste forme > -es cfr. § 53a), per esempio: (atona) drōbis ~ drōbes, kārvis ~ kārves, žievīs ~ žieves; (tonica) katīs ~ katēs, medinīs ~ medinēs, senesnīs ~ senesnēs, virvīs ~ virvēs, žemīs ~ žemēs.
Non vi sono esempi del tutto attendibili in cui nel dialetto i compaia anche al posto della e breve antica. Si possono menzionare soltanto le forme del vocativo singolare dievī, tēvī, zaikī. Se la comparsa di queste ultime forme non è legata alla morfologia, le forme di vocativo singolare vaikė, vīre ~ vyre, che si riscontrano accanto a esse, andrebbero considerate come reintrodotte nel dialetto in tempi recenti. Si può inoltre aggiungere che nel dialetto le forme di vocativo singolare dei sostantivi in ē ricorrono in due varianti: kārvī || kārve (dopo l: vārla || vārla).
31 La ы russa dopo una consonante palatalizzata si trasforma anch’essa in u (=i); cfr. P. И. Аванесов, Фонетика современного русского литературного языка, § 41, Москва, 1956.
32 Questo fenomeno è caratteristico anche di alcuni altri dialetti dell’area orientale dell’altopiano lituano (Ramygalos, Raguvos, Panevėžio ecc.); cfr.: Būga, RR, 2, 25—26; J. Šukys, Miežiškių tarmės vokalizmo bruožai, LKK, 2, 155, 160 (1959); E. Žvirblytė, op. cit., 22. Cfr. inoltre § 76.
31
u, ū
§ 65. La u finale di parola è breve e lunga. La sua origine è molteplice:
1. Dall’antica u breve. Nel dialetto, come anche nel lk, sia accentata sia non accentata è breve, per es.: alùs, medùs, gardùs, gražùs, rajùs, balsù, gilù; lietùs, žmogùs, sòtus, šviesù.
2. Dall’antica ū. La u di questa origine, quando è atona, nel dialetto è breve; nel lk corrisponde a ū, per es., pietùs ~ pietūs, baisùs ~ baisūs, rãmus ~ rãmūs, sãldus ~ sãldūs33.
3. Dal dittongo a intonazione discendente im, con caduta di n tautosillabica (§ 86). Questa u del dialetto è breve (atona) e lunga (accentata). Nel lk corrisponde sempre a una u lunga (= ū), per es.: (breve) ālu ~ ālų, mēdu ~ medų, sāldu ~ sāldų; kọ́ju ~ kojų, vīru ~ vyrų, jūsu ~ jūsų; ārtu ~ artų, nėštu ~ nėštų; (lunga) galū ~ galvų, sunū ~ sunų, varlū ~ varlių, balū ~ baltų.
4. Dai dittonghi a intonazione discendente:
1) an, il cui primo elemento prima della caduta di u si è trasformato in u (-an > -un). La u di questa origine nel dialetto è per lo più breve (atona), mentre quella lunga (accentata) è rara. Nel lk corrisponde sempre a ą, per es.: lãzdų ~ lãzdą, mažų ~ mažą, šãku ~ šaką, gėrų ~ gėrą; kãku ~ kokią “quale”, tãkū ~ tokią “tale”.
2) en, che è seguito da z, per es.: didelù ~ didelę, žõlu ~ žolę (si veda anche § 85).
5. Dal dittongo a intonazione ascendente uo. La u di questa origine nel dialetto, come anche nel lk, è sempre breve. Si trova:
1) nelle forme aperte della desinenza di parola del singolare strumentale e della prima persona dei tempi presente e futuro, per es.: gerù, mažù, medžù ~ medžiu, pačù ~ pačiu, ratù (si veda anche § 68); gulù ~ guliu, nešù, sukù, vedù; nešù ~ nešiu, suksù ~ suksiu, vežù ~ vešiu.
2) nel plurale accusativo, in posizione finale di parola chiusa, per es.: gerùs, kálnus, pačiùs ~ pačius, piõdus, važiuojemus ~ važiuojamus (si veda anche § 68).
Al posto della u del dialetto, dopo le consonanti dure talvolta si pronuncia ancora α (§ 53b), mentre dopo le consonanti palatalizzate e j si pronuncia i (§ 63b).
2. Dittonghi
Dittonghi
ai, au, ei
§ 66. In fine di parola i dittonghi ai, au, ei sono rimasti intatti soltanto se accentati, per es.:
(sing. dat.) anái, gerái, jaunái, kitái, mažái; buvũi, gerai, laukai, senais, vaikais (cfr. inoltre § 75);
pušáu ~ pusiau, táu; buvaĩ, daraĩ, mataĩ, paklaũs, vidaũs;
darėĩ, mateĩ, sukeĩ, vedėĩ, vežėĩ.
Dopo la l palatalizzata, il dittongo ei è >ai, cfr. § 84.
I dittonghi antichi ai, au, ei non accentati nel dialetto si sono trasformati in altri dittonghi (§ 67).
33 Sull’origine della desinenza -ūs (rapt > -us) del nominativo plurale dei temi in u della lingua lituana, cfr. Endzelynas, GF, § 249.
32
ai, au, ii, iu
§ 67. a) Le ai, au atone in fine di parola, dopo consonanti dure, nel dialetto si sono trasformate nei dittonghi ai, au, per es.:
gálvai ~ gálvai, lázdai ~ lázdai; áugai ~ áugai, dírbai ~ dirbai, dirbdavai ~ dirbdavai; rãtais ~ rãtais, vírais ~ vyrais; ródais ~ ródais; dirbau ~ dirbau, šókau ~ šókau, válgau ~ válgau; mókaus ~ mókaus, sẽdau ~ sẽdaus.
Una trasformazione simile (o persino la monottongazione) dei dittonghi originari in fine di parola ai, au si osserva anche in gran parte degli altri dialetti dell’alta Lituania orientale e centrale. Questa trasformazione sembra essere iniziata parecchio tempo fa34 e, senza dubbio, è legata all’accorciamento delle desinenze atone (e, in altri dialetti, anche di quelle toniche con intonazione discendente) e alla loro pronuncia più debole (riduzione). Si confronti inoltre § 53.
Nel dialetto Rapt anche ai si trasforma in ai atono in fine di parola, di origine secondaria, per es.:
1) -ai < -ai, sorto per effetto dell’accorciamento della desinenza: dírvai (< dirvai < *dirvãje) ~ dirvoje, lóvai ~ lóvoj, runkai ~ rankoj; šitai (< šitai < *šitãji) ~ šitoj;
2) -ai < -ai < -ei (< -ei o -ėi), sorto dopo la consonante l indurita (§ 84): kėlai ~ kėlei, (dat. sing.) kaulai ~ kiaulei, sáulai ~ saulei, žólai ~ žolei; (loc. sing.) ėglai ~ ėglei, mélai ~ mėlei, sáulai ~ sáulėj.
Oltre ai casi indicati, in fine di parola si trova anche ai, derivato da ui (ui), per es.: maĩšai ~ maišui, mėdai ~ medui, námąi ~ namui, sūnai ~ sūnui, vaikai ~ vaikui, vírai ~ vyrui, žmõgai ~ žmogui. È vero che questa desinenza del dativo singolare può apparire identica anche alla desinenza dello stesso caso nel dialetto di Debeikiai -ai (per es., tam vyrai), la cui origine non è ancora del tutto chiara35. Tuttavia, a Rapt e anche in altri casi, il -ui (ui) > atono e tonico a circonflesso diventa -ai, cfr.: paskai ~ paskui, turgai < turguį < turguje, vidai < vidui < viduje, viršai < viršui < viršuje. Ciò induce a ritenere che anche qui la desinenza del dativo singolare -ai sia sorta (per riduzione) da -ui.
Il -ai atono e tonico con intonazione discendente, presente nelle forme di strumentale singolare dei nomi della declinazione in -o (per es.: gerai «buona», gálvai «testa», lazdai «bacchetta»), è probabilmente sorto anch’esso da -ui36.
b) Nel dialetto Rapt, le prime componenti dei dittonghi in fine di parola ai, au, ui, trasformandosi nella α ridotta, dopo consonanti palatalizzate e anche dopo j sono inoltre anteriorizzate: qui al posto di α è comparsa i (cfr. inoltre § 63). Ne consegue che là dove dopo consonanti dure si hanno -ai e -au, dopo consonanti palatalizzate e j negli stessi casi si hanno i dittonghi -ii e -iu, per es.:
1) -ii e -iu da -ai e -au atoni originari:
(dat. sing.) kóji ~ kójai, marčii ~ marčiai, valdžii ~ valdžiai; (nom. pl.) gelãžinii ~ geležiniai, peļii ~ peļiai, žódžii ~ žódžiai; (strum. pl.) mediniñs ~ mediniais, pj evej iñs ~ piovėjais;
34 Per esempio, la duplice grafia di M. Daukša per ai in fine di parola (ai oppure ei) permette di supporre che nel proprio dialetto egli non udisse né un ai puro né un ei, bensì un ai oppure un ei. Cfr. APh, 4, 18 (1933).
35 Plg. K. Būga, Tauta ir žodis, 1, 417—418, Kaunas (1923); Z. Zinkevičius, a(ō)-kamienių daiktavardžių vienaskaitos naudininkas, UMD, 5, 190—191 (1955); Otrębski, GrJ L, 3, § 17.
36 Sull’origine di quest’ultimo dittongo nella desinenza menzionata, si veda K. Morkūnas, Įvardžiuotinių būdvardžių liekanos rytų aukštaičių pietinėje tarmėje, MADA, 2 (7), 198 ss. (1959).
3. Kalbotyros klausimai, III
33
(sing. voc.) sūkčių ~ sūkčiau, suvėjų ~ siuvėjau; gražių ~ graužiau, įdžių ~ įdžiau; plovių ~ ploviau, ródžių ~ ródžiau, turėjų ~ turėjau;
2) -i da -ai di origine secondaria: (sing. loc.) kójių ~ kójoj, sáujių ~ sáujo;
3) -i da -ui, più antico e di nuova formazione, atono e accentato con circonflesso: (sing. dat.) árklių ~ árkliui, jáučių ~ jáučiui, krýžių ~ krýžiui, pjovėjų ~ piovėjui, sūkčių ~ sūkčiui; (sing. loc.) ámžių ~ ámžiui, pěčių ~ pěčiui; pagrečių ~ pagrečiui.
Il dittongo -i alla fine della parola si è trasformato anche dal vecchio -ei atono e di origine secondaria (tranne nel caso in cui questo -ei segue l; cfr. la sezione a) di questo paragrafo), per es.: pjōvį ~ piovėj, ródį ~ ródei, sėmis ~ sėmeis; (sing. dat.) kåtį ~ káteį, kárvį ~ kárvei, sénį ~ sėnei; (sing. loc.) kóšį ~ kóšėj, purvynį ~ purvynėj, žémį ~ žémėj.
Per -i, presente nelle desinenze dello strumentale singolare dei nomi a tema io (ia)-, ē-, i-, si veda MADA, 2 (7), 198 ss. (1959). Per il locativo singolare -i ~ -yj si veda § 82b.
ie, uo
§ 68. All’estremità aperta della parola, la desinenza accentata dei pronomi anas (pronome dimostrativo), jis, katras, koks, nė joks, šioks, tas, toks conserva intatti i dittonghi ie, uo, per es.: (pl. nom.) anie, jies, katrìes, kakìes ~ kokie, niekiẽ ~ nė jokiẽ, šėkiẽ ~ šiokie, tiẽ, takiẽ ~ tokie; (sing. strum.) anuo, juo, katruo, kokiuo ~ kokiuõ, niekuõ ~ nė jokiũ, šėkuo ~ šiokiuõ, tuo, takuo ~ tokiuõ.
Inoltre, il dittongo uo si è conservato nella desinenza accentata del nominativo singolare dei nomi a tema consonantico, per es.: akmuo, piemuo, ruduo, sesuo. In tutti gli altri casi i dittonghi ie, uo, atoni e accentati, si sono monottongati alla fine aperta della parola, cfr. §§ 52₄, 62, 65₅.
Alla fine chiusa della parola, il dittongo ie, se accentato, si conserva sempre integro, per es.: kerpìes, kitìes, nešìes, pra usìes, vedìes, vesìes; (sing. gen.) naktìes, pìrtìes, seserìes, ugnìes; jaunìeji. Il dittongo uo rimane invariato soltanto quando è accentato:
1) nella desinenza dei verbi riflessivi, per es.: dedùos, nešùos, nešùos «mi porterò», vedùos, vešùos «mi condurrò», e
2) nell’accusativo plurale dei pronomi anas, jis, katras, koks, nė joks, šioks, tas, toks, visokas, per es.: anuõs, juõs, katruõs, kokiuõs ~ kokiuõs, niekuõs ~ nė jokiũs, šėkuõs ~ šiokiuõs, tuõs, takiuõs ~ tokiuõs, visakiuõs ~ visokiõs.
Negli altri casi, alla fine chiusa della parola anche ie, uo si sono monottongati, cfr. §§ 52₄, 54₂, 62, 65₅.
ui (ui̯)
§ 69. Alla fine della parola, come nel tema, il dittongo ui è molto raro. Nel dialetto si trova soltanto con accento circonflesso, per es.: venùì vienas «uno solo», (sing. strumentale) jūì < jāj < jājā, katruì < katrāj < katrājā.
Per il destino di ui non accentato e accentato con accento circonflesso alla fine della parola, cfr. § 67.
éi, ėi, oi
§ 70. Con l’abbreviazione, nel dialetto, della desinenza del locativo singolare dei nomi con tema in ē-, (i)o-, compaiono nuovi dittonghi éi (dopo l ēi > ēi), oi, per es.: varškėi ~ varškei (< varškėje), žėvėi ~ žievėi, skylėi ~ skylėi, žalėi ~ žolėi (cfr. anche § 82); anōi ~ anoj (< anojè), galvōi ~ galvoj, gražōi ~ gražioj, naujōi ~ naujoj.
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Il dittongo oi si trova inoltre in una o due forme del nominativo singolare dei pronomi femminili, per es.: anõj ~ anój (< anóji) «quella; pronome dimostrativo», katrõj ~ katrój «quale».
Nel dialetto, i dittonghi ėi, ęi, oi sono soltanto accentati. Per il destino di questi dittonghi di origine secondaria alla fine di parola non accentata, cfr. § 67.
Dittonghi misti
§ 71. I dittonghi misti antichi alla fine della parola si sono per lo più disgregati: i loro secondi elementi sono caduti (cfr. § 86). Gli attuali dittonghi misti finali sono per lo più di origine secondaria. La loro comparsa era solitamente dovuta alla scomparsa di vocali o dittonghi nelle desinenze. Caduta una vocale (o un dittongo), la consonante della sillaba finale rimasta si è accostata alla vocale della penultima sillaba, dando così origine a nuovi dittonghi. Pertanto, nei dittonghi misti finali oggi presenti nel dialetto, i primi elementi sono di norma le vocali tematiche a, ą, e, ė, ę, i, o, u, mentre i secondi elementi sono le consonanti m e n.
§ 72. I dittonghi misti con secondo elemento m ricorrono nel dativo e nel locativo singolare dei nomi, nel dativo e nello strumentale del plurale (=duale), e nella prima persona plurale dei verbi.
a) -am (nel lituano standard corrisponde a -am-, al non accentato -om- e al non accentato -ėm- che segue l; cfr. anche § 75):
anám, baltám; anãm ~ anamè, senãm ~ senamè; rátam, vaikám; ruñkam ~ rañkom, šienam ~ šienom; dàram ~ dàrome, dìrbam ~ dìrbome, dìrbdavom ~ dìrbdavome; didžiùlam ~ didžiùlēm, sėilam ~ sėilēm; màlam ~ màleme.
b) -am (nel lituano standard corrisponde al -am- della prima persona plurale del presente dopo consonanti dure; cfr. § 53): dìrbam ~ dìrbame, dùodam ~ dùodame, mòkam ~ mòkame.
c) -em (nel lituano standard corrisponde al non accentato -ėm-): kárvem ~ kárvėm, lápem ~ lápėm; dàrem ~ dàrėme, màtem ~ màtėme.
d) -ėm, -em (nel lituano standard corrisponde al -ėm accentato): giesmėm ~ giesmėm, kaũem, senesnėm; gerklėm ~ gerklėm, žõlėm ~ žolėm.
e) -im (nel lituano standard corrisponde a -im- e al -am- della prima persona plurale del presente dopo consonanti palatalizzate e dopo j; cfr. § 63): gelàžim ~ geležìim, vitim ~ vytim; gūlim, dìrpsim ~ dirbsime, diõkim; áudžim ~ audžiame, baigim ~ baigiame, kėlim ~ keliame, važiuojim ~ važiuojame.
f) -om (corrisponde al lituano standard accentato -om): lazdõm, naujõm, žãlõm ~ žaliõm.
g) -um (raro, corrisponde al lituano standard -um): petūm ~ pietūm.
§ 73. I dittonghi misti con n come secondo elemento si trovano soprattutto soltanto nel caso strumentale dei nomi.
a) -an è sempre accentato e corrisponde al lituano standard -an, per esempio: anán, baltán, gerán, miškan (cfr. anche § 75).
b) -an corrisponde al lituano standard:
1) a -an sempre atono e talvolta anche accentato, per esempio: miẽstan ~ miẽstan, óran ~ óran, sõdan ~ sõdan, stõgan ~ stõgan; darbãñ || darbãñ, lungãñ || lungãñ ~ langãñ, stalãñ || stalãñ;
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2) a -on atona, che segue consonanti dure, per esempio: lóvan ~ lóvon, runkan ~ rankon;
3) a -ėn atona, che segue l, per esempio: didžiūlan ~ didžiūlėn, sáulan ~ sáulėn, šeilan ~ šeilėn;
4) -un, che segue consonanti dure, per esempio: alan ~ alun, medań ~ medun, turgan ~ turgun. L’-un accentato talvolta rimane invariato, per esempio: dungūn ~ dangūn, medūn.
c) -ėn, -ēn, -on corrispondono ai lituani standard accentati -ėn, -on, per esempio: katēn, žēvīn ~ žievėn; didelēn ~ didelėn, žalēn ~ žolēn; galvōn, lazdōn, šakōn, valdžōn ~ valdžion.
d) -in, -īn corrispondono nel lituano standard a:
1) -in, per esempio: lavīn ~ lovīn, pirtīn, širdīn;
2) -yn, per esempio: artīn37 ~ artyn, gerīn ~ gerýn, žemīn ~ žemýn;
3) -ėn atono, per esempio: drōbin ~ dróbėn, ūpin ~ ūpėn, žemin ~ žēmėn;
4) a -on atono, che segue consonanti palatalizzate o j, per esempio: nekōčin ~ niekōčion, sáujin ~ sáujon;
5) -un, che segue consonanti palatalizzate o j, per esempio: gōjin ~ gōjun, krīžin ~ krýžiun, pėčin ~ pėčiun.
La desinenza -in ha anche forme di illativo plurale per tutti i temi, ad es.: geruōsin, miškūosin, naujōsin, šakōsin, širdīsīn ~ širdysīn, žemēsīn.
3. Triftonghi
§ 74. In determinate circostanze, alla fine della parola compaiono i trittonghi iem, uom.
Il trittongo iem compare nella desinenza pronominale del dativo plurale (= duale), ad es.: aniēm, baltīem, kitīem, mažīem. In posizione atona -iem > diventa -em, ad es. geriausiem ~ geriausiem.
Il trittongo -uom ricorre nello strumentale singolare di alcuni pronomi maschili, ad es.: antōm, katrōm, kokiōm ~ kokiuōm, tokiōm ~ tokiuōm.
IV. Leggi combinatorie delle vocali
1. Anteriorizzazione delle vocali
§ 75. Dopo consonanti palatalizzate e j, le vocali posteriori si anteriorizzano sempre, ad es.: jáunas, dž̌áuči ~ džiauti, pjovė ~ piovė, žóvauti ~ žióvauti, jūdini, juosta, lūnas ~ liūnas. A volte la a dialettale anteriorizzata viene pronunciata persino come una vocale e. La e si sente più chiaramente nei casi seguenti:
1) nella sillaba aperta, al posto della a breve, accentata o atona, di diversa origine (cfr. §§ 21—23, 52), ad es.: ievai ~ javai, sáuje ~ sáuja, pradžė ~ pradžia, žinė ~ žinia; jodinēt ~ jodinėti, žepḷinēt ~ žioplinėti, kėle ~ kelio, nauje ~ naujo, grāžes ~ gražios, sáujes ~ saujos, turėjes ~ turėjos; ještēla ~ juostėlė, āpjese ~ āpjuosė, vartēles ~ vartėliuose;
37 Nel dialetto, il dittongo secondario -īn di questi avverbi è pronunciato con accento circonflesso.
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2) al posto dei dittonghi ai, am, an (il primo elemento delle sillabe accentate con accento circonflesso e di am non accentato), per es.:
arklě̃ ~ arkliai, geně̃ ~ geniai, naujě̃ ~ naujai; arklės ~ arkliais, naujė̃s ~ naujais, švarẽs ~ švariais³⁸; medž’nėm ~ mediniam(e), naujě̃m ~ naujamė; dvăsem ~ dvasiom, săujem ~ saujom, sėdėjėm ~ sėdėjome; gražě̃n ~ gražian, naujě̃n ~ naujan, švarẽn ~ švarian.
La a lunga del dialetto, anteriorizzata, non si trasforma nella vocale e (una a di questo tipo si ha in una sillaba aperta accentata con accento circonflesso e nei dittonghi accentati con accento acuto); in questo caso viene pronunciata in modo simile a quella della lingua letteraria, per es.: jăvs, (strumentale sing.) brungĭai ~ brangiai, naujăm, takăm ~ tokiam. Così viene pronunciato anche il primo elemento del dittongo au quando è anteriorizzato, per es.: šaudai ~ šiaudai, šăuras ~ siauras, ganiău ~ ganiau, jăura, kăuras ~ kiauras.
Per la breve a antica in fine di parola > ė, cfr. § 63a.
§ 76. Al posto della u atona anteriorizzata, nel dialetto spesso compare la vocale i, per es.: bliūd̃t ~ bliūvoti, bliūdžiukas ~ bliūdžiukas «piccola scodella», čipinė̃t ~ čiupinėti, čižinė̃t ~ čiūžinėti, džīvesei ~ džiuvesiai, Jir̃dnis ~ Jurdōnys «villaggio», maņčišėnai ~ Mančiūšenai «villaggio», siūbōt ~ siūbuoti, siūlėlis ~ siūlelis, siuntinė̃t ~ siuntinėti, siuvėjs ~ siuvėjas, šīndien < šiundien (cfr. Širvydas, Šiān diena PS II 99₃) < šiandiena, šniūrelis ~ šniurėlis, žiūrė̃t ~ žiūrėti. Cfr. inoltre § 63b (con la bibliografia indicata).
2. Allargamento della vocale e
§ 77. La e del dialetto presenta diversi gradi di apertura. In alcuni casi è più chiusa, in altri viene pronunciata più aperta, con una sfumatura di a; cfr.:
1. metì, metei, melù ~ mielių, sėdė́i ~ sėdėti, senù ~ senių, vieniem ~ vieniem; kėli ~ kėlia, mėte ~ mėte, sėnem ~ seniam, žėme ~ žėme, žėmen ~ žėmėm, (jst.) pěšt, vėšt, vėžt ~ vežti; beržėlis, kelminas ~ kelmynas, mērki ~ merkia, pėiki ~ peikia, veidas, pėrkel, velì;
2. metù ~ metų, melēm ~ mielėm, sedòm ~ sėdòm, senù ~ senų, venām ~ vienām; mėta ~ mėta, sēnu ~ seną, žėmas ~ žemas, vėzdamas ~ vėsdamas, vėžk ~ vežk; beržai ~ beržai, kelmas ~ kelmas, pērka ~ perka, pērkraut ~ perkrauti, (su)veltas ~ (su)veltàs.
Gli esempi mostrano che e è pronunciata più chiusa se è seguita da una vocale anteriore (o anteriorizzata) o da una consonante palatalizzata (nei casi 1), e più aperta se è seguita da una vocale posteriore o da una consonante non palatalizzata (nei casi 2). Pertanto, la vocale e è influenzata da ciò che la segue
38 È degno di nota il fatto che K. Širvydas, attenendosi soprattutto al principio fonetico della scrittura, dopo una consonante palatalizzata e j scrive più spesso la desinenza -ai come (-i)ei, per es.: žodžiey PS I 1₉, seney PS I 3₁₈, kurtiniey PS I 32₈, numerielei PS I 32₈, plačiey PS I 42₃₀, padėiey PS I 28₂₉, kursitioiey PS I 28₃₀, siun ditioiey PS I 29₁, turėiey PS I 25₅, weiey PS I 50₅, žodžieys PS I 18₁₇, pačieys PS I 18₁₈, punčieys PS I 39₁₁, brungieys PS I 45₁₅, (strumentale sing.) kuriey PS I 14₂₃, pačiey PS I 169₂, bažničiey PS I 287₁₈, e solo molto più raramente (-)ai, per es.: ne priderunczay PS I 43₇, dušay PS I 247₇, pinkłays PS II 230₁₅, weias PS I 280₈, didžays PS I 301₄. Negli altri casi, dopo una consonante palatalizzata e j, nella grafia di Širvydas si scrive più spesso (i)a, cfr.: gvayskčoja PS I 32₁, persekioja PS II 140₁, Kokia PS II 140₉, (locativo sing.) kuriami PS I 4₂₆, kokiamy PS I 42₁₇, (strumentale sing.) ku nomasiam PS II 182₂₁, turinčiam PS II 141₅; e solo raramente compare e, per es.: nužengėi «che discende» PS II 70₂₅.
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i suoni che seguono (si verifica un’assimilazione regressiva). Tuttavia, non tutti concordano su che cosa influisca sulla e: una vocale o una consonante³⁹. Alcuni esempi di Rapt consentono di supporre che questa vocale possa essere influenzata sia da una vocale sia da una consonante, cfr.: bė akies ~ be akies, neartas ~ neártas, ne ãžeras ~ ne ėžeras; kęps ~ kėps, pęš ~ pėš.
L’apertura della vocale e nel dialetto dipende anche dalla sua quantità. La e breve (vejeliũkas ~ vėjeliukas, vėlniai ~ velniai) sembra essere leggermente più chiusa, mentre la e lunga (vejelis ~ vėjėlis, vėlnis ~ vėlniais) è più aperta; analogamente, la e breve (kepù ~ kepù, kelmù ~ kelmù) è più chiusa, mentre la e lunga (kėpą ~ kėpą, kelmù ~ kėlmą) è più aperta.
Nei dialetti degli altaiči orientali, l’apertura della vocale e in determinati casi è un fenomeno piuttosto antico. Lo suggerisce la grafia di questa vocale nei testi antichi; cfr. K. Širvydas: daug giaro PS I 222₂, wisa siara PS I 172₂₆, Mięlas PS II 14₁₂, miatu «anni» PS II 70₃₁, siamu «vecchia» PS II 70₂₈, šiasztu «sesta» PS I 317₁₀₉, užkialdamas PS II 131₄₀.
Sull’influenza che una consonante palatalizzata nel dialetto esercita sulla vocale e che la segue, cfr. §§ 84,90.
3. Contrazione e caduta delle vocali
(Contrazione ed elisione)
§ 78. a) Nelle parole composte e prefissate, nelle forme riflessive o quando una consonante cade all’interno della parola, possono trovarsi a contatto due vocali. Nel dialetto, talvolta queste due vocali di sillabe contigue si contraggono in un’unica vocale o dittongo, ad es.:
(a-e > o, e-ī > ē) pȯžėre ~ požėrė (< paėžerė); nėr(a) (< ne-yra), nebėr(a) (< ne-be-yra);
(a-i > ai, e-i > ei) atãima (< atà-ima), pàima (< pà-ima); nėima (< nė-ima)⁴¹;
(i-a > ie) apsìeve ~ apsievė (< ap-si-avė), apsėvìmas ~ apsievimas (< ap-si-avimas) «calzatura, calzature», nusìeve ~ nusievė (< nu-si-avė)⁴²;
(ē-jī > ei, a-jī > ai, a-(v)i > ai) kalėjmas (< kalė-jimas); klãjmas (< klā-ji-mas > lk klojimas), ačlãjmas (< atšla-(v)imas).
b) Quando due vocali di sillabe contigue (o una vocale e un dittongo) si trovano a contatto, talvolta una delle vocali può essere omessa, ad es.: neparinétas ~ neaparimėtos, nep-laidži ~ neaplėidžia, nėpkìnte ~ neàpkentė, neteis ~ neateis, netlàida ~ neatlėido,
³⁹ Cfr. E. Grinaveckienė, Minivos upyno tarmės fonetika, LKK, 1, 159 ss. (1957).
⁴⁰ Tuttavia, Širvydas scrive ia (talvolta persino ea, ad es., Petras PS II 186₁₁) ed e in casi rigorosamente indeterminati e in modo incoerente; cfr. inoltre: žiame PS I 31₃, nužiamintas PS I 304₁₀, atmiatis PS II 67₁₉, didiasnio PS II 73₂₀, giwianimu PS II 76₄, diagina PS II 76₂₀, pianì PS II 80₁₂, žodialo PS II 158₄, miayly «amore» PS II 170₃, 183₂₆, prakìayktas PS II 76₁₀, piarpìszis PS II 188₂₂, niandri «strumentale sing.» PS II 199₂₀, lampomis PS I 227₂₉, pirenkamia PS II 172₄, e gieląži PS I 183₁₃, žiemes PS I 65₁₆, didesno PS I 57₂₅, giwianimu PS I 65₃, degunty PS I 20₂₅, peni PS II 80₁₄, žodelo PS I 371₀, meyly PS I 52₉, 58₂₀, 349₈, kieykia PS II 142₁₀, perkalbet PS II 16₄, iż nendres PS II 99₈, semkite PS I 214₁₃, apdengęs PS II 182₂₀. Nei «Punktuose sakymų» ia žymimas daugiausia ilgas (kirčiuotas) e. Be to, ia vietoj e, atrodo, dažniau pasitaiko antrojoje «Punktų» dalyje.
⁴¹ Nel dialetto, accanto alle forme del passato remoto atãėmių ~ atãėmiau, atãėmėji ~ atãėmei…, pàėme ~ pàėmė, nėėme ~ nėėmė, sono spesso usate anche atãėmių, atãėmį…, pàime, nėime.
⁴² Sulla base di nusìeve, nel dialetto è probabilmente sorto anche nūjėve ~ nujevė «si è tolto le scarpe».
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nẽtvežė ~ neatvežė, nešù (< ne-ešù), neĩna (< ne-eĩna), nebẽina (< ne-be-eĩna), nė̃jo (< ne-ẽjo), neušẽjo ~ neužšẽjo «non andavano d’accordo, litigavano», apsẽiti ~ apsieiti, apsiaũti ~ apsiauti (< ap-si-aũti), nusiaũti ~ nusiauti (<nu-si-aũti).
c) Non sempre è possibile sapere se le vocali sono contratte oppure se una vocale è stata omessa; cfr. inoltre: žvairãkis (<žvaĩra-ãkis), babaũšis (<boba-aũsis), nãũ (<ne-jaũ), nãũgi (<ne-jaũgi), nepaĩna (< ne-pa-eĩna), pasił̃t (<pa-si-ılgti), pasilsẽti (< pa-si-ilsėti > lk pasilsėti), pasĩmti (< pa-si-ı̄mti). Ne consegue che, in determinati casi, la contrazione e l’omissione delle vocali sono strettamente correlate⁴³.
4. Caduta delle vocali
(Sincope)
§ 79. a) Nel dialetto ricorrono soprattutto casi di caduta della i breve atona all’interno della parola, per esempio:
1. Come in lk, dalle parole: kẽlnes ~ kẽlnės (< kelinės), vẽlnis ~ vẽlnìas (cfr.: welinas PS I 14₃₂, welinas PS II 47₁₃, wėlino DK 13₂₁, 14₁₁ e welno KA 13₃₂, wėlno KA 14₁₂).
2. Dalle parole: dešnẽ, dešnìs ~ dešnys (cfr. lk: dešinė, dešinys), šil̃ma (cfr. lk šil̃mą), šulnìs ~ šulnys (cfr. lk šulnys), amẽrka, amẽrkõnas (cfr. lk: Amerika, amerikõnas).
3. Dai numerali: veniuolka ~ vienuólka, veniuólktas ~ vienuólktas, dvỹlika ~ dvýlika, dvỹliktas ~ dvýliktas… deviniólka ~ devyniólka, deviniólktas ~ devyniólktas (cfr.: Dvylika PS I 104₁₇, septiniólika PS I 226₁₄ e dvỹlika KA 24₃,₁₅; lk: vienuólika, vienuóliktas…).
4. Dal suffisso -inykas, -ė (=lk -ininkas, -ė), per esempio: liūdinykas ~ liūdynykas (< liūdynykas), mȧtnikas ~ mȧtnykas (< mȧtinykas), gỉrinikas ~ gỉrnykas (<giri-nykas), mėšnikas ~ mėšnykas (< mėsinikas), ležūnnikas ~ ležūvnykas (< liežūvinikas). Talvolta le parole menzionate si pronunciano anche con i, per esempio liūdinykas ~ liūdynykas. Nel suffisso -inykas la i si conserva se, cadendo, darebbe luogo a un gruppo di più di due consonanti, per esempio: kȧltinik as ~ kaltinykas, rȧštinik as ~ raštinykas, kampi-nykas ~ kampinykas, dȧržinik as ~ daržinykas, benché si dica anche sekundinikas ~ sekundnykas (accanto a sekundinikas), vȧlundnikas ~ valandnykas (accanto a vȧlundinikas) «indicatore delle ore». Nel dialetto non è stata inoltre rilevata la caduta di questa i dopo le consonanti m, n e g, k; cfr.: niuomnikas ~ nuominykas, dainnikas ~ daininykas (per malūnikas ~ malūnykas, cfr. § 102), valākinikas ~ valākinykas.
L’antichità della caduta della vocale i dal suffisso -inykas è attestata da alcuni toponimi, per esempio: mūšnikai ~ Mušnykai (< *Mūsinikai) «lk Mūsininkai», ūpnikai ~ Ūpnykai (< *Ūpinikai) «lk Ūpninkai», uličnikai ~ Ulýčnykai (< *Uličinikai) «villaggio dei dintorni di Pabaiskas», pasadnikai ~ Pasodnykai (< *Pasodinikai) «villaggio dei dintorni di Gelvonai», come pure dagli scritti antichi; cfr.: priešzniko KA 53₃, liežuvnikay PS I 82₁₁
⁴³ Lo stesso avviene anche in altri dialetti (cfr. E. Grinaveckienė, op. cit., 163). Non è dunque casuale, a quanto pare, che gli stessi esempi siano talvolta indicati da alcuni linguisti come casi di contrazione vocalica e da altri come casi di omissione vocalica (cfr.: Endzelīnas, GF, § 34; Ot-rebski, GrJL, 1, § 360).
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(accanto: priešininko DK 53₂₃, priešininkas PS I 5₃₁, priešininkay PS I 14₄, priešininkus PS II 222₃₀).
5. Dalla particella riflessiva -si-, per es.: nešdáudą < ne-si-dúoda, nušinės < nu-si-nėš, pastráuk < pa-si-tráuk.
b) La scomparsa delle altre vocali all’interno della parola è un fenomeno piuttosto raro e si verifica soltanto in qualche parola, per es.: kėtrės < keturios, kėtris < keturis, keturias, keterėdešims < keturiasdešims (ma: keturi, keturių ~ keturių, keturìem…).
5. Caduta, inserzione e aggiunta di vocali
§ 80. I casi di caduta, inserzione e aggiunta di vocali nel dialetto sono rari e si riscontrano soprattutto nelle parole di origine non lituana.
a) Caduta: šàikvōt ~ šeikvoti «esaurire», kardi̇̀jōnas «fisarmonica», lėkštrika, lėkštrika «elettricità», lementōris ~ lementorius «elementario», ná-ližas «analisi», raštuōt «arrestare», raštoni̇̀as «arrestato», rápnikas (|| arápnikas) «frusta», tōminė ~ tōminė «atomica», tamabìlis «automobile».
b) Inserzione: šìretas || šìratas || šáratas «proiettile», gimnāžije «ginnasio», giminàštika «ginnastica», páletas «cappotto».
c) Aggiunta: uzbōnas (cfr. biel. звон) «stivaletto».
Consonantismo
I. Origine e pronuncia
1. Consonanti
b, d, g, k, m, p, r, s, š, t, v, z, ž
§ 81. L’origine delle consonanti del dialetto b, d, g, k, m, p, r, s, š, t, v, z, ž è la stessa (e anche la pronuncia è identica, cfr. § 14) di quella delle corrispondenti consonanti del lituano standard, per es.: burnà, dúodu, gãlas, kótas, márgas, putà, rõges ~ rõgės, sãmanas ~ sãmanos, šáltas, tùrfas, vãkaras, žùlinì, žãgaras.
j
§ 82. a) L’origine della j nel dialetto è la stessa (e anche la pronuncia è identica, cfr. § 14) di quella nel lituano standard, per es.: jáumas, jáura, júodas.
b) Nel dialetto la j è scomparsa: 1. Come nel lituano standard, tra consonanti e prima delle vocali anteriori, per es.: (pres. 1ª pers. sing., 2ª pers.) glaudì, kelì, sùntì ~ siunti, verki̇̀, (pass. 1ª pers. sing., 2ª pers.) glaudėi, sùntei ~ siuntei, verkėi, (pl. nom.) šlapi̇̀, žali̇̀, (strumentale) šlapiēm, žaliēm. 2. Dalle antiche sequenze: gj, kj, lj, mj, nj, rj, sj, šj, vj, zj, žj, che precedevano le vocali posteriori. Cadendo da queste sequenze, j ha lasciato palatalizzata la consonante che la precedeva (cioè il primo elemento della sequenza), per es.: rugù ~ rugių, lakù ~ lekìu, žàle ~ žalià, ramiaũ ~ ramiaũ, ganiàũ ~ ganiaũ, šunarei ~ šąnariai, šiauràs ~ šiaũras, šaũdas ~ šiaũdas, daviaũ ~ daviaũ, zurziau ~ zurziau, ōže ~ ožio.
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3. Dalle desinenze accentate del locativo singolare -ėj(e), -yj(e), per es.: dabė, žėvė, žalė (|| dabėj, žėvėj, žalėj) < duobėje, žievėje, žolėje; akỹ < akyje, ausĩ < ausyje, pirtì < pirtyje, širdì < širdyje⁴⁴.
c) Come in molti dialetti, nel dialetto rapt nel tema lessicale si sono conservati i nessi delle consonanti labiali b, p con j davanti alle vocali posteriori, per es.: bjaurùs ~ biaurùs, (su)bjūra ~ (su)biūro, pjáuti ~ pjauti, pjáustyti ~ pjaustyti, pjévėjis ~ piovėjas, pjudĩ ~ piudyti, rugpjūtė ~ rugpjūtė, spiáuti ~ spiauti, spjaudalìs ~ spiaudalis, spjaudė ~ spiaudė. In fine di parola j dopo b, p è scomparsa (dopo aver prima palatalizzato queste consonanti), per es.: drėbù ~ drebù, drebāũ ~ drebiau, lāpù ~ lāpiu, verpù ~ verpiu, verpāũ ~ verpiau.
Davanti a una vocale anteriore, j dopo b si pronuncia soltanto nell’avverbio labīn ~ labyn (probabilmente per analogia con labjau ~ labiau).
d) Nel dialetto, i nessi delle consonanti dentali d, t con j che precedevano vocali posteriori sono scomparsi (come anche nel lk), trasformandosi nelle affricate dž, č⁴⁵, per es.: gaidžẽ ~ gaidžiai, gaidže ~ gaidžio, gaidžiū ~ gaidžiui, gaidžū ~ gaidžių; svečẽ ~ svečiai, sveče ~ svečio, svečiū ~ svečiui, svečū ~ svečių, verčiū ~ verčių, verčāu ~ verčiau, verčĩ ~ verčia.
l
§ 83. La l del dialetto è della stessa origine che nel lk, per es.: láibos, lāpe ~ lāpė, lāšas, lūbas ~ lūbos, lūpa ~ lūpa, lieptas, ligā, liktì.
§ 84. a) Nel dialetto la l dura (pronunciata leggermente più dura che nel lk) si trova non solo davanti alle vocali posteriori, ma anche davanti a e (e anche davanti a e in posizione di primo elemento di un dittongo), ē. Nel dialetto, le vocali e, ē dopo una l indurita sono diventate a, e, per es.: lādas ~ lēdas, lāki ~ lēkia, vėlanas ~ vėlenas, žalāla ~ žolėlė; lāisti ~ lēisti, laidīmas ~ leidimas, didelāi ~ didelēi «didelei», lik šelāi ~ lig šiolēi «ligi šiolei»; gulēt ~ gulėti, išblēsa ~ išblēso, tilēt ~ tylėti, velēna ~ velēna, žalē ~ žolē.
Nel dialetto la consonante l è ancora pronunciata dura nelle parole: gēlbāt ~ gēlbėti, kalbēt ~ kalbėti, silsēt ~ silsėti «ilsėtis». In altre parole, in questi casi, cioè quando non precede direttamente e, ē, per assimilazione l si pronuncia molle, per es.: kilpēla ~ kilpėlė, pilnēt ~ pilnėti (cfr. inoltre § 89d).
b) Nel dialetto rapt la consonante l, quando precede e, ē, non si è indurita nei casi seguenti:
1. Nelle parole fonosimboliche (interiezioni imitative, verbi derivati da esse e altre parole), per es.: klēpt, klēpsi, klēptelēje ~ klēptelėjo, klebetiū, lēpī, lēpsi, lēpterēt ~ lēpterėti, lēpsi ~ lēpsyš «lēpsis», plēkši, plēškēi, plēpēi, plēpīs ~ plēpys, plēpus, plērpt, plērpi ~ plērpia, slēpti, slēpsēi.
⁴⁴ Si ritiene inoltre che nei dialetti le forme del locativo singolare akỹ, ausỹ… possano essere derivate dalle forme akij, ausij, la cui j si è assimilata alla į (breve) trasformandola in į lunga (= y). Cfr. J. Kazlauskas, Lietuvių kalbos i- kamieno daiktavardžių vienaskaitos įnagininko ir vietininko formų kilmės klausimu, UMD, 26, 66–67 (1958).
⁴⁵ Dai toponimi lituani rinvenuti nelle antiche cronache e in altri documenti (scritti in lingue straniere) si deduce che *dj, *tj > dž, č si siano trasformati verso la fine del XIV o l’inizio del XV secolo. Questa trasformazione probabilmente non avvenne contemporaneamente in tutti i dialetti lituani. Sembra che sia iniziata un po’ prima nella Lituania sudorientale e più tardi nella parte nordoccidentale della Lituania.
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2. Davanti alla e dialettale, derivata dal dittongo atono ie, per es.: lemuõ ~ liemuõ, letãis ~ lietãis, ležùvis ~ liežùvis (cfr. anche § 29).
3. Nei vocaboli entrati nel dialettosolo recentemente, quando il processo diindurimento era già terminato. Si tratta per lo più di parole di origine non lituana, per esempio: kalãdas ~ kalė̃dos, kalėdóti ~ kalėdóti, kalendõris ~ kalendõrius, klebõnas ~ klebõnas, leñtas ~ leñtas⁴⁶ «lento», klė̃ka «gabbia», blė̃ta || blė̃ka «lamiera», sklė̃pas «cantina»; la l palatalizzata si pronuncia anche nelle parole glė̃ža «terra melmosa, fango; poltiglia liquida e appiccicosa», klė̃vas, lė̃nda, žal̃szi ~ žalėsiai, che sembrano poter essere anche vocaboli antichi del dialetto.
§ 85. L’indurimento della consonante l davanti a e, ė, caratteristico anche di altri dialetti degli altaiti⁴⁷, è un fenomeno piuttosto antico. A determinare approssimativamente l’inizio dell’indurimento della l contribuisce un’altra caratteristica fonetica non meno importante dei dialetti degli altaiti orientali (e degli dzuchi), cioè la trasformazione dell’antico dittongo en in in.
Come sappiamo, nei dialetti dell’alta Lituania orientale l’antico dittongo en si è trasformato in in oppure in en (fase di transizione da en a in); cfr. la pronuncia della parola šventė in questi dialetti: švĩntė (Gelvonai), švũntė (Svėdasai, Obeliai), švẽntė (Panevėžys, Pakruojis). Dopo la consonante l, l’antico en ha avuto un esito ancora più vario negli stessi dialetti. Al suo posto sono comparsi oggi altri nuovi dittonghi: in, ɘn, ǝn, un⁴⁸. Questo esito diverso del dittongo en dopo l dipendeva da quale dei due processi — l’indurimento della consonante l o la trasformazione del dittongo en in in — sia iniziato prima in questi dialetti.
Nei dialetti in cui en > in, la l, trovandosi davanti a i, non poteva più indurirsi in seguito. Per questo oggi qui si pronuncia linta ~ lenta, lingvas ~ lengvas. Questa pronuncia è caratteristica di tutti gli abitanti dell’alta Lituania orientale che vivono a est, approssimativamente, della linea Parovėja — Biržai — Vabalninkas — Subačius — Troškūnai — Kavarskas — Vidiškiai — Širvintos — Kaimynai⁴⁹. Questa area comprende dunque la maggior parte dei puntininkai (tra cui tutti gli dzūkai orientali). Potremmo chiamare questi abitanti dell’alta Lituania lintininkai, in base a lenta > lint(a).
Diversamente andarono le cose dove la l era stata indurita in precedenza. Dopo la l indurita, il primo elemento del dittongo en si è trasformato in a (come e dopo l diventa a anche in altri casi, per es.: lesa > lasa, leisti > laisti). Quindi lenta, lengvas qui sono diventati lanta, langvas⁵⁰. In seguito, quando è iniziata la trasformazione dell’antico dittongo an nel dittongo un, insieme a esso si è trasformato anche l’an <en, identico nella pronuncia. Per questo in alcuni dialetti dell’alta Lituania orientale da lanta, langvas (< lenta, lengvas) sono nate le forme lunt(a), lungvas (come runk(a) < ranka). Questa è la pronuncia odierna in una stretta fascia dei puntininkai, situata a ovest del menzionato confine occidentale dei lintininkai. Le località più importanti di quest’area sono Smilgiai (distretto di Biržai), Krinčinas, Vabalninkas, Karsakiškis, Raguva, Šiesikai, Ukmergė, Pabaiskas, Gelvonai,
46 Per l’etimologia di questa parola cfr. Būga, RR, 2, 105.
47 Solo gli abitanti dell’alta Lituania occidentale non induriscono la consonante l davanti a e, ė; tutti gli altri dialetti dell’alta Lituania (dzūkai, dialetti dell’alta Lituania orientale e centrale) in questo caso pronunciano la l dura.
48 Lo stesso deve essere accaduto anche all’antico dittongo em, che seguiva la l; cfr. K. Širvydas: nelýmiby PS I 114₁, nelymti PS I 125₁. Tuttavia, oggi non tutte le varietà dialettali conservano esempi di questo em che si trovava nella posizione menzionata.
49 Per indicare i confini relativi all’indurimento della l, ci si è basati soprattutto sui materiali raccolti per l’atlante della lingua lituana.
50 Con il dittongo an, queste parole sono pronunciate oggi dagli abitanti dell’alta Lituania centrale, dagli dzūkai occidentali e nel dialetto di Zietela, dove la consonante l davanti a e, ė viene indurita, mentre gli antichi an, en non si trasformano in un, in.
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Čiobiškis, Musninkai, Kernavė. Anche i meridionali pantininkai (le zone di Truskavõs, Ramýgalos e Krekenavõs) dicono lunta. Tutti questi abitanti dell’Alta Lituania, che pronunciano lunt(a), possono essere chiamati luntininkais51. Come abbiamo già visto dai toponimi menzionati sopra, nel loro territorio rientra anche tutta la rapt.
Il dittongo an, diventando un, ebbe ancora uno stadio intermedio: il dittongo ɔn (il primo elemento era una o breve e chiusa). Una parte degli abitanti dell’Alta Lituania orientale ha conservato questo stadio fino ai nostri giorni. In questo modo da lanta (< lenta) è derivata anche la forma attuale di questi dialetti, lont(a) (come lonk(a)s < lankas). Gli abitanti dell’Alta Lituania che pronunciano così, chiamabili lontininkais, vivono in tutto il territorio dei pontininkai e nella parte settentrionale dei pantininkai.
Come accennato, in alcuni luoghi al posto dell’antico en, che seguiva la l, si trova ancora anche il dittongo bɫn. L’origine di questo dittongo non sembra altrettanto chiara. Non può essere derivato direttamente da in (< en), perché la consonante i precedente a in non si sarebbe in seguito velarizzata. Lo dimostrano anche le parole lindo, linguori, linkimas, nelle quali la l prima di in è pronunciata palatalizzata in tutti i dialetti dell’Alta Lituania orientale. Pertanto, anche l’affermazione di alcuni linguisti secondo cui nei dialetti dove si pronuncia lɪnta prima en sarebbe diventato > in, e poi la l si sarebbe velarizzata, sembra non del tutto corretta e, inoltre, incomprensibile. Tuttavia, bɫnta non può essere derivato neppure da lanta o lunta, perché non abbiamo esempi di una trasformazione simile. Ne consegue che questo bɫ, al posto dell’antico en, deve essere sorto per un’altra via.
È possibile che in alcuni dialetti dell’Alta Lituania, prima dell’inizio della velarizzazione della l, il primo elemento del dittongo en si fosse già ristretto, cioè en > ęn. Per esempio, all’epoca le parole šventė, žengti si pronunciavano qui šventė, žęngti. Quando sopraggiunse l’onda di velarizzazione della l prima di e, ė, qui si cominciò a pronunciare lenta (< lenta), lengvas (< lengvas) come lenta (lęnta), lęngvas (lęngvas). Tuttavia, in questi dialetti en continuò a trasformarsi in in, cioè šventė, žengti > švinti, žingti. Durante questo ulteriore processo (la trasformazione di en in in), anche il primo elemento ę, arretrato dopo la l velarizzata (= ę), doveva diventare una i posteriore (= bɫ).
Ma se le isoglosse d’uso delle forme linta, lunta e lonta sono più o meno chiare, al momento non possiamo delimitare con precisione l’area in cui si dice lɪnta. I materiali dialettali di cui disponiamo mostrano che oggi lɪnta ricorre per lo più soltanto accanto ad altre forme: accanto a linta (per esempio, nei dintorni di Dieveniškės, Adutiškis e altrove), e a lunta (per esempio, nel territorio della rapt nei dintorni di Musninkai, Čiobiškis, Pabaiskas e altrove). È possibile che in passato l’isoglossa d’uso di lɪntos fosse più netta, ma in seguito questa forma fu soppiantata dalle già menzionate linta e lunta. Per esempio, negli scritti di K. Širvydas si trovano soprattutto le forme: nenusitynks PS I 10₁₇, lynktumes PS I 6₁₀, ne nusilynkiau PS I 24₂₄, aplinkis PS I 84₃, pralynkia PS I 138₁₃, nulink PS I 218₁₅, pralynktas PS I 327₁₄, nusilynkia PS II 12₂₄, nusilinimo PS II 90₁₄, pralynkt PS II 92₅, lyngwa PS I 51₂₀, lyngways PS I 52₂₈, tingwu PS I 243₉, lyngwesniu PS I 277₂₃, lyngwa PS II 36₁, lynciugas PS I 38₂₀, lyriciugays PS I 39₁₀, 127₂₉, lyničugais PS II 70₂₁. Solo raramente si trovano: pralynkia PS I 185₃₁, lyncingu PS I 38₁₀, linciugays PS I 11₁₆, linčiugay PS II 160₅, stanksti PS II 179₁₅, prylankk PS II 171₁₉, pasilankie PS II 183₁₆,
51 Si può aggiungere che anche i luntininkai, al posto dell’antico en seguito a l, talvolta pronunciano in. Per esempio, nella parte settentrionale del loro territorio (dal confine con la Lettonia quasi fino a Ukmergė) si dice più spesso linkt ~ lenkti. Tuttavia, in questa pronuncia del verbo potrebbe essere responsabile anche un altro verbo, linkti. Una confusione simile tra questi verbi si verifica anche nella rapt, ma qui, in base a lunkšt < lenkti, al posto di linkti si dice lunkšti (cfr.: «ha caricato il carro — persino gli assi si piegano», cioè «ha caricato il carro — persino gli assi si flettono»).
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luncīgays PS I 374₁₉. Le ultime forme degli scritti di Širvydas sembrano poter essere considerate errori di stampa oppure forme provenienti da altri dialetti.
Tuttavia, ora, come già detto, lbnta si incontra per lo più soltanto come forma di area confinaria e, inoltre, più spesso nei luoghi in cui i parlanti del tipo lintininkai confinano con quelli del tipo luntininkai o con i dzūkai occidentali. Ciò induce a ritenere che questa forma (almeno in alcuni casi) possa avere anche un’origine diversa da quella indicata sopra. Per esempio, nelle zone di confine dei dialetti menzionati, lbnta potrebbe essersi sviluppata in epoca più tarda per contaminazione dalle forme lunta o lanta e linta (la l indurita delle prime forme + il dittongo in dell’ultima forma).
Dopo aver passato brevemente in rassegna la pronuncia della l prima dell’antico dittongo en, torniamo alla questione dell’antichità della velarizzazione della l.
Dai nomi propri lituani che compaiono in antichi documenti redatti in altre lingue, vediamo che i dittonghi misti am, an, em, en, già verso la metà del XIV secolo, in alcuni dialetti orientali si erano trasformati in um, un, im, in. L’inizio stesso di questa trasformazione risale probabilmente a tempi ancora più antichi. Inoltre, si suppone che sia la trasformazione dei dittonghi menzionati sia la velarizzazione della consonante l siano iniziate a est e si siano poi diffuse verso ovest. E poiché gli stessi dialetti lituani orientali pronunciano oggi lenta come linta, la consonante l deve aver cominciato a velarizzarsi un po’ più tardi dei dittonghi am, an, em, en > um, un, im, in. Tuttavia, tra l’inizio di questi due fenomeni non può essere trascorso un lungo intervallo di tempo, perché l’onda di velarizzazione della l raggiunse dapprima altri dialetti dell’Alta Lituania, precisamente i luntininkai e i lontininkai, e solo in seguito in quei dialetti iniziò la menzionata trasformazione dei dittonghi misti.
Tuttavia, nella radice le cose stavano così, mentre alla fine della parola potevano essere diverse. Per esempio, al posto dell’antico accusativo singolare *saulen (> lk saulę) ci aspetteremmo: nel territorio dei lintininkai saulį (per la caduta di n, cfr. § 86), in quello dei luntininkai saulu e in quello dei lontininkai saulo. Ma in realtà non è sempre così. I lintininkai e i luntininkai settentrionali, che vivono nel territorio dei puntininkai dal confine con la Lettonia fino all’incirca a Ukmergė, oggi dicono per lo più saulb, mentre i lontininkai e i luntininkai che vivono nel territorio dei pantininkai dicono saulę. Nella parte meridionale restante del territorio dei luntininkai, quasi interamente occupata dalla rapt, l’accusativo singolare è saulu.
Vediamo come, accanto a linta e lunta, possa essere comparso saulb e come, accanto a lonta e lunta — saule. Dal punto di vista fonetico, queste forme potrebbero essersi evolute nel modo seguente. L’antico accusativo *saulen nei dialetti dell’Alta Lituania orientale deve aver attraversato lo stadio *saulėn. Questo stadio fu raggiunto dall’onda di velarizzazione della l e saulėn > saulėṇ. In una parte degli abitanti dell’Alta Lituania menzionati (i lintininkai e una parte dei luntininkai), quest’ultima forma si trasformò ulteriormente in *saulbṇ > saulb; nell’altra parte (i lontininkai e una parte dei luntininkai) rimase invariata e, caduta più tardi la n finale, diede origine a saule. Ma ciò avrebbe potuto verificarsi soltanto:
1) se la fine della parola avesse conservato più a lungo della radice il primo stadio della trasformazione di an, en nei dittonghi un, in, ossia i dittonghi om, em, oppure
2) se la trasformazione di an, en finali di parola nei dittonghi un, in (anch’essa attraverso lo stadio intermedio on, en) fosse iniziata un po’ più tardi della trasformazione dei medesimi dittonghi nella radice.
In un modo o nell’altro, anche l’inizio stesso del processo di trasformazione di an, en finali di parola dovrebbe essere anteriore all’inizio della velarizzazione della l. Tuttavia, da est verso ovest le onde di trasformazione di an, en nella radice e alla fine della parola devono essersi propagate a velocità diverse. Quest’ultima onda, o, più precisamente, il primo stadio della trasformazione dei dittonghi an, en finali di parola (> on, en), procedette molto più rapidamente, anticipò il mutamento di an, en nella radice e raggiunse i luntininkai e i lontininkai
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si verificò già prima dell’indurimento di l. Alla fine della parola, come nella radice, an, en > un, in comparvero soltanto dopo l’indurimento di l (prima di e). Questa interrelazione tra il mutamento dei dittonghi an, en nella radice e alla fine della parola e l’indurimento di l potrebbe essere rappresentata più chiaramente in una tabella (cfr. tabella 1).
Tabella 1
Rapporto, nei dialetti dell’alta Lituania orientale, tra il mutamento dell’antico en nella radice e alla fine della parola (accusativo singolare) e l’indurimento di l
forma iniziale: radice, desinenza; en >: radice, desinenza; ondata di indurimento di l; an, en >: radice, desinenza; nome del dialetto in base alla pronuncia della parola lenta. lenta; *saulen; linta; *saulen; linta; *saulbn; saubl; lintininkai. lenta; lenta; *saulen; *saulen; lanta; *saulen; *saulan; lunta; *saulbn; saubl; lintininkai. lenta; lenta; *saulen; *saulen; lanta; *saulen; *saulen; lonta; *saulen; saulė; lontininkai.
È vero che, oltre alle forme sopra menzionate dell’accusativo singolare, negli stessi dialetti si incontrano talvolta anche altre forme, per esempio nell’area dei lintininkai: saulė (Dieveniškės, alcuni dintorni del distretto di Molėtai e altrove), saulu (Šašuoliai, Lyduokiai, alcuni dintorni del distretto di Anykščiai e altrove). Queste ultime forme potrebbero essere anch’esse antiche in alcune località, evolutesi direttamente da *saulen. Non bisogna però dimenticare il fatto che la fine della parola è molto più instabile della radice e che può subire più rapidamente, in un modo o nell’altro, l’influsso di altre forme. Per esempio, nei dialetti dell’alta Lituania orientale, dopo l’indurimento di l le desinenze della maggior parte dei casi dei nomi in ė-stem, che avevano l’antica sequenza fonica -lė, coincisero completamente con quelle dei nomi in o-stem. Cfr. la declinazione dei nomi ranka e saulė nel dialetto di Debeikiai:
Singolare N. ranka, saula. G. rankas, saulas. D. rankai, saulai. A. ranku., saubl., saulu. Str. ranku, saulu. Loc. rankaj, saulaj (e ža.lōj accanto a ža.lėsj «nell’erba»). Ill. rankan, saulan (ža.lōn accanto a ža.lēn «verso l’erba»). Plurale ranka.s, saula.s. ranku., saulu. ranka.m, saula.m. rankas, saulas. ranka.m, saula.m (ža.lōm accanto a ža.lēm «con le erbe»). (ža.lōs, ža.lēs «nelle erbe»). (ža.lōs, ža.lēs «verso le erbe»).
52 Cfr. O. Sedelskytė, Debeikių tarmės daiktavardžių linksniavimas, MADA, 1 (4), pp. 200 ss. (1958).
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È comprensibile che, una volta che le desinenze dei menzionati gruppi di nomi in ė-stem si furono così mescolate a quelle dei nomi in o-stem, anche la forma concorrente dell’accusativo singolare šalù possa essere più recente, sorta sul modello di rùkų.53 Lo stesso vale per le forme di altri casi (per esempio, dello strumentale singolare) che avevano alla fine della parola la sequenza fonica *-len. Inoltre, le forme di questo tipo potrebbero essere state influenzate anche da altre forme dello stesso tema.
Per esempio, al posto dell’antico locativo *stalẽn, *šìlẽn, oggi si usano prevalentemente stalì, šìli. Questa forma del locativo è attestata anche in molti altri dialetti dell’alta Lituania orientale, cfr.: atòli, kubìli, stalì (Debeikiai, Svėdasai). Si può supporre che qui l’enfasi acuta di -en > si sia trasformata in -in prima dell’indurimento di l. Tuttavia, disponiamo anche di fatti che contraddicono questa ipotesi. In primo luogo, una trasformazione più tarda di questo -ẽn in un altro dittongo è attestata dal locativo singolare di Širvydas dẽrkovy PS I 113₉, galỹ PS I 222₂₀, mezlỹ PS I 242₇, mokslỹ PS I 255₁₇, 287₁₂, nonché dalle forme attuali di questo caso in alcuni dialetti: galbì, katìbli, kubìli, šìlì (Obeliai), galù, šìlu (Miežiškiai). Nei dialetti in cui oggi si dice più spesso šìl, ricorre anche un’altra forma, per esempio šìlb (Čiobiškis). Inoltre, in questi dialetti si usa spesso la forma palatalizzata galù, galbì (rapt), galì (Svėdasai54), derivata da *galẽn. In secondo luogo, il destino dell’-ẽn a intonazione acuta nello strumentale singolare dopo l non indica neppure che la sua trasformazione sia iniziata prima di quella dell’-en a intonazione circonflessa; cfr. le forme dello strumentale singolare: atvìkti PS I 82₂₉, paukšzẽly PS I 85₂₇; siùlbl, skarelbi (Linkmenys, Obeliai), pelù ~ pelė, šaulù ~ šaule (Miežiškiai, Raguva)55. Ciò induce a ritenere che oggi il locativo singolare šalì, šìli sia più recente in molte località. Al posto di una l dura, qui potrebbe essere comparsa una l palatalizzata sul modello delle forme del locativo singolare dello stesso tema, molto più frequenti, con una consonante palatalizzata alla fine del tema, per esempio: mišì ~ miške (< *miškẽn), namì ~ name, sodì ~ sode, stogì ~ stoge. Inoltre, nei dialetti in cui *šìlẽn > è diventato šìlì, si sono affermate due desinenze del locativo singolare dello stesso tema: -u e -i. È comprensibile che la desinenza -u, meno frequente, possa essere stata soppiantata.
In rapt e in alcuni altri dialetti orientali, le forme dei participi del passato remoto di origine analoga potrebbero essere acigùlęs ~ ats igùlęs, acigùlì ~ ats igùlė, pakėlìs ~ pakėlęs, pakėlì ~ pakėlė, sušėlìs ~ sušėlęs, sušėlì ~ sušėlė. Queste forme, usate (in rapt e dai parlanti della generazione più anziana) accanto a acigùlbs (acigùlas), acigùlbl (acigùla), pakėlbls, pakėlbl, sušəlbls, sušėlbl, potrebbero essere sorte sul modello di participi come būvis ~ buvęs, būvì ~ buvę, mātìs ~ matęs, māti ~ matę, vėžìs ~ vėžęs, vėžì ~ vėžę. Anche la l palatalizzata delle forme del lituano comune ats igùlęs, ats igùlė… potrebbe esercitare una certa influenza.
Vediamo che la questione dell’esito della sequenza finale *-len è molto più complessa di quella relativa alla radice. Purtroppo, anche il materiale disponibile su questo tema, raccolto dai vari dialetti, è ancora piuttosto scarso.
Sull’età dell’indurimento di l in rapt, cfr. anche §§ 29, 32, 55.
n
§ 86. L’origine dialettale di n è la stessa di lk, per esempio: nãgas, naktìs, nẽrti, niẽkas, nìkti ~ nykti.
53Si veda inoltre J. Šukys, op. cit., 160.
54Si veda inoltre Lietuvių kalbos žodynas, 3, 72, Vilnius, 1956.
55Rapt le forme precedenti da cui deriva l’attuale strumentale singolare šaulaĩ «sole», pelai, «topo», potrebbero essere sia šaulu, pelù, sia šaulbt, pelbt (per maggiori dettagli sulla formazione delle forme strumentali singolari femminili rapt lazdaĩ, katì… si veda MADA, 2 (7), 198 ss. (1959).
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Nei dittonghi misti antichi an, en, in, un, la n tautosillabica è rimasta se tali dittonghi precedevano le consonanti t, d, k, g, p, b, per esempio: unt̃ras ~ antras, pín-tė ~ pėntė «pentis», kaũdis ~ kaũdys, sùnku, žiñgsnis ~ žingstnis, į̃mpilas ~ į̃mpilas (sulla m < n si veda § 91).
Nei dittonghi an, en, in, un, che precedevano s, š, z, ž, r, l, m, n, j, v e in fine di parola in posizione aperta, la n è scomparsa. La scomparsa della n tautosillabica, avvenuta gradualmente, in molti casi non è un fenomeno antico. In primo luogo, rapt, come anche negli altri dialetti orientali, questa n deve essere scomparsa già dopo an, en > un, in (§§ 35 d, 36 c, 60, 61, 65). In secondo luogo, dai testi antichi vediamo che ancora alla metà del XVII secolo, e persino più tardi, alcuni dialetti aukštaitiani pronunciavano, al posto degli antichi dittonghi an, en, in, un nei casi menzionati, a, e, i, u con una chiara coloritura di n, nasalizzati. Per esempio, D. Kleinas nella sua grammatica tratta separatamente le vocali di questa origine, proprio per la loro pronuncia particolare56.
In alcune forme (per esempio, genitivo plurale, § 53) la n finale rapt, come anche negli altri dialetti, scomparve molto tempo fa57.
Rapt nei verbi, in determinati casi, la n è rimasta anche davanti a s, per esempio: givė̃nsu ~ gyvėnsu, givė̃ns ~ gyvens, sénstu, sė̃nsu ~ sénsiu, señs (sulla en di questo dialetto si veda inoltre § 48), giñsu ~ ginsiu, giñs, žriñsu ~ trinsiu, žriñs. In questo caso, la conservazione della n tautosillabica davanti a s fu favorita dall’analogia con altre forme, nelle quali questa n, precedendo altre consonanti (occlusive), non cadeva regolarmente, cfr.: givė̃nti ~ gyventi, givė̃ndava ~ gyvendavo, givė̃nk ~ gyvenk, žriñti, žriñdava ~ trindavo, žriñk.
Nel prefisso in- (che ricorre accanto al più frequente un- < ant-) la n del dialetto è rimasta davanti a tutte le consonanti, per esempio: iñdave ~ indavė, iñkė̃la ~ inkėlė, iñgėri ~ ingėrė, iñšėda ~ insėdo, iñmetė ~ įmetė, iñvė̃rti ~ inverti.
f, ch, h
§ 87. Le consonanti f, ch, h sono rare nel dialetto. Si trovano:
1. Nelle parole fonosimboliche e nelle interiezioni, per es.: fė, fá «fe», fít, fùchti (!fùkti), «per indicare l’improvviso spegnersi del fuoco»; màchti «makt», trach «per indicare uno sparo e altri suoni», žàch «per indicare il rumore di una caduta, di un colpo»; ahã, ohõ, į̃haha ~ ýhaha.
2. Nelle parole di origine non lituana, per es.: fanjėra «compensato», felčeris, frántas; chrõmas ~ chromas; hùonaras ~ honõras «onore, ambizione».
I parlanti del dialetto della generazione più anziana, nelle parole prese da altre lingue, spesso pronunciano p, k, g al posto di f, ch, h, per es.: pabrìke ~ fabrikė «fabbrica», panabėrija ~ fanabėrija, pùosfaras ~ fosforas; krizantėma ~ chrizantėma, tėchnìkas ~ tèchnikas; gusáras ~ husáras. Talvolta la consonante h viene completamente omessa, per es.: aktãras «ettaro», iònaras «onorario». I parlanti della generazione più giovane pronunciano per lo più le consonanti f, ch, h nelle parole di origine non lituana.
2. Affricate
§ 88. Sulle č, dž del dialetto < *tj, *dj, cfr. § 82d.
Nel dialetto le affricate c, č, dz, dž si trovano anche nei casi seguenti:
1. Nelle parole fonosimboliche, per es.: capsót, cikšėt; čekšėt, čiaukšt ~ čiaukšt, čùkšt ~ čiùkšt; dzìrint, dzupsėt ~ dziubseti; džerškė̃ti, džiñkti ~ džingt.
56Cfr. La prima grammatica della lingua lituana, pp. 418 segg., Vilnius, 1957. Inoltre, cfr. anche K. Eigminas, op. cit., pp. 168–169.
57Cfr. inoltre Z. Zinkevičius, Lineamenti della storia degli aggettivi pronominali della lingua lituana, pp. 25 segg., Vilnius, 1957.
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2. Comparse per assimilazione da altre due consonanti venute a trovarsi una accanto all’altra (più spesso c < t-s, č < t-š, dz < t-z, dž < t-ž), per es.: ackirė < at-skirti, ackėlė < at-sikelti, acminė < at-siminti, acnešė < at-sinešti, pač < pats; ačūlė < at-šalti, ačlaimas < at-š laimas, ačlauži < at-šla užti; ādžvimbė < at-žvimbė, adzbósta < at-sibósta, adzdūoda < at-sidūoda; adžagarei < at-žagar iai, adžnupė < at-žnybti, adžvingė < at-žvengė.
3. Nei vocaboli di origine non lituana, per es.: cigònas «zingaro», cimantas «cemento», čolis; česnākas.
4. Nella parlata l’affricata c viene talvolta pronunciata anche al posto di s, soprattutto nei suffissi di origine non lituana davanti alla consonante k, per es.: kvietkāučkas ~ Kvietkāučkas, jeblūonckas ~ Jablònskas, gelvańckas ~ gelvańskas «abitante di Gelvonai», brudūlckas ~ Brudūlskas, kavārckas ~ Kavárskas «cognome e località», pabaickas ~ Pabaiskas.
II. Leggi combinatorie delle consonanti
1. Palatalizzazione e indurimento delle consonanti
Palatalizzazione. § 89. a) Le consonanti sono sempre palatalizzate quando sono immediatamente seguite: 1) da vocali anteriori (cfr. anche §§ 84, 90), per es.: bìlinėtis ~ bylinėtis, dègimas, kèškas, lėptas, ši̇emėniškas, fėtas, kėksmas, sėdynė ~ sėdynė, šilkas, ievvas, vēri ~ vėria, ēilas;
2) da vocali posteriori avanzate; cfr. §§ 75, 82.
b) Quando cadono le vocali anteriori in fine di parola (di norma e, i, più raramente i dittonghi ei, ie), le consonanti che le precedevano rimangono per lo più palatalizzate, per es.: būt ~ būti (cfr. anche § 62)⁵⁸, būkit ~ būkite (cfr. anche § 54), kōtū «gattina»; bādās ~ bādosi, gīris ~ giriasi, praūisis ~ praūsiasi; mān (cfr. maní (cfr. mánig DP 287₂₆ accanto a mań DP 1₁₁); dēl (cfr. del’ KA 48₃₀, 57₁₅) < dėlei, vėl (cfr.: vėl’ KA 48₁₂, vel KA 48₂₇) < vėlei, kōl ~ kólei, tōl < tõlei⁵⁹. In questo caso le consonanti k, m si pronunciano dure, per es.: auk (cfr. anche §§ 62, 93), dirbam ~ dirbame, aišim ~ eīsime, senam ~ senamė (cfr. §§ 54, 60).
c) Quando cade una vocale anteriore dalla posizione interna alla parola, la consonante che la precedeva rimane per lo più palatalizzata (cfr. § 79), ma anche la particella riflessiva -s- < -si- si indurisce davanti a consonanti dure, per es.: nėsmāta ~ nesimāto, paslaūdzī ~ pasilėidžia, pasrōda ~ pasirodo, parsūara ~ parsivāro.
d) Nei gruppi consonantici, una consonante palatalizzata di norma palatalizza anche tutte le altre consonanti che la precedono, per es.: baršti ~ barstyti, bēlštis, dūnīti ~ dantyti, drēške ~ drėškė, kēlvertas, skauterė ~ skiauterė, šmilkinīs ~ smilkinys, spīrti, šlaūži ~ šliaužti, trūškinti ~ triūškinti, sužlūnga ~ sužliūnga.
Nei composti, talvolta la consonante dura del primo membro rimane non palatalizzata davanti alla consonante palatalizzata del secondo membro, per es., dańkėpė (ma, a quanto pare, più spesso dańkėpė) ~ duonkepė.
⁵⁸ Nella parlata anche la -t delle interiezioni è sempre palatalizzata, per es.: kišt ~ kyšt, krūšt, šūst ~ šūst. Si suppone che questa -t < derivi da -ti, antica desinenza del dativo singolare in -i. Cfr. Otrebski, GrJL, 3, § 843.
⁵⁹ La l palatalizzata negli esempi citati indica che -ei è caduto prima dell’indurimento di questa consonante (§§ 84, 85).
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Non tutte le consonanti presenti nel gruppo hanno lo stesso grado di palatalizzazione. È pronunciata nel modo più palatalizzato la consonante che precede direttamente (o precedeva) una vocale anteriore o una vocale anteriorizzata; la palatalizzazione delle consonanti che seguono è meno marcata.
Non tutte le consonanti della sequenza sono influenzate allo stesso modo dalla palatalizzazione. Le velari g, k e le labiali b, p, m, separate dalle vocali anteriori o anteriorizzate da altre consonanti, sono per lo più pronunciate come dure, per es.: aũglis ~ aũglius, ugnìs, brukšnìs ~ brúkš- nìs, trùkšėt ~ trūkčioti; kablìs ~ kablys, gõbšì ~ gobši, capšėt, bumpšėt ~ bamp- šėti, kamšì ~ kamšyti. Tuttavia, le consonanti menzionate si palatalizzano quando, da tempo o di recente, vengono a trovarsi nella stessa sillaba con altre consonanti palatalizzate (o palatalizzatesi) che le seguono60, per es.: glìtus, gnìaušì ~ gniaužti, kveĩs ~ kvie- tỹs, kniaũkti ~ kniaukti, arkìs (pronunciato sillabando: ar-klìs) || arklys (: ark-lìs) ~ arklys; bliaũ ~ bliáuti, nubrizga ~ nubrizgo, kėblìnti (: kė-blìnti) || kėblìnti (: kėblìnti), pliaũpi ~ pliaũpti, trėpsė̃ti (: tre-pšė̃ti) || trepsė̃ti (: trep-sė̃ti), tìmpì.
Le consonanti che precedono le velari e le labiali dure menzionate nei gruppi sono anch’esse per lo più pronunciate come dure; invece, davanti alle stesse velari e labiali palatalizzatesi, si palatalizzano anche le altre consonanti, per es.:
unglìnas ~ anglinas, snarglìs ~ snarglys, karklìnas ~ karklynas; bùrptelėt ~ burbtelėti, pùrptelėt ~ purptelėti;
išg̃vėris ~ išgveręs, pėrg̃rìš ~ pergręžti, sklaũtas ~ skliautas, šìnkė ~ stengti; atbrìzga ~ atbrizgo, užbliaũt ~ užbliauti, atplìšt ~ atplyšti, bùfì ~ burbti.
Le consonanti che precedono la velare k, che si è indurita in fine di parola, sono sempre pronunciate come dure, per es.: dìrbk ~ dirbk, graũšk ~ graušk, krėšk, pìrk, skìnk.
Nelle sequenze menzionate la consonante l è per lo più pronunciata come palatalizzata, per es.: alkšnìs, dìlki ~ dilgt, sìlpìnėt, dìlpė̃t ~ dilbčioti, gùlk, kėlk (si dice anche gùlk, kėlk).
e) Le consonanti si palatalizzano quando si trovano in una sequenza con j, per es.: bjaũris, subjūra ~ subjūro, pjaũti, špjáuti, atjùnkti ~ atjunkti, išjudìnti ~ išjudinti, parjòd, užjòd.
f) In certi casi la palatalizzazione delle consonanti avviene anche al confine tra parole. Una consonante palatalizzata all’inizio di parola palatalizza la consonante finale dura della parola precedente, per es.: bèt kiẽk ~ bet kiek, dĩeną dĩeną ~ dien dieną „ giorno dopo giorno, quotidianamente“, gan gẽras ~ gan geras, kas dìrbs ~ kas dirbs, kad gẽras ~ kad geras.
g) Altri casi di palatalizzazione delle consonanti:
1. In singole parole, per es.: ležuvis || ležùvis ~ liežuvis, šaũdiklė ~ šiaudykle „con la sparachiodi“, šėmet < šiemet (< šie metai).
2. Nelle parole di origine non lituana, l è spesso pronunciata come palatalizzata anche quando precede consonanti dure, per es.: bùlba „patata“, pùolka ~ polka. In realtà, in questo caso il dialetto ha semplicemente conservato la l palatalizzata (non indurita), poiché essa è pronunciata così anche nelle lingue (polacco, bielorusso) da cui queste parole sono entrate nel dialetto.
Indurimento. § 90. Nel dialetto si è indurita regolarmente soltanto la consonante l che precedeva e, ė (§ 84). In singole parole si trovano anche r, s, t e altre consonanti indurite, per es.:
1) nelle parole lituane (raramente): graĩt < greit, graĩtas < greitas, graũstis || grâuštis ~ griauštis, graũšì || grâušì ~ griaušti, graũšmas || grâũšmas ~ griaušmas,
60Tuttavia, va detto che la palatalizzazione delle velari g, k è molto lieve. Per questo motivo, nelle altre parti dell’opera non viene neppure indicata.
4. Kalbotyros klausimai, III
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grõzdas «griozdas», grazdēt ~ grozdóti «griozdoti», saptní < sette, tašlė < tešlė «impasto», nãt < no; strūbki ~ strýkt, budõlškì ~ budýkšt, žýbì ~ žýbt.
2) nelle parole di origine non lituana (abbastanza spesso): agzãma «eczema», cantnaris «centner», falčeris «feldsher», mātrikai «registri», ramantuõj «riparare», saradālė «seradėlė»; adālė «Adelė», faleksas «Feliksas», ragina «Regina»; žìgma «Zigmas».
Questo indurimento delle consonanti si riscontra soprattutto nel parlato dei rappresentanti della generazione più anziana61.
2. Assimilazione
§ 91. Nel dialetto si osserva l’assimilazione consonantica regressiva a breve e a distanza.
a) Casi di assimilazione a breve distanza:
1. Una consonante sorda davanti a una sonora diventa sonora, mentre una sonora davanti a una sorda diventa sorda, per es.:
abgalēt ~ apgalėti, ãdbulas ~ atbulas, rēgdava ~ rėkdavo, kaz būsva ~ kas buvo, mezgalis ~ mėsgalýs, iž dūgna ~ iš dugno, ižgērk ~ išgerk; dirpk ~ dirbk, grapštūkas ~ grabštūkas, dēkt ~ degti, užkūrt ~ užkurti, miẽspelį ~ miežpeliai «loppe d’orzo».
2. La consonante s davanti a č diventa š, mentre z davanti a dž diventa ž, per es.: unkščiau ~ anksčiau, sugrēbščiu ~ sugrėbščiau, praščiausis ~ prasčiausias; laždžõke ~ lazdžiokė.
3. La n alveolare davanti alle bilabiali b, p diventa la bilabiale m, per es.: imbērti, umbērti (< inbērti, unbērti) «versare dentro», iṃpilas ~ įmpilas (< įnpilas), um punēs ~ an punės «sul granaio».
Davanti alle consonanti velari g, k, la consonante n diventa una n velare; cfr. § 14.
4. In certi casi, per assimilazione, una delle due consonanti può scomparire. Ciò avviene quando nella parola o al confine tra parole si incontrano due consonanti uguali. Le consonanti che si incontrano possono essere uguali originariamente (1) oppure essersi uniformate in seguito, per assimilazione (2), per es.:
1) (d-d > d) ka duõs ~ kad duos, (g-g > g) dau gēra ~ daug gero, (k-k > k) ti kū ~ tik ką, (l-l > l) vē lāki ~ vėl lėkia, (n-n > n) unēšti < annešti «portare dentro», (p-p > p) tei padāre ~ teip padarė, (r-r > r) pērišt ~ perrišti, (s-s > s) pūssesere ~ pusseserė,
61Un indurimento sporadico di alcune consonanti si osserva anche in altri dialetti degli altipiani orientali, nonché negli scritti antichi; cfr.: Gravycianos PS I 45₁₁, (ne)greytay PS I 231₈, 315₁₃, II 61₉, grausmays PS I 83₈, grausmyngays PS II 117₃₀, traċias PS II 76₁₂, 171₁₇, ma: (ne) greytay PS II 61₂₀, 62₂₆, 70₁₀, 233₂₅, reykia PS I 188₂₅, II 61₁₉, regieimi PS I 90₉, Trečias PS II 161₁₅.
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(š - š > š) salta fuori ~ è saltato fuori, di lato ~ dal lato,
(t - t > t) proprio sì ~ ma proprio sì,
(ž - ž > ž) è ricresciuto ~ è ricresciuto;
2) (d - t > t - t > t) perché quello ~ che quello,
(t - d > d - d > d) non molto ~ ma molto,
(g - k > k - k > k) molte cose ~ molte cose,
(k - g > g - g > g) vai a dormire ~ vai a dormire,
(s - š > š - š > š) chi ha chiamato ~ chi ha chiamato,
(š - s > s - s > s) si è preparato da mangiare ~ si è preparato da mangiare,
(ž - s > s - s > s) si dimentica ~ si dimentica,
(ž - z > z - z > z) ha divorato ~ ha divorato,
(ž - š > š - š > š) sparare ~ sparare,
(š - ž > ž - ž > ž) spargere fuori ~ spargere fuori.
Nei casi menzionati, soprattutto al confine tra parole, la consonante può anche non scomparire, se le parole, o parti distinte di esse, sono pronunciate con enfasi.
5. Per i casi in cui due consonanti adiacenti, a causa dell’assimilazione, diventano affricate, cfr. § 88.
b) L’assimilazione consonantica a distanza è rara nel dialetto. Nelle parole lituane, talvolta s davanti a š, ž della sillaba seguente diventa š, per es.: pašišaušė < si è arruffato, nuššveitė < si è pulito, pašišnibždė < sussurrare, pašišnekėt < conversare, šližė < Šližiai «villaggio». Tuttavia, tale š al posto di s ricorre in modo irregolare, perlopiù a causa della pronuncia rapida della parola. Il risultato di questo tipo di assimilazione si conserva soprattutto soltanto in parole etimologicamente poco chiare, di solito prestiti o forestierismi, per es.: legulātaris < regolatore, šiečka, šiečke ~ šieckė «paglia sminuzzata per il foraggio; trinciatrice» (cfr.: russo, bielorusso сечка, polacco sieczka), šėkšlōt < siečkuoti «tagliare, sminuzzare» (cfr.: russo сечь, polacco siec).
c) La palatalizzazione delle consonanti per assimilazione è già stata trattata al § 89.
3. Dissimilazione
§ 92. Nel dialetto la dissimilazione consonantica (progressiva e regressiva) ricorre per lo più soltanto nelle parole di origine non lituana, per esempio: añtilerije < artilerija, kal̃daris < corridoio, malinārka || marinārka «giacca» (cfr. pol. marynarka), párkelis < párkeris.
4. Aspirazione
§ 93. La k in fine di parola nel dialetto (< k, g) è pronunciata con aspirazione, per esempio: baikʰ, daukʰ ~ molto, dūrʰ, škėrškʰ, skinkʰ. Al confine tra parole, quando si trova davanti ad altri suoni, questa k è pronunciata per lo più senza aspirazione, per esempio: dauk nēr ~ non c’è molto, daũg aina ~ molto cammina, vešk šienu ~ porta il fieno.
5. Metatesi
§ 94. Nel dialetto si riscontrano la metatesi contigua e quella a distanza.
a) Sulla metatesi antica di consonanti contigue (ks < sk, kš < šk, gz < zg), caratteristica anche di altri dialetti lituani, si veda: Būga, RR, 2, 184; Endzelynas, GF, § 73 a; Otrębski, GrJL, 1, §§ 509, 510.
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L’infisso del presente dei verbi Rapt, n + l, r in fine di tema, dà ln, mn, per es.: dilna < di̇̀nla > lk dyla, skilna < ski̇̀nla > lk skýla, svilna < svi̇̀nla > lk svỹla, (pri)šilnù < (pri)šinli > lk (pri)šyli, atpùlna < atpùla (atpuonla) «lk atpuola»; (nu)švirna < (nu)svi̇̀ra > lk (nu)svỹra, prakūrna < prakiūra > lk prakiūra.
È difficile dire se la metatesi delle consonanti menzionate sia avvenuta prima o dopo an > un, poiché le forme dialettali abžabalna «apžabala», nukȧ̀rna «nukara» indicano una direzione, mentre le forme bulna «bȧ̀la», sulna «sȧ̀la», šulna «šȧ̀la» ne indicano un’altra. Questa disomogeneità potrebbe essere dovuta all’influsso di altre forme. Nella radice delle prime forme (prima di l, r), la vocale a al posto di u può comparire per analogia con forme quali: abžabálì ~ apžabálti, abžabàla ~ apžabálo, nukãrì, nukãra ~ nukãro; nelle seconde, u potrebbe essere comparsa al posto di a per analogia con būla ~ bãla, sūla ~ šãla, šūla ~ šãla (forme anch’esse usate nel dialetto)62. Inoltre, è possibile che l’infisso n non sia comparso contemporaneamente in tutti i verbi63. Ne consegue che la metatesi potrebbe essere avvenuta prima nelle forme del presente di alcuni verbi e più tardi in quelle di altri.
Casi più rari in cui nel dialetto ln > nl, per es., aukštžė̃nlikas < augštielnykas (accanto alla forma dialettale più comune aukštienikas, cfr. § 95).
b) La metatesi a distanza si verifica nel dialetto irregolarmente, soltanto in qualche parola, per es.: keremėkas || (più comune) kemerėkas «albero storto e nodoso; persona goffa e impacciata», varãtliñkis || varãtinklis ~ vorãtinklis.
Talvolta questa specie di metatesi si è verificata (o si verifica) in parole di origine non lituana e in nomi propri, per es.: čevẽrikas ~ čeverỹkos «stivaletti» (cfr. rus. черевик «scarpa da donna con tomaia alta», e anche Širvydas čie-rewi̇̀kos PS I 69₁₇), raũlas ~ Raũlas, raulõkas ~ Rauliõkas (forme usate soprattutto dagli esponenti più anziani del dialetto al posto di laũras ~ Laũras, laurõkas ~ Lauriõkas).
6. Caduta delle consonanti
§ 95. Sulla regolare caduta di n tautosillabica all’interno e alla fine della parola, cfr. § 86.
Le altre consonanti cadono dall’interno della parola soltanto in singole parole, per es.: apìnis (< apvynys) ~ apynys, aukštiẽninkas (< augštielnykas) ~ augštienykas (cfr. anche § 94a), dešìmis < dešimts, dešimė̃tis < dešimtmetis, dešim̃tas < dešimtnytas, kãrkvabalis < kãrkl(a)vabalis, kūrbez̃dalis < kūrm(ia)bez̃dalis «fungo rotondo, maturo e pieno di polvere bruna», plūkšna < plūnksna (cfr. Širvydas: plūkšno-mis PS I 85₂₁, plūksnu «strumentale singolare» PS I 18₆), žìmpti (< zvim̃bti) ~ žim̃bti. La parola in prestito liekarstwa «medicina» (cfr. pol. lekartstwo, rus. лекарство) in alcuni luoghi si pronuncia liekarsta.
Sulla caduta delle consonanti dall’interno della parola dovuta ad assimilazione, cfr. § 91a₄.
§ 96. La consonante iniziale della parola viene omessa molto raramente. Solo gli esponenti più anziani del dialetto pronunciano senza v- ùnta ~ únta «vanta», nonché le parole in prestito õpna || võpna «calce» (cfr. pol. wapno), õpninis || võpninis «calcareo».
62Cfr. inoltre le forme presenti nel dialetto: sūla «si raffreddò», šūla «si raffreddò», šált «raffreddarsi», šūlt «raffreddarsi», probabilmente sorte anch’esse per analogia con sūla, šūla.
63I dittonghi misti an, en, formatisi in seguito all’infisso, nel dialetto molto spesso si conservano intatti (cfr. § 48₃), benché nelle altre varietà dei dialetti dell’alto lituano orientale e negli scritti antichi i dittonghi di questa origine siano per lo più mutati in altri, per es.: rundà KA 13₃₀, PS II 44₂, tumpa «diventa» PS I 89₂₇, ginda PS I 95₄.
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§ 97. Per la scomparsa di į in fine di parola, cfr. § 82b. Le altre consonanti cadono raramente dalla fine della parola, soprattutto in parole brevi (congiunzioni, preposizioni ecc.), per esempio: à < ar, bèn < bent, dà < dar, ì < ir, ùn < ant, palà < palauk.
Per la scomparsa di una consonante dalla fine della parola dovuta ad assimilazione, cfr. 91a.
7. Aggiunta ed epentesi di consonanti
§ 98. All’inizio della parola, davanti alle vocali anteriori (i, ī, e, ē) e al dittongo ie, nel dialetto si pronuncia sempre j, per esempio: įinkštas ~ inkstas, įilė ~ ylė «punteruolo», įėglis ~ ėglis, ieškõti ~ ieškoti, įiena ~ ėna.
Questa j è sempre epentetica davanti alle stesse vocali radicali dopo i prefissi terminanti in vocale, per esempio: ap̃įilgïs ~ apyilgïs, paĩlgas ~ pailgas, nuĩmit ~ nuimti; nujėjaũ ~ nuėjau, prãjemu ~ praėmiau; nujõde ~ nuėdė, prijiẽde ~ pridėdė, sujẽde ~ suėdė; paiẽška ~ paieško, sujẽško ~ suieško. Dopo i prefissi che terminano in consonante, į si pronuncia davanti alle vocali menzionate solo se la consonante del prefisso non appartiene alla sillaba radicale, per esempio:
ap̃-ĩmit, ap̃-ieškõti ~ apieškoti, ap̃-iẽška ~ apieško, ma: ap̃im̃ (pronunciato: a-pim̃), apẽje (:a-pẽje) ~ apėjo;
ĩš-iõde ~ išėdė, ĩš-iẽška ~ išieško, ma: išẽje (:i-šẽje) ~ išėjo, išẽme (:i-šẽme) ~ išėmė;
pẽr-ĩmit ~ perimti, pẽr-iẽškai ~ perieškoti, ma: pẽreje (:pẽ-reje) ~ perėjo;
už-ẽde ~ užėdė, ma: užẽje (: u-žẽje) ~ užėjo;
uñ-ĩmit ~ anim̃ti «prendere», ma: unėjau (: u-nejau) ~ anėjau «andai».
§ 99. Prieš žodžio pradžios uo tarmėje pridėtas v, pvz.: vuõdas ~ úodas, vuõga ~ úoga, vuõsis ~ úosis, vuõstìti ~ úostyti. Greičiausiai, čia v atsiradęs dar prieš nekirčiuoto uo > a; plg.: vadegà < vuodegà < uodegà, vagáuti < vuogáuti < uogáuti, vagenjõjas < vuogienõjas < uogienõjas, vašinė́ti < vuostinė́ti < uostinė́ti. Širvydo „Punktuose sakymų“ šio v- prieš uo nėra, plg.: uoday I 260₁₈, uoga I 321₂₀.
Rapt v si pronuncia anche dopo i prefissi davanti ai suddetti uo, a, per esempio: prìvagãva ~ priuogãvo, išivagãva ~ išuogãvo, apvùoste ~ apúostė, suvuõde ~ suúodė.
Nelle parole entrate più recentemente nel dialetto con uo- non si aggiunge la consonante v, per esempio: ùostas ~ úostas. Anche le parole seguenti si pronunciano senza questa v: ùošvis, ùošvene ~ úošvienė, ašvìje || ašvijė ~ uošvija.
Davanti a o- v è comparsa soltanto nella parola vòpus (vòpas), -ì < opùs, -ì.
La consonante v nel dialetto talvolta è epentetica tra i prefissi nu-, su- e le radici e- (< ē-), ē-, ei-, per esempio: nuvejau ~ nuėjau, nuvẽje ~ nuėjo, nuveiti ~ nueiti; suvejau ~ suėjau, suvẽde ~ suėdė, suveina ~ sueina (cfr. anche § 24a).
§ 100. All’inizio della parola talvolta si aggiunge la consonante s. Questa s ricorre più spesso davanti a k- e più raramente davanti ad altri suoni, per esempio:
skabinõtis || kabinõtis,
škerečiótis ~ skerečiótis || kerečiótis ~ kerečiótis „skeryčiótis“,
škerežõtis ~ skerežiótis || kerežõtis ~ kerežiótis,
53
škėsi, pra-škėsi || keši, pra-keši,
sketóti ~ skėtóti || ketóti ~ kėtóti,
skregždė ~ skrėgždė „kregždė“,
škiklis || kikilis,
šivėrti, nu-šivėrti, nu-si-šivėrti,
sprunkšt „prunkšti“, atasprunkščioji ~ atasprunkščiuoja „ataprunkščia“.
In realtà, non è sempre chiaro se nei casi menzionati la consonante s sia stata aggiunta oppure sia caduta. Nei verbi, questa s- può essere comparsa in molti casi dalla particella riflessiva -s(i)-, sulla base delle forme riflessive prefissate ap-sikabinėti, nu-sitvėrti, pa-siūlsėti, che nel dialetto sono diventate ap-skabinėti, nu-švėrti, pa-silsėti; si sono poi cominciate a usare anche le forme senza prefisso skabinėti, šivėrti, silsėti⁶⁴.
§ 101. L’inserzione di una consonante all’interno della parola è un fenomeno piuttosto raro, per esempio api naširis «apynasris»; si riscontra un po’ più spesso nelle parole di origine non lituana, per esempio: aksfáltas «asfaltas», čerėkšne ~ čerėkšne «trešnė» (cfr. rus. черешня, pol. czereśnia).
8. Caduta della sillaba
§ 102. Quando si trovano vicine due sillabe identiche o simili (con consonanti uguali), talvolta una viene omessa, per es.: aštantas (~ aštuonýtas) < aštuonianẏtas, aštantis (~ aštuonẏtis) < aštuonianẏtis, malūnikas (~ malūnykas) < malūnininkas, vargoninkas (~ vargonykas) < vargonininkas.
9. Alternanza di k- e g-
§ 103. All’inizio della radice k talvolta si alterna con g, per es.: ap-kėpti || ab-gėpti «abbracciare, impadronirsi», nu-keipti || nu-geipti «indebolirsi, deperire, morire», kirkšnis ~ kirkšnys || girkšnis ~ girkšnys «inguine».
Abbreviazioni⁶⁵
APh — Archivum Philologicum, Kaunas. (I numeri in grassetto indicano i volumi, quelli in carattere normale le pagine, quelli tra parentesi gli anni.)
brus. — bielorusso.
Būga, LKŽ — K. Būga, Lietuvių kalbos žodynas, 1, Kaunas, 1924.
Būga, RR — K. Būga, Rinktiniai raštai, 2, Vilnius, 1959.
dipl. d. — tesi di laurea.
DK, KA — Der polnische Katechismus des Ledezma und die litauischen Katechismen des Daugsa und des Anonymus vom Jahre 1605… herausgeg. von Ernst Sittig, Göttingen, 1929. DK — testo del catechismo di Daukša del 1595. KA — testo del catechismo anonimo del 1605.
64Cfr. Otrębski, GrJL, 1, § 543. Per quanto riguarda la s- aggiuntiva in lituano e in altre lingue, cfr. anche Būga, RR, 2, 104.
65Qui sono indicate le abbreviazioni dei termini grammaticali. Sono le stesse del «Dabartinės lietuvių kalbos žodynas», Vilnius, 1954.
54
DP — Postilla Catholicka. Tái est: Ižguldimas Ewangeliu... Per Kúnigą Mikalojv Davkszą... Wilniui Drukárnioi Akademios... 1599.
Endzelynas, GF.— J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, Vilnius, 1957.
Endzelīns, Gr — J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, Rīga, 1951.
IFF — Facoltà di Storia e Filologia.
KA — vedi DK.
le. — polacco.
lk — lingua letteraria.
LKK — Questioni di linguistica lituana, Vilnius. (Le cifre in grassetto indicano i volumi, quelle in carattere normale le pagine, quelle tra parentesi gli anni.)
LKRŽ — Dizionario ortografico della lingua lituana, Kaunas, 1948.
MADA — Atti dell’Accademia delle Scienze della RSS Lituana, serie A, Vilnius. (Le cifre in grassetto indicano i volumi, quelle in carattere normale le pagine, quelle tra parentesi gli anni.)
min. veik. — opera citata.
Otrębski, GrJL — J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, 1 (1958), 3 (1956), Warszawa.
PIMD — Atti scientifici dell’Istituto Pedagogico Statale di Vilnius, Vilnius. (Le cifre in grassetto indicano i volumi, quelle in carattere normale le pagine, quelle tra parentesi gli anni.)
PS — Širwyds Punktay sakimu (Punkty Kazań). Teil I: 1629, Teil II: 1644… herausgeg. von Dr. Franz Specht, Göttingen, 1929.
raj. — distretto.
rankr. — manoscritto.
rapt — dialetto meridionale degli altai orientali.
rus. — russo.
tt. — e seguenti (pagine, paragrafi).
UMD — Lavori scientifici dell’Università statale V. Kapsukas di Vilnius, Vilnius. (Le cifre in grassetto indicano i volumi, quelle in carattere normale le pagine; tra parentesi sono indicati gli anni.)
Universitas — Universitas lingvarum Litvaniae...1737, Vilnae.
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INDICE DELLE CORRISPONDENZE NEL DIALETTO DELLE VOCALI E DEI DITTONGHI DELLA LINGUA LETTERARIA
Nel dialetto, alle vocali della lingua letteraria corrispondono:
Indice 1
lk | d i a l e t t i | nel tema della parola | alla fine della parola a | a (§ 21), e (§ 75) | a (§ 52), α (§ 53a), e (§ 75), į (§ 63a)⁶⁶ ą | u (§ 35d), ū (§ 36c) | u, ū (§ 65₄) e | e (§ 27), ae (§ 77), a (§§ 24,26), ie (§ 41) | i (§§ 60, 64), a (§ 53a), bl (§ 85)⁶⁶ ė | i (§ 35d), ī (§ 36c) | i (§§ 61, 85), bl (§ 85), u (§§ 65₄, 85) ē | ē, e (§ 32), e (§ 28), ae (§ 77) | ē, e (§ 55), e, a (§ 54₁) i | i (§ 35a, b), ī (§ 36b), bl (§ 37) | i (§§ 56–58, 62) y | i (§ 35b), ī (§ 36a), bl (§ 37) | ī, i (§ 58) į | i (§ 35c), ī (§ 36c) | ī, i (§ 59) o | o (§ 32), a (§ 22), e (§ 75), uo (§ 41) | o (§ 55), a (§ 52ₐ), e (§ 75) u | u (§ 35a, b), ū (§ 36b), i (§ 76) | u (§ 65₁,₅), a (§ 53b), i (§ 63b) ū | u (§ 35b), ū (§ 36a) | u (§ 65₂) ų | u (§ 35c), ū (§ 35c) | u, ū (§ 65₃)
Nel dialetto, ai dittonghi della lingua letteraria corrispondono:
Indice 2
lk | d i a l e t t i | nel tema della parola | alla fine della parola ai | ai, αi (§ 38) | ai (§ 66), αi, ii (§ 67), ei (§ 75) au | au, αu (§ 39), āu (§ 16) | au (§ 66), αu, iu (§ 67) ei | ei, ii (§ 40), ai (§ 38) | ei, ai (§ 66), αi, ii (§ 67) ie | ie (§ 41), e (§ 29), ae (§ 77) | ie (§ 68), e (§ 54₂) ui | ui, ai, αi (§ 42) | ui (§ 69), αi, ii (§ 67) uo | uo (§ 41), a (§ 23), e (§ 75) | uo (§ 68), a (§ 52ₐ), e (§ 75) al, ar | al, ar (§ 44) | el, er | el, er (§ 45), al, ar (§ 44) | il, ir, ul, ur | il, ir, ul, ur (§ 46) | im, in, um, un | im, in, um, un (§ 47₁) | am, an, em | um, un, im (§ 47₂), am, an, em (§ 48) | en | in (§ 47₂), un, um (§ 85), en (§ 48) |
FONETICA DEL DIALETTO MERIDIONALE DEGLI AUKŠTAITIJAI ORIENTALI
К. Ф. МОРКУНАС
Riassunto
Il lavoro studia il sistema fonetico, il vocalismo e il consonantismo del dialetto. L’approccio alla spiegazione dei fenomeni fonetici è storico. I fatti del dialetto esaminato vengono confrontati con i fatti corrispondenti della lingua letteraria—
66 In luogo del singolare strumentale femminile in -a, -e (< -ān, -ēn), nel dialetto esistono anche -αi, -ii, ma la comparsa di questi dittonghi è probabilmente un fenomeno non fonetico, bensì morfologico (cfr. § 67).
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ria e con altri dialetti. Sono presentate alcune corrispondenze tratte da antichi monumenti scritti (il più delle volte dai «Punktai sakymų» di K. Širvydas).
Nell’introduzione viene delimitato il territorio del dialetto. I centri abitati più importanti di questo dialetto sono Pašilė, Pabaiskas, Krikštėnai (distretto di Ukmergė), Gelvonai, Bagaslaviškis, Čiobiškis, Musninkai (distretto di Širvintos). Gli antichi nessi am, an, em, en nel dialetto si pronunciano um, u(n), im, i(n), per esempio: súntis ~ sámtis «mestolo», rùṅka (< *rankan) ~ rãṅka «mano», tĩmpt ~ těmpti «tirare», pìṅki ~ peṅki «cinque». In base a questa caratteristica, il dialetto esaminato appartiene al gruppo degli aukštaitiani orientali. A sud-ovest e a ovest (approssimativamente lungo la linea Čiobiškis — Keižėnai — Mančiūnėnai — Samantonys — Kalveliai) confina con il dialetto degli aukštaitiani centrali, nel quale i nessi menzionati si pronunciano come nella lingua letteraria. Va osservato che il confine tra i dialetti degli aukštaitiani orientali e centrali da Kalveliai verso sud-est era stato precedentemente tracciato in modo impreciso (cfr. Archivum Philologicum, 4, Kaunas (1933).
Per alcune caratteristiche fonetiche, il dialetto esaminato si distingue anche dagli altri dialetti degli aukštaitiani orientali. Oltre il fiume Šventoji, da Kalveliai a Ukmergė (cioè oltre il confine nord-occidentale del dialetto), al posto dell’antica -á si pronuncia la vocale ridotta o (piẽvų ~ piẽva «prato», galvù ~ galvà «testa»); le vocali atone o, ė all’interno della parola si sono trasformate in u, i (sudėlis ~ sodėlis «giardinetto», sidėti ~ sėdėti «sedere»). Nella stessa zona si pronuncia anche u al posto del dittongo atono uo (dunelà ~ duonėlė «pagnotta»). Il confine orientale passa tra gli abitati di Graužėčiai — Jogvilai, Papreniškiai — Inkilai, e poi attraverso i boschi in direzione di Širvintos e prosegue verso sud fino a Kaimynai. Oltre questo confine, dal fiume Šventoji quasi fino a Širvintos, abitano i cosiddetti rotinininkai (pronunciano la lunga a accentata in posizione mediana come una o poco labializzata, con una lieve sfumatura della vocale a, per esempio: rōtài ~ rãtai «ruote; carro, carretto», kólnas ~ kálnas «monte»). A est della linea Širvintos — Kaimynai non si sono rilevate differenze fonetiche significative; soltanto, dopo la consonante l, al posto di en si pronuncia più spesso in (lintà ~ lentà «asse»), mentre nel dialetto qui descritto si pronuncia un (luntà ~ lentà).
A sud, il dialetto studiato confina con il dialetto dzukiano.
Composizione fonetica.
Nel dialetto sono presenti le seguenti vocali: a, ą, e, æ, ė, ę, i, y, o, u. La pronuncia delle vocali a, e, ė, i, o, u è sostanzialmente uguale a quella della lingua letteraria. Le altre vocali si pronunciano così: ą — come una a ridotta sia quantitativamente sia qualitativamente (stãlas ‘tavolo’), æ — come un suono di articolazione intermedia tra e e a (žẽmas ~ žēmas ‘basso’), ė — come una ē posteriore (kalbė̃t ~ kalbėti ‘parlare’), y — come la ы russa (prapuolìs ~ prapúolęs ‘scomparso’). Le vocali a, e, æ, i, y, u possono essere brevi o lunghe, ē, ę, o sono soltanto lunghe, mentre ą si pronuncia sempre breve. Inoltre, ricorrono anche le cosiddette i non sillabiche (= į — si pronuncia come un suono di articolazione intermedia tra i e j), u (= ų — intermedia tra u e v).
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Nel dialetto sono presenti 23 consonanti (di cui 4 affricate): b, d, g, j, ž, l, m, n, p, r, s, š, t, v, z, ž, f, ch, h; c, č, dz, dž. Le consonanti f, ch, h ricorrono molto raramente (perlopiù in parole di origine straniera). Tutte le consonanti possono essere dure o palatalizzate; soltanto j è sempre palatalizzata. La loro pronuncia differisce ben poco da quella delle consonanti corrispondenti nella lingua letteraria. Solo l dura qui si pronuncia in modo leggermente più duro che nella lingua letteraria.
Nel dialetto si conoscono i seguenti dittonghi: ai, au, ai̯, au̯, ei, ēi, ēi̯, ie, ii, iu, oi, ui, uo. Inoltre, nel dialetto si trovano combinazioni dittongali (antiche e secondarie) e trittongali (tutte secondarie): vocale + l, m, n, r oppure dittongo ie, uo + l, m, n, r, j.
Vocalismo. In questa sezione si esaminano la quantità, l’origine e le leggi combinatorie delle vocali. Le caratteristiche più peculiari del vocalismo del dialetto (oltre a quelle già menzionate sopra) sono:
1. La quantità vocalica dipende dall’accento, poiché nel dialetto tutte le vocali atone (in posizione interna e finale di parola) sono brevi, mentre quelle accentate (anche le antiche brevi, salvo alcuni casi) sono lunghe.
2. In posizione atona si sono conservate le antiche a, e lunghe, che nella lingua letteraria sono passate rispettivamente a o, ē: stavēt ~ stovėti ‘stare in piedi’, gálvas ~ gálvos ‘(nominativo plurale) teste’, sedēt ~ sedėti ‘sedere’, sākę~sākė ‘disse’.
3. I dittonghi atoni ie, uo si sono trasformati in e, a: pēnelis ~ pienēlis ‘latte (dim.)’, šlatela~šluotėlė ‘scopetta’.
4. All’inizio di parola, al posto di e si pronuncia a: ažeras~ēžeras ‘lago’, ait̃~ēiti ‘andare’.
5. Al posto dell’antica a breve, e talvolta anche al posto di u, in fine di parola si pronunciano:
dopo una consonante dura, la vocale ridotta α: dirba ~ dɪrba ‘lavora, lavorano’, gãlas~gãlas ‘fine’, sūnas (|sūnus)~sūnūs ‘figlio’; dopo j e una consonante palatalizzata, i: geri~gēria ‘beve, bevono’, vējis ~ vējas ‘vento’, sūkcis ~ sūkčius ‘truffatore’. Al posto dell’antica ā, nel dialetto come nella lingua letteraria, in fine di parola si pronuncia una a breve: galvā ‘testa’, várna ‘cornacchia’.
6. In fine di parola atona, dopo una consonante dura, i dittonghi ai, ui > ai: virai~vyr ai, vỹrui ‘(nominativo plurale, dativo singolare) uomini, all’uomo’, au > au: dɪrbau ~ dɪrbau ‘lavorò’; dopo j e una consonante palatalizzata, ai, ui > īi: peili̯is~peiliais ‘con i coltelli’, sveči̯i~svečiu ‘ospite’, au > ių: žinojių ~ žinojau ‘sapevo’. Al posto del dittongo atono ei nella desinenza si pronuncia anche ii: kárvii~kárvei ‘alla mucca’.
Consonantismo. Salvo eccezioni di scarsa entità, l’origine delle consonanti del dialetto è identica a quella delle consonanti corrispondenti della lingua letteraria.
j si è conservata davanti alle vocali posteriori nella radice della parola dopo le labiali b, p, per es.: bjauribe ~ bjaurỹbė ‘abominio, schifezza’, pjāut ~ pjāuti
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«tagliare, segare». Nelle combinazioni con altre consonanti j è scomparso, mentre *tj, *dj davanti a vocali posteriori si sono trasformati in č, dž. j scompare anche nella desinenza accentata di alcune forme del caso locativo singolare, per esempio: dabēz || dabēs < duobējē «nella fossa», šterblē || šterblē < sterblejē «nella stalla».
La consonante l davanti a e, ē si pronuncia come dura (dopo la l depalatalizzata, le vocali e, ē > diventano a, e), per esempio: lādas ~ lēdas «ghiaccio», lāiš ~ lēisti «lasciare, permettere» lēkē ~ lēkti «volare». L’esito dell’antica combinazione en dopo la consonante l mostra che in alcuni dialetti dell’austronesiano orientale la depalatalizzazione di l avvenne dopo che le combinazioni am, an, em, en > erano diventate um, un, im, in, mentre in altri dialetti la l era stata depalatalizzata in precedenza, e solo in seguito si era verificato il cambiamento delle combinazioni menzionate. Tra questi ultimi rientra anche il dialetto qui studiato, poiché lunta qui poteva derivare soltanto da lanta < lenta «tavola». Nel dialetto descritto e in alcuni altri dialetti si incontra ancora, dopo l, la combinazione bln: lъnta. Probabilmente essa si è formata nel modo seguente: 1) lenta>lenta>lęnta (si è verificata la depalatalizzazione di l) > lъnta oppure 2) per contaminazione delle forme lunta o lanta e linta. Nella desinenza, dopo l, al posto dell’antico en non si trovano sempre gli stessi suoni che nella parte interna della parola. Ciò si spiega innanzitutto con il fatto che: 1) in alcuni dialetti il cambiamento di en all’interno e alla fine della parola non avvenne contemporaneamente; 2) nella desinenza alcuni cambiamenti poterono verificarsi più tardi, sotto l’influenza di altre forme.
In questa sezione si esaminano anche altri fenomeni del consonantismo: palatalizzazione, assimilazione, dissimilazione, metatesi delle consonanti e così via.