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Iš baltų kalbų gyvulininkystės terminologijos istorijos

A. Sabaliauskas

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IŠ LIETUVIŲ LEKSIKOLOGIJOS IR LEKSIKOGRAFIJOS LIETUVOS TSR MOKSLŲ AKADEMIJA DALLA STORIA DELLA TERMINOLOGIA DELL’ALLEVAMENTO NELLE LINGUE BALTICHE* A. SABALIAUSKAS NOMI DELLE MANDRIE Le lingue indoeuropee non hanno un nome comune, o comunque ampiamente diffuso, per il gruppo di animali domestici condotto al pascolo. Di norma, i singoli gruppi linguistici hanno denominazioni proprie, sorte per vie semantiche diverse; talvolta queste denominazioni differiscono persino in lingue strettamente imparentate. Neppure le lingue baltiche hanno un nome comune per il gruppo di animali. Liet. bandà In lituano la denominazione più comune per un gruppo di animali è bandà. È una parola molto interessante della terminologia dell’allevamento. I suoi significati, si può dire, riflettono in modo peculiare le diverse fasi della storia dell’allevamento e costituiscono buoni paralleli semantici per spiegare l’origine di parole usate con significato analogo in altre lingue indoeuropee. Il dizionario accademico della lingua lituana indica sette significati di questa parola: 1) gruppo di animali, mandria; 2) cereali (lino) seminati dal bracciante, dal figlio del contadino o dal fratello minore; seminato; 3) terreno in cui viene seminato il raccolto; 4) supplemento in natura alla paga corrisposto al bracciante; 5) anticamente, salario (in natura) corrisposto al bracciante; 6) vantaggio, ricchezza, proprietà, quota; denaro; 7) pagnotta piuttosto piccola, pagnottella (LKŽd., I, 519—20; nella seconda edizione del primo volume del dizionario i significati sono suddivisi in modo leggermente diverso). Considerando questa sequenza di significati, si è portati a pensare che il significato originario del lituano bandà dovesse essere «animale, capo di bestiame», poiché soltanto così è possibile spiegare l’evoluzione dei significati menzionati. Questo significato del lituano bandà si può ancora ravvisare negli antichi testi lituani; cfr.: giwen kaip banda bei neischmintingoses kiaules (1579, W₂₁), tauczîamus ir assîamus ir kitai bândai (1599, DP 340₃₃), Daug jaunimo kaip banda labai piggei tapo pardûta (Br P, II, 346), ecc.1 Da questo significato derivarono quelli di «gruppo di animali» e «vantaggio, denaro, ricchezza»; da quest’ultimo, a loro volta, i significati di «cereali seminati» e «terreno in cui tali cereali vengono seminati». Tra tutti questi significati, quello di «pagnottella» si distingue in modo peculiare. A quanto pare, tale significato andrebbe collegato a quello di «supplemento in natura alla paga corrisposto al bracciante». Probabilmente *Plg. anksčiau paskelbtus šios srities autoriaus darbus: Названия безрогового скота, „Проблемы индоевропейского языкознания“, Москва, 1964, p. 59—65; Baltų kalbų naminių gyvulių pavadinimai, „Lietuvių kalbotyros klausimai“, X, Vilnius, 1968, p. 101—190. 1 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, Vilnius, 1961, p. 664. 7 bandà in origine non era semplicemente un pagnotta, ma una pagnotta di pane o di pane di segale data insieme ad altre cose. Il lituano bandà ha una lunga tradizione scritta: questa parola è attestata già prima della comparsa dei primi monumenti scritti della lingua lituana. Con il significato di «beni», la parola banda si trova già nel 1468 nel Codice di Casimiro: «E se i servi ruberanno qualcosa a qualcuno e (poi) in questo documento è scritto sopra come punire ciascun furto: se ruberà per la prima volta, non lo si impicchi, ma paghi con i suoi beni; e se non avrà beni, il suo padrone pagherà per lui e il servo sarà punito e frustato...».² Questo significato è usato anche nel Primo Statuto lituano (1529): «Se i servi rubano nei dintorni e vengono catturati in flagrante, e il valore della refurtiva è di mezzo grosso: allora devono essere puniti come ladri; ma se il valore della refurtiva non è di mezzo grosso: allora il danno deve essere risarcito con i loro beni (=tunc debet solvi damnum ex rebus eius) oppure la refurtiva deve essere restituita, e i servi devono essere percossi con le verghe...».³ Il lituano bandà con i significati di «beni» e «retribuzione in natura» ricorre spesso anche in altri documenti lituani posteriori redatti in lingue straniere⁴. Dal lituano banda derivò un numero considerevole di altre parole, il cui significato è strettamente legato a quello di questa parola: bandykštis «animale della mandria, bovino» (la parola si trova sia negli scritti antichi – M. Mažvydas, J. Bretkūnas, M. Daukša –, sia nei dialetti – Akmenė, Barstyčiai, Betygala –; LKŽd., I(2), 640), bandystis (nel «Žiwatas» pubblicato nel 1787: LKŽd., I(2), 641), bandinga «gravida» (LKŽd., I(2), 640), bandaūti «servire (pascolando il bestiame)» (LKŽd., I(2), 639), bandinė «recinto per tenere la mandria; pascolo situato lontano dalla fattoria; festa dei pastori a Pentecoste; raduni» (LKŽd., I(2), 640), bandininkas «stalla della mandria, dei bovini» (LKŽd., I(2), 640), bandininkas «guardiano della mandria, pastore; servo del contadino» (LKŽd., I(2), 640), bandišius «pastore» (LKŽd., I(2), 641), bandiskas «caratteristico della mandria, animalesco» (LKŽd., I(2), 641), bandotis «seminare una mandria; trarre vantaggio da qualcosa» (LKŽd., I(2), 642), banduotis «ricavare profitto dal raccolto, trarre profitto dalla mandria» (LKŽd., I(2), 643), bandinis «proprio» (LKŽd., I(2), 641), liuosbande «giovani bovini non legati nella stalla, bovini da tiro» (LKŽd., VII, 620). Tra le parole qui menzionate, bandìnis «proprio» (usato a Dusetos) sembra discostarsi un po’ dalle altre per il significato. Il significato «proprio» è probabilmente derivato da «bandinis, cioè seminato nella mandria»; cfr. Gaspadarnus linus pabai̇gėm braukt, liko tik bandiniai (Dusetos). Accanto a bandinių linų e alla segale, sono comparsi anche bandinis puodas, bandinis botagas ecc. Il lituano bandà, con alcuni dei suoi significati, è entrato anche nelle lingue dei popoli vicini (non soltanto nella lingua scritta, ma anche in quella parlata). Il lettone bānda «il pezzo di campo o la semina su di esso assegnati dal padrone al servo come paga; attività secondaria, guadagno supplementare; guadagno, affare, profitto», bānds (EM, I, 261–2; EH, I, 204) è usato nei canti popolari lettoni e ricorre anche ² K. Jablonskis, Lietuviški žodžiai senosios Lietuvos raštinių kalboje, I, Kaunas, 1941, p. 15. ³ K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua degli antichi uffici lituani, I, pp. 15–17; J. Jurginis, L’affermazione della servitù della gleba in Lituania, Vilnius, 1962, pp. 135–136. ⁴ K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua degli antichi uffici lituani, I, pp. 307–308, 330, 337–341. 8 nei quali altri monumenti linguistici e dialetti⁵. La parola lett. bañda può talvolta essere giunta in lettone anche attraverso i curoni. Tuttavia, poiché tra le vestigia della lingua curone non si trovano tracce significative di questa parola (a meno che non vi si voglia collegare il toponimo Bandowe6), sarebbe più opportuno considerare il lett. bañda un lituanismo. Infine, è persino possibile che una parte dei lettoni abbia conosciuto questa parola tramite i lituani e un’altra parte tramite i curoni. In lettone esistono anche altre parole inseparabili dal lett. bañda, cfr. lett. bañdnieks ‘un bracciante al quale il padrone ha assegnato un pezzo di terra come salario’, bañdenieks, femm. bandniece, bañduoties ‘lavorare per sé, procurarsi un guadagno supplementare’ (EM, I, 262), bándāties ‘occuparsi della semina dei campi ricevuti come compenso (bandas)’, bandžuot ‘cercare di procurarsi cibo, un guadagno supplementare’, bandžēris ‘colui che è solito spendere bevendo le proprie bandas’ (EH, I, 204). Il lett. bañda ha lasciato tracce piuttosto evidenti anche nella toponimia lettone, cfr. Bañdas-kalns, Bañdas-plava, Bañdu-purvs, Bandu lauks, Bandu-sils, Bandulauks, Bañdaiņis, Bañdene, Bañdenes, Bañdenīcas, Bañdenieki, Bañdnieki, Bañdenieku-vējsudmalas, Bañdēņi7. In Lettonia esistono toponimi che forse indicherebbero che un tempo i lettoni possedevano anche una propria forma foneticamente identica al lituano bandà, *buoda o *buode. Tali toponimi sono il lett. Buōdes, Buōdel-purvs, Buōdīte, Buōdnieki. Di solito si tende a collegare queste parole al lett. buōde ‘la baracca’ (< basso-tedesco medio bōde), buōdnieks ‘il commerciante, il bottegaio’; tuttavia, talvolta esse possono conservare anche l’antico lett. *buoda o *buode, corrispondente al lituano bandą8. Con diversi significati, il lituano bandà è usato anche in bielorusso, cfr. biel. бонда ‘focaccia, cornetto, panino; pagnotta, pagnottella; dono macellario (quanto si porta ai parenti o ai conoscenti dopo aver macellato un animale)’⁹. In alcuni dialetti bielorussi (nella regione di Brest, nel triangolo tra Kobryn, Ivacevičy e Luninec) la parola бонда è usata nel significato di ‘vacche date alla sposa come dote’. La parola è usata con questo significato anche nei dialetti ucraini limitrofi¹⁰. Nei testi della lingua prussiana non troviamo una parola corrispondente al lituano bandą. Esistono tuttavia alcuni toponimi e nomi personali prussiani che attesterebbero la possibile presenza di questa parola nella lingua; cfr. i toponimi Bandadis, Bandeynen, Bandeln, Banduken11, e i nomi personali Bandeyke, Bandiko, Banduke, Bandupe, Bandush12. Nei monumenti della lingua prussiana è attestata un’altra parola, che probabilmente andrebbe collegata alla denominazione baltica di un animale o di un branco di animali derivata da questa radice: il pr. nienbon-den ‘inutilmente (=unnützlich)’ (parola del II catechismo), ni enbāndan ‘invano (=vergeblich)’ (parola del III catechismo)¹³. Il contesto prussiano indicherebbe che il significato letterale del pr. ⁵ K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 665; E. Fraenkel, Et. Wb., 34; V. Urbutis, LKK, VI, p. 297. ⁶ K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 168. ⁷ J. Endzelīns, Latvijas PSR vietvārdi, I, 1, Rīgā, 1956, p. 84. ⁸ J. Endzelīns, ten pat, p. 152–153. ⁹ K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 665; V. Urbutis, Baltistica, V(1), p. 50–51. ¹⁰ Д. С. ТеленТЮК, Диалектологічний бюлетень, вип. IV, Київ, 1953, p. 58–59; А. П. Непокупний, Мовознавство, 1968, 6, p. 35. ¹¹ G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, Berlin und Leipzig, 1922, p. 16. ¹² R. Trautmann, Die altpreussischen Personennamen, Göttingen, 1925, p. 16, 17. ¹³ R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, Göttingen, 1910, p. 11, 23; Prūsų kalbos paminklai, parengė V. Mažiulis, Vilnius, 1966, p. 101, 139. 9 Il significato di enbāndan potrebbe essere «non a vantaggio», cfr. Tou ni tur sten emmen twayse deywas nienbandan westwey (= Du solt den namen Gottes nicht unnützlich führen); Tou turri stan Emnan twaisei Deiwas ni enbāndan westwei (= Du solt den Namen des Herren deines Gottes nicht vergeblich führen). A questa etimologia della parola prussiana concordano molti studiosi14; quanto alla semantica, cfr. il lituano nauda, il lettone naūda «denaro»: islandese antico naut «capo di bestiame», inglese antico neat «capo di bestiame, animale»15. Inoltre, il lituano bandà è collegato alle parole della radice indoeuropea *bhendh- «legare», cfr. sanscrito bad-hnāti «egli lega», avestico bandayai-ti, sanscrito bāndhuḥ «parente», gotico bindan «legare», greco πεῖσμα «corda», lituano bendras e altri16. Il lituano bandà sembra differire da queste parole indoeuropee per il suo significato. Il significato originario del lituano bandà doveva essere «animali legati o tenuti nel recinto (“legati”)». Dal punto di vista fonetico, il collegamento del lituano bandà con le parole di questo gruppo non lascia dubbi, ma la semantica induce qualche perplessità, poiché mancano dati storici su un simile metodo di pascolo del bestiame. La nozione di recinto per animali è strettamente connessa alle parole della radice indoeuropea *bhendh- (cfr. greco φάτνη «mangiatoia», celtico berne «cesto da carro»). Pertanto, il significato originario del lituano bandà potrebbe essere «recinto per il bestiame (all’aperto o al pascolo)», significato dal quale potrebbe poi essersi sviluppato anche quello di «mandria». Un cambiamento semantico analogo si osserva nel lituano gardas «recinto all’aperto o al pascolo», che negli antichi testi lituani, come vedremo, è usato nel senso di «mandria». È possibile anche un’altra spiegazione del significato originario del lituano bandà: questa parola potrebbe aver significato «animali comuni, posseduti collettivamente». Anche i significati delle parole della radice indoeuropea *bhendh- non contraddirebbero tale ipotesi. Inoltre, l’origine della parola lituana kaimenė fornirebbe un sostegno parziale a questa interpretazione del significato originario del lituano bandà. J. Endzelīns tentò di spiegare diversamente l’origine del lituano bandà. Collegò il baltico *bandā al lituano bandyti «tentare, provare» e al prussiano perbanda «tentato», indicando come paralleli semantici il gotico kiusan «esaminare, mettere alla prova», il greco γεύσθαι «assaggiare, tentare, mangiare» e il latino gustāre «assaggiare, gustare»17. B. Jēger, concordando con questa tesi di J. Endzelīns, collega inoltre il lituano bandà alla radice indoeuropea *bhen- «colpire, ferire». Secondo B. Jēger, da qui i significati del lituano bandà si sarebbero sviluppati nel modo seguente: «colpire» (lettone beride «il boia», beñdēt «tormentare, trattare crudelmente») > «tentare» (prussiano perbanda «tentato», lituano bandyti) > «assaggiare» (lituano bandyti, lettone bandas dzīt). Dal significato «colpire», secondo B. Jēger, potrebbe essere derivato direttamente il significato «appezzamento di terra» (lituano bandà, lettone bānda) (*das ausgehauene (Stück Land), e da «appezzamento di terra (ceduto come compenso)» potrebbe essere derivato il significato «beneficio» (prussiano ni enbāndan, lituano bandà, lettone bānda); dal significato «beneficio», attraverso *«bestiame utile», sarebbe derivato il significato «mandria» (lituano bandà)18. 14 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 384; K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 665; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, Rīga, 1943, p. 215; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 34. 15 J. Pokorny, Et. Wb., p. 768. 16 J. Pokorny, Et. Wb., p. 127; M. Mayrhofer, Et. Wb., II, p. 406; a quanto pare, il primo a spiegare così l’origine del lituano bandà fu Grienberger, Sbb. Wien Nr. 142, VIII (1900), p. 43, cfr. B. Jēgers, KZ, 80, p. 125. 17 EM, I, p. 262; Izglītības Ministrijas Mēnešraksts, 1921, Nr. 2, p. 194–195 (firmato Pēteris Liepiņš, cfr. la bibliografia delle opere di J. Endzelīns, Rakstu krājums…, Rīgā, 1959, p. 672). 18 B. Jēgers, KZ, 80, p. 128–129. 10 La spiegazione di B. Jėger ci sembra difficilmente plausibile. Anzitutto è assai poco chiaro il rapporto del lettone bėnde con l’indeuropeo *bhen- ‘colpire’: il lettone bėnde è probabilmente un prestito di qualche tipo. È tuttavia molto più plausibile uno sviluppo semantico nella direzione opposta: ‘bestiame’ > ‘beneficio’ > ‘terra’. Lituano kaimenė Lituano kaimenė ‘gruppo di animali; mandria’ (LKŽd., V, 55) è una parola piuttosto diffusa sia nella lingua letteraria sia nei dialetti. È usata soprattutto nei dialetti dell’alta Lituania occidentale. Questa parola era molto diffusa anche nei dialetti lituani dell’ex Prussia orientale. La parola kaimenė si trova anche nei più antichi monumenti della lingua lituana, soprattutto in quelli i cui autori sono legati ai dialetti menzionati: nella traduzione della Bibbia di J. Bretkūnas, nella Postilla di M. Daukša, nei Vangeli pubblicati a Kėdainiai nel 1653 e nella traduzione della Bibbia di S. Bitneris. Accanto alla forma kaimenė, nei dialetti si usa anche la forma kaiminė (Kapsukas, Bartininkai). Nella parlata dialettale lituana, l’area d’uso delle parole kaimenė, kaiminė sembra coincidere quasi con quella delle parole kaimas (Kalvarija, Kapsukas, Kazlų Rūda, Šakiai, Vilkaviškis), kaima (Eržvilkas, Jurbarkas, Raseiniai, Vilkija), kaimė (Dotnuva, Gudžiūnai, Kėdainiai, Krekenava)¹⁹. Lituano kaiminė ha un’origine indubbia: va collegato al lituano kaimas20. Il significato originario del lituano kaimenė era probabilmente ‘bestiame del villaggio, bestiame del villaggio pascolato in comune’. La distribuzione geografica del lituano kaimenė all’interno della stessa lingua lituana, nonché l’assenza di tracce di questa parola nelle altre lingue baltiche, suggerirebbero che si tratti di una parola relativamente recente. Al lituano kaiminė andrebbe collegata anche la parola kaimina ‘mucchio, gruppo’ annotata da A. Juška (Sono cresciuto tra i bambini del gruppo, LKŽd., V, 55). Lituano guotas In lituano, nel significato di «gruppo di animali» si usa anche la parola guotas «mandria, gruppo, branco; piccolo gruppo di alberi, funghi, arbusti o cereali; ciuffo» (LKŽd., III, 740). Accanto alla forma guotas, nel dizionario accademico della lingua lituana è attestata anche la forma guotas e guostas «ciuffo, guotas» (LKŽd., III, 739). La parola guotas si usa soprattutto nella parte meridionale della Lituania (Alytus, Aukštadvaris, Birštonas, Daukšiai, Leipalingis, Liškiava, Rumiškės). È ben attestata anche negli antichi monumenti della lingua lituana: si trova nella Postilla di J. Bretkūnas, nella Postilla di M. Daukša, nell’Enchiridion di B. Vilentas, nella traduzione della Bibbia di S. Bitneris, nel Knyga Nobažnystės del 1653 e in altre opere. K. Būga collega il lituano guotas all’antico nome indoeuropeo del bovino (cfr. lett. guovs «vacca», sanscrito gāuh «bovino», antico alto tedesco chuo «vacca» ecc.), spiegando che il significato originario della parola sarebbe stato «gruppo di vacche, mandria»²¹. 19 Ci si è avvalsi della carta manoscritta preparata da E. Grinaveckienė (Istituto di lingua e letteratura lituana dell’Accademia delle scienze della RSS Lituana). 20 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 251; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba. Vilnius, 1941, p. 236. 21 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, Vilnius, 1959, p. 353. 11 E. Frenkelis collega il lituano guõtas non direttamente al nome indoeuropeo del bovino, bensì alle parole greche della stessa radice βόσκειν «pascolare», βοτήρ «pastore», βοτόν «bovino»22. Tuttavia, così facendo, difficilmente si ottiene qualcosa; ci sembra che il collegamento proposto da K. Būga sia più plausibile, soprattutto perché nelle lingue baltiche si è conservato l’antico nome indoeuropeo del bovino (cfr. lett. guovs). Probabilmente, accogliendo il collegamento di K. Būga, la ricostruzione più plausibile del lituano guõtas sarebbe l’indoeuropeo *gūō(u)-to-m «gruppo di bovini», collegando direttamente questa forma prototipica all’indoeuropeo *gōu- «bovino»23. Un problema assai complesso è il rapporto del lituano guõtas con il lituano gaujà «mucchio, gruppo, branco; folla, schiera; grande quantità» (LKŽd., III, 168), gõveda «branco, gruppo, folla, schiera», gõveda, goveda, govena, govežda, gõvija, govija (cfr. anche il casale Góvija), gova, gõvada (LKŽd., III, 487). Il lituano gova deriva, naturalmente, dal lituano gõvada. Un fenomeno del tutto analogo si riscontra anche in un dialetto bielorusso, dove dal bielorusso гаўяда «gruppo di animali» è sorta la forma гаўя (Staryja Darogi, tra Sluck e Babrujsk)24. Alcuni studiosi considerano il lituano gõveda e, naturalmente, anche le altre varianti di questa parola, slavismi; a loro parere il lituano gõveda «branco, gruppo, folla, schiera» deriva dal polacco gawiedź25. K. Būga26, e con lui P. Skardžius27, E. Frenkelis28 e F. Slavskis29, invece, ritengono che il lituano gõveda sia di origine lituana, collegandolo al lituano gaujà. È difficile stabilire se il lituano gõveda sia un prestito o una parola indigena. Per esempio, la forma govezda (registrata nel dizionario di F. Kuršaitis, ma sconosciuta allo stesso Kuršaitis) sembrerebbe indicare che si tratti di un prestito dal polacco; sarebbe però assai difficile spiegare in tal caso la comparsa delle forme gõvija, govena, gova. Pertanto, forse, sia la parola gõveda, sia govija e le sue altre forme andrebbero considerate parole indigene, mentre la forma govezda sarebbe un prestito dal polacco oppure una forma derivata dal lituano gõveda sotto l’influsso del polacco gawiedź. È molto ipotetico, ma comunque possibile, anche collegare queste parole al lituano guõtas30. Se tale collegamento fosse corretto, il significato originario tanto del lituano gaujà quanto di gõveda sarebbe stato «gruppo di bovini». Liet. kėltuva Il significato principale del lituano kėltuva è «bovino, animale», ma questa parola (la sua forma singolare) è usata piuttosto ampiamente anche nel significato di «gruppo di bovini, mandria». Con questo significato, il lituano kėltuva è usato nella lingua parlata nella parte più orientale della Lituania (Adutiškis, Dysna, Tverečius), nonché nelle isole linguistiche lituane situate in territorio bielorusso. La parola menzionata si trova con il significato di «gruppo di bovini» anche negli antichi testi lituani (M. Mažvydas, J. Bretkūnas). Cfr.: „...Jobui kialtuwa atymta“, Mž, 433. 22 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 177. 23 J. Pokorny, Et. Wb., p. 483. 24 Дыялекталагічны атлас беларускай мовы, Мінск, 1963, zemėlapis Nr. 293. 25 LKŽd., III, p. 487; J. Otrębski, LP, 4, p. 39; J. Otręmbskis sostiene che il lituano gaujà potrebbe derivare dal lituano govijà. 26 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, sudarė Z. Zinkevičius, Vilnius, 1958, p. 328. 27 P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 82, 231. 28 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 140. 29 F. Slawski, Sl. et., I, p. 262. 30 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 867; J. Pokorny, Et. Wb., p. 483. 12 «…e abiterai vicino a me, tu e i tuoi figli, … il tuo bestiame piccolo e grande (scritto: keltuwa», BrB 1 Moz 45, 10 (LKŽd., V, 551). Il lit. kėltuva è da collegare al lit. kėlti31. Il lit. pėkus, pr. pecku Con il significato di «branco di bestiame» è usato anche il lit. pėkus, il cui significato originario, come quello della parola kėltuva, sarebbe «bovino, animale». La parola pėkus è usata molto spesso con il significato di «branco di bestiame» nei nostri antichi scritti (M. Mažvydas, J. Bretkūnas, M. Daukša, S. Chilinskis). Talvolta vi è usata semplicemente come sinonimo di banda, kėltuva «branco di bestiame». Cfr.: «…era molto ricco di bestiame (Banda», BrB 1 Moz 13, 2. «…avendo condotto via il bestiame (a margine: il branco)», BrB 1 Moz 18, 7. «…aveva… molto bestiame», BrP, II, 194. «…i pastori che pascolano il bestiame», Mž, 193. «…il suo bestiame era di settemila pecore», Ch Job I 3. Analogamente, il lit. pėkus è usato anche nell’edizione del 1642 del dizionario di K. Širvydas: «Bydle, bydło, skot. Pecus, udis, et pecus, oris. Pekus, kieltuwą». «Bydlecy. Pecuarius, Pecorinus. Pekaus, kieltuwu» (Dic., 26). «Nápáść bydło, Pascerebene. Prigánit, pripenet peku» (Dic., 192). «Pasę bydło, Pasco, bubulcitor, feruo pecudes. Ganau peku» (Dic., 286). Nel lituano contemporaneo, pėkus è attestato con il significato di «branco di bestiame» soltanto nel dialetto di Zietela. Gli esempi del III catechismo prussiano indicherebbero che anche nella lingua prussiana la parola pecku (genitivo singolare) era usata con il significato di «branco di bestiame»: „…Inoltre vestiti e scarpe, cibo e bevande, casa e podere, moglie e figli, campi e bestiame e tutti i beni… …Inoltre vestiti e scarpe, cibo e bevande, casa e podere, moglie e figli, campi e bestiame e tutti i beni… Tutto ciò che serve al sostentamento durante la vita, come cibo, bevande, vestiti, scarpe, casa, podere, campi, bestiame, denaro… Tutto ciò che appartiene al sostentamento e alle necessità della vita, come cibo, bevande, vestiti, scarpe, casa, podere, campi, bestiame, denaro… …che dà da mangiare a tutte le persone del paese, che dà il proprio cibo a tutti i suoi… …Colui che dà cibo a ogni carne, colui che dà foraggio al bestiame…“32 In lettone non esistono corrispondenti di liet. pėkus, pr. pecku. Quanto all’origine di liet. pėkus, esistono due opinioni: alcuni considerano questa parola un antico prestito dal germanico, altri una parola baltica antica. Quest’ultima opinione sembra più accettabile33. Liet. gyvuliai, gyvīs ecc. In lituano, con il significato di «mandria», si usa anche la forma plurale gyvulys gyvuliai, cfr. inoltre le forme gyvolis, gyvulis, gyvuolis (LKŽd., III, 383, 384, 385, 387)34. 31 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 238; A. Sabaliauskas, LKK, X, p. 136–137. 32 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 28, 29, 36, 37, 52, 53; Prūsų kalbos paminklai, p. 152, 153, 164, 165, 196, 197. 33 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 564–565; A. Sabaliauskas, LKK, X, p. 136. 34 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 122–123. 13 Nelle stesse parlate sudorientali della lingua lituana si usa un’altra parola della stessa radice, gyvīs, con il significato di «mandria», cfr. Pro kur varo gyvį, varykla vadinas (Lazūnai): Visi dudena, kad jo vaikas jau gyvį gano (Dieveniškės); LKŽd., III, 383. La parola gyvīs è ampiamente usata nelle diverse parlate lituane e nei più antichi monumenti scritti con il significato di «essere vivente, creatura vivente» e con altri significati analoghi; tuttavia, nel significato di «mandria» è attestata solo nelle parlate menzionate. Denominazioni con il significato di «mandria» derivate da questa radice (indoeuropeo *gṷi-, lituano gy-, slavo ži-) si trovano anche nelle lingue slave: bielorusso жывёла, жывина, polacco żywina, żywizna, żywioła, russo antico животина, serbo живо, sloveno živina³⁵. È chiaro che, tanto in lituano quanto nelle singole lingue slave, tale significato delle parole di questa radice può essersi sviluppato in modo del tutto indipendente (cfr. serbo-croato живина «pollame», ucraino живина); tuttavia, in alcuni casi può trattarsi anche di un prestito: per esempio, il bielorusso жывина, che, come mostrano i dati dell’atlante dialettologico bielorusso, è usato diffusamente soltanto nei dintorni di Hrodna, è senza dubbio un prestito dal polacco. Particolarmente interessante è il fenomeno delle denominazioni con il formante -l-, che costituiscono un’area del tutto compatta, comprendendo la lingua lituana, quasi tutti i dialetti bielorussi e parte dei dialetti polacchi direttamente confinanti con l’area linguistica lituana³⁶. L’uso più intenso del lituano gyvulys, gyvuliai indicherebbe che il bielorusso жывёла e il polacco żywioła potrebbero essere sorti sotto l’influsso della lingua lituana. Il gyvīs usato a Dieveniškės e Lazūnai nel significato di «mandria» non è, a quanto pare, una formazione nuova di queste parlate, bensì una sopravvivenza dell’antico uso lituano di gyvis, poiché questa parola ricorre abbastanza diffusamente negli scritti antichi con il significato di «animale», cfr. Avis yra romus, … nekaltas gyvis DP 209: Ta ranka penį visus gyvius, kiekvienam tikrą penukšlą duodama SP I 242; Anoji kančia, ir nebylius gyvius galėtų pajudint galėjimop DP 176; Gyvis, išėjęs išg girų, staugimu, kaukimu, baubimu teip baisus bus DP 7 (LKŽd., III, 383). Per l’uso della forma singolare della parola gyvis con il significato di «mandria», cfr. l’uso lituano di kėltuva, pėkus. Né in prussiano né in lettone troviamo parole della radice indoeuropea *gṷi- con il significato di «mandria». In lettone troviamo, è vero, le parole dzīvnieks «un essere vivente, un animale», dzīvuonis, dzīvīte «un animale domestico» (EM, I, 560), ma sembrano essere sorte piuttosto di recente e non si riscontra alcuna tendenza a usarle con il significato di «mandria». Nei dialetti lettoni si trova il nome di un animale domestico della radice indoeuropea *gṷi, živats «un animale; un animale domestico», «sīkluops» (una pecora, un maiale). Tuttavia, è un prestito dal russo (EM, IV, 814). Lat. luopi Il lit. gyvulys corrisponde, per significato e uso, approssimativamente al lett. luōps. La forma plurale di questa parola, luōpi, è usata in lettone anche nel significato di «mandria di bestiame», cfr. Laid luopus ārā!; Jādzen luopi ganųos; Luopus ganīt (EM, II, 528). Il lett. luōps è una parola completamente isolata nelle lingue baltiche e slave, che probabilmente andrebbe collegata all’alb. lopē «vacca»³⁷. 35 O. N. Trubačëv, L’origine dei nomi degli animali domestici nelle lingue slave, Mosca, 1960, p. 100; Dialektalglatāni atlas беларускай мовы, carta n. 293. 36 O. N. Trubačëv, L’origine dei nomi degli animali domestici nelle lingue slave, pp. 100–101. 37 J. Pokorny, Et. Wb., p. 654; A. Sabaliauskas, LKK, X, p. 137. 14 Lett. bars Nel significato di «mandria di bestiame», in lettone è molto diffusa la parola bars; si usa la forma diminutiva di questa parola bariņš, nonché le locuzioni luõpu bars, luõpu bariņš. La parola bars è usata in lettone con vari significati. Il dizionario di K. Miülenbach ne registra ben sei (in realtà se ne potrebbero distinguere anche di più): 1) die Schwade; 2) ein bestimmter Strich Feldes bei der Flachsraufe; 3) die Mast; 4) der Haufe, die Menge, die Schar, Herde, 5) die Sandmassen in der Flussmündungen, die das Fahrwasser seichter machen; 6) atberi (klātpieduotuo barības tiesu sauc par beriem, baru, biežāk atberiem; cfr. atberes «restituzione del grano preso in prestito dal magazzino comunale; il grano che, al momento della restituzione, viene consegnato in più, come fosse un interesse») (EM, I, 150, 264–5). In lituano la parola bãras, corrispondente al lett. bars, è usata anch’essa con significati simili: «porzione di campo lavorata in una volta (durante il taglio dei cereali, la raccolta del lino, la falciatura); gruppo di persone (con questo significato si trova solo negli scritti di S. Gimžauskas (Linkmenys) e nel dizionario di A. Juška)» (LKŽd., I(2) 651–2). Di recente, nel lituano contemporaneo la parola bãras è molto diffusa nel significato di «ambito, area di una determinata attività». Come si vede, i significati del lit. bãras e, soprattutto, del lett. bars variano considerevolmente. Ciò indusse J. Endzelynas a supporre che il lett. bars avesse origini plurime. Per i significati 1–3, egli era propenso a collegare il lett. bars con l’irlandese medio berraim «forbice», l’avestico tiži-bāra «dal filo tagliente», il latino ferīre «colpire», forus «passaggio intorno a un’aiuola», l’alto tedesco antico bara «terreno recintato», il russo забор «recinto», il greco φόρος «appezzamento di terreno, solco». Per i significati 4–5, J. Endzelynas era propenso a collegare il lett. bars con indoeuropeo *bher- «portare»; soltanto per il sesto significato collegava il lett. bars al lett. bērt e al lit. berti, ammettendo che forse anche il lett. bars nel quarto significato poteva essere collegato a questi verbi38. J. Endzelynas, tuttavia, difficilmente aveva ragione nel ritenere che il lett. bars fosse una parola di ben tre origini diverse. Ci sembra che tutti i significati del lit. bãras e del lett. bars possano essere spiegati collegando queste parole ai verbi lit. berti e lett. bērt. L’origine del lit. bãras e del lett. bars era già stata spiegata così da A. Leskynas39. Molti studiosi successivi aderirono alla spiegazione di A. Leskynas. K. Būga affermò che «bãras è tanta superficie di terreno quanta se ne può seminare spargendo i semi in una sola passata»40; la stessa opinione era condivisa da P. Skardžius41, E. Frenkelis42 e J. Otręmbskis43. A indurre J. Endzelynas a dubitare soprattutto di tale etimologia fu probabilmente il fatto che nelle lingue baltiche è usata, con il significato di «porzione di terreno seminata», un’altra parola antica: il lit. biržė, il lett. birze, collegata allo slavo antico brazda «solco», al russo борозда e al polacco brózda44 (a dire il vero, questa etimologia appare piuttosto dubbia). Tuttavia, i significati originari di queste parole (lit. biržė, lit. bãras) potevano essere diversi: la loro somiglianza è il risultato di un’evoluzione successiva. 38 EM, I, p. 265. 39 A. Leskien, Der Ablaut der Wurzelsilben im Litauischen, Leipzig, 1884, p. 321; Bildung der Nomina im Litauischen, Leipzig, 1891, p. 167 (pastarajame veikale teigia kiek abejodamas). 40 K. Būga, Scritti scelti, II, p. 294. 41 P. Skardžius, Formazione delle parole della lingua lituana, p. 26. 42 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 34–35. 43 J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, II, Warszawa, 1965, p. 33. 44 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 44–45; EM, I, p. 299. 15 Il significato di ‘gruppo di animali’ difficilmente si può collegare direttamente al verbo bérti, tuttavia a questo verbo si possono collegare in generale i significati di ‘moltitudine’, ‘gruppo’ (cfr. I rami dei tigli erano cosparsi di gemme; Il cielo era limpido, cosparso di stelle scintillanti, LKŽd., I(2), 773; lett. biru birām ‘in schiere’, birum birumiem, EM, I, 298). Dal significato di ‘moltitudine’, ‘gruppo’ deriva molto facilmente anche quello di ‘gruppo di animali, mandria’, cfr. lett. guõtas ‘mandria – gruppo’, lett. kaĩmenė ‘mandria – gruppo’, lett. gyvìs ‘mandria – moltitudine’ e così via. Come abbiamo accennato, J. Endzelīns tendeva a collegare il lettone bars nei significati 4–5 con l’indoeuropeo *bher- ‘tragen’. Tuttavia, anche il lettone bérti e bērt sono collegati alla suddetta radice indoeuropea. In realtà, J. Endzelīns sembrava nutrire qualche dubbio su tale collegamento, osservando che K. Būga, J. Mikola, A. Briukneris e R. Trautmanas collegavano il lettone bérti e bērt all’indoeuropeo *bher ‘tragen’ „ohne sich über die Entwickelung der Bedeutung zu äussern“45. A nostro avviso, alcuni significati del verbo lettone bérti, come ‘disperdersi (riferito a un animale)’, ‘partorire, dare alla luce’, potrebbero avvicinarlo all’indoeuropeo *bher-; cfr. La scrofa si è dispersa; Se sorvegli la scrofa finché non partorisce, avrai un maialino LKŽd., I(2), 773, 847. Tuttavia, questi significati potrebbero anche essere innovazioni del lituano, cfr. significati analoghi dei verbi griūti, irti. Il lettone ganeklis e altri In lettone troviamo alcuni nomi di ‘gruppo di animali’ derivati dal verbo ganīt (lituano ganýti): ganeklis (vīrs ganekli aizdzen mājā), ganekles (la parola si trova nella traduzione della Bibbia di Glück, del 1689), ganība (uz mūsu ganībām vesela ganība luopu), ganīkla (šur un tur luopu ganīklas ganās), ganāmais (būs viens gans, viens ganāmais), ganāmie (EM, I, 599, 600; EH, I, 382). Negli scritti di J. Žemaitė si trova, con il significato di ‘gruppo di animali’, la parola gãniava (Una mandria così numerosa non si può far pascolare in quei pascoli, LKŽd., III, 102). Tuttavia, gãniava qui probabilmente non è un dato della lingua viva, bensì una parola nata semplicemente da un malinteso a partire da gõniava, usato nel luogo natale di Žemaitė (probabilmente per intervento dei curatori degli scritti di Žemaitė). Il lituano gõniava, gonà e altri Nei dialetti lituani troviamo nomi di ‘gruppo di animali’ che andrebbero collegati al verbo ginti ‘spingere, condurre la mandria al pascolo’: gõniava ‘mandria, gruppo, moltitudine’, gonà, ‘gruppo, moltitudine’ (Il pastore conduce un branco di mucche. Non avevo mai visto prima una mandria di animali così numerosa Als.), gõna, gõnas, gõnė (Un branco di maiali così mangerebbe qualcosa Kair.), gonìa (Apri la stalla, ho riportato la mandria Vlk.), gonyčia (LKŽd., III, 482)46. Lituano gárdas Con il significato di «branco di animali», questa parola è usata soltanto negli antichi testi lituani: la usano J. Bretkūnas, M. Daukša, S. Chilinskis e altri. Cfr.: «…e ci sarà un solo pastore e un solo recinto», BrP, II, 209. «…il buon pastore, che non si è stancato di portare sulle proprie spalle la pecorella smarrita, per ricondurla al suo gregge», DP, 174. «…e radunavano là tutti i recinti», Ch 1 Moz 29,3. 45 EM, I, p. 292. 46 P. Skardžius, Formazione delle parole della lingua lituana, p. 47. 16 «…radunò tutti i recinti», Ch 1 Moz 29, 8. «…e i suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre», Ch 1 Moz 37, 12. «…chi pascola il gregge e non ne beve il latte? Bt 1 Pv K 9,7 (cfr. anche LKŽd., III, 120). In lituano, la parola gardas, come sappiamo, è usata con il significato di una determinata recinzione («parte delimitata della stalla», «recinto in un campo o in un pascolo», «cassa di tavole per trasportare maiali», LKŽd., III, 120). Quest’ultimo significato, quello di «recinto», è senza dubbio il più antico. Il significato di «branco di animali» sembra essersi sviluppato da quello di «recinto in un campo o in un pascolo». Il lituano gardas è da collegare allo slavo antico gradъ «castello, città, giardino», al russo город «città», al sanscrito grháḥ «casa», al gotico gards, al gotico garda «recinto», all’albanese garth «siepe» e così via.47 Un corrispondente del lituano gardas si trova anche in lettone; cfr. lettone gards «un recinto presso o dentro la stalla» (attestato negli scritti di J. Janševskis). J. Endzelīns tende a considerare questa parola lettone un lituanismo (Anscheinend aus li. gãrdas dass., wenn wirklich mit kurzem a; vgl. gārds 1, EH, I, 384). Ci sembra che si debba considerare lituanismo anche il lettone gārds «un recinto per il bestiame da ingrasso, soprattutto per i maiali» (EM, I, 618; EH, I, 390). Infatti, a giudicare dai materiali del dizionario di K. Mühlenbach e dai suoi supplementi, questa parola è usata quasi esclusivamente nella zona di confine con la Lituania (Dunika, Gruobinia, Lazduona, Nyca, Nygranda, Rucava). L’allungamento della a nella parola lettone andrebbe spiegato con la pronuncia dei lituani della regione di Palatvio, poiché questi lituani (Akmenė, Klykoliai, Mažeikiai), dai quali la parola deve essere passata al lettone, pronunciavano il lituano gardas come gãrc. Anche se il lettone gārds non fosse un prestito dal lituano, sarebbe stata comunque la lingua lituana ad aiutarlo a conservarsi in quei dialetti lettoni. Il lituano gardas, nel significato di «recinto», è passato anche alle lingue finniche del Baltico; cfr. finlandese karsina, careliano karžina e così via.48 Liet. stōdas Liet. stōdas è usato anche con il significato di «branco di bestiame», ma soltanto negli scritti antichi: con questo significato lo usano J. Bretkūnas, M. Daukša, K. Širvydas e altri. Cfr.: „...nuneche awi ich Stodo (paraštėje: Gardo)...“, BrB 1 Sam 17, 34. „...stōdai ir kaimenės, tawos...“, DP, 290. „...piewos, łakos, kãimenes, stōdai...“, DP, 306. „Paweýksłu tieġ tapi stōdo... (Wžormi, movi, bėdac stāda...)“, SP, II, 136. „...piemenimus, Stodą ganantiemus...“, KN, 130. Accanto alla forma stodas, negli scritti antichi è usata anche la forma stoda49. Sull’origine del lituano stōdas esistono diverse opinioni. A. Brückner ipotizzò che i lituani avessero preso in prestito questa parola dal polacco50. K. Būga, che per lungo tempo aveva dubitato che si trattasse di una parola autoctona o di un prestito51, la considera un prestito dal russo52, mentre P. Skardžius la considera un prestito 47 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 135–136; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 297; J. Pokorny, Et. Wb., p. 444. 48 Y. H. Toivonen, Suomen kielen etymologinen sanakirja, I, Helsinki, 1955, p. 165; A. Sabaliauskas, LKK, VI, p. 118. 49 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 592. 50 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, Weimar, 1877, p. 137. 51 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, 92, II, p. 591–592. 52 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 46. 2. Iš lietuvių leksikologijos ir leksikografijos 17 BIBLIOTECA LKI dalla lingua bielorussa53. Categoricamente, probabilmente, non si può respingere nessuna delle opinioni. Tuttavia, P. Skardžius ricorda, tra l’altro, l’uso molto simile del lit. stōdas e del bielor. cmado nei testi in lingua bielorussa dei documenti lituani (cfr. кони, стада и животина князя Лит. Мет. (1520). РИБ. XX 1434). Infine, è possibile che tale denominazione di un branco di animali sia entrata in lituano dalle lingue slave attraverso vie diverse. Lit. armuõ Il lit. armuõ nel significato di «branco di animali» è attestato una sola volta, precisamente nella traduzione della Bibbia di A. Baranauskas: Iš armen(i)ės patiną nesutemptą apieravos, 3 Moz 1,3 (LKŽd, I (2), 310). Ci sembra che a indurre A. Baranauskas a usare il lit. armuõ in questo contesto sia stato il lat. armentum (...si holocaustum fuerit ejus oblatio, ac de armento...3 Moz 1, 3), che in latino significa «grandi animali da lavoro (cavalli, buoi); mandria di animali da lavoro». In generale, il lit. armuõ nel significato di «strato arato del terreno; terra arabile; aratura, terreno» (: lit. árti) non è usato da nessuna parte nel significato di «branco di animali». Lit. gaibjė Il lit. gaibjė nel significato di «branco di animali» è attestato nei seguenti monumenti della lingua lituana: il «Clavis Germanico-Lithvana», il dizionario di J. Brodovskis, quello di F. Neselmanas e quello di F. Kuršaitis (con l’indicazione che F. Kuršaitis stesso non conosceva tale parola nell’uso vivo della lingua). La struttura di questa parola indicherebbe che non si tratta di un fatto vivo della lingua lituana, poiché in lituano non esistono affatto parole di tale formazione. Ci si chiede in che modo essa abbia potuto comparire nei suddetti monumenti della nostra lingua. F. Kuršaitis attinse tale parola dal dizionario di F. Neselmanas. F. Neselmanas la trascrisse dal manoscritto del dizionario di J. Brodovskis. La trascrisse correttamente, perché il passo corrispondente nel manoscritto del dizionario di J. Brodovskis è molto chiaramente leggibile: «Gótas Awju. Gardas, Stodas. Gauje, Gaibje» (B, 613). La parola gaibjė probabilmente entrò nel manoscritto del dizionario di J. Brodovskis dal dizionario seicentesco «Clavis Germanico-Lithvana», dove è anch’essa registrata molto chiaramente: «Heerde Vieh. Kaimene, ės. F. Gúta, ôs F. Gaibje, ės. F. Gáuje, ęs. F.» (C, I, 873). Si può persino supporre che J. Brodovskis, trascrivendo questa parola dalla fonte menzionata, l’abbia scambiata di posto con la parola gauje, poiché questa gli era nota, mentre spostò gaibje in fondo, come parola a lui sconosciuta. J. Lebedys54 ha dimostrato chiaramente che J. Brodovskis si servì effettivamente del «Clavis Germanico-Lithvana». Tuttavia, per ora non è possibile dire come la parola gaibjė sia comparsa in quest’ultimo manoscritto. 53 P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Altlitauischen, Kaunas, 1931, p. 206. 54 J. Lebedys, Smulkioji lietuvių tautosaka XVII—XVIII a., Vilnius, 1956, p. 23. 18 Lituano pūlkas, lettone pulks Sia in lituano sia in lettone, con il significato di «gregge di animali», si usa la parola pūlkas (lett. pulks). Il significato di «gregge di animali» per la parola pūlkas si trova già nell'edizione del 1629 del dizionario di K. Širvydas: «Stado, grex, armentum. pulkas» «Stadko, grex pusillus, pulkelis» (Dic., 174). Anche nell'edizione del 1642 del dizionario di K. Širvydas troviamo: «Stādo bydla, Armentum, grex pulkas» (Dic., 421). Il termine pūlkas è usato spesso con il significato di «gregge di animali» anche nei dialetti lituani. Tuttavia, qui è usato per lo più non come sinonimo di mandria o di gregge, bensì nel senso più generale di «gruppo, moltitudine (riferito soprattutto a esseri viventi)» e normalmente si accompagna a un determinante, cfr. un gregge di pecore, un gruppo di maiali, un gruppo di mucche ecc. In alcuni dialetti lituani, tuttavia, pūlkas è usato quasi come sinonimo di mandria o di gregge, cfr. Pascolava presso il gregge (Pumpėnai); Pascolava gli animali in due gruppi (Linkuva). Un uso molto simile si riscontra anche nella parola lettone pūlks «il mucchio (di esseri viventi), la schiera, una moltitudine in generale», ganāms pulks «il gregge», ganāmpulks, ļopu pulks, ļopu pulciņš, pulks, pulciņš (Dove condurrai il tuo gregge?) (EM, I, 600, III, 407; EH, I, 382)55. Il lituano pūlkas e il lettone pūlks sono prestiti dall'antico russo, cfr. antico russo pъlkъ «reggimento, esercito, forza militare, spedizione militare, accampamento»56. Probabilmente la parola entrò nelle lingue baltiche con il significato di termine militare, mentre gli altri significati si svilupparono in seguito nelle stesse lingue baltiche. Un processo analogo di ampliamento semantico si osserva anche in alcune lingue slave, cfr. russo dialettale полок «gruppo (di ragazze)», serbo-croato nyk «popolo, gente, folla», ceco pluk «mucchio». Gli slavi presero in prestito questa parola dall'antico germanico (*fulkaz), cfr. alto tedesco antico folk, anglosassone folc «esercito, schiera»57. Liet. tabūnas Con il significato di «mandria di animali», nei dialetti lituani si trova talvolta anche la parola tabūnas. In generale, questa parola è usata in lituano con diversi significati: «mandria di animali (di solito cavalli)» (Kurtuvėnai, Liškiava, Ukmergė, Salamiestis), «gruppo, moltitudine» (Alytus, Anykščiai, Druskininkai, Dusetos, Jurbarkas, Južintai, Laukuva, Lazdijai, Rudamina, Ukmergė, Utena), «pascolo recintato su tutti i lati» (Kurtuvėnai, Radviliškis, Šiauliai). La parola tabūnas è entrata in lituano dalle lingue slave. Con il significato di «branco di cavalli», una parola del genere è usata nelle lingue slave orientali, cfr. russo табун, bielorusso табун, ucraino табун. Da qui è passata anche al polacco, cfr. polacco tabun58. Gli slavi orientali presero in prestito questa parola da 55 Gli esempi non presenti nel dizionario di K. Mühlenbach — J. Endzelīns sono stati forniti all’autore dalla candidata in scienze filologiche D. Zemzare. 56 P. Skardžius, I prestiti slavi nel lituano antico, p. 183; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 665–666; EM, III, 407. 57 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 393–394; F. Kluge, Et. Wb., p. 825; E. Klein, Et. Dic., I, p. 607. 58 A. Brückner, Sł. et., p. 563. 2* 19 lingue turco-tatare, cfr. tartaro di Kazan tabun «mandria di cavalli», chagatai tabun, tartaro di Crimea tabum «mandria, gruppo»59. È difficile dire da quale lingua slava derivi il lituano tabūnas; forse è più probabile che i lituani abbiano ricevuto questa parola dal russo. I significati di «gruppo in generale, moltitudine» e «pascolo recintato» si sono sviluppati già all’interno della lingua lituana. Lett. pūlis Questa parola in lettone è usata con diversi significati: ‘der Haufe; die Menge’ ‘die Herde; die Kette (von Jungwild)’, ‘das Nest’, ‘der Strichregen’ (EM, III, 446–7). Il significato di ‘gruppo di bestiame’ si è senza dubbio sviluppato da quello di ‘mucchio, quantità’. J. Endzelīns tende a collegare il lett. pūlis al lett. pauna ‘der Schädel; das Maul’, lett. paũna ‘eine kleine Mütze; ein Ranzen; Bündel’ (EM, III, 128). Queste parole andrebbero poi collegate ai vocaboli della radice indoeuropea *pū-, *peu-, *pou- ‘aufblasen; aufgeblasen, angeschwollen’, cfr. sanscr. phuphusah ‘polmoni’, arm. (h)ogi ‘odore, respirazione, anima’ ecc.60. * * * Le lingue baltiche dispongono di moltissimi nomi per indicare un ‘gruppo di bestiame’, soprattutto il lituano, nel quale se ne trovano numerosi. Questi nomi sono per lo più parole di origine baltica, derivanti da radici diverse. Si riscontra spesso uno sviluppo semantico del tipo ‘quantità, gruppo’→‘gruppo di bestiame’, ‘animale, animali’→‘gruppo di bestiame’. Alcuni nomi di ‘gruppo di bestiame’ sono entrati nelle lingue baltiche anche dalle lingue slave. NOMI DEL PASTORE Nelle lingue indoeuropee non esiste un nome comune del pastore più diffuso in queste lingue. Tuttavia, i singoli gruppi di lingue indoeuropee hanno per lo più nomi comuni, sviluppatisi semanticamente in modo simile, talvolta persino dalla stessa radice indoeuropea; cfr. lat. pāstor ‘pastore’: lat. pāscō, -ere ‘pascolare, dedicarsi all’allevamento’; russo пастух ‘pastore’: russo пасти ‘pascolare’; armeno hoviv (< *ou̯i-pā-) ‘pastore’; ted. Hirt ‘pastore’: ted. Herde ‘gregge, mandria’; ingl. (shep)herd ‘pastore’; ingl. herd ‘gregge, mandria’; lituano ker džius ‘pastore anziano, di età più avanzata’ ecc. Anche nelle lingue baltiche i nomi del pastore si sono formati in modo analogo. Lituano piemuo Questo nome è molto antico e vi sono ragioni per ritenere che risalga al protoindoeuropeo. È vero che, tra le lingue baltiche, attualmente troviamo un nome del pastore di questo tipo soltanto in lituano; tuttavia, vi sono dati sufficienti a indicare che un tempo fosse comune alle lingue baltiche. Il lituano piemuõ ha corrispondenti diretti soltanto in greco; cfr. gr. ποιμήν ‘pastore’, ποιμνή ‘gregge, mandria’. È vero che vi sono controversie sulla corrispondenza esatta del vocalismo radicale del lituano piemuõ e delle parole greche. Tuttavia, che si colleghi il baltico ie direttamente a 59 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 66. 60 J. Pokorny, Et. Wb., p. 847. 20 ide. *oi, oppure se spieghiamo il vocalismo della radice della parola baltica come modificato per influenza di altre parole, il rapporto tra il lit. piemuo e il gr. ποιμήν non lascia dubbi. Le denominazioni del pastore in lituano e in greco sono riconducibili alla radice indoeuropea *pō(i), il cui significato principale era «pascolare il bestiame». Da questo significato ne derivò in seguito anche uno nuovo, più generale: «proteggere qualcosa». Parole appartenenti a questa radice si trovano, oltre che in lituano e in greco, anche in altre lingue indoeuropee; cfr. il sanscr. pāti «egli protegge, pascola», l’av. pāiti, il sanscr. gōpāḥ «pastore (in origine pastore di bestiame, di vacche; cfr. il sanscr. gauḥ «bovino, bue, vacca»)», pāyuḥ «custode», pālāḥ «guardiano, pastore», nṛpaḥ «re (custode degli uomini)», il persiano antico xšāθrapāvan «governatore di una provincia, satrapo»1. Si è tentato di ricondurre alla radice indoeuropea *pō(i) anche un gruppo di parole germaniche, cfr. il got. fōdr «fodero», l’anglosassone fōdor, il ted. Futter «fodera»2. Sul piano semantico, il rapporto delle parole germaniche con l’indoeuropeo *pō(i) si spiega supponendo che il got. fōdr e le altre parole possano essere ricondotti al significato «proteggere coprendo». Si è tentato di collegare la radice indoeuropea *pō(i) con l’indoeuropeo *pā- «nutrire, alimentare, pascolare»3, da cui derivano le denominazioni indoeuropee del pastore già menzionate (lat. pāstor, russo пастух, armeno hoviv). Questi tentativi, tuttavia, non hanno avuto successo. È molto dubbio anche il collegamento dell’itt. paddar «cesta, paniere»4 con l’indoeuropeo *pō(i)5. Le lingue slave non hanno ereditato alcuna parola dalla radice indoeuropea *pō(i). È vero che questa radice è presente nella denominazione russa e ucraina del pastore di pecore, чабан. Tuttavia, la parola è entrata in russo dalle lingue turco-tatare (cfr. il tat. di Crimea čōban «pastore»6), che a loro volta hanno preso tale denominazione del pastore dal persiano; cfr. il pers. šūban «pastore», l’afghano špūn < *fšu-pāna- «pastore di bestiame», cfr. il sanscr. pāṇāḥ «che protegge»7. In lettone e in prussiano non troviamo una denominazione del pastore corrispondente al lit. piemuo. Tuttavia, possiamo intravedere alcune tracce di questa parola in certi toponimi e antroponimi. In prussiano troviamo il toponimo Paymekopo (attestato in documenti del 1311). Sembra che questo toponimo, facendolo derivare da Paymenkopo, possa essere collegato al lit. piemuo. Per la formazione del prussiano Paymekopo, cfr. i prussiani Auctacops, Auctukape: lit. aukštas «alto» + lit. kāpas8. Si è tentato di collegare al lit. piemuo anche l’antroponimo lettone Paim e il toponimo Paimis9. Come vediamo, il vocalismo della radice di questi esempi non coincide con quello della radice del lit. piemuo, ma corrisponde al vocalismo del gr. ποιμήν. È possibile che nelle lingue baltiche esistessero due varianti di questa denominazione del pastore: *peim- ir *poim-. Anzi, la seconda variante potrebbe essere stata persino più antica. Lo suggerirebbe una denominazione del pastore di origine baltica nelle lingue finniche del Baltico; cfr. il finlandese paimen «pastore», paimen 1 J. Pokorny, Et. Wb., p. 839; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, 348, II, 251, 262. 2 J. Pokorny, Et. Wb., p. 839; F. Kluge, Et. Wb., p. 226—227. 3 M. Mayrhofer, Et. Wb., II, p. 251; J. Pokorny, Et. Wb., p. 787. 4 F. Kluge, Et. Wb., p. 227. 5 J. Friedrich, Hethitisches Wörterbuch, Heidelberg, 1952, p. 166. 6 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 297. 7 M. Mayrhofer, Et. Wb., II, p. 251. 8 G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 12, 112. 9 E. Blese, Latviešu personu vārdu un uzvārdu studijas, I, Rīgā, 1929, p. 333; E. Blese tokį (šaknyje su -ai-) latvių kalbos piemens pavadinimą linkęs laikyti sekundariniu skoliniu iš Pabaltijo suomių kalbų. 21 iaa ‘pascolare’, est. paimendama ‘pascolare, custodire’, carel. paimen ‘pastore’, liv. paimēn ‘pastore’, paimentta ‘pascolare, custodire’, veps. paimen ‘pastore’, paimenta ‘pascolare, custodire’, ecc.10 [Il nome baltico del pastore penetrò nelle lingue finniche baltiche insieme ad altre parole relative all’allevamento e all’agricoltura, probabilmente negli ultimi secoli prima della nostra era. Nel terreno delle lingue finniche da esso nacque anche un verbo che significa ‘pascolare, custodire’, nonché altre parole affini; cfr. il fin. paimentaminen ‘pascolo, attività pastorale’, paimenkoira ‘cane da pastore’, paimenpilli ‘flauto del pastore’, paimenpoika ‘giovane pastore’, paimentolainen ‘nomade’, ecc.11 Gana įdomus klausimas, kodėl šio piemens pavadinimo neišlaikė latvių kalba. Mums atrodo, jog tam tikrą vaidmenį čia galėjęs suvaidinti prielinksnis pie. Mat, latvių kalboje prie išvirtus pie, latvių kalbos žodžiai prasidedantys junginiu pie-, galėjo būti suprasti kaip prielinksniai sudurtiniai žodžiai. Žodžiai, kurių leksinis ryšys su prielinksniu pie nebuvo jaučiamas, savotiškai nesiderino prie minėtų sudurtinių žodžių sistemos ir pradėjo pamažu nykti arba jų fonetika buvo pakeista dėl kitų žodžių įtakos. Dėl šios priežasties, pavyzdžiui, lat. plāva galėjo išstumti senąjį lat. pieva (EH, II, 278), dėl šios priežasties, gal būt, nerandame latvių kalboje liet. pieštūs fonetinio atitikmens. Ši mūsų hipotezė, žinoma, negali liesti latvių kalbos žodžių, kur ie < en, o taip pat žodžių, kurie, sutrumpėjus galūnei, tapo vienaskiemeniai. Lett. gans, lit. gānas, ecc. Nella lingua lettone si è affermato un nome del pastore con radice diversa; cfr. il lett. gans ‘pastore’, le forme diminutive ganiņš, ganelis, ganēns, gane, gaņa, ganiene, ganikis ‘un pastore (un pastore piccolo, insignificante)’, gantājs ‘il custode’ (EM, I, 599, 600; EH, I, 382). Queste parole sono da collegare con il lett. ganīt e il lit. ganyti. I nomi del pastore derivati da quest’ultimo verbo sono usati anche in lituano; cfr. il lit. gānas ‘guardiano, pastore’, ganýtojas, ganikas, ganūkas, ganė ‘pastorella, guardiana’ (LKŽd., III, 96, 100, 107, 108). Si usano inoltre numerosi nomi composti del pastore, il cui secondo componente è una parola di questa radice. Cfr.: Il lit. ančiāgonis ‘pastore delle anatre’ (LKŽd., I(2), 131) < lit. ántis + ganýti. Il lit. arklāganis ‘colui che pascola i cavalli’, arklāganis, arkliaganỹs, arkliāgonis, arkliiganis, arkliūganis (LKŽd., I(2), 301, 303, 305, 307) < lit. arklys + ganýti. Il lit. aviganis ‘pastore di pecore, custode delle pecore’, avigonis, aviāgonis, avēliaganis (LKŽd., I(2), 521, 523, 525) < lit. avis + ganýti. Il lit. galvijagonis ‘pastore, guardiano della mandria’, galvijagonis (LKŽd., III, 83) < lit. galvijas + ganýti. Il lit. jautaganỹs ‘guardiano dei buoi; pastore’, jaučiāgonis (LKŽd., IV, 295, 322) < lit. jautis + ganýti. Il lit. karvāganis ‘pastore delle vacche’ (LKŽd., V, 352) < lit. kárvė + ganýti. Y. H. Toivonen, E. Itkonen, A. J. Joki, Suomen kielen etymologinen sanakirja, II, Helsinki, 1958, p. 459; J. Kalima, Itämerensuomalaisten kielten balttilaiset lainasanat, Helsinki, 1936, p. 145; V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk-lettiske) Sprog, Köbenhavn, 1890, p. 208.10 11 A. Sabaliauskas, LKK, VI, p. 130. 22 Lituano kiaulāganis «guardiano di maiali», kiaulāgonis, kiaūlganis, kiauliāganis, kiauliāgonis (LKŽd., V, 687, 691, 693) < dal lituano kiaũlė + ganýti. Lituano ožkaganỹs «pastore di capre», ožkāganis¹² < dal lituano ožkà + ganýti. Liet. guardiano delle oche ‘pastore di oche’ < liet. oca + pascolare. Lituano bandāganis «pastore di bovini, mandriano», bandganis (LKŽd., I(2), 639) < dal lituano bandà + ganýti. Lituano diēnaganis «chi pascola il bestiame solo di giorno, pastore mediocre» (LKŽd., II, 346) < dal lituano diēnā + ganýti. Liet. guardiano notturno ‘chi di notte pascola il bestiame (di solito cavalli)’ < liet. notte + pascolare. Liet. guardiano mattutino ‘chi pascola il bestiame al mattino’ < liet. mattina + pascolare. Denominazioni composte di pastori di origine simile sono ampiamente usate anche in lettone. Cfr.: Lettone āitgans «il pastore di pecore» (EH, I, 5) < dal lettone āita «pecora» + gans «pastore». Lettone cūkgans «il guardiano di maiali», cūkganis (EM, I, 398; EH, I, 280) < dal lettone cūka «maiale» + gans. Lettone giòvgans «il guardiano di vacche» (EM, I, 692; EH, I, 424) < dal lettone giòvs «mucca» + gans. Lettone luōpgans «il pastore di bestiame» (EM, II, 527) < dal lettone luōps «bestiame, animale domestico» + gans. Lettone zīrgans «il guardiano di cavalli» (EM, IV, 726; EH, II, 808) < dal lettone zīrgs «cavallo» + gans. Lettone zùosgans «il guardiano di oche» (EM, IV, 759) < dal lettone zùoss «oca» + gans. Lettone dižgans «il pastore anziano (di grado superiore), capo pastore» (EH, I, 324) < dal lettone dižs «grande, imponente, nobile» + gans. Il lit. ganýti e il lett. ganīt vengono ulteriormente collegati al lit. gìnti «spingere, sospingere; condurre la mandria, il bestiame al pascolo», al lett. dzīt, al rus. гнать «spingere, incitare, inseguire, scacciare», al pol. gonić, all’ir. ant. gonim «ferisco, uccido», al scr. hanti «egli uccide, ammazza», all’arm. gan «percosse, flagellazione», al gr. φόνος «omicidio» ecc.13 Per queste parole si ricostruisce la forma preistorica indoeuropea *gu̯hen -(ə)-, il cui significato originario era probabilmente «colpire». Nelle lingue baltiche si trovano anche parole appartenenti a questa radice il cui significato non si è ancora allontanato molto da quello originario; cfr. il lit. genėti «potare i rami; tagliare i cespugli», il lett. dzenēt, il lit. genys, il lett. dzenis, il prussiano genix. Nelle lingue slave troviamo parole di questa radice il cui significato si avvicina pienamente a quello del lit. ganýti, del lett. ganīt, del lit. gìnti e del lett. dzīt; cfr. il rus. вгон «pascolo, terreno da pascolo, sentiero della mandria; conduzione al pascolo», il pol. wygon. In lituano esistono denominazioni del pastore derivate direttamente dal verbo gìnti; cfr. il lit. genùlis «giovane pastore» (LKŽd., III, 239), gìnikas «colui che conduce (il bestiame)» LKŽd., III, 319), gintėjas (LKŽd., III, 327). Il lit. arklininkas, avininkas ecc. Si incontrano anche denominazioni di pastori derivate direttamente dai nomi degli animali corrispondenti. Cfr.: Il lit. arklininkas «guardiano notturno, custode di cavalli; appassionato ed esperto di cavalli», arklinȳkas (LKŽd., I (2), 305), arklinis «guardiano notturno, pastore di cavalli, stalliere» (LKŽd., 12 Gli esempi lituani per i quali non è indicata la fonte sono di norma tratti dallo schedario del Dizionario della lingua lituana accademico. 13 E. Fraenkel, Et. Wb., pp. 152—153; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 293; J. Pokorny, Et. Wb., pp. 491—493. 23 I(2), 306), arklìčius ‘pastore disonesto’ (LKŽd., I (2), 305; per il significato cfr. lit. arklìnis ‘monello’), cfr. lit. arklỹs. Lit. avininkas ‘pastore di pecore; custode, allevatore, detentore di pecore’, avinýkas (LKŽd., I(2), 528), avinorius ‘pastore di pecore’ (con suffisso slavo, LKŽd., I(2), 529), cfr. lit. avis. Lit. galvìjininkas ‘pastore di bestiame bovino’ (LKŽd., III, 83), galvininkas (LKŽd., III, 84), cfr. lit. galvijas. Lit. jautìnininkas ‘pastore di buoi; persona che lavora con i buoi’, jautìnis ‘mandriano di buoi, pastore, mercante; addetto ai buoi’ (LKŽd., IV, 324), jaučius ‘pastore di buoi; mandriano’, jautìčius (LKŽd., IV, 295), jautìšius ‘custode dei buoi’ (LKŽd., IV, 325), cfr. lit. jautis. Lit. karvininkas ‘pastore, custode, allevatore di vacche’ (LKŽd., V, 357), karvišius ‘spreg. pastore di vacche’, karviškus (LKŽd., V, 358), cfr. lit. karvė. Lit. kiaulininkas ‘pastore di maiali, guardiano di maiali, addetto all’alimentazione e alla custodia dei maiali’, kiaulininkas (LKŽd., V, 696), kiaulinis ‘pastore di maiali; chi commercia in maiali’, kiaulinis (LKŽd., V, 697), kiaulišius ‘guardiano di maiali, pastore di maiali’, kiauliušis (LKŽd., V, 699), cfr. lit. kiaulė. Lit. ožkininkas ‘chi si occupa di capre, capraio’, ožkininkas, cfr. lit. ožka. Lit. avinvedis ‘pastore di pecore’ (LKŽd., I(2), 529), avinvedỹs < lit. ávi̇̀nas + condurre. Lit. kiauliapiemenis ‘pastore di maiali’ (LKŽd., V, 694), kiauli̇̀piemenis (LKŽd., V, 700) < lit. kiaulė + pastore. Liet. akėčpiemenis, berniukas, gelčius ecc. Nella lingua lituana si incontrano anche alcuni nomi del pastore di altra origine, usati per lo più con un significato specifico o con qualche sfumatura emotiva. Cfr.: Liet. akėčpiemenis ‘pastore adatto ai lavori con l’erpice, garzone’ (LKŽd., I(2), 51), akėtpiemenis (LKŽd., I(2), 55) < dal lituano akėčios + piemuo. Liet. berniukas ‘ragazzetto, garzone più giovane (lavoratore salariato)’ (LKŽd., I(2), 770), cfr. il lituano berniukas. Liet. gelčius ‘bambino, pastorello’ (LKŽd., III, 213), cfr. il lituano geltónas, geltas; per la semantica cfr. il lituano geltonsnāpis ‘immaturo, lattante, ragazzino’. Liet. naktininkas ‘pastore notturno’, naktinis, cfr. il lituano naktis. Lit. naktigulis ‘pastore notturno’ < lit. notte + giacere Liet. avčiorius Lit. avčiorius ‘proprietario di pecore, pastore di pecore’ (LKŽd., I(2), 520) < pol. owczarz. Tuttavia, nella parola lituana si avverte il legame lessicale di questa parola con il lituano avis. Che questa parola sia stata presa in prestito dal polacco potrebbe forse essere indicato dalla sua fonte: il dizionario di J. Brodovski. Let. šēperis, šēruks Lat. šēperis «un pastore, il pastore di una tenuta; il pastore di una tenuta» (EH, II, 626) — è una parola di origine tedesca, cfr. ted. Schäfer, cfr. anche lat. šēperis «cane da pastore», šēperītis (EM, IV, 17)14. 14 J. Sehwers, Sprachlich-kulturhistorische Untersuchungen, Leipzig, 1936, p. 130. 24 Lat. šeruks «un addetto al bestiame (sposato) e pastore (specialmente nelle tenute)» (EM, IV, 17) è attestato nei dialetti lettoni della zona di confine con la Lituania; secondo J. Endzelīns, potrebbe essere stato preso in prestito dal lituano, cfr. lit. šėrti, lett. šėrt < < lit. šerti. Lit. kerdžius In lituano si usano persino diversi appellativi specifici per il pastore anziano. L’appellativo più diffuso è kerdžius, usato anche nella lingua letteraria. Accanto alla forma kerdžius, nei dialetti e in vari monumenti linguistici si trovano anche altre forme di denominazione del pastore anziano derivate da questa radice, cfr. kerdeninkas (kerdenykas), kerdis, kerdžys (LKŽd., V, 600). Da questo appellativo derivano inoltre numerose altre parole legate al lavoro del pastore anziano o, in generale, alla pastorizia, cfr. kerdystė «lavoro del pastore anziano», kerdžystą, kerdžuvis «chi è stato pastore anziano», kerdūkas «giovane pastore», kerdžianka «donna che pascola il bestiame», kerdžiauti «svolgere le mansioni di pastore anziano, essere pastore anziano», kerdžinė «festa dei pastori», kerdžinyčia «casa del pastore anziano», kerdžiuvienė «moglie del pastore anziano» (LKŽd., V, 600), kiaulkerdis «pastore di maiali», kiaulkerdžius (LKŽd., V, 699). Nei dialetti lituani né nella lingua letteraria è largamente usata anche la forma skerdžius e le parole da essa derivate (skerdžiauti, skerdystė, skerdžiuvienė). La forma skerdžius è più recente: è sorta aggiungendo la consonante s- alla forma kerdžius. Aggiunte consonantiche simili sono piuttosto frequenti in lituano (e non sono estranee neppure al lettone), cfr. lit. keterà: sketerà, kregždė: skregždė, kremzlė: skremzlė e così via.15 La comparsa della s- aggiuntiva nella parola kerdžius è spiegata in modi diversi. E. Fraenkel, avvertendo che il lit. skerdžius non va collegato al lit. skersti «macellare un maiale», spiega la comparsa di s- con l’influsso delle parole sérgėti, sárgas16. J. Otrębski, invece, spiega la comparsa del lit. skerdžius proprio con l’influsso della parola skersti, poiché il pastore anziano era anche il macellaio del bestiame.17 Tra queste due spiegazioni, quella di J. Otrębski risulta più convincente. Tuttavia, ci sembra che la s- nel nome del pastore anziano possa essere comparsa anche senza l’influsso di una parola specifica. In ogni caso, non è possibile spiegare tutte le s- aggiuntive nelle lingue lituana e lettone soltanto attraverso l’influsso etimologico di una qualche parola. s- aggiunta alla parola kerdžius è un fenomeno antico. Z. Zinkevičius collega alla parola skerdžius anche gli idronimi Skerdžius, Skérdžia18. Tuttavia, questi idronimi possono essere collegati anche alle parole del gruppo lit. skardis, skardžius, cfr. lit. Skerdupis accanto a Skardupis e altri idronimi molto diffusi19. Quest’ultima possibilità ci sembra più plausibile, tanto più che non si incontrano idronimi che si possano collegare al lit. kerdžius. 15 J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, I, Warszawa, 1958, p. 376–378; J. Endzelins, Latviešu valodas gramatyka, Rīga, 1951, p. 238–239; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, Vilnius, 1966, p. 190–191. 16 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 242. 17 J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, I, p. 378. 18 Lietuvos TSR upių ir ežerų vardynas, Vilnius, 1963, p. 148; Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 190. 19 Repertorio dei nomi dei fiumi e dei laghi della RSS Lituana, pp. 147–148. 25 Il lit. kerdžius ha un’etimologia piuttosto sicura: viene ricondotto a parole protoindoeuropee della forma *kerdho-, il cui significato originario era ‘fila; mandria, gregge’. L’evoluzione semantica delle parole di questa forma si riflette molto bene nelle lingue slave e, in parte, anche in quelle baltiche; cfr. russo череда ‘fila, tempo, momento; mandria’, ucraino череда ‘mandria, gruppo, folla; fila’, bielorusso чарада ‘successione, fila; folla, gruppo; mandria’, polacco trzoda ‘mandria, bestiame’, ceco třída ‘ordine, fila, classe, turno; strada, viale’, slovacco črieda ‘mandria, gregge’, alto sorabo črjoda ‘mucchio’ e così via.20 Nel ricondurre il lit. kerdžius, il pr. kėrdan e il russo череда al protoindoeuropeo *kerdho, qualche dubbio è suscitato dal consonantismo iniziale della parola nelle lingue baltiche e slave: una velare invece della palatale attesa; cfr. scr. śárdha- ‘mandria, gruppo’, av. sarəða. Tuttavia, nelle lingue baltiche si riscontra abbastanza spesso una velare di questo tipo, «irregolare», e probabilmente non si dovrebbe considerare questa denominazione baltico-slava un prestito da qualche dialetto indoeuropeo occidentale. B. Jēgeris cerca di ricondurre queste parole baltiche e slave al protoindoeuropeo *(s)ger- ‘schnei-’21. Tra le lingue baltiche, il lituano e il prussiano hanno conservato parole da questa radice protoindoeuropea. In lituano, come abbiamo visto, la parola di questa radice designa il pastore capo; la parola prussiana kėrdan, accusativo singolare (forma attestata tre volte nel terzo catechismo), e kerdan (forma attestata una volta nello stesso catechismo) ha invece conservato il significato temporale; cfr. prei swaiam kerdan (= zu seiner zeit), en kėrdan (= bey zeit), Enstan kėrdan (= Zu der zeit)22. Dunque, nelle lingue baltiche sembrano essersi conservati due poli semantici del protoindoeuropeo *kerdho-. Perciò sembra ragionevole supporre che, prima che emergesse il significato di «pastore capo» o, più in generale, di «pastore», nelle lingue baltiche fosse in uso una parola della stessa radice con il significato di ‘gregge, mandria’. Si potrebbe persino supporre che la denominazione del pastore capo kerdenykas, attestata nel manoscritto della Postilla di Wolfenbüttel del 1573, rifletta in qualche modo l’antico significato del lit. *kerda ‘mandria, gregge’; cfr. bandà: bandininkas ‘pastore’, bandùlis ‘pastore capo; kerdžius’. Nelle lingue germaniche, la radice protoindoeuropea *kerdho- è usata nel significato di ‘pastore’; cfr. gotico hairdeis, antico alto tedesco hirti, tedesco Hirt, inglese (shep)herd, parola che deriva a sua volta dalla denominazione germanica della mandria; cfr. gotico hairda, antico alto tedesco hërta, tedesco Herde, inglese herd e così via.23 Che in passato la parola della radice protoindoeuropea *kerdho- fosse usata con il significato di ‘fila, tempo’ non solo in prussiano, ma anche in altre lingue baltiche, è indicato dal suo ingresso nelle lingue finniche del Baltico; cfr. finlandese kerta ‘strato, fila; volta’ (cfr. locuzioni e composti come ainoa kerta ‘una volta’, vaatekerta ‘cambio di biancheria, di vestiti’, elämänkerta ‘biografia’, vuosikerta ‘annuario’, derivati come kerros ‘strato’, kertoa ‘raccontare; moltiplicare (in matematica)’ e così via), estone kord, careliano kerda, livone kērda e così via.24 È vero che, di recente, alcuni studiosi (J. Ka- 20 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 320; R. Trautmann, B.-sl. Wb., p. 127–128; О. Н. Трубачёв, Origine dei nomi degli animali domestici nelle lingue slave, p. 105. 21 B. Jēgers, KZ, 80, p. 46–48. 22 R. Trautmann, I monumenti linguistici dell'antico prussiano, p. 53, 61, 63, 69, 356; Monumenti della lingua prussiana, p. 195, 209, 211, 223. 23 F. Kluge, Et. Wb., p. 304, 310; J. Pokorny, Et. Wb., p. 579; E. Klein, Et. Dic., I, p. 722. 24 Y. H. Toivonen, Dizionario etimologico della lingua finlandese, I, p. 184–185; V. Thomsen, Rapporti tra le lingue finniche e baltiche (lituano-lettone), p. 185–186; J. Kalima, Prestiti baltici nelle lingue finniche del Baltico, p. 115–117. 26 (limą, L. Hakulinenas) dubitava un po’ dell’origine baltica di queste parole. Tuttavia, i loro dubbi difficilmente sono fondati. Tanto il significato delle parole quanto la loro fonetica indicano che esse sono state effettivamente prese in prestito dalle lingue baltiche. In lettone non troviamo tracce dell’indeur. *kerdho-. È vero che nei dialetti lettoni (Rucava) è stata registrata la forma kėrdzis ‘ragazzo addetto ai cavalli nella tenuta’ (EM, II, 375). Tuttavia, come ha osservato J. Endzelīnas, essa deriva probabilmente dal lituano kerdžius. Le parole lituane kerdžius, skerdžius entrarono anche in documenti riguardanti la Lituania redatti in bielorusso, russo e polacco; cfr. bielor. кердъ, скердъ, rus. кердъ, pol. skierdź25. H. Hirt, del tutto a torto, cercò di considerare il lituano kerdžius una parola di origine germanica (gotica)26. Lituano dieninis Il lituano dieninis ‘capo dei pastori’ (LKŽd., II, 347), cfr. il lituano dienà. Come si vede, la semantica di questa denominazione lituana del pastore anziano ricorda molto l’evoluzione dei significati dell’indeur. *kerdho-. Il lituano dieninis è usato in un’area dialettale relativamente limitata (Bagaslaviškis, Gelvonai, Pabaiskas, Paberžė). Nella Lituania orientale si trova anche il cognome Dieninis, che in origine indicava la professione della persona designata. Lituano viršininkas Il lituano viršininkas ‘capo dei pastori, pastore anziano’, cfr. il lituano viršus. Il lituano viršininkas nel significato di pastore anziano ricorre soprattutto nella parte settentrionale della Lituania centrale (Akmenė, Eriškiai, Gruzdžiai, Grūžiai, Klykoliai, Linkuva, Papilė, Pušalotas, Rozalimas, Skaistgirys, Šeduva, Upytė, Žagarė). Con il significato di pastore anziano, il lituano viršininkas entrò anche nei documenti dei dintorni di Šiauliai e Žagarė redatti in polacco a metà del XVIII secolo. Accanto alla parola viršynik, in quei documenti ricorre persino il termine derivato da essa viršynikostvo ‘mestiere, mansioni del capo dei pastori’27. È interessante la successiva vicenda di questa parola. Già alla fine del XIX secolo J. Jablonskis la introdusse nella lingua letteraria, non però con il significato di ‘pastore anziano’, bensì con quello di ‘persona che ha una qualche autorità sugli altri (Vorsteher, Vorgesetzter, начальник)’28. Soprattutto grazie agli sforzi di J. Jablonskis, questa parola si affermò saldamente nella lingua letteraria lituana con il suo nuovo significato. Dal lituano viršininkas ‘pastore anziano’ derivarono anche diverse altre parole legate all’allevamento, cfr. il lituano viršininkė ‘moglie del capo dei pastori, moglie del pastore anziano’, viršininkai ‘giorno in cui il pastore anziano, cioè viršininkas, va a mangiare nella fattoria del pastore e quest’ultimo non deve pascolare’ (Lauksodis, Linkuva). 25 K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua degli scrittorî della Lituania antica, p. 212, 323, 358; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 242. 26 K. Būga, Scritti scelti, II, p. 92. 27 K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua degli scrittorî della Lituania antica, p. VIII–IX, 356–358. 28 Jablonskio raštai, IV, Kaunas, 1935, p. 17; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 601. 27 Lituano bandùlis ecc. Lituano bandùlis «mandriano» (LKŽd., I(2), 643), bandžius (LKŽd., I(2), 644), bandūnis (LKŽd., I(2), 641), cfr. anche bandinininkas «guardiano della mandria, pastore» (LKŽd., I(2), 640), bandišius «pastore, addetto al foraggio» (LKŽd., I(2), 641), cfr. il lituano bandà «mandria». Lituano tvarklas Nella letteratura linguistica, fin dai tempi di A. Becenbergeris, viene menzionata con il significato di «pastore» la parola tvarklas, usata nella traduzione biblica di J. Bretkūnas²⁹. Nelle successive traduzioni della Bibbia in lituano della Prussia Orientale, al tvarklas usato da J. Bretkūnas corrisponde kerdžius («…e come un gregge senza pastore», Is. 13, 14)³⁰. Si potrebbe dunque supporre che anche nella Bibbia di J. Bretkūnas la parola tvarklas sia usata nel significato di «mandriano». Purtroppo, la parola citata è entrata nella letteratura linguistica con il significato di «pastore» per un errore. Come abbiamo già osservato, nelle più recenti traduzioni della Bibbia in lituano della Prussia Orientale, al vocabolo di J. Bretkūnas tvarklas, nella frase in questione, corrisponde kerdžius. Nelle traduzioni tedesche più recenti la frase è resa così: …und wie eine Herde ohne Hirten (Is., 13, 14)³¹. Nella traduzione biblica di Martin Lutero del 1549, invece, la frase è formulata così: …und wie ein Herd on hürten³². Che in questa frase il tedesco hürten non significhi «mandriano» o «pastore», bensì «recinto», è dimostrato chiaramente da un’altra frase dello stesso capitolo biblico: …die Hirten keine hurten da auffschlahen (Is., 13, 20), che J. Bretkūnas traduce: …Piemens… Twarklu ne tajis. Dunque, sia nella prima frase (che J. Bretkūnas traduce: … ir kaip Gūtas be Twarklių), sia nella seconda, tvarklas di J. Bretkūnas significa «recinto (= ted. Hürde, alto tedesco medio hurt, plur. hürte), non “pastore”. Lituano pastyrius, pulkaunýkas, ustovas Lituano pastyrius «pastore anziano, capo dei mandriani» (Daugėliškis, Dūkštas, Ignalina, Mielagėnai, Rimšė, Tverečius), cfr. russo пастырь «pastore, sacerdote», bielorusso пастыр, ucraino пастир. La parola è probabilmente entrata in lituano dal russo. Parola comune a tutte le lingue slave, è verosimilmente collegata al russo пасти «pascolare» e ad altre forme. Tuttavia, a causa del suffisso insolito nelle lingue slave, si è persino cercato di considerarla un prestito³³. Lituano pulkaunýkas «pastore anziano, capo dei mandriani» (Karsakiškis, Ukmergė), pulkaunykas < russo полковник «пастух» (В. Н. Добровольский, См., 652). Lituano ustōvas (užstōvas) «pastore anziano, capo dei mandriani; sorvegliante» (Anykščiai, Balninkai, Daugailiai, Kupiškis, Kupreliškis, Pandėlys, Pasvalys, Rokiškis, Salakas, Sudeikiai, Svėdasai, Tauragnai, Ukmergė, Utena, Užpaliai, Vyžuonos, Zarasai): la sua origine suscita qualche dubbio. E. Frenkelis, probabilmente a ragione ricostruendo la forma užstōvas, collega questo nome del pastore anziano al lituano užstōti «difendere, sostenere la parte di qualcuno; fare da ostacolo, 29 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1150; A. Bezzenberger, Beiträge zur Geschichte der litauischen Sprache, Göttingen, 1877, p. 333. 30 Biblia, Tai esti: Wissas Szwentas Raßtas… Karalauczuje, 1816; Biblija, tai esti Visas Šventas Raštas, Berlynas, 1931. 31 Die Bibel oder die ganze Heilige Schrift, Berlin, 1907. 32 Biblia: Das ist: die gantze heilige Schrifft: Deutsch. Auff's new zugericht. D. Mart. Luth., Wittemberg, 1549. 33 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 322. 28 trattenere qualcuno; avere inizio, užstojis «protezione, riparo», užstolis «salvatore» (parola attestata negli scritti di M. Daukša) ecc.34 Tuttavia, ci sembra che una tale connessione sia notevolmente ostacolata dalla differenza di significato. Dunque, non sarebbe più corretto considerare il lituano ustòvas (užštòvas) come una sorta di formazione analogica del lituano pristòvas «sorvegliante, custode» (< russo пристава, bielorusso прыстаў o polacco przystaw). Lituano paganìkas, pūganas ecc. In lituano troviamo anche denominazioni specifiche per gli aiutanti del capo dei pastori. Cfr.: Lituano paganìkas «aiutante del capo dei pastori o del pastore» (Girdiškė, Karklėnai, Laukuva, Nemakščiai, Šilalė, Švėkšna, Upyna, Žarėnai). La forma paganìkis ricorre abbastanza spesso anche nei dizionari della lingua lituana della Prussia Orientale: «Hirten=Knabe Paganikkis, -io», C, I, 952. «Paganikkis, -io, m. un ragazzo aiutante del pastore (Niederung, Prökuls)», G. H. F. Nesselmann, Wb., 256. La forma diminutiva paganikėlis si trova nei canti popolari lituani trascritti da F. Nesselmann: «Birbiń wamzdelį Paganikelis»35. L’origine del lituano paganìkis è stata oggetto di un tentativo di spiegazione da parte di A. Leskynas, secondo il quale «paganikis o pagunikis “ragazzo aiutante del pastore” è probabilmente con certezza il russo pogonok “conduttore di bestiame”, lituanizzato secondo paganyti; sebbene, per la forma con u, si potrebbe richiamare il prussiano guntwei, infinito, gunnimai, 1ª plurale, “spingere”»36. Probabilmente non si può respingere categoricamente questa spiegazione di A. Leskynas. Tuttavia, vi sono motivi sufficienti per dubitarne. In primo luogo, il significato del russo погонок «Sūdrussl. 1. colui che incita i buoi da aratro; mandriano» (И. Я. Павловский Р-н. сл. 1082) differisce notevolmente da quello del lituano paganìkas. In secondo luogo, nei dialetti lituani troviamo un sinonimo del lituano paganìkas che, per la sua struttura, non assomiglia affatto al russo погонщик, ma è invece riconducibile al lituano ganýti. Cfr.: Lituano pāganas «aiutante del capo dei pastori» (Kretinga, Palanga, Salantai, Šateikiai), pāganaitis «giovane pastore» (Palanga), cfr. il lituano paganyti37. P. Skardžius38 e J. Otręmbskis39 ritengono che il lituano paganìkas sia una parola indigena, riconducendolo al lituano paganyti. Liet. guardiano del bestiame, capofila, sostenitore Liet. pavàrniṅkas «pastore che, insieme al kerdžius, spinge la mandria e si trova in fondo ad essa» (Akmenė), pavarinis (Žemaitkiemis), pavarinys (Lyduokiai), cfr. lit. varyti. 34 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1175. 35 Littauische Volkslieder, gesammelt kritisch bearbeitet und metrisch übersetzt von G. H. F. Nesselmann, Berlin, 1853, p. 20; plg. t. p. V. Kalvaitis, Prūsijos Lietuvių dainos, Tilžė, 1905, p. 341. 36 A. Leskien, La formazione dei nomi in lituano, p. 510. 37 P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 444. 38 P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 128. 39 J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, II, p. 277. 29 In lituano pirmininkas (usato più spesso al plurale), durante la conduzione del gregge dal kerdžius, indica il pastore che cammina davanti alla mandria («in testa») (Akmenė); cfr. il lituano pirmas. Nel repertorio dello «Vocabolario della lingua lituana» accademico, il lituano pirmininkas è attestato una volta anche nel significato generico di «pastore» (Lazūnai, raccolto da J. Senkus)40, con la precisazione che lo si era sentito una sola volta da una persona anziana. In lituano šalininkas (usato più spesso al plurale), durante la conduzione del gregge dal kerdžius, indica il pastore che cammina a lato della mandria (Akmenė); cfr. il lituano šalis. Nei dialetti lituani il pastore più anziano è talvolta chiamato anche con altre parole, usate soprattutto per indicare anzianità e autorità: piemenų karalius, galvà, tėvas, vyresnybė41. Queste denominazioni, tuttavia, hanno per lo più una particolare sfumatura emotiva. * * * Dopo aver passato in rassegna le denominazioni del pastore nelle lingue baltiche, possiamo constatare che soltanto il lituano ha conservato l’antica denominazione indoeuropea del pastore (lituano piemuo). Vi sono tuttavia ragioni per ritenere che una denominazione simile esistesse anche nelle altre lingue baltiche. Dalle lingue baltiche questa denominazione è passata alle lingue finniche baltiche. In lituano troviamo anche una denominazione molto antica del pastore più anziano (lituano kerždžius). Nelle lingue baltiche esiste un numero considerevole di denominazioni di varia origine, usate nelle aree settentrionali per il pastore o per il pastore più anziano; tali denominazioni sono particolarmente numerose in lituano. DENOMINAZIONI DEGLI EDIFICI PER IL RICOVERO DEL BESTIAME Le lingue indoeuropee non hanno una denominazione comune per l’edificio destinato al ricovero del bestiame. Una denominazione comune manca anche in molti rami delle lingue indoeuropee. Nelle singole lingue, i termini per questo concetto sono per lo più sorti autonomamente; non sono pochi i casi di prestito. Anche le lingue baltiche non hanno una denominazione comune per questo edificio. Tuttavia, come vedremo, in lituano e in lettone esistono alcuni termini comuni per questo concetto. Le testimonianze storiche sugli antichi edifici baltici destinati al ricovero del bestiame sono molto scarse. Dai brevi accenni presenti nei documenti storici non è possibile ricostruire in modo più dettagliato lo sviluppo di questo tipo di edificio. Sia in Lituania sia in Lettonia esistevano diversi tipi di edifici per il ricovero del bestiame1. Nei documenti del XVI secolo si trovano alcune informazioni più dettagliate sulle stalle dei contadini lituani. Per esempio, nella registrazione del 31 ottobre 1562, redatta da Jokūbas Laškauskis, revisore dei distretti della Samogizia, nell’inventario del distretto di Karšuva si legge: «Per il letame, il bestiame deve assolutamente essere tenuto non in casa, bensì occorre costruire recinti a cielo aperto e circondarli con una buona recinzione, come in Podliašė. E l’ufficiale, come esempio, ne farà costruire uno presso di sé in uno dei distretti di vaitystė; e se qualcuno non ne ha mai visto uno, allora bisogna fare così 40 Z. Zinkevičius, Dialettologia lituana, p. 29. 41 Lietuvių etnografijos bruožai, red. A. Vyšniauskaitė, Vilnius, 1964, p. 93. 1 Lietuvių etnografijos bruožai, red. A. Vyšniauskaitė, Vilnius, 1964, p. 262–269; Iz. Butkevičius, Lietuvių valstiečių ūkiniai pastatai, — Iš lietuvių kultūros istorijos, II, Vilnius, 1959, p. 237–256; K. Čerbulėnas, Namas („numas“ pirmasis lietuvių gyvenamojo pastato tipas, — Iš lietuvių kultūros istorijos, I, Vilnius, 1958, p. 104–145; Latviešu konversācijas vārdnīca, 10, Rīga, 1933–1934, sklt. 19235–43; A. Bielenstein, Die Holzbauten und Holzgeräte der Letten, I–II, St. Petersburg, 1907–1918; Latviešu etnogrāfija, red. kolēģija: A. Bīrons, S. Cimermanis, A. Krastiņa, I. Leinasare, H. Strods (atb. red.), Rīga, 1969, p. 134; S. Cimermanis, Latviešu tautas dzīves pieminekļi, Celtnes un to iekārta, Rīga, 1969, p. 81–88. 30 a est: scegliere un luogo tale che l’acqua non vi defluisca; poi, sul lato meridionale, costruire un cancello con una recinzione non troppo alta; sul lato orientale costruire una stalla, o un capanno, coperto non troppo in alto e riparato dal vento, e proteggerlo bene costruendo almeno due pareti, riempiendo di terra lo spazio tra esse e consolidandolo così; in fondo al recinto, sul lato settentrionale, costruirne un secondo e, analogamente, a ovest un terzo, lasciando vuoto il centro, affinché gli animali possano uscire liberamente dalle stalle e rientrarvi da soli; inoltre, al centro stendere paglia e altro materiale, perché il bestiame lo calpesti: in tal modo si avrà concime a sufficienza per fertilizzare la terra…»2 Una delle prime descrizioni relativamente dettagliate delle stalle lituane è stata fornita da S. Daukantas3. Lituano tvártas Nella lingua lituana, il nome più diffuso per l’edificio destinato a custodire gli animali è tvártas. Oggi questa parola è usata nella lingua letteraria e in un’ampia area dei dialetti lituani (parti della Lituania meridionale, centrale e orientale: Ariogala, Daugai, Dūkštas, Ignalina, Jurbarkas, Kapsukas, Kėdainiai, Lazdijai, Raseiniai, Simnas, Švenčionys, Varėna, Veisiejai, Vilkaviškis, Vilkija; isole linguistiche lituane situate nel territorio della RSS Bielorussa: Lazūnai, Zietela)4. Questa parola si trova già anche nei nostri testi antichi. Per esempio, nella traduzione biblica di S. B. Chilinskis leggiamo: «Costruiremo qui recinti per le pecore del nostro bestiame...», 4 Moz 32, 16. «... e costruì recinti per il suo bestiame...», 1 Moz, 33, 17. J. Bretkūnas traduce così questi passi biblici: «Noi costruiremo qui soltanto recinti per le pecore del nostro gregge...», 4 Moz 32, 16. «... e si costruì una casa e fece capanne per il suo bestiame...», 1 Moz 33, 17. Tuttavia, sembra che sia S. B. Chilinskis, con la forma tvartas, sia J. Bretkūnas, con la forma tvarta (?), usino qui la parola non nel significato attuale di «edificio destinato a custodire gli animali», bensì in quello di «recinto». Ciò si può affermare con particolare sicurezza a proposito di J. Bretkūnas. Questa ipotesi sarebbe confermata anche dal testo biblico tedesco; cfr. l’edizione della Bibbia di M. Lutero del 1549: «Qui vogliamo costruire soltanto recinti per le pecore del nostro bestiame...», 4 Moz 32, 16. «...e costruì una casa per sé e fece capanne per il suo bestiame...», 1 Moz. 33, 175. La parola tvártas è usata esclusivamente nel significato di «recinto» nei dizionari lituani della Prussia orientale: «Twártas, to, m. ein abgezäunetes Ställchen», P. Ruhig, Lex., I, 166. «Stall, Staldas, do, m. nur bezäunt Twártas, to, m.», R. Ruhig, Lex. II, 336. «Twartas, to, m. una stalla, una stalla recintata. Pennukßlū Twartas, una stalla da ingrasso recintata», Chr. Mielcke, Wb., I, 303. 2 Fonti della storia della RSS Lituana, I, comitato editoriale: K. Jablonskis (direttore responsabile), J. Jurginis, J. Žiugžda (direttore capo), Vilnius, 1955, pp. 178—179. 3 Budą Senowęs — Letuwiu Kalnienų ir Žamajtių išsraše... Jokub’s Łaukys, Petropilie, 1845, pp. 22—23. 4 Nel trattare la diffusione dei vari nomi di «stalla» nei dialetti lituani, l’autore si basa soprattutto sulla carta manoscritta dell’Atlante della lingua lituana preparata da B. Vanagienė. Per gli esempi dei dialetti lettoni, ringrazia E. Šmitė, candidata in scienze filologiche. 5 Biblia: Das ist: die gantze heilige Schrifft: Deudsch. Auff's new zugericht. D. Mart. Luth., Wittemberg, 1549. 31 «Stall, Staldas, do, m. soltanto recintato, Twārtas, to m.», Chr. Mielcke, Wb., II, 450. «twārtas, -o, sost. m. recinzione, tramezzo, recinto», F. Kurschat, Wb., 472. «kiaũltwartis, -čio, sost. m. recinto per i maiali». «kiaũlstaldīs, -džio, sost. m. porcile», F. Kurschat, Wb., 181. La chiara distinzione operata da F. Kursaitis tra tvārtą «recinto» e il concetto di «edificio destinato a ospitare il bestiame» emerge soprattutto dai seguenti esempi: «…recintare uno spazio nella stalla per i vitelli, twārtą weŕbiams staldē nukalti (oppure padaryti; anche: aptwērti)», F. Kurschat, Wb., I, 25. «…recintare un posto nella stalla per un vitello, staldē weŕbiui twārtą padaryti…», F. Kurschat, Wb., I, 36. La parola twārtas negli scritti dei lituani della Prussia Orientale è usata anche riferendosi a una parte specifica della chiesa, cfr.: «Per le donne fu assegnato un Twartas apposito per lo svolgimento del loro servizio divino», K. Jurkšaitis, Jeruz. Išp., 1901, 97. Pertanto, tvārtas, che in origine significava in generale «recinto» e indicava un luogo appositamente separato nella stalla, in seguito cominciò a essere usato nel significato di «edificio destinato a ospitare il bestiame». L’etimologia di questa parola non lascia dubbi: è da mettere in relazione con le parole lituane tvērti, tvrtas, tvorà, tvārštis e altre della stessa radice6. In alcune zone della Samogizia (Kvėdarna, Plungė, Rietavas, Salantai, Viekšniai) la parola tvārtas è usata nel significato di ‘benda, fazzoletto per fasciare una ferita’. In quelle località, il significato della parola ‘edificio destinato a ospitare il bestiame’ è recente e proviene dalla lingua letteraria. Sembra che anche nella lingua prussiana sia esistita una parola con questa radice, usata nel significato del lituano tvārtas ‘edificio destinato a ospitare il bestiame’; cfr. «Coaris Banse» (voce 232 del glossario di Elbing)7. Il ted. Banse può significare ‘ampio spazio del fienile sul lato dell’aia, lo spazio su entrambi i lati dell’aia nel fienile per ammucchiare’8. A. Fick collegava questa parola prussiana al lituano kárti. Tuttavia, l’interpretazione di A. Bezzenberger sembra molto più attendibile: egli corregge il pr. coaris in toaris, collegando quest’ultima forma al lituano tvārtas, tvorà, tvērti9. Il confronto tra queste parole solleva anche alcune difficoltà riguardo al vocalismo della radice del pr. toaris. Potrebbe trattarsi di un caso analogo a quello della parola prussiana aloade (voce 541 del glossario di Elbing), ‘Haspe’, che si cerca di far derivare da *al(v)ōde oppure da *alvadē. R. Trautmann10 e J. Endzelīns11 approvarono l’etimologia del pr. toaris proposta da A. Bezzenberger. In lettone non esistono denominazioni con la stessa radice per un edificio destinato a ospitare il bestiame. Si trovano però parole della stessa radice usate con significati simili; cfr. il lett. tvarts ‘il sostegno, la protezione, il rifugio; la peschiera’ (EM, IV, 289), tvertiņš ‘il rifugio’, tvertne ‘riparo per le persone; il recipiente, la vasca’ (EM, IV, 291). Il lett. tvāra ‘un 6 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1151. 7 Monumenti della lingua prussiana, p. 63; quando si citano esempi dai glossari della lingua prussiana, di norma si indica per primo il vocabolo prussiano. 8 D. Sanders, Wörterbuch der deutschen Sprache, I, Leipzig, 1860, p. 81; F. L. K. Weigand, Deutsches Wörterbuch, I, Giessen, 1909, p. 153. 9 A. Bezzenberger, BB, 23, p. 232. 10 R. Trautmann, I monumenti linguistici dell’antico prussiano, p. 361. 11 J. Endzelīns, La lingua dell’antico prussiano, p. 140, 266. 32 «Una recinzione di pali disposti orizzontalmente», tvāre «una recinzione; la barriera mobile» (EM, IV, 289) non saranno forse prestiti dal lituano, dato che, come mostrano i dati del dizionario di K. Mülenbach, si trovano soprattutto proprio lungo il confine lituano (Gridzgalė, Mėmelė). Lituano gūrbas, lettone gūrba Lituano gūrbas, nel significato di «edificio destinato a ricovero del bestiame», è usato nell’angolo nord-orientale della Lituania (Anykščiai, Debeikiai, Dusetos, Kamajėliai, Kavarskas, Obeliai, Rokiškis, Troškūnai, Utena, Vyžuonos). Oltre al significato appena menzionato, la parola gūrbas è usata nei dialetti lituani anche con altri significati: «cesto, cesta», «parte superiore del carro, intrecciata con rami di salice; intelaiatura con le estremità unite (di carri leggeri da viaggio e da parata)», «mangiatoia», «gabbia per animali domestici (colombi, oche, galline...), intrecciata con rami di salice o costruita con assi; luogo dove si depongono le uova; covata», «cuccia per cani», «parte separata della stalla per gli animali più piccoli (pecore, maialini, vitelli); recinto; parte delimitata della cantina in cui ammassare altre verdure», «cortile interno», «gabbia (per animali selvatici)», «un particolare tipo di arnia, coperta di paglia», «un particolare recinto da trasporto per portare al mercato gli animali, di solito maiali», «aspo per avvolgere e torcere il filo» (LKŽd., III, 741–2). La parola gūrbas, nel significato di «edificio destinato a ricovero del bestiame», è già attestata anche nel dizionario di K. Širvydas: „Chlew, bara, Stabulum. gurbas“, C. Szyrwid, Dic. (1629 metų leidimas), 11. „Chlew. Stabulum, caulae. Pune, gurbas“, C. Szyrwid, Dic. (1642 metų leidimas), 29. „Obora, Stabulum, pecuaria loca. Gurbas“, C. Szyrwid, Dic. (1642 m. leidimas), 233. „Swinnik, Suilehara. Kiaulu gurbas“, C. Szyrwid, Dic. (1642 m. leidimas), 430. Gli esempi del dizionario di K. Širvydas mostrano che i lituani orientali conoscono da tempo la parola gūrbas nel significato di «edificio destinato a ricovero del bestiame»: K. Širvydas proveniva proprio da quella zona della Lituania in cui la parola menzionata è usata ancora oggi con tale significato. Sull’origine della parola gūrbas esistono opinioni diverse. K. Alminauskis considerava il tedesco korb «cesto, cesta», korv come fonte del lituano gūrbas, così come della forma kūrbas, sostenendo che in lituano i significati della parola si fossero ampliati12. L’alternanza consonantica g-: k- è in effetti molto comune in lituano, cfr. gėmbė: kėmbė, glėbys: klėbys, griaūnos: kriaūnos, glusnūs: klusnūs ecc.13 Il tedesco korb, a sua volta, deriva dal latino, cfr. latino corbis «cesto, cesta»14. E. Frenkel, pur ammettendo che il lituano gūrbas «cesto, cesta» è un prestito dal tedesco, riteneva che il lituano kūrbas fosse una parola autoctona, collegandola all’indeuropeo *ger- «intrecciare», cfr. greco ῥέρεον «recinzione intrecciata del chiosco sulla piazza del mercato di Atene, cesto intrecciato da carro, scudo leggero oblungo rivestito di pelle bovina grezza», γυργαθός «cesto intrecciato con salice, nassa» ecc.15 12 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, Kaunas, 1934, p. 55, 76. 13 J. Endzelynas, Baltų kalbų garsai ir formos, Vilnius, 1957, p. 54; J. Otrębski. Gramatyka języka litewskiego, I, p. 324. 14 F. Kluge, Et. Wb., p. 393; J. Pokorny, Et. Wb., p. 387. 15 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 178. 3. Iš lietuvių leksikologijos ir leksikografijos 33 K. Būga considerò anche il lituano gūrbas una parola indigena, cercando di collegarlo ora al germanico kurba, al tedesco Korb16, ora allo slavo grъb «piccola collina, gobba, piega», e al serbo грба17. Considerando che il tedesco Korb è un prestito dal latino, il primo collegamento proposto da K. Būga viene meno. Anche il secondo collegamento, a nostro avviso, non è molto attendibile, perché le parole slave andrebbero accostate al prussiano antico garbis «montagna»18. K. Būga collegava il lituano gūrbas alle suddette parole slave, cercando paralleli semantici tra «mucchio (куча)» e «stalla». Probabilmente le spiegazioni di K. Alminauskis e di E. Frenkel sono entrambe in parte corrette. A nostro avviso, nell’illustrare l’origine del lituano gūrbas, occorre distinguere i significati di queste parole. Il gūrbas dei lituani orientali nel significato di «edificio destinato a ospitare il bestiame» (che, come abbiamo visto, si trova già nelle prime edizioni del dizionario di K. Sirvydas) e i significati a esso strettamente correlati vanno considerati una parola baltica indigena. Una parola del genere, come vedremo, si trova anche in lettone. Gūrbas nel significato di «cesta, paniere» e nei significati più strettamente correlati a quest’ultimo va considerato un prestito dal tedesco. Poiché, sul piano semantico, i significati di «stalla» e «cesta» sono piuttosto strettamente correlati (entrambi legati all’intrecciare), oggi è difficile tracciare una netta distinzione tra essi in lituano: la parola indigena e quella presa in prestito potrebbero essersi confuse. Gli argomenti a sostegno delle ipotesi appena esposte sono i seguenti. In lituano la parola gūrbas presenta due aree di diffusione del tutto separate: una nell’angolo nord-orientale della Lituania, dove gūrbas è usato nel significato di «edificio destinato a ospitare il bestiame»; l’altra nella parte sud-occidentale della Lituania, dove la parola è usata soprattutto nel significato di «cesta, paniere». Quest’ultimo significato della parola gūrbas è in uso in alcune aree della Samogizia e dell’altolituano occidentale, proprio nei dialetti lituani che hanno avuto i maggiori contatti con la lingua tedesca (Alksnėnai, Alvitas, Barzdai, Batakiai, Gražiškiai, Jurbarkas, Kybartai, Kudirkos Naumiestis, Lauksargis, Liudvinavas, Pilviškiai, Slavikai, Sudargas, Tauragė, Vilkaviškis)19. Si è già detto che il lituano gūrbas è usato anche nel significato di «un certo tipo di arnia». Con questo significato la parola è stata registrata a Bartininkai (distretto di Vilkaviškis). Nel significato di «arnia», la forma kuṙbas si trova anche nei dizionari lituani della Prussia Orientale. Cfr.: «Bienenkorb, der, bičių kūrbas», F. Kurschat, Wb., I, 239. «bitkurbis, -io, Subst. m. der Bienenkorb», F. Kurschat, Wb., 49. «Bitinnis kurbėlis, ein Bienenkorb». «Bitkurbas, o, m. ein Bienenkorb», G. H. F. Neselmann, Wb., 212. Cfr. inoltre il significato del tedesco Korb: «recipiente intrecciato che funge da dimora per le api»20. È difficile immaginare che il significato lituano di gūrbas «un certo tipo di alveare coperto di paglia» si sarebbe sviluppato senza l’influsso del tedesco. La forma gūrbas nel significato di «parte posteriore del carro, intrecciata con vimini; insieme di legni sottili con le estremità» ricorda molto il significato del tedesco Korb «la parte posteriore intrecciata di un carro con sponde o di un carro da trasporto e, in generale, un intreccio di vimini su un carro del genere»21. Il lituano gūrbas è attestato con il significato citato a Garliava, Lekėčiai e Kretinga (LKŽd., III, 741). 16 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 331. 17 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 526. 18 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 294. 19 I dati sono tratti dallo schedario dell’Atlante della lingua lituana. 20 D. Sanders, Wörterbuch der deutschen Sprachen, I, p. 995. 21 D. Sanders, ten pat, p. 995. 34 Nel significato di «cuccia per cani», nei dialetti lituani, accanto alla forma gurbas si usa anche la forma gurbà (Alytus, Leipalingis, Liškiava, Merkinė, Seirijai, Simnas, Veisiejai; LKŽd., III, 741). Sia gurbà sia gurbas hanno corrispondenti in lettone. In lettone queste parole sono usate anch’esse con significati piuttosto vari: Il lettone gùrba «una gabbia per storni; siepe; un recinto di assi nella stalla; una cassetta di legno per la deposizione delle uova del pollame domestico; una cassetta di legno in cui si trasportano le galline al mercato; un pollaio; “cūku aizgalda”, gurbs, gurbes “recinto in cui si mettono gli animali” (EM, I, 683; EH, I, 420). Come vediamo, i significati delle parole lettoni coincidono del tutto con quelli delle parole lituane della stessa radice, oppure sono loro molto vicini. Tuttavia, qui mancano, potremmo dire, i significati fondamentali caratteristici della parola lituana, vale a dire «edificio per tenere il bestiame» e «cesto, cesta». Tutti i significati del lettone gùrba, gurbs sono come intermedi tra i significati di «cesto, cesta» e «edificio per tenere il bestiame». È piuttosto interessante anche la questione della distribuzione delle parole lettoni. In base ai dati del dizionario di K. Miülenbach e dei suoi supplementi, il lettone gùrba, gurbs è usato soltanto nella parte sud-occidentale della Lettonia, proprio al confine con la Lituania (Asytė, Barta, Gruobinia, Kaletai, Nyca, Nygranda, Saka, Ventspilis). La distribuzione geografica della parola lettone indicherebbe che il lettone gùrba potrebbe avere origine anche dal lituano. Anche l’intonazione della parola lettone avvalorerebbe tale ipotesi. Il lettone gùrba non ha lasciato alcuna traccia neppure nella toponimia lettone. Nel territorio della Lituania esistono alcuni toponimi che si possono collegare al lituano gùrbas, cfr. Gùrbai (Gruzdžiai), Gurbmiškis (nome di un bosco, Gruzdžiai), Gurbšilėlis (Pilviškiai), Gùrbšilis, Gurbùkelis (sentierino, Gruzdžiai), Gurbų miškas (Dūkštas), Pagùrbė (Dūkštas)²². Tuttavia, il collegamento di questi toponimi con il lituano gùrbas «edificio per tenere il bestiame; cesto, cesta» è assai dubbio. Per esempio, Gurbšilėlis è spiegato come «altura»; nel territorio della RSS Bielorussa, nell’isola lituana (Stanišiai, dintorni di Varenavas), troviamo il toponimo Gùrbos, spiegato come «tombe (simili a collinette)». Pertanto, i toponimi menzionati andrebbero probabilmente collegati al lituano gùrbautas «piccolo rialzo del terreno, zolla», al prussiano garbis «monte» (così viene corretto il vocabolo 28 del glossario di Elbing grabis; cfr. i toponimi prussiani Lulegarbis, Mantegarbs, Ladegarbe, Swentegarben e altri)²³, al russo горб «qualsiasi convessità su una superficie piana», al polacco garb «convessità patologica del torace o della schiena di una persona; rilievo, convessità del terreno», al serbo-croato грба e così via. Come abbiamo visto, K. Būga tentò di collegare a queste parole anche il lituano gùrbas «edificio per tenere il bestiame». Lituano kūtė, lettone kūts Nella parte settentrionale della Lituania è ampiamente usato il nome kūtė per l’edificio destinato a ospitare il bestiame (Biržai, Joniškis, Kuršėnai, Linkuva, Mažeikiai, Radviliškis, Salantai, Skuodas, Šeduva, Šiauliai, Žagarė). Nella parte più occidentale e in quella più orientale di quest’area 22 Lietuvos TSR administracinis-teritorinis suskirstymas, Vilnius, 1959, p. 716, 851. Duomenys, kurių nėra minėtame darbe, paimti iš Lietuvių kalbos ir literatūros instituto Vietovardžių kartotekos. 23 R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 82, 341; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 175; G. Gerullis, Die altpreussischen Ortsnamen, p. 80, 92, 94, 178–179. 3* 35 nella parte si usa la forma kūtys (Kretinga, Pasvalys, Vabalninkas). È nota anche la forma singolare kūtis (LKŽd., VI, 1006). La forma kūtė è usata anche nel significato di «vecchia e misera casetta, tugurio» (LKŽd., VI, 1000; Skaudvilė, Viduklė); cfr. anche kūta «casa» (Vilius Bruožis, LKŽd., VI, 999). Tuttavia, le parole usate con questo significato non rientrano nell’area di diffusione di kūtė come denominazione dell’edificio destinato a ospitare il bestiame. Nei più antichi monumenti della letteratura lituana, a quanto pare, la parola kūtė non compare. Gli scritti di M. Valančius e S. Daukantas saranno probabilmente le fonti più antiche di questa parola. La parola kūts (accanto alla quale ricorre spesso anche la forma kūte), nel significato di «edificio destinato a ospitare il bestiame», è ampiamente usata in lettone. La forma kūts è anche la denominazione normativa di questo concetto nella lingua letteraria. La forma kūts (risp. kūte) è usata in tutta l’area dialettale della Vidzeme (Ainažiai, Aluoja, Cēsis, Limbaži, Mazsalaca, Rūjiena, Sigulda, Smiltene, Valka, Valmiera) e della Zemgale (Auce, Bauska, Dobele, Eleja, Jelgava). In quest’area dialettale, si può dire, non sono usati altri nomi per le stalle con una radice diversa. Nella parte occidentale della Lettonia — nei dialetti della Kurzeme — le forme kūts, kūte si usano accanto ad altri nomi per la stalla (laidars, stallis). Le forme kūts, kūte sono quasi del tutto assenti soltanto nella parte più orientale della Lettonia — in Latgallia, dove si usa un nome di origine slava per la stalla. Non è possibile tracciare un confine più preciso tra i dialetti in cui si usa la forma kūts e quelli in cui si usa kūte. Vi sono casi in cui entrambe le forme si usano nella stessa località (Alažiai, Aluoja, Inčukalns, Padure, Planica, Sigulda, Taurkalne). Entrambe le forme si usano anche nei dialetti della zona di confine con la Lituania. Il lettone kūts (risp. kūte) si usa con le denominazioni corrispondenti degli animali e degli uccelli; cfr. il lettone aitu, guovju, luopu, putnu, zirgu kūts. Talvolta si incontrano anche altre varianti del nome della stalla con questa radice; cfr. kūtene «la stalla», kūtenis; čūku, zuosu kūtene, diminutivo kūtiņa, peggiorativo kūtele (EM, II, 338; EH, I, 684). Il lettone kūts è attestato già nei testi evangelici lettoni del XVI secolo24. La questione dell’origine del lituano kūtė e del lettone kūts, come quella delle forme lituana gurbas e lettone gurba appena esaminate, è molto complessa. Esistono diverse interpretazioni, ma tutte sollevano dubbi di un tipo o di un altro. Finora, forse l’etimologia più diffusa è quella di A. Becenberger25. Egli sosteneva che questa parola fosse passata in lituano e lettone dal prussiano. Il prussiano *kutis (dove u < a dopo una gutturale) sarebbe derivato dal medio basso tedesco kate, kotte «capanna, capanno, stalla». P. Personas, considerando il lituano kūtė e il lettone kūts parole baltiche indigene, li collegava al lituano kutỹs «borsellino», al prussiano keuto «pelle», all’antico alto tedesco hūt, al latino cutis e all’antico alto tedesco hutta «capanna»26. Anche E. Berneker27 spiegava così l’origine del lituano kūtė. In un primo momento J. Endzelīns era propenso ad approvare l’interpretazione di A. Becenberger (… wohl eher… nebst oder durch li. kūtis aus einem apr. *kūtis (mit. ū aus ā) aus mnd. kate od. kotte… als zu li. kutỹs ‘Beutel’, apr. keuto, ahd. hūt…)28. 24 J. Endzelīns, Filologu biedrības raksti, XI, Rīgā, 1931, p. 201. 25 A. Bezzenberger, KZ, 44, p. 291. 26 P. Persson, Beiträge zur indogermanischen Wortforschung, Uppsala, 1921, p. 181, 183. 27 E. Berneker, Et. Wb., I, 602. 28 EM, II, p. 338. 36 E. Frenkelis29 approvò senza alcun dubbio la spiegazione di A. Becenbergeris, indicando anche J. Endzelynas tra i sostenitori di questa etimologia. Tuttavia, non prestò attenzione al fatto che J. Endzelynas in seguito cambiò opinione, dedicando un articolo specifico all’etimologia del lettone kūts30. J. Endzelynas, in questo articolo, dopo aver indicato le carenze sia cronologiche sia fonetiche dell’etimologia di A. Becenbergeris, propende per quella di P. Personas. Un’etimologia simile è tuttavia possibile, secondo J. Endzelynas, se il lituano kūtis è una parola autoctona, non presa in prestito. Al tempo stesso lo studioso lettone avanza un argomento molto serio: questa denominazione lituana di un edificio destinato al ricovero degli animali potrebbe essere un prestito dal lettone; in tal caso la radice ū della parola lettone potrebbe derivare da un, rendendo possibile un’etimologia del tutto nuova della parola: il lettone kūts potrebbe essere collegato allo slavo antico kašta «σκηνή», all’ucraino куча «porcile», al bulgaro къшта «capanna», che E. Berneker riconduce a sua volta al bulgaro кътам «berge», al russo кутать «verhüllen» e così via.31 Ci sembra che la spiegazione di J. Endzelynas sia piuttosto convincente. In primo luogo, è del tutto plausibile che il lituano kūtė sia stato preso in prestito dal lettone. Tale ipotesi sarebbe pienamente confermata dalla distribuzione geografica del lituano kūtė nel significato di «edificio destinato al ricovero degli animali». Come mostra lo schedario dell’Atlante della lingua lituana, questa parola è usata in tale accezione soltanto lungo il confine con la Lettonia. Alla fine del suo articolo J. Endzelynas sembra aver messo in dubbio la possibilità che il lituano kūtė fosse un prestito dal lettone, poiché, dopo aver scritto l’articolo, era stato informato che il lituano kūtės «stalla» si trova anche nella regione di Suvalkija. Tuttavia, i dati dello schedario dell’atlante non confermano la veridicità di questa informazione. Come si è detto, la parola kūtė non si trova neppure nei più antichi monumenti della lingua lituana: la si incontra soltanto in testi della metà del XIX secolo, i cui autori provenivano dalla zona della Lituania in cui ancora oggi kūtė è usato nel significato di «edificio destinato al ricovero del bestiame». Anche la distribuzione geografica del lituano kūtė costituisce un serio argomento contro la possibilità che questa parola provenga dal prussiano. Considerando il lituano kūtė un prestito dal lettone e tenendo presente la possibilità indicata da J. Endzelynas che il lettone kūts possa derivare dalla forma *kunt-, si potrebbe collegare la denominazione di questo edificio destinato al ricovero degli animali non soltanto allo slavo antico kašta e ad altre forme, come fa J. Endzelynas, ma anche al russo кут «угол, зауголок, закоулок, тупик; вершина или конец глухого захода, залива, заводи, мыса; угол крестьянской избы, придверный угол и прилавок, коник» (В. Даль, Сл., II, 227—8), al baltorusso кут, all’ucraino кут (usato nei dialetti anche nel significato di «porcile», Б. Д. Гринченко, Сл., II, 332), al bulgaro кът, al serbo-croato кут, allo sloveno kat, al ceco kout, allo slovacco kut, al polacco kąt32, cfr. anche il russo закут «ricovero di ogni genere, cuccia o capanna seminterrata; casotto di paglia; stalla calda per l’inverno (per piccoli capi di bestiame); cella, ripostiglio, dispensa, soprattutto se recintata», закута, закутка (В. Даль, Сл. I, 594—5)33. La possibilità di collegare la denominazione baltica della stalla a queste parole slave era già stata indicata da A. Briukneris, che nel suo dizionario, alla voce polacca kąt, aggiunge la seguente osservazione: «znaczenie pierwotne w lit. kutis, „dół wyryty przez świnie“34. Naturalmente, non si può concordare con la spiegazione che A. Briukneris dà del significato originario della parola lituana. 29 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 322. 30 J. Endzēlins, Filologu biedrības raksti, XI, p. 200—201. 31 E. Berneker, Et. Wb., p. 602—603. 32 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 705; F. Slawski, Sl. et., II, p. 121—122. 33 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 440. 34 A. Brückner, Sl. et., p. 225. 37 Come abbiamo già menzionato, nei dialetti lituani la parola kūtė è usata anche nel significato di «vecchia e misera casupola». Poiché con questo significato la parola kūtė si trova in una parte diversa della Lituania rispetto al nome della stalla qui discusso, ci sembra che forse si dovrebbe distinguerla dal lituano kūtė «edificio per tenere gli animali» e ritenere che derivi dal ted. Kote «la capanna». Lituano staldas, lettone stallis, prussiano staldis Nella parte meridionale della Samogizia e in alcuni dialetti dell’altopiano occidentale, parlati più vicino all’antica Prussia Orientale, si usa il nome dell’edificio destinato a ospitare gli animali staldas (Kelmė, Pagėgiai, Rietavas, Skaudvilė, Slavikai, Sudargas, Šilalė, Tauragė, Užventis, Vainutas, Varniai); ricorre anche la forma staldis (Endriejavas, Judrėnai, Juodkrantė, Nida, Sakučiai, Šilutė, Veiviržėnai). Questa parola si trova già anche nei nostri testi antichi. Troviamo la forma staldoie persino nella «Postilla» di M. Daukša («Kaip iūsu ne pažėidę dargūs giwēnimas staldoie ir grînas guleimas prakarte», DP, 425), il cui autore proveniva da quei luoghi dove oggi la parola staldas non è più in uso. Del resto, il lituano staldas è usato soprattutto negli scritti dei lituani della Prussia Orientale: nella «Postilla» di J. Bretkūnas (II, 23, 101), nel «Canzoniere» di D. Klein (32), nel dizionario manoscritto del XVII secolo «Lexicon Lithuanicum» («Stale Staldas, Twartas», 82 a); si può dire che si trovi in quasi tutte le opere lessicografiche successive dei lituani della Prussia Orientale (nei dizionari di P. Ruigys, K. Milkus, G. H. F. Nesselmann, F. Kurschat e altri) e con una certa frequenza nel folclore lituano di questa regione35. Accanto alle forme staldas, staldis, nei dialetti lituani si trovano anche le forme stalnė (Padvarėliai, Tirkšliai), stalnis (Zastaučiai, distretto di Mažeikiai). Tuttavia, queste ultime forme sembrano essere usate solo in riferimento alle grandi stalle per cavalli, di solito appartenenti a una tenuta. Da queste forme deriva anche l’aggettivo stalninis (cavallo) (Šatės, Viekšniai). Nelle raccolte folcloriche samogite si incontrano abbastanza spesso anche nomi di stalle per cavalli di questo tipo, soprattutto nelle forme diminutive: «Isz — ein ir brolelis Isz naujos stalnelės Bierą žirgą wesdamas Pas seselę ejdamas», S. Daukantas, D. Ž., 1236. «Neįšzkoki berneli Sawo bierō žirgėlio, Tawa yra žirgėlis Mąno tiewo stalnelie», S. Daukantas, D. Ž., 27. «Bene buwaj stalnelie? Bene łankėj berneli? Bene tawo wajnikėlis? Stalnie ant gembelę?», S. Daukantas, D. Ž., 89. 35 Smulkioji lietuvių tautosaka XVII—XVIII a., paruošė J. Lebedys, Vilnius, 1956, p. 418, 426, 472. 36 Canti samogiti trascritti secondo la pronuncia dai cantori, Petropoli, 1846. 38 «Una la portai nella stalla, l’altra nell’orto, a a a dza dza dza l’altra nell’orto», S. Daukantas, D. Ž., 91. Nei versi delle canzoni popolari della Samogizia trascritti da S. Daukantas e citati sopra, le parole stalnelė, stalnė sono usate nei punti in cui in altre varianti di queste canzoni ricorrono stainėlė, stainė, stainia. Ci sembra dunque che E. Fraenkel37, conoscendo da S. Daukantas soltanto la forma con -ln-, associ senza motivo queste parole al lituano staldas: le forme stalnelė, stalnė sono sorte al posto delle forme stainėlė, stainė. Anche la forma staldas potrebbe talvolta aver influito sul loro mutamento. Va osservato che nelle canzoni popolari della Samogizia pubblicate da S. Stanevičius nel 1829 si trova soltanto la forma stainė38. Le forme stalnė, stalnīs, come vedremo più avanti, si trovano anche nei dialetti samogizi odierni, proprio nelle zone vicine al luogo natale di S. Daukantas. Un caso analogo, in cui il secondo elemento del dittongo i è sostituito dalla consonante l, si trova anche nel lituano kūlnas ‘cavallo scadente’ (Giedraičiai, Videniškiai, LKŽŽd., VI, 844), accanto alla forma kūinas. Liet. staldas šaltinis yra vid. vok. žem. stall39, dėl ll > ld plg. lat. meldēris < vok. žem. möller, est. mölder ‘Müller’, kelder ‘Keller’ ir kt.40 Kaip ir lietuvių kalboje, su formantu -ld šis tvarto pavadinimas vartojamas danų kalboje, plg. dan. stald ‘tvartas’. Apskritai, tokį tvarto pavadinimą vartoja daugelis germanų kalbų, o iš germanų jį pasiskolino ir kai kurios kitos Europos kalbos. Pirminė šio žodžio reikšmė ‘vieta stovėti’ — jis sietinas su pr. stallīt ‘stovėti’, gr. στέλλειν ‘pataisyti’, skr. sthálati ‘jis stovi’ ir kt.41 In modo semanticamente analogo si sono formati i nomi delle stalle in varie lingue indoeuropee, cfr. il sanscrito gosthānam ‘stalla per vacche’, l’avestico goostānō, l’alto tedesco antico ewi-st ‘stalla per pecore’, il latino stabulum (da quest’ultima parola derivano il francese étable, lo spagnolo establo, il rumeno staul, il greco moderno στάβλος, l’inglese stable, l’irlandese stábla e altri): indoeuropeo *stā- ‘stare, erigere’42. Anche in prussiano troviamo una denominazione di edificio per il ricovero degli animali, di origine germanica e foneticamente corrispondente al lituano staldīs; cfr. la voce 226 del glossario di Elbing, «Staldis Stal»43. Il prussiano staldīs, come il lituano staldas, deriva dal tedesco, probabilmente dalla forma del basso tedesco medio stall44. In lettone si trovano diverse forme di questa denominazione della stalla, cfr. il lettone stallis ‘der Stall, vorzugsweise der Pferdestall’, stalis, stale ‘der Stall’ (EM, III, 1042; EH, II, 569), stalle, stēļis. 37 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 894. 38 S. Stanevičius, Dainos žemaičių, paruošė J. Lebedys, Vilnius, 1954, p. 14, 78, 122. 39 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 591; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 894. 40 J. Endzelīns, Latviesu valodas gramatika, p. 247–248. 41 F. Kluge, Et. Wb., p. 737; J. Pokorny, Et. Wb., p. 1019–1020. 42 C. D. Buck, Dic., p. 150–151; J. Pokorny, Et. Wb., p. 1004–1010; M. Mayrhofer, Et. Wb., I, p. 350. 43 Monumenti della lingua prussiana, 63; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 85. 44 W. Prellwitz, Die deutschen Bestandteile in den lettischen Sprachen, Göttingen, 1891, p. 49; R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 435; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 254. 39 Il lat. stallis nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame» forma due aree peculiari nel territorio dell’attuale RSS Lettone. In primo luogo, è usato accanto ai nomi della stalla kūts (rispettivamente kūte), laidars nella parte più occidentale della Lettonia, nei dialetti della Curlandia e in parte dei dialetti semigalli (Aizpute, Alsunga, Barta, Blydienė, Dunika, Grobiņa, Kuldīga, Nīgrande, Piltene, Saldus, Talsi). La seconda area di questo nome, non confinante direttamente con la prima e piuttosto distante da essa, è la parte meridionale dei cosiddetti dialetti seloni, contigua al territorio della RSS Lituana (Aknīste, Asare, Biržai, Līvāni, Sauka, Subate, Zalva). In quest’area la forma stallis non è neppure l’unico nome della stalla: è usata qui accanto ai nomi kūts (rispettivamente kūte) e klēvs (nella parte orientale dell’area). La forma stellis ricorre in Curlandia (Piltene, Ugale, Užava, Varve, Zlēkas, Žūras). La forma stalle è stata registrata una sola volta (a Virbai, a nord di Sabile). La parola stallis compare già nel dizionario di G. Mancelis (1638), dove è usata accanto alla parola kūts. Oltre che nei nomi di altre stalle, stallis si trova anche nel dizionario manoscritto di J. Langijs del 1685: «Stallis (Kuhts, Klähws), una stalla. Sirgo=Stal= lis, una stalla per cavalli. Gohwo=st. una stalla per il bestiame =st. Zuhko=stallis, una stalla per maiali», J. Langija Vrd., 286. È degno di nota che questo germanismo si trovi anche nel dizionario della lingua estone pubblicato da H. Stahl nel 1637, cfr. est. tall45. La diversa fonetica della parola lettone potrebbe indicare che i lettoni presero in prestito questa parola in un periodo diverso da quello in cui la presero in prestito i lituani e i prussiani. La sua fonte, del resto, come quella dell’est. tall, è il medio basso tedesco stall, stal46. Liet. pūnė, lat. pūne La parola lituana pūnė nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame» è usata in un’area relativamente ristretta dei dialetti alto-lituani orientali (Gelvonai, Neveronys, Pabaiskas, Siesikai, Šašuoliai, Širvintos, Ukmergė, Vepriai). Questo nome ricorre anche nelle isole linguistiche lituane situate nella RSS Bielorussa (Geliūnai, Gervėčiai). In questo significato il lituano pūnė si trova già nell’edizione del 1642 del dizionario di K. Širvydas: «Chlew. Stabulum, caulae, pune, gurbas», C. Szyrwid, Dic., 29. «Koźiarnia, Caprile, caprilis casa, haedile. Obkinė pune», C. Szyrwid, Dic., 126. «Obara, aliter: Claustrum, septum, dimitere pecus è claustris. Pune, namas», C. Szyrwid, Dic., 233. Il lituano pūnia nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame» si trova anche nei documenti antichi della Lituania redatti in lingue diverse dal lituano. Cfr.: «Дворец, где рикуния мешкает: у дворцы гридня с присенкомъ и ку тому клетка, пуня на быдло...» Panevėžiukas, distretto di Vilkija (documento del 1563)47. 45 Anführung zu der Estnischen Sprach… von M. Henrico Stahlen, Revall, M.DC. XXXVII, plg. D. Zemzare, Latviešu vārdnīcas, Rīgā, 1961, p. 49–50. 46 J. Sehwers, Sprachlich-kulturhistorische Untersuchungen, p. 118; EM, III, p. 1042. 47 K. Jablonskis, Lietuviški žodžiai senosios Lietuvos raštinių kalboje, p. 200. 40 «Non lontano da quella casa c’è un punia di legno per il bestiame, coperto di paglia, con “un cancello di assi su cardini”», dall’inventario del 1604 della tenuta e della città di Kėdainiai⁴⁸. In lituano la parola pūnė (e le sue altre forme) è usata anche con altri significati; cfr. pūnė ‘fienile per la pula, parte dell’aia dove si ammucchia la pula’ (Kupiškis, Naujamiestis, Vabalninkas), pūnis, -ies «мякиница» (К. Явнис Поневежские говоры II 27), pūnia ‘edificio per ammassare il grano, fienile’ (Dubingiai, Rimšė), pūnė (Viekšniai, Kossarzewski Lituanica 117 a)⁴⁹. Negli scritti di M. Valančius e S. Daukantas questa parola è usata nel senso di ‘capanna, tenda’. Cfr.: «Petras, all’inizio della primavera, dopo aver scavato per prima cosa una pūnė, la circondò di alberi, lasciò un’apertura per entrare nella tana e vi si stabilì»⁵⁰. «…si costruivano rifugi, pūnės e capanne di frasche con rami, verghe di luppolo, paglia e vimini»⁵¹ Un significato analogo si trova anche in un manoscritto di canti lituani datato agli inizi del XVIII secolo; cfr.: «Desiderando investigare questo, senza negare il racconto, preparandosi verso Betlemme, in una tale pūnia (?) Gesù si rifugia, Giuseppe e Maria»⁵². Negli scritti di M. Mažvydas e J. Bretkūnas troviamo questa parola nel significato di ‘tana, grotta’. Cfr.: «…come il leone nella sua tana e nella sua preda affamata, quando lo attira nella sua rete» (Gesmes Chriksconiskas, II, Psalmas X.)⁵³. «Come un leone nella tana…» (BrB, Psal. X, 9). «…essi… si riposano nella caverna (a margine corretto: höle Olaie (puneie), BrB, Job. 38, 40; nel manoscritto di J. Bretkūnas 39 (inizio del capitolo).» Cfr. il testo biblico tedesco di M. Lutero del 1549: «…come un leone nella tana…» (Psal., X). «…essi… e si nascondono nella caverna…» (Hiob., 39 (inizio del capitolo). Cfr. il testo biblico latino: «…quasi leo in spelunca sua» (Psal., X, 9). «Quando cubant in antris…» (Hiob., 38, 40). Negli antichi inventari della Lituania e in altri documenti redatti in lingue diverse dal lituano, la parola punia è usata per lo più nel significato di «edificio per custodire cereali, fieno e paglia». Cfr.: «Zyta w puni dersowatego y miotliastego kop piętnascie…», 1600, Kraukėnai, distretto di Upytė. «…punia zrobiona na zboze słomą krita, wrota proste z desk, wrzeciądz y klotka w niej; druga punia nowa ieszcze nie stawiona…», 1598, Breslauja. «…а намъ давали две коле грошей за тую пуню», 1516, Mstislavis? 48 Lietuvos inventoriai XVII a., sudarė K. Jablonskis ir M. Jučas, Vilnius, 1962, p. 19. 49 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 525. 50 M. Valančius, Paaugusių žmonių knygelė, Tilžė, 1902, p. 102; Valančiaus raštai, red. J. Balčikonis, Kaunas, 1931, p. 244. 51 Budą Senowęs – Lietuwiu Kalnienų ir Žamajtių išraszę… Jokūb’s Laukys, Petropilie, 1845, p. 16. 52 V. Biržiška, Tauta ir žodis, VII, p. 259. 53 Mažvydas seniausieji lietuvių kalbos paminklai iki 1570 metams, spaudai parūpino J. Gerullis Kaunas, 1922, p. 524. 41 «Quattro pun per riporre il fieno, costruite, e un granaio per versarvi pula e paglia, una costruzione chiusa…», 1756, Tradevičiai, voivodato di Polock. «Un grande punia a sette lati per riporre il fieno, in travi di pino, senza porte….», 1775, Letcas, distretto di Vitebsk.54 «In fondo a questa rimessa, un grande punia nuovo fatto di tronchi per depositarvi il grano, coperto di paglia, con porte sui cardini e chiavistello… questo punia è composto interamente da sette pareti, ciascuna lunga cinque tese. Uscendo da questo punia e andando diritto verso il secondo, ci sono nuove porte tra il divisorio del cortile, sul lato destro, coperte di scandole e montate su cardini. Oltre queste porte, un punia di tronchi coperto di paglia, con depositi su entrambi i lati all’interno per riporre il grano e un’aia per trebbiare il grano, lunga trenta tese e larga sette; porte alle due estremità, su cardini di legno; una recinzione di ottanta staccionate», 1619, Šiaulėnai, distretto di Viduklė. «Proseguendo, un vecchio granaio cadente e un grande punia malridotto», 1645, Žalava, distretto di Ašmena. «Due aie, una con trebbiatoio, la terza punia per la paglia», 1651, Palušė, Drevינinkai, voivodato di Vilnius. «Accanto a questa rimessa, un punia di legno per riporvi la segale…», 1700, Papalčiai55. In lettone — tanto nei dialetti quanto in vari documenti scritti — troviamo corrispondenti del lituano pūnė usati con significati simili. Lett. pūne «un granaio; un fienile o pagliaio (costruito anche come annesso); un annesso della klēts o della kūts per conservare il fieno, della trebbiatrice (per conservare pula e paglia); un annesso o un piccolo granaio a sé stante per conservare la pula», pūne «un granaio», pūnis, pūnis, pūnis, pūnis «un deposito per la pula; un piccolo edificio simile a un granaio sulla riva del mare o di un lago, per conservare gli attrezzi da pesca; un piccolo granaio per fieno, paglia e pula (annesso alla rija); un fienile nel bosco; un piccolo granaio per attrezzi da pesca; una capanna contadina», pūna «un granaio presso la stalla; capanno per le reti dei pescatori», pūnite «un granaio», pūnītis, pūnelis «un diminutivo (spregiativo) di pūnis’», pūnite «una casupola» (EM, III, 413, 447; EH, II, 342). Il lett. pūnis si trova già nel dizionario di G. Mancelis del 1638, cfr.: «un granaio, Schkunis, Wallh. Puhnis», G. Mancelis, Lettus, 34156. Sull’origine del lituano pūnė e del lettone pūne esistono due opinioni. Alcuni studiosi ritengono che questa parola sia entrata in lituano e lettone dalle lingue slave. A. Brückner fu il primo a proporre questa ipotesi, osservando che pūnė «stalla, recinto per il bestiame» si trova nel dizionario di K. Širvydas e che, «sconosciuta presso Ragnit» (qui probabilmente si basa sul dizionario di G. H. F. Nesselmann), considerava il russo o bielorusso пунья57 come fonte del lituano punė. J. Endzelīns aderì all’ipotesi di A. Brückner (…nach Brückner…. aus r. пунья58); così pure P. Skardžius (Wegen der Bedeutung wohl aus wr. пунья…59). Anche E. Frenkelis, autore del dizionario etimologico della lingua lituana, sosteneva questa opinione60. 54 K. Jablonskis, Lietuviški žodžiai senosios Lietuvos raštinių kalboje, p. 65, 83, 90, 225, 236. 55 Lietuvos inventoriai XVII a., p. 86, 141, 170, 436. 56 D. Zemzare, Latviesu vārdnīcas, p. 440. 57 A. Brückner. Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 123. 58 EM, III, p. 447. 59 P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Alt-litauischen, p. 183. 60 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 667. 42 In realtà, in tutte le lingue slave confinanti troviamo questa parola usata con significati pressoché identici. Cfr.: rus. пуня ‘pagliaio, fienile per la pula, deposito della pula; tettoia, fienile; capannone; ripostiglio separato, cella di vimini in cui si ripone ogni sorta di cose e dove d’estate dorme il padrone; nell’ovest, stalla’, пунька, V. Dal’, Sl., III, 538. (Secondo V. Dal’, questa parola è usata nelle zone di Novgorod, Tver’ (Kalinino), Rjazan’, Orël, Tambov, Kaluga e Smolensk.) rus. пуня ‘stalla; fienile’, V. Dobrovol’skij, Sl., 749. bielor. пуня ‘stalla; fienile per il fieno o la paglia’, I. I. Nosovič, Sl., 538. pol. punia ‘piccolo fienile di legno; capanna, fienile per il fieno’, punka, J. Karłowicz, A. Kryński e W. Niedźwiedzki, Sł., V, 433, 435. Come mostrano i dati dell’atlante dialettologico della lingua bielorussa, il bielor. пуня, con il significato di ‘edificio per riporre il fieno (talvolta anche la paglia e i cereali)’, è usato in tutta la Bielorussia settentrionale e orientale; nella parte occidentale di quest’area ricorre anche la forma пунька; a sud di Mogilëv è attestata anche la forma пуніма61. Nella parte occidentale della Bielorussia la parola пуня è usata anche nel significato di ‘ovile’62. Il pol. punia è usato molto raramente ed è, senza dubbio, un prestito dal russo o dal bielorusso. A parte i vicini diretti dei lituani e dei lettoni, le altre lingue slave non hanno questa parola. Come abbiamo accennato, A. Brückner, J. Endzelīns, P. Skardžius ed E. Fraenkel considerano slavismi il lit. pūnė e il lett. pūne. Un altro gruppo di studiosi ritiene che il lit. pūnė e il lett. pūne siano parole autoctone e che, al contrario, siano state queste a passare nelle lingue slave dalle lingue baltiche. A. Potebnja63, E. Karskij64, A. Preobraženskij65 e K. Būga66 consideravano baltismi il rus. пуня e il bielor. пуня. Basandosi soprattutto sulla distribuzione geografica della parola slava, la considera un baltismo anche M. Vasmer67, autore del migliore dizionario etimologico della lingua russa. È davvero molto difficile dire quale delle due parti abbia ragione. Per risolvere la questione è di grande importanza il problema dell’etimologia della parola e del suo significato originario. I linguisti che considerano slavismi il lit. pūnė e il lett. pūne, a quanto pare, finora non hanno tentato di spiegare l’origine della parola slava. I sostenitori della seconda ipotesi hanno proposto due etimologie per questa parola. Anzitutto si è tentato di collegare il lit. pūnė con il sanscrito pūnáti ‘pulisce, purifica’, pá-vanah ‘vento (divinità)’, e l’alto tedesco antico fowen ‘setacciare’. Il significato originario del lit. pūnė sarebbe dunque ‘luogo in cui si puliscono i cereali’68. Naturalmente, questa etimologia è difficile da dimostrare. È improbabile che gli antichi baltici avessero un edificio destinato specificamente alla pulitura dei cereali. K. Būga cercò di spiegare l’origine del lituano pūnė e del lettone pūne basandosi sui dati delle lingue baltiche. Collegò il lituano pūnė al lituano pūnė «estremità vuota dell’uovo (пужка, тузка яйца), 61 Дыялекталагічны атлас беларускай мовы, zemėlapis 236; Дыялекталагічны атлас беларускай мовы, уступныя артыкулы і каментарыі да карт, Мінск, 1963, p. 794—797. 62 Ivi, carta 231. 63 А. А. Потебня, К истории звуков русского языка, III, Этимологические и другие заметки, Варшава, 1881, p. 90. 64 Е. Ф. Карский, Белоруссы, I, Варшава, 1903, p. 135. 65 А. Преображенский, Эт. сл., II, p. 153. 66 K. Būga, Rinktiniai raštai. I, p. 582, II, p. 524—526. 67 M. Vasmer. Et. Wb., II, p. 464—465. 68 А. Преображенский, Эт. сл., II, p. 153; M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 465. 43 lett. paũna ‘cranio, zucca, muso’, lett. puns ‘bozzo, protuberanza, ascesso’. Secondo K. Būga, il significato originario del lett. pūnė era ‘mucchio, cumulo di paglia, pula, letame’. Egli indica paralleli semantici analoghi: lett. gubenis ‘fienile (per paglia, fieno); annesso alla capanna per la trebbiatura’, gubens, gubene, gubezis: lett. guba ‘mucchio, covone (di fieno)’, lett. gubà, gubė; lett. kūginỹs ‘stalla’: lett. kūgis ‘cumulo, covone, mucchio’; lett. gūbas ‘stalla’: slov. grb ‘monticello, collinetta, gobba, piega’⁶⁹. Se il terzo parallelo semantico indicato da K. Būga può destare dubbi, i primi due sono del tutto attendibili. In generale, l’etimologia di K. Būga è più attendibile della prima etimologia del lett. pūnė (: scr. pūnāti). Dal punto di vista semantico, il rapporto tra lett. paũna, lett. puns, lett. pūnė ‘estremità vuota dell’uovo’ e il significato di ‘mucchio’ è del tutto plausibile; cfr. rus. куча ‘mucchio, cumulo’: lett. kaukas ‘escrescenza, ascesso’, kaukaras ‘colle, altura, monticello’, got. hauhs ‘alto’⁷⁰; lett. gumbas ‘escrescenza o ingrossamento in un punto di un albero (pianta); tumefazione, ascesso, bozzo’, lett. gumburas ‘protuberanza, rialzo’: lett. gumba ‘ascesso; rialzo, mucchio’; dal significato di ‘mucchio’, come mostrano i paralleli menzionati (kūginys: kūgis; gubenis: guba), può svilupparsi il significato di ‘stalla’. Tuttavia, l’etimologia di K. Būga può suscitare qualche dubbio, perché nelle lingue baltiche non troviamo parole che si possano collegare al lett. pūnė ‘stalla’ e al lett. pūne, usato nel significato di ‘mucchio’; inoltre, il passaggio dal significato di ‘ascesso, protuberanza’ a quello di ‘stalla’ è forse un salto semantico troppo ampio. A nostro avviso, è soltanto questa circostanza a non permetterci di considerare del tutto accettabile l’etimologia di K. Būga. Anche la questione dei significati del lett. pūnė è piuttosto complessa. Se il significato di ‘capanne, tende’ dei vocaboli usati da M. Valančius e S. Daukantas poteva certamente derivare facilmente da quello di ‘stalla, fienile’, l’origine del significato di ‘tana, caverna’ nei testi di M. Mažvydas e J. Bretkūnas è meno chiara. È noto che il significato di ‘tana, caverna’, intesa come ‘dimora del leone’, poteva derivare anche dal significato di stalla come ‘dimora dell’animale’. Forse questa varietà di significati delle parole baltiche potrebbe costituire un argomento a favore dell’origine baltica autoctona del lett. pūnė, lett. pūne. Comunque sia, esistono più elementi che indicano che gli slavi presero in prestito questa parola dai baltici, piuttosto che i baltici dagli slavi. Tuttavia, per ora non è possibile affermarlo categoricamente. Lett. nãmas, lett. nams In una certa area della Lituania centrale (Dotnuva, Ėriškiai, Krakės, Kulva, Surviliškis, Šlapaberžė, Vadaktai), la parola nãmas è usata nel significato di ‘edificio adibito a ricovero per il bestiame’. Il lett. nãmas si trova con questo significato anche nell’edizione del 1642 del dizionario di K. Širvydas, cfr.: «Obora, aliter: Claustrum, septum dimitere pecus è claustris. Pune, namas», C. Szyrwid, Dic. 233. La parola namas (nelle sue varie forme) ricorre spesso anche nei vecchi documenti degli uffici lituani redatti in lingue non lituane. Cfr.: «Quanto al letame, affinché il bestiame venga necessariamente tenuto non nei namas, ma in recinti da costruire e ben fortificare secondo l’uso podlachiano…», 1562, Karšuva. 69 K. Būga, Scritti scelti, II, pp. 525–526. 70 M. Vasmer, Et. Wb., I, 708; F. Kluge, Et. Wb., p. 311; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 229–230. 44 «Andando dal cortile verso l’aia, la torre è coperta di paglia per il bestiame, e all’estremità di essa vi è una rimessa fatta di rami, sotto un unico tetto...», 1597, Biliūnai, distretto di Raseiniai. «Edificio per riporre il grano, costruito con tronchi e coperto di paglia...», 1599, Žarėnai. «Edificio per il bestiame...», 1600, Dubiniai, distretto di Beržėnai. «Torre, in lituano nams, di legno di abete, con tre pareti...», 1619, Joku-biškiai presso Šiaulėnai, distretto di Viduklė. «Edificio, cioè torre per il bestiame, con ogni cosa...», 1639, Sokmedžiai Višutaičiai, distretto di Tendžiogala. «Edificio per tenere il bestiame...», 1650, Kretkampis, distretto di Vilkija. «Edificio, o piuttosto torre samogiziana per tenere il bestiame...», 1675, Plungė. «Piccola stalla per il bestiame;... in questo cortile c’è un edificio per il bestiame; l’aia dietro l’edificio, coperta di paglia e circondata da una recinzione, è vecchia...», 1676, Laukuva. «Stalla nuova per il bestiame, coperta di paglia, insieme all’edificio; una porcilaia è stata aggiunta, coperta di paglia...», 1676, Smilgiai. «Stalla con edifici per il bestiame, alla quale si accede da una porta montata su cardini...», 1678, Dikta-riškis, distretto di Viduklė. «La stalla e, alla sua estremità, un magazzino, appena costruito in legno e coperto di paglia. Gli edifici per il bestiame, detti numa, sono fatti di pareti; sul lato esterno è stata aggiunta una recinzione, coperti di paglia...», 1705, Laukuva71. «Due edifici. Una stalla per il bestiame, e all’estremità di essa una seconda per le pecore, di fronte una per i maiali...», 1667, Biržėnai72. Dagli esempi riportati si vede che la parola nãmas in questi documenti è usata per lo più nel significato di ‘edificio destinato a ospitare il bestiame’. Si trova anche il significato di ‘edificio in cui ammassare i cereali’. Secondo gli etnografi, il nãmas menzionato in questi documenti, come la viežà, «era probabilmente uno dei primi edifici di questo tipo, cioè costruito secondo una pianta rettangolare allungata, con vari locali destinati a ospitare cavalli, mucche e animali più piccoli. A un’estremità talvolta vivevano anche delle persone, naturalmente soltanto i poveri, perché a quell’epoca (XVI secolo, A. S.) i contadini benestanti abitavano già in case»73. Nei documenti citati il lituano nãmas ricorre spesso anche in parole composte che indicano parti specifiche della «casa». Cfr.: «....torre costruita con tronchi per il bestiame,...stalla costruita con tronchi, all’estremità con un annesso per i maiali....», 1602 (1603), Miminiai, distretto di Ukmergė. «Una torre con un annesso e con una rimessa, che costò otto copechi di grosz...», 1584, Padubysys, distretto di Raseiniai. „....torre con un tetto di assi e con un comignolo, di rami intrecciati...“, 1603, Karklėnai Bukantai, distretto di Karklėnai.74 71 K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua delle antiche cancellerie lituane, pp. 129, 130, 131, 132; vi sono riportati anche altri esempi. 72 Inventari lituani del XVII secolo, p. 266. 73 Caratteri dell’etnografia lituana, p. 262; cfr. anche Iz. Butkevičius, Dalla storia della cultura lituana, II, p. 243; K. Čerbulėnas, Dalla storia della cultura lituana, I, pp. 137—145. 74 K. Jablonskis, Parole lituane nella lingua delle antiche cancellerie lituane, pp. 134, 135. 45 Lat. nams non è usato nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame»; tuttavia, alcuni significati di questa parola sono in realtà molto vicini a quello menzionato. Cfr.: Lat. nams «una cucina estiva a forma conica, assemblata con pertiche diritte (anche con le due metà di una barca tagliata trasversalmente e non più atta alla navigazione); una cucina estiva; un piccolo edificio nel quale durante l’estate si cucina tutto (in inverno soltanto in occasione delle feste); un piccolo edificio di legno nel quale si cucina per il bestiame (un tempo anche per le persone), con un focolare e un paiolo al centro; la parte centrale della casa d’abitazione, la cucina; “il luogo nella casa in cui si trovava la stufa”; in alcune regioni la stanza centrale della casa è divisa da una parete in cucina e ingresso; un vestibolo; un’aggiunta antistante senza piano superiore davanti al bagno, con un grande paiolo per scaldare l’acqua; “davanti alla sauna”, “la stanza antistante la sauna dove ci si spoglia”, “un annesso alla sauna dove si fa il bucato”; una capanna per affumicare le aringhe del Baltico; una capanna per le reti, assemblata con le due metà di una barca tagliata trasversalmente e non più atta alla navigazione; un piccolo edificio; la casa in città» (EM, II, 692–3; EH, II, 4). Considerando questi significati, si può probabilmente concludere che il significato più antico del lett. nams fosse «edificio dotato di un impianto per riscaldare un ambiente, cuocere il cibo o simili». Con un significato simile fu probabilmente usato inizialmente anche il lit. nãmas. Naturalmente, non si può affermare che lituani e lettoni indicassero con questa parola edifici del tutto identici: la loro struttura e funzione potevano variare in una certa misura anche nelle diverse zone della Lituania e della Lettonia75. Negli antichi testi lettoni il lett. nams è spesso usato nel significato del lat. domus («casa, dimora, famiglia, casata»); cfr. «Evangelien und Episteln» di G. Elger (1640),76 l’uso della parola nams, con la quale si traduce il lat. domus: „Ed entrando in quella casa, trovarono il bambino e Maria sua madre…“, G. Elger, 17. „Ed entrati nella casa, trovarono il bambino con Maria sua madre…“, Mat. 2, 11. „…e riempì tutta quella casa…“, G. Elger, 86. „…e riempì tutta la casa…“, Ap D, 2, 3. «…affinché la mia casa sia riempita…», G. Elger, 92. «…affinché la mia casa sia riempita…», Luca, 14, 23. «…vziaem ekszan sauwems nammems», G. Elger, 98. «…mi accolgano nelle loro case», Luca, 16, 4. «La mia casa è una casa di preghiera…», G. Elger, 99. «Poiché la mia casa è una casa di preghiera…», Luca, 19, 46. «…in una casa elevata di un fariseo…», G. Elger, 106. «…nella casa di uno dei farisei…», Luca, 14, 1. «E credette con tutta la sua famiglia», G. Elger, 111. «…e credette lui e tutta la sua casa», Giovanni, 4, 53. Persino il lat. paterfamilias G. Elger traduce con tas Nammukungs (G. Elger, 92; Luca, 14,21). Il liet. nãmas è usato con il significato del lat. domus tanto negli scritti antichi quanto nella lingua odierna. 75 Quanto alla destinazione del lett. nams, cfr. Latviešu konversācijas vārdnīca, 14, Rīgā, 1936, coll. 28400-6. 76 Vangeli ed Epistole tradotti in lettone da Georg Elger, con un indice dei suoi canti spirituali del periodo intorno al 1640, a cura di K. Drāviņš, Lund, 1961. 46 Sull’origine del lit. nāmas e del lett. nams esistono due opinioni. Alcuni studiosi lo collegano allo sl. ant. domъ ‘casa’, rus. дом, scr. dāmah, gr. δόμος, lat. domus, arm. tun, spiegando il mutamento del consonantismo delle parole baltiche come dissimilazione77. Altri tendono a collegare il lit. nāmas e il lett. nams al gr. νομός ‘pascolo; luogo di residenza, dimora’, gr. νέμω ‘abito, coltivo, governo’, gr. νομεύς ‘pastore’78. J. Endzelīns dapprima si era pronunciato anch’egli a favore di quest’ultima etimologia79, ma in seguito fu propenso a concordare con il collegamento del lit. nāmas e del lett. nams allo sl. ant. domъ ecc.80 Per ora è difficile stabilire quale opinione sia corretta. Ci sembra più plausibile collegare il lit. nāmas all’antica denominazione indoeuropea della casa. L’alternanza tra d- e n- all’inizio della parola è comunque un fenomeno piuttosto comune nelle lingue indoeuropee; cfr. lit. devyni, lett. deviņi, sl. ant. devętь: pr. newints, scr. nava, lat. novem, got. niun; lit. debesìs, lett. debess ‘cielo’; sl. ant. nebo, forme oblique del germanico nebesą, scr. nābhah ‘nebbia, foschia, cielo’, gr. νέφος ‘nuvola’ ecc. Lat. laidars, lit. laidaras Il lett. laidars è usato nel significato di ‘edificio per il ricovero del bestiame’ nella parte occidentale della Lettonia, in Curlandia (Aizpute, Arlava, Blydiene, Dobele, Dunika, Kandava, Matkule, Praviņi, Saka, Tadaiki, Tume, Užava, Vandzene, Zvārde). In questa zona la denominazione non è l’unica: vi ricorre perlopiù insieme ad altri nomi lettoni della stalla (kūts, kūte, stallis, stēllis). Talvolta la parola laidars indica soltanto una stalla grande (Kandava, Laidze, Upesgrīva). A volte i parlanti del dialetto avvertono il carattere arcaico di laidars (Kazdanga, Skaistkalne). Il lett. laidars è usato anche con significati diversi da ‘edificio per il ricovero del bestiame’, cfr. ‘uno spazio recintato davanti alla stalla, dove si fa entrare il bestiame; il letamaio all’interno del recinto della stalla; lo spazio formato da stalle per il bestiame costruite tutt’intorno; un recinto per il bestiame nei campi’ (EM, II, 402; EH, I, 711). Accanto alla forma laidars, nei dialetti lettoni si incontrano anche le forme laidaris, laiders, lāideris, lāideris, lāideris, leīdars, leideris (EM, III, 402, 403, 446; EH, I, 711, 712). Troviamo persino le forme laidārzs, leidārzs, nate dall’etimologia popolare, che collega queste parole al lett. dārzs ‘giardino, orto’ (EM, II, 402). Si usano anche forme composte: ārlāidars ‘recinto per il bestiame nei campi’ (EM, I, 243; EH, I, 195), laūklāidars (EM, II, 426; EH, I, 722). Il lett. laidars si trova già negli scritti di G. Mancelius. Il lit. laidaras non è usato nel significato di ‘edificio per il ricovero del bestiame’. Per il resto, tuttavia, il suo uso è molto simile a quello del lett. laidars; cfr. lit. laidaras ‘recinto presso le stalle dove si raduna il bestiame, cortile aperto; luogo recintato nel pascolo in cui si raccoglie il bestiame’, laidaris, laidarỹs, lāideris (LKŽd., VII, 15, 16). La forma laidaris è attestata anche con il significato di ‘fossa per il letame; letamaio, immondezzaio’ (A. Bezzenberger, Lit. Forsch., 132; LKŽd., VII, 16). Un significato analogo è attestato anche per la forma lāideris (G. H. F. Nesselmann, Wb., 351; LKŽd., VII, 16). 77 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 483; V. Mažiulis, LKK, II, p. 14; J. Pokorny, Et. Wb., p. 199. L’opinione di J. Pokorny sull’origine del lit. nāmas e del lett. nams è piuttosto incerta: in una voce del dizionario afferma che «lit. nāmas... ist aus *damas dissimiliert» (p. 199), mentre in un’altra collega questa parola al gr. νέμω (pp. 763–764). 78 R. Trautmann, B-sl. Wb., p. 193; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 31; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 361. 79 EM, II, p. 693. 80 J. Endzelīns, Filologu biedrības raksti, 12, p. 175–176. 47 Come mostra lo schedario dell’Atlante della lingua lituana, il lituano la ūdaras (la ū dari s, la ū darỹs, la ūderis) è usato in Žemaitija e in una piccola parte dei dialetti dell’Alta Lituania occidentale (Joniškis, Kriukai, Šakyna, Žagarė)81. F. Kuršaitis non conosceva questa parola dalla lingua viva. Tra gli autori lituani più antichi, sembra che la parola la ūdaras sia usata soltanto da S. Daukantas. Il significato del lettone la ū daras ‘edificio per tenere il bestiame’ è più recente. Il significato originario del lettone la ū-dars e del lituano la ūdaras è ‘recinto per il bestiame’. Da questo significato è derivato quello di ‘edificio per tenere il bestiame’. Un processo analogo, come abbiamo visto, si è verificato anche per i significati del lituano tvãrtas. Il lituano la ūdaras e il lettone la ū dars sono collegati al lituano leisti, al lettone la īst, al lituano palãidas e ad altre parole della stessa radice82. Lituano daŋgtis In un’area piuttosto limitata della Lituania centrale (Darsūniškis, Kaišiadorys, Kruonis, Palomenė, Užuguostis, Viev is, Žasliai), la parola daŋgtis è usata con il significato di ‘edificio per tenere il bestiame’. Stando allo schedario del Dizionario della lingua lituana dell’Accademia, in passato questa parola era probabilmente usata con tale significato in un’area un po’ più estesa (è attestata nei dintorni di Balbieriškis, Daugai, Šilavotas e Valkininkai). Con questo significato, il lituano daŋgtis è già attestato nel 1600 nella cosiddetta Postilla di J. Morkūnas; cfr.: «…tiktay biedname danktiia, kurime pekus sudariti buvo», Post., 26. Il lituano daŋgtis è usato anche nel significato di ‘granaio, fienile’ (LKŽd., II, 176). L’origine di questa parola non lascia alcun dubbio. Il lituano daŋgtis è usato, oltre che nei significati già menzionati, anche con quelli di ‘copertura, coperchio, parte superiore’ e ‘tetto’. È da quest’ultimo significato che sono derivati quelli di ‘stalla’ e ‘fienile’; cfr. il lituano stõgas ‘copertura di un edificio’: lituano stõginė ‘riparo per riporre paglia o fieno; fienile’. Nelle altre lingue baltiche non troviamo denominazioni, derivate da questa radice, per un edificio destinato a tenere il bestiame. Liet. kūginys In una ristretta area dei dialetti dell’altopiano orientale (Alizava, Jutkonys, Kupiškis, Salos, Skapiškis), la parola kūginys è usata nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame». In passato l’area di diffusione di questo nome della stalla era probabilmente più estesa; oggi la parola viene gradualmente sostituita dai termini più diffusi gurbas, kūtė o persino da tvãrtas, entrato attraverso la lingua letteraria. Il lit. kūginys nel significato di «edificio destinato a custodire il bestiame» si trova già nella Postilla di M. Daukša. Cfr.: «…e che cosa di più malvagio: le case di Dio sono davvero diventate vostri kūginys…», DP, 412. «…in una kaniūkštė o in un kūginys di legno rovesciato…», DP, 534. Il fatto che la parola kūginys si trovi nella Postilla di M. Daukša indicherebbe inoltre che in passato questa parola era usata più ampiamente. Anche l’origine del lit. kūginys non lascia dubbi: è da mettere in relazione con il lit. kūgis «grande mucchio o covone di fieno, paglia o altro; piccolo mucchio di fieno o di cereali estivi rastrellati; catasta, pila di legna» (LKŽd., VI, 775–6); per il significato, cfr. il lettone gubenis. 81 L’autore si è avvalso dei materiali preparati da E. Grinaveckienė. 82 EM, II, p. 402; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 302; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 330. 48 «fienile (per paglia, fieno); annesso alla capanna per l’essiccazione»: lett. guba, lit. gubà e forse anche lit. pūnė: lit. pūnė «estremità vuota dell’uovo», lett. puns «bozzo, protuberanza, ascesso»83. Lit. abārēs In una determinata zona della Lituania centrale, approssimativamente tra Dotnuva e Kražiai (Kiaunoriai, Kubiliai, Kušleikiai, Tytuvėnai), è in uso il nome abārės per «edificio destinato a ospitare il bestiame»; si riscontrano anche le forme abārai (Krakės, Pakražantis), abārios, abāros, abariškas (Merkinė), LKŽd., I(2), 2–3. Questo nome non forma un’area compatta, ma è usato per lo più accanto ad altri nomi della stalla. Inoltre, di norma designa una stalla di grandi dimensioni. Qua e là queste parole sono state registrate anche in località al di fuori dell’area da noi indicata (Garliava, Liškiava, LKŽd., I(2), 2). Oltre al significato di «edificio destinato a ospitare il bestiame», queste parole sono usate con i significati di «aia, cortile» (abarà, ābaras) e «grande fienile» (abārės) (LKŽd., I, (2), 2)84. La fonte del lit. abārės e delle altre forme di questa parola è il pol. obora «edificio per il bestiame bovino; cortile; spazio antistante la stalla o la scuderia per bovini o cavalli»85. Il pol. obora ha corrispondenti anche in altre lingue slave; cfr. rus. обора «recinto, recinto per il bestiame», обвора (В. Даль, Сл., II, 585), bulg. обор «stalla», serbocroato обор «recinto, recinto per il bestiame, cortile presso la casa», slov. obor «recinto», ceco obora. Inoltre, queste parole sono da collegare all’antico rus. воръ «recinto», al rus. вергать «infilare, introdurre qualcosa, nascondere, seppellire; scavare, frugare» (В. Даль Сл., I, 178), all’antico slavo върети «infilare», al pol. wrzeć «chiudere» e al ceco otevriti «aprire». Anche il lit. vērti86 appartiene alla stessa radice indoeuropea. Lett. klēvs Lat. klēvs è usato con il significato di «edificio per tenere il bestiame» nella parte orientale della Lettonia, in Latgallia (Balvi, Daugavpils, Ilūkste, Kārsava, Krāslava, Preiļi, Rēzekne, Viļāni, Zilupe). Accanto alla forma klēvs si incontra occasionalmente anche la forma klāvs (Atašiene, Līvāni, Pilda, Pruodi). Il nome di stalla di questa radice è usato in modo molto circoscritto nella suddetta parte della Lettonia: solo nella parte più occidentale di quest’area è talvolta usato accanto al nome kūts (risp. kūte), mentre nella parte sud-occidentale (nei dintorni di Līvāni, Subate, Viesīte), accanto a klēvs si trova non solo kūts (risp. kūte), ma anche stallis. Il nome della stalla derivato da questa radice si trova già nei più antichi testi in lettone. Tuttavia, vi è usata non la forma in -o, bensì quella in -ā klēva. Cfr.: „Stall, Stallis, Kuhts, Wallh. Seelb… Klähwa“, G. Mancelis, Lettus, 173. „Ochsenstall, Wehrsckuhts, klähwa, Wallh.“, G. Mancelis, Lettus, 134. „Kuhts (klähwa) ein Stall“, J. Langija Vrd., 125. Nel dizionario del 1761 di G. F. Stender, il lett. klahwa è caratterizzato come parola dell’alto lettone. 83 K. Būga, Scritti scelti, II, p. 525–526. 84 K. Būga, Scritti scelti, III, p. 284–285. 85 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 66; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1. 86 A. Brückner, Sl. et., p. 371; M. Vasmer, Et. Wb., I, 184; II, 243; V. Machek, Et. sl., p. 332; K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 285. 4. Iš lietuvių leksikologijos ir leksikografijos 49 Le forme klahws, klehws sono registrate nel dizionario pubblicato da K. Ulmanis nel 187287. Il riferimento di G. Mancel a Wallh. (=Wallhof, in lettone Valle, in seguito Taurkalnė (a est di Jaunjelgava) indicherebbe che in passato l’area di diffusione del nome della stalla con questa radice si estendeva un po’ più a ovest rispetto a quella attuale. Nel lettone di Nereta klėvs è attestato anche con il significato di «aia di trebbiatura (kluons)» (EH, I, 616). Questo nome della stalla è entrato in lettone dalle lingue slave; cfr. russo хлеб, bielorusso хлебу, genitivo хлява, ucraino хлів, polacco chlew, ecc. È difficile dire da quale lingua slava i lettoni abbiano preso questa parola. J. Endzelīns ritiene che la fonte sia il russo хлеб. Anche l’origine di questo nome della stalla nelle stesse lingue slave è piuttosto oscura. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi ritiene che gli slavi abbiano preso questa parola dai Goti; cfr. gotico hlaiw «Grab, Höhle»89. Come si vede, i significati delle parole gotiche e slave differiscono notevolmente. Il significato originario della parola nelle lingue slave potrebbe essere stato «grotta, abitazione sotterranea». Nelle lingue baltiche troviamo numerosi nomi specifici di stalle, destinati a singole specie di animali. Stalle per cavalli Lituano arklidė (Gaižūnai, Gudaičiai, Kriaušiškiai, Kriukai, Žagarė; dalla lingua letteraria si è diffuso anche in altri dialetti lituani), arklūdė (parola non attestata da nessuna parte nella lingua parlata; cfr. LKŽd., I (2), 307, formata sul modello della parola pelūdė), arklinis (Dūkštas, Kazitiškis, Luodžiai, Šešuolėliai), arklinė (Alanta, Antalieptė, Ažytėnai, Daugailiai, Dubingiai, Giedraičiai, Lyduokiai, Skudutiškis, Šašuoliai, Videniškis, Želva), arkliniñkas (Alsėdžiai, Budriai, Girdiškė, Kaltinėnai, Lauko Soda, Pakražantis, Skuodas, Šakiai, Tirkšliai, Varduva), arklinýkas (Alovė, Barzdai, Butrimonys, Daugai, Kuršiai, Marijampolis, Mauručiai, Medeišiai, Nedingė, Nemaniūnai, Rimšė, Tverečius, Varėna, Žagarai), arklinýkė (Kruonis, Liškiava, Mašnyčia, Panošiškis, Pašlavantis, Savilionys, Šklėriai, Valkininkai, Vydeniai), cfr. anche LKŽd., I (2), 305–7): lituano arklỹs90. Lituano arkliatvartis (Lazdijai, LKŽd., I (2), 305) < arklỹs + tvártas. Liet. stainia (parola usata in quasi tutti i dialetti lituani), stainė (Aukštadvaris, Daugėliškis, Eriškiai, Girkalnis, Gražiškiai, Kurtuvėnai, Pabaiskas, Raguva, Ramygala, Tytuvėnai, Troškūnai, Užventis, Venpriai), stainis (Gaižūnai), staininė (Kražiai, Sereikonai) < pol. stajnia ‘scuderia’91. Lituano stonia (Alunta, Garliava, Jurbarkas, Kalvarija, Kamajai, Kapsukas, Liudvinavas, Pandelys, Rokiškis, Švėdasai, Šalčininkai) deriva da una forma più antica della parola polacca stania92. Il polacco stania è una parola di origine polacca, connessa al verbo stać «stare in piedi»93. Nei monumenti della lingua lituana della Prussia orientale si trova la forma stonė. Cfr.: 87 D. Zemzare, Latviešu vārdnīcas, p. 439. 88 EM, II, p. 225. 89 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 245–246; F. Sławski, Sl. et., I, p. 66. 90 Per indicare la distribuzione geografica delle parole, è stato utilizzato il materiale dell’Atlante della lingua lituana preparato da B. Vanagienė. 91 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 136; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 892. 92 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 912; S. Reczek, Podręczny słownik dawnej polszczyzny, Wrocław–Warszawa–Kraków, 1968, p. 469. 93 A. Brückner, Sl. et., p. 512, 513. 50 «Stónė, ės, f. stalla coperta», P. Ruhig, Lex., I, 142. «Stalla per cavalli, coperta, Stónė, ės. f.», P. Ruhig, Lex., II, 277. «Stalla per cavalli, coperta, Stónė, ės, f.», Chr. Mielcke, Wb., II, 370. Probabilmente anche nelle canzoni pubblicate da L. Rėza si trova una forma con tema in ė: «Dūsu Stonę kloti, Beram mano Žirgáczui» (Registrato nei dintorni di Isrutis)94. Nel dizionario di M. Nyderman, A. Sen, F. Brender e A. Salys si trova la forma staunià (Wb., IV, 93). Questa forma non è attestata nello schedario del Dizionario accademico della lingua lituana, ma vi è attestato l'aggettivo staũnas «ben nutrito, destinato al viaggio (riferito a un cavallo)» (Debeikiai); cfr. il lituano staininis: stainia, stóninis: stonia, che dimostrerebbe che la forma staunià è un dato linguistico attendibile. Il lituano strãje nel significato di «stalla per cavalli» si trova nei documenti della lingua lituana della Prussia orientale. Vi sono attestate diverse forme di questa parola. Cfr.: «Straja, ós, f. la lettiera, la paglia da lettiera (Ragnit); poi anche la stalla, soprattutto la stalla per cavalli (frequente nelle Dainos). Cfr. Sztrajus.» Straje, ės, f. lo stesso (Ragnit). Strajus, aus, m. lo stesso. Strajélė, ės, f. dim. lo stesso. Strajùžė, ės. f. Dim. idem. Strajininkas, o, m. garzone di stalla, stalliere; un cavallo da stalla», G. H. F. Nesselmann, Wb., 505. «strāja, -os, sost. f. una stalla per cavalli con pavimento di assi e cosparsa di paglia da lettiera», F. Kurschat, Wb., 407. Nei canti popolari lituani pubblicati da V. Kalvaitis troviamo anche la forma stragelė (registrata nei dintorni di Ska...)95. Una forma di questa parola con -g- si trova anche nel dizionario di Chr. G. Mielcke, alla voce stragininkas: «Cavallo da stalla, Arklys Stóninink's, Straginink's», Chr. G. Mielcke, Wb., II, 450. Si riscontrano anche forme di questo nome della stalla per cavalli con št- iniziale. Cfr.: «Alzati, babbo, alzati, vecchio, Dammi la chiave dello št rejaus… Sono entrato nello št rejeli, Mi sono appoggiato al cavallino» (canto popolare lituano registrato nella regione di Klaipėda)96. Come vediamo, in questi esempi è cambiato anche il vocalismo della radice. La forma strėja è attestata anche nel dizionario di M. Nyderman, A. Sen, F. Brender e A. Salys (Wb., IV, 116). 94 L. Rėza, Lietuvių liaudies dainos, I, Vilnius, 1958, p. 226; V. Kalvaitis, Prūsijos Lietuvių dainos, Tilžė, 1905, p. 296. V. Kalvaitis, Canti dei lituani di Prussia, p. 13.95 96 Tautosakos darbai, VII, Kaunas, 1940, p. 34. 4* 51 Sull’origine del lituano strājē esistono due opinioni. Già J. Šmitas97 e P. Personas98 (pur con qualche dubbio) consideravano il lituano strāja una parola autoctona, collegandola alle parole della radice indoeuropea *ster-, *steru-: *streu- ‘stendere, spargere’, cfr. scr. strṇāti ‘sparge, cosparge; getta, abbatte’, lat. sternō, -ere ‘spargere, stendere; abbattere’, slavo ecclesiastico prostrěti ‘stendere’, rus. споръ ‘ordine’ e altre. Anche nei dizionari etimologici di M. Fasmer99, J. Pokorny100 e A. Walde l’origine del lituano strājē è spiegata in questo modo (in verità, nella seconda edizione del dizionario di A. Walde, sulla base di una lettera di H. Hirt, si indica che il lituano strāja potrebbe essere anche un germanismo)101. Una simile spiegazione dell’origine del lituano strājē è, senza dubbio, errata. Era già stata criticata in modo sufficientemente fondato da K. Būga nelle note e nelle aggiunte al dizionario etimologico della lingua russa di A. Preobraženskij. Tuttavia, il lavoro di K. Būga fu pubblicato soltanto nel 1959, perciò fino ad allora gli studiosi non poterono avvalersene. Come osservò giustamente K. Būga102, chi legge attentamente la spiegazione del lituano strājē nel dizionario di F. Nesselmann non lo confronterà con lo slavo strojiti e con altre parole. In effetti, la spiegazione di questa parola nei dizionari di F. Nesselmann e F. Kurschat ne illustra l’evoluzione semantica e l’origine. La fonte del lituano strājē è dunque il ted. Streu ‘lettiera’, cfr. le forme della parola nelle varietà tedesche della Prussia orientale štraie, štrei103. In lituano, l’evoluzione semantica di questo prestito è stata la seguente: ‘lettiera, paglia da lettiera’ → ‘stalla cosparsa di lettiera’ → ‘stalla per cavalli’. Che il lituano strājē derivi dal tedesco è dimostrato anche dalle forme parallele già menzionate, strāgē, štrajus104. Questa ipotesi è confermata anche dalla distribuzione geografica della parola: questo vocabolo lituano si trova soltanto nei testi lituani della Prussia orientale e nel folclore lituano di questa regione e dei dintorni di Klaipėda. K. Būga osserva che la forma strāja è impossibile in lituano: la forma riportata nel dizionario di F. Kurschat è soltanto una resa grafica, non fonetica, della parola, poiché nel dialetto di Kurschat strājē > strājē, mentre in luogo della -e finale atona egli scrive abbastanza spesso -ia. L’origine del lituano strāja, štraja, štrajus ‘Streu’ era già stata indicata correttamente da K. Alminauskis105. Anche nel dizionario di E. Frenkelis si tende a considerare il lituano strāja un germanismo. Tra le altre cose, vi si adduce l’argomento che questa parola non ricorre nelle lingue slave nel significato di ‘lettiera’106. Il ted. Streu ‘lettiera’ è da collegare al verbo streuen ‘versare, spargere, cospargere di lettiera’107, a sua volta affine al scr. strṇāti e ad altre parole di questo gruppo. In lettone troviamo le parole streija, pl. streijas ‘la lettiera (per cavalli e bestiame)’, streijāt ‘spargere, cospargere, stendere la lettiera’, strejāt (EM, III, 1085; EH, 97 Joh. Schmidt, Zur Geschichte des indogermanischen Vokalismus, II, Weimar, 1875, p. 258. 98 P. Persson, Beiträge zur indogermanischen Wortforschung, Uppsala, 1912, p. 787. 99 M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 29. 100 J. Pokorny, Et. Wb., p. 1030. 101 A. Walde, Et. Wb., II, p. 590–591. 102 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 606. 103 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 137, 138. 104 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 606. 105 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 120, 137, 138. 106 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 917. 107 F. Kluge, Et. Wb., p. 758. 52 II, 586), la cui fonte è il basso tedesco settentrionale strei, streu «ogni sorta di rifiuti», strei(g)en «spargere»¹⁰⁸. Tuttavia, con il significato di stalla per cavalli, il lettone streja non è usato. Lituano kaniušnia (Miežionys, Vigutėnai, Zarasai), kaniukštė (Aukštadvaris, Jotainiai, Ramygala); questo nome della stalla per cavalli è attestato piuttosto diffusamente anche nei nostri antichi scritti: kaniukšlė (DP, 39), kaniukšne (MP, 202), kaniukštė (MP, 375; DP, 373, 534), cfr. LKŽd., V, 210). La forma kaniukšne si trova anche nella prima edizione del dizionario di K. Sirvydas: «Staynia, stabulum, equile, bouile, kaniukšne», Dic., 175. Nella terza edizione del dizionario di K. Sirvydas è usata la forma kaniušne (Dic., 422). Questo nome della stalla per cavalli è entrato in lituano dallo slavo; cfr. bielorusso канюшня, russo конюшня, polacco koniusznia. I lituani lo hanno probabilmente preso in prestito dal bielorusso¹⁰⁹. Le forme con -k- epentetica sono sorte già nel contesto della lingua lituana. Nei dialetti lituani la k viene inserita sporadicamente piuttosto spesso tra una vocale (dittongo) e s o š, soprattutto se dopo queste segue una consonante¹¹⁰. Nel lituano è sorta anche la forma kaniukšlė; cfr. lituano šermukšlė accanto a šermukšnė, šermukšnis, krūmokšlis accanto a krūmokšnis, ecc.¹¹¹ Lituano kaniukšlė (Notėnai, Židikai), kaniukštis (Gudeliai) sono usati anche con il significato di porcile (LKŽd., V, 210). Lettone zirgstallis (EM, IV, 727) < zirgs «cavallo» + stallis. Lettone zirgsklēvs (EH, II, 808) < zirgs+klēvs. In lettone, come abbiamo detto, per indicare la stalla per cavalli si usa spesso la parola stallis. Stalle per maiali Lituano kiaulidė (Aukštadvaris, Dotnuva, Kėdainiai, Nemajūnai, Pabiržė, Pakruojis, Saločiai, Šeduva, Šilalė, Šiluva, Švėkšna, Utena, Žagarė; diffuso piuttosto ampiamente anche in altri dialetti a partire dalla lingua letteraria), kiaulininkas (Alsėdžiai, Girkalnis, Kelmė, Kražiai, Kriukai, Kudirkos Naumiestis, Kuršėnai, Kvėdarna, Lieporiai, Papilė, Raudonė, Rietavas, Salantai, Sintautai, Skuodas, Šakiai, Šakyna, Tirkšliai, Užventis, Vegeriai, Veiviržėnai, Viduklė); si incontra anche la forma kiaūlininkas; kiaulinýkas (Alytus, Alksnėnai, Alvitas, Barzdai, Garliava, Igliauka, Jieznas, Kalvarija, Kapsukas, Kazlų Rūda, Lekėčiai, Liubavas, Mauručiai, Medeišiai, Pilviškiai, Rudamina, Rumšiškės, Skriaudžiai, Tverečius, Vilkaviškis); si usa anche la forma kiaulinýkas; kiaulinis (Balčiai, Dūkštas, Inturkė, Kazitiškis, Puvočiai, Širvintos, Videniškis), e si usa anche la forma kiaūlinis; kiaulinys (Minkūnai, Molėtai, Vilūčiai); kiaulinė (Balninkai, Dūkštas, Giedraičiai, Markutiškiai, Okainiai, Skudutiškis, Šimonys), kiaulinėčius (Antalieptė, Dubičiai, Kaniava, Paditvys, Pelesa, Plikiai, Rudnia, Vydeniai, Zarasai); kiaulinýčia (Kapsukas, Parovėja), si incontra anche la forma kiaulinýčia; kiaulynas (LKŽd., V, 696), kiaulinės ‘stalle per maiali’ (LKŽd., V, 696; cfr. LKŽd., V, 695–7): lituano kiaulė. Lituano migis (Aukštadvaris, Ažytenai, Čiobiškis, Daugėliškis, Eriškiai, Kulva, Okainiai, Palomenė, Pašušvys, Surviliškis, Šlapaberžė, Vepriai, Žeimys), talvolta in queste località si incontra anche la forma ¹⁰⁸ J. Sehwers, Sprachlich - kulturhistorische Untersuchungen, p. 123. ¹⁰⁹ P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Altlitauischen, p. 95. ¹¹⁰ Z. Zinkevičius, Lietuvių dialektologija, p. 194–195; J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, I, p. 383–384. ¹¹¹ P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 293. 53 in queste località si incontra talvolta anche la forma migys; migelis (Gelvonai, Pociūnėliai, Pašušvys, Siesikai): lituano migoti, cfr. migis ‘giaciglio di un animale’. Da quest’ultimo significato si è sviluppato quello di stalla per maiali. Lituano namėlis (Aukštadvaris): lituano namas. Lituano namas, come abbiamo visto, si usa anche nel significato di stalla. Lituano svinárnykas (Šklėriai, Vievis, Žietela) < bielorusso свінарнік; cfr. anche russo свинарник: свинья ‘maiale’. Lituano kiaulmigys (Alanta, Anykščiai, Dusetos, Gražiškiai, Karsakiškis, Krakės, Krekenava, Musninkai, Pabaiskas, Panevėžys, Pociūnėliai, Raguva, Siesikai, Sodeliai, Šašuoliai, Želva); si usano anche le forme kiaūliamigis, kiāulamagis, kiāūmigis (LKŽd., V, 688, 693, 701) < kiaulė+migis. Lituano kiaūlatvartis (LKŽd., V, 688), kiaulėtvartis (LKŽd., V, 691), kiauliatvartis (LKŽd., V, 695), kiaūltvartis (LKŽd., V, 701), keltvartis (LKŽd., V, 552) < kiaulė+tvartas. Lituano kiaulākūtė (Šatės, LKŽd., V, 688) < kiaulė+kūtė Lituano kiaūliagurbis (Dusetos, LKŽd., V, 693) < kiaulė+gurbas. Lituano kiaūlstaldis (LKŽd., V, 700) < kiaulė+staldas. Lettone cūkkūts (EM, I, 398; EH, I, 281) < cūka ‘maiale’+kūts. Lett. cūkklevs (EH, I, 281) < cūka+klēvs. Lett. cūkstallis (EH, I, 281) < cūka+stallis. La denominazione della stalla per i maiali è attestata anche nei monumenti dell’antico prussiano: Seweynis Sewstal (parola 229 del vocabolario di Elbing)112. Il prussiano seweynis, non è chiaro in che misura questa grafia corrisponda alla forma effettiva della parola prussiana; va collegato alle denominazioni corrispondenti del maiale nelle lingue baltiche, cfr. il prussiano swintian, il lettone suvens, sivens113. Stalle per le pecore Lett. avidė (Derveliai, Gadūnavas, Gaižūnai, Kėdainiai, Kietaviškės, Kupiškis, Raginėnai, Surviliškis, Svobiškis; dalla lingua letteraria questa parola è penetrata anche in altri dialetti e, infine, anche nelle località qui indicate, avidė potrebbe non essere sempre un dato linguistico antico), aviniūkas (Alsėdžiai, Barčiai, Drobūkščiai, Dubičiai, Girdžiai, Lauko Soda, Laužai, Pakražantis, Rėkščiai, Sintautai, Skirpsčiai, Slavikai, Šiauduva, Varduva), avinykas (Dailidės, Mauručiai, Miežionys, Onuškis, Palomenė, Pavinkšniai, Rimšė, Sekonys, Tverečius), avinykė (Birštonas, Butrimonys, Čiobiškis, Darsūniškis, Daukšiai, Igliauka, Kalvarija, Kapčiamiestis, Kruonis, Liškiava, Marijampolis, Nauja Ūta, Paparčiai, Pašlavantis, Simnas, Vievis), avinė (Armališkės, Kaniava, Širvintos), avikinė (Giedraičiai, Minkūnai, Musninkai, Naujamiestis, Pagiriai, Šašuoliai, Vaiskūnai, Žeimelis), avikinis (Radžiūnai, Raguva), avikė (Darsiškiai, Kableliai, Lukštai), avėlinis (Dūkštas, Želva), avinyčia (Alksnėnai, Dotnuva, Juknaičiai, Smalininkai); cfr. inoltre LKŽd., I (2), 523, 525, 527, 528): lett. avis. Lett. jāuja (Lazūnai, LKŽd., IV, 299): lett. jāuja «edificio per essiccare e pestare il lino». 112 Monumenti della lingua prussiana, p. 63. 113 A. Sabaliauskas, LKK, X, p. 171–172. 54 Lituano avītvartis (Kaniava, LKŽd., I(2), 530) < avis + tvārtas. Lat. āitstallis (EH, I, 5) < āita «pecora» + stallis. Lat. avikūts (EH, I, 190) < avs «pecora» + kūts. Stalle per le vacche Liet. karvidė (Gaižūnai, Kapčiūnai, Lieporiai, Lukošaičiai, Nairiai, Noriūnai, Rūdupiai, Salamiestis, Sodeliai, Telšiai; dalla lingua letteraria questa parola è passata anche in vari altri dialetti lituani. Inoltre, anche nelle località qui indicate karvidė può talvolta essere una parola comparsa del tutto di recente), karvini̇ṅkas (Alsėdžiai, Eidżiotai, Salantai, Skripščiai, Vardūva), karvinẏkas (Biržiniškė, Mauručiai, Medeišiai, Rimšė, Sekonys, Tverėčius, Vištytis), karvini̇ṅkė (Ratnyčia, LKŽd., V, 357), karvinis (Kazitiškis, Luodžiai), karvinỹs (Molėtai, LKŽd., V, 358; cfr. anche LKŽd., V, 357–8): liet. kárvė. Liet. bandini̇ṅkas (Drobūkščiai; cfr. anche LKŽd., I(2), 640): liet. bandà. Liet. galvijinė (Joniškis), galvininkas «stalla per il bestiame» (LKŽd., III, 84): liet. galvijas. Liet. gyvulini̇ṅkas (Šakiai): liet. gyvulỹs. Con il significato di «stalle della tenuta» si usava anche il lit. abārės (Kaunatava, Pakšteliai, Papilė, Raudėnai). Liet. jautidė «stalla per i buoi» (LKŽd., IV, 323), jautini̇ṅkas «stalla per il bestiame; stalla per i buoi» (LKŽd., IV, 324), jautinyčia (LKŽd., IV, 324): liet. jautis. Liet. veršidė «stalla per i vitelli» (Laukuva, Utena, probabilmente parola di recente formazione), veršini̇ṅkas (Kurtuvėnai, Skripščiai): liet. veršis. Lituano kárviatvartis (Ratnyčia, LKŽd., V, 357) < kárvė + tvārtas. Lat. gùovskūts (EM, I, 693) < gùovs «vacca» + kūts. Lettone gùovstallis (EH, I, 424) < gùovs + stallis. Confrontando le denominazioni lituane delle stalle specializzate con le corrispondenti denominazioni lettoni, colpisce la grande varietà dei nomi lituani. In lettone non troviamo denominazioni con una formazione come quelle lituane del tipo -idė, -inin-kas. In lettone sono soprattutto diffuse denominazioni composte: aitu kūts, guovju kūts, teļu kūts, cūkkūts, zirgu kūts (accanto a stallis). In lituano, invece, le denominazioni di questo tipo di formazione sono molto meno frequenti. Nei dialetti lituani si sono recentemente diffuse ampiamente le denominazioni del tipo -idė. Giunte dalla lingua letteraria insieme con il sistema dei kolchoz, esse stanno soppiantando le denominazioni di diversa formazione usate in precedenza. * * * In generale, in lituano e in lettone troviamo un numero considerevole di denominazioni per gli edifici destinati a ospitare il bestiame. Alcune di queste denominazioni sono usate sia in lituano sia in lettone. Accanto alle parole di origine autoctona compaiono anche prestiti dalle lingue slave vicine e dal tedesco. 55 DENOMINAZIONI DEGLI STRUMENTI PER GUIDARE IL BESTIAME Nella terminologia zootecnica delle lingue baltiche è possibile distinguere come gruppo semantico autonomo le denominazioni degli strumenti per guidare o percuotere il bestiame. Questi strumenti sono senza dubbio molto antichi: comparvero insieme allo sviluppo di un allevamento più intensivo, quando l’uomo cominciò a pascolare gli animali e a impiegarli per diversi lavori. Tuttavia, le denominazioni specifiche degli strumenti per guidare il bestiame nelle lingue baltiche sono parole di origine relativamente recente e, inoltre, sono per lo più prestiti dalle popolazioni vicine, presso le quali spesso erano giunte a loro volta da regioni più lontane, dedite a un allevamento intensivo. Naturalmente esistono anche parole di origine propria, usate in ambiti più o meno ampi, ma anch’esse sono formazioni relativamente recenti. Le lingue indoeuropee non possiedono una terminologia più generale in questo settore. Si sottolinea di solito che le lingue slave si distinguono per una terminologia particolarmente ricca in questo ambito1. Una parte considerevole delle denominazioni degli strumenti per guidare il bestiame è passata dalle lingue slave anche a quelle baltiche. Lituano botāgas, lettone pātaga ecc. Si ritiene che gli antichi indoeuropei inizialmente guidassero il bestiame pungendolo con apposite bacchette e che solo in seguito, attraverso i popoli orientali, venissero a conoscere la frusta2. I baltici conobbero questo strumento attraverso gli slavi. Lo dimostrano chiaramente i dati linguistici. Lituano botāgas strumento per guidare il bestiame; frusta (con una correggia; correggia con manico)3 (LKŽd., I(2), 976 – 7) è attestato già nei primissimi monumenti della lingua lituana, negli scritti di M. Mažvydas, M. Daukša, K. Širvydas e altri. Cfr.: «Con le fruste lo percossero...», Mž, 443. «...e lo percuote come con fruste, con lingue maleodoranti... Poiché le sue fruste sono i nostri peccati...», DP, 105. «...tra loro c’erano corde, catene, fruste, verghe...», SP, II, 163. «nahayka, scutica, flagellum, mastix. frusta», C. Szyrwid, Dic. (edizione del 1629), 86. «E, fatta una frusta di cinghie...», Ch 1, II, 150. Accanto alla forma botagas, negli scritti antichi si trova anche la forma batagas. Cfr.: «korbácz, scutica. flagrum, flagellum, mastix. batagas», C. Szyrwid, Dic. (edizione del 1629), 60. «...fruste robuste», WP, 21. Nei dialetti lituani e in vari monumenti scritti si trovano anche altre forme di questa denominazione della frusta: botēgas (LKŽd., I(2), 978), botaga (LKŽd., I(2), 976; attestato nel «Clavis Germanico-Lithvana», nel dizionario di D. Sutkevičius), botas (LKŽd., I(2), 978; parola ricostruita da F. Nesselmann a partire dalla forma botkotis, considerando botkotis < come botas + kotas). Nel dialetto samogitico è ampiamente usata questa denominazione con v- iniziale, cfr. votāgas (Kuršėnai, Pagėgiai, Raudėnai, Viekšniai, Žarėnai, Židikai), votēgas (Girdiškė, Kalnalis, Salantai, Smilgiai, Šilalė; scritti di M. Valančius e S. Daukantas). Le forme con v- sono più recenti e si sono sviluppate sul suolo stesso della lingua lituana. Talvolta tali forme compaiono anche in monumenti scritti più antichi: 1 O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, II, Berlin, 1929, p. 154. 2 O. Schrader, ibidem, II, p. 154. 56 «Daug ir wotągu ant žmoniu grieβnuj...», KN, 36³. Per l’alternanza v: b, cfr. lit. bėbras: vėbras, byškupas: vyškupas, vėlybas: vėlyvas ecc.⁴ Probabilmente non si dovrebbe collegare il lit. botāgas al lit. botarainis «frusta lunga» (LKŽd., I(2), 978; attestato negli scritti di Žemaitė); cfr. botarainis «storto, nodoso, rugoso, attorcigliato» (Skuodas; LKŽd., I(2), 978). Un esempio come Tavo lazda tikra botarainė potrebbe forse indicare che anche negli scritti di Žemaitė botarainis è usato nel senso non di «frusta», bensì di «un qualche bastone» (cfr. la frase di Žemaitė citata nel dizionario: O aš — akloji švaistau botarainiu šunis, net kaukdamį į šalis sklinda). Cfr. inoltre il žem. bōteris «grande, grosso», bōterinis, bōterainas, bōterainis (LKŽd., I(2), 978), ai quali si potrebbero collegare le parole menzionate sopra. Il lit. bataška «frusta di vimini, verga, bacchetta; una frusta di questo tipo; bastone» (LKŽd., I(2), 683) andrebbe fatto derivare direttamente dal pol. batożek, forma diminutiva di batog «frusta» (J. Karlowicz, A. Kryński W. Niedźwiedzki, Sł, I, 105); cfr. inoltre il pol. batożkować «frustare con batożki», da cui probabilmente deriva anche il lit. bataškuoti «picchiare, colpire con una bataška». La fonte del lit. botāgas è il bielorusso батога⁵. Anche alcune altre lingue slave hanno un nome simile per la frusta: ucr. батіг «frusta», батяг, pol. batog «frusta corta», ceco batoh «frusta», rus. батог «bastone», dial. потог, antico russo batogъ⁶. Il modo in cui questa parola è comparsa nelle lingue slave non è affatto chiaro. Alcuni studiosi la considerano un prestito, indicando come fonte ora il turco budak «ramo», il tataro di Kazan’ botak, ora l’italiano batacchio «bastone»; altri la ritengono una parola di origine slava, collegandola allo slavo bat «bastone, bastone di quercia», batati «battere, picchiare» (cfr. rus. ботать⁷). La prima ipotesi (prestito dalle lingue turco-tatare) è meno plausibile per ragioni fonetiche, benché in generale la storia dell’allevamento la avvalori. La seconda ipotesi, invece, conta più sostenitori. Dalle lingue slave questo nome della frusta è passato anche al lettone: Lett. pātaga «la frusta», pātega, pātega (EM, III, 190, 191; EH, II, 217), pātags (EH, II, 217), pārtaga (EM, III, 182; EH, II, 214). Come si vede, gli esempi lettoni differiscono da quelli lituani per il consonantismo iniziale della parola. J. Endzelynas⁸ era propenso a ritenere che lo slavo batogъ fosse stato modificato da estoni o livoni assimilati alla lingua lettone. In effetti, l’alternanza b: p è molto caratteristica del lettone. Se ne cerca di spiegare le cause proprio con l’influsso delle lingue finniche baltiche⁹. La forma pārtaga è già una formazione lettone. L’inserzione della consonante -r- tra una vocale lunga (o i dittonghi ie, uo) e una consonante è un fenomeno abbastanza frequente nei dialetti lettoni, soprattutto nei prestiti; cfr. lett. kārkis: kākis «l’uncino» (EM, II, 196), lett. mērtelis: mētels «il mantello» (EM, II, 620), lett. pērlis: pēlis «il piumaccio» (EM, III, 209), lett. stērķis: stēķis «il pesce ragno» (EM, III, 1063), ecc.¹⁰ ³ P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Altlitauischen, p. 240. ⁴ J. Otrębski, Gramatyka języka litewskiego, I, p. 326. ⁵ P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Altlitauischen, p. 45; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 53. ⁶ M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 62. ⁷ F. Slawski, Sł. Et., I, p. 28; A. Brückner, Sł. et., p. 18; H. M. Шанский, Эт. сл., I, p. 56. ⁸ EM, III, p. 190. ⁹ V. Kiparsky, Scando-slavica, 14, p. 73–97. ¹⁰ J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 237–238; M. Rudzīte, Latviešu dialektoloģija, Rīgā, 1964, p. 100–101, 194, 313–314. 57 Lituano bižūnas, lettone bižūne Liet. bižūnas «frusta con manico corto, intrecciata con strisce di cuoio o cordicelle; staffile» (LKŽd., I(2), 871), anche bižūnas è di origine slava (le forme bišūnas, bežūnas menzionate da E. Frenkel (Et. Wb., 45) non sono attestazioni affidabili del lituano). La sua fonte andrebbe considerata il pol. bizun oppure il bielor. бізун11. Non è ancora stato chiarito definitivamente come una parola del genere sia comparsa in queste lingue slave. A. Brückner12 sosteneva che il pol. bizun (indica anche la forma bizon) derivasse dall’ungh. bizony «ebbene, certo, davvero»: così, a quanto pare, gridava chi veniva percosso o chi percuoteva. Una parola del genere sarebbe entrata in polacco attraverso gli slovacchi d’Ungheria, al servizio dei signori lituani e polacchi nei secoli XVII–XVIII. Come parallelo semantico per una simile origine del pol. bizun, A. Brückner cita l’origine del pol. harapnik (cfr. il lit. rāpninkas). Altri studiosi propendono per ritenere che la fonte del pol. bizun sia il lat. mediev. bison «bisonte» (gr. βίσων), cfr. il lat. taurus «toro»: lat. taureus «cinghia di cuoio». È stata inoltre avanzata l’ipotesi che la fonte della parola polacca in questione sia il turco biston, una frusta con cui i monaci musulmani mendicanti si percuotevano per suscitare compassione13. Tutte le etimologie sono dubbie. Tuttavia, forse la più convincente è la spiegazione di A. Brückner. È quella seguita anche nel nuovo dizionario accademico della lingua polacca14. Il lat. bižūne «der Schlägel, Stock zum Schlagen», bizuns «lunkans sitams rīks», bizuons «Knüttel, Zigeunerpeitsche» ha anch’esso come fonte il polacco o il bielorusso, oppure persino un dialetto della vicina lingua russa (EM, I, 303). Nei canti popolari lettoni si trova anche la forma bizuls «da lanciare, da scagliare» (EH, I, 222), probabilmente rielaborata da bizuns. Al lat. bizuns, bizuls andrebbe probabilmente collegato anche il lat. bizuns «uno che se ne va in giro senza lavorare, spingendo però gli altri a lavorare» (nasājas kai bizuns aplīk, nikā nestrādā, EH, I, 222); oppure forse anche il lat. bizulis «persona che vaga in giro» (EM, I, 302; EH, 222), distinguendo quest’ultimo dal lat. bizulis «bestiame che si agita»: lat. biz̄uot «agitarsi (in particolare del bestiame), vagare, correre». Per la semantica, cfr. il significato del lit. bižūnas (Vaikšto kaip bižūnas, darbo nenusitverdamas, LKŽd., I(2), 871). Lituano dāndaras, lettone dāndala Liet. dāndaras ‘frusta (con molti nodi)’ (LKŽd., II, 171); la sua distribuzione geografica (Joniškis, Šakyna) indicherebbe che è entrato in lituano dal lettone. In effetti, la fonetica della parola indicherebbe che si tratta piuttosto di una parola lituana che lettone; tuttavia, in lituano è del tutto isolata, mentre in lettone esistono diverse sue varianti e altre parole della stessa radice. Lat. dāndala ‘una frusta da zingari’, danda, dandara ‘una frusta da zingari, la frusta’ (EM, I, 437), dāndele ‘la frusta da zingari’ (EH, I, 306); cfr. inoltre il lettone dandalāties ‘sventolare una frusta’, dandalhot ‘colpire con la frusta da zingari’ (EM, I, 437), dāndēlet (EH, I, 306). 11 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 45; A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 72. 12 A. Brückner, Sł. et., p. 28. 13 J. Karłowicz, A. Kryński i W. Niedźwiedzki, Sł., I, p. 160; Lietuviškoji enciklopedija, III, Kaunas, 1935, skilt. 1361. 14 W. Doroszewski (red.), Słownik języka polskiego, I, Warszawa, 1958, p. 539. 58 A queste parole lettoni va collegato anche il lett. dañdala ‘una verga lunga, piuttosto spessa e liscia; un bambino indisciplinato e irrequieto (riferito solo raramente agli adulti), anche un animale del genere’, dañdalēties ‘litigare durante lo scambio di cavalli; fare chiasso durante l’acquisto di un cavallo’ (EH, I, 306), dañdars ‘una persona spigolosa e goffa’, dañdariski ‘in fretta, a rotta di collo’ (EM, I, 437). Per la semantica di queste ultime parole, cfr. anche i significati del lituano bizūnas e di altre parole; cfr. inoltre il lettone: iet kā dañdala kuzu kuzām (EM, I, 437). Questo nome lettone della frusta è probabilmente di origine onomatopeica. Lituano kančiukas, lettone kančuka Liet. kančiukas «frusta di cuoio, sferza, frusta da cervo», kančukas (LKŽd., V, 200), secondo P. Skardžius ed E. Frenkel, deriva dal bielorusso канчук15. Tuttavia, è altrettanto plausibile che la forma lituana kančiukas abbia potuto avere come fonte anche la forma polacca kańczuk, usata nei dialetti accanto alla forma kańczug, peraltro più diffusa. La forma kańczuk si trova anche negli scritti dei polacchi A. Mickiewicz e I. Chodźko, legati alla Lituania16. Accanto alle forme kančiukas, kančiukas, in lituano si usano anche le forme kańčius, kańčas, kańčas (LKŽd., V, 200). Queste forme vengono spiegate in due modi. M. Niedermann sosteneva che fossero sorte in seno alla stessa lingua lituana, per astrazione da forme percepite come diminutive, cfr. il lituano baršas accanto a baršiukas (<pol. borsuk o bielor. барсук), il lituano kāpšas accanto a kapšiukas (<pol. kapczuk o bielor. канчук) e così via.17 P. Skardžius ha avanzato l’ipotesi che il lituano kańčius potesse derivare direttamente dal polacco, poiché anche in quella lingua, accanto alle forme kańczuk, kańczug, esiste la forma kańcz18. Tuttavia, F. Sławski obietta a questa possibilità, poiché il polacco kańcz è usato in dialetti polacchi lontani dalla Lituania. A suo parere, tanto il lituano kańčius quanto il polacco kańcz sono sorti indipendentemente nelle rispettive lingue19. Nelle lingue slave (rus. камчук, камчуге, ucr. канчук, bulg. камшик), il nome di questa frusta è giunto dall’Oriente, cfr. il turco kamčy, il tartaro di Crimea kamčy, il caraimo kamčū20. La parola è ampiamente diffusa anche in altre lingue europee (greco, ungherese). Dal gruppo slavo provengono anche le forme tedesche Kantschu, Kantschuk. Il lettone kančuka «die dicke, lederne Kosakenpeitsche», kančuks, kančaka, kaņčūklis (EM, II, 154; EH, I, 583), kančiklite (EH, I, 583) ha anch’esso origine slava, probabilmente russa o bielorussa. In lettone si trovano anche forme più brevi di queste parole: kańce «eine Peitsche» (EH, I, 583) e kańka «die Zigeunerpeitsche» (EM, II, 154). A. Zument (Summent) riteneva che la forma kańce derivasse dal polacco kańc21. Tuttavia, per le stesse ragioni esposte per il lituano kańčius, difficilmente il lettone kańce può derivare direttamente dal polacco. Tanto la forma kańce quanto kańka probabilmente si sono formate in seno alla lingua lettone. 15 P. Skardžius, Die slavischen Lehnwörter im Altlitauischen, p. 95; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 215. 16 W. Doroszewski (red.), Słownik języka polskiego, III, p. 525. 17 M. Niedermann, StB, III, p. 108–110. 18 P. Skardžius, APh, III, p. 50. 19 F. Sławski, Sl. et., II, p. 48. 20 M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 515–516; A. Brückner, Sl. et., p. 217; K. Lokotsch, Et. Wb., p. 84. 21 A. Summent, Unbeachtete slavische Lehnwörter im Lettischen, Göttingen, 1950, p. 143 (mašinraštis), plg. E. Fraenkel, Et. Wb., p. 215. 59 Lituano karbãčius, lettone karbãča Il liet. karbãčius «un tipo di frusta, uno staffile» (LKŽd., V, 266), karbãčius (LKŽd., V, 267) è attestato soprattutto nel folklore dei lituani della Prussia Orientale, ma anche in altri monumenti della lingua lituana di questa regione: negli scritti di K. Donelaitis, nella traduzione della Bibbia di L. Rėza e nei dizionari di F. Nesselmann e F. Kurschat. A. Brückner22 ed E. Fraenkel23 considerano fonte di queste parole il pol. karbacz, korbacz (A. Brückner anche il biel. карбач). Tuttavia, considerando la distribuzione geografica del liet. karbãčius, karbõčius, e soprattutto il fatto che nelle altre varietà della lingua lituana non si trova una denominazione del genere per la frusta, si può supporre che i lituani l’abbiano presa dal tedesco; cfr. il ted. della Prussia Orientale Karbatsch(e) «frusta, frusta di cuoio intrecciata con strisce», karbatschen «frustare, bastonare con la Karbatsch»24. Questa denominazione della frusta si trova già nei monumenti tedeschi del XVII secolo25. Il pol. korbacz è già attestato nei monumenti della lingua polacca del XVI secolo. Vi giunse dal turco, cfr. il turco kyrbaç. In realtà, questa parola potrebbe essere arrivata in polacco anche attraverso l’ungherese, cfr. l’ungh. korbács. Questa denominazione della frusta, di origine turca, è usata in molte lingue europee26. Il lett. karbãča «eine Art Peitsche, die Karbatsche», diminutivo karbacina (EH, I, 588), karpaciņa (EH, I, 589), kārbacā (EH, I, 602), kārpača (EH, I, 603); cfr. anche il lett. karbacuôt «mit einer karbacā schlagen’». Questa denominazione lettone della frusta si trova perlopiù nelle canzoni popolari lettoni, negli scritti di J. Janševskis e in alcuni dizionari. Sembra comparire per la prima volta nel manoscritto del dizionario di J. Langijs (1685): «Karbatsch’. ein Carbatſch», J. Langija Vrd., 41. Nei dizionari lettoni del XVIII secolo si trova già la parola tedesca Karbatsche (G. F. Stender, Lex., II (1789), 349), ma non ancora la forma lettone della parola. Questa compare soltanto nei dizionari della seconda metà del XIX secolo (di Kr. Valdemārs e K. Ulmanis)27. È piuttosto difficile dire per quale via questa denominazione della frusta sia giunta in lettone. J. Endzelīns osserva soltanto: «Entlehnt gleich li. karbãčius dass.»28 D. Zemzare la considera uno slavismo.29 Tuttavia, i lettoni potrebbero aver preso questa parola anche dal tedesco. Lituano knūtas, lettone knute Il lituano knūtas «frusta, scudiscio» si trova in alcuni dialetti del nostro paese e nei testi lituani del XIX secolo, negli scritti di M. Valančius e V. Kudirka (LKŽd., VI, 279). Si riscontra anche la forma kniūtas (LKŽd., VI, 272). Questo nome della frusta è entrato in lituano dal russo o dal polacco. Prevalentemente attraverso il russo si è diffuso (russo кнут) anche nelle altre lingue slave: bielorusso кнут, 22 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 90. 23 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 220. 24 F. Frischbier, Preussisches Wörterbuch, I, Berlin, 1882, p. 337. 25 F. Kluge, Et. Wb., p. 351. 26 A. Brückner, Sl. et., p. 256; F. Slawski, Sl. et., II, p. 474–475; K. Lokotsch, Et. Wb., p. 102; V. Machek, Et. sl., p. 192–193. 27 D. Zemzare, Latviešu vārdnīcas, p. 88–89. 28 EH, I, p. 588. 29 D. Zemzare, Latviešu vārdnīcas, p. 88. 60 ucr. кнут (in uso già nella prima metà del XVIII secolo), pol. knut (attestato nei testi dei secoli XVI–XVII), ceco knuta, knut, slov. knuta, bulg. кнут, serbo-croato књма, књм, slov. knuta, knut, alto sorabo knut, knuta. In russo, tale denominazione della frusta è probabilmente giunta dalla Scandinavia; cfr. antico islandese knútr «protuberanza, escrescenza, nodo», antico svedese knuter30. In origine, con questa parola si designava una frusta speciale provvista di nodi. In generale, questa denominazione della frusta è usata in molte lingue europee; cfr. tedesco Knute (da questa forma potrebbero derivare anche alcune forme slave già menzionate), francese knout, inglese knout. Lat. knute «eine Peitsche» (EH, I, 634), in questo significato, secondo J. Endzelīns, è un prestito dal russo. In lettone si trova anche la forma kņ uote «Peitsche»; cfr. lett. uzkņūotet «mit einer kņ uote Schläge verabfolgen» (EH, II, 725). Accanto al lett. knute «eine Peitsche», kņ uote, troviamo anche le parole knuta «ein Knüttel», knutka, kņute «ein Knüttel zum Schlagen» (EH, I, 637), knute «eine dünne Stange, zur Befestigung des Strohs auf dem Dache gebraucht», knutele, knutiņa (EM, II, 250), knuta, kņute, knutele (EM, II, 253; EH, I, 637). Il lett. knuta «ein Knüttel», come ipotizza J. Endzelīns31, potrebbe essersi formato per astrattizzazione dal presunto diminutivo knutele, che a sua volta sarebbe un prestito dal tedesco. Ci sembra che negli esempi lettoni menzionati (knute, kņute, knutele, knutele ecc.) si siano confusi due vocaboli, uno dei quali ha come fonte il ted. Knüttel «bastone», l’altro il rus. кнут «frusta» oppure il ted. Knute «frusta». In ogni caso, sia il ted. Knüttel «bastone» sia le denominazioni della frusta già citate sono parole della stessa radice: una aveva il significato di «bastone nodoso» (= Knotenstock), l’altra, come abbiamo detto, quello di «frusta con nodi» (cfr. ted. Knottpeitsche32). Lett. matāras, lett. mātara Lett. matāras «strumento per colpire (frusta, corda, verga, bastone)», mātaras, mātaras, matar inis, mataryš (LKŽd., VII, 907): la questione della loro origine è molto complessa. Anzitutto, la parola matāras è usata in lituano con diversi significati: «attrezzo per torcere corde e avvolgere corregge, aspo, rocchetto», «attrezzo per avvolgere il filo, rocchetto, aspo», «capo lungo di filo, una tesa», «asta fissata alla rete», «chiacchierone, ciarlatano», «parlatore veloce», «chi è sempre in movimento; irrequieto». Cfr. anche matarāklas «attrezzo per avvolgere il filo in matasse; aspo; chi parla rapidamente e scherzando; persona frivola, amante delle chiacchiere», matarėlis «listello per tenere fermi i covoni di paglia durante la copertura del tetto», mataraila «persona molto vivace e irrequieta; chiacchierone, ciarlatano», mat ar uoti, māt ar uoti. Il significato originario del lituano matāras era probabilmente «attrezzo per avvolgere o torcere qualcosa» ed è da collegare al lituano mėšti33. Dalla parola matāras derivò il verbo mataruoti; da quest’ultimo verbo (cfr. anche i vocaboli onomatopeici matarai, matar, matary) si formò anche matāras «strumento per colpire». 30 F. Slawski, Sl. et., II, p. 290–291; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 580–581; A. Brückner, Sl. et., p. 240; F. Kluge, Et. Wb., p. 385; E. Klein, Et. Dic., I, p. 850. 31 EM, II, p. 250. 32 F. Kluge, Et. Wb., p. 385. 33 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 465; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 302, 489; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 414. 61 Una parola simile è usata anche in lettone, ma lì il suo uso è molto più ristretto. Lat. matara ‘una verga (snella), una bacchetta; un’asta sottile’ (EM, II, 566; EH, I, 784), matars ‘un randello’ (EM, II, 566), matars ‘un maschio vigoroso’ (EH, I, 784). Come vediamo, in lettone questa parola non è usata nel senso di ‘strumento per frustare o scacciare qualcuno’, che a nostro avviso è il più antico e che consente di collegare la parola al verbo mėsti. La parola matar ‘bastone grosso, randello’ si trova anche in estone. Pertanto, probabilmente, fu soprattutto quest’ultima circostanza a indurre A. Zument a sostenere che i lettoni, come gli estoni, avrebbero potuto prendere in prestito tale parola dal russo; cfr. rus. мотор «randello» (В. Даль, Сл., II, 351). La tesi di A. Zument ci sembra abbastanza plausibile. Anche il significato di liet. matāras ‘palo, vocale’ potrebbe talvolta essere giunto dal russo.34 Rus. мотор è usato anche con altri significati, che talvolta ricordano quelli di liet. matāras; cfr. rus. мотор ‘persona abile’, мотopa ‘scialacquatore’, моторный ‘svelto, abile’. M. Fasmer tende a collegare queste parole russe con rus. мотать ‘avvolgere, torcere (fili), sventolare, scuotere’, метать ‘lanciare’, indicando come parallelo semantico liet. matāras: liet. mėsti35. Lit. nagáika, lett. náika Liet. nagáika ‘strumento intrecciato con un manico corto per colpire; frusta, sferza’, náika (Laižuva, Mažeikiai, Palanga, Vieksniai, Veiviržėnai; G. H. F. Nesselmann, Wb., 416, F. Kurschat, Wb., 266), naikas (G. H. F. Nesselmann, Wb., 416), niaika (F. Kurschat, Wb., 266) sono parole di origine slava. La forma nagáika deriva dalla forma russa нагайка, mentre la forma náika, probabilmente più antica, deriva dal bielorusso нагайка; cfr. liet. paūbelis < bielor. погц-бель, liet. blovieščius < bielor. благовещие37. Oltre al russo e al bielorusso, anche alcune altre lingue slave hanno un nome simile per lo strumento usato per colpire; cfr. ucr. нагай, нагайка, pol. nahajka, nahaj, ceco nahajka. Questa parola è giunta nelle lingue slave dal tataro; cfr. tat. di Crimea ногой ‘nome di una tribù tatara’, tat. del Kirghizistan ногой, che a sua volta deriva dal nome di un capo tataro38. Lat. náika ‘una correggia, una verga, una verga flessibile’ (EH, II, 112), lat. naikas ‘bastone’ (EM, II, 689) derivano probabilmente dal lituano, come indicherebbe la distribuzione geografica del lett. náika (Dunika, Nyca). J. Endzelīns tendeva a far derivare il lett. naikas (senza indicarne la distribuzione geografica) dal bielorusso нагайка. Tuttavia anche questa forma potrebbe essere stata presa in prestito dal lituano; naturalmente, senza conoscere con precisione la distribuzione geografica della parola, non è possibile affermarlo in modo categorico. Che il liet. náika, náikas fosse usato non solo nel significato di ‘strumento per colpire con un manico corto’ è attestato dalla spiegazione che F. Nesselmann dà del significato del liet. naikas: «una frusta zingara, una frusta corta per punire, anche la frusta da equitazione; scherzosamente, anche un robusto vimine con cui si minaccia di colpire qualcuno» (G. H. F. Nesselmann, Wb., 416). 34 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 414. 35 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 165. 36 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 478. 37 K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 348–349; P. Skardžius, Die slavische Lehnwörter im altlitauischen, p. 137; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 478. 38 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 192; A. Brückner, Sl. et., p. 353–354; V. Machek, Et-sl., p. 317. 62 Con il lettone naikas, forse, andrebbe messo in relazione anche il lettone naicēklis «l’organo sessuale maschile» (EH, I, 2); per il significato, cfr. il lettone stute «una verga per picchiare»: lettone stute «il membro maschile» (EH, I, 596), polacco pyta «frusta corta»: polacco pyta «pene» (J. Karłowicz, Sł., IV, 460). Lituano pastarānka, lettone pastrunkis Il lit. pastarānka «una frusta grossa intrecciata con alcune corde» (Gudелiai) è di origine slava. In lituano questa parola è usata piuttosto ampiamente con altri significati: «corda che collega i collari al timone, redine» (Bagotoji, Krekenava, Kruonis, Pabaiskas, Pušalotas, Skaudvilė, Ukmergė, Upninkai), «cordicella con cui la frusta viene legata al manico» (Užventis). Si trova anche la forma pastrāngas (G. H. F. Nesselmann, Wb., 506 (Ragnit) ‘eine Peitschenschnur’. F. Kurschat, Wb., 297), pastrānka (Švenčionys). La forma con -g- potrebbe essere stata influenzata dal lit. strāngas < e dal ted. Strang «der Strick, ein Strang»³⁹. Questo slavismo può essere entrato in lituano per due vie: la fonte delle forme pastrāngas, pastrānka è probabilmente il polacco postronek, mentre quella della forma pastarānka è il russo посторонка «correggia o corda laterale, nei finimenti del cavallo: va dal bilancino o dal timone al collare; nei finimenti a stanghe solo per i cavalli laterali, mentre in quelli a timone per tutti i cavalli» (В. Даль, Сл., III, 346). Del resto, questa parola è piuttosto diffusa nelle lingue slave, cfr. russo постромка, постронка, ucraino посторонок, посторомок, bielorusso постронка, посторонок, ceco postranek, postraněk, polacco postronek, alto sorabo postronk, basso sorabo postronk, casciubo poestronk. Sull’origine della parola slava esistono numerose opinioni diverse. Tuttavia, la spiegazione più plausibile è che il significato originario di questa parola fosse «di lato» (=*po stornē)⁴⁰. Il lettone pastrunkis «una frusta con cui in alcuni luoghi si puniscono i contadini; una punizione sul sedere con la frusta; un ragazzo adolescente» si trova nei dizionari di G. F. Stender (1789) e K. Ulmanis (1872) (EM, III, 109). J. Endzelīns non espresse la propria opinione sull’origine del lettone pastrunkis, limitandosi a riferire l’opinione di A. Brückner (Nach Brückner… aus wruss. посторонок «fune», EM, III, 109). È vero che A. Brückner, dopo la forma bielorussa, indica anche le forme delle parole russe e polacche⁴¹; si può dunque dedurre che, a suo avviso, una parola del genere potrebbe essere entrata in lettone tanto dal bielorusso quanto dal russo e dal polacco. Tuttavia, ci sembra che la presenza di -un- nella parola lettone consenta di supporre che i lettoni l’abbiano presa in prestito dai lituani orientali, dove si ha an > un. Lituano pitkā, lettone pitka Il lituano pitkā «frustino corto, staffile» (Kalvarija, Kapsukas, Karklėnai, Kupiškis, Punskas) è un prestito dal polacco, cfr. il polacco pytka, pyta «corda, correggia, straccio attorcigliati a mo’ di corda e usati come strumento per battere; più in generale: frusta, correggia, corda». 39 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 120. 40 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 416—417; A. Brückner, Sł. et., p. 432. 41 A. Brückner, Die slavischen Fremdwörter im Litauischen, p. 179. 63 Il polacco pyta, pytka va collegato al polacco pytać ‘rivolgersi a qualcuno in una forma che richiede una risposta, allo scopo di ottenere qualche informazione, notizia o autorizzazione’, al russo nůmamь ‘tormentare, interrogare’. La fonte del lettone pitka ‘una frusta, frusta per cani, frusta degli zingari’ (EM, III, 229; EH, II, 239) è probabilmente anch’essa la lingua polacca; cfr. anche il lettone pitkainis ‘un attaccabrighe armato di una pitka; una persona crudele che picchia il bestiame’, pitkat ‘colpire con una pitka’ (EM, III, 229). Nelle fonti lettoni è attestato anche questo nome della frusta con una s- protesica: spitka (župam pa juokam ar spitku (frusta?) iecirta pa biksēm, EM, III, 1000); cfr. anche il lettone spitka ‘una piccola verga’ (EH, II, 552). Nei supplementi al dizionario di K. Mühlenbach (EH, II, 552) è citata una frase di R. Blaumanis: «...barouns... gaisā spitku šmikstināj(a)»; forse essa indicherebbe che qui spitka è usato nel senso di ‘frusta’ e non di ‘piccola verga’. Per la s- protesica, cfr. lettone spikis: lettone piķis, lettone skaste: lettone kaste e simili.42 Lituano pletnià, lettone pletne, plītne, plete Il lituano pletnià ‘frusta, cintura’ (Merkinė, Veisiejai), plētnē ‘verga’ (Eržvilkas), plētnē ‘strumento per scacciare le mosche’ (Kapsukas) va fatto derivare dal polacco pletnia ‘strumento per percuotere, formato da parti intrecciate, in parte di corregge, in parte di verghe, ecc.; disciplina; colpi inferti con la disciplina’. Il polacco pletnia va collegato al russo плеть ‘frusta, staffile, sferza’, al polacco pleść ‘intrecciare’, al russo плести e simili.43 Il lettone pletne ‘una plette, frusta cosacca’ (EM, III, 338; EH, II, 292), plētne (EM, III, 342) sono entrambi spiegati da J. Endzelīns come derivati per contaminazione da plete (= pletne) e plene ‘la treccia’. Tuttavia, è più probabile che il lettone pletne, come il lituano pletnià, derivi dal polacco pletnia. Dal lettone pletne deriva anche il verbo plet nēt ‘colpire con una pletne’ (EM, III, 338). Il lettone plekne ‘la frusta cosacca’ (EM, III, 334), secondo J. Endzelīns, deriva dalla forma pletne (probabilmente con kn da tn); cfr. anche il lettone saplek nēt ‘picchiare con una plekne’, saplek nīt (EM, III, 702). Tra questi nomi lettoni della frusta va annoverato anche il lettone blētne ‘oggetto piatto (cinghia)’ (EH, I, 228). Il lettone plītne ‘la frusta’ (EM, III, 350) va probabilmente collegato anch’esso al lettone pletne, mentre il vocalismo della radice è cambiato per influsso del lettone plītēt ‘colpire; schioccare’. Il lettone plete ‘una plette, frusta cosacca’ (EM, III, 337), plete (EM, III, 370), secondo J. Endzelīns ha come fonte il russo плеть; cfr. anche il lettone pletēt ‘frustare, colpire con una larga striscia’ (EM, III, 337), pletēt ‘colpire con una plete’ (EM, III, 370). Il lettone pletka ‘la plette, frusta cosacca’, pletka (EM, III, 337) deriva dal russo плётка ‘frusta piccola, staffile’. 42 J. Endzelīns, Latviešu valodas gramatika, p. 239; M. Rudzīte, Latviešu dialektoloģija, p. 99, 193, 313. 43 M. Vasmer, Et. Wb., II, p. 371. 64 Lituano vytinis, latino vītine Il lit. vytinis «strumento per colpire, intrecciato con sottili ramoscelli; frusta intrecciata, manico di frusta» (Biržai, Dusetos, Kuliai, Liškiava, Plungė, Vaškai, Viduklė) è una parola di origine autoctona; cfr. lit. vyti «attorcigliare una corda, avvolgere, torcere», vytelė «pollone di salice adatto all’intreccio», vytis «verga, frusta di verghe», vytinė «verga, ramo». Il lett. vītine «frusta attorcigliata tre volte» (EH, II, 794), vitene «una frusta (attorcigliata); un manico di frusta intrecciato con legno spaccato» (EM, IV, 646), vītinis «un manico di frusta intrecciato con legno» (EM, IV, 647) sono della stessa origine del lit. vytinis; cfr. lett. vīt «avvolgere, intrecciare», vītene «l’avvolgimento, la ghirlanda; l’intreccio». La forma vītinis potrebbe talvolta essere entrata in lettone anche dal lituano. La distribuzione geografica della parola lettone (Liepoja, Rucava) non contraddirebbe tale ipotesi. Troviamo numerosi nomi di strumenti per guidare o colpire gli animali che sono caratteristici di una sola delle lingue baltiche: Lit. ákštinas «bastoncino appuntito per guidare gli animali docili», akstinyčia (LKŽd., I (2), 86), ákštinas (LKŽd., I (2), 87): lit. ákštinas «spina, aculeo», akstis «bastoncino appuntito, asticella; pungolo», ákštis. Questo vocabolo lituano, per la sua evoluzione semantica, ricorda molto quella del lat. stimulus; cfr. lat. stimulus «bastone appuntito per guidare gli animali»: lat. stimulus «stimolo; incitamento, esortazione», lit. ákštinas «strumento per guidare gli animali»: lit. ákštinas «incitamento, stimolo». Lit. arimnykas «frusta da aratro» (LKŽd., I(2), 300): lit. ariminis «usato durante l’aratura»; cfr. ariminis botagas «frusta da aratro». Lit. barbarō «mazza; un certo tipo di bastone; frusta di cuoio; corda (di salice) per legare le zattere», barbaras «frusta di cuoio» (Aš turėjau barbarėlį, plonai režtą, tankiai pintą) (LKŽd., I (2), 655) è un prestito dallo slavo; cfr. pol. barbara «frusta, corda» (A. Brückner, Sł. et., 15), barbara «corda grossa e lunga, usata per il trasporto sui fiumi» (J. Karłowicz, A. Kryński i W. Niedźwiedzki, Sł., I, 97). Il nome deriva da un nome femminile; cfr. pol. Barbara, lit. Barbora. Lit. bim̃bilas «frusta», bimbieras «staffile, scudiscio» (LKŽd., I(2), 824), bimbiras «staffile di cuoio, scudiscio»; cfr. lit. bimbti, bimbti «emettere un certo suono», bimbilas «tafano», bimbalas, bimbyti «colpire», bimblỹs «urlatore», bambalas «tafano; bambino grasso; persona piccola e corpulenta». Lit. bimbilas e bimbiras sono usati anche nel significato di «membrum virile». Lit. bindza «manico di frusta intrecciato con 4, 8 o 12 ramoscelli, con un occhiello per inserirvi la frusta; treccia a maglie, frusta di verghe» (LKŽd., I(2), 829–30), binza (LKŽd., I(2), 834), bėndžė «frusta; frusta grossa» (LKŽd., I(2), 752), bindžikas «straccio attorcigliato con un nodo per colpire (in un certo gioco); strumento per colpire in generale», bindžikas, bindžiukas (LKŽd., I(2), 831) sono anch’essi probabilmente di origine onomatopeica; cfr. lit. bindz «interiez. stinkt, bidz (per indicare un’andatura lenta e a passi distanziati)», bindzi, bindzi, bindži. Della stessa origine sono anche lit. bindzinėti «andare in giro senza far nulla, oziare, bighellonare», bindžinėti, bindžikuoti, bindza «sfaccendato, pigro, vagabondo, nullatenente», bindzakas, bindzolas ecc. Quanto al legame semantico fra queste parole, cfr. i significati del lit. bizūnas («dissoluto, vagabondo»; Kaip bizūnas liko (nusigyveno)), il pol. bizun «mascalzone, fannullone, scansafatiche, pigro» (Goły jak bizun), il lit. vėjo botagas «banderuola», il lett. nabaga pātag a «il miserabile, il mendicante – un epiteto ingiurioso (propr. la frusta del mendicante)» (EM, III, 190). 5. Iš lietuvių leksikologijos ir leksikografijos 65 Liet. biržūklė ‘verga per percuotere’ (LKŽd., I(2), 852), biržūklis (LKŽd., I(2), 853): liet. bėržas, biržlis ‘ramo di betulla’. Liet. blakštas ‘attrezzo per assestare un colpo’ (LKŽd., I(2), 880): liet. blakštas ‘assicella per fissare la paglia durante la copertura del tetto; listello o rametto per pressare il lino nella vasca di macerazione o da collocare sotto i covoni accatastati nel fienile’, liet. blókšti ‘battere i covoni di segale o di frumento contro qualcosa per trebbiarne i chicchi’. Liet. bričius ‘frusta, staffile’ (LKŽd., I(2), 1039) – di origine onomatopeica, cfr. liet. bric ‘interiez. tonfo, caduta’, brýc, brinks, brinkt, brinkšt ‘interiez. schiocco’, bričinti ‘fare qualcosa producendo un suono particolare’, bričyti, bricas ‘pigro, fannullone’, bričė ‘scherz. coda’. Liet. bruikštas ‘rametto, bastone per bruikšti qualcuno, spingere’ (LKŽd., I(2), 1078), bruīžtas (LKŽd., I(2), 1079): liet. bruikšti ‘spingere, scacciare’, brūžti44. Queste ultime parole andrebbero probabilmente ricondotte al verbo braūkti45. Liet. brūklis ‘bastone robusto, ramo, verga; strumento per percuotere’, brūklis, brūklis, brūklinis ‘strumento per frustare; verga’ (LKŽd., I(2), 1082), brunkletas ‘bastone, randello’ (LKŽd., I(2), 1093): liet. braūkti, brūkti46. Liet. dratinis ‘una frusta di questo tipo’47: liet. dratas ‘filo metallico; filo ritorto spesso’ < dal basso tedesco medio drāt, cfr. dratinis ‘spesso, filato strettamente (riferito a un tessuto); ritorto strettamente’ (Turiu kančiukėlį, turiu dratinėlį, kai sukirsiu šyvą žirgą, net žirgelis šoka, LKŽd., II, 446). Liet. džala ‘strumento, frusta’ (LKŽd., II, 723) – di origine onomatopeica, cfr. liet. džā ‘interiez. ehi’, džālyti ‘percuotere’, džābyti, džābā ‘pioggia battente’, džābas e così via, oppure derivato direttamente dal lettone dzala. Liet. džendžiūras ‘strumento, staffile’, džendžiūras (LKŽd., II, 724), džindžiras ‘frusta piccola con manico corto e spesso’ – di origine onomatopeica, cfr. džin ‘interiez. dzin’, džēn ‘interiez. dan, pokš’, džēn, džēmsterėti ‘assestare un colpo, colpire’, džengsėti ‘risuonare tintinnando’. Liet. džiolas ‘strumento per percuotere di questo tipo, frusta, staffile’ – anch’esso probabilmente di origine onomatopeica, cfr. džiolė ‘interiez. detto per scacciare i maiali’, džiolio, džiōbinti ‘tagliare, tritare, percuotere’, džiōboti ‘tritare a colpi vigorosi’, džioryti ‘frustare, sferzare’. La comparsa di onomatopee con questa radice potrebbe essere stata influenzata dal polacco dziób ‘becco’, dziobać ‘beccare’. Liet. džiungāras ‘strumento per frustare, verga’, džiungara, džiumbaras (Nėr kas antdedas vaikams gerą džiumbārą, LKŽd., II, 742) – di origine onomatopeica, cfr. liet. džiūmt, džiung ‘interiez. tonfo’, džiumbāryti ‘percuotere’, džiungāryti ‘percuotere, picchiare con una cinghia di corda’. Liet. gairinė ‘lungo ramo per spingere il bestiame’ (LKŽd., III, 33), cfr. liet. gairė ‘assicella, cuneo, punta’, cfr. inoltre gairėti ‘soffiare’, pagairė ‘luogo esposto al vento’. Di conseguenza, il significato originario di liet. gairė era probabilmente ‘segnavento, banderuola’. Liet. gylýs ‘una verga di questo tipo per spingere buoi o cavalli pigri’ (LKŽd., III, 301), cfr. liet. gylýs ‘pungiglione’, gilti ‘pungere, colpire, scavare’. 44 K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 392. 45 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 60. 46 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 54–55. 47 Tratti dell’etnografia lituana, p. 96. 66 Liet. gìngiras ‘frusta’ (LKŽd., III, 318) – probabilmente di origine onomatopeica; cfr. il lituano gingla ‘persona alta, dalle gambe lunghe; chi cammina a gambe nude’, ginglinėti ‘camminare come un ginglas’, gingāras ‘persona o animale alto e grande’, gingaras. Liet. gyslinis ‘frusta, staffile’, cfr. il lituano gysla. Liet. įnagis ‘frusta, staffile, randello, corda’, įnagė, įnaginis (LKŽd., IV, 103) ha come significato originario ‘strumento, oggetto con cui si fa qualcosa’. È in questo significato che la parola įnagis è anche usata più ampiamente in lituano. È da collegare al lituano nãgas, cfr. nagingas ‘abile nei lavori manuali, ingegnoso’ (< ‘che ha unghie, munito di unghie, artigliato’), panagingas, nagnūs48. Per la formazione cfr. anche il lituano įrankis (: rankà), il lettone ieruocis (: ruoka). Dal lituano è stato preso in prestito anche il lettone inagis ‘parassita, lendine, persona’ (Gramzda, EH, I, 501). Questo significato della parola lettone è probabilmente derivato dal significato di ‘frusta, staffile’. Per la semantica cfr. i significati del lituano bizūnas, botāgas, bindza. Lituano frusta intrecciata «frusta intrecciata, staffile» (LKŽd., IV, 129), frusta intrecciata (LKŽd., IV, 133), cfr. lituano frustata «colpo, percossa; cicatrice, macchia (sulla pelle causata da una percossa)» <tedesco della Prussia orientale colpo «colpo, percossa»49. Liet. jautāgyšlis ‘frusta (fatta con i tendini di un toro)’ (LKŽd., IV, 322) < dal lituano jautis + gysla. Liet. kanapinis ‘frusta’, kanāpinis (LKŽd., V, 197): lituano kanãpė. Liet. kiettenius ‘frusta di cuoio con un pezzetto di piombo o di ferro fissato all’estremità’ (LKŽd., V, 755) – attestato nell’edizione del 1642 del dizionario di K. Širvydas: «Bafayk. Plumbata. ac. flagellum plumbum annexū in extremo habes. Botagas šikßnynis galy šwinu turis kießtenius» (Dic., 8, 102). La fonte di questa denominazione è il polacco kiescien, a sua volta proveniente dalle lingue turco-tatare; cfr. il tataro di Kazan kistān ‘randello, bastone, bastone per sbattere il burro’50. Liet. kiškóje ‘staffile, strumento fissato a una zampa di lepre’ (LKŽd., V, 887) < dal lituano kiškis + koja; cfr. il lituano stirnakojis. Liet. kliūbinis ‘strumento di salice o bacchetta per battere’ (LKŽd., VI, 113), kliūbinis, kliūbinis (LKŽd., VI, 161): lituano kliūbas ‘bacchetta per intrecciare; ramo o vimine ritorto per fare una recinzione o legare qualcosa’. La fonte del lituano kliūbas è la lingua polacca51; cfr. il polacco dialettale kluby ‘vimini per legare gli alberi in zattere’. La parola polacca, a sua volta, è un prestito dal tedesco52. Liet. kurklyš ‘staffile, frusta, frusta’ nel «Dizionario della lingua lituana» accademico è attestato da una sola fonte, ossia la Bibbia di S. B. Chilinskis (1660): «Mio padre vi ha battuti con fruste, ma io vi batterò con kurkliai» (Ch 2 Cr 10, 14, LKŽd., VI, 955). Questo passo biblico è tradotto in modo simile anche nelle successive traduzioni lituane della Bibbia; tuttavia, in esse al vocabolo kurkliais corrispondono altri sinonimi lituani di botagas: dygeis karbočiais (Königsberg, 1816), dygliuotais rimbais (Kaunas, 1921). Nei più antichi monumenti della lingua lituana la parola kurklys è usata con significati diversi: ‘piccola colomba, tortora; scorpione’ (LKŽd., VI, 955). Nella nuova 48 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 478; P. Skardžius, Lietuvių kalbos žodžių daryba, p. 112, 224. 49 K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 57; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 186 50 F. Slawski, Sl. et., II, p. 175–176; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 562. 51 E. Fraenkel, Et. Wb., p. 273. 52 F. Slawski, Sl. et., II, p. 233–234. 5* 67 Il significato di «frusta, scudiscio» è stato attribuito al lituano kurklys per influsso del testo biblico latino. Il passo biblico latino recita così: «…pater meus cecidit vos flagellis, ego vero caedam vos scorpionibus». Nel latino ecclesiastico la parola scorpio è usata con diversi significati: «1. Scorpione, insetto velenoso (anche come costellazione). 2. Macchina da guerra per scagliare frecce. 3. Pesce marino spinoso (Apoc. 9, 5). 4. Strumento di tortura: flagello con uncini (Quat. Coronat. 8. Nov.)»⁵³. Pertanto, invece del quarto significato del latino scorpio, nella traduzione lituana della Bibbia è di fatto confluito il primo significato, e il lituano kurklys ha acquisito il nuovo significato di «scudiscio, frusta». Lituano linkstinis «bastone flessibile; scudiscio» (LKŽd., VII, 546): lituano linkti, lankstus, linkstis «asta flessibile per appendere la culla; molla». Il lituano makãras «scudiscio, frusta, bastone per battere», mãkaras, mãkaras (LKŽd., VII, 771), makãiras (LKŽd., VII, 767), makõras (LKŽd., VII, 781) — può essere spiegato in due modi. E. Frenkelis lo collega al lituano mãkaluoti «mescolare, brandire, sventolare», mãkaruoti e ad altri parenti lituani di mõti. Se ci si basasse soltanto sui dati della lingua lituana, tale spiegazione non desterebbe dubbi. Purtroppo, un nome simile per «frusta» si trova anche in polacco: makarami kilka wycięli, makarem kolejno weźmiecie (circa 1700), gdy go z kolka makarym wychłostał (F. Bohomolecas, 1720–1784)⁵⁴. A. Briukneris spiega che il polacco makar con questo significato deriva dal nome proprio Makar. Oltre al già menzionato nome polacco per «frusta» di origine antroponimica barbara, A. Briukneris segnala che anche il nome proprio russo Сергей (przydatku dam sergiejem po plecach, apie 1730 m.) è usato con il significato di «frusta». Pertanto, anche il lituano makãras potrebbe essere stato preso in prestito dal polacco. In seguito, per etimologia popolare, questo nome per «frusta» potrebbe essere stato associato anche ai verbi mãkaruoti, mãkaruoti, makaruoti ecc. Sia a questi verbi sia al nome per «frusta» potrebbe essere collegato anche il lituano mãkaras «persona frivola, confusionario, perdigiorno; chi è sempre in movimento, si agita e si intromette dappertutto», mãkaris. Il carattere polacco del lituano makãras è messo in dubbio dalla circostanza che il polacco makar nel significato di «frusta» ha un uso molto ristretto: una parola del genere non si trova affatto nei principali dizionari polacchi (quelli di S. B. Linde, J. Karlowicz, J. Karlowicz — A. Krymski — V. Niedzviedzki, V. Doroszewski). Pertanto è possibile anche il percorso inverso del prestito (in tal caso il polacco makar non andrebbe collegato a un nome proprio). Naturalmente, senza conoscere con precisione la distribuzione geografica del polacco makar «frusta», è difficile affermarlo. F. Bohomolecas, menzionato da A. Briukneris, studiò e lavorò a lungo a Vilnius, perciò una parola del genere potrebbe essere entrata nei suoi scritti attraverso il polacco locale anche dal lituano. Che il lituano makãras possa essere una parola autoctona potrebbe forse essere indicato anche dal lituano matãras, il cui significato e uso coincidono sorprendentemente con quelli del lituano makãras. I lituani mėtena «frustino, frusta» (Joniškis), mėtenas (Mažeikiai, Šatės), mėtamasis «cintura, verga o, in generale, oggetto con cui si percuote» (Šakyna, Vegeriai) sono prestiti dal lettone, cfr. lettone mėtamais «bastone per percuotere», lettone mest «lanciare, colpire»⁵⁵. Il lituano myžinis «scudiscio, frustino», myžinis (Kairiai, Pociūnėliai), myžeklės «strumento per percuotere, verga, scudiscio, frustino» (Grūžiai), myžeklinis (Skaudvilė), myžõklis (Gargždai): lituano myžėklis «pene», myžti «urinare»; per la semantica, cfr. il lituano biž- ⁵³ A. Sleumer, Kirchenlateinisches Wörterbuch, Limburg a. d. Lahn, 1926, p. 703. ⁵⁴ A. Brückner, Sl. et., p. 15. ⁵⁵ A. Sabaliauskas, LKK, VIII, p. 104. 68 balas, lett. metamais «un bastone per colpire»; lett. metamais «l’organo genitale maschile», pol. pyta «pene»: pol. pyta «frustino corto» ecc. Lit. pavarõklis «frusta» (Rumšiškės): lit. pavarýti. Lit. rãpnykas «frusta lunga con manico corto, staffile» (Gizai, Kapsukas, Liudvinavas, Pandėlys, Raseiniai, Veiveriai), rãpningas (Višakio Rūda) è un prestito dal polacco, cfr. pol. harapnik «frusta con lunga correggia». La forma rãpnikas è sorta in ambito lituano per l’uso contiguo dei suffissi -inyka-, -ininka-. Dalla lingua polacca questo nome dello strumento per colpire è passato anche ad alcune altre lingue slave, cfr. rus. арапник, ucr. гарапник, biel. арапнік, ceco harapnik. In polacco, accanto alla forma harapnik, si usano anche le forme harap, herap, il cui significato originario sarebbe stato il richiamo dei cacciatori ai cani, per indurli a riportare la preda. Secondo l’opinione di molti studiosi, il pol. herap (è attestata anche la forma herab) deriva dal ted. alto herab «giù»⁵⁶. Tuttavia, alcuni significati della parola polacca («preda, saccheggio», cfr. pol. już po harapie «ormai è tutto finito, troppo tardi») inducono a dubitare di tale spiegazione; perciò forse F. Slawski ha ragione nel sostenere che una parte dei significati della parola polacca si spiegherebbe facilmente considerando come sua fonte il turco harap «annientamento, devastazione, desolazione»⁵⁷. Lit. rìm̃bas «frusta, frusta grossa, estremità di una corda, correggia della frusta, verga» (Griškabūdis, Kapsukas, Merkinė, Naumiestis) è una parola di origine lituana, da collegare a lit. rem̃bti «diventare pigro», rémbėti «diventare pigro; indurirsi, saldarsi», rùmbas «cicatrice (dopo la guarigione di una ferita o dopo una percossa)», rambùs «goffo, impacciato»⁵⁸. Lit. stirmakojis «frusta con manico ricavato da una zampa di capriolo», stirnakojis (Mažeikiai, Raseiniai, Rokiškis, Šiluva), stirninis (Dusetos, Kupiškis), stirninė (Baisogala), stirninas (Skrebotiškis), stirnõkas (G. H. F. Nesselmann, Wb., 502; F. Kuršaitis scrive stirnõkas, indicando al contempo di non aver mai sentito questa parola nella lingua parlata, Wb., 406) < lit. stirna «capriolo» + koja «gamba». Le forme non composte sono probabilmente più recenti e derivate dalla forma composta stirnakojis. Lit. šmikis «frusta» (Klaipėda, Upyna), cfr. lit. šmikis «la correggia della frusta» (Chr. Mielcke, Wb., I, 279; F. Kurschat, Wb., 391; G. H. F. Nesselmann, Wb., 528); «la punta della correggia della frusta, intrecciata con fibre di lino» (Dovilai, Gaurė) è un prestito dal tedesco, cfr. ted. Schmicke «estremità della correggia della frusta»⁵⁹. Il significato di «frusta» di lit. šmikis è sorto all’interno della stessa lingua lituana. Nei dialetti lituani la parola šmikis è ampiamente usata nel significato di «f a l l i t o, i n c a p a c e, persona poco seria». Nel dizionario di E. Frenkel si ipotizza che l’insorgere di tale significato possa essere stato influenzato dalla parola polacca smyk «ragazzotto, fannullone». Tuttavia, tenendo presente l’evoluzione semantica dei nomi della frusta e delle nozioni a essa connesse, il significato di «fannullone» potrebbe essersi sviluppato in lituano anche senza alcuna influenza esterna. Numerosi nomi di strumenti di diverse origini usati per guidare e colpire sono caratteristici soltanto della lingua lettone: Lett. ādainica «frusta di cuoio», ādenica, ādunica (EM, I, 236; EH, I, 192), cfr. lett. āda «il mantello, il cuoio», lit. óda «pelle». ⁵⁶ A. Brückner, Sl. et., p. 168; M. Vasmer, Et. Wb., I, p. 22. ⁵⁷ F. Slawski, Sl. et., I, p. 402–403. ⁵⁸ K. Būga, Rinktiniai raštai, II, p. 111; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 696. ⁵⁹ K. Alminauskis, Die Germanismen des Litauischen, p. 130; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1013. 69 Lett. atvītene ‘una correggia di frusta intrecciata all’indietro; una frusta cosacca’ (EH, I, 181), cfr. lett. atvīt ‘disfare un intreccio, separare’. Lett. baīce ‘una frusta corta e spessa’, baīcene (EM, I, 249), secondo J. Endzelīns, probabilmente una rielaborazione del ted. Peitsche (probabilmente una formazione secondaria del ted. Peitsche). Per il rapporto tra b- e p- in posizione iniziale, cfr. lett. brusaks ‘il prussiano’, lett. bakškis: lett. pakš(k)is, lett. bęka: lett. pęka, lett. bires: lett. pires, lett. blakts, lit. blākė: lett. plakts e altri.60 Il ted. Peitsche è a sua volta un prestito dallo slavo (attestato già nei monumenti della lingua tedesca del XIV secolo)61. Lett. bembele ‘una frusta, in particolare la frusta degli zingari’ (EM, I, 278), bèmbele ‘un randello (per picchiare)’ (EH, I, 212), cfr. lett. bèmbelis ‘un insulto (riferito a persone — bambini piccoli, brutti e panciuti —, animali — vitelli e cavalli panciuti — e alberi deformi)’, bემბere ‘una ragazza di bassa statura’, bemberis ‘un albero nodoso; una betulla storta, cresciuta male’, cfr. inoltre il lit. bimbìlas. Lett. biktala ‘la frusta degli zingari’ (EM, I, 295), biktiņš ‘percosse’, nùobiktalât ‘picchiare a sangue’ potrebbero essere parole di origine onomatopeica; cfr. lett. bika, biku ‘interiezione che indica una spinta, un colpo’, bikât kājas ‘battere i piedi per terra’ (EH, I, 218). Lett. cùcine ‘una frusta per governare i maiali’ (EH, I, 280), cfr. lett. cūka ‘il maiale’. Lett. čūnčurs ‘una frusta troppo corta’ (EM, I, 421), cfr. lett. čūnčurs ‘qualcosa di aggrovigliato, arruffato, un gomitolo, un grumo; una persona che è solita vestirsi molto pesantemente’, čūnčuris ‘qualcuno a cui il lavoro non riesce’, čūnčuriski ‘curvo’. Lett. derža ‘una frusta corta, con un manico costituito da una zampa di capra o di lepre; una frusta grande, una frusta zingara’ (EM, I, 458); secondo J. Endzelīns (con riserva), in origine indicava una frusta di cuoio; cfr. lit. diržas. Lett. dimbā ‘nerbo’ (EM, I, 467) andrebbe probabilmente collegato al lett. timbā ‘fare qualcosa lentamente’ (nu timbā, timbā! si dice per incitare un cavallo pigro e debole); ‘portare con fatica’, timbā ‘un tessuto più spesso del normale’. Lat. una frusta da equitazione ricavata da un nerbo di bue, un nerbo di bue; una frusta da equitazione ricavata da un nerbo di bue (EH, I, 321), cfr. lett. l’organo genitale maschile (soprattutto quello di un bue) < basso ted. med. pene. Lat. una frusta; un rimprovero (EM, I, 491) probabilmente va collegato al lett. filo metallico < basso ted. med. filo metallico, cfr. lett. rimproverare, colpire, picchiare, il rimprovero=» (EH, I, 331), cfr. anche lett. dratinis. Lett. dūrtēne ‘una frusta da equitazione grossa e affilata; una bastonatura’ (EM, I, 520): lett. dūrt ‘pungere, spingere’, lit. dūrti. Lett. dzenamais ‘qualcosa con cui si incita, un bastone, una frusta ecc.’ (EM, I, 544): lett. dzīt ‘spingere, incalzare’. 60 J. Endzelīns, Grammatica della lingua lettone, p. 251–252; V. Kiparsky, Scando-slavica, 14, p. 73–97. 61 F. Kluge, Et. Wb., p. 537. 70 Lat. džala ‘?’ (čigānam brenga džala BW. 33554, 6, EH, I, 365) probabilmente deriva da < lat. džāndžala. Lat. džāndžala ‘la frusta degli zingari’, džandala (EM, I, 563), džandželīte (EH, I, 365), džendžala (EM, I, 563), džendžele (EH, I, 365), džīndžala (EM, I, 564; EH, I, 365), džindžauska (EM, I, 564), džīndža ‘un ramo di salice o di betulla, oppure una frusta’ (EH, I, 365), cfr. anche džandžalāt ‘colpire’, džāndžalēt, džendžalāt, džindželēt, džindžuot, džindžalāt, džindžalēt, džindžināt ‘sferzare’, džindžalnieks ‘uno zingaro’. Parole probabilmente di origine onomatopeica; cfr. lat. džindž ‘interiezione che indica un suono tintinnante’, džindžēt ‘suonare’, džindžulis ‘una campana difettosa; un orologio da tasca’, cfr. anche il lituano džendžioras. Lat. elvete ‘un ramo da pastore, una verga per percuotere’ (EM, I, 569), cfr. il lituano elvytōs ‘pertica di betulla per un’altalena’, alvytà ‘vimine attorcigliato (salice)’, lat. elvede ‘un giovane abete grosso quanto un braccio, la cui estremità sottile, trasformata in una klūga, serve ad assicurare i barconi alla riva’, e forse anche il prussiano antico alodde ‘cerniera=, banda della porta mediante la quale questa viene appesa ai cardini’ (voce 541 del glossario di Elbing)62. Lat. ganeklis ‘la verga del pastore’ (EM, I, 599), ganenīca (EM, I, 600): lat. gans ‘il pastore’, ganīt ‘custodire, pascolare’. Lat. grīndža ‘una frusta zingara’ (EH, I, 406) potrebbe talvolta essere derivato per dissimilazione dal lat. džindža. Lat. kaltine ‘la spessa frusta di cuoio dei cosacchi’ (EM, II, 145): lat. kalt ‘foggiare; colpire; ferrare’. Lat. kaūka ‘una frusta zingara’ (EM, II, 173): lat. kāukt ‘ululare’, cfr. anche il lat. kaūka ‘l’ululato, il vento di tempesta; il gridatore, colui che ulula, una persona piagnucolosa’. Lat. kazāčene ‘la frusta dei cosacchi’ (EM, II, 183): lat. kazāks ‘il cosacco’. Lat. līcene ‘la frusta’ (EM, II, 476) – J. Endzelīns la collega al lat. līkt ‘piegarsi, incurvarsi, sprofondare, spezzarsi’. Lat. liētēne ‘una frusta corta’ (EM, II, 507) – J. Endzelīns, con qualche dubbio, la collegava al lat. liēt ‘versare; menare, colpire’. Il collegamento è molto plausibile; cfr. il lituano liēt kam par galvu; liēt kam ar riksti pa pakauļ (EH, I, 757). Lat. lūnte ‘la frusta’, lūntaga (EM, II, 514) – prestito dal tedesco63, cfr. il ted. die Lunte ‘miccia, stoppino; coda (nel linguaggio dei cacciatori)’. La forma lūntaga si è probabilmente formata sul modello di pātaga. Lat. luot̄ega ‘una frusta; una verga, un bastone, una verga grande’ (EH, I, 768), luōtaga ‘la verga, qualcosa con cui colpire (una corda, una frusta)’ (EM, II, 528–9, EH, I, 768), lūtaga (?) ‘una verga flessibile e flessuosa’ (EM, II, 520): lat. luotāt ‘colpire’. Potrebbe anche trattarsi di forme lat. lūntaga in qualche modo «lettoneggiate». Lat. miseklis ‘una frusta zingara’ (EH, I, 818), forse andrebbe collegato al lat. mizeklis ‘l’uretra’, mizeknis ‘l’organo sessuale maschile (di stalloni, tori e montoni)’, mislis ‘l’organo maschile, in particolare dei cavalli’, cfr. il lituano myžėklis. D’altra parte, è possibile collegare il lat. miseklis al lat. mizuot ‘menare, colpire, bastonare’, il cui significato fondamentale è ‘scortecciare, pelare’ (cfr. lat. misuot (?) = mizuot). Per il mutamento di significato del lat. mizuot, cfr. il lituano. 62 K. Būga, Rinktiniai raštai, III, p. 429; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 120–121; J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 140. 63 J. Sehwers, Sprachlich - kulturhistorische Untersuchungen, p. 74. 71 lūpti ‘prendere la corteccia, la scorza, il guscio’→‘percuotere, riempire di botte’. Tuttavia, la prima spiegazione sembra più plausibile. Lett. peizere ‘la frusta’ (EM, III, 193; EH, I, 219); cfr. lett. pēizēt ‘sprecare’, peizāt ‘deridere, danneggiare materialmente’, peiza ‘birra leggera’, peizeris ‘persona sconsiderata, stupida’, peizums ‘uno che fa chiasso, provoca baccano’. Lett. pempe ‘una frusta corta’ (EM, III, 199); cfr. lett. pempe ‘la coda corta dei maiali, la coda mozza dei cavalli’, pempele ‘ragazzina piccola e grassa; persona di corporatura tarchiata’ (EH, II, 222), pempis ‘la pancia, persona grassa’, pimpis ‘organo genitale maschile’. Inoltre, queste parole sono da collegare al lett. pempt, pampt e al lit. pañpti. Lett. pička ‘una frusta; una verga flessibile’, pička (EM, III, 230) è una parola attestata nei testi antichi della lingua lettone (negli scritti di G. Mancelis, G. Elger e J. Langius), nonché abbastanza frequentemente nei dialetti. La sua fonte è il basso-tedesco pietske ‘frusta’⁶⁴. Dal basso-tedesco pietske deriva anche l’estone piitsk. Lett. pikene ‘uno strumento per percuotere; una frusta corta (catramata)’ (EM, III, 214); quest’ultimo significato indicherebbe che pikene significasse originariamente una frusta spalmata di pece («peceata»; lett. pikis, lit. pikis, est. pikk < medio basso tedesco pik); cfr. anche lett. pjikenēt ‘colpire con la frusta’. Lett. pipa ‘la frusta’ (EM, III, 221), pipka ‘la frusta; un panno attorcigliato per poter colpire’ (EM, III, 222) sono probabilmente da collegare al lett. pipis ‘l’angolo, la punta di un sacco di grano; l’organo genitale maschile’, pipiņš ‘denominazione diminutiva dell’organo genitale maschile’, pipaste ‘mucca con la coda corta’; cfr. anche lett. pipāt ‘frustare’, lett. pipka ‘ubriacone, beone’. Lett. pleņica ‘frusta piatta di cuoio’, pleņica, pleņice (EM, III, 336), plemiča ‘strumento per remare ai tempi della schiavitù’ (EH, II, 291) < dal russo плетеница ‘intreccio’: russo плести (В. Даль, Сл., III, 123). Lett. riņguotne ‘un tipo di frusta con manico corto’ (EM, III, 528); cfr. lett. riņgalts ‘cinghia della sella, cinghia ad anello’, ringuts < ted. Ringgurt⁶⁵. Lett. sipsna ‘una verga robusta, anche una cinghia per le bastonate (= siksna)’ (EM, III, 842). K. Būga lo collegava al lit. šipulys, šipti⁶⁶; J. Endzelīns propendeva a collegarlo al sanscrito śiphā ‘radice sottile, verga’ oppure śepáḥ ‘pene’. Ci sembra che, attribuendo alla parola sipsna il significato ‘una cinghia per le bastonate’, sarebbe possibile spiegarne l’origine da siksna (= lit. šìkšna). Lett. sislis ‘un bastone, in generale uno strumento per percuotere’ (EM, III, 849): lett. sist ‘colpire’. Lett. sitamais ‘qualcosa con cui colpire, un randello’ (EM, III, 849, 850): lett. sist ‘colpire’. Lett. skabene ‘ciò che serve per colpire = sitamais’ (EM, III, 863). J. Endzelīns propende a collegarlo al lett. skabīt ‘tagliare i rami, cimare’, cfr. lett. atskabene ‘un frustino da bagno consunto’ (EM, I, 191). Lett. strūpene ‘verga da pastore’, strūpene (EM, III, 1098). J. Endzelīns propende a collegarlo al lett. strupjs ‘spuntato corto, con legami brevi’. ⁶⁴ J. Sehwers, Ricerche storico-linguistiche e storico-culturali, p. 89. ⁶⁵ Ivi, p. 101. ⁶⁶ K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 600, II, p. 316, 618. 72 Il lettone škęste «una verga (lunga); una verga da pastore (con rami sottili); una pertica per un tetto di paglia» (EM, IV, 29) viene messo in relazione con il lituano sketerà «dorso dell’animale, gobba; setole della gobba» e il russo щетина «setole»⁶⁷. Il lettone škina «una verga, una verga da pastore, un’asta sottile e lunga, una canna da pesca, una pertica per un tetto di paglia», škinaga «una verga da pastore, una lunga verga per legare covoni o intrecciare cesti, una canna da pesca» (EM, IV, 41; EH, II, 636) J. Endzelynas propende a metterli in relazione con il lettone škīt «sfogliare, strappare, cogliere». Lettone šmīkšenica «una verga o una frusta» (EH, II, 649): lettone šmīkstēt «schioccare, sferzare, schioccare la lingua, fischiare» (cfr. braucuot pātaga pa gaisu (gar ausīm) vien šmīks-tēja), šmīkšēt. Il lettone švaka «una verga, un bastone flessibile per percuotere» (EM, IV, 113) è probabilmente di origine onomatopeica; cfr. lettone ledus saka: brika braka; zuobeniņi švika švaka (BW. 31971 var., EM, IV, 113). Il lettone vebikis «frusta» (EM, IV, 514), cfr. lettone vebe «una fascia larga quanto un dito, tessuta con corde». Il lettone vembele «una verga; una verga spessa; una verga corta e spessa per percuotere; una verga da pastore», vembelis (EM, IV, 536), vembele «un randello corto» (EH, II, 770) è un prestito dal finnico baltico; cfr. estone vemmal (gen. vemble) «percosse, randello», finlandese vempele⁶⁸. Il lettone zeliga «una mazza; una frusta con una mazza di ferro» (EM, IV, 704) andrebbe probabilmente messo in relazione con il lettone zelēt «masticare, bastonare». Il lettone zipsna (scritto anche con -b-) «una verga robusta; la correggia, una cintura di cuoio=siksna» (EM, IV, 725), cfr. anche lettone zipât «colpire», zipene «una verga», zipsnât «colpire». Forse il lettone zipsna andrebbe fatto derivare dal lettone sipsna, e quest’ultimo messo in relazione con il lettone siksna. Il lettone žebenica «una lunga verga da pastore» (EM, IV, 799), cfr. lettone žebeklis «un legno nodoso, un bastone nodoso», žābeklis «il bastoncino o le spine con cui si circonda il muso di un animale giovane perché non possa succhiare», che a loro volta sono da mettere in relazione con il lituano žābas, žābōti⁶⁹. Nei testi della lingua prussiana troviamo anche una denominazione per uno strumento da percuotere: è la voce 315 del glossario di Elbing, Brusgis Geysel. Questa parola è riportata dopo i nomi delle corde e probabilmente significa «frusta». L’origine del prussiano brusgis è piuttosto incerta; probabilmente, come propongono R. Trautmann⁷⁰ e J. Endzelynas⁷¹, andrebbe messo in relazione con il lituano brūzgai «cespugli fitti e radi», brūžgas «ramo secco, bacchetta, ramoscello», bruzgōtas «bastone, ramoscello», brūzgulys «bastone; cappio con un bastoncino per stringere il muso del maiale; bastone per legare i covoni di paglia», ecc. Di conseguenza, il significato originario del prussiano brusgis sarebbe «bastone»; quanto alla semantica, cfr. il tedesco die Geissel «frusta»: antico nordico geisli «bastone»⁷². ⁶⁷ K. Būga, Rinktiniai raštai, I, p. 599, II, 315, 617; E. Fraenkel, Et. Wb., p. 803–804; M. Vasmer, Et. Wb., III, p. 450–451. ⁶⁸ V. Thomsen, Beröringer mellem de finske og de baltiske (litauisk-lettiske) Sprog, p. 286. ⁶⁹ E. Fraenkel, Et. Wb., p. 1282–1283. ⁷⁰ R. Trautmann, Die altpreussischen Sprachdenkmäler, p. 314. ⁷¹ J. Endzelīns, Senprūšu valoda, p. 154. ⁷² F. Kluge, Et. Wb., p. 242. 73 Come si vede, nelle lingue baltiche (lituano e lettone) esistono moltissime denominazioni, di uso più o meno ristretto, degli strumenti per spingere o colpire il bestiame. Una gran parte di queste denominazioni è giunta nelle lingue baltiche dalle lingue slave (lit. botagas, lett. pātaga, lit. bižūnas, lett. bižūne, lit. kančiūkas, lett. kančūka, lit. knūtas, lett. knute, lit. nagaika, lett. naika, lit. pastarānka, lett. pastrunkis, lit. pitka, lett. pitka, lit. pletnìa, lett. pletne, lit. barborā, lit. kiestenius, lit. rāpn ykas, lett. plenica). Alcuni slavismi di questo tipo possono essere penetrati in lettone anche attraverso il lituano. Tra i nomi lettoni degli strumenti per colpire troviamo anche prestiti dal tedesco (lett. baice, lunte, pīcka, ringuotne). In lituano se ne incontrano pochissimi (lit. šmikis). Nelle lingue baltiche esistono numerose denominazioni di strumenti per colpire di origine onomatopeica (lit. bimbilas, lit. bindza, lit. bričius, lit. džendžioras, lit. džiungāras, lett. biktala, lett. dañdala, lett. džandžala, lett. šmikšenica, lett. švaka). Esiste uno stretto rapporto semantico tra le denominazioni degli strumenti per colpire e quelle del membrum virile. Alcune denominazioni degli strumenti per colpire sono usate nel significato di «persona da poco, poco seria, vagabondo». ABBREVIAZIONI I APh – Archivum Philologicum, I–VIII, Kaunas, 1930–1939. B – Lexikon Germanico-Lithvanicum et Lithvanico-Germanicum, darinnen… von Jacobo Brodowskij (XVIII amž. pradžios rankraštis, du tomai). BB – Beiträge zur Kunde der indogermanischen Sprachen, herausgegeben von A. Bezzenberger, I–XXX, Göttingen, 1877–1906. E. Berneker, Et. Wb. – Slavisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg, 1908–1913. BrB – Biblia tatai esti Wissas Schwentas Raschtas Lietuwischkai pergulditas per Janą Bretkuną Lietuwos Pleboną Karaliauczuię (1590 m. rankraštis). BrP – Postilla tatai esti Trumpas ir Prastas Ischguldimas Euangeliu… Per Jana Bretkuna… Karaliauczuię… 1591. A. Brückner, Sł. et. – Słownik etymologiczny języka polskiego, Kraków, 1927. Bt. – S. 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Wb. – Dizionario etimologico latino, I–II, Heidelberg, 1938–1954 II air. – irlandese av. – avestico afgan. – afghano baltr. – bielorusso alb. – albanese bulg. – bulgaro angl. – inglese chorv. – croato arm. – armeno ček. – ceco aukšt. – alto lituano dial. – dialettale 75 est. — estone germ. — germanico got. — gotico gr. — greco het. — ittita ide. — indoeuropeo isl. — islandese isp. — spagnolo karel. — careliano kaš. — casciubo lat. — lettone lenk. — polacco liet. — lituano lyv. — livoniano lot. — latino lūž. — lusaziano n. — nuovo pers. — persiano pr. — prussiano pranc. — francese rus. — russo sen. — antico serb. — serbo serb.-chorv. — serbo-croato skand. — scandinavo skr. — sanscrito slav. — slavo slov. — sloveno slovk. — slovacco suom. — finlandese tarm. — dialettale tot. — tartaro ukr. — ucraino veps. — vepsiano vid. — medio alemanno vok. — tedesco žem. — samogitico DALLA STORIA DELLA TERMINOLOGIA DELL’ALLEVAMENTO NELLE LINGUE BALTICHE А. САБАЛЯУСКАС Riassunto Denominazioni della mandria. Nelle lingue baltiche, soprattutto in lituano, esistono moltissime denominazioni della mandria: in lituano — bandā, kaimenė, guotas, kėltuva, pėkus, gyvuliai, gyvis, goniava, gonā, gardas, stōdas, armuo, gaibjė, pūlkas, tabūnas; in lettone — luopi, bars, ganeklis, pulis e altre. Nella maggior parte dei casi si tratta di parole antiche di origine baltica. Particolare interesse riveste il lituano bandā, che nei dialetti della lingua lituana e nei testi scritti è usato con i seguenti significati: «mandria», «cereali (anche lino) seminati per sé dal bracciante, dal figlio o dal fratello minore del contadino», «terra in cui è stata seminata la bandā», «integrazione in natura alla paga del bracciante», «salario in natura del bracciante», «vantaggio, beni, patrimonio, proprietà, denaro», «pagnotta». In origine, il lituano bandā significava molto probabilmente «animale»; da questo significato si sono gradualmente sviluppati altri significati più recenti. Il lituano bandā è attestato in documenti scritti in lingue diverse dal lituano già prima della comparsa dei testi scritti in lituano. Con significati diversi, questa parola è passata in lettone e anche nelle lingue slave. Nelle lingue slave la parola ricorre anche con significati ignoti al lituano; per esempio, nei dialetti bielorusso e ucraino бонда è usata nel significato di «mucca destinata alla dote della sposa». Alcuni toponimi e antroponimi dell’antico prussiano sembrano testimoniare che anche nell’antico prussiano esistesse un tempo una parola corrispondente al lituano bandā. Molti studiosi collegano il lituano bandā all’indoeuropeo *bhendh- «legare». Tuttavia, l’aspetto semantico di questa etimologia suscita qualche dubbio. Il lituano kaimenė «mandria» va ricondotto al lituano káimas «villaggio, paese». È interessante notare che persino la distribuzione geografica di queste parole coincide, in linea generale. L’origine del lituano guotas «mandria» è del tutto oscura. Il suo rapporto sia con il lituano gan- jā «banda, combriccola, branco», góvėda «accozzaglia, folla», sia con l’indoeuropeo *guou- «bestiame» è puramente ipotetico. Il lituano kėltuva «bestiame» è usato anche nel significato di «mandria» nei dialetti orientali della lingua lituana. Era usato così anche nella lingua scritta antica. Lituano kėltuva: lituano kėlti «sollevare». 76 Il lituano rėkus significava originariamente anche «bestiame; mandria», ma nella lingua scritta antica, e talvolta anche nei dialetti, questa parola è usata nel significato di «gregge». È particolarmente interessante il fatto che il lituano gyvuliai «bestiame, gregge» formi un’area piuttosto compatta insieme al bielorusso жывіла e al polacco zwierzęta. Non si può escludere che il bielorusso жывіла abbia assunto questo significato sotto l’influenza del lituano gyvuliai. Nella lingua scritta antica, e anche nelle isole linguistiche lituane in territorio bielorusso, il vocabolo gyvis è usato nel significato di «gregge». Entrambi questi nomi del gregge sono inseparabili dall’indoeuropeo *gʷi- (lituano gy-, slavo ži-). Lituano gōniava «gregge», gonà: lituano ginti «spingere, condurre». Il lituano gardas è usato nel significato di «gregge» soltanto nella lingua scritta antica. Il significato originario di questa parola è «recinto, luogo recintato; stalla». Da questo significato è derivato anche quello di «gregge». Il lituano stodas, tabūnas, pulkas (lettone pulks) sono prestiti dalle lingue slave. Il lituano artimo «gregge» è attestato soltanto nella traduzione della Bibbia realizzata da A. Baranauskas, dove è sorto sotto l’influsso del latino armentum «bestiame grosso; gregge, mandria». Il lituano gaibje è attestato per la prima volta in un dizionario manoscritto del XVII secolo. Da lì passò nel dizionario manoscritto di J. Brodowski e da questo nel dizionario di F. Nesselmann. Tuttavia, la struttura di questa parola indica che non si tratta di un dato attendibile della lingua lituana. Lettone lūpri «gregge»: lettone lūprs «bestiame, animale» (cfr. albanese lopē «mucca»). Lettone bars «gregge, mandria, branco»: lettone bērt «versare», lituano berti, lituano bāras «appezzamento, striscia». Lettone ganeklis «gregge»: lettone ganīt «pascolare», lituano ganyti. Il lettone pulis ha assunto il significato di «gregge» a partire da quello di «mucchio, moltitudine, folla». In generale, nei nomi baltici del gregge si riscontra abbastanza spesso lo sviluppo semantico «moltitudine, folla»→«gregge», «animale; bestiame»→«gregge». Nomi dei pastori. In lituano si è conservato un antico nome indoeuropeo del pastore — piėtuō (: greco antico ποιμήν e altri). Con ogni probabilità questo nome del pastore era usato anche nell’antico prussiano e in lettone. Il nome baltico del pastore è penetrato nelle lingue finniche baltiche, cfr. finlandese paimen «pastore» e altri. In lituano e in lettone si usano nomi del pastore derivati dal lituano ganyti «pascolare» e dal lettone ganīt. Queste parole vanno poi collegate al lituano ginti «spingere, condurre», al lettone dzīt, al russo гнать e ad altri. In lituano troviamo un’intera serie di nomi derivati dai corrispondenti nomi di animali domestici, cfr. arklininkas «guardiano di cavalli»: lituano arklys «cavallo», avinininkas «guardiano di pecore»: lituano avis «pecora», jautininkas «pastore di bovini»: lituano jautis «toro, bue», karvišius «pastore di mucche», kārvinininkas: lituano kārvė «mucca» e altri. Lituano avčiorius «pastore di pecore» < polacco owczarz. Lettone šēperis «pastore di pecore» < tedesco Schäfer. In lituano troviamo diverse denominazioni del pastore capo. Le più usate sono kerėdžius e skerdžius (con una s aggiuntiva; cfr. lituano kregždė ‘rondine’; skregždė, keterà ‘cresta del collo’: sketerà, ecc.). Questa denominazione del pastore capo ha un’etimologia sicura: è ricondotta all’indoeuropeo *kerdh- ‘turno, fila; gregge’. In prussiano antico si è conservata una parola di questa radice, kērdan (accusativo singolare) ‘tempo’. Nell’antichità questa parola, nel significato di ‘turno, strato’, era apparentemente in uso in tutte le lingue baltiche. Ne è testimonianza il finlandese kerta ‘strato, falda; volta, una volta’, preso in prestito dalle lingue baltiche. Il lituano kerėdžius, skerdžius ricorre abbastanza spesso in documenti russi, bielorussi e polacchi relativi alla Lituania. Per il significato è molto vicino al lituano kerėdžius, skerdžius anche il lituano dienìnis ‘pastore capo’ (: lituano dienà ‘giorno’). Questa denominazione è usata soltanto in una piccola area dei dialetti della Lituania orientale. 77 Lituano viršininkas ‘pastore capo’: lituano viršus ‘parte superiore’. Alla fine del XIX secolo il linguista lituano J. Jablonskis (1860—1930) introdusse questa parola nella lingua letteraria, attribuendole il nuovo significato di ‘capo’. Lituano bandìlis ‘pastore capo’, bandìžius, bandìnis: lituano banda ‘gregge’. Nella letteratura linguistica, già dai tempi di A. Bezzenberger, compare con il significato di pastore il lituano tvarklas. Questa parola con tale significato è riportata anche nel dizionario etimologico della lingua lituana di E. Fraenkel. A. Bezzenberger ricavò la parola tvarklas dal manoscritto della traduzione biblica di Bretkūnas. Tuttavia, come abbiamo potuto appurare, tvarklas è entrato nella letteratura linguistica con il significato di ‘pastore’ per un equivoco. Come si vede dall’edizione tedesca della Bibbia del 1549, la frase „und wie ein Herd on hirten“ era stata interpretata erroneamente. In questa frase la parola hirten corrisponde al tedesco Hürde. Di conseguenza, anche il tvarklas di Bretkūnas, in questa frase, non è usato nel significato di ‘pastore’, bensì in quello di ‘recinto’. Lituano pastýrius ‘pastore capo’, pulkavnykas e, con ogni probabilità, anche ustòvas sono prestiti dalle lingue slave. In lituano troviamo anche una serie di denominazioni per gli aiutanti specializzati del pastore capo — paganìkas, pàganas: lituano ganýti ‘pascolare’, pavarininkas, pavarinis: lituano varyti ‘spingere’, pirmininkas: lituano pìrmas ‘primo’, šalininkas: lituano šalis ‘paese’. Denominazioni del pane. Nelle lingue baltiche troviamo numerose denominazioni del pane, di diversa origine. In lituano la denominazione più diffusa è tvártas. Il significato originario di questa parola è ‘luogo recintato’. Con tale significato la parola ricorre nella letteratura lituana antica e nei dizionari della lingua lituana dell’ex Prussia orientale. Lituano tvártas ‘stalla’: lituano tvérti ‘recintare’. Al lituano tvártas va probabilmente ricondotto anche l’antico prussiano coaris (toaris). Il lituano gùrbas nel significato di ‘pane’ è usato in una parte dei dialetti orientali della lingua lituana. Con questo significato il lituano gùrbas è già attestato nel dizionario di K. Širvydas (edizione del 1629). In generale, nei dialetti lituani questa parola ha moltissimi significati: ‘cesto, intreccio’, ‘parte superiore del carro, intrecciata con rami’, ‘mangiatoia per il bestiame’, ‘gabbia per uccelli domestici’, ‘nido’, ‘cuccia’, ‘parte separata della stalla (per pecore, maialini)’, ‘cortile del bestiame; recinto’, ‘gabbia per animali’, ‘tipo particolare di alveare coperto di paglia’, ecc. L’origine del lituano gùrbas non è stata chiarita definitivamente. Ci sembra che, per determinarne l’origine, sia necessario distinguere i suoi diversi significati. Il lituano gùrbas ‘pane’, usato nella Lituania orientale, è una parola baltica autoctona; invece gùrbas ‘cesto, intreccio’, usato soprattutto nella Lituania occidentale, e gli altri significati strettamente connessi a gùrbas ‘cesto, intreccio’ sono penetrati in lituano dal tedesco. Il lettone gùrba, gùrbs non è usato con il significato di pane. Non si può escludere che questa parola sia giunta in lettone dal lituano. Il lituano kùtė ‘stalla’ è usato nella parte settentrionale della Lituania. La forma kùts è ampiamente diffusa in lettone. La questione dell’origine di questa parola è molto complessa. Probabilmente J. Endzelīns aveva ragione nel supporre che il lituano kùtė possa essere un prestito dal lettone. Anche la distribuzione geografica della parola lituana indica tale possibilità. La forma più antica del lettone kùts potrebbe essere stata *kunt, nel qual caso questa denominazione della stalla potrebbe probabilmente essere collegata al russo кут ‘angolo, angolo appartato; estremità o fondo di un passaggio cieco; angolo della casa contadina, angolo vicino alla porta’, all’ucraino кут ‘angolo, porcile’, ecc. Il lituano stalùdas, il lettone stallis e l’antico prussiano staldìs sono prestiti dal tedesco (cfr. basso tedesco stall). E. Fraenkel collegava a queste denominazioni della stalla anche il lituano žemaitico stalnė, stalnėlė. A nostro avviso, tuttavia, il lituano stalnė, stalnėlė va collegato non al lituano staldas, bensì al lituano stainė ‘scuderia’, stainėlė (quanto alla fonetica, cfr. lituano kùinas ‘ronzino’: lituano kùlnas ‘ronzino’). La nostra ipotesi è particolarmente confermata dai testi delle canzoni popolari lituane, nei quali l’uso delle forme stalnė e stainė coincide quasi del tutto. Il lituano pìlė ‘stalla’ è usato in una piccola parte della Lituania orientale. La parola ricorre già con questo significato nel dizionario di K. Širvydas (edizione del 1642). Il lituano pìlė è usato anche con i significati di ‘tana, grotta; tenda, capanna, baracca’. In lituano 78 Negli inventari redatti in russo, polacco e bielorusso, il lituano pūnia è usato più spesso nel significato di «costruzione per il grano mietuto, il fieno e la paglia». Con significati simili è usato anche il lettone pūne, pūnis. Il lettone pūnis si trova già nel dizionario di G. Mancelius (1638). L’origine di questa parola è molto incerta. Una parte degli studiosi ritiene che sia stata presa in prestito dai baltici dalle lingue slave, mentre un’altra sostiene, al contrario, che sia passata nelle lingue slave da quelle baltiche. Ci sembra che quest’ultima opinione sia più plausibile. Il lituano pãtas nel significato di «stalla» è usato in un’area ristretta nella parte centrale della Lituania. In questo significato troviamo la parola pãmas anche nel dizionario di K. Širvydas (edizione del 1642). Con un significato simile è usata anche negli inventari lituani redatti in polacco, bielorusso e latino. Il lettone pams non è usato nel significato di «stalla», sebbene alcuni significati di questa parola siano molto vicini a quello di «stalla». Il significato originario della parola lettone pams è «costruzione in cui si trovava un impianto per il riscaldamento e la cottura». Attualmente sia il lituano pãmas sia il lettone pams sono usati soprattutto nel significato di «casa». Il lettone laidars nel significato di «stalla» è usato nella parte occidentale della Lettonia. Il significato originario del lettone laidars e del lituano laidaras era «recinto». Da questo significato si è sviluppato quello di «stalla». Lituano laidaras, lettone laidars: lituano leisti «lasciare entrare, far passare», lettone laist. Il lituano dāngtis nel significato di «stalla» è usato solo in una piccola zona della Lituania centrale. Troviamo questa parola con tale significato anche in alcuni testi antichi. Il significato principale del lituano dāngtis è «coperchio, copertura; tetto». Da quest’ultimo significato si è sviluppato quello di «stalla». Lituano dāngtis: lituano dengti «coprire, ricoprire, mettere al coperto». Il lituano kūginys nel significato di «stalla» è usato solo in un ristretto gruppo di dialetti orientali. Troviamo questa parola nel significato di «stalla» già nelle opere di M. Daukša. Lituano kūginys «stalla»: lituano kūgis «covone; mucchio», per il significato si confronti il lettone gubenis «fienile, ripostiglio per il fieno»: lettone guba «covone; mucchio», lituano gubà «covone». Il lituano abarės nel significato di «stalla» è usato in una zona molto ristretta della Lituania centrale. Questa parola è un prestito dal polacco; cfr. polacco obora. Il lettone klēvs «stalla» è usato nella parte orientale della Lettonia. Ricorre già negli antichi testi lettoni. Questa parola è entrata in lettone dalle lingue slave; cfr. russo хлев, bielorusso хлеў, polacco chlew. Nelle lingue baltiche troviamo un numero piuttosto elevato di denominazioni per le stalle destinate a singole specie di animali. Lituano arklidė «scuderia», arklinis, arkline, arklininkas, arkliņykas, arkliņykė: lituano arklys «cavallo». Lituano stainia «scuderia», stajnė, stainis, staininė < polacco stajnia; lituano stonià < polacco stania. Lituano strājė «scuderia» < tedesco Streu «lettiera, paglia». Il lituano kaniūšnia, kaniūškė, kaniūškė è stato preso in prestito dalle lingue slave; cfr. bielorusso канюшня e altri. Lituano kiaulidė «porcile», kiaulininkas, kiaulinykas, kiaulinis, kiaulinys, kiaulinė, kiaulinčius, kiaulinyčia: lituano kiaulė «maiale». Lituano migìs «porcile», migėlis; cfr. lituano migìs «tana»: lituano miegoti «dormire». Lituano svinárnykas < bielorusso сві́нарнік. Antico prussiano seweynis «porcile»; antico prussiano swintian «maiale», lettone sivens. Lituano avidė «ovile», avininkas, avinynkas, avinykė, avinė, avikinė, avikinis, avikė, avinyčia: lituano avis «pecora». Lituano karvidė «stalla per vacche», karvininkas, karvinykas, karvininkė, karvinis, karvinys: lituano kárvė «mucca». Nomi degli strumenti usati per incitare gli animali. Nelle lingue baltiche troviamo moltissimi nomi per frusta, sferza e nagaika. Molti nomi di questi stru- 79 menti sono giunti nelle lingue baltiche dalle lingue slave vicine. Riportiamo i nomi più caratteristici. Lituano botāgas «frusta», lettone pātaga, pārtaga < bielorusso батог, cfr. anche russo antico batogъ. Lituano bizi̇̀nas «sferza, nagaika», lettone bizūne < polacco bizun o bielorusso бізун. Lettone dāidala «frusta zingara», dandara — probabilmente di origine onomatopeica. Dalla lingua lettone questa parola è passata al lituano, cfr. lituano daīd aras «frusta con nodi». Lituano kančiukas «sferza, nagaika», lettone kančuka < bielorusso канчук o polacco kańczuk. Lituano karbāčius, lettone karbāča potrebbe essere un prestito sia dal tedesco sia dalle lingue slave, cfr. tedesco Karbatsch, polacco korbacz. Lituano knūtas, lettone knute < russo кнут o polacco knut. Lituano matāras «frusta, corda, bastone, verga»; lituano mėsti «lanciare, gettare, intrecciare». Il lettone matars è molto probabilmente un prestito dal russo. Lituano nagāika, nāika è un prestito dalle lingue slave, cfr. russo нагайка, bielorusso нагаіка. Il lettone paika, paikas potrebbe essere un prestito sia dal lituano sia dalle lingue slave. Lituano pastarānka «frusta spessa, intrecciata con diverse corde», pastrānka < russo посторонка, polacco postronek. Il lettone pastrunkis è molto probabilmente un prestito dai dialetti orientali della lingua lituana. Lituano pitkā «frusta corta, nagaika», lettone pitka < polacco pytka. Lituano pletniā «sferza», lettone pletne < polacco plełnia. Lituano vytinis «frusta intrecciata», lettone vitine: lituano vyti «torcere, intrecciare», lettone vit. Non si può escludere che questa parola sia passata al lettone dal lituano. Lituano ákstinas «bastone appuntito usato per incitare gli animali»: lituano ákstinas «spina», akstis. Nella sua evoluzione semantica, questa parola lituana ricorda molto il latino stimulus, cfr. latino stimulus «bastone appuntito con cui si incitavano gli animali»: latino stimulus «stimolo, impulso, incoraggiamento», lituano ákstinas «bastone appuntito»: lituano ákstinas «impulso, stimolo, spinta». Lituano barbora «un bastone di questo tipo, frusta di cuoio, corda per legare le zattere» ≤ polacco barbara. Lituano bimbilas «frusta», bimbiras: lituano bimti «ronzare». Lituano bindza, bendže «frusta» è di origine onomatopeica. Lituano bričius «frusta, sferza» è di origine onomatopeica. Lituano džāla «sferza, nagaika» è di origine onomatopeica oppure è un prestito dal lettone. Lituano džīolas «sferza, frusta» è di origine onomatopeica. Lituano glỹs «bastone appuntito usato per incitare gli animali»: lituano gylys «pungiglione», gilt «pungere». Lituano gīngīras «sferza» è con ogni probabilità di origine onomatopeica. Lituano įnagis «frusta, sferza»: lituano įnagis «strumento, attrezzo», nāgas «unghia; artiglio», nagingas «abile, esperto». Lituano ūpas «frusta intrecciata, sferza»: lituano ūpas «colpo» < tedesco Hieb. Lituano kiestienius «frusta di cuoio con un pezzo di piombo o di ferro all’estremità» < polacco kiescień. Lituano kurklys «sferza» è attestato soltanto nella traduzione della Bibbia di S. B. Chilinskis (1660). Nell’antica lingua scritta lituana, kurklys significa «scorpione». Come mostra il testo latino della Bibbia, Chilinskis tradusse il latino scorpio con kurklys; tuttavia, il latino scorpio significa non solo «scorpione», ma anche «frusta speciale», e così, per errore di Chilinskis, il lituano kurklys acquisì un nuovo significato. 80 Lituano makāras ‘frusta, bastone’ — è una parola lituana originaria (: makaruoti ‘agitare, sventolare’), oppure è stata presa in prestito dal polacco. Lituano mētena ‘frusta, scudiscio’ — è stato preso in prestito dal lettone. Lituano myžinis ‘frusta’, myžeklis: lituano myžeklis ‘pene’, myžti ‘urinare’. Lituano rāpnykas ‘frusta, frustino’ < polacco harapnik. Lituano rīm̄bas ‘frusta’: lituano rēmbėti ‘indurirsi; cicatrizzarsi; diventare pigro’, rambus ‘pigro’. Lituano stīrnakojis ‘frustino, frusta’ < stirna ‘capriolo’ + kōja ‘gamba’. Lettone dadainīca ‘frusta di cuoio’: lettone dada ‘pelle, cuoio’. Lettone baice ‘frusta corta’ > tedesco Peitsche. Lettone bembele ‘frusta’: lettone bēmbelis ‘termine ingiurioso (riferito a persone o animali panciuti)’. Lettone biktala ‘frusta zingara’ — di origine onomatopeica. Lettone diņķene ‘frusta’: lettone diņķis ‘pene (più spesso di toro)’ < tedesco dink ‘pene’. Lettone dūrtēne ‘frustino, frusta’: lettone durt ‘pungere’. Lettone dzārdžala ‘frusta zingara’ — con ogni probabilità di origine onomatopeica. Lettone kaltine ‘frusta’: lettone kalt ‘forgiare; scalpellare’. Lettone kazācene ‘frusta cosacca’: lettone kazāks ‘cosacco’. Lettone liētene ‘frusta corta’: lettone liēt ‘versare; colpire’. Lettone lunte ‘frusta’ < tedesco Lunte. Lettone pempe ‘frusta corta’: lettone pempe ‘coda corta’. Lettone piska ‘frusta’ < tedesco pietsке ‘Peitsche’. Lettone piķene ‘frusta’: lettone piķis ‘catrame, pece’ < tedesco pik. Lettone plenīca ‘frusta di cuoio’ < russo пленица. L’antico prussiano brūzgās ‘frusta’ — con ogni probabilità va messo in relazione con il lituano brūzgas ‘ramaglia, verga’. Come si vede, nelle lingue baltiche si trova un numero piuttosto elevato di denominazioni della frusta di origine onomatopeica. È piuttosto stretto il legame semantico tra le denominazioni della frusta (sferza) e quelle del membrum virile. Una parte considerevole delle denominazioni della frusta (sferza) è usata anche nel significato di ‘mascalzone, fannullone, vagabondo’. Questa parte della terminologia dell’allevamento indica legami piuttosto stretti tra le lingue baltiche e quelle slave. 6. Iš lietuvių leksikologijos ir leksikografijos