Lietuvių kalbotyra 2003-aisiais metais: Lietuvoje išleisti darbai
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ACTA LINGUISTICA LITHUANICA
LI (2004), 125–139
RASSEGNA DI NUOVI LAVORI
Rassegna delle pubblicazioni recenti
LA LINGUISTICA LITUANA NEL 2003: OPERE PUBBLICATE IN LITUANIA
Il duemilatré non fu generoso con la linguistica lituana. Con la data di quest’anno sono state pubblicate in Lituania, e qui vengono presentate, tre monografie (di Vytautas Kardelis, Rita Miliūnaitė, Juozas Jurkėnas), tre raccolte di articoli (Problemi di lessicografia e lessicologia, Ricerche sui rapporti sintattici, Articoli scelti di Zigmas Zinkevičius, vol. 3) e una pubblicazione dell’antico repertorio toponomastico lituano (di Jonas Palionis, Antroponimi e toponimi della parrocchia di Punia nella seconda metà del XVII secolo).
La monografia di Vytautas Kardelis Caratteristiche della fonologia degli slavismi nei dialetti dell’altopiano orientale (Vilnius: casa editrice dell’Università di Vilnius, 2003, 195 p., ISBN 9986-19-562-4 [Lavori scientifici della Facoltà di Filologia dell’Università di Vilnius]) è stata preparata sulla base della tesi discussa nel 1999. È composta da una prefazione, un’introduzione e tre capitoli. In fondo al volume si trovano un ampio riassunto in tedesco del lavoro, tradotto da Birno Wiemer (pp. 146–158), una ricca bibliografia (pp. 159–168), la spiegazione delle abbreviazioni (p. 169) e un elenco alfabetico degli slavismi (pp. 170–195), con indicazione delle forme grammaticali, dell’accentazione, del significato e delle possibili fonti di prestito di ciascuno.
Nella prefazione (pp. 9–10) viene motivata l’attualità del lavoro: sebbene gli slavismi nella lingua lituana siano già stati studiati in misura relativamente ampia, «mancano ancora studi strutturali e, soprattutto, diacronici sugli slavismi. Uno dei settori meno studiati è la fonologia degli slavismi» (p. 9). Nell’introduzione, piuttosto ampia (pp. 11–33), si esaminano gli orientamenti e le problematiche della ricerca sugli slavismi nella lingua lituana, nonché i principi metodologici di ricerca e ricostruzione. Il metodo di ricerca principale scelto è la ricostruzione interna; lo studio è considerato un’introduzione a indagini successive e più ampie sull’integrazione degli slavismi (p. 27). Il materiale esaminato è stato selezionato tenendo conto delle fonti primarie (cfr. pp. 27–28), perciò è affidabile e non suscita dubbi. La parte conclusiva dell’introduzione offre una concisa rassegna dei principi della ricostruzione fonologica (pp. 29–33). Colpisce che l’autore abbia sentito il bisogno di sottolineare nell’introduzione questioni teoriche fondamentali, come la diversa cronologia dei prestiti o il carattere sistematico dell’integrazione fonologica.
Nel primo capitolo del libro, «Il sistema fonologico dei dialetti» (pp. 33–44), sono discusse sinteticamente le caratteristiche più importanti e distintive dei dialetti, la distribuzione dei fonemi, i tratti differenziali e il sistema fonologico.
Nel secondo capitolo, «Caratteristiche del vocalismo delle lingue slave» (pp. 44–62), che insieme al precedente costituisce la parte introduttiva dello studio, si discutono i termini necessari e le classificazioni delle lingue slave, e si passa in rassegna il sistema vocalico delle lingue slave. Il capitolo è informativo, ma un po’ troppo ampio e non privo di ripetizioni.
Nel terzo capitolo, quello principale, «Sviluppo dell’integrazione degli slavismi» (pp. 62–145), si esaminano l’integrazione qualitativa e quantitativa delle vocali slave e il suo sviluppo, riassumendo l’influenza degli slavismi sul sistema vocalico dei dialetti.
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Lo studio dell’integrazione qualitativa prende avvio dalle vocali o, e. Si individuano le principali leggi di integrazione in posizione accentata, «slavo o → ā semilungo accentato degli slavismi», «slavo e → ē semilungo accentato degli slavismi», e se ne mostra la riformulazione nelle leggi «slavo o → u̯ō semilungo accentato degli slavismi», «slavo e → i̯ē semilungo accentato degli slavismi». Le ragioni della riformulazione delle leggi sono illustrate in modo convincente: una lacuna nel sottosistema delle vocali semilunghe dei dialetti (mancanza di membri di altezza media) (p. 89). La cronologia relativa corrispondente al mutamento delle leggi di integrazione è la seguente: gli slavismi con ā., ē. semilunghe accentate sarebbero più antichi, quelli con u̯ō., i̯ē. semilunghe accentate più recenti (p. 76). Le leggi non etimologiche «slavo o, e → ū., ī. semilunghe accentate degli slavismi» si sarebbero formate in seguito all’evoluzione dei sistemi vocalici delle lingue slave: al momento del prestito, le vocali di tipo u e i derivate dagli «jer» sarebbero poi confluite, in queste lingue, con o ed e (p. 78–81). Gli slavismi con vocalismo di tale origine avrebbero costituito lo strato più antico degli slavismi dialettali: sarebbero stati presi in prestito già prima del XII secolo. Gli slavismi dialettali con ie lungo accentato: diversamente dalla spiegazione di Būga, non deriverebbero dalla pronuncia dittongale dell’antico slavo «jat», bensì dall’evoluzione della vocale ie propria dei dialetti: al momento del prestito, la vocale dialettale anteriore di altezza media stretta *e. sarebbe stata la più vicina a «jat», e in seguito, in posizione accentata, si sarebbe evoluta in ie: (p. 84–85). In questa argomentazione non sembra si sia tenuto sufficientemente conto della cronologia e della semantica dei prestiti. Nell’esaminare le leggi di integrazione della vocale slava a, se ne illustra efficacemente il mutamento, avviato dal passaggio dialettale *a → ɒː (p. 89–91). Sono mostrate in modo convincente le interrelazioni tra le trasformazioni delle leggi di integrazione delle vocali slave o, e, a, e sono messe in luce le motivazioni determinate dall’evoluzione del vocalismo dialettale. Sulla base della distribuzione anteriore delle vocali dialettali *a: e *e: (dopo le consonanti palatali, nella posizione di neutralizzazione, si poteva usare soltanto la vocale *e:) si respinge la spiegazione di Būga secondo cui gli slavismi che presentano nelle varietà dialettali diversi esiti di slavo ja sarebbero stati presi in prestito in epoche differenti (Būga 1912/1958: 347). La formazione della legge di integrazione «slavo y → dittongo ui accentato degli slavismi» viene spiegata con ragioni fonologiche. Si respinge l’opinione di Būga secondo cui ui negli slavismi potrebbe essere derivato dalla y slava posteriore (1912/1958: 348) e si avanza l’ipotesi che «si sia potuto formare quando į, u si sono trasformati da sonanti in vocali. Mutato così lo status di į, u, u, in quanto vocale, avrebbe potuto costituire il primo elemento del dittongo» (p. 103). Questa spiegazione dell’origine del dittongo ui non è molto convincente.
Nell’esaminare l’integrazione quantitativa, il libro spiega le differenze di quantità vocalica negli slavismi, diversamente da Būga (1912/1958: 344), non in base alla lunghezza o brevità delle vocali slave stesse, bensì all’evoluzione del sistema fonologico dialettale. Gli slavismi con vocali di diversa durata sarebbero stati presi in prestito in epoche differenti e rifletterebbero l’evoluzione del sistema vocalico dialettale: in passato, nei dialetti, le vocali brevi accentate non si erano ancora allungate né tese, perciò, in base al tratto distintivo della tensione, le vocali slave i, y, u sarebbero state più vicine alle vocali lunghe dialettali iː, uː. In seguito, con la formazione nei dialetti di iː, uː tese e semilunghe, le vocali slave menzionate avrebbero instaurato con esse delle correlazioni (p. 111–113). Gli esiti in posizione atona sarebbero stati adattati a quelli in posizione accentata. La nuova spiegazione sembra convincente, ma andrebbe corroborata anche da ricerche sulla cronologia e sulla semantica degli slavismi. Il mutamento delle leggi ravvisabile nell’evoluzione dell’integrazione quantitativa viene spiegato con un cambiamento storico del centro fonologico d’integrazione: inizialmente costituito dal sottosistema delle vocali lunghe, in seguito lo sarebbe stato da quello delle semilunghe. Il mutamento del centro fonologico sarebbe stato determinato dall’evoluzione quantitativa del vocalismo: l’allungamento delle vocali brevi i, u in posizione accentata fino a farle diventare semilunghe (p. 116–119). L’integrazione delle vocali slave a, ja in posizione atona viene spiegata in modo argomentato e perspicace: nell’integrazione delle vocali basse i tratti più importanti sarebbero la qualità, non la quantità (o la tensione) (p. 122–124).
Nel riassumere l’influenza degli slavismi sul sistema vocalico dialettale, si afferma che non sarebbe stata notevole: «tutte le vocali dei prestiti slavi sono state integrate nel sistema, adattandosi al modello dei suoi rapporti sintagmatici e paradigmatici» (p.
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124). Il sistema è arricchito soltanto da due elementi: ie., uo. semilunghe, possibili sia in posizione accentata sia in posizione atona. Nello studio «Sui gruppi le, re, se negli slavismi» (p. 126–138) si esamina il cosiddetto indurimento delle consonanti l, r, s nei dialetti dell’Aukštaitija orientale.
Nelle conclusioni dello studio (p. 138–145), che costituiscono la parte finale del terzo capitolo, le leggi di integrazione e la loro evoluzione vengono nuovamente esaminate. È stata stabilita la cronologia relativa di tutte le leggi. Soltanto gli slavismi più antichi, le cui ů, į. slave «jer» sono rese da semilunghe accentate (e, a seconda della posizione, da brevi atone), possono essere datati con certezza. L’allungamento delle vocali brevi u, i in posizione accentata ha dato origine a nuove leggi di integrazione, che segnano anche il confine del nuovo strato di slavismi. Dopo il passaggio dialettale a·, e· → ɔ·, ɛ· avrebbe cominciato a formarsi lo strato più recente di slavismi.
Lo studio condotto da Vytautas Kardelis si distingue per sistematicità, solidità argomentativa, perspicacia e prudenza ponderata. Grazie all’esame coerente di un ricco e affidabile materiale dialettale, alle nuove idee e alle conclusioni di rilievo, l’opera è importante per la dialettologia lituana, la fonologia storica, la lessicologia e l’etimologia.
Il libro è stato recensito da Danguolė Mikulėnienė e Olegas Poliakovas. La sua pubblicazione è stata finanziata dal Ministero dell’Istruzione e della Scienza della Repubblica di Lituania e dalla Commissione statale per la lingua lituana. Una recensione più ampia della monografia è stata pubblicata sulla rivista Baltu filologija (Judžentis 2004).
2. La monografia di Ritos Milūnaitės I fondamenti della normazione della grammatica della lingua lituana (Vilnius: Lietuvių kalbos instituto leidykla, 2003, 332 p., ISSN 1648-3316, ISBN 9986-668-47-6 [Opera Linguistica Lithuanica 3]) si basa anch’essa su una tesi discussa nel 1992 all’Università di Vilnius. Nell’arco di un intero decennio, questo lavoro «rimase l’unica tesi discussa direttamente nell’ambito della cultura linguistica» (p. 5). Viene pubblicata così come era stata redatta, con l’aggiunta, quando necessario, di note redazionali a piè di pagina (p. 6).
L’opera in esame è composta da una prefazione, quattro capitoli e conclusioni. In fondo al libro sono pubblicati l’elenco delle fonti e della bibliografia (p. 301–306), i dati sugli articoli dell’autrice pubblicati prima e dopo la discussione della tesi (p. 306–307), un riassunto piuttosto dettagliato in inglese (p. 309–323) e un indice dei nomi curato dall’autrice (p. 325–328). L’indice, di agevole consultazione, è collocato all’inizio del libro (p. 7–11).
Nella prefazione del libro (p. 13–17) viene presentata una concezione della formazione e dell’evoluzione della lingua standard. Dopo una breve rassegna della storia della lingua standard lituana, si conclude che «oggi una parte considerevole dei linguisti ritiene che non sia stata ancora elaborata una teoria scientifica unitaria della normazione della lingua standard lituana» (p. 13–14); pertanto, nel lavoro pratico di normazione, «ogni linguista si basa non solo sulle tradizioni normative consolidate, ma anche sulla propria esperienza, intuizione, sensibilità linguistica e sul dialetto che conosce» (p. 14). L’oggetto della ricerca è stato definito come «non il sistema linguistico in sé, bensì le motivazioni dell’intervento consapevole dei linguisti sulla lingua standard e della regolamentazione delle sue norme» (p. 14–15); sono stati inoltre fissati obiettivi di ricerca corrispondenti: cercare di illustrare i metodi (le motivazioni) con cui si valutano i fenomeni grammaticali e individuare le regolarità della normazione grammaticale (p. 15). La prefazione elenca poi le fonti dei dati della ricerca e descrive la metodologia, la struttura e la valutazione del lavoro.
Nel primo capitolo, introduttivo, del libro (p. 19–53) vengono esaminati gli aspetti teorici della normazione grammaticale, descritti le fonti delle raccomandazioni e i metodi per studiarle, e definite le nozioni fondamentali (grammatica, lingua contemporanea, norma, variante, normazione). Si parte dagli argomenti più generali: la linguistica normativa, i livelli della lingua, il mutamento e il funzionamento della lingua, la sua evoluzione. Si discutono le cause e i presupposti del mutamento linguistico e si affronta la questione della lingua
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il problema dell’evoluzione. Questi temi sono esaminati sulla base della letteratura teorica degli anni Sessanta e Settanta (soprattutto russa e ceca), nella quale si continuano spesso a discutere le idee linguistiche della prima metà del XX secolo. Sono stati fissati i limiti temporali dell’analisi del sistema grammaticale in sincronia: un arco di 60 anni, dalla morte di Jablonskis al ripristino dell’indipendenza (1930–1990). Viene delineato il concetto di norma linguistica, rilevante per l’intero lavoro: la concezione della norma linguistica della Scuola di Praga e di Eugenio Coseriu sarebbe insufficiente, «richiede un’integrazione e una precisazione essenziali» (p. 32), poiché non tiene conto dell’opposizione tra lingua popolare e lingua standard, uno dei cui tratti essenziali sarebbe la volontà consapevole di attenersi alle norme linguistiche. Poiché nel libro non si discute il concetto di lingua standard, l’opposizione tra lingua popolare e lingua standard rimane poco chiara. D’altra parte, il ruolo della «creazione e regolazione consapevoli» (p. 32), almeno nell’attuale fase di sviluppo della lingua standard, appare eccessivo. È stata opportunamente rilevata la tendenza dei cultori della lingua lituana a identificare la norma linguistica con la codificazione (p. 33). La concezione della norma reale della lingua standard, che «esiste nel campo di tensione tra l’uso della lingua standard e l’influsso della codificazione (cioè della norma codificata)» (p. 35), non appare né molto chiara né necessaria. Diventa ancora meno chiara quando si afferma che l’attuale norma reale della lingua standard «esiste nella misura in cui è sostenuta dalla codificazione e da abitudini consapevolmente sviluppate» (p. 37). L’autrice (come molti cultori della lingua) intende la codificazione come una parte dell’attività di normazione, una delle sue fasi (le altre sono la precisazione delle norme codificate e la loro introduzione nell’uso) (p. 42). Nell’introduzione sono descritte le fonti delle raccomandazioni esaminate: gli Rinktiniai raštai di Juozas Balčikonis e le riviste Gimtoji kalba (1933–1941), Gimtoji kalba (1958–1968), Kalbos kultūra (1961–1990), Mūsų kalba (1968–1989); si presenta inoltre la statistica delle raccomandazioni pubblicate in esse (p. 50). Sono brevemente passate in rassegna le raccomandazioni di normazione grammaticale della rivista Kalba, pubblicata nel 1930. Alla fine dell’introduzione si discutono la metodologia di studio delle correzioni linguistiche e si definiscono le raccomandazioni, la loro motivazione e alcuni altri concetti.
Il secondo capitolo, «Rassegna della normazione dei fenomeni grammaticali» (p. 55–213), è il più ampio e costituisce metà dell’intero libro. Mira a indagare «su quali basi siano stati normati i fenomeni grammaticali specifici trattati nelle raccomandazioni raccolte» (p. 55). All’inizio del capitolo si discutono osservazioni metodologiche, si esaminano il concetto di variante grammaticale, la classificazione delle varianti e gli aspetti dell’interpretazione delle raccomandazioni. Si sottolinea che nel libro la valutazione dei fenomeni grammaticali non viene modificata: si cerca soltanto di comprendere il pensiero dell’autore. I fenomeni grammaticali variabili sono suddivisi in cinque gruppi: si parte dalle forme delle parole, quindi si trattano sintagmi e costruzioni, componenti indiretti della frase, frasi complesse e ordine delle parole nella frase. Il capitolo si conclude con osservazioni di carattere riassuntivo. Nell’interpretazione delle correzioni grammaticali esaminate manca una valutazione critica. Le raccomandazioni infondate o insufficientemente fondate sono discusse insieme a quelle ben argomentate. Per esempio, la proposta di non usare frasi coordinate con la congiunzione kai tuo tarpu per esprimere un confronto, perché tale congiunzione sarebbe sorta attraverso le traduzioni (p. 189), è classificata come fondata sul criterio della purezza. Tuttavia, senza valutare se la raccomandazione sia sufficientemente fondata e se l’origine straniera delle frasi in questione sia dimostrata, la sua interpretazione perde ogni base. Lo stesso vale in casi analoghi (frasi con jei(gu)…, tai; kuomet; tegu(l);; subordinate concessive con il prefisso verbale be-): classificare le raccomandazioni in base alle motivazioni indicate dai loro stessi autori, senza considerare quanto tali motivazioni siano fondate, non sembra sensato. L’autrice stessa osserva che «l’irregolarità e la tradizione delle correzioni non sono, di per sé, motivazioni delle correzioni sufficientemente informative» (p. 196). L’autrice non tiene sempre conto della cronologia delle correzioni, che dovrebbe essere piuttosto importante per la ricerca. Per esempio, le frasi con
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la congiunzione o taip pat, secondo i dati dell’autrice, furono corrette per la prima volta da Aldonas Pupkis (1970 e in seguito); tuttavia, la rassegna delle correzioni inizia con Stasys Keinys (1977) e Angelė Kaulakienė (1983) (p. 189). Questa parte del lavoro costituisce un buon repertorio tematico delle raccomandazioni grammaticali del periodo trattato nel libro. Nelle osservazioni riassuntive del capitolo, i fenomeni grammaticali variabili sono suddivisi in formali e funzionali e se ne discute la distribuzione dal punto di vista della norma reale della lingua standard. Poiché il lavoro non tiene conto della fondatezza delle raccomandazioni, dello stato di ricerca dei fenomeni valutati né dei fattori psicologici indicati dalla stessa autrice (cfr. p. 212), il sistema proposto di gradi di valutazione dei fenomeni grammaticali variabili (p. 209–212) non sembra sufficientemente fondato.
Nel terzo capitolo (p. 215–278) sono confrontate le motivazioni delle raccomandazioni grammaticali discusse. Per esempio, si distinguono le seguenti motivazioni delle correzioni di Juozas Balčikonis: lingua viva, letteratura e testi antichi, l’autorità di Jonas Jablonskis, correttezza, purezza, adeguatezza funzionale e stilistica e alcune altre (senso della lingua, etichetta linguistica). Il capitolo non considera la precisione e la fondatezza delle motivazioni indicate nelle raccomandazioni.
Il quarto capitolo, «Principi e criteri della normazione grammaticale» (p. 279–292), ha carattere riassuntivo. Vi si discutono i principi e i criteri seguiti dagli autori delle raccomandazioni esaminate. Si comincia dalla motivazione basata sull’ambito d’uso, cioè dalla fonte delle norme. Gli altri principi e criteri di valutazione sono raggruppati in principali (sistematicità, correttezza, purezza) e ausiliari (senso della lingua, etichetta linguistica, estetica linguistica, economia linguistica, comodità d’uso, chiarezza). I criteri principali sarebbero «orientati all’essenza della lingua», mentre quelli ausiliari sarebbero «orientati all’utente della lingua» (p. 283). Separatamente da tutti gli altri viene discusso «il principio più generale, orientato agli utenti della lingua: l’adeguatezza» (p. 288), nonché i modi non convenzionali di motivare le raccomandazioni. Si illustra la natura dei principi e criteri elencati e si mostra come interagiscano tra loro, spesso con confini poco chiari.
Nelle conclusioni del libro (p. 293–300) sono richiamate le affermazioni principali del lavoro svolto. In questa parte del libro i principi della normazione della lingua standard (stabilità delle norme e attenzione ai cambiamenti nell’uso) sono forse distinti più chiaramente dai criteri; il primo principio è considerato più importante (p. 296). Le conclusioni contengono osservazioni perspicaci dell’autrice sulla diversa valutazione dello stesso fenomeno in raccomandazioni differenti e sulle cause soggettive di tale valutazione (p. 295); sulle considerazioni teoriche degli ultimi decenni, piuttosto aprioristiche e non sufficientemente basate su dati di fatto, riguardo ai principi e ai criteri della normazione della lingua standard (p. 297); sul fatto che ogni fenomeno linguistico abbia peculiarità proprie quanto all’uso e alla valutazione (p. 298) e che, di conseguenza, non sia possibile stabilire uno schema universale di principi e criteri valido per tutti i fenomeni grammaticali (p. 299); nonché sul fatto che non si possano tracciare confini netti tra gli stili funzionali della lingua standard (ibid.). Il materiale esaminato consente all’autrice di affermare che «il lavoro di normazione non è stato esente da incoerenze e, in alcuni punti, da motivazioni un po’ superficiali e scientificamente insufficientemente fondate» (ibid.). Nel sottolineare l’importanza della metalingua del lavoro di normazione — per alcune correzioni mancano, tra le altre cose, «una terminologia più chiara e precisa (nel senso di un sistema di concetti della cultura linguistica), che permetterebbe all’utente della lingua di comprendere senza ambiguità il valore di un fenomeno o di un altro» (p. 299) — si attribuisce un ruolo un po’ eccessivo ai linguisti e alla terminologia da loro elaborata.
La ricerca di Rita Miliūnaitė è stata condotta con serietà e accuratezza e ispira fiducia. Le definizioni dei termini principali e le spiegazioni dei concetti che vi sono fornite saranno utili per il successivo sviluppo della linguistica applicata. Per gli studiosi della struttura grammaticale del lituano contemporaneo, questo libro è utile come repertorio dei fenomeni grammaticali variabili, che ne riflette il livello di approfondimento. Per i sociolinguisti e gli studiosi della lingua-
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Per gli storici della lingua essa è utile per conoscere lo stato della cultura linguistica lituana dalla metà del XX secolo e dalla seconda metà del secolo. Il libro è senza dubbio particolarmente importante per il successivo lavoro di codificazione della lingua lituana standard.
La pubblicazione del libro è stata sostenuta dal Ministero dell’Istruzione e della Scienza della Repubblica di Lituania. La monografia è stata recensita sulla rivista Kalbos kultūra (Labutis 2004).
3. Nel libro di Juozo Jurkėno, scritto in russo, Fondamenti dell’antroponimia baltica e slava (Основы балтийской и славянской антропонимики, Vilnius: UAB Ciklonas, 2003, 194 p., ISBN 9955-497-40-8) viene esaminato l’antico repertorio onomastico lituano. Il libro sintetizza le ricerche condotte dall’autore nel corso di molti anni (cfr. le pubblicazioni nella bibliografia, pp. 186–187). Già nel 1980 aveva discusso a Mosca la sua tesi di dottorato (oggi: dottorato abilitato), «Onimizzazione degli appellativi e sviluppo dei sistemi antroponimici delle lingue indoeuropee». Le questioni esaminate nel libro sono considerate situate all’intersezione tra linguistica, storia della cultura, etnogenesi e persino psicologia (cfr. p. 10). La commistione di elementi culturali e linguistici è sottolineata anche in quarta di copertina, dove il libro è presentato come una descrizione dei percorsi e dei metodi per ricostruire il pensiero riflesso nei nomi propri giunti fino a noi.
Nella prefazione (pp. 9–10) vengono spiegate le circostanze che hanno spinto l’autore a intraprendere lo studio dell’antroponimia antica: l’insoddisfazione nei confronti delle ricerche sull’antroponimia baltica e slava, condotte secondo un’unica metodologia, benché ineccepibili. Si desiderava trovare una risposta alle domande sul perché i nomi propri si formino soltanto sulla base di determinati appellativi e se si possano considerare sufficientemente fondate e accettabili le etimologie basate unicamente sulla somiglianza formale tra la radice di un antroponimo e il corrispondente appellativo. Si riteneva che la formazione di un nome proprio fosse determinata non tanto dalla forma dell’appellativo motivante quanto dalla sua struttura semantica. Si mirava a descrivere in modo complessivo e da diverse prospettive l’antico sistema antroponimico europeo. Il libro si propone di individuare un numero definito di radici dotate di componenti semantiche comuni e inclini a trasformarsi in antroponimi; di isolare famiglie di parole appartenenti a lingue affini, da cui si formano antroponimi nelle diverse lingue; di richiamare l’attenzione sulle possibilità e prospettive delle ricerche areali sugli antroponimi; di formulare osservazioni preliminari sui punti di contatto e sulle interazioni tra antroponimia baltica e slava («Introduzione», p. 14).
La ricerca si articola in sei capitoli. Il primo, sulla base delle concezioni di linguisti, filosofi e studiosi di cultura appartenenti a epoche diverse e a scuole differenti, discute il posto dei nomi propri nel sistema lessicale («Il posto dei nomi propri nel sistema lessicale della lingua», pp. 16–20). Il secondo capitolo, «Problemi metodologici dell’antroponomastica» (pp. 21–35), sottolinea l’insufficienza di un’etimologia fondata esclusivamente sull’aspetto formale della lingua, nonché il prestito antroponimico, l’influenza reciproca tra sistemi antroponimici, l’inclusione di elementi di un sistema antroponimico in un altro, l’omonimia e altri aspetti. Ciò che Tomas Gamkrelidze e Vjačeslav Ivanov (1984) chiamano modello del mondo (mitologia e rituale), Jurkėnas lo collega all’aspetto cognitivo della lingua (cfr. p. 39); perciò nel capitolo «Aspetti cognitivi dell’antroponimia» (pp. 36–46) esamina il ruolo delle opposizioni semantiche e dei componenti semantici nell’antica antroponimia.
Il quarto capitolo, «Sistema delle unità che hanno svolto un ruolo particolare nella formazione dell’antroponimia delle lingue indoeuropee» (pp. 47–115), è il principale e il più ampio del libro. Poiché l’etimologia dei nomi propri è intesa come individuazione dei modelli di onimizzazione dei nomi comuni che ne sono alla base (p. 47), in questo capitolo l’attenzione si concentra soprattutto sui criteri di selezione delle parole inclini a diventare nomi propri (a essere onimizzate). Gamkrelidze e Ivanov (1984) individua-
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ti elementi del modello indoeuropeo del mondo vengono confrontati con i componenti dell’antica antroponimia di varie lingue indoeuropee, allo scopo di elaborare uno schema sinottico del lessico che ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di formazione dell’antroponimia delle lingue indoeuropee (una bozza di questo schema è riportata a p. 49). In base allo schema stabilito, i nomi comuni con determinati significati vengono sistematicamente confrontati con antroponimi di varie lingue indoeuropee che contengono una radice di significato corrispondente (pp. 53–115). I commenti dell’autore sono scarsi; non vengono esaminate né la formazione né l’etimologia degli antroponimi presentati, e non sempre è indicata la fonte da cui provengono (alla fine del libro è inclusa una bibliografia generale delle fonti). Ecco, per esempio, come si presenta la famiglia di antroponimi collegati al lituano naujas e ai suoi corrispondenti in altre lingue indoeuropee, riportata nella sezione «Età, ricambio generazionale» (p. 108): a
Lituano naujas «nuovo», antico prussiano nauns lo stesso, slavo ecclesiastico antico новъ, greco νέος «nuovo, giovane», latino novus, «nuovo», antico irlandese næue lo stesso, gotico niujis lo stesso, alto tedesco antico niuwi lo stesso, ecc. // antroponimi: lituano Naujalis, Naujikas, Navūlis; antico prussiano Nawne, Naw-sude, Naw-tarre, Naw-tinte; bielorusso Новак, Новак, polacco Nowo-siodł, Nowosz; germanico Nivo, Nevo, Nivilo, Neu-fred, Niwi-rat, Niwi-rich, Niv-ulf, Niujila, Newio-gast, Nevitta; celtico Neus, Ne vica, Nevilla, Nevio-dūnon, Novantius, Novānus, Novaros, Novellius, Novios; greco Νέ-ανδρος, Νεο-κλῆς, Νεο-φίλη, Νέας.
Dopo aver discusso gli antichi componenti del sistema antroponimico indoeuropeo, si passa alle ricerche areali sul repertorio onomastico («La ricerca areale come ricerca delle tracce dello stato più antico dell’antroponimia», pp. 116–134). Si richiama l’invito di Kazimieras Būga a confrontare tra loro gli idronimi e a intraprendere l’etimologia, cioè il confronto con i nomi comuni, solo dopo averne stabilito la distribuzione (1961: 510). Secondo Jurkėnas, alcuni antroponimi a due temi e le loro forme abbreviate sarebbero relitti dell’antico repertorio onomastico europeo (p. 119). L’individuazione e lo studio di uno strato arcaico di antroponimi possono fornire informazioni aggiuntive sull’origine e sullo sviluppo dell’antico sistema dei nomi propri. Sono considerate relittuali le radici antroponimiche ar-, bur-, daun-, gail-, leik-/lik-, sei-/sai-, sal-, sar- (pp. 120–130). Si osserva che nuovi antroponimi si formano non solo mediante derivazione e composizione, ma anche per commistione di antroponimi appartenenti a diverse serie (p. 131). Jurkėnas spiega i tratti comuni dei sistemi antroponimici europei con la diffusione di determinati nomi propri già esistenti oppure con una comune origine genetica. Considera i risultati delle proprie ricerche un’integrazione ai lavori di Hans Krahe e Wolfgang P. Schmidt (p. 134). Nel capitolo vengono ripetute abbastanza spesso idee già espresse in precedenza dall’autore.
Nell’ultimo capitolo del libro, il sesto («L’antroponimia come fonte di informazioni sugli antichissimi rapporti linguistici e culturali tra i popoli baltici e slavi», pp. 135–153), si sottolinea che i risultati delle ricerche sugli antichi nomi di persona non corrispondono alla prossimità genetica delle lingue baltiche e slave. Molti antroponimi baltici sarebbero arcaici, mentre il sistema antroponimico slavo presenta più innovazioni (pp. 135–136). Secondo l’autore, per determinare l’influenza reciproca tra i sistemi antroponimici delle lingue baltiche e slave occorrerebbe esaminare i loro nomi propri di forma identica (o i loro componenti). Queste forme hanno spesso etimologie diverse, ma potrebbero essere imparentate o prese in prestito. Lo studio derivazionale, tipologico e areale dei sistemi antroponimici consente di determinare i rapporti reciproci tra componenti isomorfi dei repertori onomastici e di precisarne l’etimologia. In tali ricerche, il ruolo principale spetta alla determinazione della posizione dell’antroponimo all’interno dell’intero sistema dei nomi di persona. Jurkėnas presenta esempi di analisi di componenti isomorfi di antroponimi baltici e slavi: esamina le radici antroponimiche but-, bub-, liaud-, nan- e vaid- (pp. 144–152).
Nelle osservazioni conclusive (pp. 154–165) viene riassunto il lavoro discusso. Jurkėnas considera la convergenza, provocata dall’antroponim-
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…mi, derivati dalla somiglianza di diversi appellativi. I contatti tra le lingue hanno svolto un ruolo importante nella formazione del lessico delle diverse lingue. Lo scopo degli studi tipologici è considerato la creazione di un ipotetico modello di antroponimizzazione degli appellativi. Attualmente è possibile individuare soltanto un sistema di radici usate piuttosto frequentemente, riscontrabili nell’antroponimia di molte lingue indoeuropee. Il sistema dell’antroponimia baltica sarebbe costituito da unità piuttosto arcaiche. Il loro studio potrebbe essere significativo per ricostruire il sistema dei nomi propri indoeuropei.
Il libro si conclude con riassunti in lituano (pp. 166–170) e in inglese (pp. 171–176), elenchi di abbreviazioni (pp. 177–179), fonti (pp. 180–182) e bibliografia (pp. 183–190). In appendice, alla fine del libro, è inserito un elenco di antroponimi e dei loro componenti collegati a due o più serie onimiche (pp. 191–193).
La monografia suscita impressioni contrastanti. Le ampie ambizioni, le idee di vasta portata e le interessanti interpretazioni dello sviluppo dell’antroponimia antica non si accordano con l’interpretazione piuttosto libera e unilaterale dei dati, che presta insufficiente attenzione all’etimologia e alla formazione dei nomi di persona nelle singole lingue. Probabilmente i migliori risultati potrebbero derivare da studi articolati sull’antroponimia antica, che considerino sia gli aspetti semantici sia quelli espressivi.
Il libro è stato recensito da Simas Karaliūnas e Olegas Poliakovas; la sua pubblicazione è stata finanziata con fondi del Programma della Repubblica di Lituania per l’uso e la promozione della lingua di Stato, 1996–2005.
4. La raccolta di saggi Problemi di lessicografia e lessicologia (a cura del Centro di lessicografia dell’Istituto della lingua lituana, comitato editoriale: Pietro U. Dini e altri, Vilnius: casa editrice dell’Istituto della lingua lituana, 2003, 344 pp., ISBN 9986-668-53-0) raccoglie ventisette saggi su vari temi della lessicografia storica e contemporanea. In base all’argomento, sono raggruppati in quattro sezioni. Ogni saggio è corredato da una bibliografia (e, se necessario, anche da un elenco di abbreviazioni) e da un riassunto in inglese o in tedesco.
Nel libro, l’introduzione consueta per raccolte di saggi di questo tipo è sostituita dall’articolo di Evalda Jakaitienė «Obiettivi e compiti della lessicografia contemporanea» (pp. 9–14). Vi si esaminano le questioni più generali della teoria e della pratica lessicografica. La lessicografia è definita come «un’attività scientifica e creativa di carattere applicativo, che si fonda su dati e proposizioni scientifici» (p. 12). Sono individuate le fasi dell’attività lessicografica e delineati i compiti della teoria lessicografica. Si discutono il rapporto tra teoria e pratica lessicografica, il ruolo dei dizionari e il senso e il valore del lavoro dei lessicografi. Le questioni generali trattate nell’articolo avrebbero potuto essere maggiormente collegate alla situazione attuale della lessicografia lituana.
La prima sezione, «Storia della lessicografia», raccoglie saggi di Pietro U. Dini e Diego Ardoino, Vidmantas Kuprevičius, Virginija Stankevičienė, Vilma Šaudina e Angelė V. e Vilutytė-Rimševičienė. Tra gli altri spicca il saggio di Ona Kažukauskaitė «Non Jumskis, ma Ivinskis» (pp. 19–31). Vi si dimostra in modo convincente che il cosiddetto «Dizionario di Jumskis» non è altro che il «Dizionario polacco-lituano» di Laurynas Ivinskis. È da condividere anche la conclusione dell’autrice, secondo cui sarebbe ora di pubblicare questo dizionario manoscritto.
La seconda sezione, intitolata «Lessicografia contemporanea», è la più ampia del libro. Si vorrebbe esaminare separatamente i saggi di Aloyzas Gudavičius, Evalda Jakaitienė e Jolanta Viburytė.
Nel saggio di Aloyzas Gudavičius «L’aspetto nazionale della definizione del significato di una parola» (pp. 61–69), le idee della linguistica cognitiva vengono applicate alla lessicografia. L’autore si basa soprattutto sui lavori di Anna Wierzbicka. Il carattere nazionale della definizione del significato è fondato sulle «parole che designano oggetti e fenomeni consueti e quotidiani, fenomeni della cultura materiale e spirituale di una nazione»,
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una struttura semantica più ricca, con legami associativi più forti con altre parole (cfr. p. 63). Questa concezione della nazionalità della definizione e il corrispondente principio di nazionalità sono intesi in modo eccessivamente ristretto e letterale; sembrano semplicemente ripresi da un altro orientamento della linguistica contemporanea, l’etnolinguistica. Alla fine dell’articolo, l’autore collega anche la natura delle definizioni dei significati alla funzione (tipologia) del dizionario.
Nell’articolo di Evalda Jakaitienė «L’omonimia nei dizionari paralleli della lingua lituana» (pp. 70–79) si riassume l’esperienza del lavoro pratico. Si esaminano problemi concreti e i modi per risolverli, mettendo in luce le discrepanze tra lessicologia e lessicografia (ovvero tra teoria e pratica lessicografica). Sarebbe interessante confrontare sotto questo aspetto i dizionari della lingua lituana con quelli corrispondenti di altre lingue.
Jolanta Viburytė esamina le definizioni del colore del mantello degli animali nel «Dizionario della lingua lituana» (pp. 119–135). Dopo aver condotto un’analisi semantica delle voci relative, indica i difetti delle definizioni esistenti e propone di definire il colore del mantello animale secondo lo schema «con il pelo di un determinato colore». Nelle definizioni è preferibile usare i nomi comuni dei colori e delle tonalità. L’articolo è analitico: il materiale raccolto è stato esaminato con attenzione secondo i criteri stabiliti e le conclusioni saranno utili ai futuri lavori lessicografici.
A quelli analitici si affiancano anche gli articoli di Vilija Sakalauskienė, Agris Timuška e Jolanta Zabarskaitė, pubblicati in questa sezione. Gli articoli di Jurgita Mikelionienė, Olegas Poliakovas e Ieva Zuicenė sono invece di carattere panoramico.
Nella terza sezione, «Lessicologia ed etimologia», sono pubblicati due articoli di carattere storico (di Bernd Gliwa e Jonas Klimavičius). L’articolo di Milda Norkaitienė, «Gli zoonimi lituani. I nomi dei suini (Sus domesticus)», è stato inserito in questa sezione non del tutto a ragione. Vi è pubblicato anche l’articolo piuttosto superficiale di Vida Rudaitienė, «La specificità della lingua lituana e le lingue occidentali», nonché il contributo più ampio di Zita Šimėnaitė, «La semantica delle espressioni fraseologiche con il sostantivo širdis».
Il lavoro di Bernd Gliwa, «La ragana lituana “ведьма; witch; Hexe” era una “veggente”?» (pp. 159–169), colpisce per le interessanti intuizioni e la buona conoscenza della storia della questione e dei materiali esaminati. Il testo è tuttavia un po’ prolisso e non facile da leggere. La nuova etimologia proposta per la parola ragana, *«defunto; spirito errante di un defunto; fantasma», non sembra sufficientemente fondata sul piano semantico. Ancora più dubbi suscita il collegamento di raganos con il latino regina, «sovrana», e simili.
Anche l’articolo di Jonas Klimavičius, «AUKA, APIERA, ATNAŠA: aspetti storici e d’uso» (pp. 170–194), non è privo di spunti interessanti. Secondo l’autore, va corretta l’opinione di Kazimieras Būga secondo cui auka sarebbe una creazione semiposteriore di Simonas Daukantas: è più plausibile ritenere che Daukantas abbia formato questo derivato con suffisso finale da aukuoti, oppure abbia ricostituito una parola preesistente. Il lettore deve farsi strada con una certa fatica attraverso il groviglio dei fatti, perché il pensiero dell’autore si perde nell’abbondanza dei dati.
Nel quarto capitolo del volume, «Dialettologia: lessico dei dialetti», sono raccolti contributi su temi piuttosto diversi.
L’articolo di Aurelija Genelytė, «Motivazione derivazionale dei nomi popolari delle piante: un confronto tra il dialetto dei panevėžiškiai settentrionali e altri dialetti della lingua lituana» (pp. 271–306), si basa su un ricco materiale autentico, esaminato in modo interessante. La parte teorica dell’articolo è piuttosto debole; lascia perplessi la classificazione incoerente della motivazione, e l’aspetto comparativo tra dialetti annunciato nel titolo è poco sviluppato. L’articolo non presenta conclusioni e si chiude soltanto con alcune osservazioni riassuntive.
Nell’articolo di Rolandas Mikulskas, «Caratteristiche del funzionamento dei sistemi di denominazione dialettali» (pp. 322–332), emergono l’originalità del pensiero e l’acume dell’autore. L’articolo risulta un po’ arido nel suo svolgimento-
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Le considerazioni teoriche esaminate all’inizio consentono un’analisi magistrale di materiali dialettali concreti: cfr. lo studio sulle forme dialettali žemaitiche kibeklis: kebeklis e l’analisi semantica delle forme dialettali dell’area degli altopiani orientali vagis: kebeklis.
Nel capitolo sono inoltre pubblicati lavori di Kazimieras Garšva, Adelė Judekienė, Genovaitė Kačiūskienė e Janina Švambarytė. L’articolo di Aloyzas Vidugiris, «Sui nomi di priegalvis e pagalvė nella parlata di Zietela e in altri dialetti lituani», sarebbe stato più adatto al terzo capitolo del volume.
Come mostra questa breve rassegna, gli articoli pubblicati nel volume differiscono per argomento, fondamenti metodologici e natura. Vi sono articoli scientifici problematici e analitici, ma anche un numero considerevole di contributi di rassegna. Alcuni articoli sono affini alle pubblicazioni di dati linguistici. Sono evidenti i legami tra le idee teoriche e la metodologia e le scuole di linguistica russa; solo di rado gli autori fanno riferimento alla più recente letteratura specialistica occidentale. Il volume offre un’impressione piuttosto cauta dello stato attuale della teoria della lessicologia e della lessicografia lituane. Tuttavia, vi si trovano anche sprazzi di luce, che permettono di sperare in un rinnovamento più rapido di questi rami della nostra linguistica.
La pubblicazione del volume è stata sostenuta dalla Commissione statale per la lingua lituana.
5. Nel volume Ricerche sui rapporti sintattici (a cura di Axel Holvoet, Artūras Judžentis, Vilnius: Istituto della lingua lituana, 2003, 216 p., ISSN 1648-8628, ISBN 9986-668-51-4 [Studi di grammatica lituana 1]) sono pubblicati articoli scritti dai collaboratori del Dipartimento di grammatica dell’Istituto della lingua lituana. È il primo volume di una collana che presenta le concezioni teoriche degli autori della nuova grammatica lituana in preparazione (comitato editoriale della collana: Axel Holvoet, Artūras Judžentis, Bonifacas Stundžia).
Il volume raccoglie sette articoli scritti da Axel Holvoet, Artūras Judžentis e Loreta Semėnienė. Gli articoli si basano sulle idee delle principali teorie linguistiche della seconda metà del XX secolo: strutturalismo, generativismo e cognitivismo. Tali idee sono applicate alla descrizione della struttura grammaticale della lingua lituana. Gli articoli contengono numerose note a piè di pagina, in cui le nuove prospettive sono messe in relazione con quelle già consolidate nella linguistica lituana.
Il volume contiene un numero davvero considerevole di novità. Eccone alcune: si distinguono soltanto due tipi di dipendenza: reggenza e modificazione; la concordanza (come la reggenza del caso) è considerata non un tipo di rapporto sintattico, bensì soltanto un suo indicatore (Axel Holvoet, Artūras Judžentis, «Tipi di rapporti sintattici»; Loreta Semėnienė, «La concordanza dell’aggettivo»). Per individuare il costituente principale del sintagma viene introdotto il concetto di funzionalità semantica (Axel Holvoet, Artūras Judžentis, «Tipi di rapporti sintattici»); al posto dell’attributo predicativo e della parte nominale del predicato composto si distinguono predicativi liberi e obbligatori (Axel Holvoet, «Predicativi liberi e i loro rapporti sintattici»). Il tema e il rema della frase non sono associati all’informazione data e nuova, ma sono considerati unità della struttura semantica della frase; viene introdotto il concetto di articolazione attuale stratificata (Axel Holvoet, «Problemi dell’articolazione attuale»). Si propone di considerare le frasi introdotte dalla congiunzione nes come coordinate e non subordinate; le frasi senza congiunzione sono considerate una variante delle frasi coordinate (Axel Holvoet, «Frasi coordinate e subordinate dal punto di vista della forma e della funzione»). In base alla posizione occupata nella frase complessa, le subordinate si dividono in nominali, aggettivali e avverbiali (Axel Holvoet, Artūras Judžentis, «Fondamenti della descrizione della frase complessa subordinata»). I sintagmi coordinati (a eccezione di quelli nominali) sono considerati frasi coordinate ridotte (Axel Holvoet, Artūras Judžentis, «Fondamenti della descrizione della coordinazione»).
In fondo al volume (pp. 205–210) è inserita una bibliografia delle opere principali a cui gli articoli fanno riferimento o con cui polemizzano. I termini pertinenti, le congiunzioni o gli elementi correlativi
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Ai lettori sarà utile, per reperire le parole, l’indice in lituano e quello in inglese curati da Veslava Čižik (pp. 211–216). Sono pubblicati insieme anche i riassunti in inglese degli articoli, preparati da Axel Holvoet (pp. 199–203).
Lo studio della struttura grammaticale della lingua non può dirsi concluso. Ogni generazione di linguisti scrive una grammatica in cui espone il proprio punto di vista sulle questioni esaminate e, in un modo o nell’altro, amplia l’orizzonte della nostra conoscenza della lingua. Gli autori della nuova grammatica che hanno esposto le loro idee nella raccolta di articoli recensita confidano nell’attenzione e nelle osservazioni dei lettori, che consentano di migliorarla.
6. Nel terzo volume dei Rinktinių straipsnių di Zigmas Zinkevičius (Antroponimika. Kita onomastika. Recenzijos. Personalijos. Apie mokslines konferencijas. Kalbos praktika. Kalbos didaktika. Su lietuvių kalbotyra tiesiogiai nesusiję straipsniai, Vilnius: Lietuvių Katalikų Mokslo Akademija, 2003, 759 [1] p., ISBN 5-420-01506-4, 3 tomas, ISBN 5-420-01493-9, bendras) sono pubblicate opere di argomento e genere piuttosto vari. Il tema principale degli articoli scientifici ripubblicati nel volume è l’onomastica lituana. Il volume raccoglie diciotto articoli, più o meno estesi, sui nomi di persona e altrettanti brevi contributi su toponimi, nomi mitologici, etnonimi, denominazioni di festività e simili. È lodevole che tutti gli articoli e i contributi brevi siano corredati da riassunti in inglese. Interessanti e preziose anche le recensioni dell’autore: un genere in via di estinzione nella linguistica lituana. In questo volume ne sono state pubblicate ben cinquantuno! Le recensioni sono disposte in ordine di data della prima pubblicazione. La sezione delle biografie offre molte informazioni: contiene novantadue contributi su sessanta persone, quasi un’enciclopedia degli studiosi della lingua lituana. I contributi sono comodamente ordinati alfabeticamente in base al cognome della persona menzionata. Seguono le rassegne dei convegni e altri articoli.
I criteri seguiti per la preparazione delle opere ripubblicate sono gli stessi dei primi due volumi (cfr. Judžentis 2003: 165–169). L’ortografia e la punteggiatura sono state aggiornate secondo le regole modificate; sono stati corretti gli usi di parole e forme non conformi alle norme attuali, alcuni casi di formazione delle parole e l’ordine delle parole; sono stati inoltre eliminati gli errori di stampa. Come talvolta accade, qualche refuso è sfuggito alla revisora Agota Sriubienė e ai correttori. Per esempio, nella ripubblicazione dell’articolo «Tėvavardinė asmenvardžių sistema Lietuvoje» è rimasta errata la didascalia sotto la cartina (p. 31): al posto del suffisso stampato -atis dovrebbe esserci -aitis. Nel terzo volume è stato uniformato (anche se non del tutto) l’ordine dei dati bibliografici delle pubblicazioni riportati nelle note.
La raccolta in un unico volume degli studi onomastici, delle recensioni e delle biografie di un illustre linguista faciliterà il lavoro dei ricercatori linguistici e gli studi dei laureandi e dei dottorandi: non dovranno più cercare questi testi in diverse pubblicazioni periodiche, talvolta ormai molto ingiallite e consunte.
7. Nella pubblicazione di Jonas Palionis XVII a. antrosios pusės Punios parapijos asmenvardžiai ir vietovardžiai (Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2003, 204 p. ISBN 5-420-01517-X) sono pubblicati e analizzati i nomi propri registrati nei libri dei matrimoni e dei battesimi conservati nell’archivio della chiesa di Punios. I dintorni di Punios, terra natale del curatore, sono ricchi di storia e si trovano presso le grandi anse del Nemunas. Palionis definisce modestamente il volume un libretto o un breve studio, e ne individua il valore negli elenchi di nomi di persona e toponimi, per la cui compilazione ci si è limitati «alla registrazione e alla ricostruzione, senza addentrarsi nelle spiegazioni della loro origine» (p. 7).
Il libro contiene due tipi di testi: tre quinti del volume sono costituiti dai materiali pubblicati, ossia gli elenchi dei nomi di persona della seconda metà del XVII secolo (pp. 67–153) e dei toponimi (pp. 158–175), nonché dei nomi di persona della metà del XVIII secolo (pp. 186–203); la parte restante è lo studio del curatore.
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Dopo la prefazione (pp. 7–8), l’elenco delle abbreviazioni (p. 8) e l’indice (p. 9), è inserita una cartina, «Punios parapijos apytikrės ribos XVII a.» (p. 10), dalla quale risulta che all’epoca la parrocchia era considerevolmente più estesa di oggi. Seguono alcune note sul passato di Punios (la sezione «Šis tas apie Punią ir jos parapiją», pp. 11–17) e le descrizioni bibliografiche delle fonti esaminate (le sezioni «Santuokos metrikų knyga (1658–1688)», pp. 18–22, e «Krikšto metrikų knyga (1659–1672)», pp. 22–26). Queste sezioni descrivono brevemente anche le formule delle registrazioni matrimoniali e battesimali, interessanti per i linguisti, e ne citano per esteso alcuni esempi (pp. 22 e 24–25). Tra le pagine 16 e 17 del libro sono inseriti quattro fogli con fotografie a colori di buona qualità (fotografie di Virginija Valuckienė). Poiché non sono pubblicati i facsimili delle fonti, fotografie di questo tipo, anche se ridotte, sono molto utili: consentono di farsi un’idea delle fonti esaminate meglio di quanto non facciano le descrizioni verbali. Peraltro, la didascalia sul primo foglio fotografico è probabilmente imprecisa: le immagini pubblicate sembrano provenire da libri diversi, e non dallo stesso libro come vi si afferma.
L’analisi linguistica dei nomi di persona e dei toponimi pubblicati inizia con l’ortografia (la sezione «Asmenvardžių ir vietovardžių rašybos ypatybės», pp. 26–29). Sebbene l’ortografia delle fonti esaminate variasse notevolmente e non sia possibile individuare principi particolarmente rigorosi, essa «si basava sulla tradizione grafica e ortografica latina e polacca dell’epoca, propria dei manoscritti» (p. 26). Sono esaminati separatamente i casi caratteristici di slavizzazione dei nomi propri lituani (la sezione «Lietuviškų asmenvardžių ir vietovardžių slavinimas», pp. 29–40). Si osserva che «in generale il grado di slavizzazione dei toponimi è maggiore di quello dei nomi di persona» (p. 30). Si distinguono la slavizzazione fonologica e quella morfologica. Di quest’ultima si trattano la caduta delle desinenze dei nomi di persona, la sostituzione delle desinenze di nomi di persona e toponimi e l’uso di suffissi patronimici slavi. In seguito, nomi di persona e toponimi sono descritti separatamente, a cominciare dai primi. Nelle due fonti sono state decifrate complessivamente circa 2070 forme di cognome (i patronimici non sono distinti dai cognomi); circa 800 di esse (più di un terzo!) non si trovano nel Lietuvių pavardžių žodynas (la sezione «Bendroji asmenvardžių charakteristika», p. 41). Sono esaminati i nomi di battesimo (pp. 42–45), i cognomi lituani (pp. 46–59) e quelli non lituani (pp. 60–64). Viene determinata la popolarità dei nomi di battesimo fra gli uomini e le donne della parrocchia di Punios dell’epoca (i più frequenti erano Jonas e Kristina). I cognomi lituani sono suddivisi in bisillabici, monosillabici e soprannominali; quelli monosillabici, a loro volta, in cognomi con tema non ampliato e cognomi derivati con prefisso, suffisso o desinenza. L’analisi più dettagliata riguarda i cognomi più frequenti, derivati con suffisso, patronimici e non patronimici. Nella seconda metà del XVII secolo la parrocchia di Punios era etnicamente e linguisticamente eterogenea; perciò il libro offre una breve rassegna dei cognomi slavi, tartari ed ebraici.
L’elenco alfabetico dei nomi di persona individuati nelle fonti esaminate occupa la maggior parte del libro, dalle pagine 67 a 153. La forma lemma dei nomi di persona è data al nominativo. Quando nelle fonti il nome è registrato in un altro caso, viene ricostruito il nominativo singolare. Se nei registri non si trova la forma maschile di un nome, essa viene ricostruita (con *) sulla base delle forme femminili esistenti. Dopo la forma lemma (o le forme) sono riportati i cognomi moderni corrispondenti o simili, tratti dal Lietuvių pavardžių žodyne. Nei casi in cui il nome di persona rinvenuto nei registri non compare in questo dizionario, viene ricostruito «secondo i modelli caratteristici di nomi di persona simili e noti» (p. 65). Inoltre, se l’accentazione dialettale di un nome di persona differisce da quella riportata nel dizionario menzionato, si segue la prima e non quella indicata nel dizionario. Dopo le forme moderne lituanizzate e ricostruite dei nomi di persona sono indicate le località e le date delle attestazioni delle forme lemma. Sotto ciascun lemma sono riportate tutte le varianti attestate della forma del nome di persona. I nomi di persona femminili sono riportati soltanto
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nell’elenco, poiché «talvolta è difficile determinare il sesso dalla forma flessa del cognome di una donna, soprattutto quello da nubile, a causa della varietà dei suffissi lituani» (p. 66). Alcuni dei principi menzionati per la presentazione dei nomi di persona (in particolare il genere della forma lemmatizzata e il ripristino delle forme attuali lituanizzate, nonché l’indicazione dell’accentazione dialettale) non corrispondono ai principi scientifici di pubblicazione degli antichi nomi propri e si spiegano con l’orientamento verso gli abitanti locali dei dintorni di Punios e con il desiderio di semplificare la presentazione dei nomi di persona. Per questa ragione, nell’elenco sono state ripristinate numerose forme lemmatizzate dubbie e i loro corrispondenti attuali. Ecco alcuni esempi. Dal nome di persona CZERKASOWA è ripristinata la forma *CZERKASOW (p. 80). Perché la forma ripristinata è priva di desinenza (cfr. *CHUMIN da CHUMINOWNA, p. 79)? Dal nome di persona TRABOWNA è ripristinata la forma *TRAB e viene indicato (con un punto interrogativo) il suo corrispondente attuale, il cognome Trabas (p. 143). Perché in questo caso la forma ripristinata non ha desinenza (cfr. *TUMAS da TUMOWNA, p. 143; *TALKUS da TALKOWNA, p. 142, e molti altri)? Il corrispondente attuale scelto per questo nome di persona (che, peraltro, non è attestato nel Lietuvių pavardžių žodyne) non è l’unico possibile: altrettanto attendibili sarebbero i corrispondenti Trobas o Trobus (anch’essi assenti dal Lietuvių pavardžių žodyne).
La parte successiva del libro esamina i toponimi (la sezione «Caratteristiche generali dei toponimi», pp. 154–156, e le note introduttive alla sezione «Elenco dei toponimi», pp. 156–157). Vengono discussi l’origine e la forma (formazione) di 298 toponimi. Sono stati individuati circa 60 toponimi non inclusi nel Lietuvos TSR administracinio-teritorinio suskirstymo žinyną. L’elenco alfabetico dei toponimi (pp. 158–175) è stato compilato secondo principi simili a quelli adottati per i nomi di persona: come forma lemmatizzata figura il nominativo attestato nei documenti oppure ripristinato, mentre tra parentesi quadre è indicata la forma normativa attuale, nota all’autore dall’uso e verificata sulla base del Lietuvos TSR administracinio-teritorinio suskirstymo žinyną. Anche questo elenco contiene forme ripristinate dubbie. Un buon esempio è BIRSZTAN, già menzionato nella sezione sulla slavizzazione dei nomi propri (p. 35), ripristinato sulla base delle registrazioni ex BIRSZTANY, de BIRSZTANY, de BIRSZTAN e de BIRSZTANI (p. 159). Almeno tre di queste costruzioni presentano il toponimo al plurale, ma il curatore, sulla base della forma normativa attuale, lo ripristina al singolare (cfr. CZESANY, ripristinato da de CZESAN, p. 160; NARUNY, da d. v. NARUN, p. 166, e altri). Nell’elenco compaiono anche forme di toponimi ripristinate ma non contrassegnate con (*), come BALBIERISZKI, BUYWIDY, ecc.
In chiusura del libro sono inclusi il riassunto in tedesco di Irena Meikšinaitė, «Personen- und Ortsnamen der 2. Hälfte des 17. Jahrhunderts aus der Gemeinde Punia» (pp. 176–182), e la bibliografia (pp. 183–185). Come appendice è pubblicato «L’elenco dei nomi di persona nei registri matrimoniali della parrocchia di Punia del 1732–1759» (pp. 186–203).
La pubblicazione curata da Jonas Palionis ha un indubbio valore scientifico: vi sono pubblicati per la prima volta i nomi di persona e i toponimi della parrocchia di Punia della seconda metà del XVII secolo, esaminati e descritti sotto diversi aspetti. L’intento era rendere accessibile agli specialisti, ossia ai ricercatori di onomastica, il prezioso materiale onomastico; d’altra parte, si sperava di interessare il pubblico mostrando il legame dei dati pubblicati con un luogo concreto e il carattere storico delle persone menzionate nei documenti (cfr. p. 204). È davvero difficile (se non impossibile) soddisfare con la stessa pubblicazione le esigenze professionali del linguista e la curiosità degli abitanti del luogo: il curatore ha dovuto scegliere una via intermedia, cioè quella del compromesso. Il volume non è né una riedizione scientifica e critica del patrimonio scritto né una pubblicazione divulgativa destinata al pubblico, ma presenta caratteristiche proprie di entrambi i tipi di opere. Lo specialista rimpiangerà innanzitutto l’assenza delle riproduzioni facsimilari delle fonti esaminate: data la modesta estensione del volumetto (a quanto pare, 64 e 93 pagine manoscritte), pubblicarle non sarebbe stato né difficile né particolarmente costoso. Tanto più che non tutto il materiale è confluito negli elenchi pubblicati e le forme dei nomi propri presentate non sono tutte ugualmente attendibili:
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ARTŪRAS JUDŽENTIS
«Negli elenchi dei nomi di persona e dei toponimi non sono incluse tutte le parole di questo tipo; inoltre, qualcuna potrebbe essere stata ripristinata in modo impreciso» (p. 20); «i nomi di persona illeggibili o che suscitavano molti dubbi non sono stati ricostruiti né inseriti nell’elenco» (p. 64). Se fosse stato pubblicato secondo i requisiti delle edizioni scientifiche, il libro avrebbe avuto maggior valore: da un’edizione scientifica si può sempre ricavare una pubblicazione più divulgativa, ma il percorso inverso, purtroppo, è impossibile.
Il libro è stato recensito da Vitalija Maciejauskienė; la sezione sui nomi di persona è stata rivista e Bronys Savukynas ha fornito consigli al curatore. La pubblicazione è stata sostenuta dalla Commissione statale per la lingua lituana.
Concludendo la rassegna, si vorrebbe menzionare alcuni lavori applicati di linguistica lituana: una grammatica, dizionari e repertori bibliografici.
La Grammatica pratica della lingua lituana di Meilutė Ramonienė e Joana Pribušauskaitė (Vilnius: Baltos lankos, 2003, 256 p., ISBN 9955-584-36-X) è destinata a chi studia la lingua lituana. La struttura grammaticale vi è descritta da un punto di vista funzionale.
Irenos Ermanytės Antonimų žodyne (Vilnius: Lietuvių kalbos instituto leidykla, 2003, XXIII, 584 p., ISBN 9986-668-52-2) abėcėlės tvarka pateikiamos antonimų poros iliustruojamos gyvosios kalbos, Lietuvių kalbos žodyno, jo kartotekos, grožinės literatūros ir smulkiosios tautosakos pavyzdžiais. Knygos pabaigoje įdėta antonimų lizdų rodyklė. Žodyną redagavo Jonas Paulauskas, jo rengimą ir leidybą rėmė Valstybinė lietuvių kalbos komisija. Zanavykų šnektos žodyno (teksto autorės Janina Švambarytė, Giedrė Čepaitienė, Vilnius: Mokslo ir enciklopedijų leidybos institutas, 2003, 830 p., ISBN 5-420-01504-8) pirmasis tomas apima A–K raidžių žodžius. Tai išsamusis tarminis žodynas, atspindintis XIX a. antrosios pusės–XX a. zanavykų šnektos leksiką, gramatikos, iš dalies ir fonetikos ypatybes. Žodžiai jame pateikiami laikantis panašių principų kaip Lietuvių kalbos žodyne. Šis žodynas – kolektyvinis daugelio žmonių darbas, kuriam duomenis organizuotai pradėta rinkti dar 1987 metais. Žodyną redagavo Aldonas Pupkis (vyriausiasis redaktorius) ir Klementina Vosylytė.
Išėjo net trys lietuvių kalbotyros bibliografijos rodyklės: Lietuvių kalbotyra, 1981–1985: Literatūros rodyklė, sudarė Regina Sedekerskytė, Adelė Ubeikaitė; spaudai parengė Lina Kanopkienė (Vilnius: Lietuvos mokslų akademijos biblioteka, Lietuvių kalbos institutas, 2003, 339 p., ISBN 9986-498-28-7); Lietuvių kalbotyra, 1991–1995: Literatūros rodyklė, sudarė Sigita Dagienė, Jolanta Matuzaite; atsakomoji redaktorė Rasa Pukėnienė (Vilnius: Lietuvos mokslų akademijos biblioteka, Lietuvių kalbos institutas, 2003, 544 p., ISBN 9986-498-32-5); Adelė Ubeikaitė, Lietuvių kalbotyra, 1944–1972: Literatūros rodyklė: Papildymai, redagavo Kazys Morkūnas, Algirdas Sabaliauskas (Vilnius: Lietuvių kalbos instituto leidykla, 2003, 396 p., ISBN 9986-668-46-8). Lietuvių kalbotyros bibliografija šiuo metu turbūt yra viena geriausiai sutvarkytų mūsų bibliografijos sričių. Ateina metas parūpinti elektroninę XX a. lietuvių kalbotyros bibliografiją su įvairiomis paieškos galimybėmis.
LITERATŪRA
BŪGA, K. 1912/1958: Lituanica. In: id., Rinktiniai raštai I, sudarė Z. Zinkevičius, Vilnius: Valstybinė politinės ir mokslinės literatūros leidykla, 339–383.
BŪGA, K. 1923/1961: Upių vardų studijos ir aisčių bei slavėnų senovė. – In: id., Rinktiniai raštai III, sudarė Z. Zinkevičius, Vilnius: Valstybinė politinės ir mokslinės literatūros leidykla, 493–550.
GAMKRELIDZE, T. V., IVANOV, V. V. 1984.: Индоевропейский язык и индоевропейцы. Реконструкция и историко-типологический анализ праязыка и протокультуры. Часть вторая: Семантический словарь
NAUJU DARBŲ APŽVALGA
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общеиндоевропейского языка и реконструкция индоевропейской пракультуры, Тбилиси: Издательство Тбилисского университета.
Judžentis, A. 2003: Lietuvių kalbotyra 2002-aisiais metais: Lietuvoje išleisti darbai. Acta Linguistica Lithuanica 49, 2003, 153–170.
Judžentis, A. 2004: [Rec.] Vytautas Kardelis, Rytų aukštaičių šneketų slavizmų fonologijos bruožai, Vilnius: Vilniaus universiteto leidykla, 2003, 195 p. (Vilniaus universiteto Filologijos fakulteto mokslo darbai). Baltų filologija XIII (2), 151–155.
Labutis, V. 2004: [Rec.] Studija apie gramatikos norminimo pagrindus. Kalbos kultūra 77, 67–75.
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