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Fonosemantinės sakmės Lietuvių kalbos žodyne

Algirdas Saudargas

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ALGIRDAS SAUDARGAS Parlamento europeo Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia Aree di ricerca: linguistica cognitiva, neuropsicologia cognitiva, biofisica. LEGGENDE FONOSEMANTICHE NEL DIZIONARIO DELLA LINGUA LITUANA Leggende fonosemantiche nel dizionario della lingua lituana RIASSUNTO L’articolo espone un approccio che spiega i fenomeni fonosemantici nella lingua lituana. Questo approccio suddivide il contenuto semantico della parola in una componente concettuale e nei contenuti che esprimono relazioni di dinamica spaziale, temporale e di forza. In questa prospettiva, i fenomeni fonosemantici sono spiegati come estensioni della topologia cognitiva della rete dei significati di una parola a parole fonologicamente simili, ma non imparentate etimologicamente. Vengono esaminati alcuni esempi. Sono analizzate le reti di significati delle parole lituane con le consonanti K/L; N/R; M/L <> nella radice L/M. PAROLE CHIAVE: leggenda fonosemantica, frame di riferimento, schema d’immagine, dinamica di forza, topologia cognitiva. ANNOTAZIONE Viene presentata una spiegazione dei fenomeni fonosemantici nella lingua lituana. Tale spiegazione suddivide il contenuto del significato di una parola in una componente concettuale e in un contenuto che esprime gli aspetti spazio-temporali e dinamici della forza (STD). In questa prospettiva, i fenomeni fonosemantici sono spiegati come estensione della topologia cognitiva della rete dei sensi delle parole a parole fonologicamente simili, ma non geneticamente imparentate. Vengono esaminati diversi esempi. Si analizza la rete dei sensi delle parole lituane con le consonanti K/L; N/R; M/L <> L/M. PAROLE CHIAVE: saga fonosemantica, sistema di riferimento, schema d’immagine, dinamiche delle forze, topologia cognitiva. Įžvalgos / Insights 229 ALGIRDAS SAUDARGAS 0. INTRODUZIONE «...il proprio pensiero può essere espresso solo nella propria lingua.» Antanas Maceina Più di tre decenni fa, in samizdat apparvero le riflessioni di Algirdas Patackas sulla cultura baltica Saulė ir kryžius (Patackas 1983; Patackas 2014: 30–85). Vi fu menzionata per la prima volta la «legge della simmetria»: si osservò che, scambiando le consonanti della radice di alcune parole, anche il loro significato acquisisce una certa valenza simmetrica, verificandosi una sorta di inversione del significato (per esempio: meilė – laimė) (Patackas 2014: 78). Un’altra osservazione era che il significato delle parole con le stesse consonanti radicali ma vocali diverse resta unito da un’idea comune, benché le parole stesse non siano affatto imparentate (per esempio: nokti – nykti) (Patackas ir kt. 1984; Patackas ir kt. 2014: 93). Dal punto di vista della linguistica formale, questi esempi apparivano come sviluppi privi di qualsiasi fondamento di fenomeni linguistici noti — la metatesi e l’apofonia — e non potevano essere accettati. Patackas mi aveva interessato alle questioni linguistiche sollevate nel suo studio e mi aveva incoraggiato a mettere per iscritto le mie riflessioni. Quel testo (Saudargas 1986) è pieno di speculazioni filosofiche che oggi potrebbero interessare soltanto gli studiosi del genere samizdat. Tuttavia, si fonda su un’idea che costituisce anche il fulcro di questo articolo. La mia attenzione si rivolse alle parole le cui radici sono fonologicamente simili, ma la cui parentela non è attestata. Cercai di mettere in luce i loro rapporti semantici. La guida era (e rimane) la concezione della lingua materna di Antanas Maceina: «La ricchezza del lessico lituano e la varietà della sua struttura grammaticale mostrano che il pensiero lituano è capace di penetrare nell’oggetto pensato con un’ampiezza straordinaria e a un livello profondo, e di esprimere persino sfumature appena percettibili, ma reali, dei suoi legami e delle sue relazioni. Sotto questo aspetto, la lingua lituana non è inferiore a nessun’altra lingua nella quale, nel corso della storia, sia stata creata o si stia creando una filosofia di alto livello. La nostra lingua è una via aperta verso la nostra filosofia. Sta a noi decidere se percorrerla o imboccare la strada irrigidita dei forestierismi: dipende dalla nostra consapevolezza che il proprio pensiero può essere espresso solo nella propria lingua» (Maceina 1994: 309). Nel testo citato ho trattato i verbi che esprimono il senso della vista: žiūrėti, domėtis, regėti, matyti e vysti (vydo), e ne ho confrontato la semantica con quella di parole aventi radici fonologicamente affini. Quando studiavo questi rapporti fonosemantici, gli studi di linguistica cognitiva allora in formazione mi erano sconosciuti, poiché nelle condizioni dell’epoca erano difficilmente accessibili, o forse del tutto inaccessibili. Sono tornato su queste riflessioni un decennio fa e, poco dopo, ho scoperto che la linguistica cognitiva disponeva delle tecniche di ricerca necessarie. All’epoca ignoravo anche molte altre cose di cui accenno oggi. 230 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės šaknės lietuvių kalbos žodyne I testi raccolti in questo articolo sono stati scritti nell’ultimo decennio. Sono stati ripensati e riscritti più volte. Riunendoli in un unico volume, ho riesaminato ancora una volta il tutto, apportando correzioni e ampliamenti. Molte cose ho dovuto scriverle completamente da capo. Questi testi sono di due tipi. I testi del primo tipo sono studi empirici, nei quali ho cercato di essere il più obiettivo possibile. Perciò ho definito con precisione gli oggetti di studio: le voci del Lietuvių kalbos žodyno (di seguito LKŽ), e soltanto quelle. La ricerca si propone di descrivere i rapporti semantici tra parole fonologicamente affini (che hanno nella radice la stessa coppia di consonanti). L’obiettivo dello studio è mostrare che alcune radici lituane fonologicamente affini (i cosiddetti fasci di radici) formano anche insiemi semantici, denominati, per comodità, saghe fonosemantiche. Il nucleo della ricerca consiste nella scomposizione del contenuto di significato delle parole lituane in una parte concettuale e una spazio-temporale. I contenuti spazio-temporali comprendono anche l’interazione delle forze (dinamica); perciò uso l’abbreviazione ELD (spazio, tempo, dinamica). Per l’analisi semantica ricorro alle tecniche della semantica cognitiva. Ho cercato di basarmi su metodi quanto più affidabili e verificati possibile; per esempio, per descrivere l’interazione delle forze utilizzo gli schemi della dinamica delle forze di Leonardo Talmy, ormai divenuti classici. Tutti i risultati empirici sono abbastanza evidenti, anche se, come ho potuto constatare personalmente, per coglierne alcuni occorre un certo esercizio con le tecniche utilizzate. I testi del secondo tipo sono soggettivi. Si sono resi necessari perché le ricerche empiriche menzionate non trovano posto nello spettro tradizionale degli studi linguistici. Naturalmente, nel tempo libero chiunque può indagare il significato delle parole a proprio piacimento. Se tali indagini trovino riscontro nella poesia, spetta al lettore giudicarlo. Se si desidera sottoporle all’attenzione della comunità scientifica, occorre trovare loro una collocazione. Nel cercare tale collocazione, è emerso che queste ricerche sono extrasistemiche nell’ambito della linguistica, o addirittura extralinguistiche in generale. Più precisamente, le saghe fonosemantiche sono un oggetto di studio al crocevia delle discipline, sebbene dovrebbero interessare la linguistica intesa nel senso più ampio. Alla ricerca di analogie, mi sono avventurato tra la topologia matematica e l’alchimia medievale. Cercando argomenti, ho consultato monografie, dissertazioni e articoli provenienti dai campi più disparati: dalla fonosemantica, considerata marginale, alle moderne ricerche sul cervello. Simili peregrinazioni rischiano costantemente di trasformarsi in una dispersione insensata del pensiero, perché è possibile approfondire ambiti così distanti tra loro soltanto entro limiti molto ristretti. D’altra parte, è proprio all’incrocio tra le discipline che cambiano i paradigmi e si formano nuove correnti. Perciò in questi testi mi baso su autori e fonti assai diversi, che sarebbe impossibile studiare tutti a fondo nell’arco di poche vite; i riferimenti forniti faranno però risparmiare tempo al lettore curioso. È evidente che testi di questo genere riflettono le mie scelte soggettive e valutazioni personali, e non possono pretendere di offrire una rassegna scientificamente esaustiva di alcun campo. È ora di passare a considerazioni più concrete. Ma prima di tutto è necessario ricordare i precursori, da cui tutto ebbe inizio. Įžvalgos / Insights 231 ALGIRDAS SAUDARGAS 1. CONSIDERAZIONI SUL METODO 1.1. Precursori e loro critici «Anche il miele gli sembra amaro» (LKŽ) Algirdas Patackas, insieme ad Aleksandras Žarskus, sviluppò le intuizioni iniziali in uno studio originale sulla gestione delle trasformazioni spirituali nell’antica cultura baltica, fondato su abbondanti fonti etnografiche (Patackas, Žarskus 2013). Dainius Razauskas valutò queste ricerche come segue: «L’opera di Algirdas Patackas e Aleksandras Žarskus è uno dei fenomeni più interessanti e profondi della cultura contemporanea della parola lituana, forse paragonabile per spirito al fenomeno di Vydūnas di un secolo fa» (Razauskas 2006: 47). Tuttavia, secondo Razauskas, «il “miele” spirituale, frutto di un lavoro immenso, è avvelenato da “un cucchiaio di catrame”» (ibidem: 45). Si tratta del «rapporto di Patackas e Žarskus con la lingua, o piuttosto con la linguistica, con le scienze del linguaggio» (ibidem). In effetti, già un decennio prima le riflessioni di Patackas e Žarskus avevano suscitato le aspre — e, a quanto pare, giuste — critiche del linguista Simas Karaliūnas (1995). Il mondo ufficiale della linguistica non ravvisò in quelle ricerche alcun fenomeno suscettibile di indagine. Attenuando le critiche di Karaliūnas, in una relazione appassionata intitolata «Follia linguistica e lingua sacra», letta nel 1996, Razauskas afferma: «L’obiettivo qui non è dimostrare l’origine di questa o quella parola, né la parentela etimologica tra le parole, ma richiamare l’attenzione su una corrispondenza talvolta davvero sorprendente, per esempio tra la simmetria fonetica e semantica delle radici delle parole, lasciando del tutto da parte la questione dell’origine delle parole» (Razauskas 1997: 10). Eppure Razauskas, per qualche ragione, si rassegna: «Comunque sia, un simile obiettivo, a quanto pare, non spetta davvero alla linguistica. In breve: il rapporto con la lingua qui esaminato non è linguistica, non è scienza» (ibidem). In seguito Razauskas sposta la discussione sul fenomeno dell’anagramma, scoperto da Ferdinand de Saussure e riscoperto da Vladimir Toporov. Formula correttamente il problema: «È possibile — e, se sì, su quale base, in base a quali presupposti — collegare la semplice simmetria fonetica delle consonanti della radice di una parola alla semantica delle parole corrispondenti, e per di più a un’intera loro presunta visione del mondo?» (ibidem). Purtroppo, dopo essersi immerso nell’interessante ma ancora piuttosto nebulosa corrente degli studi sugli anagrammi e sulla poetica indoeuropea a essi connessa, ne riemerge con una risposta decisamente etnosofica (per usare i suoi stessi termini1): «Dunque, abbiamo non soltanto due lingue — quella ordinaria, quotidiana, e quella sacra, poetica —, ma di conseguenza anche due linguistiche, 1 Cfr. Razauskas 2006. 232 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 1. La rete fonosemantica dell’accademico Paulius Slavėnas Įžvalgos / Insights 233 ALGIRDAS SAUDARGAS cioè due rapporti diversi con la lingua, fondati su presupposti teorici e metodologici differenti, quali riflessi di rapporti diversi con la realtà in generale: precisamente una linguistica semplice, profana, e una segreta, sacra» (ivi: 16). Un altro precursore, il patriarca dell’astronomia lituana, l’accademico Paulius Slavenas, che pubblicò una serie di articoli tra il 1974 e il 1985, studiò in modo molto interessante i rapporti tra suono e significato nella lingua lituana (Slavenas 2001; 1984). Notò che molto spesso l’alternanza vocalica nella radice di una parola non ne muta sostanzialmente il significato, ma si limita a modificarlo. Dopo aver esaminato diverse combinazioni e aver escluso quelle inadatte, tracciò uno schema su un piano. Come testimonia lui stesso, «disegnato in modo non troppo dettagliato, il disegno occupava circa un terzo di metro quadrato» (Slavenas 1984: 34). Poiché lo studio di Slavėnas non attirò l’attenzione dei linguisti, nella figura 1 presento il disegno della sua rete fonosemantica (Slavenas 2001: 278). Il disegno in sé è soltanto un modo di organizzare le informazioni linguistiche. La struttura delle consonanti viene combinata nel modo più semplice, per combinatoria. Con la sua ricerca, Slavenas sembra suggerire: dimentichiamo per un momento tutto ciò che sappiamo sulle radici delle parole e osserviamo quali associazioni di significato evocano parole fonologicamente affini. Allora, in una rete fonosemantica elaborata con cura, è possibile cogliere alcune regolarità. Una metodologia del genere è consueta non solo nelle scienze naturali sperimentali, ma anche nella ricerca teorica. Per amor di verità, va osservato che tale metodologia è spesso impiegata anche dagli stessi linguisti. Pertanto, questo tipo di sperimentazione sulle radici delle parole non viola alcuna legge nota della linguistica. Nel tempo libero, chiunque è libero di dilettarsi con esperimenti del genere. Ma se vogliamo presentare qualcosa alla scienza, dobbiamo trarre conclusioni da quegli esperimenti e sostenerle. L’accademico Slavenas trae dalle sue ricerche conclusioni davvero audaci, che alla comunità dei linguisti non paiono sufficientemente fondate. Riporterò alcuni estratti dall’articolo «Il significato della protolingua». «L’antica protolingua di una tribù isolata si sviluppò soltanto attraverso l’imitazione della generazione più anziana e le abitudini linguistiche programmate geneticamente. Non era costituita da parole (nel senso della lingua lituana), bensì da formanti più brevi e polisemici, che in seguito avrebbero potuto diventare tanto radici di parole quanto affissi delle radici. Più precisamente, il formante non possiede significati, ma una nozione più ampia, una categoria di pensiero alquanto vaga; i significati emergono soltanto nelle combinazioni di formanti. Il formante non è né una parola nel senso grammaticale consueto né un’unità di una parte del discorso: in diverse combinazioni potrebbe avere il significato di un sostantivo, di un verbo o di altro; in altre parole, potrebbe avere quella che nell’inglese moderno è detta conversione, e potrebbe essere adatto a un nome, a un soprannome, a un’affermazione, a un’azione o ad altri scopi. Un singolo formante forniva soltanto un indizio sull’argomento, mentre il significato si delineava nella combinazione» (Slavenas 2001: 261). «Le varie osservazioni qui formulate suggeriscono un’idea piuttosto paradossale: la dispersione delle lingue indoeuropee rappresenterebbe un allontanamento non da una protolingua proto-sanscrita ipotetica, bensì dalla struttura arcaica della lingua lituana, ancora viva» (ivi: 273). 234 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne Queste intuizioni sono davvero profonde e interessanti, ma, sebbene lusinghino molto l’autostima della comunità di lingua lituana, non sono sufficientemente fondate. Perciò la dimenticanza in cui i linguisti hanno lasciato le ricerche del vecchio accademico è del tutto comprensibile. 1.2. La farmacia della mente «La farmacia della mente è sotto quel tetto. Forse rallegrare una persona con un’opinione.» Dionizas Poška «La mente inconscia propone, la mente conscia seleziona.» Stanislas Dehaene Torniamo alla conclusione di R az auskas, secondo cui «abbiamo [...] due rapporti diversi con la lingua, fondati su presupposti teorici e metodologici differenti, quali riflessi di rapporti diversi con la realtà in generale: precisamente una linguistica semplice, profana, e una segreta, sacra». Dove cercare una metodologia per studiare il fenomeno che ci interessa? Un primo passo potrebbe consistere nell’affermare che la linguistica «quotidiana, semplice, profana» studia i fenomeni linguistici percepiti consapevolmente, mentre quella «segreta, sacra, poetica» cerca di rivelare ciò che nella lingua è inconscio, ossia direttamente inaccessibile alla coscienza. Che tutto dipenda dal punto di vista è chiaro da un semplice esempio. La grammatica è indubbiamente un ambito tradizionale della linguistica. Eppure possiamo guardare la stessa grammatica da due prospettive. I bambini in età prescolare parlano correttamente dal punto di vista grammaticale, benché non abbiano mai studiato grammatica. Quando cominciano a studiarla a scuola, a molti questa disciplina sembra faticosa e noiosa. È un fatto ben noto e chiaro. Come quando andiamo in bicicletta o guidiamo un’automobile compiamo alcune azioni automaticamente e altre consapevolmente, così, quando parliamo, pronunciamo automaticamente parole e frasi grammaticalmente corrette, mentre la coscienza osserva e orienta il contesto significativo. La parola è la finestra attraverso cui la coscienza guarda il significato, ma il significato è immerso nell’inconscio umano, e il confine tra conscio e inconscio non è facile da afferrare... Įžvalgos / Insights 235 ALGIRDAS SAUDARGAS concetto. Nella sezione successiva mi chiedo in che modo le misurazioni neurofisiologiche dell’attività cerebrale possano aiutarci oggi. Le ultime sezioni dedicate a spunti sul metodo definiscono la saga fonosemantica, oggetto di ricerca di questo articolo. Una dimensione particolarmente importante del linguaggio è quella compresa tra univocità e ambiguità (ing. ambiguity2. Si potrebbe pensare che l’univocità debba essere l’ideale del linguaggio. È davvero così quando l’ambiguità può essere pericolosa. Un ordine impartito da un ufficiale deve essere compreso senza ambiguità. Le istruzioni di un chirurgo durante un’operazione non possono essere ambigue. Da questo dipende la vita dei soldati o dei pazienti. Nella legislazione e in molti altri ambiti si cerca di fare in modo che i termini utilizzati siano compresi in modo univoco. Allora perché il linguaggio contiene ambiguità? L’ambiguità nel linguaggio è un fatto empirico. Occorre guardarla come una fonte di creatività linguistica, una garanzia della vitalità della lingua. Nella lingua ci sono sempre stati sia il termine sia la parola poetica3. In lituano l’esitazione si distingue sottilmente dal dubbio: l’esitazione sottolinea la necessità inevitabile di scegliere tra due possibilità, mentre il dubbio descrive anche uno stato che comprende entrambe le possibilità. Possiamo dire che l’esitazione è più tipica della scelta meccanica di una macchina in base a criteri prestabiliti e indica un punto di diramazione di un algoritmo. Il dubbio, invece, descrive il metodo di funzionamento dello strumento della mente, il cervello umano. L’ambiguità è al centro dell’attenzione della ricerca cognitiva contemporanea (Zeki 2004). Così si chiarisce il posto del metodo della nostra ricerca nel sistema delle scienze: ci interessa il linguaggio come strumento per conoscere lo stato della mente. Oggi questo ambito è la linguistica cognitiva nel senso più ampio del termine (Cuyckens, Geeraerts 2007). Nel linguaggio incontriamo due direzioni diverse di scelta. L’esempio più semplice è costituito da omonimia e sinonimia (cfr. fig. 2). Quando sentiamo una parola polisemica (per esempio, baras), ci troviamo in un punto di dubbio. Per decidere, di solito dobbiamo attendere ulteriori informazioni provenienti da un contesto o dall’altro. Nella direzione opposta, giungiamo a un punto di dubbio quando abbiamo diversi modi per esprimere lo stesso significato: l’uccello vola / l’uccello sfreccia. Anche in questo caso decidiamo ricorrendo a ulteriori informazioni. A seconda della direzione distingueremo ambiguità onomasiologica e ambiguità semasiologica4. L’omonimia e la sinonimia non sono oggetto diretto della nostra ricerca. Una radice polisemica è un’ambiguità semasiologica. L’interazione tra ambiguità semasiologiche e onomasiologiche si trova nel cuore stesso del meccanismo di comprensione del linguaggio. L’univocità e l’ambiguità non sono due stati discreti, ma i poli estremi di una dimensione importante di una caratteristica del funzionamento della mente umana. La mente umana 2 Questo concetto è ampiamente utilizzato. Per noi è importante la prospettiva esposta da Semir Zeki nel suo articolo (Zeki 2004) e altrove. 3 Panašiai mano ir Skirmantas Valentas (2012: 12). 4 Cfr. Geeraerts 2010: 281–284. 236 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Le saghe fonosemantiche nel dizionario della lingua lituana FIG. 2. Omonimia e sinonimia come ambiguità semasiologica e onomasiologica lo strumento — il cervello — non è un computer. L’essenza dell’architettura dei computer moderni non è cambiata dai tempi di Alan Turing e John Von Neumann. Si può dire che l’architettura del computer rispecchi il funzionamento della mente cosciente (Dehaene, Brannon 2011; Zylberberg et al. 2011). A questo polo dell’univocità, il cervello umano sembra irrimediabilmente lento rispetto ai computer moderni. Tuttavia, finora neppure i computer più potenti e i programmi più intelligenti sono in grado di risolvere in modo affidabile persino i compiti più semplici della mente umana. Von Neumann aveva già intuito perché: il lavoro più impegnativo viene svolto dalla mente umana inconsciamente, grazie a meccanismi cerebrali analogici che operano in parallelo. Stanislas Dehaene descrive così i risultati delle accurate ricerche condotte negli ultimi trent’anni dagli psicologi del linguaggio: «La nostra mente inconscia è dunque abbastanza intelligente da immagazzinare parallelamente in memoria e richiamarne tutte le associazioni semantiche di una parola, anche quando la parola è polisemica o quando al contesto si adatta una sola delle sue accezioni. La mente inconscia propone, quella cosciente seleziona» (Dehaene 2014: 66). Con accurate ricerche contemporanee gli psicologi indagano come i bambini comprendono le parole. La celebre psicologa Jean Mandler, riassumendo queste ricerche, osserva che un bambino di due anni si trova davanti a un duplice problema: in quali casi usare una parola appresa e quale parola usare in un caso specifico (Mandler 2004: 131). Nei nostri termini, il bambino si trova di fronte a un’ambiguità semasiologica e onomasiologica. La parola è la stessa, ma per il bambino significa qualcosa di diverso da ciò che significa per un adulto. Nella comunicazione il bambino riduce l’ambiguità, finché essa non raggiunge lo stesso livello di quella della comunità parlante. Questi e Įžvalgos / Insights 237 ALGIRDAS SAUDARGAS Molte altre ricerche mostrano che il dubbio è il polo della mente umana opposto all’univocità, immerso nelle acque dell’inconscio5. Come sempre, Marshall McLuhan (insieme al poeta canadese Wilfred Watson) rivela in modo originale e interessante il rapporto tra conscio e inconscio nel suo libro raramente ricordato Dalla cliché all’archetipo (McLuhan 2011 (1970)). Per illustrare questo passaggio – dalla cliché univoca e cristallizzata, attraverso il dubbio dopo l’archetipo e di nuovo verso una nuova cliché – ricorre agli ultimi versi della poesia «The Circus Animals’ Desertion» del poeta irlandese William Butler Yeats: Quelle immagini magistrali, perché compiute, nacquero dalla mente pura, ma da che cosa ebbero inizio? Un mucchio di rifiuti o lo spazzamento di una strada, vecchi bollitori, vecchie bottiglie e una lattina rotta, vecchio ferro, vecchie ossa, vecchi stracci, quella sgualdrina delirante che tiene la cassa. Ora che la mia scala se n’è andata, devo stendermi là dove tutte le scale hanno inizio, nel sudicio negozio di stracci e ossa del cuore. Quella sfera della nostra mente, colma di vecchie cliché e dei loro frammenti e governata dagli archetipi, che generano nuove cliché, egli la chiama, riprendendo il testo del poeta, rag-and-bone shop of the heart. Era un negozietto inglese dell’Ottocento di cianfrusaglie e rifiuti, che commerciava stracci (rag) e persino ossa di animali (bones). Come ci spiega il curatore del volume, persino le ossa animali erano una materia prima secondaria molto richiesta nella produzione di fertilizzanti, colla o porcellana (McLuhan 2011: vii). Quella sfera della mente è una fonte di nuove forme e immagini: il mondo degli archetipi (McLuhan 2011: 104). Lì fermenta la creazione poetica; su di essa si appoggia la scala di Giacobbe, menzionata da Yeats nei suoi versi. L’analisi di McLuhan è acuta, ma il libro stesso è difficile da leggere e costruito in modo elaborato. Qui ci interessa soltanto l’innegabile analogia con ciò che i fondatori della psicoanalisi chiamavano inconscio e archetipi, sebbene quest’ultimo concetto sia molto sfumato e dipenda dall’autore che lo impiega. In lituano, quel negozietto di cianfrusaglie che si trova nel cuore del poeta possiamo chiamarlo farmacia della mente. Dionizas Poška invita al suo museo dei Baubliai «persone di senno», affinché si divertano, perché «sotto quel tetto c’è una farmacia della mente». Il museo è una fonte d’ispirazione, da cui l’artigiano «di senno» può attingere immagini e idee per le proprie opere. Possiamo giocare un po’ con le parole: dopotutto, váistas e vaistas sono parole della stessa origine, omografi che differiscono soltanto per l’accento tonale. Nel suo Słownik etymologiczny języka litewskiego (di seguito SEJL), Wojciech Smoczyński fa risalire la parola váistas alla radice comune a baltico e slavo *vaid- «conoscenza (della guarigione mediante formule magiche)» (SEJL 2007: 713), mentre la forma vaistas ha una radice secondaria, vais-, del verbo vysti (išvydo), che fa derivare 5 Un altro tema importante collegato alla dicotomia univocità/dubbio è l’asimmetria cerebrale (McGilchrist 2009). 238 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne iš prokalbės šaknies *ueid- (SEJL 2007: 762, 763). Vaistas (be kirčio) yra abeją, apimanti vaizdinę (vaistas) (LKŽ: Dievas kalbėjo Izraeliui vaiste) ir veikliąją (váistas) dalį, kuri tinka nurodyti į archetipinį informacijos pobūdį. Jungas tai vadino lotynišku žodžiu imago – pasąmonės turinių telkinio (komplekso) suvokimo schema. Imago apima įvairius pojūčius (kaip šiuolaikinėje psicholingvistinėje literatūroje vadina – modalumus): tai ir regimo vaizdinio schema, ir garsinė melodija ar ritmas, ir lytėjimo, kvapo ar skonio motyvas, bet taip pat ir ritualinio (schematiško) judesio pajautimas savame kūne. Tai ir vaistas, ir váistas. Proto vaistinė (vaištinė ir váistinė vienu metu) tai ta pati pranokėjų Patacko ir Žarskaus vydija (tos pačios šaknies naujadaras!), tai Freudo ir Jungo pasąmonė, tai XX a. pabaigoje psichologų eksperimentuose tiriama implicitinė atmintis (Mancia 2006), tai McLuhano poeto Yeatso kūryboje surasta „sendaičių krautuvėlė širdyje“, tai tie sąmonei tiesiogiai nepasiekiami atminties klodai, iš kurių James’as Joyce’as du dešimtmečius jam vienam težinomais būdais traukė Finegano budynių į kitas kalbas neišverčiamus sakinius. Daugelis žmogaus dvasios tyrinėtojų mėgina pasidairyti proto vaistinėje. Ten pat žvelgia ir Skirmantas Valentas (1997; 2007; 2012) savo trilogijoje, gilindamasis į Antano Baranausko, Vlado Braziūno, Sigito Gedos ir kitų poetų kūrybinę virtuvę. Gli artigiani «di senno» erano (e sono tuttora) creatori di miti. Ciò che Claude Lévi-Strauss (1997) scrive sul pensiero mitico fa parte della quotidianità del discorso interdisciplinare contemporaneo: «E anche ai nostri giorni l’artigiano6 è colui che fa tutto da sé, con le proprie mani e servendosi, a differenza dell’esperto (specialista) di un determinato settore, di strumenti di ogni sorta, spesso fortuiti. [...] Il pensiero mitico è dunque una forma di bricolage intellettuale» (Lévi-Strauss 1997: 29). «[...] il pensiero mitico, come il bricolage sul piano pratico, compone insiemi strutturali avvalendosi non direttamente di altri insiemi strutturali, ma dei residui e dei frammenti di eventi [...] schegge e resti – quasi fossero fossili in cui si riflette la storia dell’individuo o della società» (Lévi-Strauss 1997: 34). «Nel modello ridotto, al contrario di quanto accade quando si cerca di conoscere un oggetto o un essere nelle sue dimensioni reali, si conosce dapprima l’insieme e solo in seguito le singole parti» (Lévi-Strauss 1997: 37). Abbiamo esplorato abbastanza i campi della creazione poetica e mitopoetica. Volevamo soltanto accertarci che, nella ricerca di una «lingua sacra», siamo tutt’altro che soli. Nella farmacia della mente, vecchie cliché e i loro frammenti galleggiano nelle acque dell’inconscio sotto forma di immagini e frammenti di immagini. Non sono soltanto immagini visive, ma anche combinazioni di suoni (parole, frasi o melodie), odori, sensazioni, sapori e impressioni di ogni sorta di emozioni. Queste immagini si fanno più nitide e sbiadiscono, si combinano in tutti i modi possibili 6 Nell’edizione lituana la parola francese bricolage è tradotta con «meistravimas». Įžvalgos / Insights 239 ALGIRDAS SAUDARGAS …combinazioni. Da lì attingono idee non solo i poeti, ma anche i matematici (Hadamard 1945). Chi organizza queste immagini, e quale grammatica hanno? I fenomeni fonosemantici sono peculiari perché il significato è coinvolto in processi inconsci. Questi fenomeni sono studiati da oltre un secolo. Uno dei fondatori della psicoanalisi e creatore della psicologia analitica, Carl Gustav Jung (con Franz Riklin), iniziò la sua carriera scientifica con esperimenti di associazione di parole presso la clinica Burghölzli in Svizzera, all’inizio del XX secolo. Proseguì gli esperimenti di Kraepelin e Aschaffenburg, dai quali risultò che i soggetti, quando erano riposati, associavano le parole in base al significato, mentre quando erano stanchi lo facevano in base alla somiglianza sonora. Jung precisò le condizioni. Si scoprì che le associazioni sonore, cioè fonologiche, prevalgono quando la coscienza è attenuata e la sua attenzione è dispersa, per esempio appena svegli dal sonno o semplicemente quando l’esperimento comincia ad annoiare. Jung giunse alla conclusione che l’attenzione concentrata inibisce le associazioni sonore, mentre, quando l’attenzione si distrae, queste aumentano sempre più, finché non rimangono altro che associazioni sonore (Kugler 1980: 2–7). Perciò Paul Kugler (1980: 15), nella sua dissertazione, si chiede: esistono nella nostra lingua gruppi autonomi di associazioni, legati foneticamente e dotati di significato in un’immagine archetipica?7? Anche Freud attribuiva grande importanza alle associazioni sonore e ai lapsus. Viene spesso citato il caso del Rat Man descritto da lui nel 1909 (nel quale si associano parole tedesche: Ratten, Raten, Spielratte, Rita, Heiraten, Rathaus8. 1.3. La mente vivente «Be’, certo, Harry, succede nella tua testa, ma chi ti ha detto che per questo non sia vero?» (Albus Silente)9 Anche la ricerca sul cervello di cui si parlerà ora ha una storia trentennale. Più o meno nello stesso periodo in cui l’accademico Slavenas tracciava i suoi schemi, all’Università della California a San Diego, negli Stati Uniti, alle porte della celebre Silicon Valley in formazione, la scienziata americana di origine ungherese Marta Kutas voleva scoprire in che modo il potenziale elettrico del cervello umano (EEG) rifletta il nesso semantico tra una parola e il contesto della frase. La tecnologia moderna permette di registrare la reazione del cervello a una parola pronunciata, benché una singola parola 7 Qualche anno dopo Paul Kugler sviluppò le sue riflessioni nel libro L’alchimia del discorso, ristampato due decenni più tardi (Kugler 2002). 8 Freudo aprašytus atvejus būtina vertinti kritiškai (žr. Sulloway 1991: 255). 9 J. K. Rowling. Haris Poteris ir Mirties Relikvijos. Vilnius: Alma littera, 2008, 572. 240 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne il segnale di risposta a volte è dieci volte più debole dell’EEG stesso. Da decenni gli scienziati studiano queste reazioni, chiamate potenziali correlati agli eventi (ing. event related potential – ERP). L’ERP dura fino a un secondo e riesce a oscillare più volte, formando caratteristiche gobbe o depressioni. Ogni massimo o minimo ha caratteristiche proprie; descriverle richiederebbe molte pagine. Ci interessa una svolta nella ricerca avvenuta alla fine degli anni Settanta del XX secolo. La scienziata menzionata e i suoi colleghi volevano scoprire come cambia l’ERP, per esempio, sostituendo l’ultima parola della frase Mi sono rasato i baffi e la barba con la città al posto di «la barba» (Kutas, Hillyard 1980). La frase diventa semanticamente incoerente. I ricercatori notarono che cambiava la seconda gobba, da allora chiamata N400. Nel quasi quarto di secolo trascorso da questa osservazione, N400 è diventato un indicatore dell’attività semantica del cervello (Münte et al. 2000). Si scoprì che l’aumento dell’ampiezza di questo indicatore misura lo sforzo necessario per accordare una parola al contesto della frase. Per tali ricerche è più conveniente presentare frasi simili a quella menzionata. L’ultima parola può essere attesa (come la barba) oppure inaspettata (come la città). Questo test è chiamato completamento (ing. cloze). Il punto essenziale, emerso subito, è che N400 reagisce non soltanto all’imprevisto, ma a parametri molto diversi che riflettono la corrispondenza tra frase e parola. Dopo tre decenni di ricerche accurate si è delineata una visione d’insieme all’incirca come segue. Quando sentiamo una parola o la leggiamo sullo schermo, la percepiamo con una scansione temporale piuttosto precisa. Nel primo quarto di secondo viene analizzata la sensazione, finché la parola non viene riconosciuta. Nel secondo quarto di secondo, riflesso dall’indicatore N400, la parola percepita viene adattata al contesto pertinente in quel momento. In seguito avviene ciò che si può chiamare correzione. A proposito del primo quarto di secondo, è importante osservare che, quando la parola viene riconosciuta, tutte le informazioni sensoriali già giunte vengono utilizzate immediatamente. Inoltre, esperimenti psicologici e misurazioni neurofisiologiche hanno dimostrato che, mentre la parola si dispiega, si ha un accesso diretto e continuo alle informazioni semantiche, senza aspettare che la parola venga riconosciuta. Il secondo quarto di secondo è una finestra temporale precisa durante la quale la parola già riconosciuta viene adattata innanzitutto al contesto della frase, ma anche alle conoscenze più generali pertinenti in quel momento. La finestra temporale dedicata all’adattamento non dipende dalle proprietà delle informazioni presenti nella parola e nel contesto. Il tempo a disposizione per comprendere la parola nel contesto è dato e, una volta trascorso, otterremo il risultato che si è riusciti a raggiungere in quel lasso di tempo. Inoltre, è importante non dimenticare che tutto avviene inconsciamente. Se non si riesce a comprendere, sarà necessario precisare il senso alla luce della coscienza. Che cos’è questo contesto dal punto di vista della rete neuronale? Senza dubbio, è costituito dagli insiemi neuronali delle parole attivati dalla frase udita o vista, nonché da altre reti neuronali attivate, che riflettono informazioni grammaticali, prosodiche (relative all’accento, al tono, alla durata, all’intonazione e simili) o non espresse verbalmente, e dal contenuto richiamato dalla memoria a lungo termine e capace di suscitare associazioni. La cosa più importante è che il cervello adatta attivamente la nuova parola. Il cervello Įžvalgos / Insights 241 ALGIRDAS SAUDARGAS I meccanismi fanno continuamente previsioni, cercando di anticipare quale informazione li attenda. La parola non viene inserita meccanicamente in un contesto già esistente né aggiunta ad esso. La parola cade nella rete che già la sta aspettando. L’esempio menzionato sopra mostra soltanto che la parola barzdą era stata prevista, attesa e perciò non era nemmeno necessario verificarla. Ciò si rifletteva nella bassa ampiezza del marcatore N400. La parola inattesa miestą, come qualsiasi altra parola inadatta al contesto della frase, impegna il cervello nella ricerca di qualche relazione con il contesto. Ciò si riflette nell’ampiezza massima di N400, che indica che il cervello ha sfruttato per intero la finestra temporale a sua disposizione per cercare il significato. Naturalmente, non sempre il contesto è così vincolante da consentire una previsione unica e chiara. Il contesto cambia continuamente, e le sue proprietà vincolanti mutano, pulsano. Così anche la previsione del cervello pulsa da uno stato del tutto indeterminato a uno molto concreto. Il cervello formula previsioni a tutti i livelli, dal riconoscimento delle immagini alla comprensione del linguaggio e delle intenzioni conversazionali. Nella percezione del linguaggio, l’aspetto più interessante è la forma che assume la previsione della parola attesa. Si è scoperto che la reazione del cervello non si divide in due tipi — parola attesa e parola inattesa. Tra le due vi è un intero spettro di reazioni intermedie. L’ampiezza di N400 può essere non solo massima o minima, ma assumere qualsiasi valore intermedio. Nella realtà, la parola udita può essere non soltanto attesa o inattesa, ma anche più o meno attesa, più o meno sorprendente. Per esempio, il cervello prevede la categoria della parola e attende maggiormente gli esemplari tipici di quella categoria rispetto a quelli atipici. Se il contesto suggerisce che la parola dovrebbe essere il nome di un frutto, la mela sarà più attesa della pera, e ancor più di un frutto esotico qualsiasi. Il cervello attende maggiormente le parole più frequenti rispetto a quelle meno comuni, e così via. A quanto pare, il marcatore N400 non è ancora stato misurato con parole lituane, ma sarebbe facile farlo e verificare le considerazioni presentate qui di seguito. Per evidenziare l’importanza di queste ricerche per il nostro problema, formuliamo un esempio analogo in lituano. Prendiamo questa frase: Kas rytą teka saulė. L’inizio della frase Kas rytą teka è molto vincolante. Se si chiede di completare la frase, molti diranno saulę. Un completamento inatteso della frase potrebbe essere, per esempio: Kas rytą teka drambl ys. A quanto pare, il cervello attende parole simili alla più probabile non soltanto sul piano semantico, ma anche su quello fonologico. Ciò è stato dimostrato dalle ricerche dell’ultimo decennio condotte da Kara Federmeier, allieva di Marta Kutas, insieme alla sua dottoranda Sarah Laszlo (Federmeier, Laszlo 2009). Spiegherò le loro conclusioni con lo stesso esempio lituano. Nell’attesa del completamento più probabile — saulė — il cervello umano attiva non solo parole semanticamente vicine o associabili mėnuo, vanduo, mergina (sfruttando la polisemia del verbo teka), ma anche parole fonologicamente vicine. Potrebbero essere parole che rimano con saulė: sala, sula, siela, seilė oppure suolas. Il fatto che tali parole siano facilitate nell’elaborazione si spiega perché vengono previste non solo le associazioni del contesto semantico, ma anche il contesto fonologico, che non deve necessariamente avere alcuna interpretazione di significato. Pertanto 242 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne il risultato atteso dell’esperimento dovrebbe essere il seguente: saulė — ampiezza minima di N400; dramblys — massima; suolas o mėnuo — intermedia. È un fatto relativo all’organizzazione del sistema linguistico nel nostro cervello, dimostrato sperimentalmente. Perché il cervello attiva non solo associazioni semantiche, ma anche fonologiche? Molti elementi indicano che una parola viene riconosciuta in sequenza, un fonema dopo l’altro. Il cervello opera abbracciando ampiamente flussi d’informazione paralleli e simultanei. Vengono previste non solo le parole, ma anche i fonemi, finché la scelta definitiva non è chiara. Pertanto, il riconoscimento di una parola attiva l’intera costellazione di parole fonologicamente vicine. Quando la parola è stata riconosciuta, l’insieme di neuroni corrispondente a una parola fonologicamente simile a quella attesa è già attivo. Si ritiene che questa strategia di riconoscimento rafforzi l’affidabilità e sfrutti efficacemente il vantaggio del cervello: il principio di elaborazione parallela dell’informazione. Abbiamo approfondito un risultato di un esperimento psicologico. Si tratta di un settore di ricerca chiamato neurolinguistica, o, in un contesto più ampio, neuropsicologia cognitiva. La specializzazione della scienza contemporanea ha creato profondi abissi tra discipline diverse, mentre i ponti costruiti sopra il baratro concettuale con esperimenti meticolosi e un’attenta analisi teorica sono insicuri e spesso crollano irrimediabilmente. Forse è solo questione di tempo: le ricerche sul cervello e l’intelligenza artificiale colmeranno in un futuro non lontano tutti i baratri e potremo poggiare su solide basi scientifiche incontrovertibili? Rimarrà spazio per la linguistica e la psicologia che conosciamo? Nel 2016, al Brain forum di Losanna sono stati presentati i programmi di ricerca sul cervello in corso negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e in Giappone, che hanno già ottenuto finanziamenti per miliardi. Alcuni di questi programmi e altre ricerche analoghe sono passati in rassegna nel volume curato da Gary Marcus e Jeremy Freeman, Smegenų ateitis (Marcus, Freeman 2015; cfr. Adolphs 2015). Nella conclusione del volume, Christof Koch e Gary Marcus hanno presentato una previsione sul futuro delle neuroscienze per i prossimi cinquant’anni (Koch, Marcus 2015). Prevedendo i progressi delle scienze cognitive, sostengono che, tra cinque decenni, il pensiero, il linguaggio, le relazioni sociali e altri fenomeni propri della mente umana non saranno ancora spiegati sulla base dell’attività neurale del cervello. A loro avviso, non sarà ancora chiaro come il cervello codifichi il significato di una parola o di una frase, nonostante a quel punto i nanorobot possano già penetrare fino al neurone vivo. Pertanto, nel prossimo mezzo secolo dovremo fare affidamento sui ponti sospesi... Questa prospettiva sobria invita a non respingere alcuna intuizione, indipendentemente da quando e con quali mezzi sia stata formulata. Confrontiamo le conclusioni che possiamo trarre da uno studio ERP nella Silicon Valley con gli esperimenti psicologici condotti un secolo fa presso la clinica Burghölzli. Le misurazioni del marcatore N400 hanno mostrato che il cervello umano prevede il completamento di una frase (per esempio, saulė), che attiva l’intero frammento della rete semantica e fonologica ad esso associata (per esempio, mėnuo oppure suolas). Questa informazione viene confrontata con la parola presentata nell’esperimento. Įžvalgos / Insights 243 ALGIRDAS SAUDARGAS Tutto avviene inconsciamente. Alla coscienza viene presentata una sola versione finale del significato della frase. Gli esperimenti di Jung e Riklin ci dicono qualcosa di più. Ai partecipanti all’esperimento viene chiesto di fornire la propria associazione alla parola indicata. I risultati mostrano che le associazioni sono sia semantiche sia fonologiche. Ciò corrisponde alle conclusioni dello studio ERP. Ma le ricerche condotte nella clinica Burghölzli hanno dimostrato che il tipo di associazione dipende dallo stato del soggetto in rapporto alla coscienza. Jung giunse all’importante conclusione che la mente cosciente ricerca associazioni semantiche e inibisce quelle fonologiche. Le associazioni fonologiche emergono quando la coscienza del soggetto è attenuata. Risultati analoghi furono ottenuti studiando pazienti affetti da amnesia, incapaci di ricordare il fatto (memoria esplicita compromessa) di aver giocato a un videogioco visivo (per esempio, Tetris), ma che prima di dormire vedevano immagini del gioco o le sognavano (Stickgold et al. 2000). Gli psicologi lo spiegano come manifestazione della memoria implicita. Gli studi contemporanei sulla coscienza distinguono cinque tipi di attività cerebrale inconscia (Dehaene 2014: 190–197). Secondo l’ipotesi dello «spazio di lavoro globale», un pensiero percepito coscientemente viene ampiamente «ritrasmesso» nel cervello da grandi gruppi di neuroni. Solo segnali forti, i cosiddetti sovraliminari, possono entrare nell’attenzione cosciente. Nel cervello possono esserci molti segnali di questo tipo contemporaneamente, ma la coscienza ne seleziona una sola sequenza alla volta. Questi segnali non scompaiono: attendono l’attenzione cosciente e possono essere amplificati per una ritrasmissione globale. «La mente inconscia propone, la mente cosciente seleziona» (Dehaene 2014: 66). Quei segnali forti che attendono ancora l’attenzione cosciente sono contenuti cerebrali inconsci del primo tipo. I segnali del secondo tipo sono troppo deboli per attirare l’attenzione cosciente. Sono segnali sottoliminari, che scompaiono e restano inaccessibili alla coscienza. Questi segnali non sono in grado, da soli, di attirare l’attenzione cosciente, ma durante la loro breve esistenza possono influenzare le informazioni percepite coscientemente in seguito. Il terzo tipo di attività cerebrale inconscia comprende tutti gli automatismi del nostro sistema nervoso, per esempio la respirazione. Il quarto tipo comprende ogni forma di codifica primaria delle sensazioni, che deve essere ricodificata prima di entrare nel campo della coscienza. Ci interessa soprattutto il quinto tipo di conoscenze inconsce, che Dehaene definisce dormienti. Queste informazioni sono codificate nelle connessioni sinaptiche. Cominciano ad accumularsi già prima della nascita. Nel primo anno di vita, benché la maggior parte dei neuroni del cervello umano sia già al proprio posto, le connessioni sinaptiche si formano rapidamente. Nei primi due anni cresce metà del cervello adulto: da un quarto a tre quarti del suo volume. Eppure non ricordiamo nulla dei primi tre anni di vita (la cosiddetta amnesia infantile). Dove sono finite queste informazioni? È proprio questo l’insieme dei ricordi dormienti. Le informazioni sono ancora lì, ma non sono accessibili alla memoria cosciente. Lì risiedono tutta la grammatica e la fonologia della lingua, così profondamente che i responsabili dei progetti miliardari di ricerca sul cervello non si aspettano di poterle raggiungere nei prossimi cinquant’anni. 244 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne La memoria dormiente è la stessa farmacia della nostra mente. Non è direttamente accessibile alla coscienza, ma vi si può accedere attraverso l’intuizione. A questa fonte di creatività si rivolgono tanto i poeti quanto i matematici. Il matematico francese Jacques Hadamard (1945), basandosi sull’esperienza di uno dei più grandi matematici, Henri Poincaré, ormai divenuta classica, suddivide questo dialogo in quattro fasi: preparazione, incubazione, illuminazione e verifica. Il matematico non potrà attendere l’ispirazione senza un lungo e faticoso lavoro preparatorio, che spesso non porta al risultato desiderato. Il matematico lavora con forme di pensiero percepite coscientemente, acquisite attraverso lunghi studi e affinate da riflessioni intense. Nella fase d’incubazione, le combinazioni delle forme dell’attività cosciente del matematico vengono immerse nell’oceano degli archetipi, governato da strumenti schematici reali, latenti e dormienti nel subconscio. L’illuminazione (l’ispirazione) arriva quando il subconscio porta alla luce della coscienza una soluzione inattesa. La sua forma corrisponde a quella descritta dalla psicoanalisi: l’archetipo. È sempre carica di emozione. In matematica l’emozione si manifesta in modo estetico: la soluzione inattesa è sempre bella. 1.4. Leggende fonosemantiche «Un terreno quasi inesplorato della linguistica lituana: il rapporto tra semantica e struttura fonetica della radice» Audronė Kaukienė (Storia del verbo della lingua lituana, vol. I) «Oh, gattini, micetti, perché non avete arato i campi, perché non avete seminato il lino?» Juozas Tumas Vaižgantas (Dizionario della lingua lituana) Nello studio Storia del verbo della lingua lituana Audronė Kaukienė scrive: «Il rapporto tra struttura e semantica è stato osservato da tempo. Si sottolinea spesso il rapporto tra la struttura fonomorfologica e la semantica concreta». Più avanti afferma: «Un terreno quasi inesplorato della linguistica lituana: il rapporto tra semantica e struttura fonetica della radice» (Kaukienė 1994: 164, 165). Questo terreno della linguistica (menzionato nel sottotitolo della sezione) è proprio il territorio scientificamente ancora inesplorato nel quale si avventurano i precursori citati nella prima sezione. Non vi sono contraddizioni con i fatti linguistici noti, ma il problema resta formulato in modo non accettabile per la scienza. D’altra parte, questo territorio è incolto soltanto negli studi sulla lingua lituana. Oggi vi lavorano grandi schiere di studiosi, avvalendosi delle tecnologie più avanzate; eppure, come ammonisce la saggezza popolare (e i responsabili dei progetti miliardari di ricerca sul cervello), la strada che attende chi ha seminato il lino è ancora lunga e faticosa. È un territorio ai confini delle scienze, Įžvalgos / Insights 245 ALGIRDAS SAUDARGAS in cui è tempo che si avventurino anche i ricercatori della lingua lituana (basta vincere l’inerzia del gatto alla maniera di Vaižgantas...). Come abbiamo potuto constatare, per ora l’accesso a questo territorio passa soltanto su ponti sospesi. Gli specialisti di un settore, aggrappati saldamente alla propria sponda, non riusciranno a raggiungere quella opposta. Occorre correre un rischio intellettuale. Un ponte sospeso non garantisce sicurezza. Le ipotesi possono rivelarsi infondate, ma la scienza non conosce altra via. L’importante è che il ponte che collega due settori sia fissato saldamente su entrambe le sponde. Prendiamo un esempio concreto: la coppia di verbi lituani lemti / limti. SEJL indica la radice protoindoeuropea *lemH– con un punto interrogativo, che probabilmente si riferisce al significato ‘spezzare’ (pol. łamać) (SEJL 2007: 344). Questa radice si trova anche in MA, da cui apprendiamo che tale radice, assai produttiva nelle lingue baltiche e slave, è sopravvissuta nella monografia di dimensioni enciclopediche sul mondo spirituale indoeuropeo soltanto sotto forma di spaventosi spiriti notturni: il latino lemures e il greco lamia (MA 2006: 411). Naturalmente, sul piano dello spavento infantile, sono paragonabili alle nostre laumės. La linguistica comparata, oppressa dall’autorità della triade classica (sanscrito, greco, latino), tende a dimenticare le parole baltiche, benché gli studiosi della poetica indoeuropea le ricordino (cfr. West 2007: 384, 386). Osserviamo questa semplice figura (cfr. fig. 3), che abbiamo visto centinaia di volte nei testi di ricerca economica e sociologica. FIG. 3. Schema della relazione parte-tutto Era accompagnata da altre figure simili e disseminata di cifre. È lo schema d’immagine che indica la relazione tra un tutto e la sua parte. Lo schema d’immagine (ing. image schema) è uno degli strumenti fondamentali della linguistica cognitiva10. Qui ci interessa soltanto ricordare che lo schema d’immagine non è un’illustrazione o un diagramma (che può essere del tutto diverso), bensì un prototipo del pensiero a cui l’illustrazione si limita a rimandare (Cuyckens, Geeraerts 2007). Nel LKŽ abbiamo ancora un termine per la parte di un tutto: 10 Terminą „vaizdinys“ vartoju pagal Jakaitienės vadovėlį (Jakaitienė 2010: 45). 246 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 4. Metafora concettuale 1 lãmas 1. ‘parte, pezzo di qualcosa, frammento’11 I come hai fatto a ingoiare così in fretta un pezzo di torta tanto grande! Ms. I verbi con L/M nella radice, nel senso di ‘spezzare’, sembrano ormai caduti in disuso (per esempio, lamėti ‘rompersi’, cfr. lo slavo lomati). I sostantivi sono numerosi: lãmas ‘parte, pezzo di qualcosa, appezzamento di terreno, lotto’, lamatà ‘rottura violenta (durante una tempesta)’, lomà ‘terreno avvallato, valle, pezzo, grumo, appezzamento di terreno, lotto’. La parola luomas ci conduce nell’ambito sociale. Il LKŽ riporta i seguenti significati: ‘gruppo sociale formatosi in base alla provenienza, alla ricchezza o all’occupazione’; ‘condizione familiare’; ‘specie, origine’; ‘area, lotto, pezzo’; ‘classe numerica’. La forma femminile luoma, oltre al primo significato di luomo, ne presenta anche altri: ‘fortuna, destino’; ‘volta, turno’; ‘limite di tempo, scadenza’. A tutti è chiaro che cosa significhi la parola laimė. Ne conosciamo i legami con le parole lemti, likimas. A questo punto occorre fermarsi e rinviare al secondo capitolo, approfondito, dello studio di Algirdas Julius Greimas, «Aušrinė ir Laima» (Greimas 2005b). In esso vengono rivelati 11 In questo articolo gli oggetti elementari sono lessemi tratti dal LKŽ (con un solo esempio tratto dal DLKŽ). I lemmi sono scritti in grassetto e accompagnati dalla propria numerazione. Uso i termini «lessema» e «lemma» secondo la definizione di Jakaitienė (2005; 2010), ma in senso ristretto, come oggetti strutturali del LKŽ. Įžvalgos / Insights 247 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 5. Ruota di Rėda i nessi tra felicità e sorte, felicità e destino, Laima e Laumė nel vasto contesto del folclore lituano. Il contenuto semantico del lessico e della mitologia lituani è rappresentato nel modo più generale nella figura 4. Le frecce assegnano una struttura schematica a ciascun dominio (frame) oppure la trasferiscono da un dominio all’altro. La linguistica comparativa, ignorando la struttura cognitiva del significato delle parole, riduce il mondo spirituale indoeuropeo al livello (in questo caso) degli spauracchi per bambini. È solo un esempio che mostra come la linguistica comparativa dovrebbe assumersi almeno una parte della responsabilità per il suddetto «cucchiaio di pece». Consideriamo un altro esempio, che la linguistica formale respinge automaticamente. Patackas e Žarskus dispongono le trasformazioni nella Ruota di Rėda (cfr. fig. 5) (Patackas, Žarskus 2013: 10; Patackas 2014: 87). 248 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 6. Schema del verbo 2 nókti Nulla vieta di usare parole dal suono simile (nokti – nykti) o invertite (migti – gimti) per denominare i rapporti tra le trasformazioni. La linguistica tradizionale respinge qualsiasi nesso tra coppie di parole di questo tipo e la scienza del linguaggio. Prendiamo la coppia di parole nokti / nykti. La linguistica comparativa ricostruisce le seguenti radici protolinguistiche: *neh₂k- / *nik- (SEJL 2007: 427, 425). Sono radici diverse e appartengono a famiglie etimologiche diverse. L’interesse finisce qui12. Come abbiamo visto, il contenuto cognitivo della semantica interessa poco ai linguisti. Eppure sarebbe opportuno approfondirlo. Innanzitutto, è necessario osservare che l’opposizione semantica attribuita nella Ruota di Rėda alla coppia di parole nokti / nykti è già contenuta nel verbo stesso nokti: 1 nókti 1. ‘maturare (riferito a frutti, cereali)’ 1 nókti 4. ’indebolirsi, diminuire’ Ricordiamo anche il verbo che sta cadendo in disuso: 2 nókti 1. intr. ‘andare, seguire da dietro’ 2 nókti 2. tr. ’inseguire, scacciare’ La struttura di questo insieme di significati può essere rappresentata come due metafore concettuali (Cuyckens, Geeraerts 2007). Il contenuto del verbo 2 nókti ‘andare, seguire da dietro; inseguire, scacciare’ è espresso dal diagramma della figura 6. Nel punto P l’inseguitore panoko ‘raggiunse’ e pranoko ‘superò’. La prima metafora {2 nókti → 1 nókti 1. ‘maturare’} trasferisce la struttura del diagramma dallo spazio del movimento 12 Cfr. Karaliūnas 1995: 8. Įžvalgos / Insights 249 ALGIRDAS SAUDARGAS dell’estensione nella sfera della natura, dove il punto P indica l’apice della maturità. La stessa metafora si riflette anche nel verbo prieiti: 1 prinókti 1. ‘maturare, arrivare’ prieiti 1. ‘avvicinarsi (a qualcosa) camminando’ È arrivato alla fine del ponte. prieiti 13. ‘maturare, giungere a maturazione’ Quest’anno la segale è maturata prima. L’altra metafora presenta un’inversione di valore: {2 nókti → 1 nókti 4. ‘indebolirsi, deteriorarsi’} Il punto culminante corrisponde non al positivo, bensì al negativo (Nōks nōks i nu-nōks (numirs)). Il verbo nykti evita questa scomoda inversione. Pertanto, la struttura cognitiva completa di entrambi i verbi è descritta da due metafore di questo tipo: {2 nókti → 1 nókti 1. ‘maturare’} + {1 nókti 4. ‘indebolirsi, deteriorarsi’ ← 1 nýkti} Il primo esempio era soltanto un lieve rimprovero rivolto ai linguisti che lavorano nel campo della linguistica comparativa, accusati di approfondire (evidentemente) poco la semantica contemporanea; questo esempio, tuttavia, solleva degli interrogativi. La struttura presentata è una struttura cognitiva al livello degli usi lessicali attestati nel LKŽ (che è sincronico con una precisione estesa su diversi secoli e sullo spazio di diffusione dei dialetti). Per i suoi significati, essa comprende naturalmente non solo parole appartenenti a un’unica famiglia etimologica, ma anche «vicini» fonologici13. Il modo in cui si formano strutture di questo genere è proprio la questione che si pone ai linguisti. Lo sviluppo delle metafore concettuali è oggetto di ampie discussioni (Fusaroli, Morgagni 2009). La linguistica di orientamento cognitivo riconosce l’importanza della metafora nel cambiamento linguistico. Quale sviluppo testimoni la struttura semantica di nokti / nykti è una questione che richiede un’indagine accurata. Il verbo 2 nókti, fondamento della metafora concettuale spazio-temporale, è ormai uscito dall’uso, benché l’azione dell’evento 2 pranókti continui a essere una fonte produttiva di nuove metafore (lo si può verificare inserendo questa parola nel programma Google). Allo schema presentato andrebbe inoltre aggiunto un punto di trasformazione, illustrato efficacemente da entrambe le varianti popolari del verbo noko: Maturava la ruta, maturava la menta, maturava il giglio, maturavano i miei giorni di giovinezza come una verde piantina di ruta (d.) Gs. Matura in giardino la rosa, matura il giglio, matura la mia giovinezza presso un giovane birbante LTR (Mrk). LKŽ e DLKŽ riportano queste frasi sotto il significato «perdere freschezza, appassire» (DLKŽ riporta solo la prima parte della frase). È interessante che entrambe le varianti siano notate dal professor Smoczyński, che traduce la frase in due modi: «Maturava (= brendo) la ruta, maturava la menta, maturava il giglio, come una verde piantina di ruta appassivano (= vyto) i giorni della mia giovinezza». La traduzione o la sostituzione dei verbi nelle due varianti rivela e fissa un’interpretazione specifica. L’incomparabile bellezza del folklore risiede nell’ambiguità delle due varianti: dappertutto ricorre lo stesso verbo nokti, ma nella prima parte della frase esso tende al significato di «maturare», mentre nella frase conclusiva affiora la minaccia di «perdere freschezza», 13 Plg. Federmeier, Laszlo 2009. 250 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne sfiorire’. È un punto di trasformazione che risiede nell’essenza delle usanze nuziali e della festa di Rasos. Purtroppo, la linguistica in Lituania resta ancora indifferente all’abeja. I significati delle parole sono tra loro in rapporto paradigmatico. Nelle frasi Gėlė noksta oppure Obuolys noksta, il senso dipende dal significato che attribuiamo alla parola noksta: 1 nókti 1 ‘maturare’ oppure 1 nókti 3 ‘perdere freschezza, appassire’. Nella frase Nóko rūta, nóko mėta, nóko lelijėlė, nóko mano jaunos dienos kap žalia rūtelė, invece, nell’interpretazione SEJL, gli stessi significati sono in rapporto sintagmatico: dapprima noksta, poi vyksta. Questo sintagma si colloca non al livello della sintassi della frase, bensì a quello della struttura narrativa. Confrontiamo tre varianti di questa frase: Nóko rūta, nóko mėta, nóko lelijėlė, nóko mano jaunos dienos kap žalia rūtelė = interpretazione popolare; Vyto rūta, vyto mėta, vyto lelijėlė, vyto mano jaunos dienos kap žalia rūtelė = interpretazione di LKŽ e DLKŽ; Brendo rūta, brendo mėta, brendo lelijėlė, vyto mano jaunos dienos kap žalia rūtelė = interpretazione SEJL. La prima frase, come detto, è un’abeja che conferisce alla tradizione popolare apertura interpretativa. La seconda frase sostituisce la parola nóko con il sinonimo proposto dal LKŽ. La terza frase è una retrotraduzione dal polacco. Da un punto di vista formale, l’interpretazione del LKŽ è corretta. Il dizionario riflette la visione del mondo del contadino, formatasi nel corso di ben più di un millennio. La lingua è molto sensibile e precisa nel descrivere gli aspetti importanti dell’ambiente di vita. Il significato principale del verbo 1 nókti è ‘maturare (detto di frutti, cereali)’. Non si può dire di un fiore. Lo si capisce da una frase come questa: Il papavero, fiorendo come una rosa, forma delle capsule, si apre e, una volta maturo, disperde i semi quando il vento lo scuote B. Il papavero prima fiorisce (come una rosa), poi matura. Il fiore non matura, ma fiorisce finché appassisce. Maturano il frutto, il chicco, il seme (si disperde quando il vento lo scuote). La giovinezza, però, fiorisce, matura e appassisce: Petniūnas non si fidava dei pretendenti e non osava prendere un genero in casa, benché la figlia maturasse e maturasse, finché non maturò troppo e non perse il fascino della giovinezza rš. (LKŽ). Questa frase, contrassegnata nel LKŽ come figurata, ossia come metafora concettuale, trasferisce lo schema dal mondo vegetale alla natura biologica umana. La giovinezza si può paragonare al fiore di un giglio, a una mela che matura e (purtroppo) a un frutto troppo maturo o a un fiore appassito. Questo punto di trasformazione è espresso con eleganza e precisione concettuale nello schema del ciclo di Rėda, ma a noi interessano gli aspetti dell’espressione linguistica. Sostituendo nella frase, con precisione formale, nóko con vyto, perdiamo tutta l’essenza poetica della tradizione popolare. Il verbo vyto non ha abeja e perciò non apre al lettore (e all’ascoltatore: dopotutto è una canzone!) l’accesso al punto di trasformazione (così lo formulerebbe la cognitiva Įžvalgos / Insights 251 ALGIRDAS SAUDARGAS psicolinguistica). L’interpretazione del SEJL, sacrificando la precisione14, cerca di costruire questo approccio. Il punto di svolta è rivelato a un livello consapevole e razionale, come sviluppo del discorso (maturava la piccola giglia > appassivano i miei giovani giorni). Il folklore ricorre all’ambiguità insita nel verbo nokti per dischiudere un accesso inconscio al punto di svolta. Questa è la differenza tra prosa e poesia. Questo contenuto, indubbiamente di lunga durata, non trova posto nei campi della linguistica comparativa, benché il SEJL, ricostruendo la forma *neh₂k-, non dubiti dell’origine indoeuropea della radice. Se un contenuto così fondamentale per la visione del mondo del contadino provenisse dalla protolingua oppure fosse stato creato nelle lingue baltiche, come i locativi posposizionali, e ora stesse scomparendo: sono queste le questioni sollevate dall’analisi cognitiva. Il DLKŽ mostra come questo campo semantico ampio e profondo si stia sgretolando. La lingua cambia inevitabilmente. Che cosa va conservato e che cosa è irrilevante: questa è la questione essenziale. Non commenterò né metterò in discussione l’importanza della stabilità dell’espressione (e dell’ortografia). Impariamo la lingua inconsciamente, perciò i meccanismi della percezione inconscia sono di importanza decisiva per la vitalità della lingua. Per sapere che cosa e come conservare, occorre averla studiata a fondo. Ora consideriamo la quarta variante della frase, in cui l’ultimo verbo nokti è sostituito dal verbo nykti. Appassiva la ruta, appassiva la menta, appassiva il giglietto, svanivano i miei giovani giorni come una verde pianticella di ruta. Non è presentato per sostituire il testo della canzone. A quanto detto sull’ambiguità non c’è nulla da aggiungere. La formulazione di questa frase (nokti / nykti) mantiene l’ambiguità nella prima parte (nóko lelijėlė), ma rivela alla coscienza la minaccia nella seconda parte (nyko mano jaunos dienos). Nel folklore il punto di svolta è profondamente immerso nella polisemia del verbo nokti. Questa frase porta il punto di svolta al livello della coscienza (come anche l’interpretazione del SEJL), ma resta immersa nell’inconscio attraverso la somiglianza fonologica. Non si tratta di un nuovo fatto linguistico in contrasto con le conclusioni della linguistica comparativa. È un riferimento a un insieme semanticamente connesso, che comprende entrambe le forme delle radici protolinguistiche. Il tutto semantico (Gestalt) è presente nella lingua e comprende entrambi i nidi etimologici, situati, dal punto di vista fonologico, a una «distanza apofonica». L’esempio Nokti / nykti motiva la denominazione favola fonosemantica. La favola è un termine del livello narrativo. Questo articolo è dedicato alla metodologia per ricercare e descrivere strutture di questo tipo. In questo esempio, la favola fonosemantica comprende l’intero continuum espressivo del LKŽ: nokti, nykti, neikti, niūkti, [...] niekas, naktis [...] ecc. Il fondamento della Gestalt semantica è costituito dalla suddetta coppia di metafore e dal punto di svolta. Nell’ottica dell’«alchimia del discorso» di Paul Kugler, si tratta di un insieme di parole foneticamente vicine, unite da un campo di significati motivato da una forte carica emotiva 14 Nel dizionario Dojrzewala è tradotto con «matura, giunge a maturazione». Come abbiamo visto, il LKŽ non attribuisce questi significati ai fiori. Non me la sento di decidere se la parola polacca dojrzewala possa essere usata non solo per i frutti, ma anche per i fiori. 252 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne del tutto – imago. Per inciso, la minaccia del punto di svolta associato a nokti / nykti, descritta in dettaglio nel Libro delle trasformazioni, è la stessa di cui tratta l’esempio principale dello studio dello psicoanalista (la perdita della verginità; Kugler 1980: 11). Tuttavia, al complesso dei contenuti inconsci descritto dagli psicoanalisti manca una struttura organizzativa. Gli archetipi dell’inconscio collettivo di Jung colgono solo tratti molto generali. Qui occorre gettare un ponte verso una roccia più salda: la matematica. Lo psicologo svizzero di origine cilena Rafael Núñez (attualmente in servizio all’Università della California a San Diego), analizzando la corrispondenza di Jung con il celebre fisico Wolfgang Pauli, rileva una corrispondenza concettuale tra gli archetipi dell’inconscio collettivo e gli schemi d’immagine impiegati nella linguistica cognitiva (Núñez 2008: 9). Núñez e uno dei fondatori della linguistica cognitiva, George Lakoff, verso la fine del millennio hanno rivelato la struttura cognitiva del pensiero matematico (Núñez, Lakoff 1998; Lakoff, Núñez 2001). Sono i primi passi verso lo studio scientifico dell’analisi della creatività matematica condotta da Hadamard oltre mezzo secolo fa, già menzionata (cfr. 1.3). Oggi, gli studiosi che lavorano in questa direzione ricorrono sia ai metodi della linguistica cognitiva e della psicologia, sia alle misurazioni neurofisiologiche dell’attività cerebrale (cfr. Núñez, Marghetis 2014; Marghetis, Edwards, Núñez 2014; Dehaene, Brannon 2011; Dehaene 2014). 1.5. La costruzione artigianale delle favole fonosemantiche «Anche ai nostri giorni, artigiano è colui che fa tutto da sé, con le proprie mani e servendosi, a differenza del maestro di un determinato settore [specialista], di ogni sorta di mezzi, spesso casuali.» Claude Levi-Strauss In sintesi, possiamo dire che la favola fonosemantica è un insieme di parole foneticamente vicine, i cui spazi semantici del movimento nel tempo, nello spazio e nelle dinamiche della forza (ELD) costituiscono un tutto, spesso investito di una carica emotiva. Dove cercare favole di questo tipo? Risposta: nel LKŽ. Kugler si interessa alle manifestazioni dell’inconscio nella psiche umana e studia i casi in cui insiemi di parole foneticamente vicine si possono individuare nei sogni o nelle visioni. Nei disturbi psichici (il caso del Rat Man descritto da Freud) o nei lapsus si manifesta lo stato della psiche individuale. Le favole si possono cercare direttamente nella lingua, nei testi composti o nella struttura stessa del dizionario. Come abbiamo visto, il folklore nasconde una struttura cognitiva nella polisemia della parola, nell’ambiguità. Sul piano sintagmatico, le assonanze si sviluppano attraverso i paradigmi della flessione e della derivazione (LKŽ: Aš keleivis keleivėlis, keleliu keliavęs KlpD20). I testi Įžvalgos / Insights 253 ALGIRDAS SAUDARGAS Con sequenze di parole foneticamente affini ma non imparentate, il folklore, a quanto pare, non crea testi (cfr. nóko lelijėlė / nyko mano jaunos dienos). Testi del genere sarebbero stati notati e studiati. Il problema può essere illustrato con un breve testo artificiale. Confrontiamo tre storie di corvi: I. Attendono tre corvi. Uno volò via, un altro rimase, il terzo continua ad attendere. II. In una gabbia attendevano tre corvi neri. Il tempo volava via. «È già ora», disse uno dei corvi neri e volò fuori. Il secondo corvo nero rimase. Teneva nel becco un formaggio e pensava: «ho fame, non mi piegheranno». Il terzo corvo nero continuava ad attendere. Lo tratteneva la nostalgia della casa natale. «Mai più», gracchiò. III. In una gabbia se ne stavano appollaiati tre corvi neri. La vita scorreva via. «È ora», disse un corvo nero e volò fuori dalla gabbia. Il secondo corvo nero non volò via. Aveva un formaggio nel becco e pensava: «non ho mangiato, non mi costringeranno». Il terzo corvo nero si trattenne. Era attratto dalla nostalgia della casa natale. «Mai più», gracchiò. I protagonisti della prima storia sono tre corvi e tutti i verbi hanno la stessa struttura consonantica delle radici, L/K, pur non essendo necessariamente imparentati, poiché appartengono a famiglie etimologiche diverse (laukti < *leuk; lėkėti < *lek; likti / laikyti < *leiku / *liku). Nella seconda storia compaiono altre parole con la stessa struttura radicale L/K (laikyti, lenkti, alkti, laukan, laikas). I corvi sono stati sostituiti da corvi neri, che nel folklore sono associati a molte cose; il formaggio richiama la nota trama di una favola, mentre la frase «mai più» ricorda ai cultori della poesia di Edgar Poe la celebre poesia «Il corvo» (ing. The Raven). La terza storia non contiene più alcuna parola con radici di tipo L/K, ma la sua trama è cambiata ben poco. Nessuno crea testi del primo tipo né parla così. La seconda storia sviluppa il nucleo semantico dei verbi della prima, utilizzando radici dello stesso tipo (a eccezione dell’ultima frase). La terza storia conserva la struttura cognitiva del discorso, benché siano state cancellate tutte le connessioni fonologiche. Questi sono testi linguistici. Ma la struttura della lingua non è scomparsa. Come abbiamo visto, gli esperimenti psicologici e persino le misurazioni precise dell’attività elettrica cerebrale testimoniano che, nei meccanismi inconsci, le parole sono collegate sia semanticamente sia foneticamente. In questo modo, le unità fonosemantiche emergono e influenzano il pensiero e il linguaggio. Gli psicoanalisti le osservano nelle loro ricerche. Nella lingua sono radicate nei paradigmi morfonologici. Ma non tutto è codificato nelle grammatiche. La risposta è dunque questa: le saghe fonosemantiche sono insite nella struttura cognitiva dei significati delle parole del LKŽ. Non troveremo la saga fonosemantica nei testi. La saga fonosemantica deve essere messa in scena. Cominceremo dalla componente fonologica, scegliendo un insieme di parole con radici dalla stessa struttura. Poi, utilizzando la tecnica della linguistica cognitiva 254 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne struttureremo il contenuto semantico dello spazio, del tempo e della dinamica nel campo dei significati delle parole che compongono l’insieme. Osserviamo la figura 7, che aiuterà a mostrare che il metodo impiegato in questo studio non contraddice i fatti linguistici noti, ma li integra. Possiamo osservare la stessa colonna di forme di parola dal punto di vista linguistico (a sinistra) oppure da una prospettiva extralinguistica (a destra)15. Esaminiamo più da vicino entrambe le prospettive. Le forme delle parole sono disposte verticalmente secondo la vocale della radice (compresa l’assenza di vocale – ø). Le radici di tutte le parole hanno lo stesso scheletro consonantico (che indicheremo con K/L, e, distinguendo le forme vocalizzate da quelle non vocalizzate, con K-L e KL-). Le forme ricostruite della radice protoindoeuropea indicate a sinistra sono tratte qui e altrove (se non diversamente specificato) dal Słownik etymologiczny języka litewskiego. Pertanto, le radici vocalizzate appartengono a due diverse famiglie etimologiche, mentre i verbi kloti, klėsti e klysti non sono imparentati fra loro. I verbi kelti / kilti, kalti / kulti, kloti, klėsti, klysti sono fonologicamente affini. Si può affermare che la loro affinità fonologica sia pari a quella dell’alternanza vocalica della radice (ablaut). Kelti / kilti sono parole imparentate, perciò la differenza nella loro struttura è attribuita all’ablaut. Kelti / kalti non sono imparentati e la loro somiglianza fonologica non è attribuita all’alternanza vocalica della radice, anche se le vocali radicali differiscono nello stesso modo che in kelti / kalnas. Il rapporto tra le vocali radicali di kelti / kloti non viene in generale considerato un caso di ablaut in lituano, ma una simile combinazione di consonanti si trova in parole imparentate di altre lingue (Smoczyński 2006). Possiamo raggruppare le radici in base alla loro struttura consonantica (cfr. fig. 8). Lo schema è stato elaborato selezionando dal SEJL tutte le famiglie etimologiche con il corrispondente scheletro consonantico lituano. Chiameremo fascio di radici (ŠP) l’insieme delle radici che, dal nodo, si diramano verso il basso seguendo la direzione delle frecce. Per esempio, lo ŠP K-L è costituito da radici con i seguenti scheletri: K-L; K-LB; K-LP16. I numeri indicano il numero di famiglie etimologiche. Abbiamo trovato sette famiglie di questo tipo nello ŠP L/K e ben diciannove nello ŠP K/L. L’essenza della nostra ricerca non dipende dalla precisione di questa ripartizione. Una metodologia diversa o eventuali errori nell’interpretazione dei dati delle fonti non modificano la conclusione fondamentale: è molto elevato il numero di gruppi di significati discreti, tra loro non collegati. 15 Claude’as Vandeloise’as (Vandeloise 2010: 171) savo erdvinių žodžių genezės sistemoje lingvistinį požiūrį vadina vidiniu (an. internal lexical formation), o ekstralingvistinį – išoriniu (external lexical formation) kalbos sistemos atžvilgiu. Jo sistema remiasi ekstralingvistiniu erdvės sąvokų genezės mechanizmu (plg. skirsnyje 2.1 minimą Herberto Clarko P- erdvės ir L- erdvės skirtį). 16 Questa notazione è ambigua: indica allo stesso modo sia lo scheletro consonantico in sé sia il fascio di radici che comincia con esso. Ciò non genera confusione, perché dal contesto è chiaro di cosa si stia parlando. Įžvalgos / Insights 255 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 7. Radici con consonanti K/L Si tratta soltanto di organizzare le informazioni: allo ŠP non viene attribuito alcun contenuto linguistico. Tuttavia, lo ŠP è costruito sulla base non della fonetica, ma della linguistica comparativa (per esempio, lizdas apparterrebbe allo ŠP S–D)17. 17 In questo lo ŠP differisce dallo schema di Paulius Slavėnas, che si basa sulla fonetica (si veda la prima sezione). 256 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sąkmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 8. Nidi etimologici con consonanti K/L Nel LKŽ troviamo i seguenti significati principali dei verbi: kélti 1. «sollevare qualcosa di pesante verso l’alto» 1 kálti 1. «colpire con un martello, spingere o conficcare colpendo» klóti 1. «stendere, posare, adagiare qualcosa su una superficie» 1 klė́sti 1. «spazzare, spazzolare, spazzare via» klýsti 1. «andare per una strada sbagliata, deviare inconsapevolmente dalla strada giusta» Un confronto diretto di questi significati appare arbitrario. Dal punto di vista della semantica tradizionale o strutturale, questi significati non offrono alcun fondamento per collegare verbi non imparentati. Il metodo di Greimas consente di distinguere il movimento lineare (kelti, kalti) da quello non lineare (kloti) (si veda Greimas 2005a: 64; Nastopka 2010: 144)18. Qui si arresta la metodologia strutturalista, fondata sulla contrapposizione delle opposizioni. La struttura cognitiva dello spazio non viene alla luce. La linguistica cognitiva non studia i significati delle parole all’interno di un sistema linguistico chiuso, ma si basa su leggi generali del pensiero- 18 A rigor di termini, secondo l’analisi di Greimas, il significato del verbo kloti rientra non solo nell’asse semantico della spazialità, ma anche in quello dell’orizzontalità (lateralità). Ciò non è rilevante ai fini della discussione che segue. Įžvalgos / Insights 257 ALGIRDAS SAUDARGAS zioni; cioè, nella nostra figura, giunge alla parola dal lato extralinguistico (destro). Questo approccio non contraddice i dati della linguistica comparativa, ma li integra. Che le radici vocalizzate denotino un movimento lineare (kelti dalla superficie; kalti – riportare sulla superficie), mentre le radici con il gruppo KL- denotino un movimento non lineare, è un fatto empirico. Per il sistema linguistico lituano questo fatto è extrasistemico e perciò appare arbitrario. Il metodo cognitivo trova per questo fatto una collocazione nel sistema extralinguistico della percezione dello spazio. L’estremità sinistra della figura 7 è saldamente ancorata alla riva della linguistica comparativa. Solo uno specialista di grande esperienza può proporre modifiche affidabili in quel punto. Per costruire un «ponte sospeso», dobbiamo ancorare saldamente anche la parte destra (extralinguistica). Come già accennato, i metodi della linguistica strutturale qui non funzionano più. Restiamo nel campo discreto dei nidi etimologici non collegati semanticamente. All’interno di un nido etimologico il legame semantico è obbligatorio (a meno che non si sia attenuato nel corso dello sviluppo della lingua), mentre tra i nidi i legami semantici sono arbitrari rispetto alla fonologia. È facile proiettare lo ŠP sull’insieme dei significati del LKŽ. Gli oggetti elementari della nostra ricerca sono i lessemi del LKŽ. Non mettiamo in discussione alcuna descrizione dei significati. L’approccio extralinguistico, là dove le radici presentano una struttura ELD profonda e ricca, modifica radicalmente le relazioni reciproche tra i lessemi. Ciò non significa che il dizionario debba essere riscritto modificando l’ordine dei lessemi. L’ELD riorganizza i lessemi in modo non lineare: non si tratta più di un frammento di dizionario, bensì di un episodio di rete semantica. Sul lato destro della figura 7 sono rappresentati gli schemi più generali di ELD, corrispondenti a diversi gruppi di parole. Sollevando un oggetto, lo stacchiamo dalla superficie e lo collochiamo al di sopra di essa. Martellando facciamo il contrario: riportiamo l’oggetto sulla superficie. Entrambi i movimenti sono lineari, cioè unidimensionali. Stendendo qualcosa, facciamo coincidere superfici bidimensionali. Questo ragionamento avrà senso quando indicheremo l’insieme comune a questi schemi, un certo gestalt rispetto alla cui struttura i significati delle parole si collegano o si differenziano. Tale insieme è generato dai verbi fondamentali kelti e laikyti nei loro significati principali. Il contenuto concettuale del verbo kelti rimanda all’attrazione terrestre, o gravità. L’esperienza della gravità evoca un frame di riferimento spaziale (AF) di una determinata struttura e vincola la natura delle dinamiche di forza. Una caratteristica essenziale è la scomposizione dello spazio isotropo tridimensionale in una superficie bidimensionale, che rimane isotropa, e una direzione verticale unidimensionale. Gli oggetti hanno peso e li solleviamo verticalmente verso l’alto, ma il peso degli oggetti sulla superficie terrestre è ovunque uguale. Il compito del secondo capitolo è mostrare che i significati delle parole K/L dello ŠP sono formati secondo un AFK-L in cui la superficie bidimensionale è illimitata, mentre quelli L/K secondo un AFL-K in cui la superficie bidimensionale è limitata e chiusa. Tutte le osservazioni della nostra ricerca, come già detto sopra, sono vincolate dai principi del sistema linguistico (selezioniamo soltanto parole di origine baltica, escludendo onomatopee e prestiti), ma non ne sono determinate. In altre parole, la ricerca non contraddice i fatti linguistici noti, 258 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne ma li integrano. Da dove provengono queste informazioni aggiuntive? La lessicologia delimita il proprio oggetto di studio rispetto alla grammatica. Studia soltanto i lessemi e il loro contenuto semantico, invariante rispetto alla flessione. Tuttavia, le strutture ELD si manifestano per lo più nelle informazioni grammaticali. I sistemi gerarchici che generano concetti spaziali sono illustrati dai preposizioni di varie lingue. Talmy fonda innanzitutto la classificazione delle forme della dinamica delle forze sulle strutture sintattiche. Anche il sistema grammaticale della lingua lituana dispone di mezzi espressivi analoghi, più o meno sistematizzati. Nella nostra ricerca, la fonte d’informazione è la distribuzione dei contenuti semantici di radici fonologicamente simili (compresa la polisemia). In altre parole, cerchiamo nel lessico delle parole le informazioni ELD che di norma risiedono nelle forme grammaticali di espressione. L’informazione grammaticale viene solitamente creata componendo morfemi portatori di significato. Nel nostro caso, l’informazione ELD è racchiusa nella radice stessa. La parola namas si scompone in morfemi: la radice nam- e la desinenza -as. L’informazione veicolata per composizione dal morfema nam- (il concetto di casa) e da -as (il caso nominativo) si somma nell’informazione veicolata dalla parola namas. Questo approccio è caratteristico delle tradizioni della linguistica strutturale o generativa. Oggi non è più sufficiente. Ciò non significa che questo approccio sia errato, ma che è limitato: mette in luce soltanto un aspetto del fenomeno. La tradizione della linguistica cognitiva adotta una prospettiva diversa. Anzitutto, sebbene l’informazione lessicale (veicolata dalla radice) e quella grammaticale (veicolata dalla desinenza) siano di natura sostanzialmente diversa, entrambe sono significative (Talmy 2000: 21; Langacker 2008: 18). La grammatica non è un insieme di regole: possiede un contenuto semantico. La radice (nam-) dà accesso alla memoria enciclopedica attraverso un frame, al quale rimanda il contesto specifico. La desinenza (-as) dà accesso al paradigma grammaticale: alla rete delle forme flessive o derivazionali, in cui nam- è un invariante fonologico. La radice non ha significato. Solo le parole hanno significati. Ogni significato di una parola è un invariante d’uso. È su questo principio che è stato compilato il LKŽ. Ogni lessema presenta un lemma (che rappresenta un paradigma flessivo), una definizione (l’invariante semantico d’uso) e esempi d’uso. Il SEJL presenta la sequenza di trasformazioni fonologiche dalla radice ricostruita indoeuropea o baltica alla radice della parola. A rigore, solo il lessema ha un significato (descritto dalla definizione fornita nel LKŽ), mentre il contenuto semantico della parola (salvo eccezioni abbastanza rare e poco interessanti) è costituito dall’insieme dei lessemi che la compongono. Tale insieme non è un semplice elenco numerato di lessemi: comprende la motivazione semantica dei rapporti tra i contenuti (le definizioni) dei lessemi. Pertanto, il significato della parola presentato come significato principale rappresenta soltanto l’intero sistema motivato dei significati della parola. Il contenuto semantico di un nido etimologico comprende il sistema motivato di tutti i significati di tutte le parole affini. La scelta del significato principale di una parola pone ai lessicografi numerosi problemi sincronici e diacronici (Jakaitienė 2005: 2010). A maggior ragione, il «significato principale» attribuito a una radice ricostruita raramente rappresenta adeguatamente la struttura semantica dell’intero nido. Įžvalgos / Insights 259 ALGIRDAS SAUDARGAS Questo risulta particolarmente evidente quando consideriamo soltanto il contenuto semantico del nido etimologico di parole lituane (o baltiche), mentre il «significato principale» viene imposto dall’autorità delle lingue classiche19. Il ricco contenuto semantico del nido lituano, presentato nel LKŽ in modo chiarissimo, viene semplicemente ignorato. Si sviluppa così la cattiva abitudine di pensare alla radice (della parola o ricostruita nella protolingua) come se avesse un significato, e tale significato viene spesso manipolato. È necessario cambiare questo modo di concepire la semantica. Un pensiero più rigoroso (nel senso della scienza semantica) deve considerare il contenuto semantico della sequenza {lessema < parola < radice < radice ricostruita} come una rivelazione progressiva di entrambi gli aspetti. Il lessema esprime il grado massimo di univocità a cui mira il linguaggio consapevole. La radice ricostruita è quella che presenta il massimo grado di incertezza. È in questa prospettiva che possiamo parlare della significatività della coppia di consonanti. Non si tratta tanto di un significato, quanto piuttosto della totalità motivata di tutte le parole e di tutti i significati. La saga fonosemantica è il senso della ŠP: il suo contenuto semantico motivato. Possiamo prolungare la sequenza: {lessema < parola < radice < radice ricostruita < saga fonosemantica}. Il collegamento tra le strutture della ŠP e dell’ELD è indicato sia dalle simmetrie menzionate da Patackas e dalle cosiddette leggi nokti / nykti, sia dalla rete di radici di Slavenas. Queste intuizioni dei precursori non sono state riconosciute dalla scienza linguistica perché, come si è detto, i legami fonologici sono extrasistemici, mentre quelli semantici sono extralinguistici. Ciononostante, si può trovare loro posto, per esempio, nell’architettura parallela di Ray Jackendoff (Jackendoff 2003). La struttura generativa della morfologia e della sintassi, basata sul sistema fonologico, costituisce il principio fondamentale per sistematizzare i fatti linguistici. Un sistema autonomo di conoscenze descrittive della lingua, le cui basi furono poste da Ferdinand de Saussure e a cui la generazione di generativisti guidata da Noam Chomsky conferì rigore formale, ha fondato l’aspirazione della linguistica a essere una scienza esatta e creato l’illusione di una formalizzazione completa della lingua. Gli sforzi della linguistica generativa per formalizzare la lingua furono definiti rivoluzione cognitiva, sullo sfondo delle ricerche sull’intelligenza artificiale. La corrente della linguistica cognitiva nacque come reazione al formalismo ormai sterile dei metodi generativi. Assumendo una posizione intermedia, quella di una sorta di mediatore, Jackendoff propose un’architettura parallela, osservando che nella lingua non esiste un’unica peculiare sistema generativo indipendente. L’approccio dell’architettura parallela invita, dopo aver descritto le singole strutture generative, a studiarne le interconnessioni. Le principali sono le strutture generative fonologica, sintattica (che comprende anche la morfologia) e semantica. Oltre a queste, Jackendoff menziona anche la struttura spaziale (cfr. fig. 9). L’autore stesso riconosce che la struttura spaziale comprende anche la percezione del tempo e le forme della dinamica delle forze (Jackendoff 2003). Le strutture spaziali, 19 Pgl. MA 2006: 396, 404, kur prokalbės šaknys *h₁enek- ir *bher- indoeuropiečių kalbų spektre apima reikšmes ‘imti’, ‘nešti’ ir ‘duoti’ plačiame freime, bet „pagrindinė reikšmė“ parenkama pagal „autoriteta“. 260 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 9. Architettura parallela secondo Jackendoff fonsemantica FIG. 10. La saga fonosemantica nell’architettura parallela Įžvalgos / Insights 261 ALGIRDAS SAUDARGAS La percezione dell’interazione (dinamica) tra tempo e forze e la sua espressione nel linguaggio sono state oggetto di studi sempre più intensi negli ultimi decenni. Nella sua architettura parallela, Jackendoff propone di descrivere le strutture generative fonologiche, sintattiche e semantiche e di studiarne le interrelazioni. Per la struttura spaziale indica un’interrelazione soltanto con la struttura concettuale. Si tratta della diffusione del contenuto dei concetti attraverso i diversi sensi (modalità) umani. Jackendoff non prevede interrelazioni tra le strutture ELD e la sintassi o la fonologia. Il collegamento diretto dell’ELD con la struttura fonologica della lingua è proprio il territorio in cui si trovano i menzionati terreni incolti della linguistica lituana. Il nostro approccio propone l’espressione diretta delle strutture ELD nella fonologia. In altre parole, questo approccio postula che l’interrelazione tra la struttura concettuale e l’espressione fonologica sia accompagnata non solo da un collegamento attraverso la sintassi (compresa la morfologia), ma anche da un collegamento attraverso l’ELD. Ricordando l’importanza della grammatica (sintassi compresa), costantemente sottolineata dai seguaci della linguistica cognitiva, e la prevalenza dell’informazione ELD nel contenuto grammaticale, possiamo ampliare il triangolo dell’architettura parallela di Jackendoff fino a farne un tetraedro (cfr. fig. 10). 2. LA LEGGENDA DELLA STRADA E DEL TEMPO 2.1. Percezione dello spazio, del tempo e della dinamica ed espressione nel linguaggio «Pertanto, la rappresentazione iniziale dello spazio è un’intuizione a priori, non un concetto» Imanuelis Kantas (Kantas 1982: 77) Chiediamoci che cosa sia raffigurato nella figura 11: un fiore in mano o sulla mano? È evidente che la scelta del caso locativo o della preposizione ant dipende da come suddividiamo lo spazio guardando l’immagine: se la mano venga percepita come un contenitore (una superficie chiusa) o come un sostegno (una superficie aperta). Non è un caso che questa situazione abbia ricevuto di recente un’attenzione particolare20. In essa si intrecciano l’espressione della dinamica delle forze e la percezione dello spazio. Sono stati studiati in dettaglio sia l’uso delle preposizioni inglesi on / in sia i sistemi preposizionali di varie lingue. Nella ricerca linguistica, il contesto rispetto al quale si parla di oggetti collocati è detto frame di riferimento. La psicologia studia come viene percepito attraverso i sensi 20 Cfr. Evans, Chilton 2010 e i numerosi riferimenti ivi contenuti. 262 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne 11 FIG. Un fiore in mano o sulla mano? L’immagine viene interpretata nell’uno o nell’altro frame di riferimento. Dal punto di vista della semantica, qui si confrontano la prospettiva onomasiologica (in quanti modi diversi si può denominare la stessa esperienza) e l’indagine semasiologica (a quali situazioni si applica l’una o l’altra preposizione polisemica). Entrambe le prospettive emergono quando la divisione dello spazio tridimensionale viene realizzata mediante una superficie bidimensionale. Lo spazio è tridimensionale e isotropo. Possiamo collocare qualcosa nello spazio solo in relazione a qualcos’altro. In matematica e nelle scienze esatte che ne fanno uso, gli oggetti vengono collocati rispetto a un sistema di coordinate. Le lingue hanno modi propri per esprimere le relazioni del sistema cartesiano di coordinate: su / giù; avanti / indietro; a sinistra / a destra (Landau, Jackendoff 1993). Le relazioni spaziali sono espresse tanto dal lessico quanto da mezzi grammaticali. I frame di riferimento possono essere diversi e le lingue li utilizzano ciascuna a modo proprio. Già negli anni Settanta l’analisi di Herbert Clark presentava un approccio che si chiedeva direttamente come percepiamo lo spazio (Clark 1973). Ne passerò brevemente in rassegna i punti essenziali. Il bambino nasce in un mondo in cui cammina eretto su un terreno pianeggiante e avverte ovunque gli effetti della gravità. Ciò struttura la sua percezione dello spazio, che l’autore chiama spazio percettivo, o P-spazio. Quando comincia a parlare, il bambino usa termini spaziali della lingua per esprimere questa esperienza; essi costituiscono un sistema che l’autore chiama L-spazio (spazio linguistico). Clark esamina due ipotesi: l’ipotesi della correlazione e l’ipotesi della complessità. Secondo l’ipotesi della correlazione, la struttura dell’L-spazio deve corrispondere a quella del P-spazio. L’ipotesi della complessità sostiene che il bambino acquisisce prima i termini più semplici e poi quelli più complessi (cfr. Clark 1973: 28). Dall’articolo di Clark menzionato sono trascorsi, naturalmente, diversi decenni di studi interdisciplinari. Ho citato questo articolo perché le due ipotesi da lui formulate delineano il contesto generale di questo capitolo. La letteratura sulla percezione dello spazio e sulla sua espressione nel linguaggio è difficile da padroneggiare nel suo insieme. Una rassegna generale e un’analisi sono state presentate due decenni fa da Stephen C. Levinson (Levinson 1996), mentre una raccolta di studi successivi è stata curata da Evans e Chilton (Evans, Chilton 2010). Lì si possono Įžvalgos / Insights 263 ALGIRDAS SAUDARGAS 12 FIG. Scomposizione dello spazio tridimensionale mediante un piano illimitato o una superficie limitata trovare anche numerosi riferimenti ai temi pertinenti. A questi si possono aggiungere una rassegna della percezione dello spazio, del tempo e dei numeri nel cervello (Dehaene, Brannon 2011) e la recente monografia di Chilton (Chilton 2014). Il sistema cartesiano di coordinate introduce un asse per ciascuna dimensione dello spazio tridimensionale. Ci interessa il primo passo, quello con cui si riduce l’isotropia dello spazio. Esamineremo il passaggio iniziale in cui le tre dimensioni vengono scomposte in una superficie bidimensionale e una linea unidimensionale. In questa scomposizione iniziale, la superficie bidimensionale resta isotropa. Abbiamo due opzioni fondamentali, le più semplici: un piano infinito oppure una superficie chiusa. Se lo spazio tridimensionale viene diviso da un piano, la dimensione rimanente è la direzione verticale, che interseca la superficie. Il piano resta isotropo. Nel caso di una sfera chiusa, la dimensione rimanente è il raggio che parte dal centro. Anche la sfera resta isotropa (cfr. fig. 12). Nella struttura delle radici lituane ciò corrisponde alla rappresentazione dell’inversione K/L >< L/K nei frame di riferimento AFK-L e AFL-K. Le strutture della percezione dello spazio vengono studiate perlopiù a livello sintattico. Si esaminano i sistemi di preposizioni di lingue diverse. Finora non sono riuscito a trovare studi su come la suddivisione iniziale dello spazio si manifesti nel linguaggio. In ogni caso, possiamo assegnare a ciascun frame di riferimento una modalità o l’altra di suddivisione. Questa suddivisione è strettamente legata alla distinzione dei frame di riferimento in egocentrici e allocentrici, ma non coincide con essa. Assumeremo come base per lo studio delle radici lituane questa riduzione iniziale dell’isotropia dello spazio. La suddivisione dello spazio interagisce con la percezione del tempo e delle dinamiche delle forze. Nel frame AFK-L il tempo viene percepito come un movimento unidimensionale o di altro tipo nello spazio. Nel frame AFL-K, invece, il tempo ha una natura propria e unica, irriducibile a una forma spaziale: 264 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne gražiai parodo lietuviški veiksmažodžiai laukti ir likti (plg. Galton 2011). Toks erdvės padalijimas glaudžiai susietas su dvejopų jėgų santykiu. Jei perkeliant vieną daiktą judesys perduodamas kitam, tai gali vykti dviem būdais: judesį valdantis daiktas kito atžvilgiu yra atrama arba talpykla. Tai aišku iš mūsų pradinio pavyzdžio. Bet, pereidami nuo sintaksės lygmens prie šaknies sandaros, lietuviškų šaknų semantikoje atveriame gilesnę erdvės, laiko ir jėgų dinamikos santykį. Neurofiziologiniai erdvės suvokimo tyrimai parodė, kad smegenys taip pat linkusios trimatę erdvę dalyti į paviršių ir vertikalią kryptį.21 Quanto detto può essere riassunto nella tabella: AFK-L AFL-K aperta chiusa percorso tempo spazio piano + verticale sfera + raggio + punto tempo traiettoria nello spazio durata in un punto forza diffusa e agente sulla superficie, agente lungo una linea concentrata in un punto 2.2. Dinamica delle forze nella polisemia dei verbi kelti e laikyti Pasigilinkime į jėgos dinamiką pagal Leonardo Talmy (Talmy 2000: 409; De Mulder 2007). Kadangi šis, kognityvinėje lingvistikoje jau senokai tapęs klasika, metodas lietuviškuose semantikos tyrimuose dar labai retai sutinkamas, išdėstysiu jo esmę smulkiau. Jėgos dinamika nusako santykį tarp dviejų sąveikaujančių jėgų: agonisto ir antagonisto. Agonistas tai tas objektas, į kurį nukreiptas sakinio dėmesys ir kuris arba pasižymi polinkiu išlaikyti esamą stacionarią būseną, arba pats turi potenciją judėti ar kitaip veikti. Antagonistas veikia priešingai agonistui. Susidaro keturios situacijos. Dvi situacijos yra, kai antagonistas nugali agonistą: JDa – l’agonista cerca di mantenere uno stato stazionario, ma l’antagonista lo mette in movimento; JDd – l’agonista ha la potenzialità di muoversi, ma l’antagonista lo trattiene. Le altre due situazioni sono analoghe, ma l’antagonista non riesce a sconfiggere l’agonista, che mantiene così lo stato stazionario o il movimento. Sono indicate rispettivamente con JDb e JDc. Nella sua monografia, Talmy (2000: 412) studia soprattutto la dinamica delle forze che si manifesta nella sintassi della frase. Se una palla (da basket, da calcio o da golf) giace 21 Žr. trimatės erdvės neurofiziologinių tyrimų apžvalgą (Jeffery et al. 2012). Įžvalgos / Insights 265 ALGIRDAS SAUDARGAS a terra, vi resterà, a meno che qualcuno non la calci, la prenda o la metta altrimenti in movimento. Supponiamo che soffi un vento abbastanza forte da mettere in movimento la palla. La situazione JDa è allora descritta dalla seguente frase: Con un forte vento, la palla rotola sul campo. Se mettiamo la palla su un pendio, tenderà a rotolare giù, a meno che qualcuno non la trattenga: La palla non rotola giù dal pendio perché è trattenuta dall’erba fitta. Questo è un caso JDd. In entrambi i casi la palla è l’agonista, verso il quale è rivolta l’attenzione dell’enunciato. Il vento e l’erba fitta sono l’antagonista che, intervenendo nella situazione, modifica (o cerca di modificare) lo stato dell’agonista. Talmy considera questi due schemi fondamentali, poiché introducono nella lingua un’azione e la sua causa. Li rappresenta con le congiunzioni poiché / perché: La palla rotola perché / poiché soffia un forte vento; La palla non rotola perché / poiché è trattenuta dall’erba fitta. Le altre due situazioni descrivono l’insuccesso dell’azione dell’antagonista e Talmy le rappresenta con la parola nonostante (ing. despite): La palla giace immobile, nonostante il forte vento; La palla rotola, nonostante l’erba fitta. Ci interessano i casi in cui la dinamica delle forze è insita nella radice stessa del verbo. In altre parole, esamineremo il contenuto di dinamica delle forze lessicale (ELD) del significato verbale. Passando agli esempi del lessico lituano, possiamo rappresentarli nella forma mostrata nella figura 13. Qui confrontiamo i significati principali di kelti e laikyti e le loro forme negative: kelti I.1. ‘sollevare verso l’alto qualcosa di pesante’ Solleva il sacco. Riuscirai a tirarlo su da terra? kelti I.10. ‘arare, dissodare’ Oh, gattini, gattini, perché non avete arato i campi incolti, perché non avete seminato il lino? laikyti 1. ‘tenere affinché non cada, non si liberi’ Una fanciulla sta accanto a lui e tiene in mano un fazzoletto di seta; Hai fatto bene, sorellina, a non tenere i cavallini baio. In questa figura il cerchio rappresenta l’agonista e il semicerchio l’antagonista. La freccia o il punto al centro del cerchio indica la tendenza dell’agonista (a muoversi o a restare fermo), mentre il segno più nel semicerchio o nel cerchio indica chi prevale: l’antagonista o l’agonista. In basso, la linea tratteggiata rappresenta il risultato finale: movimento o quiete. Nelle frasi tratte dal LKŽ, il verbo che esprime la JD è in grassetto e l’agonista è sottolineato. JDa e JDd rivelano il contenuto di dinamica delle forze lessicale (ELD) dei significati principali di kelti I.1. ‘sollevare verso l’alto qualcosa di pesante’ e laikyti 1. ‘tenere affinché non cada, non si liberi’. Come già accennato, questi sono i due schemi fondamentali, poiché indicano possibili cambiamenti della situazione: prevale l’antagonista, che mette in movimento (JDa) o ferma (JDd) l’agonista. In entrambi i casi, il segno più contrassegna il semicerchio dell’antagonista. Non sorprende che questi schemi esprimano i significati dei sensi principali (kelti I.1 e laikyti 1). Gli altri due schemi indicano i casi in cui prevale l’agonista e la situazione rimane invariata. Possiamo ottenere gli schemi JDb e JDc applicando agli schemi JDa e JDd una trasformazione logica: la negazione. Osservando gli schemi JDa e JDb, vediamo che differiscono soltanto per lo spostamento del segno più dal semicerchio (antagonista) al cerchio (agonista). Questa è la semantica della negazione: gli sforzi dell’antagonista sono annullati e prevale l’agonista (che mantiene la propria tendenza): non sollevò (non sollevava) il sacco (non arò i campi incolti). Analogamente, spostando 266 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 13. Dinamica delle forze con negazione il più, passiamo da JDd a JDc (non tenne, non trattenne, non riuscì a trattenere i cavallini pezzati (fazzoletti di seta)). Lo schema di Talmy rivela quattro possibili relazioni tra agonista e antagonista. Ci interessa il suo rapporto con la percezione dello spazio. Mostrerò che, dividendo il gruppo di quattro schemi con una linea verticale, JDa e JDc, che si trovano a sinistra, sono percepite nel frame AFK-L, mentre JDb e JDd, rimaste a destra, sono rispettivamente percepite nel frame AFL-K (cfr. fig. 14). Per far emergere la percezione dello spazio, ho sostituito le frasi negative JDb e JDc con usi dei verbi intransitivi salire e restare. Consideriamo la forma intransitiva del verbo salire. Essa descrive lo stato di un oggetto. Quando solleviamo un oggetto, esso sale. Tuttavia, gli esempi riportati nel LKŽ e la descrizione stessa indicano altro: salire 1. ‘levarsi verso l’alto’ Dietro l’acero sale la luna. Įžvalgos / Insights 267 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 14. Dinamica delle forze e divisione dello spazio La luna sale non perché qualcuno la sollevi. Né nella concezione quotidiana del mondo né basandoci sulle conoscenze astronomiche possiamo indicare una forza che la sollevi secondo lo schema JDa. E non è la luna stessa a levarsi. La luna semplicemente sale. La frase esprime il movimento osservabile della luna rispetto all’albero d’acero. In altre parole, nella frase sulla dinamica delle forze non c’è più alcuna forza. Tuttavia, la coppia di parole sollevare / salire non consente un’assenza totale. La dinamica delle forze non è scomparsa, ma è stata relegata ai margini della percezione, sullo sfondo. In primo piano c’è il puro movimento spaziale. Il tratto distintivo essenziale della semantica di sollevare / salire è lo spostamento della JD dal primo piano (profilo) allo sfondo, lasciando il profilo 268 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne allo spazio-tempo. Perciò possiamo ancora collocare, in via convenzionale, questa frase nello schema JDc. Confrontiamo questa situazione con gli schemi dei significati principali di sollevare (JDa) e tenere (JDd). La luna sale non perché qualcuno la sollevi, ma (secondo l’interpretazione iniziale di Talmy) sale nonostante la gravità. Tali sono tutte le frasi del LKŽ che descrivono fenomeni in senso letterale (senza trasferimento metaforico): Enormi nuvole di polvere si levarono verso l’alto. In primavera dai tuoi prati sale una nebbia calda. Nello schema, il semicerchio dell’antagonista, ormai privo del segno più, proviene da un lato da JDd (la gravità non riesce a trattenere nel campo visivo la luna che sale). Dall’altro lato, riflette una delle due forze che interagiscono in JDa (la gravità non è la forza che solleva, ma è la forza che impedisce di sollevare). Come abbiamo visto, la forza vincente dell’antagonista non è più affatto presente, mentre nello schema JDc del perdente la forza dell’antagonista è la gravità, che nello schema JDa viene sopraffatta dalla forza che solleva. Pertanto, la semantica del verbo salire è un movimento verticale sullo sfondo della gravità. Questo è il frame di riferimento AFK-L evocato dal verbo sollevare. Va osservato che in alcuni casi la sostituzione del verbo salire con la forma riflessiva levarsi è appropriata, ma cambia il significato. Il verbo riflessivo resta nello schema JDa, identificando l’agonista con l’antagonista. Le altre lingue usano più spesso forme riflessive proprio al posto del lituano salire (o di verbi analoghi). In lituano, una simile sostituzione, quando non esprime una struttura cognitiva, lacera il tessuto profondo della nostra lingua. Analogamente si può discutere anche tenere / restare. Per noi è importante che, con il ritrarsi della JD sullo sfondo, salire e restare si trovino in frame di riferimento diversi. Il verbo salire trasferisce l’espressione al movimento unidimensionale, ben simboleggiato dal sostantivo cammino. Il frame AFL-K, rimosse le forze, si chiude in uno spazio interno e delimitato, privo di movimento spaziale. Rimane solo il tempo. L’esempio poetico mostra bene che il verbo salire ha JD sullo sfondo del proprio significato. Nel LKŽ troviamo due frasi che illustrano il lessema levarsi 2 ‘alzarsi verso l’alto’: I falchi variopinti si levarono in cielo V.Myk-Put. Uno stormo di uccelli si levò Kl121. In poesia, i falchi variopinti non possono salire verso l’alto come la nebbia o semplicemente uno stormo di uccelli. Perciò i versi successivi della poesia «Falchi variopinti» di Vincas Mykolaitis Putinas rivelano la JD relegata sullo sfondo: Accompagnando tardi il tizzone che si spegne Si levarono in cielo falchi variopinti. Avendo disprezzato i sogni ingannevoli della terra, distese le ali nel cielo. Si scopre che i falchi variopinti non si limitano a sollevarsi, ma hanno reciso il legame con la terra che li tratteneva, attirandoli con sogni ingannevoli, e che sono le ali distese a sollevarli. Įžvalgos / Insights 269 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 15. Il verbo sollevare in diversi frame di riferimento L’affermazione secondo cui, passando dal verbo portare a tenere e viceversa, comprendiamo il loro significato spaziale sostituendo un frame di riferimento con un altro, richiede un’analisi più precisa. Individueremo quindi il punto d’intersezione semantica nella polisemia dei verbi portare e tenere (prospettiva semasiologica), in cui entrambi i verbi si comportano da sinonimi, e mostreremo che la comprensione dei loro significati coincidenti differisce soltanto per il frame di riferimento (prospettiva onomasiologica). Spiegare il significato del popolare proverbio Molte mani sollevano un grande peso è necessario tutt’al più ai bambini delle elementari. Tuttavia, i compilatori dei dizionari lo interpretano in modo diverso. Il LKŽ lo riporta sotto il significato sollevare I.1. «essere in grado di prendere in alto qualcosa di pesante». I redattori del DLKŽ, invece, lo assegnano al significato sollevare 9. «essere in grado di sostenere». Quest’ultimo significato corrisponde al significato del LKŽ sollevare I.2. «essere in grado di sostenere, sopportare, resistere, farcela; tollerare». I significati del LKŽ sono contigui: differiscono dunque solo in misura lieve? Osserviamo la figura 15. Sul lato sinistro della figura c’è Atlante, sulle cui spalle è stato caricato il firmamento. Guardando l’immagine e sentendo dire Atlante ha sollevato il peso, sceglieremo il significato del DLKŽ, perché l’atmosfera dell’immagine induce a pensare a una situazione statica, sostenuta da un’altra frase dello stesso articolo: Ti metterò il sacco sulle spalle: riuscirai a sollevarlo? Il disegno dinamico a destra non lascia dubbi sul fatto che il verbo solleva nel proverbio Molte mani sollevano un grande peso sia inteso secondo il significato principale del verbo nel LKŽ. 270 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne DLKŽ è un dizionario della lingua contemporanea, e un simile slittamento di significato indicherebbe un cambiamento nell’interpretazione. L’immagine a destra, tuttavia, è ancora più attuale, perché è tratta da materiale didattico per alunni delle scuole primarie22. Per i bambini è più facile apprendere l’interpretazione dinamica del proverbio. Ecco un esercizio tratto dal quaderno di esercizi di storia per gli alunni della quinta classe: nell’immagine sono raffigurate persone che disboscano una foresta; bisogna dire a quale forma di agricoltura ciò è legato e in che modo l’immagine corrisponde al nostro proverbio (Molte mani sollevano un grande fardello)23. Gli alunni che hanno studiato l’agricoltura itinerante riconosceranno facilmente la scena e spiegheranno che per una sola persona è troppo difficile ricavare dal bosco un campo arabile, ma che tutti insieme possono raggiungere l’obiettivo. Il proverbio contrappone gli sforzi di una singola persona al lavoro collettivo di un gruppo (molte mani). Il verbo solleva in questo proverbio è secondario. Molte mani possono svolgere anche altri lavori: rotolare via una grossa pietra, costruire un alto castello o abbattere alberi nel bosco. La saggezza popolare ha scelto un lavoro semplice, ma vivido: sollevare un grande fardello. Il verbo sollevare ha portato nel proverbio anche la propria natura ambigua. I contesti in cui il proverbio può essere usato differiscono persino sul piano emotivo, ma il suo contenuto didattico non cambia. Il significato del proverbio è invariante, indipendente dall’interpretazione del significato del verbo solleva. Perciò non ha alcun senso chiedersi quale dizionario abbia ragione, poiché entrambe le interpretazioni sono appropriate. Ciò viene notato di rado, perché i meccanismi che determinano la differenza non raggiungono la coscienza. Il nostro obiettivo è esprimere mediante schemi JD la transizione dai significati fondamentali a quelli coincidenti di sollevare e tenere. Per descrivere le proprietà cognitive dei significati, dobbiamo addentrarci fino al movimento elementare della mente. Consideriamo le frasi: I pini resisteranno alle tempeste. Le onde infuriavano, spumeggiavano, si contorcevano come serpenti, e sembrava che la nave non avrebbe retto alla tempesta. A quale schema JD corrisponde il contenuto di queste frasi? Ricordando la descrizione di Talmy (La palla giace immobile, nonostante il forte vento), possiamo affermare che si tratta di JDb. I pini (la nave) restano nello stato iniziale (non spezzati) nonostante la tempesta: i pini (la nave) hanno resistito (retto) alle tempeste. Ricordiamo che abbiamo ottenuto lo schema JDb negando JDa. Quando l’azione dell’antagonista fallisce o, come quel gatto, l’antagonista rinuncia ad agire, l’agonista resta in uno stato stazionario: il gomitolo giace a terra, i campi incolti non sono stati arati. In questo caso non c’è negazione e la trasformazione dello schema è diversa. Si potrebbe usare la negazione per descrivere la stessa situazione, ma il verbo sarebbe diverso: le tempeste non hanno spezzato i pini (la nave). Per avvicinare le due frasi dal punto di vista sintattico, dobbiamo scambiare il soggetto con il predicato, cioè passare alla forma passiva: i pini 22 Kašubienė 2012: 15 skaidrė. 23 IPU 2014: 7. Įžvalgos / Insights 271 ALGIRDAS SAUDARGAS (la nave) non sono stati abbattuti dalle tempeste. Tutti questi usi dei verbi esprimono lo stesso contenuto: resistere (alle tempeste); reggere (alle tempeste); non essere (dalle tempeste) abbattuti. C’è una differenza essenziale. I pini o la nave passano da agonisti ad antagonisti. Non essere abbattuti dalle tempeste o resistere (reggere) alle tempeste si distinguono per la ridistribuzione dell’attenzione. Possiamo chiederci se siano proprio i pini a non essere la causa della tempesta (a provocare tempeste): I pini provocheranno tempeste. I pini non provocheranno tempeste. Tutti questi significati sono riassunti da uno schema in cui per noi è fondamentale l’alternanza dell’agonista (sottolineato) con l’antagonista (cfr. fig. 16). A scopo illustrativo, usando al posto del significato fondamentale quello ottenuto tramite metafora concettuale (sollevare VII. 2. ’fare, provocare’), abbiamo una frase sui pini, che di per sé non provocano tempeste, e possiamo confrontarla con la frase ottenuta sostituendo resisteranno con provocheranno: I pini non provocheranno tempeste. I pini provocheranno tempeste. Formalmente, le frasi sono la negazione logica l’una dell’altra, ma i loro schemi JD coincidono. Coincide tuttavia solo il tipo di schema (JDb), mentre la sua applicazione è diversa: agonista e antagonista si scambiano di posto. Come il gatto non ha affatto intenzione di dissodare i campi incolti, che quindi restano come prima, così i pini non hanno di per sé il potere di provocare tempeste e perciò tra i pini e l’origine delle tempeste non sussiste alcun nesso causale. Interpretando la stessa frase con lo stesso verbo solleverà / non solleverà, ma assegnando il ruolo di agonista non alle tempeste, bensì ai pini, otteniamo un significato del tutto diverso, benché lo schema resti lo stesso. Non si tratta soltanto di una ridistribuzione formale, ma di un atto psicologico. L’assegnazione dei ruoli di agonista e antagonista è legata all’ordine con cui si dirige l’attenzione. L’agonista non è tanto il protagonista quanto ciò a cui si presta attenzione per primo. L’antagonista viene introdotto in una situazione già nota e il suo effetto viene valutato in rapporto all’agonista. Nella frase I pini non solleveranno le tempeste, dirigiamo prima l’attenzione alle tempeste e poi includiamo i pini nel campo dell’attenzione, constatando che non hanno (non solleveranno =non provocheranno) un nesso causale con il verificarsi delle tempeste. Nella frase I pini solleveranno le tempeste, la distribuzione dell’attenzione è opposta. Prima si presta attenzione ai pini e poi si constata che le tempeste non riusciranno a spezzarli. Questa disposizione dell’attenzione (in lituano) non dipende dall’ordine delle parole nella frase, ma si riflette nella sintassi. In JDa o JDb con negazione, l’antagonista è il soggetto grammaticale. Invertendo l’attenzione, facciamo del soggetto grammaticale l’agonista. Si tratta di una sorta di situazione passiva, benché grammaticalmente non sia una forma passiva. Lo stesso si può dire del verbo trattenere. In questo caso è più adatta la forma con un prefisso diverso: I pini tratterranno le tempeste. La negazione di questa frase è JDb, ma l’affermazione positiva 272 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne ĮDa I pini provocheranno tempeste. ĮDb I pini non provocheranno tempeste. I pini solleveranno tempeste. I pini resisteranno alle tempeste. I pini non tratterranno tempeste. ĮDc ĮDd I pini tratterranno tempeste. FIG. 16. Dinamica delle forze dei verbi sollevare e trattenere la frase passa allo schema ĮDd. Questa sorta di alchimia distilla il movimento inconscio della mente che stiamo cercando. È il ritorno all’ordine in cui si dirige l’attenzione. Esso trasforma i significati delle accezioni principali (ĮDa e ĮDd) in un significato coincidente (ĮDb). Per la nostra ricerca è essenziale che, nei significati dei verbi sollevare e trattenere, si trasformi soltanto lo schema ELD, mentre il contenuto concettuale rimane invariato. Nella prospettiva semasiologica, con un unico movimento della mente le accezioni principali si trasformano in una delle accezioni periferiche secondo l’ordinamento del LKŽ o del DLKŽ. Il fatto empirico che queste accezioni siano sinonimi è arbitrario? Questa è la questione fondamentale. Per confutare l’arbitrarietà si può rivelarne la motivazione. La prospettiva semasiologica deve mostrare quale sia il motivo di tale estensione del significato. Nella prospettiva onomasiologica dobbiamo rispondere alla domanda sul perché la stessa cosa venga denominata con parole diverse. Nel nostro caso abbiamo sinonimi ottenuti mediante estensione Įžvalgos / Insights 273 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 17. Schema della polisemia del verbo kelti significati principali. La motivazione semasiologica deve fornire il fondamento alla motivazione onomasiologica. Da dove nasce la necessità di questo significato periferico? Esaminiamo innanzitutto l’azione espressa dal verbo kelti. Per sollevare un oggetto dobbiamo prenderlo da terra, dal punto L1, e, vincendo la forza di gravità, portarlo in un punto più alto, L2 (cfr. fig. 17). I mezzi grammaticali e il contesto della frase possono esprimere il movimento in diverse fasi. L’attenzione può concentrarsi sull’inizio del movimento (pakelti, atkelti – Ar pakelsi nuo žemės?), sulla fine (užkelti – Kelk maišą į ratus) oppure comprendere l’intero percorso (perkelti). In ogni caso, il movimento descritto è delimitato da due stati stazionari, come direbbero i fisici. Il movimento può essere prolungato spostando il carico ancora più in alto, con iterazioni illimitate. Il significato periferico che esaminiamo emerge quando vogliamo cogliere il rapporto tra le forze una volta che il sollevamento si è arrestato in una posizione intermedia. Qui incontriamo la già menzionata inversione dell’attenzione. Per sollevare un oggetto da terra, siamo nel ruolo dell’antagonista (Kelk pūrą. Ar pakelsi nuo žemės?). Quando solleviamo il carico, dobbiamo tenerlo in mano, e l’oggetto pesante diventa un antagonista che cerca di sopraffare la nostra resistenza (Uždėsiu maišą ant pečių, ar pakėlsi?). Perché la lingua lituana ha mantenuto lo stesso verbo per denominare queste situazioni? Non possiamo rispondere al perché: è un problema interessante per le ricerche future. La nostra ricerca mostra soltanto che la lingua lituana ha registrato con attenzione e precisione questo punto cruciale della dinamica delle forze, in cui l’interazione tra le forze si interseca con svolte fondamentali nella percezione dello spazio e del tempo. Per esprimere lo stato JDb nel punto L2, scegliamo AF (cfr. fig. 18). Se diciamo laiko, scegliamo AFL/K e l’immagine nello spazio è statica, mentre cambia soltanto il tempo. Se diciamo kelia, scegliamo AFK/L e l’immagine è dinamica, tracciando il percorso del movimento nello spazio. Scegliendo AF, riveliamo l’idea onomasiologica 274 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 18. Sovrapposizione degli schemi di polisemia dei verbi kelti ir laikyti (cfr. fig. 19). Si tratta di un’informazione molto significativa per comprendere l’architettura dello schema generativo ELD. La lingua concettualizza i tratti fondamentali, spesso ricorrenti, del mondo osservato. Tuttavia, deve rimanere aperta a un mondo in mutamento. Di conseguenza, i significati delle parole restano aperti all’interpretazione. Esaminiamo la tradizione popolare. Quali significati assume il verbo kelti in questi versi: La terra sollevava l’erba, Il cavallo sollevava la sella, L’erba sollevava la rugiada, La sella sollevava il cavaliere, La rugiada sollevava il ferro di cavallo, Il cavaliere sollevava il berretto Il ferro di cavallo – il cavallo. Per la vecchia mammina. Nel LKŽ troviamo i primi due versi di questa strofa: kelti I.2. ‘sostenere, reggere un peso (quando qualcosa preme verso il basso); portare su di sé, sulla propria superficie’ Žemė kelia žolę, žolė kelia rasą J.Jabl (Rm); Balos paviršius tik žmogų kelia (su arkliais nevažiuoja). Il dizionario fornisce una doppia descrizione. La prima parte, ‘sostenere, reggere un peso (quando qualcosa preme verso il basso)’, esprime chiaramente il rapporto tra le forze JDb. La seconda frase riguarda la superficie della pozza ghiacciata, che regge una persona Įžvalgos / Insights 275 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 19. Dubbio semasiologico e onomasiologico dei verbi kelti e laikyti (porta), ma non del cavallo, corrisponde perfettamente a questa descrizione. Ad essa corrispondono anche tutti gli altri esempi presentati nell’articolo kelti I.2., ad eccezione del frammento della nostra strofa. La seconda parte della descrizione, «portare su di sé, sulla propria superficie», è evidentemente destinata solo a questo caso, perché per tutti gli altri esempi una simile spiegazione sarebbe superflua. La prima parte della descrizione, «sostenere, reggere un peso (quando qualcosa preme verso il basso)», non si adatta molto alla prima frase. In effetti, risulterebbe poco convincente spiegare il significato del verbo porta nella frase La terra porta l’erba dicendo che la terra regge il peso dell’erba, premuta verso il basso. Anche la pressione della rugiada sull’erba apparirebbe piuttosto strana. In sostanza, la seconda parte della descrizione consente di sostituire il verbo porta con il verbo regge: La terra regge l’erba. Poiché abbiamo scartato JDb in quanto inadeguato, che cosa determina allora la sinonimia dei verbi? Vediamo che aspetto ha la strofa se scambiamo ovunque i verbi: La terra reggeva l’erba, La sella reggeva il cavaliere, L’erba reggeva la rugiada, Il cavaliere reggeva il cappellino La rugiada reggeva il piccolo ferro di cavallo, Per la vecchietta. Il ferro di cavallo – il cavallo (Il cavaliere portava il cappellino Il cavallo reggeva la sella, Per la vecchietta) Ovunque, tranne che nell’ultima frase, il verbo reggere è usato correttamente in senso letterale o figurato. Il verbo reggere riflette con maggiore precisione di portare 276 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 20. Cubo di Kanizsa l’immagine descritta. Tuttavia, l’immagine resta statica. Il verbo reggere è usato secondo lo schema]Dd. Ma tutta la poetica della filastrocca svanisce, perché la parola reggeva evoca nella nostra coscienza un frame statico AFL/K. La tradizione popolare sceglie il verbo sollevava, e con esso anche un frame dinamico AFK/L, attraverso uno schema]Dd a esso inconsueto («portare su di sé, sulla propria superficie»). Inoltre, il verbo sollevava porta con sé tutta la propria polisemia (con]Da e]Db), in forma di dubbio (ricordiamo il proverbio!): La rugiada sollevava il piccolo ferro di cavallo – interpretalo come vuoi, cioè in tutti i modi contemporaneamente. È un magnifico esempio di dubbio nella poesia popolare, un autentico sorriso della Gioconda nascosto nei suoni della lingua, analogo alle opere di Michelangelo o Vermeer nelle arti visive menzionate da Zeki (Zeki 2004:). Torniamo al proverbio (Molte mani sollevano un grande carico). Quando sentiamo il proverbio senza un contesto specifico, ne cogliamo facilmente l’insegnamento, senza soffermarci su un’interpretazione specifica del verbo solleva. Scegliamo un’interpretazione quando ci troviamo di fronte a una situazione concreta. A seconda della situazione, il proverbio suscita tre immagini sostanzialmente diverse. Questo mutamento dell’immagine mentale è del tutto analogo alle note illusioni visive, come il cosiddetto cubo di Kanizsa (o di Necker) (cfr. fig. 20). Se chiediamo che cosa sia rappresentato nel disegno in alto, otterremo una risposta univoca: si tratta di un cubo. La percezione dell’immagine di questo disegno è analoga a quella del proverbio Įžvalgos / Insights 277 ALGIRDAS SAUDARGAS senza un’interpretazione concreta per comprenderne il significato. Approfondendo il significato specifico del verbo pakelia, ci troviamo in una situazione ambigua, analoga a quella rappresentata nei disegni inferiori con linee tratteggiate. Quando chiediamo se il cubo nell’immagine sia raffigurato visto dall’alto o dal basso, si scopre che il disegno superiore è ambiguo. Le due interpretazioni sono incompatibili tra loro. Il fondamento neurofisiologico dell’illusione consiste nel fatto che i meccanismi del nostro cervello non dispongono di criteri chiari per interpretare questa immagine ambivalente e la rappresentazione visiva oscilla involontariamente. Va osservato che questa analisi avviene inconsciamente. Il cubo di Kanizsa corrisponde al significato astratto e didattico del proverbio, mentre coprendo con punti le linee, facilitiamo l’una o l’altra interpretazione. Analogamente, senza modificare il significato del proverbio, il significato concreto del verbo pakelia evoca l’immagine che gli è propria. È indubbio che i meccanismi cerebrali responsabili della percezione delle immagini visive e linguistiche siano analoghi. 2.3. Struttura ELD nella polisemia del verbo kelti LKŽ elenca 45 significati di kelti, 16 di kilti e 33 di laikyti. I significati con prefissi ammontano a circa altri 300. La struttura ELD permette di semplificare notevolmente questa varietà, organizzando le relazioni tra i significati. In questa sezione discuteremo la polisemia del verbo kelti. Prenderemo come base i significati fondamentali dell’aspetto durativo. L’aspetto perfettivo (con prefissi) riproduce essenzialmente la struttura dell’aspetto durativo. La semantica dei significati principali del verbo kilti rispetto a JD è stata discussa nella sezione 2.2. LKŽ raggruppa i significati di kelti come segue: I. ‘prendere, spingere qualcosa verso l’alto; mettere qualcosa in un luogo più alto’ II. ‘elevare, aumentare, rafforzare’ III. ‘costruire’ IV. ‘risvegliare, svegliare, stimolare; agitarsi’ V. ‘comparire, germogliare, crescere; gonfiare; diffondere’ VI. ‘trasportare da un luogo a un altro; infilare, fare’ VII. ‘preparare, organizzare qualcosa’. Innanzitutto, va osservato che la maggior parte di questi significati (31) sono metafore concettuali: I. 3, 9, 10; II. 2–8; III. 3–6; IV. 1–6; V. 1–9; VII. 1–2. Naturalmente, la metafora concettuale proietta la struttura ELD su un altro dominio (cfr. figura 4). La metafora in sé non è il nostro argomento. Ci interessa l’espressione della struttura ELD nella radice in forma pura. I significati corrispondenti del LKŽ sono classificati in base alla componente concettuale del dominio su cui viene proiettata la metafora. A dire il vero, per un dizionario è un’impresa piuttosto disperata. Per i futuri creatori di una rete semantica lituana (se in Lituania esistono già motivazioni per creare una rete del genere 278 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne valutare seriamente è un compito serio. Gli studi sulla struttura e sullo sviluppo delle metafore sono estremamente numerosi (Cuyckens, Geeraerts 2007; Fusaroli, Morgagni 2009). Possiamo renderci conto che la fonte delle metafore è inesauribile ricordando l’esercizio assegnato agli alunni di quinta elementare nella sezione 2.2. Nell’interpretare il proverbio Molte mani sollevano un grande peso, gli alunni dovranno effettivamente costruire la fonte dello schema FPP (fonte > percorso > meta) come una foresta selvaggia, la meta come un campo arato e riempire il percorso con esempi delle attività più svariate, attinti dal loro bagaglio di conoscenze. La struttura dell’ELD rimane nascosta alla coscienza. Si tratta dello schema FPP del significato del verbo solleva, illustrato nella figura 21. Cambiando disciplina e tenendo conto del livello di preparazione degli alunni, possiamo generare un numero illimitato di esercizi di questo tipo a partire da un unico proverbio. È comprensibile che il LKŽ presenti metafore già cosiddette morte o di vari gradi di convenzionalizzazione, spesso divenute cliché linguistici (Lakoff 1987; Lakoff 1993; Allan 2009). Si tratta di un ampio campo di ricerca, che in questo articolo approfondiamo solo quando è strettamente necessario per gli obiettivi principali qui delineati. Esaminiamo le altre 14 accezioni. Abbiamo già analizzato la prima accezione I.1 «che è difficile sollevare» JD. Una conseguenza immediata della JD per lo spazio-tempo è un evento topologico24. In effetti, per sollevare qualcosa dobbiamo vincere la forza del peso dell’oggetto da sollevare. Nelle frasi Alza il covone. Riuscirai a sollevarlo da terra? i verbi hanno sia aspetto progressivo sia aspetto risultativo. Nell’esortazione alza il covone non vi è ancora alcuna informazione sul fatto che il covone verrà effettivamente sollevato. L’aspetto progressivo non fornisce tale informazione. L’espressione sta sollevando il covone è compatibile con entrambe le conseguenze logiche che l’aspetto risultativo rende invece necessariamente esplicite: ha sollevato il covone oppure non ha sollevato il covone. Tuttavia, questa apertura non è simmetrica, poiché il verbo sollevare implica in modo univoco l’informazione contenuta nell’aspetto risultativo, dato che l’esito opposto (il fallimento) del tentativo di sollevamento richiede una negazione con i morfemi appropriati (il prefisso non-). Al tempo stesso, il verbo sollevare descrive univocamente le conseguenze spazio-temporali della JD, che si attualizzano nell’aspetto risultativo: l’oggetto sollevato viene separato dalla superficie alla quale era collegato (Riuscirai a sollevarlo da terra?) e si muove verso l’alto. Se il covone non ha perso il contatto con il suolo, nessuna commissione di osservatori riconoscerà che è stato sollevato, a meno che non sia stato mosso, tirato o spostato. Nello spazio-tempo, il contenuto del verbo sollevare è descritto da tre schemi d’immagine: la verticalità, la FPP e la JD. I tratti più generali delle loro relazioni reciproche sono rappresentati nella figura 21. Le unità lessicali spostano l’attenzione da uno schema all’altro. I.1 focalizza l’attenzione sull’inizio del movimento, un evento topologico (cerchiato nella figura 21, analogo allo schema di sollevamento da una superficie della figura 7). Questa è la fonte dello schema FPP. Passiamo all’unità lessicale: I.4. «mettere, portare qualcosa in un luogo più alto o in un altro luogo» Alza il sacco sul carro. 24 «Topologia» è un termine matematico il cui uso in linguistica non è ancora sufficientemente chiaro (Talmy 2000: 25; Petitot, Doursat 1998). Įžvalgos / Insights 279 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 21. Schemi della polisemia del verbo sollevare Qui, in primo piano, si trova la meta dello schema FPP. Lo schema FPP stesso è ancora collegato alla verticalità. Un’altra unità lessicale riporta di nuovo alla fonte, mentre la JD assume la forma di una relazione causale (di natura topologica): I.7. «togliere» Leverai la ghirlanda di ruta dalla testolina, sfilerai l’anellino d’argento dal ditino. L’unità lessicale I.8. «appendere, togliere dai cardini (porte, finestre, cancelli...)» non è che un’applicazione della stessa ELD a una situazione specifica. Qui sarebbe opportuno ricordare Kazimieras Būga, quando sottolineò che il verbo lituano sollevare, a differenza dei suoi equivalenti slavi, può essere usato all’aspetto progressivo (senza prefisso) con i significati di alzare e togliere (Būga 1958: 477). Indubbiamente, i prefissi distribuiscono l’attenzione tra le componenti dello schema FPP (fonte > percorso > meta), modificandone il significato nel modo consueto. L’aspetto progressivo viene spinto fuori dall’uso. Ha una struttura più profonda e perciò gli è più difficile sopravvivere alle forme superficiali 280 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sankmės lietuvių kalbos žodyne nel linguaggio sovraccarico di dettagli. Qua e là è ancora vivo. Ecco altre quattro lessemi: VI.1. «trasportare, spostare qualcosa in un altro luogo» In autunno bisognerà già trasferire anche le case al kolchoz Ktk. VI.2. «trasportare in barca attraverso l’acqua fino all’altra riva» Portami in barca attraverso il fiume J. VI.3. «legare di nuovo in un altro luogo (il bestiame al pascolo)» Il padre è andato a spostare le mucche Dgl. VI.4. «fare, montare (un cancello)» Non chiudere completamente il cancello KlvD92. Tutte hanno la stessa struttura ELD. In primo piano (nel profilo) rimane quasi soltanto lo schema ŠTT, senza JD e senza verticalità (spostati sullo sfondo). Quando si legano di nuovo le mucche, nessuno le solleva. È una struttura di natura puramente spazio-temporale e topologica. Separarsi dalla fonte e connettersi con l’area di destinazione. Può sembrare che i contesti siano del tutto antiquati e che oggi schemi del genere non servano più a nessuno. Niente affatto. I contesti cambiano, gli schemi restano. Oggi, secondo uno schema simile, spostiamo file da un dispositivo intelligente a un altro. Non è una metafora. L’informazione non ha peso. Come quella mucca, la sleghiamo da un supporto e la leghiamo a un altro. Quando fonte e destinazione si associano a due stati abituali ma opposti del corpo umano — sdraiato e in piedi — abbiamo non soltanto altre due lessemi, ma anche un intero fascio di metafore. Entrambe queste lessemi: III.1. tr. «aiutare qualcuno ad alzarsi, fare in modo che stia in piedi, mettere in piedi» III.2. intr. «alzarsi (dopo essere caduto, dopo essere stato seduto)» possiamo anche interpretarle come metafore, ma questo è già un altro argomento. Le altre due lessemi: I.5. «dare a qualcuno una posizione più elevata, farlo ascendere» II.1. «rendere qualcosa più alto, più elevato» occupano una posizione intermedia. È opportuno ricordare che I.2. «sostenere, sopportare una qualche difficoltà (quando qualcosa preme verso il basso)» I.2. «portare su di sé, sulla propria superficie» La terra fa crescere l’erba, l’erba fa salire la rugiada abbiamo già discusso nella sezione 2.2. Resta una forma riflessiva: I.6. refl. «salire, innalzarsi» Dai prati si alzava la nebbia. Qui occorre ricordare il verbo kilti, il cui JD abbiamo già discusso nella sezione 2.2: kìlti 1. «salire verso l’alto» Dietro gli aceri sorge la luna; In primavera dai tuoi prati sale una nebbia calda. Teks dar kartą pažvelgti į Būgos raštus (Būga 1959: 113). Jo žodžiai skamba kiek senoviškai, bet jų prasmė labai šiuolaikiška: „Svetimoji kalbos dvasia dau-gio inteligentų smageninėje nustelbė ne tiktai tą dalyvį, bet ir ištisą savaiminų veiksmažodžių (neutra, media) rūšį. Vietoje sakyti kyla, pakilo; [...] daug kas da-bar ima sakyti ir rašyti keliasi, pasikėlė; [...]“. Be abejo, lema I.6 refl. LKŽ yra visai teisėtai. Galima sakyti abe-jopai: Dai prati salì la nebbia; Dai prati si alzava la nebbia. Įžvalgos / Insights 281 ALGIRDAS SAUDARGAS Tuttavia, il loro contenuto cognitivo è diverso. Come abbiamo visto nella sezione 2.2, il verbo kilo corrisponde allo schema]Dc, nel quale la gravità resta sullo sfondo ed è visibile soltanto il movimento spaziale (schema della verticalità). La forma riflessiva, invece, può essere interpretata come una sorta di variante dello schema]Da, in cui agonista e antagonista coincidono. Confrontiamo le frasi: Dalla mare s’alza una nuvoletta, mi marcirà il fieno. Dalla mare sale una nuvoletta, mi marcirà il fieno. Dalla mare si alza una nuvoletta, mi marcirà il fieno. La prima frase è tratta da una canzone e riportata sotto LKŽ kilti 1. In essa troviamo la seconda delle forme del presente indicate da LKŽ: kȳla, kilsta, kȳlna. Nella seconda frase, per il confronto, è stata usata la prima forma (kȳla), mentre nella terza frase è stata usata la forma riflessiva, secondo l’esempio della voce: kelti 6. refl. «salire, innalzarsi» Una nuvoletta nera si avvicina, nel prato marcirà il fieno. La nuvoletta con kȳla è passiva per le ragioni discusse nella sezione 2.2. La forma riflessiva attiva la nuvoletta e le conferisce così maggiore vivacità (si attiva la forma riflessiva]D). La forma verbale kilsta riportata nel LKŽ è omofona di questo lemma: kilst interiez. [per indicare un sollevamento improvviso] Che cosa è stato usato nella canzone: l’ideofono kilst oppure la forma abbreviata kilti 1 kilsta? Comunque sia, nelle nostre «scatole craniche» si agitano cose molto sensibili e profonde. Forse è giunto il momento di dar loro un nome con un linguaggio scientifico davvero rigoroso (non formale!)? 2.4. Struttura dei fasci di radici K-L e KL- Sono un viaggiatore, un viaggiatorino, che ha viaggiato per stradine KlpD20 (LKŽ) La seta delle foglie ricopre la terra S.Nėr (LKŽ) Cresceva un piccolo acero, distendeva le foglie quanto più larghe possibile (LKŽ) Esaminiamo i significati del verbo kalti. Ancora una volta abbiamo un fascio di metafore: 1 kalti 4, 5, 8, 11–13. Restano questi lessemi: 1 kalti 1. tr., intr. ‘battere con un martello, spingere colpendo, conficcare’ 1 kalti 2. tr., intr. ‘battere, percuotere, assestare colpi’ 1 kalti 6. tr., intr. ‘tagliare, trinciare’ 1 kalti 7. tr. ‘affilare, battere (le macine)’ 1 kalti 10. tr., intr. ‘battere il metallo con un martello’ 1 kalti 14. tr. ‘battere, ribattere (una falce), affilare’ 1 kalti 3. tr., intr. ‘ticchettare, battere, picchiettare; gocciolare’ 282 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 22. Schemi dei verbi kelti e kalti Osserviamo una differenza essenziale rispetto alla polisemia del verbo kelti. Tutti i significati hanno la stessa struttura ELD, mentre le loro differenze sono concettuali (con o senza metafora). Ci interessa soltanto il rapporto tra le strutture ELD dei verbi kelti e kalti (cfr. fig. 22). Le proprietà spazio-temporali e JD del verbo kalti sono adatte alla struttura AFK/L del frame e anzi la completano. Superando la forza di gravità, dopo aver sollevato un oggetto da un luogo più basso L1 e averlo collocato in un luogo più alto L2, abbiamo diverse possibilità (cfr. fig. 17). Nella sezione 2.2 abbiamo esaminato l’intersezione tra uno stato statico (tempo) e il successivo sollevamento (percorso) (cfr. fig. 18). Nello stato L2 si può lasciare andare l’oggetto o gettarlo a terra. Tuttavia, mantenendo il contatto con l’oggetto e il controllo su di esso, possiamo riportarlo sulla superficie bidimensionale da cui era stato sollevato in un solo modo naturale: kalti. Įžvalgos / Insights 283 ALGIRDAS SAUDARGAS L-K(T) lekti L-(J)K likti, laikyti, laikas L-(V)K laukas I,II L-(V)K laukti L-(N)K lenkti, linkti LK alkūnė LK alkti, alka I,II K-L kelti, kilti K-L kalti K-L kalėti (S)K-LB kalbėti K-L kelias K-L kelta K-L kaulas K-LP anello K-L collo KL stendere KL spargere, diffondere I,II KL-JD delirare, vaneggiare KL-V fare affidamento, ostacolare KL chiedere, ascoltare KL-B aderire KL-VB inginocchiare KL-N clan KL-V acero KLŠ kulšė AFL/K spazio 3D AFK/L FIG. 23. Percezione dello spazio nel fascio di radici K/L <> L/K SEJL distingue il verbo kalėti in un distinto nido etimologico. Considerando da una prospettiva extralinguistica ed extrasistemica questo gruppo di lessemi del LKŽ, non dovremmo avere difficoltà a interpretarli dal punto di vista dell’ELD, parallelamente a kalti: 3 kálti, kãli (kãla), kãlė [cfr. 1 kalėti 3] Un albero grande opprime un alberello, oppure lo sovrasta. 1 kalėti, kãli, -ėjo 1. intr. ‘essere in prigione’ 1 kalėti 3. tr. ‘soffocare, sopraffare, sovrastare (le piante)’ 284 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne 1 kalėti 4. intr. ‘deperire rimanendo in un solo luogo, restando schiacciato’ Forse gli altri, avvertita la libertà, non deperiranno più nella solitudine B.Sruog. refl.: Rimango chiuso tutto il giorno e mi annoio]. 2 kàiti, kãlia, kõlė tr. ‘giocare, nascondere, appoggiare qualcosa su qualcos’altro’. Consideriamo ora cinque sostantivi che SEJL suddivide in distinti nidi etimologici (cfr. fig. 23). Per descriverli userò il termine «reificazione» all’incirca nel senso di Ronald Langacker (Langacker 2008: 95, 107, 119), affinché il nostro approccio rimanga indipendente dalla formazione delle parole. Per maggiore chiarezza, prendiamo un esempio. Nella diffusione della polisemia del verbo kelti abbiamo impiegato lo schema FONTE > PERCORSO > META. Nella forma estesa dello schema, il verbo kelti concentra l’attenzione sull’inizio e sulla fine, ignorando il percorso stesso. Il verbo kilti, come abbiamo visto, esprime lo schema VERTICALITÀ. Ebbene, il sostantivo kelias è la reificazione di una parte monodimensionale del frame AFK/L, indipendentemente dalla derivazione o dall’etimologia di questa parola. Rispetto al verbo kelti, kelias è la reificazione della parte centrale PERCORSO dello schema FONTE-PERCORSO-META. A sua volta, tale schema funge da prototipo nelle metafore concettuali relative agli usi del sostantivo kelias. L’uso principale è concreto: 1 kelias 1. ‘tratto di terreno sul quale si cammina o si viaggia’ Ora questa strada non è più percorsa (dalla gente) J.]abl. In altri usi dello stesso lessema, kelias è concepito diversamente: Quella strada passa per Svieriai. È un movimento fittizio (Talmy 2000: 99). Accanto alla strada maestra cresceva una verde quercetta. Qui la strada è una parte del paesaggio. 1 kelias 3. ‘linea nello spazio (nell’aria, nell’acqua) lungo la quale si svolge il movimento’ La condurrò per i sentieri delle stelle Mair. È una metafora concettuale. La definizione del LKŽ descrive il prototipo. L’elenco potrebbe continuare, ma lo schema sarebbe ovunque lo stesso. Lo stesso si può dire degli altri nidi etimologici, con qualche commento. Kaulas è chiaramente un oggetto monodimensionale reificato, benché il suo uso sfrutti le proprietà meccaniche dell’osso. Kilpa è una linea chiusa monodimensionale. Usiamo il collo non solo per annuire lungo l’asse verticale, ma anche per guardarci intorno sul piano orizzontale. È interessante che qui venga in aiuto la linguistica comparativa: kaklas < *kal-klas (SEJL 2007: 245). Lo si può interpretare in vari modi, ma secondo il frame AFK/L è proprio come dovrebbe essere. Rimane l’antica parola kėlta (questa è la forma riportata in SEJL). Nel LKŽ troviamo: 1 kėlta 1. cfr. 1 keltas 1 keltas ‘ponte galleggiante di legno, usato per passare all’altra riva del fiume quando non c’è un ponte, zattera’ 2 kėlta vedi keltava 1 kėltava 1. vedi keltuva 1 kėltuva ‘bovino, animale domestico’. Įžvalgos / Insights 285 ALGIRDAS SAUDARGAS In che modo questa parola è adatta ad AFK/L? Abbiamo già avuto a che fare con una keltuvėlė: 1 keltuvė ‘mucca’. Ricordiamo: kélti VI.3. ‘spostare (il bestiame al pascolo) in un altro luogo’ Il padre andò a spostare le mucche. Questa pratica, oggi ormai quasi dimenticata, è stata fin dai tempi della rivoluzione neolitica la caratteristica più tipica dei bovini al pascolo, cioè delle keltuvai. È chiaro: le keltuvos sono quelle che bisogna continuamente spostare (naturalmente: kélti VI.3). Che cosa dice la linguistica comparativa? SEJL fa derivare la parola kelias dalla forma *kelas e dal verbo scomparso *kelti (con il significato di ‘mettere in movimento, dare una spinta o imprimere una rotazione’), che vengono ricondotti alla radice proto-linguistica *kʷelh₁-o- (SEJL 2007: 271). L’anello di congiunzione per una simile spiegazione è proprio la parola kélta. Dunque, secondo (SEJL 2007: 272), kelias è «la strada per la quale si conduce il bestiame al pascolo». In qualche modo è tutto sottosopra. Ma noi guardiamo pur sempre da prospettive diverse... In sintesi, possiamo affermare che la struttura ELD dello ŠP K-L si attiene ovunque alla delimitazione della parte unidimensionale della suddivisione dello spazio. La varietà dell’ELD è concentrata nella polisemia del verbo principale kelti. L’ulteriore evoluzione della struttura dell’ELD collega tra loro parole non imparentate (kelti / kalti), mentre all’interno della famiglia etimologica le variazioni dell’ELD accompagnano la derivazione e la flessione delle parole nel modo consueto. Passiamo allo ŠP KL– e consideriamo la parte rimanente della suddivisione dello spazio: la superficie bidimensionale. È naturale che attiri l’attenzione il verbo kloti: klóti 1. tr. ‘stendere, disporre, adagiare qualcosa su una superficie’ La seta delle foglie ricopre il terreno S.Nėr. Le altre accezioni hanno la stessa struttura ELD. Forse vale la pena menzionare soltanto due metafore caratteristiche: 22. rifl. ‘andare bene’ Durante il viaggio le cose mi sono andate bene. išklóti 7. fig. ‘raccontare per filo e per segno, esporre, spiegare’ Bisogna trovare una persona così, che sappia... presentarsi di persona e raccontare tutto per filo e per segno LzP. come stendere le foglie ‘parlare speditamente’. Tuttavia, abbiamo dieci famiglie etimologiche (cfr. fig. 23). Che cosa le collega alla superficie bidimensionale? Studiamo materiale empirico, perciò non siamo tenuti a imporgli nulla, ma dobbiamo capire come possa essere interpretato all’interno dello schema teorico adottato. Ricordiamo che il verbo kelti, pur restando entro i limiti della parte unidimensionale della suddivisione, ha sviluppato la propria polisemia nello schema astratto dello ŠTT, allontanandosi completamente sia dal movimento verticale sia dalla stessa JD (sempre la stessa mucca oppure l’informazione moderna). Lo stesso troviamo anche nello ŠP KL-. La lingua ha sviluppato l’opposizione {linea unidimensionale <> superficie bidimensionale} nella contrapposizione tra il movimento astrattamente unidimensionale e finalizzato (ŠTT) e il suo contrario. Kloti è soltanto un’interpretazione direttamente spaziale. In effetti troviamo due generalizzazioni essenziali che motivano l’intero insieme del lessico KL-. La prima generalizzazione è l’estensione del movimento dal piano bidimensionale allo spazio tridimensionale (klėsti), con le relative metafore (klėstėti). La seconda generalizzazione è la negazione del movimento finalizzato (klysti): 286 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne errare 1. intr., tr. ‘andare per una strada sbagliata, deviare inconsapevolmente dal vero cammino’. Si possono trascorrere ore e ore con il LKŽ e convincersi che tutti i lemmi dei fasci lessicali, tanto ricchi di manifestazioni fonologiche quanto di sfumature di significato, sono motivati, dal punto di vista dell’ELD, in un modo o nell’altro tra quelli menzionati. Di seguito presento solo alcuni esempi. 1 klėsti, klėsčia (–čia, klėčia, klėčia), -tė (klėtė, klėšo) 1. tr. ‘spazzare, spazzolare, spazzare via’ 3. tr. ‘avvolgere, coprire’ 4. tr. ‘nascondere, proteggere, difendere’ 6. intr. ‘muoversi, ondeggiare’ ecc. Non servono commenti. Klesčia (1 klėsti 9. ‘diffondere, ampliare’), dunque si diffonde e si sviluppa, sia nell’espressione sia nelle sfumature di significato dei contesti più diversi. Tra gli usi troviamo: Il giovane acero cresceva altissimo, spiegava le sue foglioline larghissime. Dal punto di vista dell’ELD, non c’è più bisogno di chiedersi che cosa sia l’acero. klejóti 1. ‘delirare, vaneggiare’ klejóti 3. ‘camminare dopo essersi smarriti, vagare, non riuscire a trovare la strada’ Come lemma, il SEJL ha scelto klejóti. I mutamenti fonologici hanno criteri propri. Dal punto di vista della struttura dell’ELD, klejóti 1 è una metafora il cui modello originario è klejóti 3. Dunque, il significato tipico è il già menzionato klýsti 1. L’opposizione tra monte e valle si ripete in parlare / ascoltare. Questo elenco potrebbe continuare. Non sono riuscito a trovare un’interpretazione soltanto per kiaulė, appartenente al fascio K–L. Non l’ho inclusa nell’elenco perché il SEJL considera incerta l’etimologia di kiaulės. Potremmo affermare che la corrispondenza è del cento per cento, se non fosse per qualche eccezione. Ma anche il maiale sogna le nuvole (verticalità!). 3. LA SAGA SU NARNIA Gli eroi dei libri per ragazzi di Clive Staples Lewis entrano più volte nel misterioso paese di Narnia e ne ritornano dopo aver compiuto varie imprese. In ogni avventura i bambini vi giungono in modi diversi, ma tutti hanno una caratteristica in comune: si arriva a Narnia immergendosi. Non sempre ci si immerge nell’acqua. Una volta devono passare (tuffarsi attraverso) la parete posteriore di un vecchio armadio, un’altra volta attraversare qualche altra superficie reale (anche acquatica) o immaginaria. Gli eroi di Lewis giungono sempre non solo in un altro spazio, ma anche in un altro spazio-tempo. Spesso tornano a casa non attraverso gli stessi varchi da cui vi sono entrati, ma in altri modi, attraverso le svolte della trama, intrecciando i mondi visitati con il proprio in un’unica visione del mondo. Įžvalgos / Insights 287 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 24. Fascio di radici N-R Si racconta che lo scrittore abbia scelto per caso il nome del paese delle fiabe. Sfogliando una vecchia carta geografica dell’Italia, notò la cittadina di Narnia (oggi Narni), in Umbria, a metà strada tra Roma e Assisi. Gli piacque il suono del nome. È una coincidenza, ma il legame di Narnia con il verbo lituano nerti non è arbitrario. Presso la cittadina di Narni scorre il fiume umbro Nera, che confluisce nel Tevere, mentre la radice ner in umbro significa guerriero. Anche in Lituania scorre il fiume Neris, e al posto del guerriero, sott’acqua, nuota nirà oppure neróvė. È un’eredità indoeuropea. Il dio greco del mare è Nereo, e le sue figlie sono le ninfe nereidi. Nella mitologia scandinava il dio Njord e la sua consorte Nertus sono associati all’acqua. Non dimentichiamo neppure il rapporto di Narciso con la superficie dell’acqua che rifletteva il suo volto (MNM 1992: 212, 231, 201). Non dovrebbe più sorprenderci trovare la struttura cognitiva soltanto nella lingua lituana, perché il verbo nerti ha conservato il suo significato principale 1 nérti 1. ‘entrare o scendere bruscamente (per es. nell’acqua)’ soltanto nelle lingue baltiche e slave (MA 2006: 293). Lo schema fonologico delle consonanti è illustrato nella figura 24. Nel SEJL troviamo otto voci, raggruppate in quattro famiglie etimologiche: N-R nerti I, nerti II, narys, niuras N-R norėti, norint N-RŠ neršti N-RT nertėti 288 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne Dal punto di vista semantico, l’etimologia riconduce i lessemi omofoni N-R a cinque significati prototipici: 1 nėrti 1. «tuffarsi, scendere rapidamente (di solito in acqua)» 2 nėrti 1. «fare un merletto, una rete; lavorare a maglia» norėti 1. «sentire il desiderio, desiderare» 1 neršti «deporre uova, riprodursi (di solito dei pesci e delle rane)» nertėti 1. «essere molto arrabbiato, infuriarsi, adirarsi, irritarsi» LKŽ presenta il verbo nerti in due voci distinte: 1 nerti «scendere rapidamente in acqua» e 2 nerti «lavorare a maglia». I linguisti non concordano se si tratti di significati diversi di una stessa parola o di omonimi, cioè parole i cui significati sono così distanti da dover essere presentate in voci separate. Nel manuale di Jonas Palionis (1999: 185) si ricorda che nella prima edizione del DLKŽ (1954) fu adottata la prima soluzione, mentre nelle edizioni successive, come nel LKŽ, si è adottata la seconda. Il manuale spiega che «finora non sono stati stabiliti criteri più rigorosi che consentano di dire se in un determinato caso concreto abbiamo una sola parola polisemica (con più significati), i cui significati sono distanti, oppure due parole, ossia omonimi» (ivi). In altre parole, non è ancora chiaro che cosa significhi l’espressione «significati distanti (o vicini) di una parola». In questo caso specifico, la linguistica comparativa non chiarisce molto di più. SEJL propone la seguente etimologia: 1 nerti I, 2 nerti, niuras, narys < *nerH- norėti < noras < *nārā- < *nā-ra < *neh₂-ro- neršti < *nerḱ- SEJL afferma che 2 nerti è «probabilmente collegato etimologicamente» a 1 nerti, ma non fornisce argomenti (SEJL 2007: 421, 422). MA presenta 1 nerti come esempio di una forma verbale conservatasi in lituano, corrispondente alla preposizione protoslava *ner («sotto»).po Questa preposizione ha dato origine, in modo interessante, alla parola germanica north, «nord» (poiché gli indoeuropei associavano il nord al basso). Nel medesimo volume, invece, 2 nerti è presentato come esempio della radice *(s)ner- (con il significato di «fissare con filo o corda») (MA 2006: 234, 293). In effetti, il problema è lo stesso: le radici ricostruite hanno significati simili a quelli lituani, e occorre rispondere alla stessa domanda sulla vicinanza o distanza dei significati. La struttura spazio-temporale dell’immersione in acqua (1 nerti) è illustrata nella figura 25. Per il lavoro a maglia (2 nerti) una figura del genere non è sufficiente. In che cosa le strutture spazio-temporali dei due gruppi di significati sono simili e in che cosa differiscono? Sono rappresentate entrambe nella figura 26. Immaginiamo una superficie P tesa su una linea chiusa L. Il movimento inizia nel punto A e attraversa la superficie P nel punto B. In seguito è indicato il punto C, in cui si sceglie tra due possibili traiettorie successive. Se la superficie P è la superficie di uno specchio d’acqua e la linea L è la sua linea di costa, il movimento può proseguire sotto la superficie, ma per tornare al punto iniziale A dovremo attraversare nuovamente (l’acqua) Įžvalgos / Insights 289 ALGIRDAS SAUDARGAS FIG. 25. Struttura spazio-temporale del verbo 1 nerti sulla superficie nel punto D. Se P è una superficie (immaginaria) su una linea chiusa, possiamo girare nell’altra direzione e, seguendo il contorno L senza più attraversare la superficie, torneremo al punto di partenza A. È proprio nel punto C che avviene la scelta tra 1 nerti e 2 nerti. Quel punto di scelta è l’oggetto della nostra ricerca. Di quale oggetto si tratta e quali discipline studiano oggetti simili? Il disegno si presta facilmente a un’interpretazione matematica. Rappresenta una proprietà importante di una superficie limitata bidimensionale: dopo averla attraversata, abbiamo due percorsi per tornare al punto di partenza. Questa situazione può essere formulata come un fatto della topologia, una branca della matematica. Ai matematici, tuttavia, non interessa affatto che queste due possibilità siano espresse dalla stessa radice lituana. Neppure la ricerca semantica ha bisogno della matematica. Le relazioni spaziali sono evidenti e una complessa branca della matematica non aggiungerebbe nulla in questo caso. Tutti vedono gli stessi significati del verbo, descritti in dettaglio nel LKŽ, ma ciascuno vede soltanto ciò che il paradigma della propria disciplina è in grado e desidera vedere. I significati del verbo nerti si distribuiscono chiaramente in due gruppi di concetti fondamentalmente diversi: 1 nerti (tuffarsi bruscamente in acqua) e 2 nerti (lavorare a maglia). Tuffarsi in acqua e lavorare a maglia non hanno nulla in comune. Che cosa non vede questo approccio? Non vede ciò che costituisce il principale strumento metodologico della nostra ricerca: una componente del contenuto del significato della parola, 290 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sąkmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 26. Struttura spazio-temporale congiunta dei verbi 1 nerti e 2 nerti che esprime le relazioni di spazio, tempo e dinamica delle forze (ELD). Mettiamo il gatto sinuoso nel punto C, affinché possa vedere l’intera struttura ELD. Il nostro oggetto di ricerca non è tanto il punto in sé, quanto lo stato mentale di fronte alla scelta. Nella sezione 1.2 abbiamo chiamato tale stato abėja. Guardando così il nostro esempio, non solo vediamo l’insieme dei significati della parola, ma possiamo anche cogliere un fatto peculiare della lingua lituana. La radice ner ha conservato nella lingua lituana lo stato di abėja. È facile convincersene sviluppando sistematicamente anche una frase del genere: Mi tuffo… Lavoro a maglia… Lavoro a maglia una rete nell’acqua. Si potrebbe verificare, con semplici test psicologici, migliaia dei quali vengono svolti ogni giorno in tutto il mondo, come cambia la comprensione della frase. È molto probabile che cambi secondo questa sequenza: 1 nérti > 2 nérti > 1 nérti. Finché gli psicologi in Lituania non si interesseranno alle proprietà uniche della propria lingua, non ci resta che proseguire la ricerca con i nostri mezzi. Nel punto C scegliamo un contesto spaziale, Įžvalgos / Insights 291 ALGIRDAS SAUDARGAS il cosiddetto frame di riferimento (AF). La scelta a cui conducono questo e altri esempi lituani è ingiustamente ignorata negli studi contemporanei sulla percezione dello spazio. Ricordiamo che lo spazio è tridimensionale e isotropo. La semantica del verbo nerti conduce allo stesso primo passo che riduce l’isotropia dello spazio, discusso nella sezione 2.1. Le due scelte più semplici possibili distinguono i significati 1 nérti e 2 nérti. Il significato 1 nérti è percepito nel frame AFK-L, poiché la superficie dell’acqua attraverso la quale ci si tuffa non è delimitata in nessun uso. A differenza della semantica K/L, in cui tutto avviene sopra la superficie terrestre, qui viene descritta una condizione al di sotto della superficie (dell’acqua). Il significato 2 nérti non è più associato all’acqua, ma la superficie attraverso la quale si passa è delimitata. Non ci spostiamo nel frame AFL-K, come nel caso L/K, bensì nell’intersezione dei frame AFK-L e AFL-K. Qui il termine «intersezione» andrebbe messo tra virgolette, poiché descrive direttamente soltanto il fatto geometrico che il contorno L si ottiene come sezione di una superficie aperta e di una chiusa. Per la combinazione stessa dei frame di riferimento sarebbe forse opportuno ricorrere alla tecnica della fusione concettuale (ing. blending). In questo articolo ciò richiederebbe troppo spazio. 4. LA SAGA SULL’AMORE E LA FELICITÀ La struttura del fascio di radici L-M/M-L è presentata nella figura 27. Le voci del SEJL sono raccolte in 11 famiglie etimologiche: L-M determinare, felicità M-L caro, affettuoso, amare M-L macinare M-L macinare, mulino, picchio, midollo, farina, argilla, azzurro, miscuglio, sabbia M-L menzogna M-LD pregare M-LD melda M-LK legna M-LK legna da ardere M-LŠ sbucciare M-LŽ mungere, gigante Il FP L-M comprende una sola famiglia etimologica, la cui semantica, che esprime la relazione tra parte e tutto, abbiamo esaminato nella sezione 1.4. Qui approfondiremo il FP M-L, composto da dieci famiglie etimologiche. Esaminerò la semantica soltanto delle quattro famiglie principali (senza consonanti aggiuntive). Nel titolo della saga si accenna a una simmetria amore / felicità. Tuttavia, la natura cognitiva della simmetria risiede non in queste parole popolari, bensì nell’inversione della relazione tra tutto e parte. Invertendo la struttura ELD di lemti / limti, che consiste nel distaccare una parte (lamo) dal tutto (lėmimą), dobbiamo attenderci l’azione opposta: la formazione del tutto a partire dalle parti. 292 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne FIG. 27. Fascio di radici L-M / M-L La struttura cognitiva M-L dice altro. Come vedremo, la semantica delle parole M-L conduce alla relazione tra limitato / illimitato e discreto-continuo. I verbi del fascio M-L esprimono una trasformazione da discreto limitato a discreto illimitato e, successivamente, una trasformazione in continuo limitato. In effetti, staccando una lamą di torta o di pane, non rimuoviamo un componente dal meccanismo, ma separiamo una parte di un oggetto continuo limitato (la stacchiamo). Sarebbe interessante approfondire e ripensare, da questo punto di vista, l’analisi mitologica di Greimas. In questo articolo mi limiterò all’analisi della PF M-L, alla quale passo ora. La semantica M-L / L-M ha la forma di una metafora concettuale (nel senso in cui è intesa nella linguistica cognitiva). È una proiezione da un dominio concreto (la produzione e il consumo del pane) a uno astratto (le relazioni comunitarie), collegati dalla stessa struttura ELD. La produzione del pane (e il suo consumo) si articola in tre fasi: a) i cereali vengono macinati in farina, b) la farina viene impastata (con acqua), c) il pane viene cotto (sul fuoco), d) il pane viene affettato per essere consumato. Queste fasi non sono frutto dell’immaginazione, ma sono tratte dalla lingua. Corrispondono a tre famiglie etimologiche, alla cui base si trovano i verbi: malti, milti ir lemti. Tutte le altre famiglie si basano o su sostantivi (per esempio, mylas), oppure presentano gruppi consonantici (per esempio, melsti) e sono derivati dal punto di vista cognitivo e fonologico. Questi Įžvalgos / Insights 293 ALGIRDAS SAUDARGAS I tre passaggi nell’ambito delle relazioni comunitarie non sono evidenti; presenterò quindi per prima cosa l’ELD. La semantica cognitiva suddivide le entità percepite in limitate / illimitate e discrete / continue (Talmy 2000: 59). Le quattro combinazioni risultanti sono illustrate nella fig. 28. Le frecce rappresentano la sequenza delle trasformazioni: il passaggio da discreto limitato a discreto illimitato, la trasformazione da discreto a continuo e, infine, la trasformazione di un continuo illimitato in un continuo limitato. Il nostro obiettivo è verificare che la struttura ELD della semantica dei verbi con la radice M-L corrisponda proprio a queste trasformazioni. Inoltre, queste trasformazioni avvengono parallelamente sia nell’ambito concreto (la produzione del pane) sia in quello astratto (le relazioni comunitarie), come richiesto dallo schema della metafora concettuale. A prima vista non è evidente che il verbo malti sia connesso alla trasformazione di un discreto limitato in un discreto illimitato: malti 1. ‘ridurre i cereali in farina’. Questo significato indica chiaramente un semplice meccanismo per ricavare la farina dai cereali. L’uso in un contesto più ampio, ‘triturare, sfregare, pestare qualcosa fino a ridurlo in farina, in particelle minute’, è ancora più chiaro. Malti significa trasformare oggetti materiali più grandi in oggetti più piccoli, più minuti o (nel caso della farina) persino appena visibili. In questo senso, il verbo malti è sinonimo dei verbi pestare, sfregare, triturare, frantumare e simili, che esprimono il medesimo processo sotto diversi aspetti e a diversi gradi. Esaminiamo più da vicino il contesto che ci offre il LKŽ. Anche il fatto che miltai significhi ‘prodotto di cereali macinati’ non ci dice nulla di nuovo. La forma singolare di questa parola, tuttavia, cambia molte cose: miltas ‘parte farinosa del chicco’. Poiché questo è di importanza decisiva per la nostra ricerca, vale la pena esaminare una serie di esempi riportati dal LKŽ: Avižų mažas miltas, o didelė sėlina. Grūdą parkandus, miltas matyti. Ar pupelė, ar žirnis – turia tokį pat miltą. Mažųjų linų sėmuo y[ra] juo pripurpęs, didelį miltą turia. Grūdai sudžiūvo, bet nebuvo dar milte, iš to badas [1868 m.]. Questi esempi illustrano la struttura del chicco, che era percepita con grande chiarezza nella comunità agricola. Ne consegue che la miltus non si ottiene «triturando i cereali fino a ridurli in farina», bensì in qualche altro modo, perché il miltas è già nel chicco. Si diceva persino: «il chicco è / non è grūdas yra / nėra milte», a seconda che il miltas fosse grande o piccolo. I chicchi contengono già in sé la miltus. Ogni chicco contiene un miltą e il loro insieme, malant, dà origine alla miltus. Miltas si trova nel chicco come in un contenitore chiamato sėlena. Macinando, il miltas viene separato dalla sėlenos e liberato dal contenitore. Ricorriamo alle strutture cognitive per chiarire in che cosa differiscono i significati del verbo malti, ‘ridurre i cereali in farina’ e ‘triturare, sfregare, pestare qualcosa fino a ridurlo in farina, in particelle minute’, sebbene il LKŽ li presenti come significati identici 294 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne maltį: discreto limitato si trasforma in discreto illimitato 2 milti: discreto illimitato si trasforma in continuo illimitato 1 milti: continuo illimitato si trasforma in continuo limitato FIG. 28. Variazione della struttura ELD della saga M/L varianti. Possiamo frantumare le pietre riducendole in pietrisco; ancora più fine sarà la ghiaia, poi la sabbia e infine la polvere. Percependo così la macinazione dei chicchi, ci troviamo a un livello più grossolano della struttura cognitiva, adatto alla pietra ma che non presta attenzione all’intuizione più profonda, alla struttura del chicco. Se maciniamo la pietra, il continuo limitato si trasforma in discreto illimitato. Più precisamente, è un altro schema, in cui un oggetto singolo diventa plurimo. Se maciniamo i chicchi e teniamo conto della struttura del chicco, il discreto limitato si trasforma in discreto illimitato. Queste trasformazioni sono percepite in modo diverso. Una pietra (continuo limitato), ridotta in polvere (discreto illimitato), non è un contenitore per quella polvere. Il chicco ha una crusca che contiene la farina e, macinando i chicchi, liberiamo la farina da quel contenitore. Si tratta di strutture cognitive fondamentalmente diverse. La lingua è molto precisa nell’esprimerle. Quando liberiamo da un contenitore un contenuto discreto o continuo, usiamo parole diverse. L’acqua (continuo) la versiamo dal recipiente, mentre i chicchi (discreto) li versiamo dal sacco. Non possiamo spargere l’acqua né versare i chicchi. La farina, come la polvere, non si sparge né si versa. Occupa una posizione intermedia, di transizione, perciò Įžvalgos / Insights 295 ALGIRDAS SAUDARGAS dobbiamo usare una parola universale: versiamo la farina (ma versiamo anche l’acqua e i chicchi). Dunque, la struttura cognitiva della semantica di macinare comprende sia una struttura più grossolana sia una più profonda. Macinare è sinonimo di spargere o di triturare? La risposta dipende dalla profondità dell’intuizione. Il linguaggio può essere al tempo stesso di precisione impeccabile e poeticamente libero. Come abbiamo detto, non possiamo spargere l’acqua, né versare i chicchi. Trasponendo lo stesso schema, attraverso la metafora, nell’ambito sociale, nel LKŽ troviamo che le persone possono versarsi, riversarsi e affluire. In questo modo giustifichiamo la fase a della produzione del pane menzionata sopraa. La struttura delle fasi b e c è del tutto evidente, poiché il pane è prodotto dalla farina (discreta e non delimitata) e, attraverso l’impasto e la cottura, diventa un oggetto continuo. Del resto, la parola pane è usata sia in senso delimitato (una pagnotta) sia in senso non delimitato (dammi del pane). Questa fase comprende due trasformazioni: dal discreto al continuo e dal non delimitato al delimitato. Le esamineremo insieme, perché la semantica delle parole si sovrappone in modo interessante. Il rapporto con il verbo milti non è evidente. Nel LKŽ troviamo due significati (e due forme fonologiche): 1 milti, milia, mylė «immergere pietre riscaldate (nell’acqua fredda della sauna)» Andiamo in sauna: ho già visto che immerge le pietre. 2 milti, milsta, milo «cominciare ad amarsi» Vivendo in armonia, le persone cominciano ad amarsi l’una con l’altra. Il secondo significato 2 milti rivela uno strato cognitivo. Il significato riportato nel LKŽ, «cominciare ad amare», resta in superficie, mentre l’esempio rimanda a uno strato più profondo. Le persone milsta se vivono in concordia. Possiamo intendere che le persone cominciano ad amarsi reciprocamente. Ma l’uso del verbo milsta è intransitivo, cioè rivela non ciò che le persone fanno, ma ciò che accade loro: le persone milsta. Amando, le persone passano da un insieme di individui separati (discreto illimitato) a una comunità (continuo limitato). È la stessa trasformazione che avviene producendo il pane dalla farina. Nel LKŽ non troviamo il significato secondo cui la farina, trasformandosi in pane, milsta. Ancora una volta, è del tutto irrilevante che un tempo esistesse o meno tale significato, o che avesse un’altra espressione fonologica. È la struttura cognitiva stessa a essere conservativa, e a testimoniarlo è il significato del verbo. La cosa più sorprendente è che il primo significato della parola 1 milti è direttamente legato alla produzione del pane. La farina non possiede più individualità, ma senza di essa non si può cuocere il pane. Tuttavia, per diventare pane, la farina deve attraversare una procedura, carica di simbolismo, di fuoco e acqua. Ha inizio il mistero del fuoco e dell’acqua, e solo grazie a esso avremo un pane fragrante. Dunque la farina non è soltanto il risultato della macinazione, ma è anche la causa del processo successivo (milti). Gli elementi costitutivi si fondono in un’unica totalità: il pane. Non resta che ricordare che nell’antichità il pane veniva cotto nella sauna... Anche altre parole testimoniano la struttura cognitiva delle fasi b e c. SEJL riporta la parola mylas come lemma per tutti i significati e le forme legati all’amore, compreso 2 milti. È riportato separatamente soltanto 1 milti, la cui origine è lasciata inspiegata. Lo sguardo cognitivo, invece, rimette ogni cosa al suo posto. I sostantivi si raggruppano intorno a: mylas, mielas, mielės. È facile cogliere quel denominatore comune di significato: ciò che attrae verso 296 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV Fonosemantinės sakmės lietuvių kalbos žodyne un’unica totalità (pane, comunità, edificio) un «fermento» – che si intendesse lievito, gesso o una persona amabile. È una trasformazione dal discreto al continuo. L’ultimo stadio d è legato alla trasformazione fonologica M-L > L-M. La trasformazione fonologica L-M, come menzionato, l’abbiamo discussa nella sezione 1.4. È interessante che nel LKŽ vi sia anche la metatesi fonologica milinys / liminys. È comprensibile che la sua natura sia del tutto diversa. ŠALTINIAI DLKŽ – Dabartinės lietuvių kalbos žodynas, trečiasis elektroninis leid., vyr. red. Stasys Keinys. Vilnius: Lietuvių kalbos institutas. IPU 2014–2015 – Istorija. Pilietinis ugdymas. Mokymosi priemonių katalogas. Kaunas: Šviesa, Vilnius: Alma littera. LKŽe – Lietuvių kalbos žodynas 1–20, 1941–2002; elektroninis variantas. Redaktorių kolegija: Gertrūda Naktinienė (vyr. redaktorė), Jonas Paulauskas, Rიტutė Petrokienė, Vytautas Vitkauskas, Jolanta Zabarskaitė. Vilnius: Lietuvių kalbos institutas. Prieiga internete www.lkz.lt. MA 2006 – Mallory J. P., Adams D. Q. The Oxford Introduction to Proto-Indo-European and the Proto-Indo-European World. Oxford University Press. MNM 1997 – Mify Narodov Mira. Olimp. SEJL 2007 – Smoczyński Wojciech. Słownik etymologiczny języka litewskiego, Vilnius: Vilniaus universitetas. 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It was observed that the senses of certain words with interchanged consonants remain related. Those observations were not supported by the scholars of the Lithuanian language. In this article an account explaining fonosemantic phenomena in the Lithuanian language is presented. This account partitions the content of the word sense into the conceptual part and the content which expresses space, time and force dynamic (STD) aspects. The conceptual part of the word sense provides access to encyclopaedic knowledge and is processed consciously. STD part remains unconscious. The fonosemantic phenomena under this account are explained as the extension of the cognitive topology of the network of word senses to phonologically similar though not genetically related words. Several examples are investigated. The network of senses of the Lithuanian verb kelti (to rise, to lift) is studied and expanded. It is demonstrated that STD content of verbs with consonants K/L in the root corresponds to the frame of reference which partitions isotropic 3D space into unbounded 2D manifold plus verticality of one dimension. On the other hand, STD content of senses of the verb laikyti (to keep, to hold) corresponds to the frame of reference which partitions isotropic 3D space by bounded 2D manifold. Words with consonants N/R; M/L <> L/M are analysed in a similar manner. Įteikta 2016 m. gegužės 5 d. ALGIRDAS SAUDARGAS Europos parlamento nario Algirdo Saudargo biuras Teatro g. 8, LT-03107 Vilnius, Lietuva [email protected] 302 Acta Linguistica Lithuanica LXXIV