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2021, VOL. 17, N. 38, pp. 397 - 409 !ISSN 2279-9001 Leggere di nascosto in età contemporanea. Un seminario costruito con fonti orali tra Public History e Library learning.! Secret reading in the contemporary age. A workshop designed with oral sources between Public History and Library learning. Monica Dati, Università degli Studi di Firenze. Leggere significa identificarsi con l’amante, con il mistico. Leggere significa essere un po’clandestini, abolire il mondo esterno, spostarsi verso una finzione, aprire le parentesi dell’immaginario. (Bellenger, 1980, p.23) Introduzione alla ricerca: Public History, biblioteche e ricordi di lettura “Hai mai letto di nascosto?”. Questa è una delle tante domande che è stata rivolta agli utenti della Biblioteca Civica Agorà (Lucca) che hanno partecipato al progetto Madeleine in biblioteca, un progetto volto al recupero di testimonianze scritte ed orali in relazione al molteplice e variopinto rapporto che abbiamo con i libri dall’infanzia all’età adulta. ! Autore per la Corrispondenza:. Monica Dati, Università di Firenze. E-mail: [email protected] 397 ABSTRACT ITALIANO Il presente articolo vuole essere un resoconto del seminario Libri clandestini. Letti di nascosto, censurati, proibiti. Un excursus storico, svolto presso la Biblioteca Civica Agorà di Lucca il 10 settembre 2020. Costruito utilizzando fonti orali raccolte grazie ad interviste tese al recupero di ricordi e memorie di lettura, il seminario si è posto innanzitutto come momento di riflessione per rendere la storia della lettura patrimonio comune e ricostruire il passato attingendo anche dalle narrazioni storiche dei non specialisti secondo un approccio di Public History. In questo contesto le biblioteche possono svolgere un ruolo centrale nel collegare mondo accademico e comunità, presentandosi non solo come luoghi dove raccogliere e conservare libri ma centri di esperienza e conoscenza al servizio del pubblico. ENGLISH ABSTRACT The aim of the paper is to present the workshop Libri clandestini. Letti di nascosto, censurati, proibiti. Un excursus storico, realized in cooperation with the Lucca Civic Library. Designed through oral sources and interviews about reading memories, the project was an important moment of reflection on history of reading and a path to involve the public of nonspecialists in the costruction of the historical narratives according to a Public History methods. In this context, libraries can play a key role to put in touch the scholars with the social memory, proving to be not only places to collect and store books but centers of experience and knowledge at the service of the public. TEMA LIBERO
DATI La lettura nella sua affascinante complessità, è una delle pratiche su cui si fondano aspetti centrali della nostra tradizione culturale, della nostra vita emotiva ed intellettuale e il campo degli studi relativi alla sua storia è estremamente ampio, articolato, diversificato, ricco di fonti documentarie molto eterogenee (Vivarelli, 2018; Cavallo & Chartier, 1995). A tal proposito storici e ricercatori hanno sottolineato l’importanza delle testimonianze autobiografiche dei lettori, le loro esperienze intime, uniche e soggettive, le loro storie individuali che partecipi di una storia collettiva possono metterne in luce gli aspetti meno indagati e trascurati, quelli che hanno a che fare con i sentimenti, le abitudini, le emozioni e le spinte ideali (Altick, 1998; Burnett, Vincent & Mayall, 1984; Darnton 1994; Lyons, 2010). Di queste esperienze oggi non si parla molto per quanto il libro rappresenti ancora una delle fonti di arricchimento ed apprendimento principali non solo a livello culturale, ma anche etico e civile, per bambini, adolescenti ed adulti (Nobile, 2004). Ogni libro incontrato può contribuire a renderci una persona diversa, condizionando i nostri atteggiamenti e comportamenti, proprio come sottolinea Primo Levi: “Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto poco o niente a seconda dell’ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del labirinto che la sorte ci ha assegnato. Non c’è una regola” (Levi, 1981, p. 19). E’ così che ha preso corpo l’idea di mettersi in ascolto dei lettori e di prestare attenzione alle loro parole così come indicato da Michèle Petit (1993, 2010) attraverso le sue interviste a uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, di campagne e quartieri popolari e come suggerito da Alberto Manguel (2010) che in una sua celebre opera sostiene che “la storia della lettura è la storia di ciascun lettore” (p. 324). Con questa semplice asserzione l’autore argentino vuole evidenziare come tante piccole storie di apprendimento informale vadano a comporre effettivamente un mosaico più grande, una galleria che procede di pari passo con la Storia e che parla di occhiali, traduzioni, promozione sociale, banchi di scuola, roghi, censure, biblioteche, di libri imposti, amati ed odiati, letti di nascosto. È in questo quadro, rapidamente delineato nelle sue caratteristiche principali, che si colloca il progetto Madeleine. Iniziato durante i mesi di lockdown per Covid-19, il lavoro ha visto gli utenti della biblioteca far dono di storie e racconti da restituire alla comunità per promuovere una riflessione comune sull’importanza di pensare storicamente, secondo un approccio di Public History (Cauvin, 2016), generata prima di tutto dalla volontà del pubblico di prendere parte alla documentazione, scrittura, discussione sul passato. Il coinvolgimento della Biblioteca Civica in quest’ottica è stato imprescindibile per mettere in evidenza come i saperi accademici possono essere effettivamente messi in contatto con i contesti educativi, molto più di quanto non sia stato fatto finora, in modo da rispondere, insieme ad altre discipline, ai bisogni sociali emergenti. “La storia dell’educazione nel suo incontro con la Public History è chiamata così a prendersi cura dei bisogni sociali, per creare nuove proficue relazioni tra l’educazione formale, non formale e informale, tra il passato e il presente di educatori e insegnanti” (Bandini & Oliviero, 2019, p. 10), tra il mondo della ricerca e la società tutta. La biblioteca pubblica inoltre, come affermato da Filippo Maria De Sanctis, Paolo Federighi (1981) e Alberto Petrucciani (2009), non è esclusivamente “un’agenzia informativa” ma una struttura privilegiata per l’erogazione dell’educazione permanente, proprio perché onnipresente nel corso della vita 398
DATI dell’individuo, dall’infanzia all’età adulta attraverso le sue tante declinazioni. Non un mero contenitore di libri ma una sede per l’apprendimento di competenze e strumenti utili alla vita quotidiana e all’esercizio di una cittadinanza attiva, un luogo dove cultura, tempo libero, scambi umani ed educazione permanente si intrecciano. Molti infatti i saperi che compongono quello che nel mondo anglosassone viene definito library-learning ossia apprendimento in biblioteca (Hull, 1991): dalla information literacy (saper cercare, selezionare, recuperare l’informazione) ai corsi di alfabetizzazione, dai gruppi di lettura ai laboratori di digitalizzazione informatica (Brunelli, 2006). Una learning organization (Federighi, 1996) dove agiscono processi formativi di carattere formale, non formale e informale e dove possono essere realizzati anche progetti di Public History la cui demarche “prevede infatti un forte coinvolgimento delle persone, delle collettività, e di tutto il loro patrimonio di ricordi, immagini, oggetti” (Batini, Bandini & Benelli 2020, p. 48). In questo senso le biblioteche rappresentano come le scuole e le università, gli spazi/luoghi/contesti democratici privilegiati per attivare momenti e processi costruttivi di discussione, partecipazione, approfondimento e riflessione su discorsi storicoeducativi, la storia della lettura può essere uno di questi. Metodologia Le interviste agli utenti della biblioteca tra Storia Orale e Storia Digitale Dopo uno sviluppo fortunato negli Stati Uniti la Public History si è affermata con successo nell’ultimo decennio in diversi paesi europei, in particolare in Italia, come area di lavoro storico scientifica tesa a ricercare un maggior dialogo tra storici e società e un rapporto scambievole e dinamico tra mondo accademico e un pubblico di non specialisti. Il principale obiettivo della disciplina è mettere in pratica un dialogo tra interlocutori diversi per stabilire una conoscenza diffusa e condivisa del passato per valorizzare la storia e l’importanza di “pensare storicamente”, ritenuto un pensare utile per tutta la collettività, non ultimo il mondo della scuola e della formazione. Esperienze di Public History possano infatti essere proficuamente sviluppate anche in ambito storico-educativo attraverso il coinvolgimento di soggetti diversi (studenti, insegnanti, famiglie, educatori, musei e biblioteche) e con valenze euristiche davvero molteplici, capaci di connettere ambiente accademico, didattica e memoria sociale e di fornire quindi strumenti di comprensione sempre più critica del mondo circostante. Nei progetti dei public historians ricorrono spesso termini come comunicazione, coinvolgimento, collaborazione e cooperazione, che rendono l’idea di quanto la disciplina faccia affidamento sul pubblico percepito non come un consumatore passivo di narrazioni storiche ma un soggetto in grado di interagire e di essere coautore di storia (Frisch, 1990). Con quali modalità e secondo quali prospettive? A tal riguardo Thomas Cauvin, studioso particolarmente attento al collegamento attivo nella pratica del lavoro dello storico con un pubblico non scientifico di attori e alla proiezione del metodo storico all’esterno delle università, fornisce alcuni esempi che rimandano alla Storia Orale e alle possibilità offerte da internet e dalla Digital History (Cauvin, 2016). 399
DATI Storia Orale La storiografia contemporanea ha rivalutato le testimonianze di carattere autobiografico - diari, memorie, lettere, fonti orali – come risorsa preziosa per lo storico perché permettono di “afferrare” e capire le idee e i comportamenti degli individui che le hanno prodotte e ai quali le fonti “ufficiali” spesso non danno voce, che accompagnano e determinano il corso di un’esistenza e quasi sempre restano in silenzio o si sedimentano in memorie familiari o collettive. Un approccio basato sul primato delle esperienze individuali e collettive, che ci avvicina ai pensieri delle persone, a ciò che hanno sentito e percepito (Portelli, 2000, 2007). La particolare e ricca declinazione che la Storia Orale ha avuto in Italia (si pensi a Luisa Passerini, Alessandro Portelli e Giovanni Contini) è sicuramente testimonianza ed esito importante di questo approccio metodologico e della nuova sensibilità verso tutte quelle categorie della diversità che in passato sono state nettamente lasciate silenti. Essa vanta nel nostro paese una tradizione ormai pluriennale ed essendo nata fuori dallo stretto contesto accademico e caratterizzata da una metodologia aperta e partecipativa, si può considerare strutturalmente come Public History quando condivisa ed elaborata insieme al pubblico dei testimoni. Non mancano inoltre studiosi che si sono avvalsi di fonti orali per indagare la storia della lettura. Tra questi vale la pena ricordare, oltre a Michèle Petit, Martyn Lyons e Lucy Taksa e il loro Australian Readers Remember (2009); Janice A. Radway e il suo Reading the romance (1984) sul consumo di romanzi rosa; Sarah McNicol che utilizzando una metodologia di storia orale ha esplorato i ricordi delle esperienze di lettura dell'infanzia inglese durante gli anni '40 e '50 (2007). Il progetto Madeleine ha così preso avvio con le interviste agli utenti della biblioteca che sono state realizzate tramite registrazioni audio e sviluppate integrando un questionario utilizzato da Piero Innocenti negli anni ‘80 (Innocenti, 1989): Qual è il tuo primo ricordo di lettura? Cosa hai letto durante l’infanzia? I genitori e la famiglia che ruolo hanno rivestito? Che ricordi hai della lettura a scuola? Alle elementari, medie ed eventualmente alle scuole superiori? C’è un ricordo particolare della tua vita legato ad un libro? Che cosa significa per te leggere? Che rapporto hai con le biblioteche? Ci sono libri che hai odiato? Il tuo libro preferito? Hai mai letto di nascosto? Perché? Ci sono domande che non ti ho fatto? Ore di registrazione, di ricordi e preziose esperienze che non potevano restare in un cassetto ma restituite al pubblico. Per favorire una più incisiva riflessione collettiva sul racconto della storia di vita ma soprattutto un collegamento con il territorio e la comunità cittadina, lo strumento privilegiato è sembrato l’organizzazione di un seminario costruito avvalendosi delle testimonianze raccolte. Un laboratorio inteso come momento di dialogo tra i soggetti nel sostegno alla contestualizzazione della memoria storica e come spazio per un dibattito comune volto a superare la visione dualistica del dare e ricevere educazione, 400
DATI dell’insegnare e dello studiare. La scelta è ricaduta sulla lettura di nascosto, tema ritenuto particolarmente originale e già segnalato dalla Biblioteca Civica ad Aib (Associazione italiana biblioteche) (1) in occasione della giornata dedicata ai libri bruciati nei roghi nazisti Storia Digitale Si tratta di una prospettiva particolarmente congeniale agli studi sulle memorie educative soprattutto nel favorire un legame tra la ricerca accademica, i luoghi di apprendimento ed i contesti di vita. Un approccio utilissimo ad incorporare storie dal basso nella narrazione storica con modalità non sempre possibili nella stampa, nelle esposizioni e ovviamente nei manuali scolastici che si avvale delle nuove tecnologie di comunicazione, aiutando a dare parola non solo ai singoli ma anche ad associazioni e gruppi (Salvatori, 2017). Terminate le interviste si è pertanto proceduto all’ideazione e progettazione di un sito web (www.madeleineinbiblioteca.it), collegato ad una pagina Instagram per allargare il bacino di partecipazione e condivisione digitale dell’esperienza e avvalersi delle potenzialità offerte dalla Storia Digitale. Il sito, realizzato tramite la piattaforma WordPress e indirizzato a tutti coloro che amano la lettura e quanti siano interessati agli aspetti educativi ad essa connessi, ruota intorno ad una pluralità di tematiche: dai ricordi di infanzia alla letteratura di genere, dal ruolo della famiglia e dei genitori a quello della scuola, spingendosi ad indagare anche il tema della lettura di nascosto, oggetto del seminario realizzato interamente con fonti orali. Il seminario: Libri clandestini letti di nascosto, censurati e proibiti. Un Excursus storico “Le autorità lo hanno sempre saputo i lettori sono gente pericolosa” afferma lo scrittore Heinrich Böll. Pericolosa per chi? Questa la prima domanda rivolta ai partecipanti al seminario sulla lettura di nascosto svoltosi presso la Biblioteca Civica di Lucca il 10 settembre 2020 in collaborazione con l’Associazione Amici dell’Agorà. Le risposte sono state concordi. Per le autorità. Quali? “Le solite di sempre, quelle che si preoccupano del bene di tutti noi: lo Stato, la Chiesa, l’esercito” (The Book Fools Bunch, 2019, p. 8) le congregazioni religiose, concili e concistori, ma anche la scuola, i datori di lavoro, genitori, anziani, insegnanti. Una storia che va avanti da secoli e che non racconta soltanto di libri bruciati, quelli cioè vittime di una vera e propria distruzione fisica dell’oggetto (Löwenthal, 1991; Fabre, 2008). Ci sono infatti libri che non si devono leggere, che sono sconsigliati, che esercitano una cattiva influenza, che possono distrarre dalle cose serie, che potrebbero mettere in dubbio la fede o spingere verso fantasie peccaminose. Libri considerati inadatti, scabrosi, immorali. Letture troppo leggere, disimpegnate, irrispettose, dissidenti, ideologiche, da non nominare (The Book Fools Bunch, 2019). Le esperienze di lettura clandestina possono essere davvero molteplici, oggi come ieri, a seconda del contesto storico, sociale e culturale, dei vissuti personali. Un esempio emblematico è fornito dagli studi della già citata Michèle Petit (1993, 2010). L’antropologa conducendo ricerche sulla lettura nelle campagne francesi degli anni ‘80, è rimasta sorpresa nel constatare che in certe regioni, leggere poteva dimostrarsi impossibile o 401
DATI rischioso, perché non serviva apparentemente a niente, dato che l'utilità di questa pratica non era stata dimostrata. Molte persone si riferiscono a questa prescrizione secolare: “non bisogna perdere tempo, non bisogna restare senza far nulla”. Petit riporta le parole di una contadina: “E' la mentalità qui: non si perde tempo a leggere. Ci sono sempre persone che passano e dicono: Ah sì, a lei non importa nulla che suo marito si ammazzi di lavoro. Quando vedo qualcuno che arriva, nascondo il libro. Spio chi arriva. La mia attenzione non è piena. Il minimo rumore... mi preparo” (Petit, 2012, p. 12). Partendo da esperienze uniche e soggettive il laboratorio ha esplorato questo variopinto universo cercando di contestualizzarlo storicamente e di fare delle autobiografie raccolte materiale per promuovere una riflessione collettiva su alcuni specifici percorsi: dal ruolo della Chiesa alla questione di genere, dalla lettura di nascosto degli schiavi afro-americani ai roghi di libri, dall’autorità familiare alla letteratura erotica. Di seguito alcuni esempi. Letture sospette, proibite e Congregazione dell’Indice Marusca, 1938 Mi ricordo una volta mio marito mi mandò a comprare un libro messo all’Indice. Andai in San Giusto e c’era un prete che stava per essere servito e mi fece certi occhiacci, e il garzone mi disse “signora compra un libro messo all’Indice”. “Io che ne so”, mio marito mi disse “vai a prendere questo libro...”. Ti ricordi il titolo? La Pelle di Curzio Malaparte, lo andai a comprare e mi dissero che era un libro messo all’Indice. Giovanni, 1953 Ricordo negli anni ‘50 per la Chiesa era proibito leggere La Nausea, L’essere ed il nulla, La morte nell'anima di Sartre. Per me si trattava di una scommessa su un pensiero difficile e provocante ma certamente moderno anche oggi. Teresa, 1951 In collegio dalle suore non si poteva leggere niente se non quello che ti veniva dato da loro. Le vite dei Santi, Santa Teresa…tutte le Teresa diventate Sante, Sant’Agostino. Di nascosto? Mai, quando? Mai! Eravamo sempre sorvegliate, neanche di notte sotto le lenzuola con la piletta si poteva leggere di nascosto, si dormiva in un grande camerata come quella dei soldati. La suora dormiva lì e passeggiava su e giù finché tutte non si erano addormentate. Era proprio così. E tutta la posta che ricevevi era controllata. Queste testimonianze sono servite per aprire una riflessione su come la censura cattolica abbia avuto fino ad oggi pesanti conseguenze sulla cultura, il pensiero scientifico e la diffusione della lettura anche quando i tempi e gli spazi per sottrarsi ai divieti sono aumentati. Come noto, l’Indice dei libri proibiti, istituito nel 1559 e abolito solo nel 1966 ha rappresentato lo strumento con cui il Vaticano ha combattuto sia a difesa della propria ortodossia sia contro possibili ingerenze da parte della cultura laica (Wolf, 2006). Il giovanissimo Goethe ricorda così il rogo di un romanzo comico francese messo all’Indice: Dovemmo essere testimoni di diverse esecuzioni, e val la pena di ricordare che fui presente al rogo di un libro. Era l’edizione di un romanzo umoristico francese che 402
DATI risparmiava sì lo Stato ma non la religione e i costumi. Esercitava veramente una vaga impressione paurosa veder eseguita una punizione su una cosa inanimata. Non avemmo pace finché non riuscimmo a trovare un esemplare intero, e furono non pochi quelli che si procurarono nello stesso modo il piacere proibito (1963, p. 716). Un particolare spazio durante il seminario è stato dedicato al celebre libro di Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi dedicato al caso di Menocchio, mugnaio friulano condannato dall’Inquisizione per eresia. Pubblicato da Einaudi nel 1976, è ritenuto un classico della storiografia capace non solo di sottolineare l’importanza della “storia dal basso” e della microstoria ma anche di dimostrare come sia possibile analizzare la lettura in quanto attività della gente comune di cinque secoli fa (Darnton, 1994). Al momento dell’arresto il vicario generale fece infatti perseguire la casa di Menocchio trovando molteplici volumi che furono utilizzati contro di lui durante il processo: tra questi la Bibbia in volgare (proibita al tempo) e il!Decameron di Boccaccio, letto in edizione non purgata dal Sant’Uffizio. Letteratura, genere e autorità familiare Jessica, 1974 Ricordo che mia nonna diceva che sua mamma quando era sera imparava a leggere, scrivere e a fare la sua firma ed era costretta a farlo di nascosto perché suo marito le diceva “cosa perdi tempo in queste cose”. C’era una questione di genere legata ad un periodo storico in cui alla donna non era richiesto avere cultura. Memorie e ricordi come questa testimonianza hanno aperto una riflessione storica sulla questione dell’educazione riservata a donne e bambine, ai diversi destini per esse pensati e preparati (Ulivieri, 2007), individuando anche stereotipi legati alla narrativa, alla stampa femminile e al romanzo rosa (Violi, 2020), concentrando ovviamente l’attenzione su proibizioni e censure. In particolare si è cercato di riflettere sulle strategie di controllo dei contenuti e delle coscienze, sugli interventi di disciplinamento che, nel tentativo di proteggere le donne dai “pericoli” della lettura, miravano in realtà alla salvaguardia dell’ordine sociale esistente. Emblematico di questo meccanismo l’esempio letterario ricordato da Alberto Manguel: la suocera di Madame Bovary era infatti convinta che i romanzi intossicassero Emma e convinse suo figlio a sospendere l’abbonamento della moglie ad una biblioteca circolante, con il risultato “di sprofondarla ancor più nelle paludi della noia” (Manguel, 2010, p. 294). La tutela delle lettrici non è passata pertanto solo attraverso la censura della produzione letteraria o versioni purgate di opere riservare al pubblico femminile ma anche e soprattutto attraverso il sistema di permessi e divieti familiari (Tippelskirch, 2011). L’autorità dei genitori e il ruolo che la famiglia riveste nella scelta di cosa è opportuno leggere o meno è stato così approfondito attraverso una serie di memorie come quella di Marirosa, oggi in pensione, ex ricercatrice universitaria: A 15 anni leggevo Hemingway di nascosto, insieme a D.H. Lawrence, autori fieramente disapprovati dalla mia famiglia che non ne aveva una conoscenza diretta ma si uniformava all'opinione della borghesia benpensante. (A quelli che hanno oggi 15 anni debbono sembrare situazioni da Medioevo). 403
DATI Stimolato da questo ricordo un partecipante all’incontro ha riferito di un’analoga rappresentazione letteraria, riportando uno stralcio autobiografico di Anais Nin, una delle autrici di riferimento nella letteratura erotica, che così ricorda la libreria del padre: (…) le ore che passavo lì a leggere quando lui era fuori casa, a leggere sopra una seggiola appoggiata ad un’altra seggiola, in modo da poter raggiungere i libri sugli scaffali più alti, quelli che ci erano proibiti. Fu allora che lessi Zola, senza capire la metà, e passai ore a domandarmi come mai gli amanti presi nell’esplosione di una miniera erano stati ritrovati avvinghiati tanto saldamente, che non si poteva separarli, o perché la donna a cui Montecristo aveva dato un sonnifero, più tardi, si scoprì incinta. Impossibile riempire questi spazi vuoti ma io leggevo (Nin, 1977, p.117). Particolarmente interessante la testimonianza di una lettrice che nel ricordare la sua adolescenza racconta con piacere di come rimase affascinata dalla collana di Angelica la Marchese degli Angeli scritta da Anne e Serge Golon a partire dal 1957. Per i genitori si trattava di una lettura non indicata per i contenuti troppo espliciti e licenziosi, decise così di trafugarli poco alla volta dalla biblioteca della nonna. Un furto di libri che troviamo anche in un’interessante ricerca svolta da Stefania Buccini dell’Università del Wisconsin (1993) sulle letture clandestine nelle biografie di scrittori del Settecento come Antonio Genovesi, Carlo Goldoni e Edward Gibbon, e molti altri (Buccini, 1993). Letteratura erotica e amori proibiti Giulia, 1986 Infine, per riprendere la domanda dei libri letti di nascosto, nonostante avessi già una certa età, ce ne sono due in particolare che ricordo molto bene. Il primo è Cento colpi di spazzola di Melissa Panarello, che destò molto scalpore a livello nazionale; il secondo è Platonic Sex di Ai Iijima. Più che averli letti “di nascosto” diciamo che cercavo di non farmi vedere mentre li leggevo, dati i contenuti di entrambi i libri. Come si evince da alcuni dei ricordi riportati e dagli autori menzionati la letteratura erotica, ritenuta frivola, immorale e responsabile di fomentare dissolutezza, riveste un ruolo non esclusivo ma comunque di rilievo nella storia della lettura clandestina (Alexandrian & Luoni, 1990). I partecipanti hanno scoperto come gli scrittori e gli artisti che con il loro talento hanno illustrato queste storie audaci, oggi più o meno accettati e integrati nel sistema, in passato rischiavano il carcere, la vita e la disapprovazione generale perché spesso usavano il sesso come un pretesto per mettere in discussione le ortodossie stabilite da Chiesa e Stati sovrani, il cui potere centralizzato voleva uniformare mentalità e costumi. Di frequente le loro diventavano opere scandalose, condannate nel famoso Indice, ma diffuse sottobanco lontano dagli occhi della censura. Gli autori coinvolti nel dibattito sono stati molti in primis Anais Nin, D.H Lawrence e il Marchese De Sade, prendendo anche in considerazione i numeri di prestiti delle loro opere alla Biblioteca Civica. L'amante !di !Lady Chatterley è uscito diciotto volte, dal 2002 ad oggi, Il!delta!di!venere!quattro e!Justine tre volte: numeri molto esigui se paragonati a best seller come L’amica geniale (primo volume settantaquattro volte dal 2012, seconda copia trentanove volte dal 2015). Riguardo a De Sade ha colpito in particolare la vicenda del 404
DATI libro Storielle, racconti e raccontini, pubblicato dalla piccola casa editrice di!Luigi Veronelli, corredato dalle illustrazioni di!Alberto Manfredi!che finì tra le fiamme nel cortile della Procura di Varese nel 1961. Con i riferimento ai roghi, tra il pubblico c’è chi ha ricordato come il famoso romanzo di fantascienza Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ambientato in una società distopica in cui leggere o possedere libri è considerato un reato, fosse stato pubblicato per la prima volta nel 1953 dalla rivista per adulti Playboy. Ai temi fin qui illustrati se ne aggiunge uno particolarmente suggestivo e profondo, che meriterebbe sicuramente un approfondimento non possibile in questa sede: quello dell’omosessualità. Claudio,1981 Ci sono libri, non tanti in realtà, che ho letto veramente di nascosto. Quando da giovane, da adolescente, ti fai domande su chi sei e cosa vuoi, avevo trovato in libreria, “Machi di carta” (Stampa alternativa), un racconto sulla vita degli omosessuali a Cuba. All’epoca lo lessi per curiosità, per capire il percorso di accettazione, oggi lo leggerei con più attenzione per sapere come reagisce un sistema come quello cubano. Credo di averlo letto tutto di nascosto in libreria, la libraia lo sapeva, perché non avevo il coraggio né di pagarlo né di portarlo a casa. A questo riguardo non si può non citare l’opera di Francesco Gnerre, L’eroe negato (2020), un saggio volto a far emergere dietro i silenzi e le rimozioni della letteratura italiana una “presenza” omosessuale, amori proibiti da censure esterne o da forme di autocensura degli scrittori stessi. Ugualmente Gnerre, saggista e critico letterario, si ricorda giovane adolescente che non trovando nella sua comunità punti di riferimento, prova a cercarli nei libri: E così che ho cominciato a cercare nei libri una forma di legittimazione ai miei innamoramenti adolescenziali, legittimazione che non poteva essere prevista nell’ambiente in cui vivevo, dove non c’era omofobia ma semplicemente l’omosessualità non esisteva, se non attraverso qualche vago accenno offensivo o denigratorio (Gnerre, 2020, p.8). Sotto il banco. Leggere di nascosto a scuola Infine proponiamo la testimonianza di Nicola sulla lettura di nascosto tra i banchi scolastici. Incrociata con analoghe rappresentazioni letterarie ha innescato un’ interessante discussione sul piacere di leggere a scuola chiamando in causa il mancato aggiornamento e la necessità di nuovi curricola formativi, il nozionismo e addirittura I promessi sposi, probabilmente il libro più letto nella scuola italiana per la cui analisi pedagogica si rimanda al testo Il piacere della lettura di Ermanno Detti (2002) secondo il quale l’opera manzoniana potrebbe essere meglio compresa ed apprezzata ad un’età più matura. Nicola, 1989 L’unico ricordo positivo dell’ora di narrativa è un romanzo di Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, letto di nascosto per rispondere ad una delle domande in scaletta, di nascosto mentre la professoressa spiegava Il grande cocomero. 405