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Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana: problemi e ipotesi di ricerca

Cassata, Francesco,Schwarz, Guri

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Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana: problemi e ipotesi di ricerca* Francesco Cassata, Guri Schwarz Questo numero monografico propone una silloge degli interventi presentati al workshop internazionale intitolato “Contro il razzismo. Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana”, tenutosi il 7 novembre 2019 a Torino, presso la Fondazione Luigi Firpo1. L’iniziativa nasceva dal bisogno, fortemente avvertito dai due co-organizzatori, di avviare una riflessione storica che mettesse a tema l’antirazzismo. Un’esigenza maturata nel particolare contesto politico-culturale creatosi, sul piano nazionale, con la formazione del Governo Conte I e l’alleanza tra Movimento 5Stelle e Lega, e, sul piano internazionale, con l’emergere di varie spinte illiberali: fenomeni che non solo inducevano a interrogarsi sullo stato di salute delle democrazie occidentali, ma che facevano altresì emergere pulsioni xenofobe, legittimate sul piano politico e della comunicazione. In Italia, e non solo, emerse in quel momento una reazione di allarme e sgomento, quasi che le manifestazioni di razzismo fossero nuove e del tutto inaspettate, mentre la risposta alla cosiddetta “minaccia populista” assu- * Ringraziamenti: un sentito ringraziamento alla Fondazione Luigi Firpo, al Dipartimento di Antichità Filosofia e Storia (Dafist) dell’Università di Genova per aver contribuito all’organizzazione del convegno del 2019. Siamo grati alla direzione scientifica e alla redazione di “Italia contemporanea” — in particolare Nicola Labanca, Enrica Asquer, Valeria Deplano, Fabio De Ninno e Alessio Gagliardi — per aver accolto la nostra proposta e per averla seguita con cura e dedizione in tutte le sue fasi. I commenti dei membri della direzione della rivista e di alcuni revisori anonimi hanno consentito di migliorare gli articoli qui pubblicati: a loro va il nostro sincero ringraziamento. La pubblicazione interamente in Open Access di questo numero monografico è stata resa possibile dal finanziamento del programma dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 (Marie Skłodowska-Curie-Curie Grant Agreement No. 794780) e da fondi di ricerca del Dipartimento di Antichità Filosofia e Storia dell’Università di Genova. 1 L’evento è stato co-patrocinato anche dal Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia dell’Università di Genova (Dafist), dal Dottorato in Storia e valorizzazione del patrimonio storico, artistico-architettonico e ambientale del medesimo ateneo, nonché da “L’Indice dei Libri del Mese”. Per un resoconto del convegno, cfr. Elena Cadamuro, Appunti per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana, “L’Indice dei Libri del Mese”, dicembre 2019, n. 12, p. 10. “Italia contemporanea”, dicembre 2021, n. 297 (suppl.) ISSN 0392-1077, ISSNe 2036-4555, DOI 10.3280/IC2021-297-S1OA-001 6 Francesco Cassata, Guri Schwarz meva spesso la forma di un richiamo a una retorica antifascista costruita attraverso paragoni e analogie con i razzismi degli anni Trenta e Quaranta. Per chi si era formato studiando, sia pure da prospettive differenti, storia (e memoria) del razzismo fascista nella temperie storiografica e politico-culturale italiana degli anni Novanta, quelle manifestazioni di stupore suonavano sovente stonate e, soprattutto, parevano riecheggiare toni e retoriche vecchi di un trentennio. Dalla fine degli anni Ottanta, infatti, un medesimo, ansioso grido d’allarme era stato suonato con grande enfasi dai media, rilanciato dagli studiosi, alimentato da segmenti importanti del sistema politico, sostenuto da una nuova produzione editoriale. Durante quella stagione, a fronte delle prime inchieste demoscopiche sul razzismo degli italiani, col moltiplicarsi di episodi di intolleranza prontamente riportati dai mezzi di comunicazione, e con l’emergere del fenomeno leghista, l’antirazzismo acquisì inedita rilevanza politica2. Osservando a distanza i dibattiti di allora appare evidente come in gioco vi fossero questioni di ampia portata, e come i temi del razzismo e dell’antirazzismo fossero intrecciati con le preoccupazioni sulle trasformazioni del quadro politico e con i dibattiti sull’identità nazionale3. Di fronte alla sfida nuova di una società che, impreparata, si trovava a misurarsi con la differenza culturale e la xenofobia, molti osservatori reagirono con sorpresa: alcuni risposero celebrando ingenuamente le virtù di una società multiculturale, altri provarono ad attrezzarsi guardando soprattutto ai dibattiti culturali francesi, mentre sul piano storiografico prendeva avvio un’intensa e produttiva stagione di ricerche sui razzismi del fascismo. A distanza di trent’anni, un medesimo schema comunicativo sembrava ripetersi. Era in particolare il senso di presunta novità a lasciare sgomenti. Come se nulla fosse successo prima, come se nulla fosse stato acquisito. Chi ha presente il dibattito culturale dei decenni precedenti non può fare a meno di ricordare tante e diverse autorevoli prese di posizione che avevano messo al centro il nodo del razzismo degli italiani. Solo per citarne una, basti ricordare la chiosa finale con cui Vittorio Foa concludeva, nel 1998, un’intervista rilasciata a “L’In2 Alcuni spunti in David Ward, “Italy” in Italy. Old Metaphors and New Racisms in the 1990’s, in Beverly Allen, Mary Jo Russo (a cura di), Revisioning Italy. National Identity and Global Culture, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1997, pp. 81-99. 3 Non è certo un caso che il dibattito degli anni Novanta sull’identità italiana coincida con i nuovi flussi migratori, gli allarmi sui fenomeni di xenofobia, l’avvio di nuove riflessioni sul rilievo del razzismo nella costruzione dell’autocoscienza nazionale. Per un sintetico inquadramento di quella stagione cfr. Silvana Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 266 ss. Si può ricordare altresì che il noto pamphlet di David Bidussa (Il mito del bravo italiano. Vizi e virtù di un paese antico/moderno, Milano, Il Saggiatore, 1994) prendeva le mosse dal nodo del razzismo (del presente e del passato), ma non era solo una critica alla minimizzazione delle responsabilità italiane in tema di antisemitismo fascista (motivo per cui è solitamente citato), era piuttosto costruito come un serrato dialogo sul tema dell’identità nazionale, a partire dal confronto con la riflessione di Giulio Bollati, L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Torino, Einaudi, 1983. Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana 7 dice dei Libri del Mese”. Ad Alberto Papuzzi che gli chiedeva “Quali insidie lei vede oggi per la convivenza civile? Contro che cosa la sinistra deve essere guardinga?”, Foa rispose: Io sono profondamente angosciato su un punto e voglio dirlo alta voce: il razzismo crescente, inteso come razzismo popolare, cioè nostro, dei soggetti sociali che fanno parte della storia della sinistra. Il razzismo si sta impadronendo di noi. Questo è il punto più nero del presente rapporto fra società e politica. Non è soltanto una battaglia di uguaglianza sociale: è in gioco il riconoscimento di cosa vuol dire essere creature umane. Se non lo dico a voce alta, mi sembra di fare dell’omertà4. Forse per via delle dinamiche proprie dell’industria mediatica, che si nutre di novità, vere o presunte che siano, o forse per un effettivo fallimento del dibattito sviluppatosi nei decenni precedenti, nel 2019 sembrava di esser tornati al punto di partenza. Non era solo la frustrazione di assistere a un moto ciclico che pareva non consentire progresso a spingerci ad affrontare il tema, ma anche la convinzione che, nella maggior parte dei casi, i codici e gli strumenti della mobilitazione antirazzista fossero fragili e inefficaci, tanto sul piano politico quanto su quello ermeneutico. Aveva senso, per esempio, fondare l’antirazzismo sulla proposta di eliminare la parola “razza” dalla Costituzione? Aveva senso evocare costantemente, a questo proposito, gli spettri di Auschwitz o del “Manifesto della razza”? Mentre questo numero monografico era in preparazione, nell’estate 2021, il quotidiano “La Repubblica” ha insistito per settimane sulla necessità di cancellare la parola “razza” dal testo costituzionale e dalla letteratura scientifica, chiamando a raccolta storici, antropologi, sociologi, giuristi, e continuando a citare, a sostegno della propria campagna, l’autorità e la testimonianza di Liliana Segre, espressasi in questo senso nel 2018. Il 14 settembre 2021 Sergio Rizzo, sulla prima pagina de “La Repubblica”, chiamava nuovamente in causa la senatrice nell’ennesimo appello per la rimozione della parola5, senza accorgersi tuttavia che meno di un mese prima, in una lettera allo stesso quotidiano, Liliana Segre aveva dichiarato di avere nel frattempo cambiato idea6. In questo clima politico-intellettuale e di fronte a questi cortocircuiti comunicativi e concettuali, abbiamo cominciato a ragionare della necessità di storicizzare l’antirazzismo italiano. Subito è risultato evidente come questo ambito di ricerca fosse tutto da dissodare. Il convegno, e poi questo numero, sono dun4 “Sono angosciato dal razzismo tra noi”. Vittorio Foa a colloquio con Alberto Papuzzi, “L’Indice dei Libri del Mese”, ottobre 1998, n. 9, p. 5. 5 Sergio Rizzo, Il G20 religioso: via la parola razza dalle Costituzioni, “La Repubblica”, 14 settembre 2021. 6 Liliana Segre, Perché conservare la parola “razza”, “La Repubblica”, 17 agosto 2021. Per la ricostruzione di questo dibattito cfr. in particolare Federico Faloppa, Per un linguaggio non razzista, in Marco Aime (a cura di), Contro il razzismo. Quattro ragionamenti, Torino, Einaudi, 2016, pp. 76-78, oltre all’articolo di Francesco Cassata in questo numero. 8 Francesco Cassata, Guri Schwarz que nati coinvolgendo una serie di studiosi di diverse generazioni che potevano contribuire a una prima ricognizione del campo di studi perché impegnatisi — da prospettive diverse e a partire da agende di ricerca distinte — su problematiche vicine e affini al tema dell’antirazzismo. Sulla questione esistono contributi di carattere generale e di respiro europeo, ma per lo più di taglio politologico e poco attenti alle specificità del caso italiano7, o ricerche dedicate ad altri casi nazionali che possono fornire spunti ed elementi utili per una comparazione8, ma si può dire che, salvo poche e recentissime eccezioni, le ricerche sull’antirazzismo italiano siano ancora allo stadio primordiale9. Va sottolineato, inoltre, che lo stesso problema riguarda gli studi propriamente storici sul razzismo del secondo dopoguerra10. A complicare la situazione si aggiunge poi un dato strutturale, ovvero l’assenza, 7 Alana Lentin, Racism and Anti-Racism in Europe, London, Pluto Press, 2004. Di taglio politologico anche Alastair Bonnet, Anti-Racism, London-New York, Routledge, 2000; Floya Anthias, Cathie Lloyd (a cura di), Rethinking Anti-Racism. From Theory to Practice, London and New York, Routledge, 2002; Stefano Fella, Carlo Ruzza (a cura di), Anti-Racist Movements in the EU. Between Europeanisation and National Trajectories, London, Palgrave Macmillan, 2013. 8 Cfr., senza pretese di completezza, e con riferimento solo a contributi recenti, Daniel A. Gordon, Immigrants and Intellectuals. May ’68 and the Rise of Anti-Racism in France, Pontypool, Merlin Press, 2012; Daniel A. Gordon, French and British Anti-Racists Since the 1960s. A rendez-vous manqué?, “Journal of Contemporary History”, 2015, n. 3, pp. 606-631; Erik Bleich, Race Politics in Britain and France Ideas and Policymaking since the 1960s, Cambridge, Cambridge University Press, 2009; Teun A. Van Dijk, Antiracist Discourse. Theory and History of a Macromovement, Cambridge, Cambridge University Press, 2021. 9 Significativa eccezione è il recentissimo libro di Silvana Patriarca, Il colore della Repubblica. “Figli della guerra” e razzismo nell’Italia postfascista, Torino, Einaudi, 2021. Questo non è solo uno studio su razzismo e cittadinanza, ma una ricerca che — a partire da una questione apparentemente minore come quella riguardante i figli di unioni cosiddette “miste” — riesce a porre il nodo della razza — non solo del razzismo ma anche delle resistenze e delle opposizioni a esso — dentro la storia dell’Italia repubblicana. 10 Sul razzismo scientifico e l’eugenica nel secondo dopoguerra, cfr. Claudio Pogliano, L’ossessione della razza. Antropologia e genetica nel XX secolo, Pisa, Edizioni della Normale, 2005, e Francesco Cassata, Building the New Man. Eugenics, Racial Science and Genetics in Twentieth-Century Italy, Budapest-New York, Central University Press, 2011. Su alcuni aspetti dell’immaginario razziale e coloniale nell’Italia del secondo dopoguerra, cfr. in particolare Cristina Lombardi-Diop, Caterina Romeo, L’Italia postcoloniale, Milano, Mondadori Education, 2014; Valeria Deplano, Alessandro Pes (a cura di), Quel che resta dell’Impero. La cultura coloniale degli italiani, Milano-Udine, Mimesis, 2014; Gaia Giuliani, Race, Nation and Gender in Modern Italy. Intersectional Representations in Visual Culture, London, Palgrave Macmillan, 2017. Su lavoro domestico e razzismo nell’Italia del secondo dopoguerra, considerazioni importanti si possono leggere in Sabrina Marchetti, Black Girls. Migrant Domestic Workers and Colonial Legacies, Leiden-Boston, Brill, 2014, e in Alessandra Gissi, Migrazioni femminili e neofemminismo: una prospettiva storica, in Beatrice Busi (a cura di), Separate in casa. Lavoratrici domestiche, femministe e sindacaliste: una mancata alleanza, Roma, Ediesse, 2020, pp. 139-157. Sul rapporto tra razza/razzismo, femminismo e storia di genere in Italia, cfr. Catia Papa, Studies on Colonialism and Racialisation. Itineraries in Women’s and Gender History in Italy, in Teresa Bertilotti (a cura di), Women’s History at the Cutting Edge. An Italian Perspective, Roma, Viella, 2020, pp. 61-78. Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana 9 nel caso italiano, di istituzioni antirazziste paragonabili, per esempio, a quelle francesi — dalla Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme, fondata nel 192711, alla più recente SOS Racisme, la cui fondazione risale al 198412. In Italia è sorto piuttosto un pulviscolo di associazioni antirazziste, che spesso non hanno lasciato dietro di sé un’ordinata documentazione archivistica. Questo dato non solo complica la ricerca, ma rivela qualcosa dell’antirazzismo o, meglio, degli antirazzismi italiani, ovvero la loro fragilità organizzativa, il loro radicamento nei contesti locali. Tutto ciò inevitabilmente orienta i percorsi di studio: ragionare degli antirazzismi nella storia dell’Italia contemporanea implica seguire strade impervie, indirette, cercando tracce e ricostruendo traiettorie frammentate, adottando una varietà di approcci diversi che sappiano prestare attenzione più alla sfera dei discorsi, degli immaginari, delle retoriche che alla dimensione politico-istituzionale organizzata. In prospettiva, un’impostazione di questo genere deve tenere in considerazione due ulteriori dimensioni di ricerca, entrambe connesse all’analisi della soggettività. In primo luogo l’autocoscienza dei soggetti coinvolti nell’attivismo antirazzista, ovvero le parabole di crescita personali e generazionali, che conducono alcuni a passare dalla militanza politica nei movimenti degli anni Settanta al volontariato e all’assistenza verso comunità di immigrati, secondo un percorso che porta a risemantizzare l’attivismo politico in un quadro in cui l’antirazzismo non è che una delle manifestazioni di una più ampia trasformazione del rapporto con la politica e la sfera pubblica. In secondo luogo, le forme di autoorganizzazione e mobilitazione dal basso, da parte dei soggetti razzizzati e marginalizzati. Gli antirazzismi non possono infatti essere ricondotti unicamente agli sforzi compiuti da segmenti della società maggioritaria, ma devono prendere in considerazione le forme della socializzazione delle minoranze oggetto di discriminazione13. In tutti questi casi vi sono evidenti problemi di accesso alle fonti per un’indagine storica che, in misura parziale, potranno essere affrontati tramite il ricorso alla storia orale. Tali difficoltà teorico-metodologiche, unite al carattere magmatico e destrutturato dell’antirazzismo italiano come oggetto di ricerca, contribuisono in parte a spiegare l’assenza del tema nelle sintesi storiche, ormai numerose, dedicate alla storia dell’Italia re11 Esistono varie opere sulla storia dell’associazione. Limitandosi solo a quelle di carattere scientifico, vale la pena menzionare almeno Emmanuel Debono, Aux origines de l’antiracisme: la Lica, 1927-1940, Paris, Cnrs Editions, 2012. 12 Tra i contributi sulla storia del movimento cfr. almeno Raoul Mermoz, SOS Racisme. Un mouvement collectif et des trajectoires individuelles, Paris, L’Harmattan, 2020; Jérémy Robine, SOS Racisme et les “ghettos des banlieues”: construction et utilisations d’une représentation, “Hérodote”, 2004, n. 113, pp. 134-151; Philippe Juhem, Entreprendre en politique. De l’extrême gauche au PS, la professionnalisation politique des fondateurs de SOS Racisme, “Revue française de science politique”, 2001, n. 1-2, pp. 131-153. 13 Tra i rari tentativi di inquadrare questo tema da un punto di vista storico segnaliamo l’interessante contributo di Roberto Bianchi, Piazza Senegal, Firenze 1990. Uno sciopero della fame tra storia e memoria, “Italia contemporanea”, 2018, n. 288, pp. 209-235. 10 Francesco Cassata, Guri Schwarz pubblicana, ancora contraddistinte dalla netta prevalenza della dimensione politico-istituzionale14. Nel tentativo di superare tali limiti e soprattutto di suggerire alcune prospettive analitiche all’interno di un cantiere di ricerca appena sorto, questo numero monografico si articola lungo tre coordinate concettuali: il ruolo dell’antirazzismo nella ridefinizione/problematizzazione/messa in discussione dell’appartenenza nazionale e della stessa nozione di “italianità”; il significato dell’autorità scientifica come strumento di legittimazione teorico-politica dell’antirazzismo; la connessione tra memoria della Shoah e dispositivi retorici antirazzisti. Sul primo aspetto si concentrano in particolare gli articoli di Matteo Caponi, Silvana Patriarca, Antonio Maria Morone, Grazia De Michele e Michele Colucci. I punti di vista dei vari contributi sono ovviamente differenti tra loro ma tutti sembrano convergere attorno ad alcune linee comuni: innanzitutto, l’indubbia influenza esercitata sull’antirazzismo italiano da istanze, sollecitazioni e modelli esterni (il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti; la decolonizzazione; l’apartheid in Sudafrica, ecc.), in una costante interazione tra livello nazionale e dimensione internazionale/globale; in secondo luogo, la ricorrente subalternità dell’antirazzismo a sistemi di significato estrinseci (di volta in volta l’antimperialismo, l’antiamericanismo, l’anticomunismo, il classismo, ecc.); da ultimo, la compresenza — soprattutto in specifici momenti periodizzanti come la fine degli anni Sessanta — di nuove sensibilità antirazziste e di persistenti forme di essenzializzazione e stereotipizzazione razziste. L’analisi di Matteo Caponi mette in discussione il cliché di un presunto, innato antirazzismo cattolico, esaminando per contro l’“interrazzialismo” del gesuita John LaFarge come modello dominante: una terza via che si opponeva, nel nome dell’evangelizzazione e della difesa dell’ordine politico e sociale, sia al razzismo (inteso soprattutto in senso biologico-nazista) sia all’antirazzismo militante, umanitario ed egualitario. La nozione di antirazzismo — sottolinea Caponi — faticò a essere recepita dalla cultura cattolica di massa fino agli anni Sessanta. Furono il pontificato di Giovanni XXIII e l’avvio della stagione conciliare, insieme alla crisi del 1968, a segnare il tramonto di quell’ideologia di civilizzazione cristiana che aveva alimentato un razzismo “benevolo” e paternalista, ancorato all’idea del primato dell’uomo bianco occidentale. Si verificò allora un significativo cambio di paradigma — dalla tradizionale difesa dei diritti naturali alla lotta per i diritti civili — e nuovi orientamenti antirazzisti si intrecciarono a significati progressisti e utopie rivoluzionarie controculturali. 14 Sintesi di ampio respiro su altri paesi riescono invece a integrare il tema del razzismo e dell’antirazzismo nella storia generale di politica e cultura del dopoguerra, e questo dato non può essere ricondotto meramente alla diversa rilevanza del tema in contesti differenti. Cfr. per es. Emile Chabal, A Divided Republic. Nation, State and Citizenship in Contemporary France, Cambridge, Cambridge University Press, 2015. Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana 11 Il lungo Sessantotto, la contestazione giovanile e i processi di americanizzazione nella cultura pop svolgono un ruolo cruciale anche nella riflessione di Silvana Patriarca. Attraverso il prisma di una rivista musicale come “Ciao 2001”, Patriarca evidenzia come la sinistra giovanile italiana guardasse con simpatia, negli anni Sessanta e Settanta, alle rivendicazioni del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Questa nuova sensibilità antirazzista — spesso subordinata ai linguaggi politici dell’antiamericanismo e dell’antimperialismo — conviveva tuttavia con l’incapacità di riconoscere il razzismo antinero in Italia, sia quello del passato coloniale sia quello indirizzato contro gli italiani neri presenti nel territorio nazionale. E se i giovani collaboratori di “Ciao 2001” utilizzavano la categoria di “negritudine” per definire la subalternità degli italiani del Sud (i “negri bianchi”, i “negri italiani”), con un accostamento analogico che inevitabilmente banalizzava le discriminazioni connesse alla linea del colore, nello stesso periodo la segregazione scolastica subita dai figli dei migranti meridionali a Torino e in altre città del triangolo industriale — come dimostra Grazia De Michele nel suo articolo — non era concettualizzata in termini di razzismo da parte di intellettuali e psicologi di area comunista, ma letta esclusivamente come sottoprodotto del conflitto di classe interno alla società capitalista, non di rado ricorrendo anche all’impiego di stereotipi antimeridionali. La storia dell’antirazzismo italiano appare pertanto caratterizzata non solo dalla compresenza di linguaggi plurali e stratificati e di istanze talvolta contraddittorie, ma anche da occasioni mancate e da elaborazioni tardive. Da una prospettiva diversa ma sempre incentrata sull’analisi della complessa dialettica tra razzismo e antirazzismo nella definizione delle identità collettive, Antonio Maria Morone affronta nel suo articolo il caso liminale dei sudditiintermediari libici, eritrei e somali, ponendo al centro gli sforzi di negoziazione di un’appartenenza da parte di soggetti “altri” che si misurano con il nodo razza-cittadinanza. “Italiani” si ritenevano infatti anche quelle figure di intermediazione che, nel secondo dopoguerra, elaborarono — proprio in risposta alla rinnovata politica colonialista italiana — una serie di istanze antirazziste volte a favorire una maggiore partecipazione politica africana al sistema coloniale (nonché una minore discriminazione sociale) che passasse attraverso l’esplicita messa in discussione del razzismo coloniale e del segregazionismo. Questa proposta politico-culturale, descritta da Morone in termini di antirazzismo e di desiderio di italianità, fallì sotto i colpi tanto del nazionalismo indipendentista e anticoloniale africano quanto del perdurante razzismo colonialista italiano. Oltre all’immediato dopoguerra e agli anni Sessanta, è sicuramente il periodo compreso tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Duemila a individuare un altro momento periodizzante. Su questa fase si sofferma in particolare l’articolo di Michele Colucci, incentrato sull’analisi del rapporto tra antirazzismo e sviluppo dell’immigrazione straniera in Italia, tra 1989 e 2002. Nell’arco di tempo compreso tra l’assassinio di Jerry Masslo e l’approvazione della legge 12 Francesco Cassata, Guri Schwarz Bossi-Fini, il movimento antirazzista si trovò a confrontarsi con l’emergere di nuove pulsioni xenofobe, con la presenza sempre più diffusa di lavoratori stranieri, con la crescita quantitativa dei flussi di profughi e di immigrati, con la politicizzazione sempre più marcata del tema migratorio. Ed è un quadro chiaroscurale quello tracciato da Colucci: il ritratto di un antirazzismo che, negli anni Ottanta e Novanta, inizia certo a penetrare in profondità nel tessuto sociale e culturale (nel sistema scolastico, nel mondo del volontariato e del terzo settore, nella letteratura) senza tuttavia riuscire a raggiungere un’analoga centralità sul piano delle culture politiche e dell’efficacia legislativa. Accanto all’identità nazionale e ai suoi porosi confini, la scienza è il secondo tema al centro della riflessione di questo numero monografico. Sul ruolo fondamentale dell’autorità scientifica nelle strategie di legittimazione dell’antirazzismo italiano si concentra in particolare il contributo di Francesco Cassata. Al di là del costante riferimento dell’antirazzismo scientifico contemporaneo all’inadeguatezza del concetto di “razza” e alla necessità di eliminare la parola dalla letteratura scientifica e dal dibattito pubblico, l’articolo mostra come l’adozione di una prospettiva storica consenta di delineare un quadro più sfumato e interessante. Gli ambienti scientifici italiani hanno infatti a lungo continuato, nel secondo dopoguerra, a utilizzare la parola “razza”, risemantizzandola spesso alla luce di quegli Statements on Race dell’Unesco assimilati in ritardo (e a volte controvoglia) nel contesto nazionale. Se si guarda poi alle dinamiche di edificazione accademica dei campi disciplinari, almeno fino agli inizi degli anni Ottanta è stato asprissimo, in Italia, lo scontro tra l’antropologia fisica più tradizionale, ancora legata a un concetto statico, morfologico e tassonomico di “razza”, e la genetica di popolazione, impegnata a rinnovare le scienze antropologiche e fautrice di un concetto dinamico, evoluzionistico e statistico-popolazionale di “razza”. A oscurare queste complesse traiettorie dell’antirazzismo scientifico italiano del secondo dopoguerra contribuisce spesso, nei dibattiti pubblici, il riferimento meccanico e analogico al passato fascista, a quel 1938 identificato principalmente nell’atto teorico-scientifico fondativo del razzismo di Stato in Italia, ovvero il “Manifesto della razza” (o “Manifesto degli scienziati razzisti”). Il tema del rapporto tra antirazzismo e memoria — non solo del fascismo e del razzismo scientifico ma anche del colonialismo e soprattutto della Shoah — identifica una terza prospettiva analitica che attraversa questa silloge. È soprattutto l’articolo di Guri Schwarz ad approfondire questa dimensione, indagando lo strutturarsi in Italia, a partire dagli anni Ottanta, di una forma di “antirazzismo commemorativo” che si illude di trovare negli esercizi di memoria un “vaccino” contro la xenofobia. Un sistema di rappresentazioni culturali e di dispositivi analogici che identifica il razzismo contemporaneo con il nazismo antisemita, che trasforma i profughi/immigrati/migranti/clandestini di oggi nei “nuovi ebrei” e che chiama in causa l’indifferenza di fronte alle persecuzioni antiebraiche degli anni Trenta e Quaranta per fondare eticamente e politicamente la solidarietà antirazzista di oggi. Per una storia dell’antirazzismo nell’Italia repubblicana 13 Quanto qui sintetizzato, e compiutamente approfondito nelle pagine successive di questo numero, costituisce un primo tentativo di messa a fuoco di un nodo storiografico, il punto di partenza di un percorso di ricerca, individuale e collettivo, che mira a riprendere e a rilanciare alcune piste di ricerca che avevano appena cominciato a essere esplorate negli anni Novanta, per poi essere troppo rapidamente accantonate. In uno dei primi, fondamentali tentativi di organizzare sistematicamente le ricerche sulla storia del razzismo in Italia — il convegno bolognese organizzato da Alberto Burgio alla fine del 1997 e culminato nella pubblicazione del volume Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945 —, soltanto un contributo, quello del pedagogista Alain Goussot, accennava al tema della “critica al razzismo” (nello specifico, nel pensiero di Mazzini, Colajanni e Ghisleri)15. Pochi anni dopo, in una riflessione sulle Interdizioni israelitiche di Carlo Catteneo e sul loro impatto culturale, Alberto Cavaglion riprendeva polemicamente questo punto: L’anti-razzismo ha in Italia una sua nobile storia, sebbene non sia politicamente corretto dedicargli seminari, convegni o mostre. Non ci sembra un caso che nella cerchia dei cattaneani di più stretta osservanza si siano sviluppati i bacilli di un antirazzismo inossidabile, resistente al veleno fascista16. A distanza di quasi vent’anni, i tempi sono forse ormai maturi per rispondere a queste sollecitazioni, inaugurando una nuova stagione di ricerca che finalmente tenga insieme la storia del razzismo e quella dell’antirazzismo in Italia. A questo fine, all’indomani del convegno torinese del 2019 da cui questo numero prende le mosse, e anche alla luce delle positive reazioni ricevute, abbiamo dato vita a un centro di ricerca dipartimentale — il Centra, Centre for the History of Racism and Anti-Racism in Modern Italy17 — dedicato a studiare congiuntamente la storia del razzismo e dell’antirazzismo nell’Italia contemporanea. Sul primo versante certamente molto è stato fatto da allora, ma ancora molto resta da fare: il razzismo del secondo dopoguerra, in particolare, rimane un campo ancora largamente inesplorato, così come occorre investigare sul15 Alain Goussot, Alcune tappe della critica al razzismo: le riflessioni di G. Mazzini, N. Colajanni e A. Ghisleri, in Alberto Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 129-143. 16 Alberto Cavaglion, L’Italia della razza s’è desta, “Belfagor”, 2002, vol. 57, n. 2, pp. 141156: 148. Lo spunto polemico di Cavaglion prendeva di mira l’interesse cresciuto da fine anni Ottanta per la storia dei razzismi italiani, riconoscendo in esso una dimensione di strumentalità politico-culturale, che pure c’è stata, ma che ha indubbiamente consentito significativi e importanti avanzamenti nelle conoscenze. 17 Il Centre for the History of Racism and Anti-Racism in Modern Italy dell’Università di Genova coinvolge tutti gli studiosi e le studiose che partecipano a questo numero monografico insieme ad altri ricercatori e ricercatrici, con l’intento di avviare un dialogo e un percorso di studio focalizzato sul caso italiano ma in costante dialogo con il panorama internazionale della ricerca, su questo tema spesso ben più articolato e vivace. Per una descrizione del Centro e delle sue attività: www.centrastudies.org.