Working Papers del Centro Studi Europei ISSN (on line): 2384-969X ISSN (print): 2385-0310 https://www.centrostudieuropei.it/cse/working-paper CSE WORKING PAPERS 2022 | 02 ISBN 979-12-80042-18-7 La guerra in Ucraina (2022), l’Unione Europea e il ruolo della NATO: un’analisi storico-politica Ubaldo Villani-Lubelli Dipartimento di Studi Politici e Sociali UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO ABSTRACT The paper proposes a historical and political analysis of the origins of the war in Ukraine. Starting from the nationalist political ideology that established in Russia from the late 1990s and manifested itself during the years when Russia is ruled by Vladimir Putin, the author traces some of the main historical events since 1991 concerning Ukraine's internal balances and relations with the Russian Federation. The eastward enlargement process of NATO and the European Union are also considered. The paper outlines the war in Ukraine in 2022 clarifying the several levels of the conflict inevitably intertwine: a regional dimension of the conflict, a second dimension against the EU and the democratic-liberal model, a third against the US-centred international order, and finally also a war against the West, its civilisation and its contradictions. KEYWORDS: Empire; Russia; European Union.
CENTRO DI STUDI EUROPEI (CSE) WORKING PAPERS Direttore Massimo Pendenza Comitato Scientifico Manuel Anselmi (Università di Bergamo); Cristiano Bee (Oxford Brookes University); Valeria Bello (University Ramón Llull – Barcelona); Paul Blokker (Università di Bologna); Paolo Caraffini (Università di Torino); Vincenzo Cicchelli (Université Paris Cité); Luca Corchia (Università di Pisa); Vittorio Cotesta (Università di RomaTre); Giuseppe Foscari (Università di Salerno); Domenico Fruncillo (Università di Salerno); Giuliana Laschi (Università di Bologna, Campus di Forlì); Laura Leonardi (Università di Firenze); Maria Cristina Marchetti (Sapienza, Università di Roma); Umberto Morelli (Università di Torino); Ettore Recchi (Sciences Po, Paris); Ambrogio Santambrogio (Università di Perugia); Mauro Santaniello (Università di Salerno); Pasquale Serra (Università di Salerno); Carlo Spagnolo (Università di Bari); Mario Telò (Université Libre de Bruxelles; LUISS di Roma); Rossella Trapanese (Università di Salerno); Federico Trocini (Fondazione Einaudi, Torino); Dario Verderame (Università di Salerno). Comitato di redazione Beatrice Benocci, Salvatore Esposito. I Working Papers sono una Collana edita dall’Università degli Studi di Salerno Tutti i testi pubblicati sono preventivamente sottoposti a due referees anonimi. CENTRO DI STUDI EUROPEI (CSE) www.centrostudieuropei.it Direttore: Massimo Pendenza Dipartimento di Studi Politici e Sociali Università degli Studi di Salerno Via Giovanni Paolo II, 132 84084 Fisciano (Salerno), Italy Tel: +39 (0)89 962282 – Fax: +39 (0)89 963013 mail:
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© 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO La guerra in Ucraina (2022), l’Unione Europea e il ruolo della NATO: un’analisi storico-politica Ubaldo Villani-Lubelli INDICE I. INTRODUZIONE: IDEOLOGIA E IDENTITÀ .…………………………………. 4 II. L’ORIGINE POLITICA DEL CONFLITTO ..……………………………………. 6 III. LA STORIA DELL’ESPANSIONE DELLA NATO ……………………………… 11 IV. DALLA ‘CASA COMUNE’ AL ‘FORMATO NORMANDIA’: L’UE DI FRONTE ALLA RUSSIA …………………………………………………………………… 16 V. LA SOLITUDINE DELL’OCCIDENTE …………………………………………. 20 Riferimenti bibliografici …..………..………………..……………………………… 22 PROFILO AUTORE Ubaldo Villani-Lubelli è Ricercatore Senior (RTD-b) in Storia delle Istituzioni politiche presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università del Salento. Nel 2018 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore di II fascia in Storia delle Dottrine e Istituzioni politiche. I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia politica tedesca e la storia dell’integrazione europea. È autore di Unità Diritto e Libertà. Il fattore Weimar e l’identità costituzionale in Germania (Jouvence 2018) e co-curatore di La nuova Germania. La Repubblica Federale Tedesca a 30 anni dalla riunificazione (ETS 2020) e Italien, Deutschland und die europäische Einheit. Zum 30-jährigen Jubiläum des Berliner Mauerfalls (Franz Steiner 2019). Commenta la politica tedesca per HuffPost Italia. Email:
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CSE WORKING PAPERS 22/02 4 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Russia is a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma Winston Churchill I. INTRODUZIONE: IDEOLOGIA E IDENTITÀ Nel 1988 il pittore filozarista e anticomunista Il’ja Glazunov realizzò il quadro l’Eterna Russia in cui erano rappresentati dieci secoli di storia e cultura russa nei suoi elementi politici, religiosi e sociali. Il quadro fu realizzato in occasione dei mille anni della conversione al Cristianesimo della Rus’ di Kiev nel 988 da parte di Vladimir il Grande, principe e santo ortodosso. Non è un caso, che il 4 novembre del 2016 Vladimir Putin inaugurava a Mosca una statua di oltre diciassette metri dedicata a Vladimir il Grande. Il monumento al principe e santo ortodosso è divenuto uno dei simboli del nuovo discorso identitario, di cui Putin è stato principale artefice e a cui si unisce il richiamo alla tradizione imperiale zarista, a una parte della storia sovietica, soprattutto a quella di Stalin, e alla religione ortodossa. Questo connubio politico-religioso è uno dei tratti maggiormente rilevanti del fondamento ideologico alla base del sistema di potere di Vladimir Putin e che non può, evidentemente, essere associato al puro e semplice richiamo alla tradizione sovietica. Il Patriarca della Chiesa ortodossa russo Kirill, con le sue affermazioni contro l’Occidente, definito Impero della menzogna, e contro i diritti civili come ad esempio il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, è uno dei principali alleati di Vladimir Putin in Russia. Questa saldatura politica e religiosa si inserisce in un contesto storico e politico favorevole. Il principio identitario, come ricordato da Francis Fukuyama (2018, 54), è diventato il tratto caratteristico di una politica che rivendica una connessione carismatica diretta con “il popolo” e che non tollera le istituzioni e gli equilibri che limitano il potere politico in una moderna democrazia. Vladimir Putin ha espresso il suo disprezzo per la democrazia con grande chiarezza in un’intervista con il Financial Times: The liberal idea had outlived its purpose […] [Liberals] cannot simply dictate anything to anyone just like they have been attempting to do over the recent decades […] This liberal idea presupposed that nothing needs to be done. That migrants can kill, plunder and rape with impunity because their rights as migrants have to be protected […] Every crime must have its punishment. The liberal idea has become obsolete. It has come into conflict with the interests of the overwhelming majority of the population (Putin, 2019).
5 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO La critica alla democrazia e il richiamo all’autentica identità spirituale della vera ed eterna Russia, nel discorso putiniano è diventata una distinzione tra il proprio vero sé interiore e un mondo esterno di regole e norme sociali che si devono contrastare in quanto non riconoscono adeguatamente il valore o la dignità che si vuole tutelare. Come scrive sempre Fukuyama (2018, 52), sebbene gli individui nel corso della storia umana si siano già trovati in contrasto con la società in cui vivevano, soltanto in tempi recenti ha preso piede l’idea che l’autentico sé interiore è intrinsecamente prezioso, e la società esterna sistematicamente sbagliata e ingiusta. È qui che si inserisce il concetto politico-ideologico del Russkij Mir (mondo russo o anche pace russa), divenendo il pilastro della dottrina ideologico-politica di Vladimir Putin. 1 La narrazione del Russkij Mir ha tratti estremamente complessi, le cui caratteristiche potrebbero essere sintetizzate in una difesa della civiltà russa, nella logica di un’opposizione a un Occidente corrotto e decadente. In questo senso risulta primaria la ricomposizione di tutte le comunità russe, soprattutto di quelle che si sono ritrovate straniere in patria dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma anche di comunità e popoli rientranti nel concetto di mondo russo (bielorussi, ucraini, georgiani ecc.). Il nuovo nazionalismo russo propone il ritorno a una Grande Russia e si richiama alla vittoria nella seconda Guerra mondiale, celebrata solennemente con le parate del 9 maggio. Tali celebrazioni ricordano la vittoria contro il Nazionalsocialismo ma ignorano, evidentemente, la sistematica oppressione di massa dei popoli dell’Europa dell’Est (Zubok 2007, 7) perpetrata anche dall’Armata Rossa. A questo si accompagna un costante messaggio di riscatto per la fine dell’Unione Sovietica e ciò che la sua dissoluzione ha comportato: la frattura più evidente è stata e continua a essere la questione dei confini amministrativi (Graziosi 2021). 2 Al fine di realizzare questa ‘pax russa’ il regime di Putin 1 Sul Russkij mir rimando all’intervista ad Andrea Graziosi: https://www.youtube.com/watch?v=QDQafgSUGcY (ultimo accesso 16 aprile 2022). Nel suo discorso del 21 febbraio 2022, Putin ha affermato: “Permettetemi di sottolineare ancora una volta che l’Ucraina non è solo un Paese vicino per noi. È parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e del nostro spazio spirituale. Questi sono i nostri compagni e i nostri cari, compresi non solo i colleghi, gli amici e gli ex colleghi d’armi, ma anche i nostri parenti e le persone legate a noi da vincoli di sangue e familiari” (link: http://kremlin.ru/events/president/news/67828, ultimo accesso 16 aprile 2022). Si vedano anche Morini (2020, 105-117) e Cella (2022). 2 Si veda anche l’intervista ad Andrea Graziosi, La Repubblica, 2 marzo 2022: https://www.repubblica.it/cultura/2022/03/02/news/intervista_allo_storico_andrea_graziosi_sullucraina_una_grande_sfida_per_loccidente-340015575/ (ultimo accesso 15 aprile 2022). Sulla guerra ucraina come guerra all’Occidente si veda il dialogo tra Andrea Graziosi, Fulvio Cammarano e Federico Romero, Il terzo Novecento, in La Lettura – Corriere della Sera, 17.4.2022, pp. 2-5 e, inoltre, la lettera di Andrea Graziosi alla Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO): Pensieri sulla fine di un’epoca (ultimo accesso 21 aprile 2022, link: https://iregrazzz.medium.com/).
CSE WORKING PAPERS 22/02 6 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO ha fatto, e continua a fare, ampio uso della violenza (Politkovskaja 2005), intesa come strumento legittimo di raggiungimento dell’obiettivo sia a livello interno tramite l’eliminazione di qualunque oppositore sia sul fronte esterno con operazioni di guerra come avvenuto prima in Cecenia (1999-2009), poi in Georgia (2008) e due volte in Ucraina (2014 e 2022) (Bartolini et al. 2020, 426-431; Bugajski e Assenova 2016). Partendo dall’ideologia politica del messaggio del Presidente Vladimir Putin, il presente saggio intende ripercorrere alcuni dei principiali eventi storici dal 1991 in poi proponendo un’analisi della guerra in Ucraina del 2022 in cui si intrecciano diversi livelli del conflitto: il primo regionale tra ucraini e russi, un secondo della Russia contro l’Unione Europea e il modello democraticoliberale, un terzo contro l’ordine internazionale incentrato sugli Stati Uniti d’America e, infine, anche una guerra contro l’Occidente, la sua civiltà e le sue contraddizioni. II. L’ORIGINE POLITICA DEL CONFLITTO Se le tensioni tra Ucraina e Russia hanno radici che risalgono a diverse epoche storiche (Cella 2021), si pensi in particolare allo sterminio del popolo ucraino operato da Stalin (Appelbaum 2019; Erikson 2022; Graziosi 2018 e 2022; Naimark 2022), è altresì vero che il conflitto del XXI secolo è una conseguenza dell’equilibrio politico internazionale venutosi a creare dopo il 1989-1991. La caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989, la riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 21-26 dicembre 1991 sono le tre date di maggiore importanza che segnano un biennio i cui effetti sono stati di enorme impatto politico e militare sia a livello interno ai singoli Stati coinvolti sia anche a livello internazionale. Le tre date sopra riportate segnano la fine della Guerra Fredda e l’inizio di una fase storica nuova che ha trovato diverse definizioni. La più celebre risale certamente a Francis Fukuyama. La “fine della storia” – un’espressione interpretata in modo molteplice e spesso ambiguo – è stata la chiave interpretative di questa nuova epoca (Fukuyama 1992). Anche la presunta supremazia internazionale degli Stati Uniti d’America è durata ben poco. L’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre del 2001 mostrò al mondo intero la vulnerabilità della grande potenza statunitense, a cui seguirono le avventurose operazioni militari in Afghanistan e in Iraq che rivelarono gli errori di calcolo e di valutazione della strategia internazionale degli Stati Uniti d’America3. 3 In una recente intervista alla ZDF, seconda rete tedesca, lo storico Tymothy Snider, analizzando la crisi ucraina, riconosce, tra le altre cause, anche l’errore dell’ultima guerra in Iraq,
7 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Il biennio 1989-1991 è di fondamentale importanza per comprendere la perdurante crisi russo-ucraina che sin dal 1991 caratterizza le relazioni tra due nazioni, due popoli e due culture. La transizione politico-istituzionale dal regime comunista alla democrazia degli Stati del Patto di Varsavia e delle repubbliche ex-sovietiche fu estremamente complessa dal punto di vista della politica interna dei nuovi Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nonché diversificata, da una parte per le specificità di ogni singolo stato e, dall’altra, per le diverse forme di dipendenza dalla Federazione Russa. Già nel 1990 Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria pretesero il ritiro delle forze militari dell’Unione Sovietica dal proprio territorio. Il processo di liberalizzazione si diffuse presto in tutta l’Europa dell’Est, anche in Romania e Albania, ultime roccaforti dell’ortodossia sovietica. La fine del Patto di Varsavia fu formalizzata il 31 marzo del 1991. Per quanto riguarda le repubbliche ex sovietiche, la questione è ben più complessa. Sin dai primi mesi del 1989, dunque ancora prima della caduta del Muro di Berlino, iniziarono a manifestarsi i primi movimenti indipendentisti. Il primo caso fu la Lituania. Successivamente, in tutte queste repubbliche vi furono richieste più o meno esplicite di autodeterminazione (Giordano 2004, 435-358). Le repubbliche ex sovietiche erano quattordici (più la Russia): Estonia, Lettonia e Lituania (Le Repubblica baltiche); Armenia, Azerbaigian, Georgia (Le Repubbliche transcaucasiche); Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan (Le Repubbliche dell’Asia Centrale); Bielorussia, Moldova e Ucraina (Le Repubbliche occidentali). Tra le ex repubbliche, l’Ucraina era la più popolosa e la seconda per estensione, dopo il Kazakistan. È altresì importante ricordare che gli arsenali nucleari sovietici si trovavano in Russia, in Ucraina, in Bielorussia e in Kazakistan. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel dicembre del 1991, venne fondata la Comunità di Stati Indipendenti (CSI), che in questa fase rappresentava, tuttavia, «una semplice sigla» (Di Nolfo 2008, 1328). La CSI comprendeva la Russia, la Bielorussia, l’Ucraina, l’Armenia, l’Azerbaigian, la Moldova, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Turkmenistan e, successivamente, anche la Georgia. La CSI non fu mai un’organizzazione in grado di tenere insieme in modo efficiente queste repubbliche: più che altro, fu un sistema con cui la Russia cercava, con evidenti difficoltà strategiche ed economiche, di salvaguardare i legami politici e la sua sfera di influenza con queste repubbliche che nel frattempo, con non poche contraddizioni nei processi politici interni, instaurarono sistemi presidenziali al loro interno. Queste repubbliche furono dilaniate da guerre civili, conflitti ma anche da tensioni con la il più grave errore della politica internazionale: (link: https://www.zdf.de/politik/auslandsjournal/220414-ajo-snyder-interview-100.html).
CSE WORKING PAPERS 22/02 8 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Russia che ricopriva un ruolo egemonico. Contestualmente, all’interno della stessa Federazione Russa, la transizione dall’economia pianificata al libero mercato comportò per la società russa forti disparità sociali e, più in generale, una crisi economica duratura. La varietà etnica e le sperequazioni sociali furono all’origine anche di fenomeni di separatismo come per esempio in Cecenia. Tra le repubbliche ex sovietiche, un caso particolarmente interessante fu rappresentato dall’Ucraina che ha avuto una storia travagliata sia sul piano della politica interna sia sul piano delle relazioni internazionali. Il 1° dicembre del 1991 si svolse un referendum sull’indipendenza dell’Ucraina. Il 92 per cento votò a favore; anche nelle regioni con una forte componente russofona – come la Crimea, Sebastopoli e le regioni di Donetsk e Luhansk – la maggioranza votò a favore dell’indipendenza sebbene con proporzioni ridotte rispetto ad altre aree geografiche (poco più del 50 per cento). Questo referendum fu una delle cause della dissoluzione dell’Unione Sovietica la cui fine fu formalizzata il 21 dicembre del 1991. L’indipendenza dell’Ucraina non poteva essere esclusivamente una questione interna al Paese e alle relazioni con la Russia in quanto in Ucraina si trovavano gli arsenali nucleari dell’Unione Sovietica. Nonostante alcune resistenze da parte ucraina, il 5 dicembre del 1994, a Budapest, fu sottoscritto un memorandum da Ucraina, Russia, Stati Uniti e Regno Unito sulle garanzie di sicurezza tramite il quale veniva riconosciuta l’integrità territoriale e l’indipendenza dell’Ucraina e, al contempo, quest’ultima accettava di smaltire le scorte di arsenali nucleari ereditate dall’Unione Sovietica che furono appunto trasferite in Russia con il fondamentale sostegno politico ed economico degli Stati Uniti d’America. Nonostante l’indipendenza raggiunta tramite il referendum, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la nascita della CSI e il riconoscimento internazionale ottenuto nel 1994, la politica interna dell’Ucraina continuò a subire forti influenze dall’esterno, prevalentemente dalla Russia. L’Ucraina degli anni Novanta è stato un Paese la cui società e le cui istituzioni riflettevano un equilibrio di potere ancora fortemente detenuto dalla burocrazia sovietica e in cui le forze di opposizione a essa erano piuttosto fragili (D’Anieri 2007, 74). Gli anni della transizione politica e istituzionale dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica furono una fase di grande confusione per la politica interna dell’Ucraina. Si sono alternati governi di diverso orientamento politico, in una continua tensione tra vicinanza storica e politica alla Russia e desiderio di aderire al modello sociale, politico e militare occidentale. Queste tensioni sono sfociate in due grandi conflitti interni al paese. Nel 2004 il Presidente della Repubblica filorusso Viktor Yanukovich, vincitore delle elezioni, fu costretto alle dimissioni dalla Rivoluzione Arancione. La rivoluzione fu guidata dal candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko. La Corte Suprema
9 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO ucraina annullò il risultato elettorale e alle successive elezioni Yushchenko divenne Presidente. La Rivoluzione Arancione è una cesura storica rilevante della storia recente dell’Ucraina in quanto dal 2004 in poi si rafforzò nella società e nella classe dirigente ucraine la volontà di aderire alle istituzioni internazionali occidentali. Tale processo si arrestò nuovamente nel 2010 dopo che il filorusso Viktor Yanukovich vinse nuovamente le elezioni presidenziali complice anche la crisi economica che colpì l’Ucraina negli anni della crisi internazionale del 2008-2009. Ne seguiranno numerosi contrasti politici con il Primo Ministro Yulia Tymoschenko che venne arrestata nel 2011 e successivamente liberata nel 2014. Un altro momento di svolta particolarmente significativo è il novembre del 2013. Il Presidente Yanukovich decise di non firmare il trattato di associazione con l’UE e di rafforzare, al contrario, le relazioni politiche ed economiche con la Russia. La rivoluzione del 2013-14, nota come Euromaidan, caratterizzata da scontri violenti, non fece arretrare, almeno inizialmente Yanukovich dal suo progetto di stringere relazioni più solide con la Russia. Nel dicembre del 2013 egli sottoscrisse una serie di accordi economici e commerciali con la Federazione Russa scatenando tuttavia una durissima protesta di piazza e un’altrettanta dura reazione delle forze di polizia. Il risultato fu una guerra civile con un centinaio di morti e la fuga di Yanukovich dall’Ucraina. Il conflitto civile e politico nonché il ritorno a una linea politica filo-europeista non fece altro che acuire i contrasti con la minoranza russa. Nel marzo del 2014, in Crimea, l’unica regione a maggiorata russa, vennero occupati gli edifici governativi, grazie anche all’appoggio del governo di Mosca. Nella regione si svolse anche un referendum per l’annessione della Crimea alla Russia, con esito positivo. Successivamente, i ribelli filorussi allargarono il conflitto alle regioni orientali dell’Ucraina, al confine con la Russia, senza tuttavia avere successo. L’annessione della Crimea aveva anche una ragione strategico-militare in quanto nel 2015 sarebbe scaduto il diritto di godere del prestito delle attrezzature navali nel porto di Sebastopoli. Non si dimentichi, inoltre, che in Crimea si trova anche la città di Yalta, luogo simbolicamente rilevante per il discorso ideologico-politico di Putin. Le successive elezioni politiche del maggio del 2014 videro la vittoria di Petro Poroshenko che rafforzò la linea filoeuropea portando a ulteriori fratture tra i Paesi europei e occidentali, da una parte, e la Russia dall’altra. Gli scontri continuarono nel 2014 con conseguenze drammatiche anche tra i civili. Il 17 luglio del 2014, i ribelli filorussi abbatterono il volo di linea MH17 della Malaysia Airlines con ben 298 persone a bordo, di cui 80 bambini. Le reazioni dei Paesi europei e occidentali furono di grande sdegno ma anche prive di azioni efficaci. Le sanzioni che furono decise nei confronti della Russia furono limitate. L’accordo raggiunto il 5 settembre del 2014 tramite il
CSE WORKING PAPERS 22/02 16 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO natura imperiale russa. La democratizzazione di questi paesi, inoltre, era un elemento destabilizzante in quanto avrebbe potuto influenzare anche gli equilibri politici interni alla Russia. A questo si aggiunga anche la questione, sempre richiamata da Vladimir Putin, della presenza di rilevanti comunità russe in questi nuovi Stati che si distaccavano definitivamente dalla sfera di influenza di Mosca. La reazione della Federazione Russa fu immediata. Nell’estate del 2008 la Russia invase e occupò l’Ossezia del Sud e l’Abcasia in Georgia e, contestualmente, come già ricordato sopra, vennero fortemente condizionati i processi politici interni all’Ucraina fino ad arrivare, dopo la rivoluzione di Euromaidan, all’occupazione e annessione della Crimea nel 2014. Successivamente, nel febbraio del 2022 la Russia ha prima riconosciuto le repubbliche indipendentiste di Donesk e Lugansk e successivamente invaso, nuovamente, l’Ucraina. Tra le molteplici motivazioni (politiche, culturali, religiose, etniche, geopolitiche ed economiche) addotte da Vladimir Putin per giustificare e difendere la sua operazione speciale, egli ha spesso fatto riferimento all’esigenza esistenziale del popolo russo di voler riconsegnare alla Russia i territori che apparterrebbero, di diritto, ad essa. Putin ha ricordato di voler riaffermare lo spazio spirituale russo e di ridare una patria ai tanti russi che dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica si sono trovati stranieri in patria nei nuovi stati creati dalle ex repubbliche sovietiche (Putin 2021).7 In questo modo Putin si è ispirato, evidentemente, a una versione aggiornata dello spazio vitale (Lebensraum) rivendicato da Adolf Hitler per i tedeschi negli anni Trenta, con una importante differenza: se nel 1919 la Germania era stata effettivamente umiliata dal Trattato di Versailles, dopo il 1991 la Federazione Russa è stata sostenuta politicamente ed economicamente (Clinton 2022). IV. DALLA ‘CASA COMUNE’ AL ‘FORMATO NORMANDIA’: L’UE DI FRONTE ALLA RUSSIA Nella crisi ucraina uno degli attori internazionali a cui sono state rivolte maggiori critiche o su cui si sono poste numerose aspettative, soprattutto di mediazione politica, è stata l’UE. La singolare architettura politico-istituzionale dell’UE, condizionata dalle rivendicazioni e interessi dei singoli Stati Membri, la rende un protagonista privo di una reale autonomia strategica. Oltre a questo limite strutturale, l’UE, e prima ancora la CEE, ha avuto una lunga storia di tentativi di condizionamenti da parte dell’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa dopo. Tali relazioni sono state, non di rado, subordinate alla 7 Articolo di Vladimir Putin “On the Historical Unity of Russians and Ukrainians”, 12 luglio 2021: http://en.kremlin.ru/events/president/news/66181
17 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO NATO e, più in generale, ai rapporti USA-URSS. Ciò nonostante l’Unione Sovietica ha sempre avuto ambizioni di influenzare gli Stati Europei, del resto, il Vecchio Continente è stato uno dei campi di battaglia e il teatro del confronto, a volte pacifico, a volte conflittuale, tra le due grandi potenze mondiali di un tempo. Nelle relazioni della Russia con l’Occidente, il discorso di Michael Gorbaciov alle Nazioni Unite del 7 dicembre 1988 sancisce la riduzione unilaterale degli armamenti e la de-ideologizzazione delle relazioni tra gli Stati. Dal punto di vista storico è considerato uno dei passaggi di grande importanza politica di formalizzazione della fine della Guerra Fredda. Pochi mesi dopo quel celebre discorso, il 6 luglio del 1989, lo stesso Gorbaciov, al Consiglio d’Europa, parlava di ‘Europa casa comune’. È chiaro che in quella fase storica, ancora prima della caduta del Muro di Berlino, esisteva già l’ambizione di una costruzione euroasiatica (Bugajski e Assenova 2016). Il 21 novembre del 1990, trentadue paesi europei (esclusa l’Albania, ma inclusa la Germania appena riunificata ed anche l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti) firmarono la Carta di Parigi, un tentativo di realizzare un equilibrio politico in un contesto in profonda trasformazione. Nelle intenzioni iniziali la Carta di Parigi avrebbe dovuto essere un accordo per ridefinire gli equilibri dopo la fine della guerra fredda aprendo così, come si legge nella Carta, «una nuova era di democrazia, pace e unità»8. Questi accordi rientravano nel processo di distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica avviati addirittura nel 1975 con l’atto finale di Helsinki. La Carta di Parigi prevedeva incontri regolari tra i ministri degli esteri degli stati firmatari per consultazioni di carattere politico. La Carta dotò inoltre la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione di strutture istituzionali permanenti. Venne istituito un segretariato, un Ufficio per le libere elezioni (successivamente rinominato Ufficio per le Istituzioni democratiche e i diritti umani) con sede a Varsavia e un Centro per la prevenzione dei conflitti con sede a Vienna. Successivamente, nel 1992 venne nominato un Segretario generale e nel 1994 la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione divenne l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Le ambizioni iniziali si scontrarono con un quadro istituzionale a livello internazionale che vide la già citata riunificazione tedesca, il cui processo fu annunciato dai dieci punti presentati dal Cancelliere Kohl il 26 novembre del 1989 al Bundestag, tra i quali la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione non rientrava tra le priorità. Il 3 ottobre del 1990 si formalizzò la riunificazione della Germania con l’ingresso della Repubblica Democratica tedesca (DDR) nella Repubblica Federale. Nel 1991 si dissolve l’Unione Sovietica e nel 1992 viene firmato il Trattato di 8 Carta di Parigi (link: https://www.osce.org/files/f/documents/b/c/39519.pdf).
CSE WORKING PAPERS 22/02 18 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Maastricht che fonda l’Unione Europea. L’azione dell’OSCE perse così, progressivamente, i suoi obiettivi originari – complice anche la contestuale espansione della NATO – a favore del processo di integrazione europea che diviene il processo politico-istituzionale all’interno del quale, successivamente, verranno coinvolti molti degli Stati del Patto di Varsavia (Crump 2020, 188-206). La Russia ne restò evidentemente esclusa per ragioni in parte geografiche, in parte politiche e in parte per oggettive difficoltà di integrare un paese come la Russia nel commonwealth europeo. Ciò nonostante, gli anni Novanta, segnano un’estrema distensione dei rapporti tra Russia e Stati Uniti. Soltanto con la guerra in Kosovo del 1999 ritornarono alcune tensioni della Russia nei confronti dei paesi Europei e degli Stati Uniti. Anche nell’era in cui Vladimir Putin ha raggiunto le funzioni apicali delle istituzioni politiche della Federazione Russa, l’infrazione russa in Europa è continuata con strumenti e modalità diverse. Sebbene la Russia fosse rimasta esclusa dal progetto pan-europeo restavano le ambizioni sul continente europeo (Sassoon 2022, 18). In un altro celebre discorso di Vladimir Putin al Forum Economico organizzato dalla Süddeutsche Zeitung Vladimir Putin propose addirittura uno spazio di libero scambio in cui integrare il mercato russo al mercato europeo. Si trattava evidentemente di un progetto politico-economico, più volte riproposto negli anni successivi, alternativo al progetto europeo, quest’ultimo considerato da Mosca una delle principali cause della marginalità internazionale della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica (Putin 2010). L’altro ambito di infrazione europea si è concretizzata nella dipendenza energetica di cui certamente la Germania ha rappresentato il caso più eclatante. Sfruttando la notevole sensibilità tedesca sull’elaborazione di una cultura del ricordo (Erinnerungskultur) dei crimini nella seconda guerra mondiale e della colpa tedesca anche nei confronti dei russi, Putin, pur senza mai far leva esplicitamente su questo fattore, ha saputo consolidare le relazioni russo-tedesche. Queste si fondavano su intese personali con il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ma anche su una convergenza di interessi di attori privati. Negli anni dei governi di Angela Merkel tale approccio non è stato messo in discussione, nonostante la ex cancelliera abbia manifestato molto spesso una maggiore sensibilità rispetto al suo predecessore per il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto in Russia. Dall’altra parte, Merkel ha sempre difeso il gasdotto Nord Stream II in quanto progetto privato, facendosi interprete della scissione tra interessi economici da difendere e contestuale critica alla violazione dello stato di diritto. Tale approccio, noto con il motto Wandel durch Handeln, che si basava su questo difficile equilibro tra economia e politica, ha funzionato finché Merkel è stata capo del governo ma appena è venuta meno sembra essersi dissolto. In relazione alla strategia
19 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO della Germania e di Angela Merkel nei confronti della Russia di Putin, è importante altresì ricordare che già al tempo degli accordi di Minsk I del 2014 e di Minsk II del 2015, l’Unione Europea, tramite i due suoi paesi più importanti, ovvero la Francia e la Germania, si fece garante della pace.9 Nel 2014, l’accordo fu promosso e sostenuto dalla Cancelliera ma sottoscritto dagli attori in guerra. Dopo che quell’accordo non fu rispettato da ucraini e russi, Francia e Germania si fecero direttamente promotori – il cosiddetto Formato Normandia – dell’accordo Minsk II, sottoscritto da Ucraina, Federazione Russa, Francia e Germania. La logica dietro la strategia di mediazione europea era appunto duplice. Da una parte dare all’Europa un ruolo strategico su quell’area geografica, smarcandosi, in un certo senso, anche dagli Stati Uniti. Dall’altra, tenere aperto un canale di comunicazione sia con l’Ucraina che aspirava (e aspira tutt’ora) a entrare nell’Unione Europea, sia con la Federazione Russa che restava un partner commerciale importante e comunque un interlocutore geopolitico indispensabile. In questo modo l’UE usciva rafforzata e la Federazione Russa veniva soddisfatta di alcune esigenze territoriali, ma arginata nella sua aspirazione di destabilizzare e indebolire l’UE. L’invasione dell’Ucraina ha evidentemente rotto questo equilibro svelando che il principale nemico di Vladimir Putin non è tanto l’allargamento della NATO a Est, elemento tutto sommato marginale, ma utilizzato dal punto di vista comunicativo sapendo che in Occidente è un tema sensibile e divisivo, quanto piuttosto l’UE e il processo di democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’Est. Come si è visto, infatti, l’allargamento della NATO a Est si è intrecciato al progressivo e contestuale allargamento a Est dell’UE. Nella misura in cui quest’ultima è forte e stabile, essa diviene una forza di attrazione per i paesi orientali europei, indebolendo contestualmente la Russia, che vede ulteriormente ridotta la propria sfera di influenza. Non è un caso che uno degli effetti della guerra in Ucraina è il paradossale rafforzamento della NATO, ovvero il nemico dichiarato da Putin; Svezia e Finlandia, due paesi neutrali, hanno dichiarato di voler entrare nella NATO. A tal proposito, non si dimentichi che appena nel 2019 Macron definiva la NATO in stato di morte cerebrale e Merkel sosteneva che l’Europa doveva dotarsi di un sistema di difesa autonomo dalla NATO. L’ambizione geopolitica e strategica della Russia sull’Europa resta il principale fattore destabilizzante per l’UE. Ancora oggi l’UE, pur con i limiti strutturali della sua architettura istituzionale e la mancanza di una politica estera e di difesa comune, è l’unico, tra i grandi Imperi che continua a espandersi 9 A tal proposito è opportuno precisare che le istituzioni dell’UE, in virtù del suo assetto intergovernativo, non ha autonomia strategica ma la sua azione politica avviene tramite i suoi Stati Membri.
CSE WORKING PAPERS 22/02 20 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO integrando nuovi nazioni e con molte altre che aspirano a entrarci per gli evidenti vantaggi economici del mercato unico. V. LA SOLITUDINE DELL’OCCIDENTE Dall’analisi sopra esposta risulta evidente che la guerra in Ucraina è soprattutto il sintomo di un disagio e di una frustrazione della Russia, che dopo la fine della Guerra Fredda, ha visto, da una parte, amplificare l’asimmetria tra il modello occidentale-europeo, il perdurante ruolo internazionale degli Stati Uniti nonché l’ascesa di nuove potenze e, dall’altra, la diminuzione della sfera di influenza russa non solo a livello internazionale ma anche in quelle aree geografiche limitrofe al territorio russo. La Russia è passata dalla condizione di grande potenza mondiale, di Impero, a quella di un Non-Impero, ovvero di un attore nello spazio geopolitico globale con alcune caratteristiche tipiche di una potenza (territorio, arsenale nucleare, storia) ma senza una reale sfera di influenza per i limiti di un’economia più o meno pari a quella dell’Italia e un sistema politico-istituzionale autoritario. Da questa devoluzione russa, come è stata definita da Parag Khanna (2009, 45-50), il Presidente russo ha utilizzato l’argomentazione dell’espansione della NATO a Est interpretandola come una forma di minaccia alla sicurezza russa. In realtà, questa appare essere una spiegazione parziale e limitante per le ragioni suddette, ma anche per la lunga cooperazione Ucraina-NATO. Le relazioni tra l’Ucraina e la NATO risalgono, infatti, agli anni Novanta e si sono realizzate spesso con il consenso della Russia. L’attività di cooperazione iniziò sin da quando l’Ucraina ottenne l’indipendenza e aderì al Consiglio di cooperazione nordatlantica (1991) e al programma di partenariato per la pace (1994). Tali relazioni sono state rafforzate con la firma della Carta del 1997 su un partenariato distintivo che ha istituito la Commissione NATO-Ucraina al fine portare avanti la cooperazione. Nel 2002 il Presidente filo-russo Leonid Kučma avanzò formale richiesta di adesione alla NATO. Dal 2009, la Commissione NATO-Ucraina ha supervisionato il processo di integrazione euro-atlantica dell’Ucraina, comprese le riforme nell’ambito del programma nazionale annuale. Se è altresì vero che nel giugno del 2017, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione che ripristina l’adesione alla NATO come obiettivo strategico di politica estera e di sicurezza e nel 2019 è entrato in vigore un corrispondente emendamento alla Costituzione dell’Ucraina e che nel 2020 il presidente ucraino Zelensky ha approvato la nuova strategia di sicurezza nazionale dell’Ucraina prevedendo lo sviluppo del partenariato distintivo con la NATO con l’obiettivo dell’adesione, l’entrata dell’Ucraina nella NATO è stata congelata sin dal vertice di Bucarest del 2008. In altri termini, più che l’allargamento in sé, il punto
21 UBALDO VILLANI-LUBELLI, LA GUERRA IN UCRAINA (2022) © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO centrale è rappresentato dalla pretesa della Russia di non riconoscere all’Ucraina il diritto all’esistenza come Stato autonomo e indipendente, come del resto affermato dallo stesso Putin, secondo cui l’Ucraina sarebbe stata creata a tavolino da Lenin. In questo senso il processo di democratizzazione interna e l’avvicinamento dell’Ucraina all’UE è una prospettiva inaccettabile per la Federazione Russa perché l’Ucraina diventerebbe un modello per gli altri Stati – si pensi in particolare alla Georgia e la Moldova – ma per certi versi anche per la Russia stessa.10 In questo modo l’Ucraina, con i suoi oltre quaranta milioni di abitanti e con un’estensione geografica pari a più del doppio dell’Italia, è diventata il campo di battaglia politico-ideologico e militare dell’ostilità russa nei confronti dei valori della democrazia e l’emblema dell’incapacità della Russia di offrire un’alternativa al modello politico-istituzionale e sociale occidentale a un’intera area geografica un tempo parte dell’Unione Sovietica. In questo senso, per il discorso ideologico-politico di Vladimir Putin, l’Ucraina non è un territorio neutro, in quanto rappresenta la porta d’Europa della Russia, è la prosecuzione russa nel cuore del Vecchio Continente. Il commentatore indiano-americano Parag Khanna, ha scritto che Questo potrebbe essere un remoto angolo d’Europa, ma è l’epicentro della lotta contro la Russia… La posta in gioco è alta: si tratta nientemeno che mettere le briglie alla Russia e di espandere verso est l’impero europeo. I contadini ucraini, divisi per secoli fra padroni russi e tedeschi, ricevettero ironicamente un’identità nazionale in seguito al patto nazisovietico del 1939; sotto il gioco sovietico, però. Per gli ucraini il nome della loro nazione significa ‘patria’; per i russi, ‘terra di confine’. Oggi l’Ucraina è davvero entrambe le cose (Khanna 2009, 51). Sospesa tra Oriente e Occidente, tra il legame ancestrale e conflittuale con la Russia e il desiderio di aderire al mercato e alle libertà dell’Europa, l’Ucraina, che poteva essere un ponte tra i due mondi, ne è diventato la linea di conflitto. È diventata l’epicentro della lotta di liberazione dall’oppressore russo e l’epicentro dell’ostilità russa nei confronti dell’Occidente. Sul piano più generale, l’obiettivo di Vladimir Putin è di mettere in crisi l’attuale ordine internazionale cercando un ruolo di rilievo per la Russia, facendo sentire l’ingombrante presenza della Federazione in Europa, trovando, inoltre, nella Cina un alleato per la riduzione dell’egemonia statunitense. Tale nuovo ordine aspira a creare sfere di influenza nettamente distinte (Rachman 2022, 17; Shapiro 2022, 50-57). In questo senso, l’invasione russa dell’Ucraina ha ottenuto un duplice, e solo apparentemente contraddittorio risultato. Da una parte la reazione degli stati occidentali è stata unitaria. 10 Tema affrontato anche da Kolev (2022).
CSE WORKING PAPERS 22/02 22 © 2022 CENTRO DI STUDI EUROPEI – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO Molto più compatta di quanto si potesse attendere e di quanto la stessa Federazione Russa, probabilmente, si aspettasse. Non si può non registrare, tuttavia, che in alternativa alle posizioni assunte dagli Stati occidentali (inclusa anche la neutrale Svizzera) e alcuni stati come il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud e Singapore, vi è una parte certamente maggioritaria del mondo che non ha condannato apertamente l’attacco russo oppure l’ha difeso esplicitamente. La risoluzione di condanna dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (141 contro 5) del 2 marzo 2022 è certamente indice di un largo consenso di riprovazione contro l’aggressione russa, ma non si può non considerare che tra i Paesi astenuti ci siano alcuni grandi e importanti Stati come la Cina, l’India, l’Iran, il Sudafrica oltre a tre Repubbliche ex sovietiche come Tagikistan, Kirgizistan e Kazakistan. Anche la successiva risoluzione, su proposta degli Stati Uniti, di sospendere la Russia dal consiglio ONU dei diritti umani, ha visto il voto contrario della Cina e, tra gli altri, di molti Stati del continente africano, tra cui, l’Algeria, l’Eritrea, l’Etiopia, il Mali, il Nicaragua, il Burundi, il Gabon e lo Zimbabwe, nonché l’astensione di altri Paesi tra cui il Brasile, il Sudafrica, l’Egitto, il Senegal, il Messico e l’India. Queste forme di dissociazione della parte maggioritaria del mondo (non sulla base del Prodotto Interno Lordo bensì della popolazione) indicano un chiaro dissenso nei confronti dei paesi occidentali (intesi in senso esteso) che hanno mostrato enorme sensibilità per il destino e le sofferenze del popolo ucraino ma che spesso non mostrano altrettanta attenzione a molte delle altre guerre in corso oppure hanno sostenuto guerre in altri luoghi verso i quali non si è mostrato lo stesso sdegno (Wilson 2014; Bell 2022; Rachman 2022; Rampini 2022) L’Ucraina è così diventata il simbolo di una guerra che porta con sé diversi livelli. Il primo è locale e riguarda ucraini e russi, un secondo è inerente al rapporto della Russia con l’UE e il modello democratico-liberale, un terzo rientra nella ridefinizione dell’ordine internazionale incentrato sugli Stati Uniti e, infine, il quarto livello riguarda la guerra contro l’Occidente, la sua civiltà e, nondimeno, le sue contraddizioni. Riferimenti bibliografici Applebaum, A. (2019 [2017]), La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina, Mondadori, Milano. Bartolini, F., Bonomo, B., Gagliardi, A. (2020), L’Europa del Novecento. Una storia, Carocci, Roma.
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