Un altro Sessantanove. Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo
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L’INTERVISTA 15 CLIONET PER UN SENSO DEL TEMPO E DEI LUOGHI numero 5, anno 2021 ISSN: 2533-0977 Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo UN ALTRO SESSANTANOVE Nel dicembre 2019, per il 50° anniversario dell’Autunno caldo, la Camera del Lavoro Metropolitana di Firenze, ha promosso il convegno “Un altro sguardo sul 1969”, in collaborazione con la Società italiana di storia del lavoro (SISLav) e con la partecipazione di altre associazioni storiche e organizzazioni sindacali. Il convegno ha cercato di indagare il rapporto complesso, dinamico, poco studiato fra il conflitto sociale (e industriale, in particolare) e la dimensione territoriale in cui si inserisce. L’Autunno caldo non è stato solo Mirafiori o Sesto San Giovanni, n ha avuto come unico protagonista l’operaio massa, giovane e immigrato. Esiste un altro Autunno caldo, partendo da esperienze considerate periferiche e da territori lasciati ai margini dalla riflessione storiografica. Occorre, dunque, un allargamento della visuale sul 1969 operaio: Firenze e la Toscana dei distretti, la Terza Italia dell’Umbria e del Veneto, ma anche il Meridione di Napoli e della Basilicata, la Sardegna, Genova, Parma, Casale Monferrato e Bergamo. Dagli atti di quel convegno è nato il libro Un altro sguardo sul 1969. I territori del conflitto in Italia, curato da Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo. L’intervista ai tre curatori è stata realizzata da Eloisa Betti e Diego Graziola. L’immagine di apertura proviene dal fondo fotografico dell’Archivio storico della Camera del lavoro Cgil Pistoia.
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 16 Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo Partendo dal titolo, Un altro sguardo sul 1969, qual è la prospettiva originale che il volume da voi curato vuole proporre al lettore? CAUSARANO: Il libro è figlio di un convegno che si svolse alla fine del 2019 organizzato e sostenuto dalla Camera del lavoro di Firenze e dalla CGIL Toscana in collaborazione con Proteo Fare Sapere, la SISLav, l’AISO, la Fondazione Valore Lavoro e la Fondazione Giuseppe Di Vittorio. L’idea di fondo del convegno e poi del libro è stata quella di collegare la dimensione del lavoro a quella del conflitto sociale più generale, ribaltando due idee dominanti riguardo la rottura della fine degli anni ’60; considerando dunque non solo il ’69 ma anche il ’68 e in generale il ciclo degli anni dal ’67 al ’72-73. La prima è che i movimenti abbiano spinto la società italiana alla mobilitazione. Inizialmente si dice che questo avvenga in una sequenza canonica, partendo dai movimenti studenteschi – in particolare universitari –, anche se in realtà gli studi più recenti hanno mostrato il peso degli studenti medi, che sono una realtà significativa del caso italiano rispetto ad altri contesti europei, per poi successivamente arrivare alla mobilitazione operaia attorno all’esperienza dei delegati e dei Consigli di fabbrica. La società esterna, secondo questa prospettiva, è come se fosse stata investita da queste manifestazioni e in una certa misura mobilitata da queste avanguardie focalizzate nei propri ambiti ma capaci, comunque, di proporre una cultura, dei modelli politici e delle idee generali: di costruire quella che effettivamente si consolida come una egemonia, per quanto con molte fratture al proprio interno nel corso degli anni ’70. Da un lato è vero che la dimensione industriale è centrale nel definire il conflitto sociale dopo il ’69 e in una certa misura anche nel ’68-69, ma questa dimensione, a differenza di altre esperienze europee, è stata capace di proiettarsi al di fuori di se stessa in una prospettiva di emancipazione generale su più livelli, sia culturali sia relazionali. È visibile anche l’aporia del sindacato dei consigli che vuole essere da una parte sindacato di classe ma anche capace di essere sindacato generale e modificare la confederalità, uscendo da se stesso e proponendo un proprio modello a tutta la società: un modello di rappresentanza, di democrazia e di partecipazione. D’altro canto, è necessario chiedersi, ed è quello che noi abbiamo provato a fare, se la società ha solo risposto alle sollecitazioni di questi eventi oppure è stata capace di dimostrare una sua autonomia. Perché in realtà tante cose cominciano a muoversi a più livelli tra il ’67 e il ’69. L’altra idea di fondo da verificare è infatti quella per cui nelle letture del ’69, dell’autunno caldo e in generale di quegli anni, ci siano dei luoghi centrali e dei luoghi periferici; dei luoghi di irradiazione e dei luoghi di assorbimento dei fenomeni, delle idee, delle parole d’ordine e delle forme di mobilitazione. Noi non ci volevamo porre semplicemente il problema di fare un repertorio di altre esperienze rispetto ai luoghi canonici del triangolo industriale, volevamo individuare lo spazio sociale non come una semplice costellazione di luoghi del conflitto ma di veri e propri territori in cui il conflitto si sedimenta, si articola, viene prodotto, vissuto, diffuso: in una parola che viene socialmente costruito. Quindi indagare anche il modo con cui questo conflitto, nel definire la sua dimensione territoriale, si collega al decennio precedente caratterizzato dal centrosinistra ma anche quello successivo. In questo senso è importante l’idea che nell’esperienza di quelle lotte ogni territorio a modo suo è centrale, almeno rispetto agli attori che sono coinvolti e da questo punto di vista volevamo evidenziare le caratteristiche del ’69. Sicuramente ci sono dei luoghi che sono rimasti di più nella memoria e che per il loro peso, anche meramente quantitativo, hanno svolto un ruolo importante; però la tempistica differenziata, i margini di autonomia, la ricezione e la circolazione sono stati ampi. Faccio un esempio: si sottovaluta spesso il ruolo delle industrie pubbliche, delle partecipazioni statali nel ’68-69, che è una struttura aziendale di impresa moderna, ad esempio per la separazione tra proprietà e controllo, tipica dell’industria pubblica italiana e non delle grandi imprese italiane che avevano ancora un nucleo familiare nella gestione e nel controllo. Ecco, per esempio, il rapporto fra le
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Un altro Sessantanove 17 strategie industriali delle imprese pubbliche con i territori a livello nazionale non è sufficientemente conosciuto e indagato e il ruolo, anche dal punto di vista dei contenuti, che l’industria pubblica ha svolto è molto meno conosciuto rispetto a quello dei luoghi canonici, e noi ne abbiamo alcuni esempi nel libro, soprattutto nel Mezzogiorno, la Basilicata e la Sardegna. Possiamo dire che questi sono i due filoni centrali che ci hanno spinto, e su cui abbiamo cercato di far ruotare sia il convegno che il libro. BARTOLINI: Vorrei aggiungere una cosa, su un’altra lunghezza d’onda rispetto a quanto detto da Pietro Causarano, su cui ho riflettuto di recente: una prospettiva importante che ha questo volume è che punta anche alla microstoria. In alcuni saggi è proprio evidente l’approccio microstorico, magari non del tutto consapevole. Il dato interessante è il tentativo di far emergere le tante storie locali, spesso anche pregevoli, evitando di relegarle nella marginalità storiografica per contribuire in maniera più piena a determinare una visione di insieme di quello che avvenne nel Paese. Nel libro, anche se con una copertura non totale di tutte le singole situazioni regionali, men che meno provinciali, questo tentativo c’è. GALLO: Quanto detto da Stefano Bartolini è vero anche dal punto di vista della visione politica del ’69. Mi spiego: per quel che mi riguarda, ma era una opinione condivisa, c’è anche una sorta di insofferenza verso quelle letture del conflitto del ’69 molto ancorate a specifiche interpretazioni politiche, spesso di realtà extraparlamentari, che nascono in quel periodo, o di tendenze specifiche che hanno nella grande fabbrica la loro base. La storia del ’69 la devono per forza fare solamente i figli o i reduci politici di quell’esperienza – un’esperienza che unì la forza sindacale e i movimenti extraparlamentari, ma che fondamentalmente è stata spesso raccontata con il punto di vista dei movimenti extraparlamentari – con una forte impostazione teorico-analitica che aveva le basi nella grande fabbrica oppure la questione è più larga, più complessa, più ampia e c’è bisogno di allargare le tipologie degli spazi sociali del conflitto? L’intento è provare a capire se l’unica visione può essere questa oppure se si possono fare emergere dinamiche un po’ diverse. A questo libro si è giunti così: la Camera del Lavoro di Firenze chiede a un gruppo di storici di organizzare qualcosa sul ’69 che abbia a che fare con il territorio fiorentino; il gruppo di storici rilancia, e si chiede perché, invece di limitarsi al territorio fiorentino, non si parta dalla prospettiva di un territorio peculiare come quello fiorentino per provare a rendere più complesso il quadro nazionale, restituire un altro ’69 andando a scardinare quelle visione un po’ stereotipate, un po’ fisse, che continuano a circolare, partendo proprio da una sensibilità che nasce dal fatto di avere le radici in un territorio peculiare. La grande fabbrica c’è anche qui, ma c’è anche tanto altro, tante forme espressive del conflitto che non hanno a che fare esclusivamente con la grande fabbrica. Abbiamo lanciato alla Camera del Lavoro questa proposta, la Camera del Lavoro l’ha fatta propria e siamo riusciti a farne un evento nazionale, anche se non aveva la copertura palmare – come dice Stefano – però insomma ci sono contributi sulla Basilicata, Napoli, il Nord-Est, l’Emilia, Genova. Oltre al discorso geografico c’è un discorso tematico: non solo il conflitto di fabbrica ma anche la lotta per la casa, i movimenti degli impiegati, le iniziative culturali che hanno a che fare con il ’69. C’è insomma il tentativo sia dal punto di vista geografico che tematico di allargare il ventaglio. CAUSARANO: Una cosa che è venuta fuori dai saggi, compreso il mio su Firenze, è che in realtà le donne sono presenti, le operaie sono presenti, mentre noi tendenzialmente abbiamo un’idea del ’69 fondamentale come ’69 operaio ma proprio nel senso maschile e che le questioni del femminismo, il sindacalismo e il movimento operaio le acquisiscano magari in forma contradditoria e non pie-
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 18 Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo namente consapevole solo successivamente. Questo in parte è vero, ma certi elementi affondano le radici in quelle vicende. Ad esempio, il settore tessile e altri interi settori in cui la presenza della forza lavoro femminile è dominante sono presenti in forma massiccia. L’esperienza dei delegati vuol dire che non arriva più il sindacalista esterno uomo a spiegare la condizione operaia, la lotta e come si fanno le vertenze, perché la rappresentanza di base, i delegati sindacali, sono espressione dei lavoratori e in alcuni contesti delle lavoratrici, quindi, c’è una crescita di autonomia da quel punto di vista, e non a caso nell’esperienza successiva delle 150 ore la presenza femminile sarà massiccia. Il ruolo delle 150 ore nella formazione e nella presa di consapevolezza al femminile del sindacalismo sono decisive, ma affondano le radici in quegli anni lì, di cui però sapevamo poco. Ridefinendo il rapporto centro-periferia all’interno del volume, quali sono stati gli aspetti che vi hanno colpito nell’indagare i territori ritenuti marginali o periferici? Attraverso l’indagine di casi di studio che non erano stati al centro di ricerche precedenti, cambia anche l’idea di un ’69 concentrato nelle capitali del triangolo industriale e in alcuni luoghi simbolo per le lotte di quell’anno? CAUSARANO: Sicuramente un punto importante è l’ampiezza settoriale della dimensione del ’68-69, perché noi ritroviamo nel ’68 massicce mobilitazioni di settori tradizionali, caratterizzati da forme di lavoro precario come l’edilizia o l’agricoltura che sono ancora fortemente presenti, voglio dire: gli ultimi due eccidi di piazza – Avola e Battipaglia –, compiuti dalla polizia che usa le armi nelle manifestazioni sindacali non colpiscono gli operai, alla fine del ’68 inizio ‘69, ma colpiscono i contadini ancora, secondo una tradizione che la polizia ha lungamente praticato nella storia repubblicana e non solo. Poi secondo me c’è anche un altro elemento differenziante che tradizionalmente nelle culture del lavoro del ’69 è considerato dominante: la figura dell’operaio massa, dell’operaio comune della fabbrica a produzione di serie. In realtà ci accorgiamo che il ’69 è fatto anche – forse maggioritariamente se uno va a vedere in numeri a livello nazionale – da altre figure professionali del lavoro industriale, questo emerge forse soprattutto nelle piccole e medie imprese. Non è secondaria neppure la mobilitazione del lavoro tecnico-impiegatizio, questo emerge poco forse nel nostro convegno, ma comunque c’è. Nel caso toscano poi emerge la differenza delle forme di mobilitazione, di cultura sindacale, di cultura del lavoro in rapporto al conflitto tra le fabbriche standardizzate a produzione di serie e le fabbriche che hanno mantenuto un forte legame con la tradizione del mestiere, che hanno delle specificità che costituiscono un elemento centrale del tessuto industriale, non solo delle piccole e medie imprese, ma tornando al settore pubblico, per esempio, della siderurgia e della chimica. La siderurgia mantiene fino a metà anni ’70 una forte tradizione innervata nel mestiere ed è però la siderurgia pubblica una delle ossature del movimento sindacale di quegli anni; nel settore chimico i lavoratori nel secondo dopoguerra sono tra quelli più qualificati, inevitabilmente per il tipo di lavoro e mansioni che debbono fare, e infatti hanno anche posizioni e situazioni sindacali che sono diverse da quelle dei metalmeccanici. Ampliando lo sguardo si vede le diversità di culture del lavoro presenti; il dato significativo però è che tutte sono coinvolte: col ’69 comincia anche la sindacalizzazione del pubblico impiego e la trasformazione della sindacalizzazione degli insegnanti, sono culture del lavoro differenti che però entrano in gioco e sono coinvolte da questo modello di sindacalismo industriale, dall’uso del conflitto e dalle forme ad esso collegate che derivano da una tradizione rinnovata col ’69 dal movimento operaio. BARTOLINI: Colpisce, spostando lo sguardo in periferia, come per altri momenti della storia d’Italia, che non è vero che lì non succede nulla e tutto rimane nel “centro”, ma “succedono cose”. Ciò che accade in quelle periferie non avviene magari precisamente nel ’69, emergono alcune periodizzazioni
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Un altro Sessantanove 19 che hanno a che fare con le storie locali: qualcosa inizia dopo, qualcosa inizia prima. Le date segnanti sono un criterio che si danno gli storici decidendo di prendere come riferimento qualcosa, in questo caso l’autunno caldo del ’69 e la lotta dei metalmeccanici che si inseriscono all’interno di una fase che qualcuno fa partire dal ’62 e che poi continua più a lungo. Quindi abbiamo anche insorgenze, proteste, che noi chiamiamo ’69 ma magari risalgono al 1970, al ’67,’68 o ’71, però rientrano sempre in quel filone lì. Emerge un dato forte della storia italiana, un’unità nella diversità: tutto il territorio italiano comincia a mobilitarsi, con alcune differenze geografiche, culturali, di livello, in questo senso il saggio di Ferrarese sulla Basilicata è esemplificativo. Le rivendicazioni specifiche di quella regione rendono l’idea di una società che nel suo insieme, non solo nella classe operaia, produce certe spinte che diventano un fenomeno più grande che a sua volta dà avvio a momenti rivendicativi basati sulla condizione specifica di quella regione; la stessa cosa si può dire per il saggio sulle lotte per la casa a Napoli. Ci si confronta con un fenomeno che ha un suo livello di unità e anche un’omogeneità a livello nazionale ma allo stesso tempo molte diversità e specifiche che ci restituiscono un quadro più sfaccettato e più problematico di quella fase. GALLO: Penso a questo proposito al saggio di Stefano Musso su Casale Monferrato perché è un classico esempio di provincia italiana del nord che è fuori dai grandi centri amministrativi, a metà tra Torino, Milano e Genova, ma con un’importanza produttiva non indifferente, in cui se si ricostruisce – come ha fatto Musso partendo da un’esperienza autobiografica ma con il mestiere dello storico – la vicenda del ’69 emergono per esempio l’importanza a livello giovanile del campo Emmaus, legato al mondo cattolico, o l’importanza del centro militare per le reclute, come cambia e come impatta in un piccolo borgo l’esperienza della leva, i circoli che si creano, la rilevanza degli studenti medi che rappresentano il mondo studentesco in una città dove non c’è l’università. Ciò che mi pare interessantissimo è il fatto che al centro ci sono le interconnessioni e gli scambi che si creano tra questi mondi e questo rinforza in qualche modo l’ipotesi di partenza, come dire, emerge come peculiarità di quella fase la capacità che hanno mondi diversi di compenetrarsi e di dialogare, istanze che circolano e trovano dei ricettori in contesti molto differenti: il mondo cattolico, il piccolo borgo con una socialità ancora legata al mondo contadino, ma anche una gioventù irrequieta o ambienti di lavoro con un sindacalismo tradizionale. Questo è vero soprattutto in una prima fase, poi le cose si solidificano e questo lo spiega bene Musso, ma è un’esperienza che ha riscontrato chi ha studiato i movimenti in quella fase: c’è una compenetrazione molto alta in una prima fase, poi si incanalano nelle varie “parrocchie” politiche. L’altra cosa importante che si nota di più in periferia è l’onda lunga del ’69, e anche questo lo si vede a Casale Monferrato e lo racconta benissimo Stefano Musso. Lo si evince ad esempio anche dal saggio di Boschiero sul Veneto: il fatto che ci siano delle esperienze che proseguono e lasciano importanti eredità attraverso le generazioni, e questo è ancora praticamente inesplorato dal punto di vista storiografico. Stefano Gallo nell’ultimo intervento parlava della questione generazionale e del lascito per le generazioni successive; una parte del volume è dedicata alle autobiografie, alle narrazioni di protagonisti o comunque di chi ha fatto parte di quella generazione. Vi chiediamo a questo punto un approfondimento sull’importanza della questione generazionale e sul rapporto storici-testimoni, sui testimoni/militanti che scrivono della loro esperienza. Quanto incidono tali questioni nell’analisi del ’69 e come si può conoscere di più il ’69 grazie anche a queste narrazioni? CAUSARANO: Uno degli elementi di originalità di cui siamo orgogliosi è la parte dedicata alle autobiografie di parte, ovvero a tre interventi, in realtà quattro con quello di Boschiero sul Veneto che
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 20 Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo però è messo a conclusione perché si occupa di una fase successiva rispetto al ’69, in parte si occupa anche degli anni Settanta. Sono tre interventi che si concentrano su come i rispettivi autori rileggono, da intellettuali con esperienze diverse, questa vicenda. Un contributo è quello di Stefano Musso, proveniente da una famiglia di origine operaia che è diventato uno storico, studioso, professore universitario, che racconta come ha vissuto lui e cos’era Casale Monferrato, una periferia industriale del Piemonte industriale, in quegli anni. Casale Monferrato però è anche un ambiente ancora fortemente agrario, caratterizzato da una dimensione di cultura rurale. Un altro saggio è quello di Giorgio Sacchetti, apprendista aretino in quegli anni, anch’egli diventato poi storico, e l’ultimo è di Fossati-Bacigalupi, insegnanti e protagonisti di uno dei primi tentativi di rinnovamento di una cultura non più borghese rispetto agli strumenti della formazione, per la conoscenza scolastica. Questi tentativi sono emblematici indubbiamente di una dimensione generazionale e proprio su questo porrei un’avvertenza: l’insistenza sulla rottura generazionale, i figli che si svincolano dalla tutela dei padri, è molto figlia del fatto che la centralità della ricostruzione della memoria su quegli anni è più centrata sul ’68 che sul ’69 e gli studenti che hanno fatto quell’esperienza sono invecchiati, ma allora erano tutti giovani inevitabilmente, proprio per il ruolo che avevano. Però a me sembra molto più complesso questo tema relativo ai luoghi di lavoro. Ovviamente una rottura generazionale c’è stata e la si vede se si va a studiare il passaggio dalle Commissioni interne ai Consigli di fabbrica, ma è molto sfaccettata questa dinamica. In ogni caso negli anni ’70, ancorché i delegati siano anagraficamente più giovani, c’è stato effettivamente un consistente ricambio anche perché le forme della rappresentanza si sono ampliate e diffuse rispetto a quelle precedenti, all’autunno caldo e allo Statuto dei lavoratori. Bisogna pensare che il ’69, a differenza del ’68 studentesco, non l’hanno fatto solo i giovani operai, e questo lo si vede molto bene fuori dai contesti canonici, perché nel Mezzogiorno, nel Centro Italia, nel Nord Est ma in realtà anche nel Nord Ovest, se si studia effettivamente ciò che è successo alla Fiat ci si accorge che non è che i vecchi operai siano scomparsi; lì ci sono anche altre dinamiche che spesso si sottovalutano: si parla di gente che lavora, e un cinquantenne che ha la famiglia o un quarantenne che ha la famiglia, ha molto meno tempo e disponibilità di un giovane che non ce l’ha e quindi all’interno dei contesti di mobilitazione è ovvio che si strutturano delle forme naturali di divisione del lavoro. In più c’è da dire un’altra cosa: le giovani generazioni sono molto più scolarizzate rispetto a quelle precedenti (e gli uomini molto più delle donne) e quindi si formano dei meccanismi di leadership naturale. Un elemento su cui gli storici dovrebbero soffermarsi – ma forse più per gli anni ’60 che per l’autunno caldo e i primi anni ’70 – è la massiccia immissione di nuove generazioni nel lavoro industriale. Queste comportano una modificazione dell’atteggiamento e della ricerca di senso nel lavoro, e questo è uno dei grandi problemi in cui si troverà a dibattere successivamente il sindacato. Perché è vero che si vuole migliorare il lavoro alla catena di montaggio, ma la catena di montaggio resta la catena di montaggio, almeno negli anni ’70 all’interno del perimetro fordista. Le condizioni di lavoro migliorano ma restano quelle. Quello che cambierà definitivamente sarà il passaggio tra gli anni ’80 e ’90, quando cambia completamente la società industriale, anche grazie a quella rottura. Quindi sì, l’impatto generazionale c’è stato ma bisogna tener conto che anche in quel contesto di egemonia agli scioperi, ai picchetti o alle manifestazioni interne non partecipano solo i giovani e questo lo si vede anche fuori: le battaglie sui diritti, la questione degli asili nido e dei servizi sociali investono nuclei familiari e quindi qualcosa che va ben aldilà del tema delle giovani generazioni. BARTOLINI: Secondo me è evidente, e Pietro Causarano lo ha sottolineato bene, che se si incentra lo sguardo sul movimento studentesco e sul ’68 si sottolinea fortemente il fattore generazionale, se non
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 Un altro Sessantanove 21 altro per un dato fisiologico: si parla infatti di scuola e università. Le ultime ricerche, in particolare quella di Monica Galfré, ci dicono quanto pesino gli studenti medi delle periferie oltre agli universitari. Però è chiaro che si sottolinea un momento di rottura generazionale, perché i tuoi soggetti, i tuoi agenti della storia appartengono a una corte di età di quel tipo lì. CAUSARANO: Però Stefano, ad esempio Monica Galfré sottolinea il peso degli istituti tecnici e degli istituti professionali; quelli sono ragazzi che sanno che poi da grandi andranno a fare gli operai e che lo faranno tutta la vita e queste sono differenze fondamentali rispetto agli studenti universitari e liceali. BARTOLINI: Infatti, per citare la mia periferia, Pistoia, il ’68 lo fanno gli studenti dell’istituto tecnico commerciale in primis, poi si aggregano gli altri, ma parte da lì. È comunque un mondo che sta formando impiegati in quel momento ancora in gran parte di fabbrica, non c’è il colletto bianco dell’attualità. Sul luogo di lavoro l’elemento intergenerazionale diventa più centrale, certo ci sono alcuni elementi di spinta. Il classico operaio-massa emigrato dal sud verso nord si porta dietro una sua carica di conflittualità, un suo repertorio, però arriva in un contesto intergenerazionale e qui in qualche modo si ibrida. Faccio un esempio su cui forse non si è riflettuto tanto che ci mostra anche il peso del passato: dal ’69 nascono i Consigli di fabbrica, o meglio riemergono i Consigli di fabbrica; è evidente che su questo fatto ci sia un peso del passato del movimento operaio, che non sono strutture sconosciute, si va a ripescare direttamente in quella storia e in questo giocheranno un ruolo cruciale le culture e le politiche sindacali di più lungo periodo, anche portate da generazioni più anziane che sono lì, che anche se non hanno esperienza diretta magari ne hanno più memoria rispetto ai giovani. Cioè non viene fuori una struttura del tutto inedita come se fosse un movimento nazionale che rompe completamente con il passato e porta del nuovo. Questo secondo me è abbastanza forte nel momento in cui ampliamo il nostro sguardo sul territorio. Qui un’altra volta ritornano centrali questioni che non impattano solo su una generazione ma su più di una: le lotte per la casa investono problemi di più lungo periodo, entrano in gioco anche i ruoli delle famiglie, delle comunità territoriali e locali. Il movimento operaio e la mobilitazione del ’69 ci mostrano un’Italia che nel suo insieme entra in questo sommovimento. In merito alla tua domanda sulle “autobiografie di parte”, questa è una sezione interessante del libro dove abbiamo fatto un passo avanti rispetto alla storiografia precedente, nel senso che abbiamo sollecitato delle testimonianze che sono anche quello che oggi chiamiamo ego-histoire, ovvero fare la storia che appartiene alla propria esperienza. In questo caso si è voluto in qualche modo svelare la posizione, chiedendo allo stesso tempo di mantenere la postura metodologica dello storico. Questo è stato chiesto a Musso ma anche ad altri, ad esempio Contini che ha affrontato il rapporto tra storia orale e storia del lavoro partendo dal suo percorso biografico. Quando nel suo saggio parla di un testimone che gli raccontava di uno che girava con una Renault 4 rossa con le trombe incitando gli operai alla rivolta, quello che guidava la macchina era Contini stesso! Quindi c’è la postura metodologica da storico ma è anche rivelata la soggettività, infatti, il titolo è “autobiografie di parte”: è storiografia fatta da chi c’era che rivela chi è e si situa, lo rivela immediatamente e ci restituisce tutta la complessità del nostro mestiere: l’essere sempre in una continua mediazione tra la soggettività di chi vive la storia – e che poi magari si pone anche il problema di scriverla nei decenni successivi –, quella storia stessa e la postura metodologica. GALLO: Quest’ultima cosa che ha detto Stefano Bartolini è interessante. Mi pare che l’aspetto generazionale sia evidente in quei saggi racchiusi nella sezione “autobiografie di parte”, lo è meno negli
Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi n. 5/2021 - ISSN: 2533-0977 22 Intervista a Stefano Bartolini, Pietro Causarano e Stefano Gallo altri. O quantomeno negli altri contributi è un aspetto che deve dialogare con ulteriori elementi: dalla politica alla questione territoriale, sono caratteri che si relazionano con l’aspetto generazionale, ma che non vengono assorbiti interamente da questo. I saggi autobiografici sono sicuramente, da un certo punto di vista, più ricchi perché avendo un punto di vista soggettivo restituiscono delle sfumature, il sapore di un vissuto che attraverso i documenti non si riesce ad avere. Al tempo stesso però la loro partigianeria, il loro essere situati, li rende in qualche maniera parziali, è una visione dichiaratamente parziale perché è la mia e tramite questa io ti do qualcosa di più ma sicuramente dichiaro qual è il limite. Nel fare questa operazione credo che sia successo qualcosa di interessante: il confronto con gli altri saggi fa emergere la dimensione generazionale che richiamava prima Pietro Causarano, ma in questi saggi in prima persona l’io è un io giovane è l’io del tempo e quindi ha un punto di vista specifico e dichiarato. Questa è in qualche modo anche una questione metodologica abbastanza utile, cioè lo diventa nel momento in cui qualcun altro raccoglie e porta avanti dandone un seguito dal punto di vista della produzione storiografica. Secondo voi qual è l’attualità, se c’è, o comunque che senso ha a 50 anni di distanza parlare ancora di autunno caldo? Questa stagione di forte conflittualità ha un’importanza secondo voi dal punto di vista sindacale, o anche della memoria del sindacato, visto che avete fatto questo convegno anche in collaborazione con le strutture sindacali? BARTOLINI: C’è una dimensione che mi incuriosisce molto, che trovo abbia a che fare con la dialettica con il presente, dove siamo oggi. Il volume in tanti aspetti riconferma le letture ormai canoniche della storiografia, lo slogan del movimento in quel momento, “dalla fabbrica alla città”. Secondo me in realtà è un ritorno sul territorio, cioè di un qualcosa che era stata separato – la persona che era stata divisa fra la persona nella sua comunità e la persona in fabbrica – e ritorna sul territorio da dove è partito, ad una dimensione di conflittualità che tiene insieme il luogo di lavoro con il territorio, una dimensione precedentemente molto forte non solo nel sindacalismo agricolo che l’ha in qualche modo insita ma anche in tutte le più piccole manifatture di inizio secolo. Però nel fare questo passaggio di recupero territoriale ci si porta dietro anche altre cose: le battaglie sulla nocività, sulla salute e la sicurezza, che impattano anche sull’ambiente, un tema attuale questo che non riguarda solo il luogo di lavoro. In questo “ritornare” il movimento pone anche il tema molto vasto della cosiddetta democrazia industriale sotto forma di piena cittadinanza anche costituzionale. La Costituzione inizia infatti a sedimentarsi e ad essere matura in quel periodo; diverse norme costituzionali trovano attuazione e si dice anche che la Costituzione entra nelle fabbriche con lo Statuto dei lavoratori. A me sembra che in quel momento il Paese entri definitivamente nella modernità, quella modernità in cui ancora siamo oggi. Sembra un po’ strano perché noi stiamo sempre qui a guardare quanto la società attuale si sia allontanata dai temi posti in quel momento, dai diritti conquistati, però siamo sempre dentro quel tipo di contemporaneità. Il saggio sul Veneto e la battaglia sulla mobilità, sui trasporti, ad esempio quanto è ancora attuale, quanto è ancora moderna quella battaglia? Tantissimo secondo me. E lì viene posta in termini inediti rispetto al passato; cioè non è che la questione della mobilità non ci fosse, però quel tipo di rivendicazione posta in Veneto in quel momento, la gratuità, la contrattazione e quant’altro implicano la piena consapevolezza di essere in una società dove la mobilità è diventata qualcosa di strategico anche per la gestione della vita delle persone, non è più semplicemente il disagio di andare a lavorare in un luogo lontano. È proprio la consapevolezza di una mobilità che diventa strategica: se pensiamo a quanto parliamo di mobilità oggi, questa modernità che in quel momento si afferma è ancora fortemente presente. Un’ultima cosa: in quel momento inizia ad affermarsi anche quel fenomeno che oggi chiamiamo femminismo sindacale; non è che le donne