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Roman Women and Public History: la creatività del Web

Mastrorosa, Ida Gilda <Università di Firenze>

Abstract

Moving from the mid-seventies’ debate in the USA on women’s role in the Ancient World, this paper highlights its contribution to a more articulated view of Roman women. It has left its mark not only on subsequent historiography, but also well beyond, as seen in recent YouTube videos on Roman women available on Internet. These latter display the creativity of their authors with their various levels of knowledge and technical expertise while catapulting the viewer into women’s daily lives in ancient Rome. In this perspective, such efforts can be seen as an excellent example of applied Public History and may well be useful in promoting gender studies relating to Roman history.

Full text

43 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa DOI: 10.13128/SDD-25658 - CC BY 4.0 IT, 2018, Firenze University Press ida Gilda maStroroSa Roman Women e Public History: la creatività del Web 1. Considerazioni preliminari intorno a new media e “condivisione” della storia La pubblicazione, per via cartacea o informatica, dei risultati scaturiti da iniziative dedicate anche in ambito italiano alla Public History,1 ha già reso conto dell’ampio dibattito e dell’interesse ch’essa va suscitando in aree geografiche diverse e non di meno nella nostra penisola.2 Se da un lato ciò ha contribuito ad accendere i riflettori su questioni come l’“identità” della disciplina, le sue finalità, i suoi possibili ambiti e forme di applicazione, d’altro canto ha altresì 1 Un’aggiornata ricostruzione sulle fasi che hanno accompagnato e scandito l’accendersi dell’interesse sulla Public History si ricava dai contributi di Serge Noiret, Introduzione: per la Public History internazionale, una disciplina globale, in Paolo Bertella Farnetti, Lorenzo Bertucelli, Alfonso Botti (a cura di), Public History. Discussioni e pratiche, Milano-Udine, Mimesis, 2017, pp. 9-33; Paolo Bertella Farnetti, Public history: una presentazione, ibid., pp. 37-56; Maurizio Ridolfi, Verso la Public History. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini, 2017; Marcello Flores, Stefano Pivato, A proposito di Public History, «Novecento.org», agosto 2017, n. 8. 2 Ne è chiara testimonianza l’iniziativa assunta il 21 giugno 2016 dalla Giunta Centrale per gli Studi Storici presieduta da Andrea Giardina e dalla International Federation for Public History con l’attivazione di un comitato costituente che ha portato alla nascita dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH) presieduta da Serge Noiret (European University Institute), cui hanno fatto seguito, fra l’altro, la prima conferenza nazionale, organizzata all’Università di Bologna, svoltasi nel campus di Ravenna nei giorni 5-9 giugno 2017, e la seconda conferenza organizzata all’Università di Pisa e ivi tenutasi nei giorni 11-15 giugno 2018; una terza conferenza, la cui organizzazione è stata affidata all’Università della Campania, è prevista a Santa Maria Capua Vetere per i giorni 24-28 giugno 2019. 44 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web lasciato emergere la complessità delle questioni metodologiche che sottintende e la difficoltà che comporta anche il solo tentativo di individuarne un significato univoco. In questo panorama, che appare estremamente frastagliato anche in ragione della formazione e degli interessi eterogenei di quanti partecipano alla discussione in corso, si registra attualmente un’attenzione crescente intorno alla Public History anche da parte degli antichisti, intendendo con tale denominazione non solo quanti, all’interno o all’esterno dei ranghi accademici, privilegiano un focus più fattuale, ovvero gli archeologi, bensì cultori e docenti di storia antica, in particolare greca e romana. Ne recano prova i programmi delle conferenze dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH)3 e lo spazio accordatole in consessi collegati alla docenza universitaria.4 Al di là di dati che di per sé rivelano la capacità d’impatto di quella che va ormai profilandosi come una disciplina autonoma, fra i fattori che in seno ad essa possono dischiudere nuovi orizzonti d’indagine per gli antichisti vi è il significato riconosciuto alla possibilità di comunicare e dunque concepire la storia attraverso percorsi alternativi a quelli tradizionali. Se da un lato ciò stimola a procedere oltre approcci incentrati sul recupero memoriale e collettivo, più facilmente adottabili in rapporto ad epoche meno distanti nel tempo, o sulla valorizzazione di dati fattuali, privilegiata in sedi museali a partire da una prospettiva archeologica, d’altro lato sollecita a puntare lo sguardo sui nuovi media e sulle nuove vie d’accesso alla storia antica che essi predispongono giorno dopo giorno, incoraggiando ad “appropriarsene” e ad usarla fasce di utenti sempre più larghe. In questa cornice, che vede il web giocare un ruolo di primo piano, nella sua veste di strumento di diffusione di prodotti multimediali di genere e qualità assai diversi, trovano posto, fra l’altro, filmati realizzati da varie tipologie di soggetti che sovente conciliano intenti didascalici di matrice non necessariamente professionale e istanze comunicative, esprimendo nel complesso interesse a condividere in3 Si veda in tal senso l’intervento di Silvia Orlandi, L’immagine di Roma antica nei fumetti: il caso di Murena, presentato nel corso della seconda conferenza AIPH (cfr. <https://aiph.hypotheses.org/files/2018/03/Seconda-Conferenza-AIPH-PisaLibretto-completo-aggiornamento-10-06-2018bc.pdf>). Va inoltre rilevato che nella call della terza conferenza, fra le sette aree tematiche di cui il comitato scientifico ha inteso sollecitare la presenza è incluso Il ruolo della storia antica nella PH. 4 Si segnala al riguardo la ricognizione di iniziative di Public History in corso, promossa dalla Consulta Universitaria per la Storia Greca e Romana (CUSGR), in seguito alla Giornata d’Incontro Nazionale degli Storici Antichi, Bologna, 23-24 novembre 2018. 45 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa formazioni inerenti –per quanto qui interessa– anche alla storia romana. Si tratta di una categoria di “documenti” di per sé variegata, che include video di valore ed efficacia differenti, incentrati su temi a carattere più istituzionale, come l’espansionismo, l’organizzazione militare o ancora questioni di cronologia, ma anche su soggetti più specifici concernenti, fra l’altro, la società e la quotidianità di Roma antica, come taluni filmati di produzione anglofona rinvenibili sulla piattaforma YouTube, ideati allo scopo di illustrare la condizione della donna romana, vale a dire dedicati alle Roman Women. Concepiti grazie a soluzioni che sovente denotano fantasia narrativa, creatività artistica e perizia informatica, questi ultimi presuppongono e recuperano secondo modalità differenti nozioni e schemi interpretativi riconducibili al dibattito storiografico sviluppatosi negli USA e in Europa nella seconda metà del XX secolo su questioni di gender in Roma antica, di cui occorre tener conto per tentare di chiarire in quale misura dei prodotti multimediali, segnatamente dei video caricati su piattaforme di ampio accesso come YouTube, possano concorrere a promuovere una conoscenza attendibile di aspetti particolari della storia romana. Cionondimeno inducono a chiedersi se vi si possa cogliere l’effetto di dinamiche caratterizzanti a livello più generale l’interazione fra media e gender, messe in luce da una non esigua letteratura del settore5 che pur non appuntandosi su indicatori concernenti l’approccio alla storia antica, sotto il profilo teorico può offrire qualche spunto di riflessione utile anche per indagini come la presente, impostate a partire da una prospettiva che invece la presuppone quale focus prioritario. Sebbene esuli, pertanto, da questa sede, per ragioni di competenza specialistica, ogni proposito di valutare sotto un profilo appositamente mediologico il rapporto fra gender e processi comunicativi operanti nei video caricati su YouTube sulle Roman Women consi5 Fra numerose messe a fuoco, rispetto a cui si segnala per il suo carattere pionieristico, nella prima metà degli anni Novanta, il saggio di Liesbet van Zoonen, Feminist media studies, London-Thousand Oaks-New Delhi, Sage Publications, 1994, si rinvia a Angharad N. Valdivia (ed.), Feminism, multiculturalism, and the media. Global diversities, London-Thousand Oaks-New Delhi, Sage Publications, 1995; Carolyn M. Byerly, Karen Ross (eds), Women and media. A critical introduction, Malden-Oxford, Blackwell, 2006; Rosalind Gill, Gender and the media, Cambridge, Polity, 2007; Diane Richardson, Conceptualising gender, in Diane Richardson, Victoria Robinson (eds), Introducing Gender and women’s studies, Basingstoke-New York, Palgrave, 20154, pp. 3-22; Anna Lisa Tota (a cura di), Gender e media. Verso un immaginario sostenibile, Meltemi, Roma, 2008; Mary Kosut (ed.), Encyclopedia of gender in media, Los AngelesLondon-New Delhi, Sage Publications, 2012. 46 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web derati nei paragrafi seguenti, conviene acquisire preliminarmente che il loro carattere difforme, innanzitutto sul piano dei contenuti, dei registri narrativi usati per presentarli, delle finalità individuali perseguite, non consente di assumerli quale repertorio globalmente utilizzabile per verificare la sussistenza di schemi di nella presentazione di un dato che purtuttavia risulta condiviso dai videomakers, vale a dire la consapevolezza della posizione subalterna della donna rispetto all’uomo nell’antica società romana. Non va, d’altro lato, trascurata la particolarità dell’“ambiente digitale” a cui appartengono, per cui sono stati realizzati e attraverso cui attivano e possono sviluppare nel corso del tempo processi comunicativi che a seconda dei casi –come vedremo– possono o intendono profilarsi a livello meramente informativo. Occorre cioè tener presente che si tratta di filmati affidati ad un medium del tutto particolare come YouTube, ossia ad un «archetypal digital creative platform» che si va caratterizzando giorno dopo giorno come spazio di condivisione sempre più largo. Efficacemente definito «agnostic about what contributions can be made», esso è tuttavia in grado di costituire molto più che un «video archive», di tradursi cioè in «community», offrendo un «framework for participation», usato «to communicate and connect, to share knowledge and skills, and to entertain».6 In un quadro che di per sé implica una notevolissima quantità di interazioni, non trascurabili neppure nei video sulle donne romane scelti quale campione del presente contributo, non è agevole valutarne il significato alla luce di acquisizioni ed osservazioni formulate in sede specialistica sul tema del rapporto esistente fra YouTube e l’universo femminile. Conviene peraltro ricordare che il dibattito e la letteratura specialistica che ne dà conto registrano posizioni di segno opposto, sicché a fronte di quanti hanno individuato nel medium in questione un ulteriore esempio di strumento tecnologico destinato a marginalizzare le donne, altri hanno per converso preso atto della 6 Per tali acquisizioni si rinvia a David Gauntlett, Making is connecting. The social meaning of creativity, from DIY and knitting to YouTube and Web 2.0, Cambridge, Polity, 2011, pp. 83-108, in modo particolare pp. 88-95. Per ulteriori precisazioni, sulla varietà di interazioni attivate da tale medium, cfr. anche Jean Burgess, Joshua Green, You-Tube: Online Video and Participatory Culture, Cambridge, Polity, 2009; Pelle Snickars, Patrick Vonderau (eds), The YouTube reader, Stockholm, National Library of Sweden, 2009; Michael Strangelove, Watching YouTube. Extraordinary videos by ordinary people, Toronto-Buffalo-London, University of Toronto Press, 2010; Phil Benson, The discourse of YouTube. Multimodal text in a global context, New York-London, Routledge, 2016. 47 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa loro capacità di servirsene in misura sempre crescente, invitando ad interrogarsi sull’uso che esse fanno dei video online per rappresentarsi, per sviluppare relazioni, per reagire a tendenze misogine.7 In ogni caso, a riscontro della funzionalità polivalente di internet nell’offrire dispositivi di diffusione e condivisione a livelli diversi della conoscenza storica sul tema in esame, va rilevata l’esistenza di video sulle Roman Women che potrebbero definirsi di natura “amatoriale”. Per quanto non sia possibile inquadrarli sulla scorta di considerazioni emerse dai feminist media studies, né ricercare strategie comunicative orientate in prospettiva di gender entro prodotti caratterizzati da un impianto esilmente didattico-informativo e talvolta ispirati ad una dimensione performativo-ludica, il taglio descrittivo della regia narrativa e la capacità di immedesimazione di videomakers, anche di giovane età, impegnate a mettere in scena –come si vedrà– la condizione delle donne romane documentano comunque l’efficacia della piattaforma YouTube nel farsi canale di realizzazione della Public History. Ne rivelano cioè la natura di vettore adatto a raccogliere e stimolare l’interesse per aspetti specifici della società romana recuperando sia pur in forme semplificate ed occasionalmente riduttive i risultati del dibattito storiografico maturato nei decenni scorsi innanzitutto in area anglofona attraverso passaggi da cui occorre in ogni caso partire per tentare di comprendere l’approccio dei new media a temi come l’incidenza del gender in Roma antica. 2. Gender history e antichistica in area anglosassone e oltre: gli orizzonti dell’era post-femminista Goddesses, whores, wives, and slaves: basterebbe forse la prima parte del titolo di un volume dedicato allo studio delle donne nell’antichità classica da Sarah B. Pomeroy nel 1975,8 per rilevare subito come in un saggio pionieristico nel campo dei gender studies dell’ultimo cinquantennio, pubblicato nella stagione in cui il femminismo suggeriva 7 Per maggiori approfondimenti sul punto cfr. Strangelove, Watching YouTube, pp. 84-102. 8 Cfr. Sarah B. Pomeroy, Goddesses, whores, wives, and slaves. Women in Classical Antiquity, London, Robert Hale & Company, 1975. A testimonianza dell’interesse suscitato dal volume va ricordata la pubblicazione di tre traduzioni nel decennio successivo: in italiano presso Einaudi, 1978; in tedesco, per Alfred Kroner, 1985; in spagnolo per Editorial Kanal, 1987. Per una breve ricognizione biografica sulla studiosa, cfr. Jennifer Scanlon, Shaaron Cosner, American women historians, 1700s-1990s. A biographical dictionary, Westport (CT)-London, Greenwood Press, 1996, pp. 179-180. 48 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web nuove piste d’indagine per affrontare la materia anche in relazione ai secoli remoti della civiltà greco-romana,9 una specialista animata da istanze nuove riteneva opportuno fare i conti con l’immagine stereotipata dell’universo femminile offerta dalle fonti. Studiare le donne nell’antichità romana voleva cioè dire occuparsene nelle vesti di dee, prostitute, mogli, schiave, secondo la sequenza illuminante di sostantivi chiamati in causa nel titolo del saggio. Al di là di questo dato, è utile precisare che in quel lavoro scritto agli albori di una rinnovata stagione di studi sulla storia delle donne nell’antichità,10 la Pomeroy superava criteri di articolazione cronologica «onnicomprensiva» preferita da molti studiosi, adottando un approccio capace di conciliare focus tematici e sguardi sincronici. Ne scaturiva un’attenzione non marginale per la valutazione dell’impatto avuto sull’evolversi della condizione femminile da fattori quali la «categorizzazione in classi e livelli sociali»,11 o le distinzioni in funzione dei ruoli, come quelle sussistenti fra lo status rispettabile di moglie e quello opposto attribuito a donne dedite al meretricio o di condizione servile. Concepito a partire da posizioni che peraltro respingevano le ipotesi dell’esistenza nel mondo greco di una società preistorica in cui le donne avessero goduto di uno status superiore rispetto agli uomini o almeno pari, avanzate nei decenni precedenti, nonché dalla convinzione che l’importanza del matriarcato nella società greca e nella storia intellettuale fosse un «mito»,12 il percorso scelto dalla studiosa statunitense non rinunciava tuttavia ad avvalersi di acquisizioni e fonti tradizionali, come storiografia ed arti visive. D’altro lato, valorizzando strumenti messi a punto dalle teorie femministe, esprimeva in modo nuovo l’esigenza di tener conto di categorie particolari di fonti, come i trattati ginecologici del corpus 9 Per recenti ed efficaci riflessioni a riguardo cfr. Silvia Giorcelli Bersani, Donne romane: storie “di genere” vere, possibili, improbabili, in Francesca Cenerini, Ida Gilda Mastrorosa (a cura di), Donne, istituzioni e società fra tardo antico e alto medioevo, Lecce-Brescia, Pensa, 2016, pp. 405-430, con ulteriore bibliografia. 10 Come ricordato espressamente dall’autrice un ventennio più tardi nella Prefazione all’edizione italiana: Sarah B. Pomeroy, Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene e a Roma, Milano, Bompiani, 1997, p. 5. Ulteriori indicazioni sul clima fecondo di dibattiti e fertile d’iniziative determinatosi a partire da quel saggio nel ventennio successivo si ricavano dalla Preface in Elaine Fantham, Helene Peet Foley, Natalie Boymel Kampen, Sarah B. Pomeroy, H. Alan Shapiro, Women in the classical world. Image and text, New York-Oxford, Oxford University Press, 1994, pp. VII-IX. 11 Pomeroy, Dee, prostitute, mogli, schiave, p. 5. 12 Ibidem, p. 7. 49 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa ippocratico o alcune indagini a carattere demografico, traendone in conclusione elementi sufficienti per insistere sulla «desolata» condizione femminile in Grecia e a Roma.13 Se da un lato questo giudizio formulato dall’autrice in chiusura della prefazione alla versione italiana, uscita a distanza di poco più di un ventennio dalla prima edizione dell’opera, consente di comprendere come ancora sul finire del secondo millennio della nostra era persistesse la tendenza a valutare in termini di parità o disparità di genere lo status esistenziale della donna nella società antica, d’altro lato uno sguardo ai capitoli del suo lavoro dedicati alla condizione femminile nella società romana, lascia emergere fin dalla metà degli anni Settanta una già nitida percezione del quadro peculiare e contraddittorio restituito dalle fonti nel rappresentarla. Rivela cioè una lucida presa d’atto del fatto che modelli, pur non diffusi, come quello di Cornelia, la matrona madre dei Gracchi, emblema di prolificità, istruita, indipendente, sicura di sé anche nella vedovanza, cui fu inoltre tributato l’onore di una statua,14 sussistettero nella cornice di una realtà storico-istituzionale contraddistinta da un apparato normativo che per converso vide le donne tutt’altro che autonome, bensì soggette alla tutela paterna fino alla prima età imperiale. Nondimeno, alcune pagine del saggio rendevano evidente la tipicità di un sistema istituzionale in cui malgrado lo spazio esiguo riconosciuto all’universo femminile per esprimere la propria volontà, anche in relazione al consenso per il contratto nuziale, alla fine del I sec. a. C. si registrò “un fenomeno nuovo”: le donne talvolta avviarono alleanze attraverso il matrimonio e si scelsero accuratamente i pretendenti per giovare alle proprie famiglie.15 D’altro lato, pur sottolineando in chiave comparativa che «Marriage and motherhood were the traditional expectation of well-to-do women in Rome, as they had been in Greece», considerando la situazione specifica dell’urbe, segnatamente in relazione ad aspetti quali contraccezione e aborto,16 alla metà degli anni Settanta Sarah B. Pomeroy rimarcava la frequenza di morti per parto con una sensibilità che possiamo ritenere maturata anche per effetto di dibattiti che proprio in quel periodo del Novecento assunsero una valenza speciale. 13 Ibidem, pp. 9-12. 14 Cfr. Pomeroy, Goddesses, whores, wives, and slaves, pp. 149-150. 15 Ibidem, pp. 155-157. 16 Ibidem, pp. 164; 166-169. 50 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web Arricchita inoltre da pagine puntuali nel ricordare che alcune Roman Women ebbero un buon livello d’istruzione, ruoli non marginali in chiave politica, onori ed encomi pubblici, quell’indagine costruita a partire da un osservatorio che oggi, a decenni di distanza, rivela ancor meglio la sua prospettiva americana, manifestava comunque la certezza che «the upper-class Roman woman –at least from the time of the late Republic– had far more freedom than woman of similar status in classical Athens». Pur ammettendo che esse esercitassero la loro influenza solo attraverso i propri uomini e non apertamente e direttamente, così da potersi definire libere se paragonate alle donne greche, ma non se paragonate agli uomini romani, ripensando alle testimonianze delle fonti antiche che ne attestavano la presenza a pranzo al fianco dei mariti, nonché nel corso di incontri, giochi, spettacoli e anche riunioni politiche, Sarah B. Pomeroy non rinunciava a sostenere: «the notorious part of their lives has been exaggerated by historians who write of the silent, seething, repressed women taking out their fury in antisocial desecrations of tradition, in debauchery, and in cruelty at the games», né a rimarcare la facoltà delle romane di accedere al denaro e al potere e di vivere non meno prosperamente degli uomini.17 Superando le posizioni di chi –come Moses Finley– di fronte alle silent Women of Rome18 ne aveva ricavato l’impossibilità di comprenderne la condizione reale, la studiosa non ignorava che i casi adatti a offrire riscontro della ottima condizione goduta dalle donne romane non esaurissero il discorso. Così appuntandosi sulle «lives of lowerclass women... and the poor», sollecitava a spingere lo sguardo verso categorie femminili tutt’altro che marginali o numericamente irrilevanti, come schiave, ex-schiave, donne lavoratrici.19 Efficace nell’evidenziare l’importanza di aspetti più tardi destinati a trovare approfon17 Ibidem, pp. 188-189. 18 Cfr. Moses Finley, The silent women of Rome, «Horizon», 7, 1965, pp. 55-64, poi ristampato in Id., Aspects of antiquity. Discoveries and controversies, Harmondsworth, Penguin, 19772, pp. 124-136, e da ultimo in Laura K. McClure, Sexuality and gender in the classical world. Readings and sources, London, Wiley, 2008, pp. 147-160, con l’emblematica denuncia: «unfortunately there will always be one vital piece missing – what the women would have said had they been allowed to speak for themselves» (Ibidem, p. 148). Sulla posizione di Finley e sul suo parziale superamento registratosi in seguito anche grazie a nuovi metodi di ricerca ha insistito una studiosa occupatasi a più riprese della condizione delle donne romane, nell’ambito di ricerche dedicate in particolare alle istituzioni familiari: cfr. Beryl Rawson, Finding Roman Women, in Nathan Rosenstein, Robert Morstein-Marx (eds), A companion to the Roman Republic, London, Wiley, 2006, pp. 324-341, in modo particolare p. 324. 19 Ibidem, p. 190. 51 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa dimenti mirati in area europea,20 la ricostruzione di Sarah B. Pomeroy registrava la varietà più limitata di impieghi attestata per le donne rispetto agli uomini anche in caso di status servile, rilevando per converso che le schiave romane avevano sovente un’istruzione superiore a quella delle greche, potevano inoltre essere usate per mansioni molto specifiche, nonché per scopi sessuali, con ingenti profitti assicurati ai proprietari. Per tale via, lo spaccato di vita delle Roman Women offerto dalla sua indagine rimarcava il persistere di differenze di genere in relazione allo stato giuridico e a quello sociale e, senza limitarsi ad acquisire genericamente le scarse opportunità di ascesa sociale tramite nozze con individui di livello sociale superiore, inaccessibili in genere alle schiave, rendeva conto anche delle posizioni non marginali raggiunte talora da quante fra esse divennero concubine degli imperatori, grazie a relazioni che di per sé non costituivano motivo di scandalo.21 Ricco di precisazioni e attestazioni tratte inoltre da iscrizioni funerarie, il quadro delineato dalla studiosa americana alla metà degli anni Settanta del XX secolo proponeva nel complesso uno spaccato variegato, adatto a far comprendere anche ad un pubblico non necessariamente specialistico come, a differenza delle donne greche, le Roman Women fossero state spesso occupate nell’esercizio di mestieri reputati tipicamente femminili quali filatura, lavatura di indumenti, vendita di merci di lusso o esotiche, di tintura di porpora o profumi, ma anche di generi di consumo come abiti e cibo: attività talvolta molto semplici per le quali –stando a quanto riflesso dai graffiti sulle mura di Pompei– talune erano scelte per lavorare in taverne e banchi di rivendita di generi alimentari innanzitutto per l’abilità di attirare i clienti con il loro aspetto avvenente. Così, grazie ad una ricognizione che per altro verso non trascurava indicatori della condizione elevata raggiunta da alcune Roman 20 Significativa l’attenzione prestata al tema del rapporto donna-lavoro nella prima edizione del saggio della studiosa che ha il merito di aver introdotto in Italia gli “studi di genere” in relazione alla storia romana: cfr. Francesca Cenerini, La donna romana, Bologna, il Mulino, 2002 (20092), pp. 137-150, nonché nella cornice di due apposite iniziative dalla stessa co-promosse: cfr. Alfredo Buonopane, Francesca Cenerini (a cura di), Donna e lavoro nella documentazione epigrafica. Atti del I Seminario sulla condizione femminile nella documentazione epigrafica (Bologna, 21 novembre 2002), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2003; Iidem (a cura di), Donna e vita cittadina nella documentazione epigrafica. Atti del II Seminario sulla condizione femminile nella documentazione epigrafica (Verona, 25-27 marzo 2004), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2005. Fra i lavori più recenti, si segnala anche Bernard Rémy, Nicolas Mathieu, Les femmes en Gaule romaine (Ier siècle avant J.-C. – V e siècle après J.-C.), Paris, Éditions Errance, 2009, pp. 95-111. 21 Pomeroy, Goddesses, whores, wives, and slaves, pp. 196-197. 58 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web prendere il suo posto, Licinia, l’autrice del racconto informa il pubblico su talune attività cui dovrà attendere la futura sacerdotessa di Vesta, come la custodia del fuoco sacro, ma anche sui pericoli incombenti su Roma nel caso in cui esso si spenga, nonché su altri compiti giornalieri come la raccolta dell’acqua dalla fonte e la consultazione dei Fasti. Oltre alla ricognizione e alla ripresa di informazioni tratte dalle fonti antiche, il video denota l’ingegno creativo della regia nello sperimentare strategie discorsive adatte a render conto della status della vestale anche a partire dal suo punto di vista, sicché l’osservatore si trova di fronte ad una giovanetta che comprendendo la delicatezza del suo incarico e la necessità di svolgerlo con assoluta dedizione avanza con lo sguardo basso, impegnandosi a fare del suo meglio quasi nella consapevolezza di correre il rischio di subire lo stesso castigo abbattutosi sull’incauta vestale che l’ha preceduta. Così, con grande efficacia comunicativa, YouTube diventa medium adatto a veicolare contenuti rispondenti a quanto riportato dalla tradizione antiquaria (Gellio, Notti Attiche I, 12) a proposito della captio delle vestali e dalla storiografia romana per alcuni episodi che le videro protagoniste, grazie ad un video che si segnala inoltre per talune scelte cromatiche nient’affatto casuali e di notevole impatto scenografico, come lo sfondo rosso che accompagna lo storytelling evocando il colore simbolo per eccellenza del fuoco di Vesta. Nel complesso si tratta di un filmato che denota innanzitutto acutezza nella rappresentazione di un episodio adatto a far cogliere la posizione subalterna riservata alla donna nell’antica Roma in un particolare contesto della sfera religiosa che pur le riconosceva una funzione di primo piano a tutela della salvaguardia dell’intera comunità. In parallelo ne emerge il tentativo di inquadrare i fatti a partire da una prospettiva femminile, grazie ad una partecipata messa in scena dell’angosciato stato d’animo della malcapitata vestale, che di per sé sembra esemplificare la capacità di YouTube di farsi strumento di una «intense emotional experience».38 Al di là di un video che appare innovativo sul piano didattico per lo sguardo puntato sul rapporto fra gender e religio nella società romana, evidentemente apprezzato dal pubblico, come inducono a ritenere i circa tre milioni e mezzo di visualizzazioni raccolte nell’arco di un anno e mezzo, l’efficacia dei new media nel rappresentare 38 Come sottolinea Michael Strangelove, Watching YouTube. Extraordinary videos by ordinary people, p. 6; cfr. inoltre Gauntlett, Making is connecting, p. 93. 59 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa i limitati spazi d’azione delle donne romane si ricava anche da un filmato sulle Women in Roman Society.39 Se da un lato le figurine femminili che vi campeggiano con tratti fumettistici, muovendosi fra didascalie fluttuanti usate per evocare i concetti illustrati contestualmente dalla voce narrante, possono dare l’impressione che si tratti di un agile corto d’animazione, d’altro lato la tecnica di visualizzazione scelta accentua l’orizzonte tematico privilegiato dall’autrice del filmato, ovvero la messa a fuoco della diversa condizione delle donne a seconda della loro appartenenza a lower classes e upper classes. Nell’insieme, lo spettatore percepisce nitidamente in cosa potesse consistere la vita piacevole riservata a talune Roman Women, o per converso il loro coinvolgimento in mestieri come la filatura, la gestione di attività commerciali, l’educazione dei figli. D’altra parte, grazie all’impiego di una grafica stilizzata che conferisce alla prima parte della presentazione un tono gioioso, si delinea un quadro adatto a far emergere meglio nella seconda parte del video modi e forme dell’assoggettamento femminile alla componente maschile della comunità, nei contesti privati dominati dalla figura paterna, nonché in quelli pubblici su cui si appunta la scena finale del filmato. Popolata da una congerie di figurine maschili la cui sovrapposizione sembra suggerire il controllo invasivo esercitato sull’intera comunità, essa denota l’acutezza della videomaker nel servirsi di strategie di visualizzazione adatte a far cogliere in poco più di due minuti ed ictu oculi la dimensione inequivocabilmente androcentrica della società romana. L’inclinazione a delineare la condizione delle Roman Women in rapporto a strutture sociali e vincoli familiari che si evince dal caso sopra considerato, si ricava più esplicitamente da un altro video di fattura pregevole, che vede protagoniste Four Sisters in Ancient Rome.40 In questa cornice, mettendo a frutto competenze specialistiche di tipo accademico, Ray Laurence, docente di storia antica alla Macquarie University (Australia), si appunta sui legami familiari di una giovane di nome Domizia, prima di indugiare sugli altri membri del suo nucleo familiare chiamandoli in scena secondo un iter comunicativo dietro 39 Pubblicato da Soraja Batlak nel maggio 2016, il video della durata di minuti 2.28, è accessibile all’indirizzo <https://www.youtube.com/watch?v=lGiuFBqpFk>. Il 17 dicembre 2018 registrava 4.161 visualizzazioni. 40 Pubblicato da Ray Laurence nel maggio 2013, il video della durata di minuti 8.39 è accessibile all’indirizzo: <https://www.youtube. com/watch?v=RQMgLxVxsrw>. Il 17 dicembre 2018 registrava 6.203.378 visualizzazioni. 60 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web cui si percepisce l’intento di illustrare il funzionamento dell’onomastica romana. Al di là delle finalità didascaliche, il filmato si serve dell’illustrazione dei rapporti parentali traendone lo spunto per ampliare lo sguardo fino ad abbracciare alcune particolari dinamiche sociali attive all’interno della domus tipo, come la salutatio matutina offerta dai clienti al capofamiglia. Nel complesso, grazie ad un percorso argomentativo lineare e accattivante risulta egregiamente illustrata la condizione di giovani componenti femminili di una familia di alto lignaggio, accompagnando la quale l’autore riesce a sollecitare l’interesse dell’osservatore su numerosi aspetti basilari della società romana e della sua quotidianità, dando ulteriore esempio di competenza e maestria nell’uso dei new media applicato alla storia romana.41 Diverso nell’impostazione grafica e più nitidamente orientato a far emergere discriminazioni di gender appare un filmato sulle Women in the Roman Empire,42 nel quale si affaccia subito l’immagine stilizzata di un personaggio femminile abbigliato con austerità professionale sufficiente a far immaginare un ruolo didattico, che si presenta come Raye Merlin e presenta i suoi collaboratori, Brad e Angelina, prima di procedere con un’esposizione didascalica in effetti affidata ad una sequenza di pannelli per lo più privi di immagini. Interrogandosi sul trattamento riservato alle donne nell’impero romano, il video vi si sofferma dopo aver offerto una rapidissima definizione di quest’ultimo di taglio istituzionale, sviluppando un percorso aperto dalla denuncia della dimensione maschilista della società romana, sicché il Roman Empire risulta subito una «male dominated society». In seguito avvalendosi di asserzioni utili ad insistere sulle differenze di genere, rende conto delle limitazioni imposte alle donne romane in rapporto alle nozze e più in generale nella vita civile, facendo emergere aspetti come la diversa punizione, ovvero finanche l’uccisione, prevista in caso di adulterio per loro ma non per i coniugi, o ancora il mancato riconoscimento del diritto di voto. È in rapporto ad un quadro dipinto come fortemente penalizzante che la narrazione evidenzia la capacità di talune donne di reagire in modo combattivo, sufficiente ad ottenere un rovesciamento di posi41 Ne reca prova un video sull’adolescenza romana pubblicato nel 2012, intitolato A glimpse of teenage life in ancient Rome, ampiamente apprezzato, come si evince dai più di 8 milioni di visualizzazioni, rinvenibile al seguente indirizzo: <https:// www.ted.com/talks/ray_laurence_a_glimpse_of_teenage_life_in_ancient_rome>. 42 Pubblicato da Raye Merlin nel novembre 2014, il video della durata di minuti 4.16 è accessibile all’indirizzo: <https://www.youtube.com/ watch?v=IrxXgNZHhNc>. Il 17 dicembre 2018 registrava 1.100 visualizzazioni. 61 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa zioni, sicché in chiusura appaiono in scena Roman Women in grado di conquistarsi spazi di primo piano, come Livia, Agrippina Minore, fino a Melania la Giovane nella Tarda antichità, selezionate quasi allo scopo di metterne in luce i meriti nel ritagliarsi spazi di potere politico ed economico. Se da un lato non vi è dubbio che in termini di restituzione storica tale dicotomia risulti fortemente semplificatoria, d’altro lato vi si può intuire l’intento più in generale sotteso alla creazione del video, ovvero il tentativo di valorizzare al di là dello scenario di Roma imperiale la capacità delle donne di combattere allo scopo di ottenere spazi e condizioni migliori, sì da incoraggiare ad assumere le Roman Women come un modello. Una finalità illustrativa e a tratti ludica connota d’altro canto un video dedicato a far luce sulla Daily Life for a Woman in Ancient Rome,43 in cui due ragazze abbigliate come due giovani romane dialogano per una decina di minuti tra loro presentandosi nei panni di due sorelle intente a sottolineare la differenza fra la vita giornaliera delle donne e degli uomini nell’antica Roma. È interessante segnalare che, in tal caso, la cornice della fiction è un’abitazione moderna, in cui le protagoniste si muovono ragionando di acconciature e gioielli con fare che a dispetto del tono discorsivo svela comunque l’ambizione di chiarire didascalicamente aspetti come il coinvolgimento delle donne romane in attività artistiche e nella lavorazione della maglia. Così, grazie ad una messinscena semplice e lineare, lo spettatore vede rievocato l’antico lanam fecit, in effetti chiamato in causa dalle due giovani allo scopo di rimarcare la propria “reclusione” nell’ambiente domestico, nonché esibiti i gioielli offerti come pegno di fidanzamento. Nel complesso, si tratta di un prodotto multimediale concepito in modo dinamico, secondo schemi che riflettono la logica dell’immedesimazione e il bisogno di «communicate and connect with an audience, often on an emotional or intimate level» che costituisce un tratto tipico dei makers e dei consumatori di YouTube..44 Per questa via due teenagers americane si dilettano in conversazioni che superano la dimensione informativa, puntando piuttosto a decantare la possibilità di aggirarsi per il giardino, di avvalersi delle terme, l’uso in particolari circostanze di bagnarsi a corpo nudo, o ancora di recarsi nelle palestre. Così fra richiami a dettagli inerenti fra l’altro alle funzioni diverse 43 Pubblicato nel dicembre 2014, il video della durata di minuti 10.27, è accessibile all’indirizzo: <https://www.youtube.com/watch?v=ACEi41Rn01k>. Il 17 dicembre 2018 registrava 6.281 visualizzazioni. 44 Come evidenzia Gauntlett, Making is connecting, p. 93. 62 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web di tepidarium, calidarium, frigidarium ed una voluta mescolanza di ambientazione antica e moderna che a tratti attutisce la verosimiglianza della fictio lasciando intravvedere la dimensione ricreativa sottesa alla messa in scena delle due protagoniste, il filmato ottiene comunque di mantenere lo spettatore nello spazio scenico teatro dell’azione accompagnandolo di tanto in tanto con l’immaginazione in luoghi-tipo dell’antica Roma, accorciando le distanze fra questa e la realtà extraurbana statunitense, grazie a strategie che rivelano inoltre un’accezione disimpegnata di Public History applicata alla storia antica. Soluzioni parzialmente analoghe sono usate anche in prodotti diversi, come ricaviamo da un altro video intitolato Women in Ancient Rome,45 in cui la presenza in scena di un globo e di un vettore che unisce una località americana con l’antica Roma evoca subito il viaggio virtuale lungo cui due ragazzine conducono lo spettatore con l’ausilio di una voce fuori campo chiamata a leggere passaggi adatti ad illustrare la condizione femminile incisi su finte lapidi. Focalizzandosi soprattutto sull’obbligo di procreare previsto per le donne, l’iter scelto dall’autrice evidenzia in tal caso che il venir meno di tale capacità costituiva per il coniuge condizione sufficiente per ottenere il divorzio, prima d’insistere sulla preferenza delle famiglie per i figli maschi, attraverso un linguaggio che intreccia evocazione di situazioni lontane nel tempo e quotidianità della provincia americana. Tutto ciò, ancora ad opera di due giovani attrici, in verità non sempre a proprio agio di fronte alla telecamera, ma in ogni caso selezionate all’insegna del politically correct, ovvero una afroamericana e una caucasica, allo scopo di realizzare un prodotto che s’intuisce concepito partendo da un uso della storia in chiave di gender e ispirato da istanze attualizzanti. Ne offre in qualche misura esempio anche il percorso comunicativo della giovane voce femminile assunta a guida narrante in un filmato espressamente incentrato sul Role of Women in Ancient Rome.46 Localizzato subito nell’intera penisola italica ormai assoggettata da Roma il teatro del suo storytelling, l’autrice s’ingegna in tal caso a restituire i caratteri peculiari della donna romana-tipo facendone un 45 Pubblicato nell’aprile del 2016 da Joliana Magee Van der Veen and Michelle Arnel, il video della durata di minuti 5.16 è accessibile al seguente indirizzo: <https://www.youtube.com/watch?v=0SG1FA1IzxA>. Il 17 dicembre 2018 registrava 535 visualizzazioni. 46 Pubblicato nel marzo 2012 da Frida Johansson, il video della durata di minuti 2.56, è accessibile al seguente indirizzo: <https://www.youtube.com/ watch?v=cCUvB7niWIo>. Il 17 dicembre 2018 registrava 3.210 visualizzazioni. 63 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa soggetto essenzialmente deputato a mansioni quali i lavori domestici e la preparazione dei pasti. Così, pur non ignorando le differenze legate al divario di status, il discorso risulta orientato in modo da ribadirne lo scarso potere, sicché punta il dito su dati ineccepibili come il fatto che nessuna delle Roman Women raggiunse mai la carica imperiale o ancora sull’uso di esporre neonati di sesso femminile, disconoscendone dunque la paternità, sì da far emergere che nel complesso la loro identità non fu percepita come qualcosa di autonomo bensì di connaturato ai ruoli di figlie, madri, mogli ed in essi circoscritto e confinato. 4. Conclusioni Sufficiente per trarne riscontri di un uso del medium talora appositamente orientato in prospettiva di gender, il ristretto campione di sette video YouTube sulle Roman Women preso in considerazione nelle pagine precedenti permette di rilevare che all’inizio di questo nuovo millennio narrare e rappresentare la condizione della donna nell’antica Roma non costituisca prerogativa univoca di storici specialisti del mondo antico operanti in ambito accademico, bensì solleciti l’interesse di soggetti pronti ad esperire strategie comunicative diverse per farsene interpreti e comunicatori. Non è agevole stabilire se la prevalenza di makers di sesso femminile nel caso dei filmati considerati possa essere assunta quale indice di un’attitudine a dare rilievo al tema nel tentativo di reperire le fondamenta della condizione di subalternità patita dalle donne nel corso dei secoli. Resta comunque interessante rilevarne l’impegno e l’abilità nel produrre soluzioni comunicative che malgrado semplificazioni e tratti stereotipati dimostrano quali opportunità possano essere offerte da una risorsa come il web nell’incentivare la condivisione dei contenuti in materia. Di ciò recano prova la competenza eterogenea degli autori e specularmente l’ampio interesse riscosso dalle loro produzioni fra gli utenti della rete. Quanto al primo aspetto è significativa la presenza nel campione esaminato anche di due coppie di teenagers e d’altro lato di due operatori provenienti dal mondo accademico (Ray Laurence e Peta Greenfield). Per il secondo, è interessante segnalare il maggior riscontro ottenuto proprio dai prodotti di questi ultimi. Sebbene non sia possibile ascriverlo alla maggiore esperienza maturata nell’esercizio di particolari mansioni didattiche, il fatto che l’interesse riscosso dai loro video sia quantificabile in termini di milioni di visualizzazioni a differenza di quello 64 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Roman Women e Public History: la creatività del Web riservato agli altri, computabile nell’ordine di migliaia o poche centinaia, induce a domandarsi se malgrado la disponibilità indifferenziata di accesso al medium, la possibilità di veicolare contenuti di Public History non sia comunque favorita all’interno di percorsi di maggior livello specialistico. In ogni caso, concorrendo a mostrare ancora una volta che «la storia delle donne romane merita particolare attenzione» perché «non è un passato remoto», vale a dire che «è il nostro passato prossimo. E forse in qualche misura, è anche una parte del nostro presente»,47 la creatività con cui il web e segnatamente la piattaforma YouTube riporta in vita le Roman Women merita di essere acquisita e valutata come un indicatore di cui tener conto per studiare il potenziale futuro di una Public History applicata alla storia romana. Abstract: Partendo dal dibattito sviluppatosi negli USA alla metà degli Anni Settanta sulla condizione femminile nel mondo antico, l’articolo sottolinea che ha contribuito a dare una lettura articolata dell’immagine delle donne romane. Ciò ha inciso non solo sulla storiografia posteriore, bensì oltre, come si ricava da alcuni recenti video YouTube sulle Roman Women, rinvenibili in rete. Essi mostrano la creatività dei loro autori, i loro diversi livelli di conoscenza e capacità tecniche. D’altro lato, proiettano lo spettatore nella vita quotidiana delle donne dell’antica Roma. In tal senso, questo genere di produzione può essere considerato un ottimo esempio di Public History applicata e risultare efficace a promuovere studi di gender in relazione alla storia romana. Moving from the mid-seventies’ debate in the USA on women’s role in the Ancient World, this paper highlights its contribution to a more articulated view of Roman women. It has left its mark not only on subsequent historiography, but also well beyond, as seen in recent YouTube videos on Roman women available on Internet. These latter display the creativity of their authors with their various levels of knowledge and technical expertise while catapulting the viewer into women’s daily lives in ancient Rome. In this perspective, such efforts can be seen as an excellent example of applied Public History and may well be useful in promoting gender studies relating to Roman history. Keywords: Public History, storia romana, storia di genere, Sarah Pomeroy, donne romane; Public History, Roman history, gender history, Sarah Pomeroy, Roman Women. Biodata: Ida Gilda Mastrorosa (PhD 1998), è professoressa associata di Storia Romana e Antichità Romane e Cultura Moderna presso l’Università di Firenze (Dipartimento SAGAS). È membro del Dottorato di Ricerca Scienze dell’Antichità e Archeologia (Università di Pisa-Firenze-Siena), e Membre associée de l’UMR 6298 47 Come osservava lucidamente Eva Cantarella, Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Milano, Feltrinelli, 1996, p. 146. 65 Storia delle Donne, 14 (2018) <www.fupress.net/index.php/sdd> Ida GIlda Mastrorosa Archéologie, Terre, Histoire, Sociétés de l’Université de Bourgogne (Francia). I suoi argomenti di ricerca includono: storiografia romana e oratoria giudiziaria nell’Impero Romano; propaganda politica nella storia romana; il ruolo sociale e lo status giuridico delle donne nella Roma repubblicana e imperiale; interpretazioni moderne della storia romana e delle istituzioni romane ([email protected]). Ida Gilda Mastrorosa (PhD 1998), is Associate Professor of Roman History and Roman Antiquities and Modern Culture at Florence University (Department SAGAS). She is a member of the Doctoral Program Scienze dell’Antichità e Archeologia (PisaFlorence-Siena University), and Membre associée de l’UMR 6298 Archéologie, Terre, Histoire, Sociétés de l’Université de Bourgogne (France). Her topics of research include: roman historiography and judicial oratory in the Roman Empire; political propaganda in Roman history; women’s social role and juridical status in Republican and Imperial Rome; modern interpretations of Roman history and Roman institutions ([email protected]).