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Progettare insieme alle comunità la narrazione del patrimonio colpito dal terremoto: le potenzialità dell’ecosistema Wikimedia nel contesto universitario

Feliciati, Pierluigi <Università di Macerata>

Abstract

Le responsabilità per la tutela e valorizzazione dell’eredità culturale ricadono su tutti i cittadini, specie se pensiamo alle aree interne e ai contesti di emergenza. Questo approccio apre diversi quesiti etici e operativi su come progettare una valorizzazione basata sui risultati della ricerca scientifica condividendoli con le comunità di eredità, su quali canali, quali linguaggi adottare, adottando l’approccio della public history. L’utopia dell’attivazione dell’intelligenza collettiva in rete ha dimostrato di avere buone possibilità se si guarda alle dimensioni e alla raggiunta qualità e popolarità dell’ecosistema Wikimedia. La condizione necessaria è che si accetti il patto della collaborazione tra pari, della ricerca della neutralità, dell’uso consapevole delle fonti, della libertà di riuso dei contenuti prodotti. Presso l’Università di Macerata, con il progetto Wiki: Appennino Centro Italia, si è provato ad investire su un percorso dal basso, che coinvolgesse docenti, studenti, stakeholders e cittadini per contribuire a una piattaforma di conoscenza sui territori colpiti dalla serie sismica del 2016, appoggiandosi ai servizi dell’ecosistema digitale collaborativo e aperto. Del progetto, in questo contributo si presentano i presupposti, le metodologie e i primi risultati, approfondendo come caso emblematico il laboratorio per la redazione delle voci di enciclopedia sul Museo di Visso e sulla Madonna del Voto di Paolo da Visso.

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Studies on the Value of Cultural Heritage 22 IL CAPITALE CULTURALE eum Rivista fondata da Massimo Montella Giovani, studenti, public history Pierluigi Feliciati, Progettare insieme alle comunità la narrazione del patrimonio colpito dal terremoto: le potenzialità dell’ecosistema Wikimedia nel contesto universitario / Developing cultural heritage storytelling together with communities: the potentiality of Wikimedia ecosystem at university «Il capitale culturale», n. 22, 2020, pp. 35-50 ISSN 2039-2362 (online); DOI: 10.13138/2039-2362/2423 Progettare insieme alle comunità la narrazione del patrimonio colpito dal terremoto: le potenzialità dell’ecosistema Wikimedia nel contesto universitario * Pierluigi Feliciati, Ricercatore di Scienze del documento, Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo, Università di Macerata, Piazzale L. Bertelli 1, 62100 Vallebona, Macerata, e-mail: [email protected]. Pierluigi Feliciati* Abstract Le responsabilità per la tutela e valorizzazione dell’eredità culturale ricadono su tutti i cittadini, specie se pensiamo alle aree interne e ai contesti di emergenza. Questo approccio apre diversi quesiti etici e operativi su come progettare una valorizzazione basata sui risultati della ricerca scientifica condividendoli con le comunità di eredità, su quali canali, quali linguaggi adottare, adottando l’approccio della public history. L’utopia dell’attivazione dell’intelligenza collettiva in rete ha dimostrato di avere buone possibilità se si guarda alle dimensioni e alla raggiunta qualità e popolarità dell’ecosistema Wikimedia. La condizione necessaria è che si accetti il patto della collaborazione tra pari, della ricerca della neutralità, dell’uso consapevole delle fonti, della libertà di riuso dei contenuti prodotti. Presso l’Università di Macerata, con il progetto Wiki: Appennino Centro Italia, si è provato ad investire su un percorso dal basso, che coinvolgesse docenti, studenti, stakeholders e cittadini per contribuire a una piattaforma di conoscenza sui territori colpiti dalla serie sismica del 2016, appoggiandosi ai servizi dell’ecosistema digitale collaborativo e aperto. Del progetto, in questo contributo si presentano i presupposti, le metodologie e i primi risultati, approfondendo come caso emblematico il laboratorio per la redazione delle voci di enciclopedia sul Museo di Visso e sulla Madonna del Voto di Paolo da Visso. 36 PIERLUIGI FELICIATI Cultural heritage and the collective responsibility for its protection and enhancement, especially considering the internal areas and the emergency contexts, open up several ethical and operational questions: how to disseminate the results of scientific research? Which channels, which languages to adopt and how can we actively involve as many citizens as possible? The utopia of activating collective intelligence on the Web has proven to have good chances if we look at the dimensions, quality and popularity of Wikimedia ecosystem. The indispensable conditions are the acceptance of peer collaboration, neutrality, freedom of reuse of the produced content, and awareness in the use of sources. At the University of Macerata, the Wiki: Appennino Centro Italia project tried to invest on a bottom-up program, involving faculty, students, stakeholders, citizens in the challenge of creating and improve content in the Wikimedia ecosystem about the heritage affected by the 2016 seismic series. In this contribution the assumptions, the methodologies and the results of this project are presented, highlighting the laboratory for the editing of the articles on the Museum of Visso and on the Madonna del Voto of Paul from Visso. 1. Una premessa: patrimonio culturale, informazione e conoscenza nell’onlife La concezione di valore del patrimonio culturale come non originaria e intrinseca ma dipendente da quanto possano conseguirne le persone1 si sta faticosamente facendo strada anche in Italia, in un contesto spesso segnato da una visione idealista della qualità come derivante dall’appartenenza alla categoria delle cose immobili e mobili che presentino interesse artistico, storico, archeologico e etnografico, come si esprimeva la legge sulle “cose d’interesse artistico o storico” del Ventennio2. L’emanazione nel 2005 della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, nota come Convenzione di Faro3, sottoscritta dall’Italia nel 2013 e ancora in attesa di essere recepita pienamente nel nostro ordinamento, potrebbe rappresentare un’occasione importante di sviluppo della nozione di diritto pubblico al patrimonio, cosicché tutti possano trarne vantaggi e non solo oneri. L’attuazione di una politica dei beni culturali centrata sulla fruizione e non sulla sola tutela passiva non è certo obiettivo semplice e resta tuttora oggetto di dibattito nelle modalità e nelle forme4. Una delle inevitabili conseguenze di questo processo riguarda la necessità che l’azione pubblica sia diretta non solo alla tutela e alla valorizzazione – intesa solo come marketing degli asset culturali – ma anche all’allargamento della partecipazione democratica, ovvero della consapevolezza dinamica da parte delle comunità di 1 Montella 2016, pp. 130-131. 2 L. 1 giugno 1939, n. 1089, “Tutela delle cose di interesse artistico o storico”, art. 1. 3 Feliciati 2016, appendice 4. 4 Ibidem, pp. 13-36. 37 PROGETTARE INSIEME ALLE COMUNITÀ LA NARRAZIONE DEL PATRIMONIO COLPITO DAL TERREMOTO eredità dei caratteri, valori e benefici del patrimonio nei quali riconoscersi e di cui godere, incoraggiati nelle iniziative anche volontarie. In questo quadro, i docenti universitari devono sentirsi chiamati a partecipare, in qualità di esperti delle complesse dinamiche diacroniche nella concezione, formazione, percezione, attivazione di valore, gestione e comunicazione degli elementi materiali e immateriali dell’eredità culturale. Questo processo s’innesta peraltro sulla profonda rivoluzione nelle modalità di produzione e scambio di conoscenze dovuta alla pervasività delle tecnologie digitali di rete. Non ci si può limitare, come intellettuali, a osservare il fenomeno epocale che viviamo, volenti o nolenti, garantiti dal distacco fornito dall’uso – tuttora molto diffuso – della paradossale espressione “nuove tecnologie”, né trovare facili rassicurazioni dal richiamo alle stanche contrapposizioni tra apocalittici e integrati. Vivendo e agendo come produttori di conoscenza nella società dell’informazione si è inevitabilmente chiamati all’azione, mettendo a fuoco quale sia l’impatto delle tecnologie del presente, quale possa essere il significato ultimo dell’identità individuale e collettiva nell’infosfera, quali i rischi e quali le potenzialità sul patrimonio, quale consapevolezza sia richiesta a proposito di tecnologie il cui impatto è destinato ad essere, con ogni evidenza, sempre più disruptive. La società dell’informazione in cui viviamo, nei limiti che ci consente il digital divide, è anche stata definita iperstoria5, una fase in cui le capacità che si hanno di elaborare l’informazione, generandola, registrandola, trasmettendola, manipolandola e usandola sono tali da trarne un’economia, un valore. L’attuale condizione di onlife può essere interpretata adottando diversi punti di vista, economico oppure antropologico, comportamentale oppure tecnologico, ma il progresso e il benessere dell’umanità non possono non dipendere anche dall’efficace ed efficiente gestione dell’iterativo ciclo di vita dell’informazione, le cui dinamiche coinvolgono tutti, assumendo diversi ruoli e in diverse fasi: nascita, raccolta, registrazione, elaborazione, trasmissione, uso e riciclo. La trattatistica più aggiornata sulla conservazione della conoscenza digitale evidenzia proprio come siano fattori cruciali il carattere iterativo dell’informazione e la necessità della sua gestione continuativa, attuandone la tutela attraverso una ripetuta, pesante stratificazione di azioni e documentazioni e la migrazione potenzialmente senza fine delle risorse/documenti per mantenerne intatte potenzialità di accesso e autenticità6. La questione del “riciclo” dell’informazione, però, su cui si tornerà di seguito, è al centro dell’interesse pubblico soprattutto per le questioni che pone alla gestione tendenzialmente protezionistica delle licenze di concessione del diritto d’autore e d’editore. Questioni quanto mai complesse, sulle quali qui non ci si addentrerà. 5 Floridi 2017, cap. 1. 6 Pigliapoco 2010. 38 PIERLUIGI FELICIATI Più interessante è accennare invece all’impatto causato dall’uso e riuso dell’informazione sulla cosiddetta saggezza digitale7 o più semplicemente considerandolo in relazione alla questione della competenza informativa e multimediale8, l’information literacy, ovvero: La competenza mediale e informativa consiste nella conoscenza, nelle attitudini, nell’insieme delle abilità necessarie per riconoscere quando e che tipo di informazione è necessaria; dove e come ottenere quell’informazione; come valutarla criticamente e organizzarla una volta trovata; e come usarla in un modo etico. Il concetto si estende al di là delle ICT per includere l’apprendimento, il pensiero critico, e le abilità interpretative attraverso e oltre i confini professionali e educativi. La competenza mediale e informativa comprende tutti i tipi di risorse informative: orali, scritte, digitali9. La stessa UNESCO ha messo l’accento sulla competenza informativa digitale come diritto universale non comprimibile, nelle sue linee guida sulla media literacy10, nel volume che ne sottolinea l’importanza per rinforzare i diritti umani e contenere le radicalizzazioni e gli estremismi11 e infine nelle Five laws of Media and Information Literacy12: We are travelling towards the universality of books, the Internet and all forms of “containers of knowledge”. Media and information literacy for all should be seen as a nexus of human rights. Non a caso, queste cinque leggi sono esplicitamente ispirate a quelle della biblioteconomia13, che avevano rovesciato l’idea della biblioteca da raccolta di libri a servizio. Si evidenzia infatti come le tecnologie e le informazioni prodotte nel tempo presente siano fatte per essere usate da chiunque, garantendogli anche il ruolo attivo di autore, come esse non siano neutrali, non debbano essere censurate e – per costituire davvero un diritto universale – necessitino di formazione e di allenamento d’uso in tutte le età della vita. Attualmente sembrano essere sottaciute dai policy makers le grandi potenzialità delle funzioni collaborative a causa di una serie di fattori, tra cui si possono citare almeno l’influenza monopolistica di alcuni editori e web providers, le tendenze spesso reazionarie delle classi dirigenti e docenti, il prevalere di esigenze di persuasione diffusa di informazioni per salvaguardare interessi di parte e infine la permanenza di una mentalità che affronta l’infosfera come fosse un’evoluzione solo tecnica della radio e della televisione, ovvero un 7 Prensky 2013; Meschini 2019. 8 Paiano 2017; Testoni 2017. 9 IFLA 2011. L’IFLA è l’International Federation of Library Associations and Institutions (<https://www.ifla.org/annual-conference>, 22.08.2020). 10 Grizzle et al. 2013. 11 Singh et al. 2016. 12 Ivi, pp. 25-39. 13 Ranganathan 1931. 39 PROGETTARE INSIEME ALLE COMUNITÀ LA NARRAZIONE DEL PATRIMONIO COLPITO DAL TERREMOTO canale di sola fruizione. Sono invece stati dimostrati da molti il valore educativo della partecipazione consapevole e creativa in rete, così come la funzione che i sistemi informativi digitali possono svolgere nel garantire maggiore efficacia e trasparenza dell’azione pubblica. 2. Racconto storico e consapevolezza collettiva nei contesti di emergenza Si è detto della necessità, perché sia attivata la responsabilità collettiva del valore dell’eredità culturale e della sua tutela, di progettare azioni, preferibilmente d’iniziativa pubblica, finalizzate a rinforzare la consapevolezza delle comunità sui propri asset identitari. Oltre alle sedi proprie per la formazione di tale consapevolezza – le scuole e le università – risultano particolarmente efficaci in questa direzione le esperienze di coinvolgimento diretto, creativo, basate sull’accesso e uso delle informazioni sul patrimonio e sulla loro re-creation, per moltiplicarne le potenzialità. Se si considerano in particolare i contesti marginali e di emergenza, sembra attivarsi una particolare sensibilità pubblica rispetto ai dati e alle notizie disponibili e si acuiscono gli effetti nocivi della diffusione di post-verità (Biffi 2016)14, scoperte sensazionali e dati errati, con la conseguente necessità di prevedere azioni sistematiche di fact-checking, di contro-informazione e di rinforzo delle competenze informative in rete. È stato affermato come sia ormai appurato che «le voci non confermate e la disinformazione accompagnano ogni situazione d’emergenza»15. Nelle situazioni di disastro e di emergenza può rivelarsi particolarmente significativo l’approccio partecipativo della public history, specie riguardo alla tutela dei documenti e del patrimonio: The history of natural disasters – and earthquakes in particular – in Taiwan has, to a certain extent, been inadvertently linked to the practice of historical preservation, archival science, oral history and museum curatorship. All of these are hallmarks of a broad range of activities that fall under the umbrella of public history16. La public history costituisce un approccio efficace per attivare processi di consapevolezza diffusa del patrimonio culturale perché: 14 Lorusso 2018, pp. 6-7, individua «tre accezioni di post-verità […]: - post-verità come predominio di una logica emotiva; - post-verità come pluralizzazione dal basso di diverse versioni dei fatti, una volta andate in crisi le istituzioni come agenzie di informazione attendibili; - postverità come potenzialità retorica della comunicazione, da sempre e per sempre a disposizione a fini manipolativi». 15 Silverman 2016, p. 4. 16 Alsford 2020, p. 26. 40 PIERLUIGI FELICIATI promuove lo sviluppo economico in settori strategici nel nostro Paese, in particolare nell’ambito dell’industria e del turismo culturale, operando per la tutela e la valorizzazione del nostro straordinario patrimonio culturale. I public historians possono inoltre dare un contributo sostanziale svolgendo attività di consulenza professionale per l’adozione di scelte adeguate in ambito amministrativo e legislativo e per la risoluzione di problemi specifici in ambito pubblico e privato, come, per esempio, quelli relativi al governo del territorio o nei contenziosi giudiziari che investono le comunità territoriali17. Se si allarga l’azione dei public historians all’ineludibile dimensione dell’infosfera digitale, producendo dunque della digital public history, l’uso critico degli strumenti digitali, tutt’altro che asettici nel definire il rapporto tra lo storico e le fonti, ha avuto: ricadute diffuse e positive sul mestiere di storico. È certamente la comunicazione pubblica e una diffusa presenza del passato e delle memorie di ognuno in rete, per le quali manca spesso la coscienza storica, che questionano il ruolo dello storico di professione nei confronti del mondo digitale18. La infosfera rappresenta un ecosistema straordinario di partecipazione e di apprendimento, uno spazio in cui attivare processi di intelligenza collettiva19, di dimensioni non confrontabili con nessuna esperienza del passato. Ci si trova in un’epocale fase di transito – non certo lineare – dalle dinamiche informative basate sulla comunicazione unidirezionale, uno-a-molti, alla possibile progettazione da parte di chiunque lo voglia di esperimenti partecipativi, basati sulla collaborazione, sulla co-creazione, sul learning by doing. La storia narrata e il patrimonio narrato possono essere dunque il risultato di un processo collaborativo, moderato dagli storici, basato sulla rielaborazione di una selezione e interpretazione di fonti, dirette e indirette, per farsi narrazione pubblica di secondo livello, scientificamente affidabile e popolare al tempo stesso. A proposito del processo di produzione e arricchimento della rete di risorse narrative di contenuto storico che coinvolgano anche persone non esperte sarebbe da approfondire ancora come possa configurarsi il ruolo degli esperti. È inevitabile che questi ultimi s’impegnino a essere sempre presenti nel dipanarsi della narrazione, oppure possono svolgere anche solo un ruolo indiretto, attuando una mediazione leggera che si limiti a proporre i temi, a selezionare la bibliografia e le fonti primarie, senza guidarne necessariamente l’articolazione in forma discorsiva? Inoltre, non va dimenticato che le narrazioni storiche, in rete e non, non devono essere elaborate e pubblicate come entità isolate nel mare magnum dell’infosfera, ma è necessario che siano inserite – con consapevolezza anche tecnica e architetturale – nelle dinamiche sistemiche della cultura di rete: «la cultura evolve e vive solo nell’evoluzione, ma nel suo 17 AIPH 2018. 18 Noiret 2014; per approfondire, Noiret 2017. 19 Levy 1994. 41 PROGETTARE INSIEME ALLE COMUNITÀ LA NARRAZIONE DEL PATRIMONIO COLPITO DAL TERREMOTO cambiare costruisce coerenze, non zone “fuori legge”. Il non sistematico deve sistematizzarsi, se vuole avere uno spazio pubblico»20. 3. Wikimedia come ecosistema conoscitivo per la valorizzazione del patrimonio In questa cornice, che vede come ineludibili le pratiche partecipative per garantire il diritto pubblico al patrimonio culturale, non solo ricevendo insegnamenti ma facendoli propri, producendo anche nuove narrazioni negli ambienti digitali di rete, l’esperienza wikipediana ha dimostrato, dopo quasi venti anni, di possedere tutte le potenzialità per rappresentare l’ecosistema di lavoro ottimale. L’enciclopedia collaborativa Wikipedia è sempre più popolare, risultando fra i primi sei siti web più visitati al mondo. Anche solo per questo si è invitati a considerare seriamente la centralità che il servizio ha raggiunto come spazio informativo di tutti, trasversalmente a ogni generazione e a ogni profilo di competenza21. La riflessione sulla diffusione d’uso, sull’intensità dei contributi e sulla centralità informativa di Wikipedia non può basarsi su pregiudizi e sulle inevitabili distorsioni nell’uso, se non si analizzano i meccanismi propri del progetto, meno semplici di come potrebbe sembrare. In sintesi, un progetto utopistico, basato fin dall’inizio su alcuni pilastri che riuniscono un’ampia libertà di creazione e accesso con severi principi etici e regolamentari22, ha raggiunto una qualità nei contenuti23, una popolarità24 e una dimensione partecipativa25 sicuramente difficili da prevedere al suo lancio, nel 2001. Una delle criticità principali di Wikipedia, specie nel nostro paese, è rappresentata dalla storica diffidenza pregiudiziale da parte dell’accademia26 nei confronti dell’enciclopedia collaborativa digitale, nonostante essa rappresenti, tra le altre cose, uno dei canali più efficaci per la promozione delle 20 Lorusso 2018, p. 135. 21 Boccone et al. 2017, p. 21. 22 Cfr. <https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Cinque_pilastri>, 02.06.2020. 23 Cfr. Giles 2005, che valutò la qualità e correttezza di Wikipedia confrontata con l’Encyclopedia Britannica quando la Wikipedia aveva solo 4 milioni di voci, contro le più di 50 milioni di oggi. Cfr. anche Roncaglia 2007 e la voce nella Wikipedia in inglese su Academic studies about Wikipedia, <https://en.wikipedia.org/wiki/Academic_studies_about_Wikipedia>, 05.06.2020. 24 Nell’ottobre 2018, ad esempio, le visite totali a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia assommavano a più di 15 miliardi, <https://stats.wikimedia.org/EN/ReportCardTopWikis.htm>, 05.06.2020. 25 Ad esempio, per rendere visibili le dimensioni del progetto, il 02.06.2020 la Wikipedia in lingua italiana ha 1.611.343 voci e la comunità degli wikipediani italiani (autori delle voci dell’enciclopedia Wikipedia) è composta da 1.988.632 utenti registrati, dei quali 9965 hanno contribuito con almeno una modifica nell’ultimo mese e 109 hanno funzioni di servizio; cfr. <https:// it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia_in_italiano>, 05.06.2020. 26 Staub, Hodel 2016. 48 PIERLUIGI FELICIATI References / Riferimenti bibliografici Alsford N.J.P. 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Pupino, Università degli Studi di Napoli L'Orientale Girolamo Sciullo, Università di Bologna Texts by Giuliana Altea, Francesco Bartolini, Elisa Bernard, Giuseppe Buonaccorso, Francesco Capone, Giuseppe Capriotti, Eliana Carrara, Mirco Carrattieri, Mara Cerquetti, Michele Dantini, Pierluigi Feliciati, Angela Maria La Delfa, Rita Pamela Ladogana, Luciana Lazzeretti, Sonia Merli, Enrico Nicosia, Silvia Notarfonso, Stefania Oliva, Caterina Paparello, Claudio Pavone, Sabina Pavone, Pietro Petraroia, Alessandra Petrucci, Francesco Rocchetti, Daniele Sacco, Gaia Salvatori http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult/index ISSN 2039-2362