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Misteri del chiostro napoletano. Un coraggioso percorso di vita nel meridione d’Italia

Pagliara, Maria

Abstract

Enrichetta Caracciolo, autrice di un’opera autobiografica, I Misteri del Chiostro napoletano(1864). L’autrice, monacata a forza e in seguito uscita dal convento dopo disperate battaglie, pubblica le sue memorie, con intento pedagogico e per dimostrare l’utilità del decreto del nuovo governo, succeduto a quello borbonico, con cui si sopprimono i conventi. Le memorie contengono anche altri temi, quali la famiglia, l’educazione, la fede patriottica, ecc., visti tutti da uno sguardo al femminile.

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203 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2013.i13.18 Maria Pagliara Università di Bari ‘‘MISTERI DEL CHIOSTRO NAPOLETANO’’. UN CORAGGIOSO PERCORSO DI VITA NEL MERIDIONE D’ITALIA ‘‘MISTERI DEL CHIOSTRO NAPOLETANO’’. A COURAGEOUS LIFE JOURNEY IN THE SOUTH OF ITALY Riassunto: Enrichetta Caracciolo, autrice di un’opera autobiografica, I Misteri del Chiostro napoletano (1864). L’autrice, monacata a forza e in seguito uscita dal convento dopo disperate battaglie, pubblica le sue memorie, con intento pedagogico e per dimostrare l’utilità del decreto del nuovo governo, succeduto a quello borbonico, con cui si sopprimono i conventi. Le memorie contengono anche altri temi, quali la famiglia, l’educazione, la fede patriottica, ecc., visti tutti da uno sguardo al femminile. Parole chiave: Enrichetta Caracciolo, monacato, memorie. Abstract: Enrietta Caracciolo, author of an autobiographical work, The Mysteries of the Cloister in Naples (1864). The author, a nun in force and later out of the convent after desperate battles, published her memoirs, with pedagogical intent, and to demonstrate the usefulness of the new decree of the Government, after the Borbonic one, that suppresses the monasteries. The memoirs also contain other themes, such as family, education, patriotic faith, etc.., everything seen from a female glance. Keywords: Enrichetta Caracciolo, nun, memoirs. 204 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 ‘‘Misteri del chiostro napoletano’’. Un coraggioso percorso di vita nel meridione d’Italia DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2013.i13.18 Varie sono le denominazioni con le quali si definiscono le scritture concentrate sul tema dell’io, prima fra tutte l’autobiografia, forma classica consacrata da scrittori che ne hanno fissato regole e apportato mutamenti, modificandone la struttura e autorizzandone la distinzione in generi e sottogeneri (confessioni, lettere, diari, ricordi, romanzi autobiografici e così via) che hanno, o si presume abbiano, la caratteristica di svelare ciò che di più intimo vi è nella vita dell’autore, spesso volutamente celata in altre forme di scrittura, di natura meno soggettiva e più pubblica. Croce affermava di non voler scrivere né confessioni, né ricordi, né memorie, in quanto le prime comporterebbero un esame morale di se stessi, una sorta di giudizio privato finale; i secondi convoglierebbero affetti e melanconie così intimi da impedire, per questo, qualsiasi divulgazione. E infine le memorie, cioè le cronache della nostra vita o di uomini e avvenimenti ai quali siamo stati associati, che si scrivono soltanto quando si reputa di poter serbare ai posteri alcune importanti notizie che altrimenti andrebbero perdute.(184). È quest’ultima motivazione ad autorizzare Enrichetta Caracciolo dei Principi Forino di Napoli a scrivere e a pubblicare nel 1864 le proprie memorie con il preciso intento, come si legge nell’avvertenza al lettore, di «confermare, con argomenti di fatto, l’opportunità e la giustizia del decreto col quale si sopprimono dal Governo italiano i conventi, e disingannare a un tempo coloro che […] tenesser quei luoghi per asili di tutte le religiose virtù».(13) Misteri del chiostro napoletano,1 pubblicato da Barbera nel 1864, cioè poco tempo dopo l’avvenuta unità d’Italia, è un’opera che si può ascrivere al genere delle memorie, cioè a quella forma di scrittura che contempla allo stesso tempo privato e pubblico, appagando il desiderio del lettore di conoscere, contestualmente soggetto-autore e relativo quadro storico del tempo. Nata per un intento pedagogico, l’opera si struttura, specie nella seconda parte, anche secondo le forme di un diario, giacché l’autrice vede e vive gli avvenimenti di cui tratta. L’anno di pubblicazione è distanziato dal fatidico 1860, ma la vicenda di Enrichetta si chiude, invece, proprio nell’anno in cui L’Italia realizza la libertà, quasi a rendere più pregnante l’agognata, personale, libertà, conquistata dopo una lotta ventennale, prima nel chiuso della famiglia e poi nel Convento di S. Gregorio Armeno, a Napoli. Sono questi i luoghi nei quali il potere condiziona la sua vita in maniera drammatica ma non ne annulla la volontà, né riduce la sua storia alla famosa sintesi manzoniana: «e la sventurata rispose!». Sotto una fragilità fisica e un’apparente cedevolezza, Enrichetta nasconde una forza inaspettata e una tenace ostinazione, mai volte, tuttavia, alla propria dissoluzione morale o al male, come fu per la monaca manzoniana, e che le permetteranno di riappropriarsi dei sogni di cui era stata privata 1 Enrichetta Caracciolo, Misteri del Chiostro napoletano, Nota critica di Maria Rosa Cutrufelli, Firenze, Giunti, 1998, Ogni citazione è estratta da quest’opera. 205 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2013.i13.18 Maria Pagliara nei suoi giovani anni: innanzitutto la libertà di scegliere il proprio destino e poi l’incontro con l’amore - coronato dal matrimonio con un patriota - così naturalmente sentito nella giovinezza e, tuttavia, impedito a causa dell’egoismo dei genitori. Una figura di monaca singolare è quella che viene fuori da una scrittura incisiva, a tratti attraversata da pregi letterari, ricca di riferimenti personali e storici, una forte personalità che apparentemente accondiscende ai voleri altrui, ma che dimostra la quotidiana e caparbia resistenza alle vessazioni con una superba e rischiosa contrapposizione a quanti vogliono, con adulazioni o con impero e minacce, piegarne per sempre la volontà. Il percorso esistenziale di Enrichetta, che esemplifica quello di tante altre giovani, ha inizio negli anni in cui il meridione prova i primi fermenti rivoluzionari contro i Borboni. Nasce, infatti, quarta di sette sorelle, nel 1821, dal cadetto di una delle famiglie più note di Napoli, aristocratica ma decaduta, i Caracciolo dei principi Forino. La vedovanza della madre segna la vita della figlia, che, a differenza delle più grandi, non si è sposata e non avendo il padre lasciato per lei né dote, né tutore, come le ricorda la madre, è costretta alla monacazione, con la promessa, tuttavia, che sarebbe uscita, non appena si fosse presentato un buon partito. Rigorosissima e severa nell’educazione tanto da misurare alle figlie anche «l’ora che per godere del pubblico passeggio, era lecito trattenerci sul verone», la madre ricorda alla giovane figlia che «le leggi divine e umane t’impongono l’ubbidienza, e,…tu ubbidirai!». Enrichetta si ribellerà con tutte le sue forze e dopo sofferenze e lungo tempo la sua lotta ostinata per la libertà, segnata anche da un tentativo di suicidio, avrà successo. Sarà l’esperienza degli anni, poi, che porterà Enrichetta a giustificare la crudele decisione della madre, una donna che a soli quattordici anni è andata sposa a un uomo di 40, aristocratico ma povero, destinata a una vita di ristrettezze, a una vedovanza precoce tra mille difficoltà sociali ed economiche. La madre appare a Enrichetta come uno dei tanti anelli di quella catena fatta di imposizioni e divieti a cui appartiene ogni giovane donna, in particolare modo in un secolo « non abbastanza dirozzato», come dice ella stessa, quasi a sottolineare che per una donna le situazioni si ripetono e sempre a suo danno. E’ l’esperienza di vita che fa convergere su Famiglia e Convento l’impietosa analisi di Enrichetta, in special modo sul secondo, residuo, a suo dire, di «barbarismo orientale», «realizzazione di legge inumana», «luogo che contiene in sé tutti i vizi della città, senza averne virtù e vantaggi», «forma di congregazione simile a una tollerata camorra». Pur provando ripugnanza per quella realtà, Enrichetta non rinuncia a raccontare i «fatti tanto stomachevoli» che infestano i conventi d’ambo i sessi, spiegabili con il fatto che, furto e camorra trasudavano copiosamente da tutti i pori della società napoletana, dall’alto del trono, traversavano il santuario e si scaricavano nelle arterie della sottostante popolazione. Enrichetta, oltre a dover subire la monacazione è perseguitata 206 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 ‘‘Misteri del chiostro napoletano’’. Un coraggioso percorso di vita nel meridione d’Italia DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2013.i13.18 proprio per la sua lotta in favore della chiusura dei conventi. Famiglia e convento, comunque, sono gli scenari animati dai drammi di tante giovanette e donne, siano esse carnefici o vittime e su di essi, espressione di un potere protervo, si riversa il suo feroce giudizio. Mai domata dalle vessazioni, affamata di libri, diversi da quelli unidirezionali che il Convento impone, ella diviene fiera accusatrice, anche durante il periodo della monacazione, dei partigiani del monachesimo, colpevoli, ai suoi occhi, di deprimere e immiserire gli spiriti delle giovani recluse insinuando nei loro animi massime di egoismo e misantropia che non sono certamente quelle della religione cristiana. La violenza è la cosa che maggiormente colpisce Enrichetta, una violenza declinata secondo una scala che va dalle forme più raffinate a quelle più grossolane e rudi; pane quotidiano nei conventi, in tutti quelli con cui Enrichetta è venuta a contatto, avendone sperimentati diversi per circa un ventennio a causa della sua insubordinazione; violenza delle giovani contro le vecchie e malate, delle suore contro le converse e viceversa, delle più ricche verso le più povere, delle protette verso le altre; insomma una ragnatela di rapporti nutriti di gelosie e di soprusi, fomentati da badesse e preti e perpetrati sempre in nome della carità e della chiesa. Unico “conforto” in un’istituzione che dovrebbe avere ben altri fini - ma Enrichetta lo dice sarcasticamente -alla follia di quella società claustrofobica, a quell’inferno, è la confessione, scienza occulta, afferma Enrichetta, che s’impara nel silenzio del carcere, parte per propria esperienza, parte per mutuo insegnamento: specie di camorra, che ha i suoi taciti adepti, i suoi taciti regolamenti, i suoi capi, il suo codice penale. «Supponete un qualche concilio, che nei conventi donneschi sopprima il bene supremo del confessionale! La nazione potrà dispensarsi dal colpire per espressa legge l’avvenire del monachesimo; tanto, almeno per le monache, i monasteri si scioglierebbero per atto di spontanea disposizione in un periodo di tempo non più lungo di una settimana (82). Ironica e pungente, esperta della realtà di cui tratta, Enrichetta fotografa «alcune spiaggie forse non ancora esplorate, per rilevare alcuni tratti della vita claustrale infino ad oggi rimasti inaccessibili a tutt’altri che a una donna» (69), e toglie il velo a quel mondo negativo che la madre, per convincerla alla clausura, aveva definito non un carcere, come il mondo generalmente suppone, ma sì orto di salute, intemerato asilo, ove le anime, superiori alle sociali vanità, od abbeverate da disinganni, rinvengono respiro non mai contaminato dall’alito funesto delle passioni né soggetto alle procelle del secolo. Trovarsi in quei ritiri, non soltanto gli spirituali conforti, ma tutti gli agi della vita nobile e perfino le raffinatezze e le oneste ricreazioni del mondo elegante. Se così non fosse, come vi sarebbero albergate tante e tante centinaia di giovanette, discese dalle più illustri prosapie di Napoli, munite di vistose dotazioni? (51). Con altri occhi è visto quell’orto di salute e tutto il clero che in quegli anni popolava l’Italia meridionale; per le spaventose proporzioni ricavate da Enrichetta da documenti, 207 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2013.i13.18 Maria Pagliara dati e cifre, questo poteva essere definito «morbo sociale, che infestava la patria gravata da tante prelature e gerarchie, da contanto clero regolare e secolare, quanto sorpassa di gran lunga la necessità del religioso servizio». Tutto questo, agli occhi di Enrichetta, dà l’immagine di una vasta congregazione monastica, di un paese levitico per eccellenza. Quanto alla religione che «quei Tartufi» professavano, non era altro «che un oggetto di biancheria: lo indossano, e se lo levano a loro talento: quando è sudicio, lo mandano alla lavandaia». Enrichetta ci informa che al tempo della sua entrata in convento a Napoli più della metà degli abitanti era strappata dalla Chiesa alla cooperazione sociale e all’incremento della popolazione. «Misericordia!» Esclama l’autrice. «Quale epidemia, quale micidiale calamità ha mai decimato un popolo in porzioni tanto incalzanti e con tanta intensità! Forze sterili all’avvenire della loro patria». Agli occhi dell’autrice si rivelano forze sterili le giovani recluse nei conventi, destinate sin dalle fasce a seppellire e mente e cuore e bellezza nella solitudine, a immolare ogni loro affetto più all’avidità de’ congiunti che alla religione, a fare solenne e irrevocabile rinuncia dei doveri e dei diritti che vincolano l’individuo alla famiglia, alla nazione, all’umanità, non di altra cosa al mondo informate che di leggende, miracoli e visioni, di ascetiche fantasmagorie (77) attinte da libri agiografici, gli unici concessi dall’Indice della famiglia e dal confessore. Enrichetta invita coloro che non sanno a visitare quei luoghi per poter verificare quanto siano ancora vivi e palpitanti, nonostante il concilio di Trento, i costumi dei Borgia e dei Medici, i pregiudizi del feudalesimo, l’ignoranza e le superstizioni del volgo all’epoca dell’auto-da-fé. «Musei di reliquie del medio evo», «Necropoli salvate dal mondo funebre della clausura come la lava del Vesuvio con Ercolano e Pompei sono per i Monasteri». E se questa era la realtà dei conventi, non diversa si mostrava quella esterna condizionata da un codice barbaro con cui si giudicava la donna per salvare presso l’opinione pubblica l’onore compromesso del blasone. Se Enrichetta è in grado di analizzare con mente così limpida la situazione claustrale e clericale del tempo, se il suo spirito libero si è aperto a grandi ideali, lo deve a quei libri ritenuti dal regio revisore peggiori dell’arsenico. Essi arricchiscono la mente di Enrichetta, aprendola a ben altri confini diversi da quelli definiti da ignoranti confessori o badesse o principi della Chiesa; tra questi il cardinale Riario Sforza la cui presunta e troppo ostentata cultura dà agio all’autrice di farne facile scherno mentre esercita una impensabile vena comicosarcastica che non risparmia d’altra parte la crassa ignoranza di reverendi, priori, monache, badesse, confessori, controllori per conto della Chiesa cattolica, generando tratti di godibile divertimento per il lettore a cui l’autrice, ben consapevole di questo, chiede venia, affermando che le Memorie non sono, come la storia, obbligate a sopprimere il comico (239). 208 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 ‘‘Misteri del chiostro napoletano’’. Un coraggioso percorso di vita nel meridione d’Italia DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2013.i13.18 Alla stessa maniera di Marianna Ucria, una delle più note figure di donna della letteratura, emblema di una rivincita sulla violenza, in quanto ha saputo mutare la menomazione inflittale dal potere familiare in occasione di libertà e ha trasformando l’ ignoranza a cui era stata condannata in ricchezza di pensiero, colmando la sua solitudine con la ricchezza che le veniva da menti elevate, anche Enrichetta «poetizzò le amarezze della clausura» e temprò il cuore ribelle non con i romanzi, che con «effimere commozioni snervano il cuore, che con effeminati affetti sbaldanziscono l’animo, isteriliscono le aspirazioni, ma con fecondi concetti e sentimenti virili». Agostino, Boezio, Dante, Guicciardini, Machiavelli, e poi Manzoni, furono le sue guide, gli autori del Risorgimento che la educarono all’amore per la patria che Enrichetta riteneva doveroso non soltanto per l’uomo, e che la portarono a far parte di una rete cospirativa di società segrete, ma anche molti autori stranieri esperti nelle più varie discipline. Enrichetta credeva fermamente che la donna, la sua azione fossero indispensabili per il rinnovamento del genere umano. La lettura della Vita delle Sante Martiri, unico libro concessole nel carcere di Mondragone dove era stata rinchiusa perché sospettata di cospirazione, non la educò all’ascetismo, come i superiori speravano, ma a trovare in esso il riscatto della donna che dall’ardente fede contese all’uomo il privilegio dell’eroismo e col sacrificio della giovinezza e della stessa esistenza, seppe eclissare «e modestie di gerarchi, e dottrine di scuola, ed elucubrazioni di teologi». Dall’esempio delle Sante Martiri prese atto che l’abnegazione poteva portare la donna dal gineceo al rogo rendendola degna di ammirazione più che per l’eroismo in virtù del quale sono ricordati i grandi condottieri o eroi celebrati da Plutarco. Misteri del Chiostro napoletano, nata nel chiuso e nel segreto di un monastero, non è, tuttavia, una scrittura privata,(di attestazione di esistenza) o del privato (privato quanto meno di dignità sociale), sulla scia di tante scritture femminili che non hanno mai visto la luce del sociale; si distanzia anche da quella abituale che intercorreva tra le monache e il confessore, una forma di sublimazione del godimento. Non potrà nemmeno, ricalcando un titolo di Gozzi, definirsi Memorie inutili, in quanto Enrichetta Caracciolo estrae dalla propria memoria, proprio come sosteneva George Sand, ciò che potrà costituire una lezione per tutti e per questo motivo la destina alla conoscenza di un vasto pubblico. Dubbiosa sul fatto che «senza la reclusione monastica, tante giovanette d’ingegno peregrino si sarebbero elle vendute, per innaturalezza di parenti e per sobillamento di confessori, sepolte in carceri inaccessibili a ogni lume sociale, a ogni voce dell’umanità», adopera la sua penna per scavare, incidere, commentare, giudicare e, così facendo, compone un quadro della società del tempo e della società meridionale, di stampo barbarico, incivile, quale si presentava in quegli anni dell’Ottocento in un meridione privo di stimoli culturali e di conoscenze. Per le sue idee liberali subì il carcere e fu perseguitata da spie di duplice provenienza, ecclesiastica e politica. Ma la sua odissea ebbe una conclusione ben differente da un’altra eroina meridionale alla 209 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, abril 2013 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2013.i13.18 Maria Pagliara quale per molte versi la sua storia si avvicina: Eleonora Fonseca Pimentel. Orgogliosa di essere riuscita ad ottenere la libertà personale nel momento in cui veniva proclamato il regno d’Italia, pretese che ci si rivolgesse a lei non più con il titolo di suora o canonichessa, ma di cittadina che seppe «provocare e promuovere il plebiscito delle donne di Napoli» anche con i suoi scritti su giornali politici :La Tribuna di Salerno e Il Nomade di Palermo e con la pubblicazione nel 1866 di un Proclama alla donna italiana alla quale si rivolge per sostenere la causa nazionale. BIBLIOGRAFIA Cutrufelli, M. T., “Nota critica Renata Pescanti Botti, Donne”, pref. a Misteri del Chiostro napoletano, Firenze, Giunti, 1998. Pescanti Botti, R., Donne del Risorgimento italiano, Milano, Ceschina, 1966. Sciarelli, F., Enrichetta Caracciolo dei principi di Forino ex monaca benedettina, Napoli, 1891. Scirocco, A., Il dibattito sulle soppressioni delle corporazioni religiose nel 1864 e i Misteri del chiostro napoletano di Enrichetta Caracciolo, «Clio», 2, 1992,pp.215-233.