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54 Revista Internacional de Culturas y Literaturas ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2025.i28.05 Nicoletta Zambella Lidia Delgado Fernández Universidad de Sevilla ANNA FRANCHI E LO STUPRO DI GUERRA: DALLA MORTIFICAZIONE DEL CORPO ALLA LIBERTÀ DI SCELTA ANNA FRANCHI AND WAR RAPE: FROM MORTIFICATION OF THE BODY TO FREEDOM OF CHOICE Riassunto: Il fulcro di questo intervento è il corpo abusato delle donne negli anni del primo conflitto mondiale, ma vuole approfondire anche la discussione, portata avanti da giornalisti, medici e diverse scrittrici, sulla possibilità di scegliere, per alcuni, o sulla necessità di ricorrere obbligatoriamente, per altri, all’aborto “terapeutico”. In particolare, ci concentreremo sull’ideologia di Anna Franchi e sulla disputa avvenuta, tra quest’ultima e il giornalista Zandrino, sulle pagine del quotidiano “Il popolo D’Italia”. La diatriba si concentra, da un lato, sulla necessità di porre fine alla vita di una creatura bastarda, pronta ad inquinare la purezza della razza latina e, di contro, sulla necessità di una libera scelta, auspicata per tutte le donne, sul proprio corpo e sulla propria vita. Parole chiave: Prima guerra mondiale, Anna Franchi, stupro di guerra, aborto. Abstract: This article tackles the rape of women during the First World War, in particular, we will focus on the ideology of Anna Franchi and the diatribe that we witnessed on the pages of the news paper Il popolo d’Italia, which regarded the necessity of abortion. In fact, many thought that children resulted from the sexual assault deserved to die, in order to preserve the purity of the Latin race. Consequently, the discussion also involved the women advocating for their rights to decide about their bodies. Keywords: First World War, Anna Franchi, war rape, abortion.
55 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2025.i28.05 Nicoletta Zambella 1. LO STUPRO DI GUERRA Con il termine stupro di guerra ci si riferisce ad una efferata violenza, tipica della Prima guerra mondiale e che coinvolge, innanzitutto, le donne belghe, vittime dei soprusi e della ferocia del soldato invasore. La violenza subita dalle donne belghe, durante l’occupazione del proprio territorio, verrà definita e diffusa in tutta Europa attraverso la locuzione stupro del Belgio. Per Barabara Meazzi, tale definizione “diventa una sineddoche che rimanda alla violenza cui fu sottoposto il paese e che nega di fatto alle donne del Belgio la possibilità di essere riconosciute legittimamente come vittime” (Meazzi, 2015:261). Tuttavia, tale espressione, per quanto priva della sua essenza, relativa alla violenza subita dalle donne, ha comunque contribuito, nel corso degli stessi anni, a diffondere e ampliare le azioni compiute dall’antiuomo1. Questa nuova modalità di comunicazione, che amplia ad una intera nazione il sopruso subito dal genere femminile, di fatto, contribuisce a divulgare l’efferatezza di un fenomeno e, conseguentemente, la discussione sull’aborto, per così dire, “terapeutico”, taciuto e passato in sordina, invece, nei primi anni, tra le quotidiane atrocità. Si tratta di un fenomeno che non risparmia neanche l’Italia. Ne è testimonianza la nascita dell’Istituto San Filippo Neri, nella cittadina di Portogruaro, impegnato nella cura e il sostentamento dei figli di guerra. La struttura nasce, tra il 1918 e il 1919, con la finalità di accogliere i bambini nati dalle donne che avevano subito violenza da parte dei soldati dell’impero austro ungarico nella Prima guerra mondiale (Sandron, 2008:57-80). A tal proposito, nel 2010, è stato pubblicato un libro che, partendo dalle relazioni della reale commissione d’inchiesta, riprende le modalità e la ferocia con cui, soprattutto nei territori di confine del Veneto e del Friuli, le donne venivano stuprate dall’esercito austro ungarico. Numerose sono le testimonianze dirette, nel libro-documento di Michele Strazza, anche se si calcola che la maggior parte delle donne, a causa dei sensi colpa, nel tentativo di nascondere il disonore e per la vergogna di dover riferire a ufficiali e sottufficiali, tutti uomini, abbia taciuto l’efferatezza di tali crimini (Bertolo, 2015: 261). Luigi Maria Bossi, medico, ginecologo ma anche politico italiano, eletto nel parlamento nella XXI legislatura, promuove per primo, in Italia, la discussione sulla possibilità dell’aborto in caso di stupro. 1 Così verrà definito l’uomo tedesco da Anna Franchi, chiaramente in contrapposizione all’uomo latino, civilizzato ed evoluto.
56 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 Anna Franchi e lo stupro di guerra: dalla mortificazione del corpo alla libertà di scelta DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2025.i28.05 Nel novembre del 1917, il medico pubblica un testo dal titolo In difesa della donna e della razza, una documentazione dei primi anni del conflitto che raccoglie diversi materiali: testimonianze dirette, articoli di giornali e resoconti di conferenze tenute presso l’Accademia medica di Genova. In questa sede, ci concentreremo, prevalentemente, sulle pagine che principiano con il titolo: il cataclisma umano (1914-1917) e nelle quali rintracciamo alcuni punti imprescindibili per la comprensione del suo pensiero: Definizione del tedesco come antiuomo: “politicamente e socialmente, anche antropologicamente, nemico del genere umano” (Bossi, 1917:X). Dimostrazione degli orrori commessi quotidianamente e sistematicamente contro le donne Belghe: testimonianze oculari verificate, descrizioni particolareggiate sulle deportazioni delle giovani ragazze dei territori conquistati. Riproposizione del proprio intervento tenuto presso l’accademia Medica di Genova, dal titolo: Difese delle donne belghe e francesi violentate dai soldati tedeschi. All’interno di quest’opera Luigi Maria Bossi raccoglie, altresì, la documentazione, contenente una discussione sull’aborto di guerra; il dibattito si diffonde in Italia a partire dal 1916. Il principio della discussione è rappresentato dalla proposta di un referendum, promosso dallo stesso Bossi sulle pagine del quotidiano Il popolo d’Italia: Vorrei che il Popolo d’Italia aprisse le sue colonne a un referendum fra le donne, medici, sociologici, giuristi e letterati sulle due gravi questioni. - Se le donne violentate dal nemico in guerra abbiano o meno diritto (diritto e non il dovere) all’aborto. - Di quali mezzi i popoli civili possono e debbono usare per arrestare la sistematica violazione delle donne da parte dei tedeschi (Bossi, 1917: 92). Sostenitore dell’aborto di stupro, per il ginecologo, i figli delle violenze si rivelano: “miseri fisicamente e con le stimmate ineluttabili alla degenerazione e cioè o dei deficienti nello sviluppo, destinati a vivere a carico della pubblica beneficenza, o dei futuri pazzi e delinquenti” (Ventrone, 2003:173). È bene sottolineare che, in questa presa di posizione, non vi è nessuna intenzione di difendere l’onore e la vita delle donne; infatti, le motivazioni che spingono il professor Bossi a sostenere l’interruzione di gravidanza, in caso di violenza militare, riguardano esclusivamente la difesa della patria e della razza.
57 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2025.i28.05 Nicoletta Zambella Nel suo saggio, In difesa della donna e della razza, di cui abbiamo accennato precedentemente, l’autore ci dà, altresì, testimonianza delle numerose voci che partecipano al dibattito. Tali interventi contribuiscono, per la maggior parte, ad una chiara definizione del nemico: riprovevole, spregevole e portatore di disumanità. Si tratta di una visione impietosa che, riportata alla ribalta, autorizza, implicitamente, la soppressione della futura genealogia, frutto del male e, quindi, naturalmente squilibrata. Tra le scrittrici che partecipano a questo dibattito ricordiamo: Anna Franchi, Annie Vivanti e Sibilla Aleramo2. Lo stupro di guerra non può essere considerato un aspetto secondario del conflitto, né la violenza perpetrata contro le donne un male minore rispetto alla morte dei soldati. Per Adriana Cavarero, la violenza contro una persona inerme è un atto ripugnante che supera l’uccisione e la morte tipica di tutte le guerre in quanto non si limita ad uccidere, perché uccidere sarebbe troppo poco, ma vuole distruggere l’unicità del corpo e si accanisce sulla sua costitutiva vulnerabilità: L’inerme è chi non ha armi e quindi non può uccidere, ferire, […] indifeso e in balia dell’altro, inerme è sostanzialmente chi si trova in una condizione di passività e subisce una violenza alla quale non può sfuggire né rispondere. La scena è tutta sbilanciata su una violenza unilaterale. Non c’è né simmetria, né parità, né reciprocità. (Cavarero, 2007:43). Per la filosofa, si tratta di una scena tutta sbilanciata su una violenza unilaterale, non c’è simmetria, né parità, né reciprocità. È una violenza feroce, contro una vittima vulnerabile e impotente, a cui Adriana Cavarero dà il nome di “orrorismo”: Ridotto a oggetto totalmente disponibile, anzi, oggettivato dalla realtà stessa del dolore, al centro della scena sta un corpo sofferente su cui la violenza lavora prendendosi tempi lunghi. La morte se c’è viene rigorosamente alla fine non essendo comunque il fine (Cavarero, 2007: 44). 2. IL DIBATTITO SULL’ABORTO E L’INTERVENTO DI ANNA FRANCHI In risposta al referendum di Luigi Maria Bossi, per primo Zandrino, giornalista e segretario della lega antitedesca, prende la parola attraverso la pubblicazione di un articolo dal titolo: 2 Tale partecipazione è testimoniata, in primo luogo, dagli interventi e le prese di posizioni presenti, e pubblicate, dal professor Luigi Maria Bossi, nel libro In difesa della donna e della razza, già citato precedentemente.
58 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 Anna Franchi e lo stupro di guerra: dalla mortificazione del corpo alla libertà di scelta DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2025.i28.05 “Per la difesa della donna dalla violenza dell’antiuomo”. Già dalla lettura dell’intestazione, è possibile puntualizzare come, accanto alla necessità di difendere la donna, emerga il profondo disprezzo verso il nemico tedesco. Tale sprezzo conduce il giornalista a una imprescindibile distinzione tra “homo sapiens, chiamato a respingere l’aggressione violenta dell’antiuomo e homo germanicus, rivelatosi, in questa guerra, con tutta la sua bestialità” (Bossi, 1917:94). L’autore dell’articolo principia il proprio intervento dalla convinzione che le donne non parteciperanno al referendum in quanto ammutolite dall’orrore o, nel caso delle intellettuali, indifferenti e poco coraggiose nell’esporsi, “le nostre letterate che in genere non hanno che il coraggio della loro sensualità”. (Bossi, 1917:94). Le parole di Zandrino, interpretabili come un chiaro e inutile attacco misogino sul valore delle donne e sulla capacità di intervenire all’interno di un dibattito, risultano, innanzitutto, fuori luogo, concettualmente inutile anche il riferimento alla mancanza di coraggio femminile. D’altro canto, sarà proprio il cuore dell’articolo a confermare quella che, al momento, è solo una supposizione di aperta misoginia: Non le donne violate dal soldato nemico hanno il diritto di sopprimere artificialmente il frutto delle loro viscere oltraggiate, ma la società civile, e per essa lo Stato, il quale ha, più che il diritto, il dovere assoluto di difendere la società, sopprimendo comunque questi bastardi tedeschi (Bossi, 1917:99). Nelle parole di Zandrino, la donna violata e oltraggiata si eclissa. Quello a cui assistiamo, è, invece, la de-umanizzazione della violenza; infatti, la vittima, vulnerabile e inerme, si offusca per dar spazio a parole che si concentrano sui termini quali: società, società civile, stato. Chiaro è che, per il giornalista, il problema non riguarda la difesa della donna e il suo corpo oltraggiato, ma la salvaguardia dello stato dalla nascita di un bambino definito un pervertito e una fonte infinita di male, innanzitutto per la società: Se nascessero e vivessero, portando in fronte come Caino un indelebile marchio d’infamia, sarebbero per le loro origini psichiche e fisiologiche dei degenerati, dei delinquenti nati, e quindi, a un tempo, degli infelici e un permanente pericolo per lo Stato e per la Società (Bossi, 1917:99). Per Zandrino, così come per la maggior parte degli intellettuali e lo stesso Bossi, l’Aborto di guerra è legittimo e necessario poiché il fanciullo nato dalla violenza risentirà, a livello psichico, dell’orrore e della repulsione provati dalla donna nel momento della
59 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2025.i28.05 Nicoletta Zambella violazione. Si tratterà, inoltre, per Zandrino di un bastardo tedesco pronto ad inquinare la purezza della razza latina. Sarà proprio Anna Franchi per prima a prendere parte attiva in questo dibattito, esprimendo la propria opinione su una tragedia che la stessa ritiene poco radicata nel nostro territorio, grazie al valore dei combattenti e dei generali che difendono senza sosta le terre italiane3. Anna Franchi si contrappone, innanzitutto, a Zandrino in difesa di tutte le donne, ingiustamente accusate: Il suo giudizio sulle letterate non ha valore. In questo caso non si tratta di sapere se le donne letterate siano più o meno adatte a rispondere, ma si tratta solo di conoscere il giudizio delle donne sul caso esposto dal prof. Bossi (Franchi,1916: s.p). Nel prosieguo del suo articolo, la scrittrice, in opposizione alla maggior parte dei colleghi e delle colleghe, afferma di non trovare scontato e naturale contrapporre l’aborto alla violenza commessa dal barbaro tedesco. Se, da un lato, nelle parole di Anna Franchi, non vi è un completo allontanamento dall’eugenetica, in quanto, emergono nel suo articolo, alcuni riferimenti al male che i nati dall’odio e dalla violenza potrebbero apportare alla razza latina, dall’altro, la scrittrice difende con forza un figlio nato dalla violenza, sostenendo che la scelta appartenga soltanto alla madre, e che questa, nonostante il dolore e la sofferenza, possa preferire, comunque, di crescerlo con amore e dedizione: È un problema questo al quale il prof. Bossi deve convenire, non havvi risposta precisa. Varie le anime, varie le considerazioni. Alcune femmine vorranno al delitto contrapporre il delitto altre donne chineranno il capo dinanzi all’immenso sacrificio della propria vita (Franchi, 1916: s.p). Per la scrittrice, in definitiva, non vi è una soluzione al quesito perché non vi è una scelta che possa essere definita giusta o sbagliata. 3 Anna Franchi ancora disconosce le sorti e le violenze che molte donne italiane subiranno, soprattutto a partire dal 1917, proprio nei giorni della disfatta di Caporetto.
60 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 Anna Franchi e lo stupro di guerra: dalla mortificazione del corpo alla libertà di scelta DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2025.i28.05 La risposta di Zandrino, sentendosi chiamato direttamente in causa da Anna Franchi, non si fa attendere, infatti, in data 9 settembre 1916, prende la parola sul quotidiano il Popolo d’Italia, con un articolo dal titolo: “Ancora in difesa della donna contro le violenze dell’antiuomo tedesco”4. Il giornalista concentra il proprio intervento su una serie di calunnie e insinuazioni: rimprovera l’autrice di ingiuriare e umiliare le donne che hanno un pensiero diverso: “Ella ingiuria qualsiasi altra donna, che eventualmente possa essere di un’opinione contraria alla sua” (Bossi, 1917:103); insinua che, nella riflessione della scrittrice, si celi un’inutile invocazione alla maternità a qualunque costo; rintraccia nelle sue parole atteggiamenti antipatriottici, filogermanici e, soprattutto, ricorda che la nascita di un figlio del disonore riguarda, soprattutto, l’uomo di famiglia, che rientra nella propria casa, da eroe, dopo, la fine della guerra: Tutto il bell’edificio della signora Franchi, e di chi la pensa com’essa, non può sussistere che in un solo caso; allorché la violata non avesse più famiglia. […]. Quali consolazioni e quali conforti somministreranno agli eroi che troveranno la loro casa allietata dalla presenza del frutto vivente del loro disonore? (Bossi, 1917:104-105). A questo punto, nel libro del dottor Luigi Maria Bossi, il dibattito termina con le accuse di Zandrino e il supposto silenzio di Anna Franchi, che confermerebbe, tra l’altro, l’indifferenza e l’incapacità dell’intellettuale donna di intervenire. Nella realtà della storia, Anna Franchi risponde al collega. Abbiamo testimonianza di questo articolo, in quanto rintracciato, insieme a tanti altri articoli sul tema, nel fondo di Anna Franchi (Franchi, 1916: s.p). Nel suo intervento, la scrittrice si propone, già dall’incipit, di voler evitare inutili polemiche rifiutandosi di controbattere, con lo stesso tono, alle pesanti accuse ricevute: Signor Zandrino, non è mai stato mio uso rifiutarmi alle polemiche, ma questa volta e in quest’ora reputo più decoroso il silenzio, anche se mi dovesse fruttare una patente di inettitudine a capire. Il caso proposto richiede argomentazioni troppo vaste, complicate e varie. Il prof. Bossi potrebbe, ricercando nelle sue convinzioni anteriori alla guerra e nella scienza che tutti i medici acquistano dell’anima femminile, risponderle meglio di me. In breve: una discussione sulla necessità dell’aborto porta dei presupposti infiniti e per venire ad una conclusione bisognerebbe convenire di capovolgere l’ordine odierno delle cose umane, avere della coscienza femminile una altissima stima e creare una legge vigilante su tutti i casi ‒rari di violenza fisica, infiniti di violenza morale‒ (Franchi, 1916: s.p). 4 Il titolo dell’articolo, non presente nel libro di Luigi Maria Bossi, è stato rintracciato nel fondo di Anna Franchi, insieme a tutta la discussione, documentata solo in parte dal dottor Bossi nel suo testo.
61 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL2025.i28.05 Nicoletta Zambella Per Anna Franchi, la guerra coinvolge non solo donne, prive nella quotidianità dei propri uomini, ma l’intero genere umano. Il problema dell’aborto, quindi, nato dalle violenze di guerra non può essere discusso negli anni della guerra, in quanto, per Anna Franchi, alla violenza fisica, pur sempre rara, si può contrapporre il quotidiano sopruso morale che le donne subiscono quotidianamente, al di fuori del conflitto. Si tratta di una violenza che non è tipica dei tempi di guerra, ma caratteristica peculiare della pace5. Attraverso questa affermazione, la scrittrice apre ad una polemica, tipicamente femminista, che, proprio per la particolarità della situazione, si rifiuta di imbastire apertamente. L’intervento di Anna Franchi, dal titolo Per la difesa della donna, si presenta, innanzitutto, privo dei termini “nemico e razza”, che, invece, nei titoli pubblicati precedentemente dai colleghi avevano accompagnato, se vogliamo anche in maniera predominante, la violenza subita dalle donne. Le donne, con il proprio carico di dolore, sono le uniche protagoniste di questo intervento: soffrono, hanno l’anima lacerata dell’attesa, palpitano ad ogni squillo di campanello, imbiancano sotto il pondo dei pensieri, in quanto la quotidianità della guerra rappresenta, per tutte le donne, una grande fonte di dolore. La volontà della scrittrice è quella di riportare al centro dell’attenzione la condizione della donna, compromessa, a causa del conflitto, in ogni aspetto della sua vita. L’autrice ci ricorda che è, soprattutto, in nome di queste ultime, per la sofferenza che vivono quotidianamente, dentro e fuori la guerra, che si deve o non si deve dibattere. Per quanto riguarda il caso specifico dell’aborto, invece, Anna Franchi interviene con l’unica, possibile argomentazione, quella di una donna e di una femminista, che, quindi, invita gli uomini ad abbandonare un campo che non appartiene loro e dona, invece, alle donne la libertà di scegliere sul proprio corpo e sul proprio futuro: Oggi conviene lasciare ad ogni coscienza di decidere a seconda dei propri sentimenti [...] Nessuno, né gli scienziati, né i ministri di un qualsiasi stato possono decidere un tale problema. È una delle infamie della guerra… e della pace purtroppo (Franchi, 1916: s.p). 5 La scrittrice fa riferimento ad una esperienza autobiografica, ma condivisa con molte donne, di cui parlerà con dovizia di particolari nel suo libro Avanti il divorzio.
62 Revista Internacional de Culturas y Literaturas, enero 2025 ISSN: 1885-3625 Anna Franchi e lo stupro di guerra: dalla mortificazione del corpo alla libertà di scelta DOI: http://dx.doi.org/10.12795/RICL.2025.i28.05 Le parole di Anna Franchi, compassionevoli e ricche di umanità, ci riconducono naturalmente alle teorie di Judith Bluter, espresse nel suo libro “Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza” (Butler, 2013: 142 ). Se, infatti, per la filosofa, la politica etica della non violenza principia dalla rappresentazione dell’umano e dalla sua capacità di rappresentazione, possiamo notare come Anna Franchi, nel proprio intervento, allontanando volontariamente l’avversione al nemico, “usciamo dal caso unico proposto e ispirato al nostro odio per la razza tedesca” (Franchi, 1916: s.p), parta proprio dalla volontà di concentrare le proprie attenzioni sulla donna. Quest’ultima è il perno su cui ruota l’articolo, la sua presenza: sofferente, sopraffatta dal dolore e dall’attesa, ci porta, per la prima volta, all’umanizzazione del soggetto e, nella descrizione di Anna Franchi, alla visione della sua vulnerabilità. Nella personificazione della donna vi è certamente la volontà di ricondurre l’asettica discussione, a cui abbiamo assistito, all’umano. La scrittrice ci spinge a ricercare l’umano anche nell’orrore della guerra e ci conduce a rintracciarlo nel volto di donna, che si concede nella sua vulnerabilità e chiede di non essere ferito6. riferimenti bibliografici ASTORRI, Antonella; FORMICHI, Gianluca, SALVADORI, Patrizia (1999). Storia illustrata della prima guerra mondiale, Firenze: Giunti. BARBAGALLO, Francesco (1988). “Le origini della storia contemporanea in Italia tra metodo e politica”, Studi Storici, anno 29, nº 3, pp. 567-585. BETHKE, Elshtain, Jean (1991). Donne e guerra, tradotto da Lucia Perrone Capano, Milano: Il Mulino. BIONDI, Marino (2015). Tempi di uccidere: la grande guerra, letteratura e storiografia, Arezzo: Helicon. BOSSI, Luigi Maria (1917). In difesa della donna e della razza. PolemicheDiscorsi Referendum contro l’egoistico rovinoso Neo-Malthusianismo, contro l’infamia dell’Antiuomo tedesco, Milano: Quinteri. BUTLER, Judith (2013). Vite precarie: i poteri del lutto e della violenza, Milano Postmediabooks. CASSATA, Francesco (2006). Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Torino Bollati Boringhieri. 6 Il volto è una nozione introdotta dal filosofo Lévinas per spiegare come avviene che altri ci avanzino delle richieste morali che noi non siamo liberi di rifiutare. Lévinas, Emmanuel, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Vol. 92, Editoriale Jaca Book, Milano, 1986.