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Arte y cultura itinerantes: consideraciones sobre el sarcófago de San Nicolò Gerrei (Cagliari) con Apolo, Atenea y las musas

Mele, Sebastiana

Abstract

El sarcófago romano con Apolo, Atenea y las musas procedente de San Nicolò Gerrei (Cagliari) supone un testimonio singular de la difusión capilar, en todo el Imperio, de los motivos iconográficos alusivos a la cultura y las artes como vehículo de autorepresentación de los representantes de una elite de nuevo cuño.

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215 ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO… ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO DA SAN NICOLÒ GERREI (CAGLIARI) CON APOLLO, ATENA E LE MUSE ∗ Sebastiana Mele Università degli Studi di Cagliari El sarcófago romano con Apolo, Atenea y las musas procedente de San Nicolò Gerrei (Cagliari) supone un testimonio singular de la difusión capilar, en todo el Imperio, de los motivos iconográfi cos alusivos a la cultura y las artes como vehículo de autorepresentación de los representantes de una elite de nuevo cuño. The roman sarcophagus with Apollo, Athena and the Muses from San Nicolò Gerrei (Cagliari) represents an important evidence of the capillary spread in the Empire of the theme of culture and arts as a mean for the selfrepresentation of the members of a new elite. Lo studio dei sarcofagi romani con immagini di Muse, avviato alla fi ne del XIX secolo da Otto Bie1, ebbe una felice sistematizzazione con l’opera di Max Wegner2, il quale a metà degli anni sessanta raccolse e studiò poco meno di 240 1 Bie 1887. 2 Wegner 1966. ∗ Lo studio di cui in questa sede si presentano i risultati scaturisce da un articolato progetto di ricerca dal titolo “Pauli Gerrei. Indagini archeologiche nel territorio di San Nicolò Gerrei”. Alla ricerca, finanziata dalla Regione Sardegna e dal Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storicoartistiche dell’Università di Cagliari, ha collaborato un’équipe di archeologi coordinati dalla Prof.ssa Annamaria Comella, responsabile scientifico del progetto. HABIS 40 (2009) 215-227 216 SEBASTIANA MELE esemplari3 la cui produzione si pone tra la metà del II e la fi ne del IV secolo d.C. e si concentra nelle botteghe dell’Urbe, benché avesse raggiunto un elevato livello artistico anche in Asia Minore e, in misura notevolmente inferiore, in Attica4. Figlie di Zeus e Mnemosyne, dea della memoria, le nove fanciulle5 avevano la propria sede in Beozia, sul monte Elicona. Di norma legate ad Apollo con l’epiklesis di Musagete, esse venivano onorate in Grecia perlopiù in sacelli collocati presso i teatri6, mentre il loro ingresso a Roma pare suggerito dalla presenza di un gruppo statuario che le raffi gurava all’interno del tempio che M. Fulvio Nobiliore, trionfatore di Ambracia (187 a.C. circa), consacrò nel Circo Flaminio a Hercules Musarum7. La maggior parte delle testimonianze scultoree ad esse relative, per quanto attiene al mondo romano, rimanda però al II secolo d.C. e a edifi ci non sacri quali teatri, odeia, terme e ambienti domestici. Ma è soprattutto in ambito funerario e nello specifi co per l’appunto sui sarcofagi che la rappresentazione delle Muse conobbe il suo maggior successo. In tale sfera, infatti, in un primo momento assorbite dalla speculazione stoica, neopitagorica e neoplatonica, esse divennero oggetto di un vero e proprio culto che identifi cava nella Bellezza e in ogni sua espressione il mezzo per conseguire la felicità sia in questa che nella vita ultraterrena8. Successivamente però il ricorso alle Muse divenne veicolo di trasmissione di un preciso messaggio autorappresentativo che riconosceva non più alla Bellezza, bensì alla Sapienza il valore di cifra iconografi ca che qualifi cava i defunti e ne attestava l’appartenenza ad una sorta di nuova élite, il cui contrassegno più evidente era l’appannaggio, reale o no che fosse, della cultura. Ciascuna Musa era caratterizzata da abiti e attributi specifi ci che costituivano un rimando al genere artistico o all’ambito culturale cui era preposta. L’identifi cazione precisa di ognuna di esse, tuttavia, risulta tutt’altro che semplice per una serie di motivazioni che possono essere ricondotte essenzialmente a tre principali: la diffi coltà di incrociare e far collimare le fonti letterarie e quelle iconografi che; lo stato di corruttela dei sarcofagi, che non di rado ne infi cia una corretta lettura, o la sommaria rappresentazione degli attributi; infi ne la tendenza esegetica, chiaramente evidenziata di recente da Monica Centanni9, a far prevalere l’adozione 3 Ad essi si aggiunge il sarcofago a fregio in marmo greco proveniente dalla necropoli dell’Isola Sacra, presso Ostia, frutto di un felice recupero effettuato nel 2008 dalla Guardia di Finanza di Roma (Nucleo Polizia Tributaria-Tutela del Patrimonio Archeologico). Il sarcofago presenta sul lato principale il corteo delle nove Muse guidate da Apollo alla presenza di Atena e nel coperchio una conversazione tra filosofi/poeti (per la trattazione di questo esemplare si rimanda a Licordari 2008: 4-9). 4 Paduano Faedo 1981: 78. 5 Per il controverso problema del numero esatto delle Muse quale si evince dalle fonti letterarie si rimanda a Paduano Faedo 1981: 67-77. 6 Polito 2006: 135. 7 Plin. nat. hist. 35.66; Cic. Arch. 11.27; Liv. 39.22. 8 Panella 1967: 16. 9 Centanni 2006: 154. 217 ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO… di schematismi assoluti sull’analisi dei riferimenti contestuali e delle relazioni tra le singole fi gure, nella convinzione che il profi lo di ogni Musa sia rigidamente fi ssato una volta per tutte. L’inizio del processo di canonizzazione che stabilì le competenze di ciascuna Musa non sembra anteriore all’età ellenistica e può dirsi completo solo in età imperiale, quindi nel periodo di produzione dei sarcofagi10. In questo arco di tempo va confi gurandosi la fi sionomia di ognuna di esse11, cosicché nel tipo di Musa vestita di chitone e mantello e con rotulus o dittico e stilo tra le mani è possibile ravvisare Calliope12, ispiratrice della poesia epica, o Clio, preposta alla storia. Le Muse della tragedia e della commedia recano come attributo le rispettive maschere e si differenziano inoltre, su numerosi sarcofagi, per la presenza di una curiosa veste a rete o a losanghe e di un pedum che distinguono Talia, protettrice della poesia comica, da Melpomene. Meno immediato risulta differenziare le Muse Erato e Tersicore, connotate la prima dalla cetra e la seconda dalla lira utilizzate rispettivamente nell’ambito della poesia cerimoniale e di quella conviviale, ma purtroppo spesso intercambiabili sui sarcofagi o di lettura quantomeno ambigua. Se non vi sono problemi nel riconoscere nella Musa con globo e radius Urania, legata alla poesia astronomica, e in quella con i fl auti Euterpe, preposta alla danza e al canto, solo per convenzione si è fi niti per dare univocamente il nome di Polimnia alla Musa completamente avvolta nel mantello e appoggiata in atteggiamento pensoso ad un sostegno che tuttavia, in assenza di attributi, è possibile confondere con Calliope. Questo breve excursus all’interno di attributi e competenze di ciascuna Musa, pertanto, non fa che suffragare quanto sottolineato sopra: l’esatta identità di ognuna di esse in riferimento alla raffi gurazione che compare su un monumento si desume, pur all’interno del quadro generale proposto, solamente dal legame che le avvince strettamente l’una all’altra. L’esemplare di cui si tratta in questa sede è un sarcofago a fregio, privo di coperchio, in marmo pentelico, decorato sul lato frontale da Apollo e Atena affi ancati dalle Muse (fi g. 1) e sui lati brevi da due personaggi maschili seduti (fi gg. 2a-2b). Intorno a tale manufatto si è ingenerata, in passato, una lunga serie di equivoci e di imprecisioni, relativi essenzialmente alla sua provenienza, di cui ancora oggi si avverte l’eco in letteratura. L’abate Costanzo Gazzera13 nel 1831 -ma in riferimento a pochi anni primaracconta del rinvenimento a Pauli Gerrei14 di un bellissimo e prezioso sarcofago di marmo greco che fu poi fatto trasportare a Genova dal Duca 10 Paduano Faedo 1981: 69-70. 11 Per lo studio dell’iconografia delle Muse sui sarcofagi romani si veda Panella 1967. 12 Considerata la Musa per eccellenza essa occupa non di rado il centro della composizione o affianca Apollo e Atena se presenti sul sarcofago e appare, talvolta, come una figura femminile ammantata priva di un qualunque attributo. 13 Gazzera 1831. 14 Si tratta dell’attuale San Nicolò Gerrei, piccolo centro sardo in provincia di Cagliari, sito a sud del medio corso del Flumendosa. 218 SEBASTIANA MELE Fig. 1: Agliè, Castello Ex-Ducale. Sarcofago con Apollo, Atena e le Muse. Lato principale (foto n. 02967 su concessione della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte/Ministero per i Beni e le Attività Culturali). Fig. 2a: Agliè, Castello Ex-Ducale. Sarcofago con Apollo, Atena e le Muse. Lato breve sinistro (da Ewald 1999: tav. 6, 1.2). Fig. 2b: Agliè, Castello Ex-Ducale. Sarcofago con Apollo, Atena e le Muse. Lato breve destro (da Ewald 1999: tav. 6, 1.2). Vivaldi Pasqua, proprietario del feudo, il quale lo collocò nel proprio palazzo15. La notizia venne ripresa e ampliata in seguito dal La Marmora16 così che apprendiamo 15 Gazzera 1831: 5. 16 La Marmora 1840; La Marmora 1860. 219 ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO… che in un momento successivo il monumento venne donato dal medesimo Duca di Pasqua al re Carlo Felice, il quale lo fece collocare nel proprio Castello di Agliè in Piemonte, dove tuttora è conservato17. Dubbioso riguardo alla provenienza del sarcofago dal sito indicato dal Gazzera, soprattutto a motivo del fatto che un oggetto così pregiato mal si sarebbe inquadrato in un modesto villaggio, il La Marmora avanzava l’ipotesi che esso vi fosse stato trasportato da Olbia18. La provenienza da Olbia fu probabilmente suggerita al Generale dall’osservazione dello stesso Gazzera riguardo alla presenza, non lontano da Pauli Gerrei, di una strada militare che collegava la città a Cagliari, capoluogo dell’isola19. In quegli stessi anni il Canonico Giovanni Spano, nel trattare della notissima base di bronzo da San Nicolò Gerrei con dedica votiva trilingue in latino, greco e punico a Aesculapius/Asklepios/Eshmun, riferisce del rinvenimento nel medesimo territorio di alcuni sarcofagi in marmo greco, uno dei quali, unico fi gurato, fatto oggetto del dono al re di cui si è detto sopra20. Nonostante tali autorevoli fonti siano unanimi nell’indicare in San Nicolò Gerrei il sito di provenienza del sarcofago, benché il La Marmora esprima dei legittimi dubbi al riguardo, alla fi ne del XIX secolo lo studioso olbiese Pietro Tamponi, nel redigere la storia delle Principali scoperte di antichità nell’antica Olbia e suoi dintorni menziona la scoperta del sarcofago in esame relativamente all’anno 183021. Benché tale notizia, come del resto l’intera cronistoria, risulti priva dell’indicazione di una qualunque fonte di riferimento, non è mancato chi le ha accordato il valore di attendibilità di cui è priva arrivando a parlare di […] rivendicazione ad Olbia del sarcofago marmoreo conservato nel castello di Agliè in Piemonte […]22. In realtà nel leggere la stringata notizia riportata a tal proposito dal Tamponi non si può far a meno di rilevare come essa risulti estremamente fedele a quanto riferito dal La Marmora, motivo per il quale non sembra inverosimile che lo studioso, animato dal desiderio di reclamare la paternità olbiese del sarcofago, abbia voluto dare per certo quanto il La Marmora proponeva in via del tutto ipotetica. Arriviamo così all’ultima delle sviste legate alla provenienza del nostro sarcofago che Maurizio Borda annovera tra i monumenti provenienti dalla Villa della Ruffi nella, presso Frascati, di proprietà del re Carlo Felice23. L’equivoco nasceva dal fatto che il monumento si trovava nella cosiddetta Sala dei Monumenti 17 A tal proposito desidero ringraziare l’architetto della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte dott.ssa Daniela Biancolini, direttore del Castello Ducale di Agliè, e la sua collaboratrice dott.ssa Francesca Ferro per avermi gentilmente fornito la riproduzione fotografica del monumento. 18 La Marmora 1860: 209. 19 Gazzera 1831: 5. 20 Spano 1862: 5-6. 21 Tale cronistoria, conservata in una memoria inedita dell’Archivio Centrale dello Stato e datata probabilmente al 1888, è contenuta in Zucca 1996: 274-277. 22 Zucca 1996: 267. 23 Borda 1943: 37. 220 SEBASTIANA MELE Tuscolani del Castello di Agliè, sebbene il Borda non ignorasse il fatto che esso non risultasse nell’elenco dei monumenti tuscolani conservati nel castello redatto dall’erudito Canina. Ad accorgersi di tale errore fu, come evidenziato dal Pesce24, Giovanni Lilliu25. Benché di dimensioni modeste, dal momento che è lungo 1,84 e alto 0,62 metri (per una larghezza di circa 0,52 metri), il nostro sarcofago si presenta dotato di una notevole monumentalità, frutto della sapiente composizione che, già ad un primo sguardo, rivela un’opera di elevato livello artistico. Un foro centrale nella parte mediana della lastra principale rende molto plausibile un riutilizzo della cassa come fontana. Nel lato principale (fi g. 1), perfettamente al centro della scena, Apollo, coronato d’alloro e vestito della sola clamide affi bbiata su una spalla, sostiene la cetra con il braccio sinistro, mentre nella mano destra mancante doveva stringere il plettro. Ai suoi piedi compaiono un corvo26, il grifo e il serpente Pitone che si avvolge al sostegno che regge il tripode, simbolo apollineo per eccellenza. Alla sinistra del dio Atena, che indossa un peplo con apoptygma ed è munita di elmo con lophos, egida con gorgoneion e lancia, poggia il piede destro su una roccia sotto la quale compare il serpente Erittonio. Le Muse, il capo ornato dalle due piume che simboleggiano la vittoria nel canto riportata sulle Sirene27 o sulle Pieridi28, si dispongono ai lati del dio, cinque alla sua destra e quattro alla sua sinistra, in modo tale che quegli risulti in posizione preminente e verso di lui converga l’attenzione di chi guarda. A partire dall’estrema sinistra riconosciamo nella fi gura avvolta nello himation e appoggiata ad un tronco nodoso Polimnia, che sembra richiamare con la mano l’attenzione di Euterpe, vestita di un chitone altocinto e connotata da un fl auto. Della presenza di un secondo fl auto, scomparso con il braccio sinistro della Musa, rimane traccia nella veste della stessa e sul curioso corpetto a losanghe di Talia, identifi cata da una maschera comica tenuta all’altezza del capo. Tra Polimnia ed Euterpe un pilastro sostiene una meridiana. Dopo Talia la rappresentazione prosegue con Melpomene, caratterizzata dalla maschera tragica tenuta poggiata su un pilastrino e dal bastone nodoso nell’incavo del braccio sinistro. Alla destra di Apollo Tersicore sorregge la lira con il braccio sinistro e tiene il plettro abbassato nella destra; nel nostro esemplare non risulta diffi cile differenziarla da Erato, che riconosciamo nella terza Musa sulla destra con la cetra, per il fatto che quest’ultima indossa la veste teatrale cinta sopra la vita che si ripete con una 24 Pesce 1957: 120. 25 Lilliu 1947. 26 Secondo il Gazzera questo uccello, inviso ad Apollo per il colore e l’impurità, gli fu per contrappasso assegnato come simbolo, nella stessa maniera in cui il capro, nemico delle viti, è sacro a Dioniso (Gazzera 1831: 8). 27 Paus. 9. 28 Figlie di Pierio e di Erippe sarebbero state trasformate in gazze in seguito alla sconfitta (Ov. Met. 5). 221 ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO… certa frequenza sui sarcofagi29. Alla sinistra di Atena Calliope stringe un rotulus con entrambe le mani e precede per l’appunto Erato; seguono Urania, perfettamente riconoscibile dal globo sollevato all’altezza del viso e forse indicato da un radius che potrebbe essere andato perso con la mano destra della Musa, e Clio, che chiude la composizione e doveva stringere il dittico e lo stilo nelle mani purtroppo perdute. Un parapetasma teso tra Melpomene e Calliope arricchisce la composizione e sottolinea l’importanza del gruppo centrale comprendente le due divinità. Per ciò che concerne i lati brevi su quello sinistro (fi g. 2a) un personaggio barbato vestito del solo mantello siede su un diphros con cuscino e con la mano sinistra tiene un rotulus svolto, in quello che è stato defi nito dall’Ewald “motivo della lettura interrotta”30, mentre la destra è resa sollevata e con indice e medio staccati in gesto declamatorio. Davanti all’uomo un pilastro sorregge una maschera comica e alle sue spalle un secondo pilastro ospita un probabile vaso, forse allusivo ai ginnasi e alle palestre in cui si svolgevano le declamazioni poetiche e fi losofi che e nel quale il Wegner e la Paduano Faedo ravvisano piuttosto una lampada31. Nel lato destro su un diphros identico al precedente siede ugualmente un personaggio maschile con barba e mantello, colto nel gesto di declamare con la mano destra sollevata, mentre la sinistra poggia sullo sgabello. Arricchiscono la scena due pilastri, uno dei quali sorregge una maschera tragica e l’altro un leggio su cui compare un rotulus aperto. Riguardo all’identità dei personaggi raffi gurati diverse sono le ipotesi fi n qui prospettate. Il Gazzera era persuaso potesse trattarsi del destinatario e quindi probabile committente del monumento, reso alla guisa di un poeta/fi losofo e accompagnato da maschere che dovevano fungere da semplici emblemi funerari e da rotuli facenti riferimento al fatto che egli avesse coltivato in vita la letteratura32. Il Borda33 parla di “vecchi barbati” senza sbilanciarsi oltre, mentre il Pesce34, sulla scia di un confronto con il sarcofago di Prometeo conservato al Louvre, pensa a due fi gure di saggi o poeti del passato. Anche il Wegner35 chiama poeti del tutto genericamente i due personaggi, mentre la Paduano Faedo36 propende per dei fi - losofi . Proprio quest’ultima lettura è stata ripresa non molti anni fa dall’Ewald37, autore di un’opera incentrata sull’immagine del fi losofo e dell’intellettuale sui sarcofagi romani. L’esame minuzioso delle rappresentazioni di fi losofi che com29 Paduano Faedo 1981: 132. 30 Ewald 1999: 137. 31 Wegner 1966: 9; Paduano Faedo 1981: 85, nota 54. 32 Gazzera 1831: 9. 33 Borda 1943: 38. 34 Pesce 1957: 119-120. 35 Wegner 1966: 9. 36 Paduano Faedo 1981: 85, nota 54. 37 Ewald 1999. 222 SEBASTIANA MELE paiono sui lati brevi dei sarcofagi con Muse e di soggetto mitologico e bucolico datati tra la media età antonina e l’inizio del IV secolo d.C. conduce l’Ewald ad alcune importanti considerazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta di raffi - gurazioni piuttosto standardizzate, che prevedono la presenza di un personaggio seduto, o più raramente stante, solo oppure associato ad una Musa o ad un secondo fi losofo, vestito del mantello e accompagnato da attributi quali maschere teatrali, bastoni, rotuli e orologi solari38. Privi di ritratto questi anonimi intellettuali hanno il solo scopo di fungere da cifra del sapere e fare riferimento ad un eclettico ideale di cultura che poteva abbracciare la conoscenza poetica, come quella letteraria, retorica e fi losofi ca. Per tali motivi ben si comprende il loro inserimento sui lati brevi dei sarcofagi con Muse, quale il nostro in esame. La presenza delle nove dee sul proprio monumento funerario, infatti, rivestiva per i destinatari dei sarcofagi un imprescindibile richiamo al mondo della cultura di cui ci si autoproclamava fruitori e cultori e, nel contempo, innescava in chi guardava tutta una serie di associazioni semantiche che, verosimilmente, andavano nella direzione voluta dal committente. Questi, a prescindere dalla sua caratterizzazione professionale specifi ca -che dobbiamo tuttavia immaginare tale da consentirgli un elevato tenore di vita, il solo che potesse rendere possibile la commissione di un sarcofago in marmo-, ricorreva a tale repertorio iconografi co con l’intento di rendere manifesto lo status culturale e quindi l’elevata istruzione conseguiti in vita. Non è tuttavia da escludersi che l’uso delle immagini di intellettuali e soprattutto di fi losofi in ambito sepolcrale possa anche legarsi al ricorso alla fi losofi a come valido strumento di preparazione alla morte e di sostegno nel lutto39. Per quanto concerne la datazione il Borda40 riteneva, sulla base di considerazioni stilistiche, che il sarcofago non potesse essere posteriore alla fi ne del II secolo d.C., ma è proprio in virtù di un uso accentuato del trapano soprattutto nei visi e nei capelli dei personaggi che, a partire dal Pesce41, la datazione è stata corretta al secondo quarto del III secolo d.C.42. Questa cronologia, che si accorda con quanto sostenuto dal Pesce in merito alla concentrazione nel III secolo d.C. della maggior parte dei sarcofagi rinvenuti in Sardegna43, può risultare ulteriormente suffragata da considerazioni di natura per così dire “evolutiva” che tengano conto dell’inserimento del sarcofago da San Nicolò Gerrei all’interno dello sviluppo iconografi co che concerne gli esemplari con Muse. Se ripercorriamo a ritroso la storia dei sarcofagi con Muse assistiamo ad alcuni importanti cambiamenti: alla semplice teoria delle stesse dei primi esemplari 38 Ewald 1999: 31-32. 39 Ewald 1999: 134; Zanker 2008: 238. 40 Borda 1943: 40. 41 Pesce 1957: 120. 42 Wegner 1966: 10. 43 Pesce 1957: 10. 223 ARTE E CULTURA ITINERANTI. CONSIDERAZIONI SUL SARCOFAGO… di età adrianea44 (fi g. 3) vennero ad aggiungersi, in epoca antonina e fi no alla metà circa del III secolo, Apollo e Atena45 (fi g. 4). Da quel momento in poi le due divinità dovettero cedere il posto ad una46 (fi g. 5) o più fi gure47 (fi g. 6) con ritratto dei defunti destinatari del monumento, talvolta rappresentati in veste di palliati intenti 44 Wegner 1966: 81-82, n. 214. 45 Wegner 1966: 24, n. 43. 46 Wegner 1966: 66-67, n. 170. 47 Wegner 1966: 64-65, n. 165. Fig. 3: Roma, Villa Medici. Sarcofago con le Muse (da Wegner 1966: tav. 1, n. 214a). Fig. 4: Londra, British Museum. Sarcofago con Apollo, Atena e le Muse (da Wegner 1966: tav. 28). Fig. 5: Roma, Palazzo Rospigliosi. Sarcofago con Atena, le Muse e una fi gura maschile (da Wegner 1966: tav. 37a).