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Ai limiti del discorso u-topos, o l’assenza di luogo

Addis, María Cristina

Abstract

Il contributo verte sulla lettura del discorso utopico offerta da Louis Marin, che a partire dall’analisi del romanzo di Thomas More individua una tipologia discorsiva caratteristica della modernità. Obiettivo principale del lavoro è mettere in luce le potenzialità euristiche del modello tracciato da Marin nello studio dei rapporti fra potere, spazio e soggettività, laddove i discorsi e le pratiche utopiche passati e contemporanei possono costituire un terreno privilegiato d’osservazione di dinamiche culturali più generali.

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11 1. Sección Monográfico AI LIMITI DEL DISCORSO U-TOPOS, O L’ASSENZA DI LUOGO1 THE LIMITS OF DISCOURSE: U-TOPOS, OR THE ABSENCE OF PLACE http://dx.doi.org/10.12795/CAUCE.2018.i41. 02 ADDIS, MARIA CRISTINA UNIVERSITÀ DI SIENA (ITALIA) Assegnista di ricerca ORCID: 0000-0001-8316-1739 [email protected] Recibido: 07/06/2019 Aceptado: 17/07/2019 Riassunto: Il contributo verte sulla lettura del discorso utopico offerta da Louis Marin, che a partire dall’analisi del romanzo di Thomas More individua una tipologia discorsiva caratteristica della modernità. Obiettivo principale del lavoro è mettere in luce le potenzialità euristiche del modello tracciato da Marin nello studio dei rapporti fra potere, spazio e soggettività, laddove i discorsi e le pratiche utopiche passati e contemporanei possono costituire un terreno privilegiato d’osservazione di dinamiche culturali più generali. Parole chiave: Utopia, discorso, Louis Marin, potere, Michel Foucault. Abstract: our paper focuses on the discourse expressed and shaped by Utopia, building on Louis Marin’s analysis of the novel by Thomas More. Aim of the paper is to point out a theoretical approach to the study of relationships between power, space and subjectivity which can consistently improve the knowledge on utopian discourses and practices as well as lead a semiotic analysis of the culture. Key-words: Utopia, discourse, Louis Marin, power, Michel Foucault. A partire dalla sua comparsa, nel 1513, il neologismo Utopia, coniato da Thomas More nell’omonimo romanzo è stato oggetto constante di riflessione filosofica 1 Il presente studio riassume parti di una più ampia ricerca sulle utopie e le loro degenerazioni confluita nel volume L’isola che non c’è. Sulla Costa Smeralda, o di un’u-topia capitalista (2016). Cfr. in particolare pp. 9-45. Revista Cauce nº41defcolor.indd 11 20/11/19 18:34 ADDIS, Mª CRISTINA 12 CAUCE. Revista Internacional de Filología, Comunicación y sus Didácticas, nº 41 (2019) www.revistacauce.com e letteraria. Il Novecento, in particolare, lo vede al centro delle teorie e delle pratiche più diverse, in primis la politica e l’arte che gli è più prossima - l’architettura. Due tratti permangono relativamente costanti alla molteplicità di letture che ne sono state offerte e delle accezioni iscritte nel linguaggio corrente e nel senso comune: • l’immagine di una società altra rispetto a quella storica, “migliore” (priva di alcuni suoi difetti o mancanze) e “giusta” (nel senso non necessariamente euforico di una società totalmente conforme alla regola, a un principio d’ordine in grado di espungere in toto le contraddizioni e le eterogeneità che caratterizzano l’esistenza storica delle culture); • il suo statuto, appunto, di immagine, prefigurazione di un mondo non, o non ancora, realizzato, e in quanto tale narrazione altra rispetto a quelle che modellano e descrivono le condizioni d’esistenza storica di una data società. Il nostro contributo verte sulle condizioni di possibilità, i meccanismi e gli effetti di tale alterità, poggiando in particolare sulle riflessioni dedicategli dal filosofo e semiologo Louis Marin, riflessioni disseminate lungo l’intera opera che trovano parziale sistematizzazione nel suo Utopiques. Jeux d’espaces (1973). L’interesse della lettura del celebre romanzo di More offerta da Marin è quello riportare l’indagine sull’utopia sul terreno del discorso: l’utopia è prima di tutto un luogo di presa di parola, una posizione d’enunciazione e di potere strettamente dipendente dal discorso dello spazio e sullo spazio. U-topos: assenza di luogo. Non un ente o un attributo che verrebbero negati - un mondo “rovesciato”, “impossibile” o “inesistente” - ma operazione stessa di negare un qualunque valore positivo. Al centro delle nostre riflessioni è un simile potere di sospensione, di arresto della continuità dello spazio e delle condizioni della conoscenza, con l’obiettivo di mostrarne la produttività teorica e euristica nello studio dei discorsi e delle pratiche utopiche e più in generale nell’analisi dei rapporti fra spazio, potere e soggettività. 1. L’ALTRO DEL DISCORSO: IL NEUTRO Sin dall’inizio, il significante «u-topia» ci ha affascinati; così come la negazione che, parte integrante del nome “u-topia”, non può avere funzione negatrice perché è anteriore a un giudizio, o anche a una posizione. All’interno del significante nominale, Revista Cauce nº41defcolor.indd 12 20/11/19 18:34 U-TOPOS, O L’ASSENZA DI LUOGO 13 1. Sección Monográfico non instaura forse, né aldilà né al di qua dell’affermazione e della negazione, ma fra di esse, uno spazio, una distanza che loro impedisce di esaurire i possibili della verità? Né sì né no, né vero né falso, né l’uno né l’altro: il neutro. Non il neutro come neutralità, dissimulazione ideologica del potere dell’istituzione e, dietro di essa, del dominio di classe; non il neutro come figura utopica, apparentemente slegata dalla società storicamente e geograficamente determinata a cui appartiene e che ne costruisce la rappresentazione perfetta; ma il neutro come scarto dei contraddittori, la contraddizione stessa mantenuta fra vero e falso, che apre nel discorso uno spazio che il discorso non può accogliere; terzo termine, ma supplementare, e non sintetico, con qualche parentela con la finzione e l’interrogazione, ma non con l’immaginario, il dubbio o il possibile. (Marin, 1973: 20-21; tr. nostra, corsivi nostri). All’interno della teoria greimasiana, il neutro trova posto a livello delle strutture semio-narrative profonde, quale termine che sussule l’asse dei sub-contrari di una categoria semantica. Coerentemente con la logica differenziale di cui il quadrato semiotico (Figura 1) è espressione, ogni posizione prodotta attraverso di esso non è da intendersi come un ente a se stante di cui possa predicarsi l’esistenza o la non esistenza. termine complesso S1 e S2 S1 termine contrario 1 vs S2 termine contrario 2 non S2 termine contraddittorio 2 vs non S1 termine contraddittorio 1 non S2 e non S1 termine neutro Figura 1. Il quadrato semiotico. I posti del quadrato individuano altrettante zone di valorizzazione relativa, ognuna delle quali, rispetto alle altre, può essere considerata una “positività”: i due termini contrari esprimono un’opposizione qualitativa che è la condizione minima perché ognuno di essi possa essere colto; banalmente, nel caso della categoria topologica, qui è diverso da altrove, se così non fosse non potremmo distinguerli. Non qui è l’esito di una contraddizione, o opposizione privativa, che individua anch’esso una positività, ovvero tutti quei luoghi diversi da qui, nel cui insieme Revista Cauce nº41defcolor.indd 13 20/11/19 18:34 ADDIS, Mª CRISTINA 14 CAUCE. Revista Internacional de Filología, Comunicación y sus Didácticas, nº 41 (2019) www.revistacauce.com ricade necessariamente altrove (per implicazione), e specularmente vale lo stesso per non altrove. L’intera categoria semantica espressa dalla relazione di contrarietà è suscettibile di essere colta anch’essa come meta-termine prodotto da una doppia affermazione, qui e altrove (“ubiquità”). Marin osserva come, a dispetto dell’organizzazione apparentemente simmetrica del quadrato, non può dirsi lo stesso per l’asse dei sub-contrari: il termine neutro, in quanto esito di una doppia negazione, non individua una “posizione”, ma il luogo inoccupabile di una contraddizione che sospende e nega la differenza che distingue il qui dall’altrove. U-topia non individua un “non-luogo”, un posto contrario e speculare alla realtà di questo mondo, ma più propriamente un’assenza di luogo, il vuoto creato da una tensione dialettica che inibisce la stabilizzazione di un topos2. Come osserva Francesco Marsciani in termini simili a quelli del filosofo francese, il neutro intrattiene con il campo di significazione determinato di volta in volta dagli investimenti di senso “una relazione anomala di estraneità, estraneità che tuttavia renderebbe impossibile la sua stessa pensabilità semiotica se non fosse a sua volta estraneità da qualcosa”: [il neutro] rappresenta una sorta di limite del campo categoriale, come un accesso verso un’alterità indeterminata, verso un fuori non significato. [...] E pur tuttavia [...] esso non è estraneo alla significazione, si determina rispetto ad essa, è sempre il neutro di qualcosa, in rapporto a qualcosa di cui è votato ad esprimere la pura virtualità. E’ come se il termine neutro fosse sempre il negativo di una categoria, cioè del termine complesso che sul quadrato articola la categoria nei suoi termini differenziali, ma è un negativo che non può istituzionalizzarsi, fissarsi e stabilizzarsi in un risultato, è il luogo di un’operazione di negazione che non può che rimandare immediatamente alla positività insieme a cui si costituisce, è lo sfondo sempre virtuale di ogni categoria e, contemporaneamente, la possibilità “di campo” di quella categoria, il suo terreno di emergenza. (Marsciani, 1990: 244; corsivi nostri) Il neutro non è il contrario di una categoria semantica, ma il suo limite, il rovescio virtuale sempre pronto ad emergere e a ricordare che ogni tesi, ogni “termine posto”, poggia sull’accettazione implicita e sottointesa della pertinenza e 2 Una simile lettura del neologismo coniato da More è avanzata da Carl Schmitt, che osserva: “[nella nuova parola utopia] si manifesta la possibilità di una immane negazione di tutte le localizzazioni sulle quali poggiava l’antico nomos della terra. Una simile parola sarebbe stata impensabile sulle labbra di un uomo dell’antichità. Utopia non significa infatti semplicemente non-luogo, Nowhere (o Erewhon), ma l’U-Topos per eccellenza, una negazione in confronto alla quale persino l’A-Topos possiede un legame più forte, pur nel negativo, con il Topos.” (Schmitt, 1950: 215-216; tr. it.). Revista Cauce nº41defcolor.indd 14 20/11/19 18:34 U-TOPOS, O L’ASSENZA DI LUOGO 15 1. Sección Monográfico legalità del campo semantico in cui si staglia: se «apre nel discorso uno spazio che il discorso non può accogliere», è perché posarvi lo sguardo significa sospendere tutto ciò che lo fonda, il tacito accordo intersoggettivo sulle sue condizioni di possibilità. Nelle ricerche sul neutro che introducono Utopiques e ulteriormente sviluppate in Critique du discours (1975: 151-181) Louis Marin apporta l’esempio del “sottointeso” per spiegare la violenza del neutro: qualcosa che non ha ancora del tutto spazio nel discorso, non abbastanza da essere giudicato, valutato e fatto oggetto di replica, ma a sufficienza per segnalare una posizione ancora impronunciabile, “scarto conservato” fra affermazione e negazione, fra vero e falso, e in quanto tale di forza assoluta, che non contempla opposizione possibile. La posizione di neutralità non è semplicemente, dunque, lo sfondo virtuale della significazione investita nel discorso, ma il punto cieco delle sue forze, del potere, presupposto, di istituire e conservare una tesi, del credere, volere, dovere che ne discendono e dei ruoli attanziali che ne conseguono. Siamo molto vicini, ci sembra, all’idea di ordine del discorso maturata da Foucault a partire da Le parole e le cose (1966) e formalizzata ne L’archeologia del sapere (1969), quale assetto posizionale che rende conto della discontinuità fra il fare di una cultura e le riflessioni su tale fare, fra i materiali che essa produce e i modi in cui si pensa, laddove entrambi compaiono come effetti di un “nudo ordine” che è di volta in volta condizione perché i primi assumano una forma piuttosto che un’altra, e perché le seconde si impernino su alcuni criteri di razionalità piuttosto che altri: […] fra queste due regioni così lontane l’una dall’altra si estende un campo che, per il fatto di fungere anzitutto da intermediario, non è tuttavia meno fondamentale [...]. È in esso che una cultura, scostandosi insensibilmente dagli ordini empirici che i suoi codici fondamentali prescrivono, instaurando una distanza iniziale nei loro confronti, li priva della loro trasparenza originaria, cessa di lasciarsi da essi passivamente traversare, si distacca dai loro poteri immediati e invisibili, si libera sufficientemente per constatare che tali ordini non sono forse i soli possibili o i migliori; di modo che essa si trova di fronte al fatto che, al di sotto dei suoi ordini spontanei, esistono cose ordinabili a loro volta, pertinenti ad un certo ordine muto, in altre parole al fatto che esiste un certo ordine. Esiste quindi, fra lo sguardo già codificato e la conoscenza riflessiva, una regione mediana che offre l’ordine nel suo essere stesso: [...]. Tale regione “mediana”, nella misura in cui manifesta i modi d’essere dell’ordine, può quindi darsi come la più fondamentale: anteriore alle parole, alle percezioni, ai gesti ritenuti atti a tradurla con maggiore o minore precisione o felicità [...]; più salda, più arcaica, meno dubbia, sempre più “vera” delle teorie che tentano di dare a quelli una forRevista Cauce nº41defcolor.indd 15 20/11/19 18:34 ADDIS, Mª CRISTINA 16 CAUCE. Revista Internacional de Filología, Comunicación y sus Didácticas, nº 41 (2019) www.revistacauce.com ma esplicita, un’applicazione esaustiva, o un fondamento filosofico. (Foucault, 1966: 10-11; tr. it., corsivi nostri) L’anteriorità dell’ordine rispetto ai due poli delle pratiche e delle teorie concerne uno statuto trascendentale – nel senso critico di “condizione di possibilità” – immanente e liminare alle positività che la cultura produce. Si tratta di ciò che permette l’emergenza della riflessività senza per questo risolversi in essa, di ciò che consente virtualmente a una cultura di ricondurre tutti i suoi saperi, anche quelli in apparenza più solidi e certi, all’ordine del possibile. L’alterità convocata da Marin e Marsciani a proposito del neutro concerne un tale statuto di contraltare, di virtuale posizione da fuori suscettibile di sospendere il valore accordato a una qualunque oggettivazione epistemica, e con esso il potere di “porre”, di disegnare a monte l’orizzonte di senso in cui si consumano le pratiche e si elaborano le teorie: Con la teoria del neutro dovrebbe forse costituirsi la teoria della critica pura, della polemica infinita, perché tenderebbe a far apparire la forza illimitata della contraddizione senza luogo nel discorso, il sottinteso come potenza produttrice mai fissatasi, mai immobilizzata in una delle sue forme o delle sue figure; pratica utopica che introduce, nel racconto della storia e nell’esposizione della geografia, l’improvvisa distanza attraverso cui le contiguità dello spazio e del tempo sono rotte e attraverso la quale si discerne, per un attimo, prima di immobilizzarsi nella figura utopica e fissarsi nella rappresentazione “ideale”, l’altro, la contraddizione illimitata. (Marin, 1973: 21; tr. nostra, corsivi nostri). Posizione, non di meno, inoccupabile: dal senso, non si esce, e ogni qual volta il neutro viene colto in quanto tale, tematizzato, esplicitato, reso a sua volta oggetto di discorso, smette di essere neutro, produce a sua volta nuovi impliciti, nuovi sottointesi, suscettibili a loro volta di essere sospesi, ricondotti alla dialettica di forze che li genera, e così via all’infinito, lungo il processo ricorsivo della “polemica infinita”, che sgretola e dissolve ogni positività possibile sotto l’effetto della “contraddizione illimitata”. 2. L’ALTRO DEL MONDO: GIOCO DI SPAZI Coerentemente con lo “scarto dei contraddittori” che lo genera, il discorso u-topico si caratterizza per instabilità topologica e veridittiva. La tensione di forze che designa il “luogo vuoto della risoluzione di una contraddizione storica” si Revista Cauce nº41defcolor.indd 16 20/11/19 18:34 U-TOPOS, O L’ASSENZA DI LUOGO 17 1. Sección Monográfico manifesta nel discorso nell’aporia del limite: dispositivo di articolazione di spazi eterogenei, puro operatore di discontinuità idealmente senza spessore e al contempo estensione positiva paradossale e incollocabile, necessario al darsi dei due spazi che istituisce e separa ma ad essi irriducibile, il margine manifesta figurativamente la posizione “supplementare, ma non sintetica” del neutro. Nelle ricerche dedicate ai dispositivi della rappresentazione moderna, Louis Marin individua nella cornice del quadro l’operazione di frattura che guida il passaggio dall’aspetto del visibile, la differenza dei contrari che vige nel mondo fenomenico (in cui non si dà una visione stabilita ma lo sguardo stabilisce di volta in volta relazioni variabili fra ciò che gli è dato esperire), al prospetto della rappresentazione, che si istituisce come differenza rispetto alla differenza (fra contrari), quale totalità chiusa e allo stesso tempo priva di un’esteriorità, definita esclusivamente in negativo, rispetto a tutto ciò che essa non è. Da cui la centralità del limite nel discorso utopico, quale luogo di conversione del confine territoriale in cornice della figura, e della distanza metrica e reversibile fra qui e altrove in distanza catastrofica fra il qui del mondo della vita e il qui della scena: […] l’utopia non è soltanto una contrada lontana, all’altro capo del mondo, nel profondo della terra o nell’alto del cielo. Essa è l’Altro Mondo, il mondo come altro, l’altro del mondo. (...) L’utopia è così il prodotto del lavoro tramite il quale un sistema determinato ed elegantemente dotato di coordinate spazio-temporali, è convertito in un altro sistema anch’esso determinato ed elegantemente dotato di coordinate proprie, di strutture, di sue regole di articolazione. Il limite, di cui il marchio di frontiera è l’indice, è così lo zero di passaggio, il punto di valico. (Marin, 1973: 92; tr. it. parz.) Louis Marin insiste esplicitamente, e di proposito, sul carattere immaginario e sulla natura di immagine di Utopia: il discorso utopico si avvale di un dispositivo retorico ed enunciazionale omologo a quello del quadro, nella misura in cui, come un testo visivo, è costretto ad esplicitare proprio rapporto con un osservatore necessariamente collocato rispetto al mondo di cui riferisce non la natura astratta e a-situata ma l’aspetto. In ciò risiede la dimensione teatrale e pittorica dell’utopia, quale messa in scena che anticipa in modo non argomentativo, sottoforma di figura, una sintesi il cui statuto è nondimeno impossibilitato a stabilizzarsi in un mito vero e proprio, a causa della posizione di un enunciatario/osservatore preso nella dinamica incessante fra l’accentramento sinottico istituito dalla nuova isola e la dispersioRevista Cauce nº41defcolor.indd 17 20/11/19 18:34 ADDIS, Mª CRISTINA 18 CAUCE. Revista Internacional de Filología, Comunicación y sus Didácticas, nº 41 (2019) www.revistacauce.com ne innescata da spazi irriducibili l’uno all’altro, fra compattazione e dissipazione della scena. 2.1. Il posto del soggetto: forme della conoscenza e dispositivi d’enunciazione La dialettica scopica e conoscitiva che anima il discorso utopico è strettamente correlata alla forma del “racconto di viaggio”, il cui impianto eterologico funge da diagramma comune alla geografia e all’ideologia: l’utopia si colloca “nel luogo vuoto della risoluzione storica di una contraddizione” (Marin, 1973: 92) – né Inghilterra né America, né Vecchio né Nuovo Mondo– e ivi installa il simulacro della loro sintesi –la Città Perfetta, nel duplice senso di ottimale e non ulteriormente perfettibile– la cui chiusura è nondimeno minata da un’organizzazione distopica della spazialità. Il viaggiatore-filosofo Raffaele Itlodeo, che come ogni esploratore funge da frontiera mobile del conoscibile e dell’inglobabile della cultura, è figura del limite: il collasso della competenza percettiva e cognitiva che affetta lui e lo stesso narratore (naufragio, svenimento, colpo di tosse del marinaio che sopravviene proprio nel momento in cui Itlodeo racconta a More come raggiungere Utopia, assenza delle coordinate geografiche dell’isola nel diario di bordo ritrovato dallo stesso) manifesta altrettante fratture del continuum geografico e conoscitivo allestito dal racconto, che neutralizzano la collocazione dell’isola e il giudizio sulla polis che essa ospita. Posizioni molto vicine a quelle di Louis Marin sono espresse da Carlo Ginzburg (2000: 17-44; tr. it.), il quale osserva come la querelle infinita circa la tipologia discorsiva cui ascrivere l’Utopia –genere medievale o rinascimentale, jeu d’esprit o o trattato di filosofia politica –rischia di mancare il fatto che More idea un genere di teorizzazione politica senza precedenti, il cui spessore teorico e portato politico sono funzione della stessa ambiguità fra “serio e faceto, utile e dilettevole” che il dibattito circa il suo statuto tenta di risolvere a favore di un polo o dell’altro. Raffaele Itlodeo, fa notare Ginzburg, a differenza dei sapienti in dialogo ne La Repubblica di Platone (tradizionalmente considerata la matrice, insieme al De Re Publica di Cicerone, della trattatistica politica rinascimentale) è un soggetto storico, che affida ai sensi, e non alla ragione, la bontà di quanto riporta. Come un’ekphrasis, l’Utopia di More metterebbe in scena un mondo ideale disseminandolo di ambiguità e incongruenze foriere di una lettura critica e diagnostica del sociale. Revista Cauce nº41defcolor.indd 18 20/11/19 18:34 U-TOPOS, O L’ASSENZA DI LUOGO 19 1. Sección Monográfico In tal senso l’utopia costituisce al contempo una “pratica conoscitiva poetica”, sorta di “esperimento mentale” funzionale a dare a vedere tensioni e conflitti embrionali che una società non è ancora in grado di rilevare, esplicitare e gestire – cosa accadrebbe se si abolisse la proprietà privata? Cosa accadrebbe se accordassimo pari valore a ogni tesi filosofica e credo religioso?– e una “critica ideologica all’ideologia dominante” (Marin 1973, ibid.) a partire da una posizione che, come quella istituita dal palco teatrale o dalla scena del quadro, non contempla replica possibile. 2.2 Viaggiatori e celebranti: il totalitarismo dei miti realizzati A latere dell’interrogazione sulla società chiusa espressa da Utopia, che da secoli occupa le più autorevoli voci della teoria politica –paradiso terrestre o inferno mondano, mondo libero da ingiustizie o viceversa oscuro presagio dei totalitarismi del XX secolo– Louis Marin porta l’attenzione sul fatto che l’u-topia in quanto tale non dischiude un programma per il futuro, ma immagina un’alternativa al mondo storico che non può e non deve essere realizzata: sua funzione è figurare ciò che ancora non è enunciabile, aprendo una maglia nella continuità spazio-temporale della storia che consente a un cultura di guadagnare distanza da sé, di dispiegare su tavola sinottica i possibili scaturenti da un momento di crisi e trasformazione. Tale funzione viene a mancare in quelle che lo stesso Marin definisce utopie degenerate, ovvero “ideologie realizzate sotto forma di mito”, che come le eterotopie descritte da Foucault partecipano della densità dello spazio storico, cristallizzando la dinamica tensiva da cui discende la forza critica dell’u-topos nella messa in scena reale di un’ideologia mitizzata. A margine del già citato “Utopiques”, Louis Marin si esercita in particolare nell’analisi etnosemiotica di Disneyland, il parco di divertimenti californiano che rappresenterebbe il rapporto immaginario che la “classe dominante della società americana” intrattiene con la storia geo-politica degli Stati Uniti: Disneyland è [...] la proiezione fantastica della storia della nazione americana nella sua doppia instaurazione rispetto allo straniero e al mondo naturale [...]. Questa proiezione ha evidentemente una funzione ideologica: alienare il visitatore in una rappresentazione della vita quotidiana, in un’immagine del passato e del futuro, dell’estraneo e del familiare; conforto, benessere, consumo, progresso tecnico e scientifico indefinito, onnipotenza e buona coscienza, questi sono i valori della violenza e dello sfruttamento che si mostrano sotto i generi visibili della legge e dell’ordine (Marin, 1973: 139-140; tr. it.) Revista Cauce nº41defcolor.indd 19 20/11/19 18:34