InV:ito alla Storia. Terza conferenza nazionale dell'Associazione Italiana di Public History, Università della Campania “Luigi Vanvitelli", Santa Maria Capua Vetere e Caserta 24-28 giugno 2019. Book of abstract
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Colophon Edizione Maggio 2020 ©2020 AIPH - Associazione Italiana di Public History ISBN: 978-88-94410-80-8 AIPH 2019 - Book of Abstract di AIPH Associazione Italiana di Public History è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 4.0 Internazionale . In caso di attribuzione utilizzare le seguenti informazioni: AIPH 2019 - Book of Abstract, Capua. Il Copyright dei singoli capitoli appartiene ai rispettivi autori. In caso di utilizzo o condivisione del materiale mantenere la licenza originale. Contattare [email protected]. Disponibile online su www.aiph.it . Realizzazione editoriale a cura di Cliomedia Public History per AIPH Associazione Italiana di Public History Responsabile: Daniele Santarelli (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”) con la collaborazione di Gabriele Esposito, Maria Clementina Marino e Domizia Weber Grafica e impaginazione: Andrea Fava e Walter Tucci (Cliomedia Public History) Editing: Andrea Fava e Walter Tucci (Cliomedia Public History)
ABSTRACT SELEZIONATI Terza conferenza italiana di Public History Università della Campania “Luigi Vanvitelli Santa Maria Capua Vetere e Caserta 24-28 giugno 2019
Gli abstract pubblicati in questo volume hanno ottenuto il parere favorevole da parte di valutatori esperti della materia, sotto la responsabilità del Comitato Scientifico di AIPH. Il programma della conferenza AIPH 2019 è disponibile online all’indirizzo http://www.aiph.it . COMITATO SCIENTIFICO Serge Noiret, coordinatore (Public History, Istituto Universitario Europeo, Presidente dell’AIPH, Consiglio direttivo della SISF) Agostino Bistarelli (Didattica della Storia, Giunta Centrale per gli Studi Storici, Consiglio Direttivo dell’AIPH) Mirco Carrattieri (Storia contemporanea, Museo di Montefiorino e Istituto Nazionale Ferruccio Parri, PopHistory) Gianluca Cuniberti (Storia Antica, Direttore del Dipartimento di Studi Storici, Università di Torino) Roberta Garruccio (Storia orale, AISO, Università di Milano) Francesca Ghersetti (Biblioteche, Centro di documentazione della Fondazione Benetton Studi Ricerche) Luigi Mascilli Migliorini (Storia Moderna, Università di Napoli Orientale, Presidente della SISEM) Chiara Ottaviano (Storia Contemporanea, Comunicazione, Cliomedia Officina, Consiglio Direttivo dell’AIPH) Silvia Paoli (Conservatrice, Archivio fotografico, Castello Sforzesco, Milano, Consiglio direttivo della SISF) Marcello Ravveduto (Storia Contemporanea, Università di Salerno, Consiglio Direttivo dell’AIPH) Carlo Rescigno (Archeologia Classica, Università della Campania) Daniele Santarelli (Storia Moderna, Università della Campania, Associazione CLORI) Aurora Savelli (Storia Moderna, CNR-ISEM Cagliari) Dieter Schlenker (Direttore, Archivi Storici dell’Unione Europea, Istituto Universitario Europeo, Firenze) Giulio Sodano (Storia Moderna, Università della Campania) Marco Valenti (Archeologia Medievale, Università di Siena) Mauro Varotto (Public Geography, Università di Padova) Marcello Verga (Storia Moderna, Direttore CNR-ISEM Cagliari) COMITATO LOCALE Dipartimento di Lettere e Beni culturali – Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli Giulio Sodano, coordinatore, docente di Storia moderna Andrea Averna, dottorando in Archeologia classica Nadia Barrella, docente di Museologia Giulio Brevetti, assegnista di ricerca in Critica d’arte Francesca Canale Cama, docente di Storia contemporanea Paola Carfora, docente di Topografia antica Gennaro Celato, dottorando in Filologia classica
Giuseppe Cirillo, docente di Storia moderna Giulia D’Argenio, dottore di ricerca Storia dell’Europa moderna e contemporanea Antonio D’Onofrio, dottore di ricerca Storia dell’Europa moderna e contemporanea Gianluca Del Mastro, docente di Papirologia Marcello Lupi, docente di Storia Greca Nicoletta Marini d’Armenia, assegnista in Storia moderna Serena Morelli, docente di Storia medievale Federico Paolini, docente di Storia contemporanea Cristina Pepe, ricercatrice di Filologia classica Domenico Proietti, docente Linguistica italiana Silvia Raucci, dottoranda in Storia e trasmissione delle eredità culturali Carlo Rescigno, docente di Archeologia classica Daniele Santarelli, docente di Storia moderna
TABLE OF CONTENTS PANEL AIPH1 Breaking the classroom walls: una esplorazione della dimensione partecipativa e laboratoriale della didattica della storia 13 AIPH2 La narrazione neoborbonica vs. la questione meridionale 18 AIPH3 Le Peregrinationes Academicae in Campania tra Sei e Ottocento 20 AIPH4 Public Modern History dagli archivi al web: l’esperienza della Società Italiana di Storia dell’Età Moderna 24 AIPH5 Fotografia e Public History 28 AIPH6 Storia online 31 AIPH7 Agli albori della PH scolastica in Italia 35 AIPH8 Pratiche di Public History 39 AIPH9 E AIPH 13 Briganti senza storia. I. Narrazioni e circuiti comunicativi neoborbonici. II. Immaginari e saperi alla sfida neoborbonica 43 AIPH10 Comunicare la guerra e la resistenza alle nuove generazioni: poste in gioco e prospettive 46 AIPH11 Expo Risorgimento. 150° Mostre e Musei 50 AIPH12 Identità in viaggio 53 AIPH14 Percorsi tra le fonti della storia: il ruolo delle biblioteche tra oralità e risorse digitali, tra aggregazione e restituzione al pubblico 57 AIPH15 Tolleranza/intolleranza nel mondo romano: interazioni e comparazioni fra passato e presente 62
AIPH16 Expo Risorgimento. Murat 67 AIPH17 Public history e “MAB”: le biblioteche in dialogo con archivi e musei tra comunicazione della storia e prospettive del digitale 72 AIPH18 Storia antica nel presente 77 AIPH19 Storie manoscritte, virtuali, tridimensionali: pratiche e forme di narrazioni per la città moderna 80 AIPH20 Santi in cammino/cammini di Santi 84 AIPH21 Esperienze comparative e prospettive nell’insegnamento della Public History in differenti paesi e continenti 88 AIPH22 Ada e i suoi fratelli: Racconto di un’esperienza didattica 92 AIPH23 Cambiare il sapere di base. Il rinnovamento dei manuali scolastici e universitari dalla teoria alla pratica 96 AIPH24 Storia a strisce 100 AIPH25 Ambienti virtuali e ricostruzioni digitali 104 AIPH26 I Laboratori di Public History: dalle università ai territori e ai patrimoni 108 AIPH27 Comunità, santità e cultura: tradizione, devozione, valorizzazione 114 AIPH28 Gli archivi italiani: un immenso patrimonio collettivo e quattro modi per valorizzarlo oggi 119 AIPH29 Il Medievista come Public Historian 122 AIPH30 Miniere di carta. Gli archivi dalla ricostruzione della storia alla tessitura delle storie 128
AIPH31 Fotografia e progetto nella Public History: esperienze, pratiche e percorsi espositivi tra istituzioni e scena urbana 133 AIPH32 Memorie di comunità: biblioteche e storia del territorio in una prospettiva di public history 137 AIPH33 Storia in scena 142 AIPH34 BeWeb: il portale integrato dei beni culturali ecclesiastici a servizio dell’history telling 146 AIPH35 L’immaginario delle mafie, la memoria delle vittime: una Public History italiana 150 AIPH36 Qui abito. Scuola e Public History. Un progetto per la rigenerazione della periferia urbana a Torino 156 AIPH37 L’esperienza del viaggio come veicolo di storia sociale e culturale 161 AIPH38 La storia sugli schermi 165 AIPH39 I manuali di storia per la scuola e la Public History 168 AIPH40 Giocare la storia in città: divulgazione, apprendimento e riappropriazione del territorio attraverso gli urban games 171 AIPH41 Public History in Spagna: l’epoca di Napoleone a Valencia 176 AIPH42 Progetti di valorizzazione territoriale legati alla memoria della Seconda Guerra Mondiale 180 AIPH43 Monumenti 183 AIPH44 Digital è public? Dinamiche e opportunità dello spazio virtuale attraverso l’analisi di alcune banche dati 188 AIPH145 La storia nelle serie tv: l’immaginario e gli storici 194
AIPH46 Uso e abuso pubblico della Storia 199 AIPH47 “Stranieri e senza patria”. Voci dalle comunità istriane, fiumane e dalmate in Puglia 202 AIPH48 Didattica della Storia 207 AIPH49 I Longobardi in Italia e il Centro studi longobardi 211 AIPH50 Storie di comunità 214 AIPH51 Repertori: chi informa sulla storia in digitale - esperienze italiane 218 AIPH52 Videogiocare il passato: Public History e videogiochi 223 AIPH53 La Storia a scuola come Public History? 227 AIPH54 La memoria delle catastrofi naturali. Il racconto delle esperienze e la loro divulgazione 230 AIPH55 Le riviste della rete “Parri” e la public history 235 AIPH56 Trasmettere emozioni. Immagini, violenza e sentimenti popolari nella Sicilia tra Sei e Ottocento 239 AIPH57 Digital (public) History 243 AIPH58 Valorizzazione e protezione dei paesaggi storici 247 AIPH59 Giocando è tutta un’altra storia 251 AIPH60 Alcool e public history: dai corsi universitari alle angastare, tra best practices e metodologie di comunicazione 256 AIPH61 Il peso dell’identità al vaglio del medievista. Confronto, integrazione e convivenza delle molte alterità del Mezzogiorno medievale 260
alcuni aspetti della vita umana nelle varie epoche significa provare l’emozione suscitata dall’accensione del fuoco, sentire l’entusiasmo di essere riusciti a costruire con le proprie mani un braccialetto o una collana di steatite, oppure la soddisfazione di aver realizzato una pittura su pietra con colori naturali. Sono questi laboratori che mi piace chiamare “Archeologia sperimentale” per sottolineare il loro carattere scientifico e non libresco, la loro apertura al territorio, il loro carattere dialogico con bambini e adulti interessati a pensare facendo. I giochi di una volta fra tradizione e innovazione ANTONIO DI PIETRO (CEMEA TOSCANA - CENTRI DI ESERCITAZIONE AI METODI DELL’EDUCAZIONE ATTIVA) Correva l’anno 1999 quando la “Giornata mondiale del gioco” fu proposta da Freda Kim a nome dell’ITLA (International Toy Library Association) con queste parole: “La giornata mondiale del gioco dovrebbe essere un giorno di totale attenzione all’altro, nel rapporto tra una generazione e l’altra”. La prima giornata si è svolta nel 2003 e come giorno ufficiale è stato scelto il 28 maggio, anche se molte iniziative collaterali vengono svolte durante tutto il “mese delle rose” (e, a questo punto, anche del gioco). In occasione della “Giornata mondiale del gioco” in diversi comuni del Chianti fiorentino (dal 2011) si svolgono feste in piazza dedicate al giocare. L’intera iniziativa si chiama “Chianti Ludens” (che nel tempo ha coinvolto in particolar modo i comuni di Bagno a Ripoli, San Casciano in Val di Pesa, Tavarnelle Val di Pesa e Greve in Chianti). Il “Chianti Ludens” è un “evento diffuso” che promuove la cultura ludica come occasione d’incontro per la cittadinanza (attraverso giochi per bambini, ragazzi, adulti e anziani). Una particolare attenzione è dedicata ai giochi di una volta, senza nostalgia, rivolgendosi al passato guardando al futuro. Le proposte sono caratterizzate da metodologie che mirano a far vivere l’esperienza in prima persona (saltare alla corda, costruirsi una trottola, far volare un aquilone...), a divulgare ricerche storiche e sociali dei giochi e giocattoli di una volta, ad accogliere aneddoti autobiografici e ad attivare una riflessione sugli odierni stili ludici. Durante questo incontro ci confronteremo sul rapporto fra giochi di una volta, cultura ludica e cittadinanza nel Chianti Ludens.
Tra pubblici e museo: ruolo e potenzialità dell’educazione museale MARIANNA DI ROSA, ANNA RICCIARDI. EDUCATRICI MUSEALI (FIRENZE) Sempre più il museo contemporaneo tende a porsi come istituzione culturale aperta, democratica, interessata ai bisogni dei visitatori e come luogo accessibile a pubblici differenti. Sempre più spesso si sente parlare di accessibilità, di mediazione ed educazione in ambito museale. Ma cosa si intende per educazione museale e che lavoro svolge l’educatore museale? Cosa vuol dire educare in un museo? L’intervento cercherà di rispondere a queste domande, facendo riferimento ad alcuni concetti chiave come coinvolgimento, condivisione, esperienza. Parafrasando John Dewey, che in “Arte come esperienza” (1934) sosteneva che l’opera d’arte non esiste finché non diventa viva nell’esperienza del visitatore, potremmo dire che è il nostro coinvolgimento con le opere d’arte e, più in generale, gli oggetti dei musei a tenerli in vita. L’educazione museale, che nasce in ambito anglo-americano ispirandosi anche al pensiero dell’attivismo pedagogico, riflette sui modi in cui i visitatori o pubblici – oggi sempre più eterogenei per età, interessi, background culturali, estrazione sociale – entrano in relazione con le collezioni di un museo. È una pratica che si basa su un approccio educativo non formale secondo cui la conoscenza si costruisce attivamente tramite l’esperienza, dunque nel dialogo, nella relazione diretta con gli oggetti esposti in un museo, siano essi documenti storici, reperti archeologici, opere d’arte antica o contemporanea. Attraverso la presentazione di alcune esperienze museali nel territorio fiorentino, durante l’intervento si cercherà di suscitare riflessioni su strategie educative, sulle competenze che un educatore deve possedere, nonché sulle potenzialità dell’educazione museale e le opportunità che oggi può offrire nel contesto della valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.
AIPH 2 La narrazione neoborbonica vs. la questione meridionale* PANEL COORDINATO DA MARIA ANTONELLA FUSCO (ISTITUTO CENTRALE PER LA GRAFICA - MIBACT) * PANEL COSTITUITO DALLE PROPOSTE INDIVIDUALI SELEZIONATE PER AIPH 2019 ABSTRACT Narrazioni e storie del processo unitario italiano tra didattica e ricerca GIUSEPPE FERRARO (UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA) Negli ultimi anni si è molto diffusa, soprattutto all’interno della comunità civile, una lettura dell’unificazione italiana a tutto svantaggio delle province meridionali imposta dal Regno sardo-piemontese. Il discorso pubblico antirisorgimentale o neoborbonico sembra trovare però nella società civile attenzione e sostegno. Soprattutto nella fascia di età che va dai 16 ai 40 anni. Vari fattori hanno contribuito e contribuiscono alla diffusione di queste letture: l’ampio utilizzo di internet; l’immediatezza e semplicità del messaggio; l’attuale crisi economica. L’età scolastica (scuola secondaria di secondo grado) sembra essere più coinvolta e interessata, come dimostrano le frequenti presentazioni dei testi di Pino Aprile nelle scuole. Per questo l’esigenza che a livello didattico si possa dare una risposta critica e di confronto a tali tesi, cercando di far dialogare la ricerca scientifica con la programmazione scolastica. In questo contesto propongo l’elaborazione di un UDA (un’Unità di apprendimento) da rivolgere alle classi IV o V delle scuole secondarie di secondo grado, dove presentare un’analisi storica del processo di unificazione italiana e del brigantaggio, accompagnata anche da una fase laboratoriale, dove il gruppo classe si rende protagonista del percorso didattico diventando co-costruttore di saperi. Nel dettaglio l’Uda prevede, una prima parte introduttiva, dove analizzare il tema dell’unificazione italiana e del brigantaggio, prendendo in considerazione le diverse tesi storiografiche, senza tralasciare una comparazione con le altre realtà europee. Una seconda fase laboratoriale. Proprio nel laboratorio dello storico il gruppo classe avrà la possibilità di confrontarsi con le fonti, archivistiche e non (questa fase è utile anche all’acquisizione di un
metodo e ad aprire alla multidisciplinarietà: si cercherà di comprendere nell’Uda le seguenti discipline lettere, scienze e diritto o antropologia), costruire percorsi didattici legati alla storia territoriale in relazione ai temi studiati (aumenta la motivazione e suscita maggiore interesse metacognitivo), cercando di valorizzare fatti e personaggi (ma anche monumenti, luoghi naturali) che permettono di avere una lettura dall’interno delle questioni affrontate. Il tutto si dovrebbe concludere con la realizzazione da parte del gruppo classe di un lavoro (video o di altra natura) dove esporre i risultati della propria attività didattica e anche di ricerca. Tale Uda mira anche valorizzare il territorio e mirare ad acquisire competenze di cittadinanza. Il neoborbonismo: memoria divisa o mistificazione? MARIANO FRESTA (DOCENTE NELLA SCUOLA PUBBLICA) In occasione della Terza Conferenza dell’Associazione Italiana di Public History (24-28 giugno 2019, Santa M. Capua Vetere), propongo una relazione sul neoborbonismo in Campania, come previsto dal tema “Abusi della storia”. La relazione, dopo un breve resoconto di come nella città di Caserta si avverte la presenza del Movimento, tratta i vari temi di propaganda neoborbonica e degli strumenti editoriali di cui i suoi promotori si servono. Questi argomenti riguardano le cosiddette “eccellenze” e i cosiddetti “primati” all’insegna dei quali è condotta la controversia contro l’unificazione italiana, cui contrappongo, per una necessaria comparazione, i risultati della storiografia e delle ricerche di storia politica e di quelle economiche e sociali che ci provengono dalla letteratura relative alla “questione meridionale” e al fenomeno del brigantaggio postunitario. Seguirà poi una parte in cui analizzerò gli scritti di quegli autori che maggiormente hanno contribuito a dare materia di argomentazione al Movimento. Nelle conclusioni cercherò di dare una valutazione storico-antropologica di questo fenomeno che riguarda la “memoria” della formazione dello Stato e della Nazione, discutendo le teorie di studiosi come Assman, Anderson, Foot.
AIPH 3 Le Peregrinationes Academicae in Campania tra Sei e Ottocento PANEL COORDINATO DA MARIA LUISA CHIRICO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CAMPANIA “L. VANVITELLI”) ABSTRACT La pratica della peregrinatio academica ha rappresentato un aspetto rilevante della cultura europea a partire dalla prima età moderna. Com’è noto, tra il XVII e il XVIII secolo, l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, divenne tappa obbligata del Grand Tour, compiuto da giovani aristocratici ed esponenti della borghesia straniera più facoltosa, che in un numero considerevole di casi sfociò nella redazione di diari di viaggio dedicati alla celebrazione del ricco patrimonio culturale italiano. Il desiderio di ammirare le rovine dell’età antica, di consultare le fonti e i documenti manoscritti sugli autori della letteratura classica, di frequentare le maggiori biblioteche ed accademie, animava le visite ai principali centri e ai luoghi più rappresentativi della tradizione classica italiani. Il viaggio, inoltre, era il più efficace sistema per garantire ed intensificare lo scambio di informazioni e conoscenze tra gli appartenenti alla cosiddetta Respublica literaria. Ancora nel XIX secolo, la realizzazione di imprese scientifiche aventi ad oggetto l’Antichità greca e romana ispirò gli itinera di studiosi d’Oltralpe. Decisivo ai fini della scoperta e nella corretta interpretazione dei vestigia antiquitatis di un paese o di una città fu, per costoro, il sostegno offerto da eruditi ed antiquari locali con cui poté instaurarsi – come testimoniato dai diari, ma anche da memorie e scambi epistolari – una proficua collaborazione. Obiettivo del panel sarà indagare le descrizioni e le ricerche che viaggiatori e studiosi stranieri, in collaborazione con studiosi locali, hanno prodotto sulle antichità campane, isolando alcuni momenti e figure di un arco cronologico che va dal Seicento all’Ottocento. Approfondire la conoscenza del patrimonio materiale e immateriale antico della Campania attraverso le testimonianze fornite da figure note anche ad un ampio pubblico ed esaminare al contempo il contributo meno noto fornito dalla ricerca antiquaria locale consentirà di conciliare gli obiettivi di un’indagine storica e storiografica specialistica con quelli propri della Public History.
Jean-Jacques Bouchard a Capua (1632) SERENA CANNAVALE (UNIVERSITÀ DI NAPOLI ‘FEDERICO II’) Secondo una prassi tipica del Grand Tour sei-settecentesco, la visita a Capua, nel novembre del 1632, del poligrafo e intellettuale francese Jean-Jacques Bouchard (1606-1641), fu guidata dall’erudito locale Camillo Pellegrino junior (1598-1663). L’incontro tra lo studioso d’Oltralpe e il dotto capuano, mediato dall’antiquario napoletano Pietro Lasena (1590-1636), è dettagliatamente descritto nel diario di viaggio del Bouchard, edito da E. Kanceff col titolo di Journal. All’epoca della visita, testimonia il Bouchard, il Pellegrino conduceva ricerche sulla storia di Capua e dell’intera Campania, poi confluite nell’ Apparato alle antichità di Capua o vero Discorsi sulla Campania Felice, dato alle stampe nel 1651: un’opera il cui valore storiografico è stato solo di recente opportunamente rivalutato. Di particolare interesse, nel resoconto della visita ai monumenti di Capua antica, la sezione relativa al teatro, per lo più obliterato nei diari di viaggio successivi. Il presente intervento, tramite il riesame dei passi del Journal relativi a tale incontro, congiunto ad una rinnovata disamina di materiale epistolare e d’archivio, mira a gettare luce su aspetti poco noti degli studi classici e degli interessi antiquari dei due personaggi, inserendoli nel quadro delle relazioni erudite tra intellettuali stranieri e ambiente culturale campano nella prima metà del Seicento. Le vicende dei papiri ercolanesi attraverso i resoconti dei viaggiatori settecenteschi GIANLUCA DEL MASTRO (UNIVERSITÀ DELLA CAMPANIA ‘L. VANVITELLI’) I papiri ercolanesi, scoperti in una lussuosa villa ercolanese tra il 1752 e il 1754, destarono da subito la curiosità e l’interesse dei viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo. Nell’ultimo quarantennio, diversi studiosi si sono occupati dei resoconti di viaggio o hanno rintracciato in opere letterarie o documenti privati le impressioni e la descrizione di quanto si poteva ammirare nella Reggia di Portici, sebbene re Carlo prima e Ferdinando poi, fossero molto gelosi delle collezioni d’arte e degli stessi papiri che rappresentavano un unicum nel panorama culturale europeo. La comunicazione ha lo scopo di verificare quali dati sulla forma e il contenuto dei rotoli sia possibile estrapolare dagli scritti dei viaggiatori che videro e descrissero i papiri a pochi anni dalla loro scoperta.
Il viaggio di N. Heinsius a Napoli (aprile-luglio 1647) GENNARO CELATO (UNIVERSITÀ DELLA CAMPANIA ‘L. VANVITELLI’) Il viaggio a Napoli del filologo olandese Nicolaas Heinsius avvenne tra l’aprile e il luglio del 1647. Dopo una lunga e complessa trattativa per ottenere dalle autorità spagnole il permesso di varcare il confine campano, Hensius poté trattenersi nel capoluogo partenopeo solo tre mesi, costretto a fuggire dalla città in seguito allo scoppio dei moti rivoluzionari guidati da Masaniello. Tuttavia, nel breve periodo del suo soggiorno, servendosi della collaborazione di studiosi locali, egli riuscì a consultare alcuni preziosi manoscritti di autori classici custoditi presso la biblioteca di San Giovanni a Carbonara, ad acquistare volumi e monete antiche, e a scrivere componimenti poetici in latino sulle bellezze della regione. Il presente intervento mira a illustrare, attraverso lo studio del materiale epistolare edito e inedito, l’attività filologica e poetica svolta da Heinsius nei mesi del soggiorno campano, ponendo l’accento non solo sui suoi interessi eruditi, ma anche sulle descrizioni fornite ai corrispondenti italiani e stranieri della vita culturale napoletana e delle vicende politiche inerenti alla sommossa di Masaniello. Theodor Mommsen e la Campania CRISTINA PEPE (UNIVERSITÀ DELLA CAMPANIA ‘L. VANVITELLI’) In una lettera all’amico Pasquale Villari, Theodor Mommsen definiva l’Italia come la sua «seconda patria». I suoi frequenti viaggi da Nord a Sud della nostra Penisola, i suoi rapporti con i differenti ambienti culturali e con le tante figure di studiosi ed eruditi, ma anche politici e funzionari con cui entrò in contatto, sono ormai da alcuni anni al centro di importanti ricerche. Il presente intervento avrà ad oggetto i viaggi di Mommsen in Campania, dove soggiornò più volte e conobbe personaggi di spicco della cultura locale, come Giulio Minervini e Giuseppe Fiorelli. Attraverso lo studio dei carteggi e di altri documenti d’archivio, in larga parte inediti, si getterà nuova luce sulle forme e sulle modalità di reciproca collaborazione che si instaurarono tra Mommsen e i Campani: da un lato, lo studioso tedesco ottenne ampio sostegno per la realizzazione delle sue grandi raccolte epigrafiche (le Inscriptiones
Regni Neapolitani Latinae prima, il Corpus Inscriptionum Latinarum poi); dall’altro, fu coinvolto e prese parte ad alcune importanti iniziative – per esempio l’istituzione della Scuola Archeologica di Pompei e la fondazione del Museo Provinciale Campano a Capua – che animarono la vita culturale della Campania in un momento cruciale nella sua storia, quello del trapasso dal Regno delle due Sicilie e dal dominio borbonico allo Stato Unitario.
AIPH 4 Public Modern History dagli archivi al web: l’esperienza della Società Italiana di Storia dell’Età Moderna PANEL COORDINATO DA ANTONIO D’ONOFRIO (SISEM - UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “L’ORIENTALE”) ABSTRACT Il ritmo della contemporaneità è ormai “accelerato”: trend, informazioni, piattaforme culturali e scientifiche cambiano con una velocità esponenziale rispetto al passato. Internet è lo specchio perfetto di questo processo: con la sua velocità polarizza la vita degli esseri umani, assorbendo settori e interazioni precedentemente analogiche e oggi considerate desuete e, talvolta, addirittura anacronistiche. La velocità dei nostri tempi ha reso la Storia, specialmente quella medievale e moderna, una sorta di “scienza distante”. Come ha recentemente scritto Serge Gruzinsky: abbiamo ancora bisogno della Storia? Nel 2016, rispondendo a questa domanda, la Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna (SISEM) ha deciso di iniziare un nuovo progetto: riunire, sotto il coordinamento del prof. Antonio Trampus, un gruppo di 6 giovani studiosi, con il compito di lavorare per sperimentare nuovi strumenti di divulgazione della storia della modernità. Tra i suoi obiettivi, preminente è quello di stimolare l’attenzione generale intorno al valore e all’attualità di un sapere troppo spesso erroneamente ritenuto inadeguato a spiegare il presente. Ineluttabile incipit di questa esperienza divulgativa è stata la realizzazione di un portale web – www.lasisem.it – così da raccogliere contenuti quali news, eventi, call for paper, bandi e tutte le informazioni inerenti alla vita della società e alla Storia Moderna in generale. Ad esso è collegata la pagina facebook laSisem, strumento irrinunciabile dei nostri giorni, utile ad allargare la platea degli utenti del sito stesso e a servire come luogo – unitamente alla mailing list della società – di dibattito e riflessione sui temi della Storia Moderna. Centrali sono, in tal senso, gli editoriali periodicamente e inviati alla redazione da iscritti alla SISEM. Ma l’esperimento più peculiare ed ambizioso lanciato dalla redazione è senza dubbio quello delle “Interviste con la Storia” pubblicate sul canale You Tube LaSisem Tv: interviste a modernisti – e non solo – che guardano al presente attraverso le lenti della propria ricerca
scientifica. Inaugurata nel 2017 da un ospite di eccezione, il professor Giuseppe Galasso, LaSisem Tv è completamente autoprodotta, un vero e proprio laboratorio itinerante che riapre i battenti in occasioni specifiche tra cui la Summer School “L’Impresa Culturale nel Mediterraneo”, annualmente organizzata a Procida de “L’Orientale” di Napoli. Costruire una redazione di storici: una sfida tra passato, presente e futuro ANTONIO D’ONOFRIO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “L’ORIENTALE”) La redazione web della SISEM nasce circa 3 anni fa da una intuizione del neoeletto consiglio direttivo SISEM. Tra le prime decisioni, infatti, quest’ultimo ha deciso di formare un gruppo di sei giovani studiosi – riuniti dalla comune appartenenza alla società e mossi dall’intenzione di dare un nuovo input al proprio settore di ricerca – e di dare loro il compito di portare la SISEM e, con essa, lo studio della Storia Moderna, nel terzo millennio. Il tutto immaginando modalità nuove non solo per stimolare il dibattito interno alla propria comunità accademica, ma anche per avvicinare il più possibile quest’ultima al grande pubblico. Uno sforzo necessario prima di tutto per preservare il valore stesso della Storia e metterne il patrimonio civile e politico a riparo da pericolosi revisionismi e qualunquismi. L’idea portante era, ed è, quella di proporre un portafogli di interazione informatica, una città digitale, che facesse perno sulla pagina principale della società, per poi arricchirsi dei servizi dei social –facebook, instagram, YouTube, tra loro molto orientati alla cooperazione – al fine di realizzare una rampa di lancio che assecondando i contemporanei canoni del jit - just in time – potesse catalizzare lo scambio divulgativo, oltre che raggiungere una maggior consistente “fetta” di pubblico, ammaliando anche giovani “nati” nel digitale. Questa relazione si concentrerà in particolare sull’analisi delle principali criticità e delle grandi opportunità che hanno accompagnato – e ancora caratterizzano – questa giovane esperienza divulgativa. La redazione web della SISEM è, infatti, un contenitore immateriale di profili tra loro anche molto diversi per formazione e provenienza, tenuti insieme dal filo rosso delle più diffuse e recenti tecnologie di comunicazione che danno voce e spazio ad una convinzione comune: la Storia Moderna è un sapere attuale e per questo necessario. Ognuno per le proprie competenze, dunque, i sei componenti della redazione SISEM sono l’anima di un luogo virtuale che ha però una dimensione molto concreta di azione.
particolare riferimento alle famiglie Del Riccio e Velluti Zati che con l’ambiente campano hanno avuto molti rapporti. L’intervento sarà “interlacciato” fra il tecnico informatico che ha costruito il programma e l’archivista che ne ha disegnato gli ambiti e i contenuti. Letture, libri e biblioteche per i soldati: l’archivio digitale “14-18 Documenti e immagini della Grande Guerra” alla prova della ricerca ELEONORA DE LONGIS (UNIVERSITÀ DI ROMA “LA SAPIENZA”) ELISA SCIOTTI (ISTITUTO CENTRALE PER IL CATALOGO UNICO DELLE BLIOTECHE ITALIANE ICCU) L’archivio digitale “14-18 Documenti e immagini della Grande Guerra”, gestito dall’ICCU, dà accesso a oltre 630.000 risorse, in costante incremento, tra fonti documentarie e memorialistiche provenienti da numerosi istituti pubblici e privati. L’intervento qui proposto vuole esporre un caso d’uso che evidenzi come, attraverso l’esplorazione dell’archivio digitale, si possano reperire, confrontare e intersecare fonti e documenti di differente natura agevolandone la consultazione e lo studio. Saranno illustrati, pertanto, gli strumenti offerti da www.14-18.it e i percorsi resi possibili dalla banca dati: l’analisi verrà successivamente estesa anche all’infrastruttura di Europeana a cui il portale contribuisce con i suoi contenuti. Come terreno d’indagine è stato prescelto il tema delle politiche per la lettura dei soldati nella Prima guerra mondiale. È noto che, in tutti i paesi coinvolti nel conflitto, le autorità civili e militari, le istituzioni religiose e le associazioni di assistenza ai militari favorirono la diffusione del libro e della lettura tra i soldati con il duplice fine di elevare il livello di istruzione delle reclute e di sostenerne il “morale” nello sforzo bellico. Un esempio fra tutti è rappresentato dai cosiddetti “giornali di trincea”, pubblicati per lo più sotto l’egida dell’Ufficio P (Propaganda), attivato dall’amministrazione militare, nel 1917 all’indomani della disfatta di Caporetto. Attraverso tale indagine si intendono mettere a fuoco: • le politiche attuate dalle istituzioni pubbliche italiane per la formazione e l’educazione dei soldati; • le forme di comunicazione e di propaganda rivolte ai combattenti; • gli orientamenti e le strategie dell’editoria per favorire la circolazione libraria in tempo di guerra.
• La ricerca tenderà a far emergere e localizzare i materiali pertinenti all’interno delle collezioni, con l’obiettivo di sperimentare, attraverso un “caso di studio”, le funzionalità dell’archivio digitale ai fini di una ricerca storica specifica e approfondita. Viadelmareracconta www.viadelmareracconta.it MARA CINQUEPALMI (GIORNALISTA PROFESSIONISTA FREELANCE) Viadelmareracconta - www.viadelmareracconta.it - è un progetto web dedicato allo stabilimento di Foggia dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato che coniuga datajournalism e memoria. L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, nato nel 1928, si è affermato nel tempo come “agenzia di socializzazione” ed ha sperimentato forme di welfare che ne hanno fatto un caso interessante e unico a livello nazionale. Quello di Foggia è il secondo stabilimento e, nato come cartiera privata, viene acquisito dallo Stato nel 1936. Da allora ha dato lavoro a migliaia di persone in una terra che è la più grande area agricola d’Italia. Il progetto, che prende il nome dal luogo dove si trova lo stabilimento, indaga per la prima volta la storia di questa fabbrica da un punto di vista di genere e segue due percorsi: la ricerca tra le carte dell’Archivio di Stato di Foggia che si riferiscono al periodo 1943-1948, le interviste a donne che hanno lavorato al Poligrafico tra il 1960 e il 1990. Viademareracconta si completa con il libro “Donne di carta”. Infatti, il progetto web, sviluppato nel 2014 dopo due anni di lavoro, si focalizza su un documento inedito dell’Archivio che fotografa la situazione dei lavoratori nel 1948 e permette di analizzare la presenza femminile. Il libro “Donne di carta”, pubblicato nel 2017, ha sviluppato ulteriormente il progetto web e racconta attraverso giornali, atti parlamentari e altri documenti inediti dell’Archivio di Stato di Foggia un innovativo sistema di welfare all’interno di un’industria statale.
Ancora sul patrimonio dell’Appennino centrale terremotato: primi risultati del progetto bottom-up di creazione di contenuti digitali attraverso l’ecosistema Wikipedia PIERLUIGI FELICIATI (UNIVERSITÀ DI MACERATA) SIMONA TURBANTI (UNIVERSITÀ DI PISA) Tra il 24 agosto 2016 e il 18 gennaio del 2017, una serie di violente scosse di terremoto hanno colpito un’area molto vasta dell’Appennino centrale, dall’Abruzzo al Lazio, dall’Umbria alle Marche. La ricostruzione non è ancora stata avviata, ma di certo quei territori e quelle popolazioni porteranno i segni del sisma. Il patrimonio culturale, i prodotti dell’agricoltura, della pastorizia, le tradizioni, le forme e i luoghi della socialità, le “testimonianze di civiltà” rischiano di essere compromessi e dimenticati. Già nel panel “Epicentri della storia: come dare voce ai territori e alle comunità?” di AIPH 2017 si era provato a discutere del possibile contributo pro-attivo dei professionisti della memoria in un contesto di post-crisi, senza indulgere solo nelle lamentazioni, isolando intanto i capolavori e privilegiando le testimonianze più attraenti per i media. Da allora, il progetto di ecosistema digitale basato su Wikipedia, terreno di azione ideale per attivare un rovesciamento delle responsabilità nella narrazione e attivare comunità di pratica, è cresciuto attraverso molte linee diverse di attività e dalle Marche si è esteso all’Abruzzo e al Lazio. Attraverso pratiche di “agitazione culturale”, sono stati attori del progetto cittadini, ragazzi delle scuole superiori, studenti universitari, volontari del servizio civile europeo, docenti di scuola e universitari, fotografi, giornalisti, imprenditori enogastronomici. Libri, documenti, chiese, monumenti, musei, personaggi, vitigni, prodotti tipici, dipinti e alberi monumentali hanno rappresentato gli oggetti di ricerca e narrazione. L’efficacia della piattaforma collaborativa, oltre che attivare su chiunque la utilizzi attivamente una maggiore consapevolezza sull’uso delle fonti, sul linguaggio, e sui diritti d’uso delle risorse digitali, si è confermata anche rispetto alla visibilità dei territori nell’info-sfera, con potenziali effetti positivi sull’ecosistema del web semantico, per i servizi di authority e sull’attrattività turistica (come anche studi scientifici dimostrano) e come supporto alla resilienza. Dopo due anni, abbiamo effettuato una prima analisi di impatto del progetto, in termini quantitativi e qualitativi, condividendone i risultati con la sensibile comunità dei public historians.
AIPH 7 Agli albori della PH scolastica in Italia PANEL COORDINATO DA CARMEN BETTI (UNIVERSITÀ DI FIRENZE) ABSTRACT Sull’onda della contestazione studentesca, nel mondo universitario, scolastico e in specie in quello pedagogico, si è aperta a partire dagli anni Settanta una stagione di serrato confronto, oltre che sui ruoli e sui cosiddetti rapporti di potere in ambito educativo, anche sui contenuti, sulle metodologie, le didattiche delle discipline. Il focus si appuntava il più delle volte, non a caso, sui contenuti che, si diceva, venivano dispensati dai docenti come dai libri di testi, in modo autoritario, ovvero proposti come indiscutibili, pur essendo ideologicamente orientati, tali cioè da riflettere il solo punto di vista della classe dominante, con l’ovvio intento di conformazione. Contro tale linea di tendenza e contro il potere delle cosiddette vestali del sapere, ovvero i docenti, si invocava, con forza, una didattica che ponesse al centro dell’insegnamento/apprendimento degli studenti, ma anche degli alunni in genere, la ricerca, come nuovo modus operandi, più idoneo a contrastare l’opacità e la “manipolazione” dei contenuti. Si auspicava, in breve, l’utilizzazione di molteplici fonti e l’attivazione di una rete di contatti e di interlocutori esterni alla scuola o all’università, intellettuali ma anche gente comune, così da avere maggiori garanzie di autenticità, imparando nel contempo a dubitare della cosiddetta oggettività dei libri e del sapere codificato altrove. Non a caso La ricerca come antipedagogia di Francesco De Bartolomeis, uscito nel marzo del 1969, nel gennaio del 1970 era già alla sua terza edizione, diventando un vero e proprio bestseller, fatto quanto mai raro per un testo di pedagogia. Sull’onda di questa denuncia molte prassi didattiche furono all’epoca riviste, da una minoranza inizialmente ma in un processo in progress che, fra le altre innovazioni, porterà a richiedere e ad ottenere di sostituire i libri di testo con materiale librario alternativo, ad accogliere nella scuola la storia e la memoria di soggetti un tempo interdetti, come i partigiani, ritenuti insieme ai sindacalisti, divisivi, ma anche rappresentanti delle minoranze - rom, ebrei, malati di mente e via dicendo - in un processo di apertura e di democratizzazione della istituzione scolastica e dell’università, ma anche dei saperi, quello storico in primis.
L’intento è in sintesi quello di ricostruire il processo di riconsiderazione e di pubblicizzazione della storia che non è stato, soprattutto all’inizio, esente da errori o fraintendimenti, ma che ha permesso di sperimentare, sul campo, il significato di comunità educante, nella scuola come nell’università, in un clima senza dubbio più propizio alla crescita, alla diffusione e alla democratizzazione della cultura in generale e della storia in particolare. “Treno della Memoria”. Un progetto di Public History come mezzo per l’inclusione sociale delle minoranze LUCA BRAVI (FONDAZIONE MUSEO DELLA DEPORTAZIONE DI PRATO) Il Treno della Memoria è un progetto che, realizzato per la prima volta nel 2002 all’interno delle politiche per la Memoria della Regione Toscana, è stato riproposto in contesti e forme differenti sia a livello istituzionale che associativo. Nel 2019 in Toscana, l’iniziativa è giunta alla XI edizione ed ha trasportato da Firenze ad Oswiecim (Auschwitz) almeno diecimila studenti della regione. Il viaggio di formazione rivolto alle scuole è anticipato da una summer school per i docenti e da mesi di formazione intensiva per gli studenti degli istituti superiori che vi partecipano. Il viaggio con i tempi lenti del treno, oltre a recuperare un aspetto simbolico che rimanda al contesto strettamente storico, permette di svolgere iniziative durante il viaggio; tra queste l’incontro con le associazioni e le comunità che prendono parte al progetto, in particolare le comunità ebraiche, le comunità rom e sinti, le associazioni LGBT, l’Associazione Nazionale ex deportati nei campi nazisti (Aned) e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi). Il progetto del Treno della Memoria toscano si è strutturato negli anni come momento di formazione ed incontro con persone con le quali difficilmente gli studenti possono costruire momenti di relazione. In un momento storico in cui il discorso d’odio verso i rom è condiviso dall’86% (i rom costituiscono lo 0,2% degli italiani e per metà sono di cittadinanza italiana e già perfettamente inclusi) della popolazione italiana, il focus di questo studio si concentra su questo ambito di ricerca, per approfondire gli effetti che un viaggio sui luoghi della Memoria possa avere nel contrastare il razzismo, per questo motivo si analizzerà il caso dei rom come comunità attualmente con il maggior livello di discorso d’odio subito.
Le esperienze pregresse rivelano due elementi che è utile indagare ed analizzare dal punto di vista dei processi di educazione e formazione attraverso la storia: da un lato le comunità rom hanno costruito negli anni un processo di coscientizzazione rispetto alla propria storia che ha accomunato il proprio popolo alla storia europea attraverso il luogo simbolico “Auschwitz”, dall’altro gruppi di coetanei della comunità rom s’incontrano con pari età della società maggioritaria ed entrano in relazione condividendo il viaggio, ma anche valori, riflessioni, contesti di vita scolastica ed extrascolastica. Il risultato di questa relazione è l’abbassamento della conflittualità interna ed esterna e la costruzione di relazioni educanti a partire dalla storia come base comune d’incontro. La Resistenza raccontata a scuola dai suoi protagonisti STEFANO OLIVIERO (UNIVERSITÀ DI FIRENZE) FRANCESCO BELLACCI (ANPI FOIANO DELLA CHIANA) Nell’ambito della stagione di serrato confronto aperta negli anni Settanta nel mondo scolastico e pedagogico, stagione che invocava tra le altre cose l’intervento nella didattica di temi e interlocutori esterni alla scuola, cominciò ad entrare nelle aule scolastiche, seppure sporadicamente, anche la storia e la memoria della Resistenza attraverso i suoi principali protagonisti, ovvero i Partigiani. La Resistenza nello stesso periodo non a caso godette di un particolare interesse storiografico al quale contribuirono non poco le numerose testimonianze sulla Guerra di Liberazione raccolte in quegli anni dagli storici orali. In ogni modo già dagli anni sessanta gli ex partigiani riuniti nella loro associazione (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) investirono energie per la formazione dei più giovani, prima con l’impegno per defascistizzare i libri di testo, poi affiancando le istanze antifasciste del Movimento giovanile del 1968/69. Tanto che nel 1970 l’Anpi promosse un importante convegno a Ferrara al quale parteciparono peraltro due celebri esponenti della scuola pedagogica fiorentina: Lamberto Borghi e Antonio Santoni Rugiu. Sempre nel 1970 fu così significativamente modificato lo statuto dell’associazione aggiungendo il punto i dell’articolo 2 che dà forza alle prospettive di intervento nella scuola ovvero «Battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle nuove generazioni».
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta iniziò quindi un lavoro più organizzato dell’Anpi nella scuola, ma che incontrò non poche difficoltà e resistenze, tanto che solo di recente i Partigiani hanno potuto portare la loro testimonianza in modo più o meno sistematico nelle aule scolastiche. Questo intervento, oltre ad inquadrare il problema, verterà sul contesto toscano, una delle aree in cui la lotta partigiana è stata più intensa, e in particolare illustrerà l’impegno nelle scuole pubbliche costruito fin dal secondo dopo guerra dagli ex partigiani di Foiano della Chiana e di San Gimignano (piccoli paesi toscani molto celebri nel mondo per il loro valore artistico e architettonico) in cui l’esperienza del racconto della Resistenza a scuola da parte dei suoi protagonisti ha assunto caratteri degni di una speciale attenzione.
AIPH 8 Pratiche di Public History* PANEL COORDINATO DA ENRICA SALVATORI (UNIVERSITÀ DI PISA) * PANEL COSTITUITO DALLE PROPOSTE INDIVIDUALI SELEZIONATE PER AIPH 2019 ABSTRACT Il festival di Secousse:un laboratorio per la public history DAPHNÉ BUDASZ (ISTITUTO UNIVERSITARIO EUROPEO) La Boîte à Histoire è una associazione di public history creata nel 2017 da laureati in public history a Parigi. Il suo primo principale progetto è stato un festival “Secousse” sulle rivoluzioni del 1848. Questo evento di tre giorni organizzato a Parigi nel settembre 2018 è stato pensato come uno spazio di incontro tra storici professionisti e vario pubblico attraverso diversi tipi di workshop e attività partecipative. L’originalità del progetto ha consistito nella varietà dell’attività che il festival ha proposto, così come nella stretta collaborazione di storici professionisti con l’integrazione di discipline artistiche e letteratura. Le quattordici attività del festival hanno incluso tradizionali mediazioni storiche come un tour guidato della Parigi rivoluzionaria e una tavola rotonda di specialisti ma anche un escape game, laboratori di lettura di fonti storiche, un finto dibattito Twitter tra personaggi storici, un workshop di storia controfattuale, la rievocazione storica di un processo. Questa relazione discuterà del modo in cui la Boîte à Histoire cerca di creare forme di mediazione rappresentativa che possono fornire discorsi critici, dando una dimensione ludica alle pratiche di insegnamento della public history. Malgrado il successo generale del festival, la questione dell’impegno e della ricezione pubblica merita di essere posta; inoltre questa presentazione propone di riflettere criticamente sull’organizzazione di questo festival e sul coinvolgimento di storici accademici. I limiti incontrati da certe modalità attuate saranno affrontati con lo sguardo alla seconda edizione che si terrà nel 2019.
Comunicare con il podcast, una nuova frontiera digitale nella diffusione della voce della Storia JESSICA M. MASUCCI (GIORNALISTA PROFESSIONISTA E PODCAST PRODUCER INDIPENDENTE) Negli ultimi tre anni (fonte: ricerca Nielsen, 2018) in Italia è cresciuta l’attenzione del pubblico verso i contenuti audio e in particolare nei confronti dei podcast. Il podcast è un mezzo di comunicazione intimo e a portata di mano, capace di entrare nella vita dell’ascoltatore in ogni momento della giornata attraverso lo smartphone. Comunicare con i podcast può aprire nuove strade per la diffusione della voce della Storia e per creare nuove connessioni con il pubblico. Un podcast non è una sorta di magazzino dove trovare programmi radiofonici, lezioni universitarie e altro materiale audio. È un mezzo per trasmissioni audio digitali, che per loro caratteristica si adattano molto bene alla narrazione seriale. Tipicamente, l’ascoltatore di questi programmi è pronto ad appassionarsi alle storie che sceglie di ascoltare e cerca contenuti di qualità. Ciò crea, inoltre, occasioni di incontro al di fuori della vita digitale: all’estero numerosi podcast – penso ad alcune produzioni di musei - si concretizzano anche in eventi dal vivo. A tal proposito, nell’intervento che propongo alla conferenza dell’Associazione Italiana di Public History, ritengo utile presentare alcune delle migliori pratiche realizzate con questo strumento da piccole e grandi realtà culturali straniere, oltre ai primi esempi italiani. Le potenzialità del podcast sono innumerevoli e possono andare ben oltre la sostituzione della tradizionale audioguida. Si può impiegare ai fini della divulgazione storica; per valorizzare un percorso culturale all’aperto; per promuovere biblioteche e musei; per la diffusione della storia orale. Infine, si può approfittare dei podcast anche per raccontare il lavoro quotidiano di quanti hanno scelto di prendersi cura e di trasmettere la nostra memoria collettiva.
Il progetto Archiporto (2018-2021). La promozione del patrimonio culturale: dai quotidiani con cronache del ‘500 al gioco per adolescenti ANDREA SAVIO (UNIVERSITÀ DI PADOVA) Il progetto triennale (2018-2021) Archiporto ha lo scopo di includere i documenti della famiglia Porto - conservati nel castello di Thiene, vincolati dal 1972 e dichiarati d’interesse regionale nel 2006 - nella rete degli archivi vicentini. Il progetto punta a stimolare una riflessione collettiva sull’importanza degli archivi e ha l’ambizione di raggiungere pubblici anche nuovi rispetto a circuiti già consolidati. Il gruppo di lavoro, vincitore di un bando di Cariverona dedicato alla valorizzazione degli archivi, è composto da Villa Fabris - progetto culturale Europeo per i mestieri del patrimonio (restauro); Castello Porto-Colleoni Thiene (conservazione e valorizzazione turistica); Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza (archiviazione); Università degli Studi di Padova (consulenza storica); Università IUAV di Venezia-MeLa Media lab e l’hub culturale Trentino Fies Core (comunicazione e disseminazione). L’archivio privato della famiglia Porto include documenti che vanno dall’XI all’XVII secolo. Il mio ruolo di storico è quello di affiancare un’archivista nel suo lavoro di inventariazione e, a partire dalla documentazione, individuare i filoni di ricerca della recente storiografia. Da questo incontro si è sviluppato un convegno scientifico sugli archivi di famiglia (www.dissgea.unipd.it). La mia breve relazione si concentra sulle strategie di comunicazione del patrimonio culturale. Nei prossimi mesi ci occuperemo dell’implementazione della comunicazione, grazie a un social networking (archiporto.tumblr.com) e a una pubblicazione periodica che distribuiremo nelle biblioteche, simile a un giornale attuale, ma con articoli di cronaca tratti dai documenti d’archivio. Queste informazioni saranno utili anche alle guide che accompagnano i turisti al Castello (www.castellodithiene.com) e all’obiettivo finale del progetto, ovvero la creazione di un gioco di memoria da tavolo, al contempo interattivo.
Il progetto “La guerra partigiana” a Pistoia. La didattica della Resistenza nelle scuole FRANCESCO CUTOLO (SCUOLA NORMALE SUPERIORE DI PISA) La relazione presenta e discute il progetto scolastico “La guerra partigiana”, nato dalla collaborazione di più enti della provincia di Pistoia, in primis la Sindacato Pensionati CGIL Lega Est, l’Istituto storico della Resistenza e la Fondazione Valore Lavoro di Pistoia, per promuovere la conoscenza delle vicende della Seconda guerra mondiale nelle scuole primarie e secondarie di primo grado del pistoiese. Coordinato da Gabriella Valdesi, segretaria della CGIL-Spi Pistoia, il progetto è stato avviato nel 2014 ed è arrivato a coinvolgere numerose classi, per un totale di circa trecento alunni. La continua crescita, dovuta alle nuove scuole che ogni anno richiedono di partecipare all’iniziativa, testimonia l’efficacia e il successo del progetto, che cerca di riportare l’attenzione sulla prima metà del Novecento italiano e, in particolare, sulla Resistenza, argomenti che hanno via via perso la loro centralità a causa delle recenti riforme scolastiche. Inoltre, il progetto punta a recuperare il valore della “Memoria”, trasmettendo agli studenti elementi di conoscenza e di riflessione indispensabili al mantenere forti quei valori di libertà, giustizia, solidarietà derivati dalla lotta resistenziale e sui quali si basa l’Italia repubblicana. Le classi sono coinvolte attraverso una serie di incontri in classe, implementate dall’uso di strumenti multimediali e supporti d’approfondimento quali libri per ragazzi sulla Resistenza. In seguito, le attività vengono completate da visite guidate nei luoghi della memoria, come i resti della Linea gotica nel pistoiese, e laboratori. L’intero progetto è curato da ricercatori storici locali, in buona parte laureati o laureandi in discipline storiche, che ricorrono a una didattica della storia contemporanea attenta all’aspetto scientifico (sottolineando, ad esempio, che la Resistenza fu una “guerra civile”) quanto a stimolare l’interesse e la curiosità per il passato, attraverso una metodologia d’insegnamento accessibile a un pubblico non specialistico.
Verso una concezione multiculturale e transazionale della guerra: la FEB in Italia MANUEL PEREIRA (MONUMENTO VOTIVO AI CADUTI BRASILIANI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE) La vicenda del Brasile come partecipante della seconda guerra mondiale al lato delle forze alleate è sicuramente una novità per molti, visto che anche alcuni “addetti ai lavori” non ne conoscono gran che. Ma al contrario di quello che si può pensare la partecipazione della FEB (acronimo di Força Expedicionária Brasileira) al conflitto presenta dei risvolti militari, umani e sociali notevoli e sicuramente interessanti sia per l’Italia che per il Brasile. Il punto focale della storia si trova sicuramente a Pistoia, nel Monumento Votivo Militare Brasiliano, luogo sacro e sconosciuto anche alla gran parte del popolo sudamericano, che si trova nelle vicinanze di Pistoia, sorto sullo stesso terreno occupato, dalla guerra gli anni 60, dal Cimitero Militare Brasiliano. Esiste poi tutta una rete di Monumenti lungo le dorsali dell’Appenino ToscoEmiliano, ma che si estende fino ad Alessandria, a ricordo dello sforzo bellico brasiliano e delle difficoltà incontrate e superate dai soldati che si trovarono catapultati dalle piantagioni di caffè e di canna da zucchero nello scenario del terribile conflitto che sconvolse l’umanità. Una storia che vale la pena di conoscere e che per molti anni è rimasta ingiustamente nell’ombra, come quelle di tanti eserciti “minori”, creata dal misticismo statunitense e inglese che hanno sempre tralasciato di onorare l’apporto di molti popoli alla vittoria della democrazia e della libertà su idee che avrebbero reso il mondo un posto sicuramente molto diverso da quello che conosciamo oggi. Sia il Monumento di Pistoia che l’intero percorso della FEB sono meta di visite ad ogni livello sociale, dai politici e alte sfere delle Forze Armate brasiliane ai semplici cittadini ed ai discendenti dei soldati, con un pellegrinaggio in costante aumento, anche se con numeri ancora esigui, che rende onore e riscatta la memoria dei giovani che sono venuti a condividere le angherie della guerra insieme alle popolazione delle montagne dell’Appennino.
AIPH 11 Expo Risorgimento. 150º Mostre e Musei PANEL COORDINATO DA GIULIO BREVETTI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CAMPANIA “L. VANVITELLI”) ABSTRACT Come è cambiato nel corso del tempo il modo di raccontare al grande pubblico il Risorgimento? A giocare un ruolo determinante sono sempre state le esposizioni, organizzate in tutto lo Stivale per ricordare un singolo patriota, un dato avvenimento o più in generale quel periodo storico culminato con l’Unificazione del Paese. Le celebrazioni del 2011 hanno costituito l’ultima tappa di un lungo percorso, avviatosi nel 1884, quando all’interno dell’Esposizione Generale Italiana venne dedicato un intero spazio alla commemorazione di quell’acceso e recente passato risorgimentale, ancora ben vivo negli occhi e nel cuore di chi aveva preso parte in prima persona agli eventi di quel periodo. Il giubileo del 150º dell’Unità d’Italia ha così offerto l’occasione per ritornare a occuparsi della memoria risorgimentale, dimostratasi ancora una volta materia viva e scottante. Oltre a una miriade di mostre comparse in ogni regione, molti musei sono stati riaperti al pubblico e molti altri sono stati rimessi a nuovo, esibendo moderni allestimenti e sistemi innovativi di fruizione. Il panel in oggetto si propone dunque di riflettere sull’utilizzo della pratica espositiva quale strumento per divulgare la Storia. A confrontarsi su questo tema, sono chiamati tre specialisti di tre distinti settori che offriranno la loro personale visione su quell’appuntamento giubilare, parlando delle proprie esperienze. Nadia Barrella, docente di museologia che ha studiato e analizzato in particolare gli spazi dedicati alla memoria risorgimentale in Campania, proporrà una riflessione sul ruolo del museo come ente dedicato alla didattica e alla fruizione della Storia. Anna Villari, storica dell’arte che ha curato i principali eventi culturali del calendario celebrativo del 150º, ricorderà il grande lavoro svolto in quell’occasione, soffermandosi in particolare su alcune delle più rilevanti mostre allestite lungo lo Stivale e sui musei nati proprio in quel frangente. Ad affiancarla, vi sarà Luca Milan, architetto titolare della Next Urban Solutions, tra i principali studi di progettazione e realizzazione di esposizioni museali multimediali, che illustrerà alcune delle più significative soluzioni interattive concepite per i visitatori degli ultimi anni.
Il ruolo dei musei NADIA BARRELLA (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CAMPANIA “L. VANVITELLI”) L’intervento intende proporre una riflessione sul ruolo riservato ai musei nel testimoniare e narrare la Storia risorgimentale durante le ultime celebrazioni giubilari. Ci si soffermerà in particolare su alcuni esempi, offrendo originali chiavi di lettura senza mai perdere di vista il confronto con le esperienze precedenti. L’esperienza del 150º ANNA VILLARI (UNIVERSITÀ UNINETTUNO, ROMA) LUCA MILAN (STUDIO NEXT URBAN SOLUTIONS, ROMA) Nel 2011, l’Italia si è scoperta innamorata del proprio Paese, del proprio passato, e di una stagione della propria storia – il Risorgimento – tradizionalmente e scolasticamente vista come lontana, retorica, perfino noiosa. Vengono organizzate nel giro di poco più di un anno una serie di iniziative culturali e o popolari, in parte gestite dalle amministrazioni locali, o da associazioni o da privati, in parte ideate, coordinate e finanziate dalla Presidenza del Consiglio - Unità tecnica di missione per il 150esimo dell’Unità d’Italia, in accordo con la Presidenza della Repubblica. Studi, ricerche, pubblicazioni, o concerti, spettacoli, film, mostre, nuovi musei, sono stati così il veicolo e l’espressione di quella sorprendente “riscoperta della patria”. Una museologa e un architetto raccontano la loro esperienza di professionisti al servizio del vasto programma culturale della Presidenza del Consiglio, e di una serie di progetti museali e espositivi caratterizzati da innovazione tecnologica, coerenza scientifica, grande efficacia e rapidità di esecuzione, oltre che da una certa dose di ambizione e originalità. Una ricorrenza carica di significati come quella delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia si é rivelata infatti una grande occasione per sperimentare come l’evoluzione tecnologica possa influenzare e migliorare la fruizione dei beni culturali. Multimedialità, interattività, virtualità, insieme un solido sostrato scientifico e a una particolare sensibilità per i temi dell’“immersione” e della partecipazione emotiva, sono le principali componenti d’innovazione, che stanno favorendo un cambiamento radicale dei musei e della loro fruizione. Il museo, da sempre configurato come luogo e strumento per la conservazione
dei contenuti culturali e garanzia della loro sopravvivenza e della loro trasmissione alle generazioni future, si sta trasformando oggi in luogo nuovo, aperto, in uno strumento integrativo dell’educazione scolastica e civile, oltre che in luogo di svago. Oggi un museo che vuole considerarsi all’avanguardia deve essere virtuale, interattivo, polisemico, multidisciplinare, multisensoriale, multi temporale, dinamico e meta alfabetizzato. Stiamo assistendo al passaggio – da osservare, studiare, sorvegliare - da museo di collezione a museo di narrazione.
AIPH 12 Identità in viaggio* PANEL COORDINATO DA MAURIZIO RIDOLFI (UNIVERSITÀ DELLA TUSCIA) * PANEL COSTITUITO DALLE PROPOSTE INDIVIDUALI SELEZIONATE PER AIPH 2019 ABSTRACT Dal Gargano alla Galilea: viaggio d’andata e ritorno DIEGO DAVIDE (UNIVERSITÀ SUOR ORSOLA BENINCASA, NAPOLI) Nella primavera del 2006 la studentessa israeliana Eti Tritto, originaria di Sefar in Galilea, decide di videodocumentare il viaggio di scoperta alle radici del suo ebraismo. La destinazione di Eli non è la Palestina o qualche shtetl dell’Europa Orientale ma San Nicandro nella Puglia garganica. Qui, nei primi anni Trenta, il bracciante Donato Manduzio, convintosi dell’estinzione del popolo ebraico e della necessità di far rinascere l’ebraismo nel mondo, si autoproclamò profeta e raccolse attorno a sé circa settanta persone che nel 1946, a seguito di un lungo e travagliato percorso, emigrarono in Palestina. Solo quattro donne, tra cui la moglie di Manduzio, restarono a San Nicandro per tenere in vita l’ebraismo di matrice manduziana. Questa storia, a prima vista paradossale ma ben nota nel mondo degli studi, è stata indagata a partire dal diario che Manduzio ha vergato di suo pugno per circa 12 anni. Nessuno degli studiosi, per quanto autorevoli, ha avuto però accesso al manoscritto originale. A mano a mano che l’interesse sulla vicenda è cresciuto, infatti, la comunità è diventata più restia a consentirne la consultazione e tale inaccessibilità ha contribuito a rafforzare l’aura carismatica del documento. Lo scopo del paper sarà quello di far emergere l’importanza della costruzione identitaria della comunità dei seguaci di Manduzio mettendo in relazione il progressivo occultamento delle tracce con la disseminazione della narrazione sulla figura del fondatore. Ci soffermeremo altresì sull’importanza, per la comunità, di ottenere un riconoscimento sociale e sull’impegno profuso dalla stessa per affermare la propria presenza e permanenza nell’area garganica, a pochi chilometri di distanza da due importanti centri della cristianità, San Giovanni Rotondo e il Santuario di S. Michele Arcangelo.
Pari attenzione sarà posta nel ripercorrere le peculiarità della storia degli ebrei di Sannicandro. “Una storia di Luce”, per usare le parole di Manduzio, che inverte il trend della narrazione a cui siamo abituati quando si parla di ebrei tra le due guerre mondiali. Non più solo la pagina buia dell’Olocausto, ma anche quella di chi ha fatto la scelta più difficile negli anni che hanno segnato la storia dell’ebraismo moderno. Su Mercùriu de Pasada. La riscoperta di Giovanni Giuseppe Coco: pratiche di public history FRANCESCO FRAU (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO) L’intervento avrà come oggetto di discussione l’attività svolta dalla comunità di Posada (NU) durante le celebrazioni del tricentenario dalla morte del gesuita Giovanni Giuseppe Coco (16431717), missionario nella provincia del Paraguay durante la seconda metà del XVII secolo. Attraverso la ricerca promossa dal curato Stefano F. Paba è stato possibile far riemergere la storia del gesuita originario di Posada, restituendo alla collettività locale la memoria di un suo illustre avo. La comunità, attraverso pratiche di public history, ha partecipato attivamente richiamando tutte le generazioni e le professioni, tra artisti locali, poeti, studenti delle scuole dell’obbligo e studiosi, valorizzando una figura che, dal punto di vista storico, è un perfetto esempio della partecipazione alle politiche coloniali della corona asburgica di quei territori considerati marginali nell’ambito del sistema imperiale spagnolo, come il Regno di Sardegna. Il caso di Coco è, da questo punto di vista emblematico, in quanto riuscì a ricoprire importanti ruoli di responsabilità e comando nelle reducciones. Il risultato di queste interazioni ha dato vita al libro Mercùriu, amada istèlla Padre Giovanni Giuseppe Coco S.I., a cura del già citato Paba. Il volume si presenta, inconsapevolmente, come un modello di public history, in quanto, partendo dalla ricostruzione degli eventi attraverso la ricerca archivistica e bibliografica, include contributi letterali, come la poesia e il romanzo storico, e artistici. Infine, verrà presentato un contributo audio-visivo nel quale la Confraternita della Madonna del Rosario intona i Gosos (preghiere in rima che raccontano la vita e le virtù dei santi) cantati a Cuncordu (canto religioso tradizionale di natura popolare) e dedicati a Giovanni Giuseppe Coco, al fine di mettere in luce il legame ritrovato tra il gesuita e la sua comunità, riaffermando in questa maniera l’importanza del patrimonio culturale immateriale custodito dalla Collettività, e il ruolo della public history per la sua salvaguardia.
Una storia transnazionale. Una comunità nella “Grande Emigrazione”. Meldola-Litchfield, Romagna-Connecticut, Italia-Stati Uniti MAURIZIO RIDOLFI (UNIVERSITÀ DELLA TUSCIA) Si presenta una originale ricerca, nella quale ci si avvale di un confronto tra il database “Ellis Island passenger search” e la documentazione conservata presso l’Archivio storico del Comune di Meldola. Una “reciprocità di sguardi” tra Romagna e Connecticut permette di ricostruire e narrare una esemplare storia transnazionale di comunità tra le due sponde dell’oceano Atlantico, tra Italia e Stati Uniti. Interagiscono fonti di natura archivistica e statistica, a stampa e fotografica, corrispondenze private e monumenti pubblici, molteplici fonti digitali. Si ricostruisce l’anagrafe di una comunità emigrante di circa 800 persone (tra 1896 e 1926), mettendo a fuoco storie sociali e culturali di nuclei e gruppi familiari attraverso successive generazioni nel corso del Novecento. E’ un progetto di Public History che si sviluppa tra Meldola e Litchfield, ricomponendo connessioni, reti e catene migratorie di cui si erano perse le tracce. I dati quantitativi sono eloquenti. Su 1592 famiglie allora esistenti a Meldola nel primo Novecento, tra centro cittadino e territorio prevalentemente rurale, con una somma di 6.815 abitanti (secondo il censimento del 1901), per oltre il 70% dei circa 800 emigrati meldolesi che partirono verso gli Stati Uniti nell’arco del trentennio tra 1896 e 1926, la destinazione fu quella della cittadina del Connecticut; una New Meldola oltre oceano, dove dei circa 3.000 residenti allora a Litchfield, oltre 500 erano Meldolesi. Attraverso la collaborazione tra le università italiane e statunitensi, nonché di istituzioni storico-culturali territoriali – la Litchfield Historical Society da una parte, l’Istituto storico dell’età contemporanea di Forlì dall’altra – si sviluppa altresì un progetto di Archivio digitale transnazionale dell’emigrazione italo-americana. Nel corto circuito di storie e memorie ridestate, coniugando la dimensione locale e regionale con quella transnazionale (italiana e americana), lo spazio della comunità si estende e si allarga, travalicando confini geografici e linguistici.
Esplorando sentieri migratori d’acciaio: un’esperienza interattiva DOMINIQUE SANTANA (UNIVERSITÉ DU LUXEMBOURG) Questo progetto di Public History digitale esplora la storia largamente trascurata della migrazione transatlantica dall’Europa al Brasile sulla spinta della creazione della Companhia Siderúrgica Belgo Mineira (CSBM), una sussidiaria brasiliana dell’azienda siderurgica lussemburghese Arbed (Aciéries Réunies de Burbach-Eich-Dudelange) – oggi ArcelorMittal. Il presente dottorato di ricerca va oltre il tradizionale percorso accademico e traduce la mia ricerca storica in un documentario web interattivo basato su materiali d’archivio. Le peregrinazioni verso occidente motivate dall’acciaio risalgono agli inizi del ventesimo secolo, quando centinaia di ingegneri, tecnici, capisquadra e operai provenienti da diversi paesi europei, ma prevalentemente dal Lussemburgo, si trasferirono con le loro famiglie nel Brasile sud-orientale. Le pionieristiche attività estere della multinazionale causarono un enorme movimento di conoscenze e competenze tecnologiche ma anche di transfer sociali e culturali. La mia ricerca analizza le implicazioni politiche e sociali che tale gigante dell’industria siderurgica ebbe nella vita quotidiana non solo dei membri del consiglio direttivo, ma anche del comune operaio e della più vasta comunità brasiliana. Seguendo un’evoluzione dello storytelling da lineare a interattivo, questo formato offre un nuovo approccio storiografico in cui i documenti d’archivio sono fatti rivivere e presentati in relazione reciproca. All’interno del paesaggio digitale interattivo, l’utente assume il ruolo di esploratore ed è invitato ad interagire con una varietà di frammenti storici interconnessi, quali interviste videoregistrate di storia orale, archivi cinematografici, cartoline, lettere e fotografie. I materiali d’archivio selezionati divengono oggetti vivi in un network di relazioni, documentando i trascorsi della comunità di migranti generata da e attorno all’azienda siderurgica. Attraverso questo progetto di ricerca non convenzionale, intendo costruire un ponte fra la tradizionale storiografia accademica e il mondo dell’innovativo storytelling interattivo e digitale. Un teaser del prototipo del documentario interattivo sarà mostrato nel corso della presentazione. La pubblicazione del documentario web multimediale è prevista per la fine del 2021, esattamente 100 anni dopo l’inaugurazione dell’azienda.
AIPH14 Percorsi tra le fonti della storia: il ruolo delle biblioteche tra oralita’ e risorse digitali, tra aggregazione e restituzione al pubblico PANEL COORDINATO DA CHIARA DE VECCHIS (ASSOCIAZIONE ITALIANA BIBLIOTECHE – AIB) ABSTRACT La “nuova biblioteconomia” di stampo anglosassone nell’ultimo decennio ha largamente diffuso un concetto di biblioteca come “conversazione” tra saperi - volta alla circolazione delle idee - e luogo di mediazione tra collezioni documentarie e comunità di riferimento, quest’ultima venendo a rappresentare il principale patrimonio della biblioteca stessa e il più importante polo di attenzione per il bibliotecario nel suo lavoro di mediatore. In relazione all’attività e alla mission delle biblioteche è dunque invalso un concetto di “facilitazione” della conoscenza, che però non implica divulgazione o banalizzazione, impone anzi di individuare modalità anche innovative per trasmettere competenze sull’interpretazione e il corretto utilizzo delle fonti, in accezione estesa: sia le fonti che le biblioteche istituzionalmente raccolgono, trattano, custodiscono e trasmettono, sia le fonti esterne alla biblioteca stessa, alle quali proprio la biblioteca è chiamata a orientare il pubblico. Il panel propone di esemplificare, attraverso tre diversi progetti (attuati a Bolzano, a Venezia e a Potenza), esperienze di raccolta e lavoro sulle fonti, ideate e condotte da biblioteche. Punto di forza per l’approccio della public history, oltre alla varietà tipologica delle biblioteche coinvolte e delle fonti considerate, è il dialogo che i progetti stabiliscono tra biblioteche e università, biblioteche e città, biblioteche e scuola, promuovendo rielaborazione e riuso delle informazioni e soprattutto diffondendo metodi per la ricerca storica, presso un pubblico di non specialisti ma anche, potenzialmente, rivolgendosi agli specialisti di domani.
quanto di grande vi fosse in ogni altro luogo», questo era stato agli occhi dell’imperatore Claudio lo “stile della storia romana” (Andrea Giardina, L’Italia romana. Storie di una identità incompiuta, 1997). Le divinità non facevano eccezione. Gli dèi stranieri venivano cooptati all’interno del pantheon romano allo stesso modo con cui si cooptavano individui provenienti da una altra civitas o parole appartenenti ad un’altra lingua. In effetti, l’idea che emerge dall’esame delle fonti è quella di un libero mercato delle divinità, una sorta di agora del politeismo, in cui i popoli italici si ritrovavano, scambiavano i propri dèi e/o discutevano della loro identità, cercando, e spesso trovando, analogie, corrispondenze, intese che spesso trascendevano il discorso meramente religioso. L’interpratatio, ossia la possibilità di tradurre e intrepretare le divinità dell’altro, era un meccanismo fondamentale del linguaggio politeista, ma anche una procedure assolutamente funzionale al carattere inclusivo della conquista romana. Poiché la città è pensata come il luogo in cui uomini e dèi coabitano, l’allargamento dei fines populi romani, ossia il processo di romanizzazione, implicava necessariamente non solo la moltiplicazione dei cittadini romani, ma evidentemente anche degli dèi romani. Una città che aspirava a divenire caput mundi e andava elaborando una teologizzazione della propria storia, non poteva prescindere dall’avere al fianco dei suoi cittadini un popolo di dèi. Tolleranza e inclusione nell’evocatio romana GIORGIO FERRI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI TOR VERGATA) Mediante il rito dell’evocatio, l’“evocazione degli dèi”, i Ro mani letteralmente chiamavano fuori la divinità protettrice della città nemica assediata e sul punto di cadere, pregandola di abbandonare la sua dimora ancestrale e i suoi protetti e di accettare di trasferirsi a Roma, dove le sarebbero stati consacrati un culto e un tempio. La distin zione tra protettori (gli dèi) e protetti (gli uomini), riflette il ti pico atteggiamento religioso romano, il quale, per citare Pierangelo Catalano (Linee del sistema sovrannazionale romano, pp. 26-27): «da una parte qualifica particolarmente questa religione, il cui carattere “tollerante” viene troppo facilmente collegato alla sua natura “nazionale”; e dall’altra costituisce l’espressione culminante di quella che può ben dirsi “l’ispirazione religiosa dell’imperialismo romano”, inteso però nella sua essenza di perenne superamento delle frontiere etniche».
Lo scopo principale alla base della celebrazione del rito era di ottenere il so stegno della divinità poliade alla causa di Roma e, insieme con esso, il permesso di conquistare la città protetta, evitando il pericolo di commettere un sacrilegio e di conseguenza di turbare la pax deorum. La divinità rimaneva in caso libera di accettare o meno: il sistema religioso romano si qualifica pertanto come estremamente aperto, tollerante ed inclusivo nei riguardi delle divinità (ancora) non appartenenti al pantheon romano. Gli dèi che accettavano di trasferirsi a Roma davano un segno tangibile con i loro templi del sostegno divino a Roma. L’impero della tolleranza? Voltaire e Gibbon su Roma antica ALESSANDRO PAGLIARA (UNIVERSITÀ DI PARMA) Tolerantia in latino è, prima di tutto la «capacità di sopportare sofferenza o avversità», e quindi significa anche «pazienza», «fortezza» (OLD [1968], s.v.). Hypomonē è una delle possibile parole corrispondenti in greco antico: essa significa «il restare indietro», ma il termine indica anche la capacità di «resistenza» o persino, in senso deteriore, la «ostinazione» (LSJ [1940], s.v.). In greco, il sostantivo anochē è un’altra possibile traduzione del latino tolerantia (Lexikon Graecolatinum novum et recens [1607], s.v.). In ogni caso, la moderna nozione di tolleranza è molto più astratta che quella romana di tolerantia: in certa misura, è possibile affermare che il concetto antico di humanitas corrisponde a molti dei significati compresi nella sfera semantica del moderno tolleranza. È ben nota la posizione di Voltaire sulla tolleranza a Roma: «I Romani non professavano tutti i culti, né a tutti davano pubblica sanzione, ma li permisero tutti» (Traité sur la tolérance, cap. VIII). Più articolata, ma sostanzialmente in linea con quella di Voltaire, è la posizione di Edward Gibbon: «La politica degli Imperatori e del Senato, riguardo alla religione, era felicemente assecondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi, e dai costumi della parte superstiziosa [...]. E così la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma anche concordia religiosa [...] (History of the Decline and Fall of the Roman Empire, cap. II). La tesi di Voltaire e Gibbon, in qualche modo, è ancor viva, specialmente al di fuori del confini degli studi specialistici sulla storia di Roma. Ecco, ad esempio, l’autorevole posizione di Michael Walzer: «Gli assetti sociali più antichi sono quelli dei grandi imperi multinazionali: la Persia, l’Egitto dei Tolomei e Roma [...]. Gli imperi multinazionali
dell’antichità [...] tollerano modi di vita diversi e possono considerarsi regimi in cui vige la tolleranza, indipendentemente dal fatto che i membri delle varie comunità si tollerino fra loro o no» (Sulla tolleranza [1997], cap. I). In che misura la tesi di Voltaire e Gibbon sulla tolleranza nell’epoca imperiale romana è ancora accettabile, anche nel campo della ‘public history’? La risposta a tale quesito è obiettivo del presente intervento.
AIPH 16 Expo Risorgimento. Murat PANEL COORDINATO DA NICOLETTA MARINI D’ARMENIA (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CAMPANIA “L. VANVITELLI) ABSTRACT Le cadenze bicentenarie hanno riacceso l’attenzione sul breve ma intenso regno di Gioacchino Murat, fucilato il 13 ottobre del 1815 nel castello di Pizzo in Calabria dopo un disperato tentativo di riconquistare il trono di Napoli. In particolare, l’anniversario della morte dell’avventuroso sovrano ha rappresentato l’occasione per una ridiscussione critica di quella esperienza, sia sotto il profilo storiografico, sollecitando -a livello nazionale e internazionaleconvegni e nuovi studi che hanno portato alla pubblicazione di una grande varietà di testi di indiscutibile rilievo scientifico; sia sotto il profilo storico-artistico in senso lato, promuovendo l’allestimento di mostre e concerti, e la valorizzazione e il restauro di opere antiche; sia, e soprattutto, sotto il profilo “multimediale”, favorendo la produzione di materiali diversi e, tuttavia, essenziali per una storia che voglia puntare anche al coinvolgimento di un pubblico di non specialisti. L’obiettivo che questo panel si propone è -sulla base di una specifica esperienza di Public history realizzata proprio dai suoi componenti nell’ambito delle iniziative svoltesi per le celebrazioni del Decennio francese, di cui il bicentenario della morte di Murat rappresenta un pezzodi ripercorrere quegli anni, attraverso lo sguardo e la competenza di svariate professionalità che possano restituire appieno la ricchezza, la complessità -ma anche le ambiguitàdi quel momento storico raggiungendo, attraverso un linguaggio e una pratica di storia pubblica ormai consolidata, una platea eterogenea e molteplice nelle sue componenti. Una storica dell’arte, Ornella Scognamiglio, proverà, dunque, a raccontarci cosa si nasconde dietro “l’arte che doveva essere mostrata” e come si costruisce l’immagine di una nuova dinastia; mentre l’autore e regista Lamberto Lambertini ci condurrà lungo i sentieri della memoria e del linguaggio cinematografico ripercorrendo a ritroso “Fuoco su di me”, la pellicola dedicata a Murat e alla sua età, per rintracciarne ispirazioni e fonti. I nuovi strumenti offerti dalla tecnologia e il loro uso ai fini della storia saranno invece illustrati da Bruno Frangipane, responsabile del Sistema Informativo del Centro Regionale
Campano per la Catalogazione e la Documentazione dei Beni Culturali e Paesaggistici, che con la sua App ci farà addentrare tra le strade e i vicoli della Napoli murattiana, mentre i suoi video ci riporteranno sui campi di battaglia al seguito del grande condottiero, cognato di Napoleone. Massimo Visone, storico dell’architettura, farà, infine, “parlare i giardini e le pietre”, accompagnandoci fin dentro gli angoli più nascosti di antiche dimore, palazzi celebri e meno noti, tra segrete oasi verdeggianti, progetti e realizzazioni che hanno investito il paesaggio della città durante quella breve e straordinaria stagione. La comunicazione attraverso l’arte. Murat e la costruzione di un’immagine ORNELLA SCOGNAMIGLIO (UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA) Parlare di Murat nell’ambito di un progetto teso alla valorizzazione del Decennio francese non può prescindere dalla circostanza che Murat fu egli stesso un consapevole attore di una comunicazione pubblica basata sull’uso della storia. Murat e la costruzione di un’immagine: un tema solo all’apparenza banale. I quadri che ci sono pervenuti, infatti, sembrano restituire tutta l’ambiguità di un periodo di transizione, in bilico tra la ricerca di un nuovo linguaggio figurativo e la volontà di utilizzare i vecchi apparati encomiastici dell’Ancien Régime. L’affermazione di una nuova dinastia, infatti, richiedeva allestimenti rappresentativi immediatamente percepibili dai sudditi, e la strada più semplice sembrava essere quella di replicare, con pochi cambiamenti, schemi iconografici consolidati dalla tradizione, così da comunicare il potere raggiunto senza timore di sfigurare tra le grandi case regnanti europee. Ma se Napoleone poté contare su un gruppo di artisti capaci di giungere a geniali soluzioni compositive – si pensi, solo per citare qualche nome, a Jacques-Louis David, Antoine Gros, François Gérard – Murat dovette invece confrontarsi con una realtà molto meno vitale e con pittori che spesso non risposero alle sue attese e ai suoi desideri. I dipinti lasciati a Napoli, quindi, appaiono come tracce ingannevoli del suo programma propagandistico, sovente svianti e comunque poco indicativi di un progetto più ampio, non realizzato e interrotto bruscamente nel 1815. L’intervento, quindi, intende analizzare alcune delle sue committenze pubbliche, così da evidenziare alcuni equivoci reiterati e offrire una diversa prospettiva critica.
“Fuoco su di me”: storia, biografia, autobiografia LAMBERTO LAMBERTINI (REGISTA) Non è così facile ripercorrere a ritroso, e ad anni di distanza, la genesi e la realizzazione di “Fuoco su di me”, il film nel quale, per ragioni diverse, ho deciso di raccontare gli ultimi mesi e giorni di Gioacchino Murat. Devo, per farlo, rintracciare dopo tanto tempo ispirazioni e fonti, vere e immaginarie, essendo queste sorgenti non solo legate ad una ricerca storica e letteraria, ma anche ad una discesa giù in fondo, nella mia anima, nella mia natura più segreta, nelle mie fantasie d’autore. D’altronde è anche di queste minime, singole, singolari storie, di ognuno di noi, insieme con quella delle nostre famiglie, unioni, separazioni, memorie e dimenticanze, che si compone alla fine quella che il mondo chiama: la Storia. I miei nonni erano di famiglie nobilissime, metà italiane e metà francesi, e parlavano in tutte e due le lingue, senza abbandonare il dialetto e le tradizioni napoletane. Murat, l’illustre antenato, spesso snobbato dai parenti più vecchi, era spesso al centro di racconti e dispute che io ascoltavo a bocca aperta. Questo film, ha voluto mostrarlo, con sguardo amoroso eppure distante, al di fuori dell’ideologia e dell’esattezza storica, come artefice, e vittima, di un sogno politico, di un’illusione perduta. I sogni è meglio che non vengano esauditi, affinché ne nasca uno più grande. Murat, già nel titolo, comanda la sua fucilazione, motivo per cui è ancora amato e ricordato dal nostro popolo. Ma “Fuoco su di Me”, allude anche al “fuoco” dell’obiettivo della cinepresa, e al fuoco delle armi che si punta contro l’autore. Ogni film porta dagli entusiasmi, come tutte le opere, ma poi, per fortuna, arriva Omar Sharif (ma anche questa è un’altra storia).
MurApp e dintorni: patrimonio culturale e comunicazione digitale BRUNO FRANGIPANI (CONSORZIO GLOSSA) La digitalizzazione del patrimonio culturale è un processo che sta modificando il modo di comunicare e diffondere la conoscenza storica e culturale. Si rende necessario, quindi, progettare nuove forme e modelli di comunicazione e diffusione culturale che, utilizzando appieno le opportunità delle tecnologie digitali, raggiungano un sempre più ampio e diversificato target di utenti e costituiscano lo stimolo metodologico, tecnologico e imprenditoriale per lo sviluppo di una Industria Culturale e Creativa. Con oltre 17.000 luoghi di interesse culturale della Campania digitalizzati, il Consorzio GLOSSA si è posto il tema della mediazione tra contenuti culturali e gli oltre 4 miliardi di persone che oggi possiedono uno smartphone. Con “la Napoli di Murat”, realizzato nell’ambito più vasto delle iniziative volte alla valorizzazione pubblica del Decennio francese, si è attivato un progetto che intende promuovere la conoscenza di uno dei periodi storici le cui tracce, visibili e invisibili, sono parte della cultura e del patrimonio della città. Cinque itinerari e 36 luoghi in cui rivivere, attraverso immagini antiche e moderne, racconti e rievocazioni storiche tutt’ora presenti nell’immaginario cittadino. Talking gardens MASSIMO VISONE (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II”) Partendo dalla serie di occasioni nate per raccontare al grande pubblico le imprese di Gioacchino Murat a Napoli nella ricorrenza del bicentenario della sua morte, il mio intervento intende mettere a confronto la propria esperienza di public history, nello specifico della Storia dell’architettura, con altre aree culturali e storiche. Durante il bicentenario sono stati promossi una serie di eventi e sono stati pubblicati diversi prodotti, i cui contenuti scientifici sono stati indirizzati a narrare la Napoli napoleonide, attraverso modalità sia tradizionali che innovative, intese a intercettare altrettante persone, solitamente affezionate a uno specifico ambito della storia della città. La mia relazione focalizza l’attenzione su un campo peculiare della Storia dell’architettura: il giardino
storico. Il soggetto, puramente strumentale, può consentire di parlare dei grandi temi della Storia, nel nostro caso del decennio francese, attraverso uno specchio di quel tempo: i giardini all’inglese, i parchi pubblici e gli interventi paesaggistici, che proprio in quegli anni si affermano nella capitale. Tali temi hanno trovato la loro applicazione nei prodotti nati nel corso delle celebrazioni murattiane, con l’intento di catturare l’attenzione e parlare di quegli anni cruciali di cambiamento della società a un pubblico maggiore, talvolta anche distratto, di quello che abitualmente frequenta i tradizionali mezzi di divulgazione scientifica.
AIPH 17 Public history e “MAB”: le biblioteche in dialogo con archivi e musei tra comunicazione della storia e prospettive del digitale PANEL COORDINATO DA ANNANTONIA MARTORANO (UNIVERSITÀ DI FIRENZE - COMMISSIONE NAZIONALE AIB BIBLIOTECHE SPECIALI, ARCHIVI E BIBLIOTECHE D’AUTORE) ABSTRACT MAB è l’acronimo con cui dal 2009, e a livello nazionale dal 2012, si riuniscono i professionisti di Musei Archivi e Biblioteche per iniziativa delle principali associazioni nazionali di riferimento (ICOM Italia, ANAI, AIB), per esplorare le aree di convergenza delle rispettive professioni – pur nel rispetto delle specificità dei contesti di riferimento – nell’ottica della valorizzazione del patrimonio culturale e della vivificazione delle memorie del passato. Anche indipendentemente dal coordinamento delle associazioni professionali, le realtà “MAB” sono sempre più diffuse sul territorio nazionale, sia con la costituzione di sistemi territoriali integrati, sia grazie alla crescente consapevolezza – e conseguente valorizzazione – della compresenza di fondi librari e non librari nelle biblioteche, nonché dell’importanza del dialogo tra linguaggi professionali diversi per la restituzione delle memorie registrate a un più vasto pubblico, anche con l’allestimento di percorsi espositivi, fisici o virtuali. In questo gioca un ruolo importante la tecnologia digitale, che se da un lato potenzia le pratiche di conservazione e indicizzazione delle fonti storiche custodite nelle istituzioni della memoria, dall’altro offre a queste ultime l’opportunità di raggiungere un pubblico sempre più ampio e differenziato, per il quale elaborare specifici linguaggi comunicativi che non perdano di vista la scientificità dello studio sulle fonti e anzi ne diffondano la cultura. I contributi del panel illustrano queste potenzialità a partire da tre casi di studio, tre istituzioni che hanno elaborato progetti per la comunicazione della storia facendo dialogare biblioteche e archivi e coinvolgendo competenze e pubblici diversi. Una “biblioteca
d’autore” calabrese che contribuisce alla costruzione della memoria del territorio attraverso l’indagine integrata su un segmento di storia istituzionale e politica del Novecento italiano; una biblioteca civica che con l’archivio storico comunale ha coinvolto gli studenti delle scuole superiori in un progetto basato su individuazione, selezione, digitalizzazione di documenti relativi alla partecipazione alla Grande Guerra da parte della popolazione di Scandicci, comune alle porte di Firenze, realizzando una mostra virtuale ed applicativi per la geolocalizzazione interattiva dei luoghi d’interesse storico; infine, in un percorso ideale dall’Italia al mondo, si presenta l’esperienza di una biblioteca di ente religioso con sede a Roma e che, in collaborazione con archivi musei e centri di documentazione in Francia e Stati Uniti, lavora alla repository digitale multilingue delle fonti della propria storia, parallelamente attivando percorsi di public history ed elaborando modi innovativi di raccontarsi. Il coordinamento MAB tra prospettive nazionali e locali: integrazione e valorizzazione del patrimonio culturale CHIARA DE VECCHIS (PRESIDENTE AIB LAZIO - MEMBRO DEL COORDINAMENTO MAB LAZIO) “Biblioteche, archivi e musei costituiscono un’infrastruttura della conoscenza che raccoglie, organizza e rende disponibili [...] le testimonianze, i prodotti della creatività e dell’ingegno, i documenti; fornendo accesso a una pluralità di saperi e di informazioni, essa agevola l’attività dei ricercatori e degli studiosi, tutela la memoria culturale della nazione, offre a tutti i cittadini occasioni di crescita personale e culturale, favorisce l’acquisizione di competenze che possono essere spese nella vita sociale e lavorativa”. Con queste parole si apre l’Agenda per un futuro sostenibile proposta già nel 2012 durante gli Stati generali dei professionisti del patrimonio culturale a Milano per presentare i professionisti di musei, archivi e biblioteche come soggetto unitario nei confronti delle istituzioni e per far fronte comune alle criticità della gestione del patrimonio culturale. Era uno dei primi atti del Coordinamento MAB nazionale, che negli anni a seguire ha individuato temi trasversali alle “discipline del patrimonio” e piani d’azione per promuoverle, anche tramite l’articolazione in vari Comitati territoriali a livello regionale. Tra gli scopi del MAB, la valorizzazione delle memorie e del patrimonio culturale italiano materiale e immateriale, l’educazione permanente, il supporto alla diffusione di una cultura storica basata su rigore metodologico
AIPH 19 Storie manoscritte, virtuali, tridimensionali: pratiche e forme di narrazioni per la città moderna PANEL COORDINATO DA SILVIA MANTINI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’AQUILA) ABSTRACT Il rapporto tra la Storia e la PH ha inaugurato un intenso dialogo tra i nuovi generi di fonti, per gli attraversamenti disciplinari, per l’uso di codici trasversali diretti alle sensibilità di una collettività sempre più presente nell’impegno di conoscenza del Passato nel Presente. Il case study L’Aquila rappresenta un laboratorio unico di questo, proprio perché le tracce della Storia della città in poche ore sono sparite a causa del sisma nella notte del 6 aprile 2009. Ricostruire Storie non è, tuttavia, una necessità solo figlia di traumi e catastrofi, interruzioni, sparizioni, anche se la “fame di storia” di una comunità così ferita ha innescato processi più veloci di domanda. È una pratica che riguarda le intersezioni di identità con cui gli storici, e non solo, si confrontano nelle loro esperienze di ricerca e di trasmissione del sapere. Applicazioni di realtà aumentata consentono di correlare le visualizzazioni allo stato attuale dei luoghi, sovrapponendo informazioni di tipo didascalico e condivise dagli utenti. Fabio Franchi, attraverso il progetto INCIPICT, coordinato da Fabio Graziosi, presenterà il caso di un dipinto, oggi conservato nel Museo Munda, “riposizionato” virtualmente nella Chiesa medievale di Santa Maria ad Criptas di Fossa. E’ un esempio di 5G applicato ai Beni Culturali e ai patrimoni religiosi, a cui oggi è sensibile anche la CEI. Stefano Boero a proposito diPalazzo Camponeschi (sede dei Gesuiti dal 1596) illustrerà il ponte realizzato tra gli Archivi dei Gesuiti a Roma e la costruzione di percorsi didattici e turistici con le ITC e la scrittura, a più voci, di un libro di realtà aumentata. Alfonso Forgione del Pomaq, Polo Museale d’Ateneo e del Laboratorio di Archeologia Univaq, presenterà un sistema informativo GIS volto a creare un WebGIS per mettere in rete tutti i portali aquilani del centro storico, per intrecciare informazioni tra ricerca e comunità.Reti sommerse e riemerse: storie e pratiche di PH.
Applicazioni 5G per la Valorizzazione dei Beni Culturali: un Caso di Studio per L’Aquila FABIO FRANCHI (CENTRO DI ECCELLENZA DEWS) I beni culturali trovano nelle ICT importanti opportunità per lo studio, la divulgazione, la valorizzazione, con ricadute a coinvolgere tanto lo specifico settore che la comunità nel suo insieme. Sia per le intrinseche possibilità di offrire una infinita quantità di informazioni in ogni luogo ed in ogni momento, sia perché sono intrinsecamente correlate al cosiddetto stato “on-line” che caratterizza la nostra cultura, con fenomeni propri della cultura partecipativa che i social media favoriscono. In tal senso le applicazioni di realtà virtuale e aumentata, da esperire sia da remoto che in presenza, possono favorire la diffusione della conoscenza di beni e luoghi. Le attività presentate sono correlate a quelle in corso nella sperimentazione della tecnologia 5G a L’Aquila, una delle 5 città selezionate dal governo italiano per ospitare la sperimentazione. La sperimentazione fa riferimento ad una serie di casi d’uso tra i quali le applicazioni di realtà aumentata e virtuale risultano particolarmente sfidanti. Queste applicazioni offrono la possibilità di dimostrare le capacità della futura rete 5G di supportare il trasferimento di un’enorme quantità di dati in tempi estremamente ridotti. Un primo caso di studio individuato per la sperimentazione in corso a L’Aquila fa riferimento alla chiesa di Santa Maria ad Cryptas, nel comune di Fossa, che ospitava la Madonna realizzata da Gentile da Rocca, raro e finora unico esempio di tabernacolo duecentesco abruzzese datato 1283, oggi esposto al Museo Nazionale D’Abruzzo. Attraverso l’utilizzo di visori di realtà aumentata, l’obiettivo è quello di proporre la ricostruzione tridimensionale ad altissima risoluzione della chiesa di Santa Maria ad Cryptas a complemento dell’opera originale esposta nel museo. Inoltre, la stessa tecnologia potrà essere in futuro utilizzata per proporre una ricollocazione virtuale dell’opera stressa presso la chiesa lì dov’era originariamente collocata.
Sfogliare e ascoltare un palazzo storico ricostruito: tracce riemerse nelle pratiche di PH STEFANO BOERO (PROGETTO INCIPICT) Questo caso di studio, riguardante L’Aquila, si colloca all’interno del progetto di ricerca INCIPICT (INovating CIty Planning through Information and Communication Technologies). Tra le sue finalità, INCIPICT si propone di favorire attraverso le ICT approcci partecipativi con cui le comunità, portatrici di valori della memoria, possano rielaborare la storia dei luoghi nel contesto post-sisma. Le pratiche di PH si fondano, nel progetto, sul coinvolgimento di attori mediante applicazioni di realtà aumentata, che correlano ciò che viene visualizzato a livello digitale allo stato dei luoghi attraverso la sovrapposizione di informazioni didascaliche con altre condivise dagli utenti. Il progetto-pilota riguarda la valorizzazione del patrimonio culturale in uno degli edifici simbolo della città: il Palazzo Camponeschi, ex collegio gesuitico e sede del rettorato. La fase iniziale è consistita in ricerche a Roma presso l’Archivum Romanum Societatis Iesu e l’Archivio della Provincia Euro-mediterranea, e all’Aquila negli archivi di stato e dell’arcidiocesi. Lo step successivo riguarda un allestimento permanente, dove soluzioni di realtà aumentata sono chiamate a narrare la storia attraverso i secoli, illustrando le trasformazioni con informazioni multimediali. Il progetto consiste, inoltre, nella realizzazione di app su mobile devices quali tablets e smartphones finalizzate a percorsi didattici. L’obiettivo è la creazione di un libro multimediale nel quale, attraverso immagini leggibili con le app, ci si può immergere nel palazzo restaurato. Il coinvolgimento delle associazioni degli ex-allievi del collegio, le testimonianze degli ex-studenti della Facoltà di Lettere, oltre che degli utenti della pagina fb Ricordo che a Palazzo Camponeschi mira a connettere una comunità reale/digitale. La sfida è di avvicinare la memoria e la storia alla vita quotidiana attraverso linguaggi che, tramite le ICT, consentano la comunicazione e il dialogo insieme agli abitanti del territorio.
Collegare portali: un Sistema Informativo urbano interattivo per il censimento dei portali aquilani (secc. XIV - XVIII) ALFONSO FORGIONE (LAB. ARCHEOLOGICO UNIVAQ, CON LA COLLABORAZIONE DI FABIO LORENZETTI E SERAFINO LORENZO FERRERI) La storia di una comunità è spesso impressa in quei manufatti che identificano l’appartenenza dei singoli a particolari ceti sociali, ambiti politici o culturali. Si può, dunque, ricostruire la storia di una comunità anche attraverso i dati materiali che questa ha lasciato impressi nella pietra. La proposta di questo contributo consiste nella progettazione di un Sistema Informativo GIS (Geographical Information System) interattivo, dedicato alla gestione dei dati architettonici derivanti dal censimento sui portali aquilani effettuato da ricerche di Archeologia dell’architettura nel centro storico della città dell’Aquila. Si tratta di uno strumento costituito da più componenti e moduli che, nel complesso, sono funzionali alla raccolta, alla gestione, alla visualizzazione e soprattutto alla comunicazione di dati relativi agli elementi architettonici (portali, finestre, cornici marcapiano) presenti nelle architetture storiche del capoluogo abruzzese. Lo scopo del progetto è quello di sviluppare una soluzione GIS per una modellazione digitale dei dati archeologici urbani e architettonici, in modo da giungere alla realizzazione di un WebGis in grado di mettere in rete l’enorme mole di dati in possesso dell’Ateneo aquilano (oltre 900 portali schedati) e permettere agli utenti non solo di recepire informazioni in remoto, ma anche di interagire con il sistema, integrandolo con dati in loro possesso (foto storiche, elementi architettonici non raggiungibili dall’esterno, informazioni sui portali, ecc). Significa, dunque, coinvolgere in prima persona un largo pubblico, fatto di non addetti ai lavori, che, attraverso la rete, potranno contribuire alla ricostruzione storica e alla diffusione di memorie individuali e collettive, rendendole leggibili a più livelli, rafforzando così l’identità di una comunità attraverso nuovi mezzi di comunicazione più diretti e incisivi.
AIPH 20 Santi in cammino/cammini di Santi PANEL COORDINATO DA LAURA CARNEVALE (UNIVERSITÀ DI BARI ALDO MORO) ABSTRACT Il Panel presenta tre interventi che esprimono ricerche condotte da componenti dell’Associazione per lo Studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia (AISSCA). Sono casi di studio legati ad aspetti connessi alla promozione e comunicazione di temi storicoagiografici con riferimento a territori periferici della nostra Penisola: il “Cammino di Santa Giulia” (Livorno-Brescia); i santuari del Reatino e della Sabina; la “Via di San Michele” e i santuari garganici (Puglia). La proposta parte dalla considerazione che il fenomeno santuariale, con la connessa pratica del pellegrinaggio, non è tema di natura esclusivamente cultuale, ma è un modo per “fare” storia e cultura lato sensu. I pellegrini e gli altri viaggiatori (mercanti, soldati, etc.) contribuirono infatti al processo di costruzione, materiale e culturale, del reticolo di strade che attraversava l’attuale territorio europeo. È in tal senso che si interpreta l’affermazione attribuita a Goethe «Europa ist auf der Pilgerschaft geboren, und das Christentum ist seine Muttersprache», che evidenzia come il pellegrinaggio abbia contribuito a definire l’identità europea, sin dall’origine meticcia e permeabile, in quanto frutto di incroci culturali, filiazioni religiose, scambi di reliquie, testi, merci, idee. E questo crisma identitario, aperto per definizione, merita – soprattutto nel tempo attuale – di essere richiamato al pubblico dagli storici. Obiettivo del Panel è quello di evidenziare il ruolo cruciale dello storico/agiografo nella valorizzazione del patrimonio storico, artistico e demo-antropologico dei casi di studio presentati, con particolare riferimento alle indagini relative ai “Cammini” e alla storia della santità, del culto dei santi, dei luoghi sacri e delle espressioni della devozione nei territori investigati, nonché alla comunicazione (anche digitale) delle risultanze delle ricerche e al loro utilizzo per la costruzione di percorsi di turismo religioso e/o di turismo lento. In questa prospettiva si evidenzia altresì la necessità di un collegamento collaborativo fra istituzioni accademiche ed enti territoriali, perché dialoghino con il territorio e con i suoi esperti (archeologi, paesaggisti, agronomi, topografi, architetti, etc.), oltre che con le autorità civili e religiose dei Comuni siti nei territori investigati.
I fondamenti storici per la realizzazione di un itinerario: l’esempio del Cammino di Santa Giulia GIANNI BERGAMASCHI (UNIVERSITÀ CATTOLICA, MILANO) L’itinerario del Cammino di S. Giulia si sviluppa sui due poli geografici del suo culto: da Livorno (di cui la santa è patrona) a Brescia (dove sono custodite le reliquie). Il culto è documentabile per lo meno dal 762, quando i regnanti longobardi, Desiderio e Ansa, ordinarono di traslare le reliquie a Brescia dalla Gorgona (secondo le fonti agiografiche). Quello di santa Giulia potrebbe essere definito un “culto longobardo”, e di origine lucchese, perché presso la chiesa in Lucca dedicata alla Santa sono state rinvenute tre sepolture, di cui una con un ricchissimo corredo funebre, datato entro la metà del VII secolo. E da Lucca il culto si è diffuso in altre località dellaToscana; in seguito, dopo la traslazione, dal monastero di S. Giulia in Brescia il culto si èulteriormente irradiato in altre località del Nord Italia. Proprio su questi luoghi (documentati dal punto di vista storico e archeologico) viene costruito il percorso del Cammino, in qualche modo evocativo della traslazione. Lo scopo, quindi, del presente intervento, è mostrare come si possa costruire un itinerario su solidi fondamenti storici e, viceversa, dare alle ricerche storiche maggiore visibilità attraverso la proposta di un Cammino. Percorsi antichi, luoghi sacri e tecnologie digitali. L’esempio della Sabina e del Reatino UMBERTO LONGO (SAPIENZA-UNIVERSITÀ DI ROMA) Si presentano i risultati e le prospettive per la storia del territorio della ricerca “Esperienze religiose, luoghi sacri e storia del territorio in Sabina e nel Reatino” che si colloca all’interno del tema generale “dai santi ai santuari”, lanciato da André Vauchez vincitore del Premio Balzan 2013. La ricerca è stata resa possibile grazie al finanziamento della Fondation pour le développement des recherches en histoire religieuse du Moyen Âge, abritée par l’Académie des Inscriptions et BellesLettres.
Obiettivo primario della ricerca è stata la conoscenza della storia religiosa del territorio reatino e sabino dal tardoantico all’età moderna accompagnata anche dalla consapevolezza della necessità della valorizzazione del patrimonio storico, artistico e demo-antropologico con particolare riferimento alla storia della santità, del culto dei santi, dei luoghi sacri e delle espressioni della devozione. Caratteristiche strutturali sono un’amplissima dimensione diacronica e una programmatica non delimitazione dello spazio geografico di indagine. La ricerca si è ispirata ai principi ispiratori del così detto spatial turn, e si inquadra a pieno titolo nel crescente interesse della storiografia per il rapporto tra uomo e spazio nel medioevo che si può riscontrare negli ultimi decenni. In questa prospettiva si acuisce la consapevolezza di come i luoghi e i cammini non siano semplicemente lo sfondo paesaggistico in cui si svolge una vicenda spirituale e esistenziale, ma siano una componente che interagisce profondamente con la santità e i culti. Questa specifica e per così dire programmatica attenzione rivolta al problema degli spazi è una delle caratteristiche costitutive della ricerca e si lega all’altro aspetto fondamentale costituito dal ricorso alle tecnologie digitali come strumenti di ricerca e non come mero mezzo strumentale. A tal fine è stato individuato uno strumento di ricerca particolarmente duttile, in grado di consentire e anzi valorizzare ed evidenziare le peculiarità del nostro oggetto di indagine. Si è proceduto, infatti, alla costituzione e elaborazione dell’Atlante storico dei culti del Reatino e della Sabina (ASCRES). Un atlante storico-religioso, strumento di ricerca plastico, per così dire, in grado di mostrare le interazioni fra geografia fisica, insediamenti umani, individuali e collettivi, circoscrizioni ecclesiastiche e politico-amministrative, attraverso le varie epoche in una prospettiva diacronica e di sintesi.
La “Via Micaelica” sul Gargano: le origini, la storia, gli sviluppi ADA CAMPIONE, LAURA CARNEVALE, ANGELA LAGHEZZA (UNIVERSITÀ DI BARI ALDO MORO) Melting pot della cultura euro-mediterranea, la Puglia è terra di transito fra Oriente e Occidente, solcata da vie consolari romane, tratturi, percorsi di pellegrinaggio legati anche al culto micaelico e ai viaggi verso Gerusalemme. Il team di storici del cristianesimo e agiografi dell’attuale Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari da un cinquantennio opera sul Gargano, dove è attivo il Centro Studi Micaelici e Garganici (sede distaccata del Dipartimento medesimo): i frutti più recenti di questo impegno sono l’inserimento del Santuario di San Michele di MonteSant’Angelo nella Lista UNESCO dei Patrimoni dell’Umanità (2011) e un Progetto nazionale FIRB 2012-2017 coordinato dall’Ateneo barese, cui hanno partecipato anche le Università di Padova, Roma-Sapienza ed Enna. Nel panorama storico-sociale e religioso-culturale del Gargano si segnala la cosiddetta “Via Micaelica”, un itinerario che, sulle tracce dei percorsi antichi che convogliavano i pellegrini provenienti da tutta Europa verso il santuario di San Michele Arcangelo che, polo cultuale e devozionale cruciale sin dal V secolo d.C., è diventato oggi un target di crescente importanza per il turismo “lento”. Il percorso intercetta anche altri tre grandi santuari garganici, quelli di Santa Maria di Stignano, San Matteo e San Pio, oltre a numerose costruzioni di interesse rurale, storicoarcheologico e paesaggistico: hospitia, eremi, grotte, sepolture rupestri, monasteri, masserie. Si tratta del ramo garganico di quel “fascio di strade” attestato nella documentazione medievale come via Francigena; esso è chiamato via Francesca, strata peregrinorum o talvolta – meno correttamente sul piano storico – via Sacra Langobardorum, in omaggio al passato longobardo di questi luoghi micaelici. Distinguendo fra i percorsi storico, carrabile e naturalistico, il Paper indagherà aspetti storici, agiografici, cultuali e culturali connessi con lo sviluppo della “Via Micaelica” e con la sua fruizione diversificata dalle origini ai giorni nostri.
AIPH 21 Esperienze comparative e prospettive nell’insegnamento della Public History in differenti paesi e continenti PANEL COORDINATO DA PHILIP SCARPINO (DIRECTOR OF PUBLIC HISTORY, INDIANA UNIVERSITY/PURDUE UNIVERSITY - IUPUI, INDIANAPOLIS, INDIANA, USA) ABSTRACT I programmi dei corsi universitari di Public History esistono in alcuni Paesi da più di 30 anni, mentre altri sono relativamente nuovi ad offrire ai loro studenti corsi e tirocini in public history. Una delle cose veramente eccitanti riguardo al campo della public history è il livello fino al quale si è sviluppata in Paesi fuori dal Nord America negli ultimi decenni o giù di lì. Mentre colleghi possono prendere in prestito idee e pratiche l’uno dall’altro oltre i confini nazionali, perché un programma abbia successo deve funzionare effettivamente nel contesto della propria cultura nazionale, della propria economia e del proprio sistema universitario. I cinque relatori di questo panel ripercorreranno risultati, esperienze, sfide e successi dell’insegnamento della public history in differenti contesti nazionali. Collettivamente, queste presentazioni offriranno uno sguardo comparativo verso la public history in quattro Paesi in due continenti. Ci aspettiamo che il panel dia inizio anche ad una discussione di valore con i nostri colleghi dell’AIPH. Insegnare public history agli studenti universitari THOMAS CAUVIN (COLORADO STATE UNIVERSITY, COLORADO, USA) Cauvin esplorerà la specificità e le sfide dell’insegnamento della public history agli studenti universitari. Molto è stato discusso riguardo i programmi post laurea di public history, molto meno riguardo corsi e programmi universitari. Cauvin esplorerà i bisogni, le risorse e le sfide dell’insegnamento introduttivo della Public History agli studenti universitari; tratterà della sua esperienza di insegnamento negli Stati Uniti così come di una futura pubblicazione sull’insegnamento internazionale della Public History agli studenti universitari; discuterà anche della creazione di programmi di public history per studenti
universitari in vari Paesi dell’America Latina (Cile, Colombia e Ecuador). Intende infine discutere dei materiali in corso di pubblicazione proposti dalla International Federation for Public History sulle migliori pratiche per creare e sviluppare programmi di Public History per gli studenti universitari. Competenze di tipo storico – Un obiettivo di qualificazione per i programmi di Public History? THORSTEN LOGGE (UNIVERSITÄT HAMBURG, GERMANY) I progetti, seminari e programmi di public history hanno urgente bisogno di chiarire e definire gli obiettivi e i risultati dell’insegnamento se vogliono aver successo come progetti e come scenari di insegnamento. Soprattutto, ciò richiede una chiara distinzione tra obiettivi del progetto e quelli del corso. Come molti programmi di studio e progetti dimostrano, la definizione di obiettivi quantificabili è un problema chiave e richiede una chiara idea di ciò che può essere conseguito in un progetto di public history o in un programma di studi. È anche importante identificare e sviluppare le capacità richieste per ottenere gli obiettivi prefissati e per implementare con successo progetti all’interno dei seminari. La relazione spiega come distinguere praticamente tra progetti di public history e i seminari che li ospitano creando definizioni chiare degli obiettivi. Essa introduce il concetto di “tipi storici” per definire competenze attive e passive di tipo storico come obiettivi per i corsi di public history e i programmi sia come elementi di informazione storica sia come competenze chiave nelle società odierne. L’integrazione di teoria e pratica nell’insegnamento della public history PHILIP SCARPINO (INDIANA UNIVERSITY / PURDUE UNIVERSITY) Per oltre trent’anni Scarpino si è dedicato a sviluppare e creare un programma di public history per un master specialistico. Illustrando questa esperienza, metterà in luce quattro argomenti correlati tra di loro: 1) l’integrazione tra teoria e pratica nell’insegnamento della public history, che includa l’importanza di un tirocinio e di progetti basati su una
AIPH 23 Cambiare il sapere di base. Il rinnovamento dei manuali scolastici e universitari dalla teoria alla pratica PANEL COORDINATO DA FRANCESCA CANALE CAMA (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA CAMPANIA “ L. VANVITELLI”) ABSTRACT La dissoluzione del patrimonio concettuale che si è andato accumulando nel corso del Novecento, elaborato dalla storiografia e dalla cultura di quel secolo ha ormai reso i manuali scolastici e universitari poco adatti alla lettura di una realtà globale. Nozioni come quelle di medioevo e di rinascimento, di modernità e di stato moderno, di nazione e di nazionalismo, di imperialismo e di impero, di classi e di lotta di classe ecc. hanno subito, o stanno subendo, modifiche sostanziali, con revisioni spesso irreversibili. D’altro canto, si sta affacciando un mondo nuovo di interpretazioni, che spaventa e rende difficile il racconto della storia nelle sue diverse sfaccettature. In questo processo di enorme e veloce cambiamento sono venuti a mancare quei modelli di riferimento certi, non soltanto teorici, su cui era costruita l’intera impalcatura del nostro sapere di base, di quei manuali considerati per lungo tempo, nell’immaginario e nella vulgata, gli assoluti depositari della conoscenza storica. Di fronte alle nuove richieste di una storia intesa in una dimensione interpretativa sempre più globale, la domanda che sottende a questo panel allora è: possono essere queste nuove strade quelle giuste per ripensare il sapere di base? Ma soprattutto, in che modo? Appare infatti evidente la necessità di riconsiderare non solo le categorie interpretative e nozionistiche ma anche le stesse coordinate del tempo e dello spazio che sono alla base del racconto storico. L’obiettivo del panel è affrontare l’insieme di questi problemi non solo dal punto di vista teorico ed interpretativo ma anche da quello, forse più complesso, della pratica di una nuova scrittura.
Quale didattica per la storia globale LUIGI MASCILLI MIGLIORINI (UNIVERSITÀ DI NAPOLI “L’ORIENTALE”) Insegnare la “storia globale”, applicarsi ad una scrittura pensata per la formazione di un diverso rapporto dei giovani con ciò che si definisce “tradizione storica” è, innanzitutto, il modo più forte per dare alla discussione sulla “storia globale” il carattere non di una sostituzione di egemonie, ma quello della creazione di una democratica “cittadinanza globale” capace di esprimere un condiviso e non antagonista patrimonio di memoria. Nella costruzione di una didattica i problemi si presentano nella materialità della loro natura e obbligano la concettualizzazione “globale” a rilegittimarsi continuamente a partire da questa materialità. Primo esempio è proprio, anzi, la legittimità dell’operazione. Lo studente-lettore appartiene ad un mondo che globalizzandosi, richiede conoscenze e formazione globali. Ma fino a che punto? Fino a che punto, cioè, lo studente non rimane ancora un italiano, un europeo, e deve, quindi, avere il diritto di possedere un sapere storico che lo faccia muovere con sufficiente agio in questi ambiti, non trascurabili certo e perfino prevalenti, della sua concreta esperienza di vita? A chi si parla, dunque, e come si parla. Esiste, in questa prospettiva, un punto di vista “globale” o è una supposizione indebita della inevitabilità, e persino della opportunità, di un punto di vista particolare, territorialmente e storicamente assunto? Una salomonica distribuzione di pesi e misure è, peraltro, impedita dall’obbligo di rispettare dimensioni formative che rispettino la banale esigenza (per non parlare di altre) dello svolgersi di un calendario di insegnamento scandito da un numero di ore e di attività assai preciso. Non si può, quindi, lavorare per accumulazione, ma per sostituzione. Una didattica della storia globale non è, in primo luogo, un di più, ma un di meno. O meglio, è una diversità di prospettiva che conserva, tuttavia, la responsabilità di decidere ciò che si deve conservare e ciò che si deve eliminare nell’insegnamento del passato. La sostituzione di una didattica condotta essenzialmente sul filo della storia politica (e anche economica e sociale) con altre prospettive metodologiche e narrative può apparire una convincente alternativa. Con prudenza, tuttavia. Gli esempi giornalieri nei quali strutture sociali, di pensiero, pratiche quotidiane, vengono assalite e piegate dal mutamento politico,lasciano comprendere quanto una didattica storica della globalità che prescindesse caparbiamente dalle articolazioni della politica, approderebbe ad un inconsistente sintesi di conoscenze.
Divulgazione storica e visioni del mondo ALESSANDRO LATERZA (LATERZA EDITORI, ROMABARI) In Italia la divulgazione storica strutturata in chiave didattica non gode di buona salute. Nella scuola, le ore di insegnamento sono in progressiva riduzione e minacciate dall’incrocio con la geografia e l’educazione civica. E’ inoltre evidente il processo di emarginazione della disciplina nell’ambito dell’esame di stato che corona la scuola secondaria di secondo grado. Nell’università si patisce invece la progressiva riduzione del corpo docente; la generale retrocessione che l’area umanistica soffre per la difficoltà di offrire sbocchi nel mondo del lavoro e per la concorrenza di curricula ritenuti più fruttuosi. A questo quadro decisamente fosco contribuisce probabilmente il fatto che la struttura della vulgata storica scolastica e universitaria è decisamente invecchiata. In una prospettiva che, mutatis mutandis, è paragonabile a quella riscontrabile in Germania, Francia e mondo anglosassone, il modello fondamentale resta quello della storia nazionale, inclusivo di tutti i presupposti in età antica, medievale e moderna, nella cornice dell’ ”ascesa dell’Europa nel mondo”. Il vistoso cambio di scenario dettato dalla seconda guerra mondiale e da ciò che si è verificato nel secondo dopoguerra viene registrato, come è ragionevole aspettarsi, ma non incide sulla rappresentazione di ciò che è avvenuto prima. D’altro canto,è di tutta evidenza che è in corso una dilatazione del nostro orizzonte di visione che rende la pura scala nazionale e continentale largamente insufficiente nell’età della globalizzazione e della istantaneità e contemporaneità del flusso delle informazioni. Non esiste tuttavia una ricetta correttiva di efficacia immediata. Senza dubbio, pur con grande sforzo, è ipotizzabile l’utilità di rivedere il passato storico in una chiave più aperta a una pluralità di scenari. Va tuttavia riconosciuto, con buona pace delle occasionali polemiche sulla “verità storica”, che qualunque forma di storia – da sempre – è espressione di una prospettiva politica, in senso molto ampio e generale, e di una visione del mondo. E’ questa prospettiva che attualmente si è dissolta senza trovare compensazione. Siamo in grado di certificare il declino della centralità dello Stato nazione e del Vecchio continente. Ma non abbiamo ancora maturato e condiviso un diverso orizzonte all’interno del quale raccontare il passato nostro e non solo nostro.
Una globalizzazione medioevale AMEDEO FENIELLO (CNRISTITUTO DI STORIA DELL’EUROPA MEDITERRANEA – ROMA) È possibile scrivere una storia del mondo per l’età che va dal 1000 al 1500? Si, se però ci si disancora dalle prospettive tradizionali e si cominciano a considerano parametri completamente nuovi di riflessione, con uno studio rinnovato che richiede approcci e metodologie d’analisi aperte e non conservative. Emergono cinque temi fondamentali: 1) l’impatto ambientale, dei mutamenti climatici come delle pandemie. 2) la riconsiderazione degli spazi, che apparivano, almeno nel continente euroasiatico, più connessi di quanto si immagini. 3) Le diverse centralità rispetto a quanto abbiamo immaginato finora, con il ruolo centrale tenuto dallo spazio asiatico, in special modo cinese e islamico, e la marginalità europea. 4) Un mondo dominato da città più che da stati. 5) Il traffico di merci e di uomini, lungo strade che non furono solo quelle delle vie della Seta.
AIPH 24 Storia a strisce* PANEL COORDINATO DA PAOLO BERTELLA FARNETTI (UNIVERSITÀ DI MODENA E REGGIO EMILIA) * PANEL COSTITUITO DALLE PROPOSTE INDIVIDUALI SELEZIONATE PER AIPH 2019 ABSTRACT Avvenimenti storici ed evoluzione sociale nei fumetti di fantascienza FERRUCCIO DIOZZI (INFORMATION MANAGER E PRESIDENTE AMICI DI CITTÀ DELLA SCIENZA, NAPOLI) La letteratura a fumetti ha più volte raccontato fatti storici e sociali ma ha anche prodotto lavori ricchi di riferimenti storici “indiretti” come accade nei fumetti di fantascienza classici. Il paper prende in considerazione due casi del genere, Gordon e l’universo Disney. Creato nel 1934 da Alex Raymond, Flash Gordon, caratterizzato al suo inizio dalla fusione di motivi storici e mitologici, è incentrato sulle avventure di Gordon sul pianeta Mongo, in cui un gruppo di uomini si batte per rovesciare l’impero di Ming. Il fumetto evolve però rapidamente e le somiglianze tra Ming ed il regime nazista si accentuano. Gordon diventa leader di un gruppo di resistenti che, come i partigiani europei, lottano contro l’oppressore mentre le truppe di Ming adottano gli stessi metodi dei nazisti: abbattimento per rappresaglia di interi quartieri, campi di concentramento, vessazioni e torture. Quasi come auspicio la prima serie delle avventure di Gordon termina nel 1943 con il successo delle forze della libertà e Mongo, in analogia alla nascita dell’ONU, diventa un pianeta governato da regni e repubbliche democratiche. Il secondo esempio è quello del mondo Disney tra gli anni trenta e la fine dei cinquanta con tre racconti di fantascienza: in Mickey Mouse on Sky Island (Topolino e il mistero dell’uomo nuvola, 1936) di Floyd Gottfredson e Ted Osborne, il dr. Einmug, in italiano il Professor Enigm, ha messo a punto un processo per utilizzare una “nuova, potente forma di energia”, il nucleare. Il racconto illustra le possibilità di utilizzo pacifico della nuova
energia ma anche i pericoli provenienti da un uso criminale. Nel 1947 è ancora Gottfredson a sviluppare un racconto di fantascienza basato sul viaggio nel tempo. Nasce Eega Beeva, in italiano Eta Beta. Frutto di una mutazione genetica degli umani Eega, uomo del futuro da grandi capacità intellettuali, assume un ruolo fondamentale in un ciclo di storie che fondono l’epica dell’avventura con gli eventi del momento, la nuova rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Naturalmente il classico villain Disney, Pietro Gambadilegno, che durante la guerra era stato al servizio dei nazisti, è ora una spia “comunista”. Infine, nel 1959, Romano Scarpa realizza Topolino e la dimensione Delta in cui si assiste al ritorno di Enigm ed alla nascita di un nuovo personaggio, Atomino Bip Bip, un atomo che Enigm ha ingrandito miliardi di volte, permettendogli di assumere l’aspetto di un ragazzino. Ritorna il motivo delle possibilità e dei pericoli della ricerca scientifica: per un errore nella sua procedura, Enigm “porta alla luce” due atomi ed il secondo, Atomino Bep Bep, che rappresenta il “lato oscuro” del suo gemello, sosterrà Gambadilegno nel suo progetto di conquista del mondo. Storiebrute MARIKA MICHELAZZI (FUMETTISTA E ILLUSTRATRICE) Fin dalla sua concretizzazione contemporanea (Yellow Kid, 1895), il fumetto si è caratterizzato come media dalla dirompente capacità di ibridare con naturalezza generi, elementi discordanti e anticipando grandi cambiamenti sociali, come la rappresentazione delle donne. Un grandissimo apporto a questo media è dato anche dalla nicchia di autori indipendenti e underground, che spaziano i generi poco battuti dalle editorie tradizionali. Questo mio intervento è figlio diretto del primo, tenuto in occasione della II conferenza della P.H. 2018 a Pisa, dove ho analizzato i diversi rapporti tra paesi e fumetti storici e in cui l’Italia ne risulta pressoché estranea… non fosse per l’apporto proprio dei fumettisti indipendenti (per la maggior parte, donne). STORIEBRUTE è una compagnia che ho fondato con due colleghi, Nastasia Kirchmayr e Gianluca Girelli: è il primo collettivo di fumettisti che si caratterizza per la scelta di trattare scenari solo storicamente approfonditi, sia per fatti che per ampia ricerca archeologica. La nostra prima opera è un’antologia dedicata ai longobardi; i nostri lavori come artisti separati trattano invece di vichinghi, comunità alpine, mediterraneo preromano, Milano dal tardo antico al Risorgimento, Irlanda altomedievale, campagna di Gallia di Giulio Cesare.
Con STORIEBRUTE riteniamo possibile alcuni punti fermi: • Un pubblico pronto a fruire di ambientazioni storiche ben caratterizzate, oltre i cliché superficiali. • Una buona ricerca di beni archeologici e culturali, con il loro attuale posizionamento sul territorio. • Maggior concentrazione su storia antica e popolazioni ‘barbariche’ nel nostro paese. • La presenza di elementi fantastici. Riteniamo infatti importante l’elemento fantastico che, come il fumetto, nel nostro paese ha subito nel corso degli anni pesanti pregiudizi. Il fantastico è un genere pop che si sposa particolarmente bene con lo storico e molto gradito dal pubblico: come autrici ci permette di dare spazio alla dimensione divina e soprannaturale che era molto sentita e presente nella vita delle persone, soprattutto nella storia più antica. Il lato fantastico infatti, se ben documentato, può raccontare certi aspetti legati alla cultura presa in esame e dargli un certo spessore, là dove moltissimi albi di genere storico relegano la percezione del divino solo a una dimensione nostra contemporanea di superstizione. Demopatia. Una narrazione digitale della storia della democrazia e della sua crisi GIOVANNI PIETRANGELI (RICERCATORE INDIPENDENTE) IVAN GIORDANO (AUTORE E PRODUCER) MANOLO LUPPICHINI (REGISTA, AUTORE E FILM-MAKER) Demopatia. Viaggio nelle viscere della democrazia è un racconto sperimentale che combina fumetto aumentato e documentario interattivo, affiancando tavole inedite di Zerocalcare al linguaggio del videoreportage e dell’intervista. È una app per dispositivi mobili, prodotta dalla agenzia romana di comunicazione multimediale Alterawide, che affronta i temi, complessi e scivolosi, della democrazia e della sua attuale crisi. Demopatia nasce all’interno della strategia della onlus Action Aid “Benvenuti nel 2028” orientata all’empowerment delle comunità umane nella partecipazione ai processi decisionali: dalla ricostruzione nelle aree colpite dal sisma 2016/2017, allo Zimbabwe nel dopo Mugabe. Ivan Giordano, Manolo Luppichini e Zerocalcare, con la consulenza scientifica di Giovanni Pietrangeli, hanno realizzato questo strumento di narrazione digitale partendo dalle
domande che pone la contemporaneità a chi vive all’interno di ordinamenti democratici. Gli autori hanno colto nel passato alcuni momenti chiave per comprendere la crisi presente e offrire esempi concreti di trasformazione nei rapporti tra persone, cittadinanza e potere. La narrazione è accompagnata da interventi di persone che svolgono ricerca, lavoro culturale o attivismo sindacale e politico, che approfondiscono i temi dei singoli capitoli e accompagnano il viaggio immaginato da Zerocalcare in questa genealogia critica. Nell’intervento verrà approfondito il processo di selezione dei temi e della linea narrativa, saranno mostrati alcuni passaggi del fumetto e una delle interviste di approfondimento. Verrà inoltre mostrata la mappa di sintesi del progetto con le indicazioni per trovare in rete banche dati e altre fonti utili sugli argomenti di Demopatia. Riferimento web: demopatia.actionaid.it
AIPH 25 Ambienti virtuali e ricostruzioni digitali* PANEL COORDINATO DA CARLO RESCIGNO (UNIVERSITÀ DELLA CAMPANIA “L. VANVITELLI”) * PANEL COSTITUITO DALLE PROPOSTE INDIVIDUALI SELEZIONATE PER AIPH 2019 ABSTRACT Una proposta ricostruttiva delle Terme di Diocleziano per la sperimentazione 5G a Roma FRANCESCO GABELLONE (CNR, IBAM, LECCE) MARIA CHIFFI (TECHNÉ S.A.S., NARDÒ, LECCE) MASSIMILIANO PASSARELLI (CNR, IBAM, LECCE) Il 5G, cioè la reti di quinta generazione, arriveranno ufficialmente a partire dal 2020 e permetteranno di collegare milioni di dispositivi in tutto il mondo ad alta velocità e con bassa latenza, permettendo la realizzazione di progetti avanzati nei settori delle smart technologies, l’internet of things, le smart city e le smart home di nuova generazione. L’utilizzo di questa nuova connessione ad alta velocità coinvolgerà positivamente, nel prossimo futuro, anche la fruizione dei beni culturali, proponendosi di offrire nuove e più potenti soluzioni, soprattutto nell’ambito della visualizzazione VR/AR immersiva. Con queste premesse nasce un progetto che si propone di virtualizzare alcuni spazi delle Terme di Diocleziano attraverso soluzioni innovative, immersive, emozionali e persuasive. La soluzione si basa su pano e video VR, cioè panorami sferici a 360° che permettano la visione stereoscopica e, soprattutto, l’animazione della scena, aumentando in tal modo il “senso di presenza” dell’osservatore e l’immersività nello spazio antico, popolato di vita, con figure umane ed elementi che accrescano la spazialità della ricostruzione (senso di scala, presenza, verosimiglianza). La virtualizzazione riguarda gli spazi connessi alla palestra: il portico scoperto, gli ambienti laterali e l’Aula Ottagona, trasformata nel 1928 in un Planetario, di cui si conserva intatta una straordinaria cupola ad ombrello. La ricostruzione si sviluppa a partire dagli studi di Edmond Jean-Baptiste Paulin (1848-1915) un pensionnaire della Scuola di Francia a Roma che nel 1880 pubblica uno studio approfondito sulle terme
di Diocleziano, con rilievi, proposte di restauro ed una ricostruzione molto dettagliata. Dal punto di vista metodologico, gli spazi ricostruiti in 3D associano la visione romantica di Paulin ad una “ricostruzione tipologica” in cui ogni informazione frammentaria e lacunosa viene continuamente soppesate sul piano tecnologico-funzionale e storicoestetico, nel tentativo di trovare una soluzione ricostruttiva plausibile. Malgrado le tante lacune informative, soprattutto sull’apparato decorativo, la restituzione 3D ci ripropone la monumentalità degli spazi antichi, con i tappeti musivi ricostruiti sulla base dei resti conservati ed una articolazione compositiva strettamente connessa alla logica costruttiva peculiare delle terme romane. L’habitat rupestre dell’ennese tra ricerca e valorizzazione DANIELA PATTI (UNIVERSITÀ DI ENNA “KORE”) PINELLA MARCHESE (SOPRINTENDENZA AI BB.CC.AA. DI ENNA) Il comprensorio della Sicilia centrale presenta un notevole potenziale archeologico legato anche all’habitat rupestre che, spesso, ci restituisce il tessuto connettivo dell’insediamento dalla Preistoria fino al basso Medioevo e oltre, connesso alla rifunzionalizzazione degli ambienti per uso funerario, cultuale, abitativo, produttivo, in molti casi senza soluzione di continuità. Nonostante le note difficoltà incontrate nello studio di questi particolari contesti, dovute sia alle specifiche problematiche di ricerca connesse all’habitat rupestre che alla mancata ricerca sistematica nel territorio, quasi interamente focalizzata sulle testimonianze di età classica, l’analisi delle unità rupestri secondo una prospettiva multidisciplinare, indispensabile quando si studia il territorio, grazie anche all’utilizzo delle ITC si rivela quanto più necessario per la conoscenza, il recupero e la tutela degli elementi costitutivi del paesaggio storico. In particolare l’utilizzo delle tecniche di rilievo 3D tramite Range Base Modelling ed Image Base Modelling, integrate anche in alcuni casi da fotogrammetria digitale, nell’analisi tecnica e dettagliata delle unità in negativo ha assunto un’importanza sempre più rilevante grazie alla possibilità di superare i punti critici del rilievo tradizionale e, nello stesso tempo, ha ampliato i consueti scenari operativi e conoscitivi propri delle tecniche e degli strumenti usati nel rilevamento tradizionale. Un altro aspetto è ovviamente collegato alla possibilità di promuovere azioni di valorizzazione e tutela dei siti attraverso l’elaborazione di modelli tridimensionali che costituiscono, di fatto, una replica del “manufatto” reale che può essere
sono: un generale deficit di conoscenza storica, la difficoltà di interazione soprattutto con gli studenti più giovani, l’impossibilità di realizzare una progettazione di lungo periodo. Tra i possibili sviluppi futuri si ipotizza un maggiore coinvolgimento delle scuole e delle istituzioni pubbliche; l’implementazione dei canali di comunicazione (blog, social network, youtube); il monitoraggio sul lungo periodo delle attività dei partecipanti. Dal territorio all’Università, e ritorno. Il Laboratorio di Public History dell’Università del Salento e la community library SALVATORE COLAZZO (UNIVERSITÀ DEL SALENTO) DEBORAH DE BLASI (UST LECCE) GIULIANA IURLANO (CESRAM - CENTRO STUDI RELAZ.IONI ATLANTICOMEDITERRANEE) Il “Laboratorio Didattico di PH” è nato nel settembre del 2017 presso il Corso di Laurea in Area Pedagogica dell’Università del Salento. La sua realizzazione ha seguito un percorso anomalo, perché la PH è approdata nell’Accademia dopo essere stata presente per quattro anni nel territorio con il progetto sul centenario della Grande Guerra, grazie all’opera compiuta dal CESRAM (Centro Studi Relazioni Atlantico Mediterranee), costituito da alcuni ricercatori e docenti che, pur di provenienza di ambito universitario, avvertivano l’esigenza di una storia fatta a diretto contatto col territorio. Tale “anomalia”, però, ha consentito di identificare la principale vocazione del Laboratorio, vale a dire l’interdisciplinarità e la territorialità, derivante proprio dalla significativa esperienza di rete territoriale già sperimentata, grazie al ruolo trainante del CESRAM. Questa vocazione si è trovata riconfermata nella realizzazione per due anni consecutivi di altrettanti seminari di studio sulla PH (dei quali si stanno raccogliendo i contributi scritti dei relatori ai fini della pubblicazione degli atti) e che ha visto confrontarsi storici non accademici e accademici, studiosi di storia locale, politologi, pedagogisti, geografi e antropologi, e nella partecipazione al primo Festival di Public History organizzato dalla rete territoriale imbastita dal CESRAM, con a capo la Prefettura, a conclusione del quadriennio di interventi nelle scuole della provincia e nel territorio per ricordare la Grande Guerra. Il Laboratorio, con i suoi due seminari di studio, con il Festival e con gli altri momenti di riflessione metodologica condotti nel contesto universitario ha visto coinvolti gli studenti
soprattutto dei corsi di Area Pedagogica, futuri educatori e pedagogisti, che hanno compreso come la storia possa essere una grande risorsa per chiunque si occupi di animazione socioculturale delle comunità. Il Laboratorio ha progettato, inoltre, un corso di formazione sulla metodologia della PH nella prospettiva del community engagement rivolto ai docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. La scuola, quale agenzia educativa territoriale, costituisce un obiettivo fondamentale del Laboratorio. Pertanto questo si è prefissato, anche con il pieno coinvolgimento degli studenti universitari, impegnati con attività di tirocinio e stage, di recuperare archivi e biblioteche scolastiche, beni spesso negletti e chiusi alla fruizione esterna, che, invece, ove inseriti in un progetto che fa della scuola un riferimento essenziale per la vita culturale soprattutto delle piccole comunità, possono qualificarsi come veri e propri presidi di integrazione, socializzazione e identità. Sono pure cominciate nel Laboratorio le prime azioni formative relative alla scrittura performativa applicata alla narrazione storica, portando nell’università un’esperienza che praticata in alcune scuole superiori del Salento, si è rivelata molto motivante, coinvolgente e in grado di assicurare importanti risultati di apprendimento. Attualmente il Laboratorio sta organizzando un piano di attività educative e formative, che riguardano sia gli studenti universitari dei corsi di area pedagogica sia gli studenti delle scuole superiori di secondo grado sia il territorio in occasioni di dibattito pubblico, per riflettere sulla emanazione delle leggi razziali e la temperie storico-culturale che ne fu l’incubatore.
AIPH 27 Comunità, santità e cultura: tradizione, devozione, valorizzazione PANEL COORDINATO DA CIRO ROMANO (UNIVERSITÀ DI JYVASKYLA; POSTULATORE CAUSE SANTI, VATICANO) ABSTRACT Il presente panel parte dalla considerazione che il tema della santità, oltre le ovvie implicazioni religiose e spirituali, ha una caratterizzazione propriamente comunitaria ed identitaria. Il culto dei Santi, le reliquie, i processi di auto-riconoscimento in forme di religiosità legate a determinati santi, rappresentano il centro di questa considerazione. Se, quindi, la devozione ai santi ha generato interessi artistici ed architettonici come l’iniziativa a fondare santuari o a produrre opere d’arte, è pur vero che questa proliferazione di attività culturali è stata agganciata ad una determinata comunità di riferimento nella quale, appunto, il santo (o il suo culto) specifico era riconosciuto come “proprio”. La storia di una comunità, quindi, può esser legata alla storia per la devozione ad un determinato santo? Il caso di San Gennaro, per la città di Napoli, è chiaramente un esempio, com’è un esempio l’“esportazione” di culti di santi in luoghi a forte immigrazione (S. Patrizio per gli Irlandesi) a conferma del profondo legame tra comunità e culto ad un santo, in un senso di auto-riconoscimento. La Comunità ha, da sempre, un ruolo non secondario nei processi di beatificazione e canonizzazione: dall’acclamatio del primo cristianesimo (specialmente per i martiri), alla formalizzazione giuridica del processo di beatificazione. Ma il culto ad un determinato santo ha spinto a vere e proprie “gare” tra comunità nella fondazione e costruzione di santuari, cappelle, nonché in iniziative artistiche varie (quadri, pale d’altare, cicli pittorici, reliquiari, epigrafi, iscrizioni, etc); e molti di questi santuari, veri luoghi di culto, si sono tramutati in luoghi di cultura accumulando, nei secoli, biblioteche e tesori d’arte di ingente valore. Si intende quindi rispondere a questi interrogativi analizzando come, anche grazie alle nuove tecnologie, si possa comprendere meglio il rapporto tra comunità/territori, santità, e cultura (arte, architettura, etc).
Comunità e Santità. L’apporto e il ruolo delle comunità locali nei processi di beatificazione e canonizzazione CIRO ROMANO (UNIVERSITÀ DI JYVASKYLA; POSTULATORE CAUSE SANTI, VATICANO) La formalizzazione giuridica dei processi di beatificazione e canonizzazione è stata definitivamente compiuta sotto il pontificato di Benedetto XIV (Prospero Lambertini 1675-1758) che armonizzò le varie procedure e consuetudini che la Chiesa cattolica, sin dai primi secoli del Cristianesimo, aveva elaborato. Il culto dei martiri (I-IV sec.) è l’inizio della venerazione dei santi. I martiri, uccisi per la loro fede cristiana, rappresentavano in vita un esempio e da morti un modello per le comunità di appartenenza. Il ruolo della comunità, quindi, risulta fondante e determinante nei primi secoli del cristianesimo per il processo, ancora non formalizzato, di canonizzazione. Con Stefano, il primo martire, già si comprende il legame tra la comunità e il culto; egli fu sepolto da un gruppo della comunità alla quale apparteneva e la comunità stessa, poi, si occupò della cura della tomba e della diffusione della memoria. Estendendo, così, l’analisi si ravvisa come il sepolcro del martire diventa luogo di attrazione e di convergenza della comunità che si raduna in vere assemblee liturgiche volte a ricordare il martire, e la comunità stessa diviene custode della memoria, ma si differenzia da altre comunità (pagane o cristiane) proprio per il culto ad un determinato martire. Così la santità diventa “caratterizzante” di una determinata comunità. E questo rapporto tra comunità e santità continua nei secoli, tanto che, tutt’oggi, la comunità ha un ruolo fondamentale nelle fasi inquirenti per valutare la fama di santità di un eventuale candidato alla beatificazione. La vox populi è senz’altro un elemento determinante per valutare la fama della santità di una persona, e questa vox è l’opinione verificata con prove documentali e testificali della comunità. In questo intervento si vuole affrontare, in una prospettiva storica, il rapporto tra comunità e santità; la comunità che, nei secoli, si riconosce nel santo e nel suo culto, ma dall’altro rappresenta il fondamentale inizio del processo per il riconoscimento della santità canonizzata. Comunità e santità nei secoli hanno dato vita a diverse espressioni visibili di culto (santuari, iscrizioni cultuali, processioni, etc) che appartengono alla storia identitaria della cultura della comunità stessa.
L’organizzazione spaziale della memoria “iscritta” nei luoghi di culto medievali: proposte di ricostruzione DANIELE FERRAIUOLO (UNIVERSITÀ DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA) Le “scritture esposte” – siano esse incise, graffite o dipinte – costituiscono da sempre l’elemento mediatore tra l’osservatore e lo spazio circostante. Per questo motivo, il loro aspetto materiale ed estetico è fortemente condizionato dal luogo in cui esse stesse sono ubicate e dal tipo di messaggio da comunicare. L’intervento che qui si propone illustra i primi risultati di una ricerca ancora in corso sul rapporto tra le iscrizioni, la memoria degli uomini di cui esse si fanno portatrici e il loro spazio fisico di riferimento, che punta lo sguardo in maniera particolare sui luoghi di culto italiani (santuari, chiese, monasteri) dell’età medievale. A partire dall’età carolingia, la struttura interna dei monasteri e dei santuari è sottoposta ad un processo di sistematizzazione che approda gradualmente alla formazione di modelli destinati ad essere impiegati nel tempo. Il chiostro ad esempio, stando alle proposte di Mary Carruthers, denota, a partire dall’XI e XII secolo, l’adesione a sistemi simbolici e liturgici incentrati sulla figura del Tabernacolo e del Tempio di Ezechiele, costituendo così una “memory machine” all’interno della quale l’architettura costituisce un vero e proprio ductus cognitivo per il visitatore. In questo complesso sistema, l’epigrafe costituisce, dunque, la bocca attraverso la quale lo spazio liturgico, quello funerario o santuariale, hanno modo di comunicare con l’osservatore. Il progetto che qui si intende illustrare spinge a guardare al di sotto della punta dell’iceberg rappresentata dal semplice contenuto delle iscrizioni, proponendo al grande pubblico diverse ipotesi ricostruttive sulla loro collocazione originaria e sulle relative particolarità fisiche, grafiche, estetiche. Questo lavoro, che attualmente si svolge mediante l’utilizzo di un database relazionale – al cui interno confluiscono i dati sulle architetture e sulle relative scritture esposte – mira a coinvolgere il pubblico attraverso una “mappatura partecipata” delle iscrizioni nei luoghi di culto di età medievale all’interno di una piattaforma Web progettata ad hoc.
Biblioteche e santuari. arte e architettura nei luoghi di studio e devozione ANGELA QUATTROCCHI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA, DIPARTIMENTO ARCHITETTURA E TERRITORIO) La relazione presenta una panoramica delle biblioteche sorte nei luoghi di devozione e di storia come i santuari analizzate dal punto di vista delle varie forme di organizzazione dello spazio fisico dipendente dalle funzioni della biblioteca e nella loro evoluzione tipologica. Partendo dalla condizione attuale si propone una lettura e interpretazione dello spazio architettonico analizzando il processo di trasformazione subito nell’intervallo temporale compreso tra la sua realizzazione e la situazione odierna, considerando i numerosi danni provocati dai conflitti bellici. La disposizione degli ambienti della biblioteca, quale luogo di incontro tra libri e lettori, viene analizzato nelle diverse componenti lessicali, decorative e cromatiche e nelle sue differenti sfaccettature tipologiche espresse, in particolare, nel Rinascimento italiano. Storia del santuario e storia delle pratiche di devozione che hanno dato luogo a preziose raccolte documentali a testimonianza di una evoluzione della concezione della santità e della sua importanza nelle comunità locali. I santuari nell’archivio filangieri sulla piattaforma topotheque ANTONELLA AMBROSIO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II”) ANTONELLO MIGLIOZZI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II”) Il progetto “L’inventario del patrimonio storico, artistico, naturale della Campania” di Angerio Filangieri ha permesso, dal 1969 al 2003, la creazione di un archivio (attualmente custodito presso i Musei delle Scienze Agrarie – MUSA, Centro Museale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II), composto da oltre 75.000 elementi (foto, mappe, libri, documenti). L’idea innovativa del progetto èche la conoscenza iconografica, topografica e descrittiva del patrimonio storico-culturale e naturale, possa contribuire ad una maggiore consapevolezza e conoscenza di esso, determinando proposte di conservazione, valorizzazione e sviluppo nell’ambito della pianificazione territoriale e del paesaggio, aventi una ricaduta positiva sulla vita delle comunità. Tra i vari elementi annoverati vi
sono anche i santuari. Il MUSA ( www.centromusa.it ), e il Dipartimento di Studi umanistici entrambi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II hanno pubblicato parte delle riproduzioni dell’Archivio Filangieri sulla piattaforma Web Topotheque ( www.topothek. at/en ), che consente di archiviare, condividere e georeferenziare i dati, consentendo anche l’interazione con privati cittadini e/o le comunità che operano nel territorio. L’attivo coinvolgimento degli users risulta cruciale per le operazioni effettuate in questa piattaforma, che per questo motivo ha enormi potenzialità. Il portale web è organizzato in unità locali (i Comuni) che raccolgono e presentano fotografie relative al loro comprensorio. In diversi Paesi europei essa è infatti utilizzata e organizzata da singole comunità che mettono a disposizione fotografie riguardanti le proprie vicende. Le persone, con l’aiuto dei gestori designati del portale Topotheque, sono invitate a condividere il materiale iconografico che permette loro di espandere la propria conoscenza del passato, arricchendolo con informazioni riguardo alle persone, gli oggetti, gli edifici, etc. L’iniziativa, nata nell’ambito di un progetto europeo ( www.coop-unina.org ), mira a promuovere il recupero della memoria delle comunitàlocali attraverso la logica del “Crowdsourcing”. I membri del progetto sono istituzioni coinvolte da molti anni nel rendere fruibili online le fonti storiche europee.
AIPH 28 Gli archivi italiani: un immenso patrimonio collettivo e quattro modi per valorizzarlo oggi PANEL COORDINATO DA LIVIO KARRER (MUSEO M9) ABSTRACT Un museo di narrazione multimediale, un polo culturale dedicato allo studio, la ricerca e la conservazione dei beni archivistici del ‘900, un festival di esperienze e contaminazioni, un magazine per riscoprire il senso della memoria. Il Museo M9 di Mestre, il Polo del ‘900 di Torino, Archivissima Festival, Archivio Magazine. Quattro pratiche di valorizzazione diverse, quattro linguaggi differenti, quattro rappresentazioni della fonte d’archivio distanti nel medium ma complementari nel contributo che vogliono offrire alla collettività per fare storia, per raccontare storie e per far emergere il patrimonio storico e di memorie custodito nei nostri archivi. Quattro buone pratiche di Public History italiana da presentare insieme, al fine di favorire il dialogo, far conoscere le politiche culturali che ne sono alla base e permettere la diffusione di esperienze positive di impresa creativa. Quattro importanti realtà culturali italiane impegnate sul terreno della conoscenza storica, del potenziamento di una cittadinanza responsabile e della diffusione di un turismo culturale presso il pubblico di massa. La proposta vuole dunque offrire l’occasione per un confronto tra professionisti di diversi settori, appassionati e public historian sui temi della valorizzazione del patrimonio culturale. Un tema come noto ben presente nel dibattito pubblico ma spesso sollevato come elemento di retorica politica da usare, a seconda delle motivazioni, o per fustigare i tanti pessimisti che descrivono un paese cronicamente in declino e incapace di promuovere se stesso o viceversa proprio per dimostrare l’inefficienza e la miopia di molte politiche culturali che non pongono al centro della programmazione l’heritage storico-artistico italiano come concreto volano di sviluppo economico e sociale. Tenendosi fuori dalle retoriche, si è pertanto immaginato un momento di discussione a partire da esperienze culturali realizzate e da buone pratiche prima pensate e quindi messe in atto; si vuole animare un confronto tra operatori del settore con professionalità tra loro diverse, provenienti da mondi culturali non omogenei, e che operano secondo modelli e
linguaggi di comunicazione differenti; si presenteranno dei progetti che s’incontrano sul piano della responsabilità sociale perché tutti costruiti sulla necessità di dover coniugare sostenibilità economica e sfida culturale. Il Museo M9 LIVIO KARRER (MUSEO M9) M9 è un museo di narrazione multimediale inaugurato alla fine del 2018 a Mestre: finanziato dalla Fondazione di Venezia è un progetto di valorizzazione archivistica e insieme di riqualificazione urbana di un’area depressa sulla terraferma veneziana. Il racconto del 900 italiano è alla base della collezione permanente che viene rappresentata e narrata attraverso l’uso del patrimonio digitale italiano e delle tecnologie più funzionali a garantire un’esperienza di “ritorno al passato” e immersione nella storia nel suo compiersi. Il Polo del ‘900 MATTEO D’AMBROSIO (POLO DEL ‘900, TORINO) Il Polo del ’900 è un centro culturale inaugurato a Torino nel 2016, aperto alla cittadinanza e rivolto soprattutto alle giovani generazioni e ai nuovi cittadini, sostenuto e progettato da Compagnia di San Paolo, Città di Torino e Regione Piemonte. Il Polo è impegnato nel promuovere la crescita civica e formativa di tutta la comunità offrendo ai cittadini un nuovo modello di accesso ai patrimoni storici e culturali del 900, valorizzati in quanto chiavi interpretative dei temi più attuali della società e di quelli in prospettiva futura, anche grazie alle competenze dei 19 enti culturali che fanno parte della Fondazione.
Archivissima ANDREA MONTORIO (ARCHIVISSIMA) Archivissima è il primo Festival dedicato alla valorizzazione degli archivi storici di istituzioni culturali e aziende private del territorio locale e nazionale. Nato come evoluzione del format “La Notte degli Archivi”, il Festival di Torino pone l’attenzione sulla storia e sul futuro degli archivi attraverso un ricco palinsesto di eventi a ingresso libero (talk, esposizioni, proiezioni, visite speciali, workshop e così via). Due gli obiettivi principali della manifestazione: favorire la conoscenza e l’incontro tra gli archivi e la cittadinanza e delineare, insieme ai soggetti partecipanti, i possibili scenari di sviluppo dell’industria culturale. Archivio Magazine MATTEO MILANESCHI (ARCHIVIO MAGAZINE) Archivio è un progetto editoriale innovativo che narra storie nascoste, è il contenitore di documenti inediti e valorizza i patrimoni documentali dei maggiori archivi italiani e internazionali. Patrimoni documentali, tesori nascosti che possono diventare incredibile fonte di conoscenza: archivio nasce appunto con l’intento di ricostruire attraverso queste storie la cultura visiva contemporanea. Il passato diventa futuro accompagnandoci in un’avventura editoriale che accosta documenti visivi e penne autorevoli. In Archivio la memoria diventa il timone e ogni contenuto che esce dai faldoni e dagli scaffali dei luoghi nei quali era custodito prende nuova vita, da patrimonio archiviato si trasforma in storia narrata, tesoro da riportare alla luce per una più ampia diffusione possibile. Di uscita in uscita un tema specifico guida ogni numero e così anche i diversi archivi ed i diversi autori diventano limitrofi e le discipline si contaminano: arte, cinema, letteratura, fotografia, design e cultura popolare si intrecciano in legami involontari e sorprendenti.
AIPH 30 Miniere di carta. Gli archivi dalla ricostruzione della storia alla tessitura delle storie PANEL COORDINATO DA VITTORIA FIORELLI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA) ABSTRACT Storia e memoria spesso si affiancano e si confondono nei racconti che ripercorrono vicende del passato, nei percorsi di recupero dei luoghi che compongono il nostro panorama visibile ed emotivo, nell’accumulo delle testimonianze alle quali si áncora la percezione di appartenenza e il processo di costruzione dei legami identitari di ognuno. Ma la storia e la memoria non sono la stessa cosa e il loro legame si deve sempre annodare con grande circospezione. Mentre i ricordi, vicini e lontani nel tempo e nello spazio, restano sempre profondamente intrisi del sentire dei testimoni, la storia deve mantenere il rigore non solo durante la raccolta dei fatti, ma anche nel rispetto continuo dei contesti e nell’attenta analisi critica di vicende e chiavi di lettura. Troppo spesso questi principi, fondamentali quanto elementari, si dissolvono nelle narrazioni storiche destinate al grande pubblico e nella trappola della costruzione di memorie condivise. Tornare alle fonti è certamente l’antidoto necessario e gli archivi possono essere una miniera inesauribile di tracce e di frammenti di storie con le quali illuminare l’oscurità di un passato dimenticato e incerto dando un senso a ogni storia. A patto che il rigore del metodo non soffochi la capacità del racconto dal quale possono germogliare piste di ricerca e di approfondimento scientifico senza mortificarne la potenza evocativa, ponte necessario con chi ascolta, con la dimensione esistenziale delle persone e con la complessità del dibattito pubblico contemporaneo con il quale ogni storico può riannodare il proprio legame. In questa prospettiva il panel accoglie le sollecitazioni della sezione La memoria inserita nel programma dell’Assemblea AIPH e propone degli interventi incentrati sulla potenzialità narrativa delle “collezioni di carta”. Facendo tesoro della visione sviluppata dal laboratorio Scienza Nuova dell’Università Suor Orsola Benincasa e della continua sperimentazione di attraversamenti disciplinari, obiettivo del panel è presentare tre esempi napoletani di “buone pratiche” che, nel rispetto della scienza storica, hanno saputo evocare luoghi e immagini e raccontare il passato utilizzando linguaggi innovativi.
RECTO conVERSO: I processi di digitalizzazione del living lab Bacone GABRIELE DE MARTINO DI MONTEGIORDANO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA) Nel paesaggio contemporaneo fatto di radicali e repentini mutamenti, la realtà ipermoderna delle nuove tecnologie sta imponendo nuovi modi e soprattutto nuovi tempi di acquisizione della conoscenza, in una simultaneità che ha imposto la ‘presentizzazione’ e la piega ‘performativa’ dei processi di conoscenza. I nuovi processi genetici della cultura contemporanea, cioè, la dilatazione senza confini della nozione di testo, impongono numerosi problemi all’archivistica in senso largo, rilevati già da alcuni anni anche sul piano teorico. La «archiviazione» del presente e la fruibilità futura delle acquisizioni presenti e la obsolescenza precoce dei supporti digitali, impongono agli addetti ai lavori questioni che appaiono ad alcuni insormontabili: come progettare gli archivi futuri dell’ordinario presente? Provando un vertiginoso gioco con la storia, potrebbe forse applicarsi quel grande modello culturale della conversazione alla ‘documentalità’ di età contemporanea, ai nuovi luoghi della cultura che permettono la riscrittura della struttura stessa della memoria e della fruizione. Fruizione simultanea di documenti (testi, nell’accezione semiotica più ampia) appartenenti a epoche, luoghi, medium e codici molto distanti tra loro, messi all’improvviso in un dialogo a più voci tra loro. La conservazione può dunque davvero tradursi in una conversazione impossibile, quasi realizzazione concreta – pur nella sua natura virtuale – di quella biblioteca di Babele già partorita dalla fantasia utopica e distopica di un geniale visionario come Borges; o la «biblioteca universale» di Kurd Laswitz. Gli archivi digitali finiscono per presentarsi come grandi ipertesti, o anche intertesti (per mutuare, adattandolo, Bachtin), che rivelano inattese concordanze, tributi, mutuazioni, persistenze ma anche rotture. Il Centro di Ricerca Scienza Nuova dell’Università Suor Orsola Benincasa, attraverso Il living lab Bacone ovvero il suo centro per la digitalizzazione del patrimonio, vuole provare a percorrere le nuove strade della catalogazione e della fruizione del grande patrimonio memoriale (e dunque culturale) custodito nella secolare cittadella monastica. Creare conversazione, creare comunità consapevole e partecipativa: l’esserci inteso heideggerianamente come apertura al mondo, ‘disseminazione’ conversativa e partecipativa.
I linguaggi della satira. Raccontare la storia con la sua deformazione FRANCESCA DE RUVO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA) La Fondazione Pagliara custodisce, dal 1947, un ricco e multiforme patrimonio storico e artistico che l’Università Suor Orsola Benincasa tutela e valorizza facendone uno strumento prezioso per la crescita della comunità di studenti e di studiosi che vivono all’ombra della cittadella monastica che li ospita. Tra le collezioni di disegni e stampe raccolti da Rocco Pagliara si trova un nucleo di circa 800 caricature, un repertorio di grande interesse per documentare la storia e l’evoluzione dell’illustrazione satirica fin dalle sue espressioni seicentesche, ma soprattutto nella fase più compiuta della sua diffusione ottocentesca, non soltanto in Italia. Questo patrimonio di immagini vivaci e strettamente ancorate alla storia dei costumi, della mentalità, della comunicazione e del dibattito politico del tempo che le ha prodotte è stato attentamente studiato e inventariato. Lo studio e la ricerca che hanno affiancato il lavoro di conservazione hanno prodotto pubblicazioni ed esposizioni di alto profilo, ma non hanno esaurito le potenzialità di una forma di narrazione che potrebbe offrire linguaggi insoliti e densamente comunicativi per un racconto della storia capace di aprire piste inattese. La volontà di denuncia e la grande potenza comunicativa fanno infatti della satira di ogni tempo uno strumento di lettura di grande attualità, capace di attivare in modo immediato e positivo la necessaria connessione tra il narratore e l’ascoltatore. La proposta di racconti supportati da diversi strumenti tecnologici diventa in questa prospettiva l’occasione per una disseminazione di storie innovativa nella sintassi, oltre che per gli strumenti utilizzati.
Un “codice” per il racconto LEOPOLDO REPOLA (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA) La cittadella monastica dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa si configura come uno spazio complesso in cui i luoghi, come le storie che essi hanno ospitato, si inviluppano in un rimando di segni, oggetti e opere d’arte oltre la costrizione del tempo. Il progetto di ricerca Arte in luce ha indagato le potenzialità dei linguaggi digitali intesi come strumento di rappresentazione dei fenomeni complessi che definiscono gli schemi di interpretazione e percezione del Patrimonio Culturale. Attraverso la definizione di procedure per la digitalizzazione 2/3D e la gestione dei dati di archivio e storici, secondo matrici di relazioni topologiche, è stato definito un percorso di fruizione immersivo della collezione d’arte di Rocco Pagliara, fortemente relazionato alle storie e ai luoghi della Cittadella Monastica. La ricerca ha voluto indagare un meccanismo di connessione tra le informazioni custodite nell’Archivio Storico dell’Istituto, le opere delle collezioni d’arte e i luoghi della cittadella, reso mediante un percorso narrativo emozionale fortemente ancorato al rigore dell’indagine storica. Si è tentato di dare corpo, mediante la luce, il suono, gli odori, ai segni di una storia, tra le altre, altrimenti chiusa negli specialismi di studi che con difficoltà incontrano il vasto pubblico e ancor meno intercettano gli interessi dei giovani. Il virtuale, ancor prima che esito delle tecnologie, è meccanismo di inclusione delle complessità (Levy 1995), il digitale come suo mezzo di rappresentazione potrà fornire un nuovo registro per la codifica dei dati, in cui ritrovare il senso comune della storia. Il Cartastorie – Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli SERGIO RIOLO (ARCHIVIO STORICO DEL BANCO DI NAPOLI) A Palazzo Ricca, nel cuore del centro storico di Napoli, sede della Fondazione Banco di Napoli, sono conservati circa 500 anni di scritture contabili relative agli antichi banchi pubblici napoletani (sorti nel 1539) che confluirono nel Banco delle due Sicilie prima (1809) e nel Banco di Napoli poi (1861). Le dettagliate causali di pagamento consentono di risalire alle più diverse informazioni riguardanti la storia economica, artistica, culturale e sociale di
Napoli e del Mezzogiorno. Transazioni che hanno come protagonisti nomi celebri e grandi avvenimenti, ma anche nomi non noti e storie di vita quotidiana. È sufficiente seguire il flusso economico, scandito dalle dettagliatissime causali di pagamento, per ricostruire una mole di informazioni storica enorme. Un patrimonio da sempre noto a studiosi e ricercatori, ma estraneo ai più, in primo luogo ai cittadini stessi che hanno nel Banco di Napoli e nei suoi antenati le radici della propria storia. Una delle principali criticità di tale patrimonio è la sua complessità di fruizione per un pubblico di non specialisti. La sfida di il Cartastorie è stata dunque cercare di avvicinare domanda ed offerta con l’obiettivo della divulgazione del patrimonio e la creazione di valori culturali utili alla comunità. A favorire l’accessibilità è intervento il ponte dell’innovazione. Grazie ad essa si è potuto procedere ad una musealizzazione non convenzionale basata non sull’esposizione, ma sulla trasmissione di conoscenza fondata sulla narrazione di storie. È sulla base di queste considerazioni che ilCartastorie si è proposto innanzitutto non come museo, bensì come esperienza museale composta di un ampio ventaglio di attività destinate a diversi pubblici a cui parlare di storia attraverso diversi linguaggi.
AIPH 31 Fotografia e progetto nella Public History: esperienze, pratiche e percorsi espositivi tra istituzioni e scena urbana PANEL COORDINATO DA SILVIA PAOLI (RETE FOTOGRAFIA - CONSERVATRICE DEL CIVICO ARCHIVIO FOTOGRAFICO DI MILANO) ABSTRACT Rete Fotografia (www.retefotografia.it) è un’associazione, fondata nel 2011, che si propone di essere spazio di confronto e aggiornamento tra realtà che operano nel settore della fotografia, un sistema aperto di collegamenti e relazioni tra realtà pubbliche e private, con o senza scopo di lucro, che si confrontano e collaborano in azioni di valorizzazione. Vi partecipano, per condividere progetti e idee, enti, associazioni, musei, archivi, pubblici e privati (ad oggi, venti) che insistono su un territorio peculiare, Milano e la Lombardia, caratterizzato da una forte attività legata storicamente alla fotografia professionale (con gli studi, le aziende e l’industria, l’editoria) e ad archivi e istituzioni che conservano fotografie e promuovono lo studio e l’approfondimento della cultura fotografica attraverso progetti ed eventi, prevedendo il coinvolgimento di un vasto pubblico con iniziative specifiche e diversificate. Particolare rilievo assumono, tra i progetti associativi, le mostre di tipo partecipativo, divulgativo e didattico, i progetti di arte pubblica, i percorsi espositivi che integrano curatela professionale e competenze elaborate in ambiti diversi, in collaborazione con scuole e Università, esperienze che prevedono lo studio e la messa in campo (o in scena) di diverse fonti e linguaggi espressivi, primo fra tutti la fotografia. Il Panel intende quindi proporre una riflessione sul rapporto tra fotografia, progettualità e public history, mostrando, attraverso casi concreti, presentati da enti e istituzioni soci di Rete Fotografia, quali esperienze e pratiche in ambito espositivo possano essere attuate per ampliare la circolazione delle conoscenze, le dinamiche partecipative, la pluralità di visioni e lo sviluppo di capacità critiche.
Archivi fotografici d’impresa e public history: il progetto “faccia a faccia” CAROLINA LUSSANA (DIRETTORE FONDAZIONE DALMINE E JESSICA BRIGO, RESPONSABILE ARCHIVIO) La Fondazione Dalmine nasce nel 1999 per iniziativa di TenarisDalmine, impresa che produce tubi in acciaio destinati all’energia e all’industria, radicata nel territorio da oltre un secolo, e oggi parte di un’azienda globale, Tenaris. Scopo della Fondazione è promuovere la cultura industriale attraverso tre filoni di azione: heritage-archivi, attività culturalimostre, education-programmi didattici. Conservare l’archivio, facilitarne l’accesso, realizzare studi e ricerche nei campi della storia economica e sociale, divulgarne i risultati con mostre, progetti, eventi, raggiungere le giovani generazioni con programmi di storia, cultura tecnico-scientifica e industriale: questi i punti di un progetto culturale promosso da un organismo privato, ma rivolto a un pubblico più ampio possibile. “faccia a faccia” è: • una mostra fotografica che ricostruisce la storia della presenza delle aziende Tenaris nei vari siti in Italia e nel mondo: immagini di industria, lavoro, luoghi, attività ma soprattutto persone, ritratte nei momenti di lavoro e tempo libero; • una iniziativa itinerante che ha coinvolto vari comuni interessati dalla presenza dell’azienda; • un progetto interattivo e partecipativo: il pubblico partecipa riconoscendo amici, colleghi, parenti o conoscenti; annota nomi, storie, aneddoti, notizie e informazioni; rilascia interviste video con storie di vita; dona foto dagli archivi famigliari; • un work in progress che trova continuità nel sito www.facciaafaccia.org, dove è possibile consultare e commentare tutte le immagini di tutte le edizioni organizzate per anni, temi, territori, album famigliari il risultato è una costruzione partecipata della storia dell’impresa e dei luoghi industriali dal punto di vista dei protagonisti. Dal 2006 ad oggi hanno visitato “faccia a faccia” circa 23 mila persone.
“68 Un grande numero”: il circolo virtuoso della public history MONICA DI BARBORA (FONDAZIONE ISEC - ISTITUTO PER LA STORIA DELL’ETÀ CONTEMPORANEA) Il mio intervento si focalizzerà sull’esperienza della mostra “68 Un grande numero”, organizzata da Fondazione Isec con Iuav Design e Base nell’ottobre 2018, poi riallestita con la collaborazione di Fondazione Aem – Gruppo A2A. La mostra si propone come un esperimento di public history su più livelli e consente di vedere come alcune buone pratiche inneschino un circolo virtuoso che amplifica la possibilità di parlare a pubblici diversi. Anzitutto, il lavoro di rete che è alla base della ricerca dei documenti e la collaborazione con alcuni protagonisti degli eventi presentati ha portato all’emersione di archivi e nuclei fotografici finora sconosciuti. Inoltre, l’allestimento del percorso espositivo è stato affidato ad alcune studentesse e studenti della facoltà di Design dell’Università di Venezia, sotto la guida di una docente. Fondazione Isec ha fornito il supporto relativamente alla ricerca dei materiali e alla contestualizzazione storiografica ma la scelta di alcuni documenti, delle “parole d’ordine” riprese dall’epoca che punteggiano la mostra e di come presentarle ai visitatori è stata affidata al gruppo universitario. Studentesse e studenti hanno anche aperto una pagina Instagram dedicata al progetto, invitando i visitatori a partecipare condividendo impressioni e materiali. L’invito è stato spesso accolto dalle classi scolastiche, accompagnate lungo il percorso da visite guidate, che hanno letto con facilità e coinvolgimento un linguaggio espositivo che hanno sentito come più vicino al proprio modo di guardare. Loro stessi hanno fotografato, e si sono fotografati, in mostra, appropriandosi in qualche misura del percorso e creando dei personali percorsi per immagini.
“La pubblica fotografia”: l’esperienza del Museo di Fotografia Contemporanea MATTEO BALDUZZI (MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA - MUFOCO) Fin dalla sua apertura, nel 2004, il Museo di Fotografia Contemporanea (MUFOCO), parallelamente alle attività più tradizionalmente istituzionali, ha avviato una serie di progetti artistici caratterizzati da una forte componente partecipativa, con il duplice obiettivo di mettere alla prova la fotografia nella sua componente più relazionale e di coinvolgere in maniera innovativa e continuativa le comunità di Cinisello Balsamo e dell’intera area metropolitana milanese. Utilizzando i più svariati linguaggi e sperimentando numerose modalità di coinvolgimento, grazie all’impegno di artisti anche molto diversi tra loro, questi progetti hanno contribuito nel corso degli anni alla definizione di una identità comune, costruita intrecciando storie e immagini individuali con elementi della memoria collettiva, storica e contemporanea. Per esemplificare questa modalità di lavoro, che vede la creazione di archivi contemporanei e la rilettura o riscoperta in senso partecipativo dell’archivio delle collezioni, l’intervento presenta alcuni dei progetti realizzati negli anni più recenti, tra cui Parlami di Te, un lavoro di raccolta e rielaborazione delle immagini familiari dei cittadini; Vetrinetta, una ricerca delle biografie per oggetti custodite nelle case di Cinisello Balsamo; Supercity!, la creazione di un archivio collettivo di fotografie del territorio metropolitano e infine MeMuseo, una rilettura soggettiva e partecipata del patrimonio del Museo.
AIPH 32 Memorie di comunità: biblioteche e storia del territorio in una prospettiva di public history PANEL COORDINATO DA FIAMMETTA SABBA (UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CAMPUS DI RAVENNA - COMMISSIONE NAZIONALE AIB BIBLIOTECHE SPECIALI, ARCHIVI E BIBLIOTECHE D’AUTORE) ABSTRACT Intento del panel è illustrare il ruolo delle biblioteche nella trasmissione, elaborazione, comunicazione della conoscenza storica, con particolare riferimento alla storia locale e alle sue intersezioni con i fenomeni storici che la trascendono. Oltre a raccogliere le memorie della comunità con gli strumenti tradizionali di acquisizione documentale, e a custodirle secondo le consuete attività istituzionali di tutela e circolazione, le biblioteche di ente locale diventano sempre più parte attiva nei processi di mediazione informativa quali collettori di fonti storiche, anche grazie a progetti che a vari livelli coinvolgono non solo l’utenza reale ma idealmente l’intera cittadinanza. Si concretizza così un “fare storia” con il pubblico e per il pubblico, ma con vaglio critico sulle fonti e cura rigorosa del loro trattamento. Si ribadisce, inoltre, il ruolo della biblioteca come specchio della società in cui nasce e vive. • Vengono qui descritti progetti e iniziative di biblioteche di ente locale, geograficamente distanti (sono rappresentate infatti le province di Milano, Roma, Udine, Ravenna) ma accomunati da alcune caratteristiche rilevanti per la public history: • il ricorso a forme differenziate di crowdsourcing per la raccolta documentale o informativa; • il coinvolgimento della cittadinanza (talvolta anche del mondo della scuola) in attività che ne richiedono la partecipazione diretta (visite al patrimonio, incontri con storici, conferimento di documentazione fotografica ecc.); • la produzione - oltre che la collezione - documentale; • la stretta relazione tra attività della biblioteca e storia del patrimonio in cui insiste. Da quest’ultimo punto di vista, in particolare il contributo che chiude il panel mostra come la biblioteca di ente locale, anche attraverso gli strumenti che elabora per lo svolgimento della propria attività (strumenti che gradualmente si storicizzano essi stessi), sia efficace punto d’osservazione delle dinamiche sociali del territorio di riferimento e della loro evoluzione nel tempo.
«Amm’ pusat’ chitarr’ e tambur’». Il «brigantaggio» e la musica popolare in Italia AHMED DAOUD (RICERCATORE INDIPENDENTE) Con questa relazione si intende indagare quella cultura popolare del Sud Italia, con riferimento particolare alla musica popolare, che tende a fornire un’immagine mitizzata ed apologetica del fenomeno del «brigantaggio» meridionale post-unitario. Quest’ultimo può essere fatto rientrare all’interno della contro-storia neoborbonica? In parte sì. Nella complessità e nella peculiarità di questo fenomeno – che ha in sé aspetti diversi e che ha comunque le sue origini nel banditismo dei secoli XVI e XVII e nei fenomeni ribellistici verificatisi durante la Repubblica napoletana del 1799 –, esso viene spesso utilizzato da una narrazione neoborbonica per fornire una visione dicotomica del Risorgimento con una divisione tra «buoni» e «cattivi», vittime e carnefici. La complessità del fenomeno del «brigantaggio» così come quella dell’intero processo unitario viene ridotta ad una «lotta di liberazione per il Sud» che i briganti avrebbero condotto contro gli «invasori» e «conquistatori» piemontesi, rei di aver saccheggiato e rapinato un Meridione ricco, causa di tutte le sue future «sventure». Una visione netta basata sull’opposizione tra modernità e arretratezza che è stata messa in discussione dalla recente storiografia. Un esempio recente di questo uso pubblico della storia è rappresentato dalla volontà del Consiglio regionale della Puglia di istituire una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia». Qui si intendono analizzare quelle canzoni e quei gruppi musicali che hanno contribuito a costruire questa «identità» neoborbonica e «brigante». Si pensi soprattutto alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (Canto dei Sanfedisti), ai Musicanova (Vulesse addeventare nu brigante, Brigante se more) e in particolare al cantante Eugenio Bennato (Ninco Nanco deve morire). Questo «mondo» che si esprime soprattutto nei concerti, dialoga anche con quello del cinema (si pensi al film «neoborbonico» L’eredità della priora tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello dove l’intera colonna sonora fu fatta dai Musicanova), della pubblicistica (si pensi ai libri di Bennato sul «brigantaggio») e con altri settori della società. È questa varietà e complessità che si cercherà di indagare con questa relazione cercando di capire come mai questo mito dei briganti persista ancora oggi.
Monument Women. Quando le donne salvarono la bellezza VALERIA PALUMBO (CAPOREDATTORE, REDAZIONE PROGETTI EDITORIALI, RCS MEDIA GROUP) La relazione intende illustrare l’ideazione, la realizzazione, gli spin-off e gli sviluppi dell’iniziativa Monument Women. Quando le donne salvarono la bellezza, che si è svolta, nella prima fase, nel 2018 a Milano e Genova e sta avendo uno sviluppo nel 2019, con una formula più internazionale. Genesi: nel 2018, per l’anno del patrimonio europeo, ho proposto al Touring Club e in particolare alla sezione Aperti per voi (volontari) di Milano una rassegna di cinque incontri teatralizzati e multimediali (con storiche d’arte, attori, musicisti), su cinque donne che hanno “salvato” il patrimonio (Alda Levi, Palma Bucarelli, Gabriele Muenter, Rose Valland, Fernanda Wittgens. Partner dell’iniziativa è stata la Soprintendenza archeologica della Lombardia, perché il luogo scelto per l’incontro è stato l’Antiquarium Alda Levi di Milano. A) Obiettivi: • Dare risalto all’azione delle donne che, in particolare durante l’occupazione nazista e la Seconda guerra mondiale, hanno rischiato la vita per valorizzare e proteggere il patrimonio artistico. E superare così lo stereotipo dei “Monument Men”. • Spingere il pubblico a riscoprire opere e monumenti salvati. • Valorizzare l’Antiquarium e il Parco dell’Anfiteatro, luoghi meno noti della Milano romana, a sua volta patrimonio misconosciuto della città. B) Realizzazione: Gli incontri, che si sono svolti tra maggio e dicembre, prevedevano un’intervista a una storica dell’arte, intervallata da letture e musiche (in un caso si è invece optato per un reading musicale) e accompagnata da un video. La preparazione, a parte la ricerca d’archivio, ha previsto la realizzazione di video sui luoghi legati alle protagoniste (per Rose Valland in Francia). C) Spin-Off: Due incontri sono stati selezionati per il Festival dell’Eccellenza femminile a Genova. Sviluppi: Grazie al successo dell’iniziativa, la Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano, ci ha invitati a farne relazione in aula a Palazzo Marino e riproporre, con altre protagoniste e altri luoghi, l’iniziativa. L’obiettivo è contribuire a una lettura più equilibrata della città e del suo patrimonio che includa la presenza e il contributo delle donne. Per questo abbiamo preso contatti con le organizzatrici delle Journées du Matrimoine, a Parigi, per concordare un lavoro comune e allargare la “riscoperta” delle Monument Women, adottando anche le “passeggiate narranti” nelle città coinvolte.
AIPH 34 BeWeb: il portale integrato dei beni culturali ecclesiastici a servizio dell’history telling PANEL COORDINATO DA FRANCESCA MARIA D’AGNELLI (UFFICIO NAZIONALE PER I BENI CULTURALI ECCLESIASTICI E L’EDILIZIA DI CULTO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA) Quale public history per i beni ecclesiastici FRANCESCA M. D’AGNELLI (UFF. NAZIONALE PER I BENI CULTURALI ECCLESIASTICI E L’EDILIZIA DI CULTO DELLA CEI) ABSTRACT Beweb. Raccontare una “storia altra” MARIA TERESA RIZZO (CENTRO SERVIZI PER I BENI CULTURALI) Il portale BeWeB – Beni ecclesiastici in web ( www.chiesacattolica.it/beweb ) – rende disponibile il patrimonio culturale ecclesiastico gestito e custodito dalle realtà ecclesiali italiane, proponendosi come strumento di valorizzazione e comunicazione. BeWeB offre una lettura trasversale e integrata delle risorse culturali accomunate dall’identità ecclesiale, adottando un modello entità-relazione che integra risorse librarie, archivistiche, storicoartistiche, architettoniche – con banche dati in continuo aggiornamento e incremento – oltre a voci di glossario, pagine descrittive delle diocesi e delle regioni ecclesiastiche, istituti culturali ecclesiastici e schede di autorità Persona, Famiglia, Ente. Nel portale sono presenti e relazionati anche news e approfondimenti tematici, con l’intento di far emergere, insieme a quelle tradizionali, chiavi di lettura di carattere pastorale, catechetico, liturgico e più in generale teologiche.
Il portale nasce come espressione di una “redazione distribuita sul territorio” ed è il frutto del lavoro di descrizione e catalogazione sui beni culturali ecclesiastici promosso dall’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto (BCE) della Conferenza Episcopale Italiana e condotto sul territorio dalle diocesi e dagli istituti culturali in Italia. Alla base non c’è l’adozione di uno standard descrittivo comune per i diversi ambiti, ma sistemi di mappatura e destrutturazione dei dati, con l’intento di accogliere inalterato il tracciato descrittivo di settore e quindi la ricchezza delle descrizioni originarie. Il prerequisito per una ampia integrazione tra risorse culturali di natura diversa è stato quello di operare una scelta di qualità sin dal momento della rilevazione dei dati. Il controllo dei punti di accesso diventa di fondamentale importanza in un sistema di descrizione e catalogazione distribuito sul territorio nazionale (circa 3.000 professionisti tra bibliotecari, archivisti, storici dell’arte e architetti, impegnati nei progetti sui beni culturali), che si pone come obiettivo quello di una interrogazione trasversale di risorse culturali diverse all’interno del portale. Questa concezione pluridimensionale e dinamica del controllo dei punti di accesso è il punto di snodo e raccordo fra ambiti disciplinari contigui. Il punto di accesso cross-domain (AF CEI cross-domain) è visualizzato nel portale corredato da informazioni biografiche e storiche, da collegamenti ad altre fonti esterne internazionali (principalmente VIAF e ISNI) o a risorse di approfondimento (come Wikipedia e l’enciclopedia on line della Treccani), ed è arricchito da relazioni con altre entità. In questo modo, non si forniscono informazioni soltanto sulle entità che hanno una responsabilità rispetto al bene (ad es. è soggetto produttore di, è autore di, è progettista di), ma si forniscono al fruitore tutte le coordinate necessarie per riconoscere il contesto culturale (storico-dottrinale) nel quale ciascuna entità è inserita e relazionata alle altre, estendendo le potenzialità narrative. Uno degli obiettivi di BeWeB è infatti anche quello di stimolare la produzione di contenuti, di narrazioni, di racconti (storytelling) a partire dai territori, depositari della storia, delle abitudini, degli usi e di quelle tradizioni locali legate spesso al culto e alla devozione. Un progetto che può realizzarsi attraverso le persone e le comunità, che raccontano la vita delle cose attraverso i propri occhi e con le proprie storie divenendo al contempo destinatari delle azioni, ma soprattutto ne sono gli attori primi e i veri protagonisti. Le schede di catalogo diventano quindi strumento per raccontare storie.
Chiese a porte aperte. Aperture e narrazioni automatizzate dei beni culturali ecclesiastici ROBERTO CANU (CONSULTA REGIONALE PER I BENI CULTURALI ECCLESIASTICI PIEMONTE E VALLE D’AOSTA) È operativa la prima apertura automatizzata in Italia di tredici chiese. Si può accedere con lo smartphone attraverso la App “Chiese a porte aperte”: una sperimentazione tecnologica innovativa, nata in Piemonte per ampliare le opportunità di accesso al patrimonio culturale ecclesiastico del territorio nell’ambito del piano di valorizzazione “Città e Cattedrali”, il progetto ideato dalla Fondazione CRT e dalle Diocesi del territorio. La tecnologia si pone al servizio della fruizione della cultura, a supporto dell’insostituibile ruolo dei volontari – motore ed elemento fondamentale del sistema di valorizzazione di “Città e Cattedrali” –, che si sono formati e sono maturati nella consapevolezza del percorso di crescita delle comunità locali e nel senso di appartenenza dei beni culturali e del paesaggio. L’esperienza di visita nelle “Chiese a porte aperte” è arricchita da un sistema di narrazione automatizzata. Accedendo all’interno, si trova un meccanismo multimediale che, dopo aver proposto un’opzione tramite una pulsantiera per scegliere la lingua (italiano\ inglese\francese), fornisce la narrazione storico-artistico e devozionale del sito culturale. La narrazione è valorizzata, oltre che dalla voce narrante, da musiche diffuse e da una regia di luci direzionali per poter leggere in sequenza gli affreschi. Roero Coast to Coast. Arte, paesaggi e comunità: un territorio che racconta SILVIA GALLARATO (UFFICIO DIOCESANO PER I BENI CULTURALI DELLA DIOCESI DI ALBA) Il progetto Roero Coast to Coast, promosso e sostenuto dal museo diocesano di Alba, si è concentrato su di un’area specifica, il Roero, caratterizzato da una coerente identità culturale, per comprendere la quale si è reso necessario un approfondimento sul clima culturale che tra Sei e Settecento investì il territorio, dando vita ad un importante momento
di rinnovamento architettonico e decorativo in chiave barocca di chiese, palazzi e castelli, poi trasformate in dimore signorili a cui si aggiunse il fiorire delle confraternite laicali che diventavano centri di promozione e committenti d’eccellenza. Il progetto “ROERO coast to coast” è volto a valorizzare e mettere in rete il sistema delle confraternite e dei castelli del Roero contestualizzate nello scenario del paesaggio e in relazione alla gente che lo animava, nell’ottica dell’implementazione dell’offerta turistica e del rafforzamento dell’identità locale. A partire dai luoghi in parte già messi in collegamento e valorizzati quali sedi sul territorio della Fondazione Museo Diocesano, si è ampliata la rete di valorizzazione alle confraternite e ai castelli, interessati negli anni da significativi interventi di restauro e manutenzione, intersecandola con il materiale archivistico e con il recupero della cultura immateriale. E’ in corso, inoltre, un’attività sulla “conoscenza”, attraverso il completamento della ricerca storica. Il progetto “ROERO coast to coast” vuole essere un sistema informativo a tema, quello del paesaggio, dei belvedere panoramici, dell’arte sacra e dell’architettura civile, e una narrazione del territorio. La realizzazione di un’audioguida interattiva per la descrizione di 4/5 percorsi turistici a partire dalla città di Alba, comprendenti circa 30/40 punti di interesse descritti con immagini fotografiche e video, è uno strumento utile a guidare il visitatore attraverso il territorio, consentendogli di percorrerlo in autonomia, con il mezzo di locomozione che preferisce (piedi, bicicletta a pedalata assistita o in auto), in “compagnia” di un’audioguida narrante e interattiva. Sono i racconti del conte, della gente, del vescovo-conte a accompagnare il turista nel percorso di visita dei beni culturali, sulla base dei contenuti che sono emersi dalla ricerca storica, e di scoperta del paesaggio. A integrazione della funzione informativa dell’audioguida e al fine di migliorare la fruizione degli itinerari culturali tracciati sul territorio, si è realizzato l’allestimento di una sala “immersiva” nel Museo diocesano di Alba con la proiezione di un video “chiave di accesso” interpretativa alla visita del territorio del Roero. Sono inoltre in atto azioni di coinvolgimento della comunità locale nella valorizzazione turistica, che in parte già si esprime nel volontariato culturale della rete interdiocesana “Volontari per l’Arte”, azioni di inclusione sociale e welfare culturale destinate alle persone fragili. La co-progettazione dello storytelling avviene tramite una call rivolta alla comunità locale per valorizzare la cultura immateriale delle confraternite con il recupero di testimonianze orali, fotografie, filmati. L’attività di comunicazione e promozione vuole far conoscere la rete di progetto, invitando visitatori locali, italiani e stranieri alla sua fruizione.
AIPH 35 L’immaginario delle mafie, la memoria delle vittime: una Public History italiana PANEL COORDINATO DA CHARLOTTE MOGE (UNIVERSITÀ DI LIONE) E MARCELLO RAVVEDUTO (UNIVERSITÀDI SALERNO) ABSTRACT Il racconto delle mafie è un tipico caso di PH italiano. Una divulgazione compiuta da studiosi competenti non accademici per un pubblico di non addetti ai lavori anche attraverso l’uso strategico dei media. Sebbene la ricerca scientifica abbia conseguito importanti risultati, la sua produzione rimane confinata nel contesto universitario e non è assolutamente paragonabile a quella di largo consumo in tema di mafie: dal 1948 al 2018 sono stati pubblicati 3.446 testi (di cui solo il 10% attribuibili a professori universitari); dal 1998 al 2008 sono andate in onda 100 fiction; tra il 1948 e il 2018 sono stati realizzati 334 film. Le caratteristiche di questa PH inconsapevole replicano le più diffuse pratiche della disciplina: storia locale e di comunità; storia urbana e orale; memorie individuali e collettive; biografie di vittime ed eroi; produzioni di film, canzoni, documentari, spot, serie tv, graphic novel, videogiochi, portali digitali e App; organizzazione di celebrazioni e riti collettivi, di parchi e rievocazioni storici, di progetti educativi; partecipazione attiva del pubblico; rafforzamento del patriottismo costituzionale. La PH delle mafie è una storia in presa diretta a contatto con l’evoluzione sociale, culturale, civile ed economica del fenomeno. Segue il divenire delle comunità che convivono nello spazio nazionale alla ricerca di una propria identità. Più di ogni altro tema, rappresenta la discesa della storia nell’arena pubblica affrontando le sfide di un passato che vive nel presente. Un passato, lontano o recente, che vuole influenzare l’opinione pubblica attraverso la memoria dei protagonisti (positivi e/o negativi) promuovendo azioni di impegno civile contro le mafie e a favore della democrazia repubblicana.
Le vittime di mafia e l’immaginario collettivo: il caso dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino CHARLOTTE MOGE (UNIVERSITÉ JEAN MOULIN LYON 3) I magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano già famosi in tutto il paese per il successo del maxiprocesso, ma le modalità spettacolari e terroristiche dei loro assassini nonché la conseguente mediatizzazione contribuirono notevolmente a costruire le loro figure pubbliche. L’emozione popolare e la forte reazione civile suscitate dalle stragi furono determinanti per far crescere il movimento antimafia. In un contesto di crisi di legittimità della classe politica, le figure di Falcone e Borsellino diventarono subito veri e propri punti di riferimento morali per gran parte dei cittadini. L’impegno dei familiari delle vittime nelle varie associazioni (Rita Borsellino in Libera o Maria Falcone con la Fondazione Falcone) diede vita ad una narrazione pubblica della storia dell’antimafia. L’emergenza di una liturgia civile durante le commemorazioni favorì l’inserimento della memoria delle vittime nella storia nazionale. Di conseguenza appare essenziale studiare gli strumenti di costruzione della memoria e i canali di diffusione della storia dell’antimafia. I casi di Falcone e Borsellino sono emblematici perché la molteplicità delle produzioni memoriali consente un’analisi globale della narrazione transmediale. Il ricchissimo materiale a disposizione (film, mini serie TV, fumetti, romanzi per bambini, testimonianze scritte e orali di familiari o amici, documentari, film inchiesta) rivela che, pur essendo quasi sempre ricordati insieme, la sedimentazione memoriale di ciascuno è ben diversa. La figura di Falcone prese a lungo il sopravvento ma le recenti rivelazioni sulla trattativa Stato-mafia diedero un’importanza significativa alla figura di Borsellino. Rappresentati come eroi e addirittura martiri della Repubblica, le loro figure fanno ormai parte del pantheon civile della storia nazionale. Le iniziative per mantenerne viva la memoria, pubblicizzando la loro storia, sono state potenti vettori d’inserimento nell’immaginario pubblico, dimostrando quanto la memoria possa farsi storia.
Vivi ROSANNA PICOCO (LIBERA) Il compito principale del settore Memoria di Libera è quello di ricostruire e diffondere le storie delle persone vittime innocenti delle mafie, per mantenere vivo il loro ricordo e fissarli nella memoria collettiva. Un modo per essere vicini ai familiari delle vittime innocenti e accompagnarli nel loro percorso di memoria che si fa impegno, nella lotta per la verità e la giustizia. L’idea di Vivi nasce proprio dalla consapevolezza che tutte queste storie, raccolte insieme, assumono una dimensione pubblica, raccontano un pezzo di Storia collettiva del nostro Paese. Vivi è stato pensato come luogo di memoria viva, consultabile in ogni momento, dove poter incontrare le centinaia di persone uccise dalla violenza mafiosa, scoprire i loro volti, la loro storia, i loro sogni, il loro impegno, il loro lavoro, i loro affetti. Le loro storie e le testimonianze dei loro familiari sono parole in movimento che aiutano a costruire un ponte con le nuove generazioni. Dal punto di vista dell’ideazione e della progettazione del progetto, si è scelto di sperimentare il webdoc, una piattaforma in cui ogni utente può scegliere il proprio personale percorso da seguire, creando - ad ogni fruizione - nuove connessioni e collegamenti, aiutati dai filtri di ricerca presenti in ognuna delle pagine. Un album collettivo in cui ritrovare la memoria dei propri territori. Vivi è un progetto di narrazione collettiva in continua evoluzione, che accoglierà il contributo di tutti coloro che vorranno condividere informazioni, documenti, racconti e testimonianze, per rendere questa memoria sempre più viva e solida, uno sprone per tutti per impegnarci sempre di più. Il progetto #NONINVANO: un caso di Public History TIZIANA APICELLA (FONDAZIONE POLIS – REGIONE CAMPANIA) Il presente lavoro intende apportare un contributo alla letteratura sulla Public History attraverso la narrazione del lavoro svolto dalla Fondazione Pol.i.s, – Politiche Integrate di Sicurezza, per le vittime innocenti della criminalità e i beni confiscati –, per la memorialistica delle vittime innocenti della criminalità in Campania. La Fondazione è un importante strumento attraverso il quale la Regione Campania ha inteso consolidare il sistema di governance in materia di riutilizzo dei beni confiscati e di aiuto alle vittime
innocenti della criminalità. In riferimento a questo ultimo tema, diverse sono le attività che svolge: accompagnamento quotidiano delle vittime e dei familiari di queste ultime; approfondimento normativo e proposte normative rispondenti ai bisogni delle vittime; memoria, attraverso la ricostruzione delle storie delle tante vittime innocenti uccise in Campania, o di origine campana uccise all’estero. A quest’ultimo proposito, l’articolo si sofferma sulla realizzazione di #NONINVANO, un progetto memorialistico consistente in una mostra a cielo aperto dedicata ai volti delle vittime di criminalità e, contestualmente, allo sviluppo di una app dedicata alle loro storie. La mostra è durata circa due anni, calcando le strade di Napoli dal palazzo della Regione a Via Santa Lucia fino al Palazzo Reale a Piazza del Plebiscito allo scopo di stimolare una riflessione sull’argomento delle vittime innocenti della criminalità e su come esse siano collegato all’identità della città e dei suoi abitanti. L’articolo discute di come il progetto nel suo complesso abbia inteso contribuire al rafforzamento di un senso di comunità attraverso la trasformazione di memorie ed esperienze private di perdita e dolore in memoria collettiva, anche come strumento per influenzare l’agenda politica. La discussione si focalizza sul ruolo delle vittime e dei loro parenti come ‘passatori di memoria’ e creatori di storia. Allo stesso tempo, è evidenziato anche il ruolo di istituzioni come la Fondazione Polis in qualità di mediatori che rendono possibile tale processo di memorializzazione mettendo a disposizione tecnologie, infrastrutture, competenze etc. Il palcoscenico della legalità GIULIA MINOLI (MIXER S.R.L.) NOEMI CAPUTO (CO2 CRISIS OPPORTUNITY ONLUS, ROMA) Il palcoscenico della legalità è un percorso formativo, uno spettacolo itinerante, una sinergia tra teatri, istituti penitenziari, scuole e società civile. Dieci storie proprio così, opera-dibattito sulla legalità, è parte integrante del progetto. La drammaturgia, in continua evoluzione, racconta storie vere di persone in prima linea nella lotta contro le mafie, storie di impegno civile, di cooperative che nelle terre confiscate alle mafie hanno costruito speranze, lavoro, accoglienza e idee. Il progetto è promosso da una rete di teatri nazionali, Università e associazioni antimafia. Il percorso formativo prevede dei laboratori in classe, in cui i linguaggi e le tecniche teatrali diventano strumento per ragionare sulla nostra responsabilità individuale e collettiva riguardo a logiche e culture mafiose. Il progetto, partito nel 2015 in Campania e Sicilia, negli anni si è consolidato ed è stato replicato in
AIPH 60 Alcool e public history: dai corsi universitari alle angastare, tra best practices e metodologie di comunicazione PANEL COORDINATO DA DOMENICO MATTEO FRISONE (UNIVERSITÀ DI TERAMO) ABSTRACT Gli interventi di questo panel hanno come punto di contatto la scelta di una tematica “a rischio”. A rischio perché, se è vero che l’alcool è sempre stato un elemento di aggregazione, socialità e ritualità, è altrettanto vero che da sempre a fare da contraltare c’è stata l’immagine delle bevande alcoliche come elemento estraniante e dannoso, con evidenti riferimenti alle gravi conseguenze che l’abuso di alcool può avere sul singolo individuo e sul suo ambiente sociale. È però innegabile l’assidua presenza di questa sostanza durante tutto il corso della storia umana, e la sua stretta interconnessione con molti, se non tutti, gli aspetti della civiltà. L’obiettivo di questo panel diventa allora lo sviluppo e la messa in luce di best practices e metodologie che sfruttino il più possibile questo legame e allo stesso tempo valorizzino lo spirito di convivialità che le bevande alcoliche stimolano nella maggior parte della gente, per creare delle occasioni di condivisione e discussione della Storia. Delle occasioni di public history, per dirlo in altri termini, che escano in positivo dalle analisi rischi/benefici e che riescano a trasmettere la complessità del lavoro di ricerca (o di ricostruzione) con la semplicità del rapporto con il grande pubblico. Dalle aule universitarie fino al banco di uno speziale quattrocentesco, passando per bar e pub, tenteremo di scoprire se questa sostanza instabile possa essere uno stabile strumento nelle mani dei public historian.
Insegnare Public History attraverso la Storia della birra e le tradizioni brassicole THOMAS CAUVIN (COLORADO STATE UNIVERSITY) Nella mia presentazione vorrei analizzare come la storia della birra e del fare birra può essere un meraviglioso argomento per insegnare e allo stesso tempo praticare public history con dei partner provenienti dalla comunità locale. La storia della birra può connettersi con molti argomenti storici come l’agricoltura e la civilizzazione, la vita religiosa e morale, il proibizionismo, lo sviluppo economico, ma anche il fenomeno migratorio dato che alcune delle principali compagnie brassicole in Nord America vennero fuori dalla immigrazione tedesca del diciannovesimo secolo. Presenterò il corso che ho tenuto nel 2018 alla Colorado State University sulla Storia della Birra come introduzione alla Public History per studenti universitari. Come introduzione all’argomento per gli studenti, ho parlato durante il corso dei legami tra Storia e tradizioni brassicole e delle birre locali. Come primo punto vorrei spiegare come strutturo i corsi di public history e progetto la collaborazione con partner non accademici (in questo caso produttori di birra). Credo che i corsi di public history dovrebbero partire con una valutazione delle domande e degli interessi locali (il Colorado del Nord è definito la Napa Valley della Birra) in modo da assicurarsi la partecipazione pubblica. In questo tentativo di bilanciare teoria e pratiche sul campo, tenterò di valutare alcune problematiche specifiche di corsi così introduttivi. Lavorare con partner della comunità (homebrewers) e aziendali (produttori di birra) ha portato l’attenzione su particolari ambiti – strategia di marketing, archivi aziendali, avventori e requisiti di età (21) – da cui altri insegnanti possono attingere. Finirò la mia presentazione discutendo di come valutare progetti di public history e spiegando nello specifico alcuni di questi tramite la valutazione del loro progetto finale che è stato un tour storico organizzato in una azienda brassicola.
L’alcool come espediente divulgativo: l’esperienza dei Live di Pinte di Storia DOMENICO MATTEO FRISONE (UNIVERSITÀ DI TERAMO) L’idea di osterie, cantine e pub quali luogo di incontro affonda le sue radici nell’antichità. Location perfetta per discussioni informali e per infrangere le barriere sociali, è però tradizionalmente legato ad un modo di trattare gli argomenti in modo banale, semplicistico, relegato insomma alle cosiddette “chiacchiere da bar”. Ispirato dalla esperienza internazionale di Pint of Science e con l’obiettivo dichiarato di far rientrare la storia nella discussione quotidiana del grande pubblico, il progetto Pinte di Storia ha strutturato una serie di incontri Live dediti alla semplificazione (senza però cadere nella trappola della banalizzazione) di grandi argomenti storici, sfruttando spesso collegamenti con bevande alcoliche ad essi contemporanei. L’alcool e i luoghi ad esso preposti diventano quindi solo un espediente per parlare di Storia e di storie, alla ricerca di un continuo confronto dialogico con il pubblico presente, in maniera da passare da una narrazione strictu sensu ad una costruzione (o decostruzione) comune della percezione di determinati periodi storici. Il paper si pone, quindi, come obiettivo l’illustrazione della metodologia utilizzata per la messa in atto di questi spettacoli, prestando attenzione ai punti di forza ma anche (e forse soprattutto) a quelli deboli, ed allo stesso tempo di lanciare spunti per la necessaria evoluzione di quella che si configura a tutti gli effetti come una esperienza di public history. L’alcool come medicinale e bevanda rievocativa: esperienze ricostruttive PIETRO BARSOTTI (ARS BALISTARIUM) Da sempre l’uomo si è preoccupato, oltre che della ricerca del cibo e di un luogo dove ripararsi, anche di scoprire validi rimedi contro il dolore e le malattie, facendo ricorso alla natura, soprattutto alle piante, per ricavare le sostanze curative utili a preparare unguenti, elisir, sciroppi e vini speziati. Nel quattrocento le spezierie avevano la funzione delle moderne farmacie, nonostante la varietà delle sostanze vendute e prodotte. Le esperienze ricostruttive proposte sono frutto di approfondimenti e confronti iconografici, basati
sostanzialmente su due testi: l’elenco delle compravendite della spezieria del “Veccovado” di Pistoia, conservati nell’archivio Pistoiese, mentre altre notizie e riferimenti si trovano nel testo “ordini et offitj alla corte del serenissimo Duca de Urbino”. In base a questi testi sono state ricostruite le antiche ricette di sciroppi, elisir, vini speziati e sidro. Un esempio su tutti, quello dei “giulebbi”: bevande composte di zucchero, acqua, sughi di erbe o di frutti, chiarificate con albume d’uovo. Si è poi passati ad uno studio sui metodi di produzione degli elisir, da quelli realizzati per infusione a quelli stillati alla “campana”, dal nome dell’alambicco di vetro usato per la distillazione in corrente di vapore. Veniva utilizzata anche la “bottiglia fiorentina”, un particolare apparecchio che consentiva la separazione degli olii essenziali, senza che venissero a contatto con l’acqua o con il vapore. Abbiamo approfondito e riprodotto anche l’ambiente di lavoro dello speziale, soprattutto per quanto riguarda i contenitori in cui conservare i vari prodotti, quali speziere, versatoi, brocche e albarelli, basandoci su di una ricca iconografia da cui trarre esempio per ottenere una ricostruzione accurata di questi locali. Il risultato di questa esperienza è un vero e proprio viaggio nella storia delle sostanze alcoliche prodotte dagli speziali, abbinando ricostruzione storica e archeologia sperimentale, da presentare al pubblico
AIPH 61 Il peso dell’identità al vaglio del medievista. Confronto, integrazione e convivenza delle molte alterità del Mezzogiorno medievale PANEL COORDINATO DA AMALIA GALDI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO) ABSTRACT La contemporaneità offre più di uno stimolo alla riflessione degli storici, spingendoli ad interrogarsi su alcuni processi in atto nel mondo attuale, nel tentativo di interpretarli avvalendosi delle proprie conoscenze ed esperienze scientifiche. A un tale compito non può sottrarsi il medievista, al quale non sfugge quanto il presente evochi – con ovvie differenze di contesto – quegli aspetti di contaminazione, meticciato, dialettica tra scontro e convivenza propri dei secoli medievali, protagonisti di ricorrenti ondate migratorie e di una ininterrotta circolazione di uomini e culture. Fenomeni drammaticamente attuali: oggi migliaia di persone alla ricerca di una vita migliore si muovono dai paesi più devastati dalla povertà e dalle guerre per raggiungere, a costo della vita, terre più ricche che, spesso solo illusoriamente, promettono un futuro di maggiore dignità. Con tutto ciò che ne consegue, non ultimo il fatto che consistenti porzioni della popolazione occidentale, in nome di una presunta e monolitica identità (parola quanto mai vaga e generica se non le si attribuisce la dinamicità e la complessità che sono proprie), avvertono questi ingressi massici di “stranieri” come pericolosi sotto molteplici punti di vista. Circostanze ovviamente note e che spingono ad interrogarsi sulla percezione che l’Occidente ha dell’”altro” da sé, del diverso, culturalmente e fisicamente. In questa direzione lo studio delle forme di incontro/scontro tra culture diverse nel Mezzogiorno medievale, area geografica che più di altre – per ragioni storiche e geografiche - fu esposta all’ingresso di “stranieri” provenienti da tutto il Mediterraneo (spesso motivati dalle stesse ragioni che muovono i migranti di oggi), può essere un terreno privilegiato di riflessione sul rapporto tra gli autoctoni e gli “altri”, attraverso uno studio delle fonti che ne metta anche in luce l’immagine percepita e rappresentata dell’alterità. In modo particolare, nel panel che qui si propone saranno analizzati forme e caratteri dell’incontro/scontro con alcune comunità specifiche (saraceni, ebrei, slavi) nel Mezzogiorno medievale, nella
convinzione che ciò possa portare un contributo alla riflessione odierna sul rapporto con lo “straniero”, benché calata in un mondo, quello medievale, in cui era sconosciuto il concetto moderno di “tolleranza”. Gli Ebrei nel Mezzogiorno medievale: un modello di convivenza? AMALIA GALDI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO) Shoah. Olocausto. Giornodella memoria. Parole che rievocano orrori passati e ondate persecutorie, mosse da molteplici e ingiustificabili ragioni, verso esseri umani visti come “altro da sé”. Eppure non si tratta di vicende figlie solo di altre e distanti temperie storiche da cui abbiamo preso consapevoli e definitive distanze, basti pensare alle svastiche o alle scritte offensive che, con sistematica periodicità, appaiono nei luoghi della memoria ebraica. Episodi sottovalutati e relegati a una marginalità sociale e politica, ma che invece ci ricordano che il razzismo e l’ostilità verso ciò che si ritiene diverso, in nome di una presunta identità del sé, sono sempre in agguato. L’antiebraismo, però, non è un’invenzione novecentesca, ma viene da lontano e si è nutrito nel tempo di diverse motivazioni. Tutte, però, partivano dal disprezzo verso un popolo “diverso”, con una sua forte identità culturale e religiosa, tenacemente difesa in una condizione di diaspora continua. Non ne fu esente il Medioevo, durante il quale l’ostilità verso gli Ebrei trasse alimento da ragioni religiose (le fonti abbondano dell’immagine dell’ebreo come uccisore di Cristo o autore di riti nefandi) ma anche economiche e sociali. Nel contempo, tuttavia, a una tale demonizzazione si affiancarono non pochi momenti di pacifica convivenza, di integrazione, di condivisione di spazi e attività. Ciò accadde soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, prima sicuramente delle politiche angioine di fine ‘200 e ancora fino alla cacciata definitiva degli Ebrei dal Regno nel 1541. Ed è su questo che si incentra questa relazione, che considererà soprattutto la Campania dei secoli X-XV: la pacifica convivenza con le comunità ebraiche, allora non ancora ghettizzate, pur alternata a non pochi momenti di intolleranza, può legittimamente offrire un contributo alla riflessione odierna, oggi impegnata a confrontarsi con l’“altro” e a trovare nuove e rinnovate forme di convivenza.
La dialettica con l’“altro” alla luce delle presenze slave nel Mezzogiorno medievale MARIO LOFFREDO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO) Il 75° anniversario della promulgazione delle leggi razziali emanate da Trieste ha visto nel 2018 diverse iniziative volte a commemorare una delle pagine più buie della storia della Nazione. Proprio nella città friulana, oltre all’antisemitismo, era particolarmente vivo un sentimento contro la popolazione slava, non colta nelle sue profonde diversità ma unitamente riconosciuta come Düngervölker. Una percezione ostile mai cessata: si pensi all’attribuzione a caldo del delitto di Novi Ligure del 2001 alla «solita banda di slavi storicamente e geneticamente avvezzi a tali efferatezze» (Stella 2009) o la sottolineatura della “slavità”, volta quasi a spiegarne la ferocia, di “Igor il Russo” che nell’aprile del 2017 uccise almeno due persone in Emilia-Romagna. Insomma, lo slavo, che sia occidentale, orientale o meridionale, rappresenta l’individuo losco, dal criminale guerrafondaio all’ubriacone trasandato, ritratto con intenti più o meno parodistici anche da numerose pagine Facebook, da No slavs no party a Slav squat e ignoranza. Eppure non sono mancate forme di lunga convivenza con individui di cultura slava; il Mezzogiorno italiano nel medioevo ne offre molteplici esempi. Tra il IX e il X sec. il Meridione fu meta di migrazioni dai Balcani e dalla Dalmazia, che portarono alla nascita di diverse comunità sul promontorio del Gargano. Ciò ha posto il problema del confronto con l’“altro”, portatore di lingua, costumi e valori totalmente diversi. Se per il medioevo non si può parlare propriamente né di razzismo né di tolleranza, di certo l’alterità era percepita con sospetto, in quanto rompeva la supposta uniformità dell’identità locale. Ciononostante i rapporti con l’“altro” non sono ascrivibili solo a fenomeni di conflittualità ma anche di convivenza e di “convenienza”, tesa a ricavare dall’“altro” un utile. Esemplare è proprio l’esempio offerto dalle comunità slave garganiche, inquadrate in un progetto di fortificazione delle aree liminari del dominio bizantino in Puglia. Partendo da queste considerazioni la relazione proposta analizzerà il tema della dialettica tra elemento alloctono ed elemento autoctono che, alla luce del confronto con la componente culturale slava nel Mezzogiorno medievale, può risultare illuminante anche per la lettura delle problematiche del presente.
Uno straccio scuro o un arazzo a colori? Il mondo islamico come tratto costitutivo del Mezzogiorno medievale ANTONIO TAGLIENTE (PHD - UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO) Molte delle più recenti produzioni internazionali a contenuto storico hanno restituito un’immagine meno netta e belligerante dell’universo musulmano, pur dovendo affrontare delle “pause fisiologiche” a causa dei traumatici eventi contemporanei. In questo difficile percorso, a cui il mondo accademico partecipa con contributi sempre più accessibili al grande pubblico, un posto importante è occupato dai romanzi, dai videogiochi e dalle serie TV che, in maniera silenziosa e immaginifica, hanno svolto il ruolo di promotori di un’alterità musulmana medievale più sfumata rispetto a quella statica e negativa che tanto successo ha riscosso in passato – e riscuote ancora – nel momento in cui è utilizzata come fattore di costruzione dell’identità occidentale. L’Islamofobia dilagante esce però fortemente ridimensionata anche dal ricco bagaglio di fonti che contraddistingue il Mezzogiorno medievale. I cronisti e le fonti documentarie meridionali lasciano intendere infatti che i concetti di “saraceno, agareno o musulmano” non veicolano esclusivamente connotati negativi o fanatismo religioso, ma debbono essere intesi, nel loro ininterrotto e mutevole utilizzo, con le chiavi di lettura della storia della mentalità e, nondimeno, alla luce delle capacità di ciascun narratore di interpretare la realtà. Pertanto, lo scopo del presente contributo è di mostrare quanto la percezione ampiamente strumentalizzata di un’alterità musulmana in perenne conflitto con il macrocosmo occidentale possa risultare del tutto marginale se colta attraverso i momenti di integrazione, condivisione e coesistenza tra le componenti autoctone e il mondo islamico nello scenario del Mezzogiorno medievale. Ciò consentirà di fornire un piccolo ma significativo spunto di riflessione proveniente dal passato al difficile panorama attuale, sempre più impegnato nel tentativo di definire nuovi sistemi di convivenza costruttiva.
AIPH 62 Tra dispersioni e abbandoni. Alcune proposte di recupero e valorizzazione del patrimonio storico del Mezzogiorno appenninico PANEL COORDINATO DA DONATO VERRASTRO (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA BASILICATA) ABSTRACT Il panel intende affrontare il tema della riscoperta, valorizzazione e promozione di alcuni patrimoni storici (architettonici e documentari) del Mezzogiorno appenninico. Attraverso tre differenti approcci metodologici, che radicano su fonti e linguaggi differenti, i partecipanti proporranno tre itinerari che però hanno, come tema di fondo, quello del recupero di alcuni patrimoni sottratti agli abbandoni e alle dispersioni. Il panel si presenta come trasversale a due ambiti proposti nella call, poiché propone un’intersezione tra i temi della memoria e quelli del territorio. La progettazione e realizzazione di un sito web, volto a definire itinerari culturali finalizzati alla promozione di siti di interesse storico per finalità turistiche, sarà al centro del primo intervento. In particolare, i percorsi proposti riguarderanno alcuni luoghi simbolo del lungo Ottocento italiano, accomunati da esperienze di «reazione» e «rivoluzione» tra Campania, Basilicata e Puglia. All’interno del medesimo filone narrativo, troverà posto un affondo specifico su alcuni luoghi abbandonati – ma ancora oggi densi di memoria – riguardanti esperienze pionieristiche di sperimentazione produttiva in campo agrario (azienda dei fratelli Ernesto e Giustino Fortunato a Gaudiano di Lavello) o luoghi simbolo della guerra civile postunitaria del Mezzogiorno (masseria Catapano, nel Melfese, ove si verificarono gravi fatti di sangue nel corso della dura repressione del brigantaggio). Il terzo intervento, infine, tratterà del recupero di un fondo fotografico detenuto presso il Centro Dorso di Avellino, attraverso il quale si cercherà di narrare la vita quotidiana a Calitri (AV) negli anni Venti del Novecento. Il panel, pertanto, nel proporre itinerari turistico-conoscitivi, punterà alla promozione di luoghi storici dalla forte carica evocativo-simbolica e di fonti fotografiche inedite, servendosi delle potenzialità offerte dal linguaggio web e da ricerche storiche originali.
Facciamoci un giro. Itinerari meridionali tra storia e turismo ERMANNO BATTISTA (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO) In un’epoca globale come la nostra, dominata dai turismi di massa, la valorizzazione del territorio locale rappresenta un’importante sfida. Conoscere la storia del territorio, nonché le sue manifestazioni artistiche, rappresenta, quindi, un fondamentale strumento per garantire lo sviluppo –turistico ed economico –del territorio. Partendo da queste osservazioni è nato il progetto di dare vita ad un sito web, che si vuole presentare in occasione della III conferenza dell’AIPH. Attraverso la descrizione di alcuni eventi storici che, avvenuti nel corso del lungo Ottocento, si sono verificati nel meridione italiano –si pensi, a titolo d’esempio, alla guerra del brigantaggio –il sito web, al quale attualmente si sta lavorando, si pone l’obiettivo di narrare quei territori del Sud Italia che solitamente, ancora oggi, sono estranei ai grandi itinerari turistici di massa. In particolare sono stati al momento progettati i seguenti itinerari: 1) La reazione del Vulture-Melfese; 2) Il “Viaggio elettorale” di De Sanctis; 3) La spedizione di Borjes e Crocco; 4) Da Palazzo Reale a Palazzo Farnese; 5) Le rivoluzioni di Napoli; 6) Il Sannio tra brigantaggio e reazione; 7) La Puglia del brigantaggio.
AIPH 64 Percorsi, forme e scritture: Mediterraneo e divulgazione PANEL COORDINATO DA ROSA MARIA DELLI QUADRI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI ‘L’ORIENTALE’) ABSTRACT Il Panel nasce dall’idea di unire esperienze diverse di comunicazione e di linguaggio sul tema del Mediterraneo e della sua storia che hanno come obiettivo comune quello di coinvolgere un pubblico più vasto attraverso percorsi, forme e scritture lontani dai tradizionali canoni espressivi propri del mondo specialistico. Il primo intervento illustrerà un itinerario, una mostra presentata per la prima volta al Mucem di Marsiglia nel 2015 e riproposta a Tunisi, Salonicco, Parigi, Marrakech, New York e ora a Istanbul. Lieux Saints Partagés è un’esperienza di comunicazione di contenuti derivanti da ricerche accademiche di carattere storico e antropologico che, attraverso un approccio museografico e il ricorso a diverse forme di espressione artistica, tra cui le produzioni audio e video e la fotografia, rivela esempi concreti di forme discrete di religiosità popolare che hanno consentito e consentono un’interazione pacifica tra le religioni. Le “forme” saranno, invece, quelle dei 20 semplici oggetti, quotidiani e strani, ordinari o curiosi, scelti per ripercorrere la storia del Mediterraneo prima sulla carta e poi portandola in scena e raccontandola al grande pubblico dei teatri. 20 storie che, nel secondo intervento, guideranno nella navigazione attraverso fatti, episodi, avvenimenti, intrecciandosi e mescolandosi fino a creare una grande trama che racconta cosa è stato questo mare lungo i secoli. Nell’ultima relazione, dedicata alle “scritture”, il Mediterraneo rappresenta uno dei “punti forti” della possibilità di comunicare i secoli della modernità sulle pagine di due periodici di divulgazione come “Storica” e “Historia” National Geographic, affrontando tematiche che accompagnano il lettore attraverso un modo nuovo di fare storia e divulgarla, rivolgendosi a un pubblico più vasto con un approccio e una comunicazione non specialistica.
Scritture mediterranee ROSA MARIA DELLI QUADRI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI ‘L’ORIENTALE’) I periodici mensili di divulgazione storica “Historia National Geographic” (Spagna) e “Storica National Geographic” (Italia), edite da uno dei più importanti gruppi editoriali spagnoli si sono imposti negli ultimi anni come uno strumento essenziale di incontro con la storia per chi desidera approfondirne la conoscenza e lo studio attraverso un viaggio alla scoperta di luoghi, eventi e personaggi, offrendo un prodotto diverso e innovativo in grado di ispirare ed emozionare e garantendo sempre contenuti di qualità. In questa chiave, l’età moderna occupa sempre un posto molto importante, non minore di quello che si può immaginare riservato all’epoca antica e medievale. Il Mediterraneo rappresenta, in questa prospettiva, uno dei “punti forti” della possibilità di comunicare i secoli della modernità affrontando tematiche che accompagnano il grande pubblico in uno spazio affascinante ma complesso, all’interno del quale gli uomini sono da sempre abituati a vivere vite, a incontrarsi e a scontrarsi, a perdersi e a ritrovarsi, stratificandosi e ricomponendosi. Solimano il Magnifico, Masaniello, la Napoli di Carlo III, il declino della Serenissima, la Istanbul dei sultani nell’immaginario dei viaggiatori settecenteschi, i viaggi del Grand Tour tra il 1700 e il 1800, sono solo alcuni degli argomenti da me affrontati su entrambi i periodici negli ultimi cinque anni. Attraverso di essi è stato possibile raccontare la storia di questo mare nell’età moderna in un modo nuovo, lontano per lessico, forme e apparati dai tradizionali canoni espressivi propri del mondo specialistico. Prezioso è stato il rapporto della mia scrittura con l’esperienza fotografica del National Geographic, delle ricostruzioni digitali e delle immagini.
Luoghi sacri condivisi nel Mediterraneo: riflessioni su un percorso espositivo DIONIGI ALBERA (IDEMEC – MMSH) L’intervento ripercorrerà una recente esperienza di comunicazione di contenuti derivanti da ricerche accademiche di carattere storico e antropologico ad un pubblico non specializzato, attraverso un approccio museografico. Negli ultimi anni ho curato una mostra (Lieux Saints Partagés) che, presentata per la prima volta al Mucem di Marsiglia nel 2015, è stata poi riproposta a Tunisi, Salonicco, Parigi, Marrakech, New York e ora a Istanbul. Essa prende in esame i comportamenti religiosi dei popoli mediterranei e evidenzia le forme di condivisione tra comunità religiose diverse e spesso concorrenti. Un fenomeno religioso poco noto dal grande pubblico, ma diffuso in vari settori del Mediterraneo, è proposto mediante un’esplorazione dei luoghi sacri condivisi da fedeli di religioni diverse. L’attenzione si concentra su situazioni di contatto in cui luoghi e figure sante stabiliscono ponti tra le tradizioni religiose. Discostandosi sia dalla retorica del “dialogo delle culture e delle religioni”, sia da quella sull’inevitabile scontro di civiltà, la mostra fornisce molti esempi concreti di forme discrete di religiosità popolare che hanno permesso nel passato (e in vari casi ancora oggi) un’interazione pacifica tra le religioni. La storia e l’antropologia sono così mobilitate come sapere critico per capire i problemi del mondo. Riflessioni più generali verteranno poi su varie questioni, legate tra l’altro al passaggio da una scrittura accademica a una scrittura rivolta a un pubblico ben più vasto (la mostra ha avuto diverse centinaia di migliaia di visitatori); all’utilizzo di un linguaggio «ibrido» con produzioni audio e video, un ruolo importante della fotografia e un ricorso a diverse forme di espressione artistica; alle mediazioni con le politiche delle istituzioni museali; alla dimensione pedagogica, con interventi specifici rivolti alle scuole; al coinvolgimento di gruppi e comunità religiose; all’interazione con i vari media (giornali, radio, televisioni); all’emergere di nuove conoscenze attraverso le dinamiche partecipative.
Storia del Mediterraneo in 20 oggetti: la scrittura AMEDEO FENIELLO (ISTITUTO DI STORIA DELL’EUROPA MEDITERRANEA – CNR) Che cos’è il Mediterraneo? Uno spazio mutevole e contraddittorio, solcato da rotte e destini diversi e comuni, condivisi e dissonanti, dalla storia complessa e mutevole, che è stata raccontata in modi sempre differenti e spesso contrastanti, con tante chiavi di lettura. Una memoria ripercorsa in maniera nuova in Storia del Mediterraneo in 20 oggetti e di cui si parlerà nell’intervento, non partendo da avvenimenti, congiunture o strutture, ma parlando di semplici oggetti, con vicende che, dall’antichità, finiscono per toccare ancora il nostro quotidiano. Storia del Mediterraneo in 20 oggetti: la messa in scena ALESSANDRO VANOLI (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI ‘L’ORIENTALE’) Pensare un libro di storia come una performance vuol dire scrivere avendo in mente i potenziali lettori ma anche e soprattutto i potenziali spettatori. L’intervento riguarderà le tecniche teatrali, le scelte di regia e, naturalmente, il necessario adattamento del testo.
AIPH 65 Oral e public history: un’opportunità di partecipazione democratica? PANEL COORDINATO DA STEFANO BARTOLINI (AISO) ABSTRACT Il tema della partecipazione è costitutivo tanto delle pratiche di storia orale che della public history, chiamando in causa quella che Michael H. Frisch ha chiamato la shared autorithy. Se infatti, come osservato da Alessandro Portelli, l’intervista di storia orale è sempre un rapporto dialogico e di scambio, la storia pubblica intende non solo fare storia in pubblico ma anche con il pubblico, accettando una negoziazione costante con la memoria. Public e oral history portano cioè con sé un’istanza democratica di partecipazione e inclusione nel processo del fare storia, che evidenzia l’utilità pubblica di quest’ultima, non solo nel passaggio dal semplice ricordo del passato alla storia – dalla memoria-ripetizione alla memoria-ricostruzione, come è stato detto – ma anche, ed in particolare, nel trasformare il pubblico da consumatore a coautore di storia. Attraverso le pratiche “partecipative” la storia diventa un bene comune, non più una narrazione alta ed esterna ma la risposta a una domanda sociale, ed al tempo stesso torna in primo piano anche la funzione sociale dello studioso, che scatena processi di recupero di una memoria finalizzata alla restituzione di una storia che sia patrimonio della cosiddetta “comunità immaginata”. Un approccio che ci porta lontani dalla mera ricerca di forme comunicative efficaci per arrivare più vicini alla community history, chiamando in causa i sentimenti di appartenenza a una comunità che dalla mitizzazione arrivano alla consapevolezza storica, che è cosa diversa dalla tanto abusata “memoria condivisa”. Il panel intende far dialogare esperienze realizzate da varie figure professionali, scaturite da ragioni diverse, favorendo una contaminazione multidisciplinare delle pratiche ed evidenziando le ricadute che possono avere campagne partecipative di raccolta di memorie in termini di output finali, siano questi la realizzazione di un archivio, di un museo, un libro, un film, uno spettacolo teatrale o altro ancora.
Fare storia con una comunità: la ricerca partecipata di Manfredonia GIULIA MALAVASI (BIBLIOTECA DI SCIENZE SOCIALI, UNIVERSITÀ DI FIRENZE) La storia di Manfredonia è parte della storia ambientale italiana, sebbene sia poco nota nel panorama nazionale: un petrolchimico al limitare del centro abitato che porta lavoro in una terra d’emigrazione, ma provoca una “catastrofe continuata” per la salute e l’ambiente; una comunità resistente, con momenti di forte opposizione allo stabilimento ed un innovativo protagonismo femminile; il conflitto tra ambiente e lavoro e l’esperienza di ambientalismo operaio. Come ricostruire la storia di una popolazione che ha subìto una grave catastrofe ambientale? Come restituire il percorso di una comunità segnata da una profonda sfiducia nelle istituzioni, incapaci di tutelare la salute dei cittadini, e dal permanere di una memoria divisa dovuta al profondo conflitto tra ambiente e lavoro? La proposta è: fare storia con la comunità. Nell’impostare il lavoro, alcuni contributi elaborati dalla public history hanno fornito indicazioni metodologiche a cui fare riferimento. Parte di un più ampio progetto multidisciplinare e partecipato – nel quale la storia ha dialogato con l’epidemiologia, la fisica ambientale e la sociologia – questa ricerca ha inteso valorizzare la conoscenza locale e il protagonismo dei cittadini nella ricostruzione storica: la comunità da oggetto di ricerca è diventata soggetto attivo nella produzione della propria storia, con la raccolta di memorie, la costruzione di una autorità condivisa e la raccolta delle fonti mediante forme specifiche di crowdsourcing. La condivisione e comunicazione dei risultati della ricerca hanno assunto varie modalità, da quelle classiche – dibattiti e pubblicazioni – a forme artistiche, tra cui un docufilme letture teatrali. Ne è scaturito un lavoro collettivo, che ha trasformato il risultato dellaricerca storica in uno strumento in possesso della comunità per agire sul presente e costruireil proprio futuro.
La memoria collettiva dei luoghi nei processi di rigenerazione urbana GIULIA MARAVIGLIA (COOPERATIVA SOCIOLAB) I processi partecipativi per la riqualificazione di luoghi (aree o edifici), che hanno perso nel tempo la propria funzione riconosciuta e legittimata dalla comunità, sono percorsi incrementali che devono accompagnare i fruitori a immaginarne nuovi o rinnovati usi. In tali processi il primo step è spesso quello della (ri)costruzione della memoria collettiva di un luogo, attraverso la ricerca attiva di immagini, documenti, ricordi personali, racconti, leggende della popolazione. Questa fase permette di indagare insieme la natura di un luogo, la sua vocazione, il suo dinamismo o la sua staticità nel tempo, il suo grado di resilienza rispetto ai processi di mutamento urbano e pone le basi per coinvolgere gli abitanti in un processo di coprogettazione, rifunzionalizzazione e magari anche gestione collaborativa del luogo. La comparazione tra diverse esperienze concrete, promosse dagli enti locali e portate avanti in questi ultimi anni a Piombino – per la rigenerazione dello storico quartiere operaio del Cotone – a Firenze – per la riqualificazione di Piazza Pier Vettori e la redazione delle linee guida per il bando di progettazione dell’area ex Caserma dei Lupi di Toscana – o ancora nel caso più recente di Carmignano (provincia di Prato) – per definire le regole del riuso del complesso storico del Santa Caterina – permetterà di riflettere sulle tecniche e gli strumenti della partecipazione e dell’arte pubblica che attivano i processi di ricostruzione e condivisione della memoria per rifondare l’immaginario di un luogo anche nei casi di degrado e disaffezione più conclamati.
Dalle fonti alla rigenerazione: il Villaggio Artigiano di Modena Ovest e il processo di rigenerazione innescato da OvestLab e il Collettivo Amigdala MATTEO DI CRISTOFARO (UNIVERSITÀ DI MODENA E REGGIO EMILIA) IN COLLABORAZIONE CON SILVIA TAGLIAZUCCHI (AMIGDALA) E ANTONIO CANOVI (AISO) Il Villaggio Artigiano di Modena Ovest è il primo prototipo di questo genere nato (nel 1953) in Italia. Unione di una intuizione del Sindaco di allora, Alfeo Corassori, e della volontà di creare un nuovo sbocco lavorativo e sociale per le proprie famiglie da parte degli artigiani che abbracciarono questa proposta. Nel contesto odierno del Villaggio Artigiano – composto da edifici dismessi e da uno spopolamento del quartiere – si colloca il Collettivo Amigdala, realtà modenese multidisciplinare che si occupa della relazione tra arti performative e trasformazione del territorio attraverso processi culturali di attivazione territoriale. Dal 2017 Amigdala gestisce con l’associazione Archivio Cesare Leonardi uno spazio riattivato, OvestLab, diventato fabbrica civica: un luogo per le persone, che costruisce progettualità e processi di ri-attivazione nel Villaggio Artigiano con le persone che lo animano. La ricerca di Amigdala ha fatto nascere la necessità di approcciare l’indagine dei luoghi e delle relazioni del territorio secondo nuove modalità, portando alla costituzione di un archivio che raccoglie memorie ed esperienze del quartiere (AFOr). Costruito secondo metodologie di storia orale e di linguistica, e strutturato per indagini multidisciplinari, l’archivio è l’esempio delle modalità di attivazione di un processo di rilettura critica e progettuale di un territorio. La complessità di un processo e le modalità con le quali a livello progettuale si possono trovare strade diverse – a volte intrecciate e reciprocamente fertili – è resa accessibile attraverso la fruizione multimetodologica delle fonti, con le quali leggere il processo di trasformazione di un territorio e progettare azioni di intervento.
Il Museo della Battaglia di Ortona: un cambiamento di paradigma verso la narrazione e la partecipazione. TITO VEZIO VIOLA (MUBA - MUSEO DELLA BATTAGLIA DI ORTONA) IN COLLABORAZIONE CON CHIARA PARIS (UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA) Il Museo della Battaglia di Ortona (Chieti) è stato istituito nel 2002 per accogliere la documentazione degli eventi bellici che portarono nel 1943 alla distruzione della città, fulcro orientale della Linea Gustav, con oltre 1300 vittime civili. La consistente quantità di materiali donati inizialmente dai cittadini ha costituito un segno positivo di partecipazione, mantenuto da una raccolta di interviste ai testimoni oculari che oggi fanno parte di una Banca della, memoria con oltre mille ore di registrazione. Di recente, però, la scelta museografica, fondata sul modello espositivo lineare a prevalente tipologia bellica e militare, mostra una crisi di funzione: in particolare la perdita di capacità narrativa e la perdita dell’originario valore partecipativo. Il conseguente lavoro di ricerca e di riflessione avviato da un paio di anni si orienta verso un cambiamento di paradigma su tre temi. Il primo si propone di centrare l’impianto museografico sulle narrazioni dei testimoni (già esistente), ed acquisendone di nuove. Questo comporta un problema di adeguamento flessibile agli standard catalografici della documentazione orale, con studi di indicizzazioni a carattere specifico, unitamente agli adeguamenti in materia giuridica sulla privacy e sull’autorialità. Il secondo aspetto è la ridefinizione della mission e della vision del museo verso la sua nuova funzione di “memoria partecipata” per sottrarlo ad un passato estraneo al presente. La recente sperimentazione di una mostra di testimonianze civili, dal significativo titolo “Il terzo esercito”, ha suggerito piste partecipative interessanti. Terzo cambiamento riguarda la didattica, con l’abbandono del modello denotativoillustrativo verso uno connotativo-significativo. Si sono già sperimentati moduli didattici di rimemorazione basati su metodologie laboratoriali, e descritti in modalità riproducibile.
POSTER 1. Acta Manent – Archivi di mestiere ARTSYSTEM Iniziativa di Confartigianato Venezia, promossa e finanziata dalla Regione del Veneto (L.R. 50/ 1984 art. 44 – Progetto Archivi-CittaTerritorio) a cura di Artsystem. Confartigianato di Venezia intraprende insieme alla Regione del Veneto un progetto finalizzato alla conoscenza e alla valorizzazione di un archivio di Impresa artigianale operante nel centro storico di Venezia. L’attuale proposta prende le mosse dall’esperienza di un precedente progetto intitolato “Il mestiere dell’Artigiano – Benvenuto nella mia bottega!”, promosso dalla Confartigianato di Venezia e condotto mediante la cura scientifica e operativa di Artsystem, azienda impegnata nella didattica e mediazione culturale in diversi contesti culturali e museali della citta di Venezia e interessata in particolar modo alla valorizzazione dell’Artigianato artistico. Quel progetto, con modalita/finalita didattiche, intendeva far capire ai ragazzi il valore dell’artigiano all’interno dell’attuale societa civile considerando necessari allo scopo l’incontro personale con l’artigiano, l’uomo del “saper pensare” e del “saper fare”; l’esperienza del suo ambiente di lavoro, nella percezione degli spazi, degli odori e dei rumori; la conoscenza dei manufatti, oggetti unici e non “in serie” pensati e realizzati in funzione di ambienti ed esigenze funzionali o commerciali. Nel corso di 10 anni di attivita
6. La storia dello sport nei media: le sfide della memoria, i vincoli del linguaggio PAOLO CARELLI - UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE DI MILANO EMANUELE DI MURO, FRANCESCO GALLO, DEBORAH GUAZZONI, ALESSANDRO MASTROLUCA, STEFANO MARRONE, DARIO RICCI - SOCIETÀ ITALIANA DI STORIA DELLO SPORT La Società Italiana di Storia dello Sport, nata nel 2004, si pone come principale obiettivo la promozione della ricerca sulla storia dello sport e la sua diffusione in Italia e all’estero. Ne fanno parte un nutrito gruppo di storici di altissimo livello scientifico, tra cui molti hanno intrapreso la carriera giornalistica. In seno all’associazione è nata l’idea di iniziare un percorso di riflessione, del quale il poster rappresenta l’inizio, sugli strumenti di comunicazione della storia dello sport, anche in relazione con la crescente richiesta di cultura storico-sportiva, a cui negli ultimi anni è stato risposto con un sempre maggiore spazio sui mezzi di comunicazione, sia mass media tradizionali (giornali, radio e televisione), sia new media o media digitali (es.: siti web, giornali on line, forum, blog, web radio, social media). Il poster ha permesso di dare voce all’esperienza di alcuni significativi rappresentanti di varie forme di comunicazione (giornale, radio, cinema/documentario).
7. Storia e identità civica a Benevento e nella sua Provincia ITALO IASIELLO - INSEGNANTE La riflessione sulla percezione ed elaborazione della storia da parte delle comunità e delle ricadute sui musei di ente locale e sui monumenti civici sono parte di un progetto in corso su diversi livelli sia all’interno della S.A. del Telesi@ che della S.S.B.A.. Centro d’interesse è ora la città di Benevento, per secoli un’enclave pontificia all’interno del Regno di Napoli, con la formazione di una peculiare identità civica attraverso il recupero della storia antica ed altomedioevale in funzione politica antinapoletana. In questa chiave i Sanniti sono stati visti come i veri fondatori della città, che attraverso il Samnium romano hanno trasmesso il potere ai Longobardi, che infine lo hanno ceduto alla Chiesa. Come esempio monumentale di questo programma identitario si presenta la decorazione del campanile di Santa Sofia con gli stemmi delle “dominazioni” in sequenza storica e le due grandi carte geografiche marmoree con i domini dei Sanniti e dei Longobardi, contraltare delle grandi carte imperiali a Roma. Questa concezione geopolitica è stata ancora al centro di un progetto di separazione dalla Campania e di fusione con il Molise.
8. Dal carcere alla libertà. Voci di donne ELISA MALVESTITO - ISTITUTO PER LA STORIA DELLA RESISTENZA E DELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA NEL BIELLESE, NEL VERCELLESE E IN VALSESIA L’intervento si propone di raccontare le origini e l’attuazione di un progetto di ricerca e comunicazione storica ideato e realizzato dall’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel biellese, nel vercellese e in Valsesia. Nato in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario della Liberazione, il progetto Dal carcere alla libertà. Voci di donne si propone di raccogliere e pubblicare attraverso il web testimonianze e storie di vita di donne accomunate dall’esperienza della reclusione forzata a partire dalle lotte antifasciste e resistenziali arrivando fino all’oggi. L’esperienza del carcere, la detenzione e l’allontanamento dal proprio contesto quotidiano, dagli affetti e dagli impegni lavorativi riemerge nella memorialistica femminile, fonte privilegiata della ricerca. Nell’archivio dell’Istituto sono infatti conservati diversi manoscritti e dattiloscritti autobiografici prodotti da protagoniste dell’antifascismo e della Resistenza locale che hanno rappresentato il punto di partenza del progetto. La reclusione per motivi politici o per l’opposizione più o meno radicale a regimi autoritari o a contesti sociali e politici sfavorevoli ha accomunato molte donne nell’epoca dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale a livello nazionale, ma il tema, se si pensa a figure di primo piano ancora viventi, come la birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, o l’attivista americana Angela Davis che dal carcere ha scritto alcune della pagine più famose della
contestazione americana, conserva intatta la sua attualità. Il progetto si propone quindi di perseguire non solo un arricchimento delle conoscenze su alcuni momenti storici fondamentali della storia nazionale e internazionale, ma di agire anche a livello educativo e formativo (rivolgendosi in particolare alle giovani generazioni) proponendo riflessioni riguardo a temi come i diritti civili, la libertà di espressione, i valori della democrazia e dell’antifascismo utilizzando come chiave di lettura privilegiata e punto di vista quello delle esperienze vissute dalle donne in carcere.
9. Giuseppe Camillo Giordano. Frammenti d’erbario di un botanico romantico GIANNI PALUMBO - RICERCATORE INDIPENDENTE La grande Storia, quella dei nomi illustri e degli avvenimenti che contano, custodisce un numero infinito di storie secondarie. Storie nate alle periferie della cultura, in una specie di geografia alternativa sconosciuta ai libri di testo. Piccole storie (se così possiamo definirle) che stanno lì, nascoste, ma pronte a conquistarci. È in uno di questi scrigni del tempo e dello spazio che è stato “scoperto” Giuseppe Camillo Giordano, botanico lucano. Quella di Giuseppe Camillo Giordano è una vita da botanico, e dunque di erborizzazioni, cioè di erbe, escursioni, teche. Una vita vissuta all’aperto della campagna ed al chiuso dei laboratori, dove la scienza, inevitabilmente, trasforma la terra in nozione e la natura in reperto. In un certo senso, G. C. Giordano ha cercato di addolcire questa trasformazione, che pure è uno dei compiti scientifici decisivi. Credo profondamente nella scienza - è come se ci avesse detto - ma devo mantenere un calore vitale, una singolarità, devo dare priorità alla terra prima ancora che all’oggetto scientifico. Scienza e sentimenti, sempre assieme. Forse non è un caso che il tempo di Giordano sia stato il diciannovesimo secolo, uno tra i momenti più fertili e pieni di speranza dell’intera cultura occidentale: la nascita delle scienze naturali, le nuove filosofie, i primi segni della cultura ambientalista, l’idea di un mondo che, proprio grazie alla cultura, potesse ritrovarsi unito in un progetto comune. Grandi ideali che a suo modo Giordano ha incarnato. Dalla scoperta di G. C. Giordano è nato una specie di gioco della scienza e della storia, che ha portato alla pubblicazione di libri, all’organizzazione di eventi, alla celebrazione di convegni, all’intitolazione di strade, musei e luoghi dedicati al botanico e infine (in un gioco che non è ancora finito) ad un fumetto che qui presentiamo. Una piccola grande rivincita della piccola grande storia. Il pubblico ha conosciuto uno scienziato e un la storia della scienza botanica del suo tempo attraverso il linguaggio del fumetto. Chi è stato davvero Giuseppe Camillo Giordano? Quale contributo ha lasciato alla botanica moderna? Che cosa ci racconta la vicenda di quest’uomo forte ma anche mite, gentile, profondamente umano? Cos’altro c’è da scoprire tra le erbe, i frammenti, i documenti? E dov’è finito il suo erbario, l’erbario perduto e mai ritrovato? Forse la grande Storia risponderà a queste domande. O forse il senso della piccola storia sta proprio nel non rispondere a tutto, nel lasciare aperte alcune questioni perché il gioco della conoscenza continui, affidato al pubblico ampio che ama e apprezza l’arte del fumetto.
10. La valorizzazione dell’habitat rupestre dell’ennese. Per uno sviluppo sostenibile del territorio DANIELA PATTI - UNIVERSITÀ DI ENNA “KORE” PINELLA FILIPPA MARCHESE - BENI ARCHEOLOGICI, SS.BB.AA. DI ENNA VITTORIO MIRTO - UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CATANIA Dagli studi condotti negli ultimi anni anche nell’ambito della convenzione tra l’Università di Enna “Kore” e la sezione archeologica della Soprintendenza ai BBCCAAA di Enna è (ri)emersa una realtà insediativa collegata all’habitat rupestre ricchissima e molto articolata che merita di essere conosciuta, tutelata e valorizzata, anche in considerazione dei fenomeni di degrado in atto che ne mettono a rischio la stessa sopravvivenza. L’habitat rupestre nel territorio ennese costituisce il tessuto connettivo dell’insediamento, strettamente connesso al sistema viario, di cui rimangono indizi e testimonianze documentabili a partire dall’età preistorica fina a età moderna. In particolare durante l’attività di tirocinio interno di alcuni studenti sono state pianificate una serie di attività (saggi archeologici e rilievo fotogrammetico) che ha una lettura più approfondita ed una documentazione efficace delle superfici rocciose e dei segni in negativo spesso non visibili ad occhio nudo aggiungendo nuovi e importanti dati sulla frequentazione di questi siti fino a età moderna.
11. Pietre nella Rete. Un nuovo format di memoriale virtuale per i caduti della Prima Guerra Mondiale IGOR PIZZIRUSSO - ASSOCIAZIONE POPHISTORY Una regione, l’Emilia-Romagna; 14 comuni, appartenenti a 5 province (PC; RE; MO; BO; FC); 100 anni dalla Prima Guerra Mondiale; oltre 2.000 caduti. Sono questi gli elementi fondamentali che compongono Pietre nella Rete ( www.pietrenellarete.it ), un database anagrafico pensato per raccogliere e raccontare in modo nuovo le storie e le memorie legate ai caduti della prima della Prima Guerra Mondiale, e per ridare centralità ai tanti monumenti ancora presenti sul territorio ma molto spesso ignorati o sconosciuti. Attraverso l’uso di numerose fonti, volutamente molto diverse tra loro come biografie, foto, documenti d’archivio, canzoni, cartine geografiche e rielaborazioni grafiche è possibile riscoprire l’impatto che la Grande Guerra ha avuto anche sui comuni più piccoli, e le conseguenze che un simile evento ha lasciato nella memoria pubblica.
12. Padroni a casa nostra. Boardgame e Public History: un gioco per raccontare la complessità CARMINE CHRISTIAN RUOCCO - PHD UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TERAMO Negli ultimi anni l’intensificarsi del fenomeno migratorio diretto in Europa ha posto la questione al centro delle diatribe politiche, spesso esagerandone la portata e comunque sfruttandola per questione di mero calcolo elettorale. L’idea è di utilizzare un boardgame per raccontare la complessità dei fenomeni migratori portando le persone (principalmente i giovani) a comprendere e riflettere sui meccanismi che portano la questione a diventare tematica di consenso politico, spesso ignorando sia le reali cause delle migrazioni sia il fatto che le decisioni prese per alleviare i timori dell’elettorato si riflettono sulla vita reale di persone senza alcuna voce nelle stesse. Rispetto al progetto presentato nel poster dello scorso anno, questa versione si è evoluta offrendo, con la sua scansione storicotemporale dei turni di giorno, un più chiaro collegamento tra la storia dell’imperialismo e la situazione contemporanea di quegli stessi territori. Il modo in cui è strutturato il gioco (le cui meccaniche, già definite, non alleghiamo per mancanza di spazio) favorisce l’immedesimazione dei giocatori, facendogli rivivere sia la fase dell’imperialismo europeo in Africa, individuata come una delle cause delle situazioni che i Paesi del continente vivono oggi e che spingono alle migrazioni, sia la fase a noi contemporanea delle migrazioni stesse e della risposta politica europea che viene data a queste. Il gioco crea quindi un contrasto tra l’obiettivo (vincere ad ogni costo) e la realtà che quelle mosse hanno sulle persone. Il tutto prendendo in considerazione le situazioni contingenti e di lunga durata dei paesi di migrazione, con un’accurata ricerca storiografica volta a dar conto delle motivazioni che
hanno prodotto tale fenomeno e riportata sia, in parte, nelle carte, sia, più lungamente, nel history book a corredo. Senza dimenticare che il gioco si prefigge anche l’obiettivo di dar voce in prima persona ai migranti, con le testimonianze integrali, raccolte secondo lo schema della narrazione dialogica, inserite in un sito open access.
13. Percorsi divini. Sulle vie del Falerno, tra santi e vigne ROSSANA SACCONE - L’ISOLA DI ARTURO ONLUS La cooperativa L’isola di Arturo ONLUS opera da anni sul territorio casertano, lavorando prevalentemente con i giovani in progetti di vario respiro. Tra le sue finalità c’è anche la promozione territoriale, intesa a coniugare la valorizzazione delle testimonianze storico – artistiche e archeologiche con la storia più propriamente legata al territorio e ai suoi prodotti. Lo scopo delle visite guidate è far conoscere, attraverso itinerari insoliti, il territorio campano, abbinando la visita guidata alle testimonianze storico - artistiche e archeologiche, a visite di natura enogastronomica, presso cantine e caseifici campani. Nella fattispecie abbiamo scelto la zona di Carinola per raccontare un’area poco conosciuta e molto interessante sotto diversi aspetti, non ultimo il fatto che il paese in cui sorge la cantina visitata, Casanova di Carinola, fu percorso da San Paolo di Tarso.
19. Public participation to recover and communicate the memory of the Spanish republican exile through Digital Public History and Open Data: the e-xiliad@s project LIDIA BOCANEGRA BARBECHO - PHD UNIVERSIDAD DE GRANADA L’esilio repubblicano spagnolo fu il risultato della sconfitta repubblicana nel 1939 da parte dell’esercito franchista, guidato dal generale Francisco Franco. Circa mezzo milione di persone dovettero andare in esilio nei mesi di gennaio e febbraio, attraverso i valichi francesi. Molti altri esuli lo fecero, mesi dopo, da Alicante alle coste del Nord Africa. Questi luoghi di destinazione erano, nella maggior parte dei casi, luoghi di passaggio verso i successivi paesi di destinazione, in Europa, ma soprattutto in America Latina. La natura internazionale di questo fenomeno ha comportato che attualmente ci siano un gran numero di documenti personali sparsi in tutto il mondo. Per recuperare queste fonti, il progetto e-xiliad@s è stato concepito e sviluppato nel 2009, dal campo della Digital Humanities e della Public History: www.exiliadosrepublicanos. info . Si tratta di un’iniziativa che, attraverso una piattaforma digitale multilingua, recupera documenti inediti sull’esiliato repubblicano anonimo. A livello di ricerca, il pubblico di riferimento a cui si dirige l’iniziativa è costituito da parenti e amici degli esuli e coloro che sono interessati all’argomento. Questo progetto di ricerca, finanziato in due occasioni (2009 e 2011) dalla Direzione Generale delle Migrazioni del Ministero Spagnolo del
riferimento a cui si dirige l’iniziativa è costituito da parenti e amici degli esuli e coloro che sono interessati all’argomento. Questo progetto di ricerca, finanziato in due occasioni (2009 e 2011) dalla Direzione Generale delle Migrazioni del Ministero Spagnolo del Lavoro e della Previdenza Sociale, utilizza una metodologia di recupero dei dati basata sulla partecipazione pubblica e la citizen science. Il contenuto è generato online, dal pubblico coinvolto a livello internazionale, un lavoro coordinato da una specialista nell’argomento. Per quasi un decennio, il progetto ha sviluppato una strategia collaborativa online per la partecipazione pubblica basata su dati aperti, supportata da una piattaforma digitale e dai suoi social network digitali, con oltre un migliaio di followers. Fino ad oggi, la piattaforma digitale ha recuperato circa cinquecento file inediti tra fotografie, memorie, documenti ufficiali, lettere e interviste, associati a circa duecento schede biografiche di esiliati. La gran parte di questo materiale è di accesso pubblico, grazie al consenso informato degli autori. E-xiliad@s è un’iniziativa che recupera la memoria dell’esiliato repubblicano anonimo, come zona di identità digitale dell’esilio e come spazio che informa la società con rigore scientifico dal campo della Digital Public History.
20. Firenze Imperiale: Mapping Colonial Heritage in Italy DAPHNÉ BUDASZ - EUROPEAN UNIVERSITY INSTITUTE MARKUS WURZER - UNIVERSITY OF GRAZ On this poster, La Boîte à Histoire would like to present its first main project: a transmedia history festival that will take place in September 2018 in Paris. This three days event has been thought as a meeting space between professional historians and various publics throughout different types of workshops and participative activities. The festival will deal with the revolutions and massive protest movements that occurred in 1848 in Europe and had a knock-on effect around the world. This historical episode remains not very well-known in France, yet many social issues raised at that time still echo nowadays as for instance discussions about women’s role, slavery, political representation etc. The originality of this project lies in the variety of the activities the festival will propose but also in the close collaboration of professional historians along with the integration of a central artistic dimension. Among about a dozen activities organised by La Boîte à Histoire, people will find traditional historical mediations as a guided tour of revolutionary Paris, a round table conference with specialists and an art exhibition. Apart from that, the programme will include an escape game, staged readings of historical sources, a historical trial re-enactment, a twitter fictionalised debate between historical characters and a counter-factual history workshop. The poster will present the key aspects and specificities of this project: the pedagogical dimension, the participative and inclusive approach, the interdisciplinarity of the project,
the choice of 1848 as a topic etc. Moreover, the poster will also include practical information on the event, lists of contributors and activities, the partners’ logos, contact details etc. This poster will be designed to present the way La Boîte à Histoire , as a public history association, seeks for creating performative mediation forms that could serve critical discourses while giving a playful dimension to didactical public history practices. ©2019 AIPH - Associazione Italiana di Public History
©2020 AIPH - Associazione Italiana di Public History AIPH 2019Book of Abstract è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione Non opere derivate 4.0 Internazionale . ISBN: 978-88-94410-80-8