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Le denominazioni del sangue in area baltica

Maria Teresa Ademollo Gagliano

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Acta Linguistica Lithuanica LVI (2007), 1 – 21 Le denominazioni del sangue in area baltica* Maria Teresa Ademollo Gagliano Università di Firenze In this paper I discuss the divergence between Baltic languages over the denomination for blood. While the Latvian form asins stems from the ancient IE denomination, the type represented by the Lithuanian kraũjas and the ancient Prussian crauyo may date back to the age of the individual languages, but may also have been inherited, although it is in any case more recent than asins. Since the latter possibility seems more plausible, we can hypothesize that at some prehistorical stage both denominations of blood must have been simultaneously present, albeit with different functions, in the whole IE area, or at least in part of it. In the Baltic area this pair was preserved unaltered during the common age. Subsequently it underwent, within each individual Baltic language, a process of simplification whose Latvian outcomes where different from the Lithuanian and Ancient Prussian ones. If this reconstruction is correct, it follows that all three Baltic areas show an innovative behaviour towards the inherited situation. Il problema della divergenza fra le denominazioni del sangue in area baltica (lit. kraũjas, a.pr. crauyo, ma lett. asins) non è stato affrontato finora in maniera approfondita dagli studiosi. Il Trautmann e l’Endzelin, nei loro lavori generali sul prussiano, si limitano a citare questa coppia all’interno * Avevo appena concluso questo lavoro quando è scomparso Ruggero Stefanini, che lascia un grande vuoto sia negli amici e colleghi fiorentini, sia in tutto il mondo della ricerca linguistica. Lo ricorderemo tutti per l’eccezionale dottrina, per la lucidità delle intuizioni, per la chiarezza nell’insegnamento e anche per la disponibilità nei confronti di chiunque gli chiedesse un aiuto e un suggerimento, come ho fatto io stessa tante volte. Il caso ha voluto che in questo lavoro io discutessi una sua ipotesi, proposta molti anni fa, a proposito del tipo kraũjas, e che gli chiedessi dei chiarimenti sulla situazione ittica. Per questa ragione, ma soprattutto per il rimpianto di uno studioso di altissimo livello e di grande generosità, vorrei dedicare queste mie pagine alla sua memoria. 1 MARIA TERESA ADEMOLO GAGLIANO del gruppo delle divergenze lessicali fra lituano e prussiano da una parte, e lettone dall’altra, in cui sia il lituano e il prussiano, sia il lettone conservano un termine indeuropeo (Trautmann 1910: X; Endzelin 1943: 14; cfr., più tardi, Fraenkel 1962: 290 s.v. kraũjas: “das ebenfalls uralte asins”).1 Un giudizio completamente diverso su kraũjas invece lo dà l’Euler, che, in un lavoro specifico, sostiene che questa forma non è più antica dell’età baltica (1998b: 33 sg.).2 Infine, in una breve rassegna degli arcaismi indeuropei in lettone (Ademollo Gagliano 1995 [1998]: 347–357, in particolare 348 sg., 355), io avevo classificato kraũjas come una forma antica, che però solo in epoca molto recente, in lituano e in prussiano come in altre aree, avrebbe assunto il valore di ‘sangue’. La valutazione di questa divergenza dunque è stata tutt’altro che univoca, essenzialmente a causa di un esame scarsamente approfondito della situazione, che richiede di essere considerata più attentamente. Per poter stabilire quale sia la soluzione più probabile sarà necessario accertare a che età si possa ragionevolmente far risalire il tipo kraũjas, e quindi prima di tutto se in lettone questo tipo sia semplicemente assente, o sia effettivamente scomparso. Dalla soluzione di questo problema deriva, ovviamente, la possibilità o l’impossibilità di considerare la presenza di asins in lettone come la manifestazione di un comportamento conservativo. Dal momento che, come vedremo, entrambe le parole in questione hanno un’etimologia indeuropea, il problema trascende l’area baltica; una volta chiarita, fin dove possibile, la situazione indeuropea, si avrà una base più solida per cercare di risolvere anche la nostra questione specifica. Cominciamo dunque con l’esaminare i confronti dei due termini nelle varie lingue. Il tipo asins (Mühlenbach-Endzelin 1923–25: 143 sg.; Karulis 1992, I: 78; Pokorny 1959: 343) è testimoniato, oltre che in baltico, essenzialmente nelle aree orientali (indiano, tocar io, ittita, forse armeno, greco, con una probabile traccia in latino), esclusivamente in parole col significato di ‘sangue’: sscr. asṛk, asnaḥ; toc. A ysār, B yasar; itt. ešḫar, ešḫanas; arm. ariwn (secondo 1 Si vedano anche Toporov (1984: 163); Smoczyński (1981 [1982]: 224); Sabalauskas (1990: 12), ecc. 2 Si veda anche Euler (1998a: nota 12 di p. 93), dove si parla addirittura di un neologismo. 2 Le denominazioni del sangue la spiegazione tradizionale, che però oggi è molto discussa)3; gr. ἔαρ, εἶαρ; probabilmente lat. *aser (assarātum [Paul. ex Fest. p. 15 L s.v. assyr] = ‘bevanda mista di vino e di sangue’), che però potrebbe anche essere una parola di origine non latina. 4 Si tratta evidentemente di una forma non trasparente, quindi isolata, e, data la flessione eteroclita, di un tipo morfologico molto antico. Inoltre, il valore di ‘sangue’ è costante ed esclusivo, quindi – almeno per quanto si può dedurre dalla documentazione – originario. Dunque, non ci sono dubbi che il tipo asins, con questa forma e con questo valore semantico, risalga all’età indoeuropea e quindi in una certa epoca sia stato presente in tutta l’area. Vediamo ora i confronti del tipo krau̯jas, che è attestato col valore di ‘sangue’, a parte l’area baltica, in aree in cui asins non compare, o compare al massimo come traccia (Fraenkel 1962: 290; Toporov 1984: 159–165; Mažiulis 1993: 262–266; Pokorny 1959: 621 sg.). Infatti, krau̯jas è testimoniato nelle aree occidentali (latino, celtico, baltico, slavo), perché si confronta, con qualche divergenza al livello del vocalismo radicale e della formazione, con l’a. sl. krъvь, pol. kry, a. russ. krovь (cfr. il lit. krūvinas = ‘sanguinoso’); con il lat. cruor = ‘sangue versato, che cola da una ferita’; con l’a.isl. crú = ‘sangue sparso’, cimr. crau, corn. crow. Se poi estendiamo la nostra considerazione a termini diversi dalle denominazioni del sangue, la radice è testimoniata nel ved. akravi hasta- = ‘che non ha le mani insanguinate’, kraviṣ- = ‘carne cruda’, nel sscr. krūra- = ‘ferito, sanguinoso, crudo, crudele, duro’; nell’av. xrū- = ‘carne cruda, sanguinante’, xrūnya- = ‘fatto di sangue’, xrūra- = ‘insanguinato, orribile’; nel gr. κρέας = ‘carne’; nell’a. isl. hrár (*hrēu̯az) = ‘crudo, fresco, succoso’, a.a.t. (h)rō = ‘crudo’; nel lat. crūdus, ecc. In lettone, come si è detto, krau̯jas non compare, ma è sicura- 3 La Olsen (1999: 490 sg.) propone una soluzione completamente diversa, per cui ariwn potrebbe derivare dalla radice del tipo krau̯jas, e in particolare da una proto-forma *kreu̯hnt-, da cui anche il genitivo gr. κρέατος, che però non compare nella documentazione prima del 338 a.C. (Frisk 1970: 11; Chantraine 1970: 580). Un’altra possibilità, sempre proposta dalla Olsen, è che ariwn possa rappresentare una contaminazione fra questa forma e un derivato di *es-r. Dal momento che la situazione è così incerta, nel seguito del lavoro non prenderemo in considerazione la testimonianza dell’armeno. 4 Ernout-Meillet (1959: 52); Walde-Hofmann (1965, I: 72), che non è d’accordo con questa ipotesi. 3 MARIA TERESA ADEMOLLO GAGLIANO mente connessa con questa parola la forma kreve = ‘sangue coagulato, crosta su una ferita, crosta che si forma nella guarigione’ (Mühlenbach-Endzelin 1925–27: 274 sg.; Karulis 1992, I: 424 sg. s.v. krevele). Inoltre, secondo alcuni studiosi (fra cui per esempio, oltre al Pokorny, il Toporov), dalla stessa radice deriverebbero, sia in area baltica che altrove, anche parole appartenenti ad ambiti semantici abbastanza diversi, che avrebbero come punto di partenza il valore di ‘coagulato, seccato, irrigidito, duro, ecc.’, come per esempio il lit. krušà = ‘grandine’, il lett. kruvesis = ‘fango gelato’ (Fraenkel 1962: 290 s.v. kraũjas e 302 sg. s.v. krùšti; Mühlenbach-Endzelin 1925–27: 291, che però non sembrano favorevoli a questa connessione); il gr. κρύος = ‘gelo’, con i suoi derivati; il lat. crusta = ‘crosta, corteccia’ (per tutte queste forme si veda, con una rassegna estremamente ampia e in parte discutibile, Linke 1985: 334–337). 5 La prima osservazione da fare alla luce delle testimonianze di questa radice è che la situazione è molto diversa da quella del caso precedente. In effetti, kraũjas risale a una radice vitale, che dà luogo a una famiglia di parole ampia, con vari vocalismi radicali e vari tipi di formazione, e con valori semantici diversi. Per il momento, dunque, gli elementi che ci offre la documentazione e che abbiamo già considerato fanno pensare che il tipo kraũjas debba esser ritenuto più recente del tipo asins. A questo punto, rimane però ancora da stabilire quanto sia effettivamente recente il tipo kraũjas col valore di ‘sangue’, quindi se sia, o no, anteriore all’età delle singole lingue, perché è proprio la soluzione di questo problema che si ripercuote sulla valutazione che dobbiamo dare della divergenza fra l’area lettone e le altre aree baltiche. Per acquisire qualche elemento nuovo che ci aiuti a chiarire meglio la situazione è necessario esaminare in dettaglio le denominazioni del sangue 5 Potrebbe essere imparentato con queste forme anche l’osco krustatar (si veda da ultimo Untermann 2000: 404 sg., con le varie possibilità), il cui valore semantico però è molto dubbio. Per quanto riguarda il greco, il Frisk (1970: 28 sg.) accoglie la connessione di κρύος col lett. kruvesis, col lat. crusta e anche con κρέας, cruor, mentre lo Chantraine (1970: 588 sg.) è d’accordo sulla connessione con crusta, ma non su quella con cruor. Per il latino, l’Ernout-Meillet (1959. 153) è d’accordo sul confronto fra crusta e il lett. kreve, ma incerto su quello con cruor, mentre il Walde-Hofmann (1965, I: 294 sg., 295 sg) è senz’altro d’accordo sul confronto fra crusta e cruor, e quindi anche con kreve. 4 Le denominazioni del sangue area per area.6 A questo esame va premessa una osservazione: le denominazioni del sangue in una lingua possono essere più di una. In questo caso esistono due possibilità. La prima è che oltre a una denominazione di base, corrispondente al nostro sangue, ne compaiano altre evidentemente secondarie, per esempio motivate da un punto di vista stilistico. Sono in una posizione secondaria, per esempio, le denominazioni derivate dal nome del colore rosso che compaiono in area indiana (rudhira-, lohita-, ecc.: Mayrhofer 1976: 81, 67 sg.), in area celtica (a.irl. flann = ‘rosso’, di uso poetico col valore di ‘sangue’: DIL 1950: 162), in area germanica (a.isl. roðra, che vale in particolare ‘sangue sacrificale’: De Vries 1962: 450; Cleasby–Vigfusson–Craigie 1986: 502 s.v. roðra); oppure, ancora in area germanica, i nomi derivati da radici che valgono ‘gocciolare, scorrere’, tipo ags. dréor, a.s. drōr, a.isl. dreyri = ‘sangue che scorre’ (Holthausen 1934: 77; De Vries 1962: 83), da confrontare con l’a.a.t. trōr = ‘liquido che gocciola’, col got. driusan = ‘cadere’, ecc. Queste denominazioni secondarie, che in alcune lingue possono non esistere, e che comunque potremmo non essere in grado di conoscere, non ci interessano qui. La seconda possibilità è che le denominazioni di base siano non una, ma due, ognuna con una valenza particolare, il che naturalmente non esclude a priori che nella stessa area ne esistano anche altre, secondarie come nel primo caso. Una situazione di doppia denominazione, per esempio, è quella del latino, dove troviamo la coppia sanguis/cruor, in cui il primo è il termine non marcato, che può avere anche una valenza positiva, e il secondo è il termine marcato, che ha una valenza decisamente negativa (cfr. più oltre Mencacci 1986: 25–85, in particolare 59–65, 81–85), e che nelle lingue romanze è destinato a scomparire. Questa situazione di doppia denominazione risponde bene all’ambivalenza del sangue – comunque non necessariamente espressa con due termini –, che nella mentalità dell’uomo primitivo può essere visto sia come elemento positivo, come forza vitale, sia come elemento negativo, ripugnante, temibile, dal quale si deve stare lontani, perché può causare rovina e morte.7 Da una situazione a due si può passare a una situazione a una denominazione sola, se la differenza fra i valori semantici tende ad oscurarsi, finché una delle due non diventa superflua. 6 Buck (1949: 4.15). 7 Si veda Lévy-Bruhl (1973: 251–318 e 219–371). Un altro caso di doppia denominazione è quello del sumerico, per cui si veda Pettinato (1981: 37–46). 5 Maria Teresa Ademollo Gagliano Per quanto riguarda il nostro caso specifico, come vedremo, la maggioranza delle ipotesi proponibili induce a ricostruire l’esistenza, a un livello che può variare fra l’età indeuropea comune e l’età delle singole lingue, di una coppia di denominazioni, in cui verosimilmente quella non marcata doveva essere il tipo asins, e quella marcata doveva essere il tipo krauǰas, data la sua etimologia, e data la conseguente valenza negativa che ha questa parola quando non è l’unico nome del sangue come invece avviene in lituano, in prussiano e nelle lingue slave. Cominciamo col considerare l’area indiana, in cui, a partire dal Rig-Veda, la denominazione del sangue è asṛk (Mayrhofer 1956: 66), quindi è del tipo asins. Il tipo krauǰas qui non compare, ma forme, viste sopra, come krūra- = ‘ferito, sanguinoso, crudo, ecc.’, akravihasta- = ‘che non ha le mani insanguinate’, ecc., potrebbero farcene ricostruire la presenza per un’epoca anteriore all’inizio della documentazione.8 Le possibilità dunque sono due: o in area indiana è stato presente, oltre al tipo asins, anche il tipo krauǰas, o in area indiana sono state presenti solo le condizioni per la sua formazione, che però non si è mai realizzata. Passando all’area iranica, vediamo che apparentemente qui non sono attestati né il tipo asins né il tipo krauǰas, dal momento che il termine testimoniato nell’Avesta, vohuni, che ha paralleli negli altri nomi iranici del sangue (m.pers. xōn, n.pers. xūn), non è connesso con nessuna delle forme che conosciamo. Lo Schwarz però (1982: 193–196) ipotizza, con argomenti convincenti, che il tipo asṛ-, che sembra completamente assente, sia stato in realtà presente anche in quest’area. Qui, il suo esito regolare dal punto di vista fonetico sarebbe stato *ahr- o *ahra- (av. *aŋra-, ecc.), che sarebbe andato a coincidere con *ahra- = ‘cattivo, malvolente’ (av. aŋra-). Per evitare questa coincidenza, il nome del sangue sarebbe stato sostituito con un derivato di *ǰahu-, che indicava il bene (ie. *ǰesu-), attraverso un procedimento testimoniato in vari altri casi. La presenza di vohuni dunque sarebbe una testimonianza indiretta dell’antica esistenza, anche in iranico, di una parola identica al nome indiano del sangue. D’altra parte, anche per quest’area non si può escludere, per un’epoca anteriore all’inizio della documentazione, l’esistenza del tipo krauǰas, data la presenza in avestico, come abbiamo già 8 Si veda Grassmann (1964: 359), che sulla base di akravihasta- ricostruisce appunto un *kravi- col valore di ‘sangue’. 6 Le denominazioni del sangue visto, di forme come xrūnya- = ‘fatto di sangue’, xrūra- = ‘insanguinato, orribile’, ecc. Dunque la documentazione iranica, come quella indiana, offre, riguardo al tipo krau̯jas, due diverse possibilità. Per quanto riguarda l’area tocaria, qui l’unica denominazione di cui siamo a conoscenza è ysār, quindi del tipo asins. Lo stesso vale per l’area ittita, che ha eshar, dal momento che la forma mani-, che in passato gli studiosi ritenevano traducibile con ‘sangue chiaro, arterioso’, in realtà con ogni probabilità ha un valore diverso. 9 Anche in armeno abbiamo una denominazione sola, ariwn, la cui etimologia, come si è visto sopra, è problematica. In area slava l’unico tipo attestato è l’a.sl. krъvъ, pol. kry, a.russ. krovь, mentre in baltico, come sappiamo, sono attestati sia asins che krau̯jas, e il rapporto fra questi due termini è proprio quello che stiamo cercando di stabilire. Una situazione molto interessante è quella del greco (Tagliaferro 1981: 173–221, in particolare 186–192). Qui la denominazione di base è αἷμα, di etimologia sconosciuta (Chantraine 1968, 34), quindi difficilmente più antico dell’età greca. Accanto a questa denominazione fino dall’epoca omerica ne abbiamo altre, in parte derivate da radici ind europee, ma comunque di formazione recente ed evidentemente di livello letterario. Si tratta di βρότος (Chantraine 1968, 198), detto del sangue umano coagulato sulle ferite; di λύθρος, detto del sangue del guerriero, misto a polvere e sudore, che compare di solito nella formula omerica αἵματι καὶ λύθρῳ e in origine valeva ‘sporcizia’ (Chantraine 1975, 651 s.v. λύμα); 10 di φόνος, che vale propriamente ‘uccisione, strage’ (Chantraine 1970, 426 s.v. θείνω). 11 9 Si vedano, a favore della prima interpretazione, Friedrich (1952: 135) e Puhvel (1984: 305 sg. s.v. eshar), mentre Guterbock-Hoffner (1983: 163 e Tischler 1990: 119) sono a favore della seconda. A favore di quest’ultima, richiesto da me di un parere, si era espresso, per via epistolare, anche Ruggero Stefanini. 10 Cfr., per una situazione analoga, l’ingl. gore (OED 1989: 690; ODEE: 406; Holthausen 1934. 134; MED 1963: 252 sg.), che nelle fasi antica e media inglese, e anche oggi dialettalmente, ha il valore di ‘sporcizia, letame’, e altrimenti di ‘sangue coagulato dopo un versamento’, valore che è frequente in poesia (si veda anche l’espressione arcaica blood and gore, bloody gore). Si tratta evidentemente, anche in questo caso, di un valore di origine letteraria. 11 Nel Corpus Hippocraticum troviamo praticamente solo αἷμα, dato che βρότος non è attestato, e λύθρος e φόνος non compaiono che una sola volta, in contesti partico- 7 Maria Teresa Ademollo Gagliano In quest’area, però, troviamo anche una traccia della situazione più antica, dal momento che è attestata, come si è visto sopra, la forma ἔαρ, εἶαρ, confrontabile con asins, che viene data come cipriota da uno scolio a Iliade 19.87 e da Esichio, è presente come preziosismo in alcuni poeti alessandrini a partire da Callimaco, e, se si accoglie la lezione dello scolio, sarebbe presente anche nel verso di Omero nel composto εἰαροπῶτις = ‘bevitrice di sangue’, epiteto dell’Erinni. 12 Invece, è da notare che, a differenza che in altre lingue (sanscrito, iranico), non sono attestati in greco derivati dalla radice di krau̯jas che valgano ‘sanguinoso, insanguinato’. 13 In albanese la denominazione del sangue è gjak (Orel 1998, 129), che si confronta col lit. sakaī = ‘resina’, con l’a.sl.eccl. sokъ = ‘succo, brodo’, col gr. ὀπός = ‘resina’, col toc. A saku, B sekwe = ‘pus’ (Pokorny 1044; van Windekens 1976: 411), quindi si tratta di una forma che ha assunto in epoca tarda questo valore semantico. Una situazione di recenziorità si trova anche in germanico, dove la denominazione del sangue è il tipo got. blob, a.a.t. bluot (Feist 1939: 101; Kluge 1995: 121), presente solo in quest’area e derivato dalla radice del ‘germogliare’, ‘zampillare’, quindi una forma isolata, che avrà certamente sostituito un tipo più antico. L’area germanica dunque, come quella albanese, ha perduto senza nessuna traccia il tipo asins e non ha nessuna traccia del tipo krau̯jas. Per quanto riguarda l’area latina, qui, a parte *aser, che, come si è detto, lari. lari. È da notare che, secondo la Mariani (2001: 365), nell’Orestea fra αἷμα e φόνος esisterebbe lo stesso rapporto semantico che si individua in latino fra sanguis e cruor (cfr. più oltre), mentre secondo la Mencacci (1986, 69 sg.) sarebbe λύθρος la forma parallela a cruor. 12 La lezione stampata nelle principali edizioni dell’Iliade (Allen e Monro, 1902; West, 1998-2000) è ἠεροφοι̂τις (Ἐρινύς), sia in 9.571, sia in 19.87. Lo Hainsworth, tuttavia, nel suo commento a 19.87 (1993: 138), suggerisce la possibilità che la versione originaria della formula possa essere proprio εἰαροπῶτις Ἐρινύς. Per la ripresa, nella poesia alessandrina, di elementi del testo omerico, si veda da ultimo Rengakos (1993: 147 sg). 13 Il Fraenkel, rifacendosi al Leumann (1950: 49 sg.) e al Lommel (1931: 194 sg.), attribuisce all’aggettivo κρυόεις il valore di ‘blutig’, specificando che non si tratterebbe della stessa forma che vale ‘eiskalt’ e deriva da κρύος (cfr. sopra). In realtà, in tutta la documentazione non si trovano attestazioni che inducano ad una interpretazione di questo genere, né per κρυόεις né per κρυερός, che alcuni studiosi confrontano direttamente col sscr. krūra-. 8 Le denominazioni del sangue non è del tutto chiaro, esistono due denominazioni diverse, entrambe a pieno titolo (Mencacci 1986: 25–85). Si ha infatti da una parte, come si è già detto, sanguis, che indica ciò che scorre nel corpo umano in condizioni di normalità, e insieme la forza vitale, quindi può essere il termine non marcato oppure avere una valenza fortemente positiva, e dall’altra un termine marcato, cruor, che indica il sangue che sgorga da una ferita, il sangue della morte in opposizione a quello della vita. Sanguis è una parola di etimologia non chiara, probabilmente molto recente, che dovrebbe aver sostituito il tipo asins (Ernout-Meillet 1979: 593; Walde-Hofmann 1965, II: 474 sg.). 14Cruor, come abbiamo visto sopra, si confronta col tipo lit. krau̇jas (Ernout-Meillet 1979: 152; Walde-Hofmann 1965, I: 294 sg.), ed è destinato a scomparire nelle lingue romanze. Il latino dunque presenta come termine generale, non marcato, una parola recente, mentre il termine marcato, perlomeno dal punto di vista radicale, è ereditato. In questo caso siamo di fronte ad una opposizione strutturata, che finora non abbiamo riscontrato in nessuna delle aree prese in considerazione. Abbiamo infine l’area celtica, che sembra anch’essa mostrare una coesistenza fra due termini: troviamo infatti in antico irlandese la coppia fuil/crú, in gallese la coppia gwaed/crau (quest’ultimo ora in disuso). L’a.irl. crú (Vendryes 1987: 248–249) vale, a quanto pare, ‘sangue sparso’, quindi sembrerebbe corrispondere non solo etimologicamente, ma anche funzionalmente al lat. cruor, mentre fuil vale ‘sangue (in generale)’, e dovrebbe aver sostituito il tipo asins. La storia di fuil però non è lineare dal punto di vista del significato, dato che questa parola deriva dalla radice indoeuropea alla quale risalgono per esempio il cimr. gweli = ‘ferita’, l’a.isl. valr = ‘cadavere sul campo di battaglia’, il lit. vėlės, lett. vęli = ‘spiriti dei morti’, il toc. A wäl = ‘morire’, e, con suffissi diversi, il gr. οὐλή = ‘ferita’, il lat. vulnus, ecc. (Pokorny 1959: 1144 sg.). A quanto pare, il valore originario di ‘sangue che esce da una ferita, versato in battaglia’ deve aver subito un processo di generalizzazione. 15 14 Per sanguis è stata avanzata un’ipotesi, peraltro poco convincente, di derivazione dalla radice *es-r-, nella sua forma debole, attraverso un suffisso in labiovelare sonora. Molto recentemente ritroviamo questa proposta in Balles (1999: 3–17). 15 Nel corso del tempo, comunque, le due denominazioni fuil e crú hanno finito col coincidere, almeno parzialmente, dato che entrambe possono presentare il valore di 9 MARIA TERESA ADEMOLLO GAGLIANO Per quanto riguarda il gallese, la forma crau è identica all’a.irl. crú, e gwaed forse deriva dalla stessa radice di gwyth = ‘vena’, a.irl. féith = ‘fibra’ (Pokorny 1959: 1122 s.v. *uei-, dove però non viene citata la forma gwaed), quindi è nettamente secondario e dunque recente. Ora che abbiamo esaminato tutti gli elementi forniti dalla documentazione delle varie lingue, cosa si può dedurre per quanto riguarda l’età del tipo kraūjas? Questa parola è presente col valore di ‘sangue’ in area latina, celtica, baltica, slava, mentre la sua presenza è soltanto ipotetica in indo iranico. A questo punto sono possibili diverse ipotesi, a seconda del punto di vista che si adotta su due problemi distinti. Il primo – che è quello preliminare e fondamentale – è la non completa identità formale fra le attestazioni del tipo in questione nelle diverse lingue; il secondo è l’ipoteticità della testimonianza dell’indoiranico. In effetti, pur se non in maniera esplicita e pienamente consapevole, la diversità delle valutazioni dipende sostanzialmente proprio dall’atteggiamento assunto su queste due questioni. Le ipotesi possibili sono quattro: le prime due ricostruiscono il tipo kraūjas come una innovazione indipendente e parallela delle lingue che la testimoniano; la terza e la quarta rinviano la formazione di questa parola a un’epoca anteriore all’età delle singole lingue. Però, come vedremo, la prima ipotesi pone la divergenza fra lettone e lituano-prussiano, che è il problema che ci interessa qui, in una luce diversa dalle altre tre, che invece in questo senso sono sostanzialmente equivalenti. Cominciamo con l’esaminare le prime due ipotesi, secondo le quali kraūjas sarebbe un’innovazione indipendente e parallela delle aree che lo testimoniano. Secondo la prima (1), questa innovazione per quanto riguarda l’area baltica sarebbe avvenuta non nella fase comune, ma più tardi, quando quella che sarebbe diventata l’area lettone era ormai isolata rispetto alle altre, e viceversa si potevano verificare nuovi contatti fra lituano e prussiano. 16In questo caso, asins sarebbe effettivamente un arcaismo lettone all’interno ‘race, stock’ si veda CDIL (1974: 553 sg. s.v. crú); DIL (1957: 470 sg. s.v. fuil), dove fuil viene tradotto con ‘blood; an effusion of blood; a wound; consanguineity, race, stock’, e crú con ‘gore, blood; violent death, serious wound; race, stock’. In generale per i nomi del sangue nelle lingue celtiche si veda Rapallo (1985: 36–56). 16 Ademollo Gagliano (1995: 352–356). È da notare però che in questo lavoro, come ho specificato sopra, avevo sostenuto che l’innovazione da parte del lituano e del prussiano fosse a carattere esclusivamente semantico. 10 Le denominazioni del sangue del baltico, perché il lettone avrebbe sempre posseduto una e una sola denominazione del sangue, quella indeuropea, mentre il tipo kraūjas sarebbe un’innovazione lituana e prussiana, parallela a quella che troviamo in slavo, in latino e in celtico. In lituano e prussiano, come in area slava, questa innovazione – eventualmente attraverso una fase di coppia di denominazioni entrambe a pieno titolo – sarebbe entrata in concorrenza col tipo asins e avrebbe finito con l’eliminarlo. In latino e in celtico, invece, si sarebbe costituita una coppia, in cui il tipo kraūjas verosimilmente era l’elemento marcato, con i termini che a un certo momento devono aver sostituito asins (lat. sanguis, a.irl. fuil, che almeno come denominazioni del sangue sono di età monoglottica). Per quanto riguarda le altre aree, oltre al lettone sarebbero conservative quelle che mantengono il tipo asins, e che non presentano l’innovazione kraūjas, quindi l’indiano, il tocario, l’ittita e il greco, per quanto quest’ultimo conservi il tipo asins solo a livello di traccia. L’inconveniente di questa ipotesi, come della seguente, è che a nostro giudizio risulta poco verosimile, dal momento che è abbastanza difficoltoso supporre che le varie forme del tipo kraūjas presenti nelle varie lingue siano connesse fra loro solo a livello radicale. Ci troviamo, infatti, nelle stesse condizioni, dal punto di vista dell’attendibilità della ricostruzione, nel caso in cui si ipotizzi (2) che il tipo kraūjas sia, come sopra, un’innovazione non anteriore all’età delle singole lingue, ma che per quanto riguarda l’area baltica risalga all’età comune, non ad un’età più recente. Si sarebbe dunque costituita a livello baltico comune, come nelle aree slava, latina e celtica, una coppia del tipo asins/kraūjas. Per il latino e per il celtico la situazione sarebbe la stessa dell’ipotesi (1), mentre nelle singole aree baltiche, come del resto in slavo ancora in età comune, la coppia in questione sarebbe stata eliminata, con la conservazione di uno solo dei due elementi. 17 In questo caso sia il lettone, sia il lituano e il prussiano innoverebbero, ma con risultati opposti, rispetto alla situazione di doppia denominazione ereditata dall’età baltica comune. È da notare a questo proposito che l’Euler, che ritiene appunto il tipo kraūjas di età baltica comune, sostiene, non coerentemente, che la coppia asins/kraūjas costituisce un caso 17 È da notare che, nel caso di questa ipotesi e delle due che prenderemo in considerazione di seguito, il lituano-prussiano e lo slavo avrebbero conservato il termine originariamente marcato della coppia, con un comportamento diverso, per esempio, da quello dell’area romanza nei confronti della coppia latina sanguis/cruor. 11 MARIA TERESA ADEMOLLO GAGLIANO in cui la conservatività del lettone si oppone ad un’innovazione delle altre lingue baltiche, istituendo un parallelo fra questo caso e quello di svi̇ēdri/ prākaitas, prakāisnan, denominazione del sudore in cui effettivamente il lituano e il prussiano innovano contro la conservazione lettone del termine baltico e, prima che baltico, indeuropeo. Consideriamo ora la terza e la quarta ipotesi, secondo le quali le forme del tipo kraūjas consentirebbero la ricostruzione di un unico punto di partenza originario, più antico dell’età delle singole lingue in cui compaiono, come proponevano il Trautmann e l’Endzelin. In questo caso abbiamo due soluzioni possibili, perché entra in gioco la questione dell’ipotetica presenza di questo termine anche in indoiranico. Infatti, se non siamo disposti a ricostruire anche per l’area indoiranica la presenza, anteriormente all’inizio della documentazione, del tipo kraūjas col valore di ‘sangue’, dobbiamo supporre che si tratti di una innovazione che ha coinvolto solo parte dell’area indoeuropea. Se invece riteniamo che questa ricostruzione per l’area indoiranica sia probabile, dobbiamo supporre che kraūjas sia stato un termine indoeuropeo comune, per quanto più recente di asins. Nel primo di questi due casi (3) si potrebbe pensare a un elemento lessicale nordoccidentale: 18 in questa parte dell’area indoeuropea, almeno da un certo momento in poi, prima dell’età delle singole lingue, il tipo kraūjas potrebbe essere esistito accanto al tipo asins. Dunque, l’area conservativa rispetto alla situazione indoeuropea precedente a questa innovazione sarebbe quella, orientale, in cui il tipo asins compare da solo (indiano, tocario, ittita, greco a livello di traccia), mentre l’area nordoccidentale, in cui compare 18 Si tratta in pratica dell’ipotesi che troviamo sostenuta molto tempo fa in un lavoro di Ruggero Stefanini (1958: 18–41, in particolare 37–39), dedicato essenzialmente all’itt. ešhar. Qui si stabilisce chiaramente che quella ittita è la più antica denominazione indoeuropea del sangue, e vengono classificati come soluzioni “nordoccidentali”, che riporterebbero ad un ambiente di cacciatori e di guerrieri, i diversi tipi lit. kraūjas, a.irl. fuil, got. blop; fra questi, è solo kraūjas quello che realmente ci interessa, perché è l’unico testimoniato in area baltica ed è l’unico che, data la distribuzione, abbia la possibilità di essere antico. Per il lessico nordoccidentale in generale si vedano Meillet (1908: 17–23); Devoto (1962: 177 sg., 277–289); Oettinger (2003: 183–193) (e, per le caratteristiche di quest’area da un punto di vista non lessicale, ma fonologico e morfologico, Huld 1996: 109–125). È da notare che in area sudorientale è testimoniata una radice che indica specificamente il processo di coagulazione del sangue, *mera-, attestata nel sscr. mūrchati e forse nel gr. βροτός (Devoto 1962: 289; Chantraine 1968: 198; Mayrhofer 1963: 665). 12 Le denominazioni del sangue anche, o soltanto, il tipo kraūjas, innovರೆbbe. All’interno di quest’area nordoccidentale, il baltico nella fase comune sarebbe l’unico per cui la coppia asins/kraūjas sia direttamente ricostruibile, e per questo avrebbe un comportamento particolarmente fedele alla nuova situazione. In latino e in celtico si sarebbe avuta una conservazione della struttura a due, con la sostituzione di uno dei due termini della coppia (lat. sanguis, a.irl. fuil). In slavo si sarebbe avuto un ritorno dalla situazione di coppia di denominazioni a una situazione di denominazione unica, come avviene al livello delle singole lingue baltiche. Dell’area nordoccidentale dovrebbe far parte anche il germanico, che invece presenta un termine unico, molto recente, quindi avrebbe perduto entrambi gli elementi ereditati. Dunque, anche in questo caso, come in (2), sia il lettone, sia il lituano-prussiano innoverebbero rispetto alla situazione di doppia denominazione baltica comune, con la sola differenza che questa situazione di doppia denominazione sarebbe ereditata da un’epoca più antica. Se, d’altra parte, siamo disposti a ricostruire anche per l’area indoiranica la presenza, anteriormente all’inizio della documentazione, del tipo kraūjas col valore di ‘sangue’ (4), questo implica che si sia trattato di un termine non esclusivamente nordoccidentale, ma indoeuropeo comune abbastanza antico, fermo restando, come si è già detto, che dovrebbe comunque appartenere a una fase più recente di quella del tipo asins. In altri termini, a partire da una determinata epoca in tutta l’area indoeuropea le denominazioni del sangue sarebbero state due, quindi la coppia in questione andrebbe presupposta come punto di partenza per tutte le lingue, comprese quelle che non hanno conservato né l’uno né l’altro dei suoi elementi. 19 In queste condizioni, evidentemente, la posizione delle varie aree all’interno del baltico sarebbe identica a quella ricostruita nell’ipotesi (3), mentre cambierebbe la ricostruzione della situazione indoeuropea, e quindi anche la posizione del baltico nel suo insieme nei confronti delle altre aree, perché sarebbe questa l’area più conservativa non soltanto all’interno del gruppo nordoccidentale, ma in tutto l’ambito indoeuropeo. Per il resto, latino e celtico si troverebbero nella stessa situazione dell’ipotesi (3), quindi sarebbero conservativi dal punto di 19 Si veda Linke (1995: 333–334, 343-364), secondo il quale il protoindoeuropeo riconosceva appunto due diversi tipi di sangue: quello interno all’organismo, a cui corrisponde il tipo asins, e quello esterno, a cui corrisponde il tipo kraūjas 13 MARIA TERESA ADEMOLLO GAGLIANO vista della struttura, ma sostituirebbero il termine non marcato della coppia; sarebbero invece non conservative nemmeno dal punto di vista della struttura tutte le aree con una sola denominazione, con la differenza che alcune (indiano, tocario, ittita, greco, lettone), conserverebbero il tipo asins, altre (slavo e lituano-prussiano) il tipo kraūjas, mentre altre infine li avrebbero perduti entrambi, come avviene in germanico, albanese, iranico. Il risultato finale sarebbe che in linea di massima l’area nordoccidentale conserverebbe il tipo kraūjas, la cui nordoccidentalità quindi sarebbe un punto di arrivo e non di partenza, l’area orientale il tipo asins, col baltico, in cui si sarebbero conservati entrambi i tipi, in una posizione intermedia. Le ipotesi (2), (3), (4), come si è già detto, dal punto di vista dei rapporti fra le singole aree baltiche sono sostanzialmente equivalenti, perché comunque implicano che il tipo kraūjas sia sorto o ancora nella fase baltica comune, o prima, e abbia costituito una coppia col tipo asins, qualunque sia l’epoca, dall’indeuropeo all’età delle singole lingue, in cui questo è avvenuto. Nel caso in cui siamo favorevoli ad accettare una di queste ipotesi ci dobbiamo chiedere se si possa individuare una ragione del diverso risultato della semplificazione da due a una sola denominazione all’interno del baltico. In altri termini, è possibile capire perché il lituano e il prussiano da una parte, e il lettone dall’altra, abbiano scelto in maniera diversa quando la coppia asins/kraūjas, non prima della differenziazione definitiva fra lettone e lituano, si è ridotta a un termine solo? Di solito gli studiosi hanno trascurato il problema della scomparsa di asins in lituano e in prussiano, e si sono preoccupati solo di giustificare la scomparsa di kraūjas in lettone, che, seguendo la proposta dell’Endzelin (1979 (1929): 486), 20 è stata giustificata con l’esigenza di evitare l’omofonia con kraùjš = ‘ripido’ (cfr. anche kràuja = ‘riva scoscesa’: M–E 1925–27: 262). Superficialmente questa spiegazione può sembrare accettabile, ma in realtà è da discutere. Vediamo prima di tutto la situazione delle attestazioni di kraūjs. Si tratta di una parola connessa, all’interno del lettone, con kràulis = ‘riva scoscesa, dirupo’, e che non ha confronti nelle altre aree baltiche se non a livello radicale (lit. kriaūšīs = ‘riva scoscesa, scarpata’, a.pr. krūt = ‘cadere’, ecc.: Mühlenbach-Endzelin 1925–27: 262, 263; Fraenkel 1962: 296), quindi 20 Cfr. Fraenkel (1962: 290); Karulis (1992, I: 78); Sabaliauskas (1990: 12); Euler (1998b: 34). 14 Le denominazioni del sangue non sembra anteriore all’età lettone. Esistono però in area lituana alcuni idronimi, tipo Kraujinė, Kraujupis, che sono formalmente confrontabili con toponimi lettoni tipo Kraūja, Krauju upe. Per entrambi i gruppi si potrebbe ipotizzare una connessione col tipo kràuìš21, del quale in tal caso sarebbe possibile ricostruire la presenza già in età baltica. In queste condizioni, però, il fattore dell’omofonia dovrebbe aver giocato il suo ruolo prima dell’età lettone, e kraũjas = ‘sangue’ non dovrebbe essere presente nemmeno in lituano e prussiano. Ma, anche prescindendo da queste considerazioni, l’argomento veramente stringente a sfavore di questa ipotesi è che pare molto improbabile, in generale, che una denominazione del sangue ereditata, dall’età baltica o da un’età precedente, venga eliminata per evitare l’omofonia con un aggettivo con un valore semantico di questo tipo. Piuttosto, eventualmente, sarebbe ragionevole aspettarsi che fosse stata la presenza del sostantivo a costituire un ostacolo per la formazione dell’aggettivo, non viceversa. Dunque, la giustificazione dell’omofonia non è priva di inconvenienti, da un punto di vista sia particolare, sia generale. D’altra parte, con i dati a nostra disposizione non esistono altre giustificazioni più convincenti, quindi ci troviamo costretti a concludere che la documentazione non ci consente di individuare la ragione di questa diversa scelta. In altri termini, mentre l’isolamento dell’area lettone a partire da una certa epoca giustifica in linea generale alcune scelte lessicali diverse fra lettone e lituano-prussiano, in questo caso non siamo in grado di cogliere il motivo specifico dell’eliminazione di kraũjas da parte del lettone, e neppure dell’eliminazione di asins da parte del lituano e del prussiano. Riassumendo quanto si è detto finora, per giustificare questa divergenza fra lituano-prussiano e lettone abbiamo proposto varie possibili ipotesi, fra le quali solo la (1) colloca l’innovazione in questione, per quanto riguarda l’area baltica, in un’epoca posteriore a quella della differenziazione definitiva del lettone, mentre le ipotesi (2), (3), (4) la collocano in un’epoca più antica, fra il baltico comune e l’età indoeuropea. Dunque, le ipotesi (2)-(4) sono equivalenti, come si è già detto, rispetto alla divergenza interna 21 L’Endzelin (1961: 125) aveva appunto proposto, sia pure solo come possibilità, sia la connessione dei toponimi lettoni con kràuìa = ‘riva scoscesa’, sia quella con le forme lituane. Il Vanagas invece (1981: 163), seguito dal Toporov (1984: 165 s.v. crauyo), connette preferibilmente gl’idronimi lituani proprio con kraũjas e non cita la toponomastica lettone. 15 MARIA TERESA ADEMOLLO GAGLIANO all’area baltica. Dal punto di vista della probabilità, invece, sono le ipotesi (1) e (2), secondo le quali il tipo kraūjas sarebbe il risultato di innovazioni indipendenti e parallele delle aree ind europee in cui è attestato, ad avere in comune una minore verosimiglianza rispetto alle altre, dal momento che le divergenze formali fra le diverse attestazioni del tipo in questione obiettivamente non sono tali da creare un ostacolo concreto per la ricostruzione di una forma unica originaria. Dunque, sembra più verosimile la ricostruzione di una situazione in cui il tipo kraūjas preesista all’età delle singole lingue ind europee e quindi anche all’età baltica, come nelle ipotesi (3) e (4) che abbiamo proposto sopra. A questo punto, però, va detto che, se volessimo dare la preferenza a una di queste due possibilità, non avremmo francamente elementi decisivi per fare una scelta. In conclusione, in questo caso ci troviamo di fronte a una situazione particolarmente complessa all’interno del gruppo delle isoglosse lit uano-prussiane a cui corrispondono in lettone elementi ereditati, e per questo motivo non sarebbe corretto parlare senz’altro di innovazione o di conservazione da parte delle varie aree. Infatti, è un dato di fatto innegabile che il tipo indoeuropeo asins si sia conservato solo in lettone, ma il percorso fra l’età indoeuropea e quella lettone in questo caso non si può rappresentare con certezza con una linea continua e diretta, perché la presenza di questa parola potrebbe essere valutata come un sintomo dell’atteggiamento talvolta conservativo del lettone (si vedano gùovs contro il tipo lit. kárvē, sviēdri contro il tipo lit. prākaitas, vepris contro il tipo lit. mētēlis, ecc.) solo se kraūjas fosse una innovazione più recente dell’epoca in cui questa lingua si è definitivamente differenziata dal lituano. In altri termini, è vero che asins è effettivamente la denominazione del sangue più antica in assoluto nel mondo indoeuropeo, ma quello che ci interessa qui è il punto di vista baltico, e delle singole aree baltiche, e da questo punto di vista è probabile che il tipo kraūjas possa essere ugualmente antico, e che la sopravvivenza di asins in area lettone possa essere dovuta non ad una conservatività nei confronti della situazione originaria indoeuropea, bensì, come si è visto, a un processo più complesso, che consisterebbe prima di tutto in una semplificazione di questa situazione, quindi in sostanza in una innovazione. 16 Le denominazioni del sangue BIBLIOGRAFIA E ABBREVIAZIONI Ademollo Gagliano, M. T. 1995 [1998]: Eredità lessicali ind europee in lettone. In: A. Bammesberger, Hg., Baltistik: Aufgaben und Methoden. Tagung vom 10. bis 11. November 1995. Katholische Universität Eichstätt. Heidelberg: Winter, 347–357. Ademollo Gagliano, M. 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