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Dalla Cultura del rischio al Rischio di cultura. Strumenti di Governance per Allineare Comportamenti e Valori

Cocozza, Rosa

Abstract

Il saggio esamina la distinzione concettuale e operativa tra “cultura del rischio” (risk culture), intesa come l’insieme di norme condivise e comportamenti che guidano negli intermediari finanziari un’assunzione di rischio responsabile, e “rischio di cultura” (culture risk), definito come la minaccia derivante dalla divergenza tra i valori istituzionali dichiarati e le prassi effettive.L’analisi inquadra il culture risk quale vulnerabilità trasversale con ricadute di natura sia prudenziale sia reputazionale. Attraverso una prospettiva articolata che integra governance e logiche di controllo interno, il lavoro delinea un quadro organico per la mitigazione del culture risk. Vengono altresì proposti meccanismi operativi – quali indicatori chiave e protocolli di escalation – volti a radicare una risk culture resiliente all’interno delle strutture di governance. La Guida della European Central Bank (ECB, 2024) costituisce un passo significativo nell’evoluzione delle aspettative di vigilanza, segnando un chiaro spostamento verso l’istituzionalizzazione della cultura come fattore cruciale per la solidità prudenziale e l’integrità operativa. In risposta a questo mutato orizzonte regolamentare, il presente lavoro offre una riflessione sistematica sui fondamenti concettuali, sulle strutture di governance e sugli strumenti operativi necessari per promuovere la risk culture e contenere il culture risk. Inquadrando la risk culture come ambito governabile e il culture risk come minaccia trasversale alla stabilità istituzionale, lo studio intende supportare la comunità accademica ed il mondo dei practitioner nella comprensione e nell’implementazione delle aspettative delineate dalla ECB, proponendo una prima ricognizione del set di strumenti analitici e operativi, radicati tanto nella teoria quanto nelle best practice, per tradurre gli obiettivi culturali in risultati di governance duraturi. Ne risulta un framework olistico che valorizza la cultura come elemento centrale della gestione strategica e del dialogo tra la Vigilanza e gli istituti finanziari.

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1 Dalla Cultura del rischio al Rischio di cultura. Strumenti di Governance per Allineare Comportamenti e Valori. di Rosa Cocozza e Fernando Metelli IPE Working Paper N. 27 July 15, 2025 ISSN 2284-1229 2 Dalla Cultura del rischio al Rischio di cultura. Strumenti di Governance per Allineare Comportamenti e Valori. Di Rosa Cocozza 1 e Fernando Metelli 2 Abstract Il saggio esamina la distinzione concettuale e operativa tra “cultura del rischio” (risk culture), intesa come l’insieme di norme condivise e comportamenti che guidano negli intermediari finanziari un’assunzione di rischio responsabile, e “rischio di cultura” (culture risk), definito come la minaccia derivante dalla divergenza tra i valori istituzionali dichiarati e le prassi effettive. L’analisi inquadra il culture risk quale vulnerabilità trasversale con ricadute di natura sia prudenziale sia reputazionale. Attraverso una prospettiva articolata che integra governance e logiche di controllo interno, il lavoro delinea un quadro organico per la mitigazione del culture risk. Vengono altresì proposti meccanismi operativi – quali indicatori chiave e protocolli di escalation – volti a radicare una risk culture resiliente all’interno delle strutture di governance. La Guida della European Central Bank (ECB, 2024) costituisce un passo significativo nell’evoluzione delle aspettative di vigilanza, segnando un chiaro spostamento verso l’istituzionalizzazione della cultura come fattore cruciale per la solidità prudenziale e l’integrità operativa. In risposta a questo mutato orizzonte regolamentare, il presente lavoro offre una riflessione sistematica sui fondamenti concettuali, sulle strutture di governance e sugli strumenti operativi necessari per promuovere la risk culture e contenere il culture risk. Inquadrando la risk culture come ambito governabile e il culture risk come minaccia trasversale alla stabilità istituzionale, lo studio intende supportare la comunità accademica ed il mondo dei practitioner nella comprensione e nell’implementazione delle aspettative delineate dalla ECB, 1 Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari nell’Università degli Studi di Napoli Federico II. 2 Presidente Onorario di AIFIRM, Associazione Italiana Financial Industry Risk Managers. Chief Risk Officer Alba Leasing S.p.A. 3 proponendo una prima ricognizione del set di strumenti analitici e operativi, radicati tanto nella teoria quanto nelle best practice, per tradurre gli obiettivi culturali in risultati di governance duraturi. Ne risulta un framework olistico che valorizza la cultura come elemento centrale della gestione strategica e del dialogo tra la Vigilanza e gli istituti finanziari. Keywords: chief risk officer, corporate governance, corporate culture, tone-from-the-top, mentalità di gruppo, comunicazione, remunerazione, accountability, business ethics, banking, intermediari finanziari. JEL Classification: G21, G23, G28, G41, M14. 4 Indice 1 Introduzione 5 2 Fondamenti concettuali e prospettive di inquadramento 7 2.1 Cultura del rischio e rischio di cultura: un gioco di specchi concettuali 7 2.2 La governance quale leva di radicamento culturale 9 3. Governance e assetti infrastrutturali della cultura del rischio 10 3.1 Architetture di governance e flussi culturali nelle istituzioni finanziarie 11 3.2 Le quattro dimensioni della cultura del rischio 12 3.3 Driver del rischio di cultura 15 3.4 Il principio di proporzionalità nel governo del rischio di cultura 18 4 Il rischio di cultura: protagonisti, elementi e dinamiche. 20 4.1 Gli attori del governo del rischio di cultura 21 4.2 Gli strumenti di governo del rischio di cultura 23 4.3 Integrazione della cultura del rischio all’interno dei sistemi di risk management 25 5 Conclusioni 27 Bibliografia 29 5 1. Introduzione L’integrazione della cultura del rischio nel contesto regolamentare e di vigilanza europeo è avvenuta progressivamente nel corso delle ultime due decadi, sollecitata sia dalle crisi finanziarie sia dalla progressiva formalizzazione delle norme prudenziali. La crisi finanziaria globale del 2007–2009 ha rappresentato un punto di svolta, rivelando diffuse carenze nella gestione del rischio e portando al riconoscimento che le carenze nella cultura organizzativa potessero costituire minacce sistemiche alla stabilità finanziaria. In risposta, i Regolatori hanno elevato la cultura del rischio a tema centrale nelle rispettive agende regolamentari. Il Financial Stability Board (FSB, 2014) ha sottolineato il ruolo delle strutture di governance, degli indicatori comportamentali e dell’allineamento culturale nel plasmare le decisioni sensibili al rischio. Il Comitato di Basilea sulla Supervisione Bancaria (BCBS, 2015) ha codificato l’aspettativa che le banche adottino framework di governance esplicitamente orientati alla valorizzazione di conoscenze e di competenze, inclusa la solidità culturale degli esponenti, della C-Suite e – a cascata – del personale. A livello europeo, tali sviluppi sono stati recepiti ed estesi dai Regolatori sovranazionali e nazionali introducendo obblighi vincolanti in tema di governance interna, composizione degli organi sociali, articolazione del risk appetite e integrazione delle considerazioni di rischio nel processo di pianificazione strategica. Le conseguenti trasposizioni richiamano driver culturali, tone-from-the-top e rendicontazione delle responsabilità comportamentali. Partendo da questi snodi regolamentari, lo studio inquadra la cultura del rischio come un asset strategico, delineando i quattro pilastri fondamentali individuati dalla ECB (2024): tone-from-the-top; comunicazione efficace e challenge; accountability; incentivi allineati. Il lavoro analizza tali elementi in relazione ai modelli di governance, al comportamento organizzativo e alla necessità di un adattamento dedicato e proporzionato. La cultura del rischio deve essere radicata a tutti i livelli – strategico, operativo e comportamentale – e supportata da strumenti di governance quali Key Perfomance Indicator (KPI) culturali, Key Risk Indicator (KRI), protocolli di escalation, sistemi di reporting interni e programmi formativi. Viene inoltre esaminato il ruolo centrale delle funzioni di controllo, in particolare del Chief Risk Officer (CRO), nel sostenere l’integrità culturale lungo i processi di risk management. 6 Riconoscendo la diversità dimensionale e della vocazione operativa delle istituzioni, si propone un approccio proporzionato ma rigoroso: le aspettative culturali devono essere adattate, non diluite. Il culture risk deve essere concepito come fenomeno dinamico e misurabile, con una solida data governance e strumenti diagnostici che ne consentano il continuo perfezionamento e l’interazione con la Vigilanza. La classificazione del culture risk all’interno dell’architettura più ampia del governance risk, così come declinato dalla European Banking Authority (EBA) negli Orientamenti sulla gestione dei rischi ambientali, sociali e di governance (EBA, 2025), ne conferma ulteriormente la rilevanza regolamentare. Sebbene non sempre esplicitamente nominato, il culture risk si colloca concettualmente all’intersezione fra carenze di leadership, deficienze etiche e pratiche manageriali inadeguate. Tali lacune rappresentano minacce dirette alla solidità finanziaria e rientrano, pertanto, a pieno titolo nel perimetro di vigilanza del pilastro “G” della triade Environmental, Social and Governance (ESG). In conclusione, il culture risk costituisce una vulnerabilità di fondo nei sistemi finanziari. La sua mitigazione richiede un’azione coordinata da parte degli organi di governo, del management e delle Autorità di Vigilanza. Le istituzioni che pongono la maturità culturale quale priorità strategica sono nelle migliori condizioni per conseguire una resilienza duratura e mantenere la fiducia di clienti, investitori e supervisori. Il saggio articola un framework completo per la comprensione, la misurazione e la governance della risk culture e del culture risk nelle istituzioni finanziarie, distinguendo – ed è questa una novità – tra risk culture, vale a dire la “cultura del rischio” ossia le norme e i comportamenti condivisi che guidano decisioni consapevoli del rischio, e culture risk, cioè il “rischio di cultura” ossia la minaccia derivante da disallineamenti fra valori dichiarati e condotte effettive (Cocozza e Metelli, 2025). La struttura del saggio è la seguente. La Sezione 2 definisce il fondamento concettuale, differenziando risk culture e culture risk ed esplicitando come la corporate governance operi da ancoraggio culturale. La Sezione 3 esamina il panorama regolamentare europeo in evoluzione, analizza modelli alternativi di governance e sviluppa il framework dei quattro pilastri della ECB (tone-from-the-top; comunicazione e challenge; accountability; incentivi), prima di individuare i principali driver organizzativi e comportamentali del culture risk e di discutere la logica della “proporzionalità inversa” per le Less Significant Institutions (LSI). La Sezione 4 traduce tali spunti in prassi, dettagliano i ruoli degli attori di governance, il toolkit dei KPI/KRI 7 culturali e l’integrazione delle considerazioni culturali nei processi di risk management, nei framework di data governance e nei protocolli di escalation. La Sezione 5 conclude con raccomandazioni di policy e un’agenda per un dialogo di sorveglianza continuo. 2. Fondamenti concettuali e prospettive di inquadramento Il quadro teorico entro il quale si collocano i concetti di risk culture e culture risk ricomprende le radici dottrinali e il loro significato operativo per gli intermediari finanziari. È quindi opportuno indagare la dialettica tra “cultura del rischio e “rischio di cultura”. In tale ambito spicca il ruolo della corporate governance quale leva primaria di radicamento culturale, per poter offrite un apparato concettuale utile a comprendere comprendere le dinamiche di governo e mitigazione del culture risk (Cocozza e Metelli, 2025; AIFIRM 2025). 2.1 Cultura del rischio e rischio di cultura: un gioco di specchi concettuali Le istituzioni finanziarie operano in un contesto caratterizzato da un’intrinseca esposizione all’incertezza e di conseguenza ai rischi, una situazione in cui l’attività di risk management non è soltanto un obbligo regolamentare, ma rappresenta una dimensione integrante del core business e, di conseguenza, della leadership strategica (Allen e Santomero, 1997). All’interno di questo ambito, risk culture e culture risk costituiscono due costrutti concettualmente distinti, ma strettamente interdipendenti. La risk culture denota l’insieme di valori condivisi, atteggiamenti, competenze e norme comportamentali che plasmano il modo in cui il rischio viene percepito, comunicato e gestito all’interno di un’organizzazione. Essa si manifesta nelle azioni quotidiane di dipendenti e vertici aziendali, permeando le decisioni strategiche, l’allocazione del capitale e le scelte operative. Una risk culture solida funge da bussola interna, allineando i comportamenti con la sostenibilità a lungo termine dell’istituto e con le aspettative di vigilanza. Come sottolineato 8 dai principali Organismi Regolatori, la risk culture rappresenta il fondamento di una governance efficace e resiliente. Al contrario, il culture risk si manifesta quando si registra un disallineamento tra i valori, aprioristicamente giusti 3 , enunciati dall’istituto e i comportamenti effettivamente praticati in tutta l’organizzazione. Tale disallineamento può dar luogo a scorrettezze etiche 4 , inefficienze operative e danni reputazionali, che minacciano al contempo la solidità prudenziale e la legittimità sociale dell’ente. Il culture risk, pertanto, va inteso come il rischio derivante da carenze nella costruzione di una cultura istituzionale coerente e “morale”. I suoi sintomi includono l’erosione dei meccanismi di accountability, la rottura dei flussi comunicativi interni e la presenza di incentivi non allineati a comportamenti prudenti o, peggio, l’impunità di condotte critiche. Di fondamentale rilievo è il fatto che l’assenza di una risk culture matura costituisce essa stessa un vettore di culture risk (AIFIRM, 2025). Questa relazione ricorsiva spiega perché le Autorità di Vigilanza considerino oggi il culture risk non più un concetto astratto, ma un rischio materiale che richiede una governance strutturata, un monitoraggio sistematico ed azioni di mitigazione mirate. In questa prospettiva, la European Central Bank (ECB, 2024) sottolinea la necessità che le banche articolino, istituzionalizzino e valutino la risk culture come un asset strategico, anziché concepirla come un mero ethos intangibile. La distinzione tra questi due concetti supera il mero gioco semantico: essa traccia il confine tra una governance proattiva e una reattiva. Mentre la risk culture mira a infondere valori prima che insorgano comportamenti devianti, il culture risk richiede meccanismi in grado di rilevare e correggere tali deviazioni. Di conseguenza, qualsiasi istituto che non investa preventivamente nella prima si troverà inevitabilmente a confrontarsi con il secondo, spesso a costi molto elevati. Affrontare il culture risk richiede più di un impegno retorico: è indispensabile un quadro coerente, fondato su un’architettura di governo e rafforzato da sistemi di performance management. In particolare, esso esige una valutazione sistematica del tone-from-the-top, della coerenza dei canali di comunicazione interna, della credibilità degli incentivi e dell’efficacia 3 Il riferimento è al concetto di morale di Kant, ossia al complesso di norme e principi che regolano il comportamento di un individuo o di una collettività. Essa rappresenta l’insieme delle regole, dei valori e delle convinzioni concrete condivise da una comunità in un dato contesto storico-culturale. La moralità kantiana esalta il rispetto incondizionato per la dignità umana e l’impersonalità delle norme morali, contrastando derive utilitaristiche che subordinano l’individuo al benessere collettivo o al risultato contingente. 4 La morale è descrittiva: descrive “ciò che si fa” e “ciò che è considerato giusto o sbagliato” in un determinato gruppo sociale. L’etica invece è normativa: si occupa di stabilire “come bisognerebbe comportarsi”, sviluppando criteri e teorie (deontologiche, utilitariste, comunitariste, ecc.) per valutare la moralità delle azioni. 9 dei meccanismi di accountability. È in questo contesto che la corporate governance può fungere da ancoraggio per un simile framework, mitigando il culture risk alle sue origini. 2.2. La governance quale leva di radicamento culturale La corporate governance, nella sua formulazione più rigorosa, rappresenta l’infrastruttura istituzionale mediante la quale vengono distribuiti all’interno dell’impresa autorità, responsabilità e processi decisionali. Nel settore finanziario, tale infrastruttura non è mero strumento di adeguamento regolamentare, ma costituisce il fondamento del risk management e dell’orientamento strategico. L’attività di intermediazione creditizia e finanzia si configura come un’attività caratterizzata da quelle che potrebbero essere definite, in maniera provocatoria, due principali “business unit”: una commerciale ed una preposta ai controlli. Nell’ambito delle gestioni in esame nessuna delle due unità dovrebbe prevalere perché, se l’unità commerciale fosse preminente, ne potrebbero scaturire rischi incontrollabili e potenzialmente esiziali, mentre, se fosse predominante l’unità dei controlli, le attività commerciali potrebbero risultare fortemente compromesse da una parimenti esiziale “prudenza” o se si preferisce “eccessiva avversione al rischio”. L’equilibrio tra le due anime dell’attività di intermediazione è forse la sfida maggiore per una governance consapevole e competente (Cocozza, 2024a e 2024b). In questa prospettiva, la governance delle istituzioni finanziarie deve non soltanto garantire la solidità procedurale, ma anche favorire l’interiorizzazione di comportamenti consapevoli del rischio a tutti i livelli organizzativi, fungendo da meccanismo di ancoraggio culturale. Come sottolineato sia dalla ECB sia dal BCBS, una governance solida è prerequisito imprescindibile per lo sviluppo di una risk culture efficace. Il framework di governance, infatti, costituisce l’architettura entro cui i valori culturali vengono formalizzati, comunicati e fatti rispettare. Il Consiglio di amministrazione, in quanto massima autorità decisionale, detiene la responsabilità primaria di istituire e mantenere una cultura etica e prudenziale. Ciò si traduce operativamente nell’allineamento strategico, nella supervisione tramite comitati dedicati e nell’adozione di salvaguardie strutturali quali l’indipendenza delle funzioni di controllo interno (AIFIRM, 2024). La Vigilanza attribuisce al board non solo il compito di definire il risk appetite dell’istituto, ma anche di garantirne l’effettiva applicazione nei domini operativo, tecnologico e 16 dichiarati e comportamenti quotidiani. Tali condizioni si manifestano su tre dimensioni principali: comportamenti e norme organizzative, disegno strutturale e architettura di governance, e punti ciechi sistemici. Figura 2: Driver del culture risk Per quanto attiene ai comportamenti e alle norme organizzative, il culture risk trova terreno fertile in contesti caratterizzati da un drift comportamentale, in cui le norme informali divergono dalle aspettative formali. Quando l’assunzione incontrollata di rischio viene normalizzata senza adeguati meccanismi di controllo, o quando il superamento dei limiti viene ignorato o peggio tacitamente premiato, si crea ciò che è stato definito un “contesto permissivo” per derive culturali. Questi ambienti si contraddistinguono per culture di challenge deboli, ancore etiche indebolite ed erosione dei meccanismi interni di accountability. Tali comportamenti tendono a autoalimentarsi: una volta che si radica una cultura del silenzio o dell’indifferenza diventa sempre più difficile ristabilire una disciplina etica. Questo fenomeno si accentua in contesti ad alta pressione, come le postazioni di trading, le culture commerciali aggressive o i poli di innovazione tecnologica, nei quali gli incentivi di performance possono sovrastare i confini della governance. Anche la forma organizzativa può fungere da fattore di rischio culturale, in quanto il disegno strutturale e l’architettura di governo contribuiscono a definire il portato concreto della cultura del rischio e quindi l’intensità dell’esposizione al rischio di cultura. Gerarchie Intensità del Culture Risk Punti ciechi sistemici Disegno strutturale e architettura di governance Comportamenti e norme organizzative 17 centralizzate con flussi informativi inadeguati spesso isolano il processo decisionale e reprimono il dissenso. Al contrario, strutture eccessivamente frammentate possono ostacolare una supervisione coerente e permettere la proliferazione di incoerenze culturali tra linee di business, aree geografiche o entità giuridiche. Il rischio è particolarmente accentuato in modelli di governance in cui le linee di accountability risultano ambigue, la separazione delle funzioni è poco definita o le funzioni di controllo sono strutturalmente subordinate agli obiettivi di business. L’assenza di percorsi di escalation diretta verso organi di controllo indipendenti – in particolare per compliance e risk management – può ostacolare la tempestiva individuazione di violazioni culturali. Inoltre, una composizione del board inadeguata e una carenza di competenze in aree emergenti quali ESG e digital risk governance possono condurre a un’analisi superficiale dei rischi connessi ai comportamenti organizzativi. Un consiglio di amministrazione privo degli strumenti per interpretare indicatori culturali o valutarne le implicazioni strategiche può involontariamente aggravare l’esposizione a criticità reputazionali e operative. Oltre alle strutture interne, il culture risk è alimentato da punti ciechi cognitivi e procedurali e dalle carenze di feedback. Le istituzioni che non raccolgono o non valorizzano il feedback – proveniente da dipendenti, clienti o funzioni di controllo – creano un’asimmetria tra cultura percepita e cultura reale. Questa dissonanza può celare vulnerabilità critiche fino a quando non si manifestano in scandali o interventi di vigilanza. Tra i campanelli di allarme rientrano l’assenza di segnalazioni whistleblowing, la mancanza di canali di feedback ascendenti, punteggi di engagement bassi nelle survey del personale o rilievi ricorrenti degli audit relativi ad anomalie comportamentali. Quando tali indicatori vengono ignorati o giustificati, l’istituzione perde l’opportunità di correggere tempestivamente la propria rotta culturale. È importante osservare che i fattori di culture risk difficilmente si manifestano in isolamento: essi costituiscono spesso un ecosistema di disfunzioni in cui debolezze di governance, incentivi comportamentali e carenze comunicative si rafforzano reciprocamente. È pertanto imprescindibile che le istituzioni adottino un framework diagnostico integrato, capace di individuare la fragilità culturale sia a livello micro sia a livello macro. 18 3.4. Il principio di proporzionalità nel governo del rischio di cultura L’implementazione efficace della governance culturale nelle istituzioni finanziarie richiede un adattamento al contesto specifico in cui ciascun ente opera. Il principio di proporzionalità, da lungo tempo presente nel dibattito regolamentare europeo, impone che strutture di governance, funzioni di controllo e framework di risk culture siano calibrati in base a dimensioni, complessità, rilevanza sistemica e modello di business dell’istituto. Tuttavia, la proporzionalità non può essere fraintesa come un invito alla semplificazione o all’indulgenza. Al contrario, essa implica un’adeguata modulazione delle aspettative di governance affinché istituti di profili diversi – che siano Global Systemically Important Banks (G-SIBs), LSI o nuovi operatori fintech – possano interiorizzare gli imperativi culturali in modo significativo e operativo. Per gli enti di maggiori dimensioni o complessità, la proporzionalità richiede processi di governance formalizzati, diagnosi culturali dettagliate e indicatori di performance robusti e collegati alla consapevolezza del rischio e ai comportamenti aziendali. Tali istituti devono istituire organismi di governance multilivello, garantire una solida indipendenza dell’Internal Audit e documentare le iniziative culturali lungo linee di business e aree geografiche. Per le banche più piccole o meno complesse, la governance culturale non può essere meno rigorosa, ma la sua attuazione può avvenire con modalità meno burocratiche. Le LSI, ad esempio, possono adottare metriche culturali semplificate, comitati formali ridotti e un più diretto coinvolgimento della leadership. Ciò che non possono permettersi, tuttavia, è un approccio informale alla cultura o una governance basata esclusivamente sulla personalità dei vertici, a scapito del dibattito interno e della resilienza istituzionale. Un errore frequente nell’applicazione del principio di proporzionalità è ritenere che il culture risk sia meno rilevante nelle entità di piccole dimensioni o specializzate. Al contrario, la loro vulnerabilità aumenta a causa di strutture decisionali concentrate, pratiche di governance informali o carenza di consapevolezza culturale. Pertanto, la proporzionalità non deve diventare un pretesto per la negligenza, bensì un meccanismo di rilevanza operativa, che assicuri l’appropriatezza, l’agilità e l’integrazione strategica dei presidi culturali. 19 In quest’ottica, la proporzionalità opera in senso “inverso”: proprio perché le LSI dispongono di strutture di governance più snelle, decisioni concentrate e risorse di controllo interne limitate, esse sono ancor più esposte al culture risk e richiedono vigilanza rafforzata piuttosto che alleggerimenti procedurali (Cocozza e Metelli, 2025). La ECB (2024) afferma esplicitamente che buona governance e solida cultura del rischio sono ugualmente essenziali per tutte le banche, a prescindere dalle dimensioni, e che la proporzionalità non deve mai compromettere la sostanza delle salvaguardie aziendali in termini di cultura del rischio. Analogamente, gli orientamenti in tema ESG (EBA, 2025) escludono la dimensione aziendale come criterio sufficiente per un trattamento agevolato, lasciando intendere che le banche minori non sono necessariamente meno esposte potendo subire minacce amplificate in ragione della concentrazione dei portafogli. Dal punto di vista del diritto positivo, la proporzionalità va interpretata come personalizzazione qualitativa anziché come diluizione quantitativa: un numero minore di livelli burocratici non legittima un numero inferiore di difese culturali, ma obbliga l’istituto ad adottare indicatori ad alta granularità e un presidio diretto da parte del consiglio per compensare le fragilità strutturali. In termini operativi, questo implica che le LSI debbano mettere in campo canali di whistle-blowing particolarmente efficaci, garantire un surplus di challenge indipendente nella composizione del board e integrare KPI/KRI sensibili alla cultura nei cruscotti delle business line: strumenti che, pur riducendo la burocrazia, aumentano l’accuratezza nel monitoraggio dei comportamenti. La “proporzionalità inversa” riconosce così che la compiacenza culturale comporta un costo sistemico proporzionalmente più elevato per le LSI, e che le aspettative di vigilanza verso di loro devono considerarsi acuite piuttosto che attenuate. Infine, la proporzionalità richiede un allineamento con il modello di business dell’istituto. Per le banche retail con estesi rapporti diretti con la clientela, il culture risk può manifestarsi attraverso comportamenti scorretti in front line o pratiche di misselling. Per le investment bank, esso può derivare dal comportamento dei trader e dal disallineamento degli incentivi. Per le fintech, cicli di innovazione rapidi e strutture orizzontali possono generare culture risk a causa di decisioni guidate dalla velocità e responsabilità sfocate. Inoltre, le istituzioni con operatività cross-border devono affrontare variazioni giurisdizionali in termini di aspettative culturali, quadri normativi e livelli di scrutinio regolamentare, mantenendo una sostanziale coesione culturale senza imporre uniformità artificiale. 20 Le funzioni di controllo devono essere dimensionate e dotate in misura corrispondente al grado effettivo di risk culture dell’istituto. Ogni ente deve garantire indipendenza dei controlli, integrità delle linee di reporting e capacità di oversight culturale. La chiave non è la mera replica strutturale, ma la sufficiente efficacia funzionale dei controlli. Indicatori culturali quali survey di engagement, report di incidenti, attività di whistle-blower e integrazione di KRI/KPI devono essere implementati in funzione della maturità istituzionale: metriche ad alta frequenza possono rivelarsi cruciali in ambienti particolarmente dinamici, mentre review narrative e “pulse check periodici” possono bastare in contesti più stabili e basati su relazioni consolidate. In definitiva, un approccio proporzionato alla risk culture richiede una calibrazione dinamica: riconoscere che le istituzioni evolvono, che i rischi mutano e che la governance deve adeguarsi di conseguenza. Analogamente, le valutazioni della Vigilanza riflettono tale dinamicità, esaminando non solo la conformità formale, ma anche la coerenza culturale e la resilienza dei sistemi di governance. 4. Il rischio di cultura: protagonisti, elementi e dinamiche. La traduzione della gestione del rischio di cultura in prassi operative richiede la mappatura dei ruoli i ruoli e delle responsabilità degli attori chiave dal Consiglio di amministrazione al CRO fino alle funzioni di controllo interno e alla funzione organizzativa (Cocozza e Metelli, 2025) chiarendo il contributo fornito da ognuno dei protagonisti al presidio continuo dell’integrità culturale. Questa mappatura deve essere integrata dal toolkit degli strumenti di governo, quali indicatori comportamentali, protocolli di escalation e piattaforme di culture-pulse, fondamentali per rilevare e correggere tempestivamente le derive culturali L’integrazione della cultura del rischio nei sistemi di risk management da atto di come monitoraggio, reportistica e governance dei dati si combinino per trasformare la risk culture da aspirazione retorica in elemento “hard-wired” nella gestione del rischio complessivo. 21 4.1. Gli attori del governo del rischio di cultura L’istituzionalizzazione della risk culture si fonda innanzitutto sugli attori incaricati della sua governance. Consigli di amministrazione, comitati endoconsiliari, vertici esecutivi e funzioni di controllo svolgono ruoli distinti ma interdipendenti nel consolidare una cultura allineata all’assunzione prudente del rischio, all’integrità regolamentare e alla condotta etica. Nella presente sezione vengono mappate le loro responsabilità, con particolare riguardo ai meccanismi mediante i quali la cultura viene plasmata, monitorata e corretta. A titolo esemplificativo, i principali ruoli all’interno della struttura organizzativa di un’istituzione finanziaria possono essere così articolati: Consiglio di amministrazione, Comitati endoconsiliari, C-Suite, Funzioni Aziendali di Controllo (FAC), Organizzazione e risorse umane (AIFIR; 2025). Il Consiglio di amministrazione è di fatto il paladino strategico della cultura del rischio. Il Consiglio detiene la responsabilità ultima nella definizione della risk culture dell’istituto. Tra le sue attribuzioni vanno annoverate la definizione del tone-from-the-top, l’approvazione – ed implicitamente la definizione – del Risk Appetite Framework (RAF), la valutazione della dinamica degli indicatori culturali e la vigilanza sul rispetto, da parte del vertice esecutivo, dei valori dichiarati. I membri del Consiglio di amministrazione devono possedere, collettivamente, non solo competenze bancarie e finanziarie, ma anche conoscenze in materia di comportamento organizzativo, temi ESG e governance ICT. Diversità e indipendenza nella composizione del board sono essenziali per evitare visioni monoculturali e favorire un’efficace attività di challenge. Inoltre, il Consiglio di amministrazione dovrebbe interagire utilmente con i comitati rischi e audit per esaminare i risultati delle diagnosi culturali interne e promuovere un miglioramento continuo dell’ambiente etico e dei principi ispiratori, sotto il profilo culturale, del sistema dei controlli interni. All’interno del board, i comitati endoconsiliari specializzati traducono i principi di governance in un’effettiva attività di vigilanza strutturata. Il Comitato Rischi è – con riferimento al tema qui in esame – incaricato di monitorare il profilo di rischio dell’istituto includendo i rischi di natura culturale, e di fornire pareri – e, ove di necessità, proporre anche iniziative – sull’allineamento tra strategia e resilienza culturale. Il Comitato Audit si concentra sull’efficacia dei controlli interni, comprendendo anche quelli relativi alla conformità comportamentale, al tone-from-the-top e alla gestione delle segnalazioni whistleblowing. In 22 alcuni modelli di governance può essere istituito un Comitato Etica o Condotta, con il compito di sovrintendere ai framework di integrità, particolarmente in istituzioni esposte a rischi reputazionali elevati. Il management esecutivo, con il Chief Executive Officer (CEO) e gli altri C-level, agisce da principale vettore di trasmissione culturale e, dunque, di effettiva efficacia. Il loro ruolo va ben oltre l’esecuzione operativa, includendo il rafforzamento dei messaggi strategici, l’esempio di elevati standard etici e la responsabilizzazione dei team sui risultati comportamentali. In questo contesto, il Chief Risk Officer (CRO) funge da fulcro tra governance e operatività: egli dovrebbe godere di accesso diretto al board, di indipendenza da pressioni commerciali e di un mandato che comprenda anche l’identificazione, la misurazione e la mitigazione dei rischi culturali. Una stretta collaborazione tra CRO, Chief Financial Officer (CFO), Chief Human Resources Officer (CHRO) e Chief Compliance Officer (CCO) è fondamentale per garantire l’allineamento tra controlli, sostenibilità finanziaria e valori organizzativi. La FAC – Compliance, Risk Management, Internal Audit – costituiscono insieme la difesa dell’istituto nei confronti del culture risk. Ciascuna opera in dimensioni temporali e procedurali distinte. La compliance, impegnata prevalentemente in una attività di controllo antecedente, verifica, tra l’altro, che le policy interne aderiscano a standard regolamentari ed etici, monitorando anche che le modifiche organizzative proposte siano coerenti gli obiettivi valoriali dell’istituto. Il Risk Management interviene sia ex ante sia in tempo reale, identificando e valutando i rischi culturali emergenti, consigliando strategie di mitigazione e integrando metriche culturali nel RAF. L’Internal Audit fornisce assurance ex post, valutando in modo indipendente se le aspettative culturali siano effettivamente radicate nei processi decisionali, nelle prassi di controllo, nelle norme organizzative e nelle condotte individuali. È cruciale che queste funzioni dispongano di adeguato standing, indipendenza e risorse: la loro subordinazione strutturale alle linee di business o linee di reporting incoerenti possono comprometterne credibilità ed efficacia e sono contendibili sotto il profilo dell’adeguatezza del sistema dei controlli interni. Pur non rientrando tecnicamente nelle funzioni di controllo, le Risorse Umane e le strutture che si occupano di sviluppo organizzativo svolgono un ruolo centrale nell’implementazione della risk culture. Dalla selezione e onboarding, alla valutazione delle performance e ai piani di successione, queste funzioni influenzano i valori e gli atteggiamenti introdotti e rinforzati quotidianamente. I programmi formativi, gli incentivi di carriera e le 23 iniziative di engagement devono essere esplicitamente concepiti in funzione degli obiettivi culturali. In presenza di segnali di culture risk il CHRO deve agire come partner nella fase di remediation, proponendo adeguamenti di policy, rafforzando le aspettative e fornendo feedback di sviluppo. Figura 3: Protagonisti del culture risk Nel loro insieme, questi attori costituiscono un ecosistema di governance culturale. La loro efficacia non dipende soltanto da chiarezza di mandato e competenza tecnica, ma anche da fiducia reciproca, trasparenza e da un’effettiva volontà istituzionale di intercettare i comportamenti prima che possano evolvere in rischi sistemici. 4.2. Gli strumenti di governo del rischio di cultura Per radicare e sostenere una cultura sensibile al rischio, le istituzioni devono adottare un insieme integrato di strumenti che traducano le intenzioni culturali in prassi operative e misurabili. Tali strumenti supportano il monitoraggio, il rinforzo e il continuo perfezionamento delle aspettative culturali all’interno delle funzioni di governance e di business. Essi comprendono metriche di performance, sistemi di reporting interno, protocolli di escalation e diagnostiche culturali. I KPI e i KRI costituiscono strumenti fondamentali per verificare l’aderenza tra obiettivi culturali e comportamenti effettivi. I KPI non devono riflettere unicamente target finanziari o operativi, ma anche parametri culturali, quali ad esempio livelli di engagement dei dipendenti, frequenza delle segnalazioni di incidenti, tassi di completamento della formazione o valutazioni comportamentali derivanti da review a 360 gradi. I KRI, invece, forniscono segnali precoci di possibili culture risk, quali variazioni nel turnover delle funzioni di controllo, picchi Consiglio di Amministrazione Comitati endoconsiliari Compliance Risk Management C-Suite Internal Audit Organizzazione & HR 24 di violazioni di compliance, ritardi nelle azioni correttive o anomalie nei comportamenti incentivati. Un framework coerente deve collegare KPI e KRI affinché gli obiettivi di performance non compromettano la condotta attenta al rischio. Per massimizzare l’efficacia, tali indicatori devono essere: pertinenti al profilo strategico e di rischio dell’istituto; quantificabili ove possibile, ma comprensivi di valutazioni qualitative (ad esempio audit comportamentali); tempestivi, per consentire risposte proattive e presentati tramite dashboard accessibili a funzioni di controllo ed esecutive oltre che ai vertici aziendali. Sistemi di reporting trasparenti, affidabili e bidirezionali sono essenziali per una governance culturale efficace. Le istituzioni dovrebbero istituire canali formali di comunicazione – quali report sulla cultura del rischio, dashboard di condotta e heat-map culturali – periodicamente riesaminati da comitati rischi, vertici esecutivi e internal audit. I dati culturali vanno incorporati nelle overview del risk management e inclusi come oggetto ricorrente nei verbali dei comitati secondo le rispettive competenze. Il vertice, a sua volta, deve chiudere il ciclo fornendo riscontri sui problemi segnalati e illustrando le azioni intraprese, rafforzando così la credibilità dei meccanismi di reporting. I protocolli di escalation e whistleblowing sono un altro strumento essenziale di governo del rischio di cultura. La capacità di far emergere tempestivamente preoccupazioni culturali è un indicatore chiave dell’integrità comportamentale dell’istituto. I protocolli di escalation devono essere chiari, confidenziali e accessibili, supportati da canali di whistleblowing formalizzati, costantemente monitorati, protetti da ritorsioni e sottoposti a verifiche periodiche. Il personale deve essere formato su modalità e momenti in cui sollevare segnalazioni, e i log di escalation vanno analizzati per identificare tendenze. Un basso numero di segnalazioni, se isolato, non deve essere interpretato automaticamente come indice di buona salute culturale, soprattutto se altri indicatori, ad esempio survey sul personale, evidenziano timori o cinismo. La formazione svolge, in questo ambito, un ruolo fondamentale. I programmi formativi devono non solo trasmettere conoscenze tecniche, ma favorire l’interiorizzazione dei valori della cultura del rischio. I percorsi di inserimento per le nuove risorse, in particolare per ruoli sensibili al rischio, dovrebbero includere l’illustrazione delle aspettative culturali dell’istituto, l’analisi di case study di condotta e il mentoring da parte di figure che incarnano la cultura desiderata. Opportunità di sviluppo continuo, quali workshop, analisi di scenari e simulazioni comportamentali, possono rinforzare la cultura a tutti i livelli di anzianità. L’efficacia della 25 formazione va misurata non solo in termini di partecipazione, ma anche in base a cambiamenti di atteggiamenti, metriche di condotta o feedback dei pari. Audit culturali periodici, interni o condotti da terzi qualificati, offrono uno strumento strutturato per valutare il grado di allineamento culturale. Tali revisioni dovrebbero esaminare tendenze comportamentali, norme organizzative, analisi di casi di incidente e la percezione dell’integrità dei messaggi di leadership. Strumenti di autocertificazione, quali survey di “culture pulse”, interviste qualitative e diagnostiche di atteggiamento al rischio, possono integrare audit più formali. I risultati devono alimentare l’adeguamento del risk appetite, la revisione delle policy e i framework di performance management. Figura 4: Strumenti di gestione del culture risk Implementati in modo integrato, questi strumenti di governance trasformano la cultura del rischio da mera aspirazione retorica in una realtà istituzionale misurabile, gestita e – auspicabilmente – in costante miglioramento. 4.3. Integrazione della cultura del rischio all’interno dei sistemi di Risk Management Per radicare e sostenere una risk culture autenticamente resiliente, è indispensabile che gli impegni astratti enunciati dal Consiglio di amministrazione si traducano senza soluzione di continuità nelle routine quotidiane dell’architettura di gestione del rischio, dalla fase iniziale di identificazione fino all’atto finale di escalation. Nella fase di identificazione, le banche devono ampliare l’orizzonte della tradizionale scansione dei rischi per cogliere fragilità comportamentali e culturali. Ciò significa integrare KRI e KPI culturali Sistestimi di reporting e trasparenza culturale Protocolli di escalation e whistlebolwing Formazione, onboarding e sviluppo continuo Audit culturali