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Anche il design discrimina. Sull'influenza di stereotipi e pregiudizi nel processo di progettazione

Recupero, Annamaria; Vaccarella, Letizia; Teverini, Giulia

Abstract

In questo libro le autrici riflettono sulle pratiche di design e su come stereotipi, pregiudizi e discriminazioni influenzano il processo progettuale, anche in modo inconsapevole. La riflessione si concentra sul processo più che sulle soluzioni progettuali: sulle dinamiche, le decisioni, gli assunti e i valori che si attivano prima ancora che la soluzione prenda forma. È in questo spazio, spesso trascurato, che si annidano molte delle cause profonde delle discriminazioni che ritroviamo nei risultati finali.Il puntodi partenza è la comprensione dei concetti di stereotipo, di pregiudizio e di discriminazione, combinando la prospettiva cognitiva con la prospettiva sociale e culturale, per poi riflettere su alcuni approcci e metodi di design per ripensarli nell’ottica della progettazione responsabile.

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recupero, vaccarella, teverini anche il design discrimina In questo libro le autrici riflettono sulle pratiche di design e su come stereotipi, pregiudizi e discriminazioni influenzano il processo progettuale, anche in modo inconsapevole. La riflessione si concentra sul processo più che sulle soluzioni progettuali: sulle dinamiche, le decisioni, gli assunti e i valori che si attivano prima ancora che la soluzione prenda forma. È in questo spazio, spesso trascurato, che si annidano molte delle cause profonde delle discriminazioni che ritroviamo nei risultati finali.Il punto di partenza è la comprensione dei concetti di stereotipo, di pregiudizio e di discriminazione, combinando la prospettiva cognitiva con la prospettiva sociale e culturale, per poi riflettere su alcuni approcci e metodi di design per ripensarli nell’ottica della progettazione responsabile. www.ledizioni.it € 7,50 Annamaria Recupero ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Psicologia presso Sapienza Università di Roma, ed è attualmente ricercatrice presso l’Università degli Studi di Siena dove insegna Design della Comunicazione. Dal 2018 collabora con il Santa Chiara Fab Lab dell’Università degli Studi di Siena in progetti di ricerca e sviluppo applicando le metodologie del co-design e del design thinking. Si occupa di ricerca per il design con un focus specifico sulle dinamiche psico-sociali coinvolte nell’interazione con strumenti e servizi. Letizia Vaccarella è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Siena, dove collabora con il Santa Chiara Fab Lab su progetti legati alla sostenibilità, all’accessibilità e all’uso delle tecnologie nei contesti educativi e culturali. Con un background in comunicazione, visual design e interaction design, si occupa di progettazione visiva e comunicazione accessibile, applicando metodologie di co-design e game design per il cambiamento sociale. È attivista transfemminista e si occupa di formazione su tematiche legate alle discriminazioni di genere e LGBTQIA+* in collaborazione con Arcigay. Giulia Teverini è dottoranda in “Design for Made in Italy: Identity, Innovation & Sustainability” presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Svolge la sua attività di ricerca al Santa Chiara Fab Lab dell’Università di Siena, dove si occupa di innovazione design-driven in ambito sanitario e benessere. Attualmente collabora con il gruppo di ricerca Care and Wellbeing presso Elisava – Barcelona School of Design and Engineering. I suoi interessi di ricerca riguardano la progettazione di tecnologie che possano abilitare esperienze di cura, individuali e collettive, di valore. ANCHE IL DESIGN DISCRIMINA Sull’influenza di stereotipi e pregiudizi nel processo di progettazione Annamaria Recupero, Letizia Vaccarella, Giulia Teverini Anche il design discriminA sull’influenzA di stereotipi e pregiudizi nel processo di progettAzione Annamaria Recupero, Letizia Vaccarella, Giulia Teverini ledizioni Ledizioni LediPublishing Via Antonio Boselli, 10 – 20136 Milano www.ledizioni.it [email protected] Annamaria Recupero, Letizia Vaccarella, Giulia Teverini, Anche il design discrimina. Sull’influenza di stereotipi e pregiudizi nel processo di progettazione Prima edizione: ottobre 2025 ISBN cartaceo: 9791256005369 ISBN eBook: 9791256005376 ISBN PDF in Open Access: 9791256005383 Informazioni sul catalogo e sulle ristampe: www.ledizioni.it Il volume è disponibile in Open Access e acquistabile nelle versioni ePub e cartacee a cura di Ledizioni sul sito internet www.ledizioni.it, nelle librerie online o tradizionali. I diritti d’autore sui singoli contributi appartengono ai rispettivi autori come indicati. I diritti d’autore sul concept dell’opera appartengono a Simone Aliprandi. I diritti d’autore sull’immagine di copertina appartengono a Lorenzo Vitagliano. I contenuti dell’opera sono rilasciati nei termini della licenza Creative Commons Attribution - Share Alike il cui testo integrale è disponibile all’URL https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/. indice Prefazione 7 Introduzione 13 Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e discriminazioni 17 1.1 La tendenza a categorizzare e semplificare la realtà 18 1.2 Essere parte di un gruppo 27 1.3 Il contesto socioculturale 29 1.4 Intersezionalità e quotidianità delle discriminazioni 34 1.5 Le manifestazioni di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni 39 Capitolo 2. Il ruolo del design 45 Capitolo 3. Progettazione consapevole 49 3.1 Coinvolgere le persone nella raccolta dei dati 52 3.2 Immergersi nel contesto con l’autoetnografia 56 3.3 Creare archetipi dell’utenza 59 3.4 Immaginare un percorso ideale 66 3.5 Le parole sono importanti 74 Conclusioni 77 Bibliografia 81 prefAzione Questo libro non è un manuale di psicologia, né un manuale di design. Questo libro è un saggio critico che raccoglie una serie di riflessioni sulle pratiche di design e su come stereotipi, pregiudizi e discriminazioni, inconsapevolmente, influenzano il processo progettuale. Le riflessioni emergono dallo studio della letteratura scientifica e dalla nostra esperienza professionale e didattica, dal dialogo e dal confronto con la comunità del design. La scelta del tema di questo libro deriva in primo luogo dalla nostra personale necessità di trovare uno spazio di riflessione su ciò che ci guida quando progettiamo, in termini di valori e obiettivi ma anche in termini di credenze, opinioni, riferimenti culturali, e atteggiamenti. Deriva poi dalla volontà di condividere queste nostre riflessioni con chi si occupa di design, con la speranza che possano essere degli stimoli per una progettazione sempre più etica e responsabile. Questo libro si concentra sul processo di design, più che sulle soluzioni progettuali. Ad oggi abbiamo a disposizione una vasta letteratura che analizza come oggetti, servizi e ambienti progettati possano risultare escludenti e discriminatori, così come numerose indicazioni e linee guida per progettare soluzioni inclusive. Manca però una riflessione approfondita su ciò che accade durante il percorso progettuale: sulle dinamiche, le decisioni, gli assunti e i valori che si attivano prima ancora che la soluzione prenda forma. È in questo spazio, spesso trascurato, che si annidano molte delle cause profonde delle discriminazioni che ritroviamo nei risultati finali. Anche il design discriminA 8 Dato il tema e le discussioni proposte, questo libro non può che iniziare con un esercizio di autoconsapevolezza che posizioni noi autrici e il testo stesso. Anche se con background disciplinari ed esperienze professionali diverse, ci siamo rese conto di condividere una sensibilità rispetto al tema degli stereotipi, dei pregiudizi e delle discriminazioni perché ne siamo oggetto in quanto donne e giovani professioniste, e perché spesso nel nostro lavoro dedichiamo poco tempo a riflettere sull’impatto delle nostre credenze, atteggiamenti e comportamenti sul processo di design. Mentre la letteratura scientifica negli ultimi anni si arricchisce di contributi che discutono il modo in cui i prodotti del design (che siano oggetti, servizi, ambienti o campagne di comunicazione) veicolano e rafforzano gli stereotipi e i pregiudizi, c’è ancora molto da discutere su come questi meccanismi agiscono nel processo di design a livello inconsapevole e non intenzionale. Sappiamo che anche il nostro sguardo è inevitabilmente plasmato dal contesto culturale e dalla comunità di appartenenza. I modi in cui percepiamo, pensiamo e agiamo derivano da riferimenti, pratiche e cornici teoriche che la nostra comunità condivide, trasmette e rinforza. Questi riferimenti, in larga parte di matrice europea e nordamericana, hanno influenzato e continuano a orientare il nostro modo di intendere e praticare il design. Riconoscere tali condizionamenti significa, per noi, provare a mettere in luce i limiti che ne derivano e tentare di superarli. Non pretendiamo di avere tutte le risposte, ma vogliamo porci le giuste domande. Forse le risposte arriveranno in futuro, dal dialogo e dall’umiltà culturale come impegno nell’autoriflessione e nella messa in discussione dei propri pregiudizi nei confronti di culture diverse dalla propria, per correggere gli squilibri di potere e valorizzare le diversità. Prefazione 9 Questo libro si rivolge a tutte le persone che si occupano di design – con diversi livelli di competenza ed esperienza, in diversi ambiti applicativi – che vogliono riflettere sulle proprie pratiche di progettazione. Si rivolge a chi come noi sente la responsabilità di progettare soluzioni affinché non siano discriminatorie, contrastando gli stereotipi e i pregiudizi che pervadono la nostra vita quotidiana in modo che non agiscano come riferimenti anche nel processo di design. Si rivolge a chi concepisce il design come un atto politico, perché veicola una certa visione del mondo attuale e di come dovrebbe essere il futuro da progettare. Si rivolge a chi ancora non è consapevole di veicolare stereotipi, pregiudizi e discriminazioni attraverso le proprie progettualità e questo libro è capitato per caso o per (s)fortuna in mano. Se siete in un periodo di formazione, questo libro speriamo possa offrire delle chiavi di lettura per comprendere le implicazioni di ciò che studiate. Se avete già esperienza di progetti di design, ci auguriamo che questo libro possa offrire delle chiavi di lettura per approfondire alcuni concetti, e uno spazio di riflessione con lo sguardo al passato, al presente e al futuro del vostro lavoro. cApitolo 1. stereotipi, pregiudizi e discriminAzioni L’analisi dei processi cognitivi fornisce una base di partenza per comprendere in che modo si formano gli stereotipi, i pregiudizi e le discriminazioni. Questi fenomeni non possono essere considerati solo come l’esito di processi cognitivi, interni alla mente della persona, ma devono essere letti alla luce delle dinamiche sociali di costruzione e negoziazione di significati all’interno delle comunità culturali. Per questo motivo, esaminiamo questi concetti a partire dalla comprensione del funzionamento cognitivo della mente, per poi allargare lo sguardo al contesto sociale in termini di gruppi e istituzioni. Un altro livello di analisi dovrebbe considerare anche le dinamiche storico-politiche a cui sono associati stereotipi, pregiudizi e discriminazioni, che fanno luce sulla complessità di questi fenomeni (Capozza & Brown, 2000) (Fig. 1). Gli stereotipi, i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti dei singoli e dei gruppi derivano infatti da tre fattori (Mazzara, 2024): 1. il funzionamento e i limiti del sistema cognitivo che ha bisogno di semplificare e categorizzare la realtà, e di sviluppare aspettative e giudizi in modo rapido e senza eccessivo sforzo cognitivo; 2. il bisogno di appartenenza ad un gruppo, di valorizzazione del proprio gruppo e di avversione verso coloro che non condividono una stessa appartenenza, cultura e visione del mondo; 3. le dinamiche storiche e politiche che in ogni epoca definiscono le posizioni, le funzioni e il potere di ciascun gruppo, e i Anche il design discriminA 18 rapporti tra i diversi gruppi all’interno della società. Fig. 1 - Diversi livelli di analisi per comprendere gli stereotipi, i pregiudizi e le discriminazioni. Quest’ultimo livello di analisi, che richiede chiavi di lettura di tipo storico, politico e macrosociologico, va oltre lo scopo di questo libro. È importante, comunque, per chi legge riflettere sugli elementi di contesto storico e politico, sui fattori economici e sui rapporti di potere tra diversi gruppi sociali, per comprendere appieno la natura e il processo di formazione delle credenze e dei valori che orientano il nostro comportamento e la nostra visione del mondo. 1.1 lA tendenzA A cAtegorizzAre e semplificAre lA reAltà Il funzionamento cognitivo che è necessario considerare quando parliamo di stereotipi e pregiudizi è la tendenza alla semplificazione e alla categorizzazione della realtà. La mente umana forma schemi semplificati perché non è in grado di trattare l’infinita varietà e complessità esistente nel mondo, secondo un principio di riduzione dello sforzo cognitivo. Le informazioni vengono raggruppate in insiemi omogenei, le categorie, attraverso un processo di astrazione e generalizzazione che struttura e consolida la conoscenza. Gli elementi all’interno di una determinata categoria hanno un certo grado di somiglianza tra di loro, e di diversità rispetto agli elementi che fanno parte di Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 19 un’altra categoria (Pravettoni, 2017). Una volta che abbiamo costruito una categoria, si attiva un processo inferenziale per cui associamo un determinato oggetto ad una certa categoria, e attribuiamo a quell’oggetto le stesse caratteristiche generali della categoria, così da fare previsioni e pianificare un corso d’azione. Secondo la teoria del prototipo, ogni categoria si struttura intorno ad un riferimento principale, il “prototipo”, e l’appartenenza di un esemplare ad una certa categoria è determinata dal suo grado di similarità con il prototipo (Girotto & Legrenzi, 1999). Le categorie sono organizzate gerarchicamente in livelli, con specifiche variabilità intracategoriali e intercategoriali (Fig. 2). Fig. 2 - Gerarchia dei livelli di categorie secondo la teoria del prototipo. La teoria del prototipo non è priva di criticità, e per questo motivo negli anni sono state proposte teorie diverse, basate anche su studi e dati sperimentali che necessitavano di spiegazioni più coerenti (Girotto & Legrenzi, 1999). Dobbiamo infatti tener presente come nelle scienze umane e sociali raramente un’unica Anche il design discriminA 20 teoria è in grado di fornire una spiegazione univoca e onnicomprensiva di un certo fenomeno. Quello che ci interessa nel contesto di questo libro della teoria del prototipo e delle altre teorie sui processi di categorizzazione è rintracciare delle spiegazioni utili a comprendere in che modo i processi cognitivi determinano il nostro modo di vedere il mondo, e di conseguenza il nostro modo di agire nel mondo, in particolare all’interno del processo di design. Sappiamo dunque che per dare senso e ordine al mondo costruiamo categorie e associamo i fenomeni (eventi, oggetti, persone) di cui facciamo esperienza in base alla similarità e alle differenze con i prototipi delle varie categorie. Questo processo di categorizzazione non si basa su una semplice lista di attributi, ma sulle “teorie ingenue” ossia le credenze e le spiegazioni che le persone sviluppano per formare categorie e concetti, per cui ciò che tiene insieme diversi esemplari all’interno di una categoria è una spiegazione (ragionevole e coerente per chi la concepisce) di somiglianze, regolarità, relazioni causa-effetto. Tale spiegazione deriva dalla nostra esperienza pregressa e dalle conoscenze condivise con altre persone, dall’apprendimento vicario e dalla partecipazione ad una specifica comunità culturale. Il processo di categorizzazione in base alle teorie ingenue è funzionale a semplificare il flusso percettivo - anche selezionando le informazioni percettive che sono più rilevanti rispetto ad altre – e a fare inferenze rispetto a ciò che non percepiamo direttamente, per poi orientare il comportamento. Le categorie sono da intendersi allo stesso tempo come stabili e flessibili, perché nel corso della vita sono soggette a evoluzioni e raffinamenti: non solo le categorie variano durante l’arco della vita in base al nostro bagaglio di conoscenze, ma anche in base al contesto e al punto di vista che assumiamo in una specifica situazione. In linea con il principio fondamentale della riduzione dello sforzo cognitivo, un’altra strategia che impieghiamo per sempli- Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 21 ficare i compiti mentali richiesti per prendere delle decisioni è l’uso delle euristiche cognitive: si tratta di scorciatoie mentali per filtrare e gestire le informazioni, allo scopo di avere una rapida stima della situazione, arrivando ad una conclusione in modo relativamente semplice in termini di giudizi e scelte (Sherman & Corty, 1984; Kahneman & Frederick, 2002). Soffermiamoci per un momento a riflettere sullo sforzo cognitivo necessario per interpretare un evento (per riconoscerlo e dargli un significato), per prevederne possibili esiti, per valutare le alternative e prendere una decisione, e infine per orientare il comportamento di conseguenza. A volte ci ritroviamo a mettere in atto questo processo anche in una situazione di eccessive alternative possibili e/o di una conoscenza limitata della situazione, di un numero limitato di informazioni su cui basare il giudizio e la scelta. Le euristiche servono proprio per facilitare questo processo: ad esempio, nel caso dell’euristica dell’ancoraggio, tendiamo a basare le nostre decisioni sulla prima informazione ricevuta, utilizzandola appunto come ancora, come punto di riferimento per le valutazioni successive; nel caso dell’euristica della disponibilità, la previsione e la stima di probabilità di un evento si basa sulla facilità con cui ricordiamo eventi simili, per cui se un evento è facile da ricordare lo riteniamo più probabile, così come se un’informazione è disponibile in memoria la consideriamo più rappresentativa della situazione. Quando le euristiche falliscono determinando percezioni errate e giudizi irrazionali e non corrispondenti alla realtà, si parla di bias cognitivi. I bias cognitivi sono da considerare come delle euristiche inefficaci, delle distorsioni sistematiche del nostro modo di percepire e valutare la realtà. Per fare alcuni esempi, il bias attentivo è la tendenza a focalizzare l’attenzione su determinati stimoli, spesso negativi e minacciosi, a discapito di altri, per cui si assegna più valore e importanza agli eventi che hanno implicazioni negative rispetto agli eventi con implicazioni positive, più alle Anche il design discriminA 22 perdite che ai guadagni; il bias da rievocazione si verifica quando ricordiamo eventi passati con differenti livelli di accuratezza e completezza, senza che vi sia l’intenzione di distorcere il ricordo. Altri esempi di bias cognitivi saranno trattati in seguito per riflettere sulle distorsioni sistematiche che utilizziamo per prendere delle decisioni nel processo di design. Fin qui abbiamo discusso il funzionamento della nostra mente che si basa su processi di semplificazione e categorizzazione della realtà, facendo ricorso a inferenze e scorciatoie, ed è proprio con questa modalità di funzionamento che si costruisce lo stereotipo: un’opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone, eventi e situazioni. Proprio come le stereotipie, le matrici utilizzate per la stampa di immagini e caratteri tipografici, l’opinione è fissa, stabile, riprodotta sempre uguale a sé stessa. È un’opinione che non tiene conto dei dati di esperienza e della variabilità che esiste nel mondo. Lo stereotipo è una credenza che si basa sulla generalizzazione delle caratteristiche dei membri di un gruppo o di una categoria sociale, che risulta resistente alla revisione anche quando chi percepisce incontra persone con qualità che non sono congruenti con lo stereotipo, o che lo sono solo in parte. Poiché viviamo in comunità culturali, lo stereotipo non si limita ad essere uno schema mentale che una persona sviluppa rispetto ad un certo gruppo sociale, ma può configurarsi come un insieme di credenze accettate e condivise all’interno della società o di un gruppo. Ed è proprio la partecipazione ai gruppi sociali che veicola e rafforza alcuni stereotipi. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 23 Stereotipi e bias cognitivi: una possibile relazione I termini stereotipo e bias cognitivo vengono spesso utilizzati come sinonimi. Anche se non c'è accordo sulla relazione tra questi due meccanismi, è necessario distinguerli considerando due punti di vista (Devine & Sharp, 2009; Bordalo et al., 2026). Da un punto di vista, la distinzione si basa sulla natura individuale o sociale dei due meccanismi: il bias cognitivo è un errore di giudizio individuale, una distorsione sistematica del pensiero, mentre lo stereotipo è una credenza condivisa all’interno di un gruppo sociale. Il termine “stereotipo culturale” si usa proprio per sottolineare la differenza tra credenze personali e credenze socialmente condivise (Allport et al., 1954; Devine, 1989). Di conseguenza, il bias cognitivo è più facilmente correggibile, mentre lo stereotipo risulta più resistente al cambiamento e necessità di un cambiamento culturale. Un altro punto di vista considera i bias cognitivi come un processo (come penso) e gli stereotipi come un contenuto (cosa penso), per cui le associazioni stereotipate sono immagazzinate nella memoria semantica e vengono richiamate tramite i bias e rafforzate attraverso le distorsioni sistematiche del pensiero. Queste due prospettive non ci sembrano contrastanti. Ci sembrano entrambe utili per considerare in modo congiunto i fattori cognitivi e quelli socioculturali, il processo e il contenuto. Riassumendo, categorizzare e semplificare la realtà è un meccanismo adattivo che ci permette di percepire il mondo, elaborare i pensieri, prendere delle decisioni ed agire in tutte le situazioni della vita quotidiana senza che la complessità della realtà risulti travolgente o opprimente. Anche il design discriminA 24 Così come agiscono nella vita quotidiana, questi meccanismi sono alla base del nostro modo di pensare e prendere decisioni nel processo di design. Come spiegheremo meglio nel Capitolo 3, gli stereotipi hanno un impatto rilevante sul processo di design già nelle fasi iniziali di definizione del problema e di selezione del target a cui destinare la soluzione progettuale, nel momento in cui le scelte si basano su assunzioni generalizzate e arbitrarie. L’importanza degli stereotipi risiede nel fatto che orientano la ricerca e la valutazione dei dati di esperienza, i quali vengono di fatto alterati in funzione degli stereotipi. La conseguenza è il riprodursi, l’auto-alimentarsi degli stereotipi stessi poiché i dati di esperienza che li contraddicono vengono ignorati. In questo modo si rafforza la monoliticità e rigidità dello stereotipo, la sua resistenza al mutamento (Mazzara, 2024). Questo meccanismo è relativo al cosiddetto bias di conferma: la tendenza a utilizzare immediatamente tutte quelle informazioni che confermano i preconcetti iniziali, le ipotesi e le convinzioni personali, indipendentemente dal fatto che siano vere o no (Hallihan & Shu, 2013). Anche il fenomeno dell’accentuazione percettiva gioca un ruolo nel rafforzare gli stereotipi, poiché consiste nella tendenza a percepire gli esemplari inclusi in una stessa categoria come più simili tra di loro di quanto non siano nella realtà, e al contrario ad accentuare le differenze con esemplari di altre categorie. Proprio per preservare la funzione e l’utilità cognitiva delle categorie, si tende a forzare l’omogeneità considerando i gruppi più omogenei di quanto siano effettivamente, creando delle associazioni tra tratti fisici, tratti psicologici e appartenenza sociale. E adottando una modalità di pensiero euristico, se una persona sembra simile al prototipo (all’esemplare tipico) di una certa categoria, automaticamente consideriamo quella persona appartenente a quella categoria, limitiamo l’attenzione agli elementi più rappresentativi e ignoriamo altri elementi più rilevanti. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 25 Riprendendo un famoso esperimento condotto da Tversky e Kahneman (1974) sulle euristiche e i bias cognitivi, vi invitiamo ad immaginare una persona intelligente ma poco creativa, che ha bisogno di ordine e chiarezza, e di sistemi ordinati e ben strutturati in cui ogni dettaglio trova il proprio posto, che non ama interagire con le persone, e che ha un profondo senso morale. Come immaginate questa persona? Quali inferenze e associazioni avete fatto rispetto alla sua età, il suo genere, la sua etnia, la sua professione, la sua classe sociale, i suoi hobby e interessi? Probabilmente avrete fatto ricorso a degli stereotipi, perché la descrizione che abbiamo fornito della persona non contiene informazioni rilevanti per rispondere a tali domande. E se facessimo un passo ulteriore chiedendoci quale sarebbe il nostro atteggiamento rispetto a questa persona? Probabilmente faremo ricorso a dei pregiudizi, in base alle nostre esperienze personali ma anche al senso comune e alle influenze sociali. Lo stereotipo infatti rappresenta una componente cognitiva, in termini di convinzioni e aspettative, alla base del pregiudizio. Il pregiudizio è un atteggiamento che può essere positivo o negativo, un giudizio preconcetto e quindi anticipato rispetto ad una valutazione dei fatti. Anche in questo caso, si tratta di un meccanismo tipico per cui tendiamo a sviluppare credenze, aspettative, e giudizi in modo anticipato, per orientare il comportamento in previsione e in preparazione di un certo evento. Questa modalità diviene disfunzionale nel momento in cui il pregiudizio è generalizzato e rigido, perché non viene messa in dubbio la sua fondatezza né la sua consistenza, e vi è una resistenza attiva a qualsiasi prova del contrario (Allport et al., 1954). Il pregiudizio porta con sé una componente affettiva che, di nuovo, può essere positiva o negativa (es. ammirazione o disprezzo). Sottolineiamo la possibilità che l’atteggiamento e la carica emotiva ad esso correlata possono essere sia positivi che negativi Anche il design discriminA 32 buibile solo a fattori economici, ma anche a un cultural mismatch tra i codici culturali e linguistici delle famiglie e quelli dominanti nella scuola. In molte classi, ad esempio, l’uso di lingue o dialetti diversi dall’italiano, modalità comunicative più corali o fisiche, o tempi di apprendimento non lineari vengono spesso interpretati come segni di svogliatezza, mancanza di disciplina o difficoltà cognitive. Come sottolineato da Queirolo Palmas (2006), ciò contribuisce a collocare chi ha un background migratorio in una posizione strutturalmente subalterna, dove le differenze culturali diventano deficit anziché risorse. Allo stesso modo, studi sul percorso scolastico dei minori rom mostrano come la frequente assenza da scuola – spesso legata a condizioni abitative precarie e a dinamiche familiari – venga letta unicamente come “disinteresse”, senza che l’istituzione si interroghi sui propri modelli di accoglienza e inclusione (Macrì, 2011). Questi fraintendimenti alimentano una spirale di esclusione e stigmatizzazione che si traduce in abbandoni precoci, minori opportunità educative e una ridotta mobilità sociale, con effetti che si riproducono ben oltre i confini della scuola. Anche in ambito sanitario si ripropongono schemi simili. I protocolli clinici e diagnostici, considerati spesso oggettivi e standardizzati, si basano in realtà su un “paziente tipo” che coincide, nella maggior parte dei casi, con un corpo maschile, bianco, cisgenere e abile2. Tutto ciò che si discosta da questo modello rischia di passare inosservato o di essere interpretato erroneamente. Un caso emblematico è quello dell'autismo, che attualmente viene diagnosticato circa quattro volte più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine. Studi recenti indicano che questa differenza non dipende da una reale divergenza nella prevalenza del disturbo, ma da un bias diagnostico. Uno studio condotto 2 Per chi volesse approfondire il concetto di androcentrismo, consigliamo la lettura dell’articolo di Bailey, LaFrance e Dovidio “Is man the measure of all things? A social cognitive account of androcentrism”. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 33 presso il Massachusetts Institute of Technology (D’Mello et al., 2022) ha evidenziato che circa la metà delle donne potenzialmente eleggibili per una diagnosi veniva esclusa già nella fase di screening, poiché le loro manifestazioni non coincidevano con i criteri standardizzati, costruiti prevalentemente a partire da osservazioni su soggetti maschi. Questo fenomeno ha conseguenze rilevanti: maggior rischio di ansia e depressione, una diagnosi spesso tardiva in età adulta dopo anni vissuti con la sensazione di essere “sbagliate”, e l’adozione di strategie di masking, di adattamento comportamentale e mimetizzazione dei sintomi che impattano fortemente sull’identità e sul benessere psicologico. In conclusione, comprendere i pregiudizi, gli stereotipi e le discriminazioni come esiti di processi culturali, normativi e istituzionali ci permette di uscire dalla narrazione individualizzante e moralizzante che li relega a semplici “cattive intenzioni”. Significa riconoscere che agiscono come dispositivi di regolazione sociale che definiscono chi è incluso e chi è escluso, chi ha voce e visibilità e chi viene marginalizzato o reso invisibile. Questa visione sistemica non solo ci consente di cogliere come le disuguaglianze si manifestano e si perpetuano nella quotidianità – dalla scuola alla sanità, dai media alle procedure burocratiche – ma apre anche lo spazio per costruire strategie collettive di cambiamento, radicate nelle esperienze concrete delle persone più colpite. Per chi progetta servizi, tecnologie, comunicazione, politiche questa prospettiva è imprescindibile. Assumere uno sguardo critico significa interrogarsi, in ogni scelta, su quali normalità stiamo rafforzando, quali esclusioni stiamo riproducendo, quali alternative possiamo immaginare. È da questa responsabilità – etica, sociale e politica – che può nascere un design capace non solo di evitare il danno, ma di contribuire attivamente a trasformare i sistemi che generano ingiustizia. Anche il design discriminA 34 1.4 intersezionAlità e quotidiAnità delle discriminAzioni Il termine intersezionalità viene coniato nel 1989 dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw, in un momento in cui anche all’interno dei movimenti progressisti come il femminismo e l’antirazzismo si tendeva a considerare le discriminazioni come fenomeni separati e monodimensionali. Crenshaw, partendo dall’analisi di alcuni casi legali negli Stati Uniti d’America, ha evidenziato che le donne nere venivano sistematicamente escluse dalle tutele antidiscriminatorie perché nessuna delle categorie giuridiche disponibili – né “donne” né “neri” – riusciva a rappresentare la specificità delle discriminazioni che subivano. In uno dei casi più emblematici, una denuncia per discriminazione sul lavoro da parte di donne nere venne rigettata perché l’azienda in questione assumeva sia donne (bianche) che uomini neri, ma nessuna donna nera. Il sistema legale non riusciva a cogliere che la discriminazione avveniva all’intersezione tra genere e razza, e non in uno di questi ambiti separatamente. È da questo vuoto teorico e politico che Crenshaw elabora il concetto di intersezionalità: non come una somma di identità, ma come una cornice analitica capace di cogliere la complessità dell’oppressione. Le esperienze vissute da chi si trova al crocevia di più assi di appartenenza e di esclusione – ad esempio una donna trans migrante con disabilità – non sono spiegabili attraverso una singola categoria e nemmeno sommando più discriminazioni, ma devono essere lette come esperienze qualitativamente distinte. Questa intuizione si è rivelata rivoluzionaria per molte discipline e ha alimentato un filone di studi e un approccio operativo che oggi continua a evolversi. Barbara Giovanna Bello (2020), ad esempio, sottolinea come l’intersezionalità sia diventata un metodo critico-operativo utile sia per l’analisi giuridica che per l’intervento sociale. Non si tratta di moltiplicare etichette, ma di leggere le strutture di potere che plasmano in modo differenziale le possibilità di esistenza delle persone. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 35 Nocenzi e Corbisiero (2022) portano l’intersezionalità ancora oltre presentandola come una teoria sociale critica in via di sviluppo, capace di oltrepassare i confini disciplinari e decostruire l’ordine sociale egemonico. Non più solo un modo per descrivere la molteplicità delle oppressioni, ma una proposta epistemologica e politica che mette in discussione le gerarchie di valore, i meccanismi di esclusione e le norme che governano ciò che viene considerato “neutrale” o “universale”. L’intersezionalità, in questa prospettiva, ci fornisce strumenti concreti per leggere le disuguaglianze nella loro complessità, ma anche per agire su di esse. Permette di costruire strategie di giustizia sociale affinché non lascino ai margini le soggettività più invisibilizzate, e si fondino su una politica del riconoscimento radicale e della trasformazione collettiva. Il concetto di intersezionalità ha guadagnato forza e complessità anche grazie al lavoro di Patricia Hill Collins, tra le principali teoriche del pensiero femminista nero. Sistematizzando quello che Davis introduce nel suo testo seminale Donne, razza e classe (1981), Collins (2000) propone una riflessione radicale sull’intreccio tra razza, genere, classe e altri assi di oppressione. Ma ciò che rende il suo contributo particolarmente potente è l’introduzione del concetto di matrice del dominio (in inglese, matrix of domination), un modello teorico che aiuta a comprendere come il potere non sia concentrato in un solo luogo, ma si distribuisca attraverso diversi livelli e modalità, rendendosi spesso invisibile o normalizzato. Collins parte dall’osservazione che l’esperienza delle donne afroamericane – spesso trascurata dalle analisi femministe e antirazziste dominanti – non può essere compresa se si considera soltanto il genere, la razza o la classe in modo separato. La loro vita quotidiana è modellata da una intersezione strutturale di queste categorie, che non si sommano semplicemente ma si trasformano reciprocamente. È da qui che nasce l’idea di una matrice: una Anche il design discriminA 36 struttura a più dimensioni in cui ogni asse (di oppressione o privilegio) agisce su piani differenti ma interconnessi. La matrice del dominio si articola in almeno quattro livelli: • strutturale (leggi, istituzioni, economie) • disciplinare (regole, sanzioni, sorveglianza) • culturale (valori, linguaggi, narrazioni) • interpersonale (relazioni quotidiane, riconoscimento, microaggressioni). È all’interno di questa rete che si producono e si giustificano le disuguaglianze. Nel 2019, Collins ritorna su questi temi con Intersectionality as Critical Social Theory dove espande e rafforza la portata della matrice, riposizionandola in un orizzonte teorico-politico più ampio. Qui l’intersezionalità non è solo una lente descrittiva per leggere l’oppressione ma uno strumento critico per trasformare la realtà sociale. Collins insiste sul fatto che la matrice del dominio non deve essere vista come una gabbia immutabile, ma come uno schema dinamico, capace di orientare l’azione politica e le strategie collettive. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale: dalla descrizione dell’oppressione alla progettazione del cambiamento. L’intersezionalità diventa così una teoria sociale critica, che ci permette non solo di vedere le intersezioni delle disuguaglianze, ma anche di immaginare spazi di resistenza, alleanza e trasformazione. Inoltre, Patricia Hill Collins nel suo concetto di matrice del dominio ci invita a spostare l’attenzione dalle “grandi manifestazioni” delle disuguaglianze verso le esperienze quotidiane che le incarnano. Le discriminazioni operano non solo negli eventi eclatanti, ma nelle micro-esclusioni, negli sguardi, nei silenzi, nei moduli da compilare, nelle immagini pubblicitarie, nelle planimetrie urbane, nella linguistica, nei protocolli medici. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 37 È importante evidenziare la quotidianità delle piccole discriminazioni perché è proprio nella loro apparente banalità che risiede la loro pericolosità più profonda. Le discriminazioni quotidiane – spesso chiamate microaggressioni – sono atti o commenti sottili, impliciti e non intenzionali, che comunicano svalutazione, esclusione o inferiorizzazione a persone appartenenti a gruppi sociali marginalizzati. Non si presentano come forme clamorose di odio o violenza ma piuttosto come gesti, sguardi, frasi, abitudini linguistiche o norme sociali “normali e accettate” che, ripetute ogni giorno, costruiscono un ambiente ostile e alienante (Sue et al., 2007; Nadal, 2019). Comprendere l’intersezionalità e la matrice del dominio significa, allora, assumersi una responsabilità epistemica e politica: rifiutare le semplificazioni, decostruire le narrazioni dominanti, riconoscere i meccanismi profondi e quotidiani attraverso cui le disuguaglianze si radicano nei nostri corpi, nelle nostre relazioni e nei nostri strumenti progettuali. Significa anche, e soprattutto, aprire spazi per immaginare un cambiamento. Come ci ricorda il Combahee River Collective Statement (1977), la liberazione delle soggettività che vivono l’oppressione intersezionale è la condizione necessaria per la liberazione di tutte le persone. Non si tratta di aggiustare un sistema difettoso ma di trasformarlo radicalmente, a partire dai margini. Affrontare il nodo delle discriminazioni intersezionali richiede infatti una politica situata e trasformativa, capace di connettere riconoscimento simbolico e giustizia materiale, sguardo strutturale e esperienza vissuta. Questo implica un cambio di prospettiva: non basta parlare di esclusione, bisogna partire da chi è escluso. Non basta elencare assi di oppressione, occorre leggerne le intersezioni. Non basta reagire alle ingiustizie, bisogna prefigurare altri mondi. In questa cornice, l’intersezionalità non è solo uno strumento di analisi, ma un orizzonte di possibilità per la ricerca, per la politica e anche per il design. Anche il design discriminA 38 Microdiscriminazioni: perché sono così centrali? • Perché costruiscono una cultura dell’esclusione. Le microdiscriminazioni – ad esempio ignorare una persona non vedente in una conversazione che coinvolge contenuti visivi, fare battute sul colore della pelle, usare pronomi sbagliati – contribuiscono a mantenere e legittimare l’ordine sociale dominante. Rendono “normale” la marginalizzazione e rafforzano l’idea che certi corpi, voci e vissuti abbiano meno diritto di cittadinanza simbolica. • Perché hanno effetti negativi cumulativi sul benessere. Secondo alcuni studi, l’esposizione continuativa a discriminazioni minori ha un impatto significativo sul benessere delle persone, aumentando il rischio di stress cronico, ansia, depressione, burnout e senso di isolamento sociale (Sue et al., 2007; Nadal, 2013). • Perché sono più difficili da riconoscere e contrastare. Proprio perché non sono sempre intenzionali o esplicite, le microdiscriminazioni sfuggono facilmente alla coscienza collettiva e alle tutele istituzionali. Chi le subisce spesso si sente incapace di nominarle o di giustificarne l’effetto, rischiando di interiorizzare la colpa o di passare per ipersensibile. • Perché rendono visibili le strutture di potere invisibili. Mettere in luce queste pratiche quotidiane ci permette di capire come il potere si esercita nella vita ordinaria, non solo nei grandi eventi o nelle leggi. Ogni volta che una persona è sistematicamente interrotta, ignorata, semplificata, classificata, il dominio si riproduce. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 39 1.5 le mAnifestAzioni di stereotipi, pregiudizi e discriminAzioni Pur non essendo esaustiva, proponiamo una rassegna di come stereotipi, pregiudizi e discriminazioni si manifestano nella società in modo ricorrente rispetto ad alcuni gruppi sociali. Questa rassegna non può essere esaustiva perché le credenze, gli atteggiamenti e i comportamenti discriminatori si evolvono insieme alla società, si esprimono in forme diverse e con diverse intensità, sono storicamente e culturalmente determinati, sono situati in specifiche comunità culturali (Mazzara, 2019). Come discusso in precedenza, al di là del gruppo sociale di appartenenza e del gruppo bersaglio, possiamo rintracciare una comune disposizione negativa nei confronti di ciò che è altro, estraneo e diverso da noi, la tendenza ad attribuire in maniera arbitraria certe caratteristiche a certi gruppi sociali senza considerare eccezioni e singolarità, generalizzando in modo rigido. Questo fenomeno è considerato universale perché rintracciato in molte culture. Possiamo provare a classificare le manifestazioni di pregiudizio e discriminazione in macrocategorie ricorrenti, categorie che non sono rigide né esaustive, ma serviranno a orientare la comprensione del fenomeno. Iniziamo con le discriminazioni identitarie che sono tra le forme più pervasive e radicate poiché si basano su caratteristiche personali considerate centrali, immutabili o biologicamente date. Queste caratteristiche (come il colore della pelle, il genere, l’età o la disabilità) sono spesso socialmente costruite come “naturali”, legittimando in questo modo l’esclusione e l’asimmetria. Questa categoria include tutte quelle discriminazioni che colpiscono l’individuo per “quello che è” – o meglio, per come viene percepito essere – e che minano direttamente l’identità, la dignità e il riconoscimento sociale delle persone. Spesso queste forme di discriminazione sono accompagnate da rappresentazioni stereotipate, ruoli imposti e aspettative normative rigide. Anche il design discriminA 40 • Discriminazione razziale ed etnica: riguarda l’insieme dei pregiudizi e delle disuguaglianze sistemiche basate sul colore della pelle, l’origine etnica, o la nazionalità. Si esprime in forme esplicite (insulti, violenza) o strutturali (profiling razziale, segregazione abitativa e scolastica). • Discriminazione di genere: include il sessismo, la misoginia e il maschilismo, e riguarda la svalutazione sistematica delle donne e delle persone non conformi alle norme di genere. Può manifestarsi in molteplici contesti, dal linguaggio alla violenza di genere, dalle disuguaglianze salariali alla rappresentanza politica. • Discriminazione basata sull’orientamento sessuale: comprende omofobia, lesbofobia, bifobia e afobia, che derivano dall’assunzione dell’eterosessualità come norma unica e legittima. Questa forma di esclusione può influenzare il benessere e l’accesso ai diritti delle persone LGBTQIA+. • Discriminazione basata sull’identità di genere: riguarda le persone transgender, non binarie e di genere non conforme, spesso escluse da spazi pubblici e rappresentazioni culturali, e soggette a violenze verbali, fisiche e istituzionali. • Discriminazione per età (ageismo): colpisce le persone anziane percepite come improduttive o fragili, ma anche i giovani considerati immaturi o incompetenti. L’ageismo agisce a livello simbolico, relazionale e strutturale. • Discriminazione per disabilità (abilismo): si manifesta nella svalutazione o nell’esclusione delle persone con disabilità attraverso barriere architettoniche, culturali e comunicative, nonché nella patologizzazione delle differenze. • Discriminazione estetica o per l’aspetto fisico: comprende body shaming, grassofobia e colorismo, che colpiscono chi non rientra nei canoni estetici dominanti. Si fonda su giudizi impliciti o espliciti che possono condizionare fortemente la vita quotidiana, l’autostima e l’accesso alle opportunità. Capitolo 1. Stereotipi, pregiudizi e diSCriminazioni 41 Le discriminazioni culturali e religiose si fondano sulla svalutazione di sistemi simbolici, pratiche, credenze e identità collettive diverse da quelle dominanti. In questo caso, l’alterità non è tanto legata a caratteristiche biologiche quanto a espressioni culturali, linguistiche o spirituali percepite come “altre”, “strane”, “pericolose” o “primitive”. Queste discriminazioni operano sia a livello individuale (intolleranza, scherno, derisione) sia a livello sistemico (restrizioni nei diritti, esclusione dai luoghi decisionali, leggi discriminatorie). Si tratta di dinamiche che producono una gerarchizzazione delle culture, dove alcune vengono presentate come “universali” o “civilizzate”, mentre altre vengono ridotte a folklore, arretratezza o devianza. • Discriminazione religiosa: colpisce gruppi minoritari sulla base della loro fede o appartenenza religiosa. Le sue manifestazioni vanno dallo stigma simbolico fino alla violenza e alla persecuzione. È spesso intrecciata con altre forme di razzismo o xenofobia. • Discriminazione linguistica e culturale: si manifesta nella svalutazione di lingue, accenti, dialetti o pratiche culturali minoritarie. Può comportare esclusione scolastica, sociale e lavorativa, con effetti cumulativi nel lungo termine. • Discriminazione ideologica o politica: include le forme di stigmatizzazione verso persone o gruppi con orientamenti politici o ideologici minoritari o dissidenti. Può condurre a polarizzazione, delegittimazione o persecuzione. Le discriminazioni socio-strutturali emergono dalle disuguaglianze sistemiche che caratterizzano l’organizzazione economica, educativa e territoriale della società. A differenza delle discriminazioni identitarie, queste non si basano (almeno in apparenza) su “chi sei”, ma su “dove sei” o “cosa hai” – in termini di accesso a risorse, servizi, riconoscimento e potere. Sono spesso meno visibili perché intrecciate con la normalità delle istituzioni e delle cApitolo 3. progettAzione consApevole Più che parlare di “progettazione inclusiva”, preferiamo parlare di progettazione consapevole. Nel design contemporaneo, l’aggettivo inclusivo è diventato una parola chiave ricorrente, a tratti persino rassicurante. Ma cosa significa davvero progettare per includere? È possibile ideare soluzioni davvero universali se le persone che le progettano non riflettono – per storia, identità sociale, esperienza, condizione – la varietà di coloro a cui sono destinate? Il concetto di universal design, sviluppato negli anni ‘90 per garantire l’accessibilità di ambienti, prodotti e servizi a tutte le persone, indipendentemente da età, abilità o condizione, ha avuto un impatto fondamentale nel ridefinire la responsabilità sociale del design. Tuttavia, autrici come Aimi Hamraie (2017) e Sara Hendren (2020) ci ricordano che l’universalità è sempre costruita da una posizione specifica, e che ogni standard “per tutti” rischia di normalizzare un certo tipo di corpo, di esperienza, di aspettativa. Non si tratta solo di chi viene incluso nel progetto ma soprattutto di chi progetta, di quali strumenti dispone, e di quali epistemologie (spesso implicite) guidano il processo. Se il design continua a essere dominato da sguardi omogenei (per genere, classe, provenienza geografica o abilità), è legittimo chiedersi: può davvero esistere un design universale senza una reale pluralità nei processi, nei soggetti e nei linguaggi del progetto? Anche il termine inclusivo, che pure nasce da intenti emancipatori, merita di essere problematizzato. Includere implica l’esistenza di un centro che ha il potere di aprirsi alla periferia Anche il design discriminA 50 – definendo cosa è “normale”, cosa è “altro”, chi appartiene e chi no. Come sottolineano autrici come bell hooks (1994) e Donna Haraway (1988), la conoscenza situata e relazionale è una condizione fondamentale per immaginare pratiche più eque e giuste. L’inclusione, se non accompagnata da un lavoro critico sul potere e sui bias epistemici che attraversano il design, rischia di riprodurre le stesse gerarchie che dichiara di voler superare. In questo capitolo si propone dunque una riflessione sulla progettazione responsabile non come semplice ampliamento del target, ma come esercizio critico e trasformativo. Interrogando strumenti consolidati come le Personas e gli Storyboard, ci chiediamo: quali sono i limiti e i rischi di questi metodi? Quali distorsioni culturali, cognitive o ideologiche veicolano? E soprattutto: come possiamo usarli in modo consapevole per aprire spazi realmente plurali, che restituiscano voce, agency e dignità a chi per troppo tempo è stato muto oggetto del progetto? Prima di procedere con i successivi paragrafi, vogliamo esplicitare la nostra concezione di design così da contestualizzare le riflessioni che proponiamo rispetto alle pratiche di progettazione. Allo schema che mostra le varie fasi del processo di design (Fig. 4), aggiungiamo una fase che alimenta le altre attività e che decidiamo di chiamare “questionarsi” riprendendo il verbo inglese to question per sottolineare la necessità di trovare spazi di autoriflessione, per porsi delle domande, per mettere in discussione i propri assunti e le proprie credenze, per esaminare con cura le proprie scelte progettuali. Capitolo 3. progettazione Consapevole 51 Fig. 4 - Visualizzazione del processo di design e di alcuni metodi. Per noi la progettazione è finalizzata a rispondere ai bisogni e alle preferenze delle persone (human-centred design) come abitanti di ecosistemi multipli. Da qui deriva la necessità di comprendere le caratteristiche delle persone a cui ci rivolgiamo con la consapevolezza che si tratta di una utenza che si posiziona all’interno di contesti diversi che vengono attraversati in modo trasversale anche da altri attori. Si tratta di una conoscenza che viene sviluppata nelle fasi iniziali del processo utilizzando metodi misti quali-quantitativi per la raccolta dei dati. Applicando le metodologie di design thinking, la definizione del problema e della sfida di progettazione richiede di creare dei modelli che sintetizzano e visualizzano la conoscenza. Le successive fasi di ideazione, prototipazione e valutazione seguono un processo ciclico e incrementale (iterative design), così da analizzare e rifinire le soluzioni progettuali. In tutto il processo, le persone sono coinvolte in qualità di utenza target della soluzione progettuale o come stakeholder, con diversi livelli di coinvolgimento che possono limitarsi alle attività di ricerca (per empatizzare e per valutare) o riguardare anche attività di co-creazione. Anche il design discriminA 52 3.1 coinvolgere le persone nellA rAccoltA dei dAti Il coinvolgimento delle persone nel processo di design, in rappresentanza dell’utenza o degli stakeholder del progetto, è una pratica diffusa che può assumere diverse forme (Damodaran, 1996): le persone possono essere coinvolte con un ruolo puramente informativo, per fornire informazioni e conoscenze su un certo fenomeno o problema oggetto di studio nelle fasi iniziali del progetto (ad esempio attraverso l’impiego di interviste e questionari); con un ruolo consultivo quando sono chiamate a valutare le soluzioni progettuali per ottenere indicazioni utili al redesign; con un ruolo partecipativo quando sono coinvolte attivamente nel processo decisionale e di creazione delle soluzioni progettuali. In ognuno di questi tre casi, cambia la finalità del coinvolgimento e il livello di potere decisionale assegnato alle persone. Tutti e tre i casi condividono una questione di fondo, la rappresentatività delle persone coinvolte che è un tema trasversale a tutto il processo di design. Questo problema è ampiamente discusso nella ricerca in campo medico e nelle scienze umane e sociali dove le caratteristiche del campione e la sua rappresentatività rispetto alla popolazione di riferimento hanno effetti rilevanti nella valutazione degli studi. La questione dovrebbe essere altrettanto importante per il design proprio nel momento in cui la ricerca è finalizzata a comprendere i bisogni, le abitudini, i comportamenti, le preferenze delle persone a cui il progetto è indirizzato, per poi orientare l’ideazione e lo sviluppo delle soluzioni, così come nella fase di valutazione delle soluzioni. La rappresentatività del campione è un concetto cruciale nella ricerca perché determina la validità e l’affidabilità dei risultati ottenuti: un campione non rappresentativo può portare a conclusioni errate e generalizzazioni fuorvianti. Quando il progetto ha risorse limitate (economiche, umane, di tempo) che vincolano al coinvolgimento di un piccolo campione di convenienza, la ricerca è inevitabilmente influenzata dal bias Capitolo 3. progettazione Consapevole 53 di campionamento per cui le persone partecipanti non possono essere rappresentative della popolazione target, portando a risultati che più che distorti preferiamo considerare “limitati”. Se dunque la rappresentatività del campione in molti casi non può essere stabilita come un requisito per il progetto, allora dobbiamo porci quantomeno il problema dell’eterogeneità delle persone coinvolte. Infatti, i risultati della ricerca sono influenzati anche dal bias di selezione per cui tendiamo ad includere e ad escludere selettivamente le persone da coinvolgere. La questione fondamentale sta nei motivi e nei criteri che ci diamo per l’inclusione o l’esclusione di certe persone: questa scelta è guidata da stereotipi, pregiudizi e discriminazioni? È essenziale adottare una prospettiva critica e consapevole rispetto alle nostre scelte e agli impatti di queste scelte, e analizzare i risultati ottenuti proprio alla luce delle caratteristiche delle persone coinvolte nella ricerca. Questa riflessione critica riguarda anche i metodi da utilizzare per facilitare il coinvolgimento delle persone, come ad esempio i questionari che possono assumere diversi formati: qualitativi o quantitativi, strutturati o non strutturati, digitali o cartacei, somministrati o auto-somministrati. L’utilità del questionario, rispetto ad altri metodi come le interviste e le osservazioni, deriva dalla possibilità di raccogliere informazioni da un ampio numero di persone, con poco dispendio di tempo e risorse, in modo comparabile e quantificabile. Proprio per la sua flessibilità e facilità d’uso, il questionario viene utilizzato sia nelle fasi iniziali del progetto per comprendere i bisogni, le motivazioni, gli interessi e le caratteristiche dell’utenza, che nelle fasi di valutazione intermedia o finale per raccogliere opinioni sulle proposte progettuali. Nonostante la sua apparente neutralità il questionario può incorporare distorsioni strutturali che è fondamentale riconoscere e affrontare (Abel, 2019; Pereira, 2022). Anche il design discriminA 54 Uno dei limiti principali riguarda l’asimmetria comunicativa tra chi costruisce il questionario e chi lo compila: le domande riflettono la visione e le ipotesi del team, rischiando di orientare le risposte verso ciò che si vuole confermare. Questo effetto è accentuato quando le domande sono formulate in modo chiuso, astratto o tecnicistico, non lasciando spazio all’emergere di risposte inaspettate o divergenti. Nei questionari strutturati spesso mancano spazi per l’auto-narrazione, per l’espressione di emozioni o vissuti complessi, o per l’inserimento di elementi imprevisti per far emergere ciò che altrimenti resterebbe invisibile: aspetti emotivi, esperienze marginali (nel senso di non maggioritarie, non centrali, ma non per questo meno rilevanti), desideri latenti e forme di sapere situato. Un altro rischio è quello della semplificazione eccessiva dell’esperienza umana in categorie predefinite, griglie di risposta e scale numeriche, che possono restituire una rappresentazione parziale e riduttiva della realtà. Si tende a cristallizzare ruoli e identità, ci si rivolge a “l’anziano”, “l’insegnante”, “lo studente”, come se queste categorie fossero omogenee e statiche, trascurando le traiettorie individuali, le contraddizioni, i cambiamenti nel tempo. Queste categorie rigide e monolitiche limitano la raccolta di informazioni perché non ci permettono di cogliere le molteplici identità sociali e i diversi significati che possono essere attribuiti all’appartenenza sociale (Capozza & Brown, 2000). Un’ulteriore criticità riguarda l’accessibilità, intesa sia dal punto di vista linguistico che visivo. Linguaggi troppo tecnici, domande ambigue o formule passive possono rendere difficile la comprensione per persone con diversi livelli di alfabetizzazione o competenze linguistiche. L’impaginazione gioca un ruolo altrettanto cruciale: questionari troppo densi, privi di spazi bianchi o con caratteri tipografici poco leggibili possono generare affaticamento cognitivo, ostacolando la partecipazione di persone con disabilità visive, neurodivergenze o fragilità cognitive. L’uso di linguaggi inclusivi, esempi concreti e un’interfaccia accessibile sono Capitolo 3. progettazione Consapevole 55 elementi fondamentali per ampliare realmente la partecipazione. Un esempio significativo emerge nel lavoro con persone anziane: un questionario scritto con linguaggio troppo tecnico rischia di scoraggiare la compilazione o produrre risposte poco attendibili. Se invece il questionario viene costruito usando parole familiari, con tempi di lettura adeguati, spazi per raccontarsi e modalità visive curate, può diventare uno strumento di attivazione e ascolto. Lo stesso vale per i contesti educativi: un questionario rivolto a docenti della scuola primaria, se impostato solo come verifica di bisogni o carenze, rischia di riprodurre stereotipi e trascurare la dimensione creativa, progettuale e affettiva del loro lavoro quotidiano. In che modo il questionario che ho costruito risente di una mia concezione stereotipata dell’utenza, che quindi sarà inevitabilmente rafforzata dai risultati? Quali informazioni intendo far emergere, e quali inevitabilmente saranno trascurate? Quanto spazio esiste per raccogliere informazioni e punti di vista non previsti, e forse contrastanti con le mie ipotesi? Quanto posso considerare i risultati generalizzabili, o al contrario situati? Il questionario può essere estremamente utile se costruito dopo aver riflettuto sull’epistemologia che ci guida, e attraverso il confronto e la collaborazione con le persone da coinvolgere per elaborare insieme la struttura, le domande e il linguaggio del questionario. A questo si aggiunge un problema etico e relazionale: in molti casi, infatti, i dati raccolti non vengono restituiti alle persone coinvolte, né discussi collettivamente, trasformando il questionario in uno strumento estrattivo più che dialogico. Lavorare con i questionari richiede quindi non solo competenze tecniche, ma anche una sensibilità etica e una relazione con le persone coinvolte basata sulla fiducia, il riconoscimento e il rispetto. Anche il design discriminA 56 3.2 immergersi nel contesto con l’AutoetnogrAfiA Le fasi iniziali del progetto sono finalizzate a comprendere l’utenza e ad analizzare il contesto oggetto della progettazione (un ambiente, un servizio, un processo, un’organizzazione) anche facendone esperienza in prima persona. I metodi etnografici come l’osservazione partecipante, il service safari e l’autoetnografia vengono impiegati proprio per immergersi nel contesto (Nardi, 1997; Blomberg & Burrel, 2009). In particolare, l’autoetnografia è una metodologia qualitativa che si colloca nell’ambito dei metodi narrativi. A differenza di altri approcci etnografici che pongono chi fa ricerca in una posizione di osservazione esterna, qui chi fa ricerca diventa parte attiva e integrante del contesto studiato. L’indagine parte dal proprio sé: esperienze personali, riflessioni, sentimenti, memorie corporee ed emozionali vengono raccolti, ri-elaborati e restituiti come materiale di ricerca (Ellis et al., 2011; Rapp, 2018). Non si tratta, però, di una semplice introspezione. L’autoetnografia si fonda su un processo sistematico e intenzionale di auto-osservazione e auto-riflessione che ha l’obiettivo di far emergere legami tra vissuto individuale e dinamiche culturali e sociali più ampie. Per fare questo, possiamo affidarci a strumenti come la scrittura riflessiva (in forma di diario, appunti, lettere) ma anche a registrazioni audio-visive, fotografie, raccolta di oggetti significativi o l’uso di cultural probes (Gaver et al., 1999). Come sottolinea Poerwandari (2021), l’autoetnografia può essere una modalità potente per costruire conoscenza, ma solo se condotta con rigore metodologico e responsabilità etica. Questo perché il potere della narrazione risiede nella sua capacità di attribuire senso: l’esperienza personale non è fine a sé stessa, ma diventa uno spazio da cui emergono connessioni collettive, condivisibili e critiche. Nel contesto della ricerca per il design, l’autoetnografia permette di indagare fenomeni difficili da osservare con altri me- Capitolo 3. progettazione Consapevole 57 todi. In particolare, consente di accedere a dimensioni intime, somatiche ed emotive dell’esperienza, che spesso sfuggono all’analisi oggettivante di approcci quantitativi o strutturati. Questo è particolarmente rilevante quando si progetta in contesti sensibili o quando l’esperienza vissuta è centrale per comprendere il problema progettuale: ad esempio, nei casi di malattia, disabilità, marginalità o in situazioni in cui la distanza tra chi progetta e chi vive l’esperienza è significativa. L’autoetnografia è quindi uno strumento esplorativo utile nelle fasi iniziali di un progetto quando il contesto è definito ma ancora poco compreso. Attraverso l’immedesimazione e l’abitare il contesto, possiamo sviluppare un’empatia situata, ossia una forma di comprensione che non è astratta o simbolica ma radicata nel corpo e nella relazione. Tuttavia, è importante chiarire che lo scopo dell’autoetnografia non è conoscere meglio sé stessi, ma comprendere in profondità i fenomeni vissuti che si stanno studiando in vista di una trasformazione progettuale. L’esperienza individuale, dunque, non è il punto di arrivo ma il punto di partenza per costruire un discorso più ampio e situato. Nonostante le sue potenzialità, l’autoetnografia è un metodo esposto a numerose criticità epistemologiche e metodologiche che possono compromettere la qualità e l’etica della ricerca. Uno dei principali rischi riguarda la presunta immedesimazione: quando esploriamo un contesto che ci è estraneo, e ne facciamo esperienza inevitabilmente con uno sguardo esterno. Questo accade, ad esempio, quando si cerca di simulare una condizione medica o sociale – come indossare per un giorno un dispositivo assistivo per una disabilità o adottare un regime alimentare per una patologia – senza avere il bagaglio esperienziale, emotivo e culturale che solo chi vive quella condizione nel tempo può realmente possedere. Anche il design discriminA 64 Quanto del comportamento dell’utenza che ho analizzato, e che ho riportato nelle Empathy Map e nelle Personas, è determinato dalle caratteristiche della personalità e quanto invece è influenzato da circostanze e fattori esterni? Quale spiegazione sto dando per il comportamento e le preferenze dell’utenza? Una spiegazione semplicistica che riconduce tutto a caratteristiche personali stabili e permanenti? Se basiamo le Empathy Map e le Personas su stereotipi e pregiudizi pensando che determinare preferenze siano dovute a caratteristiche di personalità e di conseguenza orientiamo le nostre scelte progettuali, quell’errore fondamentale di attribuzione verrà veicolato e sarà presente in tutto il processo, e la nostra soluzione progettuale sarà focalizzata su spiegazioni errate delle scelte altrui (Turner & Turner, 2011; Bødker et al., 2012; Marsden & Haag, 2016). Quali persone stiamo rappresentando e quali stiamo rendendo invisibili? C’è spazio nella struttura dell’Empathy Map o della Personas per far emergere elementi di distinzione interna alla categoria? La validità e affidabilità delle Personas deriva da quanto sono percepite come plausibili, autentiche, rappresentative proprio dalle persone che le Personas intendono raffigurare (Marsden & Pröbster, 2019). Per questo motivo, possiamo utilizzare le Empathy Map e le Personas come strumenti di dialogo e di confronto con l’utenza, per costruire insieme dei modelli prototipici in cui le persone possono sentirsi rappresentate, ad esempio attraverso attività di auto-narrazione guidata o di visualizzazione condivisa. Ci interessa particolarmente riflettere sul processo di creazione delle Empathy Map e delle Personas perché questi modelli vengono assunti come riferimento durante il processo di design e possono attivare in noi determinati atteggiamenti nei confronti dell’utenza. Per fare un esempio, data una certa rappresentazione delle persone in situazioni di fragilità e marginalità come target Capitolo 3. progettazione Consapevole 65 della progettazione, il nostro atteggiamento potrebbe essere di pietismo, enfatizzando la commiserazione in modo paternalistico e condiscendente. Si tratta di un pregiudizio che tende a proteggere la persona considerata in una posizione “inferiore” e ciò ci vincola ad una concezione della persona come oggetto di pena e compassione più che come soggettività con autonomia e agency. Nonostante sia un atteggiamento di benevolenza, si tratta di una distorsione che ostacola un vero riconoscimento della dignità e delle potenzialità della persona destinataria della progettazione. Lo stereotipo della persona fragile e il conseguente pregiudizio si rafforzano quando ci concentriamo sul far emergere e sul dare risalto agli aspetti negativi dell’esperienza: problemi, paure, frustrazioni e mancanze. Questo focus rischia di orientare il design solo verso la “riparazione” di qualcosa che non funziona, trascurando invece emozioni positive, desideri, potenzialità e risorse già attive. Ne deriva una visione limitata che può ridurre drasticamente la capacità trasformativa dei processi progettuali, inibendo la possibilità di disegnare soluzioni capaci non solo di risolvere problemi ma anche di abilitare opportunità inattese e generative. Nel caso delle insegnanti della scuola primaria, un uso non critico dell’Empathy Map o della Personas può portare a focalizzarsi solo su frustrazioni e carichi di lavoro, trascurando completamente la dimensione creativa e il piacere che si prova nell’innovare o nel co-progettare con la classe. Questo rischio può condurre a soluzioni progettuali troppo semplificate o paternalistiche, che non valorizzano il loro ruolo attivo come agenti di cambiamento. Anche nel caso delle persone anziane, la tendenza a enfatizzare i limiti, la solitudine e le difficoltà rischia di oscurare la ricchezza di risorse relazionali, esperienziali e affettive che molte persone mantengono, anche in condizioni di fragilità. Si rischia di non considerare la volontà diffusa di essere ancora parte attiva e integrante della società, la curiosità per le nuove tecnologie o il valore Anche il design discriminA 66 delle conoscenze e competenze acquisite nel tempo e il vissuto personale come bene culturale intangibile. Si finisce così per trascurare spazi di attivazione concreta, come la cura condivisa di un orto, la trasmissione di saperi artigianali o la partecipazione a forme di volontariato locale. Tornando sul concetto di privilegio che abbiamo quando ci occupiamo di ricerca per il design, serve coltivare una sensibilità critica nei confronti delle categorie stesse con cui leggiamo l’esperienza umana, interrogando costantemente chi le produce, da quale posizione, e a beneficio di chi. 3.4 immAginAre un percorso ideAle Nella fase di ideazione ci ritroviamo ad immaginare un futuro possibile e desiderabile, diverso dallo stato attuale, e ad elaborare le idee in forma narrativa e/o visuale utilizzando metodi come gli Storyboard e le Journey Map (Stickdorn & Schneider, 2012). Ispirato dal linguaggio del fumetto, lo Storyboard è uno strumento visivo nato nel contesto della produzione cinematografica, sviluppato dagli studi Disney negli anni ‘30 come tecnica per visualizzare in sequenza la narrazione di un film. Con il tempo questo strumento è stato adottato anche nell’ambito del design per narrare visivamente l’esperienza d’uso (Wikström et al., 2013). Si tratta di una visualizzazione sequenziale di una serie di scene che raccontano uno scenario attraverso immagini accompagnate talvolta da brevi descrizioni testuali o dialoghi. Lo Storyboard può essere arricchito da elementi come la definizione di una Personas e l’esplicitazione di uno specifico contesto d’uso, e le scene possono essere rappresentate in modo evocativo o realistico (Fig. 7). Capitolo 3. progettazione Consapevole 67 Fig. 7 - Un modello di Storyboard. L’efficacia dello Storyboard sta nella capacità di tradurre in una storia la complessità di un’idea, di uno scenario astratto e futuro. Per questo motivo, lo Storyboard viene considerato una forma di prototipazione rapida a basso costo, utile per raccogliere feedback prima di impegnare risorse su soluzioni più avanzate, anche testando diverse alternative progettuali. Serve anche per allineare il team perché lo Storyboard può diventare un linguaggio comune per chiarire e negoziare quali siano i punti critici, i momenti di frizione o le opportunità ancora inesplorate. Analogamente allo Storyboard, la Journey Map è uno strumento visuale nella forma di una mappa che rappresenta l’esperienza d’uso lungo un determinato percorso suddiviso in fasi o momenti chiave. È ampiamente utilizzata nell’ambito del service design per progettare i touchpoint e il processo di interazione con un servizio (Stickdorn & Schneider, 2012). Nella sua forma più comune una Journey Map si compone di una linea temporale segmentata, accompagnata da elementi visivi e testuali: azioni, pensieri, emozioni, canali di interazione, e livelli di soddisfazione (Fig. 8). Anche il design discriminA 68 Fig. 8 - Un modello di Journey Map. Nonostante siano metodi molto efficaci, l’uso dello Storyboard e della Journey Map comporta rischi significativi di distorsione soprattutto quando utilizzati senza una riflessione critica. In primo luogo la costruzione di questi percorsi ideali implica una serie di scelte – chi rappresentare, cosa mostrare, in quale ordine, con quali parole, con quali immagini – che possono facilmente riflettere gli stereotipi e i pregiudizi di chi progetta. Quando queste scelte non sono supportate da una reale comprensione del contesto o da evidenze raccolte nel corso della ricerca, si rischia di imporre una narrazione “fabbricata”, più funzionale al brief di progetto che alla realtà vissuta dalle persone. Questa distorsione si aggrava nei casi in cui non integriamo in modo autentico le prospettive delle persone coinvolte nella ricerca, oppure nel momento in cui selezioniamo solo gli input funzionali a rafforzare una tesi preesistente. Capitolo 3. progettazione Consapevole 69 Infatti, nel processo di creazione di uno Storyboard o di una Journey Map, lo sforzo è quello di ricondurre tutto ad una narrazione lineare e di successo. Quando il percorso viene costruito sulla base delle esperienze di un’utenza tipica, si escludono le prospettive di persone con vissuti marginali, discontinui o frammentati. Così facendo, questi percorsi immaginati rischiano di rafforzare narrazioni dominanti e di invisibilizzare esperienze altrettanto rilevanti. In che modo lo Storyboard e la Journey Map propongono la mia visione di come dovrebbe essere e comportarsi l’utenza? Quante e quali altre narrazioni sono possibili? Quanto il percorso predefinito e ideale lascia spazio per integrare prospettive e bisogni diversi, anche contrastanti tra loro? La seconda questione che si pone è quella dell’uso di un linguaggio stigmatizzante. Il concetto di stigma, definito da Goffman (1986) e approfondito da altri autori (Smith, 2007; Andersen et al., 2022), si riferisce a un processo sociale in cui un individuo o un gruppo viene etichettato negativamente, con conseguente discredito, marginalizzazione o riduzione della sua complessità identitaria. Come già discusso relativamente alle Empathy Map e alle Persona, anche per gli Storyboard le immagini e le parole hanno una funzione potente: orientano l’interpretazione, definiscono il tono e attribuiscono significati specifici alle situazioni rappresentate, ma soprattutto possono trasmettere concezioni implicite, in particolare quando si descrivono persone appartenenti a gruppi marginalizzati. L’uso di etichette stigmatizzanti – come “clandestino”, “disabile”, “malato mentale”, “non udente” – non solo rafforza gli stereotipi, ma può anche minare la fiducia tra designer e comunità rappresentate. Oltre all’impatto individuale, queste espressioni hanno effetti sistemici: poiché lo Storyboard è spesso un artefatto condiviso, il linguaggio in esso contenuto può influenzare inconsapevolmente gli atteggiamenti di altri membri del team o degli stakeholder, perpetuando stereotipi e pregiudizi Anche il design discriminA 70 anche in fasi successive del progetto. Un elemento spesso rappresentato nelle Journey Map sono le emozioni dell’utenza che rischiano di essere sottostimate: se non costruita con attenzione, la Journey Map riduce l’esperienza a una sequenza di azioni e problemi, trascurando completamente la dimensione emotiva e relazionale. Le emozioni, quando presenti, sono spesso sintetizzate in emoji o gradienti di colore, perdendo la loro forza narrativa. Tuttavia, è proprio nei passaggi emotivamente densi (paure, esitazioni, entusiasmi, contraddizioni) che emergono spesso gli insight più significativi. Integrare citazioni dirette, disegni, narrazioni brevi o spazi riflessivi può rendere la Journey Map molto più ricca e rispettosa delle diverse soggettività. Considerando la rappresentazione delle emozioni in strumenti come gli Storyboard e le Journey Map, è utile riflettere sugli stereotipi di genere delle emozioni (Plant et al., 2000). Esistono infatti, e sono largamente diffusi, degli stereotipi sulle emozioni esperite e manifestate dalle donne rispetto agli uomini: si crede che gli uomini provino ed esprimano rabbia e orgoglio più frequentemente delle donne, mentre le donne provino ed esprimano felicità, paura, tristezza e compassione più spesso degli uomini. Gli stereotipi sulle reazioni emotive di uomini e donne manifestano e allo stesso modo rinforzano le credenze sui ruoli e i comportamenti che le persone ritengono più adatti a loro, alimentando una profezia che si autoavvera poiché le aspettative create dalle “etichette sociali” influenzano il modo in cui percepiamo le altre persone e il modo in cui le persone reagiscono ai nostri atteggiamenti (Darley & Gross, 1983). Dobbiamo dunque evitare di usare il filtro degli stereotipi di genere delle emozioni quando immaginiamo l’effetto di ciò che stiamo progettando. Capitolo 3. progettazione Consapevole 71 Un’altra questione spesso sottovalutata riguarda l’adozione inconsapevole di strutture narrative dominanti, che influenzano il modo in cui viene costruito lo Storyboard e, di conseguenza, il modo in cui viene compresa e valutata l’esperienza rappresentata. In particolare, la propensione all’uso di modelli narrativi lineari mutuati dalla tradizione letteraria e cinematografica occidentale, come il celebre “viaggio dell’eroe” elaborato da Joseph Campbell, è molto diffusa. Questi modelli presentano una struttura ricorrente (Fig. 9): un protagonista parte da una condizione iniziale, affronta una serie di ostacoli, vive una crisi o un cambiamento interiore, supera la prova e ritorna trasformato. Fig. 9 - Visualizzazioni di diverse strutture narrative. Sebbene si tratti di uno schema efficace per costruire storie coinvolgenti, è profondamente radicato in una visione del mondo individualista. Adottare questa visione esclude narrazioni alternative che non seguono un’evoluzione lineare, ma sono cicliche, collettive, aperte o frammentate, ma soprattutto rischia di omologare le esperienze dell’utenza ad uno schema predefinito, comprimendo la complessità del vissuto all’interno di un arco narrativo “convenzionale” (Koenitz et al., 2018). Anche il design discriminA 72 La conseguenza più evidente è che ciò può tradursi in Storyboard che non lasciano spazio a soggettività multiple o collettive, ma affrontano i protagonisti della storia solo da una dimensione individuale. Infine, con la crescente disponibilità di strumenti basati sull’intelligenza artificiale generativa (text-to-image) negli ultimi anni è diventato sempre più comune ricorrere a strumenti che producono automaticamente Storyboard o parti di essi a partire da descrizioni testuali. Questa pratica è spesso vista come una scorciatoia utile per designer che non si sentono a proprio agio con il disegno manuale o che vogliono risparmiare tempo nella fase di visualizzazione. Tuttavia, l’impiego di questi strumenti apre questioni sul piano etico e rappresentativo. Diversi studi recenti (Antony & Huang, 2024; Tilak et al., 2024) hanno mostrato che i modelli generativi, anche quelli apparentemente neutri, riproducono e amplificano stereotipi presenti nei dati su cui sono stati addestrati. In particolare, sono emerse due problematiche principali. • Stereotipi razziali e sessuali: alcune immagini generate automaticamente tendono a raffigurare persone in modo ipersessualizzato, oppure a rappresentare gruppi razziali o culturali secondo codici visivi stereotipati (es. uomini bianchi come professionisti, donne nere come soggetti vulnerabili); • Rappresentazioni culturalmente insensibili: in alcuni casi, le immagini risultano non solo imprecise, ma offensive o fuorvianti per le comunità rappresentate, soprattutto quando si tratta di minoranze o gruppi storicamente marginalizzati. L’aspetto più problematico è che questi stereotipi non sono sempre evidenti a chi genera le immagini. Oltre al rischio di condurre un processo progettuale sulla base di decisioni costruite su presupposti distorti, in fase di co-design con persone appartenenti Capitolo 3. progettazione Consapevole 73 ai gruppi rappresentati visivamente, l’esposizione a contenuti discriminatori o inappropriati può generare disagio o frustrazione. Questo può compromettere la partecipazione, minare il rapporto di fiducia e rafforzare dinamiche di esclusione. Con questa riflessione non intendiamo svalutare e demonizzare l’uso di Storyboard generati con tecnologie di intelligenza artificiale, ma vogliamo sottolineare che è necessario pensare criticamente l’adozione di questi strumenti, interrogandosi su quale immaginario stanno contribuendo a costruire. Questo perché si tratta di strumenti non neutri che permettono facilmente la riproduzione e diffusione di stereotipi a diversi livelli e complessità. Mitigare le distorsioni associate all’uso dello Storyboard e della Journey Map richiede un approccio progettuale consapevole, riflessivo e dialogico proprio perché questi modelli di percorsi ed esperienze d’uso sono uno specchio narrativo: può illuminare scenari futuri e alimentare creatività condivisa, ma può anche riflettere e amplificare distorsioni culturali, linguistiche ed epistemiche. Praticarlo in modo critico significa chiedersi costantemente: chi stiamo rappresentando, con quali parole, e da quale punto di vista? Possiamo decidere di costruire Storyboard e Journey Map volutamente aperti, evitando di definire ogni dettaglio in modo rigido. Questa vaghezza controllata consente a chi osserva di proiettare le proprie interpretazioni e sollecita feedback più autentici, invece che conferme. Concludiamo questa riflessione con una criticità che riguarda la forma visiva e la fruibilità dello strumento, in particolare delle Journey Map che se troppo complesse, dense di dati o graficamente disordinate possono risultare incomprensibili a molte persone, vanificando la loro funzione comunicativa. Questo è particolarmente rilevante in contesti di co-design dove è fondamentale che tutte le persone partecipanti indipendentemente dalle loro competenze o dalle abilità possano leg- BiBliogrAfiA Abel, T. D. (2019, July). Beyond usability: Methodologies and bias– surveying the surveys. In International Conference on HumanComputer Interaction (pp. 3-12). Springer International Publishing. Abrams, D. (2010). Processes of prejudice: Theory, evidence and intervention. Equality and Human Rights Commission Research Report 56. Equality and Human Rights Commission. Akrich, M. (1995). User representations: Practices, methods and sociology. In Managing technology in society. 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È in questo spazio, spesso trascurato, che si annidano molte delle cause profonde delle discriminazioni che ritroviamo nei risultati finali.Il punto di partenza è la comprensione dei concetti di stereotipo, di pregiudizio e di discriminazione, combinando la prospettiva cognitiva con la prospettiva sociale e culturale, per poi riflettere su alcuni approcci e metodi di design per ripensarli nell’ottica della progettazione responsabile. www.ledizioni.it € 7,50 Annamaria Recupero ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Psicologia presso Sapienza Università di Roma, ed è attualmente ricercatrice presso l’Università degli Studi di Siena dove insegna Design della Comunicazione. Dal 2018 collabora con il Santa Chiara Fab Lab dell’Università degli Studi di Siena in progetti di ricerca e sviluppo applicando le metodologie del co-design e del design thinking. Si occupa di ricerca per il design con un focus specifico sulle dinamiche psico-sociali coinvolte nell’interazione con strumenti e servizi. Letizia Vaccarella è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Siena, dove collabora con il Santa Chiara Fab Lab su progetti legati alla sostenibilità, all’accessibilità e all’uso delle tecnologie nei contesti educativi e culturali. Con un background in comunicazione, visual design e interaction design, si occupa di progettazione visiva e comunicazione accessibile, applicando metodologie di co-design e game design per il cambiamento sociale. È attivista transfemminista e si occupa di formazione su tematiche legate alle discriminazioni di genere e LGBTQIA+* in collaborazione con Arcigay. Giulia Teverini è dottoranda in “Design for Made in Italy: Identity, Innovation & Sustainability” presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Svolge la sua attività di ricerca al Santa Chiara Fab Lab dell’Università di Siena, dove si occupa di innovazione design-driven in ambito sanitario e benessere. Attualmente collabora con il gruppo di ricerca Care and Wellbeing presso Elisava – Barcelona School of Design and Engineering. I suoi interessi di ricerca riguardano la progettazione di tecnologie che possano abilitare esperienze di cura, individuali e collettive, di valore. ANCHE IL DESIGN DISCRIMINA Sull’influenza di stereotipi e pregiudizi nel processo di progettazione Annamaria Recupero, Letizia Vaccarella, Giulia Teverini