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Democvrazia, conoscenza e sviluppo. Danilo Dolci nella storia del Novecento Euro 26,00 www.ledizioni.it A cento anni dalla nascita di Danilo Dolci, il convegno dal titolo Democrazia, conoscenza e sviluppo (Università LUMSA, Palermo, 27 e 28 novembre 2024) ha offerto una rilettura dell’opera dell’intellettuale nonviolento nel contesto della storia del Novecento. La pluralità di voci e prospettive analitiche sollecitate dal suo lascito ne restituisce l’esuberanza rispetto ai confini fra scienze umane e sociali e la persistente fecondità. Il libro raccoglie i contributi di Pierluigi Basile, Francesca Borruso, Giorgio Cavadi, Giovanni Contini, Salvatore Costantino, Margherita Daverio, Diego Gambetta, Marco Gatto, Marco Grifo, rancesca Leder, Fabio Massimo Lo Verde, Lucia Pierro, Valeria Pizzini, Pietro Polito, Ivana Sammartino, Vincenzo Schirripa, Eleonora Serravalle, Lucia Sorce, Cecilia Spaziani, Antonio Vigilante. Marco Grifo ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Firenze. Attualmente è borsista della Fondazione Michele Pellegrino di Torino e dell’International Research Projects: William Burt’s Italian Papers. Fra i suoi studi su Dolci: Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunità e nonviolenza in Sicilia occidentale, FrancoAngeli, 2021. Vincenzo Schirripa insegna all’università LUMSA di Palermo, dove coordina il corso di laurea in Scienze della formazione primaria. Fra i suoi studi su Dolci: Borgo di Dio. La Sicilia di Danilo Dolci (1952-1956), FrancoAngeli, 2010. Per la collana Ianus ha curato con Maura Tripi Maria Montessori e la pedagogia scientifica di Francesco De Bartolomeis. Democrazia, conoscenza e sviluppo Danilo Dolci nella storia del Novecento IANUS A cura di Marco Grifo e Vincenzo Schirripa Educazione e trasformazione sociale Studi / 2
IANUS Educazione e trasformazione sociale Studi / 2 Collana diretta da Antonio Vigilante Comitato scientifico Roberto Alessandrini, Università Pontificia Salesiana; Daniel Buraschi, Università della Laguna (Spagna); Cristina Breuza, educatrice e pedagogista; Irene Culcasi, Università Lumsa, European Association of Service-Learning in Higher Education (EASLHE); Maria D’Ambrosio, Università Suor Orsola Benincasa; Paolo Landri, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Giuseppina Rita Mangione, Indire; Mariateresa Muraca, Universidade Federal do Pará (Brasile); Vincenzo Schirripa, Università Lumsa; Claudia Secci, Università di Cagliari; Tiziana Tarsia, Università di Messina; Maura Tripi, Università Lumsa, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE); Paolo Vittoria, Università Federico II di Napoli
Democrazia, conoscenza e sviluppo Danilo Dolci nella storia del Novecento Atti del Convegno (Palermo, 27 e 28 novembre 2024) a cura di Marco Grifo e Vincenzo Schirripa Ledizioni
Questo volume è stato pubblicato grazie al contributo della Libera Università Maria Santissima Assunta. Immagine di copertina: Riunione al Borgo di Dio di Trappeto, 15.07.1967, disponibile nel sito: borgodidio.it. 2025 Ledizioni LediPublishing Via Boselli 10, 20136 Milano – Italy www.ledizioni.it [email protected] ISBN cartaceo: 9791256005734 ISBN Open Access: 9791256005741 Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND 4.0.
Indice 7 Nota dei curatori 9 La storiografia su Dolci nell’anno del centenario Marco Grifo e Vincenzo Schirripa 37 Territorio, democrazia, futuro. La pianificazione urbanistica nel pensiero e nell’azione di Danilo Dolci Francesca Leder 83 A partire da Scotellaro. L’inchiesta sociale come realismo quotidiano delle classi subalterne Marco Gatto 101 La parte del pienamente persuaso. L’incontro tra Danilo Dolci e Aldo Capitini Pietro Polito 129 Danilo Dolci e la storia orale Giovanni Contini 151 Autolesionismo strategico. Le lotte di Danilo Dolci contro la povertà Valeria Pizzini e Diego Gambetta 179 Danilo Dolci nella Sicilia degli anni Cinquanta-Settanta Salvatore Costantino 211 Alle origini della sociologia pubblica: etica, prassi e conoscenza sociologica Fabio Massimo Lo Verde 223 Il diritto alla salute fra educazione, vita democratica e emancipazione femminile nella Sicilia degli anni Sessanta. Il Centro sperimentale di educazione sanitaria e alimentare della popolazione Francesca Borruso
245 Un’odissea: gli archivi dolciani tra dispersioni e riordinamento Pierluigi Basile 267 Ripensare la scuola con la Maieutica Reciproca Antonio Vigilante 291 Scuola, maieutica e territorio: come contrastare la dispersione scolastica Lucia Sorce 317 Costruire luoghi e comunità educanti. Architettura, pedagogia e spazio pubblico per l’educazione delle nuove generazioni Lucia Pierro 343 Dall’Inchiesta a Palermo a Cortile Cascino di Roemer e Young Giorgio Cavadi 353 Il convegno di Palma di Montechiaro Eleonora Serravalle e Ivana Sammartino 363 “La conoscenza della natura, l’esperienza poetica della gente” in Dolci e Pasolini Cecilia Spaziani 389 Democrazia, giustizia, educazione al pensiero: concetti per un laboratorio Margherita Daverio
7 Nota dei curatori Questo libro è frutto del convegno Democrazia, conoscenza e sviluppo. Danilo Dolci nella storia del Novecento, che si è tenuto giovedì 27 e venerdì 28 novembre 2024 a Palermo. Organizzato in occasione del centenario dalla nascita dell’intellettuale nonviolento (1924-1997), il convegno ha avuto l’obiettivo di approfondire il contributo di Danilo Dolci alla storia del Paese con un riferimento specifico alle prospettive analitiche delle scienze umane e sociali e alla tradizione pedagogica del meridionalismo attivo. Ne è stata promotrice l’università Lumsa in collaborazione con l’Istituto Gramsci siciliano e con l’Istituto magistrale Camillo Finocchiaro Aprile. La prima sessione ha avuto luogo mercoledì 27 pomeriggio presso l’Istituto Gramsci siciliano, ai Cantieri culturali alla Zisa. La seconda, giovedì 28 mattina, all’università Lumsa, in via Filippo Parlatore. Durante le due sessioni sono intervenuti Pierluigi Basile, Francesca Borruso, Giovanni Contini, Salvatore Costantino, Diego Gambetta, Marco Grifo, Francesca Leder, Fabio Massimo Lo Verde, Andrea Micciché, Manoela Patti, Pietro Polito, Antonio Vigilante. Nel pomeriggio di giovedì 28, all’Istituto magistrale Camillo Finocchiaro Aprile, i lavori sono proseguiti per sessioni parallele di laboratorio condotte da Antonio Vigilante, Giovanni Contini, Giorgio Cavadi e Luigi Barbieri, Cecilia Spaziani, Lucia Sorce, Lucia Pierro, Josette Clemenza e Adriana Morisani, Amico Dolci, Margherita Daverio e da un gruppo di docenti e studenti dell’istituto d’istruzione superiore G.B. Odierna di Palma di Montechiaro coordinato da Eleonora Serravalle e Ivana Sammartino con il contributo di Giuseppe Maurizio Piscopo. Hanno concesso il loro patrocinio l’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia e le società scientifiche Ais (Associazio-
14 15 abbandonò mai la convinzione che l’umanità potesse costruire un ordine sociale egualitario e non violento. Szilard e Thompson si collocano tra questi estremi, con il primo focalizzato soprattutto sulle dinamiche internazionali e geopolitiche, mentre il secondo, come Dolci, era più interessato alle esperienze dal basso. Lo scopo del volume non è stabilire quale prospettiva sia “vincente” né arrivare a una sintesi, ma esplorare le scelte pratiche comuni tra queste visioni di pace, chiedendosi come si tracci, nella pratica quotidiana, il confine tra ciò che è realistico e ciò che è utopico (Bess, 1993, pp. xv-xxviii). Il capitolo su Danilo Dolci si distingue per un’accurata ricerca archivistica, basata su fonti memorialistiche, scritti di Dolci, articoli di giornale e, in particolare, documenti dell’archivio della Boston University. Grazie a una borsa di studio Fulbright, l’autore ha avuto la possibilità di consultare diversi archivi italiani. Il capitolo pone l’accento sull’attività educativa di Dolci, la lotta per l’obiezione di coscienza e l’impegno contro la guerra, evidenziando il legame tra attivismo locale e globale. Per Dolci, affrontare un problema locale significava così contribuire alla risoluzione delle sfide globali. Bess interpreta dunque il passaggio di Dolci verso l’educazione infantile come una scelta coerente con la sua visione di pace a lungo termine, che mirava a trasformare i modelli di comportamento per costruire una pace duratura. Va riconosciuto all’autore il merito di aver ricostruito l’attività di Dolci basandosi su un ampio e variegato corpus documentario e di aver inserito la sua esperienza nel contesto più ampio del pacifismo internazionale e della relativa storiografia. Tuttavia, questo approccio ha limitato l’analisi del contesto socio-politico in cui Dolci operava, trascurando la pluralità di individui e associazioni che hanno contribuito al suo lavoro in Sicilia. Non a caso, nel testo mancano
15 riferimenti alle frequenti crisi che hanno caratterizzato l’attività di Dolci almeno fino agli anni Settanta. iv. Gli anni Duemila e un nuovo contesto di ricezione Con la scomparsa di Dolci, alla fine del 1997, uno dei problemi più urgenti che si posero a tutela della sua eredità intellettuale fu la conservazione del patrimonio documentario: più avanti, in questo volume, il saggio di Pierluigi Basile ricostruisce la diaspora delle carte di Dolci e l’iter laborioso che ha condotto al recente intervento di riordino. Le soluzioni parziali individuate nel frattempo, a partire dalla messa a disposizione dei locali della scuola media Privitera da parte dell’allora preside Giuseppe Casarrubea (2001), consentirono comunque ai ricercatori un primo accesso diretto alle carte. L’opportunità di fare ricerca storica su Dolci cadeva in un stagione di transizione, soprattutto per la storiografia politica. Si era aperta negli anni Novanta, con la caduta del comunismo sovietico e del sistema bipolare, la crisi irreversibile delle “grandi narrazioni” novecentesche. Esauritisi da tempo le teologie religiose, entrarono ora in crisi le teologie laiche che avevano sostenuto tanto gli storicismi quanto i marxismi otto-novecenteschi. Conseguentemente entrarono in crisi anche le grandi scuole storiografiche che si erano formate e consolidate nel secolo scorso. Si andò incontro a un processo di dispersione delle piste storiografiche, con una spiccata predilezione verso nuovi soggetti. Meno Stato e politica e più movimenti, ceti subalterni e società civile. Meno spazio nazionale e più attenzione alla dimensione globale e locale (Romagnani, 2019, pp. 391-3). Nella contemporaneistica italiana questi processi generali si sommarono a trasformazioni più specifiche. La spettacola-
16 17 re implosione del sistema politico della prima Repubblica ebbe, inevitabilmente, ripercussioni anche sulla storiografia. Il decennio successivo alla crisi di Tangentopoli fu segnato da un flusso continuo di monografie in cui la vicenda della Repubblica italiana cominciava ad essere proposta come un percorso con le sue periodizzazioni, passaggio essenziale alla sua storicizzazione (Woolf, 2007, pp. 33-34; Scoppola, 1991; Sabbatucci, 1991; Lanaro, 1992; Craveri, 1995; Lepre, 1995). Inoltre, come spiega Giovanni De Luna (2009, p. 191), Dagli anni Settanta fino a tutti gli anni Ottanta la memoria pubblica di questo paese fu costruita essenzialmente dai partiti politici […]. Gli oggetti di studio, i temi della ricerca e quelli del dibattito storiografico si frammentarono in veri e propri feudi interpretativi, sorretti da archivi centralizzati, istituti e fondazioni, personale scientifico, tutti raccolti intorno agli eroi eponimi (Gramsci, Sturzo, Nenni, Einaudi, La Malfa) delle diverse tradizioni partitiche e delle varie culture politiche. La trasformazione del sistema politico incise dunque anche su queste dinamiche, permettendo il progressivo allentamento dei legami tra partiti e ricerche storiografiche e lasciando spazio a nuove piste interpretative. Autori come Paul Ginsborg e Guido Crainz nelle loro ricostruzioni sulla storia dell’Italia repubblicana hanno elaborato un’analisi più articolata della società civile, con particolare attenzione ai movimenti sociali, alle trasformazioni economiche e culturali, e alle dinamiche del quotidiano: non è un caso che entrambi tengano in considerazione la figura di Dolci nelle loro storie repubblicane. Ginsborg (1989), ad esempio, ha sottolineato la vivacità e i limiti della società civile italiana (sulle cui degenerazioni si veda anche Lupo, 2000), mentre
17 Crainz (1997; 2003) si è concentrato sui cambiamenti nei comportamenti collettivi e sulle nuove forme di partecipazione. v. Il cantiere degli studi accademici Nel 2003 viene pubblicato il volume Raccontare Danilo Dolci (Costantino, 2003), frutto di un evento che si pone come una cerniera fra i contributi degli intellettuali e studiosi che avevano frequentato Dolci, alcuni dei quali avevano già prodotto saggi che andavano oltre la semplice attestazione di omaggio allo scrittore scomparso (Varvaro, 1995 e 1999; Casarrubea, 1998), e la nuova stagione di ricerche che il volume precorre. L’opera raccoglie i contributi dei partecipanti al seminario internazionale intitolato L’immaginazione sociologica, il sottosviluppo, la costruzione della società civile. Ricordando Danilo Dolci, ripensando la Sicilia, tenutosi a Palermo il 2 febbraio 2001. Il convegno, organizzato dalla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Palermo, dall’Istituto Gramsci Siciliano e dal Comune di Palermo, ha rappresentato un’importante occasione per approfondire il dibattito sulla figura e sull’opera di Dolci, grazie agli interventi di numerosi studiosi e ricercatori. Tra questi, i sociologi furono i più numerosi e animarono un vivace dibattito sull’attivismo di Dolci. Salvatore Costantino rilesse il “metodo dolciano”, mettendone in luce i legami con la costruzione della società civile. Il processo avviato da Dolci, non solo attraverso i suoi scritti ma soprattutto grazie al suo impegno sociale e civile, avrebbe rappresentato una risposta significativa alla crisi delle democrazie e al distacco dei cittadini dalla sfera pubblica. Questa dimensione della prassi configurava Dolci come “un innovatore e costruttore di società civile”. Secondo Costantino, la capacità di Dolci di “costruire la società civile” e di
18 19 creare veri circuiti relazionali e comunicativi colloca la sua esperienza nell’ambito delle pratiche che Charles Taylor aveva descritto come la “promozione di una politica per il rafforzamento della democrazia” (Costantino, 2003, p. 45; Taylor, 2011). Antonio La Spina, invece, si focalizzò sul contributo di Dolci alla costruzione della società civile, ridefinendone il ruolo come quello di un “imprenditore civile”. Sebbene non in modo esplicito, Dolci avrebbe adottato l’idea di società civile sviluppata dalla tradizione anglosassone, contrapposta a quella hegelo-marxista. Egli si era impegnato nella formazione di una coscienza civica capace di ribellarsi all’individualismo particolaristico, all’inefficienza politica e amministrativa (sprechi), e alle clientele generate dalla connivenza tra politica e criminalità organizzata. Francesco Renda, unico storico presente al convegno, intervenne con una relazione intitolata Uno sguardo storico sull’esperienza di Danilo Dolci. Sin dall’inizio, Renda chiarì la sua posizione delicata, derivante dalla duplice condizione di conoscente personale di Dolci e di storico chiamato ad analizzarne l’opera. Consapevole di questa dicotomia, offrì una lettura complessiva del contesto storico in cui Dolci aveva operato, concentrandosi sulla Sicilia delle lotte contadine. Renda sottolineò l’estraneità di Dolci rispetto alle forze comuniste e socialiste impegnate in queste lotte e tratteggiò brevemente il suo attivismo, basato sulla nonviolenza e sull’analisi del territorio. L’intervento di Renda, sebbene non approfondito, rappresenta un contributo importante per lo studio di Dolci, poiché per la prima volta uno storico italiano si confrontava con il tema, cercando di collocare la figura di Dolci all’interno di un quadro storico più ampio. Come già menzionato, egli esortò anche i futuri studiosi a compiere analisi più approfondite (Renda, 2003, p. 84). Solo pochi anni dopo si aprì una nuova stagione di stu-
19 di su Dolci, che vide diversi storici in prima fila. Questo periodo, coincidente con gli anni Dieci del nuovo millennio, è stato preceduto da una serie di pubblicazioni utili alla ricerca storica. Tra queste, il primo profilo biografico in italiano curato da Giuseppe Barone (2007) e la raccolta delle lettere tra Aldo Capitini e Danilo Dolci (2008). Dal punto di vista storiografico, in quegli anni si è osservato un rinnovato interesse per le mobilitazioni sociali (Capuzzo, 2003; Lussana e Marramao, 2003; Bravo, 2008; Neri Serneri, 2008), il pacifismo e la nonviolenza (Martellini, 2006; Canavero, Formigoni e Vecchio, 2008; Ciriello, 2011; Losurdo, 2010), e i progetti di sviluppo dal basso (Bolognesi, 2009; Belotti, 2011; Stefani, 2012; Appetecchia, 2012; De Maria, 2015). Questi temi, inevitabilmente intrecciati con il percorso di Danilo Dolci, hanno preparato il terreno per ulteriori ricerche sulla sua figura, che si concentrano soprattutto sul suo attivismo civico tra gli anni Cinquanta e Settanta. Nel 2010 Vincenzo Schirripa ha pubblicato Borgo di Dio. La Sicilia di Danilo Dolci (1952-1956). Le fonti archivistiche utilizzate per il suo lavoro fanno capo prevalentemente alle carte del Ministero dell’interno conservate presso l’Archivio centrale dello Stato e all’archivio dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia. Il quadro di riferimento dell’azione di Dolci in Sicilia è tracciato privilegiando la coeva e vasta produzione letteraria di stampo meridionalista. Dal punto di vista interpretativo, Schirripa inserisce l’esperienza di Dolci nel contesto dei luoghi di formazione politica nell’Italia repubblicana e fa emergere la dimensione plurale dell’attivismo sorto attorno alla sua figura. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, la Sicilia di Danilo Dolci è stata al centro di una rete di impegno civile dalle dimensioni internazionali. Attorno a lui si ritrovarono spezzoni di culture politiche che si caratterizzavano per la propria irriducibilità
20 21 al sistema bipolare;l’attrattiva esercitata dalla sua originale figura di intellettuale impegnato contribuì a orientare percorsi di impegno che difficilmente si sarebbero incrociati altrove (Schirripa, 2010, pp. 102-6). Nello stesso anno Giacomo Parrinello pubblicava il saggio Chi gioca solo e chi no: Ricerca sociale e azione democratica in Sicilia, 1952-1968, in cui delineava l’esperimento sociale avviato da Dolci in Sicilia tra il 1952 e il 1968. A suo avviso, questo progetto ha profondamente innovato “tanto i metodi dell’indagine sociale, quanto la rappresentazione e la conoscenza delle classi popolari e del Mezzogiorno”, sviluppando “una vasta mobilitazione popolare, che ha coinvolto migliaia di persone” con l’obiettivo di “trasformare radicalmente la società siciliana, il suo territorio, le sue istituzioni, la sua cultura politica” (Parrinello, 2010). Particolare attenzione è stata dedicata alla zona della valle del Belice e alla figura di Lorenzo Barbera. Il saggio, infatti, costituiva parte integrante dello studio che l’autore stava portando avanti sugli eventi sismici di Messina (1908) e del Belice (1968), poi pubblicato in volume (Parrinello, 2015): i capitoli dedicati al terremoto del Belice mostrano non solo la devastazione causata dal terremoto, ma soprattutto le profonde trasformazioni sociali, politiche e urbane che ne sono derivate. Nel farlo, l’autore delinea tanto i piani di modernizzazione agraria degli anni del fascismo e del dopoguerra, quanto i piani post-sisma, ricostruendo il conflitto tra l’approccio di Dolci, di Barbera e le politiche governative centralizzate. Se i primi due, pur in modo diverso, avevano cercato di dare voce e potere decisionale agli abitanti del Belice, le politiche governative ignorarono quel contributo e realizzarono un intervento centralizzato, burocratico e spesso inefficace. Attraverso l’utilizzo di documenti inediti conservati nell’archivio del Cresm, Parrinello realizza uno studio che getta uno sguardo inedito sugli
21 anni Sessanta e Settanta nella Sicilia di Dolci, approfondendo inoltre per la prima volta le mobilitazioni per il terremoto del Belice e l’attivismo di Lorenzo Barbera. Negli stessi anni l’ampio studio di Antonio Vigilante (2012) mette a fuoco la proposta pedagogica di Dolci coprendo importanti lacune nella sua biografia attraverso la ricostruzione di anni meno tematizzati altrove, come quelli dell’esperienza di Mirto. Nel 2016, Peter Jonas ha dedicato a Danilo Dolci un articolo che compare nella rivista “Urbanities”. Rifacendosi a studiosi come Edward Banfield e Robert Putnam, ma soprattutto a Paul Ginsborg, l’autore prova a inserirsi nel dibattito sulla debolezza della società civile italiana. Ginsborg aveva suggerito che il suo sviluppo fosse stato ritardato dal potere della Chiesa e della famiglia. Tuttavia, una società civile più forte e più vivace emerge, per diversi ed evidenti motivi, dopo il 1989. Utilizzando l’angolo visuale micro e partendo dall’esperienza di Dolci, Jones arriva a sostenere che, nonostante le difficoltà, nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta si fosse invece sviluppata una esperienza di rinvigorimento della società civile di grande interesse, preparatorio alla svolta del 1989. Marica Tolomelli, nella nota biografica su Danilo Dolci scritta per il Dizionario Biografico degli Italiani nel 2017, mette in risalto soprattutto come l’esperienza di Dolci sia stata promotrice di una cultura di democrazia partecipativa o dal basso. Si concentra anche sull’importanza dell’esperimento siciliano come crocevia di idee e pratiche democratiche nell’Italia di quegli anni. Tolomelli, inoltre, mette in relazione Dolci con la cultura della “sinistra eretica” e pone l’accento su come alcune idee di cui egli si fece promotore anticiparono alcuni temi che avrebbero caratterizzato il Sessantotto. In quest’ultima analisi la posizione di Tolomelli si
22 23 incontra con quella di Pietro Adamo (2017): il suo saggio sulle tentazioni dell’impolitico che coinvolsero eretici, irregolari ed eterodossi nella sinistra italiana prima del Sessantotto, inizia infatti proprio da alcune riflessioni di Dolci sulla politica e sull’importanza dei piccoli gruppi per un rapporto davvero democratico. Nel 2021 è stato pubblicato Le reti di Danilo Dolci, frutto della ricerca dottorale di Marco Grifo. In linea con i contributi di Schirripa e Tolomelli, il testo ricostruisce l’attività di Dolci, dal suo arrivo in Sicilia fino ai primi anni Settanta. Basato su un’approfondita ricerca documentale, che attinge agli archivi personali di Dolci, conservati sia in Sicilia che negli Stati Uniti, oltre a quelli delle personalità a lui più vicine, il volume esplora le reti nate intorno alla figura dell’attivista. Queste reti coinvolgevano ambienti politici e culturali eterogenei, in Italia e all’estero, e coinvolsero nel lavoro in Sicilia socialisti, anarchici, valdesi, cattolici eterodossi, olivettiani, liberalsocialisti. Il volume esplora le ramificazioni di queste reti e, attraverso rapide panoramiche prosopografiche, mostra la dimensione laboratoriale della Sicilia di Dolci. Questa non fu solo un catalizzatore di energie esterne, ma riuscì a disseminare altrove – anche attraverso le diaspore nate da slanci di autonomia o da conflitti – pratiche e metodi elaborati in regione. Privilegiando la dimensione locale, si riflette su temi quali lo sviluppo delle aree arretrate e i processi di democratizzazione. Attraverso l’approccio translocale, si pone in evidenza una fitta circolazione di idee e pratiche tra operatori attivi in specifiche aree, in Italia e all’estero, dimostrando il ruolo centrale che l’esperienza nella Sicilia occidentale ebbe, nel contesto dell’Italia repubblicana, nel promuovere i processi di democratizzazione e il lavoro comunitario. Inoltre, il volume si distacca da molte interpretazioni precedenti, anche per quanto riguarda i confini cronologici dell’espe-
23 rienza di Dolci, individuando un momento di svolta intorno al 1968. Il terremoto del Belice e il movimento studentesco segnarono, infatti, la fine di una fase del lavoro di Dolci, fino a quel momento incentrata sulla pianificazione e lo sviluppo comunitario. Nel 2022 è stato pubblicato, a cura di Valentina Fortichiari, il carteggio tra Cesare Zavattini, Aldo Capitini e Danilo Dolci, cui si aggiunge un nuovo profilo biografico, redatto da Giovanna Ceccatelli (2022). Più recente la pubblicazione del carteggio con Tommaso Fiore, uscito per Dante & Descartes nel 2024. Nel 2023 è iniziato un progetto di riordino, attualmente in corso, finanziato dalla Direzione generale archivi, che, sotto la supervisione della Soprintendenza archivistica per la Sicilia, si propone di riunire e ordinare i vari fondi in un unico archivio situato a Partinico. Questo intervento archivistico rappresenterebbe un passo fondamentale per valorizzare adeguatamente i documenti conservati in Sicilia. vi. Le iniziative per il centenario Lungo tutto il 2024 e oltre, gli eventi e le iniziative culturali per celebrare il centenario della nascita di Danilo Dolci sono stati numerosi e diffusi in tutto il territorio nazionale, da Palermo a Torino. Le modalità di celebrazione sono state varie: dagli spettacoli teatrali e musicali agli incontri di lettura e convegni incentrati sull’attività di Dolci, in particolare sui temi della nonviolenza e dell’educazione. Su quest’ultimo aspetto, numerosi eventi hanno accomunato la figura di Dolci a quella di Alberto Manzi, anch’egli al centro delle celebrazioni per il centenario, e di Don Milani, il cui centenario è stato festeggiato lo scorso anno. Tra Palermo e Trappeto, dal 26 al 30 giugno, si è tenuto il festival Palpitare di Nessi, con
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37 La pianificazione nel pensiero e nell’azione del primo Dolci. Stato dell’arte e nuove acquisizioni Francesca Leder* i. Biografie, autobiografie. Una breve premessa Nella traiettoria della mia ricerca, l’incontro con la figura di Danilo Dolci ha rappresentato un’imprevista e illuminante scoperta. È avvenuto anni fa, durante la stesura del piano regolatore di una città emiliana accompagnata dallo studio di esperienze di “pianificazione dal basso” da cui trarre spunti perché lo strumento urbanistico fosse frutto di un lavoro condiviso con gli abitanti.1 * Università degli studi di Ferrara, Dipartimento di Architettura. 1 Il gruppo di lavoro era coordinato da Paolo Ceccarelli, docente di Tecniche di analisi urbane e territoriali, allora preside della Facoltà di Architettura di Ferrara. Ceccarelli conobbe Dolci quando, studente del secondo anno di architettura a Venezia, con un gruppo di amici della Fuci di Padova (Laura Balbo, Toni Negri, Gianfranco Poggi, Carlo Ravasini), si recò a Partinico per incontrarlo e portare lì, come veniva chiesto, un po’ d’aiuto. Quella visita, svoltasi durante le feste natalizie del 1954 (cfr. Dolci, 1974, p. 52), fu per Ceccarelli la prima di una serie. Tornò a Partinico nei mesi successivi impegnandosi a svolgere una campagna di rilievo delle abitazioni del quartiere di Spine Sante, uno dei luoghi simbolo del degrado e della miseria denunciati da Dolci. Un lavoro che gli servirà – racconta Ceccarelli in una memoria che mi ha affidato – anche per sostenere l’esame del corso di Urbanistica 2 tenuto dal professor Luigi Piccinato. Il ruolo svolto da Ceccarelli è testimoniato dallo scambio epistolare tra Dolci e Capitini (Capitini e Dolci, 2008, pp. 74-75) nel quale egli indicava proprio Paolo Ceccarelli, Franco Alasia e Mauro Gobbini (il cosiddetto “triumvirato”) come gli amici che, nel caso di un suo possibile arresto (siamo all’inizio del gennaio del
38 39 Le prime informazioni su Dolci le ho ricavate dalla lettura di un prezioso saggio di Chiara Mazzoleni pubblicato sulla rivista “Urbanistica” dedicato al Centro di studi e iniziative per la piena occupazione, struttura creata da Dolci a Partinico nel 1958, a sei anni dal suo arrivo in Sicilia e dopo aver acquisito una sufficiente conoscenza dei problemi socioeconomici, ma anche politico-culturali, che impedivano lo sviluppo della regione.2 Il Centro di studi e iniziative, frutto di un progetto indipendente, rappresentava un esperimento originale, forse inedito per la realtà siciliana, ma in linea con altre già attive in Italia e all’estero (per una panoramica sul tema cfr. Langworthy, 1964; Hytten, 1969; Mazzoleni, 2003). Orgogliosamente autonomo dal punto di vista finanziario, potendo contare sui fondi messi a disposizione dal Premio Lenin ottenuto da Dolci nel dicembre 19573, il Centro di studi e iniziative intendeva operare libero da con1956), avrebbero avuto il compito di sostituirlo. 2 Mazzoleni, 1997; sul tema più in generale cfr. anche Leder, 2018. Potendo contare sull’aiuto di alcuni giovani volontari, Dolci avvia sin da subito una serie di indagini sul campo, successivamente raccolte in saggi-denuncia: cfr. Dolci, Gobbini, Orlacchio e Vannini, 1953; Barretta, Dolci, Gobbini, Mangano, Orlacchio, Sacchetti, Vannini e Zelli, 1953; Borruso, Bracci, Dolci, Piergallini, Salimei, Sana e Vichi, 1954; Dolci, 1954; Id., 1955; Id., 1956. 3 Il Premio Lenin internazionale “per il consolidamento della pace tra i popoli” costituisce la risposta sovietica al premio Nobel per la pace. Conferito da una commissione internazionale, poteva contare su una disponibilità di circa 16 milioni di lire. Dolci non è l’unico italiano ad aver ricevuto tale riconoscimento. Prima di lui erano stati premiati Pietro Nenni (1951) e Andrea Gaggero (1954), padre filippino sospeso a divinis nel 1953 per aver partecipato a Varsavia al ii Congresso mondiale dei Partigiani della pace (novembre 1950). Gaggero, in contatto con don Zeno Saltini, conosce Dolci in occasione di un congresso di sacerdoti organizzato a Nomadelfia nel luglio 1950. Cfr. Rinaldi, 2003, pp. 130-132.
39 dizionamenti di carattere politico e istituzionale sebbene la natura del premio, tutt’altro che neutra, pesasse non poco sul giudizio del pubblico, soprattutto degli amici che si riconoscevano nell’area liberalsocialista e azionista. A costoro, infatti, non era bastata la dichiarazione, a mezzo stampa, nella quale Dolci aveva affermato che l’accettazione del premio non andava letta come scelta politica, bensì come strumento economico per dare continuità ai progetti avviati e consolidare i risultati già conseguiti (Raia, 2011). Il giudizio non era però unanime. Alcuni guardavano al premio come fatto positivo, decisamente utile alla causa. Tra questi Bruno Zevi il quale si preoccupava di rassicurare Dolci con queste parole: Caro Danilo, qualunque cosa tu faccia, o io faccia, o qualunque persona onesta faccia, desta le preoccupazioni degli amici, poiché può essere male interpretata da persone in malafede. […] Io sono felice che il premio ti sia stato assegnato. A parte i possibili e passeggeri malintesi, ritengo che esso sia assai importante per la causa che tu persegui e nella quale, come sempre, hai tutta la mia solidarietà.4 Preso atto dell’importanza assunta dal Centro di studi e iniziative nell’ambito dell’impegno attivo di Dolci, ho deciso di indirizzare la mia ricerca verso un terreno meno indagato anche per dare compiutezza ad alcuni passaggi biografici rimasti irrisolti. Passaggi emersi dallo studio di un’ampia documentazione archivistica, rintracciata sia in Italia che all’estero, ma anche dall’incontro con persone che lo hanno conosciuto, in taluni casi affiancato durante lo svolgimento del suo lavoro. Si è trattato, in entrambi i casi, di fonti essen4 Howard Gotlieb Archival Research Center, Danilo Dolci collection, Box 5, lettera di Bruno Zevi a Danilo Dolci, 8 gennaio 1958.
46 47 è raccontato con ironia dallo stesso Zevi nella rubrica che tiene in quel periodo su “l’Espresso”, e successivamente anche in Cronache d’architettura (1971): L’Istituto nazionale di urbanistica – scrive Zevi – ha nominato Danilo Dolci membro effettivo. Se avessimo scelto uno strangolatore di fanciulle o un marziano, il fatto non avrebbe destato tanta meraviglia e tanti sospetti. In una società burocratizzata come la nostra, troppe persone anche autorevoli non riescono a comprendere il valore tecnico di Inchiesta a Palermo, la strumentalità urbanistica delle indagini che Dolci e il suo gruppo vanno svolgendo nei comuni della Sicilia. L’idea stessa di una pianificazione dal basso suona estranea e ostile in un mondo in cui tutto si risolve attraverso la macchina dello Stato, degli enti, delle province e dei comuni. La constatazione della totale inefficacia dei piani regolatori cui manca il sostegno popolare non inietta neppure un dubbio nella mentalità cristallizzata dei “managers”. […] L’aver accolto Danilo Dolci nell’Istituto di urbanistica, fra 1667 membri e soci, viene giudicato da alcune autorità come una decisione rivoluzionaria. Ridicolo e stupido: anche perché si può dimostrare come Inchiesta a Palermo abbia già esercitato un benefico effetto stimolando la revisione del piano di risanamento dei quattro mandamenti palermitani, secondo criteri praticamente diversi da quelli dell’Immobiliare e dei suoi fautori della parallela alla via Roma. Io stessa, all’inizio della mia ricerca, avvicinandomi alle biografie e agli scritti di Dolci, confesso di aver provato un certo spaesamento: non del tutto architetto né urbanista. Neanche pienamente sociologo o educatore. Eppure, Dolci, come mostra la sua storia personale e professionale, ha attraversato tutti questi territori del sapere, mosso innanzitutto da uno spiccato interesse di conoscenza e dal desiderio di andare oltre i vincoli della formazione tradizionale. E non può stupire che molti ad-
47 detti ai lavori lo abbiano voluto considerare – al di là del titolo di studio – non solamente uno di loro, ma un punto di riferimento per le loro ricerche scientifiche e per i loro progetti sul campo. Come ho già avuto modo di spiegare il mio interesse per la figura e l’opera di Dolci è stato alimentato dal lavoro di ricerca condotto in vari archivi italiani e stranieri dove è possibile rintracciare documenti relativi alle sue molteplici attività. Tutto ha avuto inizio dall’Howard Gotlieb Archival Research Center della Boston University che possiede un fondo composto da più di duemila lettere, oltre materiale relativo al Centro di studi e iniziative e, più in generale, all’attività di Dolci durante il periodo che va dal 1958 a circa la metà degli anni Ottanta. Il lavoro è poi proseguito in molte altre direzioni seguendo le tracce di figure che hanno accompagnato l’opera di Dolci nel corso degli anni, alcune delle quali sono rimaste ingiustamente nell’ombra. Questo contributo vuole perciò essere l’anticipazione di un lavoro di rilettura degli anni giovanili di Dolci, in larga parte trascurati dalle ricerche precedenti, nell’intento di restituire al suo protagonista un’immagine più completa, forse addirittura sorprendente e inedita: quella di un giovane immerso negli interessi letterari e musicali, spinto da una ardente ricerca di Dio come lasciano trasparire i suoi primi scritti e produzioni poetiche, determinato nelle proprie decisioni e pronto a compiere scelte di vita radicali e largamente anticonformiste. iii. Architetto in fieri La parte meno nota della biografia di Dolci coincide con gli anni della sua formazione. Quelli che riconducono agli studi universitari sembrano aver avuto un ruolo particolarmente decisivo nella costruzione della sua “identità narrati-
48 49 va” (Ricœur, 1991), biografica e autobiografica. Molti saggi a lui dedicati lo descrivono come studente universitario ad un passo dalla tesi, altri come laureato in architettura, altri ancora addirittura come ingegnere. Dai documenti di archivio sappiamo che Dolci, studente del corso di laurea in architettura del Politecnico di Milano, durante il quinquennio 1943-1949, non porterà a termine gli studi, sostenendo solo la metà degli esami.22 Il suo percorso scolastico e universitario è riassunto, per sommi capi, nell’intervista che egli offre al critico letterario Giacinto Spagnoletti nel 1977: un testo che ha certamente il pregio di raccogliere e rendere noti molti aneddoti della sua vita, ma anche il limite di rappresentare, come tutte le autobiografie, “un processo di costruzione” (Schirripa, 2010b, p. 23) della propria immagine a cui devono essere aggiunte numerose altre tessere per rendere il racconto maggiormente comprensibile. Dialogando con Spagnoletti Dolci ricostruisce la propria infanzia e adolescenza. Ricorda in particolare il periodo delle “medie inferiori a Varese, viaggiando col treno da Gallarate” (Spagnoletti, 1977, p. 17), durante il quale egli matura l’interesse e la vocazione per le materie letterarie (“coi temi me la cavavo disinvoltamente e spesso questi erano letti in classe”, ibidem), lasciando intendere di aver studiato con minore interesse le discipline tecniche sebbene, assecondando il desiderio del padre, consegua il diploma di geometra.23 A ciò 22 Politecnico di Milano, Archivio storico di ateneo, Registro carriere studenti, reg. 38, p. 228. 23 Il titolo di studio, conseguito nel corso della sessione autunnale dell’anno scolastico 1941-1942, il 3 ottobre 1942, è stato rilasciato dall’Istituto tecnico Antonio Bordoni di Pavia, scuola rinomata e prestigiosa la cui sede, inaugurata da Mussolini il 5 novembre 1936, porta la firma di Mario Ridolfi e Wolfang Frankl. Cfr. Aa. Vv., 2021, pp. 9599. Copia del diploma è conservato presso l’Archivio di Nomadelfia
49 fa seguito la maturità artistica, ottenuta come privatista al Liceo artistico di Brera, nel luglio 194324, titolo che gli consente di iscriversi, nel settembre dello stesso anno, all’università. Il percorso di studi si intreccia con quello del servizio militare. Come si evince dal ruolo matricolare del distretto di Tortona, città dove la famiglia Dolci si era da poco trasferita, l’11 settembre 1942, pur essendo stato dichiarato idoneo al servizio di leva, ma non avendo ancora completato gli studi superiori, ottiene il primo congedo. Ne seguono altri due in quanto studente universitario. Solo il 24 novembre 1943 viene richiamato obbligatoriamente alle armi per entrare a far parte dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Dolci però, come molti altri giovani della sua età, sceglie la diserzione. Da ciò la denuncia al Tribunale militare che apre a gravi conseguenze per sé e per i suoi familiari.25 A questa scelta fa seguito la fuga verso Genova, l’arresto e la breve detenzione, poi la sorprendente e rocambolesca fuga verso Roma. La destinazione finale sarà il piccolo paese di Poggio Cancelli, (d’ora in avanti AN), busta “Cartella personale” (63D). 24 L’attestato con voti della maturità artistica è conservato presso il Politecnico di Milano, Archivio storico d’ateneo, Registro carriere studenti, 38, 228. Da ricerche più approfondite è emerso che durante l’anno scolastico 1941-1942, per prepararsi all’esame di maturità, Dolci frequenta anche la Scuola degli artefici di Brera dove segue il corso di architettura tenuto dal prof. arch. Giovanni Crescini: cfr. Tea, 1951, p. 120. 25 La chiamata obbligatoria è frutto del primo Bando Graziani (9 novembre 1943) rivolto alle classi dal 1923, 1924, 1925. Su 180.000 reclute, se ne presentano solo 87.000 e per questo motivo verrà emesso un secondo bando, più minaccioso e perentorio, che promette ai renitenti e ai disertori la pena di morte “mediante fucilazione al petto” stabilendo che “in caso di mancata presentazione dei militari soggetti alla predetta chiamata, oltre alle pene stabilite dalle vigenti disposizioni del codice militare di guerra, saranno presi immediati provvedimenti anche a carico dei capi famiglia”. Cfr. Scalpelli, 1963.
50 51 incastonato nelle montagne dell’appennino abruzzese, dove giunge grazie all’aiuto di uno zio paterno, originario del posto, dove rimane sino alla liberazione della Capitale da parte degli alleati, il 4 giugno 1944 (Spagnoletti, 1977, pp. 22-24). La carriera universitaria rispecchia la drammaticità di quei mesi e degli spostamenti a cui è costretto per non essere arrestato. Durante gli anni accademici 1944-1945 e 19451946 (secondo e terzo anno) egli risulta iscritto “provvisoriamente”, in quanto sfollato, all’Università di Roma dove, tra il febbraio e il luglio 1945, sostiene undici esami del biennio. A partire dall’anno accademico 1946-1947, e sino al 19481949, torna ad essere uno studente del Politecnico di Milano per poi abbandonare definitivamente gli studi nell’autunno del 1949. Nel 1946, la famiglia si trasferisce a Pozzolo Formigaro dove il padre Enrico, nel frattempo, è stato nominato capostazione.26 A Tortona Dolci conserva però salde amicizie: coetanei e sacerdoti conosciuti frequentando l’oratorio di Santa Maria Canale gestito dall’ordine di don Luigi Orione. La familiarità con quell’ambiente spiega l’incarico ricevuto, nella primavera 1947, di stendere il progetto di massima (rimasto poi tale) del nuovo centro interparrocchiale per offrire maggiori spazi alle attività educative, ricreative e sportive dei ragazzi che lo frequentavano.27 L’oratorio di Tortona è un luogo molto caro a Dolci: una palestra di vita che lo vede operare anche nelle vesti di animatore. Sempre in quanto studente di architettura riceve l’invito da don Aldo Del Monte, insegnante di filosofia e di teologia del seminario di Tortona, 26 Si veda la testimonianza della sorella di Dolci, Miriam, in Bonora, 2006, pp. 126-135. Per un’ulteriore testimonianza del periodo pozzolese cfr. Martini e Rolandi, 2022. 27 La notizia è riportata dal giornale della diocesi di Tortona “Il Popolo”, 10 aprile 1947, p. 2, ripresa in Bergaglio, 1995, pp. 12-16.
51 responsabile provinciale della Fuci, a tenere una conferenza sul tema Architettura di domani28 ispirata probabilmente dal saggio di Zevi, Verso un’architettura organica (1945), testo fondativo per un’intera generazione di giovani professionisti, che Dolci ricorda di aver letto d’un fiato, in una sola notte (Spagnoletti, 1977, p. 25). L’interesse di Dolci per l’architettura, nonostante l’abbandono degli studi, non viene, né verrà, mai meno. A consentirgli di svolgere l’attività professionale contribuisce il diploma di geometra. Trova infatti impiego a Milano presso lo studio dell’ingegnere Guglielmo Meardi specializzato in studi geotecnici e impegnato in alcuni dei più importanti e famosi cantieri cittadini. Nello stesso tempo è assunto come docente di materie tecniche in una scuola serale di Sesto San Giovanni frequentata dagli operai delle fabbriche della zona, la gran parte dei quali si professa comunista e socialista. Franco Alasia, dipendente della Breda, è tra i suoi allievi più promettenti e affezionati.29 Proprio il duplice impegno di insegnante e di studente stimola Dolci a pubblicare due dispense di esercizi e di calcoli: una di scienze e tecnica delle costruzioni, l’altra dedicata alla teoria del cemento armato.30 28 Cfr. “Il Popolo”, 4 dicembre 1947, p. 2. La figura di don Aldo Del Monte (1915-2005) appare particolarmente importante nella formazione del giovane Dolci e forse anello di congiunzione con il mondo cattolico più illuminato, milanese e non solo. 29 Sulla figura di Franco Alasia (1927-2006) si vedano Bertolotti, 2007 e Sanga, 2008. Sul rapporto tra Alasia e Dolci si vedano Spagnoletti, 1977, pp. 30-31; Alasia, 2004 e 2005. Ringrazio la figlia Bruna per il tempo che mi ha dedicato e per i preziosi scambi di pensieri sull’esperienza vissuta dalla sua famiglia in Sicilia. 30 Dolci, 1948a e 1948b. Dolci stesso è impegnato nello studio di quelle materie. Benché non si abbiano riscontri, è probabile che si sia servito degli appunti dei corsi frequentati al Politecnico per preparare le dispense da utilizzare in classe con gli allievi della scuola serale.
52 53 Non trascura però gli altri interessi: quelli religiosi e quelli poetici. Negli stessi mesi dà infatti alle stampe L’ascesa alla felicità, una silloge di oltre quattrocento massime e citazioni, suddivise tematicamente in venti capitoli.31 Si tratta di una raccolta di letture di testi sacri e filosofici, ma anche letterari, la cui genesi, quasi certamente, va collegata alla breve collaborazione con la rivista fiorentina “L’Ultima. Rivista di poesia e metasofia” diretta da Adolfo Oxilia alla quale collaborano anche padre David Maria Turoldo e don Zeno Saltini.32 Attiva dal 1946 al 1963, “L’Ultima” si propone come “strumento per la resurrezione nel tempo della desolazione” (sono parole di Oxilia). Nei suoi vent’anni di vita, la rivista ha avuto diverse fasi e dato ospitalità a molte collaborazioni (notevole il numero dei giovani agli esordi) la gran parte anonime, o coperte da pseudonimi, e gratuite. In questa fucina letteraria, dove si intrecciano arte, poesia e religiosità, Dolci ispessisce la propria cultura attraverso un paziente lavoro di lettura e di trascrizione di brani da utilizzare come intermezzo nelle pagine della rivista: lavoro che può diventare, se pubblicato, strumento di educazione anche per altri. L’antologia, stampata come “prova” in duecento copie, è offerta in lettura ai maestri e agli amici ai quali dedica un pensiero di “affet31 Dolci, 1948c, ora ripubblicato da Spazio cultura edizioni, Palermo 2025. Spunti utili all’approfondimento di questo testo si trovano in Chemello, 1988, pp. 4-15. 32 È Dolci ad accennare alla sua collaborazione con “L’Ultima”. Lo fa nel dialogo che intrattiene con Antonietta Massarotto (1950, in AN, Rassegna stampa). Per approfondire lo studio della rivista fiorentina cfr. Pallanti, 2016. È qui che si legge a cosa mirasse “L’Ultima” che sembra rispecchiare perfettamente gli intenti di L’ascesa alla felicità. Scrive Vian (2016): “Contro il materialismo e l’idealismo le armi erano individuate nell’eroismo, nella santità e nella poesia percepita quasi come luogo e momento di una rivelazione e di una epifania divina”.
53 tuosa riconoscenza”33 esteso anche ai familiari e agli alunni della scuola serale.34 Tra i maestri spiccano don Aldo Del Monte e il professor Alberto Roella: il primo, come si è già visto, guida spirituale per molti giovani universitari tortonesi, il secondo, invece, educatore e mentore di Dolci, in campo umanistico e musicale, sin dagli anni delle scuole medie.35 Anche per quanto riguarda la composizione de L’ascesa alla felicità la poesia gioca un ruolo decisivo. Nel diciassettesimo capitolo, intitolato Estasi artistica, troviamo una 33 Il volume si apre con la breve premessa nella quale Dolci precisa che “per poter essere corretta e amplificata dagli amici e dai Maestri esce quest’opera nella presente modesta edizione di sole duecento copie”. Non è dato sapere quale ruolo abbiano giocato gli amici e i maestri citati in queste poche righe nella composizione di questa antologia. Dall’elenco dei nomi ricaviamo alcune importanti informazioni sulla cerchia delle sue amicizie e sui “padri spirituali”. Si tratta di Renzo Bossi (musicista), Adriano Bianchi (avvocato e politico democristiano), Luigi Clero (scienziato e artista), Lelio Cremonte (normalista e poeta, poi docente universitario), Giorgio Kauciswili (medico e successivamente docente universitario), Aldo Del Monte (sacerdote, poi vescovo di Novara), Guglielmo Giani (amico, compagno di studi e architetto), Alberto Roella (insegnante di italiano) e infine Luigi Visconti (scultore e architetto). 34 Per quanto affascinante possa sembrarci il racconto, difficile immaginare che l’antologia fosse stata composta per i suoi allievi della scuola serale, come invece egli lascia intendere in una lettera inviata a Adriana Chemello il 31 maggio 1986, cfr. Chemello, 1988, p. 5. Al contrario sono personalmente convinta – e le ricerche lo confermano – che la genesi e la finalità fossero altre, collegate alle sue frequentazioni culturali e religiose. 35 Testimonianza del rapporto che lega l’allievo Dolci al professor Alberto Roella, insegnante di lettere all’istituto tecnico di Varese, grande appassionato di musica, lui stesso violinista, si trova in Campotti, 2008. Il racconto di Campotti si basa sul racconto della figlia del prof. Roella, Laura, che ricorda come Dolci si recasse, di frequente, nei fine settimana a far visita al vecchio professore (forse per prepararsi all’esame di maturità liceale?) e con lui si recasse ai concerti d’organo di un famoso musicista della zona.
54 55 selezione di liriche di Pascoli, Lorca, Carducci, Rudel, Cremonte, Ungaretti, Leopardi, Anile, Rilke, Papini, Alcmane, Negri, Francesco d’Assisi (Dolci, 1948c, pp. 193-219). Del resto, anche Dolci si cimenta nella scrittura di poesie, come racconta lui stesso a Spagnoletti (1977, passim) e come testimonia l’amico Alasia (2004). L’esordio pubblico in questo campo sembrerebbe essere sancito dalla partecipazione al premio letterario Libera stampa di Lugano nel corso dell’edizione 1947-1948 dove lo si dà a fianco di padre David Maria Turoldo, Andrea Camilleri, Andrea Zanzotto e Pier Paolo Pasolini, sebbene non si abbia prova certa di questa partecipazione.36 Nel 1950 Ugo Fasolo (1950, pp. 135-151) pubblica una sua raccolta di versi, Parole nel giorno, nel volume Nuovi poeti edito da Vallecchi, mentre, a pochi mesi di distanza, la Società editrice siciliana dà alle stampe Voci nella città di Dio, poema a tre voci.37 Si tratta, in entrambi casi, di poesie composte durante il periodo di Nomadelfia, accolte con giudizi non sempre 36 La notizia è infatti ricavata da una memoria di Camilleri, ripresa in molte biografie, anche le più recenti. Si veda ad es. Grifo, 2021, p. 31. 37 Dolci, 1951. La genesi di questa pubblicazione merita un breve approfondimento. La raccolta di poesie esce nella collana L’Usignolo, diretta dal ferrarese Casimiro Fabbri, intellettuale organico al regime fascista, trasferitosi a Roma nel dopoguerra come insegnante di lettere poi funzionario del Ministero della cultura. Anche il fondatore della casa editrice (nata nel 1947), Antonino Sammartano, trapanese, è figura di spicco del fascismo della prima ora, la cui fede rimane immutata sino all’adesione alla Repubblica sociale italiana. Dai primi di novembre 1943 è direttore generale del Ministero della cultura popolare. Conclusa la guerra, dopo un breve periodo di allontanamento dall’insegnamento, nel 1949 viene reintegrato e assegnato all’Università di Urbino dove ricopre la cattedra di pedagogia. Parrebbe interessante ricostruire il contesto culturale nel quale è avvenuto l’incontro tra Dolci e Fabbri. Per un quadro completo dell’attività poetica di Dolci si rimanda a Chemello, 1988.
55 unanimi dalla critica.38 Altre (sotto il titolo Frammenti del poema) sono pubblicate dalla rivista “Il Gallo”, diretta da Nando Fabro39 e dal bollettino di Nomadelfia, “La Giusta Via”. Nel 1952 Valerio Volpini, collaboratore della rivista genovese, lo vuole tra gli autori della sua Antologia della poesia religiosa italiana contemporanea, con dieci poesie tratte da Voci nella città di Dio accompagnate da una breve introduzione di Ugo Fasolo (Volpini, 1952, pp. 461-479). iv. Architetto a Nomadelfia L’occasione per mettersi al servizio dei più bisognosi viene offerta a Dolci da don Zeno Saltini e dalla comunità di Nomadelfia, insediata a Fossoli, frazione di Carpi (Modena) nel tristemente noto ex campo di concentramento (Rinaldi, 2003, pp. 15-33). L’incontro con Nomadelfia avviene grazie alla frequentazione del convento di San Carlo al Corso di Milano dove, tutte le settimane, si celebra la Messa della Carità officiata da padre David Maria Turoldo e padre Camillo De Piaz (Saresella, 2008, pp. 65-66; Maraviglia, 2016, pp. 164-167). Dolci fa infatti parte di un nutrito gruppo di giovani universitari che partecipano tanto alle attività confessionali quanto alle iniziative caritatevoli organizzate in favore dei poveri della città. Pur trattandosi di una realtà nuova, e non milanese, Nomadelfia colpisce il cuore dei fedeli che frequentano la chiesa 38 Entusiasmo per la pubblicazione di Voci nella città di Dio viene espresso da Giacomo Marsano, membro della redazione de “Il Gallo” che recensisce il volume su “Il letimbro”, settimanale della diocesi di Savona-Noli, 7 settembre 1951. Decisamente critico, invece, il punto di vista del poeta Carlo Betocchi, che scrive sul “Il Popolo”, 12 settembre 1951, così come quello di Pierpaolo Pasolini su “La Fiera Letteraria”, 23 settembre 1951. Cfr. Rinaldi, 2003, p. 199. 39 Per la storia della rivista genovese si rimanda a Zanini, 2012.
62 63 fetto e altri. Se credi dì anche a Balestrazzi di venire. Don Marchi ti avrà spiegato che, circa i progetti, desideravamo da Milano solo una diversa presentazione dei preventivi, a metro cubo cioè e non con l’analisi dei computi metrici. Tuo in Cristo, Danilo PS: Se credi, si potrebbe invitare anche un ministro, qualche deputato, qualche principotto romano o giù di lì, qualcuno di Milano, la Settimana Incom: un pezzo di carta in una pietra potrebbe dare ai nostri bambini tetto e pane. Se ti va ci proviamo con don Marchi e padre Giovanni ad organizzare la cosa. Dolci segue personalmente i lavori compilando, almeno sino all’inizio di febbraio 1951, i giornali di cantiere. Poi è costretto a lasciare ad altri quel compito perché chiamato a presentarsi al distretto di Modena dove lo attende, senza possibilità di rinvio, il servizio militare. Il ruolo matricolare dà conto del fatto che, dopo una visita all’ospedale militare di Bologna (1-2 febbraio 1951), ottiene l’idoneità al “servizio militare incondizionato”. Per questo motivo, come si diceva in precedenza, il 3 febbraio è destinato al 7° Corso addestramento reclute (Car) di Siena dove rimane per due mesi (sino al 26 aprile 1951) per poi essere trasferito a Roma, al 17° Reparto fanteria Acqui (al tempo ospitato nella caserma Antonio Gandin di Pietralata), sino alla “licenza illimitata senza assegni” che arriva il 1° giugno 1951. A distanza di un anno, mentre si trova già in Sicilia, il 17 maggio 1952, ottiene il congedo definitivo. Le annotazioni nei diari di cantiere attestano che, durante la permanenza a Siena, riesce a recarsi a Borgo San Pietro per continuare a seguire lo sviluppo della costruzione della borgata benché questa, nel frattempo, sia stata travolta dalle difficoltà economiche che da sempre as-
63 sillano Nomadelfia. Per procedere con i lavori, le ditte impegnate nel cantiere esigono di essere pagate secondo gli accordi stabiliti e sottoscritti attraverso contratti firmati proprio dallo stesso Dolci. Accordi che la comunità, fiaccata dai debiti, non riesce a rispettare. L’impresa principale, in condizioni economiche già di per sé critiche, è costretta al fallimento con la conseguente interruzione definitiva dei lavori. Ma non sono solo i problemi economici ad ostacolare l’azione di Nomadelfia. Da un lato desta notevole clamore la scelta di alcuni sacerdoti di lasciare i propri conventi per trasferirsi, contro il volere dei loro superiori, a Nomadelfia.46 Dall’altro, le gerarchie della Chiesa, e di buona parte della Democrazia Cristiana, temono l’entrata nell’arena politica del Movimento della fraternità umana, lanciato da don Zeno nell’agosto del 1950 sulla base di idee già espresse in due tentativi precedenti, a guerra da poco conclusa.47 Il Movimento, presentato ufficialmente attraverso le pagine de “La Giusta Via” il 22 agosto 1950, non riesce a decollare in quanto, come ammette lo stesso don Zeno, non dispone né di uomini né tantomeno di mezzi, senza contare la strenua opposizione delle autorità politiche e religiose. Obiettivo del Movimento è “promuovere una reale democrazia diretta e l’abolizione di ogni forma di sfruttamento da parte del capitale e dello Stato” (Rinaldi, 2003, p. 152), tema che sta molto a cuore a Dolci il quale, non a caso, è tra i suoi più attivi sostenitori, disposto a promuovere incontri pubblici per far conoscere la nascente forza politica, ma anche per raccogliere 46 Si veda la lettera di padre Turoldo a don Zeno in Rinaldi, 1997, pp. 133-135. 47 Si tratta del Movimento dei due mucchi (1945) e del Movimento della solidarietà umana (1946). Per una sintesi del pensiero politico-sociale di don Zeno cfr. Rinaldi, 2017.
64 65 fondi a favore delle borgate di Fossoli e Batignano.48 È proprio in questo frangente che si stabilisce un ponte tra il Movimento della fraternità umana di don Zeno e il Movimento per una riforma religiosa guidato da Aldo Capitini nel quale milita anche Lamberto Borghi, da poco rientrato in Italia dagli Stati Uniti.49 Ed è nel giugno 1951, durante le “prove di avvicinamento” tra queste due realtà, a Pisa, in occasione di una riunione di preparazione del IV convegno del Movimento per una riforma religiosa programmato per ottobre, che il professore perugino sente parlare di Dolci come uno dei principali collaboratori di don Zeno50, nonché come possibi48 Uno di questi appuntamenti si tiene a Pozzolo Formigaro dove risiede la famiglia Dolci. Una breve cronaca della serata è offerta dalle pagine del settimanale diocesano “Il Popolo (detortino)” del 28 giugno 1951 dove si legge: “Martedì 5 giugno Danilo Dolci tenne un’amichevole conversazione su: ‘Nomadelfia, città dell’amore’. Una folla davvero eccezionale ascoltò, meravigliata e rapita, l’amorosa ‘rivelazione’: tale può appunto dirsi Nomadelfia: ‘la rivelazione dei figli di Dio’. Ad illustrare la conversazione di Danilo Dolci venne proiettato un interessantissimo documentario. Fu una festa di intensa commozione per i Pozzolesi ai quali l’incontro con ‘Nomadelfia’ servì a rendere più chiaro e più vivo quello che essi stessi avevano certamente più di un’altra volta avvertito, e cioè che veramente ‘chi non ama dimora nella morte’. E come iniziale e piccolo segno della loro ‘Vitalità’ i Pozzolesi indirizzarono una generosa busta ai loro ‘Fratelli di Nomadelfia’”. 49 Lamberto Borghi (1907-2000), pedagogista, esiliato negli Stati Uniti (1940-1946) a seguito delle leggi razziali, si laurea in filosofia alla Scuola Normale di Pisa dove conosce Capitini. Rientrato in Italia alla fine della guerra, ritrova l’amico con il quale avvia riflessioni filosofico-pedagogiche ad ampio spettro che si estendono anche al piano politico-religioso. Borghi potrà poi seguire le iniziative promosse da Dolci a Trappeto e Partinico nel periodo in cui insegna pedagogia all’Università di Palermo (1952-1954). Cfr. Fresco, 2017. 50 È l’esistenza di questo contatto dà senso compiuto alle parole di Capitini quando ricorda l’occasione del loro primo incontro: “Sapevo di lui
65 le delegato alla riunione preparatoria, alla quale, sappiamo, presenzierà un altro nomadelfo, Giuno Zani (Rinaldi, 2003, p. 180). Gli ultimi mesi del 1951 sono particolarmente difficili per Nomadelfia. Ai primi di novembre don Zeno e Mariano Zucchi, responsabile organizzativo della borgata di Batignano, sono chiamati a comparire davanti al giudice di Grosseto per “insolvenza fraudolenta” (Rinaldi, 2003, p. 190). Un’altra causa per emissione di assegni a vuoto è pendente anche a Carpi (Rinaldi, 2003, p. 189). Oltre a ciò, don Zeno deve dare conto del magistero svolto dai sacerdoti P.A. che il Sant’Uffizio ritiene tutt’altro che adeguato. Anche per questa ragione i sette frati Servi di Maria, giunti nei mesi prima a Nomadelfia, sono costretti al rientro nei loro conventi, pena la scomunica. Per cercare di arginare le difficoltà, e limitare le ingerenze delle autorità ecclesiastiche romane (Nomadelfia, in quel periodo, era sotto il controllo diretto della Segreteria di Stato del Vaticano), il congresso generale straordinario dei capi famiglia, del 16 - 18 luglio, decide per la nomina di un “pro-patriarca” laico, Dario Bignardi, al quale è affidato il compito di sostituire don Zeno. Quest’ultimo, con i sacerdoti rimasti, si ritira nell’eremo di Monte Leone, sopra Batignano, con l’impegno di lavorare, pregare e meditare sulle decisioni da assumere nell’immediato futuro. Le difficoltà sono esposte anche durante l’assemblea generale che ha luogo il 4, 5 e 6 – scrive Capitini nella sua autobiografia – e gli scrissi quando egli fece il suo primo digiuno a Trappeto per la morte di una bambina di stenti” (Capitini, 1968, p. 38). Lo stesso episodio è ricostruito in modo assai diverso da Dolci il quale ricorda che, durante il suo sciopero della fame, “è arrivata la postina con una lettera, una lettera sola, da Perugia, da uno che non conoscevo. Nei mesi successivi ho voluto incontrarlo” (Dolci,1977, p. 505, cit. in Capitini e Dolci, 2008, p. 10).
66 67 settembre, nell’ambito della quale si procede alla creazione della Società dei Nomadelfi (definita “un inevitabile ripiego contingente”: Rinaldi, 2003, p. 268), e successivamente nel corso della riunione dei “babbi e delle mamme” che ha luogo dal 4 al 7 dicembre, i cui membri in attesa della ricostruzione di Nomadelfia, decidono di dar vita a un eremo sociale, dove gli ex Piccoli Apostoli s’impegnano a vivere e a perfezionare la loro vita comunitaria verso la sospirata realizzazione di una Teopoli, città nella quale sacerdoti e laici saranno uno solo secondo la preghiera del Divino salvatore all’ultima cena; […] città i cui facenti parte devono essere considerati difronte alle leggi civili semplici cittadini, e di fronte alle leggi e alla disciplina della Chiesa semplici fedeli.51 Siamo di fronte alla riscrittura forzata delle regole comunitarie: una decisione che Dolci (ma non è il solo) non vuole o non può condividere. Per questo motivo, tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1952, decide di lasciare Nomadelfia. Il ricordo di quei drammatici frangenti ci è stato tramandato in modo solo parziale. “Il grande rischio di Nomadelfia – commenta Dolci con Spagnoletti (1977, p. 38) – era quello di formare un’arca in cui inconsciamente si pensava dentro tutta la verità, e il resto tutto sbagliato”, lasciando intendere che il distacco avesse avuto origine solo da una divergenza di vedute, non menzionando l’estremo tentativo (purtroppo non riuscito) di mettere al riparo Nomadelfia da attacchi pubblici più violenti, con conseguenze devastanti per i PA, i minori soprattutto. È un fatto che Dolci non faccia accenno alle difficili condizioni economiche in cui versava la comunità e alle pressioni patite dai nomadelfi in quei mesi. Una 51 Noi maggiorenni, “La Giusta Via”, 7 dicembre 1951, p. 1.
67 situazione che però egli conosceva molto bene avendo partecipato alla redazione di una Relazione tecnico-finanziaria (Rinaldi, 2003, p. 231) da far avere al ministro Scelba – visceralmente ostile nei confronti di Nomadelfia e del suo patriarca – nell’intento di convincerlo a sostenere un piano di salvataggio della comunità. Il mancato aiuto da parte dello Stato spiega la ragione della brusca sospensione delle attività avviate, in particolare degli interventi edilizi relativi alle due borgate: congelata la riqualificazione di Fossoli, interrotta la costruzione di Grosseto. Per quanto riguarda la decisione di Dolci di lasciare Nomadelfia, don Zeno si dimostra sinceramente addolorato. Glielo fa sapere, ma non lo ostacola (Rinaldi, 2003, p. 234). Agli inizi di febbraio Dolci parte da Grosseto evitando così il coinvolgimento nel contenzioso con le ditte creditrici che grava su don Zeno e sui nomadelfi rimasti. Torna dalla famiglia passando da Genova, forse per salutare gli amici de “Il Gallo” e altri. Alla fine di febbraio 1952 parte alla volta di Trappeto. v. Architetto e pianificatore in Sicilia Nelle biografie dedicate a Dolci, anche le più recenti, la cronaca del suo arrivo in Sicilia è sempre stata affidata alla testimonianza di due pescatori del luogo – Paolino Russo e Toni Alia – i cui ricordi sono stati raccolti e trascritti da Grazia Fresco, giovane studentessa universitaria romana presente a Trappeto sin dall’estate 1953 in veste di insegnante volontaria dell’asilo di Borgo di Dio, la comunità creata da Dolci ai margini del paese (Schirripa, 2010b e 2020).52 Quel52 Fresco, 1954. Il libretto, introdotto da una breve nota di Giuseppe Ricca, è stampato in 500 copie. A dare enfasi e valore a questo piccolo documento testimoniale concorrono le parole con cui Ricca chiude l’introduzione. “Il racconto di questi due giovani pescatori – scrive – rappre-
68 69 lo dei due pescatori è, a tutti gli effetti, un racconto agiografico teso “a replicare implicitamente alle questioni più controverse agitate dagli avversari” (Baglio e Schirripa, 2017, p. 209). Nell’ottobre 1952, come sappiamo, questo eccentrico studente universitario venuto dal nord, reduce dall’esperienza di Nomadelfia, si rende protagonista di uno sciopero della fame per denunciare la morte, non per cause naturali, bensì di stenti, di un bambino di pochi mesi, figlio di una giovane coppia del paese, poverissima, la quale per pudore non ha avuto il coraggio di far sapere pubblicamente l’accaduto (Vigilante, 2011). Nella zona, oltre che di fame, si muore anche per le malattie provocate dalle condizioni igieniche e dalla miseria in cui è costretta a vivere la gran parte della popolazione locale.53 A questa situazione, fatalisticamente accettata, Dolci decide di ribellarsi mettendo in atto una denuncia pubblica, tradotta proprio nello sciopero della fame, una forma di protesta nonviolenta all’epoca ancora poco utilizzata in Italia, tantomeno in Sicilia (Machin, 2016). Il testo dell’appello, che anticipa l’imminente azione eclatante, raggiunge e allerta gli amici del continente. Alcuni di loro (in particolare Capitini) si adoperano per dare notizie dei fatti alla stampa. Tra i destinatari dell’appello c’è anche don Zeno il quale, da Modena, dove si trova in attesa del processo, risenta quasi una leggenda sacra: la immediatezza del racconto ci offre uno schietto esempio di fraternità, un’autentica esperienza di vita” (p. 8). Vale la pena di ricordare che la stessa testimonianza è pubblicata sul primo numero di “Quaderni” della rivista “Il Gallo” a cura dello stesso Ricca. Sulla presenza di Grazia Fresco a Trappeto cfr. Corsani, 2012b, pp. 168-169. 53 “Arrivato a Trappeto – racconta Dolci a Spagnoletti (1977, p. 39) – mi guardo in giro. Non una strada che fosse una strada, non c’erano fogne, non c’erano giornali, non una farmacia, non un telefono. Non un bagno. La miseria più disperata non era di qualcuno; una massa di gente ne era in gran parte sommersa”.
69 sponde all’amico inviandogli un messaggio di solidarietà e di immutato affetto consigliandolo, allo stesso tempo, di cercare un dialogo con le autorità ecclesiastiche locali affinché possano farsi da mediatrici. Scrive il sacerdote: Caro Danilo, Ieri sera mi è stata consegnata la tua lettera stampata in data 14-10-52. Il tuo dolore è anche il mio dolore. La tua decisione è molto grave, decisione che non richiede il consiglio di nessuno; ma giacché mi sei tanto amico vorrei solo pregarti di parlarne con il tuo Vescovo, come San Paolo fu indirizzato da Gesù stesso di mettersi a disposizione del Vescovo. Ti esprimo con la presente i più fraterni auguri. Tuo D. Zeno54 Come e perché Dolci sia arrivato a Trappeto è un fatto noto. In che direzione si sia mosso sul territorio nei primi mesi, con quali intenti e grazie a quali contatti e reti, è invece materia ancora da sondare. Alcune informazioni si ricavano dal bollettino “Da Borgo di Dio”, un ciclostilato di poche facciate, stampato a cadenza irregolare da una tipografia di Palermo. I contenuti (citazioni dai Vangeli, cronache dal Borgo, descrizione delle drammatiche condizioni di povertà della popolazione locale e delle inadempienze dello Stato) e struttura ricordano quelli de “La Giusta Via”, il bollettino 54 Contrariamente a quanto raccontato dallo stesso Dolci, all’appello non risponde solo Capitini ma anche altri, tra cui proprio l’amico don Zeno, il quale sta attraversando un periodo più che mai difficile. Nelle settimane a seguire lo aspetta il processo presso il tribunale di Modena della liquidazione coatta di Nomadelfia, successivamente (a Bologna, il 18 novembre) per truffa e millantato credito. La lettera di don Zeno porta la data del 17 ottobre 1952 ed è scritta da Collegara, nel modenese, dove abita il fratello avvocato e dove, una volta allontanato da Nomadelfia, il sacerdote ha preso residenza. Cfr. A.N., doc. n. 521017CZ.N.
70 71 di Nomadelfia ai quali vengono aggiunte fotografie e schemi planimetrici per aiutare la comprensione dei luoghi. L’intento comunicativo, tuttavia, non si esaurisce con la semplice denuncia. Dolci vuole dimostrare che i problemi che causano il sottosviluppo della zona possono essere largamente risolti. In particolare, egli avanza la proposta della costruzione di un sistema di raccolta d’acqua dal fiume per limitarne la dispersione e lo spreco. L’idea, rappresentata in una mappa sintetiche, è quella di favorire l’irrigazione del contado tra Trappeto e Partinico, un tempo fertilissimo, in attesa della costruzione della programmata e promessa diga sullo Jato. Un progetto che ricorda il piano aziendale-rurale steso dai tecnici di fiducia don Zeno per rendere produttivi i terreni di Nomadelfia-San Pietro, arricchito dall’idea di costituire un consorzio di irrigazione di cui dovranno far parte agricoltori e pescatori della zona.55 Un altro passo importante, che precede la creazione del consorzio, è rappresentato dalla costituzione di un’associazione civile con scopi assistenziali, la “Borgo di Dio”, formalizzata il 7 aprile 1952 con lo scopo di dare ospitalità a orfani e a persone bisognose, ma anche di creare occasione di lavoro per i disoccupati e di diffondere la dottrina cristiana.56 Il ricordo di Nomadelfia aleggia, pur senza essere mai esplicitamente richiamato. L’associazione sembra infatti ispirarsi a una delle ultime decisioni assunte dai nomadelfi nell’estremo tentativo di sottrarsi al controllo delle gerarchie ecclesiasti55 Il consorzio, denominato “Consorzio dell’Angelo”, è stato costituito il 28 ottobre 1952. Ne fanno parte Dolci, Alasia, Piergallini e undici tra agricoltori e pescatori del luogo. Cfr. Grifo, 2021, p. 44. 56 L’associazione, costituitasi davanti al notaio Salvatore Albano di Balestrate, ha come soci fondatori Danilo Dolci, Vincenza Mangano, Salvatore Formica (suocero di Vincenza), Salvatore Manzella (pescatore). Ivi., nota 72 p. 41 e Schirripa, 2010b, p. 45.
71 che. Con questo scopo alla “Borgo di Dio” viene intestato il terreno acquistato da Dolci a Serro di Trappeto: una posizione collinare bellissima, affacciata sul mare, dove insediare la piccola comunità.57 Una scelta che, ancora una volta, lascia trasparire il ricordo di Nomadelfia, in particolare del progetto interrotto del borgo a cui Dolci si era dedicato come progettista e direttore dei lavori. Forte proprio di quell’esperienza riesce a costruire, in pochi mesi, con l’aiuto di manovali del luogo, due fabbricati: il primo destinato ad abitazione, il secondo ad asilo che dovrà dare ospitalità a una decina di bambini, figli delle famiglie più povere del paese. Tra i primi a risiedere nella comunità: Vincenza Mangano, vedova di un pescatore e i suoi cinque figli, i suoceri di lei, Franco Alasia (giunto da Sesto San Giovanni), Giuseppe Garzella, ex piccolo apostolo e Giovanni Piergallini, un giovane orfano, disoccupato e conosciuto a Voghera, a casa di amici. Successivamente si uniranno anche Girolamo e Giustina Barretta, genitori del bambino morto qualche mese prima per fame.58 Il richiamo a Nomadelfia è evidente. Lo si legge nello spirito con cui Dolci vive la dimensione comunitaria, “in fratellanza in Dio”, così come ricordano le espressioni che utilizza per accomiatarsi dagli amici e dai conoscenti, non ultimo da Capitini (Capitini e Dolci, 2008, pp. 27-37 e 51). Formule del tipo: “tuo in Dio”, “vostro in Dio” “ti abbraccio in Dio”, e altre ancora, che sottolineano il tratto profondamente reli57 Alcune foto che mostrano gli edifici di Borgo di Dio da poco costruiti, conservate presso l’archivio storico dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (Animi), sono riprodotte in Schirripa, 2020. 58 Uno spaccato della vita al Borgo può essere ricavato dalla stampa dell’epoca divisa tra quanti sostenevano con decisione il suo operato e quanti invece lo guardavano con sospetto. A questo proposito si vedano Sorrentino, 1953 e Volpini, 1953.
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83 A partire da Scotellaro. L’inchiesta sociale come realismo quotidiano delle classi subalterne Marco Gatto* Non sono poche le difficoltà che si incontrano nel definire l’inchiesta sociale come genere letterario o come genere di scrittura e interrogazione critica. L’abitudine al nominalismo e all’etichettatura, residuo di un formalismo che ha rinunciato alla pienezza filosofica a beneficio di tecnicismi spesso privi di senso, rischia di impedire un ragionamento su contenitori espressivi più ampi. Si può assumere la questione da una prospettiva diversa, di taglio storico, e si può provare a sostenere una possibilità interpretativa. Vale a dire: leggere l’incontro tra inchiesta sociale (intendendo con questo termine un largo contenitore di scritture costitutivamente ibride, fondate però su dati raccolti in presa diretta, e poi interpretate in chiave antropologica, sociologica, filosofica e così via) e tensione narrativa come il sintomo, già avvertibile sul finire degli anni Cinquanta, di un esaurimento della forma-romanzo o del racconto di realtà, e nello specifico di quei dispositivi testuali maggiormente legati ai moduli del realismo; e, nello stesso tempo, leggere l’emersione di questa nuova modalità di esperienza intellettuale e scrittoria come il tentativo di mantenere in vita quello stesso realismo – inteso come modello di intervento e di militanza per mezzo della rappresentazione del quotidiano – e di vivificarlo, nel momento in cui il romanzo si sposta verso altri lidi, prima di essere assorbito, più o meno completamente, nelle trame dell’industria culturale. Un terzo elemento, di natura geopo- * Università della Calabria, Dipartimento di Studi umanistici.
84 85 litica, va sottolineato: l’inchiesta sociale a trazione narrativa nasce, a maggioranza, nel solco della questione meridionale; trova, cioè, nel Sud e nelle problematiche emerse dal fallimento della riforma agraria e dalla nuova ondata migratoria (che ha come protagonista la forza-lavoro proveniente dal Mezzogiorno) il suo terreno di elezione (per quanto non manchino casi limitati al Settentrione). Ebbene, si può assegnare a Contadini del Sud (1954) di Rocco Scotellaro e a Banditi a Partinico (1955) e all’Inchiesta a Palermo (1956) di Danilo Dolci una funzione modellizzante. Scritti pressoché in simultanea, e sorti dunque dalla medesima necessità culturale e politica, questi lavori assumeranno, nel tempo, un ruolo-guida nella rappresentazione realistica di situazioni legate a contesti di subalternità sociale e nella resa testuale di contenuti non altrimenti trasferibili su altre tipologie testuali. Essi costituiscono, in una certa misura, e insieme ai libri di Tommaso Fiore sulla Puglia (Il cafone all’inferno esce nel ’55), una possibilità espressiva nuova, che problematizza largamente sia la presenza in campo dell’autore, sia quella dei suoi interlocutori, non già concepiti come meri oggetti da catalogare con gli strumenti asettici della scienza, ma come soggetti attivi nella ricostruzione testuale. L’inchiesta sociale di taglio narrativo, che mescola la storia di vita con l’analisi delle condizioni più generali da cui quella stessa storia di vita dipende, presuppone una limitazione autoriale che, riprendendo il tema verghiano della “regressione”1, amplifica il tema della relazione non passiva con l’alterità rappresentata e quello dell’integrazione delle voci altrui come condizione statutaria della tessitura testuale; e tale li1 Cfr., sul punto, Baldi, 1980. Il concetto di “regresso” viene da Pasolini: vedi il recente Desogus, 2025, dove si chiarisce in che termini regredire significhi allargare il punto di vista autoriale. Sul “regresso” in Scotellaro, rimando a Gatto, 2023, in part. pp. 75-78.
85 mitazione rappresenta non certo un motivo di censura, ma una possibilità di relativizzazione e allargamento del punto di vista autoriale, che segue una via del tutto diversa rispetto alla tendenza, favorita dall’industria culturale, a un’estenuazione narcisistica dell’Io-autore, e che prova invece a ragionare sulle possibilità di un testo che sia realmente sociale, contrappuntistico, cioè capace di rappresentare la pluralità, senza però cedere a facili deresponsabilizzazioni o a comode utopie di collettività autoriale. È evidente che nell’inchiesta sociale a trazione narrativa le redini del gioco sono mantenute da un soggetto-autore che si carica dell’onere di gestire le molteplici presenze attive nel testo e che concepisce la sua azione non nei termini di signoria esclusiva, ma in quelli di una costante negoziazione e mediazione con l’altrui voce e con l’altrui punto di vista. In tal senso, possiamo collocare questo nuovo spazio testuale nella storia del realismo, sia per ragioni teoriche sia per ragioni (le più evidenti, del resto) nettamente politiche, a patto di non concepire il realismo stesso come una modalità unidirezionale di rappresentazione, né come un insieme di gesti narrativi o di tecniche, bensì come istituto ideologico che mette costantemente in crisi l’idea, storicamente ereditata, dell’autonomia del testo dalle sue circostanze storiche di emersione, produzione e diffusione. D’altro canto, l’approdo all’inchiesta sociale rappresenta per Scotellaro un modo per esternare l’insufficienza della letteratura o la sfiducia nelle forme letterarie consolidate – un’insoddisfazione che nasce dall’esperienza diretta del fallimento cui l’impegno soltanto culturale va incontro in un momento di acceso conflitto politico. In questa nuova modalità espressiva, Scotellaro trova un prolungamento materialistico della sua azione poetica (che ovviamente non si spegne, ma riceve nuova linfa dall’incontro con necessità differenti) e, nello stesso tempo, un’opportunità di ricostru-
86 87 zione del senso capace di guidare con maggiore attenzione e consapevolezza la lotta politica, dopo le brucianti sconfitte collettive (le elezioni dell’aprile 1948) e personali (l’accusa infondata di concussione, i quasi due mesi di prigionia nel carcere di Matera, la rielezione a sindaco di Tricarico e i rapporti non semplici con l’assise comunale, la sfiducia nei confronti del proprio partito). Gli ultimi tre anni di vita di Scotellaro sono segnati da un apparente allontanamento dal comune lucano (e dalla politica) e da un tentativo di appropriazione di mezzi intellettuali nuovi. Portici e l’osservatorio di economia agraria guidato da Manlio Rossi-Doria gli appaiono come una felice occasione per ripensare il proprio percorso dopo la stagione amministrativa. In quella sede trova sponde importanti e fruttuose collaborazioni, ad esempio con Gilberto-Antonio Marselli e Vincenzo Faenza, senza contare dell’onnipresente magistero del medico Rocco Mazzarone, figura di spicco del meridionalismo in Basilicata. Insieme a Faenza, Scotellaro firma nel 1951 l’indagine su La crisi dell’artigianato canapiero di Frattamaggiore, che dà prova di un evidente allargamento di interesse per i problemi sociali e occupazionali del Mezzogiorno – l’inchiesta si legge in Angrisani, 1982, pp. 137-145. Ma già nell’anno precedente a Scotellaro sono affidate, direttamente da Rossi-Doria, non solo la cura redazionale del Piano di sviluppo della Basilicata patrocinato dalla Svimez, ma anche “una ricerca sullo stato dell’organizzazione del sistema scolastico, nonché della sua efficacia e del relativo sviluppo con riferimento gli obiettivi indicati dal Piano” medesimo (Marselli, 2016, p. 68). È l’occasione da cui si genera l’inchiesta Scuole di Basilicata, pubblicata postuma, nel 1954, sulla rivista “Nord e Sud”, diretta da Francesco Compagna (ora in Scotellaro e Rossi-Doria, 2024, pp. 3-78).
87 Queste esperienze maturano l’idea che una rappresentazione delle classi meno abbienti in Basilicata e nel Mezzogiorno debba tener conto dell’assai diversificata e dinamica stratificazione sociale che attraversa i ceti oppressi e che certo non permette di limitarsi a formule stereotipate e imprecise come quella di “civiltà contadina”. E in questa intuizione occorre vedere un’ulteriore conferma della sostanziale distanza che divide Scotellaro da Carlo Levi. Il “mondo popolare subalterno” – così lo aveva chiamato Ernesto de Martino in un noto articolo del 1949, destinato a far discutere2 – è, agli occhi di Scotellaro, una realtà eterogenea, nella quale a risultare interessanti sono anzitutto le zone ibride di negoziazione e di mutazione tra una fascia sociale e l’altra: lo stesso bracciantato è attraversato da spinte differenti e caratterizzato, a livello ideologico, da una frammentazione spesso confusionaria. Insomma, Scotellaro comprende quel che Gramsci aveva già postulato nei Quaderni del carcere: l’ideologia e la pratica delle classi sociali subalterne – riassunte anche dal termine “folklore” – rispecchiano l’incoerenza filosofica a cui sono state destinate e indotte dalle classi dominanti e pertanto le direzioni politiche generalmente ingenue da esse assunte, nonché i punti di vista e le idee sulla vita e sulla realtà, sono espressione di una frammentarietà che permette a elementi diversi e inconciliabili di coesistere senza frizione. Da qui, tuttavia, la necessità di prendere sul serio le modalità di pensiero e riflessione dei ceti subalterni, per vedervi il contrassegno della sopruso e 2 Il testo è stato riproposto negli anni Settanta da una serie di antologie impegnate nella rilettura del dibattito sulla cultura popolare. Lo si ritrova in Rauty, 1976, pp. 41-56 (ma con tagli del curatore); Clemente, Meoni e Squillacciotti, 1976, pp. 63-81; Angelini, 1977, pp. 49-72; Pasquinelli, 1977, pp. 46-73. Recentemente è stato ristampato in de Martino, 2021, pp. 17-53.
94 95 più ampio. Certo, nel selezionare solo alcune “vite” secondo un principio tipologico, Scotellaro ha forse operato relativisticamente (venendo a mancare una visione unitaria capace di unire fra loro le diverse biografie), ma ha riprodotto, con tutta l’ingenuità dell’apprendista sociologo e con la provvisorietà di un’indagine a conti fatti incompiuta, la frammentazione del campo sociale osservato. E bastava questo a sconvolgere l’immagine di una civiltà contadina coesa. Non si può essere che d’accordo con quanto afferma Cirese (ivi, p. 59): È vero […] che potrebbe dubitarsi che l’atteggiamento stesso di Scotellaro abbia sottilmente influenzato gli intervistati conducendoli così a dare immagine falsata di sé, più prossima agli intendimenti suoi che non alla loro effettiva natura. Si potrebbe discuterne all’infinito, e con assai magro frutto. In una indagine che non è di diagnostica medica o psicologica, ma di storia e di cultura non si dà né si cerca obbiettività astratta: in questa indagine il dialogo sa di essere un dialogo, e cioè una necessaria reciproca modificazione, ed il documento che si cerca non è un assurdo lacerto strappato dal vivo tessuto dei concreti rapporti umani, ma appunto il vivo di quei rapporti, e cioè Michele Chironna o Antonio Laureanzana in relazione con tutta la vita ed anche con Rocco Scotellaro. Gli appena menzionati Chironna (mezzadro, fervente lettore dei Vangeli) e Laurenzana (coltivatore diretto di Tricarico) , Michele Mulieri (fra l’altro rivenditore di alimenti e di benzina, sentito insieme a sua moglie), Andrea Di Grazia (piccolo proprietario terriero, coltivatore diretto, cattolico e democristiano), Cosimo Montefusco (aiuto bufalaro, ancora minorenne) e Francesca Armento (madre di Rocco Scotellaro, come sappiamo), ai quali occorre aggiungere (seguendo quanto emerso dall’edizione di Tutte le opere curata da Vitel-
95 li, Dell’Aquila e Martelli) Paolo Zasa (contadino e militante comunista), sfilano tra le pagine dell’inchiesta come fossero Charaktermasken di una realtà tutt’altro che statica e dimenticata dalla storia. Ma non c’è dubbio: fra questi, Mulieri rappresenta il caso umano e storico più emblematico, che d’altra parte non smette di interrogare gli studiosi per la sua irriducibile specificità e, direi, anche per la sua perdurante e tragica attualità, quasi antesignano del qualunquismo e del populismo avvenire. Perché, nel proporci un suo ritratto e nel restituirci racconti, dichiarazioni e scritti dell’intervistato, Scotellaro coglie in un’individualità, per quanto bizzarra, la cifra storica – questa, sì, pressoché ordinaria – del radicato qualunquismo nazionale, quel misto di sovversivismo antistatale e di confusione ideologica che sbocca in una sorta di privatismo anarchico e ribellistico, in ragione del quale Mulieri fonda la sua “repubblica” autonoma dei Piani Sottani, sulla Via Appia, tra Grassano e Tricarico. A partire dai suoi concetti così rudimentali […] si alternano fino a confondersi la ribellione anarchica e il principio di autorità, la concezione della democrazia come disordine e l’aspirazione aperta al fascismo, la lotta alla burocrazia, che occorre intimorire e sfottere per piegarla alle richieste giuste, e l’antico lamento delle petizioni alle Autorità, la diffidenza ma anche l’alleanza col potere e con i proprietari. Egli vota per il Msi, ma non si dichiara missino, perché non ha fiducia nei partiti che “devastano l’Italia”; egli è un anarchico per lo spiccato individualismo delle sue lotte e delle sue “dimostrazioni” contro la legge “gigante” dello Stato e della Chiesa, ma per ogni pratica intavolata per questo o quel motivo indirizza proteste o petizioni al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Prefetto, agli Onorevoli, ai Capi Ufficio, conservando per ogni lettera il foglietto rosa della raccomandata con ricevuta di ritorno; arriva, per
96 97 protesta, a non denunciare la nascita del figlio, ma richiede la testimonianza del suo gesto illegale al Sindaco, all’Arciprete, al Maresciallo dei Carabinieri; egli è un assetato di giustizia, ma non si cura del popolo che è “balocco e scemo”. In queste condizioni, essendo più valida nell’animo di Mulieri la coscienza della propria sorte di avventuriero sventurato, non potendo affidarsi a nessuna bandiera politica per il naturale ritegno di compromettersi e quasi di capitolare con le sue idee, per il bisogno, rispetto a chicchessia, egli ha scelto come sua arma di combattimento il Tricolore repubblicano, listato però a lutto e puro solo nella piccola repubblica assoluta della sua casetta al bivio di Grassano (Scotellaro, 1954, pp. 45-46). Questi dati di realtà valgono come netta demitologizzazione del contadino ideologicamente orientato alla lotta di classe. Mostrano l’esistenza di una zona grigia della realtà subalterna, fatta di anarchismo e ribellismo qualunquista. Sostituiscono alla narrazione orientalistica (e romantico-paternalista) delle élites culturali un’osservazione diretta della complessità meridionale. Non potevano che scatenare un lungo dibattito tra gli schieramenti della sinistra, che, ciascuno a modo proprio, si erano resi colpevoli di una conoscenza approssimativa della situazione sociale nel Sud. Quel che segue alla descrizione di Mulieri appena letta è, per certi aspetti, ancor più sottile, dal momento che il quesito necessita di una replica capace, come sempre, di tenere avvinte, sul piano storico, cultura e politica, ma anche e soprattutto di interrogarsi sugli errori di prospettiva del meridionalismo razionale e colto, la cui visione, per quanto prossima ai suoi intendimenti di militante e intellettuale (cfr. Carpi, 2004, in part. p. 387), appare a Scotellaro troppo parziale (o troppo adesiva, tanto di riflettersi nell’oggetto di studio) per giungere al cuore della posta in gioco.
97 Come è potuto avvenire che ci sia, in Italia, la repubblica di Mulieri? È la storia, ancora per grande parte inconscia in lui stesso, di queste terre abbandonate. È storia, anche quella di Mulieri, dei meridionalisti meridionali accalorati e scettici, ragionatori impetuosi e poeti: tra Guido Dorso e Michele Mulieri non c’è evidentemente paragone da stabilire, tuttavia, forse, hanno lo stesso terreno di cultura e la stessa forza le definizioni del Prefetto, “architrave dello Stato” per l’uno, “Ras di provincia” per l’altro (Scotellaro, 1954, p 46). Ora, il parallelismo con Danilo Dolci non è gratuito, né diretto, per quanto sostenuto da più parti3. È evidente che Contadini del Sud e Banditi a Partinico siano costruiti a partire da intenzioni diverse: il primo intende dimostrare, attraverso il caso individuale, l’estrema varietà del mondo bracciantile, puntando l’attenzione soprattutto sul portato ideologico (si pensi ancora Mulieri) di alcune esperienze esemplari; il secondo appare più come racconto corale, come presa d’atto partecipativa di una soggettività che non si riduce al singolo. Tuttavia, l’Inchiesta a Palermo pone questioni di metodo che sono all’origine della ricerca scotellariana: per dirne una, l’uso del questionario come strumento di raccolta dei dati. O, ancora, si potrebbero menzionare le cautele esplicitate da Dolci nella Premessa: “comunicare con solo una persona alla volta: la presenza di altri intorno avrebbe provocato risposte facilmente retoriche”; oppure, garantire una sorta di “staccata casualità” (Dolci, 1956, p. 11). È, a conti fatti, il fine politico, cioè la meta dell’intervento trasformativo, che unisce Scotellaro e Dolci in questa impresa – l’uno e l’altro impegnati in un’inesausta tensione dialogica con l’alterità (che, però, almeno in Scotellaro, non implica 3 Ad esempio, ancora agli inizi degli anni Sessanta da Carlo Levi. Vedi, sul punto, Grifo, 2021, p. 154.
98 99 mai annullamento del Sé nell’Altro, ma costante mediazione e negoziazione – e dunque cedimento di quel che si può lasciare – tra i due poli): “Non si voleva esaminare, giudicare: ma riuscire a sentire, come attorno un grande tavolo, le notizie e le opinioni di ciascuno, uno per uno, per schiarirci l’uno con l’altro” (ibidem). È nell’offrire alla voce delle classi subalterne una possibilità di espressione e di racconto della propria vita che risiede il gesto politico – nuovo, decisivo – di inchieste come quelle di Dolci e Scotellaro. Ed è un gesto che, da una parte, mette in crisi gli strumenti di rappresentazione del quotidiano (ancora Dolci, ibidem, dichiara di non essersi preoccupato di “liricizzare” quanto raccontato), perché forza le pareti dell’autorialità e le conduce verso i territori di una possibile etnografia dei “senza voce” (e quindi, in senso dialettico, di un’auto-etnografia capace di interrogare il proprio limite di classe, il proprio privilegio di posizione); dall’altro, vivifica l’esperienza del realismo, perché ristabilisce la priorità del reale sul linguaggio, la primazia della vita sul racconto, con l’obiettivo di assegnare alla rappresentazione linguistica del quotidiano una nuova funzione politica di apertura e di allargamento dei propri orizzonti di contenuto e di forma. Esperienze di mediazione e di autocritica, queste, che costituiranno, come si è detto, modelli di restituzione politica di un Paese per molti aspetti sconosciuto e che, nella storia del meridionalismo, offriranno, una volta esauritasi la stagione del romanzo neorealista o di impegno, esempi concreti di intervento culturale e di rappresentazione del quotidiano, in buona parte capaci di difendersi dall’estetizzazione diffusa e dallo svuotamento del simbolico messo in campo dall’industria culturale, ma in sostanza destinati a essere custoditi e talora innovati da sparute minoranze o da isolate individualità. Se una linea non immaginaria congiungesse Africo (1979) di
99 Corrado Stajano a Uomini e Caporali (2008) di Alessandro Leogrande, essa andrebbe ripercorsa a ritroso e all’origine vi si troverebbero le donne e gli uomini di Trappeto e i contadini del materano – le loro vite, i loro racconti. Bibliografia Angelini, P. (a cura di), Dibattito sulla cultura delle classi subalterne (1949-1950), Savelli, Roma 1977. Angrisani, A., Rocco Scotellaro, Galzerano, Casal Velino 1982. Baldi, G., L’artificio della regressione. Tecnica narrativa e ideologia nel Verga verista, Liguori, Napoli 1980. Carpi, U., Scotellaro 1954, l’intellettuale conteso, “Nuova rivista di letteratura italiana”, 1-2, 2004, pp. 383-410. Cirese, A.M., Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Einaudi, Torino 1976. Clemente, P., Meoni, M.L. e Squillacciotti, M. (a cura di), Il dibattito sul folklore in Italia, Edizioni di Cultura Popolare, Milano 1976. de Martino, E., Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, “Società”, v, 3, 1949, pp. 411-435. de Martino, E., Oltre Eboli. Tre scritti, a cura di S. De Matteis, e/o, Roma 2021. Desogus, P., In difesa dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2025. Dolci, D., Banditi a Partinico, prefazione di N. Bobbio, Laterza, Bari 1955. Dolci, D., Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1956. Fiore, T., Il cafone all’inferno, Einaudi, Torino 1955. Gatto, M., Rocco Scotellaro e la questione meridionale. Letteratura, politica, inchiesta, Carocci, Roma 2023.
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101 La parte del pienamente persuaso L’incontro tra Danilo Dolci e Aldo Capitini Pietro Polito* Premessa Quando si incontrano alla fine del 1952, Aldo Capitini e Danilo Dolci sono separati da un quarto di secolo. Capitini ha superato i cinquant’anni, è nel pieno della sua maturità intellettuale e il suo impegno solitario e minoritario è diretto a introdurre la novità della nonviolenza nella cultura e nella società italiana del tempo dominata da due opposte e paradossalmente convergenti Chiese; Dolci non ha ancora trent’anni, ha vissuto e superato l’esperienza presso la Comunità di Nomadelfia di don Zeno Saltini ed è all’inizio del suo lavoro di innovazione sociale in Sicilia che assumerà un rilievo e un respiro nazionale e internazionale. Ripercorrendo la sua vita in Attraverso due terzi di secolo, a proposito del legame con Dolci, Capitini ha scritto: “Siamo diventati amici, e ho sempre seguito il suo lavoro” (Capitini, 1981, pp. 20-21),1 mentre, da parte sua, ricordando l’amico a dieci anni dalla morte, Dolci ha riconosciuto che finché Capitini ha vissuto non c’è stata decisione di fondo che “non sia stata verificata anche con lui” (Dolci, 1977, p. 505).2 Argomento * Direttore del Centro Studi Piero Gobetti e curatore dell’Archivio Norberto Bobbio. 1 Per avvicinarsi alla figura di Aldo Capitini: Capitini, 2004. 2 Per avvicinarsi a Dolci cfr: Barone, 2024. Su entrambi: Vittoria, Vigilante, 2011.
102 103 di questo studio è la vicenda politica, sociale, personale ed esistenziale che li ha visti protagonisti e li ha uniti in un legame indissolubile. Con l’ausilio della loro corrispondenza, l’attenzione si concentrerà a grandi linee su alcuni passaggi del loro pensiero e della loro opera e sugli svolgimenti di una amicizia elettiva che si sviluppa dal dicembre 1952 al 19 ottobre 1968. Giunti alla fine del nostro percorso ci rivolgeremo alla poesia più che alla storia o alla politica per tentare, se così si può dire, di interpretare la natura di una amicizia nella misura in cui è possibile entrare nel segreto di ogni coscienza (Capitini, Dolci, 2008, p. 27).3 i. L’inizio Il carteggio tra Dolci e Capitini comincia con la lettera in cui, alla fine dell’ottobre 1952, il primo annuncia al nuovo amico di avere sospeso il digiuno (Idem). L’occasione da cui scaturisce il loro primo incontro, a Perugia all’inizio del mese di dicembre 1952 (Idem), è il digiuno iniziato da Dolci il 14 ottobre di quell’anno sul letto di un bambino morto di fame. L’avvio del loro cammino comune è stato descritto da entrambi. Capitini lo fa in Attraverso due terzi di secolo, una ricapitolazione della sua vita che per la morte prematura è diventata il suo testamento spirituale: 3 Il carteggio è stato pubblicato per iniziativa di Mario Martini e della fondazione Aldo Capitini, esaudendo, in un certo senso, il desiderio di Dolci che già intorno alla metà degli anni Novanta avrebbe voluto dare alle stampe una selezione della corrispondenza con l’amico. Da qui in poi le lettere tra Dolci e Capitini saranno citate soltanto con la data della lettera e il corrispettivo numero di pagina nel volume. Cfr la corrispondenza con Tommaso Fiore (D’Ambrosio, 2024). Fiore e Dolci s’incontrano grazie a Capitini (Ivi, pp. XVII-XXIV).
103 Sapevo di lui e gli scrissi quando egli fece il suo primo digiuno a Trappeto, per la morte di un bambino di stenti. Gli dissi che non aveva il diritto di morire, prima che egli avesse informato sufficientemente noi tutti della situazione, e lo pregai perciò di sospendere il digiuno (Capitini, 1968, p.20-21). Dopo la morte dell’amico, Dolci ne ha parlato sia come testimone sia come poeta. Il testimone ricorda così la scintilla da cui ogni cosa ebbe inizio: messa in atto la decisione, dopo alcuni giorni, tra la povera gente che veniva – talvolta piangendo – in quella stanza col pavimento di terra che rischiava di essere sommerso dal vicino torrente-fognatura, è arrivata la postina con una lettera, una lettera sola, da Perugia, da uno che non conoscevo. Nei mesi successivi ho voluto incontrarlo (Dolci, 1977, p. 505). Il poeta onora Capitini aggiungendo il ritratto dell’amico alla seconda edizione in pochi mesi del Poema umano (un libro che a ogni rilettura mi sorprende): Ne sento il vuoto. Era morto un bimbo, di fame: recline sulle braccia della madre gialla, il letto trovato in farmacia scivolava sulle labbruzze inerti – era tardi. Terribilmente semplici avevamo deciso di metterci al posto del piccolo, uno dopo l’altro, fin che non si apriva lo spiraglio del lavoro per tutti: della stanza terrana del vallone tra la gente stupita […] dopo giorni la postina è venuta con una lettera, di uno sconosciuto, firmata Aldo Capitini. Poi l’ho incontrato, in alto nella torre
110 111 L’amicizia elettiva che li lega, di cui ci occuperemo in seguito, non fa mai velo alle differenze, alla critica sempre costruttiva, né al dissenso che viene espresso limpidamente. Le differenze si spiegano per la loro diversa indole, più teoretica Capitini, più pratica Dolci. Da qui una diversità di pensiero e di azione che a volte porta Dolci ad osservare che in certi momenti della lotta è “meno opportuno entrare in discussioni teoretiche” e che invece “l’esattezza dell’impostazione: nasce dalla realtà dei fatti locali” (novembre 1955, p. 52). La natura dialettica del loro rapporto emerge in modo significativo nella vicenda del Premio Lenin. In una lettera del 12 gennaio 1958 Capitini invita Dolci a chiarire in modo trasparente: 1) che “i denari del Premio sono destinati alle spese di un lavoro di inchiesta e di promovimento della piena occupazione in Sicilia”; 2) che con quei denari non si creerà “un Centro per impiegati che consumano troppo”; 3) che “il tuo metodo ha sempre escluso la violenza, anche quella rivoluzionaria”; 4) che “la tua opera è di condurre i rivoluzionari, nell’evoluzione attuale della opposizione nel mondo, a riconoscere il valore del metodo nonviolento”(p. 122). Anche se non ci si può fare illusioni che i comunisti riconoscano il valore della nonviolenza, è imprescindibile ribadire che “un’azione condotta con un metodo nonviolento ha un peso rivoluzionario” (ivi, p. 122-123). Il rapporto coi comunisti e col comunismo è un tema che merita uno studio a parte. Basti qui riferire che, dopo avere detto con chiarezza che “il regime russo non favorisce la libertà, usa e ha usato spietatissima violenza”, in una lettera successiva del 13 gennaio Capitini aggiunge che “è non ingenuo, ma cieco dire che il vedere qualche metro quadrato della Russia possa illuminare su quel regime, di cui si sa il 93; Polito, 2013, pp. 85-95).
111 bene e il male già stando lontani” (pp. 124-125). Forse Dolci accettò il premio senza andare personalmente a Mosca per le osservazioni di Capitini. In seguito egli si recò nella capitale del socialismo reale dal 9 al 14 luglio 1962 a un congresso promosso dal Movimento mondiale per la pace, di emanazione comunista. In questa occasione la critica si trasforma in aperto dissenso: “A Mosca non andrò, per ragioni di salute e di energie, e perché bisogna che io, per fare il mediatore tra forze pacifiste varie, non propenda… per Mosca” (Capitini, 19 giugno 1962, p. 192).9 Accostando vari brani dalle lettere possiamo abbozzare le linee essenziali di un metodo Dolci e di un metodo Capitini. Cominciamo con Dolci. Il metodo prevede che “ogni grossa decisione veniva dalle discussioni di tutti” (27 ottobre 1955, p. 50). Nel lavoro occorre “riuscire a far più a fondo e proporzionalmente all’aiuto, alla fiducia, al continuo alimento” che ci viene dato e a volte è necessario non lasciarsi prendere dal lavoro, “per ricominciare meglio da capo, più a fondo” (28 maggio 1958, p. 137). Non si può pretendere dagli altri ciò che si può pretendere da sé: “Mi pare forte e quasi impropria la parola ‘obbedire’: io pretendo, posso pretendere, molto solo da me” (18 gennaio 1960, p. 160). Per collaborare “il più armonicamente possibile”, “è importante poi in un lavoro che si vuole ispirare alla nonviolenza, che le persone impegnate almeno effettivamente la desiderino” (6 aprile 1960, p. 161). La vitalità della nonviolenza viene dalla forza preziosa dei piccoli gruppi: Abbiamo un gruppo di persone che fa un buon lavoro, generoso, armonico. […] avessimo cento persone solo preparate, or9 Dolci fu tra i relatori al Congresso. Vi parteciparono Maria Comberti e Bruno Segre che portarono un “foglio” che Capitini firmò come “gruppo di pacifisti italiani”.
112 113 ganiche con la testa a posto e impegnate, si potrebbe dare un grande contributo (4 giugno 1960, p. 162). I principali tratti del metodo Capitini emergono nella preparazione e realizzazione della Marcia per la pace PerugiaAssisi 24 settembre 1961.10 Mi limito in particolare a tre punti forse tra i meno indagati. Primo. La nonviolenza non deve richiudersi in sé stessa, anzi deve ricercare continuamente la collaborazione e il contributo della realtà circostante. Richiamando “le premesse del nostro lavoro social-religioso, perché antiautoritario”, afferma la preminenza che “io do al lavoro per la pace, nei due aspetti di pacifisti che rifiutano ogni guerra e di collaborazione con i pacifisti di tutte le correnti, perché non si può escludere quelli che non hanno ancora maturato dentro un rifiuto totale” (22 agosto 1961, p. 197). Secondo. La nonviolenza è una alternativa sia al modello russo sia al modello americano: “questo ‘uso della forza’, questa ‘guida morale’, affidata agli USA è la giustificazione che gli USA portano per far i poliziotti nel mondo, come i Romani antichi, perché confondono sé, le loro leggi di vita, il loro re10 Elenco le lettere sulla Marcia: Lettera n. 167. Capitini, Perugia, 10 agosto 1960; n. 168. Dolci, settembre 1960; n. 169. Capitini, Perugia, 12 settembre 1960; n. 170. Capitini, Perugia, 23 settembre 1960. N. 174. Capitini, Perugia, 20 novembre 1960; n. 177. Capitini, Perugia, 22 gennaio 1961; n. 184. Capitini, Perugia, 21 aprile 1961; n. 188. Capitini, Perugia, 24 maggio 1961; n. 190. Capitini, Perugia, 30 luglio 1961; n. 191. Capitini, Perugia, 9 dicembre 1961: “Con la Marcia il lavoro è cresciuto perché sta veramente cominciando il pacifismo diffuso e attivo”. Aggiunge che Zavattini insiste perché “si faccia un Giornale per la pace” ; n. 192. Capitini, Perugia, 20 febbraio 1962; n. 195. Capitini, Perugia, 10 aprile 1962, sul rapporto con i comunisti. Sul libro dedicato alla Marcia (Capitini, 1962) cfr; lettera n. 200. Dolci, Partinico, 12 giugno 1962; n. 201. Capitini, Cagliari, 19 giugno 1962; n. 202. Dolci, Cagliari, 24 giugno 1962; n. 203. Dolci, Partinico, 28 giugno 1962.
113 gime con l’assoluto. Chi è amico della nonviolenza non può accettarlo” (30 marzo 1965, p. 228). Terzo. Il metodo nonviolento non è incompatibile con il metodo democratico e parlamentare. Tanto che, contestando le tendenze antiparlamentari del Sessantotto, Capitini propone di presentarsi alle elezioni regionali, con una “lista di ‘rivoluzione non violenta per la democrazia diretta’, non tanto per essere eletti, quanto per far conoscere la nostra posizione specialmente tra i giovani” (24 settembre 1968, p. 270-271). I due metodi si saldano nella convinzione che – cito dagli Elementi di un’esperienza religiosa di Capitini – “è sempre l’individuo che porta il suo contributo alla storia: egli ha il dovere di attuare il valore massimo, che si ripercuoterà nell’animo di tutti” (Capitini, 1947, p. 136). Gli Elementi sono un libro su cui Dolci torna e ritorna: “Carissimo Aldo, ho ricominciato a leggermi, con profonda gioia, gli Elementi. Acquistando esperienza le cose, naturalmente, si capiscono di più” (novembre 1955, p. 56). Attraverso l’esperienza religiosa, come scrive Dolci il 24 gennaio 1961, la persona nonviolenta impara a sapere contemporaneamente “l’importanza delle cose ‘piccole’ e delle cose ‘grandi’, del particolare e del generale” (pp. 172-173). Una di queste persone è Grazia Fresco che nel marzo 1956, sollecitando Capitini a protestare sul “Nuovo Corriere” contro l’arresto di Danilo, scrive: “Può essere solo una briciola, ma ugualmente preziosa” (13 marzo 1956, p. 78). iv. Dolci versus Capitini L’esigenza, il desiderio, la volontà costante di incontrarsi è il tema dominante del carteggio costellato dai numerosi incontri e dalle iniziative che ne sono derivate e che hanno segnato la vita, il pensiero e l’opera dei due amici. Continuo,
114 115 costante, senza posa, è il tentativo di annullare la distanza geografica che li separa, intensificando il dialogo epistolare, ricercando e non mancando ogni occasione di incontrarsi tra Partinico e Perugia, su e giù per la penisola, e in occasione delle iniziative comuni organizzate in diverse località del Paese. Se si abbraccia con uno sguardo retrospettivo lo svolgersi dell’intera corrispondenza, si può dire in linea generale che nei tre lustri che dura il loro legame nella prima metà è più Dolci che cerca Capitini, mentre nella seconda metà è più Capitini che cerca Dolci. E, come si vedrà, non sembri esagerato parlare di un rapporto quasi di simbiosi se non di dipendenza e di “bisogno” reciproco. Cominciamo col guardare al loro rapporto con gli occhi di Dolci che sovente conclude le sue lettere con espressioni come: “Ti abbraccio con affetto e gratitudine” oppure: “Ti siamo sempre più grati e vicini” o ancora: “Mi sento grato e intimo a te”. Egli ricerca i consigli, i suggerimenti, le raccomandazioni dell’amico. Da Partinico: “Ho bisogno di molto lavoro silenzioso e molto silenzio prima di parlare, altrimenti rinsecchisco. Sono felice al pensare che potrò stare un poco con te” (23 dicembre 1955, p. 73); da Napoli: “Ti scrivo troppo poco: ma sento che lavoriamo insieme” (luglio 1956, p. 84); da Roma: “e abbiamo bisogno più che mai di andare a fondo” (10 luglio 1956, p. 85); da Partinico, preparandosi a un viaggio per vedere l’editore Einaudi chiede di incontrarsi “dove ti sarebbe più comodo venissi”, per “essere poi, sgravato e rinnovato, con te” (fine agosto 1956, p. 85); di nuovo da Roma: “ho addosso come un esaurimento e due giorni vicino a te, serenamente, saranno il modo migliore di rifarmi” (5 settembre 1956, p. 86). Dolci ritiene essenziale, “importante, indispensabile” (21 ottobre 1956, pp. 89-90) la partecipazione di Capitini alle sue iniziative perché “senza la tua presenza […] le cose
115 potrebbero non impostarsi perfettamente” (ottobre 1956, p. 89). Riferendosi a una “riunione coi giovani” svoltasi a Roma riconosce: “Ci siamo detti che abbiamo bisogno di parlare e pensare insieme, approfittando della tua presenza, a lungo, per predisporre bene il più possibile […]. Sentiamo soprattutto il bisogno di maturare e con te” (3 aprile 1957, pp. 95-96)11. Tornato a Partinico il 16 settembre 1957, dopo essersi scusato di avergli scritto poco, aggiunge: “con te è tutto come respirare, si è come già al di là” (p. 106). Ancora da Partinico confida: “Carissimo Aldo, fuori è ancora scuro, passano i primi carretti e io ti sento più vicino con la tua lettera sul tavolo” (19 ottobre 1957, p. 112). In viaggio tra Ginevra, Palermo e Oslo, il 4 marzo 1958 promette: “Ti scriverò. Ci scriveremo. Sarà molto utile vederti. Verrò dove ti sarà più comodo e per una giornata”(p. 129). E tornato a casa, 5 aprile 1958, proponendogli di trovarsi a Roma: “Non vedo l’ora di rimettermi a lavorare in silenzio. Ma sono lietissimo all’idea di incontrarti” (p. 131). L’incontro con l’amico viene associato alla gioia: “è mattina presto. Tutti ancora dormono nella strada, e come al solito mi è una gran gioia pensare a te e scriverti”; all’impegno: “Se non si fanno opportuni sacrifici, nuovi, non nasce una nuova situazione”, (9 luglio 1958, p. 137-138), alla fiducia: “Tutto prosegue bene, approfondendosi. Ti racconterò” (28 luglio 1958, p. 140). Dopo il viaggio a Oslo per un certo periodo Dolci si concentra sul lavoro in Sicilia: “Non mi muoverò di qui per lungo tempo, ché ho bisogno di lavorare coi contadini” (7 maggio 1958, p. 133), promuovendo l’organizzazione dei comitati per la piena occupazione (Grifo, 2021). Un’attività che Capitini segue con preoccupazione: “il tuo momento è 11 Il plurale è riferito al gruppo composto da Mauro Gobbini, Grazia Fresco e altri.
116 117 difficile, e capisco le grosse forze che ti ostacolano. Ma vedi: quello che tu hai detto, sta diventando la bandiera di tanti” (21 settembre 1958, p. 144). Un impegno che, come Dolci scrive il 30 settembre, Capitini sostiene con “incoraggiamenti e alimenti che non ti stanchi di mandarci” (ibidem). A Dolci che gli scrive: “la tua fiducia ci costruisce” e che gli assicura che il lavoro si va approfondendo e animando giorno per giorno” (5 novembre 1958, p. 145), Capitini suggerisce di ascoltare tutti “specialmente i collaboratori più immediati”, l’opera cui sei preso ora è così ardua che non puoi ritirarti da essa, e devi fare tutto il possibile” (5 gennaio 1959, p. 148).12 La voce di Capitini viene ascoltata e le sue raccomandazioni accolte: Nei momenti più duri il tuo impegno è richiamante (2 marzo 1959, p. 151). Noi ci muoviamo con ogni prudenza. Quando si vedrà chiaro in un modo o nell’altro, avremo elementi precisi per sapere cosa fare (18 marzo 1959, p. 152). Alcune lettere del 1959 riguardano l’organizzazione di un viaggio di Capitini a Partinico: “Ti abbraccio con gioia al pensiero di vederti presto” (7 gennaio, p. 148). Da quelle di Dolci traspare l’attesa: “Non ti scrivo perché penso che tra non molto staremo insieme davvero e vedrai tu stesso” (21 aprile, p. 152), la contentezza di vedere l’amico: “Sono lietissimo di poterti vedere presto” (18 maggio, p. 152) e di accoglierlo tra la sua gente nei suoi luoghi: “Ti aspettiamo con gran gioia. Attendo al più presto un tuo cenno” (23 maggio, p. 153). Promette: “Non ti affaticheremo molto. Non avrai chiasso intorno” (30 maggio, p. 153). Gli anticipa che quan12 Capitini fa riferimento ad alcune tensioni interne al gruppo di collaboratori di Dolci.
117 do verrà, sarà lieto di trovare “tanto della tua fatica tra i bambini di Corleone, Menfi, Partinico, ecc.” (15 giugno, p. 154). Ma i due amici che si sono ritrovati tante volte a Perugia non si sono mai incontrati a Partinico dove Capitini purtroppo non poté recarsi per motivi di salute che lo costrinsero con grande dispiacere a limitare la prediletta “attività pratica di viaggi e di incontri” (12 agosto, pp. 155.156). All’amico Dolci confessa di avere “questo rimorso, ti ho avuto più vicino del solito, pensandoti malato, e io lontano con una gran voglia di esserti vicino” (25 agosto 1959, pp. 156-157). L’attenzione alla salute reciproca fin dall’inizio è un motivo ricorrente nelle lettere di Dolci: “È migliorata la tua salute? O non scrivi perché non ti senti bene?” (16 settembre 1954, p. 34) e ancora: “sono come in pena a non ricevere tue nuove. Da quando ci conosciamo non siamo mai stati tanto tempo senza scriverci” (novembre 1954, p. 35). Capitini manifesta i suoi timori per le conseguenze dei continui estenuanti digiuni sulla salute dell’amico che lo rassicura con richiami al senso del dovere ma anche con ironia: “Non preoccuparti per me: a parte che il dovere rimane tale anche quando costa, anche se ho un po’ il cuore affaticato quando lavoro di più, alzo più di un quintale facilmente. Dura la crosta che imprigiona, dura la mazza” (fine ottobre 1955, p. 51). Mentre per Dolci il digiuno è “la condizione sine qua non di un’azione profonda” (14 ottobre 1957, p. 111), invece per Capitini è sia l’“estrema protesta e vicinanza agli affamati” sia “uno degli elementi, ma non tutto” (6 ottobre 1957, p. 110).13 Egli ritiene che un digiuno a oltranza è giustificato solo in circostanze straordinarie. Così fece Gandhi. Il loro impegno è totale. Da un lato Capitini afferma: 13 Cfr anche la lettera del 20 ottobre 1955, pp.. 44-48.
118 119 “Ma ho sempre lavorato molto, e anche troppo, e continuo perché debbo” (26 settembre 1955, p. 41); dall’altro Dolci ribadisce: “I semi bisogna seminarli, e nel fondo”, aggiungendo: “tu mi hai sempre insegnato a fare le cose che devo fare, e non quelle che mi piacciono” (3 ottobre 1957, p. 109). Il 19 ottobre 1957, nel giorno in cui Capitini compie 58 anni, Dolci riprende la parabola del chicco di grano: Ti ricordi: “Chi si rovina, si salva. Occorre che il seme marcisca perché nasca la spiga”: è proprio questo il caso. Nessuno è insostituibile. Qui muoiono, solo a Partinico cinquanta bambini all’anno per denutrizione e mancanza di sicurezza sociale: non posso non difenderli anche a costo della pelle e gli altri con loro. Ma sta sicuro che per questa volta so, credimi, tirare la corda al massimo senza spezzarla(p. 112).14 v. Capitini versus Dolci Dall’anno della Marcia della pace, Perugia-Assisi, 24 settembre 1961, il rapporto sembra invertirsi ed è più Capitini che cerca Dolci che nel frattempo è diventato una figura internazionale ed è spesso impegnato in viaggi all’estero dall’Unione Sovietica (di cui si è già detto) agli Stati Uniti all’India. Il 10 febbraio 1961 Capitini lo chiama a tenere una conversazione sull’India al Centro di Orientamento Religioso di Perugia, “cosa molto desiderata da noi e occasione per trattare un problema fondamentale per tutti noi. Sarebbe anche una cosa utile che faresti parlando al COR, come non fai da anni. Ci saremmo tutti” (p. 176).15 14 La parabola del chicco di grano nella forma e nell’interpretazione più completa si trova nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 12, versetti 24-26. 15 Ivi, p. 176. “Sono convinto che con il tempo l’India avrà da dire al mondo più dell’America. Negli Stati Uniti è prevedibile un continuo contrasto e continui compromessi a sempre più alti livelli tra l’individua-
119 Nel 1963 l’8 giugno lo sollecita a partecipare a un appuntamento di riflessione sulla nonviolenza: “Che tu venga anche un sol giorno è sempre un piacere per rivederti e per lo scambio di idee. Tanto meglio se invece di uno ti trattieni più giorni. Ad ogni modo non mancare: sarà utile per lo scambio di idee in privato e nella riunione generale nel giorno della tua presenza, e sarà utile per le conoscenze” (p. 200). Dolci non mancherà e il 2 luglio scriverà all’amico: “Sono tanto lieto di averti incontrato: come ogni volta con te, mi è stato utile come rarissimamente con altri”(p. 201). Il 14 agosto Capitini rinnova l’invito a rivedersi a settembre, “qui”, a Perugia, “perché abbiamo cose importanti da trattare” (p. 202). All’inizio del 1966 si susseguono le manifestazioni del desiderio di ritrovarsi da parte di entrambi dopo che sono trascorsi più di due anni dal loro ultimo incontro. Le lettere di quest’anno riguardano l’organizzazione di un viaggio di Dolci a Perugia per la presentazione del libro di Capitini, Severità religiosa per il Concilio, pensato e scritto per “ricaricare i cuori delusi” (26 marzo 1966, p. 235). Dolci si dice “lietissimo di incontrarti, dopo tanto tempo” (10 aprile, p. 235) “sperando di poter stare un poco con te, da troppo tempo non ti vedo davvero” (14 aprile, p. 236). Quando l’amico accenna all’opportunità di avere “un presentatore del libro più vicino geograficamente” e di organizzare “per noi, l’incontro con te, appena è possibile con tutta calma e potendo programmare” (3 giugno, p. 239), Capitini reagisce in questo modo: “Preferisco che ne parli tu. Vorrei pregarti di mantenere la cosa, di salvare quelle poche ore per me” (18 giugno, p. 240). Dolci mantiene la promessa e Capitini ne è “molto contento” (27 agosto e 9 settembre, p. 243). Egli arriva a Pelismo e gli interventi collettivistici statali, per la resistenza che gli americani hanno verso le pianificazioni che saranno necessarie. Ma l’India sta peggio e io penso che darà di più” (16 maggio 1961, pp. 178-179).
126 127 Si può iniziare in pochi senza temere di rimanere soli, aperti al diverso, cercando soprattutto di “scoprire la necessaria dialettica tra l’impegno maieutico e l’assumere responsabili scelte” (ivi, p. 123-124). Bibliografia Aldo Capitini, la poesia della realtà liberata, a cura di L. Binni, “Il Ponte”, a. LXXIII, 2, 2017, pp. 85-126. Barone, G., La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci”, Napoli 2024. Capecchi, G., Un ponte tra Perugia e Partinico: Aldo Capitini e Danilo Dolci, “Perusia”, n. 5. 2010. Capitini A., Aggiunta religiosa all’opposizione, Parenti, Firenze 1958. Capitini A., Antifascismo tra i giovani, Célèbes, Trapani 1966. Capitini A., Antifascismo tra i giovani, Célèbes, Trapani 1966. Capitini A., Danilo Dolci, Lacaita, Manduria 1958. Capitini A., Discuto la religione di Pio XII, Parenti, Firenze 1957. Capitini A., Il potere di tutti, introduzione di N. Bobbio, prefazione di P. Pinna, La Nuova Italia, Firenze 1969. Capitini A., La realtà di tutti, Célèbes, Trapani 1965. Capitini A., Le ragioni della nonviolenza, Antologia dagli scritti, (a cura di) M. Martini, Edizioni ETS, 2004. Capitini A., Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano 1967. Capitini A., Religione aperta, Guanda, Parma 1955. Capitini A., Severità religiosa e Concilio, De Donato, Bari 1966
127 Capitini, A., (a cura di) In cammino per la pace, Einaudi, Torino 1962. Capitini, A., Attraverso due terzi di secolo (1968), in Id., Italia nonviolenta, Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Perugia 1981. Capitini, A., Dolci, D., Lettere 1952-1968, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Carocci, Roma 2008. Capitini, A., Elementi di un’esperienza religiosa (1937), Laterza, Bari 1947. Capitini, A., Il pacifismo è una cosa seria, in “Azione nonviolenta”, a. IV, 12, 1967b. Capitini, A., Lettere a Danilo Dolci, a cura di F. Alasia, in “Il Ponte”, a. XXV, 10, 1969, p. 1241. Chemello, A., La parola maieutica. Impegno civile e ricerca poetica nell’opera di Danilo Dolci, Vallecchi, Firenze 1988; D’Ambrosio, G. (a cura di), Il professore e l’architetto. Carteggio 1953-1970, Liberia Dante & Descartes, Napoli 2024. Dolci D., Conversazioni, Einaudi, Torino 1962. Dolci D., Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1956. Dolci D., Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Einaudi, Torino 1960. Dolci D., Una politica per la piena occupazione, Einaudi, Torino 1958. Dolci D., Verso un mondo nuovo, Einaudi, Torino 1964; nuova edizione accresciuta 1965. Dolci, D, Treccani, E., Verso una nuova pace, Teodorani, Milano 1968. Dolci, D., Inventare il futuro, Laterza, Bari 1968. Dolci, D., L’uomo secondo Gandhi, “L’Ora”, 17 e 24 giugno 1965. Dolci, D., Luce di prospettive vastissime, in Cacioppo, G. (a cura di), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977.
128 TM Dolci, D., Poema umano, Einaudi, Torino 1974. Fortichiari, V., (a cura di) Vocabolario della pace. Il carteggio tra Cesare Zavattini, Aldo Capitini e Danilo Dolci, Succedeoggi Libri, Roma 2022. Giudice, G., Dolci maestro, in Barone, G., La forza della nonviolenza, Libreria Dante & Descartes, Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci”, Napoli 2024. Grifo, M., Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunità e nonviolenza nella Sicilia occidentale, FrancoAngeli, Milano 2021. Mazzi, S., in Soccio, M., (a cura di), Convertirsi alla nonviolenza. Credenti e non credenti si interrogano su laicità e religione, Il Segno dei Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano (Verona), 2003. Polito, P., Danilo Dolci, in Id., Elogio dell’obiezione di coscienza, prefazione di P. Pinna, Biblion Edizioni, Milano 2013. S. Mazzi, Danilo Dolci e la santità laica, in Convertirsi alla nonviolenza, a cura di M. Soccio, Gabrielli Editori, Verona 2003. Sargentini, P., Capitini poeta (2001), a cura di L. Schippa, Guerra, Perugia 2003. Schirripa, V., Dolci, Capitini e il progetto di una rivoluzione nonviolenta, “La Chiesa nel tempo”, a. XVIII, 2, 2012 Szymborska W., Amore a prima vista: in Id., La gioia di vivere, Adelphi, Milano 2012, p. 535. Vigilante, A., Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia 2012. Vittoria, P., Vigilante, A., Pedagogie della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia 2011
129 Danilo Dolci e la storia orale Giovanni Contini* i. Una ricerca con fonti orali su Placido Rizzotto e il ruolo decisivo delle interviste di Dolci Più di venti anni fa venni chiamato da Paolo Viola a far parte di un gruppo che doveva studiare l’associazionismo nella storia di Corleone. Oltre a me ne facevano parte Michela Morello e Paolo Viola, che avevano pensato e dirigevano il progetto, John Alcorn, Rosanna Rizzo, Francesco Di Bartolo, Marzia Andretta, Giovanni Fiandaca, Alessandra Dino, Giancarlo Minaldi, Giulio Gerbino, Roberto Foderà, S. Giusi Tumminelli, Rocco Sciarrone. Riporto in nota1 i titoli dei saggi, risultato della ricerca, che vennero pubblicati in un cd-rom intitolato L’associazionismo a Corleone. Un’inchiesta storica e sociologica, a cura di * Già fellow del King’s College, (Cbg, Uk), funzionario della Soprintendenza archivistica per la Toscana e presidente dell’Aiso. 1 Ecco autori e titoli: John Alcorn, Revolutionary Mafiosi; Rosanna Rizzo, Bernardino Verro. Luci e ombre di un dirigente contadino; Francesco Di Bartolo, Lotte per la terra dai fasci fino al primo dopoguerra; Marzia Andretta, La mafia corleonese e la sua continuità; Giovanni Contini, Placido Rizzotto e le lotte contadine tra memoria e oblio; Giovanni Fiandaca, Brevi note storico-penalistiche sull’associazionismo mafioso; Alessandra Dino, Associazioni e movimenti giovanili tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80; Giancarlo Minaldi, Partiti politici e potere locale a Corleone; Giulio Gerbino, Confraternite, associazioni e movimenti ecclesiali; Roberto Foderà, Fare impresa a Corleone; S. Giusi Tumminelli, I beni confiscati alla mafia: il progetto LiberaTerra; Rocco Sciarrone, Corleone, Italia: la cultura civica dei giovani; Michela Morello, Sisifo felice: il sindaco direttamente eletto in un Comune di ribalta; Paolo Viola, Un regime a Corleone?
130 131 Paolo Viola e Michela Morello, Palermo, Istituto Gramsci Siciliano, 2004. Purtroppo il cd-rom ebbe circolazione limitata e oggi è difficilmente reperibile . Fu un’esperienza interessante ma anche molto frustrante: non mi ero mai trovato (né mai più mi sarei trovato) così a disagio nel corso di una ricerca con fonti orali. Scoprire i motivi di quel mezzo fallimento è stato utile. Nei testi che trattano della ricerca storica con le fonti orali spesso si sostiene che i silenzi siano importanti. Non conterebbero solo le cose che la gente racconta ma anche, talvolta di più, le omissioni, le pause nelle risposte, le incertezze… e i veri e propri silenzi. Solo che, nel caso della mia ricerca su Corleone e Placido Rizzotto, silenzio non ebbe il significato di pausa e interruzione nel racconto; ma quello, molto perentorio, definitivo e preventivo di rifiuto completo di parlare. Di rifiuto dell’intervista da parte dei potenziali testimoni. Arrivavo a Corleone con molto ottimismo, due anni prima avevo infatti lavorato nella zona di Cammarata-San Giovanni Gemini (Agrigento), dove avevo potuto intervistare testimoni molto anziani ma estremamente lucidi ed eloquenti; cercavo notizie sul secondo dopoguerra e loro mi raccontavano addirittura episodi legati alle lotte sociali del primo dopoguerra, narrando tranquillamente di mafia e banditismo.2 Invece a Corleone riuscii, in molti giorni di permanenza, ad intervistare solo quattro persone: Giuseppa Rizzotto, sorella di Placido; Giuseppe (“Peppino”) Di Palermo, suo cognato; Giuseppe (“Peppino”) Siragusa, segretario della Camera del lavoro di Corleone dopo la morte di Rizzotto; Salvatore Mannina, anche lui segretario della Camera del 2 Quello di Cammarata era il territorio dove operava, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il brigante Varsalona. Copia delle interviste furono consegnate al comune.
131 lavoro in tempi a noi più vicini: parlarono con me solo ed esclusivamente i parenti stretti e gli ex segretari della Camera del Lavoro, cioè quattro persone particolarmente vicine al morto, sia per vincoli familiari che per appartenenza politica; testimoni, quindi, che nessuno avrebbe potuto rimproverare per aver parlato, perché parenti o perché figure pubbliche, per giunta andate a ricoprire lo stesso incarico dell’ucciso Rizzotto. Qualcuno aveva accettato di parlare per poi cancellare l’incontro; anche chi mi aveva chiesto, e io avevo accettato, di parlare senza registratore aveva poi cancellato l’intervista. Chi era presente durante il colloquio e magari aveva precisato o integrato quanto raccontava il testimone principale, chiedeva poi che il suo nome fosse cancellato dal testo trascritto. Se domandavo i nomi di possibili testimoni si reagiva in modo quasi scandalizzato: nessun nome, le persone chiamate in causa si sarebbero sentite offese, fare quei nomi avrebbe voluto dire fare un torto ai nominati. Ovviamente quel comportamento nasceva da una paura molto comprensibile, dato il tempo, il luogo e i rischi per chi “non si faceva i fatti suoi”. Ma allora perché questa ritrosia Danilo Dolci non l’aveva trovata quando era venuto a Corleone negli anni Cinquanta, un’epoca non meno pericolosa, in un paese non meno dominato dalla mafia di quanto fosse ai tempi del mio tentativo? Perché infatti Dolci aveva trovato testimoni eccezionalmente eloquenti, che gli avevano permesso di raccontare (Dolci, 1960), in modo potente, la personalità di Rizzotto, di suo padre e dei compagni e amici di Placido nella Corleone del dopoguerra. Carmelo, il padre, non vuole parlare di suo figlio come sindacalista – “queste cose ce le devono contare i suoi amici che le sanno meglio di me; che ci mandarono contro l’alta
132 133 mafia” (ivi, p. 169) – ma racconta volentieri della mafia, dal particolare punto di vista di un ex appartenente di rango basso. Lui infatti era stato mafioso e per questo venne catturato dal prefetto Mori e condannato ad alcuni anni di carcere, durante i quali Placido, ancora bambino, aveva dovuto prendere il suo posto nei duri lavori di campagna. Molto commoventi sono le parole con le quali descrive il figlio prima e dopo la sua carcerazione, prima: “era un viso femminile, bambino, un viso piuttosto fino” (ivi, p. 168); dopo: “era più grandetto, cambiamenti di sofferenze di campagna ci aveva, cambiamenti rustici, capelli lunghi, l’ossatura era più robusta […] Prima era più bianco, poi era più arrostito dalla campagna, parte dal freddo, parte dal caldo” (ibidem). L’alta mafia odia Placido, “non era benvoluto, non ci piaceva l’andamento che aveva lui perché era popolano” (ibidem). Con lo stesso aggettivo Carmelo descrive suo figlio e Bernardino Verro: “Quando hanno capito che era intelligente ecco che l’hanno esaurito. Come Bernardino Verro era tipo scaltro, popolano; quando l’ammazzarono Verro io ero all’ospedale a Palermo. Dicevano l’alta mafia: – Perché non si fa i fatti suoi? – Dicevano che era spia perché si interessava dei fatti degli altri” (ivi, p. 171). Tra tutte le persone intervistate da Dolci a Corleone l’amico e compagno di lotte di Rizzotto, Ludovico Benigno, è senza dubbio il testimone più eloquente. Ricorda di aver chiesto a Placido “come mai invece di essere nella direzione della tua famiglia tu ci sei contro quella direzione?” (ivi, p. 173). Quindi Rizzotto sembra conoscere molto le cose della mafia proprio perché “insider”. E non solo da parte del padre – “Attraverso suo padre era venuto a conoscenza di come operava la mafia, come la mafia era a servizio dei ricchi” (ibidem) – ma anche da parte dei familiari, che avevano fatto
133 parte della “vecchia mafia di Angelo Spatafora, nello stesso tempo che facevano parte della cooperativa di Bernardino Verro” (ibidem). Placido, quindi, dalla famiglia sapeva “quello che faceva la mafia, perché sapeva di omicidi, di soprusi, ne sapeva da non finire mai” (ibidem). E, d’altra parte, la mafia conosceva lui, e lo considerava un traditore: prima, appena “tornato da militare, Placido è stato invitato dalla mafia, me l’ha detto lui, per fare il campiere”. Poi, dopo la sua scelta e la sua militanza di organizzatore contadino, la mafia “lo conosceva come persona scaltra e come uno di dentro che esce fuori, come il cane che porta l’osso fuori di casa propria, come a dire che nella qualità di figlio di suo padre era addentrato nelle segrete cose, e vedeva che era effettivamente pericoloso per loro” (ivi, p. 180). Per la mafia persone come Rizzotto erano, quindi, nemici mortali. Tuttavia questo dato di fatto non può cancellare un’altra realtà, e cioè che lui veniva da lì. Per questo sono frequenti, nell’aneddotica degli ultimi mesi di Rizzotto, episodi che di primo acchito sembrano strani e inspiegabili: Rizzotto che concede del petrolio ad un mafioso conclamato,3 oppure Rizzotto che concede stoffa di flanella alla moglie del capomafia dott. Navarra.4 Non si spiegano neppure, senza questa vicinanza di ambienti e senza una conoscenza radicata, le blandizie della mafia che, ricorda suo padre, continuarono fino alla fine – “lo impellicciavano: - Placido di qua, Placido di làlo accarezzavano, e intanto gli preparavano la trappola” (ivi, p. 171) – non a caso la sera della sua uccisione aveva un appuntamento 3 “Va bene che quelli sono quello che sono, ma sono in campagna, – lui sapeva col buio che difficoltà si ha a governare la stalla. – Io lo posso sapere la malavita che si fa, con un pezzo di candela; e poi così capiscono che non siamo malagente” (ivi, p. 177). 4 “Che c’entra sua moglie se lui è malandrino?” (ibidem).
134 135 con il capo della mafia corleonese, il dottor Navarra, che però non si fece vedere. Mentre compare, nel racconto delle ultime ore di Rizzotto, un mafioso, Criscione. Un suo amico d’infanzia che era stato incaricato di portarlo nel luogo dove sarebbe stato rapito e portato alla sua morte. Dopo essere stato massacrato di botte venne condotto in campagna, Liggio, organizzatore del rapimento, si allontanò dagli altri sempre tenendolo sotto tiro. Poi lo uccise5 e lo gettò in una foiba, ai piedi della Rocca Busambra, perché la sua sparizione sembrasse volontaria, forse una fuga. Liggio era solito puntare sulle sparizioni: niente cadavere, niente omicidio. Rizzotto aveva messo in conto la possibilità di essere ucciso, ma questo non l’aveva fermato. Quando suo padre lo metteva in guardia dalla mafia, rispondeva “una volta si nasce, una volta si muore”. Ma non sempre esprimeva questa convinzione in modo retoricamente alto, gli piaceva anche parlare da contadino della sua probabile morte: “Se mi ammazzano” diceva a Ludovico Benigno “ho campato più assai di un porco” (Ivi, p. 175). Mi sembra di aver capito che Rizzotto cercasse di giocare a suo favore il codice mafioso dell’appartenenza, della fedeltà alla comunità originaria: prendeva sul serio la demagogia della mafia, il protestarsi a parole, da parte del mafioso, come sempre “dalla parte dei poverelli”. Lui trasformava quella retorica plebea in una pratica di lotta effettiva della plebe. Una strategia assai raffinata. Per questo trattava bene tutti, per questo, come racconta Benigno, “divideva i bisogni dell’uomo dai pensieri e dai fatti dell’uomo” (ivi, p. 177), “si immedesimava nei bisogni degli altri anche se gli altri non avevano la sua idea politica” (Ibi5 Nei suoi libri, Dino Paternostro ha ricostruito più volte gli ultimi minuti della vita di Rizzotto. Per una descrizione dettagliata, rimando quindi ai suoi testi.
135 dem), “non colpiva direttamente le persone, ma tentava di svuotare la mafia prendendogli la terra” (ivi, p. 181). “Lui diceva tante cose, faceva tanti calcoli che noi ci mettevamo a ridere. Levando il gabelloto, lui vedeva che sarebbe aumentata la produzione e sarebbe stato investito il capitale che veniva di più in modo di aumentare l’occupazione della gente. Lui sosteneva che la giornata che lui conosceva anche di dodici, tredici, quattordici ore, poteva così diminuire conseguendo un maggiore reddito. Lui ci faceva discussioni enormi su ste storie […] Ero arrivato persino a pensare che poteva essergli venuta meno voglia di lavorare e allora per quello si smidollava, si sfirniciava (arrovellava) a studiare questi problemi per cercare di lavorare sempre di meno. Quello che diceva lui era questo: tutto il sangue che i ricchi tirano ai poverelli, se lo mettevano nelle banche in modo da sfruttarlo solo per loro e non lo impiegavano per fare lavorare e produrre gli altri. Quattro o cinque ore in certe serate a discutere che il reddito, andando avanti così, non sarebbe aumentato per tutti. L’oggetto delle sue discussioni era questo, era la sua passione approfondire questo problema. Non aveva cultura ma era un ragionatore: una cosa la vedeva da tutti i lati. Era un critico terribile, anche dei nostri stessi: diceva sempre: - Questo non si doveva dire, questo si doveva fare, - ma non studiava mai libri, aveva la sua testa (ivi, p. 179). Benigno, come sempre, ci fornisce il racconto più sconvolgente,6 di quando Rizzotto si rese conto che volevano rapirlo per ucciderlo e cercò di fuggire: 6 Molti videro rapire Rizzotto, anche se poi non testimoniarono. Ma in paese, come di consueto, del rapimento si continuò a parlare. La vox populi arrivò non solo a Benigno, ma anche ai carabinieri, i quali citano sei testimoni che la voce pubblica indicava come testimoni diretti del rapimento.
142 143 scoprirlo, pensava, era di cercare un villaggio adatto, per così dire, metaforicamente, a trovare il carbone. Ma prima di entrare nella miniera (Hytten) aveva bisogno di qualcuno che sperimentasse l’atmosfera per lui. Io dovevo essere il suo canarino, e dopo due settimane a guidare in lungo e in largo ero finito a Cammarata, nelle montagne della provincia di Agrigento. Hytten avrebbe voluto che McNeish soggiornasse nel paese “nascostamente, usando un’identità fittizia”, “raccolgo musica popolare” avrebbe dovuto dire a chi gli avesse chiesto perché fosse venuto e cosa facesse (del resto proprio questo aveva fatto nei mesi precedenti). Non avrebbe dovuto “fare nessun accenno a Partinico o all’organizzazione di Dolci. L’idea era che io avrei dovuto andare a vivere lì, formando una base dalla quale Eyvind avrebbe potuto operare più tardi”. In realtà McNeish non riuscì a dissimulare con il suo interlocutore principale, “Totò” (Salvatore “Totò” Ciminnisi), che “aveva la mia età, poco più di trent’anni, forse un po’ più vecchio, con una lunga faccia molto vissuta […] indossava una cravatta e una giacca sgualcita, come si conveniva per qualcuno che lavorava come contabile nell’ufficio della miniera di sale”. McNeish, dunque, si rese conto che il nome di Dolci poteva essere non un ostacolo ma proprio un forte aiuto per lui. Raccontò quasi subito la verità a Salvatore, cioè che veniva dall’esperienza di Dolci e che la sua era una specie di inchiesta antropologica. Ciminnisi si rivelò “una persona rara, un siciliano colto che non disprezzava immediatamente Dolci sulla base del pregiudizio e dell’ignoranza. E non mi fece molte domande”. Il racconto di quella confessione di McNeish e delle risposte di Ciminnisi, che riporto qui di seguito, è interessante perché, come nel caso degli interlocutori di Corleone, anche in questo la fama di Dolci, superate le calunnie formidabili messe in giro su di lui, spalanca letteralmente le porte:
143 “Dimmi” disse Totò “è vero che (Danilo Dolci) digiuna?” “sì” dissi, “e i digiuni sono veri?” “sì” dissi. “E non è un comunista, hai detto?” “non è un comunista”, dissi. Totò rimase in silenzio per un momento, “vedi, la gente, qui a Cammarata, dice molte cose su di lui, che potrebbero essere vere ma potrebbero anche non esserlo. Quello che mi dici mi fa pensare. Se è vero quello che loro dicono di lui dovrebbe essere un mostro. Tu dici che non è un mostro. Io ti credo.” Del resto McNeish era stato colpito da Ciminnisi fin dal primo momento in cui l’aveva conosciuto ed aveva parlato con lui, e proprio questo l’aveva deciso a condurre la ricerca nel suo paese: Quando Totò mi aveva per la prima volta descritto Cammarata mi ero reso conto che Cammarata andava a pennello. Cammarata, aveva detto, era come un edificio diviso a metà da un muro. “Quelli da un lato invidiano quelli dall’altro lato, e viceversa. Siccome tutti sono ugualmente astuti, si derubano vicendevolmente tutto il tempo, e così si ritrovano al punto di partenza.” Questa la descrizione che McNeish fa di Cammarata: Un villaggio di 5000 anime, nove chiese, un castello (crollante), una selleria, molti forni, una strega, nessun mendicante, e un cimitero (condiviso col vicino villaggio). Il cimitero era il solo esempio di impresa cooperativa. Non c’era mai stata nessun’altra attività di gruppo, neppure una squadra di calcio, Totò spiegò, perché nessuno si fidava che qualcuno potesse guidarla senza intascarsi i fondi. Oggi il libro di McNeish è stato scoperto a Cammarata e c’è una discussione in rete su dove fosse la sua casa, chi fossero le persone che lui cita. Mi sembra che, stranamente,
144 145 nessuno dei partecipanti alla chat si mostri offeso per alcuni passaggi nei quali il neozelandese deride Totò (“era quasi un nano. Aveva gli occhi tristi e maliziosi dei mascheroni che ti guardano dall’alto dalle pareti della villa Palagonia a Palermo e che avevano tanto impressionato Goethe quando visitò l’isola”). Né si critica McNeish quando racconta aneddoti che con tutta probabilità sono folclorici, scritti per i suoi lettori neozelandesi: Senza che io lo sapessi, due anni prima, una coppia tedesca era arrivata nel villaggio e dopo un breve soggiorno, sospettati di essere “politici”, erano stati cacciati. Niente mi fu detto direttamente, ma notai che un giorno mentre stavo passando davanti alla sua porta, Gisella, la sarta che viveva di fronte a me, tirò bruscamente i figli in casa e sbatté la porta. Altri, prima amichevoli, si voltavano dall’altra parte quando passavo. Totò annuì quando glielo dissi. “Sì, sì”. Aveva sentito che l’arciprete aveva fatto un sermone dicendo al suo gregge di non lasciare che i loro bambini “cadessero sotto l’ombra del forestiero”. Ma non ti preoccupi, Giacomo (in italiano nel testo). Passerà, disse Totò. Un giorno un uomo chiamato La Tona venne in casa mia. Aveva vissuto in America ed era stato “designato,” disse, a conferire con me. Era educato in modo quasi offensivo. Si trattenne una mezz’oretta chiacchierando di nulla in particolare. Poi, alzandosi per lasciarmi, annunciò che sarebbe stata una buona idea se io avessi impacchettato le mie cose e me ne fossi andato dal villaggio.“Pensano che tu sia comunista,” disse Totò, e mi mandò da un vecchio Francescano che conosceva. Niente di più semplice, disse il vecchio Monaco e rovesciando il precedente di Enrico VIII, suggerì che io abbandonassi il mio protestantesimo e abbracciassi la santa religione di Roma. Così di colpo, dopo essere stato un po’ istruito, diventai un cattolico romano. Cominciai a andare alla messa nella chiesa di San Nicola di domenica, e qualche volta anche di mercoledì, Santu il sellaio era così contento che mi dette una statua di San
145 Giuseppe come portafortuna. Sorprendentemente, con la premessa che guardare è credere, il trucco funzionò. L’opposizione alla mia presenza, se non evaporò completamente, diminuì considerabilmente”. Mentre la visita del mafioso mi sembra probabile, la storia della conversione simulata mi pare un tipico aneddoto da viaggiatore che racconta l’esotico ai lettori suoi conterranei. iii. Come intervistava Dolci? Che fine hanno fatto le registrazioni dei suoi incontri? Il libro di McNeish mi è stato utile non solo perché racconta come la fama di Dolci potesse garantire l’accoglienza per un ricercatore ufficialmente in incognito, ma anche perché risponde ad una domanda che, da storico orale, mi ero sempre posto, leggendo le bellissime interviste di Dolci: come fissava il parlato? Utilizzava un magnetofono? Trascriveva dopo l’intervista? O durante? McNeish considerava Dolci un pioniere della “non-fiction creativa” anni prima dell’opera rivoluzionaria di autori come Truman Capote. “Ha inventato un modo di raccontare storie basato su interviste con testimoni che gridavano e gridavano scandalo, producendo un capolavoro letterario pieno di coincidenze che nessun romanziere si sarebbe mai sognato di inventare”. In realtà, per l’esperienza che ho delle fonti orali, Dolci era abbastanza fedele all’oralità. La sua “non-fiction creativa” era efficace proprio per questo, la forza delle sue interviste trascritte sta proprio nella capacità di trascrivere il parlato in modo da non perderne l’essenza. Ma come “registrava” Dolci? È di nuovo McNeish a darci informazioni importanti su questo punto, quando racconta la sua prima intervista a Dol-
146 147 ci: “gli occhi erano ipnotici. Erano dei forti occhi tra il verde e il castano. Aveva anche l’abitudine di tenere la penna pronta mentre parlava, trascrivendo tutto quello che dicevo senza distogliere gli occhi da me. “Sì, Danilo lo fa con tutti” mi disse Eyvind quella notte. “L’ha fatto anche con il cardinale di Palermo”. Quindi fino all’inizio degli anni Sessanta nessun registratore ma una capacità inconsueta di trascrivere immediatamente le parole dell’interlocutore senza neppure guardare il foglio sul quale scriveva. Ecco come si spiega, almeno in parte, la singolare forza di quel tipo di scrittura. Durante il convegno del novembre 2024 Amico Dolci mi diceva che suo padre aveva un grosso callo sul dito che sostiene la penna, perché costante era la pratica di trascrivere immediatamente quanto gli dicevano i moltissimi testimoni che intervistava. Dalla lettura dei suoi libri si capisce quanto numerosi essi fossero, e quindi per quanto a lungo la penna di Dolci avesse trascritto le informazioni di chi rispondeva alle domande. Finalmente, in Conversazioni contadine, compare per la prima volta un riferimento al magnetofono, che viene inaugurato per documentare riunioni “accuratamente documentate grazie alla affettuosa e competente collaborazione di Franco Alasia, (riunioni che) si sono tenute dal 13 aprile 1961 al 2 Marzo 1962, sulla base sperimentale di centinaia di riunioni contadine purtroppo non documentate” (Dolci, 1966a, p. 9). Poche pagine dopo si dice che l’uso di quel mezzo era una novità, quindi tutti i racconti delle ricerche precedenti erano stati trascritti in quel modo singolare che descrivevo sopra: Dopo nove anni, solo ora possiamo usare il magnetofono per registrare interamente le conversazioni, senza che questo rappresenti minimamente difficoltà, inibizioni, alterazione ai pre-
147 senti, pur essendo ben visibilmente presente. Franco trascrive poi letteralmente il testo dal magnetofono, grezzo com’è, chiarendo e togliendo alcune delle appendici laterali, non rilevanti, e io lo aiuto (ivi, pp. 11-12). L’audiocassetta esce sul mercato nel 1963, avevo pensato che probabilmente proprio quell’anno avessero iniziato a usare le economiche audiocassette Philips (i registratori a nastro erano costosi e difficili da usare, i registratori a cassette erano semplici e costavano poco). Ma quanto scrive Dolci ci dice che avevano utilizzato la registrazione immediatamente prima dell’uscita sul mercato delle audiocassette, quindi avevano utilizzato un registratore a nastro. Mi sono chiesto se Dolci ed Alasia conservassero tutti i nastri che incidevano, o se utilizzassero lo stesso nastro per più interviste, cancellando quella vecchia per registrare la nuova. Amico Dolci mi ha detto che per quanto si ricorda non registravano più volte sullo stesso supporto, ma che i nastri probabilmente sono stati in gran parte gettati per mancanza di spazio. Alberto Provenzano del Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci mi ha detto che le registrazioni non sono molte, e per giunta sono conservate in luoghi diversi. Si è sempre insistito molto sul fatto che si può parlare di storia orale solo quando la voce del narratore/testimone venga registrata e poi conservata e resa accessibile, in modo da permettere ad altri studiosi di effettuare il controllo filologico, cioè di verificare se quanto scrive l’autore di un testo che parte dalla registrazione trova effettivo fondamento nel documento audio registrato (meglio se video registrato). Se questo è vero allora i grandi libri basati su interviste di Dolci non avrebbero i requisiti per essere definiti storia orale. Ma a mio avviso proprio il particolare modo che aveva Dolci per fermare su carta il parlato rende i suoi appunti molto
148 149 simili alla registrazione audio. Inoltre, come ho ricordato, i magnetofoni prima dell’uscita sul mercato delle audiocassette erano non solo costosi ma anche grandi, ingombranti, e certamente dovevano notevolmente impressionare i testimoni. Dolci afferma che quel magnetofono introdotto nell’aprile del 1961 non avrebbe creato problemi (“inibizioni”) ai partecipanti alle “conversazioni contadine”, ma in quel caso i parlanti erano molti, ed è vero che nelle interviste collettive dopo un po’ di tempo chi racconta “dimentica” il registratore. Ma certamente se Dolci avesse parlato con Ludovico Benigno di fronte a un magnetofono dubito che avrebbe ottenuto quel risultato sbalorditivo, cioè che Benigno avrebbe parlato con tanta efficacia degli effetti del terrore mafioso non solo sui contadini di Corleone, ma anche su sé stesso, superando la vergogna di mostrarsi debole, pauroso, anche vigliacco. Del resto la mia ricerca su Corleone, che grazie alla video registrazione aveva tutti i crismi per essere definita storia orale, era finita in un vicolo cieco e solo la lettura di quanto su Corleone aveva scritto Dolci quaranta anni prima mi aveva permesso di capire, di superare il muro di silenzio che mi ero trovato di fronte. Quindi, sì, penso proprio che Dolci possa essere definito un grande storico orale. Nel contesto della Sicilia di quegli anni è riuscito nel modo più efficace - dati i tempi - a far parlare gli ultimi e a trasformare le loro parole in testi scritti, permanenti. La storia orale ha due protagonisti, l’intervistatore e l’intervistato. Spesso quest’ultimo si trova di fronte un personaggio sconosciuto o quasi sconosciuto, che per giunta chiede cose anche molto intime. Non c’è dubbio che que-
149 sto costituisca un grande problema, si è notato che solo la ripetizione dell’intervista scioglie, almeno in parte, la ritrosia di chi viene intervistato. Anche da questo punto di vista il rapporto tra Dolci e i suoi testimoni appare ottimale. Non c’è dubbio che le sue azioni, conosciute e ammirate anche nei più piccoli villaggi siciliani, lo trasformassero in un simbolo e incoraggiassero a parlare, nonostante parlare fosse difficile e pericoloso, anche chi fino a quel momento aveva “giocato solo” (Dolci, 1966b), ma con lui trova il coraggio di parlare, di denunciare. Talvolta, come nel caso di Ludovico Benigno, il racconto raggiunge un’eloquenza straordinaria, e anche tragica, perché gli dà il coraggio non solo di dire chi lo minaccia, ma anche di raccontare quanto la minaccia e il pericolo lo abbiano piegato, obbligato a comportamenti dei quali prova vergogna. Altre volte i suoi testimoni arrivano a fare i nomi di importanti politici democristiani che sono stati visti pubblicamente in compagnia di noti mafiosi, e a difendere quanto detto a Dolci anche durante un processo (ivi, pp. 329-393). Credo che sarebbe molto importante e assai interessante riuscire a recuperare, se sono sopravvissuti, quegli appunti scritti, e poi i suoi nastri, quelli che restano, almeno, anche se, come mi pare di aver capito, non sono molti (perché ci sono ahimé stati scarti nel passato) non sono tutti raccolti nello stesso posto e non sono mai stati indicizzati, inventariati e soprattutto riversati in digitale.
150 TM Bibliografia Dolci, D., Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Einaudi, Torino 1960. Dolci, D., Conversazioni contadine, Arnoldo Mondadori, Verona 1966. Dolci, D., Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966. McNeish, J., Touchstonesa memoir, Penguin books, Londra 2012. McNeish, J., Fire Under the Ashes:The Life of Danilo Dolci, Hodder & Stoughton, Londra, 1965. “Sicily in Music and Sound”, a collection of field recordings by James McNeish, Argo, UK, 1965.
151 Autolesionismo strategico. Le lotte di Danilo Dolci contro la povertà Valeria Pizzini* e Diego Gambetta** “[…] they who can suffer most will conquer” (Terence McSwiney, ribelle irlandese, morto dopo 70 giorni di digiuno, 1920) i. Introduzione Tra il 1952 e il 1970, con una coda nel 1978, Danilo Dolci mise in atto una serie di proteste contro la povertà in Sicilia, allo scopo di creare lavoro, promuovere lo sviluppo irriguo e denunciare il sistema mafioso: reinventò uno sciopero al contrario, cioè lavorare senza paga, organizzò l’occupazione in massa della piazza del municipio di Roccamena, promosse una marcia di 200 chilometri in sei giorni, e infine rinunciò alla difesa nel processo per diffamazione che subì nel 1967. Più di tutto, per protestare scelse ben nove volte lo “sciopero della fame”, che mise in atto sia da solo sia con altri. Queste forme di protesta sono comunemente descritte come non violente – esse si distinguono per assenza, perché i partecipanti si astengono dall’usare la violenza contro chi si oppone alle richieste di chi lotta. Tuttavia, a ben guardare la violenza non è del tutto assente, ma anziché essere eterodiretta è autodiretta. La protesta è costituita da sacrifici, cioè, atti autolesionisti che vanno dal tenue al letale. Nel caso di Dolci il sacrificio per protesta ammontava ad autoinfliggersi * Ricercatrice indipendente. ** Fondazione Collegio Carlo Alberto, Torino.
254 255 Un passaggio molto importante avvenne tra 1982 e 1983: in quel frangente venne infatti proposto a Dolci di consegnare il proprio archivio alla Boston University Library, che possedeva già le carte di Martin Luther King e di altre personalità impegnate sul fronte dei diritti civili e umani. A inizio estate 1982 così scriveva il direttore delle collezioni speciali: Dear Mr. Dolci, I am writing to ask that consider the Boston University Library as the repository of your manuscripts, papers, and corrispondence files. Your work is much admired here, and it is our feeling that the material constituting the record of your career and your life should be carefully preserved in our new Library.9 Dopo un anno di trattative e di preparativi una parte delle carte dolciane veniva infine inviata oltre oceano10, dove tuttora è conservata la Danilo Dolci collection: come si legge sul sito dell’Università si tratta di lettere originali scambiate con intellettuali del tempo (tra i quali Cesar Chavez, Aldous Huxley, Martin Niemoller, Laurence Olivier, Jean Piaget, Bertrand Russell, Italo Calvino, Alberto Moravia, Ignazio Silone, Noam Chomsky, Henry Kissinger, Linus Pauling) e di cui sono state fornite copie al centro; ma anche fotografie, una bozza dell’antologia poetica 9 AD-Cs, Lettera di Howard B. Gotlieb a Danilo Dolci, 22 giugno 1982; l’archivio conserva una seconda missiva, del 13 agosto 1982, che fa riferimento ad alcune richieste avanzate in una precedente lettera (del 14 luglio) da Dolci in risposta alla proposta; entrambe le lettere sono copie. 10 La rassegna stampa presente in archivio contiene copie di articoli che riportano la notizia, a dimostrazione del rilievo di questa donazione: tra questi “Italian Gandhi” Donates Papers to BU Library, “New England Newsclip”, 26 agosto 1983.
255 Creatura di creature e ancora materiale a stampa (come alcuni articoli di Dolci e pubblicazioni del Centro studi). Carte, integralmente riordinate e inventariate, che nel complesso occupano oltre 2 metri lineari di scaffalatura e sono conservate in 14 scatole/faldoni11. Questa svolta non interrompeva comunque il processo di sedimentazione della documentazione nei locali di palazzo Scalia, che sarebbe continuata fino alla fine del 1997. La morte di Dolci, vista la statura del personaggio e il ruolo centrale nelle vicende del Centro, costituì infatti una netta cesura anche per la sorte delle carte. Iniziava per loro una diaspora, che arbitrariamente spezzava il vincolo archivistico che univa il complesso documentario. Secondo la testimonianza di Amico Dolci, infatti, il fratello Cielo, sin dai primi mesi del 1998 decideva, in autonomia, di avviare il trasferimento dei documenti presso l’ex asilo del Borgo a Trappeto12. Le carte venivano però disposte senza un criterio e abbandonate in locali non idonei alla loro conservazione. A ravvisare la necessità di intervenire presto, per evitare di smarrire una memoria troppo preziosa per il paese, era tra i primi l’allora vicepresidente del Consiglio dei ministri con delega alla Cultura, Walter Veltroni, che durante una visita istituzionale si recava a Trappeto e da qui lanciava un allarme e nello stesso tempo assumeva un chiaro impegno: A Borgo di Dio, dove per decenni Danilo Dolci ha vissuto e lavorato, ora (un mese dopo la sua morte) l’istituto da lui fondato è in rovina. Qualche vandalo ha rotto i vetri, l’acqua 11 La pagina del sito è consultabile al seguente url: archivesspace.bu.edu/ repositories/9/resources/1056. 12 Intervista rilasciata da Amico Dolci all’autore, registrata a Partinico l’11 luglio 2024.
256 257 sta distruggendo l’archivio che documenta anni di lavoro e di studio. Veltroni è venuto in visita, annuncia che i documenti saranno recuperati, catalogati, resi accessibili, dice che questo istituto non deve morire (Rosconi, 1998, p. 19). L’attenzione mostrata da Veltroni d’altra parte incoraggiava i figli e i collaboratori di Dolci, che nella stessa data della visita indirizzavano una dettagliata lettera al ministro per sollecitare interventi urgenti miranti alla salvaguardia e tutela, in particolare, di “un gran quantitativo di ʻmaterialeʼ di grandissimo valore scientifico, culturale e storico di interesse sovranazionale […] in larghissima parte attualmente custodito nella sede – storica – dell’ex Centro studi, via Largo Scalia 5, Partinico”13. La missiva proseguiva poi elencando alcune priorità per la valorizzazione di questo patrimonio: ad esempio si individuava l’ex casa di Dolci, situata all’interno del borgo di Trappeto, per ospitare l’archivio esistente, ma solo dopo aver svolto adeguati interventi di ristrutturazione; si fissava l’obiettivo di implementare l’archivio con altro materiale documentario “sparso per il mondo” e con materiale audiovisivo sull’opera di Dolci; infine si segnalava l’esigenza di creare una struttura operativa, capace di gestire il patrimonio culturale e la memoria storica di Dolci, assumendo personale specializzato. Il progetto di istituire un archivio storico veniva poi rilanciato, nei mesi successivi, al momento della rifondazione del Centro (giugno 1998) e ancora attraverso il progetto, siglato mediante un protocollo di intesa tra quattro comuni e nove associazioni a settembre 1998, finalizzato all’istituzione di un parco letterario intitolato a Dolci e diffuso nel territorio della valle Jato (Casarrubea, 1998). Ciò dimostrava, in quella 13 AD-Cs, Copia della lettera firmata da Pino Lombardo (per i figli, i collaboratori e gli amici) e indirizzata all’on. Veltroni, 24 gennaio 1998.
257 fase, una grande attenzione e una volontà condivisa di non disperdere le tracce materiali di quanto, con fatica e impegno di molti, era stato progettato e realizzato nel tempo. D’altra parte anche l’impegno promesso dal ministro Veltroni intanto produceva ben presto i primi risultati concreti: veniva infatti incaricata la Soprintendenza archivistica per la Sicilia, che avviava un progetto di recupero e inventariazione concluso nel 1999. Nell’introduzione dell’inventario, curato dal funzionario archivista Mario Basile, era evidente come l’attenzione si fosse prioritariamente rivolta sul nucleo conservato presso il Borgo di Trappeto, a causa della “situazione di abbandono in cui versava la documentazione, rimossa dalle scaffalature ed ammassata per terra all’interno della biblioteca del centro, devastata dai vandali e gravemente danneggiata dalle infiltrazioni d’acqua provenienti dal tetto”14. Accanto ai problemi legati al pessimo stato di conservazione l’estensore rilevava anche un problema di dispersione: infatti diversi nuclei documentari risultavano al tempo conservati da familiari di Dolci (la figlia Daniela), conoscenti (come l’ex sindaco di Partinico, Giuseppe Di Trapani) e diversi ex collaboratori di Dolci (Franco La Gennusa, Alfredo Rubino, Pasquale Marchese, Benedetto Zenone, Salvatore Inghilleri). Infine si segnalava la presenza di un nucleo documentario del Centro all’interno dell’archivio del Cresm (Centro ricerche economiche e sociali per il Meridione), creato da Lorenzo Barbera dopo la rottura con Dolci seguita al terremoto del 1968 nel Belìce15, e ancora in Germania, presso l’erede del presidente del Comitato tedesco degli amici di Danilo Dolci. La diaspora delle carte dolciane però non si esaurisce qui: bisogna infatti considerare come all’estero sia presente – oltre alla documentazione tedesca e quella in possesso di Daniela Dolci, ovvero quella relativa al Comitato svizzero degli amici
258 259 di Danilo Dolci16 – un nucleo donato da Jerre Mangione, uno dei maggiori sostenitori di Dolci in America, allo Swarthmore College (Stati Uniti)17; a Roma invece il MuSEd (Museo della scuola e dell'educazione Mauro Laeng), che ha sede presso il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli studi Roma Tre, conserva nel fondo di Vincenzo Borruso (già medico e collaboratore di Dolci) un nucleo di carte del Centro, oltre alla documentazione di una struttura parallela, il Centro sperimentale di educazione sanitaria e alimentare della popolazione attivo dal 1962 al 196818. Il censimento realizzato dalla Soprintendenza, che rilevava la presenza di 328 unità (non viene specificato se fascicoli o faldoni), pur consentendo di fotografare lo status quo, non segnala tuttavia l’avvio del processo di valorizzazione e tutela invocato da più parti. La situazione, infatti, appariva ancora critica sul finire del 1999, come testimonia, in un lungo reportage, la scrittrice Maria Pace Ottieri che, 16 Daniela Dolci – intervistata dall’autore a Partinico, il 2 settembre 2024 – afferma di essere stata alla guida di uno dei tre comitati di supporto presenti sin dal 1962 in Svizzera (quello di Basilea) e che lo stesso è stato sciolto nel 2012. Una prima parte della documentazione, costituita da alcuni raccoglitori contenenti corrispondenza, stampati e altri documenti, nei mesi scorsi è stata consegnata per essere inventariata ed è conservata presso l’istituto comprensivo Privitera-Polizzi di Partinico. 17 Le carte donate da Mangione – definite Danilo Dolci papers - occupano uno spazio di poco oltre il metro lineare e sono conservate in 9 scatoloni/faldoni; sono parte di una collezione dedicata ai movimenti pacifisti nel mondo. Il link per consultare l’inventario online è: https://archives. tricolib.brynmawr.edu/repositories/8/resources/7411. 18 Il link dell’inventario digitale, relativo al subfondo Centro studi e iniziative per la piena occupazione, è il seguente: romatre-museodidattica. archiui.com/oggetti/3428-centro-studi-e-iniziative-per-la-piena-occupazione?i=1.; sul centro si rimanda al contributo di Francesca Borruso in questo stesso volume.
259 descrivendo lo stato di abbandono del Borgo, con le strutture in rovina e in preda ai vandali, aggiungeva: Per terra […] giacciono telegrammi degli anni Settanta di docenti dell’Università del Michigan che confermano la loro partecipazione a un seminario, fogli sparsi sfuggiti alla catalogazione: ne stacco uno che mi si è appiccicato alla suola e leggo le teorie di un vecchio socialista svedese, Osten Undèn (Ottieri, 1999, p. 44). Non doveva essere migliore la condizione dei documenti ancora presenti nella storica sede di largo Scalia, tanto da allarmare il comitato svizzero, che in una lettera sollecitava un tempestivo trasferimento in nuovi locali, idonei e sicuri.19 Uno spostamento fisico che in effetti avvenne, ma solo sul finire del 2001 e a seguito della definitiva liberazione dei locali. Carte e arredi ancora presenti verranno così trasferiti – tra ottobre e novembre di quell’anno – in alcune aule offerte dalla scuola media statale G.B. Grassi Privitera di Partinico, grazie alla disponibilità dell’allora preside, prof. Giuseppe Casarrubea, in passato attivo collaboratore del Centro e di Dolci, a seguito di una convenzione stipulata tra l’istituto scolastico e il centro.20 Non venivano intanto risolti i diversi problemi che impedivano di completare l’integrale ricognizione sulla documentazione, che risultava a questo punto divisa in due diverse sedi: 19 In una lettera indirizzata il 16 febbraio 1999 dall’associazione degli amici svizzeri al presidente del Centro per lo sviluppo creativo (prof. Antonino Mangano) – di cui si trova copia nell’AD-Cs - si parla di “materiali [che] giacciono oggi in modo assolutamente precario nei locali del Centro studi in largo Scalia a Partinico, esposti a tutti i rischi immaginabili”. 20 Il testo della convenzione, siglata il 12 novembre 2001, è conservato, in diverse copie, in AD-Cs.
260 261 lo testimonia la corrispondenza con la Soprintendenza in merito all’iter per la dichiarazione di notevole interesse storico,21 che si sarebbe concluso solo diversi anni più tardi, con il decreto n. 95 del 29/11/2007. Il testo della dichiarazione tuttavia fa riferimento soltanto a quanto conservato presso l’ex centro di Trappeto, mentre nessuna menzione viene fatta del nucleo di Partinico.22 Intanto, nello stesso anno della dichiarazione, un consistente nucleo composto da edizioni musicali, dischi, libri e riviste, che documenta la colta e generosa familiarità con la musica di Danilo Dolci e dei suoi figli, oltre al diretto impegno del Centro studi in questo ulteriore ambito (che si concretizzò in concerti, incontri e seminari), venne donato da Amico, Chiara e Daniela Dolci al Conservatorio Antonino Scontrino di Trapani dove è tuttora conservato. iii. Una lenta rinascita: il progetto archivistico di riordino e inventariazione Con la dichiarazione di interesse tuttavia non cambiavano le condizioni dell’archivio, che rimaneva diviso in due tronconi. Mentre però il nucleo conservato a Trappeto, legalmente detenuto da Cielo Dolci, uno dei figli del sociologo, rimaneva sostanzialmente immutato, l’archivio ospitato presso la scuola media di Partinico continuava ad essere uti21 Si veda, ad esempio, la lettera (ora in AD-Cs) con la quale Daniela Dolci, rivolgendosi ai funzionari della Soprintendenza archivistica, il 29 novembre 2000 lamentava gli impedimenti che non consentivano di completare la ricognizione dei materiali conservati al Borgo. 22 Si rimanda alla dichiarazione di interesse storico, rilasciata dalla Soprintendenza archivistica per la Sicilia, che sottopone l’archivio privato “Danilo Dolci” alla disciplina del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.
261 lizzato e curato dal Centro per lo sviluppo creativo. Da una parte ha svolto infatti la funzione di archivio di deposito, ospitando i documenti che avevano perso il loro scopo pratico, come mostrano gli incartamenti più recenti che arrivano sino al 2010. Dall’altra, per la parte storica, agli studiosi che si sono nel tempo rivolti alla Soprintendenza o allo stesso centro, è stata garantita la consultazione – nonostante gli spazi angusti e l’assenza di mezzi di corredo archivistici – grazie alla disponibilità di Amico Dolci (presidente del Centro e uno dei figli di Danilo), affiancato fino al 2004 dall’ultima segretaria del centro, Josè Martinetti. Una vera svolta avverrà solo in tempi recenti. Più precisamente nel 2023, a seguito della presentazione, da parte sempre del Centro per lo sviluppo creativo, di un progetto di intervento archivistico, ammesso al contributo del ministero della Cultura, per avviare il percorso di riordino e inventariazione dell’intero fondo.23 Tale progetto, presentato nuovamente anche nell’anno successivo, ha consentito a chi scrive, in qualità di archivista qualificato individuato dal Centro, di operare sull’archivio realizzando i primi passaggi e programmando gli interventi futuri, in stretta sinergia con la Soprintendenza archivistica, in particolar modo con la dottoressa Elena Montagno, incaricata di supervisionare le attività svolte nell’ultimo biennio. Sin dalla fase preliminare, impiegata per un’analisi sommaria della documentazione e lo studio dei soggetti produttori (Danilo Dolci e il Centro, nella sua evoluzione storica), 23 Il progetto, che ha partecipato al bando per la concessione di contributi a progetti riguardanti interventi da effettuarsi su archivi dei movimenti politici e degli organismi di rappresentanza dei lavoratori o di loro esponenti, è stato ammesso al finanziamento pubblico con decreto della Direzione generale archivi n. 709 dell’8 giugno 2023; analogo il contributo ricevuto l’anno successivo con decreto n. 632 del 19 giugno 2024.
262 263 si è ravvisata l’urgente necessità di individuare nuovi locali adatti alla conservazione delle carte. Esigenza che era stata segnalata in passato anche dalla Soprintendenza archivistica, a seguito di alcune ispezioni svolte presso la scuola media Privitera (dal 2016 plesso di scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo Privitera-Polizzi). La rinnovata collaborazione tra dirigenza scolastica (retta dalla prof.ssa Rosa Maria Rizzo e poi dal prof. Carmelo Belfiore) e il Centro ha permesso di individuare così una nuova spaziosa aula, posta al secondo piano dell’edificio, e di avviare immediatamente, nel corso dell’estate del 2023, lo spostamento della documentazione collocata dal 2001 in una stanza che presentava ormai diverse criticità (umidità, scarsa aereazione e luminosità, spazi ristretti). Parallelamente all’allestimento del nuovo spazio – mediante il fissaggio di nuova e più adeguata scaffalatura metallica, posta lungo due pareti – si procedeva con il trasferimento delle carte presenti nell’ex asilo del Borgo di Trappeto, conservate in locali ancor più degradati, esposte alle infiltrazioni di acqua dal tetto e agli animali (colombi e roditori) e insetti, come mostravano con evidenza le macchie di umidità o causate da escrementi. L’archivio è tornato così ad essere riunito, dopo un lungo periodo di divisione seguito alla morte di Dolci. Al termine di una fase di smassatura, che ha permesso di distinguere il materiale bibliografico (riviste e libri) e collocarlo in un’aula attigua, è emersa la sua consistenza complessiva: la documentazione, che copre un arco cronologico molto ampio (dai primi anni Cinquanta fino all’incirca al 2010), oggi occupa all’incirca 30 metri lineari, ed è conservata all’interno di 200 buste/raccoglitori e circa 500 fascicoli sciolti. Svolgendo un esame sulle unità di conservazione, partendo dai dati estrinseci desumibili sulle etichette applicate, sul-
263 le camicie dei fascicoli o sul dorso di buste/faldoni, è evidente la presenza di alcuni nuclei che probabilmente riflettono anche un trattamento diverso e diverse modalità di conservazione: ad esempio buona parte dei fascicoli presenti al Borgo (circa 300 sui 500 totali) riportano all’esterno un timbro con la dicitura “Archivio Dolci” con sotto, aggiunta a mano, la scritta “Cielo Dolci detentore”. Si tratta, con tutta evidenza, delle carte esaminate e censite dalla Soprintendenza e alle quali si riferisce la citata dichiarazione di interesse del 2007. Per quanto riguarda invece le carte rimaste a Partinico, e conservate dal 2001 presso la scuola media, emerge invece la presenza di alcune unità che, sul dorso dei faldoni, riportano spesso – sotto forma di elenco – i titoli dei fascicoli contenuti all’interno e una segnatura (ad esempio una successione alfabetica) che fa supporre una forma di ordinamento/riordinamento operata, molto probabilmente, dalla citata Josè Martinetti. Il confronto poi con i titoli delle unità contenuti nell’inventario sommario curato dalla Soprintendenza nel 1999 mostra un altro dato rilevante: nel tempo è andata perduta parte della documentazione censita dal funzionario incaricato. I motivi e le cause possono essere solo ipotizzati: tra queste sicuramente lo smarrimento, nel corso delle passate operazioni di trasferimento, o l’indebita appropriazione da parte di ex collaboratori del Centro o altri soggetti che hanno approfittato delle condizioni di confusione per portare via alcuni materiali. Lo studio della documentazione presente – attraverso una schedatura analitica, ancora incompleta – ha consentito di individuare nel complesso archivistico la confluenza e la coesistenza, di fatto, di due distinti fondi: il “superfondo” (o fondo complesso), che ne è il prodotto, risulta così composto dal “fondo Centro studi ed iniziative per la piena occupazio-
270 271 pello il cui nucleo risale al 1988 e che condensa l’impegno del secondo Dolci, in questo contesto due risorse diventano essenziali: l’autoanalisi e l’educazione. ii. Rapporti sbagliati L’autoanalisi non è cosa nuova. Tutto il lavoro fatto a Trappeto, a Partinico, a Palermo mirava a dare alle comunità la consapevolezza dei propri problemi, della loro origine e delle possibilità di affrontarli. C’erano in quel caso problemi vistosi: la fame, la povertà, la disoccupazione, la mafia. L’autoanalisi serviva da un lato a svelare le potenzialità presenti nella comunità – la progettualità che porterà alla costruzione della diga sullo Jato, ad esempio – e dall’altro a individuare i veri bisogni, sottraendoli alla strumentalizzazione da parte del sistema mafioso-clientelare. L’autoanalisi ora sembra continuare, in un contesto mutato, soprattutto questo secondo aspetto. In una società opulenta è necessario che ognuno senta di avere bisogno di molte cose, affinché un’economia fondata sulla produzione di beni non indispensabili funzioni. Ma quali sono i nostri veri bisogni? E quanti di essi sono soddisfatti nella società opulenta? Dolci non muove da un’ideologia politica. Non ha una sua teoria sulla società capitalistica e sulle sue alternative. Questa è una delle caratteristiche più sorprendenti della sua personalità. Pur facendo un lavoro politico, per tutta la vita ha difeso la sua prassi e la sua ricerca non solo da adesioni ideologiche, ma anche da schemi teorici troppo stringenti. In un certo senso per lui le persone vengono prima delle ideologie. Non è un caso che la Bozza di Manifesto abbia un carattere corale; c’è un testo-proposta, che presto analizzeremo, cui seguono i contributi di persone note o comuni: da Noam Chomsky, Mario Lodi, Raffaele Laporta, Tonino Bello e An-
271 drea Zanzotto fino ai bambini di una scuola elementare della provincia di Siracusa. Contano non le ideologie, i sistemi di pensiero, ma le voci che ci intrecciano; conta il di più maieutico. È sempre a questo di più che mira l’azione di Dolci. Questo spiega anche la struttura della Bozza di Manifesto. Un’analisi essenziale della società (ancora) attuale seguita da un invito a “ciascuno, dovunque possibile” (Dolci 1991, vol.I, p.33) a promuovere situazioni di autonalisi e di sperimentazione di forme di vita sociale alternative. La Bozza parte da una diagnosi: “Una malattia ci intossica e impedisce: la vita del mondo è affetta dal virus del dominio, pericolosamente soffre di rapporti sbagliati” (ivi, p.21). Già in queste prime righe la questione del dominio, che può apparire astratta o ideologica, è ricondotta alla concretezza delle nostre situazioni relazionali. C’è il dominio, certo, degli Stati che costruiscono imperi commerciali, difendendo i propri interessi (o il proprio “stile di vita”) con guerre feroci, ma è l’affiorare tragico, sul volto della storia, di una asimmetria violenta che attraversa tutta la società, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. Anche in quello educativo. L’asimmetria, considerata normale, fondata, pienamente giustificata dalle cose, tra l’educatore e l’educando, degenera fin troppo facilmente in una forma di dominio in cui il primo subisce, in nome dell’educazione, un rapporto malato e violento. iii. Altri problemi In una lettera dell’agosto del 1963 Aldo Capitini, comunicando a Dolci il suo parere su un suo saggio sulla pianificazione, osservava che in una fase successiva alla pianificazione “sorgono altri problemi e gravi, per evitare le tentazioni del benessere che sono dolorose come quelle della povertà”. Occorre che una impresa economica, pur democratica come
272 273 una cooperativa, entri in un quadro generale “che potrebbe essere anticapitalistico, antiautoritario, antiimperialistico”. E lo invitava a un’azione educativa rivolta ai più piccoli (“che non mi pare tu tratti adeguatamente”) intesa come una sorta di “pianificazione ombra” da aggiungere al lavoro-lotta per la diga, per “preparare le persone che domani si valgano del grado raggiunto per una lotta universale” (Capitini e Dolci, 2008, pp.204-205; lettera da Parma del 23 agosto 1963). È esattamente la direzione che prenderà il lavoro di Dolci dalla fine degli anni Sessanta. Dall’impegno per lo sviluppo comunitario nonviolento passa gradualmente alla sperimentazione di una alternativa maieutica alla scuola. Nella sua analisi della società locale e globale la scuola diventa un’istituzione chiave. Essa, come meglio vedremo più avanti, soffre degli stessi mali della società; il suo assetto tradizionale non consente alcuna autentica comunicazione, ossia quello scambio che è facilitato da rapporti orizzontali e soffocato dalle gerarchie. Di qui il tentativo del Centro educativo di Mirto, la cui sperimentazione ha incontrato, come è noto, difficoltà di ogni tipo, anche strutturali (il ponte screpolato di accesso) ed economiche, ma che anche nelle condizioni migliori difficilmente avrebbe potuto soddisfare le esigenze di Dolci. Non è azzardato forse confrontare Mirto con Nomaldelfia. In una conversazione con Giacinto Spagnoletti, Dolci ricordava di aver lasciato Nomadelfia, tra l’altro, perché finì per l’apparirgli “un nido caldo che rischiava di compiacersi di sé”, lasciando aperta la domanda: “e il resto del mondo?” (Spagnoletti, 1977, p.38). C’era da verificare se quelle idee, quelle pratiche erano in grado di aprirsi la via in una comunità reale: e venne Trappeto. Ma anche Mirto rischiava di essere un’isola educativa autocompiaciuta. Un rischio ben lontano, a dire il vero, perché Mirto ebbe ben altri problemi; ma nella
273 migliore delle ipotesi si sarebbe trattato di un centro educativo modello. Che in realtà avrebbe modellato ben poco, lasciando la scuola pubblica così com’era, così come è sempre stata. Bisognava invece trasformare quella scuola, portare in essa la prospettiva e l’apertura della Maieutica Reciproca. Dolci non è riuscito a farlo. Nonostante i notevoli sforzi nell’ultimo periodo della sua vita e l’impegno del Centro per lo Sviluppo Creativo successivo alla sua morte, la Maieutica Reciproca è ancora una prassi quasi sconosciuta nelle scuole italiane. Non compare, ad esempio, tra le Avanguardie Educative, il movimento dell’INDIRE nato nel 2014 per sostenere, valorizzare e diffondere le innovazioni metodologiche e didattiche delle scuole italiane, e che comprende pure pratiche dialogiche come il Debate o il Dialogo euristico, nato dall’esperienza del maestro Franco Lorenzoni (Indire, 2019). iv. Un’attività libera Le ragioni di questa assenza sono complesse e vanno ricercate da una parte nella biografia di Dolci, dall’altra, per così dire, nella biografia recente della scuola italiana. Noto a livello internazionale negli anni Cinquanta come figura tra le massime della nonviolenza mondiale, dalla seconda metà degli anni Sessanta Dolci è entrato progressivamente in un sostanziale oblio. Pur in dialogo con personalità di assoluto rilievo sia a livello nazionale che internazionale, ha avuto rapporti sostanzialmente deboli con il mondo accademico e della ricerca pedagogica, cosa che ha ostacolato il riconoscimento del valore innovativo del suo metodo per la scuola italiana. Ugualmente estraneo è stato, Dolci, alle due grandi correnti ideologico-politiche che a lungo hanno segnato la nostra vita pubblica e culturale: quella cattolica e quella comunista. Certamente più vicino alla seconda che alla pri-
274 275 ma, nonostante la forte religiosità iniziale, e tuttavia solitario, ostinatamente alla ricerca di una via propria, libera da condizionamenti ideologici. Dolci è stato, ed è, un riferimento di prim’ordine per chi si riconosce nell’idea e nella prassi della nonviolenza, anche dal punto di vista pedagogico; ciò da un lato ha consentito di mantenerne in vita il messaggio, dall’altro l’ha confinato nel campo dell’educazione nonviolenta, facendo passare in secondo piano le potenzialità trasformative della Maieutica Reciproca per la scuola italiana. D’altra parte quest’ultima si è incamminata sulla via di una innovazione che passa prevalentemente, se non esclusivamente, attraverso gli strumenti digitali. Le aule si sono progressivamente dotate di computer, lavagne elettroniche, tablet, fino ai visori per la realtà virtuale e ad altri avanzatissimi dispositivi che stanno giungendo grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un rinnovamento tecnologico cui non corrisponde necessariamente un effettivo rinnovamento didattico. La lavagna elettronica consente di porre di fronte agli studenti contenuti estremamente più ricchi e vivaci rispetto alla vecchia lavagna di ardesia, ma ciò non implica affatto un lavoro realmente diverso, ed è tutt’altro che infrequente che sia adoperata per proiettare il manuale, nella versione elettronica rigorosamente accessibile solo attraverso la piattaforma della casa editrice. Strumenti come i visori per la realtà virtuale conducono gli studenti dentro ambienti che possono essere estremamente suggestivi, ma che restano creati, progettati da altri. Non si educano gli studenti a un uso conviviale, per dirla con Illich (2005), degli strumenti informatici; dar loro le conoscenze per acquisire padronanza sia dei dispositivi che del software implica un approfondimento che pochi vogliono, perché comporta un lavoro (come lo studio del codice informatico) che non sembra conciliarsi con la vocazione umanistica della scuola italiana.
275 Dolci avrebbe probabilmente messo tutto ciò sotto il segno dello spreco, una delle sue parole-chiave. Spreco economico, perché le scuole sono spesso dotate di dispositivi che sono anche troppo evoluti per le competenze effettive dei docenti e vengono ordinariamente sotto-utilizzati; ma soprattutto spreco di opportunità, di possibilità di cambiamento. E di tempo, che è lo spreco peggiore. La Maieutica Reciproca (d’ora in poi MR) è una metodologia analogica. Non richiede l’acquisto di alcun dispositivo; sono sufficienti le sedie e uno spazio per disporle in cerchio (cosa che, a dire il vero, nella scuola italiana non è scontata). Ma è una metodologia che non è possibile introdurre senza un cambiamento profondo di un aspetto centrale della scuola: la relazione tra docente e studente. Ed è da ricercare qui, probabilmente, la ragione della scarsa diffusione della MR nelle scuole. Durante un seminario di MR il docente rinuncia al suo ruolo di detentore del sapere. Non solo: rinuncia a valutare e perfino a costringere gli studenti a qualsiasi attività, perché Dolci voleva che nessuno fosse spinto a partecipare a un seminario di MR, ed è importante che questo spirito venga conservato anche in campo scolastico. Un’attività dunque interamente libera, alla quale si è liberi di non partecipare, e per la quale non si è valutati. Uno spazio e un tempo nei quali il docente diventa un semplice ponte, un facilitatore del confronto, con l’unico compito di favorire uno scambio quanto più possibile profondo e vero. Formando i docenti alla MR capita di trovare quasi incredulità di fronte a una simile prospettiva. O paura di perdere il controllo. Che succede se gli studenti dicono cose inaccettabili? Che fare se la discussione degenera? Dubbi che vengono, spesso, ancora prima di qualsiasi tentativo, e servono a difendersi da un’esperienza percepita come minacciosa. E ciò è comprensibile: non è facile compiere uno scarto rispetto al
276 277 proprio ruolo consolidato, passare dallo stare in cattedra al sedersi il cerchio, dalla parola privilegiata alla parola al servizio della presa di parola altrui. Ma va anche peggio quando il docente è magari anche ben intenzionato, ma davvero non riesce a liberarsi dal suo ruolo consolidato. Cerca di dare la parola, ma presto se ne riappropria. Il seminario di MR diventa una lezione, nemmeno troppo dissimulata. Ma è accaduto anche che un docente abbia sospeso bruscamente il primo tentativo di seminario dopo aver ascoltato un’opinione non gradita, giudicando inopportuno e perfino pericoloso quello spazio di confronto. Uno spazio che è invece urgente, per una serie di ragioni che proverò a spiegare. v. Perché la scuola, oggi? La scuola è una delle istituzioni attraverso le quali si è manifestata in età moderna la cura biopolitica della popolazione. Scuole, manicomi, carceri, ospedali, caserme. Istituzioni nelle quali molte persone vengono rinchiuse, sorvegliate, disciplinate, educate per il bene loro personale e per il progresso della società intera. Istituzioni benefiche, perfino salvifiche, che seguono principi strettamente razionali. Nel caso della scuola, a prevalere sarà la particolare razionalità della Ratio studiorum dei Gesuiti, una organizzazione della vita scolastica capillare, con affinità impressionanti con la scuola di oggi. Tramontata definitivamente la libertà degli studenti universitari del Medioevo, per noi oggi perfino inconcepibile, la vita scolastica prende la forma di un ambiente rigidamente organizzato, fortemente disciplinato, evidentemente violento (molte furono, nel corso del Seicento, le rivolte studentesche, anche armate, contro la rigidità dei collegi gesuitici: cfr. Viguerie, 1986), in cui ogni progresso è misurato
277 con il sistema dei voti. Il senso di una simile istituzione era chiaro a tutti. V’era un ordine cosmico cui corrispondeva un ordine sociale. C’era Dio, un Dio che esigeva una precisa disciplina spirituale – quella degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, per restare in ambito gesuitico – e la mobilitazione di tutte le proprie energie intellettuali e morali, perché la salvezza non era cosa da nulla; e c’era una società nella quale occorreva inserirsi con successo (le scuole gesuitiche formavano la classe dirigente), ma senza dimenticare di essere al servizio della Chiesa. E oggi? Perché la scuola, oggi? Una domanda che può apparire come una provocazione, perché siamo assolutamente convinti della bontà dell’istituzione scolastica, e che tuttavia non è difficile indovinare dietro varie forme di disagio degli studenti. Come mai in una istituzione così sensata, così evidentemente buona, tanti stanno male? Perché vi stanno male gli studenti, ma spesso anche i docenti. Si tratta di una situazione che la pandemia ha acuito.1 La didattica a distanza ha rappresentato una sospensione del normale, secolare setting della scuola. Sono scomparse le aule, i banchi, le cattedre; i docenti hanno fatto lezione entrando nelle camerette degli studenti attraverso il monitor di un computer (e spesso di uno smartphone). Gli studenti hanno potuto studiare nell’intimità e nel calore del loro ambiente. Sono saltate, per forza di cose, anche le modalità relazionali, perché era sufficiente spegnere la webcam per sottrarsi allo sguardo del docente. Quella sospensione forzata avrebbe potuto essere l’occa1 Secondo una consultazione pubblica dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’ottobre 2024, “rispetto ai disturbi persistenti dalla pandemia in poi il 51,4% dei ragazzi soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungata” (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, 2024, p.15).
278 279 sione per una trasformazione radicale dell’istituzione scolastica o almeno per una riflessione comune. È accaduto invece che, appena si è tornati in aula, la scuola ha ripreso il suo procedere consolidato, il suo ritmo incalzante fatto di scadenze, verifiche, voti: una macchina che produce valutazioni e diplomi. Una macchina sempre più priva di senso, vissuta dagli studenti con un disagio sempre più profondo. La condizione della scuola oggi appare come quella di un’istituzione che ha bisogno di essere istituita nuovamente (cfr. Vigilante, 2021 e 2025). Sappiamo di aver bisogno della scuola, ma sappiamo anche che la scuola che abbiamo è ampiamente inadeguata, come dimostrano i continui tentativi di riforma. Della società moderna, che ha creato lo schema di base della scuola, è rimasto ben poco, sia a livello sociale che, soprattutto, a livello di visione del mondo generale. La società post-moderna, o della tarda modernità, si presenta con una disperante complessità, come una matassa di cui risulta difficile cogliere il bandolo. Sappiamo, più o meno, cosa occorre per cavarsela in una tale società – le cosiddette competenze-chiave – ma la scuola dovrebbe mirare a qualcosa di più del semplice adattamento alle dinamiche e ai cambiamenti economici, tecnologici e sociali. Quale società vogliamo davvero? Come vogliamo vivere davvero? Sono domande che non possono ricevere, a livello politico, che risposte gravemente contrastanti, mancando un quadro assiologico comune. E presa tra spinte contrapposte – verso il mercato, verso la formazione individuale, verso l’identità nazionale e così via – l’istituzione risulta sostanzialmente bloccata, abbarbicandosi a due certezze: la burocrazia, che crea una sorta di scuola di carta parallela a quella reale, nella quale tutte le contraddizioni della fragile realtà quotidiana sono felicemente risolte (basta leggere i PTOF delle scuole o i documenti riguardanti l’inclusione per inoltrarsi in meravigliosi paradisi pedagogici) e la routine consolidata, gli inscal-
279 fibili, rassicuranti rituali della lezione, dell’interrogazione, del permesso per andare in bagno e così via. L’istituzione ha bisogno di cambiare, ma non cambierà dall’alto. Si può provare a cambiarla dal basso. E restituirla, in due sensi: istituirla nuovamente e consegnarla. La prima forma di restituzione consisterà – se seguiamo la via indicata da Dolci – nell’aprire all’interno dell’istituzione lo spazio necessario per accogliere qualcosa di più vivo: una struttura maieutica. vi. Istituzione e struttura In Fare presto (e bene) perché si muore Dolci afferma senz’altro che lo Stato è male: Lo stato, come entità a sé, autoritario, al di fuori della coscienza, della vita degli uomini, è un male. Tra persone che abitano una medesima terra, lo stato dev’essere una semplice amministrazione degli interessi e dei servizi collettivi. La società vera è comunità di persone concordi per vivere e far vivere i figli, secondo le proprie convinzioni: che dovrebbero essere attinte dalla coscienza più profonda (Dolci, 1954, p.108). E continua con una critica dello stesso Stato democratico. Non è detto, intanto, che “la volontà dei più sia più chiaro indizio della giusta via”; e poi “oggi, in genere, lo stato è un’oligarchia eletta dal popolo”, un popolo ancora immaturo che viene “orientato e sedotto da pochi” (ibidem). Si tratta di considerazioni che preparano la conclusione, che è nell’idea, propria alla nonviolenza, della superiorità della volontà di Dio sulla legge umana; una volontà che “si manifesta nel proprio intimo nella preghiera e nella comunità degli uomini che cercano Dio sinceramente” (ibidem). È un passo che pone non pochi problemi, che qui è pos-
286 287 cultura e di umanità: gli esseri umani cercano di continuo insieme, in un’impresa creativa che si rinnova senza fine, il modo migliore di essere, di pensare, di esprimersi. Fare una scuola capace di giustizia sociale vuol dire dare accoglienza, in un’ottica dialogica, a ogni visione del mondo di cui la studentessa sia portatrice. Se la scuola è il luogo in cui occorre deporre la propria visione del mondo, liberarsi della propria lingua quotidiana, del proprio sistema di valori, della propria identità di classe per adeguarsi al modello umano scolastico, l’esito è già chiaro fin dall’inizio: proseguiranno il percorso quelli che per la provenienza sociale – o etnica – si adattano più facilmente a quel modello. Le cose cambiano se l’aula diventa il luogo – diverso da qualsiasi altro luogo sociale – in cui ognuno ha diritto di parola e dovere di ascolto; in cui i punti di vista, sottoposti a un lavoro quotidiano di scavo, finiscono per illimpidirsi, per usare un verbo caro a Dolci. Soprattutto, è urgente che questo lavoro di scavo riguardi la stessa cultura scolastica. Che non è innocente: e qualunque docente la ritenga tale è colpevole, nella migliore delle ipotesi, di distrazione. La stessa esclusione del lavoro manuale da tutti gli indirizzi che non siano strettamente professionalizzanti è espressione di un pregiudizio sociale che riproduce e perpetua la discriminazione sociale, e ciò benché una parte assolutamente significativa della pedagogia da più di un secolo affermi il valore educativo del lavoro. La scuola insegna che il lavoro intellettuale è più degno di quello manuale. E nello stesso campo intellettuale presenta orientamenti di valore che sono discutibilissimi: la storia, ad esempio, è insegnata in ottica eurocentrica, quando non nazionalistica, così come la filosofia è solo occidentale, come se il resto del mondo non avesse pensato nulla. Gli scrittori sono per lo più maschi e dalla pelle bianca. E così via.
287 Uno spaccato di cultura che porta tutti i segni di secolari rapporti di dominio che bisogna sottoporre a una critica serrata: e anche questo è un lavoro che può compiere solo una classe che si costituisca come un laboratorio maieutico. viii. La prospettiva sinagogica La scuola, in sintesi e in conclusione, acquista senso nella misura in cui sa essere un ambiente educativo e non solo un contesto socializzante. La socializzazione ci conduce nella fitta fitta rete delle regole sociali, con i suoi divieti, le pressioni, le punizioni, e ci invita a riconoscere e accettare i valori che la reggono. È con ogni evidenza una cosa necessaria, senza la quale le interazioni sociali sarebbero difficili, anche se la maglia della rete può essere più o meno stretta e in qualche caso può giungere a soffocare. Ma socializzare non è educare. Tutta la vita non è stare nelle regole, nei rituali, nei modelli sociali. L’educazione ha a che fare con l’ulteriorità del senso. Cosa vogliamo davvero? Quale vita vogliamo per noi e per tutti? Come vogliamo abitare il mondo? E il mondo, cos’è? Cos’è per noi? Se la socializzazione ha una dinamica verticale, perché è l’adulto che conosce le regole sociali e che guida pedagogicamente verso la loro comprensione e accettazione (e tuttavia i bambini hanno anche regole sociali loro), l’educazione accade sinagogicamente quando le persone si incontrano e comunicano in modo profondo e creano uno spazio di interrogazione e di ricerca del senso. Educare non è condurre verso un modello deciso da altri, genitori o insegnanti, né cercare di far nascere nelle nuove generazioni quelle qualità che una società ritiene necessarie. È una impresa illegittima, perché alienante, ma soprattutto inefficace. L’educazione accade in una situazione nella quale siano in atto i valori nei quali una
288 289 società democratica sostiene di credere, a cominciare dal dialogo. Ma nessun dialogo è realmente possibile in uno spazio strutturato con una cattedra e dei banchi, con una divisione dei ruoli che assegna ad un soggetto il possesso della verità e agli altri il compito di riceverla. Come ha ben visto Franco Basaglia, questa struttura si fonda in ultima analisi “sul ricatto e sulla minaccia” (Basaglia, 1971, p.115): la minaccia dell’esclusione della comunità scolasica (la bocciatura) che anticipa l’esclusione dalla comunità umana (il fallimento sociale). La struttura tradizionale della scuola, fondata sulla separazione tra chi ha il sapere e chi non lo ha, è inevitabilmente violenta e repressiva, anche quando si pone come aperta e democratica, perché nulla concede al bisogno di espressione, di analisi, di critica degli studenti (che è critica in primo luogo della stessa istituzione, metariflessione su quello che accade nel qui ed ora della situazione scolastica). È necessario operare, anche a scuola, quel rovesciamento istituzionale di cui parlava Basaglia a proposito dell’istituzione manicomiale (ivi, p.129); rovesciamento che consisteva semplicemente nel “mettere allo stesso livello medici e malati” (ivi. p.131). Se questo è stato possibile in un manicomio, in cui la differenza tra gli uni e gli altri appare segnata sia dalla malattia (che gli uni hanno, gli altri no) che dal sapere sulla malattia, è possibile anche a scuola. Ma come è possibile? E perché? Gli uni e gli altri, afferma Basaglia, sono “uniti nella stessa causa, tesi verso uno scopo comune” (ibidem). È questo movimento comune a trasformare radicalmente l’istituzione. In una situazione statica alcuni sono ad un livello superiore e altri a un livello inferiore. Sopra gli insegnanti, sotto gli studenti. I primi possiedono il sapere, i secondi lo ricevono. Ma che succede se mettiamo in movimento anche coloro che sono in alto? Se il sapere non fosse, per loro, un possesso, ma ancora una ricerca? E se fossero, loro, ancora alla ricerca di una
289 risposta alle domande sui valori, sul significato, sugli scopi dell’esistenza individuale e collettiva? E se riconoscessero che da chiunque può giungere un contributo a questa ricerca comune, compresi i loro studenti? È questo il movimento della sinagogia: muoversi insieme nella ricerca del senso, educandosi reciprocamente. E la MR può essere uno degli strumenti di questo movimento. Essa può fare delle aule, delle classi, degli agglomerati burocratici in cui venti e trenta persone sono costantemente sorvegliate, istruite, sottoposte a verifica degli apprendimenti, lo spazio in cui delle persone – compresa la persona dell’insegnante – si educano insieme. Bibliografia Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Salute mentale: come stanno i ragazzi. Risultati della consultazione pubblica promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, 2024. URL: https://www.garanteinfanzia.org/sites/ default/files/2024-10/salute-mentale-come-stanno-ragazzi_0. pdf Basaglia, F., Le istituzioni della violenza, in F. Basaglia (a cura di), L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico [1968], Einaudi, Torino 1971, pp. 111-151. Bookchin, M., Post-scarcity anarchism. L’anarchismo nell’età dell’abbondanza, Orthotes, Napoli 2024. Capitini, A., Dolci, D., Lettere 1952-1968, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Carocci, Roma 2008. Dolci, D., Fare presto (e bene) perché si muore, De Silva, Torino 1954. Dolci, D., Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino 1973. Dolci, D., libro del 1974 in cui si legge Sopra un frammento di galassia, (Dolci, 1974, p.209).
290 TM Dolci, D., Variazioni sul tema Comunicare. Bozza di Manifesto e contributi, Qualecultura/Jaca Book, Vibo Valentia 1991, 2 voll. Dolci, D., Nessi fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993. Dolci, D., La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci 1996. Fisher, M., Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, Winchester 2009. Illich I., La convivialità, Boroli, Milano 2005. Indire, Linee guida per l’implementazione dell’idea Dialogo euristico, a cura di Alessandra Anichini, Rudi Bartolini, Francesca De Santis, Tania Iommi, Laura Parigi 2019. URL: https://pheegaro.indire.it/uploads/attachments/3109.pdf Spagnoletti, G., Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, Milano 1977. Vigilante, A., Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia 2012. Vigilante, A., Cos’è una scuola pubblica?, “Gli asini”, 89, 2021. Vigilante, A., Per una scuola concreta, “La Ricerca”,28, 2025. Vigilante, A., Senza cattedra. La scuola possibile, in preparazione. Viguerie, J. de, I collegi in Francia, in Aa. Vv., Storia mondiale dell’educazione, diretta da Gaston Mialaret e Jean Vial, Città Nuova, Roma 1986, vol.II. Zuboff, S., Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, trad. Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2019.
291 Scuola, maieutica e territorio: come contrastare la dispersione scolastica Lucia Sorce* i. Quando una scuola diventa maggiorenne? Sembrerebbe una domanda piuttosto bislacca quella di definire una scuola maggiorenne se non fosse per i miei diciotto lunghi anni di dirigenza scolastica, trascorsi nello stesso istituto. Forse sarebbe più corretto chiedersi se vi siano delle specifiche condizioni per cui una scuola possa essere ritenuta socialmente responsabile, affidabile e coscienziosa, caratteristiche attribuibili -in astrattoa un soggetto adolescente al raggiungimento della maggiore età. Probabilmente, una scuola appare adulta quando l’arte maieutica è praticata in maniera sistemica, uscendo dalle aule per diffondersi negli ambienti circostanti più prossimi; appare responsabile se diviene riconoscibile, dall’interno e dall’esterno, un certo modo di fare scuola condiviso. O più semplicemente, quando la politica scolastica contribuisce a determinare una simbiosi tra educazione e cambiamento sociale, promuovendo processi di rigenerazione urbana, sociale e culturale, proprio come Danilo Dolci ha fatto nel corso della sua vita. Servono sguardi plurali e letture intrecciate, interconnessioni tra pubblico e privato per costruire alleanze educative efficaci, capaci di creare una comunità educante pronta ad assumere un ruolo rilevante nell’opposizione a quella pover- * Dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo Rita Borsellino, Palermo.
292 293 tà educativa che, seppur insidiosa, non deve necessariamente rappresentare un “destino ineluttabile” ma una possibilità di contrastare emarginazioni e fenomeni di esclusione sociale. Nel 1952 il sociologo di Trappeto protesta, con il digiuno, sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione, coinvolgendo altre persone in una catena umana di condivisione della causa, fino a ottenere l’attenzione della stampa e l’impegno delle autorità a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario. Fondamentale, dunque, è condividere metodo, linguaggio, processi e traguardi, in una prospettiva interdisciplinare che evidenzi come le pratiche socio-educative siano potenziali strumenti di emancipazione e crescita collettiva. Sulla scia di questi passi, l’istituto Rita Borsellino di Palermo ha cercato di comprendere e cambiare la visione di un territorio, quello compreso tra la Kalsa e Sant’Erasmo, offrendo possibilità di crescita democratica e voce a coloro che abbiano voluto o potuto coglierne l’occasione. Lo stesso Giancarlo Cerini (2021) ci ricorda quanto sia essenziale la capacità dell’educazione di operare come forza trasformatrice, intervenendo sulle dinamiche di potere, disuguaglianze e partecipazione sociale, precisando che bisogna “pensare ad una scuola come insieme di architetture relazionali dove i muri non siano confini ma interfacce”. La scuola è, infatti, definita presidio. Per Marchi e Pantaleo (2023, pp. 37-38), essa ha l’obiettivo di trasformare l’aggregazione casuale in un gruppo che condivide obiettivi e percorsi; e ancora: La scuola cerca, infatti, di offrire prospettive che aiutano ad affrancarsi dal narcisismo e dall’egocentrismo, a preferire al piacere individuale immediato il piacere legato all’investimento in attività significative che possono migliorare la vita di tutti.
293 Prendere la parola in assemblea, ad esempio, è un esercizio di esistenza e appartenenza, a prescindere dal ceto sociale o dal problema rappresentato. Significa avere voce, dare ascolto, manifestare coraggio. Le numerose feste e assemblee di piazza, organizzate in questo percorso di maturità, hanno rappresentato occasioni di crescita individuale e collettiva per una scuola cooperativa in divenire, in cui gli attori protagonisti del territorio praticano l’arte di ascoltare, immaginando altri mondi possibili, scardinando le cornici di cui facciamo parte, come ci insegna la Sclavi quando propone le sue sette regole vitali per una comunità che voglia definirsi veramente tale: Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per uscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva. Esercitare il punto di vista degli altri è un aspetto delicato ma necessario dell’arte maieutica. Se ci mettiamo nei panni di quell’alunno, se proviamo ad abitare l’atteggiamento di quel genitore di cui condanniamo il comportamento avremo la possibilità di esploriamo variabili percettive e sperimentare sguardi strabici, ovvero di cambiare idea su una o molte cose. Questo aiuta a contrastare la dispersione scolastica perché, prima di giudicare il qui e ora, saremo portati a valutare anche il passato, il futuro e altri spazi ed esperienze agite dai soggetti in esame nel presente. ii. Rigenerazione maieutica e dispersione scolastica Il connubio rigenerazione maieutica del territorio e di-
294 295 spersione scolastica ha a che fare con il principio dell’esagerazione e con la necessità di avere “adulti esagerati”, così definiti dal maestro Franco Lorenzoni (2021) in occasione della presentazione del Rapporto del Forum Disuguaglianze e Diversitàsu Patti educativi territoriali e percorsi abilitanti, alla presenza del ministro Patrizio Bianchi: un’indagine esplorativa che ha analizzato quindici esperienze territoriali, tra cui il Patto informale Kalsa-mare, di cui il nostro istituto fa parte. Lorenzoni ha così sottolineato la capacità eccezionale di una scuola come la nostra di prendere in carico non solo alunni e famiglie ma un intero quartiere. Essere inseriti in un report nazionale come una delle migliori quindici pratiche innovative di patto educativo territoriale, di certo, inorgoglisce ma, ancor più, aumenta il senso di responsabilità, prudenza e umiltà verso coloro che – da altre prospettive o angoli della penisola – ricercano indicazioni, modelli, format organizzativi da sperimentare e adattare. Del resto, le tre dimensioni esplorate dal gruppo di studio sono state anatomia, sostenibilità e cambiamenti generati. “Solo l’esagerazione permette di innestare cambiamenti significativi”, rilancia il maestro Lorenzoni che – durante la presentazione del report – pone domande sempre cogenti: Chi è che crea comunità? Quali energie si mettono in moto per creare comunità? Chi disfa comunità? Chi non influisce sulla comunità? L’istituto comprensivo Rita Borsellino di Palermo – pur avendo cambiato più volte nomi e plessi– ha di fatto mantenuto costante la politica di attuazione di processi trasformativi e rigenerativi, attraverso la pratica maieutica della lettura dei bisogni comuni e del contesto, per agire insieme a chi quei bisogni li manifestava, in rete con il privato sociale e il terzo settore, come avrebbe fatto probabilmente – con altri mezzi e modalità – proprio Dolci. La scuola ha prova-
295 to ad attuare (con tutti i suoi limiti e fragilità) quelle azioni di contrasto alla dispersione scolastica, cercando alleanze in un contesto urbano stratificato, multiculturale e complesso, situato tra la prima e la seconda circoscrizione, con lo spartiacque rappresentato dalla via Lincoln. Queste azioni sono divenute sempre più consapevoli con il passare del tempo poiché lentamente la teoria, appresa sui libri, si è amalgamata con la prassi del fare; l’estemporaneità dell’agire educativo ha lasciato posto alla programmazione di gruppo; la gestione delle emergenze è stata lentamente arginata con percorsi di progettazione partecipata; la lotta alla caducità degli spazi territoriali è divenuta trasformativa, estendendosi progressivamente all’intero quartiere di riferimento, strade e piazze comprese. Dal 2007 a oggi – seppur inizialmente da pochi – la scuola è stata percepita come polis educativa, capace di determinare una comunità educante sfaccettata ma pronta a contribuire ai complessi processi di rigenerazione urbana e sociale, con l’aiuto di famiglie e, talvolta, dell’amministrazione locale. Sostiene Pietro Costa (2017, p. 9): È nella città che i cittadini esercitano la virtù ed è in essa e per mezzo di essa che gli individui raggiungono la pienezza umana: solo un essere subumano o sovraumano, un animale o un dio, può far a meno di una dimensione “politica”. La città è una comunità unitaria di cui i cittadini sono le componenti attive e partecipi. Se si esercita la cittadinanza attiva, diminuisce la dispersione scolastica e aumenta la fiducia nella scuola. I dati parlano chiaramente: il tasso di dispersione scolastica si è abbassato nell’ultimo decennio di quasi dieci punti percentuale alla primaria (dal 9,6% del 2015-16 allo 0,5% del 2023-24) e
302 303 creazione dei loro capolavori da esporre negli spazi di transito, al servizio di chiunque. Non tanto capolavori per esaltare “il merito” attualmente inteso ma capolavori – come le Facce svitate, le Teste capovolte, i Ritratti srotolati, le Stanze dei giochi, Bidonart, Le finestre sul cortile – per esaltare il riciclo, lo spirito di gruppo, la cooperazione, una comunità operosa e la costruzione di un Noi. Attivando adulti e bambini, è stato possibile riconoscere loro dignità di parola, di pensiero, di azione, mediante la condivisione della responsabilità verso un luogo in trasformazione. Nel Children’s Museum, inaugurato nel 2008, ognuno ha trovato posto in rapporto al ruolo, al compito assegnato, alle possibilità personali, realizzando segni, disegni, opere collettive che hanno trasformato lo spazio e aumentato il senso di orgoglio e appartenenza. La scuola, dunque, diventa luogo democratico dove ognuno contribuisce come può ma arricchendosi mediante l’altro, mediante l’ascolto attivo e il fare insieme per la gioia di un obiettivo comune. Al Museo nessuno è bocciato. Non vi sono primi della classe. Ogni opera merita di essere ammirata. La stessa Libera Dolci, visitatrice del museo, ha scritto - nel pamphlet dedicato al Museo – un articolo dal titolo Racconto di un passante, in cui si legge (AutonomeForme, 2009, p. 8): “ciascuno diviene maieutica dell’altro in un processo di permanente coevoluzione”. Nel 2024 le opere del Museo son state sostituite con altre opere-capolavoro. Questa volta fotografie d’autore. Gigantografie di bambini e bambine del mondo, catturati dal grandangolo di professionisti del calibro di Saro Di Bartolo, Steve McCurry, Simon Lister, David Lazar. Ho avuto la fortuna, infatti, di essere stata segnalata – proprio per l’impegno verso il territorio – alla Besharat Arts Foundation, con sede ad Atlanta, e godere del progetto Art in the school, un’iniziativa del
303 mecenate americano Massoud Besharat, con cui la Fondazione omonima porta l’arte nelle scuole. Stavolta, però, le opere non sono state localizzate solo al plesso Amari in quanto le sessanta fotografie d’autore, donate alla scuola, sono state distribuite anche nei plessi Ferrara e Roncalli, quasi a voler creare una mostra itinerante, capace di unire i vari luoghi di cui si compone l’istituto comprensivo per rafforzare il legame del noi, all’insegna della bellezza e appartenenza, essendo state posizionate nuovamente nei corridoi, lungo le scale o negli androni, per ribadire il valore collettivo e educante dello spazio. iv. Altre rigenerazioni Danilo Dolci affermava che “ognuno non può che essere parzialmente creativo ma, partecipando, si accresce degli altri contributi creativi”. La sua idea di progresso era fondata sulla valorizzazione del territorio e dei suoi abitanti, mediante contributi personali e collettivi. Lui riusciva a svolgere un lavoro di capacitazione delle persone, spesso escluse dai processi decisionali. Interrogava, incuriosiva, problematizzava per e con la “gente semplice” che, intanto, imparava ad esprimersi, ascoltare e decidere, fossero contadini preoccupati delle poche risorse idriche in mano alla mafia o pescatori disperati per le difficoltà vigenti nel mondo della pesca. Uniti è meglio. Nascono così le aziende e le cooperative che producano cambiamento e sottraggono potere all’illegalità. Sono nati così, in maniera maieutica, i processi di progettazione partecipata e le iniziative di rigenerazione urbana caratterizzanti il territorio compreso tra Piazza Magione e via Tiro a segno, grazie a una rete di relazioni scuola-famiglie-associazioni-università che difende spazi educativi, giustizia sociale, genitorialità diffusa.
304 305 La scuola Rita Borsellino, dunque, ha maturato progressivamente scelte puntuali sul piano educativo e organizzativo, tendenti a promuovere confronti, protagonismo, dibattiti, assemblee, feste di quartiere, eventi di comunità di ogni sorta: dalle Olimpiadi popolari al Carnevale sociale, dall’assemblea contro lo sgombero alle feste di Natale in piazza. Occasioni preziose per spostare il baricentro dall’io esclusivo e miope al noi, collettivo e plurale, mediante uno sguardo allargato e critico, capace di rendere morbido e fluido il confine, talvolta eccessivamente demarcato, tra scuola ed extrascuola. Si potrebbe prendere a prestito – come slogan – il titolo di un quadrangolare di calcio, promosso da Unicef nel 2012, Io non vinco, tu non perdi, poiché le pratiche di democrazia attiva arricchiscono tutti, aldilà dei traguardi raggiunti. Se vogliamo essere il cambiamento che desideriamo nel mondo, come testimoniava Gandhi, dobbiamo partire da noi stessi, divenendo testimoni di battaglie sociali e politiche. Non possiamo pensare, neanche un istante, di predicare in aula la cittadinanza globale, partecipativa, inclusiva e sostenibile se non ci esercitiamo personalmente, esperendola nei nostri condomini, nelle nostre circoscrizioni, nel contesto di lavoro, esercitando il diritto di voto, favorendo ascolto attivo, mediazione e prassi di democrazia concreta come quella – realizzata ultimamente – del referendum sul grembiule, di cui ha parlato tutta Italia (Brunetto, 2025). Abbiamo diritto all’orizzonte, allo spazio pubblico educativo, al futuro prossimo, a un welfare culturale di qualità. Abbiamo diritto a “nuovi paesaggi educanti” tra natura e cultura (Weyland e Boaretto, 2024) ma avremmo anche diritto all’immaginazione e alla speranza. L’immaginazione del futuro è una delle competenze più complesse da sviluppare in adulti e bambini ma non può non appartenere a
305 chi si definisce educatore. Abbiamo necessità e dovere di contribuire al governo della città, ciascuno avendo cura di una porzione di spazio e di relazioni dentro quello spazio, con un fare maieutico. Così nel 2016 – dopo averlo salvato tre anni prima – è stato riqualificato il campetto spontaneo di Piazza Magione (allora, uno dei pochi luoghi aggregativi della Kalsa), destinato inizialmente a diventare un’area di sgambamento cani, secondo un progetto bieco dell’amministrazione locale che non aveva tenuto conto della presenza della scuola in uno dei quattro lati della piazza e, dunque, della prioritaria presenza dei bambini nello spazio. Nella stessa piazza, qualche anno dopo, è stato allestito un parco giochi sulla base dei disegni degli alunni, realizzato un playground davanti la scuola, aperti sportelli solidali, di consulenza legale, di ascolto pedagogico, di avviamento al lavoro: sono alcuni dei risultati di un’educazione alla responsabilità e alla collaborazione che, dal 2013, non si è mai arrestata tra scuola e terzo settore: Addiopizzo, Booq, Ubuntu, Send, Mare Memoria Viva, Cesie, Centro Danilo Dolci, La casa di Paolo, Palma Nana, Handala, Ideazione, Salvare Palermo, Asd Baskin Palermo, Asd Roller Academy, Vivi sano onlus, Università agli Studi di Palermo, Università Lumsa sono solo alcuni dei tanti soggetti con cui la scuola collabora da anni. Lanciando segnali, anche culturali, all’intera città. Come dimenticare, ad esempio, il progetto Magione WE (<www.youtube.com/@magionewe4511>) grazie al quale la scuola ha aperto le sue porte il sabato e la domenica mattina a giocolieri, cantanti, circensi e narratori, accogliendo anche curiosi provenienti da altri quartieri di Palermo? Indimenticabile, fra le altre, l’esperienza dei Teatri mobili, con i suoi due autobus vintage, ospitati (novembre 2022) nel cortile esterno della palestra San Basilio, all’interno del
306 307 cartellone del Festival di Morgana promosso dal Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, altro soggetto del territorio con cui la scuola collabora da tempo. Già un anno prima, infatti, avevamo ospitato lo spettacolo teatrale Una misura precauzionale di Giovanni Lo Monaco, sempre inserito nel cartellone del Pasqualino. La scuola, dunque, anche come centro aggregativo di cultura, oltre che centro propulsore di luoghi pubblici reinterpretati e agiti collettivamente. Più complesso e sudato è stato il processo partecipato che ha consentito la pedonalizzazione di un tratto di strada davanti al plesso Amari, con l’intento di mettere in sicurezza l’uscita dei bambini da scuola e creare una nuova forma di piazza per la comunità e il quartiere (Associazione Handala, 2023). L’area – denominata “via Libera” – è ormai priva di auto ma il sogno resta quello di togliere l’asfalto, far riemergere la terra, avere alberi da frutto e panchine, a pochi passi dal limitrofo Orto botanico, in prossimità del nuovo Campus universitario delle scienze, in fase di completamento in via Archirafi. Bruna Sigillo (2024, p. 97) propone la scuola come un “vivaio urbano”, dove coltivare giovani piante che possano essere utilizzate per piantumare nuovi spazi pubblici a basso costo e afferma: Il futuro dell’architettura educativa deve inoltre valorizzare il ruolo delle scuole come spazi aperti alla città e alle comunità, riscoprendone i molteplici usi possibili e le potenzialità essendo tra gli unici presidi pubblici di quartiere attualmente vissuti e riconosciuti. Traguardi ardui, considerata l’arretratezza degli strumenti metodologici di cui è dotata l’amministrazione locale e i
307 vincoli del piano regolatore. Ma restiamo ispirati dal celebre Atlante delle riforme (im)possibili di Cerini, provocando. Occorre, infatti, praticare spazi educativi funzionali e contesti di decoro e natura per contrastare le molteplici cause della dispersione scolastica, come ricorda Dallari (2021) con La zattera della bellezza. E per non scordare anche la proficua collaborazione con l’Università agli studi di Palermo cito l’interessante workshop organizzato per modificare l’iniziale destinazione d’uso di tre architetture storiche (Collegio della Sapienza, complesso delle cosiddette Artigianelle, Complesso dello Spasimo) del quartiere Kalsa: da ostello per la gioventù a foresteria culturale e servizi di prossimità per minori e adulti più fragili. Da gestire con Patti territoriali. Una comunità di soggetti, a vario titolo portatori di interesse, capace di cambiare la destinazione d’uso di alcuni tra gli edifici più rappresentativi del centro storico di Palermo rappresenta un esempio virtuoso di ciò che dovrebbero essere tutte le comunità scolastiche: soggetti aventi credibilità e fiducia tali da potere contrattare con l’amministrazione locale sul destino del proprio territorio e, dunque, della città. Significa presidio. Significa maieutica. Dare parola e pretendere ascolto. I cantieri non sono ancora stati avviati. Non è così scontato che dalla teoria si passi alla pratica ma la comunità continua a vigilare, presidiare e – al bisogno – denunciare. Non sono mancate feste della collettività, pranzi di inizio e fine anno scolastico, appelli e tavole rotonde. Tra le più partecipate, l’assemblea civica avvenuta lo scorso 28 ottobre 2024 presso il Noviziato dei Crociferi (Ufficio stampa del Comune di Palermo, 2024), riuscendo a portare allo stesso tavolo tutte le principali autorità cittadine1 per fare il focus 1 Alla assemblea hanno partecipato con interventi e proposte il sinda-
308 309 sui problemi e sulle esigenze del quartiere e delle famiglie. Sono stati avviati – a scuola - tavoli di lavoro preparatori nel primo quadrimestre del 2025 ma ancora attendiamo risposte concrete e operative dall’amministrazione comunale, dopo le rincuoranti parole in assemblea. Seppur in un presente diverso da quello di Dolci, la scuola, i cittadini e il terzo settore si alleano per contribuire alla co-produzione della città pubblica e per diffondere il Manifesto dei diritti naturali dei bambini e delle bambine, ideato da Gianfranco Zavalloni (2021), rafforzando anche la consapevolezza di riguadagnare un agire pedagogico lento e connesso con la natura. Non è un caso che una parte significativa della mia direzione sia abitata da piante e uno degli ultimi libri acquistati sia il diario di bordo Sentire con le piante (Weyland, Righetto e Pietracupa, 2024) da consigliare ai docenti. v. Essere maieutici dappertutto Non è semplice stare “Dappertutto2” ma essere scuola diffusa e sconfinata diventa una responsabilità a cui non è possibile più sottrarci. Si tratta dell’arte maieutica dell’armoco Roberto Lagalla, il vicesindaco Giampiero Cannella, l’assessore alla Rigenerazione urbana Maurizio Carta, l’assessore alle Politiche giovanili Fabrizio Ferrandelli, l’assessore alle Politiche sociali Rosi Pennino, l’assessore alla Polizia municipale Dario Falzone, il prefetto di Palermo Massimo Mariani, l’arcivescovo di Palermo don Corrado Lorefice, il questore vicario di Palermo Virgilio Alberelli, il comandante della Polizia Municipale Angelo Colucciello, il presidente della Prima circoscrizione Giovanni Bronte. 2 Si riprendere il titolo di una progettazione triennale che ha visto collaborare per un triennio numerosi soggetti del terzo settore, attorno e dentro alla scuola: <percorsiconibambini.it/dappertutto>.
309 nia, quella di far musica insieme, ciascuno a suo modo, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie competenze, come ci ricorda anche Pennac (2008, p.107) nel suo Diario di scuola, dentro l’esperienza didattica. Solo se ognuno – studente o adulto che sia – troverà spazio, posto, ascolto e possibilità di espressione all’interno della comunità sarà possibile contrastare la dispersione scolastica efficacemente, in rete, facendo squadra e sistema. Essendo un presente incerto e bellicoso, non è il momento di alzare torri e muri bensì quello di allargare le piazze, magari dotandole di aree verdi e attrezzi polivalenti per il gioco come a Piazza Magione, tanti anni addietro. Giochi immaginati dai bambini, presentati all’amministrazione locale e ai genitori degli alunni, istallati davanti lo sguardo dei bambini e mai vandalizzati perché frutto di un processo collettivo di sviluppo e appartenenza (Comitato Addiopizzo, 2021). Giochi più volte riqualificati con interventi promossi dal basso, dalla scuola, dai cittadini, tramite raccolta fondi e iniziative promozionali. Serve, dunque, coltivare l’arte maieutica con uno sguardo strabico, avendo da un canto una visione locale e, dall’altra, una visione globale. Le iniziative, infatti, identificano un luogo. Le comunità dunque si identificano per le relazioni attivate, per le ritualità cadenzate, per i bisogni condivisi e perché “la giustizia intergenerazionale favorisce un sentimento di responsabilità collettiva” (Krznaric, 2023, p. 96). Molto dipende da quanto bambino c’è nella testa degli adulti e da quanto spazio in città è dedicato a loro. Ricorda Tonucci (2005, p. 47) che nella sua città ideale: È importante lavorare con gli insegnanti perché la scuola diventi sempre più una scuola adatta ai bambini, che i bambini possano riconoscere e amare, di cui possano essere fieri. Tutti
310 311 gli sforzi dovranno naturalmente mirare a fare in modo che si modifichi l’atteggiamento di tutti gli adulti e specialmente dei genitori, per rispettare le esigenze dei bambini. Non è facile ma l’esempio di Danilo Dolci è incoraggiante. Non è semplice ma gli educatori e le educatrici hanno il dovere, se non l’obbligo, di essere ottimiste, favorendo “corpi sapienti” come proposto da I Ludosofici (2024) e alimentando le cosiddette “otto competenze di Montecastrilli” (Lorenzoni, 2016). Lo stesso Franco Frabboni (2013, p. 262), più di un decennio addietro, auspicava un decentramento della scuola. Non è scontato abbattere i muri ma la scuola deve, per sua natura, sconfinare dappertutto, dando visibilità e voce a proposte, problematiche, iniziative, suggestioni che nascono con, dalla e per la comunità educante, auspicando che – dall’altro lato della cornetta – vi sia in ascolto un’amministrazione locale altrettanto attenta, attiva, illuminata e trasformativa. Lo scomparso Oliviero Toscani, sempre intervistato da Pietro Carlo Pellegrini (2016a, p. 37), sancisce: L’arte va bene per tutti. Chi fa politica dovrebbe studiare arte: farà molto meglio la sua politica perché affronterà i problemi con una dimensione e una visione diversa. L’arte è piacere, è divertirsi, è giocare. Giocare vuol dire vivere. Per questo la scolarizzazione mi da fastidio. Voglio la descolarizzazione. “Basta giocare, andiamo a scuola. Smetti di giocare, studia” va contro l’educazione. Per educare la scuola deve permettere di giocare. Anche l’architettura è questo, è conoscere l’altro, scoprire nuovi modi di vedere, divertirsi. Per educare la scuola deve fare la propria parte, generando gioco e (faticosi) processi maieutici di democrazia e
311 resistenza, partecipando alle scelte politiche e sottraendosi all’assistenzialismo e alla delega istituzionale. Danilo Dolci ha fatto la sua. Ognuno di noi dovrebbe fare una parte del cammino per implementare processi maieutici, inclusivi e democratici, chiedendosi “come essere un buon antenato”, sviluppando quell’antidoto al pensiero a breve termine di cui parla il filosofo britannico Roman Krznaric, tra l’altro fondatore del primo Empathy Museum al mondo. Bibliografia Associazione Handala, Nasce una nuova area pedonale a Palermo grazie al progetto “Sport popolare in spazio pubblico”, “Esperienze con il Sud. Il network dei progetti sostenuti dalla fondazione Con il Sud”, 16 febbraio 2023, URL: www.esperienzeconilsud.it/sportpopolareinspaziopubblico/2023/02/16/nasce-una-nuova-area-pedonale-a-palermo-grazie-al-progetto-sport-popolare-in-spazio-pubblico. AutonomeForme, Il Museo dei bambini e delle mamme nella scuola, Plurima, Palermo 2009. Brunetto, C., “Basta grembiule”. Nell’asilo di Palermo la preside indice il referendum dei bambini, “la Repubblica”, 4 febbraio 2025. Cavinato, G. et al., Quale mondo quali futuri. Appunti, giochi e attività di simulazione e progettazione, Asterios, Trieste 2023. Cerini, G., L’Atlante delle riforme (im)possibili, Tecnodid, Napoli 2021. Comitato Addiopizzo, Area giochi a piazza Magione: finalmente il Comune realizzerà la manutenzione, “Addiopizzo.org”, 11 marzo 2021, URL: addiopizzo.org/attivita/ inclusione-sociale/area-giochi-a-piazza-magione-finalmente-il-comune-realizzara-la-manutenzione.
318 319 assunto rilievo sempre più centrale nelle politiche nazionali. Questo processo ha intrecciato questioni educative, esigenze di integrazione e sviluppo delle aree geografiche marginali, visioni filosofiche e concezioni antropologiche. I luoghi destinati all’educazione sono stati progressivamente permeati da culture e idee proprie del loro tempo ed hanno assunto declinazioni differenti, sempre modellate da soluzioni architettoniche in evoluzione, pur nei limiti delle possibilità economiche nazionali e locali, e in quelli, non meno rilevanti, dell’inevitabile stabilità di un patrimonio edilizio costruito rilevante da tanti punti di vista, con connessioni inoltre con i contesti, urbani o rurali, nel quale è stato inserito. In linea generale, si può affermare che progetti educativi specifici hanno implicato altrettanto specifici programmi architettonici volti a risolvere questioni distributive e rappresentative che, da sempre, caratterizzano gli edifici civili. Lo specifico programma architettonico di ciascun edificio destinato all’educazione si confronta necessariamente con i caratteri peculiari del sito e con le scelte relative ai sistemi costruttivi e ai materiali locali. In tempi relativamente recenti, con la diffusione dell’obbligo scolastico, gli orientamenti progettuali sono stati spesso indirizzati a soluzioni durevoli, tali da consentire di volgere l’attenzione alla necessità stringente di garantire, tramite la formazione di programmi scolastici il più possibile omogenei e qualificati a scala nazionale, un livello di qualità dell’istruzione sempre più alto e diffuso sul territorio nazionale, temperato altresì dagli specifici caratteri locali di cultura, in Italia straordinariamente ricchi e vari. Luoghi della collettività per eccellenza, gli edifici scolastici accolgono dunque la storia, il presente e il progetto di futuro della comunità cui appartengono diventando, al contempo, il laboratorio in cui si sviluppa e trasmette quella memoria
319 e quel sapere comune che contribuisce a costruire l’identità di un popolo. Si può dunque sostenere che quello del “fare scuola”, nella sua duplice accezione riguardante il progetto di architettura e quello didattico-pedagogico, deve essere ritenuto uno dei temi centrali del dibattito civico e politico. Sebbene la centralità dello spazio sia spesso rimasta implicita nelle teorie educative, alcuni pensatori ne hanno intuito il valore e, come osserva Mario Gennari (1997), già nel tardo Settecento alcuni pedagogisti mostrano attenzione per i luoghi dell’educazione: Jean-Jacques Rousseau, nel suo trattato Émile ou De l’éducation, contrappone natura e civiltà mentre Johann Heinrich Pestalozzi individua nella natura il contesto privilegiato per il processo educativo. Questa consapevolezza si manifesta anche nell’esperienza dell’École des Roches fondata da Demolins nel 1899 in Normandia. Tuttavia, è solo nel corso del Novecento, con l’affermazione dei principi dell’attivismo pedagogico, che le teorie dell’apprendimento poste alla base della definizione dei progetti pedagogici cominciano ad affrontare, con consapevolezza e precisione, la centralità dello spazio architettonico nelle dinamiche educative. Lo scarto si compie, soprattutto, per merito del movimento per l’educazione attiva, grazie al quale si sviluppa una domanda attenta alla qualità degli edifici scolastici.1 A partire da questa consapevolezza condivisa, architetti ed educatori iniziano un dialogo fruttuoso, volto alla definizione di luoghi per l’educazione capaci di rispondere a esigenze rappresentative, funzionali e formali e, nel caso dell’infanzia, modellati sulle specifiche modalità con cui i bambini abitano lo spazio, socializzano, si muovono e interagiscono con oggetti, colori e luce. 1 L’ambiente fisico è secondo John Dewey (1916) “l’insieme delle condizioni che promuovono o impediscono, stimolano o inibiscono, le attività caratteristiche di un essere umano”.
320 321 In generale, si può affermare che, a partire dai primi decenni del Novecento, la diffusione della corrente dell’attivismo pedagogico determini, sia in ambito europeo sia in quello americano, un indirizzo radicalmente innovatore nella progettazione degli ambienti scolastici. Il principio di non coercizione, l’attenzione posta sulla motivazione dell’apprendimento, sull’esperienza considerata come educazione, il valore attribuito alla socializzazione, sollecitano i diversi esponenti dell’attivismo pedagogico a progettare luoghi per l’educazione in cui lo spazio è un territorio libero e attivo. Vanno visti in questa chiave di lettura i banchi mobili disponibili alla libera composizione dei gruppi proposta da Cousinet, l’abolizione della lezione ex cathedra suggerita da Petersen e, più in generale, la sempre più diffusa consapevolezza della funzione educante dello spazio che punta a sovvertire l’immagine tradizionale della classe a favore di una scuola dinamica, aperta verso l’esterno e dialogica. Un’esperienza particolarmente significativa in questa direzione è rappresentata dalle “scuole all’aperto” che, nate inizialmente per rispondere a esigenze di tipo igienico-sanitario, si trasformano ben presto in veri e propri laboratori nei quali sperimentare un’educazione informale fuori dalle mura scolastiche. Il contatto diretto con la realtà, il movimento fisico, l’uso dei sensi e l’esplorazione della natura diventano strumenti fondamentali per un apprendimento basato sul fare. Le scuole all’aperto contribuiscono così a definire i contorni di una nuova pedagogia, in cui le attività all’esterno stimolano il lavoro autonomo e facilitano la comprensione delle scienze e dei fenomeni naturali.2 Il gioco, lo studio e il lavoro 2 Nate all’inizio del Novecento per i bambini con tubercolosi, le scuole all’aperto si diffusero in Europa e negli Stati Uniti accogliendo anche bambini fragili o provenienti da contesti operai. Educatori e medici collaborano per unire didattica speciale, cura e alimentazione razionalizzata,
321 condiviso favoriscono inoltre la nascita di un senso di comunità, in cui studenti e insegnanti instaurano rapporti solidali, spesso caratterizzati da forme di reciproca assistenza. ii. Lo spazio dell’educazione: idee, politiche e progetti per la scuola italiana del Novecento Nel contesto italiano, anche in ragione di una storia dai caratteri ricchi e differenziati, la questione della formazione delle giovani generazioni all’interno di edifici scolastici adeguati ha attraversato trasformazioni profonde, segnate da contraddizioni e forti diseguaglianze territoriali. Sin dall’unificazione nazionale, il processo di alfabetizzazione e diffusione dell’istruzione in Italia si accompagna a una progressiva presa di coscienza del valore pedagogico, sociale e simbolico dell’architettura scolastica. Se l’analfabetismo rappresentava una delle urgenze del giovane Stato, la scuola diventa presto lo strumento fondamentale per la costruzione dell’identità nazionale. La Legge Casati (1859) e le successive riforme, dalla Legge Coppino alla Legge Orlando, pongono le basi per un sistema educativo capillare, ma è soprattutto tra fine Ottocento e primo Novecento che emerge il tema dell’edificio scolastico come spazio educativo, in grado di rappresentare la missione civile della scuola e di rispondere a esigenze didattiche moderne. Tuttavia, la carenza di strutture adeguate impone il ricorso a soluzioni provvisorie: caserme, conventi e stalle rimentre architetti progettano edifici emblematici come la scuola Clio di Duiker ad Amsterdam o quella di Beaudouin e Lods a Suresnes. Queste scuole diventano centri di sperimentazione educativa, prevenzione medica, politiche infantili urbane e innovazione architettonica. Cfr. Châtelet, Lerch et Luc, 2003 per una panoramica sulle esperienze internazionali e D’Ascenzo, 2018 per un focus sull’esperienza italiana.
322 323 adattate a luoghi d’istruzione. Solo con la legge del 1911 si avvia un piano nazionale per la costruzione di nuovi edifici, segnando l’affermazione di una tipologia scolastica per quel tempo innovativa, articolata attorno a cortili centrali, dotata di aule speciali, laboratori, palestre e servizi igienici. La scuola inizia così a configurarsi come un autentico condensatore sociale, luogo architettonico e pedagogico insieme, espressione di una nuova idea di cittadinanza. Questo percorso si arresta bruscamente con la Prima guerra mondiale; la successiva riforma Gentile del 1923, coerente con i principi del regime fascista, ridefinisce la funzione della scuola come strumento di selezione e indottrinamento, rafforzando un modello educativo gerarchico e autoritario. Parallelamente, anche l’architettura scolastica assume un linguaggio monumentale, simbolico e razionalista, funzionale alla retorica fascista. Tuttavia, accanto a questi modelli si affacciano esperienze d’avanguardia come l’Asilo Sant’Elia a Como di Giuseppe Terragni, esempio di una scuola progettata secondo i principi pedagogici dell’attivismo, che altrove in Europa stavano invece trasformando radicalmente lo spazio educativo. In questo intreccio tra pedagogia e architettura si delinea con chiarezza come la forma dello spazio non sia mai neutra: essa incarna visioni della società, modelli educativi, forme di relazione. La scuola, come architettura, è dunque parte attiva nella costruzione della comunità. Il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale segnarono la scuola italiana, creando un grave ritardo rispetto agli altri paesi europei sia per la distruzione degli edifici scolastici sia per l’eredità autoritaria. Nel dopoguerra, mentre la scuola italiana si riorganizzava attraverso associazioni e sindacati impegnati nella modernizzazione delle teorie pedagogiche, prese avvio una forte attività progettuale volta a
323 ridefinire l’identità della scuola nella neonata Repubblica. La Commissione nazionale d’inchiesta sulla situazione scolastica (1947), istituita dal ministro Gonella, evidenziò condizioni critiche e favorì un grande coinvolgimento degli insegnanti e dell’opinione pubblica nel dibattito educativo. Parallelamente, si affermò l’attenzione verso i metodi di insegnamento innovativi, come quello di Maria Montessori, e la scuola divenne un tema centrale anche nella Costituzione repubblicana del 1948, che garantì istruzione pubblica e gratuita, oltre alla libertà di istituire scuole. L’insufficienza e inadeguatezza degli edifici scolastici, spesso monumentali e rigidi o adattati da altri usi, richiese un ripensamento radicale dei luoghi per l’educazione, da progettare in modo da rappresentare i valori democratici. Il Concorso del 1949, promosso dal ministero della Pubblica istruzione, segna una svolta: viene chiesto ai progettisti di immaginare spazi capaci di accogliere una didattica nuova, superando le vecchie aule rigide per favorire relazioni spaziali più flessibili, la centralità della luce, il rapporto con l’esterno e luoghi collettivi per la socialità (Leschiutta, 1985). Il progetto vincitore, firmato da Ciro Cicconcelli, supera il modello tradizionale del corridoio con aule lineari, introducendo il padiglione formato da “unità funzionali” aggregate: un concetto di “scuola-casa” intesa come ambiente familiare e stimolante per lo spirito associativo di bambini e ragazzi (Cicconcelli, 1960, p. 37). Questo modello apre la strada a una nuova idea di scuola come luogo aperto alla comunità, con spazi per esercitazioni libere e per la socialità, strettamente connessi al contesto urbano. I progetti del concorso e quelli successivi promuovono l’idea di un’architettura scolastica intesa come spazio pedagogico e sociale, abbandonando il modello della “scuola-caserma” e valorizzando gli spazi collettivi e di relazione.
324 325 Nel 1952 un nuovo concorso amplia la sperimentazione tipologica e nasce il Centro studi per l’edilizia scolastica, promosso dallo stesso Cicconcelli, che diventa punto di riferimento nazionale per la progettazione scolastica in dialogo con le teorie pedagogiche più innovative. Il Centro coinvolge giovani architetti, sviluppa studi e progetti per tutte le fasce scolastiche e contribuisce alla stesura delle prime Norme tecniche (1956), che definiscono in modo globale i caratteri degli edifici scolastici – dalla dimensione degli spazi agli arredi – secondo una chiara visione pedagogico-didattica e sociale. Negli anni Cinquanta e Sessanta le riforme scolastiche e le nuove normative ampliarono l’autonomia del sistema scolastico e introdussero programmi ispirati alla scuola attiva, promuovendo la centralità dell’esperienza e della socialità. In questo contesto, la scuola richiedeva spazi più flessibili e adatti a nuovi modelli didattici. La xii Triennale di Milano del 1960, dedicata al tema La casa e la scuola, rappresenta un momento cruciale di confronto internazionale, mostrando come l’architettura scolastica possa rispondere a diverse esigenze educative e sociali, attraverso modelli innovativi di scuole integrate nel tessuto urbano. Il congresso internazionale organizzato in quell’occasione rese possibile il dialogo tra architetti e pedagogisti, diffondendo l’idea della scuola attiva e del superamento della rigida aula come unico spazio di insegnamento. La xii Triennale fu anche l’occasione per l’uscita di un volume centrale nella diffusione dell’attivismo pedagogico in Italia: Costruire scuole di Luigi Romanini (1962), presentato in occasione del Congresso internazionale per l’edilizia scolastica organizzato a Milano tra le iniziative collaterali della mostra. La scuola divenne un luogo articolato in spazi collettivi, laboratori e aree all’aperto, capaci di stimolare l’autoeducazione e la socializzazione.
325 La successiva Commissione nazionale d’indagine sulla scuola (1962) confermò questa necessità, definendo il concetto di “posto-alunno” come misura spaziale centrata sull’individuo e sottolineando l’importanza della qualità e adeguatezza degli spazi per la funzione educativa. La riforma della scuola media unica (1962) e le leggi successive accentuarono l’urgenza di tipologie architettoniche innovative, capaci di rispondere a un sistema scolastico più inclusivo e articolato. Questo favorì l’ingresso del dibattito sull’architettura scolastica nelle Facoltà di Architettura, dove si approfondì il tema della dimensione ottimale degli edifici e della loro relazione con la comunità, per evitare spazi anonimi e sovradimensionati. Infine, la legge del 1967 e le Norme tecniche ad essa collegate sancirono ufficialmente il ruolo del Centro studi nell’elaborazione di standard per l’edilizia scolastica, promuovendo la scuola come spazio aperto e integrato nel contesto urbano, capace di rispondere a esigenze pedagogiche, sociali e culturali. A fronte del serrato dibattito e della mole della ricerca, l’assenza di spazi adeguati, il divario tra nord e sud e tra città e aree marginali hanno segnato – e continuano tuttora a segnare – la storia dell’educazione di base nel nostro paese. In risposta a tali criticità, importanti esperienze pedagogiche e architettoniche, spesso nate fuori dal sistema istituzionale, hanno contribuito a colmare i ritardi strutturali offrendo nuove visioni formative (Isaia, 2011). Nel corso di tutto il Novecento, infatti, le riflessioni e le pratiche pedagogiche sviluppate da personalità come Maria Boschetti Alberti, Rosa e Carolina Agazzi, Giuseppina Pizzigoni, Maria Montessori ed Ernesto Codignola hanno dimostrato che l’assetto fisico e formale dei luoghi per l’educazione non è una variabile casuale. Al contrario, ne rappresenta l’elemento cardine, da cui dipendono le scelte preliminari di ogni progetto educativo
326 327 che, per sviluppare le potenzialità individuali relazionandole alle dinamiche sociali del gruppo di appartenenza, guarda allo spazio come ad un territorio libero e attivo e punta a sovvertire l’immagine tradizionale della classe monadica facendosi promotore di una scuola dinamica, costituita da spazi collettivi, aperta verso l’esterno, sia esso città o campagna, e capace di costituirsi come luogo centrale per la comunità di riferimento. Una sensibilità simile si ritrova nell’esperienza promossa da Danilo Dolci con la fondazione del Centro educativo sperimentale di Mirto a Partinico: un progetto che, al di là dei limiti materiali, ha saputo proporre un modello educativo fondato sulla partecipazione, la relazione e la costruzione condivisa del sapere. iii. Il Centro educativo di Mirto a Partinico: architettura e pedagogia per una comunità educante L’interesse per i problemi educativi è sempre stato centrale in Danilo Dolci e costituisce il quadro entro cui, operando tra impegno sociale e intellettuale, si snoda tutta la sua vita. Questo interesse è alimentato da una forte carica utopica che, radicata nell’incontro diretto con la realtà, tende alla costruzione di un mondo non violento e, per quanto possibile, più giusto, attraverso un processo di trasformazione che passa inevitabilmente da una profonda rivoluzione educativa. La fondazione, agli inizi degli anni Settanta, del Centro Educativo Sperimentale di Mirto a Partinico rappresenta l’esito naturale del lungo percorso di ricerca e azione che Danilo Dolci conduce in Sicilia fin dagli anni Cinquanta e sintetizza, applicandoli nell’ambito dell’educazione scolastica, i temi della partecipazione, della pianificazione dal basso, dell’ascolto e dell’indagine. L’applicazione del metodo maieutico che ispira tutte le sue iniziative trova, infatti, la sua più ambiziosa e
327 completa applicazione nel processo di realizzazione del Centro Educativo di Mirto, il luogo costruito per realizzare – con il coinvolgimento di bambini, ragazzi e famiglie – un’esperienza collettiva di trasformazione delle condizioni sociali, culturali ed economiche locali proprio a partire dalle fasce più giovani della popolazione di Partinico. Il primo Seminario pubblico dedicato al progetto del nuovo Centro educativo si svolge a Trappeto nel Natale del 1970, alla presenza dell’ingegnere Giancarlo Polo e dell’architetto Giovanna Polo-Pericoli, coppia di professionisti milanesi a cui è affidata la conduzione di questo nuovo progetto. Nell’aprile 1971 si tiene un nuovo seminario a cui ne seguiranno tanti altri che, supportati da modelli e disegni da discutere coi partecipanti, permettono di registrare le esigenze di ciascuno e di raccogliere suggerimenti utili al perfezionamento del metodo educativo e del progetto architettonico del nuovo Centro educativo che, in virtù di questo processo, acquista la dimensione dell’utopia collettiva. L’idea di questo “nido di creature” nasce con obiettivi ampi e ambiziosi: dar vita a un polo educativo capace di accogliere bambini e ragazzi dalla scuola dell’infanzia fino alla scuola media. Tuttavia, le numerose difficoltà incontrate durante il percorso costruttivo portarono a un ridimensionamento dell’iniziativa, che si limitò alla sola fascia dell’infanzia. Fin dall’inizio, però, Dolci e i suoi collaboratori sono consapevoli che realizzare un centro educativo all’avanguardia in una zona svantaggiata, caratterizzata da alti tassi di analfabetismo e dispersione scolastica, significa promuovere un autentico processo di cambiamento sociale. Il percorso collegato alla realizzazione del Centro Educativo assume, infatti, i caratteri di un’autoanalisi collettiva basata sull’approccio maieutico che, nel mettere a confronto le istanze di famiglie, bambini, ragazzi e educatori, attiva un processo di conoscenza e coevoluzione
334 335 facilitare o ostacolare i processi educativi. - Step 2: Io e la mia scuola (Problematizzazione e ostacoli) Le domande emerse nella fase precedente sono diventate il punto di partenza per una riflessione più profonda e strutturata. In piccoli gruppi, i partecipanti hanno lavorato per problematizzare le situazioni individuando, da un lato, le criticità nei contesti educativi attuali (rigidità, anonimato, mancanza di cura) e, dall’altro, gli ostacoli più ricorrenti nell’attivazione di comunità educanti (esclusione, disuguaglianze spaziali, isolamento). È emerso quanto gli ambienti scolastici condizionino l’esperienza educativa e come, spesso, le strutture non siano adeguate ai bisogni degli utenti. Si è riflettuto sull’importanza della bellezza, dell’accessibilità, della cura e della funzionalità come elementi determinanti per un ambiente capace di accogliere, ispirare e sostenere il dialogo educativo. L’obiettivo è stato quello di spostare il focus dall’osservazione alla comprensione sistemica, per individuare leve di cambiamento possibili. - Step 3: Io e il territorio (Esplorazione e narrazione delle possibilità) In questa fase il gruppo si è aperto a una dimensione propositiva ed esplorativa. Partendo dalle intuizioni e dalle esperienze condivise, i partecipanti hanno immaginato spazi nuovi, pratiche alternative e modi diversi di abitare i luoghi dell’educazione. Le narrazioni hanno enfatizzato possibili trasformazioni con particolare attenzione alla sostenibilità, alla bellezza, all’inclusione e alla flessibilità degli ambienti. Il confronto ha messo in luce la distanza che spesso separa la scuola dal territorio e ha evidenziato il potenziale educativo di un’apertura reciproca tra l’istituzione scolastica e il contesto di appartenenza. La scuola è stata riconosciuta come presidio culturale e spazio di resistenza, soprattutto nei quartieri più fragili. In quanto tale, ha il compito e la possibili-
335 tà di stabilire alleanze, generare fiducia, valorizzare risorse e costruire legami. Questa fase ha valorizzato l’immaginazione come motore pedagogico e progettuale. - Step 4: Noi e la comunità educante (Accompagnamento e sintesi del percorso) L’ultima parte del laboratorio è stata dedicata alla rielaborazione di quanto emerso. Si è costruita una sintesi condivisa del percorso, non come punto di arrivo chiuso, ma come base per ulteriori sviluppi. I partecipanti hanno restituito il proprio vissuto del laboratorio, evidenziando i concetti chiave, le emozioni provate, le domande rimaste aperte. In questo modo, si è chiuso un ciclo di riflessione e se ne è aperto un altro, coerentemente con l’idea che l’educazione è un processo mai concluso, continuamente nutrito dal dialogo tra le persone e i luoghi (Fig. 5). Attraverso il laboratorio maieutico Costruire l’utopia. Luoghi per educare nuove comunita si è potuto quindi ragioFig. 5 - Un momento di sintesi del laboratorio (© foto di Lucia Pierro).
336 337 nare su cosa significhi costruire una comunità educante: non un insieme uniforme, ma un intreccio dinamico di sguardi, voci, esperienze che trovano nello spazio un terreno comune su cui crescere. È da questo intreccio che può nascere un progetto educativo davvero condiviso, radicato nei bisogni e nelle potenzialità delle persone, capace di generare profonde trasformazioni e costruire autentiche comunità. v. La forma dello spazio è il senso della comunità L’architettura, intesa non solo come costruzione materiale ma come sistema simbolico e culturale, partecipa attivamente alla definizione delle modalità con cui una comunità apprende, si riconosce e si trasforma. L’ambiente costruito infatti non è solo il contenitore delle attività formative, ma è al tempo stesso il contesto e il co-protagonista, in un processo di co-evoluzione tra soggetti e spazi. All’interno di questa visione, il rapporto tra architettura e pedagogia non si esaurisce nella fase progettuale, ma si estende nel tempo e si rinnova nell’esperienza quotidiana che si compie all’interno degli spazi scolastici (Colognesi, 2020). La progettazione di un edificio educativo non può limitarsi a tradurre esigenze funzionali o normative: essa deve nascere da un confronto vivo con il progetto pedagogico della scuola e con i bisogni, le visioni, le aspirazioni della comunità che lo abita. Tuttavia, è nell’uso quotidiano degli ambienti che prende forma il senso più profondo di questa relazione. Gli spazi, infatti, non sono mai neutri: accolgono, orientano, condizionano – talvolta amplificano, altre volte inibiscono – le pratiche educative, i linguaggi, le relazioni. È in questa direzione che Loris Malaguzzi ha parlato dello spazio come “terzo educatore”, riconoscendogli un ruolo attivo nel processo di apprendimento. Lo spazio diventa così un disposi-
337 tivo pedagogico a tutti gli effetti, capace di contribuire allo sviluppo di competenze, alla costruzione di legami, alla promozione del benessere e allo sviluppo di nuove visioni condivise. Ne deriva la necessità di pensare gli ambienti scolastici non come contenitori rigidi, ma come organismi flessibili, trasformabili, permeabili alle dinamiche della vita scolastica e aperti al dialogo con il mondo esterno (Fig. 6). Per lungo tempo, l’aula ha rappresentato il perno attorno a cui ruotava tutta l’organizzazione scolastica: gli altri ambienti – i corridoi, le palestre, i laboratori – erano pensati come spazi accessori, destinati a usi specifici e separati dalla didattica quotidiana. Oggi, invece, si fa strada una concezione diversa, che invita a leggere la scuola come un sistema integrato di microambienti capaci di accogliere e accompagnare l’apprendimento in tutte le sue forme. Ambienti che favoriscano la Fig. 6 - I bambini di Mirto (© Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci).
338 339 Fig. 7 - Il Centro Educativo di Mirto visto dalla collina (© foto di Lucia Pierro). partecipazione, la collaborazione e – al contempo – la riflessione individuale e l’esplorazione autonoma; ambienti dotati di qualità sensoriali, di comfort, di possibilità d’uso plurime e flessibili. In questo quadro si inserisce il lavoro di ricerca sviluppato da Indire, che ha portato alla definizione del modello degli “1+4 spazi educativi” per la scuola del nuovo millennio. “1” rappresenta lo spazio del gruppo, l’evoluzione dell’aula tradizionale: un ambiente polifunzionale, flessibile, aperto agli altri spazi della scuola e capace di dialogare con l’esterno; “4” sono invece gli spazi complementari, non subordinati ma integrati alla didattica: 1) l’Agorà, luogo della socialità e dell’incontro; 2) lo spazio informale, che accoglie la sosta, la conversazione, la spontaneità; 3) l’area individuale, che favorisce la concentrazione e il raccoglimento; 4) l’area per l’esplorazione, dedicata alla sperimentazione attiva e al fare. Questo modello non è una griglia prescrittiva, ma uno strumento di orientamento per
339 progettare ambienti scolastici in grado di sostenere processi educativi complessi, articolati, situati. La scuola – così come altri luoghi destinati alla formazione – non è un recinto chiuso, ma un organismo aperto, in costante dialogo con il territorio e la società. Una scuola che intende essere parte attiva della comunità educante ha quindi bisogno di spazi che riflettano, rendano visibili e rafforzino i valori che la ispirano: inclusione, partecipazione e apertura. Quando è progettata e vissuta come un laboratorio di cittadinanza, luogo permeabile, accessibile e attraversabile, essa stessa si fa agente educativo, capace di produrre senso, appartenenza e cura (Bianchi, 2018). Da ciò discende la necessità di pensare la progettazione degli ambienti scolastici non solo in termini funzionali o normativi, ma come espressione concreta di una visione pedagogica e politica dell’educazione (Fig. 7). Costruire una comunità educante implica quindi la capacità di dare forma a spazi che sappiano accogliere la pluralità dei vissuti e delle esperienze, che sappiano stimolare la partecipazione attiva e la responsabilità condivisa, che offrano a ciascuno la possibilità di riconoscersi e di contribuire. La comunità, infatti, non è un dato, ma un processo in divenire: si costruisce attraverso le relazioni, le pratiche, gli immaginari, ma anche attraverso le architetture che danno corpo e visibilità ai suoi valori (Zucconi, 2022). Un’aula modulabile e trasformabile, un giardino aperto, un corridoio che diventa luogo di sosta e dialogo, sono segni concreti di un’idea di scuola che mette al centro il benessere, la relazione, la libertà e la cooperazione. In quest’ottica, la città stessa può essere intesa come una grande infrastruttura educativa. La comunità educante travalica i confini della scuola per includere il quartiere, le istituzioni culturali, i parchi urbani, i luoghi della memoria e
340 341 della produzione sociale. Ogni spazio vissuto può diventare un’occasione formativa se è orientato da uno sguardo pedagogico, se è attraversato da pratiche intenzionali, se è abitato da soggetti consapevoli del proprio ruolo. Si tratta di costruire alleanze tra scuola e territorio, tra educatori e cittadini, tra architetti, amministratori e operatori sociali, per dare vita a un ecosistema formativo plurale e inclusivo. Il progetto di una comunità educante non può quindi prescindere da un ripensamento profondo dei luoghi anch’essi educanti. Serve una nuova alleanza tra pedagogia e architettura, tra pratiche educative e forme dello spazio, che restituisca all’ambiente il suo ruolo generativo e trasformativo. In questa prospettiva, l’educazione diventa un processo che riguarda tutti, che si svolge ovunque e in ogni momento della vita, e che trova nell’architettura e nella qualità dello spazio uno dei suoi principali alleati. Bibliografia Architetture scolastiche, “Indire. Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa”, url: www.indire. it/progetto/architetture-scolastiche. Associazione amici iniziative Danilo Dolci in Sicilia, Esposizione e vendita all’asta di opere d’arte offerte da artisti contemporanei a favore del centro studi Danilo Dolci in Sicilia, Catalogo di asta: Milano, Galleria Levi, 27-30 gennaio 1963, Galleria Levi, Milano 1963. Bianchi, G., Architettura e pedagogia: una relazione generativa, La nuova Italia, Firenze 2018, Bertone Jovine, D., La scuola italiana dal 1870 ai giorni nostri, Editori Riuniti, Roma 1967. Borri, S. (a cura di), Spazi educativi e architetture scolastiche: linee e indirizzi internazionali, Indire, Firenze 2016.
341 Carro R. e Tosi L., Lo spazio della scuola. Architetture scolastiche e cicli pedagogici, Carocci, Roma 2023. Cerri, R. (et al.), Quando il territorio fa scuola. Da un’indagine sulle pluriclassi a un’idea di scuola, Franco Angeli, Milano 2010. Campagnoli, G., L’architettura della scuola: un’idea per i luoghi della cultura e dell’apprendere, Franco Angeli, Milano 2007. Casarrubea, G., Piantare uomini. Danilo Dolci sul filo della memoria, Castelvecchi, Roma 2014. Châtelet, A.M., Lerch, D. e Luc, J.N., L’école de plein air. Open-Air Schools. Une expérience pédagogique et architecturale dans l’Europe du XX siècle. An Educational and Architectural Venture in Twentieth-Century Europe, Éditions Recherches, Paris 2003. Cicconcelli, C., L’edilizia scolastica italiana prima del piano decennale, “Casabella continuità”. Numero speciale dedicato alla scuola, 245, 1960, pp. 37-40. Colognesi, S., Pedagogia degli spazi. Luoghi che educano, Franco Angeli, Milano 2020. Corsi, M. e Sani, R., L’educazione alla democrazia tra passato e presente, Edizioni Vita e Pensiero, Milano 2004. D’Ascenzo, M., Per una storia delle scuole all’aperto in Italia, Ets, Pisa 2018. Dewey, J., Democrazia e educazione, La nuova Italia, Firenze 1972, p. 15. Titolo originale Democracy and Education: an introduction to the philosophy of education (1916) Danilo Dolci e l’educarsi maieutico, numero monografico di “Educazione democratica. Rivista di pedagogia politica”, 2, 2011. Dolci, D., Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino 1973. Dolci, D., Il metodo maieutico reciproco, Centro studi e iniziative, Palermo 1974.
342 TM Dolci, D., Il ponte screpolato, Stampatori, Torino 1979. Gennari, M., Pedagogia degli ambienti educativi, Armando, Roma 1997. Isaia, G., L’educazione irripetibile. Una riflessione sull’unicità del contesto pedagogico e della relazione educativa attraverso le figure di don Lorenzo Milani e Danilo Dolci, Gruppo Albatros-Il Filo, Roma 2011. Leschiutta, F.E., Linee evolutive dell’edilizia scolastica. Vicende, norme, tipi. 1949-1985, Bulzoni, Roma 1985. Leschiutta, F.E., (a cura di), Il territorio della scuola, Dedalo, Bari 1976. Ministero della Pubblica istruzione (a cura di), Documentazioni di edilizia scolastica, Roma 1974. Romanini, L., Costruire scuole, Garzanti, Milano 1962. Spagnoletti, G., Conversazioni con Danilo Dolci, Mondadori, Milano 1977. Tassi R., Itinerari pedagogici, Zanichelli, Bologna 2009. Zucconi, M., Città educante. La scuola oltre le mura, Rosenberg & Sellier, Torino 2022.
343 Dall’Inchiesta a Palermo a Cortile Cascino di Roemer e Young Giorgio Cavadi* i. Diseredati delle campagne emarginati nelle città Ogni giorno che passa aumenta la sperequazione tra il cittadino del Nord e quello del Sud: e tutti sanno che questa sperequazione significa molto spesso per il cittadino del Sud insufficienza vitale, disperazione. È necessario che tutti sappiano in quale soggezione, paura, terrore, vive la gente sotto il dominio di un pugno di mafiosi. Da Bisacquino a Caccamo, da Sciara a Polizzi. è necessario che tutti sappiano come si è costretti a vivere, strada per strada, casa per casa al Borgo, a Danisinni, al Capo, al cortile Lo Cicero, alla Guadagna, a Ballarò, sotto i ponti della strada vecchia per Santa Rosalia. Queste parole, riportate in un articolo di Lucio Forte (2003), espongono le ragioni profonde dell’attenzione di Danilo Dolci per i diseredati e i disperati delle città del Sud, in particolare per i reietti del “pozzo della morte”, Cortile Cascino, che culminò in una settimana di digiuno a ridosso del Natale del 1956. Nello stesso 1956 Dolci pubblicava Inchiesta a Palermo, un’indagine (sondaggio) statistico-psicologica che parte da un questionario di undici domande sostanzialmente centrato sulla questione cruciale/vitale del lavoro, dalla quale – nella Palermo di quegli anni – dipendeva la sopravvivenza fisica di qualche migliaio di persone dei quartieri del centro storico * Esperto di didattica della storia dell’Associazione ricercatori e insegnanti di storia Clio’92, conduce i laboratori di didattica delle storia all’università Lumsa di Palermo.
350 351 il questionario culmina con una domanda chiave sulla relazione tra la scomparsa di Cortile Cascino, i cambiamenti a Palermo negli anni Settanta e la storia del miracolo economico italiano. Attraverso la combinazione della lettura dei testi di Dolci, la visione del documentario Cortile Cascino e le domande guida del questionario, il laboratorio ha offerto un’esperienza immersiva e coinvolgente, fornendo ai partecipanti strumenti per analizzare criticamente la storia sociale di Palermo e il contributo di Danilo Dolci in un contesto di profonda trasformazione. vi. Questionario guida sull’audiovisivo Cortile Cascino 1. I fatti narrati dalla protagonista si svolgono in un arco di tempo ampio, sapresti indicare quale? 2. I due periodi della vita della protagonista corrispondono a due periodi della storia di Palermo e della storia economica e sociale d’Italia. Sapresti individuarli? 3. Quali sono i segni della mancanza di benessere nella vita di Cortile Cascino? 4. Come vivevano i bambini a Cortile Cascino? 5. Ma la vita a Cortile Cascino aveva anche degli aspetti positivi che la protagonista dice di avere perso. Sapresti individuarli? 6. Come trascorrono le giornate Gildo e Luigi? 7. Quale altro evento, oltre alla violenza subita spinge la protagonista a trasferirsi in un altro luogo da quello dove viveva con il marito? 8. Quali sono le differenze fra la dieta della famiglia della protagonista e quella della famiglia del fratello più benestante Gildo? 9. Nella scena del mercato puoi individuare quali merci,
351 quali modi di vendere, sono cambiati e quali ancora oggi sono presenti? 10. Cosa significa quando il vecchio “abbanìa” la sua merce “a prezzo della Standa”? 11. Quali tra i mestieri che sono presenti nel filmato sono ancora oggi attuali? 12. Quali dei molti mestieri sono scomparsi e perché? 13. La protagonista ad un certo punto parla dei cambiamenti che ha subito Palermo: rispetto alla tua esperienza e a quello che hai appreso dalle attività in aula, sapresti individuare a cosa si riferisce Angela? 14. Ad un certo punto Angela afferma: “Cortile Cascino ci manca, manca a tutti i cascinari, ci trasferirono nei quartieri di periferia. La vita era persino peggio nei nuovi quartieri perché ognuno pensava a sé stesso”. Puoi commentare questa affermazione della protagonista? Bibliografia Dolci, D., Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1956. Fofi, G. e Scafidi, N., Cortile Cascino, Edizioni della Battaglia, Palermo 1994. Forte, L., Vigilia di digiuno al cortile Cascino, “la Repubblica”, 24 dicembre 2003. Il Gandhi di Sicilia. Ricordo di Danilo Dolci, a cura di A. Bisegna e L. Fabiani, “Rai uno”, 30 gennaio 1998. Young, R.M. e Roemer, M., Cortile Cascino, Usa, 1962. Young, A. e Todd, S., Children of Fate. Life and Death in a Sicilian Family, Usa, 1993.
TM
353 Il convegno di Palma di Montechiaro Eleonora Serravalle e Ivana Sammartino* Questo contributo deriva dal laboratorio curato dagli studenti della Quinta B dell’istituto d’istruzione superiore Giovan Battista Odierna di Palma di Montechiaro1. Il laboratorio ha avuto per focus il Convegno sulle condizioni di vita e di salute in zone arretrate della Sicilia occidentale, celebratosi a Palma di Montechiaro dal 27 al 29 aprile del 1960. Gli atti di quell’incontro rappresentano un documento di straordinaria importanza storica, politica e sociologica. Ricchi di dati, analisi, riferimenti e testimonianze, offrono un quadro dettagliato e significativo della difficile realtà vissuta in diverse aree dell’isola. Il convegno fu organizzato dal Centro studi e iniziative per la piena occupazione diDanilo Dolciche già svolgeva la sua missione laica nella Sicilia occidentale con l’intento di aiutare la povertà dell’Isola e per favorirne lo sviluppo attraverso l’impegno civile, l’impegno culturale in senso esteso. Per tre giorni Palma di Montechiaro, da paese depresso, diventòteatro di un possibile mutamento, di una Sicilia che cambia. Gli atti di questo storico convegnosono stati ripubblicati da Salvatore Costantino e Aldo Zanca in un volume intitolatoUna Sicilia “senza”(Franco Angeli, 2014), cui nelle prossime pagine si farà riferimento. Ciò che emerge è il netto contrasto tra una modernizzazione “passiva”, una modernizzazione “senza” appunto, portata avanti da oligarchie che, puntando molto sull’estrazione di risorse dall’isola, hanno * Istituto d’Istruzione Superiore “Giovan Battista Odierna”, Palma di Montechiaro. 1 Eleana Bracco, Maria Cammalleri, Denise Falsone.
354 355 fatto solo i propri interessi; e una modernizzazione “attiva”, suggerita proprio dal Centro studi di Danilo Dolci, che puntava sui valori identitari del territorio, le sue peculiarità e la sua cultura per coinvolgere le popolazioni e farle sentire protagoniste di questi processi di sviluppo. i. Una memoria rimossa Perché andare alla riscoperta del Convegno sulle condizioni di vita e salute nelle zone arretrate della Sicilia occidentale, tenutosi a Palma di Montechiaro dal 27 al 29 aprile 1960? Questo evento, voluto e organizzato da Danilo Dolci, cadeva nel pieno del boom economico: un periodo di grandi aspettative, ma anche di progetti rimasti incompiuti e di speranze tradite. Durante il convegno Giorgio Napolitano, allora dirigente del Pci e futuro presidente della Repubblica, denunciò energicamente come la politica degli incentivi avesse prodotto solo “isole” industriali, con poche grandi imprese ad alta intensità di capitale ma con scarsa ricaduta occupazionale, e senza un reale impatto diffuso sul tessuto sociale e produttivo. Sottolineò inoltre che, pur essendo nate industrie moderne e tecnicamente avanzate, queste non avevano portato alcun miglioramento tangibile alle condizioni di vita delle popolazioni locali. A quel tempo, Palma di Montechiaro era uno dei luoghi più poveri d’Europa. Case senza tetti, bambini denutriti, assenza di scuole e ospedali. Eppure, proprio lì, Dolci volle organizzare un incontro pubblico con medici, urbanisti, sociologi, scrittori, educatori e giornalisti. L’obiettivo era chiaro: denunciare le condizioni disumane di vita, ma anche proporre soluzioni concrete. Un convegno non “sul” popolo, ma “con” il popolo. Tra i partecipanti figuravano intellettuali di grande spes-
355 sore, come Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, Leonardo Sciascia, Silvio Pampiglione, Ettore Biocca, Benedetto Maiorana. Il loro contributo non fu solo teorico: essi si impegnarono nella raccolta di dati, nella documentazione, nell’ascolto diretto della popolazione. La lettura del discorso di apertura di Levi è stata uno dei momenti più forti del laboratorio. Levi affermava che quel convegno rappresentava “la smentita vivente del Gattopardo”, cioè di quell’atteggiamento passivo e fatalista secondo cui tutto cambia per restare com’è. Era una dichiarazione di rottura, di speranza, di lotta. Ancora oggi, chi ne legge gli atti può sentire la potenza etica e politica di quelle voci che chiedevano solo dignità. ii. L’indagine a Palma di Montechiaro Prima del 1960, Palma di Montechiaro era un paese prevalentemente agricolo, caratterizzato da forte disparità sociale e condizioni di estrema povertà. Le infrastrutture erano rudimentali e i servizi essenziali scarseggiavano. Nonostante le difficoltà, la comunità manteneva un forte legame con le proprie tradizioni secolari, ma l’isolamento e la mancanza di opportunità rendevano difficile immaginare un futuro diverso. Il 5 luglio 1960, a soli due mesi dal convegno di Palma, la vicina città di Licata fu teatro di una drammatica rivolta. La popolazione, esasperata dalla cronica mancanza d’acqua e dalle condizioni di estrema povertà, scese in piazza in una protesta che segnò un punto di non ritorno nella lotta per i diritti civili in Sicilia. La Regione Siciliana, scossa dagli eventi, rispose nel 1963 con la Legge speciale per Licata e Palma, che prevedeva un piano di risanamento socio-economico ambizioso, includen-
356 357 do la costruzione di infrastrutture essenziali. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, l’attuazione della legge si rivelò problematica, con la classe politica locale che mostrò difficoltà nella gestione e nell’utilizzo efficace dei fondi, portando a un parziale fallimento del piano di risanamento, come è stato recentemente ricordato in occasione del convegno in ricordo di Luigi Vajola La legge per Palma di Montechiaro e Licata (Palma di Montechiaro, 9 maggio 2025). Il Convegno sulle condizioni di vita e di salute nelle zone arretrate della Sicilia occidentale rappresentò un momento cruciale nella storia sociale ed economica della regione. Questo evento portò alla luce le gravissime condizioni di miseria e arretratezza che affliggevano le popolazioni delle cosiddette “zone depresse”, con Palma di Montechiaro come emblema di tali difficoltà. Il convegno non fu solo un’occasione di analisi ma un vero e proprio catalizzatore per l’azione, ponendo le basi per interventi concreti volti a migliorare le condizioni igieniche, urbanistiche, economiche e sociali di questi territori dimenticati. Un’attenta analisi igienico-sanitaria, effettuata dal medico parassitologo dell’Università di Roma, Silvio Pampiglione, mostra una realtà da terzo mondo: in alcuni quartieri le case, in malta e gesso, sono umide, buie, perché prive di finestre, acqua, servizi igienici e sono costruite in zone attraversate da strade in terra battuta con fondo roccioso. Intere famiglie vivono in quelle precarie strutture condividendo una o due stanze, dormendo anche per terra su materassi costituiti da sacconi ripieni di crine vegetale o di paglia; rare sono le reti metalliche e il letto maggiormente in uso è formato da tavole sostenute da due supporti in ferro. È diffusa la coabitazione di animali e uomini: i muli e i cavalli, utilizzati come mezzo di trasporto, le capre e a volte animali da cortile, costituiscono un elemento fondamentale per il sostentamento della famiglia contadina e per questo viene loro
357 riservato uno spazio all’interno dell’abitazione per preservarli dalle intemperie. In questi quartieri manca, inoltre, un adeguato sistema fognario, presente solo nelle zone centrali del paese, la cui realizzazione richiede ingenti spese che l’amministrazione comunale non può sostenere. Le donne vanno ad attingere l’acqua nelle fontane ove si recano anche per fare il bucato. I rifiuti liquidi si gettano nella cosiddetta “latrinara”, canaletta aperta al centro della strada ove scorre il rigagnolo delle acque nere attorno alle quali giocano i bambini incuranti delle possibili conseguenze. Legata alle carenze sanitarie e alla malnutrizione è l’insorgenza di malattie infettive anche gravi.Il professor Silvio Pampiglione condusse un’inchiesta meticolosa su 600 famiglie di Palma di Montechiaro, selezionate casualmente tra quelle che vivevano in uno o due vani. Questo approccio mirava a ottenere un quadro rappresentativo delle condizioni di vita nelle aree più svantaggiate della città. L’indagine, svolta tra agosto e ottobre 1959, coprì l’intera città, suddivisa in quattro quadranti, garantendo una rappresentazione equa delle famiglie del centro e della periferia. Le famiglie analizzate avevano in media 5,67 membri per nucleo, riflettendo il sovraffollamento abitativo. I risultati dell’inchiesta rivelarono condizioni di vita estremamente precarie: Numero totale di persone: 3.404 Media persone per famiglia: 5,67 Numero di vani utili: 700 Media persone per vano: 4,86 Abitazioni senza acqua: 90,2% Abitazioni senza cesso: 86,4% Il medico Pampiglione, al termine della sua inchiesta, conclude così:
358 359 Siamo nell’era atomica; mentre gli Sputnik solcano gli spazi interplanetari, mentre in alcune nazioni vengono dissodate distese immense di terre incolte, piantate intere foreste, a Palma di Montechiaro […] centinaia di famiglie vivono in tuguri […] nella miseria e nella sporcizia. Pampiglione invitò i governi regionale e nazionale a prendere atto dell’emergenza immediatamente e ad adottare misure sanitarie e sociali efficaci e appropriate con la costruzione di una rete fognaria e la distribuzione dell’acqua nei quartieri esenti. Il sovraffollamento abitativo era evidente, con quasi 5 persone per vano. La mancanza di servizi igienici di base era allarmante, con oltre il 90% delle abitazioni prive di acqua corrente e l’86,4% senza servizi igienici. Queste condizioni creavano un ambiente favorevole alla diffusione di malattie e parassitosi, compromettendo gravemente la salute pubblica. iii. Condizioni economiche: un quadro di povertà strutturale Palma di Montechiaro era caratterizzata da una profonda povertà economica. Il 65% della popolazione era impegnata in un’agricoltura di sussistenza, poco redditizia, con scarsa meccanizzazione e bassa fertilità dei terreni. I braccianti lavoravano in media solo 100-200 giorni all’anno, con salari giornalieri tra le 600 e le 800 lire. Le miniere di zolfo, un tempo pilastro dell’economia locale, erano in profonda crisi, con prodotti invenduti che aggravavano la stagnazione economica e la disoccupazione. La scarsità di iniziative industriali e la bassa percentuale di popolazione attiva nel settore non agricolo contribuivano a mantenere la provincia in uno stato di arretratezza economica cronica.
359 La povertà diffusa alimentava un’elevata criminalità e un profondo disagio sociale. Molti lavoratori, in particolare nel settore agricolo, mostravano segni di invecchiamento precoce dovuto alla malnutrizione cronica, con diete carenti basate principalmente su pane, pasta e patate. Le famiglie vivevano in abitazioni sovraffollate, spesso in un solo vano, costruite con materiali inadeguati e prive di servizi igienici adeguati, aggravando ulteriormente la situazione sanitaria. L’analfabetismo diffuso rappresentava un ostacolo significativo al progresso sociale ed economico, con il 54,6% della popolazione completamente analfabeta e un ulteriore 9,8% di semi-analfabeti. Le opportunità educative erano estremamente limitate, e molte famiglie erano incapaci di mandare i propri figli a scuola a causa della povertà e della necessità di lavoro infantile. La mancanza di istruzione si rifletteva in una scarsa diffusione di conoscenze mediche e scientifiche, lasciando spazio a superstizioni e pratiche dannose per la salute. iv. Impatto dell’ignoranza sulla salute pubblica L’ignoranza alimentava la diffusione di malattie parassitarie, come l’hymenolepiasi, che colpiva più di un terzo dei bambini, direttamente correlata alla mancanza di conoscenze igieniche e alla convivenza stretta con animali. L’ignoranza e le superstizioni ostacolavano l’adozione di pratiche sanitarie moderne, rendendo difficile l’implementazione di programmi di prevenzione e cura efficaci. Questo creava un ciclo vizioso di povertà e malattia, dove l’ignoranza portava a comportamenti dannosi per la salute, che a loro volta impedivano lo sviluppo economico e sociale. Le case di Palma erano per lo più composte da uno o due vani, costruite con materiali malsani. I pavimenti, spesso di
366 367 Italo Calvino, Primo Levi, Antonio Gramsci, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Elio Vittorini, Franco Fortini, Alberto Arbasino e numerosi altri e altre intellettuali del Novecento italiano. Si tratta di una prospettiva di futuro che si sviluppa a partire dal rapporto con i luoghi marginali, periferici e “di confinamento spaziale” (Verbaro, 2016, p. 7), dai quali ha origine anche il lavoro di Danilo Dolci (1924-1997). A partire dai concetti di “impegno” e di “futuro”, queste pagine intendono riflettere sui primi contatti di Pasolini e Dolci con il mondo contadino – per entrambi “soggetto politico” (Fedele, 2010, p. 7) – e sulla centralità, nella loro rappresentazione poetica e politica della realtà, degli spazi naturali, protagonisti attivi di una “narrazione storica” (ivi, p 8). La trattazione di tali argomenti in relazione al periodo giovanile dei due intellettuali corrisponde all’iter dei lavori del laboratorio Società italiana e ambiente in Dolci e Pasolini –nel quale le questioni sono state ampiamente dibattute –, che si colloca nel più ampio contesto del convegno Democrazia, conoscenza e sviluppo. Danilo Dolci nella storia del Novecento svoltosi a Palermo il 27 e 28 novembre 2024.5 do Todisco mi permetto di rimandare alle mie recenti ricerche (Spaziani, 2025, pp. 89-102; Spaziani, 2024, pp. 226-236). Chiuderà la trilogia sul rapporto tra i due intellettuali un’ultima riflessione dal titolo Destini e speranze del “profondo Sud”. Pier Paolo Pasolini e Alfredo Todisco sui giovani di Cutro. 5 Il laboratorio, condotto dalla sottoscritta, si è svolto il 28 novembre 2024 presso l’Istituto magistraleCamillo Finocchiaro Aprile di Palermo alla presenza di un eterogeneo gruppo di lavoro costituito da studentesse, studenti e docenti di scuola superiore, da ricercatrici e ricercatori universitari ed esperti di Pasolini e Dolci. In un clima di confronto e aperto dialogo il laboratorio ha permesso di riflettere sulla relazione dei due con i temi ambientali e sociali. Lavorando direttamente sui testi più rappresentativi di entrambi sono stati dunque progettati percorsi didattici e schede di analisi testuale poi pubblicati al termine della giornata sul por-
367 ii. “Poetare, in senso lato” La cura e l’accudimento, capisaldi del lavoro contadino, si proiettano in una visione spazio-temporale strettamente collegata alle sorti del futuro: la coltura e l’attenzione nei confronti di alcune specie vegetali sono, all’interno della realtà casarsese nella quale si colloca il Pasolini degli anni Quaranta, metafora di speranza in quanto possibilità di sostentamento e produzione nell’immediato e nel futuro. Da tale prospettiva di indagine, risulta evidente quanto sin dagli anni giovanili l’attenzione dell’intellettuale sia rivolta verso tale cultura della saggezza, verso i “filari scompaginati delle viti” e i pascoliani “cespugli di biancospino”, che permettono di collocare i versi delle Poesie a Casarsa (1942), la sperimentazione dialettale (Borghello e Felice, 2015), gli studi sul paesaggio e le esperienze pittoriche di quel periodo nei confini di un più ampio ragionamento teso alla conservazione del patrimonio locale e regionale in quanto tradizione e memoria popolare. Le “file delle viti” e i “rami di biancospino” sembrano, tanto nella già citata raccolta poetica casarsese d’esordio quanto nel romanzo Il sogno di una cosa – pubblicato solo nel 1962, ma concepito e scritto tra il 1948 e il 1949 –, ben più che meri contesti, assumendo invece significati e valori specifici. Scrive a tal proposito Edoardo Albinati nella presentazione all’edizione garzantiana del 2009 che “il romanzo è gremito di queste immense tele che si drizzano davanti all’occhio, e non c’è viaggio di Nini o corteo dei braccianti che non abbia per sfondo pitturata con lenta cura la corona azzurrina dei monti friulani” (Albinati, 2009, p. x). tale scientifico “DiLetteratura” (www.diletteratura.it), piattaforma per la didattica digitale della letteratura dell’università LUMSA (responsabile scientifico del progetto: Caterina Verbaro; coordinatrice di redazione: Cecilia Spaziani).
368 369 Suggestivo, sul piano dell’analisi stilistica, è anche il paragone tra la prosodia pasoliniana e “l’esitazione contadina, la modestia degli occhi bassi e del cappello rigirato in mano” (ivi, pp. x-xi), a riprova dunque di un paesaggio friulano protagonista attivo della/nella narrazione. Nello stesso periodo in cui Pasolini entra in contatto con il mondo contadino friulano Danilo Dolci ha da poco raggiunto il paesino di Poggio Cancelli, sull’Appennino abruzzese, dove lavora impartendo lezioni ai figli dei pastori. Risale a questo momento, scrive Vincenzo Schirripa (2010, p. 26), “la prima immersione fra quella che avrebbe poi chiamato ‘gente semplice’”: “In una piccola locanda trazzera, la gente veniva la sera, famiglie intere a partecipare a gare di ottave improvvisate. Incredibile la conoscenza della natura, l’esperienza poetica della gente in ogni stagione. Sapevano guardare, e pur esprimersi”.6 I luoghi più lontani dal fragore della città, nei quali “il tempo non si muove” 7 (Pasolini, 1942, p. 25) e la giornata è scandita dal ritmo del lavoro nei campi sono in realtà custodi di culture uniche e primigenie, nelle quali l’atto poetico si realizza in due forme distinte: da un lato, più canonicamente, i paesaggi naturali casarsesi e abruzzesi (ma anche quelli toscani in provincia di Grosseto dove “in alto, al bosco dei marini olivi, profumata dai fiori delle vigne noi costruiremo la città di Dio”) sono per i giovani Pasolini e Dolci fonte di ispirazione poetica in quanto rappresentanti “di un esistere più nitido e profondo” (Spagnoletti, 1975). Il paese d’origine di Susanna Colussi è per il primo un luogo mistico, lontano dal caos cittadino, che già negli anni precedenti – in cui vi si 6 Dolci, D., Gettini di vitalba, Archivio del Centro per lo sviluppo creativo “Danilo Dolci” di Partinico (Schirripa, 2010, p. 24). 7 “Il timp ‘a no si mòuf”, recita il componimento Per un ritorno al paese.
369 trasferiva per le vacanze estive – il poeta delle Ceneri descrive agli amici lontani come il luogo migliore per trascorrere la vita: “Credo che non ci sia cosa più bella della vita in campagna, tra semplici amici…” (Naldini, 2016, p. lii). Il contesto casarsese gli permette anche di riflettere sui suoi legami professionali e di amicizia e di comprendere ad esempio il valore del gruppo bolognese di cui fanno parte, tra gli altri, Luciano Serra, Francesco Leonetti e Roberto Roversi, ai quali infatti, dalla campagna, scrive elogiando l’intesa spirituale che li unisce, fiero del gruppo e del modo unitario di sentire. Con la stessa sensibilità, attraverso quella che Schirripa definisce la “contemplazione del vivente” (Schirripa, 2010, p. 29), Dolci trascorre gli anni Quaranta a diretto contatto con la natura, ampliando il bagaglio delle esperienze che, nei decenni successivi, avrebbero poi avuto un ruolo decisivo nell’orientamento delle scelte private e professionali e nella definizione della sua produzione letteraria. Si tratta di un periodo di alta formazione sul campo nel quale egli impara a guardare e a esprimersi proprio attraverso il linguaggio della natura, imprescindibile per gli obiettivi sociali e di “agire pubblico”.8 Complici gli studi di architettura e i contatti, nel tempo, con i maggiori intellettuali, architetti, scrittori e urbanisti – tra questi, Renato Guttuso, Giò Pomodoro, Carlo Levi, Ernesto Treccani, Goffredo Fofi, Aldo Capitini, Bruno Zevi, Bertrand Russel e Jean-Paul Sartre – il giovane Dolci è pienamente consapevole dell’importanza di “educare allo sguardo” (Schirripa, 2010, p. 29) al fine di rendere la parola9 8 “Non esiste poesia di massa: semmai il poetare aiuta la massa a liberarsi […]. La poesia richiede concentrazione capace di ascoltare ed esprimere profonde interrelazioni. Come può avvenire l’incontro fra poesia e moltitudini? Ogni poesia è agire pubblico” (Dolci, 1987, p. 50). 9 Sulle “parole” di Danilo Dolci cfr. Ragone, 2011. Sull’importanza della parola è interessante la recensione che Pasolini dedica a Non esiste il silen-
370 371 più vera e accessibile, proprio perché strettamente collegata agli spazi vissuti dalle comunità: La visione della realtà dipende anche dall’attitudine del nostro animo; e questa attitudine dipende molto dai nostri rapporti, voluti o subìti. Far presa sulla realtà dal profondo in modo globalmente vivo – il poetare, in senso lato – comunque ci inizia dentro. Della natura, anche umana, la poesia non solo cerca leggere il codice: prova, umilmente, per quanto ancora è incompiuto, di comporlo. […] Vi è in ognuno, nel mondo, un enorme bisogno di poesia (Dolci, 1988, p. 29). Oltre che fonte di ispirazione poetica, il rapporto diretto e non mediato con gli ambienti naturali e contadini permette a Dolci e a Pasolini anche di raccogliere l’urgente testimonianza di una cultura morente, nella sua umiltà densa di poeticità, facendo della denuncia sociale e politica l’obiettivo della loro vita: Tu vedi, Dilio, sulle acacie piove. I cani si sfiatano pel piano verdino. Tu vedi, fanciullo, sui nostri corpi, la fresca rugiada del tempo perduto (Pasolini, 1942, p. 21). zio di Dolci il 6 settembre 1974: “Spero che a Danilo Dolci non sia sfuggito il senso più profondo di questo suo titolo: cioè che ‘anche il silenzio è linguaggio’, che ‘anche ciò che non si dice è parola’. […] Danilo Dolci avrebbe fatto bene a descriverci, ameno un poco, la ‘chiacchiera delle dita’ dei suoi contadini, porcari, pastori di Partinico: cioè il loro aspetto fisico, il loro corpo, la loro mimica, che sono tutti ‘linguaggi’ facenti parte del grande linguaggio del comportamento, o, appunto, del silenzio” (Pasolini, 2016, p. 486).
371 Tronchi di gelso tendono moncherini rimozzi; antiche piaghe incancreniscono; le cortecce scagliose più non reggono l’anima di terra: la carie affonda e svuota. Tra poco i nomi, i cuori incisi attorno si sfaranno in un turbine di polvere. Tra poco anche alla terra l’involucro tatuato dalla vita nostra, si disfarà (Dolci, 2016, p. 11). Seppur nella differenza di metodi e strategie d’azione – Pasolini ha un orientamento antropologico con intenzioni socio-letterarie, mentre gli interventi di Dolci si concretizzano in azioni e reazioni di stampo politico-sociale –, i due condividono la tensione verso la dimensione poetica, intesa quale strumento funzionale alla realizzazione di una nuova Italia. È dunque interessante notare, in tal senso, quanto entrambi, negli stessi anni e nei medesimi contesti, abbiano trovato nella parola poetica la cifra della loro espressione, il mezzo attraverso cui poter avvicinare sé stessi e gli altri alla realtà. Sono significative in questo senso le parole introduttive di Dolci a Poema umano: Ho iniziato a scrivere in versi, giovanetto ripieno di avide letture, per rispondere a un bisogno di concentrazione fantastica e cercare di salvarmi dalle troppe parole, dalla vaga retorica: per fissare in voci essenziali quanto era possibile intuire. Pensavo facilmente in versi, non avrei potuto immaginare di pubblicare altro che poesia. Vagliavo ogni parola nei dizionari etimologici, anche le più consuete, per conoscerne le trasparenze e le radici nel tempo. In un momento di saggezza verso i venticinque anni, ho bruciato tutto, millecinquecento versi, allora li contavo. Ho tenuto solo le voci dei Ricercari, che – appuntate nel
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