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Aura • 1 | 2025 • Tema • issn 3035-1944 • e-issn 2723-9527 • doi 10.5281/zenodo.17446961 Chiara Cauzzi, Sara Sermini storia di un “dono”: la medicina delle nostre donne (1892) di zeno zanetti e gli immaginari della cura 1 Introduzione resso la Biblioteca universitaria Lugano è conservata una copia della prima edizione de La medicina delle nostre donne: studio folk-lorico del dottor Zeno Zanetti, pubblicata nel 1892 a Città di Castello per i tipi di S. Lapi, con l’aggiunta di una lettera intitolata Psicologia delle superstizioni, a firma del medico e senatore Paolo Mantegazza. Sebbene l’opera sia ben nota nel contesto italiano e oggetto di studio nell’ambito della medicina popolare e del folklore, risulta meno conosciuta in Svizzera. Il ritrovamento della copia luganese costituisce un’occasione preziosa per aprire la riflessione su uno degli aspetti più trascurati del lavoro di Zanetti. L’obiettivo di questo articolo è duplice. Da un lato, Chiara Cauzzi analizzerà la copia conservata a Lugano, donata da un avvocato italiano a un medico ticinese, ricostruendone la storia e soffermandosi sul contesto di diffusione dell’opera tra Italia e Svizzera. Dall’altro, Sara Sermini, a partire da questo “dono”, esplorerà alcuni aspetti della costruzione degli immaginari legati alla cura, con particolare attenzione al ruolo attribuito alle donne. Gli immaginari della cura che emergono dal testo di Zanetti saranno messi in dialogo con immaginari simili, riscontrabili nel territorio elvetico, attraverso la rilettura del romanzo in due volumi di Jeremias Gotthelf, Wie Anne Bäbi Jowäger haushaltet und wie es ihm mit dem Doktern geht (1843–44) [Come Anne Bäbi Jowäger gestisce la casa e come se la cava con i dottori]. L’intento non è tanto quello di sottolineare le differenze tra i rispettivi approcci alla medicina popolare, quanto piuttosto di mettere in luce le convergenze nei modelli simbolici della cura trasmessi da entrambi i testi. L’approccio adottato si fonda sulla necessità di interrogare criticamente le narrazioni storicamente costruite attorno alle donne e alle pratiche della cura. In particolare, si propone una lettura genealogica di questi immaginari, volta a comprenderne la persistenza nel tempo e, soprattutto, a individuare strumenti teorici e analitici utili alla loro decostruzione. In un’epoca in cui i ruoli di genere e le pratiche di cura sono oggetto di ridefinizione, ma al contempo restano segnati da eredità culturali spesso invisibili, comprendere le modalità di diffusione e le strutture simboliche che li sostengono resta un compito imprescindibile. 1 Chiara Cauzzi si è occupata della parte intitolata La medicina delle nostre donne nel Fondo Celio: storia di un dono, Sara Sermini invece della parte dal titolo Gli immagini mentali della cura, l’introduzione e le conclusioni sono redatte a due voci. P
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 58 I parte: La medicina delle nostre donne nel Fondo Celio: storia di un dono Il volume è custodito nel magazzino al quinto livello della Biblioteca universitaria Lugano con segnatura BUL M 101.081 ed è parte del fondo librario appartenuto al medico luganese Attilio Celio, donato dalla famiglia e in particolare dalla figlia Cornelia Celio Binaghi in seguito ad un accordo tra le parti. La raccolta consta di 133 volumi, sia antichi sia moderni, le cui materie spaziano dalla medicina legale alla chirurgia, dalla patologia all’ostetricia, dallo studio dell’epilessia al metodo per curare le febbri e proviene dalla sua casa luganese di Breganzona. Come la figlia ha riferito durante un incontro conoscitivo, non si dispone purtroppo della sezione relativa alla musica e all’arte. Una volta giunti in Biblioteca, a partire dal 2023, i libri del Fondo Celio sono stati descritti e resi visibili nel catalogo online USI Reperio2 delle Biblioteche dell’Università della Svizzera Italiana, che sono parte di un circuito ben più ampio all’interno di Swisscovery3 rappresentato da 490 biblioteche. Per la descrizione dei libri moderni si sono adottate le linee guida RDA4 applicate al consorzio DACH, seguendo le indicazioni del manuale SLSP5, per quelli antichi, invece, le istruzioni fornite dall’Expert Pool of Rare Materials, un gruppo di lavoro dedicato alla catalogazione e alla digitalizzazione dei materiali rari. La consultazione dei volumi del Fondo Celio è consentita in sede secondo le modalità stabilite dal regolamento interno6 della biblioteca. L’accesso ai libri e alle descrizioni permette quindi a studenti, ricercatori e professori di approfondire gli studi e di compiere nuove ricerche in materia di storia della medicina7. 2 Per la consultazione delle opere del Fondo Celio si veda il catalogo USI Reperio: https://reperio.usi.ch/discovery/search?vid=41SLSP_USI:BiUSI&lang=it. 3 Reperio all’interno di Swisscovery consente di accedere alle collezioni di oltre 490 biblioteche scientifiche in Svizzera. 4 Per RDA si intende Resource Description and Access. Si vedano M. Guerrini, C. Bianchini , Introduzione a RDA: linee guida per rappresentare e scoprire le risorse, Milano, Editrice Bibliografica, 2014, Id ., Manuale RDA: lo standard di metadatazione per l’era digitale, Milano, Editrice Bibliografica, 2016, M. Guerrini , RDA: Resource Description and Access, con un aggiornamento di L. Sardo, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2020 e M. Guerrini, L. Manzoni , RDA: Resource Description and Access, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2022. 5 C. Cauzzi, S. Walder , Katalogisieren mit RDA und Alma: Ein neuer Horizont für die Bibliotheken der Università della Svizzera Italiana (USI), in «b.i.t. online Bibliothek. Information. Technologie», 24, 2021, pp. 598-600. 6 Si vedano le disposizioni per la consultazione di opere e fondi speciali: https://it.bul.sbu.usi.ch/information/regulations#inf-reg-disposizioni-per-la-consultazione-di-opere-e-fondi-speciali. 7 La Biblioteca universitaria si pone come obiettivo quello di valorizzare i fondi librari e le collezioni speciali con attività di promozione e diffusione quali presentazioni, mostre bibliografiche, lezioni agli studenti, eventi pubblici in modo tale di far conoscere le raccolte ad un ampio pubblico, non solo strettamente accademico e di creare collaborazioni e connessioni tra istituzioni culturali. All’arrivo dei volumi nelle scatole è stata adottata una soluzione preventiva, ossia la spolveratura con un pennello adatto, così come particolare attenzione è stata destinata agli aspetti prettamente conservativi: la collocazione in un ambiente dotato di parametri ambientali controllati e l’inserimento di fascette di carta non acida sulle quali sono stati appuntati
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 59 Attilio Celio era un medico chirurgo che compì i suoi studi a Friburgo e svolse gran parte della sua attività lavorativa prima al vecchio ospedale civico di Lugano, poi all’Ars Medica di Sorengo con alcuni periodi di pratica in Austria, a Parigi e a Zurigo8. Prese parte a diverse associazioni del territorio con grande impegno e dedizione: Lions Club Lugano, Panathlon Lugano e l’Associazione Archeologica Ticinese. Nel tempo libero era un appassionato viaggiatore come dimostrano le note di esemplare apposte sui suoi libri e i racconti stessi della figlia. Difatti la sua collezione si caratterizza per la presenza di volumi legati alla professione medica, alcuni acquistati nel corso dei suoi viaggi, altri ricevuti in dono da conoscenti, pazienti e amici, come nel caso della Medicina delle nostre donne. Il volume si presenta in buone condizioni, con una legatura in mezza pelle con tassello: «Z. Zanetti La medicina delle nostre donne». Non si segnala la presenza di alcun segno di attenzione, sottolineatura e nota di lettura apposta all’interno o ai margini del testo, ma nel volume è stato ritrovato e viene tuttora conservato un biglietto con la seguente intestazione: «Avv. Carlo Canetta via S. Antonio 22 Milano». Il cartiglio riporta le parole riconoscenti dell’Avvocato Carlo Canetta rivolte ad Attilio Celio: 19 Dicembre 1899 Egregio sign. Dottore, La prego di gradire l’invito tenne compenso delle sue pie utili prestazioni ed il libro di cui Le ho parlato l’altro ieri. Presto Le manderò il noto ricettario. Auguro a Lei e alla sua gentil signora le buone feste e Le sono devotissimo. Avv. Carlo Canetta9 Per limitarsi a qualche ragguaglio biografico, Carlo Canetta nacque a Milano il 2 dicembre 1864 e morì a Novara il 3 agosto 1906. Compì i suoi studi presso la Facoltà di Giurisprudenza e intraprese ben presto la carriera di avvocato, dimostrando da sempre un forte interesse nei confronti della politica, divenendo poi deputato10. a matita il numero di inventario e la collocazione ed è stato applicato il barcode consentendo così il collegamento diretto alla scheda catalografica di riferimento. 8 Informazioni desunte dall’incontro conoscitivo con la figlia Cornelia Celio Binaghi svolto in data 25 gennaio 2023 presso la Biblioteca universitaria Lugano. 9 La trascrizione è fedele al testo, le abbreviazioni sono state sciolte per consentire maggiore facilità di lettura. 10 Si veda il link a Wikisource: https://it.wikisource.org/wiki/Autore:Carlo_Canetta e il link al portale storico della Camera dei deputati: https://storia.camera.it/deputato/carlo-canetta-18641202/.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 60 Le note di esemplare, ossia le annotazioni, gli ex libris, le dediche, le annotazioni, i segni di lettura, le sottolineature e tutte le tracce presenti nelle diverse parti del libro forniscono allo studioso elementi fondamentali per poter ricostruire la provenienza, la storia e la circolazione del singolo volume11. Proprio per questo motivo è stata adottata in fase di descrizione una catalogazione ad hoc che consente di poter inserire le caratteristiche dell’esemplare in questione partendo dalla legatura (coperta, piatti, risguardi, fogli di guardia) sino alle note, alle postille e alle annotazioni del possessore precedente12. Il catalogo elettronico permette quindi di raggruppare i volumi per fondo librario e per voci di autorità al fine di poter reperire le informazioni relative sia all’edizione sia all’esemplare stesso13. Lo studioso, mediante la consultazione e l’utilizzo di Reperio USI, ha la possibilità di condurre delle ricerche avanzate e di estrarre i dati producendo liste di lavoro con i titoli a disposizione. Grazie a questa ricerca preliminare si attesta la presenza di ventisei volumi dell’Enciclopedia medica italiana per le singole discipline (Milano, Vallardi, 1800), diciassette numeri della rivista Ergebnisse der Chirurgie und Orthopädie (Berlin, SpringerVerlag, 1910), sette numeri del periodico Jahresbericht über die Leistungen und Fortschritte in der Gesammten Medicin Bericht für das Jahr (Berlin, A. Hirschwald, 1867-1918), quattro volumi delle Korrespondenzblatt für Schweizer Ärzte gegründet v. E. Klebs (Basel, Schwabe, 1871), i cinque volumi delle Institutionum medicinae practicae quas auditoribus suis praelegebat Jo. Baptista Burserius de Kanilfeld ... recudi curavit praefata auctoris biographia N.M. Sormani (Mediolani, Ex Typographia Gasparis Truffi, 1829-1830), cinque Oeuvres complètes d’Hippocrate avec introduction de Georges Duhamel (Paris, Union Littéraire et Artistique, 1955) e quattro parti dell’Epitome de Galien (Paris, Union latine d’éditions, 1962). Oltre a opere di medicina generale, la collezione comprende anche titoli relativi allo studio delle malattie dell’utero e del parto come ad esempio Des névroses menstruelles, ou la menstruation dans ses rapports avec les maladies nerveuses et mentales par Docteur Berthier (Paris, Delahaye, 1874), The puerperal diseases clinical lectures delivered at Bellevue Hospital by Fordyce Barker (London, J & A. Churchill, 1874), Trattato delle malattie dell'utero di Carlo Wenzel, versione dal tedesco di Domenico Gola (Milano, P.A. Molina, 1931), Manuale del parto meccanico od istrumentale lezioni tenute nell'Università di Pavia dal professor Teodoro Lovati (Milano, Tipografia e libreria di Giuseppe Chiusi, 1854), Dell'arte dell’ostetricia. Volume 2 di J. L. Baudelocque; traduzione dal francese di Pasquale Leonardi 11 Si vedano R. Nisticò , Studio e indicizzazione delle dediche librarie. L’approccio a un elemento importante del paratesto nell’ottica professionale del bibliotecario, in «Biblioteche oggi», marzo 1998, pp. 18-25 e G. Petrella , Scrivere sui libri: breve guida al libro a stampa postillato, Roma, Salerno, 2022. 12 Si vedano E. Barbieri , Guida al libro antico: conoscere e descrivere il libro tipografico, premessa di L. Balsamo, Firenze, Le Monnier, 2006, F. Nepori, B. Pavoletti , La catalogazione “orientata all’esemplare”, in «Biblioteche oggi», 1, 2015, gennaio-febbraio 2015, pp. 23-35. 13 Si vedano P.G. Weston , Il catalogo elettronico: dalla biblioteca cartacea alla biblioteca digitale, postfazione di G. Solimine, Roma, Carocci, 2002, pp. 120-121, C. Bianchini, M. Guerrini , Universo bibliografico, descrizione e accesso delle risorse bibliografiche, in Biblioteche e biblioteconomia: principi e questioni, a cura di G. Solimine e P. G. Weston, Roma, Carocci, 2015, D. Deana , A ciascuno il suo catalogo: la rivoluzione tecnologica e le biblioteche, Milano, Editrice Bibliografica, 2019.
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 61 Cattolica (Milano, coi tipi di Gaspare Truffi e comp., 1833) e il Corso teorico-pratico d’ostetricia nel quale si espongono i principj di questo ramo dell’arte sanatrice, le cure richieste dalla donna durante e dopo il parto ed inoltre gli elementi dell’educazione fisica e morale del bambino di F. Capuron; traduzione di Giuseppe Coen (Pisa, Tipografia Nistri, 1840). Seppure gli interessi siano ben individuabili, La medicina delle nostre donne rappresenta un unicum nella sua biblioteca personale, a dimostrazione probabilmente della scarsa conoscenza o del poco interesse di Attilio Celio nei confronti della medicina popolare. Inoltre, il fatto che il volume non sia per nulla annotato pone la questione ulteriormente in evidenza. In questo caso, l’avvocato Carlo Canetta riferì dei contenuti del volume al medico e glielo donò per ringraziarlo delle sue prestazioni mediche. Per la mancanza di annotazioni o segni manoscritti non è possibile sapere con certezza se Canetta avesse acquistato il libro o l’avesse ricevuto in dono a sua volta. Chiaramente possono essere solo avviate ipotesi e prime riflessioni in merito. La data di pubblicazione del 1892 e il biglietto datato al 1899 ci confermano che erano passati solo sette anni dall’uscita del volume, ma non ci sono elementi per stabilire da quanti anni Canetta avesse questo libro nella sua biblioteca. Non sono attestate tracce di ex libris o note che indichino la sua presenza in librerie antiquarie o altrove. La copia in possesso dell’avv. Canetta è una delle tante presenti sul territorio italiano14. Una ricerca condotta all’interno dei cataloghi online delle case d’aste e delle librerie antiquarie consente di segnalare la presenza di alcune copie del volume a un costo ridotto, il che implica un raggio di diffusione piuttosto esteso15. La circolazione del testo viene garantita, in anni successivi, anche dalla pubblicazione di una ristampa anastatica con un’ampia introduzione storico-critica di Raffaella Trabalza ad opera della casa editrice Ediclio di Foligno nel 1978 e da una successiva ristampa nel 2020, sempre ad opera di un editore di Foligno, il Formichiere16. 14 Come è stato possibile rilevare da una ricerca all’interno del catalogo del Servizio bibliotecario nazionale (opac SBN), difatti risulta presente in ben diciannove biblioteche italiane distribuite su tutta la penisola. Si veda la scheda bibliografica con codice identificativo RAV0312250 nel catalogo SBN. Il volume è presente alla Biblioteca civica Giovanni Canna (Alessandria), Biblioteca Economica, giuridica, sociologica, Università politecnica delle Marche, Biblioteca civica Angelo Mai, Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Biblioteca Malatestiana, Biblioteca nazionale centrale di Firenze, Biblioteca di scienze, Università degli studi di Firenze, Biblioteca Statale di Lucca, Biblioteca del centro APICE, Università degli studi di Milano, Biblioteca etnografica Giuseppe Pitré, Biblioteca storica di medicina e botanica Vincenzo Pinali e Giovanni Marsili, Biblioteca comunale Carducci, Città di Castello, Biblioteca dell’Accademia di Belle Arti (Perugia), Biblioteca dell’Istituto centrale per i beni immateriali, Roma, Biblioteca Angelo Monteverdi per gli studi filologici, linguistici e letterari, Università La Sapienza, Biblioteca civica centrale, Torino, Biblioteca civica di Varese e Biblioteca consorziale di Viterbo. 15 Si vedano i cataloghi di Maremagnum, AbeBooks.it, Gonnelli libreria antiquaria, case d’asta e casa d’arte, Cambi case d’aste, consultati in data 7 luglio 2025. 16 Si vedano A.M. Cirese , Zanetti e la medicina popolare: questioni di ieri e di oggi, in Z. Zanetti , La medicina delle nostre donne (1892), a cura di M.R. Trabalza, Foligno, Ediclio, 1978, p. 13 e Id ., La medicina delle nostre donne, introduzione di P. Falteri e P. Bartoli, Foligno, Il formichiere, 2020, p. V.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 62 In Svizzera, invece, da un confronto all’interno dei maggiori cataloghi dei sistemi bibliotecari e delle biblioteche digitali17, risulta che La medicina delle nostre donne è presente in una sola istituzione culturale, la Biblioteca universitaria Lugano dell’Università della Svizzera Italiana, la quale custodisce diversi fondi librari, oltre al Celio, ricevuti in dono dalle famiglie. La Biblioteca universitaria è divenuta quindi negli ultimi anni non solo un luogo di studio rivolto alla comunità accademica e di gestione delle raccolte correnti, ma anche un luogo destinato alla conservazione delle collezioni speciali18. La medicina delle nostre donne, insieme alla Medicina popolare siciliana di Giuseppe Pitrè (1841-1916)19, è uno dei più importanti testi della medicina popolare del tempo20: racchiude al suo interno le ricerche condotte dal medico perugino e demologo della scuola di Paolo Mantegazza sulle pratiche e le credenze mediche diffuse tra i contadini umbri21. L’opera si apre con una lettera del discepolo Zanetti che descrive studi e riflessioni compiuti nel tempo in merito all’argomento: In quel tempo gli studi folk-lorici erano coltivati anche meno di quello che lo siano attualmente in Italia; e quando mi posi all’opera, fui più volte beffato sulle qualità delle mie ricerche giudicate affatto puerili. Ciò però non produsse in me alcun raffreddamento: e andato in condotta nelle campagne, tornato medico nella mia città, dappertutto ho raccolto silenziosamente il mio materiale, e serbatolo per tempi migliori. Or fa quattro anni, ebbi in idea di scegliere dal mio tesoro abbastanza opulento, tuttociò che riguardasse la medicina praticata dal popolo, e ordinarlo a scopo di uno studio storico e comparato delle superstizioni possedute dalle nostre donne ignoranti e colte […] Contro la prevenzione, l’opuscolo incontrò i favori di molti; lo stesso Pietrè mi incoraggiò a proseguire, ed io mi posi con maggior lena di prima, attorno al mio libro - La Medicina Folk-lorica - al quale consacro molto tempo e spese non poche22. Segue la lettera La psicologia delle superstizioni del professore Mantegazza indirizzata a Zanetti e che si sofferma proprio sul concetto di superstizione e in particolare sulle questioni prettamente mediche: La superstizione è un organo del pensiero, che sopravvive, come un muscolo rudimentale, al progresso e all’evoluzione; è un avanzo del passato, che fu un tempo verità 17 Si vedano nello specifico i diversi cataloghi: Reperio USI, Swisscovery Plus, Sàmara, Biblioteca digitale del Canton Ticino, BGR, RERO+, Renouvaud, Helveticat, Alexandria, Fonoteca, e-rara, memoriav, lanostraStoria.ch, swisscollections. 18 A partire dalla donazione del Fondo di Carlo Dionisotti nel 2014. 19 Si vedano G. Vidossi , Per lo studio della medicina popolare, in «Lares», VI, 4, 1935, pp. 247-249 e C. Gallini , Giuseppe Pitrè, La medicina popolare siciliana: etnografia e scrittura, in «Lares», LXXII, 3, 2006, pp. 769-784, A.M. Cirese , Zanetti e la medicina popolare: questioni di ieri e di oggi, cit., p. 24. 20 Ivi, p. 13, F. Dei , La categoria di medicina popolare nella storia degli studi demologici italiani, in «Lares», LXXXV, 3, 2019, p. 402, G.B. Bronzini , Medioevo popolare e positivismo antropologico italiano, in «Lares», LIII, 2, 1987, pp. 154-155. 21 Si veda A. Prosperi , Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, Torino, Einaudi, 2019. 22 Z. Zanetti , La medicina delle nostre donne: studio folk-lorico, Città di Castello, Lapi, 1892, pp. V-VI.
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 63 gloriosa, incontrastata, e che poi dall’alto scendendo al basso della gerarchia sociale, rimane per qualche tempo come in ultimo rifugio fra i beati del pensiero, e vien poi del tutto eliminato. Noi, dal nascere al morire, ci spogliamo di molti pregiudizi ereditati: e così le civiltà compiono continuo, senza posa, questo lavorio di depurazione, direi di coppellazione, eliminando le scorie dal nitido metallo del vero. Voi avete studiato soltanto le superstizioni della medicina popolare: e precisando meglio i confini dell’osservazione, l’avete resa più intensa e più feconda. Anch’io come medico, avendo esercitato l’arte mia nei paesi più lontani e selvaggi, ho dovuto trovarmi sempre tra i piedi questo nemico celato, che quando meno lo pensava, mi contrastava il passo e mi mozzava le gambe […] Le superstizioni mediche sono fra tutte, forse le più interessanti a studiarsi, non solo per l’importanza grandissima che hanno sulla salute e sui costumi di un popolo, ma anche, perché la loro analisi psicologica è fra le più curiose e feconde23. Lo studio è suddiviso in due parti, una prima dedicata alla medicina interna e una seconda alla medicina esterna. I capitoli iniziali riguardano la medicina popolare e in particolare i mali di petto, di cuore, di stomaco, al corpo, al fegato e alla milza, alla testa, le febbri, la fecondità, la gestazione, l’aborto, il parto e la cura del bambino. I capitoli successivi invece esaminano l’anatomia esterna e nel dettaglio il mal di occhi, alla gola, “agli orecchi”, ferite, piaghe, dolori articolari e reumatici, rabbia, morsicature e punture velenose, mali sulla pelle e d’urina. Il libro non contiene illustrazioni e si chiude con delle preziose tavole alfabetiche con vocabolario. Contemporaneamente alla diffusione del testo di Zanetti in Italia, anche in Svizzera si assiste a un crescente interesse per la medicina popolare. Ne è testimonianza il contributo di Otto Stoll (1849–1922), etnologo e linguista svizzero, Die Erhebungen über “Volksmedizin” in der Schweiz [Indagini sulla medicina popolare in Svizzera]. Pubblicata nel 1901, dunque a breve distanza dalla prima edizione dell’opera di Zanetti (1892), questa ricerca offre un quadro articolato dello stato delle indagini in ambito svizzero, proponendo al contempo nuove piste di approfondimento24. Nell’introduzione Stoll ripercorre l’evoluzione storica dei due approcci: da un lato la medicina accademica che si sviluppa all’interno del mondo civilizzato, presso i cosiddetti Kulturvölker25 (i “popoli di cultura”, o “civilizzati”); dall’altro la medicina popolare, che costituisce il nucleo più antico di concezioni e pratiche mediche, seppure in presenza di contatti diretti dimostrati anche dalle fonti. Inoltre afferma che nei paesi civilizzati dove la presenza di ospedali e medici è alta, la medicina accademica ha avuto la meglio su quella popolare. Dopo le osservazioni preliminari, dalle quali emerge chiaramente l’impianto “civilizzatore” ed il primato conferito alla medicina accademica, il contributo si articola in sezioni proponendo uno schema delle indagini sulla medicina popolare, una definizione di medicina popolare in senso stretto con l’aggiunta delle concezioni sulle patologie del popolo e le 23 Ivi, pp. XII-XIII. 24 O. Stoll , Die Erhebungen über “Volksmedizin” in der Schweiz, in «Schweizerisches Archiv für Volkskunde =Archives suisses des traditions populaires», 5, 1901, pp. 157-200. 25 Ivi, p. 157.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 64 indicazioni metodologiche per la raccolta dei dati. Infine, Stoll nelle conclusioni sostiene quanto la medicina popolare sia importante per la conoscenza della storia della medicina e delle caratteristiche delle diverse comunità locali. Nel contesto storico e culturale del secondo Ottocento europeo, segnato da un crescente interesse per la medicina popolare e da una più netta affermazione della medicina accademica, il caso della Medicina delle nostre donne si pone come un crocevia significativo. Il dono del volume da parte dell’avvocato Carlo Canetta al medico luganese Attilio Celio è emblematico di una circolazione del sapere che si realizza attraverso le relazioni personali, affettive e professionali, al di fuori dei canali istituzionali. Come sottolinea Otto Stoll nelle sue indagini sulla Volksmedizin in Svizzera, anche nei contesti ritenuti “civilizzati” la medicina popolare continua a esercitare un’attrazione, una forza simbolica che la medicina accademica non riesce del tutto a soppiantare. In entrambi i contesti – quello italiano di Zanetti e quello svizzero di Stoll – la medicina popolare emerge come un sapere stratificato e legato a un’interpretazione simbolica e comunitaria della malattia e della cura. Il ritrovamento della copia luganese di Zanetti non costituisce dunque un semplice fatto bibliografico, ma si configura come un atto di trasmissione, un “dono” che ci parla di relazioni, di pratiche di cura, di forme di sapere non codificate. Questo libro – apparentemente marginale nella biblioteca di un medico moderno come Attilio Celio – si rivela in realtà testimone silenzioso di un sapere che continua a interpellarci: perché la cura, prima ancora che pratica tecnica, è sempre anche immaginario, racconto e soprattutto relazione. II parte: Gli immaginari della cura In una conversazione radiofonica del 1951, la scrittrice Karen Blixen riflette sulle prime forme fotografiche, i cosiddetti dagherrotipi, e contemporaneamente sulle immagini mentali che questa materia innesca, riemergendo spesso improvvisamente dagli armadi di casa: «Teniamo in mano un’immagine mentale della struttura e dell’ideologia di un’epoca, da cui emana, come da un vaso di pot-pourri riposto da tempo, l’essenza fine, genuina di una cultura scomparsa»26. I dagherrotipi evocati da Blixen, tuttavia, non sono intesi come oggetti materiali, bensì come figure mentali che si trasmettono oralmente, si formano nella mente dei singoli e contribuiscono alla costruzione di un immaginario condiviso; mettono in gioco la materia – la sollecitano, la producono – cooperando alla formazione di ciò che definiamo “storia della cultura”. Osservare le immagini mentali significa, secondo Blixen, osservare dei fenomeni interconnessi e «comprendere che niente è casuale, che esiste una mistica, intima coerenza fra i princìpi, gli ideali, le ambizioni, i pregiudizi e i sogni di un’epoca… e i suoi sofà, i suoi bouquet e i cappellini da donna»27. I manufatti, per Blixen, conseguono alle immagini mentali e, quando riemergono in forma di un oggetto preciso 26 K. Blixen , Dagherrotipi, trad. it. di B. Berni, Milano, Adelphi, 1995, pp. 169-70. 27 Ivi, p. 170.
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 65 rovistando in un cassetto, rimandano a un’epoca che si è costruita materialmente a partire da determinate immagini mentali. Il libro di Zanetti, riemerso dal Fondo Celio della Biblioteca universitaria di Lugano, è già stato ampiamente studiato nell’ambito degli studi sulla medicina popolare come un «un’opera documentalmente importante: una delle prime, in Italia, di tanto ampia e sistematica mole nel campo della demoiatria (così un tempo si usavano chiamare gli studi di medicina popolare); e forse la sola dell’epoca che regga validamente al confronto con un classico quale il volume su La medicina popolare siciliana che Giuseppe Pitrè pubblicò quattro anni dopo»28. Tuttavia, esso ci consente di compiere una riflessione ulteriore su alcuni tipi di immaginari mentali veicolati nell’ambito del folklore e della cultura popolare ancora poco studiati, che hanno a che fare con le narrative formatesi intorno alle donne. Uso volutamente il termine narrative come calco dall’inglese, per richiamare l’attenzione sulla reiterazione di specifici modelli narrativi e sulle modalità discorsive che nel tempo si sono consolidate. È ancora Blixen a guidarci nell’analisi, permettendoci di entrare nel cuore della questione narrativa. Infatti, il primo “dagherrotipo” presentato da Blixen risulta essere di grande interesse per le riflessioni che ci accingiamo a compiere. Si tratta non di un manufatto, come anticipato, ma di «un’affermazione» che la scrittrice dichiara di aver sentito pronunciare durante una sera d’estate da un vecchio zio, nato nel pieno dell’Ottocento, il quale sosteneva che fosse «uno scandalo vedere le signore in bicicletta»29. Contraddetto da qualcuno dei presenti, il vecchio zio arriva ad affermare: «Quando vedo una signora in bicicletta mi sembra, diamine, di avere il diritto di darle una pacca sul didietro!»30. Blixen osserva le reazioni suscitate da questa affermazione, soprattutto nelle più giovani, indignate nel riconoscere le modalità cui gli uomini di quella generazione si ostinassero a difendere la «dignità della donna». E cerca di capire come ragionassero fino al punto da sostenere che essi «vedessero le donne sotto tre aspetti, o le dividessero in tre gruppi… ovvero: ufficialmente le vedevano o le giudicavano così»31. Per gli uomini dell’Ottocento le donne erano «angeli custodi», «madri di famiglia», oppure «baiadere»32. E poi c’era un’altra tipologia di donna che, «molto prima che entrasse in uso l’espressione “emancipazione della donna”, esisteva indipendentemente dall’uomo e aveva in sé il proprio centro di gravità. Era la strega»33. Le donne rivestivano i panni delle osservate speciali e la loro immagine era costruita da quello sguardo maschile che su di loro si posava. Blixen stessa, pur essendo nata alla fine dell’Ottocento, ha subìto questo destino. Come ricorda Hannah Arendt, Blixen nascose la sua identità di scrittrice «premettendo al cognome da ragazza lo pseudonimo maschile “Isak”, colui che ride. Il riso avrebbe dovuto risolvere diversi problemi piuttosto complicati, il meno serio dei quali, forse, era la sua ferma convinzione che non si addiceva 28 A.M. Cirese , Zanetti e la medicina popolare: questioni di ieri e di oggi, cit., p. 13. 29 K. Blixen , Dagherrotipi, cit., p. 175. 30 Ibidem. 31 Ivi, p. 181. 32 Ivi, p. 181-182. 33 Ivi, p. 186.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 72 A esercitare un’autorità normativa sui saperi medici divulgati attraverso alcune delle fonti scritte citate da Zanetti e giunti al popolo per trasmissione orale vi è, inoltre, il parere del medico ufficiale, distinto dal medicone: il primo è riconosciuto dalle istituzioni e legittimato a esercitare la medicina secondo i criteri della scienza, mentre il secondo appartiene a una dimensione più ambigua, popolare e spesso sospetta di empirismo superstizioso. Se depositario di queste credenze, ereditate e ricordate è il popolo, sono le “nostre donne” ad essere depositarie delle pratiche. Se l’uomo è detentore della parola (quella antica), la donna detiene la pratica, è definita «operatrice»61; è esperta soprattutto della «maniera di applicare» ogni «mezzo di cura»62. Cito un passaggio che esemplifica, a livello narrativo, una tendenza ricorrente in tutto il volume di Zanetti: «Il nostro popolo conosce assai bene l’uso dell’oro come corroborante del core, e alcuna delle nostre donne si affretta ancora ad offrire, nei deliqui, acque aromatiche in cui ha immerso la sua fede d’oro, ossia il suo anello nuziale»63. È inoltre la donna ad occuparsi delle pratiche più “disgustanti”, quelle che spesso vengono silenziate o marginalizzate nel discorso ufficiale, come, ad esempio la cosiddetta operazione di “tirar su lo stomaco”: «questa operazione è praticata quasi sempre da una donna la quale abbia una certa età, sia essa in fama o no di medicona. Ciò non toglie però, che vi siano anche degli uomini i quali si vantino di ritirar su lo stomaco»64. La stessa pratica, se compiuta quotidianamente da una donna, rientra nella sfera della normalità, quasi fosse un’attività naturale; se invece è un uomo a compierla, essa diventa motivo di vanto. La competenza femminile viene così naturalizzata e al tempo stesso svalutata, mentre quella maschile, anche in ambiti marginali, tende a essere riconosciuta e socialmente valorizzata. Sebbene credenze ritenute false siano condivise da tutta la comunità, è sulla donna che ricade in maniera preponderante il biasimo per la loro conservazione e trasmissione. Espressioni ricorrenti nel testo come “le nostre donne dicono” servono soprattutto a sottolineare il loro ruolo di veicolatrici di pratiche considerate erronee o superstiziose, rafforzando così la costruzione di una responsabilità femminile quasi esclusiva nella diffusione di un sapere ritenuto arretrato. Nel contesto svizzero, dove il libro è giunto – come dimostra la copia donata al medico Attilio Celio, oggi conservata a Lugano, e come illustrato da Chiara Cauzzi nella prima parte dell’articolo – la storia della medicina popolare presenta caratteristiche differenti rispetto ad altri contesti. Tuttavia, gli immaginari legati alla cura mostrano notevoli elementi di continuità. Pur non essendo questo il luogo per un’analisi approfondita, un esempio significativo in tal senso è offerto da un romanzo che conobbe una vasta diffusione nella Svizzera tedesca: si tratta dell’opera dello scrittore e predicatore svizzero Jeremias Gotthelf 61 Cfr. ad es. Z. Zanetti , La medicina delle nostre donne. Studio folk-lorico [1892], cit., pp. 43, 46, 127. 62 Ivi, p. 26. In una nota al suo saggio dedicato ai percorsi attraverso i quali alcune operatrici hanno acquisito le facoltà che le rendono socialmente riconoscibili come figure terapeutiche o magico-terapeutiche, Antonietta Di Vito osserva come «Zeno Zanetti intitolava alle donne il suo celebre lavoro, benché poi la lettura dello stesso riveli come egli avesse incontrato anche alcuni uomini che esercitavano pratiche di cura». Cfr. A . Di Vito , Parentele femminili, in «Lares», LXV, 3, 1999, p. 211. 63 Z. Zanetti , La medicina delle nostre donne. Studio folk-lorico [1892], cit., p. 36. 64 Ivi, p. 43.
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 73 (pseudonimo di Albert Bitzius), pubblicata in due volumi nel 1843 e nel 1844 con il titolo Wie Anne Bäbi Jowäger haushaltet und wie es ihm mit dem Doktern geht [tradotto: Come Anne Bäbi Jowäger gestisce la casa e come se la cava con i dottori]65, spesso nota e ristampata con il solo titolo Anne Bäbi Jowäger. Il testo, scritto in una lingua che fonde l’alto tedesco (Hochdeutsch) con il dialetto bernese (Bärndütsch o Berndeutsch) per favorirne la diffusione sul territorio, ha ispirato un film omonimo, un Heimatfilm del 1962 diretto da Franz Schnyder. Il romanzo di Gotthelf rappresenta una fonte letteraria di primaria importanza per comprendere la marginalizzazione storica della medicina popolare nel contesto svizzero ottocentesco. Nato come scritto polemico su incarico della Commissione sanitaria bernese66, esso denuncia le credenze superstiziose della medicina popolare e la ciarlataneria di presunti medici. Riflettendo la crescente tensione tra medicina scientifica e saperi popolari, la richiesta istituzionale e la conseguente risposta narrativa dell’autore rispondono a una duplice esigenza: da un lato, si inseriscono nella più ampia cornice culturale europea segnata dalla riscoperta romantico-folclorica di un sapere originario ritenuto autentico; dall’altro, riflettono il tentativo della classe medica – in via di consolidamento come corpo professionale autonomo – di legittimare la propria autorità mediante l’affermazione di un monopolio terapeutico. In questo contesto, l’uso sistematico di espressioni denigratorie come “medicastri”, “pseudomedici” o “ciarlatani” nei confronti dei guaritori popolari svolge una funzione strategica: quella di sancire simbolicamente la superiorità della medicina accademica e di delegittimare le forme di sapere alternativo. Attraverso la vicenda di Jakobli, figlio di Anne Bäbi Jowäger, segnato dalle conseguenze di un mancato vaccino contro il vaiolo67, Gotthelf mette in scena i pericoli della medicina empirica, sostenendo indirettamente la modernizzazione sanitaria. Tuttavia, l’opera non si limita a una visione unilaterale: critica anche l’arroganza della scienza ufficiale, che ignora la dimensione spirituale del paziente. Anne Bäbi Jowäger documenta pratiche, credenze e figure terapeutiche popolari, fornendo certamente materiale prezioso per la storia della medicina. Se, dunque, è un testo importante per una rilettura critica della cultura medica e della medicina popolare, lo è anche per un’altra ragione, condensata nel titolo. 65 La prima edizione del 1843/44 è stata pubblicata a Soletta dalla casa editrice Jent & Gaßmann mentre la seconda edizione, del 1854, è stata pubblicata da Julius Springer a Berlino. Nel 2023 è stata pubblicata un’edizione critica dell’opera che tiene conto delle due edizioni appena menzionate: J. Gotthelf , Wie Anne Bäbi Jowäger haushaltet und wie es ihm mit dem Doktern geht, Text. Hg. von K. Blank u. C. von Zimmermann, Hildesheim etc., Olms, 2023 [Historisch-kritische Gesamtausgabe, A.4.1]. Si segnala che una nuova edizione tascabile in due volumi è in uscita nel mese di dicembre 2025 per Diogenes Verlag di Zurigo. 66 Non si tratta di una novità, dall’Illuminismo è pratica comune in ambito elvetico, fornire “istruzioni mediche” per la popolazione rurale. Si veda, ad esempio, la seguente pubblicazione: G. Gottlieb Offterdinger , Anleitung für das Landvolk in Absicht auf seine Gesundheit, oder, Fortsetzung der Heilungsart derjenigen von hitzigen und geheimgehaltenen Krankheiten, welche von Herrn Tissot nicht ausgeführt worden [Istruzioni per la popolazione rurale riguardo alla propria salute, ovvero continuazione del metodo di cura delle malattie infiammatorie e nascoste non trattate dal signor Tissot], Zürich, Orell, Gessner, Füesslin, 1773. 67 Sulla storia culturale della vaccinazione in Europa, con riferimento al romanzo di Gotthelf, si veda: M. King , Heil Und Verderben: Zur LiteraturUnd Kulturgeschichte Des Impfens Im Frühen 19. Jahrhundert, in «KulturPoetik», XXI, 2, 2021, pp. 176-209.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 74 Ad essere messa sotto accusa è ancora una volta una donna – come accade anche alle “nostre donne” nel libro di Zanetti – responsabile della cura della famiglia e accusata di aderire a false credenze, contribuendo alla loro diffusione. Il personaggio di Anne incarna una figura femminile ambivalente, che solleva interrogativi sulla posizione della donna all’interno della cultura terapeutica tradizionale e familiare. In quanto madre e moglie, Anne Bäbi Jowäger è responsabile della cura domestica e della salute prima del figlio, poi del nipote, ma il suo ruolo è messo in crisi: accusata di aderire a credenze infondate e di diffonderle, è esposta al biasimo morale e sociale. La sua autorità – che si esercita nel contesto privato e simbolico della casa – viene ridicolizzata e al contempo temuta. Ritratta come testarda, risoluta e supponente, Anne Bäbi sembrerebbe opporsi al buon senso più per principio che per ragione. È ritratta come una donna “contraria per vocazione”, come se la sua ostinazione fosse una patologizzazione del femminile stesso. La questione di genere si riflette anche nella dinamica familiare, dove il marito Hansli, incapace di opporsi alla volontà della moglie, adotta una strategia di remissività diplomatica, limitandosi a rispondere con l’espressione «Jo wäger!»68 (“Sì, certamente”), significativa anche perché incorporata, in forma ironica, nel cognome della famiglia. La ripetizione di questa formula, dal tono tanto remissivo quanto ironico, contribuisce a costruire un’immagine grottesca e polemica della protagonista femminile, che da un lato incarna l’ostacolo al progresso sanitario, dall’altro riflette la frustrazione maschile nei confronti dell’autonomia decisionale femminile nello spazio domestico. Conclusioni Abbiamo usato il termine “dono” nel titolo di questo contributo non solo perché il volume di Zanetti giunge in Svizzera come dono a un medico locale, ma anche perché la parola racchiude un’ambivalenza simbolica. Il sapere femminile della cura viene spesso presentato come dono “naturale”, istintivo, non legittimato da istituzioni né da forme ufficiali di conoscenza, ma accolto – sebbene talvolta ridicolizzato – finché resta confinato nei margini del domestico o del folclorico. In questo senso, “la medicina delle donne” si configura come un dono sospetto: un sapere pratico, orale, corporeo, che affonda le radici nell’esperienza quotidiana e familiare. È un sapere insieme valorizzato e marginalizzato, celebrato come segno dell’“anima popolare” ma, allo stesso tempo, ridotto a superstizione. Il libro di Zanetti, con tutta la sua ambiguità, contribuisce alla costruzione di un immaginario femminile della cura che è al contempo luogo di potere e di esclusione: le donne sono custodi della salute, ma non sue interpreti ufficiali; dispensano sollievo, ma raramente parola; operano, ma non scrivono. Il confronto con il romanzo di Gotthelf rafforza questa lettura. Anche in quel caso è una donna – Anne Bäbi – a incarnare la figura centrale della cura domestica, ma al tempo stesso viene messa sotto accusa come ostacolo alla razionalizzazione della medicina. In entrambi i 68 Sul significato dell’espressione, si veda quanto scrive Otto von Greyerz: https://www.projekt-gutenberg.org/greyerzo/sprachpi/chap074.html.
Storia di un “dono”: la Medicina delle nostre donne (1892) di Zeno Zanetti 75 testi, il sapere delle donne è un sapere-dono: trasmesso per prossimità, necessità e pratica quotidiana, ma sempre sotto sorveglianza, sempre da correggere, redimere o ridicolizzare. Sempre da addomesticare. Ripensare oggi questi immaginari significa interrogarsi non solo sulla genealogia simbolica della cura, ma anche su come le narrative patriarcali si siano sedimentate nei testi. La cura, a lungo attribuita simbolicamente al femminile come compito “naturale”, va ripensata come atto politico e culturale: non un dono incondizionato, ma una relazione situata69, che implica riconoscimento, reciprocità e potere. Il lavoro di Zanetti, letto attraverso queste lenti, non è solo un documento etnografico del suo tempo, ma uno strumento critico per interrogare le gerarchie del sapere, la marginalizzazione del femminile negli studi sulla subalternità e la persistenza degli stereotipi. Il sapere delle donne, nel suo essere insieme offerto e negato, esaltato e disconosciuto, continua a parlare al nostro presente. È da questa tensione – irrisolta e tuttora viva – che nasce l’urgenza di una lettura critica dei testi del passato: non per condannare, ma per interrogare a fondo i loro immaginari e le loro narrative, e, attraverso essi, interrogare ciò che di quegli stereotipi permane. ☙ Abstract This article offers a critical reinterpretation of La medicina delle nostre donne. Studio folk-lorico (1892) by the Italian physician Zeno Zanetti, based on a rare copy preserved at the University Library Lugano. Donated by an Italian lawyer to a Ticinese doctor, the volume serves as a starting point for exploring not only the circulation of knowledge between Italy and Switzerland but also the cultural imaginaries surrounding healing and, in particular, the role attributed to women. Through a comparison with Jeremias Gotthelf’s two-volume novel Wie Anne Bäbi Jowäger haushaltet und wie es ihm mit dem Doktern geht (1843–44), the article analyzes the ambivalent representations of women’s knowledge. In both texts, healing is presented as a feminine “gift,” a “natural” vocation – a practical, everyday knowledge transmitted orally, often valued yet just as often ridiculed or marginalized. The concept of the “gift” thus becomes a key interpretive tool to highlight the tension between recognition and exclusion, between power and subordination. The article proposes a genealogical reading of these imaginaries, showing how they persist, in various forms, to this day. 69 Cfr. ad esempio un volume recente: L. Marzi , Raccontare la cura. Letteratura e realtà a confronto, Roma, Futura, 2024. Sul ruolo della cura nel contemporaneo, un libro seminale dal punto di vista teorico è: B. Groys , Filosofia della cura, Palermo, Timeo, 2023.
Chiara Cauzzi, Sara Sermini 76 Keywords Folk medicine; history of care; imaginaries of healing; women and medicine; Zeno Zanetti. Bio-bibliographies Chiara Cauzzi is a research associate for the DigitChart project at the Law Institute (IDUSI) of the Università della Svizzera Italiana and co-lecturer of the course Principles of Digital Librarianship at the Istituto di Studi Italiani (ISI). At the University Library Lugano, she is in charge of coordinating the cataloguing service and the enhancement of special collections. She co-edited, together with Chiara Razzolini, Le cinquecentine della Biblioteca del Convento della Verna (Olschki, 2019). Sara Sermini is a postdoctoral researcher at the Università della Svizzera Italiana. She was a visiting PhD student at University College London and a visiting research fellow at Université Paris Nanterre. She is the author of the monograph “E se paesani / zoppicanti sono questi versi”. Povertà e follia nell’opera di Amelia Rosselli (Olschki, 2019). Her research focuses primarily on subaltern narratives and on the aesthetics and politics of representing marginality.