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Suolo, sistemi locali di produzione ed agricoltura nello sviluppo rurale delle economie post-industriali

Romagnoli, Alessandro

Abstract

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Romagnoli, Alessandro Working Paper Suolo, sistemi locali di produzione ed agricoltura nello sviluppo rurale delle economie post-industriali Quaderni - Working Paper DSE, No. 357 Provided in Cooperation with: University of Bologna, Department of Economics Suggested Citation: Romagnoli, Alessandro (1999) : Suolo, sistemi locali di produzione ed agricoltura nello sviluppo rurale delle economie post-industriali, Quaderni - Working Paper DSE, No. 357, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Economiche (DSE), Bologna, https://doi.org/10.6092/unibo/amsacta/4952 This Version is available at: https://hdl.handle.net/10419/159198 Standard-Nutzungsbedingungen: Die Dokumente auf EconStor dürfen zu eigenen wissenschaftlichen Zwecken und zum Privatgebrauch gespeichert und kopiert werden. Sie dürfen die Dokumente nicht für öffentliche oder kommerzielle Zwecke vervielfältigen, öffentlich ausstellen, öffentlich zugänglich machen, vertreiben oder anderweitig nutzen. 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The starting point is the use of soil as an input of production and as a space of the localization strategies of the firm. * Il presente lavoro, "svolto con il finanziamento dell'Università di Bologna, finanziamento speciale alle strutture", è stato presentato al XXXV Convegno SIDEA tenutosi a Palermo il 10/12 Settembre 1998 sul tema: L’agricoltura italiana alle soglie del XXI secolo. Desidero ringraziare i colleghi Francesco Bellia, Giuliana Campanelli, Maurizio Caserta, Claudio Cecchi e Roberto Polidori per aver letto il paper ed avermi fornito utili suggerimenti che non intaccano, comunque, la mia piena responsabilità per il contenuto dello scritto. 2 1. Introduzione La trattazione dello sviluppo rurale nelle economie post-industriali, sebbene ampia e dibattuta, si presenta spesso vaga nel contenuto e debole nell'impostazione teorica, e ciò, probabilmente, sia per il carattere evolutivo del fenomeno, che per la mancanza di un apparato concettuale di riferimento. Emblema di questa tendenza è la nozione stessa di ruralità, utilizzata nel tempo per denominare cose diverse (Albisinni, 1997) come le attività agricole delle economie di autoconsumo (accezione settoriale del termine), i caratteri distintivi dei territori a prevalente attività agricola nella fase di progressiva commercializzazione dell'output primario (connotazione socio-culturale), oppure l'attuale orientamento produttivo multisettoriale degli spazi a bassa densità residenziale. In un tale contesto ci pare, però, che la più recente stilizzazione del fenomeno (Basile e Cecchi, 1997; Backwell, 1998), oltre ad offrire un interessante approdo semantico, ponga le basi per un approfondito studio del problemi dello sviluppo rurale (sia in termini generali che in specifiche fasi dello sviluppo) e delle prospettive dell'agricoltura al suo interno; essa, infatti, da un lato prefigura l'"uso integrato delle risorse" e la "varietà delle attività produttive" di un dato territorio come caratteri specifici della ruralità, e dall'altro individua nell'impresa agraria (a cui affida il ruolo di salvaguardia degli ambienti rurali) il prototipo dell'impresa territorialmente rappresentativa. Relativamente alla crescita dell'agricoltura una simile impostazione permette poi di chiarire, ad un tempo, l'inseparabilità delle dinamiche economiche territoriali da quelle delle attività produttive agricole nei processi di sviluppo rurale, il ruolo propulsivo che i rapporti territoriali rivestono per la crescita delle attività produttive che impiegano risorse agricole (Sotte, 1998) e la centralità dell'impresa agraria (e non più della famiglia) per le politiche economiche settoriali. Se, quindi, un simile concetto di ruralità rende possibile un'adeguata definizione dell'oggetto di studio e la scelta di una appropriata unità d'indagine, l'evoluzione delle imprese agricole secondo linee che il mercato e l’ambiente operativo (istituzionale e territoriale) hanno indicato come più convenienti non permette di tipizzare univocamente le tendenze territoriali in atto nelle produzioni primarie delle economie post-industriali, il che nuoce ad una comprensione dell'intero fenomeno. Si è infatti assistito, nelle realtà altamente dinamiche, ad una diminuzione del numero delle imprese e ad una loro riorganizzazione sia dal punto di vista strutturale (aumento della loro capacità 3 produttiva, del loro grado di meccanizzazione e della produttività del lavoro), che sotto gli aspetti gestionali (concentrazione della produzione su un numero ristretto di fasi operative della catena produttiva, loro standardizzazione, integrazione con fornitori di beni e servizi e con gli acquirenti dei prodotti, ecc.). E là dove le condizioni ambientali non hanno permesso alle imprese di svilupparsi in modo tale da poter competere sui mercati, si è assistito invece ad una gestione patrimoniale delle risorse possedute: la terra e il lavoro familiare, non potendo essere destinate ad altre attività per intrasferibilità congenita (mancanza di un mercato della terra) o contingente (scarsa domanda di lavoro), sono state impiegate in azienda e, nonostante la loro scarsa produttività, hanno garantito rendimenti superiori all'onere del mantenimento della loro “efficienza produttiva” (Romagnoli, 1995). Così l'impresa agricola operante nelle moderne economie post-industriali, alla ricerca di una struttura e di una strategia compatibili con la sua nuova realtà operativa, ha oscillato fra i due precedenti estremi spinta dall’esigenza di trovare una collocazione nel più generale processo economico e di interagire con l’ambiente di cui è parte, oppure dall’impossibilità di adeguarvisi. Sebbene tali traiettorie settoriali abbiano indotto gli economisti agrari italiani ad occuparsi dei problemi della competitività intersettoriale nell’uso del suolo (Bellia, 1971; Merlo, 1988; Beltrame, 1991), del contributo che i caratteri socioeconomici locali offrono a tutti i tipi di insediamento produttivo e delle relazioni intersettoriali che le imprese intrattengono su un certo territorio )Distaso, 1995), non ne è scaturita una prospettiva teorica capace, da un lato, di inserire quei suggerimenti in un contesto esplicativo più generale e, dall'altro, di tracciare linee di sviluppo dell'agricoltura. Peraltro anche il quadro teorico di analisi dello sviluppo rurale è ancora tutto da costruire, perchè se la convenienza localizzativa delle imprese in ambienti rurali trova una spiegazione in vari modelli (cfr., per esempio, McCann, 1998), lo sviluppo delle attività agricole è invece affrontato in modo insufficiente o indiretto (cfr. Timmer, 1992) sia sul piano analitico, che operativo. Infatti gli approcci dualistici allo sviluppo economico (Lewis, 1954; Fei e Ranis, 1966), che fanno discendere il cambiamento in agricoltura dalla propagazione all’intero sistema degli effetti dell’industrializzazione, studiano soprattutto il ruolo del settore primario nel processo di crescita dell’industria, non la ristrutturazione che le imprese agricole devono subire per adeguarsi ai cambiamenti del sistema economico. E non hanno perseguito quest’ultimo obiettivo neanche le misure di 4 politica economica settoriale, indirizzate più alla garanzia dei redditi che all’incentivazione dell’imprenditorialità. Così, se da un lato le ipotesi di minor produttività relativa delle risorse impiegate nell’agricoltura e le taumaturgiche capacità che ha su di essa la diffusione generalizzata del mercato hanno fatto propendere per un ridimensionamento drastico ed indiscriminato del settore, dall’altro la remissività nei confronti dell’“inferiorità” e del “declino” hanno consigliato un contenimento politico-economico del mutamento sociale nelle campagne. Tutto ciò ha prodotto una sostanziale mancanza di prospettiva teorica in merito al processo di transizione del settore verso la commercializzazione delle sue produzioni e l’integrazione con il resto dell’economia, nonché una incapacità di pilotare la crescita di quelle attività produttive che, pur essendo in “declino”, rimangono centrali per il sistema. L’intento del presente contributo, di natura metodologica, è di cogliere la sfida intellettuale connessa alla trattazione del problema dello sviluppo rurale e di proporre una riflessione sulla strumentazione concettuale necessaria per interpretare la dinamica produttiva degli spazi rurali e, al loro interno, quella delle imprese agricole. Fra i vari concetti che occorrono per elaborare un approccio interpretativo adeguato ci pare che la destinazione d'uso del suolo, l'endogenizzazione del territorio come spazio di azione economica e contesto istituzionale, nonchè la conoscenza delle interrelazioni produtive delle imprese, siano particolarmente utili allo scopo. La competizione intersettoriale e intrasettoriale relativa alla risorsa produttiva suolo (par. 2) appare in tale prospettiva il punto di partenza per capire quei comportamenti spaziali delle imprese che concorrono alla costruzione dei sistemi produttivi (par. 3); è a partire da questi e dalle tendenze del consumo che, a nostro avviso, è possibile interpretare lo sviluppo rurale delle economie post-industriali (par. 4). 2. Il suolo come risorsa produttiva Il suolo ha due diverse funzioni economiche, quella di essere input di processi produttivi e quella di rappresentare una delle dimensioni da cui dipendono le scelte imprenditoriali. Come risorsa è conteso fra i diversi settori che lo domandano in quanto input dei loro processi, in virtù di una o più delle sue qualità intrinseche. L’agricoltura utilizza infatti gli elementi nutritivi presenti nel terreno (si avvale, 5 cioè, dei servizi forniti dal capitale terra) sia nel caso di produzioni erbacee che arboree; l’industria ne ha bisogno perchè ne trae materia prima per la produzione di materiali da costruzione, o lo impiega come bene capitale nel caso dell’edilizia; infine il terziario ne sfrutta le qualità paesaggistico-ricreative connotandolo come bene capitale. Generalizzando i caratteri che Ricardo (1817) e von Thunen (1826) attribuiscono ai terreni agricoli e accogliendo la trattazione marshalliana delle fonti della rendita (Marshall, 1890, libro V, cap. 38), possiamo dire che la risorsa suolo presenta in tutti i casi citati una “produttività naturale” connessa a ciascun uso produttivo (fertilità per l’agricoltura, valore paesaggistico per il turismo, accessibilità per l’industria, ecc.), in virtù di fattori pedoclimatici, della posizione e dei capitali investiti in essa (ossia delle infrastrutture di cui è dotata) che attribuiscono spesso ad un sito il carattere di unicità. Sono imputabili quindi a tali peculiarità tecniche la non sostituibilità spaziale fra suoli e la rigidità della loro offerta nel breve periodo. Le destinazioni d'uso (ossia la ripartizione del suolo fra i vari impieghi) e i rispettivi prezzi dipendono dall’intensità delle domande settoriali, data la rigidità p p E'' p** - - - - - - - - - - - - - E’ E - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - p* Da Di’ Di ti ta O’ q'' q** q* O” Grafico 1: allocazione del suolo a più usi produttivi. 6 dell'offerta nel breve periodo. Come si può vedere nel Grafico 1, dove sull’asse delle ascisse il segmento O’O” rappresenta il suolo disponibile in una certa area e dove i valori in ordinata ne misurano il prezzo di mercato, lo spostamento di una delle curve di domanda (causato dalla variazione di parametri strutturali) produce una riallocazione della risorsa fra gli usi e un diverso prezzo. Infatti, data la domanda di terreno agricolo Da (che si legge nel quadrante pO’ta) e quella di terreno industriale Di (che si legge nel quadrante pO”ti), il prezzo e la quantità di equilibrio si stabiliscono, rispettivamente, in p* e q*. Se a quel prezzo si registra un incremento della domanda per usi industriali pari a q'q*, si perverrà ad una nuova posizione di equilibrio di mercato (E") in cui, per effetto della limitata disponibilità di suolo e della competizione interindustriale, l’agricoltura si troverà a disporre di una minore quantità di terra (O’q**), mentre il prezzo di mercato (p**) al quale verrà riallocato il suolo fra i due settori sarà maggiore. L'incremento di prezzo della risorsa (p*p**) rappresenta la rendita differenziale che si determina, tramite l'aumento della domanda di una destinazione d’uso, per effetto del diverso grado di efficienza nell’impiego settoriale della risorsa (misurabile dal reddito netto ottenibile per ogni unità utilizzata). L’assetto allocativo della risorsa, che si verifica nel tempo, può essere quindi considerato indicativo della “vocazione produttiva relativa” di un territorio, ossia di un vantaggio assoluto in quella produzione. E una volta ripartita un'area fra le diverse attività, se in virtù di meccanismi istituzionali (piani regolatori o programmazione territoriale) si genera una separazione dei mercati, il prezzo della risorsa di omogenea “produttività naturale” dipende da ulteriori incrementi di domanda per quel preciso uso, cioè dalla concorrenza intrasettoriale. Si origina così, come mostra il grafico 2, una rendita assoluta di scarsità (Camagni, 1992, p. 298), tanto maggiore quanto più la quantità richiesta eccede quella offerta. Se infatti la domanda D esprime una quantità di terreno, richiesta da un settore produttivo, di ampiezza qt (pari, cioè, all’offerta S) in una situazione di ripartizione d'uso, il prezzo di equilibrio di mercato p* comprenderà soltanto la rendita differenziale; se in seguito la quantità richiesta in uno dei due settori produttivi sarà superiore a quella disponibile dopo la contrattazione intersettoriale (per esempio q’t), il prezzo di vendita salirà a p**. Possiamo quindi concludere che il prezzo della terra in un determinato luogo dipende, nel breve periodo, dall’intensità della domanda: infatti da un lato la scarsità della risorsa rispetto agli usi determina la rendita differenziale, dall’altro 7 p S P** - - - - - - - - - - - - - - - - - A ‘ A B P* - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - D D’ t O qt q’t Grafico 2: determinazione della rendita assoluta l'eccesso di domanda che può verificarsi su un singolo mercato settoriale della risorsa genera la rendita assoluta. La situazione di scarsità relativa può essere rimossa nel lungo periodo attraverso un aumento di disponibilità della risorsa o cambiamenti tecnici che incidono sull’intensità della domanda. Questi ultimi, in genere, aumentano la produttività del suolo riducendo la pressione per una nuova redistribuzione del suo uso inter e intrasettoriale. E’ per questo che i miglioramenti fondiari in agricoltura hanno, unitamente ad altri fattori, ridotto la rendita differenziale sui terreni e i progressi nei trasporti, a seguito dei quali non è più richiesta la vicinanza degli stabilimenti industriali ai mercati degli inputs o dell’output, ha prodotto il loro allontanamento dagli spazi urbani, ormai più competitivi per l'industria delle costruzioni edili. Se, quindi, per Ricardo i miglioramenti fondiari, colturali e la meccanizzazione generano un nuovo ordine di efficienza delle terre, e per von Thunen a questo provvede un cambiamento nei trasporti, si può dire che per entrambi gli studiosi il progresso tecnico ridefinisce i termini del problema relativo alla destinazione d'uso dei suoli. 8 3. Il suolo come spazio di azione economica nei sistemi locali di produzione Il suolo, così come si configura nella precedente trattazione, è una risorsa differenziata (in ragione della sua efficienza relativa rispetto ai possibili usi produttivi) che rappresenta una variabile del calcolo economico imprenditoriale. Ciò è a maggior ragione vero se si tiene conto della sua seconda funzione economica, ossia di essere territorio in cui hanno luogo le azioni economiche di localizzazione, spostamento e competizione delle imprese. Infatti se da un lato il costo di posizionamento (dato dal valore dell’area e dagli oneri di insediamento produttivo) e il costo di trasporto degli inputs e degli outputs materiali sono variabili spaziali che incidono sul costo di localizzazione, dall'altro le condizioni di offerta dei servizi in quel luogo e gli eventuali incentivi rappresentano delle economie esterne; di conseguenza possiamo attribuire a tale gruppo di variabili la capacità di modulare tutte le altre variabili individuate come decisionali e inferire che il loro cambiamento, rimanendo immutate le altre condizioni, conduce a differenti equilibri localizzativi nell'ambito di un certo territorio. Va anche ricordato, infine, che tali variabili spaziali contribuiscono, unitamente agli investimenti destinati alla valorizzazione del suolo ricordati in precedenza (miglioramenti fondiari e dei sistemi di comunicazione), a creare e a mutare la “vocazione produttiva relativa” di un sito. Le singole scelte di localizzazione, d'altro canto, contribuiscono alla formazione del sistema produttivo locale, che è parte integrante di quel contesto istituzionale. Ne risulta quindi che, sul piano dell'indagine teorica, l'introduzione della competizione per la risorsa suolo e della dimensione spaziale nelle scelte imprenditoriali conferisce all'impresa il ruolo di unità di indagine privilegiata per lo studio dell'organizzazione tecnico-produttiva di una certa area; non solo, ma permette anche di caratterizzare il sistema locale di produzione a partire dall'unità di gestione (impresa) e di endogenizzare, al tempo stesso, i caratteri socio-culturali che riassumono il "fattore locale" (Dardi, 1997). Seguendo la letteratura sull'argomento (Brusco, 1990) col termine sistema locale di produzione intendiamo l’insieme delle imprese, appartenenti ai diversi settori produttivi, localizzate in un territorio di ampiezza non prioritariamente definita, nonché la struttura relazionale che scaturisce da tali insediamenti. Esso assume i diversi connotati modulando i caratteri socio-culturali, politicoamministrativi ed economici, il che permette sia di identificare specifici subsistemi (quali i distretti industriali, le aree metropolitane o i comprensori), sia 15 Distaso M. (1995): Rapporti tra agricoltura, industria e artigianato, in SIDEA, Lo sviluppo del mondo rurale, op. cit., pp. 247-286. Fei J. C. H., Ranis G. (1966): Agrarianism Dualism and Economic Development, in I. Adelman, E. Thorbecke (a cura di), The Theory and Design of Economic Development, Baltimora. Fonte M. (1999): Modelli di ruralità nelle regioni del Mediterraneo, mimeo. Formica C. 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