Lo stock di capitale nelle Regioni Italiane
Abstract
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Full text
Bonaglia, Federico; Picci, Lucio Working Paper Lo stock di capitale nelle Regioni Italiane Quaderni - Working Paper DSE, No. 374 Provided in Cooperation with: University of Bologna, Department of Economics Suggested Citation: Bonaglia, Federico; Picci, Lucio (2000) : Lo stock di capitale nelle Regioni Italiane, Quaderni - Working Paper DSE, No. 374, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Economiche (DSE), Bologna, https://doi.org/10.6092/unibo/amsacta/4935 This Version is available at: https://hdl.handle.net/10419/159215 Standard-Nutzungsbedingungen: Die Dokumente auf EconStor dürfen zu eigenen wissenschaftlichen Zwecken und zum Privatgebrauch gespeichert und kopiert werden. Sie dürfen die Dokumente nicht für öffentliche oder kommerzielle Zwecke vervielfältigen, öffentlich ausstellen, öffentlich zugänglich machen, vertreiben oder anderweitig nutzen. Sofern die Verfasser die Dokumente unter Open-Content-Lizenzen (insbesondere CC-Lizenzen) zur Verfügung gestellt haben sollten, gelten abweichend von diesen Nutzungsbedingungen die in der dort genannten Lizenz gewährten Nutzungsrechte. Terms of use: Documents in EconStor may be saved and copied for your personal and scholarly purposes. You are not to copy documents for public or commercial purposes, to exhibit the documents publicly, to make them publicly available on the internet, or to distribute or otherwise use the documents in public. If the documents have been made available under an Open Content Licence (especially Creative Commons Licences), you may exercise further usage rights as specified in the indicated licence. https://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0/
Lo stock di capitale nelle regioni italiane* Federico Bonaglia#Lucio Picci@ OECD Development Centre Università di Bologna Riassunto. L'interesse per lo studio delle dinamiche economiche regionali è stato a lungo ostacolato dalla carenza di dati utilizzabili. In questo lavoro si descrive la costruzione di una banca dati dello stock di capitale, sia privato che pubblico, nelle regioni italiane. Entrambi sono costruiti con la tecnica dell'inventario permanente. Il capitale privato - disponibile dal 1970 al 1995 per tre tipologie di beni è costruito utilizzando le serie degli investimenti fissi per branca utilizzatrice dell'industria, ottenute a partire da dati di diversa provenienza. L'investimento pubblico aggregato è ripartito per regione e per tipologia di bene utilizando i dati contenuti nella pubblicazione annuale dell'ISTAT ''Opere Pubbliche''. Utilizzando i dati di investimento così ottenuti, si calcolano le stime del capitale publico regionale, per nove categorie di beni, per gli anni dal 1970 al 1996. JEL: C10, E22, H40, H54 Keywords: capitale privato, capitale pubblico, regioni italiane * Questo lavoro è una versione rivista di Lucio Picci (1995), "Lo stock di capitale nelle regioni italiane", Dipartimento di Scienze Economiche, Università di Bologna, Collana di Economia Applicata, n. 4. Rispetto a quella versione, questo contributo aggiorna i dati sul capitale pubblico sino al 1996, e sostituisce i dati di capitale privato là presentati con dati di migliore qualità, dal 1970 al 1995, che derivano da Bonaglia (1997). # OECD Development Centre, 94 Rue Chardon-Lagache, 75016 Paris; e-mail: [email protected]. @ Dipartimento di Scienze Economiche, Strada Maggiore 45, Università di Bologna, 40125 Bologna; email: [email protected].
Introduzione Negli ultimi anni in Italia si èassistito auna crescita dell’interesse verso lo studio delle realtà economiche regionali.Di pari passo,si èregistrata una aumentata disponibilità di dati disaggregati territorialmente. Ilavori di G.Tagliacarne edell’Unioncamere (1974)rappresentano la prima elaborazione sistematica anoi nota dei dati relativi agli impieghi del reddito ealle forze di lavoro alivello regionale.La raccolta el’elaborazione di informazioni disaggregate relativamente areddito e a forze di lavoro si èconsolidata grazie all’impegno della SVIMEZ (1993).Lo stesso Istituto Centrale di Statistica (ISTAT (1990a),(1990b),(1992),(1998)) ha provveduto adiffondere con sistematicità idati del conto delle risorse edegli impieghi acarattere regionale.Ipiù recenti tentaivi di sistematizzazione dell’insieme dei dati regionali sono probabilmente quelli compiuti dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (di seguito,FEEM),dal CRENOS,da Prometeia edalla Banca d’Italia (1999).Quest’ultimo lavoro,in particolare,affronta il problema di regionalizzare iconti economici eil reddito disponibile delle famiglie per il periodo 1970 -1995 footnote . Per quanto riguarda la valutazione territoriale dello stock di capitale,sia privato che pubblico, la situazione èmeno florida.Il primo tentativo di pervenire auna stima territoriale del capitale privato èeffettuato dall’ISTAT (1965),dove si ha una stima relativa ai tre settori di attività, disaggregata per tre ripartizioni geografiche,per gli anni dal 1951 al 1963 footnote .Solo alla fine degli anni Settanta si registra l’avvio di un programma di ricerca,curato da Giuseppe Rosa, finalizzato alla stima del capitale fisso industriale per settore ecircoscrizione territoriale (Rosa (1979)). Annunziato,Manfroni eRosa (1992) (di seguito,AMR)offrono una stima dello stock di capitale lordo delle attività industriali ripartito per sette barnche produttive edue circoscrizioni territoriali (Centro-Nord eMezzogiorno),per il periodo 1970-1988. Non disponendo di serie storiche sugli investimenti regionali sufficientemente lunghe per poter procedere al calcolo con la tecnica dell’inventario permanente (di seguito,PIM),gli autori calcolano la ripartizione territoriale per un anno di riferimento (il 1981),eaquesta ripartizione sommano osottraggono gli investimenti regionali opportunamente riproporzionati.L’aspetto critico di questo modo di procedere, comprensibilmente,èil calcolo della ripartizione geografica dello stock nell’anno di riferimento. Essa si ottiene considerando,opportunamente pesate,informazioni sui fabbricati,sulla potenza installata esui mezzi di trasporto tratte dai dati del censimento del 1981. Nella versione precedente del presente lavoro,Lucio Picci (1995)calcolò similmente gli stock di capitale privato per tutte le regioni italiane. Il primo tentativo di applicazione del PIM alla valutazione della consistenza dello stock di infrastrutture èquello di Rossi,Sorgato eToniolo (1993),che forniscono dati aggregati geograficamente dal 1890 al 1992. Tentativi di valutazione basati su metodologie non monetarie si possono trovare in Biehl et al.(1990),che calcolano indici di infrastrutturazione disaggregati per regione eper tipo di bene capitale,ma per isoli anni 1970 e1987. Questa analisi,condotta anche a livello provinciale,èstata recentemente aggiornata al 1995 (Di Palma et al.(1998)). In Picci (1995),per la prima volta,si stimano dati annuali sugli stock regionali di capitale pubblico,divisi per nove tipologie di beni,dal 1970 al 1991. Quei dati sono stati utilizzati da più studiosi,in seguito,per studi sull’impatto del capitale pubblico sull’attività economica (si vedano, tra gli altri,Picci (1997);La Ferrara eMarcellino (1999)) eper altri tipi di studi di economia regionale (De Stefanis (1999);Helg,Pieri eViesti (2000)). L’obiettivo di questo lavoro èdi migliorare idati disponibili per il capitale privato,utilizzando un contributo non pubblicato di Federico Bonaglia,ed estendere la copertura dei dati sul capitale pubblico già disponibili in Picci (1995)sino al 1996, ultimo anno per cui,nel momento in cui si scrive,sono disponibili le necessarie informazioni statistiche. La prossima sezione èdedicata alla descrizione della costruzione dei dati del capitale privato. La sezione successiva descrive idati del capitale pubblico.Seguono alcune note conclusive.In
appendice si trova una spiegazione relativa alla scelta delle vite medie per le tipologie di beni di investimento pubblico,nonché l’informazione sui dati mancanti nella base statistica utilizzata per il calcolo degli stock di capitale pubblico.Per ultimo,sono disponibili le tabelle con idati di capitale privato epubblico da noi calcolati.Queste sono reperibili anche all’indirizzo di Internet http://www.spbo.unibo.it/rer/dati/capitale. Lo stock di capitale privato Per stock di capitale fisso industriale si intende ”l’insieme dei macchinari,attrezzature, mezzi di trasporto efabbricati posseduti ad una certa data dalle unità impegnate nella produzione industriale.(...)Restano fuori dalla definizione di capitale ibeni non riproducibili eibeni immateriali”(Rosa eSiesto (1985),pag. 11).L’aggregazione dei vari beni che concorrono alla formazione del capitale fisso,beni tra loro non omogenei per natura,funzione,età ed efficienza produttiva,viene generalmente compiuta sommando iloro costi di acquisto. Problemi di misurazione Nell’ambito degli studi sulla contabilità nazionale,sono stati sviluppati diversi metodi per riprodurre artificialmente il processo di accumulazione capitalistica eottenere una misurazione della consistenza dello stock di capitale.Due metodologie,in particolare,vengono generalmente utilizzate.Da un lato esiste la tecnica dell’inventario permanente (perpetual inventory method, PIM;Goldsmith (1953)) impiegata dal SNA (system of national accounts).Dall’altro,si ha la tecnica di rilevazione diretta (direct observation of capital,DOC),sviluppata in particolare nell’ambito della contabilità nazionale olandese. Benchè il metodo di rilevazione diretta sia senz’altro più accurato del PIM,esso richiede l’utilizzo di informazione censuaria non disponibile nel contesto italiano footnote .Abbiamo perciò scelto la tecnica dell’inventario permanente. L’applicazione del PIM alla costruzione degli stock di capitale privato regionali è particolarmente complicata,per due ordini di ragioni.In primo luogo,mancano serie storiche degli investimenti fissi sufficientemente lunghe edistinte per aree geografiche eper tipo di bene strumentale;in secondo luogo,sono presenti alcuni problemi metodologici di difficile soluzione.Ci riferiamo,in particolar modo,ai problemi relativi alla localizzazione di alcuni beni capitali (quali le flotte)eal trattamento dei beni usati.Nel nostro caso,abbiamo semplicemente assunto che questo problema fosse già stato risolto in sede di raccolta dei dati da parte dei contabili nazionali. In merito alla ricostruzione delle serie storiche regionali degli investimenti fissi lordi,rinviamo alla sotto sezione successiva. Un questione ulteriore riguarda la vita economica ipotizzata per ibeni strumentali considerati,e la legge che ne governa iritiri.L’attribuzione delle vite medie ricalca quella dell’ISTAT.La scelta di una legge dei ritiri ”ad uscita simultanea”,invece,riflette ivincoli rappresentati dalla brevità delle serie degli investimenti anostra disposizione.L’adozione di ipotesi più sofisticate,dove iritiri sono distribuiti attorno alla vita economica media del bene,richiede infatti una copertura temporale più ampia footnote . Ricostruzione dei dati La possiblità di applicare il PIM ècondizionale alla disponibilità di serie regionali degli investimenti fissi lordi per branca utilizzatrice (BU) footnote aprezzi costanti,tali da coprire anche gli Lanni precedenti l’inizio dell’analisi (1970),dove Lèla vita economica media del bene strumentale considerato. Si èdovuto pertanto procedere alla costruzione di serie regionali degli investimenti fissi lordi industriali per branca utilizzatrice che coprissero l’intero periodo 1960-95 footnote ,raccordando dati di origine diversa.In particolare: ISTAT (1997),contiene le serie degli investimenti fissi per BU nazionali (aprezzi correnti e a prezzi costanti 1990)disaggergati per tipo di bene:”Impianti,macchinari e
attrezzature”(IMAT),”mezzi di tasporto”(TRAS),”Fabbricati”(FABB). ISTAT,(1997),contiene le serie degli investimenti fissi per BU regionali (aprezzi correnti e a prezzi costanti 1990)non disaggergati per tipo di bene. FEEM (1994),contiene le serie degli investimenti fissi per BU regionali non disaggregati per tipo di bene aprezzi correnti per gli anni 1960-1991. Rosa (1979),contiene le serie nazionali degli investimenti fissi per BU aprezzi correnti e 1970, disaggregati per tipo di bene,per gli anni 1960-1976. Sono incluse anche serie per circoscrizioni territoriali. Per raccordare fra loro serie di origine diversa,la serie ISTAT più recente èstata usata quale punto di riferimento. Ottenute le serie regionali degli investimenti,si pone il problema della loro disaggregazione nei diversi tipi di bene strumentale che concorrono aformarle.Questi beni hanno caratteristiche assai diverse,soprattutto per quanto concerne la vita economica media.La costruzione di serie degli investimenti (edegli stock)disaggregate per tipo di bene èpertanto da preferirsi all’uso delle serie aggregate.In questo modo,infatti,si tiene conto della eterogneità dei beni capitali e,in sede di costruzione dello stock regionale ”complessivo”,non si ècostretti ad ipotizzare una sorta di ”vita media delle vite medie”dei diversi tipi di bene. La mancanza di qualsiasi valutazione alivello territoriale della ripartizione degli investimenti per tipo di bene richiede necessariamente l’adozione di ipotesi semplificatrici.Facciamo l’ipotesi che la distribuzione degli investimenti fissi industriali fra itre tipi di bene in ciascuna regione sia la stessa ericalchi quella osservata alivello nazionale.Si tratta ovviamente di un’ipotesi assai discutibile,che in sostanza cancella le differenze regionali nella composizione della spesa per investimenti.Questo fatto può avere consequenze importanti.Una regione,ad esempio, può avere necessità di aumentare fortemente la sua spesa in un determinato tipo di bene (ad esempio fabbricati)relativamente alle altre categorie per colmare un gap nello stock di quel bene.Un diverso metodo di riproporzionamento potrebbe essere quello di utilizzare informazioni censuarie (numero di addetti,potenza installata,etc.).In questo modo si preserverebbero le peculiarità regionali,ma,in virtù della natura stessa di tali informazioni (disponibili solo per il 1960, 1970, 1980, 1990),si eliminerebbe la dinamica temporale della spesa per investimenti. Abbiamo scelto la prima starda,pur con tutti isuoi limiti,perchè di più agevole applicazione. Calcolato il peso di ciascuna voce di investimento sul totale italiano,abbiamo applicato tali coefficienti alle serie precedentemente ottenute per gli investimenti regionali. La costruzione degli stock apartire da un anno base (nel nostro caso il 1970)richiede la disponibilità di serie degli investimenti che risalgano indietro nel tempo,fino acoprire l’intera vita economica del bene considerato.Date le vite medie ipotizzate (IMAT:15 anni,TRAS:10, FABB: 35),il problema si pone principalmente per la serie dei fabbricati,poichè si deve risalire fino al 1936. Per la serie IMAT ènecessario risalire solo fino al 1957. La soluzione di questi problemi è discussa nelle sezioni relative ai singoli beni strumentali. Costruzione degli stock Stock lordi enetti L’applicazione della tecnica dell’inventario permanente richiede una valutazione della consistenza dello stock in un anno base,che può essere ottenuta cumulando la serie degli investimenti fissi lungo l’arco temporale corrispondente alla vita economica media del bene capitale in questione footnote . Avendo ipotizzato una legge dei ritiri ad uscita simultanea (per cui una certa annata di capitale viene ritirata in blocco esolo alla fine della sua vita economica),la costruzione degli stock lordi (K) risponde alla seguente legge di accumulazione:
Kt=> i=0 L?1It?it=1970, ...,1996 dove Lèla vita economica del bene in questione ed Ièl’investimento fisso lordo.Una volta trovato il benchmark per il 1970, gli stock degli anni successivi sono ottenuti sommando la nuova generazione esottraendo quella giunta al ritiro in blocco: Kt+1=Kt+It+1?It?ÝL?1Þ Il concetto di stock lordo si basa pertanto sull’ipotesi che ciascun bene capitale mantenga inalterata la propria efficienza fino aquando non viene ritirato dallo stock footnote . Per ottenere una stima dello stock netto,ecosì tenere conto del deterioramento e dell’obsolescenza,si deve specificare una legge di deprezzamento.Seguendo l’impostazione della contabilità nazionale,abbiamo adottato un deprezzamento aquote costanti (deprezzamento lineare),in base al quale una frazione costante del bene strumentale viene consumata durante ciascun anno della sua vita economica (il tasso di deprezzamento èN=1 L).Questo comporta la seguente legge di accumulazione: Kt=Kt?1+It?Dt dove Dtrappresenta l’ammortamento dell’anno t.Avendo ipotizzato un deprezzamento lineare, avremo che: Dt=1 L> i=1 L?1It?i=1 LKt?1 da cui Kt=Kt?1+It?1 LKt?1 La mancanza di serie storiche sufficientemente lunghe impedisce di applicare,nella costruzione degli stock,ipotesi più raffinate circa la legge dei ritiri dei beni strumentali,quali l’ipotesi comunemente utilizzata dall’ISTAT che prevede vite medie che seguono una distribuzione normale troncata.Nondimeno,riteniamo che questo non sia un problema eccessivamente grave. Confrontando le nostre serie aggregate con quelle dell’ISTAT -per gli anni in cui queste sono disponibili -si nota come non vi siano differenze particolarmente significative (Figura 1) footnote . Mezzi di trasporto (vita economica media:10 anni) Nella tavola 1.1 footnote èriprodotta la dotazione regionale di capitale privato in mezzi di trasporto.La valutazione per l’anno 1970 èdeterminata cumulando iflussi di investimenti lordi (a prezzi 1990)dal 1961 al 1970. Data la legge dei ritiri ipotizzata,si ottengono la serie del capitale fisso lordo,KM,ela serie del capitale netto,KM (ipotizzando un tasso di deprezzamento annuo costante pari a1/10). Impianti,macchine eattrezzature (vita economica media:15 anni) La tavola 1.2 mostra l’andamento dello stock in impianti,macchinari eattrezzature.Al fine di ottenere una serie degli stock che iniziasse nel 1970, le serie degli investimenti dovrebbero iniziare nel 1956. La copertura dei quattro anni mancanti èstata posssibile utilizzando il dato nazionale dell’Annuario di Contabilità Nazionale del 1974. Questi dati sono stati corretti considerando lo scostamento percentuale medio rispetto alle serie più aggiornate (ISTAT (1997)) calcolato per gli anni di sovrapposizione.Non disponendo di altre informazioni abbiamo ripartito questo dato fra le diverse Regioni sulla base del loro contributo all’investimento nazionale nel 1960 (prima osservazione per la quale disponiamo di dati regionalizzati) footnote .
Fabbricati (vita economica media:35 anni) Il problema della copertura temporale riguarda soprattutto la costruzione dello stock di capitale in ”Fabbricati”,visto che si ipotizza una vita economica media di 35 anni.Non disponendo di serie regionali degli investimenti in fabbricati che risalgano al 1936, abbiamo proceduto nel modo seguente.Rosa (1979)fornisce una valutazione dello stock di capitale industriale lordo alivello macroregionale,per le diverse categorie di beni,per gli anni 1970-1976. Abbiamo ottenuto una valutazione della consistenza dello stock regionale ripartendo il dato relativo al 1970 in base al peso di ciascuna regione sugli investimenti della macroregione di appartenenza footnote .Ottenuto il benchmark per il 1970, le serie degli investimenti fissi per gli anni mancanti (1936-1959)sono state ricostruite ripartendo su tale periodo l’ammontare dello stock non imputabile agli investimenti degli anni Sessanta footnote .Irisultati sono riassunti nella tavola 1.3. Lo stock di capitale pubblico Per il capitale pubblico,prima della pubblicazione delle stime contenute in Picci (1995),non vi era disponibilità né di dati sulla composizione per tipo di bene dello stock,né tantomeno sulla sua ripartizione regionale.Per la costruzione della base di dati in Picci (1995),che in questa sede viene aggiornata per includere gli anni sino al 1999, si utilizzano idati sugli investimenti pubblici aggregati dal 1890 al 1992 contenuti in Rossi,Sorgato eToniolo (1992) (d’ora in poi,RST).Essi, assieme ai dati regionali sui ”lavori eseguiti”contenuti nella pubblicazione Istat sulle Opere Pubbliche,consentono di calcolare lo stock di capitale pubblico regionale edisaggregato per tipo di bene. In RST si trovano due lunghe serie storiche (dal 1890 al 1992)degli investimenti in opere pubbliche eper lo stock di capitale pubblico,ottenute integrando numerose fonti statistiche.Senon si èinteressati nei primi decenni del periodo campionario,la lunghezza delle serie permette il computo dello stock di capitale utilizzando la tecnica dell’inventario permanente,anche senza disporre di una misura iniziale dello stock footnote .In RST non vengono descritti idettagli della tecnica di inventario permanente che consente agli autori di calcolare lo stock di capitale.In particolare,non ènota la vita media ipotizzata per ibeni di investimento footnote . Per ottenere stime disaggregate dello stock di capitale pubblico,si utilizzano qui le informazioni contenute nella pubblicazione dell’ISTAT sulle Opere Pubbliche (ISTAT,anni 1954-1992).Tale pubblicazione,per mezzo di un questionario distribuito annualmente agli enti interessati,riporta idati sugli importi dei lavori eseguiti in opere pubbliche,suddivisi geograficamente per provincia,per ente realizzatore efinanziatore,eper categoria di bene capitale. Oggetto dell’indagine sono ”tutti ilavori in opere pubbliche relativi anuove costruzioni, ricostruzioni,miglioramenti strutturali,grandi riparazioni,manutenzioni straordinarie ed assimilate [...]realizzati: a)con il finanziamento totale dello Stato ocon il contributo di esso,tramite iMinisteri ela Cassa per il Mezzogiorno; b)con il finanziamento totale oparziale di Enti nazionali eterritoriali della Pubblica Amministrazione (Inail,Inps,Enti Regione,Amministrazioni provinciali,Comuni)ocon il contributo di altri Enti (escluso lo Stato); c)con il finanziamento totale delle Aziende autonome dello Stato edi altre Aziende pubbliche”. Non èdel tutto nota la qualità dei dati contenuta nella pubblicazione.In particolare,non ènota la percentuale dei questionari distribuiti restituiti compilati all’amministrazione,né tantomeno se siano presenti differenze sistematiche tra un ente eun altro nell’accuratezza con cui il modulo viene compilato.Problemi nella rivelazione devono comunque esservene stati,considerato che,nel 1985, ne furono modificate in parte le caratteristiche.Di questi problemi si dà conto in parte nell’edizione del 1985 della pubblicazione. Si nota inoltre che dal 1954, il primo anno di disponibilità dell’indagine,icriteri per la
classificazione ela presentazione dei dati sono cambiati apiù riprese.Certe categorie pur importanti di beni capitali risultano in certi anni accorpate con altre,obbligando astime in qualche misura arbitrarie dei dati mancanti.Della ricostruzione di questi dati mancanti oincompleti,che comunque sono una piccola parte del totale,si riferisce in Appendice. Idati sugli investimenti pubblici sono disponibili per 9categorie di beni,di seguito riportate assieme alla sigla mnemonica con cui sono identificate:stradali eaereoportuali (STRAD); ferroviarie ealtre linee di trasporto (FER);marittime,lacuali efluviali (MAR);idrauliche,impianti elettrici (IDR);edilizia pubblica,sociale,scolastica (EDPUB);igienico-sanitarie (IGIEN);bonifiche (BONIF);Impianti di comunicazione (COMUN);altre (AL). Con essi si riproporzionano idati sugli investimenti in opere pubbliche contenuti in RST. Ovvero,per mezzo di essi si calcolano 9serie storiche di investimenti in opere pubbliche la cui somma èuguale agli investimenti in RST,eil cui rapporto rispetto all’investimento pubblico in RST èuguale al rapporto della corrispondente serie Istat rispetto alla somma delle 9serie Istat. Lo stock di capitale ècalcolato con la tecnica dell’inventario permanente.Anche in questo caso,ein quelli che seguono,per tenere conto dei danni di guerra tutte le annate di capitale precedente il 1946 sono decurtate dell’8%,senza distinzione tra idiversi tipi di beni capitali. Non esistendo per l’Italia una indicazione delle vite medie per ibeni che compongono lo stock di capitale pubblico,per ciascun tipo di bene la vita media ècalcolata come media delle vite medie per beni comparabili dei paesi OCSE per cui esiste un’indicazione (OCSE (1993)).Idettagli al riguardo sono riportati in Appendice. Il passo successivo consiste nel calcolare lo stock di capitale pubblico disagregato,sia per tipo di bene che per regione,per il periodo 1970-1996. Atal fine,si sono utilizzano idati ISTAT sui lavori eseguiti,disaggregati nelle 20 regioni ein nove categorie di bene capitale,per il periodo dal 1954 al 1996. Con essi gli investimenti in opere pubbliche in RST sono riproporzionati in modo del tutto analogo aquanto descritto più sopra.Per gli anni precedenti il 1954, gli investimenti sono ripartiti tra le varie regioni in base aun indice calcolato come la media delle ripartizioni territoriali e per tipo di bene capitale realizzatesi nel decennio 1954-1963. Anche in questo caso,lo stock di capitale pubblico regionale ècalcolato utilizzando la tecnica dell’inventario permanente,applicata a ciascuna delle 9categorie di beni capitali in ciascuna delle 20 regioni italiane,per un totale di 180 serie storiche.Irisultati di questi calcoli sono mostrati nelle tavole 3.1-3.9, che riportano le dotazioni regionali di infrastrutture per ciascuna tipologia di bene. Solo 16 anni di disponibilità dei dati prima dell’inizio del periodo campionario non sarebbero naturalmente sufficienti per il calcolo del capitale con la tecnica dell’inventario permanente.Si noti però che,nel caso presente,idati ISTAT vengono utilizzati per ripartire tra regioni etipi di bene la ben più lunga serie sugli investimenti pubblici contenuta in RST.Distorsioni sensibili nelle ripartizioni per regione eper tipo di bene dello stock di capitale possono aversi solo se le ripartizioni ipotizzate per gli anni antecedenti il 1954 si distanziano in misura sensibile dalla realtà. Si consideri comunque che lo stock di capitale publico,nel 1953, era di poco superiore al 50%del suo livello nel 1970 (il primo anno del campione di interesse),ecirca il 25%rispetto al 1996 (l’ultimo anno del campione). Eventuali differenze,anche sensibili,tra le ipotesi di ripartizione prima del 1954 ela realtà, contribuirebbero comunque alla formazione di una parte relativamente modesta dello stock di capitale.Pare quindi possibile concludere che distorsioni rilevanti nelle quote di capitale disaggregato qui calcolate sono improbabili. Uno sguardo ai dati. Consideriamo alcune rappresentazioni grafiche dei dati,utili per ottenere una indicazione sintetica egenerale di alcune loro caratteristiche.Per un’analisi descrittiva più completa,si rimanda
aPicci (1999). Nella figura 2. sono rappresentati itassi di variazione del capitale privato aggregato per tipologia di bene enelle suddivisioni geografiche Nord,Centro eMezzogiorno.Si osserva un andamento complessivamente decrescente dei tassi di crescita alivello nazionale.Gli anni ’70 sono contraddistinti da tassi di crescita molto elevati nel Mezzogiorno,in corrispondenza con l’ultimo periodo del cosiddetto ”intervento straordinario”.Dopo una depressione dell’accumulazione dello stock nei primi anni ’80, si ha una parziale ripresa durante la seconda parte del decennio.Itassi di crescita del capitale nelle diverse macroregioni divergono progressivamente meno amano amano che si procede lungo l’arco temporale considerato.Le ultime osservazioni,relative alla prima parte degli anni ’90, non segnalano differenze di rilievo nella distribuzione geografica della (allora assai modesta)crescita dello stock di capitale. La figura 3. mostra itassi di crescita del capitale pubblico,anche in questo caso aggregato in Nord,Centro eMezzogiorno.Il tasso di crescita ècomplessivamente decrescente nel corso del periodo campionario,con ampie divergenze nel contributo delle diverse macroregioni.In particolare,il Mezzogiorno registra tassi di crescita superiori alla media durante gli anni ’70, e inferiori in seguito. Non soltanto il capitale pubblico èaumentato di meno negli anni più recenti:anche la sua composizione èmutata nel tempo.La figura 4. mostra l’andamento del rapporto tra capitale ”core” ecapitale ”non-core”.Il primo comprende le tipologie di infrastrutture più immediatamente collegate al processo produttivo (nel caso presente:Strade eaereoporti;ferrovie ealtre linee di trasporto;marittime,lacuali efluviali;idrauliche,impianti elettrici;bonifiche;impianti di comunicazione).Le infrastrutture ”non-core”sono una componente residuale.Il rapporto èpiù elevato nel nord piuttosto che nel sud e,apartire dalla metà degli anni ’70, registra una costante diminuzione. La presente analisi ha un valore unicamente esemplificativo del tipo di informazioni contenute nei dati;in Picci (1999)il commento agli stessi èpiù esteso,el’utilizzo di opportune tecniche econometriche permette di indagare il ruolo del capitale pubblico nel processo produttivo. Note conclusive Irisultati che abbiamo ottenuto risentono sicuramente delle ipotesi semplificatrici che abbiamo dovuto adottare.Le fonti statistiche utilizzate per la costruzione della base dati non sono esenti da critiche.In particolare,l’indagine ISTAT sulle opere pubbliche,utilizzata per ottenere la ripartizione regionale eper tipo di bene dello stock di capitale pubblico,presenta degli ovvi problemi di qualità edi copertura.In quale misura,non èsemplice capire.Critiche possono essere mosse anche ad alcuni aspetti della metodologia seguita.L’ipotesi di costanza della vita media dei beni,ela stessa scelta delle vite medie per idiversi tipi di beni di investimento,èin parte arbitraria. Per quanto concerne il capitale privato,la ripartizione degli investimenti regionali nelle tre categorie di beni ela metodologia seguita per ottenere il riferimento di base per ifabbricati,sono senz’altro suscettibili di critiche. Questo lavoro,nella consapevolezza dei problemi elencati,ha cercato di combinare al meglio le informazioni disponibili per ottenere una base dati di cui gli economisti applicati che si occupano di economia regionale italiana hanno bisogno.L’auspicio èche questi dati vengano utilizzati con prudenza,eche comunque servano da spunto ad altri ricercatori desiderosi di migliorarne la qualità.Sapere precisamente quali sono le ipotesi semplificatrici eilimiti alla base di questa costruzione non può che aiutare amigliorarla. Appendice Le vite medie dei beni (capitali pubblico). Di seguito sono riportati,nell’ordine,le categorie dei beni ISTAT,ipaesi per cui sono disponibili indicazioni sulla vita media,la categoria OCSE alla quale si riferisce,eil valore