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Di professori e di sgherri: scienza (aperta) e amministrazione universitaria Maria Chiara Pievatolo 17 dicembre 2025 Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale Indice 1 Introduzione: a che serve l’università? 2 2 Una rivoluzione sviata 6 2.1 Scienza (aperta) come uso pubblico della ragione . . . . . . . . . . . 6 2.2 Scienza (aperta) come adempimento amministrativo . . . . . . . . . . 8 3 Il mito e il rito: la revisione fra pari e la crisi dell’uso pubblico della ragione 14 4 Lavori del cavolo: una questione accademica 16 References 20 Sommario A che serve l’università? Questa domanda, oggetto di un dibattito tanto ricorrente quando ripetitivo, non ha ancora trovato una risposta definitiva che faccia prevalere l’utile sul vero, per almeno due motivi: 1. perché un’università al servizio dell’utile di alcuni e non della verità delegittima sia la propria autorità, sia quella dei suoi committenti o padroni; 2. perché l’utile e la sua scienza, l’economia, possono regnare solo in una condizione di scarsità di per sé aliena alla scienza moderna, che, oltre a occuparsi di idee non escludibili né rivali, non è più segreta bensì pubblica. Keynes seppe trascendere l’orizzonte – economico - della scarsità chiedendosi: “a che serve l’economia?” Ma l’università burocratica neoliberale elude la sua domanda - filosofica e di libertà – imponendo artificialmente scarsità tramite una valutazione amministrativa della ricerca, che impone ai ricercatori necessità classificatorie riconducibili ai bisogni detti da Keynes relativi. Il tempo dei ricercatori è così assorbito in adempimenti quantitativi e rituali, per lo più sconnessi dalla qualità della scienza, che somigliano molto ai bullshit jobs teorizzati da David Graeber. Negli anni ’90 del secolo scorso esisteva già, per esempio, un’infrastruttura - web, archivi aperti, comunità scientifiche – in grado di rendere più accessibile la scienza. E però, in questo inizio di millennio, la valutazione amministrativa della ricerca, apprezzando solo quanto e dove si scrive e non che cosa si 1
pubblica, ha preferito incatenarci, con costosi contratti detti “trasformativi”, agli oligopoli dell’editoria scientifica commerciale. Che una valutazione quantitativa della ricerca determini quantità invece che qualità è ormai oggetto di una letteratura tanto ampia quanto inascoltata. A prendere sul serio David Graeber, la debolezza dei tentativi istituzionali di riformare il sistema suggerisce che questo non sia un “effetto indesiderato”, bensì che l’ordine managerial-feudale a esso sotteso abbia il fine di impedire ai professori di fare uso pubblico della ragione, pur permettendo loro di sfoggiare la toga per motivi cerimoniali e di marketing. Dopo tutto, come sosteneva Stafford Beer, “lo scopo di un sistema è ciò che fa”. Abstract The question “What are universities for?” is the subject of a recurring debate for at least two reasons: (1) because the interest in utility cannot prevail over the search for truth without delegitimizing both the profit-serving university and its clients or masters; (2) because utility and its science, economics, can only reign in conditions of scarcity - in which it is possible to evade the philosophical question proposed by Keynes: what is economics for? More specifically, what is the use of economics in modern science, which deals not only with ideas whose use is neither exclusive nor rival, but which is public and no longer secret? The neoliberal university avoids this question - which is a philosophical question about freedom - by means of bureaucracy. Its quantitative evaluation of research imposes on researchers what Keynes would have called relative needs. Under such a constraint, they spend their time on mostly quantitative tasks and rituals that have very little to do with the quality of scholarship and are more akin to the bullshit jobs theorized by David Graber. An example of this is the administrative implementation of open science: the infrastructure to facilitate it - web, open archives and scientific communities - was already in place in the 90s of the last century. However, the most widespread choice today is to chain it to the oligopolies of commercial scientific publishing, with expensive contracts called “transformative”, so that the journal-based and citation-based quantitative evaluation of research can be preserved. The literature on the damage done to research and teaching by university bureaucracy is both endless and useless, partly because attempts to reform it are more than timid. David Graeber, on the other hand, can help us to suspect that this damage is not an “undesirable effect” but a key feature. Indeed, this kind of managerial feudalism is highly effective in preventing university professors from making public use of reason, while allowing them to wear their gowns for ceremonial and marketing purpose. After all, to quote Stafford Beer, “the purpose of a system is what it does”. 1 Introduzione: a che serve l’università? A che serve l’università? Questa domanda, scriveva Stefan Collini più di dieci anni fa, è oggetto di un dibattito ripetitivo che oppone utile e inutile, controllo e privilegio, torri d’avorio e servizio alla società - teologico, politico o economico, a seconda della moda prevalente. Perché questo dibattito ricorre? Perché il partito 2
dell’utile, ben più potente e finanziato, non è ancora riuscito ad avere l’ultima parola?1 Nella sua non breve storia l’università ha attraversato più di una crisi.2L’ Universitas Magistrorum et Scholarium nata nel basso Medioevo era una corporazione di docenti e di studenti investita del monopolio dell’insegnamento superiore (studium), autonoma amministrativamente e giurisdizionalmente, cosmopolita e socialmente aperta - cosa, questa, eccezionale in un mondo altrimenti gerarchico. E però, come narra Jacques Le Goff,3l’affermazione di monarchie e principati e l’affievolimento del pluralismo giuridico medioevale4addomesticarono quell’istituzione, che, alle sue origini, era capace di opporsi ai poteri pubblici,5 trasformandola in casta all’interno e in centro di formazione professionale al servizio dello stato e custode della sua ortodossia religiosa verso l’esterno. L’università burocratica, sotto un regime politico-economico controllato dallo stato6per interessi propri o altrui, non è un fenomeno neoliberale: è un fenomeno moderno. Quando Kant, nel Conflitto delle facoltà, parla dell’università come una fabbrica, organizzata secondo una divisione del lavoro che ripartisce il complesso del sapere raggruppando i professori in facoltà, sta descrivendo un’istituzione cameralistica, giustificata e finalizzata all’utilità dello stato. Un’università che forma funzionari efficienti e sudditi ubbidienti; che assume i professori in base al merito e all’eloquenza; che li paga in modo contenuto e però conferisce onori e riconosce loro un certo grado di libertà accademica, ma esclusivamente per motivi strumentali.7E quando Weber, nel secondo decennio del secolo scorso, descrive la trasformazione dell’università tedesca in un’impresa di capitalismo di stato, con direttori che si sentono dirigenti d’azienda e ricercatori proletarizzati,8non sta fotografando una novità bensì una tappa di una lunga marcia. La domanda "A che serve l’università?" reitera un processo già celebrato, chiedendo all’imputata di giustificarsi in base all’utile di soggetti esterni le cui pretese sono fuori discussione. Nella sua replica più recente il codice del giudizio è economico; ed è questo codice - se vogliamo evitare l’eterno ritorno all’identico - che va messo in discussione: a che serve l’economia?9Secondo Keynes, l’economia può atteggiarsi a triste regina della scienze sociali, che costringe a subordinare la questione 1Stefan Collini. What are universities for? Penguin Books. 2012, Ch. I. 2Maria Chiara Pievatolo. “L’università e le sue crisi: una riflessione storica”. In: Bollettino telematico di filosofia politica (2012). url:https://btfp.sp.unipi.it/it/2012/08/luniversita-ele-sue-crisi-una-riflessione-storica/. 3Jacques Le Goff. “Pour un autre Moyen Âge: Temps, travail et culture en Occident : 18 essais”. In: Paris: Gallimard, 2013. Chap. Les universités et les pouvoirs publics au Moyen Age et à la Renaissance, II. 4Paolo Grossi. “Un diritto senza stato (La nozione di autonomia come fondamento della costituzione giuridica medioevale)”. In: Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno 25 (1996), pp. 267–284. 5Come racconta Emanuele Conte. Diritto comune. Bologna: il Mulino, 2009. url:https:// arcadia. sba .uniroma3 . it/ handle /2307 / 3204, pp. 80–82, i glossatori civilisti dello studium bolognese, ricostruttori e custodi della perfezione del codice giustinianeo, rifiutarono di inserirvi un’interpretazione autentica, ma secondo loro non convincente, dell’imperatore Federico Barbarossa. 6Ivar Bleiklie. “New Public Management or Neoliberalism, Higher Education”. In: Encyclopedia of International Higher Education Systems and Institutions. Springer, 2018. doi:10.1007/978-94017-9553-1_308-1. 7William Clark. Academic Charisma and the Origins of the Research University. Chicago: The University of Chicago Press, 2006, 12 ss. 8Max Weber. Wissenschaft als Beruf. München und Leipzig: Duncker & Humblot, 1919. url: https://de.wikisource.org/wiki/Wissenschaft%5C_als%5C_Beruf. 9Collini, op. cit., Introduction. 3
dei fini a quella dei mezzi, solo in condizioni di scarsità, vera o artificiale che sia. Quando e dove questo presupposto mancasse, potremmo rimettere i buoi davanti al carro, per chiederci che cosa fare del nostro tempo liberato10 - e per sottoporre alla prova della libertà i sistemi morali e politici fondati sul bisogno. Si può obiettare che la scarsità non potrà mai essere eliminata, perché dipende in primo luogo dall’indefinito diversificarsi dei nostri appetiti. Secondo Keynes, però, non tutti i bisogni sono insaziabili: sono insaziabili solo i bisogni relativi - quelli il cui soddisfacimento ci fa sentire superiori agli altri - e non quelli assoluti, il cui soddisfacimento non dipende dal confronto con gli altri.11 Qui la scarsità potrebbe essere superata, o non esserci affatto, come nel caso in cui i bisogni hanno a oggetto qualcosa di non rivale e non escludibile, indefinitamente condivisibile ed espandibile. Chi riceve un’idea da me riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia, proprio come chi accende la sua fiaccola alla mia riceve luce senza lasciarmi al buio.12 Sulle idee, con cui lavorano gli studiosi, non c’è rivalità. Gli studiosi, però, non vivono nel mondo delle idee: hanno bisogni assoluti ed è sempre possibile inventargliene e imporgliene di relativi. Le idee stesse non fluttuano nell’etere: i discorsi tramite i quali si cerca di condividerle sono codificati in media, in relazione ai quali si possono creare scarsità artificiali tramite monopoli intellettuali legalmente imposti. Chi non può o non vuole emanciparsi da un’ortodossia economica incapace di concepire esseri umani che facciano scelte non determinate da avidità e bisogno13 potrebbe dunque eludere amministrativamente l’incombenza, filosofica, di rispondere alla domanda di Keynes, La scienza moderna, però, è nata, o rinata,14 prima che il capitalismo chiudesse la sua gabbia d’acciaio. Secondo l’economista Paul David, nella prima modernità la stampa, la pluralità dei centri di poteri e un linguaggio matematico complesso orientarono il mecenatismo verso accademie - più libere delle università - in cui gli scienziati discutevano e costruivano collettivamente la loro reputazione pubblica. I nobili e i re che finanziavano scienze, lettere e arti non lo facevano per profitto, ma per prestigio. "The emergence of the characteristic institutions and organizational features of open science that have played so vital a role in generating the sustained material achievements of the era of modern economic growth, may be said to be western Feudalism’s greatest gift to Capitalism."15 Il neoliberalismo, dal canto suo, sa esonerarsi sia dalle questioni filosofiche di Keynes, sia dal confronto con la storia: non è, infatti, una visione filosofica del 10John Maynard Keynes. “Economic Possibilities for our Grandchildren (1930)”. In: Essays in Persuasion. Royal Economic Society, 2012. url:http://www.econ.yale.edu/smith/econ116a/ keynes1.pdf, p. 328. 11Ibid., p. 326. 12Thomas Jefferson. No Patents on Ideas, Letter To Isaac McPherson. 1813. url:https://www. red-bean.com/kfogel/jefferson-macpherson-letter.html. 13Maria Chiara Pievatolo. “Tomáš Sedláček: l’economia del bene e del male”. In: Bollettino telematico di filosofia politica (2014). url:https://btfp.sp.unipi.it/it/2014/06/tomassedlacek-leconomia-del-bene-e-del-male/. 14Lucio Russo. La rivoluzione dimenticata. Milano: Feltrinelli, 1996. url:http://tecalibri. altervista.org/R/RUSSO-L_rivoluzione.htm. 15Paul A. David. “The historical origins of ’open science’. An Essay on Patronage, Reputation and Common Agency Contracting in the Scientific Revolution”. In: Capitalism and Society (2008). url: https://siepr.stanford.edu/publications/working-paper/historical-origins-openscience-essay-patronage-reputation-and-common, pp. 83–84. 4
mondo, ma un’ideologia esclusivamente amministrativa - e costruttivista - secondo la quale individui, enti, società funzionano in modo più efficiente se governati da una razionalità strumentale di tipo economico.16 Se i mezzi non sono scarsi e i fini reciprocamente alternativi, basta fare in modo che lo diventino: l’efficienza aziendale consiste appunto nel valersi di avidità e bisogno così da rendere tutti troppo occupati per interrogarsi sul senso degli ordini che ricevono. La democrazia, come la filosofia, si ferma sulla porta dell’azienda.17 Rimane un dettaglio: una scienza sotto padrone, e nel suo interesse, può essere credibile, o, più volgarmente, avere un mercato? Nel primo libro della Repubblica di Platone il sofista Trasimaco sostiene due tesi famose, una politica e l’altra morale: per chi la impone la giustizia è l’utile del più forte; per chi la pratica un bene altrui. Anche la scienza politica, occupandosi del concetto di giustizia, è al servizio di chi, essendo più forte, detiene il potere. Socrate invita Trasimaco a distinguere l’oggetto e le ragioni interne di una scienza dalle motivazioni e dai guadagni di chi la esercita. Il medico riceve un onorario, ma la medicina non si identifica con l’arte di farsi pagare (misthotiké). I pazienti non si rivolgono al medico perché lo apprezzano come esperto del marketing di se stesso, ma per farsi curare sulla base della sua conoscenza della medicina. Un bravo medico rimarrebbe tale anche se decidesse di lavorare gratis. L’eventuale guadagno, anche competitivo, che la pratica di una disciplina arreca a chi la esercita le è esterno e non può definirla (Resp. 345e ss) – né, tanto meno, valutarla. Un medico può essere animato quanto si vuole dal desiderio di prevalere sui colleghi, ma se cerca di schiacciare il suo interlocutore anche quando, secondo i princìpi della sua disciplina, questi ha ragione, si comporta come un ignorante e non come un esperto. Trasimaco arrossisce: come sofista„ il suo prestigio e il suo reddito derivano dalla sua competenza, e se avesse la fama di essere solo bravo a farsi pagare e a prevalere sui colleghi anche quando ha scientificamente torto, il suo mercato verrebbe distrutto. Anche per questo il dibattito sull’utilità dell’università ricorre: perché la scienza può prestare autorità al potere politico ed economico solo se conserva l’aura della vocazione alla verità. Ci sono tre professioni per le quali si riconosce il diritto di portare la toga: il giudice, il sacerdote e lo studioso. Questa veste rappresenta la maturità spirituale del suo portatore, la sua indipendenza di giudizio e la sua responsabilità diretta di fronte alla sua coscienza e al suo Dio. Rappresenta la sovranità interiore di queste tre professioni interconnesse, che dovrebbero essere le ultime a permettersi di agire sotto costrizione e ad arrendersi alle pressioni.18 La toga non protegge soltanto la libertà accademica del professore, ma la credibilità dell’università in cui lavora, e quindi il suo stesso mercato. Chi cerca di 16Dario Colombo and Enrico Gargiulo. “Come il neoliberismo arrivò in Italia”. In: Jacobin Italia (2015). url:https://jacobinitalia.it/come-il-neoliberismo-arrivo-in-italia/. 17Elisabeth Anderson. Private Government: How Employers Rule Our Lives (and Why We Don’t Talk about It. Princeton: Princeton University Press, 2017. 18Ernst H. Kantorowicz. The Fundamental Issue. Documents and Marginal Notes on the University of California Loyalty Oath. 1950. url:https://oac.cdlib.org/view?docId=hb0f59n9wf&brand= oac4%5C&doc.view=entire_text: con queste parole (traduzione mia) Ernst Kantorowicz rifiutò di sottoscrivere il giuramento di fedeltà anticomunista imposto ai professori dell’University of California, pur non essendo affatto comunista. 5
ridurre l’università all’utile di qualcuno19 deve dunque escogitare espedienti per nascondere le catene del bisogno e dell’avidità sotto la toga dell’addetto alla ricerca statale o aziendale, per non farlo somigliare a un giudice corrotto o a un sacerdote simoniaco. When science becomes so extensively bonded with power and profit, its conditions of credibility look more and more like those of the institutions in which it has been enfolded. Its problems are their problems. Business is not in the business of Truth; it is in the business of business.20 Come possono funzionare simili espedienti? Potremo rendercene conto con un caso esemplare: il modo e il grado di integrazione della scienza aperta, comunque la si voglia intendere,21 nell’amministrazione dell’università. 2 Una rivoluzione sviata La rivoluzione digitale22 avrebbe reso possibile una discussione scientifica in rete sottratta alla mediazione dagli editori commerciali e alle rendite di monopolio23 dovute alla acquisizione del copyright. La transizione alla scienza aperta però rimane incompiuta e paradossalmente costosa,24 pur essendo anche nell’interesse apparente di un’università neoliberale.25 2.1 Scienza (aperta) come uso pubblico della ragione Negli anni ’90 del secolo scorso c’erano già le condizioni tecniche, legali e umane per emancipare l’uso pubblico della ragione dai monopoli intellettuali dell’età della stampa, che gli accordi TRIPS (1994) e TRIPS+ (WIPO, 1996) avrebbero, di lì a poco, sistematicamente esteso e inasprito. Esisteva l’Internet: su di essa, Tim Berners Lee aveva disegnato il World Wide Web per permettere a “chiunque di 19Secondo un modello non mertoniano di scienza: John Ziman. Real Science: What It Is and What It Means. Cambridge: Cambridge University Press, 2000. 20Steven Shapin. “Is There a Crisis of Truth?” In: Los Angeles Review of Books (2019). url: https://lareviewofbooks.org/article/is-there-a-crisis-of-truth/. 21A sostegno del progetto di rendere procedure, dati e testi aperti a tutti sono state individuate (Benedikt Fecher and Sascha Friesike. “Open Science: One Term, Five Schools of Thought”. In: (2013). url:https://hdl.handle.net/10419/75332) cinque scuole di pensiero: (1) la scuola pubblica, mossa da un ideale divulgativo e partecipativo; (2) la scuola democratica, ispirata dal principio del diritto universale alla conoscenza; (3) la scuola pragmatica, che mira all’efficienza nella ricerca e nella sua disseminazione; (4) la scuola infrastrutturale, che tratta l’apertura della scienza come una sfida tecnologica; (5) la scuola metrica, che vede nell’apertura della scienza un’occasione per misurare in modo più efficace l’ impatto della ricerca. 22O, più materialmente, la computerizzazione del mondo (Juan Carlos De Martin. “The Computerization of the World and International Cooperation”. In: Nexa Center for Internet & Society (2025). url:https://nexa.polito.it/the-computerization-of-the-world-and-internationalcooperation/). 23Come rimase d’uso, pur in condizioni tecnologiche meno favorevoli, fino all’inizio del XX secolo (Pierre-Carl Langlais. Quand les articles scientifiques ont-ils cessé d’être des communs ? 2015. url: https://scoms.hypotheses.org/409). 24Per l’Italia si veda Paola Galimberti. “Italia e open science: le occasioni mancate”. In: Bollettino telematico di filosofia politic (2024). doi:10.5281/zenodo.14505277.url:https://commentbfp. sp.unipi.it/paola-galimberti-italia-e-open-science-le-occasioni-mancate/ 25Michael Hagner. “Open Access, Data Capitalism and Academic Publishing”. In: Swiss Medical Weekly 148.14600 (2018). doi:10.4414/smw.2018.14600. 6
condividere informazione con chiunque altro, dovunque”,26 e il Cern, dal 1991, l’aveva reso disponibile a tutti. Contro i monopoli intellettuali privati, Richard Stallman aveva inventato, modulando i poteri che il copyright conferiva all’autore, la GNU-General Public License. Quest’ultima, a cavallo del millennio, ispirò altre licenze libere applicabili a opere diverse dal software quali la GNU Free Documentation License e le Creative Commons. E una parte della comunità scientifica, avendo interesse a condividere rapidamente i testi, aveva cominciato a usare il web per fondare e popolare l’ArXiv, il più antico e celebre archivio pubblico disciplinare. La moderazione dell’ArXiv era ed è - ora con il sostegno di un sistema di apprendimento automatico che marca i depositi meritevoli di particolare attenzione - minimalista: il suo scopo non è garantire la qualità, bensì l’usabilità e l’identificabilità dei testi e la protezione dei lettori da opere fuori tema o non conformi alle norme accademiche di base. Ma perfino nel periodo della pandemia - ricorda Paul Ginsparg27 - i casi più rilevanti di ricerca inattendibile si sono verificati, più che negli archivi di preprint, in riviste commerciali con revisione paritaria tradizionale quali l’ International Journal of Antimicrobial Agents, edito da Elsevier, il cui testo sulle discutibili virtù terapeutiche dell’idrossiclorochina28 è stato ritrattato solo a fine 2024.29 Dall’altra parte, la pubblicità precoce degli archivi aperti ha aiutato sia a scartare tesi mal fondate,30 sia a introdurre più velocemente terapie e raccomandazioni che hanno salvato qualche vita.31 26Tim Berners-Lee. “Long Live the Web: A Call for Continued Open Standards and Neutrality”. In: Scientific American (2010). url:http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=longlive - the - web , %20https : / / www . cs . virginia . edu / ~robins / Long _ Live _ the _ Web . pdf: "the project started with the philosophy that much academic information should be freely available to anyone" (Mike Taylor. The SSP Debate on “the Open Access Movement Has Failed” — Part 1: Speech for the Motion. 2024. url:https://svpow.com/2024/06/05/the-ssp-debate-on-theopen-access-movement-has-failed-part-1-speech-for-the-motion/). 27Paul Ginsparg. “Lessons from arXiv’s 30 Years of Information Sharing”. In: Nature Reviews Physics 3.9 (2021), pp. 602–603. issn: 2522-5820. doi:10.1038/s42254-021-00360-z. 28Philippe Gautret et al. “Hydroxychloroquine and Azithromycin as a Treatment of COVID-19: Results of an Open-Label Non-Randomized Clinical Trial”. In: International Journal of Antimicrobial Agents 56.1 (2020), p. 105949. issn: 0924-8579. doi:10.1016/j.ijantimicag.2020.105949. 29Cathleen O’Grady. Infamous paper that popularized unproven COVID-19 treatment finally retracted. 2024. url:https : / / www . science . org / content / article / infamous - paper - popularizedunprovencovid19treatmentfinallyretracted; ma si veda anche Adam Marcus. Hydroxychloroquine-COVID-19 Study Did Not Meet Publishing Society’s “Expected Standard”. 2020. url:https://retractionwatch.com/2020/04/06/hydroxychlorinecovid19studydidnotmeetpublishingsocietysexpectedstandar. Come notato in Björn Brembs et al. “Mastodon over Mammon: Towards Publicly Owned Scholarly Knowledge”. In: Royal Society Open Science 10.7 (2023), p. 230207. doi:10 . 1098 / rsos . 230207.url:https : //royalsocietypublishing.org/doi/10 .1098/rsos.230207, §4, alcune società scientifiche sono divenute, da luoghi di discussione fra studiosi, aziende, le cui principale entrate non dipendono più dalle quote dei loro membri bensì dall’attività editoriale. Questa, quando viene affidata a un oligopolista commerciale, le espone al rischio di rimanere intrappolate in una zona intermedia fra l’interesse di ricerca e quello per il denaro. Un caso analogo, su un’altra rivista di Elsevier, è quello dell’ivermectina: Leon Caly et al. “The FDA-approved Drug Ivermectin Inhibits the Replication of SARS-CoV-2 in Vitro”. In: Antiviral Research 178 (2020), p. 104787. issn: 0166-3542. doi: 10.1016/j.antiviral.2020.104787. 30Retraction Watch cura una una pagina dedicata alle ritrattazioni di articoli sul Covid-19. 31Si pensi per esempio all’uso del dexametasone (Peter Horby et al. Effect of Dexamethasone in Hospitalized Patients with COVID-19 – Preliminary Report. 2020. doi:10.1101/2020.06.22. 20137273.url:https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.06.22.20137273v1), o alla ricerca storico-medica depositata su SSRN nell’aprile 2021 che ha indotto a rivedere radicati, ma pericolosi pregiudizi sulla trasmissione aerea del Covid-19 (K. Randall et al. “How Did We Get Here: What Are Droplets and Aerosols and How Far Do They Go? A Historical Perspective on the 7
Ancor prima, fra il 2002 e il 2003, il matematico russo Grigorij Jakovlevič Perel’man condivise la soluzione della congettura di geometrizzazione di Thurston esclusivamente sull’ArXiv: i suoi tre preprint furono affinati e corroborati da un piccolo gruppo di esperti che svolsero una revisione fra pari senza che nessuna rivista scientifica commerciale li avesse incaricati.32 L’infrastruttura per sottrarsi alla sottomissione editoriale esisteva già e, quando comunità scientifiche sufficientemente anarchiche33 si imbattevano in questioni sufficientemente interessanti, funzionava perfettamente. Durante la prima pandemia del XXI secolo, mentre morivano anche pazienti della parte ricca del mondo, l’apertura, se non dell’applicazione della scienza,34 almeno dell’accesso, parve così importante da estendersi dai testi autoarchiviati alle riviste, sia pure per temporanea concessione da parte degli editori commerciali.35 L’editoria scientifica - osservò Claudio Aspesi, analista finanziario di SPARC - si rivelò così disfunzionale da dover essere ribaltata per farle svolgere effettivamente il suo ruolo, di solito esclusivamente nominale, di diffondere testi e segnalarne la qualità.36 Nello stesso anno Robert Terry, salutando con favore l’esplosione dell’uso dei preprint nella ricerca sul Covid-19, invitò la comunità scientifica ad abbandonare i costi e i pregiudizi delle riviste commerciali e passare al modello che Perel’man aveva già sperimentato con successo all’inizio del XXI secolo.37 2.2 Scienza (aperta) come adempimento amministrativo In tempi non pandemici l’editoria scientifica commerciale è un lucus a non lucendo nel quale "pubblicare" consiste nel rendere artificiosamente inaccessibili con barriere legali, tecnologiche ed economiche testi ormai altrimenti riproducibili e distribuibili a bassissimo costo. Nè c’è pubblicità nella revisione paritaria anonima, che dovrebbe selezionare testi scientificamente solidi, e che però non è fra pari,38 Transmission of Respiratory Infectious Diseases”. In: Interface Focus 11.6 (2021), p. 20210049. doi: 10.1098/rsfs.2021.0049). 32Timothy Gowers. “Peer Review: The End of an Error?” In: The Times Literary Supplement (2017). url:https://iuuk.mff.cuni.cz/~andrew/EAP/GowersTheEndOfAnErrorTLS.pdf; Perel’man vinse una medaglia Fields, che rifiutò. 33Francesco Scotognella. “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziatoparresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio”. In: Bollettino telematico di filosofia politica (2021). url:https://commentbfp.sp.unipi.it/francesco-scotognella-laffermazione-diuna-teoria-nella-comunita-scientifica-lo-scienziato-parresiasta-il-collettivodi-pensiero-e-il-mutuo-appoggio/. 34L’Unione Europea ha infatti difeso i brevetti sui vaccini, cioè i monopoli di pochi contro la vita di tutti (Ugo Pagano. “Not Only a Vaccine Waiver: WTO Reform Is Urgent”. In: socialeurope.eu (2022). url:https://www.socialeurope.eu/not-only-a-vaccine-waiver-wto-reform-is-urgent). Bill Gates, con la forza monetaria della sua fondazione, contribuì a distogliere l’attenzione dell’OMS dalla questione (Alexander Zaitchik et al. “How Bill Gates Impeded Global Access to Covid Vaccines”. In: The New Republic (2021). url:https://newrepublic.com/article/162000/bill-gatesimpeded-global-access-covid-vaccines) . 35Vincent W. J. van Gerven Oei. “Viral Open Access in Times of a Global Pandemic”. In: punctum books (2020). url:https://punctumbooks.pubpub.org/pub/viralopenaccessglobalpandemic-covid-19-corona/release/3. 36Claudio Aspesi. The time has come: L’ecosistema editoriale accademico dopo il COVID-19 [OAweek2021]. 2021. doi:10.5281/zenodo.5599575. 37Robert Terry. Open Science – Time to Unlock the Potential of the Digital Age. 2021. doi: 10.5281/zenodo.5550077.url:https://zenodo.org/records/5550077#.YWK-jkYzY-R: "(1) Publish ;(2)Open (meta) peer review, (3) Earn impact". 38Maria Chiara Pievatolo. “Revisione fra pari. La transizione incompiuta”. In: Between 13.23 (2023), pp. 217–217. doi:10.13125/2039-6597/5987.url:https://doi.org/10.13125/20398
e neppure necessariamente rivede.39 E tanto meno c’è pubblicità nei database proprietari di Clarivate Analytics (ex ISI) e di Scopus40 sui quali la valutazione della ricerca pretende di produrre, amministrativamente, giudizi scientifici. È noto da tempo41 che il sequestro della letteratura scientifica in pubblicazioni che non sono pubbliche dipende in gran parte dalla valutazione amministrativa della ricerca. Dalla seconda metà del secolo scorso molte amministrazioni statali e universitarie hanno smesso di fidarsi della discussione pubblica fra scienziati per confidare in aziende private che contano le citazioni e vendono i loro calcoli. Si crede che una rivista molto citata sia migliore di una rivista citata meno, e un articolo molto citato in riviste molto citate sia migliore di un articolo citato meno. Questo sistema, che permette ai burocrati di valutare la scienza senza averne la più pallida idea,42 ha aiutato gli editori di riviste molto citate a imporre prezzi sempre più alti per abbonamenti che i ricercatori esigono e le amministrazioni pagano per comprare valutazione. Dal punto di vista della scienza, però, prezzi alti e crescenti - scandalosamente imposti e accettati su risorse ottenute gratuitamente - negano la visibilità delle pubblicazioni sia ai ricercatori di istituzioni povere, sia ai cittadini che hanno finanziato la ricerca con i loro soldi. Negli anni, nei lustri, nei decenni, mentre le disfunzionalità di un’industria 6597/5987. 39Come ammesso da Magdalena Skipper, direttrice di Nature, a proposito di una recente ritrattazione di una articolo uscito sulla sua prestigiosa rivista: "Journal editors sift through submissions looking for studies that will significantly advance their field, then assign reviewers to evaluate the most promising ones for strength of conclusions and rigor of experimental methods. But journal editors acknowledge that errors or fraud can escape notice because reviewers don’t audit underlying data sets. That’s not their job, according to Skipper. ’I would not want to think of my peer reviewers on the papers as some kind of police squad catching mistakes,’ she said." (Nidhi Subbaraman. “What’s Wrong With Peer Review?” In: Wall Street Journal (2023). url:https://archive.is/ASUXo) 40Björn Brembs. “What ranking journals has in common with astrology”. In: RT. A Journal on Research Policy and Evaluation 1.1 (2013). issn: 2282-5398. url:http://riviste.unimi.it/ index.php/roars/article/view/3378; Nicola De Bellis. “Shut up and Dance: L’universo morale della bibliometria tra principi universali e banalità del fare”. In: ESB Forum (Feb. 27, 2017). url: http://www.riccardoridi.it/esb/fdo2016-debellis.htm 41Jean-Claude Guédon. In Oldenburg’s Long Shadow. Librarians, Research Scientists, Publishers, and the Control of Scientific Publishing. Washington D.C.: Association of Research Libraries, 2001. url:https://www.arl.org/wp-content/uploads/2001/12/in-oldenburgs-long-shadow.pdf 42Mario Biagioli. “Quality to Impact, Text to Metadata: Publication and Evaluation in the Age of Metrics”. In: KNOW: A Journal on the Formation of Knowledge 2.2 (2018), pp. 249–275. url: https://www.journals.uchicago.edu/doi/10.1086/699152. 9
controllo politico parlamentare.88 Ma la scelta di mantenerla nascosta, quando sarebbe stato possibile altrimenti,89 arroccò la discussione scientifica entro una procedura amministrativamente definita e però lontana dall’uso pubblico della ragione, che pure fu ciò che rese possibile la scienza moderna. Non sorprende che, cinquant’anni dopo, nelle aule del Congresso, qualcuno possa brandire, antiscientificamente, la revisione paritaria come un ipse dixit, o che esistano paesi in cui valutatori amministrativi nominati direttamente o indirettamente dal governo stilino liste di riviste scientifiche o eccellenti anche sulla base dell’esattezza della celebrazione del rituale.90 E tanto meno sorprende che qualcuno,91 irriverentemente, sostenga che l’università sta uccidendo il capitalismo ma non perché produce un precariato accademico professionalmente scontento e critico, bensì perché strangola l’innovazione con il conformismo e la propensione alla frode favorita dal suo stesso sistema di valutazione.92 4 Lavori del cavolo: una questione accademica Il rituale vuoto e chiuso della revisione fra pari è uno dei tanti adempimenti formali dell’università burocratica, con la sua cultura dell’audit.93 Il tempo perso94 in questa ed altre pratiche, il conformismo95 che gli è connesso, la pervasività dell’amministrazione hanno ispirato a David Graeber, forte della sua esperienza 88Robert Harington. “The Rise of Peer Review: Melinda Baldwin on the History of Refereeing at Scientific Journals and Funding Bodies - The Scholarly Kitchen”. In: Scholarly Kitchen (2018). url: https://scholarlykitchen.sspnet.org/2018/09/26/the-rise-of-peer-review-melindabaldwin-on-the-history-of-refereeing-at-scientific-journals-and-funding-bodies. 89Interessante, in questo senso, la testimonianza di Donald B. Rice il quale, dopo aver passato in rassegna i pro e i contro delle revisione chiusa e aperta, riferisce che la Rand Corporation, da lui presieduta, pratica la seconda (National Science Foundation Peer Review : Special Oversight Hearings before the Subcommittee on Science, Research, and Technology of the Committee.url: https://hdl.handle.net/2027/uc1.31210024845917?urlappend=%5C%3Bseq=1125, pp. 766– 769). 90Nel momento in cui scrivo, l’ANVUR continua a negare, amministrativamente, la scientificità e la cosiddetta eccellenza, per la sociologia generale, di Open Research Europe, infrastruttura offerta dalla Commissione dell’Unione Europea agli autori i cui lavori di ricerca sono esito di finanziamenti europei perché, essendo sul web, non esce in fascicoli (AISA. In lista: Anvur e la revisione paritaria aperta. url:https://aisa.sp.unipi.it/anvurelarevisioneparitariaaperta/) - cosa che rende difficile inserirla in gabbie bibliometriche per la valutazione di stato. 91Joseph Francis. “Is Academia Killing Capitalism?” In: The Poor Rich World (2024). url:https: //thepoorrichworld.substack.com/p/is-academia-killing-capitalism. 92L’argomento secondo il quale la spazzatura che galleggia nell’oceano della conoscenza è solo "aneddotica" si basa sull’assunzione ideologica che i "prodotti della ricerca" non siano pezzi unici, in grado di provocare, nella loro unicità, effetti rilevanti (Julia Belluz. 20 Years Ago, Research Fraud Catalyzed the Anti-Vaccination Movement. Let’s Not Repeat History. 2018. url:https://www. vox.com/2018/2/27/17057990/andrew-wakefield-vaccines-autism-study), bensì elementi fungibili normalmente discriminabili con armi di valutazione di massa (Maria Chiara Pievatolo. “Una scienza senza qualità”. In: Bollettino telematico di filosofia politica (2023). url:https://btfp.sp. unipi.it/it/2018/10/una-scienza-senza-qualita). 93Mario Biagioli. “Fraud by Numbers: Metrics and the New Academic Misconduct”. In: Los Angeles Review of Books (2020). url:https://lareviewofbooks.org/article/fraudbynumbersmetrics-and-the-new-academic-misconduct. 94Balazs Aczel, Barnabas Szaszi, and Alex O. Holcombe. “A billion-dollar donation: estimating the cost of researchers’ time spent on peer review”. In: Res. Integrity Peer Rev. 6.1 (2021), pp. 1–8. issn: 2058-8615. doi:10.1186/s41073-021-00118-2. 95Carlton F. Hazlewood in National Science Foundation Peer Review, pp. 863–865 notava che gli scienziati che hanno posizioni di minoranza - e tutte le innovazioni scientifiche nascono come tali - sono esposti al rischio di venir condannati dai pari senza possibilità di appello. 16
di docente universitario, la teoria dei bullshit jobs o lavori del cavolo.96 Per lavoro del cavolo si intende un’occupazione retribuita che è così totalmente inutile, superflua o dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza, anche se si sente obbligato a far finta che non sia così.97 Qui abbiamo considerato solo due esempi, il rituale della revisione paritaria e gli accordi cosiddetti trasformativi, ma buona parte della attività universitaria, italiana e no, connessa alla valutazione amministrativa ricade sotto questo titolo, e rispecchia fedelmente la gerarchia costruita da David Graeber. Se ci limitiamo alle riviste, al vertice, quale taskmaster siede il ministero dell’università. Subito sotto, in veste di taskmaster inferiore e goon si colloca l’Anvur, la quale indirizza l’attività di altri goon, i gruppi di lavoro che determinano amministrativamente, sotto il suo controllo, quali riviste sono scientifiche e quali no. Le redazioni delle riviste e i revisori sono a un tempo box-ticker egoon mentre, alla base della piramide, i semplici addetti alla ricerca sono soltanto box ticker. In questo processo si può anche prescrivere, come casella da barrare, un pizzico di scienza (aperta) - a condizione che sia la più costosa, complicata e irrilevante possibile. Itaskmaster o supervisori sono investiti, quando sono inutili, della funzione di assegnare compiti a persone che sanno già che cosa fare; quando sono dannosi hanno invece la mansione di creare lavori del cavolo da far svolgere agli altri. I goon, o sgherri, hanno il ruolo manipolatorio e aggressivo di indurre le persone a fare qualcosa che va contro il senso comune. I barracaselle o box ticker svolgono attività deputate a dare l’impressione di far qualcosa che in effetti non si fa, o si fa solo nei ritagli di tempo sottratti alla mansione principale.98 Per sapere come si fa ricerca non occorrerebbero indicazioni ministeriali (Caesar non est supra grammaticos): da qui la necessità di una gerarchia di sgherri per convincere i ricercatori a trasformarsi in barracaselle impegnati a cercare di pubblicare su Nature invece di indagare la natura. "It’s not about curiosity anymore, it’s just a career."99 Perché "costringere docenti e ricercatori a trascorrere sempre più tempo a quantificare e giustificare quello che fanno e sempre meno tempo a farlo davvero"?100 Come si spiega questo mostruoso spreco di tempo e denaro? Semplicemente, non si spiega, o, meglio, le sue motivazioni effettive sono diverse da quelle apparenti. Continuare ad accrescere le montagne di letteratura che suggeriscono come ridurre le disfunzionalità del sistema,101 alimentando per lo più, così da essere ben valutati, il complesso editorial-accademico,102 è esso stesso un lavoro del cavolo. L’università non è un’azienda, sebbene faccia finta di 96David Graeber. Bullshit Jobs. Simon & Schuster, 2018. url:https://archive.org/details/ david-graeber-bullshit-jobs-a-theory-1 97David Graeber. Bullshit Jobs. Garzanti, 2018, p. 1.1 98Idem, Bullshit Jobs, p. 2.1. 99The Rise of the Science Sleuths. 2024. url:https://www.nakedcapitalism.com/2024/09/ the-rise-of-the-science-sleuths.html. 100Graeber, Bullshit Jobs, p. 2.1. 101Pochissimi, quali Davide Borrelli. “Valutare per migliorare?” In: Quaderni di sociologia. NS LXVIII.95 (2024), pp. 81–98 e Roberto Caso. “Valutazione scientifica e valutazione di stato”. In: (2024). doi:10.5281/zenodo.11002222, osano metterne in discussione, prima delle modalità amministrative, la legittimazione di chi l’amministra. 102Kathleen Fitzpatrick. Generous Thinking. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 2019. url: https://generousthinking.hcommons.org/, ch.1 nota che gli studiosi accettano nella pratica ciò che criticano nella teoria: un’università basata su un individualismo competitivo ed eteronomo. 17
esserlo, e non è neppure, in primo luogo, un’istituzione di ricerca, sebbene finga di esserlo. Quale azienda effettivamente capitalistica - e anche quale ente effettivamente di ricerca - assolderebbe addetti alla ricerca per far loro compilare moduli e perseguire costose marchiature, con il rischio di ottenere per lo più meri adempimenti, se non francamente spazzatura, e solo accidentalmente scienza?103 Secondo David Graeber questo comportamento a prima vista senza senso si spiega benissimo, ma entro un sistema non, o non più, capitalistico, bensì managerialfeudale: Secondo la logica feudale, però, in cui le considerazioni di tipo economico e politico si sovrappongono, lo stesso comportamento è del tutto giustificato. [...] tutto sta nel mettere le mani su un bottino, vuoi rubandolo al nemico vuoi estorcendolo ai comuni cittadini tramite imposte, tributi, affitti e tasse, e poi ridistribuirlo. Nel farlo ci si crea una cerchia di seguaci che sono la misura visibile della propria gloria e grandezza, e al tempo stesso un mezzo per dispensare favori politici: per esempio, comprando i potenziali scontenti, premiando gli alleati fedeli (gli sgherri) o creando una complessa gerarchia di onori e titoli per cui i nobili di rango inferiore possano litigare.104 In fin dei conti, lo scopo di un sistema è ciò che fa:105 se l’università di oggi incatena i ricercatori in incombenze del cavolo, produce ancora, ma accidentalmente, scienza, avendo accettato criteri di valutazione che la rendono indistinguibile dalla spazzatura,106 e la offre a stati e privati107 per i loro interessi, questa è, evidentemente, la sua funzione. La toga da professore funge solo da - ambigua108 - legittimazione cerimoniale. Nell’ottobre del 1517 Martin Lutero, che insegnava teologia morale all’università di Wittenberg, diffuse 95 tesi per una disputa accademica, accendendo una rivoluzione che non si riuscì a spegnere. Lutero era un professore e - scrive Paolo Prodi - "in quanto tale ottiene udienza e credibilità presso i principi e l’opinione pubblica, prevalendo in quanto universitario sui prelati della Chiesa ufficiale: la Riforma può attecchire perché da tempo ormai l’università si è affermata come un magistero di tipo nuovo, in collusione o collisione con il nuovo potere politico statale, e il sacerdozio gerarchico può essere attaccato con successo anche perché lo si può 103Sulla descrizione del lavoro universitario come lavoro del cavolo si veda anche Laura Galuppo, Silvio Ripamonti, and Edoardo Lozza. “Addressing “Bullshit” work in neoliberal academia: Tales from an audit experience and a call to action. Management Learning”. In: Management Learning (2024). doi:10.1177/13505076241299105. 104Graeber, loc. cit. 105Stafford Beer. Diagnosing the System for Organizations. lHoboken, NJ: Wiley, 1985, p. 1999. 106Anche i comportamenti strategici per aumentare le proprie citazioni (Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao, and Eugenio Petrovich. “Citation Gaming Induced by Bibliometric Evaluation: A CountryLevel Comparative Analysis”. In: PLOS ONE 14.9 (2019). issn: 1932-6203. doi:10 . 1371 / journal.pone.0221212) e favorire la propria scuola (Alberto Baccini and Cristina Re. “Is the panel fair? Evaluating panel compositions through network analysis. The case of research assessments in Italy”. In: arXiv (2024). doi:10.48550/arXiv.2405.06476) sono fisiologici, in un contesto in cui conviene accordarsi con chi non si può sopprimere per spartirsi il bottino. 107Si veda per esempio Laurie Clarke, Oscar Williams, and Katharine Swindells. “How Google Quietly Funds Europe’s Leading Tech Policy Institutes”. In: The New Statesman (July 30, 2021). url: https://www.newstatesman.com/business/sectors/2021/07/how-google-quietly-fundseurope-s-leading-tech-policy-institutes 108La sua stessa presenza, infatti, induce a non concludere il dibattito sull’università, nemmeno in situazioni di gravissima crisi, come quella che stiamo vivendo (Maria Chiara Pievatolo. “Conflitto nelle università: studenti, professori e guerre”. In: Centro per la Riforma dello Stato (2024). doi: 10 . 5281 / zenodo . 11111484.url:https : / / centroriformastato . it / conflitto - nelle - universita-studenti-professori-e-guerre/). 18
sostituire con una figura nuova di protagonista-professionista il cui paradigma più alto è costituito dal professore universitario".109 Oggi Lutero, a 34 anni, sarebbe un ricercatore precario, occupato a compilare moduli e a soddisfare i "parametri oggettivi" imposti dalla valutazione di stato, senza più il tempo di scatenare rivoluzioni. Il suo docente strutturato di riferimento, in nome della sua responsabilità istituzionale, sarebbe altrettanto assorto nelle sue funzioni di barracaselle o di sgherro - anche se la libertà accademica, quando è ancora presente a fini cerimoniali, consentirebbe ai professori forme di disubbidienza individuale e collettiva. "Chi si fa verme" - d’altra parte - "non può lamentarsi se poi viene calpestato."110 109Paolo Prodi. Università e città nella storia europea. Il Mulino. Bologna, 2013 §3. 110I. Kant, Metaphysik der Sitten, AK VI, 437. 19
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