Parques y jardines públicos y privados de la Península Arábiga y Oriente Medio
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1 I Encuentro Hispanoárabe de Jardinería PONENCIA Nº 6.-PARQUES PUBLICOS Y PRIVADOS DE LA PENINSULA ARABICA Y ORIENTE MEDIO.-Learning from tradition. Continuity in the Contemporary Arab Garde n PONENTE::Claudio Rubini. ARQUITECTO In Italia, un recente episodio di cronaca nera ha alimentato un vivace dibattito pubblico sugli attriti tra culture diverse nel momento in cui quelle cercano una strada per la convivenza. La ricerca di un terreno di confronto dovrebbe consentire di individuare quelle “forme” del pensiero altrui sulle quali sia possibile stabilire un dialogo che nel reciproco rispetto e riconoscimento di legittimità, riconosca i valori comuni e prenda atto con lealtà e rispetto delle differenze. 1 Le parole che sono state spese in Italia per commentare quell’episodio colpiscono per il richiamo al “conflitto di civiltà” 2 di cui da tempo si parla quando si contrappongono incautamente Occidente ed Islam. È pur vero, tuttavia, che punti di vista diversi sulla struttura della società, sul comportamento dei singoli interpreti al suo interno, sulle regole della convivenza e sulla struttura che gli spazi costruiscono come teatro della vita quotidiana, innegabilmente devono essere considerati, quando si affronta il tema delle trasformazioni dei luoghi in cui gli uomini esercitano il loro ruolo di attori sociali. Faccio questa premessa, allo scopo di richiamare l’attenzione sulle trasformazioni che strutture, apparentemente rigide ed immutabili, possono subire quando fattori esterni ne mettono in crisi le certezze, aprendo nuovi, inaspettati e favorevoli orizzonti di sviluppo. Come vedremo più avanti, il giardino islamico, che nell’immaginario comune si riconosce nelle grandi costruzioni monumentali del mondo persiano, non soltanto possiede radici e fonti di ispirazione diversa, ma produce esiti che ne trasformano radicalmente la struttura, sovvertendone l’ordine compositivo. Risalendo alla ricerca degli archetipi fondativi, non soltanto dello spazio del giardino ma dello stesso atto dell’insediarsi, ci si imbatte inevitabilmente nel bisogno primario dell’uomo di definire un proprio spazio vitale, di materializzare gli elementi che consentono di riconoscerlo e distinguerlo dal “caos” naturale, ed all’interno del quale si dipana l’esercizio del governo del territorio. A prescindere dalle latitudini, l’uomo si dà primariamente un compito che è quello, quindi, di fissare i confini del proprio mondo, per mezzo di strumenti che sovente diventano architettura. Scrive Le Corbusier: “L’uomo primitivo ha fermato il carro, decide che qui sarà il suo posto. Sceglie una radura, abbatte gli alberi troppo vicini, spiana il terreno all’intorno; (…) pianta i picchetti che fisseranno la tenda. La circonda con una palizzata in cui ricava una porta (…).” 3
2 In altre parole, l’uomo costruisce un recinto, protegge il proprio nucleo familiare, il proprio clan, i propri raccolti, i propri beni e lo fa, di volta in volta con strumenti diversi che sottendono la stessa idea originaria. Il recinto, con le sue qualità e le sue declinazioni, ci racconta l’idea che l’uomo possiede del territorio che presiede in quel momento storico e ci permette di leggere le trasformazioni di una società. Ha scritto Francesco Merlo 4 : “(…)sono muri anche i cordoli stradali che costringono a rallentare e le transenne che sui marciapiedi impediscono l’invasione delle auto. Anche i semafori sono ideali muri di civiltà. E che differenza c’è tra un muro e un gruppo di poliziotti che ti fermano? Il mondo è fatto di muri che ti salvaguardano. (…). Si erigono quelli difensivi, i muri contro la desertificazione o contro l’inondazione”. La sua dimensione, la sua scala, i suoi varchi, il modo stesso in cui il concetto di limite si cristallizza in una struttura materiale più o meno protettiva, più o meno aperta verso l’esterno, più o meno permeabile, tutti questi sono elementi che ci aiutano ad entrare nel merito del nostro tema, ovvero le modalità di trasformazione del giardino arabo, dai suoi riferimenti archetipici – l’oasi ed il giardino del Paradiso – agli esiti contemporanei, dove continuità e discontinuità convivono sullo stesso territorio. Scrive Petruccioli: “Tutti i tentativi di sopravvivenza delle civiltà formatesi a contatto con il deserto sono improntati alla necessità quasi biologica di circoscrivere lo “spazio di appropriazione”. Nel progettare con cura il segno di separazione tra sedentario e nomade, tra oasi e deserto, terreni irrigui e zone aride arse dal sole, tutte le civiltà del deserto con attitudine naturale hanno fatto riferimento all’archetipo del recinto” 5 . Ora, la ricerca delle affinità tra i giardini dell’intero mondo islamico richiede, innanzi tutto, una definizione dei confini del Dar al Islam, che non sia meramente geografica ma che ne sappia cogliere i comuni tratti culturali. Ebbene questi confini coincidono –sino al 1700- con quelli delle regioni dove maggiore presa aveva la cultura nomade estranea ai sistemi produttivi delle colture a pioggia 6 . In questo ambito, ed in special modo lì dove l’insediamento avviene in regioni desertiche, l’agricoltura e l’opera di antropizzazione non potevano che essere basate sullo sfruttamento di acque sotterranee. 7 È questa condizione che genera il fitto reticolo di oasi sparse su tutto il territorio. L’oasi, per sua natura, è il risultato di una presa di possesso del territorio attraverso l’impiego di una sapienza tecnica che consente di controllare, o usare a proprio vantaggio, le repentine trasformazioni morfologiche del terreno. La coltivazione diviene uno strumento di strutturazione del territorio e la geometria un atto imposto dall’uomo ad un ambiente ostile.
3 Questo è quello che leggiamo, ad esempio, nelle oasi algerine del Souf, nell’Erg orientale. La regione di El-Oued è disseminata di fattorie e palmeti –ci sono più di due milioni e mezzo di palme da datterola cui sopravvivenza è garantita dal costante lavoro di manutenzione dei fellah. Le oasi sono alimentate da una falda freatica superficiale. Questo sistema di condizioni naturali e strumenti tecnici di cui l’uomo si serve per lo sfruttamento delle risorse, plasma il passaggio, trasformandolo secondo un disegno nuovo. Da satellite, cogliamo la miriade di crateri disseminati lungo la direttrice sotterranea della falda e circondata dalla distesa ostile di sabbia arida. Il funzionamento di questo sistema di coltivazione determina organicamente la forma degli elementi che lo definiscono. Vediamo così ciascun palmeto affossato all’interno di un recinto conico concavo, in una posizione sottoposta che consente di intercettare più facilmente l’umidità di risalita per capillarità, e recinti sottili che delimitano ogni singolo cratere, ciascuno di 100-200 metri di diametro. Gli afreg, questi recinti di foglie secche di palma, consentono di controllare la crescita della duna per effetto dell’azione del vento e di fare di essa stessa una barriera di protezione al cui riparo prosperano i giardini 8 . L’impiego di tecnologie che non fanno uso di canalizzazioni alimentate da qualche lago o riserva, ma che ricorrono a sistemi puntuali di sfruttamento dell’acqua mediante pozzi centrali ha trovato una larga diffusione anche in paesaggi agricoli che nulla hanno a che vedere con le regioni aride del Dar al Islam. A questo proposito è sufficiente ricordare l’esempio della regione degli altipiani aperti e ondulati a est delle Montagne Rocciose statunitensi, negli stati del Nebraska, del Texas, del Colorado e del Kansas. Qui ad un pattern regolare di maglie ortogonali che definiscono i lotti agricoli, si è sovrapposta con il tempo una nuova immagine generata dall’evoluzione delle tecniche di irrigazione. Piuttosto che impiegare sistemi di distribuzione dell’acqua mediante canalizzazioni che incidono permanentemente il territorio e che necessitano di cospicue risorse idriche, si è introdotto un sistema di pozzi centrali alla cui sommità si trova un motore che fa muovere un tubo di alluminio perforato, intorno al campo. Il risultato di tale sistema di irrigazione è la delimitazione di una superficie coltivata di forma perfettamente circolare. L’uso di questa tecnologia consente di ridurre sensibilmente la quantità di acqua necessaria per l’irrigazione in rapporto ai tradizionali sistemi di canalizzazione. Tuttavia, come nota Jackson, la loro repentina diffusione e concentrazione in alcune aree determinerà un rapido abbassamento della falda ed un suo possibile esaurimento. Vedremo forse con il tempo questi campi verdi trasformarsi in appezzamenti di terreno non più coltivabile? Poiché queste tecniche non richiedono radicali trasformazioni del suolo –l’acqua vi cade come pioggia e non richiede cambiamenti topografici permanentiben presto questi campi rotondi potranno essere
4 abbandonati senza lasciare traccia di sé, alla stessa maniera in cui i campi tradizionali possono eventualmente tornare bosco. 9 Jackson concentra la sua attenzione sulla visione del paesaggio, piuttosto che sulla sua trasformazione, per altro, temporanea. Quello che maggiormente lo interessa è la possibilità che la trasformazione del nostro modo di viaggiare –volando, ad esempioconsente di percepire il paesaggio da un punto di vista che permette di cogliere un nuovo ordine di spazi. Oggi, passati vent’anni da quell’articolo, abbiamo a disposizione un ulteriore salto tecnologico che consente a tutti di utilizzare strumenti di visione del territorio sino a poco tempo fa a disposizione di pochi. Allora, se dedichiamo un po’ del nostro tempo alla ricerca di immagini satellitari della penisola arabica vediamo –ed è questo il secondo esempiocome quello stesso paesaggio temporaneo di cui parla Jackson, abbia trovato applicazione nel deserto della intera penisola. A sud-est della capitale Riyadh, in direzione di as Sulaymaniyah, vediamo come si sia largamente trasformato il territorio in ragione di un sistema di irrigazione che è sostanzialmente analogo a quello statunitense. In prossimità dei villaggi di Bida e Najan, colture tradizionalmente irrigate e colture che ricorrono a pozzi centrali si accostano le une alle altre. Se nelle immediate vicinanze dei villaggi risulta più diffuso un sistema di irrigazione e strutturazione del territorio che fa della imposizione di una maglia ortogonale la sua legge di aggregazione, lì dove la disponibilità di suolo libero aumenta vediamo comparire gli appezzamenti di terreno circolarmente irrigati e coltivati. In alcuni di essi ricompare la suddivisione per lotti rettangolari come forma di sottoparcellizzazione. Ora, se tradizionalmente la coltivazione nelle oasi ha seguito la legge della aggregazione di piccoli lotti regolari disposti secondo la direzione delle nervature della falda o dello wadi, oggi, per effetto della disponibilità di nuove tecnologie, vediamo comparire cerchi, semicerchi e settori che saturano il paesaggio aumentando considerevolmente la capacità produttiva del suolo. Non soltanto questo avviene nella regione di Riyadh, ma persino nel cuore del Nafūd, procedendo dalla capitale verso nord-est, dove, ai limiti del deserto sabbioso, migliaia e migliaia di ettari quadrati di terreno sono puntellati di questi dischi fertili. In fondo, nelle modalità di sfruttamento delle acque sotterranee e negli esiti formali che si determinano, non siamo lontani dall’immagine che le oasi del Souf algerino ci restituiscono. Il passaggio successivo conduce alla regolarizzazione del reticolo di pozzi. Così, se in origine il tappeto di crateri disseminati al suolo finiva per assecondare il tracciato sotterraneo dell’acqua di falda, come l’edilizia tradizionale delle città storiche che si attesta sui percorsi principali di percorrenza del territorio, garantendo per sola capillarità l’alimentazione della vegetazione, oggi vediamo -come nella regione di Tabaijalche il nuovo paesaggio genera tessuti pianificati di “oasi” che sono il risultato di un progetto e di un’idea di
5 paesaggio antropico possibile grazie ai mezzi di più agevole gestione delle risorse disponibili. Tuttavia dobbiamo, come architetti, porci criticamente di fronte ai processi di uso e trasformazione del territorio e delle città. Non tutto appartiene organicamente ad ogni specifico luogo, non sempre le soluzioni tecniche disponibili sono figlie della cultura materiale del territorio su cui si applicano. In questo senso la globalizzazione delle tecniche finisce spesso per produrre distonie culturali che spesso, anche solo istintivamente, lasciano percepire l’estraneità di un’architettura, di un parco, di un giardino, rispetto al luogo in cui viene costruito. Non è questo un modo per dichiarare guerra al progresso tecnico e tecnologico; al contrario, un modo per cercare un progresso sostenibile che si faccia carico di risposte adeguate che consentano con il minimo dispendio di energie di percorrere ancora la strada dei fellah algerini, il cui sforzo continuo si misura quotidianamente con la specificità del territorio su cui si esercita. Riferendosi alle trasformazioni delle regioni semi-aride del paesaggio americano, Tillman Lyle scrive: Such artificial landscapes require enormous quantities of water usually brought hundreds of miles through pipes and channels. Such landscapes are unsustainable. In fact, by consuming energy and materials year after year and returning only wastes in forms that are difficult to reuse, they represent the very essence of unsustainability 10 . Rileggendo un breve articolo di Richard Bodeker, landscape architect del progetto per il Tuwaiq Palace di Riyadh -vincitore dell’Aga Khan Award nel 1998-, troviamo un’importante notazione. Dice Bodeker: “In Central Saudi Arabia, a real and not man-made desert, sustainable with natural trees and vegetation, can only exist in wadis (dry riverbeds), which have good, deep soil and a very large rainwater catchments area” 11 Infatti, è proprio grazie all’abbondanza di acqua disponibile nel sottosuolo di una valle arida, lo Wadi Hanifah, che l’oasi e la città di Riyadh si sono potute sviluppare. The project of the Diplomatic Quarter, which will ultimately house some 35,000 residents, determines a self-contained district of Riyadh, at the centre of which embassies are grouped on a linear axis, surrounded by five residential neighbourhoods. Each of these neighbourhoods has a local park of between two and four-and-a- half hectares, and is linked to the other districts and central facilities by a system of green spaces. Around the edge of the Quarter are a total of 18 gardens in a transition zone to an area of improved desert, which forms an enclosing belt. The landscaping of the Diplomatic Quarter relates to the built-up part to its surroundings and is of two kinds: intensive and extensive. The intensive landscape is irrigated and heavily planted. In it, a green network of paths and walkways relates public gardens,
6 ranging from parks to small play areas, to each other. The larger, extensive part is on the periphery of the built area and serves as a transition zone between it and the desert. There is little or no irrigation here; earth berms, artificial wadis, and basins collect runoff from roads and from drainage of the intensely irrigated parts, and direct water to green fingers and tiny gardens which soften the rugged landscape. Storm water run-off from all sealed and asphalted areas in the Diplomatic Quarter is guided and channelled to planted swales and retention areas in the extensive landscape to provide irrigation for the vegetation there, just as happens in nature. Tra i principi cui si rifà Bodeker, cercando di individuare quegli elementi che definiscono la specificità culturale della regione di Riyadh, alcuni ci piace sottolinearli, perché si sovrappongono perfettamente a quegli elementi che abbiamo sinora individuato come tipici: “Separation between protected open spaces and the open desert using walls; Use of vegetation with low water requirements; Response both to the formality of Islamic garden design and to the freedom of the desert landscape” 12 . Tra gli altri questi individuano perfettamente quei principi di sostenibilità culturale del progetto che permettono ad un intervento di appartenere organicamente al territorio. I progettisti hanno inoltre riconosciuto all’oasi e al giardino islamico il valore di tipi insediativi di base. Tuttavia occorre leggere cosa intende Bodeker, quando parla di giardino islamico. Ebbene egli fa riferimento diretto all’uso di fontane e piccoli bacini d’acqua, spesso come elemento di connessione tra l’architettura e la vegetazione; cita la regola geometrica con la quale sono talvolta piantati gli alberi, palme ed altre essenze che contribuiscono a creare zone d’ombra necessarie per potere godere degli spazi aperti disponibili. Poi fa riferimento alle viste prospettiche come quelle dell’Alhambra, a terrazze e balconi costruiti su rilievi naturali o artificiali dai quali si guarda il paesaggio circostante. Ma, ci domandiamo, non era forse il giardino islamico il luogo dell’introversione, della prospettiva corta, del recinto formalizzato che consentiva di proteggere un luogo dalle interferenze, dagli stimoli superflui o dal fastidioso rumore di fondo del mondo esterno? Non era, in altre parole, il giardino islamico il luogo del continuo rimando al Paradiso promesso al buon fedele musulmano? Non forse lo specchio capace di riflettere una realtà superiore mediante una pletora di simboli che parlano all’uomo e che hanno una profonda ricchezza di significato? 13 Nella Sura LV del Misericordioso si legge:
7 “E a chi avrà temuto la Presenza del Signore due giardini saran dati Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? Di piante variate piantati Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? Di due fontane scorrenti irrorati Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? E vi saran d’ogni frutto due specie Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete?” E ancora: “E, sotto, altri due giardini ancora Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? Verdi, verdi cupissimi Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? Con due fontane, fontane sorgive copiosissime Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? E con frutti e con palme e con melograni” Qual dunque dei Benefici del Signore voi negherete? Anche il concetto di recinto, che abbiamo visto sinora nella sua valenza antropica, trova un preciso rimando nella cosmogonia coranica. Il giardino, come il Paradiso, richiede un limite, un confine per attraversare il quale è necessario il ridwān, l’approvazione diretta di Dio. L’esegesi popolare non esita a personificare l’atto di approvazione di Dio verso il fedele con la figura dei Guardiani del Paradiso e con l’armonia tutta musicale che si stabilisce nella ripetizione infinita del saluto: “La pace sia su di voi. Voi foste buoni: entrate e restate in eterno!” “Lode sia a Dio, il quale ha mantenuto a noi la Sua promessa e ci ha dato in retaggio la terra, e abiteremo nel Giardino dove vorremo!” 14 Scrive Lehrman: “The English word ‘paradise’ is derived from pairidæza meaning an ‘enclosure’ or ‘park’ in old Avestan, a language that predated the Persian. The Greek word παράδεισος was adopted by the Persian, and came eventually to refer not only to the sublimity of the Persian garden but to the supreme bliss of Eden or to reward of the faithful as promised in the Qur’an.” 15 Nella letteratura araba classica il giardino costituisce così, quel locus amœnus il cui valore si coglie in contrasto con il suo antinomio; come per l’oasi, se la vista dei campi verdi si lega all’immaginario Coranico del Paradiso, così l’inferno è rappresentato dalle aride distese delle sabbie del deserto, di quella
8 parte di natura che non può essere controllata e resa misurabile con la geometria 16 . La geometria non soltanto costituisce uno strumento di manipolazione e controllo della natura, ma anche un indicatore di una precisa vocazione del mondo arabo. Sourdel 17 attribuisce all’insieme dei caratteri del giardino islamico quelle qualità di testimonianza dell’amore della civiltà che li ha prodotti per la natura addomesticata e civilizzata; questo amore trova proprio nell’ordine, nella regola geometrica il suo strumento di sublimazione. È noto che l’esercizio di costruzione di un ordine formale, nel giardino islamico, non si applica nelle forme dei contemporanei esempi italiani o francesi. Siamo ben lontani dalla creazione di un mondo di fantastiche forme immaginarie imposte alla natura da talenti visionari attraverso gli strumenti dell’arte topiaria. Neppure troviamo le immagini inquietanti di una natura imitata nella sua veste terrifica come nelle grotte artificiali costruite tra Rinascimento e Manierismo. Piuttosto, l’uomo islamico asseconda le forme della natura, declinandole attraverso gli strumenti della composizione, dell’accostamento in un’armonia organica. L’ordine geometrico si realizza attraverso l’impiego di essenze piantumate secondo pattern regolari e accostate in modo da ammaliare l’ospite attraverso l’armonia dei colori e dei profumi. Ogni albero e ciascuna pianta crescono secondo le leggi naturali che sono emanazione dell’ordine divino. Quando l’uomo sfida la bellezza creata da Dio, facendosi artefice di un atto di creazione contro natura, soccombe 18 . Lo stesso bisogno di proteggere il giardino attraverso un recinto costituisce proiezione di una geometria di ordine superiore. Il recinto, infatti, rappresenta l’astrazione della comunità circolare dei fedeli, protesa verso il centro costituito dalla Ka’ba della Mecca. Il centro della mamlaka -l’insieme dei regni e dei territori dell’Islamil baricentro arabo, diviene così il punto di incontro, un punto all’infinito si direbbe in matematica, di tutta la comunità dell’Islam e la disposizione concentrica dei suoi fedeli si deforma prendendo le sembianze di un reticolo di forze perpendicolari tra loro. Così anche il centro e la quadripartizione assumono un preciso significato simbolico: due canali tra loro perpendicolari dividono il terreno in quattro parti intersecandosi in una vasca d’acqua centrale che diviene l’ombelico del mondo, la sorgente della vita. Nel Rasa’l di Ikhwan al-Sata si legge: “Dio stesso ha fatto in modo che la maggioranza delle cose della Natura siano raggruppate in gruppi di quattro come le quattro nature fisiche che sono caldo, freddo, secco e umido; i quattro elementi che sono fuoco, acqua, aria e terra; i quattro umori che sono sangue, flemma, bile gialla e bile nera; le quattro stagioni…; i quattro punti cardinali…; i quattro venti…; le quattro direzioni considerate in relazione alle costellazioni (awtad); i quattro prodotti che sono metalli, piante, animali e uomini” 19 .
9 Ecco che è nato il chāhār bāgh. Non si tratta evidentemente di un’epifania improvvisa. La forma del giardino è certamente influenzata da culture e tradizioni precedenti la stessa comparsa dell’Islam. Ceramiche persiane di quattromila anni precedenti la nascita di Cristo presentano raffigurazioni geometriche che dipingono il mondo diviso in quattro sezioni per mezzo di due assi perpendicolari che si intersecano a formare una croce dal cui centro, la Sorgente di Vita, sgorgano –secondo l’iconografia dei mandala Buddisti- i quattro fiumi che scorrono secondo la direzione dei punti cardinali e che rappresentano fertilità ed eternità 20 . Una struttura cos’ precisamente definita nei suoi elementi è comunque oggetto di continue trasformazioni che sono figlie della evoluzione delle culture, della infinita diversità morfologica dei territori su cui si costruiscono, delle trasformazioni che subiscono nel tempo anche per mano dell’uomo. Quello che ci interessa è riprendere una considerazione del professor. Petruccioli circa la trasformazione dei grandi giardini persiani, di cui il chāhār bāgh costituisce il tipo di base, quando si scontrano con la cultura indiana. È un esempio che può aiutarci a capire che cosa stia accadendo oggi nella penisola arabica. Ebbene, in India, ed in particolare nel Kashmir, quella struttura introversa, protettiva, quasi claustrale, si apre al paesaggio. Se volessimo tratteggiare i principali filoni tipologici di evoluzione del chāhār bāgh di base, potremmo considerare due rami principali. Il primo che procede per gemmazione polare di pattern a partire da un centro geometricamente ben definito. Per tutti valga l’esempio dei giardini della tomba di Humayyun a Delhi. Il secondo procede invece per gemmazione lineare, cioè non più partendo da un centro secondo una crescita radiale, ma da un elemento nodale per svilupparsi verso un altro elemento nodale. Come esempio possiamo citare il Bāgh-i Babur a Kabul e l’Achabal bāgh in Kashmir. Questo ‘procedere verso’ dei pattern geometrici dei giardini ci interessa particolarmente, perché genera esiti del tutto imprevedibili, forse anche completamente estranei all’eredità culturale del paese di appartenenza. Senza entrare nel merito del valore dell’architettura, ma limitandoci a sottolineare il grado di permanenza dell’impianto tipologico del chāhār bāgh, prendiamo in considerazione alcuni esempi. Il primo è il Ministry for Municipal and Rural Affairs Landscaping, progettato da Bodeker, Boyer, and Wagenfeld negli anni novanta. Qui siamo, apparentemente, nel pieno solco della tradizione. Un lotto quadrangolare ospita un edificio costruito all’intersezione di due assi perpendicolari che segnano gli ingressi. L’intero complesso è costruito su un piano orizzontale che sfruttando il lieve dislivello del suolo circostante, consente di definire il ’recinto’ del giardino. L’acqua scorre lungo i due assi nodali ed è fiancheggiata da alberi di ficus religiosa, delonix regia e palme, piantumati secondo un disegno regolare. Naturalmente i quadranti antinodali sono diventati area di parcheggio.