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Cultura architettonica nell´Impero di Carlo V. Storia globale, microstoria, storiografia (1519-1556)

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Dopo l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero (1530), Carlo V d’Asburgo (1500-1558) ottiene il controllo sul più vasto dominio della storia dell’umanità. In che modo la coesistenza di tradizioni, lingue e geografie diverse si riflette sulla cultura architettonica? Utilizzando l’Impero di Carlo V come osservatorio, questo volume interroga le diverse scale del progetto, confrontandosi con i più recenti orientamenti critici. Facendo dialogare le questioni storiche con quelle storiografiche, i dieci saggi qui raccolti, dedicati al Vecchio e al Nuovo Mondo, propongono una riflessione trasversale sull’arte del costruire, apportando contributi originali e illustrando nuovi approcci alla ricerca. Francesca Mattei è professoressa associata di Storia dell’architettura all’Università degli Studi “Roma Tre”. Le sue ricerche riguardano la storia dell’architettura dal XV al XIX secolo e lo studio dei disegni, con un particolare interesse per l’architettura del Cinquecento in Italia e in Europa. Tra le sue pubblicazioni, le monografie Eterodossia e vitruvianesimo. Palazzo Naselli a Ferrara 1527-1538 (2013) e Architettura e committenza intorno ai Gonzaga, 1510-1560: modelli, strategie, intermediari (2019). Carlos Plaza è professore associato di Storia dell’architettura all’Università di Siviglia. È stato Mellon fellow a Villa I Tatti - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies (2015) e postdoctoral fellow al Kunsthistorisches Institut in Florenz (2016). I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia dell’architettura dal medioevo al XX secolo, con particolare interesse per l’architettura del Rinascimento fra Italia, Spagna e l’America. Tra le pubblicazioni, la monografia Españoles en la corte de los Medici. Arquitectura y política en tiempos de Cosimo I (2016) e la curatela del volume e Manfredo Tafuri: desde España (2020, con V. Pérez Escolano). Contributi di Juan Luis Burke Roco, Carolina B. García-Estévez, Emanuela Garofalo, Angel Jiang, Fulvio Lenzo, Francesca Mattei, Carlos Plaza, Luis Rueda Galán, Manuel Sánchez García, Marco Silvestri. a cura di F. Mattei, C. Plaza CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Storia globale, microstoria, storiografia (1519-1556) a cura di Francesca Mattei Carlos Plaza 1 CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Historia global, microhistoria, historiografía (1519-1556) COLLANA STORIA DELL’ARCHITETTURA 1 2024 Università degli Studi Roma Tre Dipartimento di Architettura Università degli Studi Roma Tre Dipartimento di Architettura CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Storia globale, microstoria, storiografia (1519-1556) Historia global, microhistoria, historiografía (1519-1556) a cura di Francesca Mattei Carlos Plaza COLLANA STORIA DELL’ARCHITETTURA 1 2024 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA diretta da Marida Talamona n. 1 COLECCIÓN ABIERTA Núm.: 57 La collana di Storia dell’architettura e la Colección Abierta sono Peer Reviewed Cultura architettonica nell’Impero di Carlo V. Storia globale, microstoria, storiografia (1519-1556) Cultura arquitectónica en el imperio de Carlos V. Historia global, microhistoria, historiografía (1519-1556) a cura di Francesca Mattei e Carlos Plaza Questo volume è stato pubblicato grazie al finanziamento di Roma Tre con un accordo di coedizione fra la casa editrice dell’Universidad de Sevilla e Roma TrE-Press. Coordinamento editoriale Gruppo di lavoro Progetto grafico, cura editoriale e impaginazione Roma teseoeditore.it Elaborazione grafica della copertina mosquitoroma.it Caratteri grafici utilizzati: Antartida Rounded Essential light; Bookman Old Style; Brandon black; Cervino; Cervo Neue; MinionPro-Regular; (copertina e frontespizio). Brandon Grotessque (testo). Edizioni © Roma, ottobre 2024 ISBN: 979-12-5977-359-3 (cartaceo); 979-12-5977-360-9 (digitale) http://romatrepress.uniroma3.it © Editorial Universidad de Sevilla 2024 Porvenir, 27 - 41013 Sevilla Tlfs.: 954 487 447; 954 487 451; Fax: 954 487 443 Correo electrónico: [email protected] Web: https://editorial.us.es ISBN: 978-84-472-2736-5 (cartaceo); 978-84-472-2737-2 (digitale) Quest’opera è assoggettata alla disciplina Creative Commons attribution 4.0 International Licence (CC BYNC-ND 4.0) che impone l’attribuzione della paternità dell’opera, proibisce di alterarla, trasformarla o usarla per produrre un’altra opera, e ne esclude l’uso per ricavarne un profitto commerciale. L’attività della è svolta nell’ambito della Fondazione Roma Tre-Education, piazza della Repubblica 10, 00185 Roma. Comitato scientifico della Collana di Storia dell’architettura Flaminia Bardati (Sapienza Università di Roma), Richard Bösel (Istituto Storico Austriaco, Roma, Emerito), Juan Calatrava (Universidad de Granada), Barbara Cinelli (Università degli Studi Roma Tre), Antonello Frongia (Università degli Studi Roma Tre), Maurizio Gargano (Università degli Studi Roma Tre), Silvia Ginzburg (Università degli Studi Roma Tre), Dirk van den Heuvel (Tu Delft), Tullia Iori (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), Kai Kappel (Humboldt Universität zu Berlin), Guy Lambert (ENSA Paris Belleville), Stefano L’Occaso (MIC), Francesca Mattei (Università degli Studi Roma Tre), Mauro Mussolin (Università degli Studi Roma Tre), Paolo Nicoloso (Università degli studi di Trieste), Mario Piana (Università IUAV di Venezia), Carlos Plaza (Universidad de Sevilla), Francesco Repishti (Politecnico di Milano), Federica Rossi (Università IUAV di Venezia), Maddalena Scimemi (Università degli Studi Roma Tre), Saverio Sturm (Università degli Studi Roma Tre), Marida Talamona (Università degli Studi Roma Tre), Jorge Torres Cueco (Universitat Politècnica de València), Patrizia Tosini (Università degli Studi Roma Tre), Paola Carla Verde (Università degli Studi Roma Tre), Vitale Zanchettin (Università IUAV di Venezia- Musei Vaticani). Comité editorial de la Editorial Universidad de Sevilla: Araceli López Serena (Directora) Elena Leal Abad (Subdirectora) Concepción Barrero Rodríguez Rafael Fernández Chacón María Gracia García Martín María del Pópulo Pablo-Romero Gil-Delgado Manuel Padilla Cruz Marta Palenque María Eugenia Petit-Breuilh Sepúlveda Marina Ramos Serrano José-Leonardo Ruiz Sánchez Antonio Tejedor Cabrera CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V 9 13 39 63 91 119 149 175 205 Indice Introduzione Francesca Mattei, Carlos Plaza Los enredos del tiempo: las lecturas de Earl E. Rosenthal y George Kubler sobre el Renacimiento en España y sus dominios Carolina B. García-Estévez Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) Fulvio Lenzo L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V: élite urbana, tradizioni mediterranee e modelli “all’antica” Emanuela Garofalo Las “mezquitas” de Hernán Cortés, o sobre arquitectura y la mentalidad del expansionismo castellano como procesos de longue durée Luis Rueda Galán Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire Angel Jiang Classicism at the Empire’s Fringes: Trans-Atlantic and Mediterranean Architecture of the Sixteenth Century in Extremadura, New Spain, and Sardinia Juan Luis Burke Roco Reti commerciali nel mondo di Carlo V. Geografia, immaginario, committenza Francesca Mattei “Que el poblador principal tome asiento”. On the relevance of written records for the foundation of early modern New Towns in the Spanish Empire Manuel Sánchez García COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 229 257 317 326 335 Orden y traza. Städtebau im Vizekönigreich Peru zwischen Regulierungspolitik und Architekturtheorie Marco Silvestri Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú Carlos Plaza Indice dei nomi di persona Indice dei nomi di luogo Biografie delle autrici e degli autori 9 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Francesca Mattei Carlos Plaza Introduzione Nel 2022 ricorreva il cinquecentenario del ritorno a Siviglia dell’esploratore Juan Sebastián Elcano dopo la prima circumnavigazione del mondo, avviata da Ferdinando Magellano nel 1519. L’episodio, com’è noto, fa parte delle numerose sfide affrontate durante l’epoca delle grandi esplorazioni promosse da Carlo V d’Asburgo (1500-1558), che, dopo l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero (1519), ottenne il controllo su uno fra i piú vasti e multiculturali dominii all'interno della scena mondiale di ogni tempo. Teatro di ibridazioni e incontri, stimolati dalla progressiva espansione dei confini aperti da esploratori, diplomatici, mercanti e artisti, l’Impero di Carlo V è caratterizzato da una cultura multietnica e multilinguistica, le cui peculiarità emergono dalle fonti politiche, dalle descrizioni geografiche, dai testi letterari e diplomatici, capaci di testimoniare la crescente consapevolezza di una nuova dimensione del mondo. Nel fondamentale saggio Holding the World in Balance: The Connected Histories of the Iberian Overseas Empires (1500-1640) (2007), Sanjay Subrahmanyam sottolinea l’esistenza dei fragili equilibri nel mondo caratterizzato dalle ambizioni globali degli imperi iberici1. In che modo il dialogo tra culture diverse si riflette sulla cultura architettonica? Quali veicoli facilitano la mobilità delle idee e dei saperi? In che misura, i recenti orientamenti critici, hanno inciso sulla trasformazione degli approcci scientifici e storiografici a questi temi? 1S. SubRAhMANyAM, Holding the World in Balance: The Connected Histories of the Iberian Overseas Empires (1500-1640), «The American historical Review»,Vol. 112, No. 5 (Dec., 2007), pp. 1359-1385. 16 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Fig. 2 Earl E. Rosenthal, «Notebook – Spain III-VI, August 1948 – November 1948». Rosenthal, Earl. Papers, [box 1, Folder 3], hanna holborn Gray Special Collections Research Center, university of Chicago Library, p. 89. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 17 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V chapels put out in all directions» (fig. 2)4. una primera intuición sobre la fortuna y potencia espacial de la nave salón —Hallenkirche— enunciada años antes por Georg Weise en su primera monografía Studien zur spanischen Architektur der Spätgotik (1933) (fig. 3)5. Tras la clausura del curso, y siguiendo los argumentos del alemán, Rosenthal prosigue su viaje por la península, desde Oviedo hasta Sevilla, para conocer de primera mano el origen de un primer Renacimiento como estilema de transición con sus predecesores canteros tardo medievales. un recorrido que ha sido recientemente publicado a través de un sucinto listado de ciudades, y que concluye con la visita al archivo de la Catedral de Granada6. Al año siguiente, la obtención de una beca del programa Fulbright Scholarship (1949-1950) le permite ampliar sus conocimientos visitando Italia y los enclaves que definieron su política de intercambio con España esos mismos años, entre los que destacan Nápoles y su visita a la capilla Caracciolo en San Giovanni a Carbonara, a buen seguro con el libro de Gómez-Mo- reno, Las águilas del Renacimiento español, 1517-1558 (1941), bajo el brazo7. Las ciudades de Roma, Pom- 4E.E. ROSENThAL, «Notebook – Spain III-VI, August 1948 - November 1948», Ibid., p. 89. 5G. WEISE, Studien zur spanischen Architektur der Spätgotik, Reutlingen, Gryphius-Verlag, 1933; G. WEISE, Die Hallenkirchen der Spätgotik und der Renaissance im mittleren und nördlichen Spanien, en «zeitschrift für Kunstgeschichte», nº 4, 1935, pp. 214-227; y finalmente, G. WEISE, Die spanischen Hallenkirchen der Spätgotik und der Renaissance. I. Alt- und Neukastilien, Tübingen, Kunsthistorisches Institut der universität, 1953. 6R. LóPEz GuzMáN, Earl E. Rosenthal. La Catedral de Granada. Un estudio sobre el Renacimiento español, Granada, universidad de Granada, 2015 («La catedral de Granada [Earl E. Rosenthal]. Estudio Preliminar»), p. IV. 7En sus cuadernos de notas, llegaría a dedicar hasta tres páginas a la descripción de San Giovanni a Carbonara en Nápoles. E.E. ROSENThAL, «Italy, bK IV. South Italy & Rome. January, 1950», en Rosenthal, Earl. Papers, [box 2, Folder 1], hanna holborn 18 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Fig. 3 Georg Weise, Studien zur spanischen Architektur der Spätgotik, Reutlingen, Gryphius Verlag, 1933, p. 21. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 19 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V peya, herculano, Lecce, Paestum, Siracusa, Agrigento o Palermo completarían un itinerario clave que escapa a los esquemas del historiador granadino para alinearse con la redefinición del paradigma del barroco por parte de la historiografía del siglo XX. Pero al margen de las posibles conclusiones aún por extraer de un estudio en profundidad de ese viaje y que escapan al acometido de este ensayo, cabe reseñar cómo el itinerario de Rosenthal responde a la hipótesis de reconocer los dominios de Carlos V como los de la extensión de un imperio, o en palabras del propio Kubler, una geografía artística que se alinea de pleno con una histórica y política. Las ciudades italianas de Nápoles o Roma aparecen como el destino natural de gran parte de los arquitectos de la corte definiendo, desde mediados del siglo XIV, dos de los principales enclaves de intercambio de su política cultural. Argumento que el autor desarrollará en su tesis doctoral dedicada a la Catedral de Granada (1953), dirigida por Cook en la New york university, y publicada en 1961 por la Princeton university Press con algunas importantes aportaciones documentales entre el manuscrito original y la versión final8. A medio camino entre el rigor filológico descubierto en el curso de Santander y el simbolismo de las imágenes, la estructura de la tesis resuelve la complejidad del proyecto de Diego de Siloé desde un tríptico en tres tiempos: 1) el proyecto de 1528 y su traza gótica precedente; 2) el estilo romano y la asimilación de los modelos internacionales de rotonda, arco triunfal y basílica; y 3) un programa iconográfico cuyo origen se remontaría al Santo Sepulcro de Jerusalén y la figura de la Anástasis (fig. 4). Gray Special Collections Research Center, university of Chicago Library, pp. 46-49. 8Contó como tribunal de evaluación con los profesores Richard Krautheimer, Martin Weinberger y Guido Schönberger. Fig. 4 Earl E. Rosenthal, The Cathedral of Granada. A Study in the Spanish Renaissance, Princeton, New Jersey, Princeton university Press, 1961. Planimetrías interiores de la imagen 52 a la 59, que incluyen desde el Santo Sepulcro de Jerusalén [fig. 53] al Convento de Cristo en Tomar, Portugal [fig. 59]. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 21 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V 22 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Esta última podría ser reconocida como una operación intelectual que recientemente ha recibido el nombre de anacronista9,palabra que únicamente contiene la vida de las imágenes y la migración de sus significados en la forma-símbolo. Panofsky lo enunció desde el plural de la palabra renacimientos10,revelando el malestar que se desprende cuando la investigación únicamente se adecua a las limitaciones de estilo. Al presentar al público por primera vez en 1958 el contenido de su tesis doctoral, Rosenthal lo haría con un título que se alineaba de pleno con estas ideas: «A Renaissance “Copy” of the holy Sepulchre»11. un verdadero manifiesto anacronista donde el autor constela todo un universo de imágenes y su pervivencia como portadoras de un mensaje universal12. Sin embargo, será el propio Kubler quien cuestionará la unilateralidad de esas lecturas, al afirmar en su posterior recensión de la obra en el Journal of the Society of Architectural Historians: «The impression left by the book is as if Siloe had little connection with Spain; as if Granada cathedral were only incidentally related to other Spanish edifices, having its true relation more with Roman imperial and Italian buildings than with anything in Spain; and as if Siloe’s other works were of little or no interest, other than to furnish an occasional support to the thesis in progress»13. 9A. NAGEL, Ch.S. WOOD, Anachronic Renaissance, New Jersey, Princeton university Press, 2010. 10 E. PANOFSKy, Renaissance and Renascences in Western Art, Stockholm, Almqvist & Wiksell, 1960. 11 E.E. ROSENThAL, A Renaissance “Copy” of the Holy Sepulchre, en «Journal of the Society of Architectural historians», vol. 17, nº 1, March 1958, pp. 2-11. 12 E.E. ROSENThAL, The image of Roman Architecture in Renaissance Spain, en «Gazette des Beaux-Arts», LII, 1958, pp. 329- 346. 13 G. KubLER, Review: The Cathedral of Granada. A Study in the CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 23 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V El alcance del método de Rosenthal choca de pleno con las tesis de Kubler, en un intento del segundo por superar el esquema interpretativo global de una arquitectura imperial que poco o nada tiene que ver con su tradición local, y en la que el tiempo histórico difiere del de las obras de arte, cuyos principios de afinidad o diferencia se producen en cadenas temporales entre familias de distintas mentalidades14. II. En paralelo a la redacción de la tesis doctoral de Rosenthal, George Kubler visita España entre 1952 y 1953 como Guggenheim Fellow. Pero a diferencia del primero, su viaje no define las directrices de un trabajo doctoral, sino que amplía los horizontes de sus estudios sobre la arquitectura de Nueva España reunidos en su tesis The Religious Architecture of New Mexico in the Colonial Period and since the American Occupation (1940), y más tarde desarrollada en la imprescindible monografía Sixteenth Century Mexican Architecture(1948) (fig. 05)15. un itinerario que responde a las políticas de difusión cultural de los EE.uu. hacia las latitudes del sur, ya sea Latinoamérica o la Península Ibérica. Como discípulo directo del historiador henri Focillon, para Kubler la idea de medievalismo y arte popular encarnan un modelo de alteridad hacia la modernidad. y en contra Spanish Renaissance by Earl E. Rosenthal, en «Journal of the Society of Architectural Historians», vol. 20, nº 3, October 1961, pp. 146-147. 14 G. KubLER, «henri Focillon, 1881-1943», en Essays, pp. 378- 380. Citado G. KubLER, La configuración del tiempo. Observaciones sobre la historia de las cosas, Madrid, Nerea, 1988 («Introducción, a cargo de Thomas F. Reese»), p. 21. 15 G. KubLER, The Religious Architecture of New Mexico in the Colonial Period and since the American Occupation, Colorado Springs, The Taylor Museum, 1940; G. KubLER,Sixteenth Century Mexican Architecture, 2 vols., yale historical Publications, history of Art V, New haven, yale university Press, 1948. Edición castellana en Arquitectura Mexicana del siglo XVI, México D.F., Fondo de Cultura Económica, 2012. 24 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Fig. 5 George Kubler, Sixteenth Century Mexican Architecture, 2 vols., yale historical Publications, history of Art V, New haven, yale university Press, 1948. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 25 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V de las tesis de Rosenthal, la arquitectura se presenta no como un artefacto que se impone al tiempo, sino más bien como una serie de elementos que definen los rasgos de una determinada familia. Su maestro se había referido a ello en Vie des Formes (1934) a propósito de los modelos estructurales de las iglesias románicas y góticas: «Las formas están sometidas al principio de las metamorfosis, que las renuevan continuamente, y al principio de los estilos que, por una progresión desigual, tiende sucesivamente a poner a prueba, a fijar, a deshacer sus relaciones»16. La primera estancia de Kubler en España antecede a una fructífera simultaneidad de proyectos editoriales que amplían estas tesis: a principios de 1956, recibe el encargo de Josep Gudiol de redactar el tomo XIV de la colección Ars hispaniae, Arquitectura de los siglos XVII y XVIII, publicado un año más tarde con la traducción del poeta Juan-Eduardo Cirlot17. Apenas el libro viera la luz en invierno de 195718, Kubler prosigue su singladura de instantes de la mano de Martin Soria con la redacción de la sección 16 Citado de: KubLER, cit., 1988, p. 23. 17 G. KubLER, Arquitectura de los siglos XVII-XVIII, Ars Hispaniae, Historia universal del arte hispánico, vol. XIV, Madrid, Plus-ultra, 1957. 18 El libro se imprimiría el 10 de octubre de 1957. Santiago Alcolea da la noticia en una carta remitida a Kubler el 12 de noviembre de 1957, y él mismo lo confirma por notica de Cook tan solo diez días más tarde: «he buscado por todas partes la foto que me pide de la torre de la parroquia de Palma del Condado pero creo recordar que se la di a Vd., junto con la de la Fábrica de Tabacos de Sevilla y otra que no puedo identificar, para el tomo que está escribiendo con el Dr. Soria en la Pelikan [sic.]. Está a punto de salir su tomo de ARS hISPANIAE y como por mi parte he terminado ya todo mi trabajo en él». Correspondencia, Institut Amatller d’Art hispànic (IAAh): 5, 1957-1962. Kubler. DG-1577. 32 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 primeros complejos conventuales desarrollados por las órdenes franciscanas, y donde se hacía uso tanto de los modelos utópicos de Thomas More o del manual impreso Breve Doctrina (1541), como de la cultura tradicional local, llegando a producir elementos tan radicales en su novedad como las capillas posas al aire libre26, aide-mémoire de los recintos sagrados anteriores a la conquista mostrados en el folio 269r del Códice Matritense de fray bernardino de Sahagún (figs. 11 y 12)27. 26 J. MCANDREW, The Open-Air Churches of Sixteenth-Century Mexico, Cambridge, harvard university Press, 1969. 27 Junto a este, debemos testimonios extraordinariamente com- Fig. 11 John McAndrew, The Open-Air Churches of Sixteenth-Century Mexico, Cambridge, harvard university Press, 1969. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 33 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Parte del origen de esas series Kubler lo emplaza en la cultura europea, en un claro intento por «quitar la máscara imperial e invariable del rostro de la arquitectura colonial de América Latina»28. Desde las capillas diseñadas como proscenios en el convento de pletos de la conducta nativa anterior al siglo XVI al obispo Diego de Landa en yucatán, o al padre bernabé Cobo en los Andes Centrales. KubLER, La configuración del tiempo, cit., p. 174. 28 G. KubLER, Studies in Ancient American and European Art. The Collected Essays of George Kubler, Thomas F. Reese, editor, New haven, London, yale university Press, 1985 («Non-Iberian European Contributions to Latin American Colonial Architecture»), pp. 81-87. Fig. 12 bernardino de Sahagún, Primeros memoriales, Códice Matritense, folio 269r, Madrid, Real biblioteca, II-3280. Norman, university of Oklahoma Press, («Tzompantli en el Templo Mayor»), 1993, parte I. (http://bdmx.mx/documento/galeria/bernardino-sa- hagun-codices-matritenses/ co_DG037173/fo_06). 34 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Tlalmanalco, a la primera bóveda nervada de la nave única de la iglesia de huejotzingo de Tepeaca (1543- 1580)29, donde se reconoce el magisterio de Focillon: «the rib profiles are like those of the midtwelfth century in northern France, and the disposition of the ribs betrays an amateur design, without real comprehension of rib-vaulting technique»30. Al margen de que la analogía visual de la estructura gótica pueda ser comparada con el fenómeno de las clases extendidas, las arquitecturas de los tiempos lentos generan interesantes cadenas que borran la palabra «estilo» como portadora de certidumbres interpretativas: las reminiscencias manuelinas en el convento de huejotzingo (fig. 13), el uso del mudéjar en el techo de San Francisco de Tlaxcala, las derivaciones platerescas de Tlalmanalco, o bien el uso de las ventanas góticas en yecapixla son de nuevo las mejores pruebas de la transmisión de una imaginación constructora que poco o nada tenía que ver con la futura corrección de la norma que aventuró Kubler hacia 1540, y que reunió a los mejores maestros de obras o alarifes del momento como Cristóbal Martín, Alonso García, Rodrigo Pontesillas, Juan de Entrambasaguas, Juan Franco y Antonio García Saldaña. hasta ese momento, gran parte de las arquitecturas mexicanas de la época de Carlos V no fueron construidas en base a planos y dibujos elaborados en España31. una desconfianza hacia el aparato gráfico como regla que se suplía desde el dibujo de artesanos residentes. «En el México del siglo XVI no puede hablarse de una transmisión escrita del conocimiento 29 KubLER, SORIA, Art and Architecture in Spain and Portugal, cit., p. 72. 30 Ivi, pp. 70-71. 31 Junto a algunos casos dudosos, como las afirmaciones del obispo de Palafox sobre el origen de los planos de la catedral de Puebla enviados desde España entre 1551 y 1555, o la orden de 1554 del arzobispo Montúfar de edificar la catedral metropolitana con modelo en la catedral de Sevilla. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo 35 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V arquitectónico. Los libros sobre arquitectura no circularon hasta después de la mitad del siglo, cuando estaba casi satisfecha la necesidad de construcción de edificios»32. Kubler alerta de que la primera referencia al canon clásico vitrubiano no aparecería hasta el diálogo Mexicus interior (1554), de Francisco Cervantes de Salazar. y deberíamos esperar a la propuesta de Claudio de Arciniega del Túmulo Imperial de Carlos V (1559-1560) para reconocer en sus formas la cadena de un tiempo rápido que transforma la corrección de la norma en manifiesto. Fue entonces cuando el grueso de las arquitecturas de las órdenes de los agustinos empezó también a ver la luz: desde el convento de San Andrés Apóstol en Epazoyucan fundado por Fray Pedro de Pareja, hasta Acolman, cuyo claustro Kubler ilustra en su texto de 195933. En todas ellas, los templos con transeptos son excepcionales, como yuririapúndaro en Michoacán, y solo en algunas iglesias dominicas y franciscanas, como Oaxtepec o Tepeaca, se ensayará el esquema de capillas en el grueso de los muros de la nave, en una clara relación de concomitancia serial con las arquitecturas de Siloé en la provincia de Granada, como Montefrío (1543) e íllora (1545) (fig. 14). «¿Dónde están las fronteras de una secuencia formal? Como la historia es algo que nunca termina, las fronteras de sus divisiones están continuamente en movimiento y continuarán moviéndose mientras los hombres hagan historia. T.S. Eliot fue probablemente el primero en señalar esta relación cuando observó que cada obra de arte importante nos obliga a una reestimación de todas las obras previas»34. 32 KubLER, cit., 2012, p. 153 33 Plate, 29A. KubLER, SORIA, Art and Architecture in Spain and Portugal, cit., p. 71. 34 KubLER, «La clasificación de las cosas», cit., 1988, p. 93. 36 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 una imaginación literaria que lanzaría nuevos e interesantes interrogantes sobre el origen y circulación de una tradición empírica que idea las portadas de la mayoría de las iglesias franciscanas previas a 1540, como Santiago en Atotonilco de Tula; o la res inventiva del canon clásico en la fachada de San Nicolás de Tolentino en Actopan o San Miguel Arcángel en Ixmiquilpan hacia 1550. Dos extremos que invalidan la unilateralidad con la que ciertos esquemas historiográficos del siglo XX — incluidos los del propio Rosenthal — intentaron hacer frente a la complejidad de la arquitectura de los dominios del imperio de Carlos V. CAROLINA B. GARCÍA-ESTÉVEZ Los enredos del tiempo Fig. 13 George Kubler, Martin Soria, Art and Architecture in Spain and Portugal and their American Dominions, 1500-1800, The Pelican history of Art, London, Penguin books, 1959, pp. 72-73. 37 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Fig. 14 Arriba, itinerarios de las geografías artísticas del arquitecto Diego de Siloé en la España del siglo XVI tras el regreso de su viaje de formación en Italia, mapa de la autora; abajo, planta de la Iglesia de la Villa de Montefrío, obra de Diego de Siloé, ca. 1543-1552, collage de la autora. 39 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Il territorio dell’antico Regno di Napoli, corrispondente all’attuale Italia meridionale, è stato a lungo considerato come una realtà uniforme, dominata dai conflitti fra re e baroni e priva di ogni identità civica, in contrapposizione con i liberi comuni del centro e del nord Italia. Questi pregiudizi, come sottolineato da Mario Del Treppo, hanno portato a leggere la storia del Mezzogiorno come quella di un “nord mancato”1. Tuttavia, le ricerche storiche degli ultimi decenni hanno ormai dimostrato come questo tipo di rappresentazione restituisca in realtà un quadro falsato della situazione sociale, politica, economica e culturale di quello che era l’unico regno della penisola nella prima età moderna2. In questo contesto, il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca promosso dal suo governatore spagnolo Lope de herrera fra il 1546 e il 1560, è un caso studio interessante poiché mostra chiaramente l’interazione fra la celebrazione familiare dei signori locali delle città dell’Italia meridionale e l’identità civica delle singole città. Durante l’Ancien Règime, nel 1M. DEL TREPPO, Mezzogiorno: nord mancato, in «Itinerario», III, 1987, pp. 129-131. 2D. AbuLAFIA, The Two Italies. Economic Relations Between the Norman Kingdom of Sicily and the Northern Communes, Cambridge university Press, Cambridge 1977; M. DEL TREPPO, Storiografia nel Mezzogiorno, Guida, Napoli 2006; b. DE DIVITIIS, Introduction, in A Companion to the Renaissance in Southertn Italy (1350-1600), edited by b. De Divitiis, brill, Leiden-boston 2022, pp. 1-26,DOI: <https://doi.org/ 10.1163/9789004526372_002>. Fulvio Lenzo università IuAV di Venezia Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) 40 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Fig. 1 Mappa di Sessa Aurunca: 1) Teatro Romano; 2) Castello; 3) Cattedrale; 4) Seggio San Matteo; 5) Seggio dell’Apolita e Porta del Trionfo; 6) Seggitiello di Piazza; 7) Chiesa di San Domenico; 8) Chiesa e ospitale dell’Annunziata (disegno Fulvio Lenzo). In tratteggio gli edifici non più esistenti. 41 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Regno di Napoli esistevano due categorie di città: le città feudali, sottoposte a un signore locale e le città demaniali, dipendenti direttamente dal re. La vicenda di Sessa Aurunca è peculiare poiché, a partire dall’età normanna e fino alla fine del XVIII secolo, è passata alternativamente fra le due condizioni di città feudale e città demaniale3. Sessa si trova nella parte settentrionale della Campania, l’antica Terra di Lavoro. Collocata in cima a una collina, domina i territori sottostanti e il fiume Garigliano. Fu fondata nel 337 a.C., e i resti dei principali monumenti romani – come il teatro (fig. 1, n. 1) o il grande ponte Ronaco – sono rimasti visibili anche durante il medioevo ed esistono ancora oggi4. L’identità civica di Sessa nella prima età moderna può essere ripercorsa attraverso i segni dei differenti poteri che governavano la vita dei suoi abitanti, sullo sfondo di una forte presenza delle testimonianze antiche. Il castello di Sessa è citato nel famoso placito sessano del 963, uno dei primi documenti ufficiali scritti in volgare invece che in latino. Il castello (fig. 1, n. 2) fu poi ricostruito dai normanni e nuovamente sotto Federico II, mentre la cattedrale di Sessa venne eretta fra il 1103 e il 1113 (fig. 1, n. 3) 5. Per se- 3S. MARINO, Sessa Aurunca, ultimo accesso 18 marzo 2023, <http://db.histantartsi.eu/web/rest/Citta/3>. 4T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, X, Reimerum, berolini 1883, pp. 467-470; S. CASCELLA, Suessa: storia e monumenti di una città della Campania romana, L’Orientale, Napoli 2016. 5L. SACCO, L’Antichissima Sessa Pometia. Discorso istorico, beltrano, Napoli 1640, p. 7; T. MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa, per Giuseppe Maria Severino boezio, Napoli 1761; F. GRANATA, Ragguaglio istorico della fedelissima città di Sessa dalla sua antica fondazione sino all’anno MDCCLXIII, Stamperia Simoniana, Napoli 1763; h.W. SChuLz, Denkmäler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien, Schulz, Dresden 1860, II, pp. 145-149; G.M. DIAMARE, Memorie critico-storiche della Chiesa di Sessa 48 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 FILVIO LENZO Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) cato e, sebbene le cronache contemporanee registrino lo spostamento come diretta espressione della volontà del governatore, è indubbio che la decisione deve aver incontrato anche l’approvazione dei membri del seggio. Sin dal XV secolo, i nobili Sessa avevano cominciato a collezionare al di fuori del seggio di San Matteo numerose iscrizioni antiche e moderne chiaramente connesse con la città. Alcune di queste sono ancora in situ, come per esempio, l’epigrafe CIL X, 4744 relativa all'antica matrona romana Matidia Minore, sorella della moglie dell'imperatore Adriano e finanziatrice del restauro dei teatri di Minturno e di Sessa Aurunca. Nel penultimo decennio del Quattrocento Fra Giocondo registra il testo «Ante ecclesiam S. Matthaei apud Sessionem», mentre ottant’anni più tardi lo spagnolo Antonio Augustín – epigrafista e vescovo di Alife – lo descrive «nel seggio grande»13. Di fronte allo stesso seggio troviamo anche un’altra iscrizione antica (CIL X, 4756) descritta da Giocondo e Augustín (fig. 4)14. Il testo cita la «viam suessanis municipibus», fornendo dunque una testimonianza dell’antichità di Sessa e del suo status privilegiato di municipium durante l’Impero Romano. Allo stesso tempo, l’iscrizione sottolinea esplicitamente il collegamento familiare con l’imperatore Adriano, 13 MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, cit., p. 466. Cfr. EAGLE (Electronic Archive of Greek and Latin Epigraphy), ultimo accesso 18 marzo 2023, <http://www.edr-edr. it/default/index.php>, EDR005669: «Matidiae, | Aug(ustae) fìl(iae), Dìvae | Sabinae sorori, | Ìmp(eratoris) Antonini | Aug(usti) Pìi p(atris) p(atriae) | materterae, | Sìnuessani | d(ecreto) d(ecurionum)». 14 MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, cit., p. 468. Cfr. EAGLE (Electronic Archive of Greek and Latin Epigraphy), ultimo accesso 18 marzo 2023, <http://www.edr -edr.it/default/index.php>, EDR112242: «[Ex auctoritate] | [Imp(eratoris) Caes(aris)] | [div]iTr[aiani] | [Pa]rthici fil(i), | dìvì Nervae nep(otis), | Traiani hadriani | Aug(usti), pontif(icis) max(imi), | trib(unicia) pot(estate) VI, co(n)s(ulis) III, | viam Suessanis | municipibus | sua pec(unia) fec(it)». 49 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V creando quindi una connessione con l’altra iscrizione imperiale che nomina sua cognata Matidia. Nel 1537, quando l’imperatore Carlo V entrò trionfalmente a Sessa, altre due nuove iscrizioni celebranti la vittoria contro i turchi in ungheria e la conquista di Tunisi, furono collocate accanto a quelle antiche15. Le iscrizioni erano state composte dal filosofo sessano Agostino Nifo, che in precedenza aveva lavorato come medico al servizio del Gran Capitano16. I 15 L. SChRADER, Monumentorum Italiae, Iacob Lucius, Helmaestadij 1592, II, f. 159v; MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci, cit., pp. 170-171; LENzO, Memoria e identità civica, cit., pp. 188-189. 16 M. PALuMbO, Nifo Agostino, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 78, Treccani, Roma 2013, ultimo accesso 18 marzo 2023, <https://www.treccani.it/enciclopedia/agostino-nifo_%28Dizionario-biografico%29/>. fig. 4 Sessa Aurunca, Antica iscrizione di fronte al Seggio di San Matteo (fotografia Fulvio Lenzo). 50 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 FILVIO LENZO Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) due testi recitano: «IMP. CAESARI | CAROLO V AVG | SVLEyMANO | TVRCORVM REGE | PANNONIA PVLSO | SVESSANI» e «IMP. CAESARI | CAROLO V AVG | PhI- LIPPI FILIO | TVNETO EXPVGNATO | NhACITER FACIENTI | SVESSANI» (fig. 5). Nel seggio di San Matteo veniva celebrato il carattere imperiale di Sessa, e il trasferimento della statua di Giacomo Capece del Gaudio (fig. 6) voluto da Lope de herrera arricchiva di ulteriori significati fig. 5 Sessa Aurunca, Iscrizione celebrative dell’entrata trionfale di Carlo V (fotografia Fulvio Lenzo). 51 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V simbolici questa condizione. Il trasferimento della statua è descritto in presa diretta dal cronista suessano Gasparo Fuscolillo: «A dì primo de mese de iunio 1549, per ordine de lo signore don Lope et università de Sessa, fo adconczata la porta de burbo de socto, che ce volevano fare le arme de l’illustrissimo signore ducha, et fece anchora adconcziare et scassare alli molari de balogno uno iacobo de gaudio de marmora con una croce ad capo, quale sta al presente allo fig. 6 Sessa Aurunca, Antiquarium della cattedrale, statua di Jacopo del Gaudio (fotografia Elisabetta Scirocco). 52 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 FILVIO LENZO Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) segio grande, et levero le dui porte antiche che stavano quando andava ad Santo Ioanni de li Frati per diriczare la strata maiore, che se vedesse tucta la strata derritta per la venuta de lo illustrissimo signore ducha de Sessa»17. un secolo dopo, lo storico locale Antonio Sacco descriveva la scultura ricopiando anche l’iscrizione medievale, adesso perduta, che correva al di sotto e che può essere tradotta come «Jacopo del Gaudio, cavaliere, barone di Carinola e cittadino di Sessa, eresse questa statua in onore della Santa Croce nel 1272»18. Nel XVIII secolo la statua è citata da Tommaso Masi del Pezzo19, e poi disegnata nel 1817, dall’architetto francese Antoine-Marie Chenavard. La sua rimozione deve essere avvenuta in occasione del rimodellamento del seggio, quando il grande arco d’ingresso fu tamponato e le superfici ricoperte sotto una pesante decorazione neogotica. Oggi si trova nel museo della cattedrale, priva tuttavia del piedistallo con l’iscrizione registrata da Antonio Sacco20. Per comprendere il significato attribuito a questa statua, che doveva apparire senza dubbio obsoleta 17 FuSCOLILLO, Croniche, cit., pp. 107-108. 18 SACCO, L’Antichissima Sessa Pometia, cit., p. 78: «Giacomo di Gaudio famoso guerriero, barone della città di Carinola, di cui vedesi la statua marmorea all’incontro del Seggio, con questo scritto, nel sasso sculpito di sotto a quella. IACObVS DE GAVDIO MILES | bARO CALENI | SVESSAE CIVIS | AD hONOREM SANCTAE CRVCIS | POSVIT | ANNO D. MCCLXXII». See MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci, cit., p. 170; SChuLz, Denkmäler, cit., II, p. 149;LENzO, Memoria e identità civica, cit., pp. 188-189. 19 MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci, cit., pp. 170, 228. 20 F. LENzO, E. SCIROCCO, Statua di Jacopo del Gaudio, 2017, ultimo accesso 18 marzo 2023, <http://db.histantartsi.ev/ web/rest/Opera di Arte/204>. 53 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V nella metà del XVI secolo, quando Lope de herrera decise di collocarla all’ingresso del seggio dei nobili di Sessa, è necessario precisare chi era l’uomo rappresentato. Giacomo Capece del Gaudio apparteneva a una famiglia molto legata alla dinastia imperiale degli hohenstaufen: suo nonno era stato il valletto di Federico II e poi, quando Carlo d’Angiò mosse alla conquista del Regno, suo padre e due dei suoi zii combatterono contro gli angioini e furono giustiziati. Nel 1282, durante la guerra dei Vespri Siciliani, Giacomo proseguì la politica familiare supportando Pietro d’Aragona contro gli angioini21. Pertanto poteva essere considerato dal governatore spagnolo di Sessa un esempio eccellente di suddito, un uomo che, con il suo comportamento, legittimava il re di Spagna come erede dell’imperatore. Inoltre, va notato che nell’iscrizione i tre attributi di Jacopo Del Gaudio erano «cavaliere», «barone di Carinola», e «cittadino di Sessa». Possiamo dunque immaginare che i membri del seggio potessero essere orgogliosi che, anche per un signore feudale, essere un «cittadino di Sessa» aveva la stessa importanza di essere il signore assoluto di Carinola. Nel seggio di San Matteo opere d’arte e iscrizioni antiche, medievali e moderne creavano la connessione fra passato e presente nell’affermare l’importanza antica e contemporanea della città di Sessa e la sua lealtà alla Spagna. La Porta del Trionfo (1558) Il secondo intervento attuato da Lope de herrera nell’ambito degli apparati di autorappresentazione della città di Sessa fu il riallestimento della porta urbica adiacente al seggio del popolo, intrapreso nel 21 Registri della Cancelleria Angioina, vol. XIV, 1275-1277, a cura di J. Mazzoleni, Accademia Pontaniana, Napoli 1961, n. 216, p. 44; N. KAMP, Capece Corrado, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Treccani, Roma 1975, pp. 411-415; ID., Capece Giacomo, ivi, pp. 419-423; ID., Capece Marino, ivi, pp. 423-425; DIMARCO, Sessa e il suo territorio, cit., p. 35; LENzO, Memoria e identità civica, 117. 54 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 FILVIO LENZO Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) 1558. Anche in questo caso Lope de herrera decise di riutilizzare elementi esistenti e combinarli per esprimere un nuovo messaggio politico. La porta venne trasformata in un arco trionfale nel quale il ruolo preminente era giocato dai frammenti di un monumento scolpito nel 1548 da Giovanni da Nola e Annibale Caccavello per il duca Gonzalo II22(fig. 7). Il monumento era stato voluto dal duca per celebrare la memoria del suo antenato e collocato presso le antiche terme romane di Sinuessa, una città costiera nel territorio controllato da Sessa, nel luogo esatto in cui il Gran Capitano aveva vinto la battaglia che gli assicurò il controllo del Regno di Napoli. Il monumento era composto da un trofeo d’armi, un basamento inferiore incorniciato da un fregio dorico con un’iscrizione e due stemmi, e un basamento superiore decorato da un rilievo. Il testo dell’iscrizione, composta dallo storico e umanista Paolo Giovio, recita: «CONSALVVS FERD. LVDOVICI FIL. CORDVbA | SVESSAE PRINCEPS | QVVM SINVESSANAS AQVAS ANTIQVAE CELEbRITATIS | COLLAPSO AEDIFICIO, ET ObLIMATA SCATVRIGINE PEREVNTES | PVbLICAE COMMODITATI RESTITVERET | LOCI GENIO ADMONITVS | QVOD MAGNVS CONSALVVS MATERNVS AVVS | GALLOS AD LyRIM 22 FuSCOLILLO, Croniche, 152-155; SACCO, L’Antichissima Sessa Pometia, cit., pp. 32-33; MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci, cit., p. 167; G. PAROLINO, Della porta del Trofeo a Sessa detta in antico Porta del Macello, in «Civiltà Aurunca», VIII, 1992, nn. 21-22, pp. 9-29; b. AGOSTI, F. AMIRANTE, R. NALDI, Su Paolo Giovio, don Gonzalo II de Cordoba duca di Sessa, Giovanni da Nola (tra lettere, epigrafia, scultura), in «Prospettiva», nn. 103-104, luglio-ottobre 2001, pp. 47-76; F. AMIRANTE, R. NALDI, Con Paolo Giovio al servizio di don Gonzalo II de Cordoba, duca di Sessa, in Giovanni da Nola, Annibale Caccavello, Giovan Domenico D’Auria: sculture ‘ritrovate’ tra Napoli e Terra di Lavoro, 1545-1565, a cura di R. Naldi, Electa Napoli, Napoli 2007, pp. 61-94. 55 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V INSIGNI PARTA VICTORIA | DEbELLA- RIT. | MARMOREVM TROPhAEuM AVITAE VIRTuTIS | MEMORIAE»23. Esistevano molti esempi antichi e rinascimentali di fregi con armi nel Regno di Napoli come quello an- 23 SACCO, L’Antichissima Sessa Pometia, cit., pp. 32-33; MASI DEL PEzzO, Memorie istoriche degli Aurunci, cit., p. 167; AGOSTI, AMIRANTE, NALDI, Su Paolo Giovio, cit., pp. 73, 76; AMIRANTE, NALDI, Con Paolo Giovio, cit., pp. 63, 75. fig. 7 Capua, Museo Campano, Trofeo di Gonzalo II de Cordoba (fotografia Fulvio Lenzo). 56 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 FILVIO LENZO Il duca e il governatore. Il rinnovamento urbano di Sessa Aurunca (1546-1560) tico reimpiegato nel basamento del palazzo Albertini a Nola, la città dove era nato uno dei due artisti24, o quello di porta Capuana a Napoli. Tuttavia il modello principale per la collocazione di un trofeo di marmo in un edificio termale erano i cosiddetti «Trofei di Mario» a Roma, descritti e disegnati da numerosi artisti prima del trasferimento al Campidoglio nel 159025. Sia lo scultore Giovanni da Nola che il suo committente, il duca Gonzalo II, potevano dunque trovare nell’antichità romana esempi per la celebrazione di un moderno eroe spagnolo. Nel frattempo, il duca di Sessa aveva deciso di visitare i suoi feudi italiani e soggiornare a Sessa per qualche mese. Durante questo periodo, il governatore Lope de herrera organizzò una grande serie di festeggiamenti, con cacce di tori, spettacoli teatrali e letture di poesie. Il duca venne ricevuto fuori dalla città, sul ponte Ronaco, l’antico ponte romano, e quindi fece il suo ingresso in città raggiungendo il castello attraverso un arco trionfale in legno dipinto con i ritratti dei suoi genitori, Luis Fernandez de Cordoba ed Elvira de Cordoba y Figueroa, i precedenti duchi di Sessa, e di suo nonno Gonzalo I, il Gran Capitano26. L’arco effimero eretto per Gonzalo II era collocato vicino al castello e al seggio dell’Apolita, vale a dire nella stessa area urbana della nuova porta, sovrapponendo la celebrazione del duca Gonzalo II con quella del suo omonimo antenato Gonzalo I. La nuova sistemazione trasformava il trofeo da monumento celebrativo di un singolo uomo a glorificazione di una famiglia e dell’intera città di Sessa. Il 24 F. LENzO, Palazzo Albertini, 2019, ultimo accesso 18 marzo 2023, <http://db.histantartsi.ev/web/rest/Edificio/28>. 25 AMIRANTE, NALDI, Con Paolo Giovio, cit. 26 FuSCOLILLO, Croniche, cit., pp. 106-116: «Lo archo triumphale era de tela sopra la ligname con multe belle figure de lo Signore gran capitanio […] che denanti ce stava lo Signore gran capitanio suo havo, et dereto lo Signor Ducha et Duchessa suo patre et matre dipinto con multe altre cose». 57 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V trofeo era riassemblato con l’iscrizione originale composta da Paolo Giovio e giustapposto a una porta civica in modo da creare l’immagine di un arco di trionfo permanente. una nuova iscrizione proclamava che il trofeo era stato trasferito perché il suo collocamento precedente a Sinuessa non era sicuro dalle incursioni dei pirati turchi: «NE VERO SVI PRINC. | MONIMENTVM | PIRATAE DEMOLIRENTVR | hVC | TRANSFERRI CVRARVNT | SVESSANI»27. L’importanza attribuita da Lope de herrera alla nuova porta urbana è confermata dalla scelta di celebrare una cerimonia per la posa della prima pietra il 30 aprile del 1558 con l’interramento di medaglie nelle fondazioni28. Dopo due mesi l’edificio era quasi completo e l’arco veniva chiuso, ma sarebbe stato necessario attendere fino al 15 giugno per collocare il trofeo in cima alla porta29. La porta è stata abbattuta nel 1825 e l’iscrizione trasferita all’interno della cattedrale di Sessa, mentre le 27 FuSCOLILLO, Croniche, cit., p. 154. 28 FuSCOLILLO, Croniche, cit., p. 154: «A dì ultimo de aprile [1558] fo messa la prima preta grossa alla porta de lo trofheo, et ferenoce adterrati et murati certi dinare per lo magnifico missere Ioanpaulo de Riccha de Sessa, certi tornisi antichi de la croce et pochi». 29 FuSCOLILLO, Croniche, cit., p. 155: «A dì 4 del mese de iunio 1558, che fo sabbato, fo messa la ultima preta de lo archotravo de lo trofheo che fo la chiave de lo archo, che deceva le formate parole et dicano al presente la dicta preta marmola de taglio in primis: “Ne vero sui Princ. Monimentum piratae demolirentur huc transferri curarunt suessani”. […] A dì 8 del mese de iulio fo messa la tavola del trofheo quale commencza “Consalvus Ferdinandus”. A dì 15 del iulio fo messo lo trofheo idest la preta marmola de lo homo de arme, che ce fo quasi tucta Sessa con funi e altri ingengni de tirarla ad alta suso». 64 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V artefici1. Per altro verso, l’interesse si è indirizzato sulla costruzione di presidi difensivi sui quali si era concentrata l’iniziativa pubblica e (dal 1536), in particolare, sull’incessante opera di ammodernamento delle mura urbiche2. Tuttavia, è soprattutto l’iniziativa privata ad aver contribuito già nei primi decenni del Cinquecento a un puntuale rinnovamento del tessuto e dello spazio urbano – attraverso la costruzione di nuovi palazzi o la ristrutturazione di quelli già esistenti – così come di consolidate tipologie architettoniche – in particolare nel caso delle residenze suburbane – e a dare un’incisiva testimonianza dei dinamici equilibri tra locale e globale, tra tradizioni e sollecitazioni esterne, che caratterizzano l’architettura della prima età moderna a Palermo. La frammentarietà delle testimonianze materiali e documentarie ha sicuramente avuto un ruolo nella limi- 1Tra le principali pubblicazioni che affrontano edifici e temi citati si vedano: G. DIMARzO, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI, 3 voll., Edizioni librarie siciliane, Palermo 1880-1883; G. SPATRISANO, Architettura del Cinquecento in Palermo, S. F. Flaccovio, Palermo 1961; M.R. NObILE, Chiese colonnari in Sicilia (XVI secolo), Caracol, Palermo 2009; ID., Antonello Gagini architetto, Flaccovio, Palermo 2010. 2V. DIGIOVANNI, Le fortificazioni di Palermo nel secolo XVI, in Documenti per servire alla storia di Sicilia, s. IV, IV, Palermo 1896; M. GIuFFRè, Palermo “città murata” dal XVI al XIX secolo, in «Quaderno I.D.A.u.», n. 8, 1976, pp. 41-68; A. PALAzzOLO, Le difese del Gonzaga a Palermo (1535-1546), ISSPE, Palermo 2007; E. GAROFALO, Fortifying the Island at the time of the Viceroy Ferrante Gonzaga (1536-1546): sites, master builders and designers, clients, in Defensive Architecture of the Mediterranean. XV to XVIII centuries, a cura di P. Rodríguez Navarro, 2, voll., Editorial universitat Politècnica de Valencia, Valencia 2015, vol. I, pp. 69-76; E. GAROFALO, M. VESCO, Building the Defenses. The Construction Sites of the Fortifications of Trapani and Palermo in the First Decades of 16th Century, in 2° Congresso Internacional de Historia da Construção Luso-Brasileira. Culturas Partilhadas, Livro de Actas (Porto, 14-16 settembre 2016), a cura di R. Fernandes Póvoas, J. Mascarenhas Mateus, 2 voll., CEAu – Faculdade de Arquitectura de universidade do Porto, Porto 2016, vol. I, pp. 165- 178. EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V 65 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V tata fortuna storiografica del tema3. Compressa tra le magniloquenti dimore di fine Quattrocento4– si pensi ai palazzi Abatellis e Aiutamicristo – e le grandi realizzazioni che nella seconda metà del secolo accompagnano il processo di rinnovamento urbano – come i palazzi sulla via Toledo5– o, nel caso delle residenze suburbane, messa in ombra dalle scenografiche – e più integre – invenzioni delle ville sei e settecentesche, questa stagione dell’architettura civile a Palermo è stata infatti spesso trascurata. Essa offre tuttavia un’interessante casistica che denota l’avvio di un processo di aggiornamento dei modelli linguistici e tipologici in uso nella prima metà del XVI secolo, sia per i palazzi intramoenia, che per le residenze suburbane. In tal senso, il tour trionfale di Carlo V in Sicilia, in seguito alla vittoria sull’armata turca a Tunisi nel 15356, è stato considerato dalla 3M.R. NObILE, G. D’ALESSANDRO, F. SCADuTO, Costruire a Palermo. La difficile genesi del palazzo privato nell’età di Carlo V, in «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia», n. 0, 2000, pp. 11- 38; M. VESCO, Committenti e capomastri a Palermo nel primo Cinquecento: note sulla famiglia de Andrea e sull’attività di Antonio Belguardo, in «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia», n. 2, 2006, pp. 41-50; N. bASILE, Palermo Felicissima, divagazione d’Arte e di Storia, serie seconda, [Trimarchi, Palermo 1932] rist. anastatica Vittorietti, Palermo 1978, pp. 35-136; G. LANzA TOMASI, Le ville di Palermo, Il Punto, Palermo 1974; S. PIAzzA, Le Ville di Palermo. Le dimore extraurbane dei baroni del regno di Sicilia (1412-1812), Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 2011, pp. 21-32. 4Al tema dei palazzi e dell’architettura civile nel contesto del gotico mediterraneo è stato dedicato il numero monografico speciale Architetture per la vita. Palazzi e dimore dell’ultimo gotico tra XV e XVI secolo, a cura di A. Antista, E. Garofalo, M.R. Nobile, «Speciale Lexicon», n. 2, 2021. 5Si veda, in particolare, F. SCADuTO, Architettura committenza e città nell’età di Filippo II. Il palazzo Castrone a Palermo, Promolibri, Palermo 2003. 6Sul viaggio cerimoniale di Carlo V del 1535-1536, a seguito dell’impresa di Tunisi, si veda M.A. VISCEGLIA, Il viaggio cerimoniale di Carlo V dopo Tunisi, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», n. 2, 2001, pp. 5-50. 66 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V storiografia come una sorta di spartiacque per il dibattito architettonico nell’Isola e il motore di una serie di interventi, realizzati a differenti scale e ispirati a modelli classicisti7. un ulteriore fondamentale impulso alla diffusione del linguaggio rinascimentale è venuto poi dalla rapida ricezione del trattato di Sebastiano Serlio, fin dalla prima edizione, nel 1537, del Quarto Libro8. Tali circostanze non hanno tuttavia generato un immediato e drastico cambiamento nella produzione architettonica, che fa semmai registrare, almeno fino alla metà del Cinquecento, una varietà di soluzioni e temi progettuali che attingono da fonti e contesti differenti e frequenti ibridazioni e intrecci. Così, elementi e temi decorativi all’antica compaiono in edifici concepiti e costruiti secondo modelli propri del gotico mediterraneo9; mentre, per altro verso, elementi o paramenti riconducibili a quest’ultimo sono inclusi in soluzioni spaziali o tipologiche ispirate da esempi rinascimentali, non esenti infine da spunti e sollecitazioni provenienti anche dalla storia locale e dai miti a essa connessi. Quello dell’architettura civile appare un contesto 7M.R. NObILE, Palermo e Messina, in Storia dell’architettura italiana. Il secondo Cinquecento, a cura di C. Conforti, Electa, Milano 2001, pp. 348-371, alla p. 348. Sulle ricadute in ambito architettonico e urbano del trionfo dell’imperatore si veda inoltre: M. FAGIOLO, M.L. MADONNA, Il Teatro del Sole. La rifondazione di Palermo nel Cinquecento e l’idea della città barocca, Officina, Roma 1981, pp. 11-24; M.S. DIFEDE, Il Palazzo Reale di Palermo tra XVI e XVII secolo, Medina, Palermo 2000, pp. 17-13; F. SCADuTO, Carlo V e la città di Alcamo, in «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo», n. 14-15, 2012, pp. 33-48. 8F. SCADuTO, Sebastiano Serlio e la Sicilia. Modelli per porte e finestre, in S. Piazza (a cura di), La circolazione dei modelli a stampa nell’architettura di età moderna, Caracol, Palermo 2013, pp. 57- 68. 9Una arquitectura gotica mediterranea, catalogo della mostra, a cura di E. Mira, A. zaragoza Catalán, 2 voll., Generalitat Valenciana, Valencia 2003. 67 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V particolarmente sensibile ai cambiamenti di gusto e adatto pertanto alla registrazione delle tendenze in atto nel cantiere di architettura tra il terzo decennio e la metà del Cinquecento a Palermo; l’aspirazione di facoltosi committenti alla realizzazione di residenze per un verso confortevoli e in linea con prassi dell’abitare di lunga durata e per altro verso di adeguata rappresentatività e al passo con i tempi, unita alla composizione multiculturale del mondo della costruzione nel periodo in esame, offrono infatti un osservatorio privilegiato per comprendere quanto la nuova dimensione globale dell’impero di Carlo V abbia influito sugli sviluppi dell’architettura del tempo in Sicilia. Ragionamenti di più generale validità possono derivare infine da osservazioni puntuali su alcuni elementi caratterizzanti le tipologie architettoniche a servizio della residenza, quali portali e finestre, scale, androni e cortili, logge e giardini. L’architettura intramoenia In occasione dell’ingresso trionfale a Palermo di Carlo V, nel 1535, le autorità cittadine decisero di ospitare l’imperatore nel grande palazzo che il banchiere Guglielmo Aiutamicristo aveva fatto costruire per sé e la propria famiglia, quasi mezzo secolo prima, in prossimità di una delle più importanti vie di accesso alla città, da terra. Sebbene il paramento in pietra da taglio, il raffinato disegno del portale e il variegato abaco di finestre del lungo prospetto siano chiaramente vincolati a un linguaggio proprio del gotico mediterraneo, l’imponente edificio evidentemente manteneva nella percezione dell’élite cittadina, alla metà degli anni Trenta del Cinquecento, una rilevanza tale da farlo ritenere il più adatto ad accogliere il sovrano. Le ampie sale del piano nobile, forse la stessa inusuale ubicazione del portale in un corpo a sé, funzionale a disimpegnare l’ingresso alla corte interna da quello agli ambienti del piano terra, nonché l’affaccio su un rettifilo adatto allo svolgimento di un corteo e di giostre – essendo stato a lungo il principale spazio urbano deputato ai “giochi 68 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V cavallereschi”10– possono aver influenzato la scelta, indipendentemente da altre valutazioni di carattere formale. Queste ultime stanno invece probabilmente alla base degli interventi di aggiornamento della facciata, con l’inserimento di mostre in marmo bianco nelle monofore del primo livello (fig. 1) e la trasformazione delle bucature del piano nobile, ricondotti alle necessità rappresentative e cerimoniali dell’illustre ospite11. Lo stesso palazzo sarà ancora scelto come residenza temporanea dal viceré Ferrante Gonzaga (già presente al seguito di Carlo V nel 1535) in occasione della seconda campagna di lavori dallo stesso commissionati per la sistemazione del proprio palazzo nel complesso fortificato del Castello a Mare, intorno al 154012. Il prolungato apprezzamento per questo palazzo tardo-quattrocentesco sembrerebbe indicativo di una sorta di momento di stallo nell’architettura della capitale siciliana nel campo della costruzione di palazzi; tale circostanza, in realtà, è contraddetta da una serie di testimonianze che, nell’insieme, configura una vivace attività edificatoria in ambito civile. Le diverse iniziative private rintracciate rivelano una 10 E. GAROFALO, La dimensione cavalleresca e l’immaginario letterario nelle celebrazioni festive d’età moderna: Palermo XVI-XVII secolo, in E. De Castro, M.R. Nobile (a cura di), L’eroico e il meraviglioso. Le donne, i cavalier, l’arme ... in Sicilia, Caracol, Palermo 2017, pp. 53-62, alle pp. 53-54. 11 S. PIAzzA, Palazzo Aiutamicristo. Il progetto di Matteo Carnilivari (1490-1494), in M.R. Nobile (a cura di), Matteo Carnilivari Pere Compte 1506-2006, due maestri del gotico nel Mediterraneo, Caracol, Palermo 2006), p. 147. 12 E. GAROFALO, ‘L’impeto de l’animo al vincere e l’ardore de la mente a la gloria’. Il governo di Ferrante Gonzaga (1535-1546), tra opere pubbliche e committenza privata, in S. Piazza (a cura di), La Sicilia dei viceré nell’età degli Asburgo. La difesa dell’isola, le città capitali, la celebrazione della monarchia 1516-1700, Caracol, Palermo 2016, p. 70; EAD., La costruzione di una corte, prove generali. Ferrante Gonzaga e Isabella di Capua in Sicilia (1535-1546), in E. Garofalo, F. Mattei (a cura di), I Gonzaga fuori Mantova. Architettura, relazioni, potere, Viella, Roma 2022, pp. 118-119. 69 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V rielaborazione dei modelli già in uso in città e la comparsa di nuovi modelli; tuttavia, una soddisfacente ricostruzione della «difficile genesi del palazzo privato nell’età di Carlo V»13 a Palermo si scontra con la frammentarietà delle testimonianze pervenuteci, tanto sul fronte della documentazione d’archivio quanto su quello delle fabbriche stesse, nella maggior parte dei casi del tutto scomparse e sostituite da edifici più moderni o sostanzialmente riconfigurate in momenti successivi della loro lunga storia costruttiva e d’uso. A partire da questi “frammenti” di storia e di architettura è comunque possibile proporre un temporaneo bilancio. un caso di assoluto rilievo, in virtù anche della carica politica ricoperta dal committente, è innanzitutto quello della residenza viceregia nell’ambito del complesso del Castello a Mare di Palermo, totalmente riformata per volontà del viceré Ferrante Gonzaga attraverso due campagne di lavori, tra 1538 e 1546. La volumetria, l’aspetto complessivo e alcuni dettagli dell’organizzazione interna, e perfino costruttivi, dell’edificio – demolito insieme alle altre strutture della fortezza nel 1922 – sono noti attraverso la documentazione archivistica coeva e l’iconografia sei-sette- centesca. Sebbene di dimensioni contenute, il palazzetto ha introdotto alcuni importanti elementi di novità, che hanno probabilmente avuto una certa risonanza in città, visto anche il ruolo di primo piano del committente. Tra questi: la loggia aperta sul paesaggio marittimo della Cala (fig. 2); sul fronte opposto, i portali gemelli di ispirazione serliana che prospettavano sulla corte interna al recinto fortificato14; la netta divisione tra gli appartamenti del viceré e della 13 NObILE, D’ALESSANDRO, SCADuTO, Costruire a Palermo, cit., p. 11. 14 M. VESCO, Ecos de Renacimiento en la Sicilia del siglo XVI: arquitecturas para la vida de corte en la edad de Ferrante Gonzaga, in V. Mínguez (a cura di), Las Artes y la Arquitectura del Poder, universitat Jaume I, Castello de la Plana 2012, pp. 921-938, a pp. 934-935. 70 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V viceregina; la «stufa» e ampi camini con dispositivi per lo scarico dei fumi «a la usanza di Italia»15. Le novità si combinano tuttavia con soluzioni consolidate nell’architettura civile siciliana, come la presenza di una scala a chiocciola e di bifore con colonnine in marmo nelle stanze del viceré, citate nei documenti16. Relativamente ai sistemi di collegamento tra i tre livelli del palazzetto, se quella a chiocciola era sicuramente una scala di servizio, nei documenti è citata anche una scala «bellissima e comoda» ubicata all’interno dell’edificio17, distaccandosi quindi dalla tipologia della scala scoperta di derivazione iberica, maggiormente diffusa a Palermo nei palazzi quattrocenteschi. 15 Archivio di Stato di Palermo, Tribunale del Real Patrimonio, Lettere Viceregie, vol. 313, c. 170; «[…] dirrupari dui chiminii et allargarili et fari loro ferri undi nexi lu fumo a la usanza di Italia che girano undi veni lo vento […]». 16 Per le relative referenze archivistiche si rimanada a: VESCO, Ecos de Renacimiento, cit., pp. 931-935; GAROFALO, L’impeto de l’animo, cit., pp. 68-71. 17 VESCO, Ecos de Renacimiento, cit., p. 933. fig. 2. Anonimo, Veduta del Castello a mare di Palermo, inizi del XVIII secolo, dipinto olio su tela. © Museo Agostino Pepoli, Trapani, inv. 221. 71 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Proprio quello della caratterizzazione della scala principale del palazzo, incluso il suo posizionamento rispetto alla corte interna, è un tema nel quale si osserva una tendenza al cambiamento e all’aggiornamento di precedenti configurazioni. Concepita non soltanto in funzione di un uso strettamente privato, ma come parte di un percorso che conduceva agli ambienti di rappresentanza, la scala contribuiva, infatti, in modo significativo, a definire il rango del palazzo. un interessante esempio è offerto dal palazzo di berlinghieri Requesens, aristocratico di origine catalana e generale della flotta siciliana, al fianco di Carlo V nell’impresa di Tunisi18. Sebbene il palazzo sia stato nei secoli successivi notevolmente trasformato, varcato il portale, esso mantiene l’originaria sequenza cinquecentesca di atrio e cortile (dalla irregolare pianta trapezoidale). La scala è qui inserita in una cassa aperta, accessibile dal portico al piano terra e con sbarco nella loggia al piano nobile, posizionata in asse con l’arco che immette dall’atrio nel cortile centrale19. Quest’ultimo presenta portico e loggia su un solo fronte, realizzato nel 1555 (fig. 3), che reinterpreta in chiave classicista il modello offerto dal già citato palazzo Aiutamicristo o dall’altrettanto rappresentativo palazzo Abatellis, coevo a quest’ultimo. Colonne ioniche ripetute – con differenti proporzioni – sui due livelli sono collegate da archi a tutto sesto nel primo e archi policentrici ribassati nel secondo livello20; contribuisce a rinnovare 18 NObILE, D’ALESSANDRO, SCADuTO, Costruire a Palermo, cit., p. 17. 19 La scala attualmente esistente è frutto di una ricostruzione settecentesca ad opera dell’architetto Giacomo Amato; la posizione della scala originaria doveva tuttavia coincidere con quella attuale; per la storia del palazzo si veda M.E. MARChISELLO, Palazzo Statella di Spaccaforno Niscemi di Valguarnera, in G. Di benedetto (a cura di), Restauro e riuso nel centro storico di Palermo, Comune di Palermo, Palermo 2000, vol. I, pp. 315-325. 20 Sebbene la geometria dell’arco in questo secondo livello sia analoga a quella degli archi utilizzati da Matteo Carnilivari nei cortili interni ai palazzi Abatellis e Aiutamicristo, la connotazione 72 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V l’aspetto della loggia, in linea con modelli provenienti dalla penisola italiana, anche la copertura con volte a padiglione su lunette21. La loggia al piano nobile presenta inoltre, sulla faccia rivolta verso il cortile, dei piedistalli sui quali sono posizionate le colonne, una sequenza – dal centro verso i lati – comprensiva di stemmi e dei ritratti di profilo – un volto maschile e uno femminile – probabilmente identificabili con i committenti (fig. 4). Anche quest’ultima soluzione si può interpretare come una “traduzione all’antica” di una volontà autocelebrativa, indirizzata peraltro a data agli stessi nel palazzo Requesens, con cornice modanata e concio di chiave a voluta li allontana dagli esempi precedenti. 21 Sulla diffusione delle volte a padiglione su lunette in Sicilia e in Italia meridionale si rimanda a E. GAROFALO, Crociere e lunette in Sicilia e in Italia meridionale nel XVI secolo. Dalla costruzione gotica all’affermazione di un modello peninsulare, Caracol, Palermo 2016. fig. 3. Palermo, palazzo Requesens, fronte loggiato sul cortile interno, 1555 (fotografia Emanuela Garofalo). 73 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V manifestare una committenza femminile, che trova un antecedente nel prospetto loggiato del cortile di palazzo Abatellis, con la ripetizione – sui capitelli delle colonne nei due ordini dello stesso prospetto – di un doppio scudo con le armi di Francesco Abatellis e della sua prima consorte Eleonora Soler. Profili all’antica, in combinazione con iscrizioni in latino in lettere capitali romane, compaiono inoltre nelle grandi finestre a edicola del palazzo Scavuzzo, realizzate nel 154722 (fig. 5). un tributo all’imperatore 22 La data si ricava dal relativo contratto stipulato dal commitfig. 4 Palermo, palazzo Requesens, particolare di un piedistallo della loggia, con un volto femminile ritratto di profilo, 1555 (fotografia Emanuela Garofalo). 80 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V torei e strutture porticate. Il legame di queste residenze con modelli proposti dalla cultura umanistica e sviluppati nel contesto delle corti rinascimentali della penisola italiana appare evidente; tuttavia, per un corretto inquadramento del fenomeno, non va di certo trascurata l’esistenza di un illustre antecedente anche nella storia locale. Ci riferiamo ai cosiddetti regia sollacia, ossia le residenze di delizia fatte edificare dai re normanni nel grande parco periurbano del Genoardo31, che circondava Palermo nel XII secolo, probabilmente a imitazione di antecedenti edifici risalenti alla dominazione islamica o comunque ricettive di diversi elementi e temi provenienti dalla cultura costruttiva islamica32. Infatti, non è di certo una coincidenza che due degli esempi più rilevanti della nuova tipologia di residenze suburbane, la villa Ventimiglia (oggi villa Napoli) e la villa delle “Quattro Camere” degli Aragona, siano stati costruiti in prossimità di sollacia normanni. Del resto, già un secolo prima l’umanista Antonio beccadelli, detto il Panormita aveva richiesto al re Alfonso il Magnanimo la concessione in uso della zisa33, edificio al quale dedica una lunga descrizione anche il domenicano Leandro Alberti nel resoconto della sua visita a Palermo, effettuata nel 152634. L’aura di mito sviluppatasi intorno alla corte normanna di Sicilia 31 Per una ipotesi sui confini del parco normanno del Genoardo si veda, da ultimo C. FAzIO, G. GALLITANO, M. LEONE, Il parco dei Re. Studi sul paesaggio di Palermo nel medioevo, 40due, Palermo 2022. 32 Sui modelli e le componenti culturali intrecciate nelle residenze di diletto dei sovrani normanni intorno a Palermo si veda in particolare L. hADDA, L’ architettura palaziale tra Africa del Nord e Sicilia normanna, Liguori, Napoli 2015. 33 E. NEIL, A Green City: Ideas, Conditions, and Practices of the Garden in Sixteenth Century Palermo, in A. Casamento, E. Guidoni (a cura di), L’urbanistica del Cinquecento in Sicilia, Edizioni Kappa, Roma 1999, p. 227. 34 Per un’attenta rilettura del resoconto della visita a Palermo di Leandro Alberti si rimanda a F. SCADuTO, Palermo nello sguardo dei viaggiatori (XVI-XVII secolo). La città e l’architettura, Caracol, Palermo 2020, pp. 19-48. 81 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V traspare inoltre chiaramente dalle pagine dell’erudito Tommaso Fazello – anch’egli domenicano – nella sua narrazione della storia di Sicilia, documento di eccezionale importanza per un inquadramento del contesto culturale dell’Isola intorno alla metà del Cinquecento35. Studi recenti hanno inoltre messo in luce la presenza di temi riconducibili a monumenti dell’età normanna, tra survival erevival, nell’architettura siciliana del Cinquecento, tanto per soluzioni tecniche quanto per elementi formali, talvolta chiara manifestazione della volontà di rivendicare un’ascendenza normanna del proprio lignaggio36. Provando a ordinare cronologicamente gli esempi per i quali sussistono parte delle fabbriche originarie o documentati attraverso descrizioni non troppo laconiche, il primo esempio sul quale ragionare è la già citata villa dei Ventimiglia, ubicata nel territorio periurbano a ovest della città murata. è questo, tra tutti, il caso in cui la ricerca di una continuità con il mitizzato mondo normanno appare più evidente. ubicata non molto lontano dalla Cuba, la villa cinquecentesca ingloba i resti di un padiglione a torre, impostato su un basamento con ninfeo, realizzato in età normanna, ma secondo studi molto recenti costruito su una preesistenza islamica37. In aggiunta a ciò, il giardino della villa include anche un piccolo padiglione, detto Cubula, anch’esso risalente all’epoca normanna e posto a fondale di un viale rettilineo che lo attraversa, a partire dal fronte nord dell’edificio principale (fig. 9). Il riuso di queste preesistenze 35 T. FAzELLO, De rebus siculis decades duae, Ioannem Matthaeum Maidam et Franciscum Carraram, Palermo 1558. 36 Su questo tema si rimanda in particolare ai contributi di Stefano Piazza, Emanuela Garofalo e Marco Rosario Nobile nel volume K. Ottenheym (a cura di), Romanesque Renaissance, brill, Leiden-boston 2021, alle pp. 25-86. 37 J. NAVARRO PALAzóN, L. bELLANCA, P. TODARO, La Cuba Soprana di Palermo. Il suo ninfeo belvedere arabo-normanno tra Antichità e Rinascimento, in «Studi e ricerche di storia dell’architettura», n. 11, 2022, pp. 105-135. 82 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V appare indicativo dell’importanza simbolica attribuita alle stesse, come elementi utili ad accrescere il prestigio del nuovo edificio. Parzialmente trasformata nei secoli successivi, la villa mantiene tuttavia l’originaria conformazione complessiva: un impianto a C, con due ali simmetriche aggettanti che creano una semi-corte davanti alla facciata principale. Gli ambienti della residenza vera e propria erano ubicati nel secondo livello, mentre il primo livello si caratterizza per una certa permeabilità, ottenuta con grandi bucature ad arco sulle testate delle due ali avanzate e un vano di passaggio posizionato centralmente nel corpo principale, a creare un collegamento diretto tra la zona d’ingresso davanti la facciata principale della villa e il giardino che originariamente si estendeva anche alle sue spalle. La trasformazione della residenza suburbana, da una struttura forte e chiusa, a una nuova tipologia di edificio in stretta relazione con l’ambiente esterno che lo circonda appare qui perfettamente compiuta. In aggiunta alle grandi aperture del primo livello si osservava anche la presenza di logge su tre lati – successivamente tamponate, ma ancora chiaramente leggibili – nel secondo livello delle due ali aggettanti. fig. 9. Palermo, veduta aerea di villa Ventimiglia (oggi Napoli) con quel che resta del giardino (fotografia Google maps). 83 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Le scarse fonti dirette a oggi rintracciate non consentono di seguire il processo costruttivo della villa, né di identificarne il progettista. L’acquisto del sito da parte di Giovanni Ventimiglia data al 150538, mentre tra 1539 e 1542 lo scultore Giacomo Gagini viene incaricato della realizzazione di statue per due fontane da collocare nel giardino39. Tali estremi cronologici hanno indotto gli studiosi a ipotizzare una datazione della villa tra il secondo e il quarto decennio del Cinquecento, ma a mio avviso non si può escludere neppure una cronologia di pochi anni successiva e riconducibile alla presenza in Sicilia di artisti/architetti richiamati dal viceré Gonzaga, committente proprio nel campo dell’architettura civile di opere che ebbero una sicura risonanza nel contesto della capitale siciliana. In effetti, se le implicazioni legate alle preesistenze normanne presenti nel sito vincolano il progetto a una storia locale probabilmente ricercata dal committente, l’estraneità dell’impianto e della conformazione complessiva della villa – stando allo stato attuale delle conoscenze – a quanto realizzato fino a quel momento a Palermo potrebbero indicare il ricorso a un progettista proveniente dalla penisola italiana. Che si possa trattare del pittore architetto toscano Domenico Giunti richiamato in Sicilia da Roma nel 1540 dal viceré Gonzaga o del senese Giovan battista Peloro convocato dallo stesso viceré da Napoli nel 153740? Alcune analogie con la villa Chigi a Roma e la familiarità di entrambi con la figura e le opere di baldassarre Peruzzi potrebbero fornire un indizio in tal senso. 38 bASILE, Palermo Felicissima, cit., p. 52, 39 I documenti in questione sono stati pubblicati e trascritti in DIMARzO, I Gagini e la scultura, cit., vol. III, pp. 245-247, docc. CXCIII, CXCIV, CXCV. 40 Sulla presenza di Peloro in Sicilia si rimanda a: E. GAROFALO, M. VESCO, Antonio Ferramolino da Bergamo, un ingegnere militare nel Mediterraneo di Carlo V, in G. Verdiani (a cura di), Defensive Architecture of the Mediterranean XV to XVIII Centuries, DIDAPRESS, Firenze 2016, vol. 3, p. 114; GAROFALO, La costruzione di una corte, cit, p. 129. 84 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V un progetto assegnabile con sicurezza a Domenico Giunti è quello commissionatogli dal viceré Gonzaga per una villa, costruita tra 1540 e 1546 in un’area a nord della città murata41. L’edificio, profondamente trasformato nel XVII secolo, conserva l’originaria loggia a tre luci che ne caratterizzava il prospetto principale, oltre alle finestre con semplici cornici squadrate a tre fasce e davanzale sostenuto da modiglioni, ai due lati della prima (fig. 10). Analizzando le strutture originarie ancora esistenti, è stata formulata un’ipotesi ricostruttiva con un’ampia sala rettangolare centrale in corrispondenza della loggia, a formare una parte centrale più alta e ambienti minori sui due lati42. Questi ultimi mantengono in parte le coperture originarie a padiglione su lunette, soluzione quest’ultima proveniente dalla penisola italiana e già praticata nel cantiere palermitano a fine Quattrocento, ma che conobbe una capillare diffusione proprio a partire dagli anni Quaranta del XVI secolo43. Anche in questo caso la villa mostra una ricerca di connessione con l’esterno nella grande loggia presente sul fronte principale, unitamente al carattere scenografico del raccordo con l’area più bassa dell’ingresso per mezzo di una cordonata a due rampe parallele, visibile già in una incisione della seconda metà del Cinquecento44. L’edificio era corredato da un giardino alla cui definizione sembrano rivolte le principali attenzioni del viceré, come si 41 N. SOLDINI, Nec spe nec metu. La Gonzaga: architettura e corte nella Milano di Carlo V, Olschki, Firenze 2007, pp. 239-252 e 391-402; GAROFALO, L’impeto de l’animo, cit., pp. 71-75. 42 A.E. CANINO, Frammenti del Rinascimento in Sicilia. La villa di Ferrante Gonzaga a Palermo: storia e ipotesi ricostruttiva, Tesi di laurea, relatore prof. S. Piazza, correlatore prof. F. Agnello, università degli Studi di Palermo, a.a. 2010-2011. 43 GAROFALO, Crociere e lunette, cit. 44 Si tratta di una delle illustrazioni del volume di G.F. INGRASSIA, Informatione del pestifero, et contagioso morbo: il quale affligge et have afflitto questa città di Palermo, & molte altre città, e terre di questo Regno di Sicilia, nell’anno 1575 et 1576, Palermo 1576. 85 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V evince dal suo scambio epistolare con l’architetto Giunti45. Oltre a vigne e altre aree coltivate, questo comprendeva un giardino di piacere, con fontana, vasca per i pesci, conigliera e un portico per sostare all’ombra e assistere a spettacoli venatori. L’importanza del giardino in questo complesso residenziale 45 SOLDINI, Nec spe nec metu, cit., pp. 391-402. fig. 10. Palermo, particolare di una sequenza di finestre di villa Gonzaga, 1540-1546 (fotografia Emanuela Garofalo). 86 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V si ricava inoltre dal modo in cui lo stesso è citato in diversi documenti, come la casa del giardino o, con una sineddoche, come il viridarium del viceré. Il documentato utilizzo della villa – acquistata dopo la partenza di Ferrante Gonzaga dalla Sicilia dalla famiglia Cifuentes – come luogo di accoglienza per i viceré di nuova nomina, prima tappa di un preciso cerimoniale che prevedeva il successivo svolgimento di un corteo per accompagnare il governatore al palazzo reale, suggerisce comunque un adeguato livello di confort e rappresentatività dell’edificio46. Il progetto di uno scenografico e ricco giardino, secondo il modello offerto dalle ville medicee o da altre residenze di delizia nell’ambito delle corti rinascimentali italiane, sembra raggiungere l’acme della complessità nella scomparsa villa della famiglia Aragona, meglio nota come “villa delle Quattro Camere”47. Sebbene non esistano a oggi certezze in merito alla sua datazione, si può ipotizzare che la costruzione della villa risalga agli anni Quaranta del Cinquecento, anche sulla scorta della familiarità di Giovanni Aragona con Ferrante Gonzaga, e quindi per emulazione del viceré, forse anche avvalendosi del suo stesso architetto Domenico Giunti (autore, secondo la testimonianza di Giovanni Miniati – di progetti per altri Prinicipi)48. Le informazioni sulla 46 NEIL, Green City, cit., p. 232. 47 La presenza intorno alla città, almeno dal secondo quarto del secolo XVI, di altri giardini descritti come luoghi «di molto piacere e spasso» è testimoniata dal resoconto di Leandro Alberti, che in particolare ricorda «una navicella di marmo lunga tre piedi nel mezo d’un di quei giardini, sostentata da alquante picciole colonne in cima ad una Isoletta dall’acque intorniata, su la qual navicella erano per alcuni condotti mandate l’acque in tanta abbondanza, che scorrendo elle per la navicella mentre le persone a tavola poste mangiavano, conducevano loro davanti i vasi pieni di vino» (SCADuTO, Palermo nello sguardo dei viaggiatori, cit., pp. 41-42). La fontana descritta è stata identificata con quella della scomparsa villa Imbastiani a boccadifalco (bASILE, Palermo Felicissima, cit., pp. 44-50). 48 PIAzzA, Ville di Palermo, cit, p. 27; non si può tuttavia esclu- 87 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V stessa provengono principalmente da una descrizione fatta dell’erudito Vincenzo Di Giovanni in un suo manoscritto del 1620, che si concentra in particolare sul giardino49. Nella sequenza descritta da Di Giovanni, dopo l’ingresso si trovavano degli spaziosi cortili, quindi un labirinto di mirti con una piazza al centro, con una montagna e una grotta con giochi d’acqua. Si passava quindi a una prima sezione quadrata del giardino, suddivisa a sua volta in quattro aiuole quadrate, con alberi da frutta, da viali bordati da mirti e aranci, con una grande fontana scultorea e, alla fine del viale centrale, una grotta artificiale, riccamente decorata e con ulteriori giochi d’acqua. Salendo tre gradini, si arrivava a un secondo quadrato attraversato da viali coperti e con un padiglione a volta al di sotto del quale era ubicata una seconda fontana, decorata da sculture. In breve, si raggiungeva infine l’edificio della villa, del quale Di Giovanni dà una descrizione molto stringata. Si caratterizzava per la presenza di un’ampia loggia centrale sul fronte principale e quattro stanze, due per lato, coperte da volte riccamente decorate: statue in stucco dorato nella loggia, decorazioni pittoriche con scene e grottesche nelle quattro stanze. La descrizione diventa poco chiara nella parte successiva, facendo riferimento a un’altra loggia accessibile da un grande portale e in connessione con un boschetto di noccioli e piante selvatiche, attraversato da viali più ampi e nel quale era presente un’altra scenografica fontana, ubicato alle spalle dell’edificio. Dalla descrizione qui sintetizzata si deduce che il giardino era il vero protagonista del progetto; tuttavia, qualità e ricchezza delle finiture accennata per gli ambienti della villa, testimoniano comunque un interesse del commitdere anche un’ipotesi di datazione più tarda, tra anni Sessanta e Settanta del Cinquecento. 49 Il manoscritto è stato pubblicato nel 1989: V. DIGIOVANNI, Palermo Restaurato, a cura di M. Giorgianni, A. Santamaura, Sellerio, Palermo 1989; la descrizione della villa delle “Quattro Camere” alle pp. 110-111. 88 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 EMANUELA GAROFALO L’architettura civile a Palermo al tempo di Carlo V tente per la rappresentatività degli stessi, con una interessante mescolanza di elementi di diversa provenienza. Se, per un verso, tecniche e soggetti della decorazione, pittorica e a stucco, derivano sicuramente da modelli rinascimentali – tanto che il pittore Jean houel, visitando la villa nel suo soggiorno in Sicilia tra 1776 e 1779, credette che si trattasse del lavoro di artisti di scuola raffaellesca50 – per altro verso, il rivestimento parietale e la pavimentazione della loggia e delle quattro camere con maioliche valenciane si pongono in continuità con un uso comune da più di un secolo nell’architettura civile nel contesto del gotico mediterraneo51. In questo intreccio fra tradizioni di lunga durata e nuove sollecitazioni, la villa delle “Quattro Camere” annoverava un ulteriore elemento di più remota origine, radicato in una cultura costruttiva di provenienza orientale, la cosiddetta “camera dello scirocco”. Si trattava di un ambiente sotterraneo servito da una sorgente d’acqua fresca, nel quale trovare refrigerio dal calore delle giornate estive, che conobbe una significativa diffusione in Sicilia tra XVI e XVIII secolo. Gli altri esempi noti di residenze suburbane databili tra anni Quaranta e Cinquanta del Cinquecento appaiono tipologicamente meno rilevanti e con limitate concessioni a quella ricerca di maggiore permeabilità dello spazio interno e di collegamento tra interno ed esterno osservati nei casi precedenti e ottenuti soprattutto con l’introduzione di logge. Ciò si osserva ad esempio nella villa belvedere (fig. 11) ad Altarello di baida, di incerta datazione, nel 1555 in possesso del mercante lucchese Sigismondo Rustici, forse re- 50 PIAzzA, Ville di Palermo, cit., p. 28. 51 Presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, ad esempio, si conservano tre pannelli con maioliche del XV secolo realizzate a Manises (Valencia), provenienti dal castello dei barresi di Pietraperzia; per maggiori dettagli si rimanda a F. SCIbILIA, I Barresi di Pietraperzia. Una corte feudale in Sicilia tra Medioevo ed età moderna, Caracol, Palermo 2016, p. 22, e relativa bibliografia. 89 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V sponsabile di una timida apertura ai nuovi modelli52. In conclusione, sebbene l’incompiutezza del quadro di conoscenze sull’architettura civile della prima metà del Cinquecento a Palermo induca a una necessaria prudenza nell’esprimere valutazioni complessive, i casi studio esaminati restituiscono con evidenza un contesto di vivace sperimentazione, aperto a numerose sollecitazioni. usi, forme e modi dell’abitare consolidati si confrontano con nuove esigenze e nuove soluzioni. La ricerca architettonica attinge tanto da tradizioni recenti e da un antico locale – accompagnato da un’aura di mito – quanto da modelli che hanno nella penisola italiana l’orizzonte privilegiato di riferimento, ma che appaiono in rapida diffusione e su scala globale, con diversi modi e gradi di ricezione e rielaborazione nei diversi contesti dell’impero di Carlo V con i quali la Sicilia e la sua capitale intessono un’intricata rete di relazioni. 52 bASILE, Palermo Felicissima, cit., p. 126. fig. 11. Palermo, villa belvedere, disegno dell’architetto Paolo basile (da N. bASILE, cit., 1932). 96 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés cias previas en al-Andalus condicionaron indudablemente la forma de actuar en América9, tanto en las cuestiones más de tinte político y militar, como en los aspectos prácticos y la forma de cristianizar a las comunidades, los territorios y los espacios urbanos, incluidos los edificios religiosos. Pero también lo que podríamos denominar mentalidad colectiva, tal vez aquello que Sánchez-Albornoz definía como «psiquis singular» del pueblo español, y que yo concibo –sin un ápice de metafísica– como esa serie de conocimientos y experiencias comunes sobre al-Andalus, acumuladas durante siglos de contactos y conflictos, y que en el caso particular de la actividad arquitectónica de los primeros conquistadores y colonizadores de América se dejaría ver incluso en el marco mental y el lenguaje utilizado para nombrar el territorio que se les iba apareciendo, cuestión a la que dedicaré en buena medida las páginas siguientes. En resumen, mi hipótesis de partida es que el conjunto de experiencias y conocimientos previos relacionados con la percepción y asimilación primero, y la cristianización luego, de la arquitectura andalusí, acumulados desde el siglo XI por los reinos cristianos peninsulares, una vez llegado el XVI y la conquista y colonización de México, eran ya una de esas estructuras ideológicas que trascienden los espacios cronológicos episódicos de la historia y llegan a convertirse en estables, pasando a formar parte del tiempo histórico que Fernand braudel bautizó como la longue durée10, y que, por tanto, influyeron de forma and Transformation Strategies, editado por S. Frommel, Campisano, Roma 2023 (en prensa). 9un asunto tratado por M.F. RíOS SALOMA, Conquistar, colonizar, incorporar. Las experiencias de los Reinos de Granada y Nueva España en el proceso de conformación de la Monarquía Católica: un ensayo de historia comparada, en XXIII Coloquio de Historia Canario-Americana (2018), Cabildo Insular de Gran Canaria, Las Palmas de Gran Canaria 2020, XXXIII-087, <http://coloquioscanariasamerica.casadecolon.com/index.php/ChCA/ar ticle/view/10483>. 10 F. bRAuDEL, Histoire et Sciences sociales: La longue durée, en 97 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V sustancial tanto en la percepción de la arquitectura local, como en la primera práctica arquitectónica desarrollada en territorio americano tras la conquista. Debo apuntar también antes de continuar, que, en el desarrollo de esta idea, he intentado alejarme conscientemente de algunas narrativas de la historiografía del arte que, con carácter formalista, han explicado la presencia de elementos de estética andalusí en la primera arquitectura colonial americana como una mera transculturación material de aquella producción artística y cultural híbrida derivada del arte de al-Andalus denominada tradicionalmente «mudéjar», término cuyo uso, en mi opinión, y aunque no sea este el lugar mejor para expresarla, no resultaría apropiado ni si quiera para el arte ibérico medieval. Mi análisis del problema en esta ocasión se centra, en fin, más en cuestiones culturales o ideológicas que en las formales, las cuales entiendo en cualquier caso como una consecuencia lógica de las primeras. Léxico arquitectónico andalusí en los primeros textos novohispanos El fenómeno que esbozaba al inicio, es decir, el empleo habitual de terminología de origen andalusí en los textos castellanos de la primera mitad del siglo XVI para nombrar y describir los nuevos edificios y paisajes urbanos que se encontraban en México, puede tener varios puntos de origen. En primer lugar, y es algo cuya influencia no hay que desestimar, se encuentra lo que podríamos llamar factor de novedad. Los paisajes, espacios urbanos y edificios de los pueblos maya y mexica estaban siendo percibidos por primera vez por los conquistadores, y, por tanto, estos, desconocedores en gran medida de las lenguas locales, no disponían aún de términos ni recursos mentales precisos para describirlos. una «Annales. Economies, sociétés, civilisations», nº 4, 1958, pp. 725-753. 98 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés cuestión que deja clara bernal Díaz del Castillo en un muy ilustrativo y literario pasaje de su Historia verdadera: «y desque vimos tantas cibdades y villas pobladas en el agua, y en tierra firme otras grandes poblazones, y aquella calzada tan derecha y por nivel como iba a México, nos quedamos admirados, y decíamos que parescía a las cosas de encantamiento que cuentan en el libro de Amadís, por las grandes torres y cúes y edificios que tenían dentro en el agua, y todos de calicanto. y aun algunos de nuestros soldados decían que si aquello que vían si era entre sueños. y no es de maravillar que yo lo escriba aquí desta manera, porque hay mucho que ponderar en ello que no sé cómo lo cuente: ¡ver cosas nunca oídas ni vistas, ni aun soñadas, como víamos!»11. Por esta razón resulta habitual encontrar en los primeros textos novohispanos términos, nombres y lugares conocidos por el lector destinatario en España que ayudaban a construir una imagen descriptiva por el método de la comparación. hernán Cortés hace uso de este recurso constantemente en sus relaciones, consciente de que, si no el rey mismo –aún muy joven y relativamente poco viajado–, el resto de potenciales lectores en la corte podrían sentirse concernidos por analogía por monumentos y edificios la Península Ibérica. En la segunda carta, por ejemplo, redactada en 1520, cuando trata del Templo Mayor de Tenochtitlan, escribe: «hay bien cuarenta torres muy altas y bien obradas, que la mayor tiene cincuenta escalones para subir al cuerpo de la torre; la más principal es más alta que la torre de la iglesia mayor de Sevilla»12. De igual forma, al describir los mercados de la ciudad los compara con un célebre espacio urbano comercial de la Península, «hay a vender muchas maneras de hilado de algodón, de todos los colores, en sus madejicas, que parece pro- 11 b. DíAz DEL CASTILLO, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España (ed. Guillermo Serés), Real Academia Española – Espasa, Madrid y barcelona, 2011, p. 271. 12 CORTÉS, Cartas de relación, cit., p. 134. 99 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V piamente Alcaicería de Granada en las sedas»13. Sea como fuere, y reiterando el más que posible efecto de ese factor de novedad sobre el fenómeno que nos ocupa, no es para nada casual que Cortés se sirva de dos edificios de origen andalusí en su analogía: el antiguo alminar de la Mezquita mayor de Sevilla, construida a finales del siglo XII, y la Alcaicería de Granada, un espacio comercial de época nazarí del que se tienen noticias, al menos, desde mediados del siglo XV14. hay sin duda, tras el empleo de ciertas palabras, una intención clara de crear en estas narraciones un paralelismo entre los pueblos andalusí y mexica, estableciendo a la vez los roles de «conquistador» y «conquistado», tan conocidos de la mentalidad colectiva y la memoria histórica castellana de principios del siglo XVI. Díaz del Castillo, al relatar el episodio de la brutal represalia ordenada por Cortés a Gonzalo de Sandoval en junio de 1520 contra la población de zultépec –aliados de Tenochtitlan–, tras la captura y posterior sacrificio ritual por parte de estos de una columna formada fundamentalmente por enfermos, mujeres y niños, cuenta cómo habían decidido renombrar la localidad como “Pueblo Morisco”15. No se ofrecen más detalles al respecto, pero la razón quizá se encontrase en el propio aspecto exterior y en las técnicas constructivas del caserío tradicional de la región, el cual podía tener algunas características en común con el andalusí. En la primera carta de relación, redactada en la recién fundada Villa Rica de la Veracruz en 1519, se describía así: «las casas en las partes que alcanzan piedra son de cal y canto, y los aposentos de ellas pequeños y bajos, muy amoriscados»16. Aunque el ejemplo que mejor ilustra este marco 13 Ibid., p. 133. 14 M. GARzóN PAREJA, Una dependencia de la Alhambra: la Alcaicería, en «Cuadernos de la Alhambra», nº 8, 1972, pp. 65- 76. 15 DíAz DEL CASTILLO, Historia verdadera, cit., p. 504. 16 CORTÉS, Cartas de relación, cit., p. 66. 100 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés mental es el de la utilización de la palabra castellana de origen andalusí «mezquita» –derivada del árabe masŷid–para denominar a los centros ceremoniales prehispánicos. De nuevo encontramos quizá un uso debido en primera instancia a la falta de palabras en lengua castellana capaces de definirlos. El término «templo» para referirse a edificios religiosos, por ejemplo, aunque popularizado en la literatura arquitectónica española desde mediados del XVI debido al renacer del interés por la Antigüedad clásica, no era muy habitual en el castellano medieval, ni lo era aún en los primeros años del siglo XVI, periodos en los que para referirse a edificios religiosos no cristianos, además de sus designaciones específicas –mezquita, sinagoga, etc.– se empleaban otros como «adoratorio», el cual también se utilizará con frecuencia en los primeros textos novohispanos17. Por su parte, el conocimiento y empleo de algunas palabras nativas para designar los centros ceremoniales, como el «cu» de origen maya o el náhuatl «teocalli», van ganando presencia en los textos novohispanos, lógicamente, conforme los conquistadores se familiarizan con las lenguas locales, pero no es tan numerosa en textos anteriores a la mitad del siglo XVI. En cualquier caso, el empleo en varios de ellos del término mezquita viene determinado en esencia por el marco mental de conquista originado en la Iberia medieval. Como decía, hernán Cortés llama mezquitas a los centros ceremoniales de forma sistemática en sus relaciones, y el hecho de que, por ejemplo, el edificio que tiene en mente para comparar con el Templo Mayor de Tenochtitlan sea la Catedral de Sevilla, antigua Mezquita mayor almohade, y aún en transformación cuando Cortés la conoce, dice mucho de esta mentalidad, al margen del posible parangón a nivel de escala y grandiosidad de los dos edi- 17 bernal Díaz del Castillo, sin ir más lejos, lo emplea profusamente en la Historia verdadera. Cortés lo usa como sinónimo de mezquita en las relaciones. 101 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V ficios. A continuación de esta comparación, Cortés describe algunos de los espacios interiores del Templo Mayor, refiriéndose a los materiales y técnicas con los que se encontraban construidos: «Son tan bien labradas, así de cantería como de madera, que no pueden ser mejor hechas ni labradas en ninguna parte, porque toda la cantería de dentro de las capillas donde tienen los ídolos es de imaginería y zaquizamíes y el maderamiento es todo de masonería y muy pintado de cosas de monstruos y otras figuras y labores»18. El término castellano «zaquizamí», derivado del árabe andalusí «saqf fī as-samā’» -lit. «techo en el cielo», se empleaba para denominar a los enmaderamientos de los techos19, y estaba, como tantos otros vocablos de origen andalusí del léxico de la construcción, tan arraigado en la práctica arquitectónica ibérica que así es precisamente como traduciría Miguel de urrea la denominación de los techos de madera en la primera versión española impresa del De architectura de Vitruvio20 (1582) (fig. 1). Cortés, además, diferencia en algunos casos al describir las ciudades, como en los de Cempoala –la capital totonaca– o Tenochtitlan, entre la «mezquita mayor» y el resto de «mezquitas» de la ciudad21, es decir, entre el templo mayor y el resto de centros ceremoniales, llevando así consigo a territorio mexicano la percepción del modelo jerárquico de organización de las mezquitas de las ciudades andalusíes, 18 CORTÉS, Cartas de relación, cit., p. 134. 19 La referencia a la palabra árabe samā’ (cielo) en estas estructuras de madera de los techos quizá se encuentre en relación con la tradición andalusí de decorarlos –con carga simbólica evidente relativa a la yanna, el Jardín de los siete cielos de la tradición escatológica islámica–con tramas estrelladas doradas sobre fondos azul oscuro. 20 M. VITRuVIO, M. Vitruvio Pollion de architectura, traduzidos de Latin en Castellano por Miguel de Urrea Architecto, Juan Gracián, Alcalá de henares, 1582, p. 63v. 21 Concretamente en la segunda de las relaciones, CORTÉS, Cartas de relación, cit., pp. 151 y 155. 102 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés con una mezquita aljama o mayor, de capital importancia política y social, donde se encontraba el minbar y se pronunciaba los viernes la juṭba o sermón durante la oración comunitaria, y el resto de mezquitas y oratorios de barrio, una organización que se había replicado en cierto sentido una vez estas fueron cristianizadas con el modelo de diócesis con catedrales y parroquias. El caso más interesante de este fenómeno lo encontramos en el conocido como Códice Mendoza de la biblioteca bodleiana de Oxford22. Se trata de un manuscrito con pictogramas, realizado hacia 1541, el cual recoge la relación e historia de los tlatoanis –gobernantes– mexicas desde la fundación de Tenochtitlan en 1325 hasta la caída del imperio tras la muerte de Moctezuma Xocoyotzin en 1520. El códice, escrito en lengua náhuatl y destinado a que Carlos V conociese la historia de los mexicas23, fue acompañado de un texto explicativo en castellano, ambos ordenados por el primer virrey de la Nueva España, Antonio de Mendoza –de quien recibe el nombre el manuscrito–, hijo de íñigo López de Mendoza, el «Gran Tendilla», alcaide de la Alhambra y Capitán General de Granada después de 1492, y, por tanto, probablemente habituado a las políticas impulsadas por su padre hacia los moriscos, de tendencia más o menos conciliadora e integradora. Además del texto explicativo, muchos de los pictogramas se acompañan de breves leyendas que ayudan al lector español a interpretarlos. Tanto en unos como en otras encontramos de nuevo el empleo de la terminología de origen andalusí. Por ejemplo, para 22 bodleian Library (bL), universidad de Oxford, Códice Mendoza, Ms. Arch. Selden. A. 1, c. 1541. Edición, estudio y traducción al inglés en F. berdan y P.R. Anawalt (eds), The Codex Mendoza, 4 vols., berkeley, CA, university of California Press, 1992. 23 P. JOhANSSON K., Lectura y glosas indígenas de la primera parte del Códice Mendocino en el siglo XVI, en «Estudios de Cultura Náhuatl», nº 40, 2009, p. 258; berdan y Anawalt (eds), Codex Mendoza, cit., vol. 2, p. XII. 103 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V referirse a edificios, como en el caso del fol. 19r en el que el pictograma que representa el templo de huitznáhuac24 en la parcialidad de Teopan (Tenochtitlan) aparece acompañado de la leyenda en castellano «mezquita huiznahuac» (fig. 2). En el fol. 61r encontramos una escena más interesante. En ella se representan algunos aspectos de la educación de la nobleza mexica, por la cual, como dice el texto del Mendoza, se enviaba a los jóvenes nobles de quince años, dependiendo de sus inclinaciones, bien al templo, para su educación como sacerdotes, o bien al calmécac, una escuela en la que se enseñaban diferentes disciplinas orientadas sobre todo a la formación para el gobierno y la guerra (fig. 3). En este pictograma, el comentarista junto a la representa- 24 R. ROVIRA MORGADO, Huitznáhuac: ritual político y administración segmentaria en el centro de la parcialidad de Teopan (Mexico-Tenochtitlan), en «Estudios Cultura Náhuatl», nº 41, 2010, pp. 41-64. fig. 2 «mezquita huiznahuac». Códice Mendoza, 1541, fol. 19r (detalle). ©Oxford, bodleian library, MS. Arch. Selden. A. 1. (CC by 4.0). 104 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés ción de un calmécac, añade «mezquita que llamaban calmecac», y, junto a la figura de un tlamacazqui–sacerdote–, «tlamcazqui que es alfaqui mayor» (fig. 4). El término castellano «alfaquí», derivado del árabe «al-faqīh», se empleaba comúnmente desde la Edad Media, en sus diferentes formas tanto en latín como en las lenguas romances de la Península Ibérica, como un trasunto del sacerdote cristiano, puesto que, aunque sin ser en puridad un sacerdocio en el mundo islámico, definía a un doctor de la ley islámica (la Fiqh) que, además de las jurídicas y teológicas, cumplía normalmente funciones de portavocía de la aljama de la localidad y de dirección del culto en su mezquita mayor. En cualquier caso, el aspecto quizá más interesante del Códice Mendoza es que, al final del texto explicativo en castellano, una mano distinta, pero probablemente en el mismo momento, añade un muy elocuente comentario final de fig. 3. Pictograma sobre la educación de los jóvenes mexicas. Códice Mendoza, 1541, fol. 61r (detalle). © Oxford, bodleian library, MS. Arch. Selden. A. 1. (CC by 4.0). 105 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V enorme interés desde el punto de vista de este trabajo: «El estilo grosero e ynterpretaçion de lo figurado en esta ystoria supla el letor porque no se dio lugar al ynterpretador de nyngun vagar y como cosa no acordada ny pensada se ynterpreto a uso de proçeso. Ansi mysmo en donde ban nonbrados alfaqui mayor y alfaqui noviçio fue ynadbertençia del ynterpretador poner tales nonbres que son moriscos. Ase de entender por el alfaqui mayor saçerdote mayor y por el nobiçio saçerdote noviçio. y donde ban nombradas mezquitas ase de entender por tenplos. Diez dias antes de la partida de la flota se dio al ynterpretador esta ystoria para que la ynterpretase el qual descuydo fue de los yndios que acordaron tarde y como cosa de corrida no se tuvo punto en el estilo que convenia ynterpretarse ny se dio lugar para que se sacara en linpio limando los bocablos y orden que convenya. y aunque las ynterpretaçiones ban toscas fig. 4. tlamcazqui, que es alfaqui mayor» «mezquita, que llamaban calmecac». Códice Mendoza, 1541, fol. 61r (detalle). © Oxford, bodleian library, MS. Arch. Selden. A. 1. (CC by 4.0). 112 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés un fenómeno que volvemos a encontrar en algunos de los primeros manuscritos novohispanos. Es el caso del Códice Yanhuitlán, elaborado por nativos hacia 155037, el cual recoge, a grandes rasgos, una descripción del conflicto que estalla hacia 1544- 1546 entre la orden de los dominicos y el cacique local, Domingo de Guzmán (sic), con el proceso de construcción del convento de Santo Domingo de yanhuitlán de fondo38. Los dominicos se instalan en la localidad a principios de la década de 1540, utilizando con toda probabilidad una edificación anterior en primer momento, no comenzando la nueva obra hasta después de 1550. En el fol. 3r del Códice Yanhuitlán se representa la iglesia del pueblo antes de la construcción del nuevo convento, en la cual se aprecia una construcción anterior en piedra con una gran torre a la que se le ha añadido un campanario de madera y una cruz sobre él. El empleo de elementos decorativos o simbólicos con el ánimo de resignificar los espacios religiosos o ceremoniales fue, por tanto, una operación común en México. hay no obstante un caso de particular interés, por tratarse de un elemento con el cual se buscaba interpelar tanto a la tradición constructiva local como a la ibérica de origen andalusí. Me refiero al empleo habitual de almenas en muchas de las primeras iglesias construidas en la Nueva España. Por una parte, el empleo de almenas para coronar la parte exterior de naves y ábsides de las iglesias es un fenó- 37 biblioteca histórica de la benemérita universidad Autónoma de Puebla (buAP), Puebla, Códice Yanhuitlán, c. 1550. un estudio y copia facsimilar en M.T. SEPÚLVEDA, Códice de Yanhuitlán, México, Instituto Nacional de Antropología e historia - benemérita universidad Autónoma de Puebla, 1994. 38 Sobre la historia constructiva del convento A. FRASSANI, The Church and Convento of Santo Domingo Yanhuitlan, Oaxaca: Art, Politics, and Religion in a Mixtec Village, Sixteenth Through Eighteenth Centuries [Tesis doctoral], City university of New york, 2009; A. FRASSANI, El centro monumental de Yanhuitlán y su arquitectura: un proceso histórico y ritual, en «Desacatos. Revista de ciencias Sociales», nº 42, 2013, pp. 145-160. 113 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V meno cuyo origen podemos situar en la Sevilla posterior a la conquista cristiana en 1248. Los muros perimetrales de la antigua aljama sevillana las tenían39, y, al conservarse después de su remodelación en los siglos XV-XVI en la fachada del patio a la calle Alemanes (fig. 5), una de las principales entradas a la iglesia, acabaron convirtiéndose en parte de su imagen identificativa. Esta imagen del muro con el remate almenado sería imitada, especialmente a partir del siglo XIV, en multitud de parroquias de barrio y otras iglesias de la diócesis (fig. 6). Siendo Sevilla nodo principal del tráfico de personas y mercancías con América en el siglo XVI, es lógico que sus iglesias jugaran un papel importante como modelos a la hora de construir en territorio novohispano. Por otra parte, 39 Para hacerse una idea general del estado original de la mezquita mayor de Sevilla véanse, entre otros trabajos, A. JIMÉNEz MARTíN, Notas sobre la mezquita mayor de la Sevilla almohade, en «Artigrama», nº 22, 2007, pp. 131-153; A. ALMAGRO GORbEA, De mezquita a catedral. Una adaptación imposible, en La piedra postrera. V Centenario de la conclusión de la catedral de Sevilla, editado por A. Jiménez, Sevilla, Tvrris Fortissima, 2007, pp. 13-46. fig. 5. Sevilla, Fachada de la Catedral a la calle Cardenal Carlos Amigo (fotografia Carlos Plaza). 114 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés sabemos que los edificios religiosos y ceremoniales de los pueblos maya y mexica se remataban en época prehispánica con elementos decorativos seriados, probablemente de carácter simbólico, y de formas muy diversas, que se parecían en gran medida tanto a las almenas de origen andalusí como a las cresterías de la arquitectura europea de finales del siglo XV. Los encontramos tanto en territorio maya40, como en el 40 A. bENAVIDES CASTILLO, Algunos ejemplos de almenas mayas, Fig. 6 Sevilla, ábside de la iglesia de ómnium Sanctorum, ss. XIV-XV (fotografia Carlos Plaza). 115 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V mexica41, donde, por ejemplo, se localizaron en 2008 una serie de siete almenas pertenecientes al antiguo calmécac de Tenochtitlan bajo el actual edificio del en «Arqueología», nº 51, 2016, pp. 189-197; A. bENAVIDES CASTILLO, Las cresterías mayas, en «Estudios de Cultura Maya», nº 57, 2021, pp. 31-54. 41 G. RAMíREz ACEVEDO, Las almenas prehispánicas: restos de los elementos de la decoración de la arquitectura mexica, en Investigaciones en Salvamento Arqueológico. Vol. II, México, INAh, 1987, pp. 37-50. fig. 7. uno de los «merlones» de las almenas del antiguo calmécac de Tenochtitlan, mediados del s. XV. Ciudad de México, Museo del Centro Cultural de España en México (Wikimedia Commons). 116 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés Centro Cultural de España en México42(fig. 7). Aparecen también con frecuencia en las representaciones pictóricas de los códices, como en el ya mencionado calmécac del Códice Mendoza (fig. 4), o en la ilustración de la destrucción de un templo en Tlaxcala por los franciscanos en el códice de la Historia de Tlaxcala de Diego Muñoz Camargo (c. 1585)43. En definitiva, se trataba de un elemento que, a la vez que reproducía una tradición constructiva secular del Sur de la Península Ibérica, con origen en la arquitectura de al-Andalus, podía resonar en la cultura visual de los pueblos maya y mexica. Para finalizar, me referiré brevemente a un tipo de construcción religiosa de los primeros tiempos de la colonización que ha sido tratado con cierta frecuencia por la historiografía, pero cuyo análisis en profundidad, por no extenderme más, dejo para otra ocasión. hablo de las conocidas como «capillas de naturales», y a su pretendido origen tipológico en las mezquitas andalusíes convertidas en iglesias. Algunos de los más importantes estudiosos del arte y la arquitectura mexicana del siglo XVI, desde Manuel Toussaint, George Kubler y John McAndrew, hasta John F. Moffitt, o Gauvin A. bailey44, han sugerido 42 R. bARRERA RODRíGuEz, y G. LóPEz ARENAS, Hallazgos en el recinto ceremonial de Tenochtitlan, «Arqueología Mexicana», nº 93, 2008, pp. 18-25. 43 Glasgow university Library (GuL), D. MuÑOz CAMARGO, Historia de Tlaxcala, c. 1585, Ms. hunter 242, fol. 240v. 44 El tema viene siendo estudiado desde M. TOuSSAINT, Arte mudéjar en América, México, Porrúa, 1946; G. KubLER, Arquitectura mexicana del siglo XVI, México, Fondo de Cultura Económica, 1982 [1948], pp. 317-430; y J. McANDREW, The Open-Air Churches of Sixteenth-Century Mexico. Atrios, Posas, Open Chapels, and Other Studies, Cambridge, MA, harvard university Press, 1965, pp. 368-417; hasta los algo más recientes trabajos de J.F. MOFFITT, The Islamic Design Module in Latin America. Proportionality and the Techniques of Neo-Mudejar Architecture, Jefferson, NC, McFarland, 2004, pp. 143-158; o G.A. bAILEy, Art of Colonial Latin America, Londres y Nueva york, Phaidon, 2005, pp. 218-220. 117 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V repetidamente, aunque con escasa argumentación, que el origen de este tipo de capillas de estructuras más o menos abiertas y destinadas a los neófitos, como la desaparecida de San José de los Naturales en el convento de San Francisco de México o la Capilla Real de Naturales del convento de San Gabriel de Cholula (fig. 8), se encontraría en las mezquitas andalusíes tan familiares a los colonizadores dadas las coincidencias estructurales. El caso es que, más allá de la coincidencia en el tipo de planta de tendencia rectangular o cuadrada, y la estructura hipóstila, que bien podrían haber sido tomadas de otras fuentes45, en la conquista y cristianización de al-An- 45 una disposición que, por cierto, aparece en algunos tratados italianos de arquitectura de la primera mitad siglo XVI, como en el célebre edificio de las «cento colonne» del Libro Terzo de Sebastiano Serlio (1540), fol. C, el cual disfrutó, como es sabido, de una amplísima difusión tanto en la vieja como en la Nueva España. McANDREW, The Open-Air Churches, cit., pp. 392- 393, aunque no le dé mucho crédito y tache a Serlio, en mi opifig. 8. Cholula, Capilla Real de Naturales en San Gabriel (Wikimedia Commons). 118 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 LUIS RUEDA GALÁN Las «mezquitas» de Hernán Cortés dalus de los siglos XI al XV no conocemos ni un precedente en el que se empleara el ṣaḥn –patio– de una mezquita, o para el caso cualquier parte de la misma, con esta función evangelizadora de los musulmanes andalusíes, puesto que, al contrario que en la Nueva España, nunca hubo necesidad de congregar a grandes masas de población. Las mezquitas convertidas en la Península Ibérica nunca funcionaron como centros a los cuales atraer o seducir a los musulmanes para la conversión, sino que fueron enajenadas, resignificadas e incorporadas al tejido de catedrales e iglesias parroquiales de los reinos cristianos. En relación con la conquista y sometimiento de la población andalusí, sirvieron sobre todo como un símbolo de poder y de victoria sobre el islam. Sus interiores fueron modificados para atender a las necesidades litúrgicas del cristianismo primero, y luego sustituidas gradualmente casi todas desde principios del siglo XV por nuevos edificios de tradición cristiana. Por ello los colonizadores españoles de México a principios del siglo XVI, más allá del ejemplo de la Mezquita de Córdoba, no disponían apenas de paralelos en la Península que les sirvieran de modelo en el diseño espacial de las capillas abiertas o las de naturales, ni en lo formal ni en lo funcional. A mi modo de ver, las capillas de naturales fueron resultado de una solución original y de diseño local para dar respuesta a una masa de población a convertir mucho mayor de la que nunca hubo en el ámbito ibérico, ni siquiera tras la conquista de Granada en 1492. nión sin fundamento si hablamos de arquitectura hispánica del XVI, de «fuente exótica», tiene en cuenta este ejemplo como posible origen de la tipología de las capillas de naturales. 119 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Introduction With the coronation of a Flemish-born Spanish king as holy Roman Emperor in 1520, a nation recently unified under the Catholic Monarchs became one of many states under the vast and multicultural Spanish habsburg empire. Within this empire, Spanish interests aligned with those of the Italians culturally, economically, and politically in their shared quest for control over the Mediterranean. Palaces built in Spain and Italy by Charles V and his allies attest to this mutual interest. Decorated with grotesques and scenes of naval battle, these spaces gave visual form to the geopolitical union between Spain and Italy. This study examines the role of drawings and their itinerant makers as instruments of Charles V’s empire. Dispersed between the Metropolitan Museum of Art, the Masson collection of the École des beaux-Arts, and the university of Michigan Museum of Art is a set of twenty-six grotesque drawings attributed to the Spanish painter Andrés de Melgar. Annotated «Julio»and «flamenco»in the same hand, the artist depicts terms and caryatids, satyrs entwined in strapwork, swags, and canopies, hybrid beasts, and monstrous masks. Attributions remain tenuous. What is certain, however, is that the drawings were executed by an anonymous draftsman perpetuating and transforming a tradition of all’antica fresco painting developed in Rome and Granada. As intermediaries uniting imperial sites and their patrons, they provide a unique opportunity to examine the visual language of Charles V’s empire Angel Jiang university of New Mexico Art Museum Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire 120 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire and the role of artists in its construction1. The Drawings In 1952, Janoz Scholz sold twenty-two sheets of Spanish ornament drawings to the Metropolitan Museum of Art as part of a group of around 300 mostly sixteenth- and seventh-century Italian works. Four other drawings have since been associated with the group. Following the publication of the university of Michigan’s catalogue of architecture and ornament drawings in 1965, Scholz identified a drawing at Ann Arbor attributed to a follower of Nicoletto Rosex da Modena as belonging to the Metropolitan group2. Nicole Dacos identified two additional drawings in the Masson Collection at the Ecole des beaux-Arts in Paris, and another in an unspecified private collection; in 1997, she attributed the entire group to the Spanish painter Andrés de Melgar3. An unpublished anonymous drawing at the Metropolitan Museum of Art, which was initially catalogued as the work of an anonymous Italian, can also be associated with this set4. Drawn on laid paper 1Research for this article was conducted with the support of a Jane and Morgan Whitney Fellowship at the Metropolitan Museum of Art. It also benefited from participation in the Getty workshop, habsburgs in Tunis (1535–1574): The Conquest (Fath) of Tunis and New Mediterranean Order, the first of the black Mediterranean / Mediterraneo Nero, Connecting Art histories Initiative sponsored by the Getty Foundation. 2R. WuNDER, Architectural and Ornament Drawings of the 16th to the Early 19th Centuries in the Collection of the University of Michigan Museum of Art, university of Michigan, Ann Arbor 1965; J. SChOLz, Agostino Mitelli Drawings and Architectural and Ornamental Drawings, in «The Art Quarterly», 29, n. 2, 1966, pp. 162-163. 3N. DACOS, Giulio Aquili, Andres de Melgar et leurs grotesques: Rome, Valladolid, Santo Domingo de la Calzada, in «Dialoghi di storia dell’arte», 1997, 4/5, pp. 24-33. 4This drawing, MMA 52.570.168, was not published by Dacos or Fernando Marías, who discusses the rest of the set in F. Marías, F. Pereda (eds),Carlos V: Las armas y letras, Sociedad Estatal para 121 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V in primarily pen and shades of brown ink, these twenty-six sheets belonged to a now dismembered sketchbook executed by mainly one hand over time5. Most of the pages, which are densely populated with fantastical creatures and classicizing subjects, have been heavily worked over, yet the artist’s sketches vary in technique, ink, and finish. While it is impossible to reconstruct the original order of the sketchbook, several subgroups can be identified. The focus of this study is the first and largest set comprised of all’antica grotesques and inscribed with the name «Julio»—an artist whose identity can be conjectured through examination of the drawings themselves6. «Julio»in Rome Many of the subjects labeled «Julio»derive from the work of artists at the Vatican Loggia (c. 1519), Loggetta (1516-17), and Stuffeta (1516). Raphael first incorporated grotesques modeled on the Domus Aurea in Cardinal bibbiena’s apartment, of which the Stufetta, which was inspired by ancient Roman calidaria, and a small loggia, now referred to as the Loggetta, survive7. Raphael adapted the grotesques developed at the Loggetta for the adjacent Vatican Loggia, an open-air corridor that once displayed ancient sculptures8. bands of hanging garlands and la Conmemoración de los Centenarios de Felipe II y Carlos V, Granada 2000, pp. 425-431. The Metropolitan Museum of Art has since attributed this drawing to Andrés de Melgar. 5For further study of the drawings, see A. JIANG, In the Manner of Silversmiths: Architecture, Ornament, and the Plateresque in Renaissance Spain, PhD diss., Columbia university 2023. 6A second series consists of candelabra designs that incorporate the ornamental vocabulary of Fontainebleau. A third series of fantastical creatures, satyrs, and masks are inventive interpretations of designs by Cornelis Floris and Cornelis bos. 7N. DACOS, The Loggia of Raphael: A Vatican Art Treasure, Abbeville Press Publishers, New york 2008, pp. 29-33. 8On the Loggia, see EAD., The Loggia of Raphael, cit. and S. bORGhINI et al. (eds), Raffaello e la Domus Aurea: L’invenzione delle grottesche, Electa, Milan 2020. 128 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire most famously, the construction of a monumental palace designed by the architect Pedro Machuca21. In addition to building a new palace, Machuca also renovated the Nasrid fabric, which included the fourteenth-century Torre de Abdul Abu l-hayyay/ hachach located a short distance from the Arab baths of the Alhambra. Surrounded on three sides by miradors, the top floor of tower offered a space to enjoy the breeze and overlook the reconquered Albaicín, or old Muslim quarter. The most substantial change took form in the creation of the Peinador de la Reina, or Queen’s Dressing Room, where smoking spices emanated from a perforated marble burner, thus earning the room the name la Estufa, or stove22. This area was further subdivided into two spaces: the loggia and Sala de Faetón (hall of Phaethon), and the Sala de Túnez (hall of Tunis), both of which derive their names from the subjects depicted on their walls. Supported by assistants, Giulio Aquili and Alexander Mayner executed the frescoes of the Peinador de la Reina between 1539 to 154623 (fig. 4). Giulio focused on translating the grotesque decoration of ancient and modern Rome to this new space. First, the Peinador de la Reina’s walls reproduced those of bibbiena’s Stufetta, both of which are both covered in red ground and black and gold Alhambra, and the Islamic Past, in «Sixteenth Century Journal», 4, 2021, pp. 1063-1099. 21 Manfredo Tafuri attributes the palace to Giulio Romano, see: M. TAFuRI, The Granada of Charles V, in ID., Interpreting the Renaissance: Princes, Cities, Architects, translated by D. Sherer, yale university Press, New haven and London 2006, pp. 181-218. 22 R. LóPEz TORRIJOS, Los grutescos de Rafael y Udine en la pintura Española. La estufa y la loggia de Carlos V, in «Storia dell’arte», 60, 1987, pp. 171. 23 LóPEz, Los grutescos de Rafael y Udine, cit., pp. 173-174. Essential essays on construction, decoration, and restoration of the Peinador de la Reina were published in the «Cuadernos de la Alhambra», 42, 2007 («Monográfico sobre el Peinador de la Reina»). 129 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V details. Second, he adopts Giovanni da udine’s sensitive observations of nature, many of which (such as American birds and ears of corn) can also be found in the Loggetta. The artist of the Spanish ornament drawings replicates candelabra, friezes, and other elements found in the Peinador de la Reina on multiple occasions. Moreover, in addition to noting similar colors (red and black), he alludes to the presence of smoking perfumes in the room with plumes that emanate from vases resembling those found in the decoration of the Estufa (fig. 5). The Spanish ornament drawings, however, also contain motifs drawn from an intermediary between Rome and Granada. As Dacos noted, the Metropolitan drawings suggest Giulio’s involvement in another project by artists in this circle: Perino del fig. 4. Giulio de Aquili, Alexander Mayner, and assistants, Sala de Túnez, Alhambra, Granada, 1540-1546. 130 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire Vaga’s decoration of Andrea Doria’s palace in Genoa24. This commission, located in a city at the heart of Spanish-Italian exchange, provides the missing link between Giulio’s training and his Spanish works, and a model for how and why artists transmitted grotesques throughout the Spanish empire. Genoa In 1530, Charles V visited Genoa, the final stop in his journey through Italy following his coronation as holy Roman Emperor. In September 1528, Doria, who had previously fought for the French, changed 24 DACOS, GiulioAquili, Andrés de Melgar, et leurs grotesques, cit., p. 29. fig. 5. Attributed to Andrés de Melgar, Term with a marine creature and putto, ca. 1545-1560, pen and gray-brown ink, 33.5 × 23.5 cm, © New york, Metropolitan Museum of Art (52.570.315). 131 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V allegiances and formally entered the service of emperor Charles V25. It was with his role as the emperor’s «Castilian arm of the Mediterranean»that he gained renown as a defender against the Turks26. Amidst ongoing power struggles with the Ottoman Empire, Charles V made his triumphal entry into Genoa on March 28, 1533. he arrived from the outskirts of the city, where he would stay at Andrea Doria’s suburban villa at Fassolo until April 9, 1533, accompanied by his secretary, Francisco de los Cobos27. Andrea Doria’s palace, Villa Doria or the Palazzo del Principe, was the centerpiece of the admiral’s artistic patronage and self-fashioning28. between 1528 and 25 In 1525, Doria joined King Francis I’s efforts to defend Marseille against Charles V. Displeased with his pay, he changed allegiances when his contract with Francis I expired in July 1528 during the French king’s attempt to reconquer Naples. See S.A. EPSTEIN, Genoa and the Genoese, The university of North Carolina Press, Chapel hill 1996, pp. 325-327, 958-1528; T.A. KIRK, Genoa and the Sea: Policy and Power in an Early Modern Maritime Republic, 1559-1684, Johns hopkins university Press, baltimore 2005, p. 19. 26 bastien Carpentier describes Doria and the Genoese as «Le bras armé des Castillans en Méditerean» in Andrea Doria (1466, Oneglia-1560), in G. buti, Ph. hrodej (eds), Dictionnaire des corsaires et pirates, CNRS Editions, Paris 2013, p. 215. 27 On Charles V’s visit to Genoa, including discussions of Perino del Vaga’s drawings of the triumphal arch, see L. STAGNO, Sovrani spagnoli a Genova: entrate trionfali e ‘hospitaggi’ in casa Doria, in Genova e la Spagna. Opere, artisti, committenti, collezionisti, edited by P. boccardo et al., Silvana editoriale, Milan 2002, pp. 73-79. 28 Literature on Doria’s artistic patronage is vast. For key studies, see E. PARMA ARMANI, Perino del Vaga: l’anello mancante: studi sul manierismo, Sagep, Genoa, 1986; G. GORSE, La ‘corte’ di Andrea Doria a Genova, in Arte, committenza ed economia a Roma e nelle corti del Rinascimento 1420-1530, edited by A. Esch, C.L. Frommel, Einaudi, Turin 1995, pp. 255-271; Perino del Vaga tra Raffaello e Michelangelo, edited by E. Parma, Electa, Milan, 2001; L. STAGNO, Committenze artistiche tra Genova e Loano: Giovanni Andrea I e Andrea II Doria, in Gli Orsini e i Savelli nella Roma dei papi. Arte e mecenatismo di antichi casati dal feudo 132 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire 1533, Doria hired Perino del Vaga, who had fled Rome during the Sack of 1527, to execute a fresco cycle featuring mythological subjects and allegorical representations of Doria as general of the sea29. The majority of the works were likely completed by the time Charles V and his entourage visited in 153330. At the very least, Perino and his assistants had likely completed the fresco of the Fall of the Giants located in the same room as the emperor’s throne31. The emperor’s presence in Genoa was significant, for Doria’s role as the general defending the Mediterranean against Ottoman incursion represented a pivotal moment in his career and key feature of his biography32. While Doria’s artistic program, on the one hand, served as a form of habsburg propaganda in Genoa, Charles V and his associates also took inspiration from Palazzo Doria. The drawings at the Metropolitan Museum of Art help corroborate the hypothesis formed by Dacos that Giulio Aquili and Alexander Mayner trained in Perino del Vaga’s circle in Genoa, and were hired following the emperor’s stay at Palazzo Doria33. A motif elaborated by the Spanish alle corti barocche europee. Confronti e prospettive, proceedings of the conference (Rome, June 9-10, 2016), Silvana editoriale, Milan 2017, pp. 477-492; P. bOCCARDO, Andrea Doria e le arti: committenza e mecenatismo a Genova nel Rinascimento, Palombi, Rome 1989, pp. 166-170; C. ALTAVISTA, La residenza di Andrea Doria a Fassolo: il cantiere di un palazzo di villa genovese nel Rinascimento, Franco Angeli, Milan 2013. 29 G. LELLI-MAMI, Perino del Vaga, fiorentino, ‘eccellentissimo pittore e molto ingegnoso’, in «Studi Romagnoli», 45, 1994, p. 259. 30 b.F. DAVIDSON, Drawings by Perino del Vaga for the Palazzo Doria, Genoa, in «The art bulletin», 41, 1959, 4, pp. 315-316. 31 STAGNO, Sovrani spagnoli a Genova, cit., p. 77. 32 I. STAGNO, Triumphing over the Enemy. References to the Turks as Part of Andrea, Giannettino and Giovanni Andrea Doria’s Artistic Patronage and Public Image,in «Il Capitale culturale, Supplementi»6, 2017, p. 158. 33 DACOS, Giulio Aquili, Andrés de Melgar et leurs grotesques, cit., pp. 99-101; MARTíNEz, La trayectoria italiana, cit., p. 15. 133 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V draftsman and likely derived from Palazzo Doria is the figure of Diana of Ephesus, an ancient figure known in the time of Leo X through Roman replicas displayed at the Vatican Loggia34. She appears as an ornamental motif at the Loggia in the fresco ornamentation of the sixth bay35. At Palazzo Doria, Diana is similarly used as a motif in the building’s decorative program, appearing, for example, in the stucco decoration of the Loggia degli Eroi. On a grander scale, the figure was the subject of one of approximately 200 tapestries designed by Perino del Vaga (fig. 6)36. Though the Diana tapestry is the only one in Doria’s inventory dedicated explicitly to the goddess, she nevertheless appears to have been associated with the palace. The anonymous draftsman of the grotesque drawings that were once part of the Cesare da Sesto album depicts two versions of the goddess on a sheet labeled «Genua» (Genoa): one at the center, surrounded by robed and winged figures (and crossed out), and another to the far left, standing atop a pedestal with winged creatures (likely griffons) at its base (fig. 7). Labeled simply with geographic indicators, drawings by this artist refer to contemporary buildings and prints made after them37. The version on the left resembles the Diana used in the Doria tapestry and derived initially from the Vatican Loggia; the artist’s inscription of «Genua»clarifies the referent. 34 A period source describes «una idea della Natura quale è la statua della loggia, con duoi cane appreso», referring to the statue. J. FLETChER, Marcantonio Michiel: His Friends and Collection, in «The burlington Magazine», 123, 1981, p. 456. 35 DACOS, The Loggia of Raphael, cit., pp. 44-45. 36 bOCCARDO, Andrea Doria e le arte: committenza e mecenatismo a Genova nel Rinascimento, cit., pp. 166-170. 37 Morgan Library & Museum, New york, inv. II, 26a, 28a, 29a are inscribed with «Roma», «Florentia», «Genua», «Cremona», and «Tridenti». For II, 27a, the Genoa sheet, see <https://www. themorgan.org/drawings/item/220912>(last accessed 28 February 2023). 134 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire A version of Diana of Ephesus informed by both of these examples was, in turn, depicted by Giulio de Aquili at the Peinador de la Reina. Two highly deteriorated fragments remain38. The draftsman of the Spanish ornament drawings appears to have encountered variations on Diana of Ephesus found at the Alhambra, the Vatican, and Palazzo Doria. On a sheet shared with a seated figure and two monsters labeled «flamenco», the artist devises his own Diana. 38 For a digital reconstruction, see J.M. ASuNCIóN, R. MARíN VIADEL, Pinturas murals de la habitación del emperador Carlos V en la Alhambra: una hipótesis visual, Editorial de la universidad de Granada, Granada 2021, pp. 160-173. fig. 6. Diana of Ephesus, after a cartoon by Perino del Vaga, tapestry woven in brussels for the palace of Andrea Doria of Genoa, 1545, Stockholm, Nationalmuseum. bjoertvedt, CC by-SA 3.0 (Wikimedia Commons). 135 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Like the Doria versions, both hold objects, and wear wrapped headpieces. he removes her attribute of multiple breasts, and replaces her stags with dogs, but retains the shroud used at Vatican and again in the stucco ornamentation of Palazzo Doria (fig. 8). The artist adopts the same placement of animals on stairs found at Palazzo Doria, suggesting the possible use of this configuration at the Alhambra. Inscriptions by her head – «de Julio»and «Julio todo»– indicate the reinterpretation of the motif designed by Giulio for a commission in Spain. Comparison between the Spanish artist’s annotations and drawings by Italian artists assisting Perino del Vaga at Palazzo Doria provides additional fig. 7. Italian School, verso: Sheet of Grotesques with a Dragon, ca. 1538-1547, pen and dark brown ink, over red chalk, on paper, 15.9 x 10.9 cm, © New york, Morgan Library & Museum (II, 27a). Photographic credit: The Morgan Library & Museum, New york. 136 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire evidence of a shared practice. The annotations communicate a key type of information: color. Similar annotations are found throughout Perino del Vaga’s sketch for a frieze and ceiling at the Victoria and Albert Museum (E.613-1922), which is inscribed «colori»and «stucco»twice. his assistants employed a practice that is nearly identical to that of the Spanish artist’s. In a study of a fragment of wall decoration at the Metropolitan Museum of Art (1975.1.334) by Luzio Romano, a Roman painter and stuccatore employed at Palazzo Doria, the artist inscribes «campo rosso», «nero», «verde», «azzuro», «giallo», and «biancho»in fields containing grotesques and mythological figures (fig. 9). While not fig. 8. Attributed to Andrés de Melgar, Female Term, seated figure, and fantastical creature (recto), ca. 1545-1560, pen and graybrown ink on off-white paper, 33.5 x 23.0 cm, © New york, Metropolitan Museum of Art (52.570.316). 137 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V necessarily unique, the anonymous Spanish artist’s use of similar annotations suggests his familiarity with this practice. This Spanish interest in the decor of both Genoese and Roman palaces and resonance between Spanish and Italian artistic practices is significant, for it indicates the presence of a shared visual language in two interdependent places. On the one hand, the Spanish granted the Genoese a network to extend their mercantile empire across Europe; on the other, the Genoese provided the Iberian monarchs the financing necessary to continue their imperial expansion in Europe and the Mediterranean under Phillip II39. Their symbiotic relationship would be put 39 braudel proposed that the Genoese influenced Spanish politics with their control of the banking system. F. bRAuDEL,The Mediterranean and the Mediterranean World in the Age of Philip fig. 9. Luzio Romano, Design for a Grotesque Decoration, ca. 1543-1545, pen and brown ink, brown wash, 27.3 x 22.4 cm, © New york, Metropolitan Museum of Art (1975.1.334). 144 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire At the same time, he developed a relationship with Andrea Doria, whom he accompanied on trips to Spanish coasts in 1530, and visited in Genoa in 1532 and 153660. Five years later, Don álvaro played a key role in the 1535 Conquest of Tunis by leading the Spanish galleys on behalf of the emperor alongside Doria’s Genoese fleet. No stranger to the Genoese, Don álvaro took direct inspiration from Palazzo Doria when it was time to build his own residence. In 1536, in the immediate aftermath of the battle, he issued contracts detailing the purchase of materials and sculptural pieces from Genoa for the construction of a palace in Granada modeled on Palazzo Doria61. The project stalled and never came to fruition. Genoa’s influence would instead survive through the palace renovated by his descendants. In 1538, Don álvaro purchased the señorio of El Viso y Santa Cruz, and moved into the casas del palacio in El Viso62. When his son, álvaro de bazán «El Mozo», inherited the palace, he similarly renovated it with a decorative program centered on mythological subjects and depictions of territories of the Mediterranean under Phillip II. From 1581 to 1586, the artist Giovanni battista Perolli, whom Antonio Mohedano assisted, served as Master of Works overseeing an elaborate program of stucco, fresco, and marble decoration63. In the galleries of the patio, the artists executed a cursus honorum of álvaro de bazan from the capture of English ships in Marbella to journeys to Tunis and Tangier and the Italian cities of bologna, Genoa, Naples, Rome, Venice, Messina, and Milan64. The 60 Ivi, p. 30. 61 LóPEz, Las casas de la familia Bazán en Granada, in «Archivo Español de Arte», 79, n. 313, 2006, pp. 23-42. 62 LóPEz, Entre España y Génova, cit., p. 42. 63 A. buSTAMENTE, F. MARíAS, La estela de El Viso del Marqués, Esteban Peroli, in «Archivo Español de Arte», 55, n. 218, 1982, p. 174. 64 LóPEz, En un lugar en la Mancha, cit., pp. 163–198. 145 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V second of four naval battles — the Tunis scene — depicts events associated with the 1573 Conquest of Tunis in which John of Austria, the half-brother of Phillip II and commander of the holy League, recaptured Tunis from the Ottomans for a shortlived victory until the Ottomans reconquered the city just a year later. In a recapitulation of events, Don álvaro de bazán provided support to John of Austria – a moment commemorated in a scene depicting Don álvaro de bazán handing him the keys to the city, with Tunis’ city walls and Spanish fortifications visible in the background (fig. 10)65. 65 I. RODRíGuEz MOyA, La ciudad en los frescoes del Palacio de El Viso del Marqués, in El Sueño de Eneas: Imágenes utópicas de la ciudad, edited by V. Mínguez, I. Rodríguez, V. zuriaga, unifig. 10. Giovanni battista Perolli, Stefano Perolli, and others, Journey to Tunis, Palacio del Viso del Marqués del Viso, fresco, completed by 1575. (Photo by Santiago Abella). 146 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire The Melgar attribution The artist of the Spanish ornament drawings was a direct product and agent of the cultural and political alliance between Rome, Genoa, and Granada established by Charles V. A question remains: who made the drawings? Dacos based her attribution of the drawings to Andrés de Melgar on her observation of visual similarities between the drawings and the grotesque decoration of the retable of Santo Domingo de la Calzada66. Dacos believes Melgar copied the designs sometime after 1539 from a lost taccuino created by Aquili and Mayner for the palace of Francisco de los Cobos in Valladolid67. As Fernando Marías rightly points out, her proposed dates weaken her attribution, as Melgar was already in Santo Domingo de la Calzada in 153968. Moreover, the retable’s grotesques are hardly unique69. Despite chronological problems, a lack of secure versitat Jaume I, biblioteca Valenciana, Valencia 2009, pp. 89- 120. 66 DACOS, Giulio Aquili, Andres de Melgar et leurs grotesques, cit., 26-27. Melgar, a painter from benavente who worked for Alonso berruguete, is named in the retable’s documentation as an estofador in 1539. T. RAMíREz PASCuAL, La construcción del retablo mayor de Santo Domingo de la Calzada, in Damián Forment escultor renacentista. Retablo mayor de la Catedral de Santo Domingo de la Calzada, Diputación Provincial de zaragoza, zaragoza 1996, pp. 49-72: 56. For the archival documents, see J.G. MOyA VALGAÑON, Documentos para la historia del arte del archivo catedral de Santo Domingo de la Calzada (1443-1563), Instituto de Estudios Riojanos, Logroño 1986. 67 N. DACOS, ‘Julio y Alejandro’: Grutescos italianos y cartografía flamenca en el Peinador de la Reina, in «Cuadernos de la Alhambra», 42, 2007, p. 102. 68 MARíAS, Dibujos de grutescos, cit., p. 431, note 8. 69 Similar examples can be found on the retable of the Capilla de Sancti Spiritus in Onati, executed by Gaspar de Tordesillas, Jerónimo Rodríguez, and Cristóbal de bustamante. For illustrations, see P. EChEVERRíA GOÑI,X. MARTIARENA LASA, Retablo de la Capilla de la Universidad de Oñati: historia y restauración, Diputación Foral de Gipuzkoa, Donostia-San Sebastián 2006. 147 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V evidence, and the ubiquity of the grotesque in this period, the Melgar attribution has been upheld by subsequent historians, and used as the basis for further attributions70. There is a simpler explanation: that a follower of Giulio de Aquili studied Aquili’s grotesques in preparation for another building decorated in this manner71. While Nuria Martínez Jiménez believes that the «Melgar» drawings were preparatory sketches for the Peinador de la Reina intended to be adapted into full-scale cartoons, their annotations strengthen the hypothesis that the drawings represent experimental material72. The artist has taken great care to note and critique the compositions, revealing that the drawings have been workshopped with a critical eye: on one sheet (52.570.331v), he writes («este mascarón a de ser mejor dibuxado y más feo y a de ser bisoxo [bizco]» («this mask should be drawn better and be more ugly and should be cross-eyed»). Other reflective remarks similarly suggest that the artist was revising his inventions73. As Marías notes, in addition to Francisco de los Cobos’ palaces in Valladolid and Úbeda, there must have been a number of other grand residences decorated with mural painting by followers of Aquili and Mayner who were trained at the Alhambra74. Collaborators, 70 See M.C. hEREDIA MORENO, Dibujos de Alonso Berruguete, Julio Aquiles y Andrés de Melgar en la Fundación Lazaro Galdiano, in «Goya», 306, 2005, pp. 132-144. 71 Dacos hypothesized that the drawings provide the only, albeit partial, visual evidence of the palace of Francisco de los Cobos. DACOS, ‘Julio y Alejandro’, cit., p. 102. 72 MARTíNEz, Pintura mural, cit., p. 83. 73 For instance, «Este colgante es ermano de otro q[ue] tiene un termino y este termino tiene en las manos hunos idolizes y en los brazos unos paxaros y unos cebeçillos» (MMA 52.570.316). Marías notes that «más que un copista, podría ser un véedor». MARíAS, Dibujos de grutescos, cit., p. 430. 74 ID., Dibujos de grutescos, pp. 430-431. On mural painting in southern Spain, see MORENO, La pintura en Úbeda, cit., pp. 83- 109; J.M. ALMANSA MORENO, Pintura mural del Renacimiento 148 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 ANGEL JIANG Grotesque Drawings and Spanish-Italian Empire after all, enabled Giulio de Aquili to be absent for periods of time. A possible scenario is that the artist executed the «Julio»drawings at the Peinador de la Reina as workshop experiments, returned at some point to fill in the «flamenco»subjects and Fontainebleau material, and kept the sketchbook to serve as inspiration for future designs he completed. What is certain is that the drawings were executed by an artist studying the work of Giulio Aquili developed in Genoa and Granada, and executed ultimately in Spain, where Aquili continued to have a long career. These drawings record not only the process of an anonymous artist and provide an insight into his sources and milieu, but were themselves agents of the same network of exchange, cultural ties, and political motivations that unified Italy and Spain in this period. The number of palaces decorated with grotesques and frescoes of conquests that can be connected to Giulio Aquili and his followers demonstrates the reach and utility of this ornamental language. As one of undoubtedly many others, this anonymous artist responsible for the Metropolitan’s Spanish ornament drawings connected Rome and Genoa to the Alhambra, where a new generation of artists would continue this legacy. en el Reina de Jaén, Instituto de Estudios Giennenses, Jaén 2008; J.M. Almansa Moreno, N. Martínez Jiménez, F. Quiles García (eds), Pintura mural en la Edad Moderna, universo barroco Iberoamericano, Seville 2018. 149 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Classicism at the Empire’s Fringes: Trans-Atlantic and Mediterranean Architecture of the Sixteenth Century in Extremadura, New Spain, and Sardinia Juan Luis burke Roco university of Maryland, College Park The Reception of Classical Architecture in the Provincial Realms of the Spanish Monarchy Architectural theory and practice have generally been shaped by the trends and sways that take place in major urban centers, which are usually the sites of innovations in architectural practice. This was true during Emperor Charles V’s reign (1516-1556), where, in Spain, the most important towns, those that hosted the itinerant royal court and those that were seats of religious and economic power, such as Toledo, Seville, Valladolid, Segovia, or Santiago, or university cities, like Salamanca or Alcalá de henares, shaped the monarchy’s architectural tastes. unsurprisingly, these were the places where architectural treatises were first translated and diffused to a learned public. Turning away from those urban centers, this essay will discuss how architectural classicism was adopted at the fringes of Charles V’s empire. Namely, the province of Extremadura in the southwest of the Iberian Peninsula, bordering Portugal; the central regions of New Spain (colonial Mexico); and the island of Sardinia, in the heart of the Mediterranean. The choice of these regions is not gratuitous. Their provincial and peripheral condition provide points of comparison, making them a relevant and valuable choice when investigating how architectural theories and practices traveled and were adopted in the early modern Spanish empire. The discussion will first establish the circumstances under which classicism was adopted under Charles V’s reign, highlighting the role he played in making classicism the architectural choice of the nascent 150 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 JUAN LUIS BURKE ROCO Classicism at the Empire’s Fringes global Spanish empire. It will then briefly explain how classicism arrived and was adopted in these three provincial regions of the empire, thereby drawing a series of conclusions based on their comparison. The objective is to decenter the usual urban seats of power as protagonists of the early modern Spanish empire’s architectural history, revealing instead the context in which architecture served to fulfill local and global political and social agendas, in the provincial realms of the Spanish Empire. Extremadura is a landlocked region of Spain that, despite its relative proximity to the centers of power in Castile, was relegated and economically underdeveloped during the early modern era. Across the Atlantic, the central regions of New Spain were undergoing an intense process of Spanish colonization during Charles V’s era, and it is relevant to point out that Extremaduran migrants played a relevant role in New Spain’s colonization1. On the other fringe of the empire, the island of Sardinia, which was incorporated into the Spanish monarchy in the late fifteenth century, was the object of important political, social, and cultural influences from Aragon and Castile, which shaped its architectural traditions in the early modern era. These three regions, all under different but also similar situations, will receive and integrate architectural classicism in distinct ways, revealing the mechanisms by which architectural ideas and theories traveled during the sixteenth century in the hispanic Trans- Atlantic and Mediterranean spheres. Further, the essay sheds light on the reasons for adopting a novel architectural language that connected people, institutions, and geographies across Charles V’s monarchy. 1See Chapters V and VI in Altman’s book for further info on the migration of Extremeños to the New World in the sixteenth century. I. ALTMAN, Emigrants and Society: Extremadura and Spanish America in the Sixteenth Century, university of California Press, berkeley, 1989, pp. 165 and ss. 151 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Charles V’s rule played a fundamental role in placing the classical or all’antica vocabulary as a relevant means for expressing the power of empire. Charles was known, after all, for having carefully articulated his imperial figure in the visual arts (the most notorious examples of his royal image were crafted by Titian in several portraits), and his interest in architecture as part of his empire’s image has also been corroborated2. Charles V’s reign thus witnessed the emergence of classicism as the architectural language that would represent the Spanish Monarchy globally. between 1533, when the works at his palace at Granada commenced, and by the latter half of the century, during Charles’ reign, architectural classicism had reached Extremadura, New Spain, and southern Italy alike. Charles V played a critical role in enthroning classicism as the choice architectural language for his empire – even though the continuator of this project will be his son, King Philip II3. however, it was Charles who recognized classicism’s associations with images of imperial power and began promoting an architectural building campaign for his monarchy4. Nonetheless, the road to the adoption of classicism was far from straightforward. The first quarter of the sixteenth century was characterized by what Nieto 2W. EISLER, The Impact of the Emperor Charles V upon the Italian Visual Culture 1529-1533, in «Arte Lombarda», Nuova Serie, no. 65 (2), 1983, p. 94. 3F. ChECA, A. MORALES J., and V. NIETO, Arquitectura del Renacimiento en España. 1488-1599, Manuales de Arte, Cátedra, Madrid, 2009, p. 99. 4Checa points to 1537 as a key year in which Charles takes the decision to provide the monarchy’s architectural works with a sense of professionalization and decorum. Although Checa recognizes that eclecticism is the norm among architectural works around those years, the key architects employed by the monarchy at that time, such as Alonso de Covarrubias, Luis and Gaspar de Vega, or Francisco de Villalpando, will consider Classicism as their chief architectural orientation. See: F. ChECA, Felipe II: Mecenas del Arte, Madrid, Editorial Nerea, 1992, p. 32. 152 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 JUAN LUIS BURKE ROCO Classicism at the Empire’s Fringes et al. termed «indefinición estilística», or stylistic indetermination, a period marked by a series of differing architectural vocabularies coexisting in the architectural culture of the era. The Mudéjar and Flemish elements, together with the ubiquitous and persisting Gothic, freely coexisted and became imbricated with other styles, sometimes merging in what historians will later label as Plateresque5. but a pivotal point in the adoption of classical architecture as part of the imperial image during Charles’ reign, came with the appointment of two prominent master builders, Alonso de Covarrubias and Luis de Vega, to oversee the Obras Realesor Royal Works in 1533, followed by the creation of the Juntas de Obras y Bosques or the Committees of Works and Parks in 1545. The decision to create these royal offices led to the first attempts at defining a royal architectural identity6. The creation of the Royal Works was accompanied by the eventual decisions to remodel the Alcázar de Toledo, the Alcázar de Madrid, and the design of the Palace of Granada in the heart of the Nasrid fortress of Alhambra, whose design began in 15267. The symbolic power of inserting an Italianate palace that closely followed the latest mannerist fashions cannot be overstated8. 5Even before Charles’ tenure, architecture and interior decoration works carried out during the reign of the Catholic Monarchs, hybridity in Spanish architecture was the norm, with works manifesting Mudéjar traits that merged with proto-re- naissance ones, as in in the chapterhouse at Toledo cathedral, or the College of San Ildefonso, at Alcalá de henares. Later, when Charles is crowned, Plateresque works will become common. Examples are found in the gate of San Esteban and at the gate of Ramos, both at the new cathedral of Salamanca carried out during the 1520s or the famous façade of the university of Salamanca (1529). 6F. ChECA, Felipe II: Mecenas del Arte,Editorial Nerea, Madrid, 1992, pp. 32–33. 7E. ROSENThAL, The Palace of Charles V in Granada, Princeton university Press, Princeton, N.J., 1985, pp. 3-7. 8Ivi, pp. xv-xvi, 3-4. 153 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V This landmark became the motif of the Spanish Monarchy’s adoption of classical language. From then on, the path taken by classicism in the empire differed depending on various local circumstances, as will be seen in the three case studies to follow. Extremadura The Province of Extremadura, in southwestern Spain, is crisscrossed by mountainous ranges and valleys of low tree groves of oaks and olive fields, which coexist with livestock grazing land (an antique farmland system called dehesa, in Spanish). The province acquired its present borders sometime in the late fifteenth and early sixteenth centuries through a long process of delimiting and establishing political boundaries during the Spanish medieval era9. It will be until the first decades of the sixteenth century that Extremadura will start to be considered a unified province10. Its very name, with the particle extrema, points to its border condition, both with Portugal to the west and, during the medieval period, with the fluctuating borders with the Islamic kingdoms to the south11. Its condition as a border-land, its geographic remoteness, and its landlocked situation hindered it from being part of important trade routes or from developing urban centers with wealthy local economies or influential political power. Since its remote past, Extremadura has been an impoverished province where a small elite reaped most of the benefits from the region’s livestock 9G. MARTíNEz DíEz, Extremadura: Origen del nombre y Formación de las Dos Provincias, «Anuario de la Facultad de Derecho. universidad de Extremadura», no. 2, 1983, pp. 82-84. 10 M.A. LADERO QuESADA, Las Regiones Históricas y Su Articulación Política En La Corona de Castilla Durante La Baja Edad Media, «En La España Medieval», no. 15, 1992, pp. 237-239. 11 á. RODRíGuEz SáNChEz, Introducción a la Historia de Extremadura, «boletín AEPE», VIII, no. 15, October 1976, pp. 66- 68. 256 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú fig. 1. D. Antonius De Mendoça 1º noua Hispanie Pro Rex et dux Generalis, 1535, óleo sobre lienzo, Castillo de Chapultepec, Ciudad de México. 257 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Un imperio en expansión geográfica y cultural El 17 de abril de 1535 Antonio de Mendoza y Pacheco (1490-1552) fue nombrado por el emperador Carlos V en barcelona primer virrey, gobernador, capitán general de Nueva España y presidente de la Real Audiencia de México (fig. 1). Tras pasar varios meses en Sevilla, instalado en el complejo palaciego del Alcázar, llegó a Veracruz el 2 de agosto y el 14 de noviembre de ese mismo año tomó posesión en México de un cargo que desempeñó hasta su nombramiento como segundo virrey de Perú en 1549 donde viajó un año después. Atrás quedaba en México el período de gobierno de hernán Cortés (1485-1547) que se desarrolló tras la conquista del imperio azteca en 1521 por parte de un ejército confederado formado por soldados castellanos y por «naturales» enemigos de la Triple Alianza liderada por los mexicas.*Tras la conquista y pacificación de los terri- Esta investigación se inició en paralelo a la organización (junto a Francesca Mattei) de la sesión Architectural Culture in Charles V’s Empire (1519-1556). From Global Ambitions to Scientific Approaches dentro de la 7th International Conference de la European Architectural history Network (15-18 de junio de 2022) que está en la base de este libro colectivo. Los estudios se han desarrollado desde entonces entre viajes a Granada, México y Perú y presentaciones parciales como trabajo en curso tanto en mis clases de historia de la Arquitectura en la Escuela de Arquitectura de Sevilla como en encuentros científicos, tales como Architettura e cultura dell’abitare nella villa tardogotica e rinascimentale, dirs. b. Alonso y F. Mattei (Roma, 18 de mayo de 2023), el seminario de doctorado Architettura del Cinque- Carlos Plaza universidad de Sevilla Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 258 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 torios centrales del imperio azteca, y ante las nuevas empresas de conquista al sur y al norte del mundo náuhatl, la tarea del virrey era la de construir los cimientos en los que había de sustentarse el nuevo territorio del Imperio hispánico en las Indias continentales, que a su vez sirviera de base para la estructuración de los futuros territorios americanos de un imperio en expansión. Las instrucciones de gobierno recibidas por el virrey en los primeros años de su mandato (1535, 1536 y 1538), así como las que dejó a su sucesor (1550- 1551), muestran el interés por ver, informar y organizar política, social, jurídica, fiscal y administrativamente ciudades y territorios. Especial interés mostró por limitar el poder de los castellanos allí asentados, proteger los intereses del estado frente a los particulares castellanos o nobles indígenas, fundar ciudades, conocer las culturas prehispánicas e involucrar a las antiguas dinámicas de poder y organización social de los «indios» o «naturales», todo ello en favor de sentar las bases del estado bajo las nuevas leyes y las políticas indianas del Reino de Castilla a su vez en dinámica conscento in Messico, con Enrique X. de Anda, b. de Divitiis y M. bulgarelli, en el curriculum de Storia dell’Architettura coordinador por Fulvio Lenzo en la università Iuav di Venezia (13 de noviembre de 2023) y el 77th Annual International Conference de la Society of Architectural historians, concretamente en la sesión Architectura, planning and the Law in the Early Modern Spanish World, dirs. J.L. burke, M. Sánchez García (Albuquerque, Nuevo México, 17-21 de abril de 2024). Agradezco el intercambio intelectual con todas las personas implicadas que han enriquecido los enfoques y los horizontes. Agradezco también al personal de la biblioteca del Instituto Nacional de Antropología e historia en Ciudad de México el acceso y el estudio de la copia del De Re Aedificatoria poseído por el virrey Antonio de Mendoza en diciembre de 2021, en especial a la jefa de Servicios al público Diana García Pozos, así como a Gisela González, Consuelo Sánchez e Ilse Gradwohl su disponibilidad para la visita y el estudio de la residencia del virrey en Tlalpan en octubre de 2023. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 259 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V trucción1. Eclipsada su figura en España por el resto de miembros de la familia Mendoza, los estudios sobre su papel en la política y la cultura de la primera mitad del siglo XVI en ámbito hispánico ha puesto el foco en sus obras en América, en especial en México y el virreinato de Nueva España y, en menor medida debido a la fugacidad de su mandato, en Perú. La etapa de Antonio de Mendoza como primer virrey, gobernador, capitán general y presidente de la Real Audiencia (1535-1549) fue crucial en la historia novohispana; tras 14 años de conflictos entre encomenderos, «naturales», conquistadores, religiosos y funcionarios Mendoza diseñó y forjó las bases de un nuevo estado del poliédrico imperio de Carlos V instaurado sobre un equilibrio entre el freno de las aspiraciones de los conquistadores, la inclusión de las dinámicas socioculturales prehispánicas y la extensión de las instituciones españolas en territorio americano, la expansión imperial continental y la vertebración territorial interior, así como un equilibrio entre la fundación de ciudades y el reconocimiento de viejos asentamientos en paralelo a la fidelización de las comunidades de «naturales». Entre otras iniciativas Mendoza promovió la renovación de la ciudad de Mexico-Tenochtitlan (incluyendo ya la hermana Mexico-Tlatelolco) consolidándola como la capital del estado mediante una renovatio urbisque incluía la construcción de los edificios de las instituciones más importantes como el palacio virreinal, la casa de la Moneda o la Real Audiencia. Como parte de su política de vertebración territorial reconoció privilegios y mantuvo el auto- 1Las instrucciones en L. hANKE, Los virreyes españoles en América durante el gobierno de la Casa de Austria. México I, Madrid, Atlas, 1976, pp. 17-125. Sobre las dirigidas a Antonio de Mendoza véase M. MERLuzzI, Los virreyes y el gobierno de las Indias. Las instrucciones al primer virrey de Nueva España (siglo XVI), en P. Cardim, J. LL. Palos (eds), El mundo de los virreyes en las monarquías de España y Portugal, Iberoamericana–Vervuert, 2012, pp. 212-245. 260 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 gobierno de poblaciones prehispánicas a la vez que ordenó la fundación de nuevas ciudades, como Nueva Valladolid de Michoacán –hoy Morelia– o Mérida en yucatán, promoviendo la renovación de la red de caminos, la construcción de infraestructuras o de las fortalezas costeras para la defensa portuaria como en San Juan de ulúa cual principal puerto de conexión con el resto del imperio. Favoreció la construcción de las catedrales diocesanas como representante del patronato regio, así como el asentamiento y expansión de los misioneros agustinos, franciscanos y dominicos en el territorio incluyendo un decidido apoyo a la construcción de sus complejos conventuales. Impulsó la ampliación de los límites del imperio con la exploración y config. 2. Felipe Guamán Poma de Ayala, El primer nueva corónica y buen gobierno, 1615, p. 436. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 261 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V quista de territorios al sur y norte de México, como la continuación del reconocimiento de la baja California por hernán Cortés (1536), el viaje de Fray Marcos de Niza (1539) y la expedición de Francisco Vázquez Coronado (1540) del actual sur de los Estados unidos, el reconocimiento de la costa norte de California por Juan Rodríguez Cabrillo hasta el cabo Mendocino, bautizado así en su honor (1542- 43), y la expedición de Ruy López de Villalobos a través del Océano Pacífico hasta el reconocimiento de las Islas Filipinas (1542-43). Sus políticas incluían el reconocimiento de los beneficios de la cultura: promovió la imprenta de México (1539) fundada con maquinaria del impresor asentado en Sevilla Juan Cromberger, patrocinó directamente universidades y colegios, desde los colegios para hijos de nobles indígenas hasta la fundación de la Real y Pontificia universidad de México (1551) en paralelo a la fundación ese mismo año de la Real universidad de la Ciudad de los Reyes en Lima, más tarde universidad de San Marcos, extendiendo así la ingente labor desarrollada en Nueva España a Perú donde su gobierno fue considerado posteriormente por Felipe Guaman Poma de Ayala (1534-1615) «el primero buen gobierno i ivsticia» (fig. 2)2. 2Sobre Antonio de Mendoza véase A.S. AITON, Antonio de Mendoza, First Viceroy of New Spain, Duke university Press, 1927; C. PÉREz buSTAMANTE, Los orígenes del gobierno virreinal en las indias españolas. Don Antonio de Mendoza primer virrey de la Nueva España (1535-1550), Tip. De «El eco franciscano», Santiago de Compostela, 1928; G. áVALOS GuzMáN, Don Antonio de Mendoza. Comendador de Socuéllamos y caballero de la Orden de Santiago. Primer Virrey de Nueva España, universidad de Michoacán, Morelia, 1941; J.I. RubIO MAÑÉ, Introducción al estudio de los virreyes de Nueva España. 1535-1746, universidad Nacional Autónoma de México, México, 1955; F.J. ESCuDERO buENDíA, Antonio de Mendoza. Comendador de la villa de Socuéllanos y primer virrey de la Nueva España, Toledo, Perea, 2003; M. ORTuÑO MARTíNEz, Antonio de Mendoza y Pacheco, en Diccionario Biográfico Español, Real Academia de la historia, Madrid, 2009, vol. XXXIV, pp. 600-606. Sobre la acción política del virrey en el contexto del resto del virreinato véase J. J. LóPEz 262 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Éstas y otras políticas y obras de gobierno hacen que Antonio de Mendoza sea reconocido como el principal artífice de la construcción estatal del virreinato de Nueva España, y del Perú en menor medida, y también de su incorporación, con sus particularidades, al imperio de Carlos V de quien también se le considera el «hacedor ideológico» de su imagen e iconografía imperial en América3. Antonio de Mendoza también es habitualmente mencionado por su papel como aquél que detuvo la aplicación en Nueva España de las Leyes Nuevas de Indias (1542), el nuevo marco legislativo que compilaba la fragmentaria situación jurídica emanada desde 1492, reformaban el gobierno de América tras la conquista de Perú y ampliaba definitivamente la protección de todos los naturales como vasallos del reino de Castilla en detrimento del sistema de encomienda. Los estudios sobre su obra suelen arrancar en su nombramiento como virrey y no suelen tener en consideración su infancia, juventud y formación política en Granada, así como sus encargos políticos en España o la política transoceánica en el Imperio de Carlos V desde una óptica virreinal4. La gran labor desem- PORTILLO, Another Jerusalem. Political Legitimacy and Courtly Government in the Kingdom of New Spain (1535-1568), brill, Leiden, 2018. La obra manuscrita El primer nueva corónica y buen gobierno del español peruano de ascendencia incaica Felipe Guamán Poma de Ayala se conserva en la Real biblioteca de Dinamarca (GKS 2232 4º). 3J. ChIVA bELTRáN, Antonio de Mendoza. El hacedor del Imperio Carolino en América, en S. di Maria, M. Parada López de Corselas (eds), El imperio y las Hispanias. De Trajano a Carlos V, bononiae university Press, bolonia, pp. 506-515. 4La monografía de Aiton, por ejemplo, inicia con el nombramiento como virrey. breves notas sobre sus años españoles en áVALOS GuzMáN, Don Antonio de Mendoza…, cit.,pp. 21-33 y en P.K. LISS,Mexico under Spain, 1521-1556. Society and the Origins of Nationality, Chicago university Press, Chicago, 1975 (ed. esp. México, 1986), pp. 106-120 donde sí se vincula su obra con el clima político de tolerancia en Granada (p. 107). CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 263 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V peñada en México por Antonio así como la gran inclinación de los Mendoza por la cultura clásica en España ha dado lugar a circunscribir a ese ámbito geográfico, México, la lectura de su obra así como a ser considerado fundamentalmente como el protagonista de la exportación de la cultura de impronta clásica a Nueva España a partir de la arquitectura y la ciudad5. La ampliación del enfoque interpretativo sobre su figura a ambos lados del Atlántico, por una parte, a la vez que sobre sus intereses por las culturas autóctonas de los lugares donde estuvo involucrado en labores de gobierno, por otro, permitirá encontrar nuevas y más ricas lecturas sobre la construcción multicultural dentro del Impero hispánico de Carlos V. En la primera mitad del siglo XVI Antonio fue el más destacado protagonista del diálogo, entre las culturas granadina-nazarí, náhuatl-me- soamericana, inca y castellana –que incluía ya las componentes italiana, flamenca y centroeuropea a la vez que la rica herencia multicultural bajomedieval española–, por lo que resulta de interés poner el foco en este personaje en busca de profundizar en las dinámicas de construcción de un imperio en expansión geográfica y cultural. Particular interés tendrá la lectura comparada desde varios ámbitos temáticos en el nuevo mundo que se desarrollò a ambos lados del Atlántico, en especial entre Granada y México: desde el modo de englobar las coordenadas culturales de los territorios conquistados, al modo de declinar la arquitectura de la Antigüedad o el papel de la tradición y las identidades locales o territoriales en la nueva arquitectura en una óptica imperial. ya en 1970 John h. Elliott (1930-2022) advertía en The Old World and the New el impacto del Nuevo sobre el Viejo Mundo a partir de 1492 en 5Fundamentales a este respecto son los estudios de Guillermo Tovar de Teresa en relación a su ejemplar de De Re Aedificatoria, vid. infra. 264 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 un horizonte mental que era ya atlántico y bidireccional a lo largo del siglo XVI6. A través de su dilatada obra sobre el mundo atlántico, y también europeo, Elliott siempre reivindicó, siguiendo a Marc bloch (1886-1944), la importancia de la lectura comparada entre territorios y personajes tanto para observar las particularidades de un caso concreto dentro de una escala supranacional cuanto para explorar las posibilidades de la comparación en el desvelado de aspectos que la observación singular de cada una de las piezas del rompecabezas no habría permitido7. La observación en este caso de Antonio de Mendoza, la cultura y la arquitectura entre Granada y México en una óptica atlántica resulta de interés para analizar una época marcada por extraordinarios intercambios dentro del imperio multicultural de Carlos V donde tuvo lugar, para Serge Gruzinski y en especial en México, la mundialización ibérica, los mestizajes y la occidentalización de las sociedades indígenas en el seno del «espacio de la Monarquía Católica»8. Se pretende, efectivamente, incluir los diálogos interculturales y el papel de la cultura arquitectó- 6J.h. ELLIOTT, The Old World and the New 1492-1650, Cambridge, Cambridge university Press, 1970 (ed. esp. Alianza, Madrid, 2015). 7Véase las palabras a ello dedicadas en la sincera autobiografía J.h. ELLIOTT,History in the making, yale university Press, New haven, 2012 (ed. española, trad. de Marta balcells, Taurus, Madrid, 2012), pp. 168-195: 175. 8S. GRuzINSKI,La Colonisation de l’imaginaire, Sociétés indigènes et occidentalisation dans le Mexique espagnol,xvie–xviiiesiècle, Paris, Gallimard, bibliothèque des histoires, 1988 (ed. esp. 1991); ID., The conquest of Mexico; the incorporation of indian societies into the western world, 16th-18th, Cambridge, Polity 1993; ID.Le Pensée métisse, Fayard, Paris, 1999; ID., Les mondes melés de la Monarchie catholique et autres connected histories, en «Annales, histoire, Sciences Sociales», I, 2001, pp. 85-117 (ed. esp. 2003); ID., Quand les Indiens parlaient latin: colonisation alphabétique et métissage dans l’Amérique du XVIe siècle, Fayard, Paris, 2023. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 265 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V nica dentro de la construcción social del imperio carolino, buscando así un Renacimiento más complejo, plural y poliédrico que la historiografía reconoce cada vez más por su multiplicidad de manifestaciones dentro del siglo de Oro hispánico entre España y América9. La observación, de hecho, de la figura y la obra de Antonio de Mendoza desde una óptica más amplia que la estrictamente mexicana permite observar la relación entre la cultura arquitectónica, los intercambios culturales y la construcción de las mentalidades de las nuevas sociedades hispánicas, poniendo el foco precisamente en los lugares del imperio donde dichos intercambios se dieron con más intensidad – concretamente Granada, México y Perú–, lugares que vieron al propio Mendoza tener importantes responsabilidades políticas de gobierno y protagonismo en promociones culturales, arquitectónicas y urbanas. El análisis de la acción de su padre en la Granada morisca junto a la revisión de la documentación conocida sobre Antonio, el análisis de objetos culturales conservados relacionados con el virrey –a partir de los códices sobre las culturas prehispánicas o el mapa de México conservado en uppsala– así como la observación comparada de las políticas de ordenación social de los territorios bajo el gobierno de los Mendoza, especialmente entre Granada y México, aportará una nueva lectura del personaje y su permeabilidad hacia las culturas conquistadas a uno y otro lado del Atlántico, incluyendo el papel de la cultura arquitectónica a partir de dos casos concretos poco o nada estudiados, como la edición anotada por él mismo del De Re Aedificatoria (París 1512) o el hallazgo de su residencia suburbana en Tlalpan, la ribera sur del 9F. MARíAS,Spanish architecture of the Golden Age. A new old story, en R. Cacho Casal, C. Egan (eds), The Routledge Hispanic Studies Companion to Early Modern Spanish Literature and Culture, Routledge, London, 2002, pp. 440-468. 272 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 neral el conde de Tendilla mostró interés para con la cultura morisca. Esa mentalidad provenía de una identificación como parte misma de la historia de España que encontraba su legitimidad cultural en la maurofilia que imperó en entornos regios y nobiliarios hasta el trágico final del reinado de Pedro I (1334-1369): a otro gran noble castellano asentado en Granada, Diego de Cárdenas y Enríquez (†1542), le conminaba a recordar en 1514, en el contexto de la defensa de las usanzas y las vestimentas de los moriscos, que «nosotros, señor, en España hasta la venida del rey don Enrique el bastardo [II de Trastámara, 1334-1379, rey desde 1369], ¿qué ábito, qué cabello traíamos sino el morisco y en qué mesa comíamos?, ¿dejaban los reyes de ser cristianos y santos por esto? No ¡por Dios!»22. Así, podemos interpretar el gesto de recibir al médico alemán Jeronimus Münzer en 1498 «sobre alfombras de seda», a la usanza árabe, tras hablarle en latín y antes de acompañarle a una visita a la Alhambra en un pasaje mucho menos célebre de su memorial que las palabras dedicadas por el médico a describir la arquitectura del complejo palaciego. Dicha «admirable acogida» tuvo lugar en el «palacio, soberbio y suntuoso, del señor alcaide» que inferimos que se refiera a su propia residencia y no a los cuartos reales de Comares o de los Leones ya que posteriormente mencionó haber visitado el «alcázar real» y «palacios incontables, enlosados de mármol, […]»23. Dentro de la Alhambra, de hecho, localizó el conde de Tendilla su residencia, para la cual optó por ocupar un palacio ubicado al norte de la zona central de la medina, una zona palaciega iniciada en la 22 Carta del conde de Tendilla al comendador mayor de Castilla, Diego de Cárdenas, de 12 de mayo de 1514, publicada en Escribir y Gobernar..., cit., vol II (CD), nº 349, pp. 195: 197: 196; cit. recientemente en MARIAS, Spanish Architecture…, cit., p. 445. 23 MüNzER,Itinerarium sive…, cit., p. 93. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 273 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V época de Muhammad II, a finales del siglo XIII, y reformada a mediados del siglo siguiente en época de yusuf III24. Esta zona palaciega era tras la conquista el segundo palacio nazarí de mayor amplitud de la Alhambra tras el de Comares y en él instaló su residencia la familia Mendoza sin que se conozcan grandes obras de transformación, habitándola continuativamente el conde de Tendilla y sus hijos entre 1492 y los años Treinta del siglo XVI. De su extensión da cuenta el plano de la Alhambra levantado por José de hermosilla de 1766-67 para las Antigüedades Árabes de España, cuando las «Ruinas de la casa del conde de Tendilla» aparecían como un gran vacío con restos del estanque longitudinal de un patio o de un jardín. Excavado y ajardinado por Leopoldo Torres balbás en 1929 el palacio se articulaba en torno a un gran patio con estanque longitudinal alineado al de Comares, en dirección norte-sur. Los restos de la residencia nazarí-men- docina conforman los actuales jardines del Partal Alto que permiten interpretar el palacio como un conjunto de arquitectura nazarí, marcada por volúmenes yuxtapuestos y volcados al interior de patios porticados, generalmente de proporción longitudinal, con láminas de agua y jardines aterrazados (figs. 4, 5). En este palacio nazarí residió establemente íñigo López de Mendoza durante sus últimos 23 años de vida y allí pasaron su infancia sus hijos, quienes estaban destinados a protagonizar la vida política, militar y cultural de la España y el imperio de Carlos V: Luis (1489-1566) su sucesor al frente del linaje y encargos políticos en Granada y en los 24 Sobre la residencia véanse C. VíLChEz VíLChEz,El palacio del Partal Alto, ed. Proyecto Sur, Granada, 2001; ID. La venta de la Huerta de Santa María de la Real fortaleza de la Alhambra por los marqueses de Mondéjar en 1831, en «Revista del CEhGR», XXIV, 2012, pp. 189-226. una reciente reconstrucción digital sobre los restos visibles en los jardines del Partal en A. ALMAGRO, A. ORIhuELA,La residencia del conde de Tendilla en la Alhambra, en Los Tendilla. Señores de la Alhambra…, cit., pp. 177-179. 274 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 consejos de Estado y de Indias, Antonio, bernardino (1498-1557) más enfocado a la carrera militar como capitán general del Mar y de los consejos de Estado y Guerra, Francisco (1494-1543) obispo de Jaén y consejero de Carlos V y el literato y embajador Diego (1503-1575), así como sus hijas María (1487-1522) involucrada activamente en la sublevación de las Comunidades junto a su marido Juan de Padilla, María (1495-1531), Isabel (1501-1557), María condesa de Monteagudo (1509-) y Francisca (-1509)25. 25 Sobre la genealogía de los Tendilla véase M.A. MORENO TRu- JILLO, J.M. DE LA ObRA SIERRA, M.J. OSORIO PÉREz, Una aproximación a la genealogía de los Tendilla, en Los Tendilla. Señores de la Alhambra…, cit., pp. 29-43. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú fig. 4. Alhambra, Partal Alto, Ajardinamiento (s. XX) sobre restos de la residencia de yusuf III-Mendoza, ss. XIV-XVI, Granada (fotografía Carlos Plaza, 2024). 275 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Entre la escuela cortesana, la casa del marqués de Denia y la Alhambra recibirían la refinada educación del humanista milanés Pietro Martire de Anghiera o Pedro Mártir de Anglería (1456-1526) quien compaginaba sus estancias granadinas con sus encargos en la corte. Pero lejos de ser un reducto castellano, la vida cotidiana en la fortaleza de la Alhambra participaba intensamente de la hibridación morisca, existiendo entre 150 y 200 hogares fijos a finales del siglo XV, según hernando de zafra, la mayoría de ellos moriscos encargados del servicio y de los trabajos de reparación y custodia de la arquitectura y los jardines, como señaló el propio Jeronimus Münzer26. En la 26 MüNzER,Itinerarium sive…, cit., p. 97: «Son muchos también fig. 5. Alhambra, Partal Alto, Ajardinamiento (s. XX) sobre restos de la residencia de yusuf III-Mendoza, ss. XIV-XVI, Granada (fotografía Carlos Plaza, 2024). 276 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 vida cotidiana de la Alhambra en los años del II conde de Tendilla se mezclaría la tradición hispanomusulmana granadina con otras del resto de España (especialmente de Sevilla, Toledo y zaragoza) y con la cultura material y artística más internacional, especialmente italiana27. La presencia selectiva de elementos escogidos de la cultura material y de las usanzas nazaríes en la Alhambra en la época de la infancia y juventud de los hijos del conde de Tendilla sería moneda de cambio como extensión de la hibridación fronteriza entre el sultanato y el reino de Castilla. La presencia de armas nazaríes en la portada Sur del palacio de Carlos V, por ejemplo, donde los trofeos clásicos se mezclan con otros modernos que combinan armas italianas con otras árabes, como adargas o jinetas, harían referencia al mundo nazarí además de simbolizar la victoria turca de Carlos V28. Con respecto a la juventud de Antonio de Mendoza, conocemos su interés e identificación con la cultura árabe granadina: hablaba el árabe con fluidez, vestía ropas moriscas y conocía sus costumbres y usanzas29. De la correspondencia de su padre, de hecho, inferimos a partir de una carta a su hermano Luis de 1509 que solía vestir a lo morisco ya que lo conminó a vestirse «a la castellana»30. En esa misma carta mencionó Tendilla a los [sarracenos] que en la fortaleza y sitios reales [de la Alhambra] reconstruyen lo que estaba en ruinas» que también remarcó que había «muchas tiendas de víveres». 27 P. MARINETTO SáNChEz,La vida cotidiana en la Alhambra a través de la cultura material en la época de los Tendilla, en Los Tendilla. Señores de la Alhambra…, cit., pp. 105-125. 28 A. SOLER DEL CAMPO,Armamento nazarí y de conquista en los relieves del palacio de Carlos V de la Alhambra, en Los Tendilla. Señores de la Alhambra…, cit., pp. 127-141. 29 ORTuÑO MARTíNEz,Antonio de Mendoza y Pacheco, en Diccionario Biográfico Español…, cit., pp. 600-606: 600. 30 Carta del conde de Tendilla a Luis hurtado de Mendoza, 7 de octubre de 1509, desde huelma, publicada en Correspon- CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 277 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V bernardo Sandoval y Rojas (1480-1536)– II marqués de Denia y I conde de Lerma– y a Lázaro de Peralta, dos personajes que habrían tenido protagonismo en su juventud y formación ya que en la casa del primero se formó Antonio con los humanistas Pietro Martire, Lucio Marinero Sículo (1444-1536) y Fernán Núñez de Guzmán (1478- 1553) y el segundo era el culto bibliotecario del conde de Tendilla a la vez regidor y justicia mayor de la ciudad de Granada31. Los intereses de íñigo López de Mendoza se extendían más allá de la Alhambra y se desplegaban en la ciudad de Granada, en el resto de ciudades del nuevo reino y en su territorio. Sus hijos ocuparon cuatro regidurías de Granada y otros cargos políticos en el nuevo reino: el propio Antonio fue regidor de la ciudad de Granada desde los 16 años y tuvo funciones políticas desde entonces cuando su padre lo describió «tan onbre que no viste tal cosa jamás»32, así como alcalde de bentomiz y de Vélez Málaga; en enero de 1513 su padre le puso al frente de un regimiento que en febrero estuvo ya implicado en intensas escaramuzas33, estando desde el mes de julio de ese mismo año al frente de otro regimiento que guerreaba en la costa junto dencia del conde de Tendilla, I (1508-1509)…, cit., I, p. 799 (f. 153, 4): «Da Priesa en que se venga luego tu hermano don Antonio, que me escrivió el marqués de Denia que lo enbiase, y di a Lázaro de Peralta lo que le haga de vestir y sea a la castellana, y véngase luego él y los Añascos con él. De paramentos para su cama no curas que acá se avrán». 31 Como señala E. GARCíA MENESES,Luis Hurtado de Mendoza, marqués de Mondéjar, en «hispania: Revista española de historia», CXXXIV, 1976, pp. 525-566: 530. 32 Cartas del conde de Tendilla a Juan de Añasco, 27 de mayo de 1513, desde la Alhambra, publicada en Correspondencia del conde de Tendilla, II (1510-1513)…, cit., p. 340 (260, 2). 33 Cartas del conde de Tendilla al licenciado Vargas, 16 de enero y 23 de febrero de 1513, desde la Alhambra, publicada en Correspondencia del conde de Tendilla, II (1510-1513)…, cit., pp. 146 (204, 3), 197 (216, 1). 278 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 a Alonso Venegas34. En 1516, un año después de la muerte de su padre, su hermano Luis proclamó en la Alhambra a Carlos I y Juana I como rey y reina de Castilla y envió a Antonio a bruselas como muestra de fidelidad y vasallaje. En su primer acto diplomático Antonio consiguió la confirmación de su hermano como capitán general y acompañó a Carlos I a España. Iniciaba así una política de alineación con la política carolina que solo mostraría desavenencias con la defensa de los privilegios ciudadanos de Granada frente a la Corona en el contexto de la Guerra de las Comunidades (1519-1522), tanto políticamente en Cortes, como procurador del cabildo de Granada, cuanto tomando parte militarmente contra Carlos V en la sublevación armada comunera, que él mismo colaboró a mitigar posteriormente en el resto del reino de Granada con el apoyo de la familia Venegas35. A partir de la estancia de seis meses de la corte imperial en Granada (entre junio y diciembre de 1526) la fortuna de Antonio como colaborador del emperador y de la emperatriz aumentaron exponencialmente. Durante los seis meses pasados en la Alhambra Carlos V tuvo la oportunidad de conocer de primera mano la cultura morisca granadina, las particularidades de sus súbditos moriscos y las posibilidades de una integración pacífica y tolerante en un imperio multicultural gracias a la política inclusiva pero decidida de los Mendoza. Del mismo modo que Carlos V y su corte apreciarían las usanzas y la cultura material granadinas, desde la arquitectura a los jardines36, también los Men- 34 Cartas del conde de Tendilla a Luis hurtado de Mendoza, 5 de junio de 1513, desde la Alhambra, publicada en Correspondencia del conde de Tendilla, II (1510-1513)…, cit., pp. 364-366 (266, 3). 35 SáNChEz RAMOS,Granada-Venegas, Alonso, en Diccionario Biográfico Español…, cit.. 36 Sobre la corte en Granada a partir de Andrea Navagero véase CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 279 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V doza introducirían en la corte algunas usanzas moriscas seleccionadas que despertaban particular interés a Carlos V, como el montar a la jineta con lo que el propio Luis pensaba irónicamente poder «tornarle moro»37. Antonio acumuló desde entonces encargos de gran responsabilidad internacional y nacional, siendo promocionado a camarero de corte y presidente de la Cámara Real: viajó a menudo a Inglaterra y a hungría como embajador ante Enrique VIII y Fernando de hungría (1526 y 1532), y fue nombrado gobernador de la provincia de León, al sur de Extremadura (1528). Este nombramiento, que le alejó durante meses de la escena internacional, tenía como objetivo la pacificación urgente de una región con una población predominantemente morisca que hasta entonces había estado gobernada por la orden de Santiago con una política excesivamente rigurosa y sin resultados. Su selección estaba justificada por su conocimiento de la cultura morisca y por la fama que los Mendoza tenían como mediadores políticos ante las comunidades moriscas asentadas en Castilla desde su éxito en Granada. En la provincia de León puso Antonio en práctica las políticas de negociación y equilibrio de poderes que aprendió de su padre en Granada para la pacificación de los moriscos y el diseño de una reorganización gubernamental entre el poder santiaguista y las comunidades locales moriscas. Su éxito supuso la defini- C. bROThERS,The Renaissance reception of the Alhambra: The letters of Andrea Navagero and the palace of Charles V, en «Muqarnas: an annual on Islamic art and architecture», XI, 1994, pp. 79-102; EAD., Un humanista italiano en Sevilla: ciudades, arquitectura y paisaje, en C. PLAzA, A. MARíN FIDALGO, Los jardines del Real Alcázar. Historia y Arquitectura desde el Medievo islámico al siglo XX, Patronato del Real Alcázar y el Generalife, Sevilla, 2015, pp. 84-101. 37 De su epistolario conservado en la biblioteca Nacional de España, citado en E. GARCíA MENESES, Luis Hurtado de Mendoza..., cit., pp. 525-565: 548. 280 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 tiva prueba de ser la persona más adecuada para enfrentarse al desafío de extender el imperio y organizarlo políticamente en el territorio de Nueva España que desde las Cartas de Relación de hernán Cortés, ampliamente conocidas en la corte, venía asemejado al mundo morisco tanto en las usanzas como en el paisaje y la arquitectura38. En 1530, poco antes de la coronación imperial en bolonia a la que asistió junto al Emperador, recibió la primera propuesta de hacerse cargo del primer virreinato americano. Las guerras contra el imperio otomano y la puesta en orden de cuestiones personales entre Granada y Socuéllamos postergaron el efectivo nombramiento que tuvo lugar en barcelona el 17 de abril de 1535. Tras pasar varios meses en una Sevilla también con amplia presencia de las usanzas y la cultura material y arquitectónica morisca, tomó posesión del cargo de primer virrey de Nueva España en noviembre de ese mismo año. Antonio de Mendoza en Nueva España: la cultura, la sociedad y las élites «naturales» «En diez y seis años anda que vine a esta tierra, y todos los he gastado en mirar y procurar de entenderla», escribió Antonio de Mendoza en la Relación a su sucesor en 1550/51 como parte de un pasaje en el que ilustraba la complejidad de las estructuras sociales de los «indios» o «naturales» y las particularidades de cada una de las tierras de Nueva España39. En relación a los «naturales», las primeras Instrucciones que Carlos V dio a Antonio de Mendoza sobre cada uno de los aspectos de gobierno – 38 Sobre la extensión a América de la mirada castellana sobre lo morisco véase en estudio de Luis Rueda Galán en este mismo libro. 39 Relación de Antonio de Mendoza a Luis de Velasco al término de su gobierno, 1550/1551, publicado en hANKE, Los virreyes españoles en América…, cit., p. 55. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 281 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V desde la implantación de nuevos impuestos a la construcción de conventos o fortalezas– indicaban expresamente, por lo general, que para cada uno de ellos «proveyese acerca de ello lo que le pareciere sin vejación ni escándalo de los naturales». Tras años de desgobierno en Nueva España tras la conquista, el Emperador le pidió informarse «de la manera que al presente se tiene en hacer esclavos los indios naturales de aquella provincia, así por los caciques como por nuestros gobernadores y capitanes en la guerra», a lo que pidió ordenar de inmediato «lo que viereis que más conviene al buen tratamiento de los naturales y conservación y aumento del trato y comercio de la república de la provincia, sin agravio ni premio de los naturales de ella». La asimilación de los «naturales» a cualquiera «de los otros nuestros vasallos» de otros reinos se hizo explícita en la instrucción en la que conminó a Antonio de Mendoza a castigar cualquier abuso de los españoles: «y porque conozcan los naturales de esa tierra que nuestra voluntad es que sean tratados como los otros nuestros vasallos y que nos desplace de su mal tratamiento, castigaréis con mucho cuidado cualquier daño o exceso que contra sus personas hicieren algunos españoles, como se castigaría por leyes de estos nuestros reinos los que se hicieren contra cualesquier español»40. La Relación a su sucesor al final de su mandato como primer virrey comenzaba con la cuestión del trato a los «naturales» como aspecto central de toda la política indiana: «Lo principal que siempre Su Magestad me ha mandado ha sido encargarme la cristiandad y buen tratamiento de estos naturales» y las menciones al modo de incluir la componente indígena en todos los aspectos de gobierno cruzaba la mayoría de las recomendacio- 40 Instrucciones de Carlos V a Antonio de Mendoza, 1535-38, publicado en hANKE, Los virreyes españoles en América…, cit., pp. 21-125 cit. en pp. 28, 35. 288 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 legio empezó su actividad un año después de la llegada del virrey a México, en 1536, y 12 años después consiguió la protección de Carlos V. Con el colegio estuvieron vinculados tanto los principales religiosos como los indígenas naturalizados protagonistas tanto de los intercambios culturales y científicos como de la construcción de la cultura mestiza novohispana, como bernardino de Sahagún, el médico indígena Martín de la Cruz o el lingüista Juan badiano responsables del llamado Códice De la Cruz-Badiano sobre plantas y farmacología indiana que fue dedicado a Francisco Mendoza (1523-1563), hijo del virrey, quien podría haber frecuentado el propio colegio. El colegio no funcionaba solamente como un centro donde impartir el trivium y el cuadrivium sino como centro de intercambio cultural y de conocimiento de la cultura prehispánica útil y necesaria para el gobierno y la construcción cultural de Nueva España; además de la medicina, la religión o la música tuvo particular importancia la pintura al ser el medio a través del cual se expresaba la cultura náuhatl en un modo más elocuente. Fruto de ello fue el mapa de factura indígena del territorio del lago de México realizado en el seno del colegio de Tlatelolco en torno a 1550 por encargo del virrey, que lo envió al cosmógrafo imperial en Sevilla Alonso de Santa Cruz (fig. 8)52. En la Relación a su sucesor, el virrey describió su política respecto a los modos de autogobierno y de inclusión de las particularidades de la componente indígena en el gobierno del estado. Con respecto al nombramiento de los caciques de los señoríos indígenas o de los gobernadores de los pueblos de indios, ya sea cuando es por herencia 52 Mapa del lago de México y sus contornos, 1550, uppsala universitetbibliotek Carolina Rediviva, uppsala university, box 510. M. LEON-PORTILLA, C. AGuILERA,Mapa de México Tenochtitlán y sus contornos hacia 1550, Ciudad de México, Ediciones Era, 1986 (nueva ed. 2016). CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 289 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V como por elección del cacique o gobernador del pueblo de indios, la política de Antonio de Mendoza se sustentaba en el respeto a la «costumbre antigua […] y al que elijen por tal cacique se le da mandamiento para que le tengan por tal el tiempo que fuere la voluntad de Su Magestad o mía en su nombre»; también en los «naturales» recaían los cargos de alcaldes y alguaciles «para la ejecución de las ordenanzas hechas tocante a indios, y la experiencia ha mostrado ser convenientes y necesarios para la policía», así como el virrey remarcó haber «procurado que haya oficiales indios de todos los oficios en esta república»; y con respecto a los jueces, el virrey afirmó que «yo he tenido por estilo, viendo ser conveniente y necesario, enviar jueces indios a tomar residencia a los gobernadores y provinciales de algunos pueblos»53. 53 Relación de Antonio de Mendoza…, cit., citas en pp. 49, 51. fig. 8. Mapa de México y sus contornos, 1550 ca. uppsala universitetbibliotek Carolina Rediviva, box 510 (PDM 1.0). 290 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 En la primeraInstrucciónal virrey el Emperador reconoció «que en cada uno de los pueblos o en los más de ellos hay un cacique indio que ellos tienen por principal y reconocen como a su señor» y mostraba conocer los abusos que los caciques cometían contra sus vasallos54. Para la construcción de la política novohispana Carlos V reconoció la nobleza indígena y los derechos señoriales de los caciques, a partir del reconocimiento del rango imperial del propio Moctezuma, ejemplificado en el escudo de armas concedido a su hijo Martín Moctezuma en 153655. Al igual que el reconocimiento imperial y el autogobierno compartido concedido a las más importantes ciudades prehispánicas, entre las que destaca el caso de Tlaxcala y su Lienzo, la preservación de las estructuras señoriales prehispánicas sometidas a la autoridad imperial fueron un instrumento más para facilitar la integración cultural de los «naturales» y para el gobierno del territorio.El virrey Antonio de Mendoza fue particularmente proclive a favorecer esta política de reconocimiento e inclusión de las élites indígenas, como indicó él mismo en la Relación a Luis de Velasco, en especial en el nombramiento de gobernadores y en el reconocimiento de antiguos señoríos o cacicazgos. En sus Mandamientos –de los pocos años que se conservan– se observa el reconocimiento a nobles indios de llevar espada, concretamente a «Sebastián, indio principal de la provincia de Tlaxcala», así como el nombramiento de gobernadores indios como el caso de Xipacoya, donde nombró gobernador a «D. Andrés, indio 54 Instrucciones de Carlos V a Antonio de Mendoza…, cit., pp. 21- 125 cit. en p. 26. 55 Sobre el reconocimiento a la imperial nobleza indígena a partir de su heráldica véase I. RODRíGuEz MOyA, La construcción heráldica del Imperio carolino en América. Los primeros escudos nobiliarios y urbanos, en S. di Maria, M. Parada López de Corselas (eds), El imperio y las Hispanias de Trajano a Carlos V, bononiae university Press, bolonia, 2014, pp. 517-531: 527-530. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 291 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V principal, hasta que sea de edad D. Lorenzo niño, hijo del que fue gobernador»56. El caso del nombramiento de gobernadores de Tenochtitlan era especialmente significativo por su simbolismo entre la nobleza indígena; Cortés fomentó tras la conquista la participación de los «naturales» en el gobierno de la primera ciudad mexica, pero apartó a los sucesores directos y legítimos de los linajes reales de la Triple Alianza –Tenochtitlan, Texcoco y Tlacopan–, siendo los primeros representantes indígenas en el gobierno de la nueva ciudad Juan Velázquez Tlacotzin, Andrés de Tapia Motelchiuhtzin y Pablo Xochiquentzin quienes no eran reconocidos como legítimos gobernadores o tlatoque por los otros señores o por el resto del pueblo indígena. Antonio de Mendoza aprovechó la muerte de éste último en 1536 para restituir a los linajes legítimos en el gobierno de Tenochtitlan, reconocidos con rango de tlatoani por los «naturales»; nombró en primer lugar al noble náhuatl huanitzin (1538), de familia imperial como nieto del huey tlatoaniAxayáctl, sobrino de Moctezuma y convertido al cristianismo tras la conquista cuando adoptó el nombre de Diego de Alvarado huanitzin. El segundo gobernador nombrado por el virrey fue Diego de San Francisco Tehuetzquitin en 1541, descendiente del tlatoani de Tenochtitlan Tizocic (1481-1486), quien se había destacado en la guerra expansionista de Nueva Granada y del Mixtón como destacado colaborador del virrey en el ejército imperial, gracias a lo cual Carlos V le concedió un escudo de armas en reconocimiento a sus servicios57. La política del virrey de favorecer 56 Antonio de Mendoza, Mandamientos del Virrey Don Antonio de Mendoza, en «boletín del Archivo General de la Nación», X/2, 1939, pp. 213-311: nº 8 (1538) y 81 (1550). 57 M. CASTAÑEDA DE LA PAz,La probanza de Don Diego de San Francisco Tehuetzquitin, en «Tlalocan», XIX, 2013, pp. 465-493; EAD., Don Diego de San Francisco Tehuetzquitin, «Arqueología mexicana, XXVII, 2019, pp. 78-79. 292 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 a los nobles indígenas también se mostró en su apadrinamiento en el momento de su conversión y la adopción por parte de los mismos del apellido Mendoza: como el caso de Diego de Mendoza Austria Moctezuma, también colaborador del virrey en el Mixtón, y nombrado gobernador o tlatoani de Tlatelolco en 154958. A partir de finales del siglo XVI, y ante la voluntad real de limitar cada vez más, al igual que en la península ibérica, el poder y prerrogativas de los nobles, muchos linajes indígenas favorecidos en la época del virrey construyeron sus árboles genealógicos. Fue el caso recogido en el Codice Cholula(1586 ca.): un códicemapa realizado a inicios del siglo XVII ilustrando la genealogía del linaje filoespañol que fue favorecido tras la conquista del territorio del Tollan Cholollan y que adquirió protagonismo tras el reconocimiento por parte del virrey en 1537 de Cholula como importante pueblo de indios. El reconocimiento del virrey a Cholula y al linaje en la nueva ordenación sociopolítica se mostró en la adopción de su apellido para los Mendoza de Tlatenango y los gobernadores de Cholula como Jerónimo de Mendoza Acapixoatzin o Francisco Chichimecateuhtli de Mendoza59. Otro caso es el de los caciques mixtecos Diego de Mendoza, cacique y gobernador de Tamazulapan, y su esposa Catalina de Peralta, cacica de Teposcolula60. Entre los años 58 Posteriormente entroncado falsamente como descendiente de Cuauhtémoc y sobrino de Moctezuma, M. CASTAÑEDA DE LA PAz, Verdades y mentiras en torno a don Diego de Mendoza Austria Moctezuma, universidad Nacional Autónoma de México, México, 2017. 59 El Códice Cholula: la exaltación testimonial de un linaje indio, estudio, paleografía, traducción y notas de F. GONzáLEz-hER- MOSILLO ADAMS, Instituto Nacional de Antropología e historia, México D.F., 2002; ID., El sometimiento del señorío indígena de Cholula ante la Corona española, «Signos históricos», VI, 2001, pp. 95-114. 60 Sobre ambos personajes véase y.G. hERNáNDEz VIDAL, El cacicazgo mixteco y el régimen sucesorio en el siglo XVI, tesis de CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 293 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Cincuenta y Sesenta del siglo XVI construyeron el palacio urbano del cacicazgo en Teposcolula – la conocida hoy como casa de la Cacica– caracterizado por una arquitectura de tradición mixteca muy cerca del gran complejo conventual dominico. La configuración tipológica de los volúmenes exentos en torno a un patio, los elementos arquitectónicos adintelados, así como el repertorio ornamental donde destacan los frisos decorados con elementos circulares denuncian la apuesta por motivos que reivindicaban la tradición de la arquitectura prehispánica de prestigio, en especial la mixteca de Oaxaca, a pesar de la limitada hibridación de elementos clasicistas como las ventanas61. La casa de la Cacica es un ejemplo excepcional de palacio señorial novohispano y Juan b. Artigas lo refirió como «el único que nos queda del siglo XVI con reminiscencias tan claras de la arquitectura prehispánica»62, de hecho, presenta aspectos similares al representado en el tecpan del llamado Codice Osuna63 o en los palacios dibujados en el mapa de México de 1550 (véase la fig. 14); el diseño de mediados del siglo incluyó la arquitectura y las identidades indígenas como reflejo de la presencia de las dinámicas prehispánicas en la nueva sociedad novohispana que podemos relacionar con la protección de la corona y especialmente del maestría en historia, tutora: Dra. Margarita Menegus borneman, universidad Nacional Autónoma de México, 2015. 61 J.b. KIRAKOFE,Architectural fusión and indigenous ideology in Early Colonial Teposcolula. The Casa de la Cacica: A Building at the Edge of Oblivion, en «Anales del Instituto de Investigaciones Estéticas», LVI, 1995, pp. 45-84; K.TERRACIANO,The Mixtecs of Colonial Oaxaca. Ñudzahui History, Sixteenth Through Eighteenth Centuries, Stanford university Press, Stanford, 2001, pp. 160-164. 62 J.b. ARTIGAS,México. Arquitectura del siglo XVI, Santillana Ediciones Generales, 2010, p. 445. 63 Pintura del gobernador, alcaldes y regidores de México (Códice Osuna), 1560 ca., biblioteca Nacional de España, VITR/26/8, f. 38. 294 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 virrey Antonio de Mendoza. George Kubler reconoció que los palacios nobiliarios indígenas tras la conquista eran difíciles de identificar más allá de algún testimonio documental, como el del gobernador de Tlatelolco que vivía en un palacio en la plaza principal junto al tecpan64, habiendo sido esta arquitectura civil la que más atención ha recibido como reflejo del poder indígena en la nueva sociedad en detrimento de los palacios de la nobleza indígena65. Pero los caciques o la nobleza indígena continuaron ostentando un papel relevante en Nueva España y en Perú; las bases de su poder fueron precisamente sus antiguos derechos dinásticos y su identificación con la cultura y las usanzas prehispánicas, cuyo reflejo en la arquitectura de sus residencias, tanto la continuidad con los palacios señoriales previos a la conquista como los nuevos proyectos como el de la casa de la Cacica, merecen ser profundizados en el contexto de las políticas de favor establecidas por Carlos V y el primer virrey Antonio de Mendoza a los «naturales» y en especial al papel otorgado a la nobleza y las élites de raíz indígena en la nueva sociedad mestiza novohispana y peruana. Antonio de Mendoza y la arquitectura en Nueva España: el De Re Aedificatoria y su residencia suburbana en Tlalpan Como cualquier gobernante de su tiempo, pero sobre todo en su calidad de principal protagonista de la ‘arquitectura’ social, política y gubernamental del nuevo estado de Nueva España, e impulsado por la falta de arquitectos provenientes de Castilla, Antonio de Mendoza prestó especial atención a la arquitectura durante su mandato, considerado incluso por Guillermo Tovar de Teresa como «virrey 64 G. KubLER,Mexican Architecture of the Sixteenth Century, yale university Press, New haven, 1948, pp. 202-203. 65 Como los de Metztitlán y Aldama en ARTIGAS,México..., cit., pp. 422-432. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 295 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V urbanista»66. Tras quince intensos años de acción gubernativa del virrey sobre la ciudad y la sociedad, la nueva urbs de México fue ilustrada al final de su mandato por los Diálogos de Francisco Cervantes de Salazar (1513-1575) desde el plano literario y gráficamente por el mapa conservado en uppsala (véase la fig. 8)67, siendo esta representación territorial de la ciudad de México probablemente encargada por el virrey para ilustrar a Carlos V el resultado de sus políticas de ordenación urbana de la ciudad68. Además de la renovatio urbis, la pintura también ostentaría en la corte la componente indígena de la nueva sociedad tan favorecida por el virrey, ampliamente reflejadas en el mapa tanto por su propia factura, como objeto cultural producto del colegio imperial de Tlatelolco, cuanto mediante la presencia de pictogramas, leyendas, usanzas y personajes indígenas inmersos en el paisaje lacustre del valle del Anáhuac. El reconocimiento del papel que la arquitectura puede jugar dentro de la ordenación política de la ciudad no pasó desapercibido al virrey. Leon bat- 66 Sobre Mendoza y la arquitectura véanse las breves menciones en D. ANGuLO íÑIGuEz (con M. Dorta y M. buschiazzo), Historia del arte hispanoamericano, Salvat, barcelona, 1945 (reed. 1956); M. TOuSSAINT, La arquitectura religiosa en Nueva España en el siglo XVI, en Iglesias de México 1525-1925, México, 1927; KubLER,Mexican Architecture…, cit.; ARTIGAS,México. Arquitectura.., cit. Específicamente sobre el virrey, la arquitectura y la ciudad véase G. TOVAR DE TERESA, Antonio de Mendoza y el urbanismo en México, en «Cuadernos de Arquitectura Virreinal», II, 1984, pp. 2-19; ID., La ciudad de México y la arquitectura del siglo XVI, Seguros de México S.A., Ciudad de México, 1987; ID. La utopía del virrey de Mendoza, en La utopía mexicana del siglo XVI. Lo bello, lo verdadero y lo bueno, Grupo Azabache, Ciudad de México, 1992, pp. 17-39. 67 Se trata de F. CERVANTES DE SALAzAR,México en 1554. Tres Diálogos latinos, edición de J. GARCíA ICAzbALCETA, Andrade y Morales, Ciudad de México, 1875 y el Mapa del lago de México y sus contornos..., cit.. 68 TOVAR DE TERESA, Antonio de Mendoza…, cit., pp. 2-19: 11-13. 296 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 tista Alberti dedicó pasajes del De Re Aedificatoria al gobierno de la ciudad y el territorio con base en la política, la morfología y la defensa de amenazas internas y externas. El virrey Antonio de Mendoza reflejó su interés en estas cuestiones mediante anotaciones en el ejemplar que poseía del tratado, realizando un signo de lectura en el pasaje en el que Alberti ilustró el modo en el que los romanos delegaban por zonas el gobierno de la ciudad y los peligros de discordia interna que suponen las divisiones interiores tales como los cursos de agua. Antonio de Mendoza, en efecto, poseía un ejemplar del De Re Aedificatoriaque supone una fuente imprescindible para el análisis de sus ideas y políticas en torno a la arquitectura y la ciudad en el contexto también del estudio de la ciudad americana69. Desde su salida de Sevilla el virrey viajó a 69 El libro fue dado a conocer en TOVAR DE TERESA,Pintura y escultura del Renacimiento en México, INAh, Ciudad de México, 1979. El único estudio de las notas del virrey en ID., La ciudad de México…, cit. Otras breves menciones en J.L. buRKE,La teoría arquitectónica clásica en la Nueva España y los tratados arquitectónicos como artefactos colonialistas, en «bitácora arquitectura», XIIIL, 2019, pp. 70-79: 71; F. MARíAS,Luis Hurtado de Mendoza, II Marqués de Mondéjar, architector, en P.A. Galera, S. Frommel (eds), El patio circular en la arquitectura del Renacimiento. De la casa de Mantegna al palacio de Carlos V, uNIA, Sevilla, 2018, pp. 121-150: 128; 87; LóPEz-PORTILLO, ‘Another Jerusalem..., cit., p. 232; P. buRKE et al.,Global Renaissance, en «Journal of World history», XXVIII.I, 2017, pp. 1-30: 1; MARíAS, Don Luis Hurtado de Mendoza y la arquitectura de la Alhambra, en Los Tendilla…, cit., pp. 85-91; h. hERNáN RAMíREz,Fiesta, espectáculo y teatralidad en el México de los conquistadores, Vervuert-Iberoamericana- bonilla Artigas Editores, Madrid-Frankfurt-Ciudad de México, 2009, p. 62; L.J. CuESTA hERNáNDEz,La teoría de la arquitectura en la Nueva España.La Architectura Mecánica Conforme a la práctica de esta ciudad de México, en «Revista Destiempos», XIV, 2008, pp. 442-459: 445; L.J. CuESTA hERNáNDEz, Oponiendo imaginarios. La teoría arquitectónica europea y la arquitectura novohispana, en J.b. ARTIGAS, C. GODOy (comp.), El Arte Mexicano en el imaginario americano, México, Facultad de Arquitectura, 2006, pp. 111-122: 112; h. CAPEL,La morfología de las ciudades. I. Sociedad, cultura y paisaje, barcelona, Ediciones CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 297 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V México con un cargamento de 200 libros «para proveimiento de su persona y casa»70. Probablemente destinados a su biblioteca personal, entre ellos se encontraría la edición parisina de 1512 del De Re Aedificatoria cuya nota de posesión –«Es de don Antonio de Mendoza visorey»– indica su titularidad así como una anotación en el último folio del libro nos indica su lectura acabada en México en 1539 –«hunc librum p[er]legi mexico anno 1539 men [se] Jun[io]» (figs. 9, 10)71. En paralelo a la lectura y estudio del De Re Aedificatoria el virrey puso en acto una campaña de renovatio urbis; 6 años después se jactaba ante el Emperador en una carta de que «Esta ciudad y las demás que están debajo de mi gobernación podrá saber Vuestra Majestad que así en edificios como en número de vecinos están más de tres tanto acrescentado de lo que yo vine a la tierra»72. del Serbal, 2002, p. 183; F. FERNáNDEz ChRISTLIEb, Europa y el urbanismo neoclásico en la ciudad de México: antecedente y esplendores, uNAM–Plaza y Valdés, 2000, p. 49. E.X. DE ANDA ALANíS, Historia de la arquitectura mexicana, barcelona, Gustavo Gili (4ª ed.), p. 46; J. SALCEDO, El modelo urbano aplicado a la América española: su Génesis y desarrollo teórico práctico, en R. Gutiérrez (ed.), Estudios sobre urbanismo iberoamericano. Siglos XVI al XVIII, Sevilla, Junta de Andalucía, 1990, pp. 9-84: 53 (n. 262). 70 Cédula de la Reina para que no se lleven derechos a D. Antonio de Mendoza. Madrid a 5 de Mayo de 1535, publicado en PÉREz buSTAMANTE, Los orígenes del gobierno …, cit., pp. 146- 147: 147. 71 Leonis baptistae Alberti [Leon batista Alberti], Libri de re aedificatoria dece[m]: opus integru[m] et absolutu[m]: diligenterque recognitium. Distinctum est aute[m] nuper opus ipsum totum quod antea peruia legebatur oratione per capita no[n]nullis textu reb[us] insignibus depromptis et in margine annotates. Parrhisiis [Paris]: bartholdi Rembolt & Ludovici hornken, 1512. biblioteca Nacional de Antropología e historia «Eusebio Dávalo hurtado», Ciudad de México, nº inventario 10-225383. 72 Carta de Antonio de Mendoza a Su Majestad, México 20 de junio de 1544, en Instrucciones que los Virreyes dejaron a sus sucesores. Añádese algunas que los mismos trajeron de la corte y 304 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 de lagos, así como sobre el diseño y construcción de las calles de la ciudad y la reparación del asentamiento de muros desplomados79. Las anotaciones anteriores permiten profundizar en la obra del virrey en México y su relación con la cultura arquitectónica del Renacimiento a través de su interés por los diferentes pasajes. Dentro de los numerosos temas que se pueden analizar, en el presente estudio solamente vincularemos texto y obra en algunos de los temas de interés del virrey por el De Re Aedificatoria y a través del análisis de su residencia suburbana a las afueras de Mexico- Tenochtitlan. La casa con amplio jardín que actualmente se ubica en Tlalpan, al sur de Ciudad de México, entre las calles benito Juárez y General Guadalupe Victoria, era utilizada por el virrey Antonio de Mendoza según la historia oral. Los pocos estudios sobre Tlalpan se han hecho eco de este vínculo virreinal y la incluyen dentro de las más cualificadas residencias de la zona80, pero la historiografía de la arquitectura del siglo XVI en México ni los estudios sobre el virrey la han tenido en consideración ni refutado esta vinculación. Con el significado náhuatl de «tierra firme» Tlalpan se ubicaba cerca de la ribera sur del sistema lacustre del Anáhuac, en la conjunción de los lagos de Texcoco y Xochimilco. Su alta posición interior, junto a los restos volcánicos de las erupciones del Ajusco, favorecería que en su territorio se locali- 79 muros (III, X, XLI), vigas (III, XI, XLII), bóvedas/vigas (V, VI, LXVI), cuadrúpedos (V, XV, LXXIIII), máquinas (VI, VIII, XC), pinturas murales (VI, IX, XCI), ornamento del templo (VII, III, XCVIII), planta del templo (VI, IV, XCIX), pinturas interiores (VII, X, CVIII), dorado de la madera (VII, XV, CXIIII), torres (VIII, V, CXXIIII), modelos (IX, VIII, CXLVIII), terrenos fangosos (X, I, CLIII), canales (X, VI[I], CLXI), conducción (X, I, CLXII) lagos (X, I, CLXIII), calles (X, X, CLXIX), muros (X, XIII [XVII], CLXXIII). 80 I. ARáMbuLA, G. DENA,“San Agustín de las Cuevas”. Tlalpan, en «boletín de Monumentos históricos», 4, 1980, pp. 53-70. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 305 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V zase la importante cultura preclásica de Cuicuilco y más tarde, en época de la Triple Alianza, fuese cruzada por el camino y calzada que desde Coyoacán llevaba directamente hacia Mexico-Teno- chtitlan. Coyoacán y Tlalpan fueron la base de operaciones de hernán Cortés para el asedio final a Tenochtitlan y en la época del virrey se encontraba en un punto neurálgico por donde pasaban tanto la ruta hacia el puerto de Acapulco, hacia el oeste, como hacia el de Veracruz pasando por Puebla de los ángeles. En el mapa de 1550 ya fue dibujado el convento de San Agustín de las Cuevas, en una ensenada rodeado de tierra volcánica y cercano a los restos de Cuicuilco (fig. 14). Durante la segunda mitad del siglo XVI y a lo largo del siglo XVII el núcleo de Tlalpan se fue consolidando al oeste del convento y de la calzada caracterizándose por un trazado urbano reticular que albergaba numerosas residencias suburbanas de familias de ciudad de Mexico (fig. 15). En el contexto suburbano de amplias y grandes residencias de la Edad Moderna la casa del virrey en Tlalpan se erige actualmente como un bloque fig. 14. Mapa de México y sus contornos, 1550 ca. Detalle de la zona de Tlalpan. 306 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú fig. 15. Carta Corográfica del Distrito Federal, 1877. © Instituto Geográfico Nacional de México. Detalle del centro sur del valle de México. 307 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V exento alineado a dos calles perpendiculares, de una sola planta y con una amplia zona ajardinada (fig. 16)81. La morfología, tipología y elementos arquitectónicos del edificio actual permiten vincularlo a la época del virrey, sin descartar que pueda haber sido construida sobre preexistencias reuti- 81 La casa del virrey Antonio de Mendoza está inscrita en el Catálogo Nacional de Monumentos históricos Inmuebles (nº I- OO14600064). Desde 2011 pertenece al Gobierno de la Ciudad de México y es un espacio cultural de la alcaldía de Tlalpan, gestionado por TEQuIO. Grupo para la defensa del patrimonio histórico, cultural y natural, A.C., habiendo sido precedentemente un noviciado religioso y anteriormente la villa de la familia Larque. El edificio fue restaurado en 2011 por el arquitecto Juan álvarez del Castillo por cuenta del INAh con un proyecto limitado a la conservación y la eliminación de la compartimentación interior. fig. 16. Casa del Virrey, s. XVI. Tlalpan. Fotografía, 1935. © Fototeca del Instituto Nacional de Antropología e historia de México. Acervo fotográfico Constantino Reyes, inv. VII-78. 308 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 lizando alguna de las numerosas residencias nobles indígenas que aparecen esparcidas por el territorio en el mapa de la región lacustre de 1550 (véase la fig. 14), o que haya sufrido transformaciones, pero sus principales características, sobre todo las columnas del patio porticado, la distancian del resto de residencias de Tlalpan construidas a partir del siglo XVII82. Sus rasgos arquitectónicos más significativos son la tipología residencial suburbana, la disposición interior en torno a un patio porticado y las columnas con pedestal que lo conforman, siendo estos tres temas aspectos de interés para el virrey en su lectura del De Re Aedificatoria. Con respecto al género del jardín suburbano Alberti mencionó que requiere al mismo tiempo el decoro de la casa ciudadana y la amenidad de la villa; junto a los pasajes dedicados al jardín suburbano el virrey remarcó la advertencia albertiana de construir en una sola planta, ya que «en la granja ninguna necesidad os 82 La arquitectura de esta residencia de Tlalpan y su relación con el virrey es objeto actualmente de un estudio más específico por parte del autor. CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú fig. 17. De Re Aedificatoria, lib. IX, cap. II, f. CXXXVIII (fotografía Carlos Plaza, 2021). 309 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V fuerça a poner unos edificios sobre otros, porque se tomarán para sí muy convenientes espacios en tan derramada anchura, en los quales con igual peso sucedan unas cosas sobre otras. Lo qual mismo, con tal que podays, me agradara mucho también en las ciudades» (fig. 17). En la descripción del «atrium» que acompaña al «sinus», el corazón o el «patio de la casa» –según la traducción de Francisco Lozano – Alberti refirió la costumbre de los antiguos de realizar el atrio porticado de proporción rectangular que puntualmente remarcó el virrey junto a las proporciones de las estancias en base a los tipos de cubrición entre abovedamientos o enmaderamientos. y por último, el virrey remarcó con interés el amplio pasaje en el que Alberti describió minuciosamente el diseño y trazado geométrico del fuste de la columna, sobre todo del lado o «centina […] con la qual los oficiales canteros tomen y determinen la justa redondez y terminaciones de la columna» (fig. 18)83. La casa de Tlalpan se configura como una residencia a modo de jardín suburbano ubicado a unas tres leguas del centro y el palacio virreinal de Mexico. Como aconsejó Alberti fue diseñada con una sola planta y habría contado con el amplio jardín con el que cuenta actualmente la propiedad. A diferencia de las nuevas tipologías de villas, delizie, casini, jardines suburbanos o casas de placer prevalentemente construidas entre Italia y España su disposición planimétrica no está abierta al paisaje o a sus propios jardines sino que se vuelca al interior y se alinea a las calles o caminos en dos de sus fachadas. La presencia del amplio patio columnado así como su alineación a los viales, no obstante la disponibilidad de un amplio terreno, enfatiza la condición híbrida albertiana entre la casa ciudadana y la villa que caracteriza la residencia de Tlalpan. La 83 IX, II, CXXXVIII-CXXXIX; VI, XII, XCV. Las traducciones son de la versión española de Francisco Lozano, Madrid, Alonso Gómez, 1582 (ff. 272, 275, 189) 310 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 representatividad del patio columnado como «sinus» o «patio de la casa» no tiene su reflejo en el exterior al modo de las residencias andalusíes, en particular las nazaríes de la Alhambra en Granada como el propio palacio real donde Antonio desarrolló su infancia. En el palacio nazarí de los Mendoza los rotundos volúmenes, rodeados pero desvinculados de los jardines, se abrían a patios de proporción rectangular, como en Tlalpan donde sin embargo su representatividad se confió al diseño de un porticado articulado con columnas (fig. 19). El virrey se interesó ampliamente por la descripción del diseño de la columna en el De Re Aedificatoria y su introducción en la residencia de fig. 18. De Re Aedificatoria, lib. VI, cap. XII, f. XCV (fotografía Carlos Plaza, 2021). CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú 311 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Tlalpan la convierte en una de las primeras obras de arquitectura civil de Nueva España que introdujeron este elemento arquitectónico del lenguaje clásico con el que los hábiles canteros y escultores «naturales» no estaban familiarizados. A falta de indagar más sobre el entablamento original –seguramente ligneo– las proporciones y elementos del orden se corresponden con el toscano (fig. 20). ya descrito por Vitruvio y retomado por Alberti en el De Re Aedificatoria fue ilustrada la «coluna tuscanica» por Diego de Sagredo en Medidas del Romano (1526) y sistematizadas sus medidas y diferencias con el resto de «maniere» por Sebastiano Serlio en las Regole generali di architettura sopra le cinque maniere degli edifici (IV, 1537) traducido en español en 1552 por Francisco de Villalpando84. En ejemplos de arquitectura religiosa coetánea en Nueva España se introdujeron 84 En la biblioteca Nacional de México se conserva un ejemplar del Tercero y Quarto Libro de Arquitectura de Sebastiano Serlio boloñés […], traducido por Francisco Villalpando (Toledo, Juan de Ayala, 1552), con nota de posesión del propio Francisco de Villalpando. bNM, EASC-XI-29F. fig. 19. Casa del Virrey, s. XVI, patio, Tlalpan, Ciudad de México (fotografía Carlos Plaza, 2023). 312 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 CARLOS PLAZA Sobre arquitectura y culturas en el Imperio de Carlos V: Antonio de Mendoza entre Granada, México y Perú fig. 20. Casa del Virrey, s. XVI, columna del patio, Tlalpan, Ciudad de México (fotografía Carlos Plaza, 2023). 313 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V los elementos de este orden, como el caso de la arquitectura columnaria de la capilla real de naturales en Cholula. Las arquitecturas civiles del siglo XVI en México que han llegado hasta nosotros son muy escasas, como ya señaló Juan benito Artigas85, y sería preciso incluir la casa del virrey en Tlalpan entre los pocos casos conocidos, la cual se confrontaría con la contemporánea arquitectura promovida por hernán Cortés en sus casa de Oaxaca, Cuernavaca y Cuilapan, en las cuales también se introdujo, con notables diferencias lingüísticas, ornamentales e ideológicas, el uso del orden arquitectónico a partir de la columna86. Hacia un imperio multicultural de Granada a México y Perú. Antonio de Mendoza y la ampliación del horizonte cultural del imperio de Carlos V Antonio de Mendoza y Pacheco fue uno entre los personajes de su época con un mayor protagonismo en relación con los intercambios culturales dentro de los territorios del Imperio de Carlos V. Su decidida política de inclusión de la cultura mesoamericana está sin duda vinculada a su experiencia previa como hijo predilecto del conde de Tendilla, en la Granada morisca posterior a la conquista castellana. Desde los primeros compases de su capitanía general Tendilla mostró un interés para con la cultura nazarí que formaba parte de una estrategia política más amplia de inclusión social de la comunidad morisca en el nuevo reino de la Corona de Castilla, donde su presencia era predominante a la vez que crucial para el mantenimiento de sus estructuras sociales y para la 85 ARTIGAS, México. Arquitectura…, cit., p. 415. 86 Sobre arquitectura e ideología en torno a las casas de Cortés véase L.J. CuESTA, M.b. PARDO hERNáNDEz, Signo, símbolo y arquitectura. Poder político en la ornamentación de las casas de Hernán Cortés del siglo XVI en la Nueva España, en «Lexicon. Storie e architettura in Sicilia en nel Mediterraneo», extra.2, 2021, pp. 71-80. 320 CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Gagini, Giacomo 83 García, Alonso 34 García Saldaña, Antonio 34 García zárate, Diego 224 Gattinara, Mercurino Arborio da 235 Giocondo, Giovanni 48, 240 Giorgione 124 Giovanni da udine (Giovanni Nanni o de’ Ricamatori)123-125, 127, 19, 142, 189 Giovanni da Nola (Giovanni Merliano) 54, 56 Giovio, Paolo 54, 57 Girón, hernández 244 Giulio Romano (Giulio Pippi) 197 Giunti, Domenico 83-84, 86 Gómez-Moreno, Manuel 13, 17 Gonzaga, Federico 142 Gonzaga, Ferrante 68-69, 83-86 Gonzalo il Gran Capitano duca di Sessa 45, 49, 54, 56 Gonzalo II duca di Sessa (Gonzalo Fernández de Cordoba) 56 Granada-Venegas, Alonso 269-270 Grapheus, Cornelis 185 Gruzinsk, Serge 230, 264 Guaman (huaman) Poma de Ayala, Felipe 261 Gudiol, Josep 15, 25 Guicciardini, Ludovico 184 Gulpellu, Gaicomo 74 henry VIII Tudor 279 hermosilla, José de 273 hernando de zafra 275 herrera, don Lope de 39, 46, 51, 53-57 holbein, hans il Vecchio 191 hontañón, Gil de 155 houel, Jean 88 huanitzin (Panitsin), Diego de Alvaredo 291 Innocenzo VIII, papa (Giovanni battista Cybo) 267 Isabel I de Castilla (Isabel la Católica) 188, 236 Jaume I de Aragón 95, 208 Joana I de Castilla (la Loca) 213 Johanni del Factorino 182 321 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Jové, Antonio 224 Juárez, benito304 Jufré, Juan 221 Kubler, George 13, 19, 22-29, 33-35, 116, 234 Lampérez, Vicente 13 Ledesma, blas de 143 Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici) 189-190 León-Portilla, Miguel 287 Llaguno, Eugenio 13 López Cubillo, benito 215 López, Cristóbal 215 López, Ruy de Villalobos 231 Lozano, Francisco 309 Lucio Marineo Siculo (o Lucio Marinero Siculo) 277 Machuca, Pedro 128 Magalhães, Fernão de 9, 178 Manca, Jayme 170 Mandeville, Jean de 183 Marcos de Niza 261 Maria di ungheria 140, 184 Mariani, bartolomeo 182 Marías, Fernando 146 Marino, Tommaso 193 Martín, Cristóbal 34 Martínez Jiménez, Nuria 147 Martini (famiglia) 44 Martini, Giovanni 124 Mary I of England Tudor 140 Marzano (famiglia) 43 Marzano, Giovanni Antonio 44 Marzano, Marino 44 Masi del Pezzo, Tomasi 52, 60 Matidia Minore 48-49 Mayner, Alexander 128, 132, 140, 147 McAndrew, John 116 Medici, Cosimo de’ 183 Medici, Lorenzo de’ 183 Medici, Lorenzo di Pierfrancesco de’ 187 322 CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Melgar, Andrés de 120, 146 Mendoza (famiglia) 246, 268, 270-271, 273, 314 Mendoza, Andrés hurtado de 231 Mendoza, Antonio de 102, 247, 257, 259, 262-266, 276-280, 287, 290, 294, 298, 300, 313, 315 Mendoza, bernardino de 274 Mendoza, Diego hurtado de 246, 274, 292, 297 Mendoza, Francisco de 247, 274, 288 Mendoza, íñigo López de 102, 266, 267, 268, 273, 277 Mendoza, Juana de 270 Mendoza, Luis hurtado de 247, 274, 276 Mendoza, María de 274 Mendoza Acapixoatzin, Jerónimo de 292 Mercator, Gerardus (Gerhard Kremer) 180 Miniati, Giovanni 86 Mohedano, Antonio 143 Montaigne, Michel de 177 Moctezuma Xocoyotzin 102, 110, 290, 291 Moctezuma Martín 290 Moffitt, John F. 116 More, Thomas 32 Morga, Pedro de 202 Mehmed II 273 Muñoz Camargo, Diego 116 Münzer, hieronymus 267, 272, 275 Nardini, Stefano 190 Navagero, Andrea 234 Nicholas, Thomas 179 Nifo, Agostino 49 Nolis, de (famiglia) 44 Núñez de Guzmán, Fernán 276 Orsini, Virgilio 139, 142 Ortiz, Francisco 271 Otálora, Juan de 224 Ovando, Juan de 229 Palladio, Andrea 169, 189 Palladio, blosio 187 Panofsky, Erwin 15, 22 323 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Panvinio, Onofrio 139 Paolo, di (Famiglia) 44 Paolo III Farnese (Alessandro Farnese) 142 Paolo Veronese (Paolo Caliari) 189 Pazzi (famiglia) 190 Pedro de el Mozo Mazuecos 203 Pedro de la Gasca 243 Peloro, Giovan battista 88 Pendaglia, bartolomeo 191 Peralta, Catalina de 292 Perin del Vaga (Piero di Giovanni bonaccorsi) 129, 132-136, 140, 185, 197 Perolli, Giovanni battista 144 Peruzzi, baldassarre 83, 187 Pinelo, Francisco 202 Pizarro, Francisco 212, 242 Plinio il Giovane 235 Plinio il Vecchio 124 Polo, Marco 180 Pontesillas, Rodrigo 34 Porcu Gaias, Marisa 169 Quintillán, Francisco 209 Quiroga, Vasco de 286 Raffaello Sanzio 123, 142 Raxis, Pedro de 143 René d‘Angiò/Anjou 44 Robert d‘Angiò/Anjou 42 Reolid, Juan de 217 Riario, Raffaele 193 Ribeiro, Diego 181 Rivadeneyra, Juan de 216 Romano, Antoniazzo (Antonio di benedetto degli Aquili) 126 Romano, Luzio 136, 141 Rosenthal, Earl E. 13-19, 23-26 Rosex, Nicoletto da Modena 120 Rustici, Sigismondo 88 Sacco, Antonio 52 Sagredo, Diego de 311 Sánchez-Albornoz, Claudio 92-93, 96 324 CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Sancho I, re d’Aragon e Navarra 208 Sancho II de Portugal 95 Sandoval y Rojas, bernardo 276 Sandoval, Gonzalo de 99 Santa Cruz, Alonso de 288 Sassetti, Filippo 175-177 Savelli, Sperandio 191 Schiappalaria, Stefano Ambrosio 185-186 Scholz, Janoz 120 Serlio, Sebastiano 66, 169, 192, 199, 311 Settimo, Giovanni Luigi 76 Siloé, Diego de 19, 22, 35, 155 Sisto IV (Francesco della Rovere) 189 Soler, Eleonora 73 Soria, Martin 25 Subrahmanyam, Sanjay 9 Sulaymān I detto il Magnifico 138, 143 Tenenti, Alberto 178 Tlacotzin, Juan Velázquez 291 Toledo, Pedro álvarez de 47 Tordesillas, Gaspar de 146 Tormo, Elías 268 Torres balbás, Leopoldo 273 Toscanelli, Paolo dal Pozzo 183 Toussaint, Manuel 116 Tovar de Teresa, Guillermo 294 urrea, Miguel de 101 Vasari, Giorgio 124, 189, 192, 197 Vázquez, Pedro 29 Vega, Gaspar De 151 Vega, Luis de 192, 237 Velasco, Lázaro de 154 Velasco, Luis de 290 Venegas, Alonso 278 Ventimiglia, Giovanni 83 Vespucci, Amerigo 187 Vigneri, Jacopo 77 Villa, José Moreno 161 325 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Villalpando, Juan bautista 169 Villalpando, Francisco de 311 Vitruvius (Marco Vitruvio Pollione) 101, 169, 229, 238-241, 246, 311 Vopell, Caspar 182 Weinberger, Martin 19 Weise, Georg 17 Welser (famiglia) 178, 194 Xochiquentzin, Pablo 291 yusuf III 272 yusuf IV 270 zárate, Diego García 224 zelotti, Giovanni battista 189 zúñiga y Velasco, Diego López de 231 zweig, Stefan 178 326 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Indice dei nomi di luogo* Acapulco 309 Actopan __ Templo y exconvento de San Nicolás de Tolentino 36 Agrigento 19 Al-Andalus 92, 94, 96-97, 107-109, 118, 127, 207, 216, 265 Alcalá de henares __Collegio de San Ildefonso 149 Algarve 95 Alentejo 95 Almagro __palazzo di Fucares 200 Anguillara Sabazia __Palazzo di Virgilio Orsini 140-141 Antwerpen 140, 184, 186 Aragon 207 Arequipa 230, 243, 251 Augsburg 194 __Fuggerei 195 __Fuggerhäuser 195 Ayacuco (San Juan de la Frontera de huamanga/huamanga) 230, 243 balears, Illes 167 barcelona 253, 280 bogotá 223 bologna 144, 280 brozas 156 __Iglesia Santa María la Mayor 156 bruges 186 burgos 15 Cáceres 156, 157 __casa palacio de los Pereros 158 __palazzo episcopale 158 __palazzo di hernando Ovando 158 *Dall’indice sono esclusi i nomi Italia, España, America e America latina. I nomi sono citati nella lingua d’origine. 327 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V __palazzo di Mayoralgo 158 __ palazzo Roco-Godoy 156 Cádiz 111 Cagliari 140, 167 __ Chiesa della Purissima 168 Campillo de Arenas (Jaén) 215, 220 Canàries, Illes 207 Capua __Museo Campano 59 Castilla 207, 262 Cempoala 101 Ciudad de Los Reyes vedi Lima Ciudad de México 159, 163, 304-305 __Catedral de Santo Domingo 30 __Colegio de San Juan de Letrán 287 __Colegio de la Concepción __ hospital de la Concepción y Jesús de México 29 __ templo dedicado a huitzilopochtli de Tlatelolco/ Iglesia de Santiago 109 __ templo y ex-convento de San Francisco 117 __Tlalpan 266, 304-305, 308, 315 __Tlatelolco 259, 287-288, 292, 294 Cholula 292, 313 __ convento de San Gabriel 117 Colombia 223 Córdoba 111, 251 __Mezquita 108, 118 Cremona 192 Cuenca 244-245 Cuitzeo Michoacán __Convento de Santa María Magdalena 162 Cuzco (huamanga) 29, 230 Epazoyucan __ Convento San Andrés Apóstol 35 España 13, 15, 23-24, 34, 93-94, 141, 226, 232, 259, 265, 267, 278 Estella/Lizarra 207 Extremadura 149, 151, 153, 172, 279, Firenze 182, 192 Galicia 143 328 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Genova 130, 132,-133, 141-144, 148 ___Villa di Andrea Doria a Fassolo o palazzo del Principe 131-135, 186 __Sala dei Giganti 132, 140 Gerusalemme 19 __Chiesa Naòs tis Anastàseos (Santo Sepolcro) 19 _ Templo de Jerusalén 110 Gibraltar, estrecho de 143 Girona 168 Goa 176, 194 Granada 29-30, 35, 118-119, 19, 148, 151-152, 236, 262-268, 313-315 __ Albaicín 128 __ Alhambra 127, 135, 140-142, 148, 233, 247, 266-267, 272-278, 300, 310 __ Peinador de la Reina 128-129, 140, 147 __ Sala de Faetón 128 __Sala de Túnez 128 __ Torre de Abdul Abu l-hayyay/hachach128, 140 __Alcaicería 99 __Catedral de Granada 17, 19 Guadalupe __monastero 155 huamanga si veda Cuzco huejotzingo __ convento de San Miguel Arcángel 34 huichilobos 110 íllora 35 Jaca 207 Jaén 223, 236 Jauja 212 La Plata si veda Sucre La Spezia 186 León 279 Lima (Ciudad de los Reyes) 29, 211-212, 232-233, 242, 245-246, 251, 253, 261 Lisbona 194 Lugo, ES __ convento de Sobrado dos Monxes 15 __ Iglesia de San Gil de burgos 15 329 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Madrid 10, 170, 236, 240 __ Real Alcázar 40, 152 Malaga 236 Mancha Real 215, 220 Manises 888 Mantova __palazzo di Marmirolo 142 Maracaibo (Neu-Nürnberg) 194 Marbella 144 Mendoza 221, 223, 225 Mérida en yucatán 260 Messina 77, 140, 144 Metztitlán 162 Mexico (Nueva España) 29, 91, 96-97, 107, 113, 118, 149, 151, 172, 183, 247, 257, 261-266, 2808, 284, 286, 288, 293-296, 300, 304, 311, 314 Michoacán 247, 285-286 __Templo de yuririapúndaro 35 Milano 144, 192 Montefrío 35 __Iglesia de la Villa de Montefrío 35 Morelia (Nueva Valladolid de Michoacán) 238, 247, 260 Napoli 19, 27, 144 __ Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Cappella Caracciolo 17 __porta Capuana 56 Naucalpan __ basílica de Nuestra Señora de los Remedios 107-108 Neu-Nürnberg si veda Maracaibo Niederalfingen 195 Nola __palazzo Albertini 56 Nueva Valladolid de Michoacán (attuale Morelia) Nueva España si veda Mexico Oaxaca 35, 293 __ Santo Domingo de yanhuitlán 112 Oaxtepec 35 Oñati __ Capilla de Sancti Spiritus 146 Oristano 167 Oruro (Villa San Felipe de la Frontera) 230 336 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 Emanuela Garofalo, architetta e storica dell’architettura, dal 2011 è in servizio presso l’università degli Studi di Palermo dapprima come Ricercatore e attualmente come Professore Associato. I suoi interessi di studio sono rivolti principalmente alla storia dell’architettura tra Sicilia e altre regioni insulari e costiere del Mediterraneo occidentale nel tardo-medioevo e nella prima età moderna, con particolare riguardo ai temi della costruzione, organizzazione e funzionamento dei cantieri, ruolo dei committenti, fortificazioni della prima età moderna; su questi temi sono incentrate le principali pubblicazioni, tra cui si segnalano: Crociere e lunette in Sicilia e in Italia meridionale nel XVI secolo. Dalla costruzione gotica all’affermazione di un modello peninsulare (Palermo 2016); La costruzione di una corte, prove generali. Ferrante Gonzaga e Isabella di Capua in Sicilia (1535- 1546), in I Gonzaga fuori Mantova. Architettura, relazioni, potere, a cura di E. Garofalo, F. Mattei (Roma 2022). Emanuela Garofalo, arquitecta e historiadora de la arquitectura, trabaja en la universidad de Palermo desde 2011, primero como investigadora y actualmente como profesora titular. Sus intereses de estudio se centran principalmente en la historia de la arquitectura en Sicilia y otras regiones insulares y costeras del Mediterráneo occidental a finales de la Edad Media y principios de la Edad Moderna, con especial atención a los temas de la construcción, la organización y el funcionamiento de las obras, el papel de los comitentes y las fortificaciones a principios de la Edad Moderna; sus principales publicaciones se centran en estos temas. Entre sus publicaciones, Crociere e lunette in Sicilia e in Italia meridionale nel XVI secolo. Dalla costruzione gotica all’affermazione di un modello peninsulare (Palermo 2016); La costruzione di una corte, prove generali. Ferrante Gonzaga e Isabella di Capua in Sicilia (1535-1546), in I Gonzaga fuori Mantova. Architettura, relazioni, potere, editado por E. Garofalo, F. Mattei (Roma 2022). * Angel Jiang (Ph.D., Columbia university) è curatrice delle collezioni e delle iniziative di sala di stampa presso il university of New Mexico Art Museum, Albuquerque. I suoi studi sono focalizzati sull’analisi degli scambi culturali e architettonici tra Spagna e Italia in epoca rinascimentale, con particolare attenzione all’esame delle arti grafiche. Precedentemente, è stata Jane e Morgan Whitney Fellow presso il Dipartimento di disegni e stampe del Metropolitan Museum of Art, New york. Angel Jiang (Ph.D., Columbia university) (Ph.D., Columbia university) es curadora de colleciones y iniciativas de la sala de grabados del university of New Mexico Art Museum, Albuquerque. Es especialista en el intercambio arquitectónico hispano-italiano, la ornamentación, y el arte gráfico. Anteriormente, fue becaria Jane and Whitney en el Departamento de Dibujos y Grabados del Metropolitan Museum of Art, New york. * Fulvio Lenzo è professore associato di storia dell’architettura presso l’università Iuav di Venezia, coordinatore del curriculum di dottorato in Storia dell’architettura all’interno della Scuola di Dottorato Iuav e curatore del «Progetto Tafuri», che prevede la raccolta e la digitalizzazione dei materiali didattici (trascrizioni e registrazioni sonore) delle lezioni tenute da Manfredo Tafuri (1935- 1994). I suoi campi di ricerca prevalenti sono l’architettura del rinascimento meridionale e l’architettura del primo Settecento a Venezia e Napoli. Tra le sue pubblicazioni, Architettura e antichità a Napoli dal XV al XVIII secolo (Roma 2011); Memoria e identità civica. L’architettura dei seggi nel Regno di 337 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Napoli (Roma 2014). Con bianca de Divitiis e Lorenzo Miletti è curatore di Ambrogio Leone’s De Nola, Venice 1514 (Leiden-boston 2018). Fulvio Lenzo es profesor titular de historia de la Arquitectura en la universidad IuAV de Venecia, coordinador del curriculum de doctorado en historia de la Arquitectura dentro de la Escuela de Doctorado Iuav y comisario del “Proyecto Tafuri”, que consiste en la recopilación y digitalización de material didáctico (transcripciones y grabaciones sonoras) de las conferencias impartidas por Manfredo Tafuri (1935- 1994). Sus principales campos de investigación son la arquitectura del Renacimiento meridional y la arquitectura de principios del siglo XVIII en Venecia y Nápoles. Entre sus publicaciones, Architettura e antichità a Napoli dal XV al XVIII secolo (Roma 2011); Memoria e identità civica. L’architettura dei seggi nel Regno di Napoli(Roma 2014). Con bianca de Divitiis y Lorenzo Miletti es el editor de Ambrogio Leone’s De Nola, Venice 1514 (Leiden-boston 2018). * Francesca Mattei è professoressa associata di Storia dell’architettura all’università degli Studi “Roma Tre”. Le sue ricerche riguardano la storia dell’architettura moderna, lo studio dei disegni d’architettura, l’eredità dell’antico nell’architettura del Cinquecento. Tra le sue pubblicazioni, le monografie Eterodossia e vitruvianesimo. Palazzo Naselli a Ferrara 1527-1538 (2013) e Architettura e committenza intorno ai Gonzaga, 1510-1560: modelli, strategie, intermediari (2019). Francesca Mattei es profesora titular de historia de la Arquitectura en la universidad de Roma Tre. Sus investigaciones se centran en la historia de la arquitectura moderna, el estudio de los dibujos arquitectónicos y el legado de la Antigüedad en la arquitectura del siglo XVI. Entre sus publicaciones figuran las monografías Eterodossia e vitruvianesimo. Palazzo Naselli a Ferrara 1527-1538 (2013) y Architettura e committenza intorno ai Gonzaga, 1510-1560: modelli, strategie, intermediari (2019). * Carlos Plaza è professore associato di Storia, Teoria e Composizione Architettonica dell’architettura all’università di Siviglia. è stato Mellon fellow a Villa I Tatti - The harvard university Center for Italian Renaissance Studies (2015) e postdoctoral fellow al Kunsthistorisches Institut in Florenz (2016) nell’ambito del progetto New Research on Local Renaissance (KhI/ERC-hi- stAntArtSI). I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia dell’architettura dal medioevo al XX secolo, con particolare interesse per l’architettura del Rinascimento fra Italia, Spagna e America. Tra le pubblicazioni, la monografia Españoles en la corte de los Medici. Arquitectura y política en tiempos de Cosimo I (Madrid, 2016) e la curatela del volume Manfredo Tafuri: desde España (Granada, 2020, con V. Pérez Escolano). Carlos Plaza es profesor titular de historia, Teoría y Composición Arquitectónicas en la universidad de Sevilla. Fue Mellon fellow en Villa I Tatti - The harvard university Center for Italian Renaissance Studies (2015) y postdoctoral fellow en el Kunsthistorisches Institut de Florenz (2016) nel proyecto New Research on Local Renaissance (KhI/ERC-histAntArtSI). Sus intereses de investigación se centran en la historia de la arquitectura desde la Edad Media hasta el siglo XX, con especial interés en la arquitectura del Renacimiento en Italia y España. Entre sus publicaciones, la monografía Españoles en la corte de los Medici. Arquitectura y política en tiempos de Cosimo I (Madrid, 2016) y la edición del volumen Los Jardines del Real Alcázar de Sevilla. Historia y Arquitectura desde el Medievo 338 COLLANA DI STORIA DELL’ARCHITETTURA – N. 1 islámico al siglo XX (Sevilla, 2015, con A. Marín Fidalgo) y Manfredo Tafuri: desde España (Granada, 2020, con V. Pérez Escolano). * Luis Rueda Galán è ricercatore Juan de la Cierva all’Instituto de historia del Consjo Superior e Investigaciones Científicas (CSIC). I suoi studi riguardano la relazione tra diverse religioni nell’arte e nell’architettura del Mediterraneo durante il Medioevo e l’inizio dell’età moderna, così come l’immagine del Tempio di Gerusalemme. Tra le sue ultime pubblicazioni, la monografia Iberian Christianized Mosques (berlín, De Gruyter, en prensa) e “From the Minbar to the Tabernacle: The Transcultural Journey of the Andalusian Eucharistic Doors”, Journal of Medieval Iberian Studies, 15- 1 (2023): 106-30. Luis Rueda Galán es investigador Juan de la Cierva en el Instituto de historia del Consjo Superior e Investigaciones Científicas (CSIC). Sus estudios se ocupan de las relaciones interreligiosas en el arte y la arquitectura del Mediterráneo medieval y de principios de la Edad Moderna, así como a la imagen del Templo de Jerusalén. Entre sus últimas publicaciones se encuentran la monografía Iberian Christianized Mosques (berlín, De Gruyter, en prensa) y “From the Minbar to the Tabernacle: The Transcultural Journey of the Andalusian Eucharistic Doors”, Journal of Medieval Iberian Studies, 15-1 (2023): 106-30. * Manuel Sánchez García è architetto, dottore di ricerca in Storia dell’architettura (Politecnico di Torino) e dottore di ricerca in Storia dell’arte (universidad de Granada). è stato Research Fellow presso Dumbarton Oaks, harvard university (2022-2023). è specializzato in storia urbana della prima età moderna, diritto e paesaggio nell’Impero spagnolo. Tra le sue pubblicazioni: Granada Des- Granada: raíces legales de la forma urbana morisca e hispana (Ed. uniandes, 2018) e Mensajes de Modernidad en revista Proa 1946-1962 (Ed. uniandes, 2020). Manuel Sánchez García es un arquitecto español, Doctor en historia de la Arquitectura (Politecnico di Torino) y Doctor en historia y Artes (universidad de Granada). Research Fellow 2022-2023 en Dumbarton Oaks, harvard university. Especializado en historia urbana, historia legal e historia del paisaje del imperio español durante la modernidad temprana. Autor de Granada Des-Granada: raíces legales de la forma urbana morisca e hispana (Ed. uniandes, 2018) y Mensajes de Modernidad en revista Proa 1946-1962 (Ed. uniandes, 2020). * Marco Silvestri è storico dell’arte e della filosofia. ha conseguito il dottorato in storia dell’arte nel 2021 sulla pianificazione urbana delle città minerarie nel primo periodo moderno in Perù e in Germania. Dopo aver lavorato come storico dell’arte freelance presso musei e gallerie, dal 2013 lavora come assistente di ricerca presso la cattedra di Patrimonio culturale materiale e immateriale dell’università di Paderborn. è stato borsista della Fondazione Gerda henkel, Germania. I suoi interessi di ricerca includono la pianificazione urbana e la teoria architettonica, lo scambio culturale architettonico e il bauhüttenwesen. ha pubblicato articoli sulla pianificazione urbana di Residenz e delle città minerarie, sulla ricostruzione architettonica e sulla ricostituzione delle logge edilizie nel XIX secolo. 339 CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Marco Silvestri es historiador del arte y de la filosofía. Se doctoró en historia del Arte en 2021 sobre el urbanismo de las ciudades mineras a principios de la Edad Moderna en Perú y Alemania. Tras trabajar como historiador del arte freelance en museos y galerías, desde 2013 trabaja como asistente de investigación en la Cátedra de Patrimonio Cultural Material e Inmaterial de la universidad de Paderborn. ha sido becario de la Fundación Gerda henkel, Alemania. Sus intereses de investigación incluyen la planificación urbana y la teoría arquitectónica, el intercambio cultural arquitectónico y bauhüttenwesen. ha publicado artículos sobre el urbanismo de Residenz y las ciudades mineras, la reconstrucción arquitectónica y la reconstitución de las logias de construcción en el siglo XIX. Dopo l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero (1530), Carlo V d’Asburgo (1500-1558) ottiene il controllo sul più vasto dominio della storia dell’umanità. In che modo la coesistenza di tradizioni, lingue e geografie diverse si riflette sulla cultura architettonica? Utilizzando l’Impero di Carlo V come osservatorio, questo volume interroga le diverse scale del progetto, confrontandosi con i più recenti orientamenti critici. Facendo dialogare le questioni storiche con quelle storiografiche, i dieci saggi qui raccolti, dedicati al Vecchio e al Nuovo Mondo, propongono una riflessione trasversale sull’arte del costruire, apportando contributi originali e illustrando nuovi approcci alla ricerca. Francesca Mattei è professoressa associata di Storia dell’architettura all’Università degli Studi “Roma Tre”. Le sue ricerche riguardano la storia dell’architettura dal XV al XIX secolo e lo studio dei disegni, con un particolare interesse per l’architettura del Cinquecento in Italia e in Europa. Tra le sue pubblicazioni, le monografie Eterodossia e vitruvianesimo. Palazzo Naselli a Ferrara 1527-1538 (2013) e Architettura e committenza intorno ai Gonzaga, 1510-1560: modelli, strategie, intermediari (2019). Carlos Plaza è professore associato di Storia dell’architettura all’Università di Siviglia. È stato Mellon fellow a Villa I Tatti - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies (2015) e postdoctoral fellow al Kunsthistorisches Institut in Florenz (2016). I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia dell’architettura dal medioevo al XX secolo, con particolare interesse per l’architettura del Rinascimento fra Italia, Spagna e l’America. Tra le pubblicazioni, la monografia Españoles en la corte de los Medici. Arquitectura y política en tiempos de Cosimo I (2016) e la curatela del volume e Manfredo Tafuri: desde España (2020, con V. Pérez Escolano). Contributi di Juan Luis Burke Roco, Carolina B. García-Estévez, Emanuela Garofalo, Angel Jiang, Fulvio Lenzo, Francesca Mattei, Carlos Plaza, Luis Rueda Galán, Manuel Sánchez García, Marco Silvestri. a cura di F. Mattei, C. Plaza CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V CULTURA ARCHITETTONICA NELL’IMPERO DI CARLO V Storia globale, microstoria, storiografia (1519-1556) a cura di Francesca Mattei Carlos Plaza 1 CULTURA ARQUITECTÓNICA EN EL IMPERIO DE CARLOS V Historia global, microhistoria, historiografía (1519-1556) COLLANA STORIA DELL’ARCHITETTURA 1 2024