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Controeditoriale. Tutto è già successo. Covid19, 100 anni dopo l’influenza spagnola

Jiménez Jiménez, Ana María

Abstract

La cosidetta “influenza spagnola” fu una pandemia causata da un virus, che colpí il pianeta nel XX secolo, considerata la più devastante della storia. Si stima che uccise a 50 milioni di persone, incidendo su un terzo della popolazione mondiale secondo calcoli di esperti. Non si conosce l’origine esatta della pandemia, però l’ipotesi più accreditata è che il primo caso si produsse negli Stati Uniti nel 1918, in un campo militare in Kansas, e si propagò molto rapidamente tra i soldati che la portarono in Europa quando vennero a combattere nella Prima Guerra Mondiale, cosi si diffuse in tutto il vecchio continente e successivamente in tutto il mondo.

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80 Controeditoriale. Tutto è già successo. Covid19, 100 anni dopo l’influenza spagnola Ana Jimenez La cosidetta “influenza spagnola” fu una pandemia causata da un virus, che colpí il pianeta nel XX secolo, considerata la più devastante della storia. Si stima che uccise a 50 milioni di persone, incidendo su un terzo della popolazione mondiale secondo calcoli di esperti. Non si conosce l’origine esatta della pandemia, però l’ipotesi più accreditata è che il primo caso si produsse negli Stati Uniti nel 1918, in un campo militare in Kansas, e si propagò molto rapidamente tra i soldati che la portarono in Europa quando vennero a combattere nella Prima Guerra Mondiale, cosi si diffuse in tutto il vecchio continente e successivamente in tutto il mondo. Anche se l’origine fu americana, passò alla storia con il nome di “influenza spagnola”. Questo perché in Spagna, paese neutrale nella Grande Guerra, le notizie relazionate con la influeza ebbero maggior eco attraverso la stampa che nel resto d’Europa, non vedendosi censurata la libertà di informazione come invece avveniva in altri paesi. Questi ultimi non rivelvavano il numero di morti a causa del virus, per non demoralizzare i soldati nel conflitto bellico e non mostrarsi deboli di fronte al nemico. Fu battezzata come “spanish influenza” da 81 A&A 47/2020 Smart spaces ai tempi del coronavirus - Smart spaces in the time of coronavirus Countereditorial. All this already happened. Covid19, 100 years after the spanish flu Ana Jimenez The so-called “Spanish flu” was a pandemic caused by a virus, which hit the planet in the beginning of the 20th century, considered the most devastating in history. According to expert calculations, it is estimated that it killed 50 million people, affecting a third of the world’s population. The exact origin of the pandemic is not known, but the most accredited hypothesis is that the first case occurred in the United States in 1918, in a military camp in Kansas. It spread very quickly among the soldiers who brought it to Europe when they came to fight in the First World War. This way, it spread throughout the old continent and subsequently throughout the world. Although the origin was American, it went down in history with the name of “Spanish flu”. This is because in Spain, a neutral country in the Great War, news related to the influence had greater echo through the press than in the rest of Europe, as freedom of information was not censored as it was in other countries. The latter did not reveal the number of deaths due to the virus, in order not to demoralize the soldiers in the war conflict and not to show themselves weak in the face of the enemy. It was baptized as “Spanish flu” by a correspondent of the magazine “The Times”, in June of the same year, calling it the greatest demographic catastrophe in history. In addition, Spain was the first country to report the disease to the International Office of Hygiene in Geneva, which considered itself the World Health Organization of the time. Spain was not the epicenter of the pandemic, but actually one of the European countries that was most affected by it, accounting for 8 million infected people and 300,000 deaths. If we compare the Covid 19 that is currently devastating the world with the “Spanish flu” we see many parallels even if the two pandemics are separated by 100 years of history. In that of 1918 there was no vaccine or antiviral that could mitigate its lethality, as it was also highly 82 un corrispondente della rivista “The Times”, nel giugno dello stesso anno, denominandola la maggior catastrofe demografica della storia. Inoltre Spagna fu il primo paese a informare della malattia al Ufficio Internazionale di Igiene di Ginevra, che si considerava la OMS dell’epoca. Spagna non fu l’epicentro della pandemia, ma si uno dei paesi europei che più venne colpito da essa, contabilizzando 8 milioni di persone infettate e 300.000 morti. Se confrontiamo il covid 19 che attualmente sta devastando il mondo con la “influenza spagnola” notiamo tanti parallelismi anche se le due pandemie sono separati da ben 100 anni di storia. In quella del 1918 non ci fu vaccino ne antivirale che ne potesse attenuare la letalità, essendo anch’essa altamente contagiosa, colpendo non solo le classi medie e meno abbienti, ma anche le classi privilegiate. Nel corso della storia, questi problemi di salute pubblica, hanno spinto alla necessità di ripensare la città, generando una preoccupazione per l´igiene e la salubrità della popolazione. Non fu solo la grande pandemia del 1918, ma anche le antecedenti epidemie di peste, febbre gialla o tifo che si succedettero dal XVI al XIX secolo a causare un cambiamento di abitudini e costumi, che portarono a una trasformazione del disegno e del modo di costruire le nostre case e città. La forma nella architettura seguiva la paura dell’infezione, così come la funzione. Tutte queste trasformazioni contribuirono, oltre ai progressi della medicina, ad aumentare la nostra aspettativa di vita negli ultimi secoli. A metà del XIX secolo, furono avviate importanti azioni di pianificazione urbana per controllare le malattie infettive. Misure come l’aumento della superficie delle case, la loro adeguata ventilazione e luce solare erano in parte dovute al timore di epidemie. Barcellona è un chiaro esempio in tal senso. Il Plan Cerdá ha reinventato la città con un’ordinamento che ha combattuto il sovraffollamento proponendo un miglioramento della situazione dei servizi igienico-sanitari facilitando il benessere, riducendo gli alti tassi di mortalità, migliorando la salute degli abitanti. Dopo uno studio esaustivo, Ildefons Cerdá –un ingegnere - ha osservato il rapporto tra la ristrettezza delle strade e il numero di morti, quindi ha scelto di renderle più ampie per far posto al vento e al sole all’interno delle case. Un altro esempio noto: l’azione 83 A&A 47/2020 Smart spaces ai tempi del coronavirus - Smart spaces in the time of coronavirus contagious, affecting not only the middle and less well-off classes, but also the privileged classes. Over the course of history, these public health problems have led to the need to rethink the town, generating a concern for the hygiene and health of the population. It was not only the great pandemic of 1918, but also the previous epidemics of plague, yellow fever or typhus that followed one another from the sixteenth to the nineteenth century that caused a change in habits and customs, which led to a transformation of the design and way of building our homes and towns. Form in architecture followed the fear of infection, as function did. All of these transformations contributed, in addition to medical advances, to increasing our life expectancy in recent centuries. In the mid-19th century, major urban planning actions were motivated to control infectious diseases. Measures such as increasing the surface area of houses, their adequate ventilation and sunlight were in part due to the fear of epidemics. Barcelona is a clear example of this. Plan Cerdá has reinvented the city with an order that has fought overcrowding by proposing an improvement in the situation of sanitation by facilitating well-being, reducing high mortality rates, improving the health of the inhabitants. 84 svolta a Parigi dal Barone Haussmann, un ambizioso piano urbanístico, che incorporava scopi sanitari, aprendo ampi viali, giardini e spazi esterni che contribuirono notevolmente alla lotta contro le malattie e il contagio. Dalla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, sono movimenti di pianificazione urbana che hanno proposto utopie urbane per realizzare una città progettata per una vita sana e lavorativa strettamente legata alla natura in risposta alle cattive condizioni di salute e al sovraffollamento che esistevano. Il modello di città giardino di Howard, quello di città lineare di Soria, i progetti di Garnier o Broadacre City di Wright vengono in mente in questi tempi in cui il coronavirus ci costringe al confinamento e molte persone scelgono di lasciare le grandi città. e andare a vivere in campagna. La paura delle epidemie non ha solo condizionato il progetto della città, nella Carta di Atene del 1933, un manifesto urbano ideato nel CIAM, parametri di materiali, ventilazione, luce naturale erano già stati stabiliti per migliorare la salute. Frequenti riflessioni lungo queste linee possono essere osservate nei progetti e negli scritti degli architetti del movimento moderno, come Le Corbusier, Aalto o Gropius. Nell’architettura popolare, questa paura e necessità di adattamento hanno portato all’adozione di misure come l’uso di piastrelle o la costruzione di armadi a muro nella ricerca di spazi più asettici. 85 A&A 47/2020 Smart spaces ai tempi del coronavirus - Smart spaces in the time of coronavirus After an exhaustive study, Ildefons Cerdá - an engineer - looked at the relationship between the narrowness of the streets and the number of deaths, so he chose to make them wider to make room for wind and sun inside the houses. Another well-known example: the action carried out in Paris by Baron Haussmann, an ambitious urban plan, which incorporated health purposes, opening wide avenues, gardens and outdoor spaces that greatly contributed to the fight against disease and contagion. Since the late 19th and early 20th centuries, urban planning movements have proposed urban utopias to achieve a city designed for a healthy and working life, closely linked to nature in response to existing poor health and overcrowding. Howard’s Garden city model, Soria’s linear city model, Garnier or Wright’s Broadacre City projects come to mind in these times when the coronavirus forces us into confinement and many people choose to leave the big cities. Going to live in the countryside. The fear of epidemics has not only conditioned town design, in the Athens Charter of 1933, the urban manifesto conceived in the CIAM, parameters of materials, ventilation, natural light had already been established to improve health. Frequent reflections along these lines can be observed in the projects and writings of architects of the Modern Movement, such as Le Corbusier, Aalto or Gropius. In popular architecture, this fear and need for adaptation has led to the adoption of measures such as the use of tiles or the construction of built-in wardrobes in the search for more aseptic spaces. In Andalusia, the use of lime, which today gives its “pueblos blancos” that characteristic aspect, was partly due to the purpose of obtaining protection from epidemics, facilitating the hygiene and disinfection of the walls. This “whitening” rite later passed into the annual popular tradition and was perpetuated as a distinctive sign of these places. The parallelism between the Covid 19 pandemic and the Spanish flu is evident. Just look at the images corresponding to the Ifema pavilion in Madrid in recent months with the fields affected in Kansas in 1918. A similar analogy is clearly evident a hundred years later when we face the unpredictable effects of a pandemic that is shaking the world structure and economy, fearing that the virus could return with more 86 In Andalusia, l’uso della calce, che oggi conferisce ai suoi “pueblos blancos” quell’aspetto caratteristico, era dovuto in parte allo scopo di ottenere protezione dalle epidemie, facilitando l’igiene e disinfezione delle pareti. Questo rito di “imbiancatura” passò successivamente nella tradizione popolare annuale e venne perpetuato come segno distintivo di questi luoghi. Il parallelismo tra la pandemia del Covid 19 e l’influenza spagnola è evidente. Basta guardare le immagini corrispondenti al padiglione Ifema di Madrid degli ultimi mesi con i campi colpiti in Kansas nel 1918. Una simile analogia è chiaramente evidente cento anni dopo quando affrontiamo gli effetti imprevedibili di una pandemia che scuote la struttura e l’economia mondiale, temendo che il virus possa tornar con più virulenza in autunno in una seconda ondata, come già è successo nel 1918. È chiaro che i progressi e le risorse mediche del XXI secolo non hanno nulla a che fare con i meccanismi di contenimento utilizzati nel 1918, e ciò si riflette nel numero di persone colpite e decedute. Se analizziamo le diverse misure messe in atto dalla Spagna per affrontare entrambe le pandemie, scopriamo che nel 1918 l’attività quotidiana nella capitale si paralizzò, il governo vietò gli assembramenti e fu imposto l’uso della mascherina per evitare contagi. Il servizio di tram, teatri e gli spettacoli pubblici si ridussero, ma non si fermarono come è accaduto nel recente Stato di Allarme. Le corride dei tori, anche se parzialmente sospese, continuarono a svolgersi, e in quel momento. La stagione della corrida del 1919, con il virus latente, si realizò normalmente. A Siviglia, la Pasqua e la “Feria de Abril”, diversamente da quanto accaduto quest’anno, furono normalmente celebrate. Solo poche settimane dopo iniziò la quarantena della popolazione, la chiusura delle scuole e la creazione di “lazzaretti”, ospedali di campagna isolati per malattie infettive. Nonostante l’influenza spagnola, in Spagna si continuó a costruire come sempre. Quello che era stato già progettato e quello che, dopo l´influenza, sarebbe stato progettato. In questi mesi di confinamento è diventato chiaro che l´inquinamento delle città può essere drasticamente ridotto, il traffico può diminuire, lasciando molto più spazio a biciclette e pedoni. Oltre ai cambiamenti richiesti dalla sfera domestica che necessita di spazi flessibili per varie attività: telelavoro, palestra, scuola per bam- 87 A&A 47/2020 Smart spaces ai tempi del coronavirus - Smart spaces in the time of coronavirus virulence in the autumn in a second wave, as it already did in 1918. It is clear that the medical advances and resources of the 21st century have nothing to do with the containment mechanisms used in 1918, and this is reflected in the number of people affected and deceased. If we analyze the different measures implemented by Spain to deal with both pandemics, we discover that in 1918 the daily activity in the capital was paralyzed, the government prohibited the gatherings and the use of a mask was imposed to avoid contagion. The tram service, theaters and public shows dwindled, but did not stop as happened in the recent State of Alarm. Bullfights, although partially suspended, continued to take place, and at that time. The bullfighting season of 1919, with the virus latent, took place normally. In Seville, Easter and the “Feria de Abril”, unlike what happened this year, were normally celebrated. Only a few weeks later began the quarantine of the population, the closure of schools and the creation of “lazzaretti”, isolated country hospitals for infectious diseases. Despite the Spanish influence, building activity continued in Spain as usual. What had already been planned and what, after the flu, would have been planned. In these months of confinement it has become clear that the pollution of cities can be drastically reduced, traffic can decrease, leaving much more space for bicycles and pedestrians. 88 bini, parco giochi, area di riflessione e meditazione, qualità degli ambienti, illuminazione, ventilazione e contatto con un esterno verde. La società può rapidamente entrare in uno stato di panico, a volte incomprensibile e insospettato. Avere improvvisamente la esigenza vitale di rifornirsi di carta igienica come misura primaria contro una possibile catastrofe, o lasciare vuoti gli scaffali di lieviti e farine utilizzando il tempo di confinamento per la preparazione del pane. Soffrire la stessa paura interiorizzata di uscire in un ambiente contaminato come se la casa stessa fosse la stanza che Luis Buñuel propone nel film di “El Ángel Exterminador”. È incerto a mio avviso se il coronavirus cambierà davvero qualcosa nell’attività architettonica della Spagna, dell’Europa, della scena globale. Dipenderà in gran parte dai tempi della pandemia, se durerà abbastanza a lungo per perpetuare i cambiamenti. Se il panico causato si dissipa come appare, l’opportunità di riflessione che porta a una profonda trasformazione così necessaria per il pianeta potrebbe andare persa. Non si può perdere questa occasione causata da una pausa forzata, bisogna ripensare l’architettura e le pianificazioni urbane future per costruire città, edifici pubblici e privati, case che siano più forti e più sane, più verdi e più creative, innovazioni che migliorino la qualità di vita, rispettino di più l’ambiente, proteggendo e promuovendo la rigenerazione di una natura così devastata negli ultimi decenni.