scieee AI-readable full text Open interactive document viewer

Elias Canetti e Toni Maraini a Marrakech: un viaggio nella memoria

Jaran, Mahmoud

Abstract

La ciudad de Marrakech, famosa por su compleja historia y su encanto oriental "exótica", es una de las ciudades marroquíes que más ha inspirado a artistas y escritores occidentales: desde Delacroix a Matisse hasta la narrativa de Juan Goytisolo. Este artículo examina dos autores europeos que han escrito sobre esta ciudad: Elias Canetti y Toni Maraini. Teniendo en cuenta la diversidad de enfoques de los dos escritores, el artículo se centra en el análisis pre-linguistc del autor búlgaro y las características interdisciplinarias (feminismo, historia social y política) en la narrativa de Maraini. Lejos de la visión orientalista legendaria que considera el Oriente como un mito, ambos autores ilustran Marrakech como un lugar en el que la tradición y la modernidad definen los límites de la memoria.

Full text

! ! ELIAS CANETTI E TONI MARAINI A MARRAKECH: UN VIAGGIO NELLA MEMORIA Mahmoud Jaran The University of Jordan Resumen: La ciudad de Marrakech, famosa por su compleja historia y su encanto oriental "exótica", es una de las ciudades marroquíes que más ha inspirado a artistas y escritores occidentales: desde Delacroix a Matisse hasta la narrativa de Juan Goytisolo. Este artículo examina dos autores europeos que han escrito sobre esta ciudad: Elias Canetti y Toni Maraini. Teniendo en cuenta la diversidad de enfoques de los dos escritores, el artículo se centra en el análisis pre-linguistc del autor búlgaro y las características interdisciplinarias (feminismo, historia social y política) en la narrativa de Maraini. Lejos de la visión orientalista legendaria que considera el Oriente como un mito, ambos autores ilustran Marrakech como un lugar en el que la tradición y la modernidad definen los límites de la memoria. Palabras claves: Libro de viaje, Elias Canetti, Toni Maraini, Feminismo. Abstract: The city of Marrakech, famous for its complex history and its oriental "exotic" charm, is one of the Moroccan cities that has most inspired Occidental artists and writers: from Delacroix to Matisse up to the narrative of Juan Goytisolo. This article examines two European authors who have written about this city: Elias Canetti and Toni Maraini. Taking into consideration the diversity of approach by the two writers, the article focuses on the pre-linguistc analysis of the Bulgarian author and the interdisciplinary features (feminism, social and political history) in Maraini's narrative. Far from the legendary orientalist vision which sees East as a myth, both authors illustrate Marrakech as a place in which tradition and modernity define the boundaries of memory. Keywords: Travel Literature, Elias Canetti, Toni Maraini, Feminism ! ! Raccontare una città, nella letteratura odeporica1, presuppone comunemente una descrizione di ambienti, colori, odori e, possibilmente, dei suoi abitanti, della loro quotidianità fondata su principi socio-economici, culturali e linguistici. L’obiettivo dello scrittore, in questo senso, è quello di cogliere il legame che intercorre tra il passato e la modernità, ossia di ricercare quella catena spaziotemporale che determina i confini della memoria. Per cogliere tale legame, una volta nella città straniera, lo scrittore si serve di alcuni elementi quali: la questione dell’identità, l’indagine etnologica ed il teso rapporto che si instaura tra il soggetto narrante e l’oggetto narrato. Le due opere che si prenderanno in esame in questa sede dimostrano come la città divenga uno “spazio inter-medio”, tanto per dirla con il critico indiano Homi Bhabha, dove l’identità ibrida del personaggio/narratore è in continua trasformazione2. Si tratta di due autori decisamente lontani l’uno dall’altra, ma che si incontreranno negli stessi luoghi nei loro sentimenti: lo scrittore bulgaro di famiglia ebrea e premio Nobel per la Letteratura Elias Canetti; e Toni Maraini, una scrittrice italiana, femminista e studiosa del mondo maghrebino. L’approccio narrativo di entrambi al Marocco, in particolar modo a Marrakech e dintorni, non solo riscontra spazi inter-medi, ma li spinge fino a celare la propria identità. Fondata nell’epoca della dinastia almoravide (verso il 1070), Marrakech divenne sotto il regno degli Almohadi (1147-1269) un crocevia commerciale ed un ricco centro di cultura, di filosofia e di architettura. La prosperità della città marocchina, capitale delle due dinastie, tuttavia non durò a lungo: con l’arrivo dei Merinidi al potere nel Nord Africa (1269-1465), Marrakech dovette infatti cedere il prestigio della capitale alla “città rivale” Fes. All’inizio del XVI secolo, Marrakech passò alla dinastia Sadiana che la scelse come capitale, dandole una vera rinascita culturale e architettonica. Da allora, l’alternanza di fasi di regresso e progresso interesserà la città fino ai giorni nostri: dal governo degli Alawidi, che fecero Meknes capitale, all’arrivo dei colonizzatori europei nel XIX secolo, epoca che rivide Marrakech centro di traffici commerciali, fino all’Indipendenza, ottenuta nel 1956, quando la sua popolazione aumentò enormemente, divenendo nei decenni successivi un’apprezzata meta per i turisti occidentali. Le varie dinastie che governarono Marrakech non misero mai confini alla sua multietnicità: arabi, berberi, ebrei, europei ed africani subsahariani. Diversi ! ! accenni alla sua condizione multietnica sono presenti ne Le voci di Marrakech (1968) di Elias Canetti. Il diario di viaggio, che racconta il breve soggiorno di Canetti a Marrakech nel 1954, offre un affresco seminarrativo affollato da commercianti arabi, berberi, personaggi europei e da una famiglia ebrea indigena. Il primo ostacolo che incontra il romanziere bulgaro nella città marocchina è la lingua. Ciò non è dovuto al fatto che la mancanza di padronanza della lingua araba possa impedire la comunicazione con gli indigeni (egli usa infatti il francese come lingua franca quando si rivolge a questi3), ma perché il linguaggio, come sostiene Iain Chambers, è il primo fattore ad ispezionare la memoria (Chambers 2003: 128). Da qui nasce l’idea canettiana di intraprendere, come prima tappa del viaggio, un’indagine linguistica atta a decodificare le emozioni, i desideri e le repressioni che costituiscono la memoria della città. Già il titolo del diario, che contiene la parola “voce”, suggerisce tale intento dell’autore4, così come lo suggeriscono altresì alcuni titoli dei capitoli. Si pensi alla serie di capitoli consecutivi, dal terzo al sesto, intitolati “Le grida dei ciechi”, “La saliva del marabutto”, “Casa silenziosa e tetti deserti”. All’inizio de Le grida dei ciechi, Canetti rivela difatti la problematica linguistica, mettendola in relazione con la sua inesprimibilità dovuta alla distinzione che il racconto tenta di operare tra lingua e linguaggio: Tento di raccontare qualcosa, ma subito ammutolisco e mi accorgo di non aver detto ancora niente. Una sostanza meravigliosamente lucente che non riesce a fluire rimane dentro di me e si fa beffe delle parole. Sarà per la lingua, che là non capivo e che ora, a poco a poco, deve tradursi in me? Si trattò di avvenimenti, immagini, suoni, il cui senso si formò allora, ma che non furono percepiti né definiti per mezzo delle parole, stanno al di là delle parole, e sono più profondi e più ambigui delle parole. (Canetti 2000: 27) I ciechi che mendicano in piazza ripetendo eternamente il nome di Allah, unica parola araba che l’autore conosce, conducono Canetti a riflettere sul significato dei suoni “mille volte più impressionanti di quelli visivi” (Canetti 2000: 27), ed il ruolo che possano avere nell’esperienza mistica5. Tale esperienza si intensifica ulteriormente nel capitolo successivo quando Canetti incontra un mendicante marabutto intento ad assaggiare le monete che riceve dai passanti. Nonostante l’immensa tentazione di liquidare il fatto in una “nota esotica” (Canetti 2000: 35), l’autore percepisce che si tratta, invece, di una forma di linguaggio che il vecchio santone pratica per benedire i donatori. ! ! Dal tetto della casa silenziosa dove alloggia, Canetti vorrebbe volentieri scoprire la realtà celata della città araba, ossia il mondo femminile. L’autore svela questo intento, tipico della tradizione orientalistica6, a più riprese nel diario. Già nel secondo capitolo Canetti trova affascinante la velata sfera femminile orientale: “In una società che tiene nascosto così tanto di sé, che agli stranieri cela gelosamente l’interno delle sue case, la figura e il volto delle sue donne” (Canetti 2000: 23). L’indagine linguistica fa sì che tale aspirazione non si limiti soltanto ad un aspetto voyeuristico teso a soddisfare un panorama visivo fiabesco, ma s’estende fino ad includere altresì la dimensione dell’udito. “Qui, pensavo, vedrò delle donne come nelle favole, da qui potrò guardare nei cortili delle case vicine e ascoltare di nascosto il loro affaccendarsi” (Canetti 2000: 41). Non passerà molto prima che questo desiderio venga esaudito. Nel quinto capitolo “La donna della grata”, la ricerca del linguaggio e l’esperienza mistica raggiungono l’apice, grazie all’incontro tra Canetti ed una sconosciuta marocchina, la quale s’affaccia dalla finestra della propria casa e gli rivolge la parola: “Disse molte frasi che scorrevano leggere, e ognuna di quelle frasi era fatta di parole carezzevoli” (Canetti 2000: 43). Lo scrittore, conquistato dal fascino del volto senza velo e soprattutto dall’“effetto sonoro” proveniente dalla finestra, prova una sensazione di carattere mistico, quasi religioso. Non a caso Canetti descrive quella donna come “un miracolo, un’apparizione” (Canetti 2000: 45)7. Benché l’autore non comprenda le parole della donna della grata e dei mendicanti ciechi, vi rimane un valore inestimabile per l’ignoto, l’ambiguo, il “gioco degli occhi”. Ecco perché le pagine dedicate alle situazioni extralinguistiche superano quantitativamente e qualitativamente quelle delle scene dialogate e dell’ordinaria comunicazione in francese. È il linguaggio che prevale sulla lingua8. I capitoli centrali (VII e VIII) sono dedicati alla comunità ebraica di Marrakech. Tale posizione centrale non rispetta necessariamente la cronologia del diario. Almeno due ragioni spingono a credere che questi capitoli siano volutamente disposti in una posizione centrale nell’opera di Canetti: la prima concerne lo stretto rapporto che lega lo scrittore con il quartiere ebraico (Mellah) di Marrakech, la piazza principale del quale viene denominata da lui “il cuore” (Canetti 2000: 67); la seconda riguarda, invece, la stessa comunità ebraica, ! ! descritta da Canetti in termini socioculturali come se fosse una via di mezzo tra gli indigeni orientali e gli europei. È vero che alcuni ebrei stanno nei suk “distesi pigramente come gli arabi” (Canetti 2000: 53), ma essi sono “vestiti all’europea” (Canetti 2000: 51). La piazza battezzata “il cuore” diventa per Canetti il luogo della memoria par excellence. I riferimenti impliciti alle proprie remote origini spagnole e all’espulsione degli ebrei dalla penisola iberica nel 1492 consentono all’autore bulgaro di confidare al lettore non solo lo speciale affetto che egli conserva per questa piazza: “Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me” (Canetti 2000: 57), ma anche un alto senso di immedesimazione con il luogo della memoria che coincide con il luogo della storia: “io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza” (Canetti 2000: 57). L’assimilazione con l’altrove e con l’altro è ulteriormente intensificata quando Canetti svela l’unico nome indigeno del suo viaggio nella città: Elie, un giovane marocchino ebreo che accoglie lo scrittore a casa sua. I nomi somiglianti, Elias e Elie, e le origini identiche - entrambi ebrei sefarditi – rendono l’incontro piacevole e familiare. Da quel momento il viaggiatore bulgaro comincia a vedere la terra straniera e la sua gente come se si stesse guardando allo specchio. Prevedibilmente, gli accenni alla comunità ebraica di Marrakech ne Le voci riguardano da vicino il vivere quotidiano degli ebrei nel bazar della Mellah. Se la varietà dei loro tratti fisionomici rappresenta il primo aspetto che un turista può notare, ciò non impedisce a Canetti di scorgere una caratteristica psicologica che li rende, in qualche modo, omogenei: Comunque avevano tutti qualcosa in comune, e appena mi fui abituato alla grande varietà dei loro volti e delle loro espressioni, cercai di scoprire in che cosa realmente consistesse questo tratto comune. Avevano una speciale rapidità nell’alzare lo sguardo e nel farsi un’opinione sulla persona che camminava davanti a loro. Non una sola volta mi capitò di passare inosservato. (Canetti 2000: 52) Non sorprendono la precisione descrittiva di un autore quale Canetti, né l’atteggiamento dei commercianti ebrei nei suoi confronti. D’altronde, benché agli ebrei fu conferita uguaglianza al pari dei musulmani nel Marocco postcoloniale, la minoranza ebraica, ed in particolar modo quella fetta appartenente alla classe ! ! borghese, si trovavano in uno stato incerto che oscillava tra il timore di essere discriminati e l’ansia di perdere alcuni previlegi concessi dalle autorità locali sia nel settore pubblico, sia in quello privato. Un autentico profilo sulla comunità ebraica borghese nell’era postcoloniale viene offerto dal libro Morocco – Independant, uscito nel 1961, di Rom Landau. L’arabista inglese, d’origine polacca, scrive: Il Marocco è l’unico Paese nel mondo arabo dove gli ebrei potevano vivere senza essere mai costretti a lasciarlo. Sotto le autorità islamiche, per mille e duecento anni, fu permesso loro di praticare le loro preghiere e conservare le loro tradizioni ed i loro costumi. A differenza della maggior parte degli stati europei, in Marocco non emerse mai alcuna campagna antisemita. Vi furono nel passato alcuni casi di discriminazione, ma dall’Indipendenza in poi, gli ebrei vennero trattati al pari dei musulmani. Alcuni occuparono posizioni importanti nel governo. In ambito amministrativo, il numero degli ebrei che lavoravano come segretari e interpreti superava quello dei musulmani. Ciò è comprensibile, poiché la borghesia ebraica, nota per l’intelligenza istintiva, per il lavoro duro e per l’anelito all’istruzione, assicurava alle autorità un modello esemplare di funzionari. (Landau 1961: 238-239) Un altro luogo che coglie nel segno la sensibilità di Canetti è Djema el Fna. L’origine del nome di questa piazza, situata nel centro della medina, è incerta. Secondo le fonti ufficiali dell’UNESCO, la quale ha nominato la piazza “Patrimonio orale e immateriale dell’umanità” nel 2001 grazie alla presentazione della sua candidatura da parte dello scrittore spagnolo Juan Goytisolo, il nome deriva dalla “moschea dell’annientamento” (Borghi 2006: 3). “Djema”, infatti, significa “moschea”, ma anche più semplicemente, “raduno”; quanto, invece, al termine “Fna”, questo può riferirsi al concetto della “morte” (è, quindi, il posto dove si svolgono le pubbliche esecuzioni), alla “distruzione” (in riferimento ad una moschea distrutta in epoca almoravide), oppure ad un “cortile esterno” (un largo spiazzo fuori dalla moschea)9. In questa piazza si svolge gran parte della vita socioculturale dei cittadini di Marrakech. Se, come afferma Canetti nella sua opera monumentale Massa e potere (1960), i musulmani si riuniscono in quattro precise occasioni10, Djema el Fna rappresenta un’altra circostanza spazio-temporale di raduno per eccellenza. In questa piazza giungono ogni giorno venditori d’acqua, acrobati, ammaestratori di serpenti, dottori, dentisti, cantastorie. A quest’ultimi Canetti dedica un capitolo ne Le voci dal titolo “Cantastorie e scrivani”, in cui emerge un’interessante riflessione metaletteraria, tipicamente canettiana11, che mette a confronto la ! ! letteratura “di carta” e la tradizione orale. Appartenente alla prima categoria, lo scrittore bulgaro non solo ammette la superiorità dei cantastorie: “mi apparvero come fratelli maggiori e migliori di me” (Canetti 2000: 95), ma addirittura prova disprezzo per chi vive di letteratura, protetto da tavoli, porte e carta. Considerare i cantastorie come “fratelli maggiori” trova una sua giustificazione stilisticoestetica nell’ambito della storia della letteratura. Essi rappresentano per Canetti quell’elemento letterario che meglio garantisce la stretta relazione tra il passato e la modernità. Non a caso l’autore li vede come “un’enclave di vita antica, di vita intatta” (Canetti 2000: 95), come se fossero gli aedi omerici, i hakawati de Le mille e una notte, i cantori medievali, oppure i griot dell’Africa occidentale12. La “vita antica” e “intatta” dei cantastorie marocchini in piazza va di pari passo con la realtà, storicamente statica, che contraddistingue il commercio nel suk. Canetti osserva, a tal proposito, il contrasto tra la modernità (delle merci) ed il passato, rilevato nella forma antica di presentare le merci13. Il giudizio di Canetti, ciononostante, non va colto come facente parte di quella visione orientalistica che ribadisce, secondo Edward Said, l’immutabilità dell’oriente14. Si tratta, piuttosto, di un’osservazione più vicina alla concezione riguardante l’aspetto “preistorico” delle società pre-consumistiche che troviamo, ad esempio, nelle opere terzomondiste del poeta-regista italiano Pier Paolo Pasolini15. Canetti, come Pasolini, predilige l’antichità nelle relazioni sociali: ciò pare evidente nella distinzione che egli opera tra le leggi del suk marocchino ed il mercato europeo, tra il commercio come “arte antichissima” (Canetti 2000: 26) e lo scambio che rispetta “il prezzo fisso”, dove “qualsiasi imbecille riesce a trovare le cose di cui ha bisogno” (Canetti 2000: 95). Lo scontro tra tradizione e modernità nella Marrakech di Canetti, dunque, rompe l’armonia con il filone orientalistico che vede nell’oriente un mito. Lo scrittore bulgaro affronta questa tematica con uno sguardo realistico che dipinge la società marocchina, liberandola da comodi stereotipi e pregiudizi affrettati. Nel capitolo intitolato “Shahrazad” (nome che rievoca il celebre mito de Le mille e una notte, ma ne Le voci si riferisce semplicemente ad un locale francese nella città vecchia di Marrakech), Canetti illustra un aspetto fondamentale della città: il multietnicismo. Il bar francese è frequentato principalmente da francesi, americani, inglesi ed arabi: un nucleo multietnico in cui s’incontrano e si ! ! scontrano razze, lingue e religioni diverse. La modernità del locale, così come viene descritta da Canetti, si contrappone all’antichità delle piazze di Marrakech. Se in “Shahrazad” vige un’atmosfera di razzismo e intolleranza dettata da norme capitalistiche e da una “visione moderna” che custodisce il locale entro coordinate spazio-temporali ben precise, le piazze del centro storico, con la loro condizione che va oltre il tempo e lo spazio, rimangono, per Canetti, un modello esemplare di convivenza sociale e tolleranza. Nel bar francese si sussurrano storielle di matrimoni misti falliti, aneddoti fondati su pregiudizi razziali e notizie su arabi incivili e americani che vanno accolti con lo sfollagente (Canetti 2000: 121). La presenza degli arabi in “Shahrazad” permette all’autore di tornare ancora una volta al conflitto tra modernità e tradizione nella società conservatrice di Marrakech. Egli scrive: “C’erano anche degli arabi i quali, però, erano vestiti all’europea oppure bevevano, il che bastava, ai loro occhi almeno, a renderli moderni e europei” (Canetti 2000: 112). Tale valutazione oggettiva (che si può scorgere nella frase “ai loro occhi”) introduce inoltre un atteggiamento dell’autore che respinge tutti gli stereotipi esposti dalla signora franco-cinese Mignon, padrona del locale, la quale considerava “barbari” gli indigeni e gli americani. Canetti commenta questo comportamento così: “non ho mai trovato in nessuno pregiudizi così primitivi e incrollabili come in quella donna” (Canetti 2000: 113). L’atteggiamento antirazzista di Canetti non sorprende i lettori, dato che la ricchezza contenutistica del viaggio a Marrakech è identificabile proprio nella ricerca di incontri con il maggior numero possibile di persone appartenenti a razze diverse ed a vari ceti sociali: arabi poveri (mendicanti) e arabi ricchi (frequentatori di Shahrazad), berberi, ebrei, francesi, italiani (Ginette), ecc. A tutti questi, però, Canetti cela le sue vere origini, limitandosi, per comodità, a dire di essere “inglese”. Lo scrittore bulgaro, naturalizzato britannico, spiega questa scelta in questi termini: “«Dall’Inghilterra,» dissi «da Londra». Per non confondere la gente, mi ero abituato a semplificare così la mia risposta” (Canetti 2000: 71). Il vero motivo che induce l’autore a lasciare passare la questione della propria identità geografica, tuttavia, si potrebbe individuare nel fatto che Canetti, in questa sua indagine etnologica, non si considera un vero protagonista. I veri protagonisti sono gli abitanti del luogo, i loro costumi, le piazze di Marrakech (non a caso l’ultimo capitolo è dedicato alla grande piazza centrale), e soprattutto i ! ! suoni emessi dagli angoli più lontani di queste piazze. Notando un mendicante che si esprime soltanto con un lungo “a-a-a-a-a”, lo scrittore conclude il libro ed il suo viaggio a Marrakech con queste parole: Forse non aveva la lingua per formare la « l » di « Allah », e il nome di Dio si accorciava per lui in «a-a-a-a-a». Ma era vivo, ed emetteva il suo unico suono con uno zelo e una costanza senza pari, lo emetteva per ore e ore fino a quando, nella piazza immensa, non restava che un unico suono, il suono che sopravviveva a tutti gli altri suoni. (Canetti 2000: 126) *** Il viaggio nella memoria spazio-temporale ed il rapporto conflittuale tra tradizione e modernità in terra marocchina sono temi presenti anche in Ultimo tè a Marrakech, un diario di viaggio, uscito nel 2000, della scrittrice e poetessa italiana, Toni Maraini. Si tratta di una raccolta di quattordici racconti16 che offrono un ritratto socioculturale del Marocco contemporaneo, condito da squarci di vita quotidiana e da alcuni momenti narrativi che oscillano tra il dialogo (quasi sempre con “gente del posto”) e il monologo. Oltre al suo valore letterario, la raccolta si presenta come un’indagine sociologica colma di analisi e riflessioni che possono interessare una vasta gamma di campi interdisciplinari: dal femminismo alla teoria postcoloniale; e dalla politica ai cultural studies. Se il viaggio di Canetti a Marrakech è stato breve, quello di Maraini in Marocco è durato trentatré anni, di cui, come riportato nell’omonimo racconto “Ultimo tè a Marrakech” 17, vent’anni nella piazza Djema el Fna e dintorni (Maraini 2000: 79). Il lungo soggiorno della scrittrice italiana in Marocco non spiega solo la profonda conoscenza della realtà sociale, politica e culturale del paese maghrebino, ma serve anche ad approfondire alcuni temi che ne Le Voci di Canetti erano solo stati accennati. Tra questi spiccano argomenti inevitabili quali la questione femminile, il cammino verso la modernità, il razzismo e la tesa relazione ontologica tra occidente e oriente. Maraini è così attenta alla questione della donna magrebina da dedicarle racconti interi che vedono la presenza di personaggi esclusivamente femminili. In questi racconti (si pensi a “Una giornata, un fiume”; “L’ultimo pane”; “L’orologio cosmico”) si potrebbe cogliere un’acuta visione femminista che copre un’interessante varietà di temi concernenti alcune piccole realtà matriarcali, i costumi, la condizione femminile che vacilla tra vincoli religiosi ed altri ! ! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! lodi di Maometto, le prodezze di Alì e le gesta di Saad Zenati nella piazza di Jemaa El-Fena e in tutte le piazze d’Oriente”. (Lamri, 2006: 90). 13. Canetti scrive nel capitolo dedicato al suk: “Non tutti [gli oggetti] sono belli, sempre di più s’intrufola tra loro robaccia di dubbia provenienza, fatta a macchina e importata dalle regioni del Nord. Ma il modo in cui sono presentati è ancora quello di una volta”. (Canetti 2000: 23). 14. La visione tipicamente orientalistica vuole che la parola “Oriente”, scrive Said, sia “un sinonimo di stabilità e immutabile permanenza”. (Said 1999: 237). 15. Per il concetto di “Terzo Mondo preistorico” nell’opera di Pasolini, si veda (Caminati 2007: 4). Il rapporto tra l’oriente e l’antichità spinge il regista friulano ad ambientare il suo celebre film Edipo re in Marocco, anziché Grecia. 16. Il numero corrisponde curiosamente ai quattordici capitoli che compongono Le voci di Marrakech. 17. Si noti che, tra tutti gli altri racconti, l’omonimo racconto, “Ultimo tè a Marrakech”, è l’unico ambientato a Marrakech. 18. Si tratta della Festa del Sacrificio che viene celebrata dai musulmani ogni anno nel mese lunare di Dhu al-Hajj. 19. Lungi dal contesto narrativo, una testimonianza storica notevole che riguarda da vicino la posizione sociopolitica femminile marocchina è data dall’incarico attuale di Fatima Zahra Mansour, politica e avvocatessa marocchina, come primo sindaco donna di Marrakech. 20. È esemplare il rifiuto da parte di Agata, la protagonista del racconto “Una giornata, un fiume”, di scrivere un articolo sul “conflitto tra tradizione e modernità”, poiché “era stufa delle impasticciate diatribe sul Mediterraneo”. (Maraini 2000: 23). 21. Per un’analisi approfondita sugli stereotipi nel contesto coloniale, si veda il capitolo “La questione dell’Altro. Stereotipo, discriminazione, e discorso del colonialismo” nel succitato libro di Homi Bhabha (Bhabha 2006: 97-121). 22. La narratrice nel racconto “Viaggio a Thamusida” commenta a tal proposito: “La razionalità dell’Occidente è probabilmente soltanto un mito, come lo è l’irrazionalità supposta dell’Oriente” (Maraini 2000: 124). 23. In un’altra occasione, Maraini trova un’alternativa all’appartenenza di carattere geograficoidentitario. Scrive: “ho imparato a portare sedie, tavolini, libri, odori, musiche, pensieri, paesaggi, villaggi, porte – chiuse e aperte -, amici e nemici in una sola e unica valigia”. (Maraini 2000: 95). ! ! !