Tre tribuni studiati da un alienista
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Cesare Lombroso Tre Tribuni STUDIATI DA UN ALIENISTA CON FIGURE. Biblioteca PixeLegis. Universidad de Sevilla. Salvateci dal fango che sale, che sale, che sale. G. CATZDUCCI - Confe,SSi0121 e nattaglie. ROMA - TORINO - FIRENZE FR ATELLI BOCCA LIBRAI DI S. M. 1887.
Proprietà Letteraria Torino, 188 7 . -- Tip. e Lit. Camilla e Bertolero
PREFAZIONE A`tt'amico i g noto, Non ho il coraggio di dedicare questo libro a un amico provato, come aveva fatto per l'altro; quando si lotta per verità poco note o poco accette non si deve legare alla catena dolorosa della propria impopolarità l'amico che a voi si affidava. Ma ve n' è uno, al quale chi lotta per un' idea può sempre abbandonarsi senza ritegno. E l'amico ignoto, spesso pii caldo del compagno d'infanzia, che non rifugge mai dalle idee generase ; per . quanto combattute, anzi perché combattute. E a lui che mi rivolgo. Quando, anni fa, pubblicavo i Due Tribuni coll'intento di spiegare un fenomeno sociale e politico, che parve sulle prime, un vero problema, mostrando, senza rispetto ad alcun ,,partito, la miseria in eui siamo caduti, .e tentando, da vecchio
alienista impenitente che sono, di cavarne un'applicazione allo studio del mattoide, io aveva fallito la strada. Non è poeta chi vuole, e non è chi vuole, popolare. E necessaria una dose di grande duttilità e lucidezza; e non basta, come io credeva, sorvolare sulle citazioni, ma bisogna condurre il pubblico passo per passo ; se no, avverrà che egli, trovatosi all'improvviso sopra una strada ignota, non sappia orientarsi, ed accusi dèlla propria confusione non già sè stesso, ma la sua guida. Quando qualcuno legge un libro per sollazzo, si ferma ai fatterelli che gli si adducono, senza sognare che vi sia sotto una conclusione. Meno ancora sognerà che l'autore pretenda da lui la conoscenza delle altre sue opere, senza le quali molte delle teorie addotte devono sembrare bislacchi paradossi ; e così io avendo, in altro lavoro, 'con parecchie centinaia di esempi, mostrato la frequenza della pazzia nell'uomo di genio e le ragioni anzi per cui l'uno a vicenda si trasforma nell' altro, e gli speciali caratteri dei mattoidi, ammisi quelle dimostrazioni, dopo le quali poche frasi colte a volo nelle lettere di Cola da Rienzi, nell'^+io ^^ bastavano per mostrare l'indole morbosa dei loro autori.
Un altro difetto capitale si aggiungeva in quel libro : la mancanza d'ogni misura nella diagnosi delle nostre piaghe. I1 vero tutti dicono d'amarlo; ma ei dev'essere un vero anodino, che non ci guasti le digestioni ; un vero debitamente filtrato attraverso lo staccio dei partiti e degli interessi. Ti concederanno, per esempio, di maltrattare un Tizio, purché abbi cura di non rivelare le magagne di Cajo : e giura, anzi, che quelle sieno glorie e non magagne, e lascia tranquilli i potenti, sian pure prepotenti, anzi... appunto se tali. Qui trovo che i critici hanno proprio ragione. Che diavolo! Siamo in un'epoca di serafica contentatura, e tutti facciamo il bocchino d'oro, ed abbiamo convertito in turiboli le fiere alabarde quando in tal'epoca uno, invece di miele e di incensi, va in busca di bastonate e di beffe, per dirci che noi confondiamo la calma con l'apatia; che non si provvede sul serio al delitto coll'estendere la giuria; e all'ignoranza con dei brani di carta sotto forma di legge; e alla questione sociale, dimenticando l'agricola; e all'agricola dimenticando i pellagrosi ; che non si progredisce ripristinando le preistoriche cremazioni , oh! costui non conosce il suo tempo. E mi si fa un appunto proprio di ciò, che
-- VIII -- io speravo fosse un vanto: dell' avere tentato di sfrondare la leggenda rosea che involge e confonde la storia di alcuni idoli nostri. Oh! che, risponderei, non ne abbiamo abbastanza delle favole che dobbiamo ufficialmente accettare, perché ammesse per vere dai pi e] , da dovere aggiungervi anche quelle che passarono per la mente d'un romanziero, o fra i deliri d'un popolo che inneggia ad eroi che prima adorava, poi calpestava e derideva, sempre senza comprenderli ? A che servirebbero gli studi se dovessero tenere dietro e non precedere i portati della pubblica opinione? A che servirebbe una vita passata in mezzo a ricerche speciali, se non desse diritto a sorridere alle risa degl'ignoranti, e ad imporsi, senza spavalderia, ma senza esitanza, a coloro che, essendo colti negli altri rami, pretendono e nol sono nel vostro ? L'allontanarsi dalla leggenda non è, del resto, già per sè, sempre un progresso? E non ci permette di spiegarci dei fatti che, finché vagoleggiano in un mondo nebuloso ed incerto, potran destare negli uomini volgari stupore ed anche diletto, ma rimanendo pei savi un muto ed inutile enigma? Prendiamo, ad esempio, il Cola da Rienzi. Come, colla sua leggenda, connettere il suo principio colle
- IX replicate cadute, le sue vane imprese colle sue gigantesche proposte, ecc.? E, ammessa la leggenda, quali applicazioni utili se ne possono cavare di più che dalle epiche imprese di Orlando e di Rinaldo? Mentre, invece, seguendo solo i lumi della storia e rettificando la leggenda coi lumi della psichiatria, se ne spiccia un raggio che non solo rischiara una serie di fatti storici male compresi, ma ci aiuta a spiegare alcuni fatti che non ci sappiamo spiegare, malgrado si svolgano sotto i nostri occhi, come i trionfi di Lazzaretti e di Coceapieller: e ci fa intravvedere anzi una teoria sulla genesi di quei grandi avvenimenti storici che sono le rivoluzioni, cui molti anche non miopi ingegni derivavano così spesso da casuali incidenti, oppure lasciavano inesplicati, anzi (che è peggio) non presentendo che alcuno credesse necessario di trovarne la soluzione. La ragione intima, però, di tutto questo sta nella profonda ignoranza che c'è, anche nel pubblico colto, per quanto tocchi la psichiatria. La nostra educazione classica, classica così per dire, chè nel fondo la maggior parte non fa che imparare (Dio sa con qual vantaggio!) come lo stesso oggetto si chiami e si declini in vecchie lingue, portandoci via i più begli anni e le più belle forze della nostra giovinezza, non ci lascia, si può dire,
un margine sufficiente per le cognizioni più solide e pi el utili. Non v'è nessuno della buona società che ignori chi sia Romolo o Ulisse, o ignorandolo non se ne vergogni; ma, viceversa, cosa sieno i terribili batteri che sono i padroni della nostra vita, come si respiri e come e perchè si cammini, oh! questo pochissimi sanno, e pochissimi si vergognano d'ignorarlo; arrivederci poi in certi problemi di psichiatria, sconosciuti persino a molti medici! E intanto fenomeni psicologici e storici, anche volgari, restano completamente un enigma; per esempio, noi non sappiamo spiegarci come si manifestassero quelle vere epidemie psichiche del medio evo e dei tempi antichissimi, nè comprendiamo cosa fossero le streghe, i profeti, i santi, gli oracoli, i miracoli, e, come vedremo, ci sfugge la causa di una gran parte delle rivoluzioni. Ogni volta che un fenomeno psicologico si presenta all' improvviso al pubblico , come l'ipnotismo, e s'impone per la sua gravità, desta una strana maraviglia e per poco non ci fa ritornare alle credenze dei tempi selvaggi, come certo accade quando degenera nelle fedi spiritiche. E v'hanno uomini indegni di rispetto perchè troppo di mala fede, che gridano ai miopi loro seguaci in letteratura, in diritto, come dei pie-
_ ya coli merciai timorosi d'ogni concorrenza: Guardatevi da questi alienisti invasori che sconfinano e invadono i nostri campi! Potremmo noi rispondere: Se invadiamo, gli é perché siamo forti, e voi siete dei deboli, malamente aggrappati al passato. Quando si applicavano, e il costume non é ancora scomparso, la teologia e poi la metafisica, che sono la negazione della vera scienza, alle quistioni pratiche e sociali nonché alle fisiche, allora il danno era grave, e sarebbe stata utilissima, e non vi fu, l'opposizione; ma che male vi ha quando si applichi una scienza tutta desunta dai fatti a spiegare dei fatti che prima non si comprendevano? Chi sí lagna, ora, per la intrusione della chimica, della meccanica in tutti i congegni della nostra vita se non sono i nemici di ogni movimento civile ? E notisi, poi, per suggellare la sconfitta di codesti avversari: che non sono proprio tanto gli alienisti che si facciano innanzi ad estendere le applicazioni della loro scienza (per istrano caso, in Italia, meno poche eccezioni, tutti sono ad avversi o tiepidi-amici a quest'idee), quanto gli uomini di grande ingegno come il Ribot, il Taine, lo Spencer, il Maury, il Guyau, il Ferri, il Garofalo, il Drill, il Campili, il Fioretti, il Puglia,
-- 4 -- riguardano il suo ufficio, il suo mestiere, il suo cibo ; quando quindi vediamo, p. es., un venditore di frutta applicarsi quasi continuamente a fare ragionamenti filosofici, od un birro sbracciarsi a far il filantropo, come il Bosisio, noi dobbiamo sospettare che la sua mente si trovi in uno stato anormale. Ma, ben inteso, questa anormalità, a chi ben vi studia, non é mai isolata; quasi sempre si osservano in costoro, insieme alla esagerazione, anomalie caratteristiche, lasciandosi essi, per esempio, dirigere negli atti da una rima (come colui che voleva uccidere un povero curato perché « curato » faceva rima con « croato »), od adoperando parole antiquate e straniere, od esagerando nelle minuzie o nei simboli, ecc.; od applicandosi ad argomenti poco adatti alla loro condizione, come, per esempio, il Lazzaretti, quando, carrettiere, volle fondare una nuova religione ; od in una direzione inutile od anche dannosa, come, per esempio, quella M. che riponeva i suoi aghi in una serie innumerevole di sacchetti rinchiusi l' uno nell'altro, ecc. Hanno alcuni un esagerato sentimento dell'ordine; così, per esempio, una mia cliente, per la mania dell'ordine, quando allogava nel cassetto la biancheria, ne ritagliava quella che essendo più lunga non apparisse abbastanza allineata. Così non di rado i pazzi tracciano bei disegni, ma in cui si ravvisa qualche difetto caratteristico. Uno, per es., nell'eseguire un lavoro di paesaggio, trascura la prospettiva come un Giapponese, perdendosi invece a disegnare con una cura esagerata certi
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S— particolari minutissimi ed inutili affatto (vedi tavola I). Eppure con tuttoció riesce, grazie all'originalità, ad un effetto mirabile, come trovarono Boito e Castellazzo. Altri, come un monomane studiato dal Raggi, riproduce nelle scolture tutti i caratteri degli artisti preistorici e medioevali. Queste anomalie si osservano specialmente nei pazzi ereditari, monomani in ispecie, e nei mattoidi, sui quali più a lungo ci fermeremo. I paz z i ereditari, scrive Magnan (z), offrono caratteri fisici e psichici speciali, che li fanno distinguere da tutti gli altri, e fin dai primi anni di vita. Spiccano in essi la disarmonia intellettuale, lo squilibrio non solo fra le facoltà mentali, e gli atti intellettuali da una parte e le inclinazioni dall'altra, ma anche fra le varie facoltà mentali. Cosicché si hanno degli imbecilli molto atti ad uno o ad altro lavoro psichico ed incapaci affatto per tutto il resto; e ció perchè le lesioni dei centri sono in essi irregolarmente distribuite, alcune essendo bene sviluppate, mentre restano quasi completamente atrofiche le altre. Alcuni sono dotati di ottime facoltà intellettuali, ma difettano delle morali; altri al contrario, moralissimi, sono matti affatto o pochissimo capaci a tutto che richieda lavoro mentale. Magnan ci narra d'uno, di codesti squilibrati, il quale torturò per più anni sua moglie, obbligandola ad udire dei discorsi che duravano per intiere notti ed in cui formulava lamentele punto giustificate : quando egli aveva parlato per sette od otto ore (a) Dei segni morali della follia ereditaria. — Ann. méd.-psych., 1886.
-- 6 -- era soddisfatto e la famiglia poteva andarsi a riposare: ebbene la figlia di questo parlatore notturno comincia, ora, verso le otto ore di sera le sue arringhe e non finisce che al mattino; e grandemente si irrita se non la si ascolti o se si tenti di farla tacere. Mattoidi.— Una forma nuova(I), quasi sempre congenita (2) di alienati, é quella ch'io chiamo dei mattoidi, che si avvicina all'imbecillità da un lato, e alla monomania dall'altro, ma ha caratteri suoi ben spiccati. E prima di tutto ha pochissime di quelle anomalie che si chiamano dagli alienisti degenerative, e che deformano la fisonomia. Sopra un gruppo di 3o di costoro, solo 21 ne presentavano, e ben poco spiccati: 12 cioè con 2 anomalie ; due soli con 3 ; con 4, due; con 6, un solo; e quasi tutti questi ultimi grafomani. I più spiccati anzi avevano una fisonomia intelligentissima ed armonica. Un altro carattere negativo è la conservazione degli affetti perla famiglia, ed anzi per gli uomini in genere, che va fino all'esagerato altruismo; per quanto però nell'altruismo stesso entri in molti la grande loro vanità. Bosisio pensa fino al benessere dei posteri. Così Dim... ama la moglie, i nipoti, lavora continuamente per la famiglia; così Cianchettini manteneva la sorella sordomuta; il Lazzaretti adorava la moglie. Nel carcere, pochi dì sono, dovendo fare una tras- (r) Il pubblico ha afferrata e fatta sua la parola, ma non il concetto: crede si tratti di mezzi pazzi: invece sono costoro, come si vede qui, qualcosa di più e qualcosa di meno dei veri pazzi, perché il loro delirio é perpetuo e congenito, mentre d'altra parte è assai meno intenso e senza perdita degli affetti. (2) Vedi il mio Genio e Follia, sa ediz., Torino, Bocca.
C. LOMBROSO - Tre Tribuni. Tav. i. GUITEAU. 2. PASSANANTE.
_ 7 -- fusione di sangue, perdetti assai tempo per trovare un individuo sano cui cavare del sangue; tutti si rifiutavano: appena lo seppe un mattoide, tisico, si offerse, e s'adontò anzi quando io non lo volli usufruire. Ed hanno in genere perfettamente conservato, e fin esagerato, il senso dell'ordine: quasi sempre sono sobrii. Bosisio si nutre di polenta senza sale; Passanante solo di pane; Mangione con i 3 soldi di ceci e fagiuoli ; Cianchettini arrivò a formarsi col risparmio un piccolo peculio, facendo il portinaio d'una caserma. L'intelligenza loro, sulle prime, non sembra offrire notevoli anomalie; e' sono spesso di una notevole furberia e abilità nella vita pratica, per cui alcuni riescono medici, deputati, militari, professori, consiglieri di Stato; ma hanno di particolare e di morboso una laboriosità esagerata in materie estranee alla loro professione e sproporzionata alla loro non elevata intelligenza; attività, ma non attitudine, insomma, pari a quella del genio. Ma ancora il carattere prevalente sta nella singolare abbondanza degli scritti. I1 pastore Bluet ha lasciato nientemeno che 18o libri l'uno più insulso dell'altro. II fornaciaio Mangione, che per giunta era storpiato nella mano e non poteva scrivere, si privava del cibo per potere stampare, e parecchie volte spese più di zoo scudi al mese coi tipografi. Di Passanante sappiamo quante risme di carta vergasse, e come egli desse più importanza alla pubblicazione di una insulsissima lettera, che alla sua propria vita. Qualche volta le loro stramberie e' si accontentavano di scriverle e stamparle senza diffonderle al pubblico; eppure credono che esso le debba conoscere.
In questi scritti, oltre cio, si nota che lo scopo è o futile, o assurdo, o in perfetta opposizione col loro grado sociale e coltura ; così un prete deputato tira giù ricette pel tifo; due medici fanno della geometria ipotetica e dell'astronomia; un chirurgo, un veterinario ed un ostetrico dell'areonautica; un cuoco fa dell'alta politica; un carrettiere della teologia. IJ notevole che in quasi tutti, Bosisio, Cianchettini, Passanante, Mangione, De Tommasi, ecc., le convinzioni esposte nei loro scritti sono tenacissime , profonde, ma non fervide, sicchè non dan luogo al delirio di azione se non per eccezione, e quando vi si associa l'estrema penuria; e sono di tanto più prolissi e assurdi nello scrivere, di quanto sono sensati e succosi nel rispondere; si vedono respingere, solo a monosillabi, le obbiezioni, salvo a sfogarsi più tardi in chilogrammi di carta, e comportarsi, nel rispondere a voce, con tal buon senso, da far credere, ai meno dotti, per savie le loro fantasticherie. «Il guardiano è la vera sentinella del popolo e governo, » la libertà, la circolazione della stampa», è sentenza di Passanante, che sembra una logomachia, ma egli la spiega ai periti con questi termini: « La libertà della » stampa, la libera circolazione dei giornali costitui- » scono la sorveglianza dei diritti del popolo ». --- Quand'io chiedevo al Bosisio perché portasse bizzar ramente i sandali e passeggiasse in pieno luglio a capo scoperto e seminudo mi rispondeva: « Per imitare i » romani e per l'igiene del capo, e infine per richia- » mare con un segno esterno l'attenzione del pubblico » sulle mie teorie. Mi avrebbe ella fermato se io non » fossi stato acconciato in questo modo ? ».
— 9 — Insomma costoro, pazzi certamente nei loro scritti, e molte volte più di quelli dei manicomi, lo sono poco negli atti della vita , dove mostransi pieni di buon senso, di furberia ed anche di ordine; per cui accade loro il rovescio che ai veri poeti e in specie a quelli ispirati dalla pazzia, quasi tutti di tanto più abili nelle lettere quanto meno lo sono nella vita pratica. Quindi si spiega come molti di questi autori di bizzarrie mediche sono reputatissimi pratici. Uno era direttore di un ospedale. L'autore dello Scottatinge fu capitano e commissario di guerra. Un altro, inventore di macchine quasi preistoriche e di scritti più che umoristici, é in un ufficio che l'espone a continui contatti con uomini colti, che non l'hanno sospettato mai di follia. La convinzione esagerata in loro dei proprii meriti ha ció di speciale : del manifestarsi più negli scritti, che negli atti della vita e nella parola, si che non mostra irritarsi, così come succede nei pazzi e anche nei genii, della contraddizione e delle tristizie della vita pratica. Il Cianchettini si paragona a Galileo e a Gesù Cristo, ma scopa la scala della caserma. Passanante si nomina presidente della Società politica e fa il cuoco. Mangione si classifica martire dell'Italia e del proprio genio, eppure si adatta a far da sensale. E non sarebbero mattoidi se insieme alla apparenza della serietà e alla tenacia costante in una data idea, che li fa simili al monomaniaco ed all'uomo di genio, non s'accompagnasse spesso negli scritti la ricerca dell'assurdo e la continua contraddizione e la prolissità e futilità pazza; ed una tendenza che supera tutte l'altre, la vanità personale.
16 si mise in mente di avere il diritto di ferire tutti i preti del suo paese, perciocchè, egli diceva, « il cattolicismo è in opposizione col nostro governo », e poi tutti i pretori, perchè preti e pretori sono uguali; un altro giorno tenta d'incendiare la chiesa, il tutto dopo una serie di liti e proclami molto sensati e giusti, se si vuole, nel fondo, ma non nelle applicazioni. Ho osservato che tutti questi hanno una forma di scrittura affatto somigliante a lettere molto allungate e che somigliano un po' a quelle dei vagabondi. In molti le liti personali si mescolano alle politiche: ed é questa la specie che più si manifesta pericolosa, ai nostri giorni ; si tratta in genere d'individui a cui la scarsa coltura e l'estrema miseria non permette di sfogare per la stampa le proprie idee e in cui, direi, mancando lo sfogo, a p oco a poco la irruenza delle idee si trasforma in violenza di fatti; tale fu il Sandou, che diede molte noie a Napoleone III ed a Billaud, ed era un mattoide politico; e tali sono pure Cordigliani, Mangione e Sbarbaro. Perseguitano deputati e magistrati, a cui, quando non riescono nelle liti, attribuiscono l'insuccesso. E stendono la reazione alle più alte autorità, rifiutansi di pagare le multe, insultano i giudici, si fanno gli avvocati di tutti gli oppressi. Buchner (Friedreich's Blatte, 187o). racconta di uno che fondò a Berlino una società per proteggere tutti coloro ch'erano stati maltrattati dai giudici, e ne mandò il proclama al re. Monomania (alcuni, con uno dei soliti stupidi grecismi, che giovano tanto... per non farsi capire, la chiaman paranoia) è quella specie di pazzia, senza depressione nè ecci-
t7 __.. tamento, in cui predomina un delirio parziale che lascia apparentemente integre alcune facoltà del pensiero. Ben poche anomalie presentano costoro, e ciò solo basterebbe per distinguerli dagli altri alienati così tempestati da caratteri degenerativi; al più soffrono qualche contrattura, specie dei muscoli flessori; più facile é riconoscerli pei gesti speciali, pel portamento, per la truccatura, si direbbe in linguaggio comico, ricercata e altiera nei pretesi re, umile e piena d'unzione nei neo-religiosi, e per la scrittura minuta, studiata, vergata qualche volta verticalmente od obliquamente, con numerosi poscritti, sottolineamenti e con frasi speciali che spesso ripetono, ed a cui annettono un grande significato; hanno, per es., la scoltona, la gotta superiore. Abusano poi nelle parole e negli scritti di simboli che diventano alle volte la loro esclusiva maniera di esprimersi. Così, p. es., si trovarono da Lazzaretti lunghe striscie di carta su cui erano disegnati cavalli con quaranta gambe e venti ali; un altro megalomano, credendosi dappiù degli altri uomini, sdegnava scrivere colle lettere usate comunemente e parlare coi vocaboli ordinari: quindi aveva una lingua sua speciale da lui immaginata , e la sua scrittura era composta da tante piccole medaglie in mezzo alle quali eravi un simbolo , e sotto una epigrafe esprimente l'idea che voleva indicare. Egli poi si firmava: Padrone del mondo. Quest'individuo fu facilmente riconosciuto come pazzo, ma se egli colle sue idee barocche fosse per avventura riuscito a commuovere qualche turba di ignoranti (come avvenne a Lazzaretti), probabilmente
I^ sarebbe stato accusato di cospirazione e condannato. Costui (che era poi pederasta) aveva con tali segni fatto un vero programma politico. Senza affetto per alcuno, hanno tendenze ad isolarsi, a vivere rinchiusi nelle loro cerchie d'idee: e spesso vi tempestano di scritti e di lunghe autobiografie, mentre a voce non vogliono o possono rispondere. Vedono negli infermieri ora ministri che li proteggono, ora spie che li perseguitano, ora persone prima loro note ; inclinano essi a interpretare tutto quanto vedono e sentono come relativo alla loro personalità: s'imbattono in un avviso d'osteria -- li si accusa di essere ubbriachi. — Il principe tale ha il loro nome -- è perché anch'essi sono principi.— Un prete, che si credeva perseguitato per certe sue maccherelle,vedendo, p. es., all'Esposizione di Torino il cane da caccia di V. E.: « Ecco, me lo misero qui per mostrare che invece di fare il prete fo il cacciatore ». — Un veterinario fa degli elogi sperticati nel giornale ad uno di costoro, che credendosi dannato, avea regalato una grossa somma ad un sindaco ; il credereste? esso andò su tutte le furie — pretendendo che l'elogio partendo da un veterinario, voleva significare: esser egli una bestia. Uno avendo veduto della paglia nella strada: « E segno, dice, che non vi doveva andare » . Se una mosca cade morta nel suo piatto : « È per indicarmi che é avvelenato ». Hanno illusioni in cui vedono le persone colla faccia d'un altro. Vi é qualche mistero sotto, dicono, e li cominciano a fissare sul gesuita, sulla polizia, sul magnete. Avendo esagerato insomma in strano
--- 19 — modo il senso della propria personalità vedono se stessi designati nei libri, come profeti, per la stessa ragione che sono bastardi di re , ecc. , o scopritori della quadratura del circolo, creatori di nuovi partiti. In genere l'idea fissa comincia a germinare lentamente in quegli individui predisposti, in seguito ad una forte emozione o una viva sensazione. Un magistrato di mediocre intelletto, comincia a fissare che gli oggetti di rame nuociono alla salute e loro attribuisce le malattie sue e degli altri. Una ragazza, che già sino da 16 anni mostrava una tendenza a preoccuparsi delle cose più futili , senti parlare di un cane arrabbiato che aveva morsicato un altro cane; evita non solo i cani, ma gli oggetti che possono essere stati da loro toccati, perfino le corde della lavandaia ed il bucato, poi i suoi genitori, perché non prendevano precauzioni sufficienti; più tardi comincia a sospettare fino delle loro esalazioni. Hanno poi una gran tendenza all' interpretazione mistica, ai simboli sessuali hanno (dicono) polluzioni elettro-magnetiche --- visioni di santi nudi. Masturbandosi uno credeva creare dei mondi nuovi, e si dipingeva in uno strano quadro a colori, che io posseggo, nell'atto di fabbricare a questo modo dei pianeti, mentre due donne ignude lo contemplavano molto da vicino, e dall'alto lo sorvegliava un' aquila enorme con un grandeNapoleone accoccolato su una piccola montagna. Nei loro raziocinii con finissimo criterio tentano dimostrare la verità delle più assurde asserzioni ; per es., se si dicono imperatori, figli di Napoleone, non convengono, come fanno i paralitici, d'essere nel me-
2 0 - desimo tempo calzolai, ecc., ma lo negano recisamente; e non asseriscono d' essere diventati re , imperatori tutto d'un tratto, ma in seguito ad avvenimenti che hanno qualche vernice di probabilità; erano bastardi di quella imperatrice che godeva tutt'altra nomea che di castità come Maria Luigia, e ne furono affidati a colei che porta ora il nome della loro madre, ecc. Ed una volta che questo delirio parziale si organa presenta una tenacità straordinaria. Tutti gli accidenti della vita essi li interpretano nel senso di quello. Qualche volta, è vero, alla prima contraddizione convengono dell'assurdo, ne ridono anche, ma per lo più non ammettono di sbagliare, se non per un grande interesse loro personale (evitare la reclusione, ecc.) o non siano colpiti da una potente emozione che li faccia rientrare momentaneamente in se stessi, come la speranza di vendicarsi, lo spettacolo di molte persone minacciose o severe, dei giudici, per es., od i superiori. Non hanno, sulle prime, allucinazioni ; ma queste pullulano sotto al rigoglio delle idee persecutorie, ed allora passano ad atti illogici : vanno dalla polizia a lagnarsi, protestano, viaggiano per fuggirle, s'irritano se si fa osservare che furono essi che diedero luogo a quelle scene, coi loro sospetti e colle loro azioni. Alle volte restano immobili o rifiutano gli alimenti, perchè sentono pretesi ordini superiori, che se mangino o se si muovano sarebbero morti. Una donna ricchissima e molto educata un giorno si vide defecare in mezzo alla stanza, e ció perchè nella latrina eravi un sistema di lenti e macchine elettriche che
--- Z I --- le occasionavano delle strane sensazioni. Farina sente ogni volta che va alla latrina le voci Cesar tó e punta che lo indussero per disperazione all' omicidio. — Qualche volta cominciano dopo qualche tempo a calmarsi, a dubitare di sè, oppure si trasformano in forma cronica. In genere però (e ciò illude l'autorità ed il pubblico sul loro stato) hanno un contegno passivo, di difesa; restano tranquilli, anche quando son colpiti da allucinazioni dolorose o da idee di persecuzione (chiudono le finestre per nord lasciar entrare il nemico) e in ciò si distinguon dai maniaci e dai melanconici. Solo l'intossicazione alcoolica, il calore o freddo eccessivo, o la opposizione troppo tenace li spingerà a commettere atti assurdi e feroci e per poco tempo. Un certo Gianinetti, cui la vicinanza della Reggia di Moncalieri inspirò delirio ambizioso credevasi proprietario di quel R. Castello, sposo di una Napoleonide e pacificatore del Tonchino : minacciato stupidamente di multa e carcere perché non isgombrava abbastanza presto la neve dal suo portone, egli, che credevasi invulnerabile , grazie ad un certo revolver che Re Umberto avea toccato — sparò addosso ai RR. Carabinieri e alle Guardie del Comune, sicché diè luogo ad una vera battaglia. Eppure egli era presidente di una fiorente Società operaia — e da tutti chiamato come giardiniere modello. Malgrado il delirio , la preoccupazione esagerata della propria personalità e l' allucinazione , 1' intelligenza è spesso acutissima; e scrivono spesso dei libri (uno ne inserii nel Genio e follia) libri che sono, anzi, in opposizione colla loro coltura, colla loro posizione.
-- 2 2 _` Perché l'essenziale carattere di questi è l'originalità, sicchè riescono in combinazioni ove uomini anche di una coltura e di un ingegno superiore non riesci rebbero : per es., quel Gianinetti, un povero agricoltore, era giunto a modi fi care senz'ombra di coltura meccanica, una macchina idraulica venuta dall'estero, con dei congegni che avrebbero fatto onore ad un vecchio specialista. Tutto ciò gioverà a farci comprendere perché si spesso i grandi progressi politici e religiosi delle nazioni siano attuati od almeno determinati da pazzi o semi-pazzi. -- Gli è che in essi soltanto si può trovare accoppiata all'originalità, che è propria dei genii e dei pazzi, e più ancora di quelli che sono l'uno e l'altro insieme, l'esaltazione capace di generare una tal dose di altruismo che valga a sacrificare i proprii interessi e la vita per far conoscere e spesso accettare í nuovi veri al pubblico, a cui ogni novazione è sempre inaccetta, e che se ne vendica non di raro col sangue. « Osserviamo (dice Maudsley) come costoro sono atti a scoprire le vie recondite del pensiero state neglette da ingegni più gagliardi .e cosi proiettare sulle cose una luce nuova. « Si nota questa tendenza anche in molti di quelli che non hanno genio , e neanche talento; essi battono vie intentate nell'esaminare le cose, e nell'operare si staccano dall'andazzo comune. È singolare la indipendenza con cui taluno d'essi discute, quasi fossero semplici problemi di meccanica , argomenti ed avvenimenti che il comune pensiero copre di un os-
— 23 sequio convenzionale; quindi nelle credenze sono in genere eretici, spessissimo incostanti, perché facili a sbalzare da un estremo all'altro, ovvero , confortati da una fede profonda nell' opinione che hanno sposata , spiegano uno zelo ardente , incurante di ogni ostacolo, non vedendo , innanzi , i dubbi che si parano davanti ai pensatori scettici e calmi ». Quindi spesso sono riformatori. Ben inteso che essi nulla creano di punto in bianco, ma solo determinano i moti latenti preparati dal tempo e dalle circostanze, comechè grazie alla loro passione del nuovo, dell'originale, essi si ispirano quasi sempre alle ultime scoperte o novazioni, e da queste partono per indovinar le future. Cosi Schopenhauer scrisse in un'epoca in cui il pessimismo incominciava a venir (li moda, mescolato al misticismo ed all'enfasi, ed egli altro non fece che fondere tutto ciò in un sistema filosofico. Lutero riassunse le idee di molti contemporanei e predecessori -- basta ricordare Savonarola, Che se queste idee sono troppo discordi dalle opinioni prevalenti nei popoli , o troppo assurde, esse cadono col loro autore, spesso anzi lo trascinano seco nella caduta. Il pazzo (Maudsley) è in contraddizione coli' opinione dei più, e cosi pure in sulle prime il riformatore, ma questo finisce per essere accettato, il pazzo per restare solo colla piccola schiera di quelli che ne subirono il contagio ('esponsability, p. 48). Dopo ciò sarà facile comprendere il miracolo di Cola da Rienzi.
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CAPITOLO II. Un Tribuno medioevale. Era il 1330 ; Roma inabissava nel caos. « Ogni • die (dice uno storico, Zeffirino Re, Vita di Cola, 1a, » pag. 5), si combattea; Rettori non ne avea: dov'era » loco di vergini si vituperavano ; le piccole zitelle » si fiaccavano. Le mogli eran tolte al marito nel • proprio letto, i lavoratori quando andavano a la- » vorare erano derubati alle porte di Roma. I pel- » legrini scannati ». La pace (scriveva il Petrarca, `7 , erum famil., u, Ep. 9, 1335), « é bandita da co- » testi luoghi non so per qual delitto del popolo o » legge celeste. « Il pastore invigila nei boschi, armato, più te- » mendo i ladroni che i lupi : loricato é il colono. » Nulla si tratta senz'arme. Qui non regna pace, non » umanità, ma guerra, odio, e tutto ciò che asso- » miglia ad operazioni di malo spirito ». I monumenti servivano di trincee ai nobili contro il popolo, che era impotente contro la loro tirannia, ringagliardita dall'aver essi dimora nell'agro su cui aveva speciale pretensione il pontefice. Per cui, nemmeno le rivoluzioni di piazza riuscivano a liberarnelo,
3a- - Che ogni rione di Roma avrebbe un granaio pubblico. Che se un romano fosse ucciso in servizio della patria, i suoi eredi ne avrebbero zoo lire se era un fante, e i oo fiorini se era cavaliere. Che le città e fortezze avrebbero soldati tolti dal seno del popolo romano. Che ogni accusatore che non poteva giustificare la sua accusa andava soggetto alla pena cui sarebbe stata condannata la sua vittima. Che non si distruggerebbero (come in tutti i Comuni allora avveniva) le case dei condannati, ma andrebbero al Comune. Il Cola ebbe da quel parlamento popolare signoria piena della città; si assunse a compagno innocuo il Vicario del Papa, si intitolò Tribuno e fece veramente miracoli; restituì la pace dove era il caos; potè vedere chinati a' suoi piedi i superbi baroni, perfino il ribelle e potente prefetto di Vico. Esercitò una giustizia severa con tutti, coi pii potenti come coi popolani. Degli Orsini, dei Savelli, dei Gaetani, furono da lui, perché violatori della legge, fatti appiccare, e, quello che è più, anche dei preti, come il monaco di Sant'Anastasio, imputato di parecchi assassinii. Col così detto Tribunale di pace riamicò i 800 cittadini, prima nemici mortali. Abolì, o meglio, tentò abolire l'usanza servile del titolo del Don, che pure serpeggia tutt'ora fra noi nel sud ; proibì il gioco dei dadi, il concubinato, gli inganni sui commestibili, con che si guadagnava più il favore della plebe. Creò, infine, una vera milizia cittadina, una vera guardia nazionale !
3 3 — Fece distruggere tutte le armi dei nobili sui palazzi, sugli equipaggi e sulle bande, non dovendosi avere in Roma altra signoria che quella del Papa e la sua. Ristabilì una tassa di i carlino e 4 denari per fuoco in ogni villa e città del distretto di Roma, e fu obbedito sino dalle comunità di Toscana, che potevano addurre pretesti per esimersene — ed i ricevitori non bastavano alla bisogna --- e tutti i governatori (meno due) si sottomisero, e persino istituì una specie di giudice di pace, di conciliatori, anche per le questioni penali. Fece anche di più. Immaginò, egli, primo, quanto nemmeno Dante aveva pensato : un'Italia che non fosse Guelfa, né Ghibellina, con a capo il Comune di. Roma, in cui, primo, in Italia, come il contemporaneo Marcel a Parigi, tentó di radunare (e non fu compreso che da 35 Comuni), un vero Parlamento nazionale (z), Trasportato, infine, in Avignone seppe compiere la impresa che io credo maggiore di tutte l'altre; farsi, dopo tante opere e parole nemiche alla Corte papale, perdonare da coloro che non perdonano mai, i preti, e preti di quel secolo feroce ed implacabile, e farsi rimandare, benchè per poco, e benchè in posizione subalterna, ad un posto che avrebbe dovuto essere per essi la maggiore delle minacce (2). ( I ) Vedi PAPENCORDT, Cola di Rieno, I844. — GREGORO- vius, Storia della città di Roma, vi, p. 267. (2) Vi contribuì l'opinione pubblica facendone, nella sua ignoranza, come dice il Petrarca, un gran poeta; e quelli, bisogna pur dirlo, erano tempi in cui si aveva un maggiore rispetto delle opinioni che non forse ai nostri. Chi più disse male dei tiranni italiani, romani in s p pecie, di
— 34 Pa^^ia. -- Ma tutti questi miracoli , ahimè ! non durarono che pochi giorni; egli che nei concetti politici superò non solo i contemporanei, ma persino molti moderni, e prevenne nell'idea unitaria Mazzini e Cavour, era certamente un monomaniaco. Come, infatti concordano gli storici Re e Papencordt, se era grande nei concetti, era incerto e nullo nelle cose pratiche. Ben il mostró, per esempio, quando avendo avuto in mano il suo nemico più grande, il prefetto di Vico, lasciavalo andare tenendone in ostaggio il figliuolo ; e quando non approfitta della vittoria insperata sui Baroni. Incapace, sempre, di prendere una risoluzione che non fosse teorica, credeva operare tutto in grazia dello Spirito Santo (Papencordt), con cui abbiamo veduto dar inizio alle sue imprese. Confermossi vieppiù nella sua follia per una eresia sorta in quei giorni, secondo cui lo Spirito Santo dovea rigenerare il mondo, e sopratutto dal fatto, molto innocente per sè, che una colomba discese mentre egli mostrava al popolo uno dei suoi quadri allegorici. A quella attribuì il suo felice principio, come all'ispirazione profetica attribuì la vittoria contro il Colonna Dante e di Petrarca che furono loro ospiti! Chi senti mai che Dante, Petrarca fossero scomunicati per le invettive cosi fiere contro la Corte Pontificia! Forse anche in quei tempi barbari la letteratura era circoscritta fra così pochi che poco influiva nella grande politica (né molto si può dire vi contribuisca ora) e che la tolleranza poteva non essere altro che figlia di una giusta noncuranza — e anche di quella paurosa ammirazione che desta una cosa troppo rara.
-- 35 --- (Vita, I, 32), e contro il Prefetto (id., r, 17). Negli affari più grandi credeva d'ascoltare in se stesso, per sogno od altro cenno, la voce di Dio, con cui si consigliava e a cui tutto riferiva. Sostenuto dal prestigio di questa ispirazione, dettava anche leggi religiose, l'obbligo, per esempio, della confessione una volta l'anno, pena la perdita di un terzo dei beni. Nel momento in cui doveva credersi vicino a morire, nella carcere di Praga (lettera á fra Michele), reputava di essere vittima di macchinazioni diaboliche, o di ubbidire ai voleri celesti, per cui : « Bacio, scriveva, il chiavistello del carcere quasi un » dono di Dio ». Contraddizione e delirio. - E non mancarono in lui le solite contraddizioni speciali ai pazzi. Egli, religiosissimo, si paragona senza esitare a Gesù Cristo, solo per la coincidenza di avere a 3 3 anni (l'età in cui G, C. sali in Cielo) ottenuto una vittoria; ma, dopo le patite sconfitte si paragona ancora a lui, con uno di quei giuochi di cifre comuni agli alienati, perché era esulo 33 mesi alla Majella, proprio come poi Lazzaretti, in un eremitaggio selvatico, in mezzo a certi allucinati, seguaci dello Spirito Santo che gli profetarono la sua rivincita e l'impero anzi del mondo. — Prevalse sopratutto in lui il delirio megalomaniaco, il che spiega in gran parte queste contraddizioni. Ei credette di raccogliere in sè tutte le speranze d'un Messia d'Italia, che dovesse ristaurare niente meno che l'impero, anzi redimere il mondo ! (Papencordt, doc. 83). Un giorno si levó dal trono, ed avanzandosi verso i suoi fedeli disse ad alta voce : « Noi ordiniamo al L UM BROSO, Tre Tr ibuni 3,
-36 Papa Clemente di presentarsi al nostro tribunale e di abitare in Roma e diamo lo stesso ordine al collegio dei cardinali. Citiamo davanti a noi i due pretendenti Carlo di Boemia e Luigi di Baviera, che si prendono il titolo d'imperatori. Comandiamo a tutti gli elettori dell'Allemagna di informarci per qual pretesto abbiano usurpato il diritto inalienabile del popolo romano, il quale é l'antico e legittimo sovrano dell'impero ». Quindi trasse fuori la sua spada, l'agitò tre volte verso le tre parti del mondo, e nella sua stravaganza disse tre volte: « E ancor questo mi appartiene ». E tuttociò perché, per aver fatto un bagno nella vasca di Costantino, scandalizzando perciò i suoi seguaci, credeva averne ereditato il potere. Mentre egli così operava, il legato papale, dal cui concorso solo potevasi ancora fino ad un certo punto giustificare tanta bizzarria, protestava con tutta la forza che gli permetteva la sua scarsa energia ! Sarebbe .presso a poco come se il console di San Marino si mettesse in mente, per aver avuto i suffragi a pieni voti, o per aver portato il cappello di Napoleone I, di poter chiamare davanti il suo ufficio gl'imperatori d'Austria, di Germania, di Russia, con qualche Duchino per giunta. E pazienza ancora ai nostri tempi in cui, almeno a parole, si pretende che il diritto primeggi sulla forza, ma allora! N e quella li era una momentanea scesa di capo. A noi resta ancora la comunicazione diplomatica (12 agosto) destinata agli imperatori dopo quella mattesca cerimonia teatrale. Ne caviamo alcuni passi (Oxemio, De actis pontific., tom. 2° e 3 0 ) :
— 37 « In virtù della medesima autorità e dei favori di Dio, dello Spirito Santo e del popolo romano noi diciamo, protestiamo e dichiariamo che l'Impero romano, l'elezione, giurisdizione e monarchia del S. Impero appartengono di pieno diritto alla città di Roma e a tutta Italia, per molte buone ragioni che noi diremo a tempo e luogo, e dopo aver indetto ai Duchi, ai Re, ecc., di comparire da quel giorno fino a quel di Pentecoste prossimo davanti a noi in S. Giovanni Laterano, coi loro titoli e pretese, senza che, spirato il termine, si procederá in avanti contro loro, secondo le forme del diritto e l'ispirazione dello Spirito Santo » E tuttavia aggiunge, quasi che non si fosse espresso abbastanza oltre il fin qui detto: « pro generale e pel particolare noi citiamo personalmente gli illustri Principi Luigi Duca di Baviera e Carlo Duca di Boemia, sedicenti Imperatori, o eletti dell'Impero; inoltre il Duca di Sassonia, marchese di Brandeburgo, ecc., perché compaiano nel suddetto luogo davanti a noi in persona e davanti agli altri magistrati, senza che procederemo contro essi come contumaci, ecc. ». Era troppo ! L'animosità dei Colonna e degli Orsini venne sospesa per un momento. Essi si riunirono per combatterlo, per cospirare. Un loro sicario che voleva attentare ai giorni del tribuno, fu arrestato, e messo alla tortura, accusò i nobili; da quell' istante Rienzi incorse nella sorte di un tiranno , ne prese i sospetti e le massime. Poco dopo, con differenti pretesti , invitò al Capitolino i suoi principali nemici, fra i quali erano anche molti degli Orsini e tre dei Colonna; giunsero persuasi che
— 38 li chiamava ad un consiglio o ad una festa, e Rienzi dopo convitatili a lauto desco li fece arrestare ; innocenti e colpevoli dovettero provare lo stesso spavento. Il suono della grande campana avendo fatto accorrere il popolo, vennero accusati di una cospirazione contro la vita del tribuno: nè si alzò una mano od una voce sola per difendere i capi della nobiltà dal grande pericolo. Essi passarono la notte in camere separate, e Stefano Colonna, battendo alla porta della sua prigione, scongiurò più volte lo liberassero con una pronta morte da una schiavitù così umiliante. L'arrivo d'un confessore e il suono della campana funebre li fecero accorti di ció che li aspettava. La grande sala del Capitolino dove si doveva giudicarli era tappezzata di bianco e di rosso come solevasi nei giudizi di sangue. Tutto parea pronto per la condanna, quando il tribuno, intimorito od impietosito, con un lungo discorso al popolo, in loro difesa, li fece assolvere, e anzi loro diede benefizi (Prefettura dell'armata) che dovevano essere armi terribili contro lui. Non sono cose che si facessero a quel tempo; fin il Petrarca trovó ch'era stato troppo clemente; e il popolo minuto l'espresse in un modo più osceno ma anche pi-u energico (costui emette il flato e poi ritira le natiche). E tanta fu la sua pazzia, dice l' Anonimo (veramente dice pascia), che li lasciò fortificarsi, di nuovo, contro lui e poi mandó loro un messaggero perchè gli comparissero dinanzi ; il messaggero fu ferito, ed egli li citò di nuovo e poi ne fece dipingere due col capo all'ingiù e quelli, a loro volta, gli prendevano Nepi;
_.__.. 3 9 nè egli seppe trarre altra vendetta ché annegare due cani che dovevano rappresentarli , e dopo incruente ed inutili scorrerie, tornare a Roma e indossata la dalmatica (!) degli imperatori farsi incoronare per la terza volta. Ma quel che è peggio cacciava intanto il legato del papa, Bertrando (Muratori, Cronaca .Estense, XVIII, pagina 409), gettando via cosi l'ultima àncora di sicurezza nel giorno che più n'abbisognava. Oltre la bizzarria della consacrazione a cavaliere dello Spirito Santo, preceduta dal bagno nella vasca di Costantino (che ancora poteva spiegarsi colle idee dell'epoca, ma che gli fece grave danno, come di profanazione, nell' estimazione dei più, dei religiosi in ispecie), commise l'insigne follia politica di dichiarare che dopo quella cerimonia il popolo Romano era tornato nel pieno possedimento della sua giurisdizione sul mondo : che Roma era capo del mondo, che la monarchia dell'impero e l'elezione dell'imperatore spettavano alla città, al popolo Romano e all'Italia, il che era voler combattere e il Papa e l'Imperatore. Più tardi, al 5 agosto, colla solita sua tendenza monomaniaca pei simboli, volle incoronarsi con 6 diademi di diverse piante ; di edera, perchè amava la religione, di mirto perchè onorava la scienza, di appio, perchè esso resiste ai veleni (come l'imperatore alla malizia); infine vi aggiunse, Dio sa il perchè, la mitra dei re Troiani ! ! e una corona d'argento ! ! ! Tutto prova, dice il Gregorovius, che egli avesse intenzione di farsi incoronare imperatore, E come gli Imperatori Romani dopo la incoronazione promulgavano editti, così egli, subito dopo, con
.^.. 40 -- decreti poetici, confermò a tutta Italia il diritto di cittadinanza romana. Dopo vinti, e non per suo merito, i nobili, egli, che prima fu così generoso, proibiva alle vedove di piangere i morti, ed anzi, invece di proseguire la guerra, il giorno dopo, con un atto inutilmente vigliacco, che fu una delle cause della sua rovina, eccitando tutti i suoi volontari a montare a cavallo: Seguitemi, loro disse, voglio procurarvi doppiamente la pace. E fe' suonare la tromba, e li condusse, avendo alla sinistra il figlio Lorenzo, lá dove il Colonna era stato ucciso, e con l'acqua tinta nel suo sangue ne asperse il figlio, sentenziandogli : D'ora in poi tu sarai il cavaliere della vittoria. E volle che ogni capitano gli battesse colla spada nelle reni, e finì la cerimonia tristamente burlesca con un discorso : « Ricordatevi, ciò che ora io feci ci accumuna a voi soli ed a noi appartiene ». Atti e parole che anche in quell'epoca selvaggia apparvero così barbari e pazzi a quei suoi Cavalieri sacri, com'egli li chiamava, ch'ei non vollero più portar l'arme per lui ; e da quel momento comincia da una parte la sua manifesta pazzia, dall'altra il disprezzo di tutti gli onesti, espressogli fieramente fin dal Petrarca in una lettera notissima al pubblico (v. s.). Ed ora si comprende perchè egli fosse così tenero dei titoli pomposi fin dalle prime sue armi : che appena egli incominciò ad adoperarsi per le vedove, si facesse chiamare loro console , e non iscrivesse fin d'allora che con una penna d'argento ; come questo Console delle vedove, appena tornato da un'ambasciata ad Avignone divenisse Console Romano , che é ben
41 altro ; e declamasse cinto di un berretto trapunto a corone; come dopo ottenuto il trionfo dell'acclamazione popolare, si facesse chiamare prima Tribuno, poi Tribuno Clemente e Severo, non badando alla contraddizione, pur di ricordare Severino Boezio, di cui aveva adottato anzi lo stemma ; e poco dopo (giocando nuovamente con quelle omonimie che sono si care agli alienati ed ai citrulli, sulla sua nomina in AGOSTO), Tribuno Augusto (Gregorovius, volume 6°, pag. 294). E quando ormai era destituito d'ogni potere e pro= fugo e prigione, ei si rivolgeva al prosaico Imperatore Carlo IV, comunicandogli (come vedremo) con tutta sicurezza i suoi sogni, come fossero avvenimenti reali. A Roma, dopo la sua prima caduta (e fu forse questa una delle cause della papale indulgenza), era ripullulato di nuovo il disordine, a cui aveva tentato inutilmente porre argine un tribuno, restato quasi ignoto, il Baroncelli; nè meglio vi riesci egli, ritornando ormai senza prestigio e senza quella baldanza giovanile, che, insieme all'eretismo maniaco, centuplicava le forze del povero letterato ; e fu abbattuto dal popolo stesso. Poiché contro la forza naturale delle cose non valgono gli uomini, siano essi pazzi di genio od anche genii completi. E non riesci a Parigi il Marcel, che disponeva di forze ben maggiori, e dell' alleanza colle campagne (Jacquerie). Deínen. a. -- Ma egli del resto non poteva fare nemmeno i prodigi del genio pazzesco perché era allora disceso alla vera demenza. Da uomo parco e sobrio che parve almeno nei primi tempi del suo governo, e per cui bisognava che si
-- 4 8 — Pero che ricordava i sette doni dello Spirito Santo ». Concetto e parole assolutamente pazzesche in cui fa intervenire Dio a spegnere una famiglia di eroi per fare un tristo bisticcio in suo onore, egli, che poche pagine prima, con bugiarda ipocrisia, così tosto smentita dai fatti, aveva scritto: « Stando al nostro carattere, non volemmo impiegare la severità della spada, per quanto giusta, contro coloro che possiamo far rientrare in grazia senza danno della libertà, della giustizia e della pace ». Comica e pazzesca è pure la maniera con cui in altra lettera a Rinaldo Orsini (22 settembre 1347) orpella quel suo enorme errore di mettere in libertà i nobili arrestati poco prima con tanti inutili infingimenti. « Noi vogliamo che vostra paternità sappia come avendo giudicati alcuni nobili legittimamente sospetti al popolo ed a noi, piacque a Dio che cadessero nelle nostre mani (e noi sappiamo com'egli Ii aveva invece invitati). Noi li abbiamo fatti chiudere nelle carceri del Campidoglio; infine i nostri scrupoli e sospetti essendo stati levati, usammo di un innocente artificio (sic) per riconciliarli non solo con noi, ma con Dio. Perché noi procurammo loro la felice occasione di fare una devota confessione. Fu nel 15 settembre che noi inviammo a ciascuno di essi dei confessori nel carcere, e come questi ignoravano le nostre buone intenzioni e credevano che noi saremmo stati severi, dissero ai nobili: « Il signor » Tribuno vuol condannarvi a morte ». La campana del Campidoglio intanto suonava senza posa pel Parlamento; così i nobili spaventati si credettero perduti
^-49- e attendendo la morte si confessarono devotamente e fra le lacrime... Io poi ne feci gli elogi, ecc. ». Se questo può chiamarsi una felice occasione lascio al lettore il giudicarlo e giudicare se chi parla di ciò, anche in via diplomatica, come d'uno scherzo da nulla, possa dirsi un uomo d'integro senso morale. Notisi poi che, diplomaticamente, una simile scusa, specialmente coi preti, che, essendo ed usando del mestiere, se ne intendono e ne sanno il valore, non era solamente inutile, ma mutavasi, anzi, in accusa gravissima. Né meno strana è la sua conclusione: « Con ciò i loro cuori sono talmente uniti al nostro e a quello del popolo, che questa unione dovrà durare pel bene della patria, perché così vedono che noi siamo imparziali e non vogliamo essere rigorosi quanto il possiamo ». Ma non finirono lì le inutili ipocrisie ; egli probabilmente, messo in uzzolo da quella confessione dei patrizi, ordina (come accennai) che almeno una volta all'anno tutti i cittadini debbano confessarsi e comunicarsi, sotto pena di perdere un terzo dei beni, di cui la metà sarà data alla chiesa parrocchiale del reo e l'altra metà alla città. E i notai sono obbligati a fare la spia per ciascun testatore. Ora il Rienzi, in un poscritto a quella lettera (notisi, ripeto, questo ticchio dei poscritti in quasi tutte le sue lettere, che io ho trovato frequentissimo nei monomaniaci), dà notizia di questa sua nuova legge, aggiungendovi queste linee : « Ci parve decente che come un secondo Augusto cura l'incremento temporale della Repubblica, cerchi di favorirne, aumentarne il bene spirituale ». Il che, a chi ci pensi , era un
--- 50 — usurpare i più speciali diritti e doveri del pontefice, anche nel senso il più moderno della cosa, cosi come poi quando ordinava al clero delle speciali cerimonie e processioni ecclesiastiche di sua invenzione e dettava dei decreti contro i religiosi che non rientrassero in Roma. Questa, infatti, fu una delle precipue e giuste accuse che gli opposero a Praga e ad Avignone, e di cui non si scolpò che mentendo. E quando la guerra contro Giovanni di Vico e il Ceccano conte di Fondi andava male, egli scrisse un'altra lettera (7 luglio 1347), in cui, mentre al Papa dà del signore e gli parla del suo popolo romano, dichiara come questa medesima Roma e questi medesimi popoli fecero giuramento nelle sue mani di mantenere il governo che egli stabilì, secondo il regolamento ispiratogli dallo Spirito Santo ; e data la sua lettera dal primo anno della liberazione della Repubblica, e parla con una sicurezza nella sua ispirazione dello Spirito Santo, che non potrebbe comprendersi se non in un uomo di buona fede, e quindi in un allucinato. cc To ebbi già cura, scrive, d'informare la Vostra Santità della grazia eccellente e del dono prezioso che il padre delle luci fece discendere il giorno di Pentecoste ultimo sul vostro popolo romano per fargli intravvedere con un raggio del suo splendore e fargli abbracciare la libertà nell'unione e il santo bacio della pace e della giustizia. « 1 in grazia dello Spirito Santo, d'onde la mia amministrazione prese origine e stabilità, che la destra del Re dei Re ridusse sotto la mia obbedienza
— 51 — tutti i grandi, i tiranni, i principi della città così meravigliosamente e in cosi poco tempo, che sarebbe stato difficile ed anche impossibile a qualunque altro, non dico d'intraprendere questa grand'opera, ma di formarne il pensiero e l'espressione ; è ora la clemenza, ora la forza, ora la virtù, ora l'assistenza, ora la grazia e ora la libertà dello Spirito Santo che lo illuminarono dei suoi progetti ». Eppure, in quei giorni, non toccava che continui e gravissimi scacchi (v. s.). Chi vede le altre corrispondenze subito capisce che il bagno nella vasca di Costantino era (come fu per il Lazzaretti il tatuaggio della fronte) uno di quei giochi simbolici a cui annettono gli alienati significati affatto particolari, e una specie di investitura imperiale! Cose in un'altra lettera al Papa ei vi ritorna a proposito della sua vittoria sui piccoli principotti e sui ladroni dei dintorni e vi afferma: « Visto le loro nequizie, fu una gran fortuna se un cotale si lavó nella conca di Costantino », ecc. (Lettera 4 ottobre 1317), Nella lunga epistola a Carlo IV (luglio 135o), dalla prigione, scrive a proposito di certi amori poco onorevoli di sua madre coll'imperatore Enrico VII (I) « Essa disse esserne gravida ad una sua amica in segreto; l'amica, segreta al modo delle donne, trovò (i) I monomani, pur restando fissi nell'idea principale, variano, fin contraddicendosi nei particolari : così mi spiego che egli nel 2° Tribunato pretendesse, invece, di discendere da un suo bastardo, essendosi trovata presso il ponte Senatorio in uno 4
— 5 2 - un'altra amica in segreto (diremo noi ciarlona), a cui come in segreto raccontò la cosa, e la donna tenne alla peggio segreto il negozio, e cosi di segreto in segreto, si propalò la notizia, ecc. ». (Cod. Pelzel, pag. 44-57). Ora tutto questo giochetto sulla parola segreto trattandosi degli amori della propria madre raccontati ad un imperatore, in una lettera non confidenziale, è proprio pazzesco, e non è il solo; ché, poco dopo, fa un'altra pompierata sull'essere egli Tribuno-Augusto mandato dal Cielo in agosto all'Augusto Carlo (15 agosto, 135o, dal carcere), e gli viene narrando con bisticci doppiamente assurdi come egli, nell'idea che la madre di Severino Boezio discendesse dai re di Boemia (!!), chiamò Boezio il figlio e se stesso Severo; più ne addottava lo stemma delle sette stelle, tutte cose che proprio non avevano nulla che potesse interessare quel Re, né giovare a lui, ma che hanno tutto il conio pazzesco. E così quando gli scriveva di essersi persuaso, grazie alle profezie di quei tai Romiti di cui parlammo, che il secondo proprio innalzamento sarebbe molto più splendido del primo; come il sole lungamente occultato dalle nuvole appare più grato agli occhi degli spettatori. « Forse Iddio, giustamente sdegnato della nefanda ed inaudita morte del serenissimo di lui avo (Enrico VII), scavo di una fabbrica restaurata, pare, da Rienzi, quest'epigrafe da lui dettata, secondo Gabrini, per esternare il suo vergognoso delirio: Nicolaus. Tribunus. Severus. Clenaens. Laurentii. Teutonici. filius. Gabrinius. Roniae. Senator, con timida allusione ad un tedesco che non era più Enrico, ma un suo bastardo. (GABRINI, OsservaZioni storico-critiche sulla vita di Rieni, 1706, pag. 96.
— 53. — e delle perdite d'anime e corpi sofferte dal mondo per la vacanza dell'impero, aveva fatto nascere Cola a vantaggio di Carlo, elettolo a ristabilire l'impero, ed aveva disposto che fosse battezzato in Laterano nella chiesa del Battista e nel lavacro di Costantino perché divenisse precursore dell'Imperatore, come Giovanni lo era stato di Cristo. Carlo aveva detto bensì non potersi che per miracolo ristabilire l'impero; ma questo essere appunto un miracolo, che un pover' uomo potesse soccorrere l'impero cadente, siccome San Francesco aveva soccorsa la Chiesa; si svegliasse egli e cingesse la spada ; non doversi ritener nulla la rivelazione dei frati, poiché tutto il nuovo e vecchio Testamento erano pieni di rivelazioni; poter egli solo impadronirsi di Roma. Se non lo faceva subito, Carlo perderebbe almeno centomila fiorini d'oro, delle gabelle del sale e degli altri proventi della città, accresciuti pel giubileo. « Entro un anno e mezzo il Papa morrebbe ; molti cardinali sarebbero uccisi. « In quindici anni non vi sarà che un pastore ed una fede, e il nuovo Papa, l'Imperatore Carlo e Cola saranno come un simbolo della Trinità sulla terra. Carlo regnerebbe nell'Occidente, il Tribuno nell'Oriente. Per ora gli bastava di sostenere l'Imperatore nella sua andata a Roma ; voler egli aprirgli la strada presso i Romani e gli altri popoli d'Italia, d'altronde avversi all'impero, così che scenda fra essi tranquillamente e senza sparger sangue e la sua venuta non sia cagione di lutto per la città e per tutta la nazione, come lo era stata quella degli altri imperatori ». Tanto che l'arguto arcivescovo di Praga gli scri-
54 veva: (Cod. Pelzel, pag. 121-122) « meravigliarsi come il Tribuno, dopo aver fatte cose che parvero sul prin- » cipio venir da Dio, sì poco tuttavia esercitasse la • virtù dell'umiltà, da considerare la propria elevazione » come opera dello Spirito Santo, e da nominarsi suo » candidato » (i) — il che gioverà notare contro coloro che credono quella sua follia non altro che un'ubbia dell'epoca. E quel Re gli rispondeva con molto buon senso » Cola dover consolarsi della sua sorte colla sentenza della Bibbia, che tutta la legge dipende da due precetti: amare Iddio sopra ogni cosa ed il prossimo come se stesso. Se qualcuno deve essere punito, ne lasci a Dio ii còmpito; Cristo ci avverte di guardarci da quelli che ci vengono in veste d' agnello e son lupi. Perciò ti ammoniamo di desistere dagli ignoranti eremiti, i quali (i) Cola gli rispose: «Essere stato sedotto dallo spirito della superbia, e aver meritato la condanna scagliata contro di lui. L'angelo satanico che nelle selve l'aveva inebriato coi suoi pomi e gli aveva sconvolta la mente, essergli nuovamente apparso colle sue glosse; ma averne tosto reso consapevole il comune signore. Voglia l'arcivescovo pregare Iddio per lui, tenere secreti i suoi falli ». — Ma, poco dopo, colle solite contraddizioni, in un'altra lettera, di cui non ci rimase che un frammento, autorizza l'arcivescovo a palesare ciò che aveva prima confidato a lui e al Preposito della cattedrale, sotto il suggello della confessione, quando ciò piacesse all'Imperatore, e spera che, siccome Ester aveva abbattuto i nemici dei Giudei mediante lo stesso Assuero, così Maria Vergine domerà, mediante l'Imperatore, i nemici infernali — con allusioni chiare ai suoi deliri ambiziosi, che evidentemente il carcere, come suole, acutizzava.
-- 5 5 — credono camminare nello spirito di umiltà, senza che possano nemmeno resistere ai loro peccati, e salvare le loro anime, e che fantasticano di sapere i secreti arcani e di governare in ispirito tutto che sta sotto il cielo, e se anche cominciano coll'apparenza dell'umiltà, mirano sempre più alle cose terrene che alle celesti. Laonde, amando noi Dio di tutto cuore ed il prossimo come noi stessi, per amor di Dio, ti abbiamo fatto imprigionare come autore di zizzanie e poi per amore dell'anima tua, per curarla ». E più tardi« smettesse quelle stramberie, e qualunque fosse la sua origine, pensasse che tutti siamo creature di Dio, figli di Adamo e fatti di terra, ecc. ». Curiosa lezione di democrazia data da un re Boemo ad un ex-tribuno di Repubblica italiana! Ma non gli servi, e quando, dopo tante sventure, riebbe una larva del pristino potere, grazie a denari carpiti con una vera truffa, ne avvisava pomposamente Firenze, aggiungendo: « che le donne, i ragazzi, i maschi, i chierici, i laici gli erano andati incontro con palme e olivo e trombe e grida di evviva ». Quei discorsi sembrarono cosi bizzarri, che il Re Ze:tirino non possedendo i documenti poco sopra riassunti, dichiara falso il Polistore che vi accenna (r), fondandosi sul fatto che con tali pazze ed eretiche idee il Petrarca (i) I1 Polistore (Colle. del Muratori, tom. zv, cap. xxxvi, pag. 819) racconta ch'egli, andato a Praga all'Imperatore Carlo, gli dicesse : « Esser ambasciatore di un frate profeta, il quale gli comunicó aver mandato nel mondo il Padre e il Figliuolo di Dio. Ora è tolta la possanza e data allo Spirito
r6 non avrebbe osato difenderlo, né l'Imperatore l'avrebbe potuto favorire un solo momento, nè il Cola avrebbe potuto scrivere al cardinale Guido di Bologna, pro= testandosi innocente, e domandando di essere mandato al Pontefice, o essere ammesso al sacro Ordine Gerosolimitano, e che ad ogni modo avrebbe dovuto esserne fatta menzione in quei quattro capi d'accusa indettigli ad Avignone conservatici Ball' Hoxemio, cap. v, 2, e dal Petrarca (Epistola 16, libro 13) ; nè da un'accusa documentata a quel modo egli avrebbe potuto lavarsi e non avrebbe potuto essere dichiarato, come fu poi da Innocenzo VI, fedele cristiano. Ma che tutto ciò, per quanto inverosimile, fosse vero, risulta già, a priori, anche senza l'esame di quelle strane lettere e pila strane circolari, da chi conosce la Santo, il quale deve regnare sul tempo che ha a venire, e che un altro messo del frate andrebbe a dire altrettanto al Papa, e che il Papa per quelle parole il farebbe abbruciare, ma egli risusciterebbe il terzo di per la virtù dello Spirito Santo. Per la qual cagione il popolo di Vignone correrebbe alle armi e ucciderebbe il Papa con tutti i cardinali, e poi fatto sarebbe un Papa italico, il quale rinnoverebbe la corte di Vignone e ridurrebbela a Roma. « II quale Papa mander t per voi, imperatore, e per me, i quali dobbiamo essere una cosa col detto Papa, il quale coronerá voi con la corona d'oro del reame di Sicilia, di Calabria e Puglia, e me coronerá di argento facendomi Re di Roma e di tutta Italia. « Quegli arcivescovi udendo quelle parole partironsi, dicendo che colui era uno stolto eretico. E fecero che il tribuno scrivesse tutto quello che aveva detto ». Ora i documenti di Pelzel mostrano esattissimo il Polistore.
— 57 follia sempre progrediente di Cola, e che trionfava appunto per la sua audacia, e da chi sa che quei buoni boemi non furono tanto scandolezzati quanto intontiti (lo dice l'Anonimo, pag. 92) e stupefatti e commossi, poi anche, dalle sue ritrattazioni. E quegli scritti furono confutati dai vescovi boemi con documento che si conserva, e poi ritrattati da lui stesso; e per una delicatezza, di cui gli storici non tennero abbastanza nota, non furono consegnati, integralmente, alla Corte Papale insieme alla persona del Tribuno, la cui condanna certo non poteva tornare gradevole né utile all'ospite già costretto dalla politica a tradire la confidenza in lui riposta. Psichiatria. — Egli restó, intanto, un fenomeno singolare, una specie di monolito in mezzo al deserto, e per gli storici un geroglifico ; perché non tanto la storia, quanto la psichiatria, potevano riescire a spiegarcelo compiutamente; la psichiatria che ci addita in Cola tutti i caratteri dei monomania fisionomia e scrittura regolare; tendenza esagerata ai simboli ed ai giochi di parole ; attività sproporzionata alla sua posizione sociale, ed originale fino all'assurdo, e che tutta si esauriva nello scrivere; senso esagerato della propria personalità che l'aiuta sulle prime fra la plebe, e supplisce alla mancanza di tatto e di abilità pratica, ma poi lo trascina all'assurdo; mancanza di senso morale ; calma non alterata che dagli abusi dell'alcool, e dalle vive opposizioni all'avvicinarsi della demenza. Giudici altrui. — E qui mi preme si sappia non essere io stato il primo a giudicarlo alienato; l'avevano battezzato tale fino i suoi contemporanei, che lo dis-
CAPITOLO III. Un tribuno moderno. Ma a capire ad ogni modo l'opera, per quanto effimera, del primo tribuno, ci aiuta lo studio delle condizioni dei tempi, tristi in tal modo che qualunque mediocre riformatore sarebbe sempre stato considerato come una grazia del cielo, e avrebbe goduto, non foss'altro come Baroncelli, per qualche giorno, l'aura popolare. Non potrebbe dire altrettanto chi studia il fenomeno dei nuovi sedicenti tribuni, ahi ! quanto diversi, nelle opere e nello ingegno, dall'antico. Certo l'Italia non è felice nè può andare fiera di s 'e; si direbbe che, stanca degli sforzi, non tutti suoi nè tutti energici, per raggiungere l'unità e la capitale, si sia assopita nell'umida e bigia atmosfera dell'indecente mediocrità che non le lascia, nemmeno, avvertire il grado di avvilimento in cui c caduta. Passavamo, or non è molto, all'estero, tra l'ammirazione ed il sospetto, non scevro di simpatia, per un popolo di piccoli Machiavelli; e siamo giunti, in
— 66 — breve ora, a destare le risa e la compassione, come Pulcinelli ipocriti che larvano la impotente e vigliacca grettezza colla vernice del sentimentale umanitarismo; e per quanto messi da parte e derisi, non mostriamo nemmeno volercene accorgere, non che vendicarci (1). Non abbiamo, più, quasi un palmo di dominio sul mare che ci circonda; e mentre tutta Europa si slancia ad assicurarsi ampi sfoghi coloniali proporzionati ai bisogni, ci folleggiamo , come fanciulli, su una baia deserta che forse potrà costarci molto ma viceversa renderci nulla ; e perdiamo di vista quei punti specialmente vicini alle coste nostre ed alle bocche dei grandi fiumi africani, che solo possono prometterci un avvenire. Ai mali profondi che ci rodono gli organi più vitali, alla pellagra, all'alcoolismo, all'ignoranza, alla superstizione, alla regolamentata ingiustizia (2), alla indisciplina ed ignoranza scolastica, provvediamo con dimostrazioni teatrali, con frasi rettoriche e con formole curialesche, che lasciano il tempo che trovano, (i) Dopoché furono stampate queste righe la sobria e dignitosa parola di Robilant rialzava di molto il depresso senso morale degli Italiani. (2) Tutto ciò non tocca alcuno dei nostri uomini di Stato. Che colpa ne hanno essi se, sotto il dominio alterno di retori e di mercanti, la giustizia ha fi nito col considerarsi null'altro più quasi che un cespite d'entrata per gli avvocati e per lo Stato, anzi, più per quelli che per questo; diventando la giustizia inaccessibile ai poveri e pei ricchi impastoiata da tali remore da parere ef = fetto di un accidente, o di una grazia, anche +guando imbercia nel vero ?
kgp —67-- quando non riescono anche a guastarlo, illudendo d'avervi provveduto. La società della capitale, retta, come nel Giappone, da un leale capo politico, da un religioso, e da Una casta di retori che sostituisce quella dei Daimios, riassume in piccolo le piaghe di tutta Italia. Un clero impotente in teoria, ma, in fatto, influente ancora sui due estremi della scala sociale, la plebe ed il patriziato, in ispecie, ridotto suo mancipio; una casta avvocatesca che ha ereditato officialmente il potere, ma non il prestigio , d'amendue , e che di poco li supera d'ingegno e d'energia ; la mediocrità dominante per tutto ed inconscia della propria inettezza, che anela dietro all'effetto, senza previsione nè preoccupazione del fine. Dovunque il monumento e le feste preferite alla istituzione, l'adorazione feticcia del campanile sostituita all'amore di patria, e la setta, e il gruppo, sostituiti all'associazioni, al partito, grazie all'individualismo che sottrae, invece di sommare, le forze : infine una calma triste, come quella dei mari oceanici, interrotta a larghi intervalli da brevi burrasche, dovute ad uomini più valenti che onesti, che vendono spesso al minuto la loro effimera influenza sulla credula plebe, la loro maschera di Eolo. Vi si affaccia un' epidemia, e cedendo ai ciechi e paurosi sussulti della piazza, vi provvedete, come nelle epoche medioevali , sbarrando il passo con le baionette ed i fucili agli invisibili microbi, aggravando i mali del morbo con quelli della miseria, che segue ai rallentati commerci, mentre con minori dispendii,
provvedendo alle acque, alle carni, ai cereali guasti, non solo portereste rimedio ai pericoli affatto temporanei che svampano come meteore, ma a quelli ben più gravi che permangono perpetui, cd hanno dato, quasi, un'impronta, una cittadinanza speciale alla patologia italiana, come la pellagra, il cretinesimo, la malaria, ai quali ahi! prestasi troppo poca o niuna attenzione (I). Siete s idati dall' eterno nemico dell' umano pensiero , dal prete, che dal suo trono di bronzo ha_ sato sul dogma, sulle opinioni e sulle abitudini delle masse e sui molti nemici di fuori, perpetuamente vi minaccia perfino nell'unità e nella libertà ; e invece di controminarne la potenza lá dove è la sua forza, nell'opinione e nella gerarchia, colla protezione del clero minore e sopratutto coll'arma del libro e della scienza, vi prodigate scede carnevalesche, in proteste da circhi, che ne suggellano assai più, che non ne scemino, il prestigio; e combattete o spegnete quelle cattedre che ne sono il più sicuro antidoto. Invece di combattere l'ignoranza che permane non solo ma invade, d'ogni parte, dall'alto e dal basso, e contro cui appena basterebbero nuove legioni di (i) 1 da poco solo che per l'acque in rapporto al tifo e al colera, si ? tentato provvedere con una circolare Morana; e al mais guasto con modesti aiuti per forni essiccatoi e con circolari bellissime e progetti di legge Grimaldi ancora pili belli, ma che parmi non s'abbia il coraggio di portare innanzi a corpi legislativi, in cui i proprietari sono in maggioranza e i coloni non sono solo in minoranza, ma mancano affatto ; sicché ricorderanno, sullo stesso terreno, le ;ria degli Spagnuoli.
69 — maestri la cui posizione fosse non solo comoda ma rispettata, onorevole, noi provvediamo con mezzi anodini, che salvano le apparenze, senza toccare la sostanza ; e quanto all'alta coltura, quella che deve illuminare il paese, destare le nuove forze, le nuove glorie, essa minaccia ridursi, per la poca iniziativa di chi è in alto, in un ramo di quell'arida burocrazia per cui, come nel carcere, le persone non sono che numeri. Anche qui, cedendo alle pressioni parlamentari, abbiamo, moltiplicate ed allargate di tanto le cattedre universitarie (con preferenza alle cattedre archeologiche e metafisiche su quelle di scienze sociali, moderne, che mirino all'avvenire e non al passato), che ormai i professori si reclutano, come gli ultimi soldati di Napoleone, fra gli immaturi ed i deboli; ed alle falangi di studenti ignoranti si aggiunsero quelle, peggiori, degli ignoranti docenti ! La Giustizia esiste, sempre, nella lettera della legge; ed esiste senza alcun dubbio anche nelle intenzioni dei governanti , uomini fuori d' ogni sospetto; ma 'ahimè ! cosa può la lettera scritta e la buona intenzione contro il terribile meccanesimo dell'intrigo organizzato e potente sotto 1' egida del parlamentarismo ? Oh! se le era difficile tenere ili bilico la sua bilancia, quando i despoti eran pochi, come potrebbe riescirvi ora che son più di 500 , e resi più sicuri che non fossero i primi, perché coperti dalla collettività, dalla vernice della libertà, dell'umanitarismo e dalle finezze leguleie, che unite alle grazie, alla giuria, agli appelli e alle replicate cassazioni rendonla spesso incerta,
__ 7 0 sempre tardissima! —E quando l'opinione pubblica, per poco fuorviata, comincia a lagnarsi, si propongono, come estremo rimedio, delle riforme che allargano le garanzie dei colpevoli più assai che quelle degli onesti! Oh ! ... v'è materia e quanta per un tribuno che, vedendo attuato, si, ma in via di guastarsi il sogno di Cola, vi voglia porre rimedio, per quanto il possa un individuo che non appartenga alla categoria delle caste dominanti nella politica attuale. Ed il tribuno parve sorgesse, e munito delle due armi più potenti dei nostri tempi, la stampa e l'opinione pubblica. — Era il Coccapieller. Ma, tuttochè cosi bene corazzato e tanto fortunato, a che cosa approdava costui ? Salvo a quella meta affatto personale, del parlamento, che centuplica i solidi ingegni ma li seppellisce se inani, a nulla ei seppe riescire di degno della aureola concessagli dalla mobile plebe. Non uno dei grandi concetti di Cola gli passò un momento pel capo ; nemmeno , anzi , una di quelle felici trovate rettoriche che assordano o trascinano più che non conquistino; nemmeno uno di quei lampi di genio che balenano, nei momenti più fortunosi , anche agli ingegni volgari. No. Egli non seppe che vellicare, colla più volgare furberia, il campanilismo dei buoni patrioti Romani, e con ciò e colle grida e gli insulti e con abili rivelazioni sofocare le mosse altrettanto incomposte di uomini, più turbolenti di lui, e così a loro sostituirsi. Ma pure, per giungere anche a questo, dall'ultimo gradino della scala sociale occorreva una forza, un organismo ben diverso dal comune.
71 — Dov'era, cos'era questa forza? Vale la pena di studiare l'enigma col lume della psichiatria : E il Coccapieller un uomo di statura elevata, con fronte alquanto sfuggente e seni frontali spiccati. La testa tende assai più all'ultrabrachicefalia che non avvenga nel più dei Romani attuali, i quali pendono al dolicocefalo; e relativamente alla statura è di volume piuttosto scarso. Gli occhi, senza essere strabici , hanno póca parallassi fra di loro; e se non fosse errabondo come di chi temesse continuamente un agguato, lo sguardo, come la fisonomia, avrebbe un'impronta di bonomia quasi giovanile e non mostrerebbe alcuno dei caratteri dell'uomo criminale e meno ancora dell'alienato. Anche la scrittura, ricca di prolungamenti, di graffe a lettere allungate, uniformi, non ha nulla dell'alienato e -nemmeno del mattoide; è propria, piuttosto; d'un uomo astuto ed abile nei commerci — d'una volpe, direbbero i toscani, che abbia pisciato su molte nevi. Ora veniamo alla sua storia biografica , all'anamnesi , come direbbero i medici. -- E qui io non posso entrare nella vita privata di un uomo, troppo lodato, e forse troppo calunniato; nè mi valse , pe r mettermene meglio in chiaro, di richiederne lui stesso. Per un riserbo, quindi, che è troppo naturale, io mi devo limitare a cavarne quanto egli stesso dice di sè in due suoi giornali ultimi, L'Eco dell'operaio — Ezio II, e quanto potei raccogliere da persone di fede sicura, e quanto giudiziariamente risultava nei suo i ultimi processi. LoMrl;oso, Tre Tribuni -- 6,
7 2 Secondo questi documenti, egli nacque da famiglia originalmente svizzera stabilita a Roma ed addetta ai servizi del Papa. N on capii bene se madre o nonna fu aia del cardinale della Genga, Suo padre, però, fu, a quanto_ egli dichiara, repubblicano e amico di Ciceruacchio ; sicché ad ogni modo egli nacque e visse mezzo a gente oscillante, a vicenda, a pochi anni di distanza dall'una all'altra bandiera. Che questo padre, già repubblicano, e colpito da censure pontificie, fu egli che, a suo dire, obbligollo, nel 49, a servire nelle truppe papali. Questa contraddizione si rinnova, direi atavisticamente , in tutta la vita sua. Sano repubblicano , dice egli, come mio padre — e certo è che già. nel 48 fu tra i patrioti volontari; ma nel 49 , come già toccammo, egli serviva come sott'ufficiale dei dragoni nell'esercito del Papa, e vi servi, vuolsi, dodici anni. Ora la leva non essendo nello Stato pontificio, la milizia non eravi obbligatoria ; e si poteva, ad ogni modo, una volta ingaggiato, uscirne volontariamente con dimissione,. che certo il governo pontificio sarebbesi affrettato ad accettare quando avesse avuto dubbi sulla sua fedeltà politica. Che se anche ciò egli non avesse potuto conseguire, per lo meno non avrebbe dovuto durare in un grado di fiducia; nè si capisce come, con un patriottismo quale il suo, e nell'età in cui le passioni tutte, e più le politiche, sono nel massimo dell'energia, egli non tentasse sottrarsi a quella sorte durissima, con la fuga in Piemonte; e solo si sfogasse con certe sue piattonate contro i Francesi, di cui man-
cano i documenti, non avendo certo avuto premura di fornircene di autentici chi le ricevette, e neanche chi le distribuiva. Checché dicasi, c, ad ogni modo, questa una notevole contraddizione: ma non è la sola. Egli é repubblicano, e poi si piace, ogni momento, nel citare le più insignificanti frasi di Re Vittorio, quando per esempio gli diceva : Sei un bravo iioiizo; e nei suoi giornali tira a colpi infocati contro i repubblicani assai più che contro i monarchici. Questa contraddizione è uno dei caratteri dei mattoidi. Così il Cordigliani si accinge ad insultare alla Camera per avere un vitalizio dal Governo, e crede che ciò gli deve tornare a grande onore ; così Passanante, dopo aver predicato: « Non distruggiamo più vita umana, né proprietà », danna -a morte i rei dell'Assemblea ; e dopo aver ordinato di « rispettar la forma del Governo », insulta la monarchia e tenta il regicidio (LoMBROSO, Genio e Follia, 1882, iv ed.). Il pastore Bluet si credeva apostolo e conte di Permission, e, come l'autore dello Scottatinge, non degnava rivolgersi che a regnanti, ma poi non isdegnava funzionare da scozzone. Un altro dei caratteri di costoro, che non manca in lui, é quello di lasciarsi trascinare ad affermazioni erronee, giustificandole subito, rabberciandole, direi, con singolare abilità. Cosi egli dichiara di essere stato aiutante di campo di Garibaldi; rna poi, quando si provava che non lo fu, dichiara che intendeva dire suo compagno inseparabile, perché ebbe l'onore di accompagnarlo nel-
^ ----- c 0 ---- Sentirsi un pesce fuor d'acqua alla Camera, e, teniendo che l'insuccesso parlamentare finisse per estendersi anche a quello della piazza, approfittò cavallerescamente di un momento in cui il ritirarsi lo esponeva al rischio di subire una condanna per una delle solite sue oJese personali, e si dimise da deputato. Certo egli sperò, anche, che il popolo l'avrebbe ricondotto all'ambitissimo seggio, che egli s'era in poco tempo sciupato e, ve l'avrebbe rimesso in carreggiata ; ma la memoria del popolo è labile sempre ; ed egli, il povero tribuno, non avendo da offrirgli un secondo attentato nè un secondo martirio, non fu rieletto, cadde vescica svesciata. Peggio anzi; fu abbandonato da coloro che ne avevano cavato il loro prò, nè avrebbero potuto più oltre sfruttarlo anche perchè la sua mafia era proceduta assai più in là della linea da loro assegnatagli, e, novello Ruy I3las, avea presa troppo sul serio la pretesa missione, sicchè s'era mutato da manico in coltello, anzi i n accoltellatore. E dovette pagare ben salato, troppo salato, il fio delle accuse, vere in parte, in parte no, che aveva accatastate finoallora nel suo giornale: e fu condannato . per sette analoghi capi d'accusa -- chè, non gli si volle, con troppa sottigliezza giuridica, cumulare, ma scindere la colpa e la pena. Benchè alcuni di quei reati non fossero invero politici, ma comuni e dipendenti dalla sua follia, e dall'orgoglio, resoglisi gigante orlai dopo i primi trionfi, come gli insulti al Pretore Carcano, e ad un usciere che dovea eseguirgli un sequestro, pure la punizione che giuridicamente era correttissima, agli occhi di molta
__8r parte del pubblico parve resultato di pressioni politiche, che certo non vi furono, ma il cui sospetto era giustificato dai dubbi che corrono sull'amministrazione della giustizia. Perciò quella condanna gli diede quell'aureola di martire che bastava per far dimenticare il sonaglio pazzesco: e quando questa nuova aureola, questo nuovo prestigio coincise col rifiuto veramente cavalleresco di chiedere la grazia, e colla giustificazione quasi completa, grazie al processo d'Ancona, di una almeno delle sue accuse, quella contro il Lopez, egli fu rieletto; e migliaia di firme chiesero la grazia per lui grazia che se fosse stata accordata in tempo avrebbe risparmiato di far di un matto un martire, e di un martire un deputato. --- Oh! a cosa giova il medioevale diritto di grazia se non riesce a risparmiarci simili controsensi? Il suo trionfo fu perciò completo : ma probabilmente sarà seguìto, -- se egli continua a dare in nuove escandescenze così antigiuridiche, (come or ora gli accadde alla stazione di Roma e alla posta di Spoleto), da altre accuse, e, se gli uomini di Stato vorranno essere più rigidi giuristi che politici, da nuove condanne, e da un secondo martirio che daranno luogo a nuovi trionfi, salvochè il manicomio non ponga esso fine a queste gazzarre cosi poco degne di un popolo libero e serio. Poiché è certo che il Coccapieller ebbe dei veri accessi megalomani. --- In carcere per es., credeva dover egli comandare, gli altri obbedire; minacciava i guardiani ; e dichiarava che, nominato deputato, avrebbe fatto cacciar via i ministri e 02 deputati —
8 2 -- e peggio anche se non rigavan dritti : disturbava le più alte autoritá dello Stato per nonnulla, anche per veri delirii; mandava un giorno, per es., a chiamare il Procuratore del Re, per dirgli : Io non sono Re se non percN non lo voglio r ' ssere ; si regoli in conseguenza (sic). Egli si rifiutò di salutare Sbarbaro, perchè non degno di lui: quando si piega a spedire una sdegnosa e strampalata supplica, in quattro fitte pagine, per essere graziato, la firmò ad uso proprio di Cola di Rienzi : Coccapieller, tribuno di Roma, e difensore di Casa Savoja. --- Oh! qui spero non si vorrá dire che così facendo obbedisse ad un uso che corra oggidì ; e qui tutti i lettori del .Far fnlla, del Fracassa e del Pasquino ricorderanno aver vedute certe firme o biglietti di visita con titoli str ainbalati e che non finivano mai — del F capitano d'un battello a vapore, autore di ecc., e bidello — dello Scottatinge, capitano, commissario, accademico e ricorderanno che Guiteau pure aveva una facciata intera di titoli nel suo biglietto di visita. E che quello non fosse un delirio momentaneo, generato dalla dimora del carcere, nel quale però godeva di tutti gli agi possibili, appare dai discorsi tenuti anche mesi dopo liberatone, discorsi in cui si atteggia a gran Cancelliere di Stato e modestamente rinnova la dichiarazione che non vuole essere Re, nè Papa, nè Capo di Repubblica ; — ma che ha un piano liberatore (i mattoidi han sempre un qualche piano) che sarebbe una vecchia rifrittura delle leggi agrarie Romane, che gli deve esser venuta in mente nel leggere i fasti dei Tribuni, e che fu provato, se fosse applicata adesso, darebbe un nuovo suggello al dominio
8, — di quell'oligarchia avvocatesca che, in fondo, ci regge, e ch'egli non voleva rivelare per tema gli venisse carpito e fatto suo dal Ministro ! Non era ancora confermato deputato che già, come prima oltraggiò uscieri e pretori, cosi ora maltrattava (egli che pur si dice democratico), ufficiali di posta e ferroviarii, sicchè dà luogo a lamenti e forse a nuove azioni penali, perchè nol rispettano abbastan.za. Ma la prova delle sue follie, assai più che negli atti e nelle parole — in complesso abbastanza temperate e misurate, ed astute tanto che gli conquisero migliaja di ammiratori, — é negli scritti. Nell'Eco dell'Operaio, II scrisse articoli sempre più numerosi e sbrigliati. Lasciandone, per ora, il contenuto, importante era.,. la quantità; nemmeno quel Briareo dei giornalisti che era il Bianchi-Giovini potrebbe reggere alta soma di quegli articoloni di cui inondava 1'E^io II. Ora è questo dell'abbondanza esagerata, della quantità sostituita alla qualità, il carattere speciale del mattoide grafomane. Ricordiamo di Mangione, che si privava del cibo per poter stampare, e parecchie volte vi spese più di cento scudi al mese. Nel 187o, fra le accuse che fa al sindaco Giusso è quella di un migliaio di lire «di danni prodot- » tigli in un mese per vergare quattrocento fogli di » carta in reclamo alla Giunta onde meglio illumi- » narla »; e ciò benché avesse quattro copisti gratuiti che gli fornivano persino la carta (i). (T) Vedi sopra, a pag. 7. LOl-tBRoSO, Tre Tribuni — 7.
-84 Nello scritto di costoro, oltre ciò, si nota che lo scopo è o futile, o assurdo, o in perfetta opposizione col loro grado sociale e coltura; così un prete deputato tira giù ricette pel tifo ; due medici fanno della geometria ipotetica e dell'astronomia; un chirurgo, un veterinario ed un ostetrico, dell'aeronautica ; un cuoco fa dell'alta politica; un carrettiere, della teologia; un portinaio della drammatica ; una guardia di finanza, della sociologia ; e cosi egli, cavallerizzo, fa della politica (i). É notevole (io già l'osservai nel mio Genio e Follia) che quasi tutti i mattoidi, Bosisio, Cianchettini, Passallante, Mangione, De Tommasi, ecc., han convinzioni tenacissime, profonde, ma non fervide, sicché non dan luogo al delirio di azione se non per eccezione , e quando vi si associa l'estrema penuria; e sono di tanto più prolissi e assurdi nello scrivere, di quanto sono sensati e succosi nel parlare : e, salvo a sfogarsi più tardi in chilogrammi di carta, comportansi, nel rispondere a voce, con tal buon senso, da far passare, fra i meno accorti, per savie le loro fantasticherie. E ve ne sono di tale abilità, da riescire veri truffatori, senza perciò venir meno alle tendenze pazzesche, anzi essendo più mattoidi degli altri : tal' è quel De Tommasi di cui enumerammo poco sopra le molte professioni mal praticate, e che a queste aggiungeva il ricatto e le truffe con abilissima arte condotte e ripetute più volte (2). Guiteau era un mattoide, ma (i) Vedi Archivio di psichiatria, vol. 1, 1880. (2) Archivio di psichiatria e sciente penali, vol. i 1, p. 169: Pazzia nei truffatori. Fra gli altri notai un mattoide clic si credeva e spacciava profeta ed era falso monetario.
__ 8 5 nello stesso tempo uno scroccone e truffatore abilissimo (Vedi Genio e Follia, pag. 35o). Insomma costoro, pazzi certamente nei loro scritti e, molte volte, più di quelli dei manicomii, lo sono poco negli atti della vita, dove mostransi pieni di buon senso, di furberia ed anche di ordine; onde accade loro il rovescio che nei veri poeti. Quattro sono professori, uno anzi d'Universit; tre Deputati, uno Senatore, nè è meno strampalato; uno è Consigliere di Stato, uno di Prefettura, uno della Corte di Cassazione, tre Consiglieri provinciali, cinque preti, e quasi tutti vecchi e rispettati nella loro carriera (Genio e Follia, pag. r 56). E così Coccapieller : mentre é megalomaniaco negli scritti, negli atti della vita, nei contatti sociali mostra tale finezza, presenza di spirito, e duttilitá, da conquistarsi l'animo dei potenti e delle plebi, il che non è dato certamente che ai furbi. Nè è a negarsi che egli non abbia coi suoi giornali portato qualche vantaggio ; chè, molte volte, seppe colpire nel vero e smascherare persone le quali coprivano colla bandiera ultra liberale un animo vile e rapace, Lopez, per esempio. Ma, anche in quest'impresa, che fu certo utile e coraggiosa, e in cui non è diicile abbia avuto aiuto da quei partiti da cui pareva più alieno, egli si condusse con una violenza e con una fraseologia veramente pazzesca. Così, senza analizzare la grammatica, che è sempre un poco in difetto in costui, gli troviamo frequentemente (per es., n. 123, 129 e 157 di Ezio) molte
__ $6 parole scritte in corsivo od in caratteri diversi; per esempio : « Ed ora due parole a quel vigliacco che si chiama » e si firma nel giornale intitolato Stabbia -- e che » ínvece lo si dovrebbe chiamare rr STABBIO, « cioè LETAMAJO » . É una specialità dei mattoidi. Mangione, per es., nel proclama a S. M. il. Re ha sette caratteri tipografici in 27 righe (I). Che se non usa di mescolare allo stampato (vedi pag. 12) i simboli, i geroglifici , la tendenza a codesti segni trapela dallo stile. Per esempio, nel numero 18 dell'Operaio, egli dichiara che ha quattro poderosi cavalli al suo carro, la Luce, la Veritá, la • Vendetta e la Giusti ;zia... E il Carro di Checco e i cavalli, ecc., ritornano frequentissimi, nei suoi capolavori, tanto più che qui i.l mattoide si fonde all'auriga in riposo. Quanto alla violenza, non enumererò gli insulti ad A. Mario, al Sirtori, al Sonnino, al Zanardelli , che l'Italia tutta riconosce per intemerati: al Vassallo, ch'egli pretende aver perduto i diritti civili e politici (!!) ; mi basterà questa frase diretta contro al venerando Fabrizi, innanzi alla cui onorata canizie avrebbe dovuto sentirsi almen più modesto l'ex-dragone papale: a Voi siete » venuto a cacciarvi fra le ruote del mio carro che (I) Or ora vedo che Richet, ignorando che io l'avessi accennato 12 anni fa, dá come sua questa osservazione (Revire Philosophique, 1886).
^i t ^ G. » stritolerà tutti voi, l'Au ri ga passerà trionfante schiac- » ciandovi senza misericordia ». Lo • stile mattesco, che gode delle ripetizioni, delle rime, spicca nelle frasi : « Ho lottato, lotto, lotteró fino alla fine, dovessi finire questa lotta col sacrifizio ». — E nell'altra: « Eccovi, provatevi la repubblica spogliatrice che vuole lenirne .lemme — affari — e sempre affari milioni — milioni -- e milioni » . • E nei Framasnoni per Framassoni; e la Passera (un congiurato) passerà; e nel Pericoli è in pericolo. « Sì, noi assistemmo agli insulti di una stampa mercenaria che ha il coraggio di scrivere insulti sopra insulti, men z ogne sopra menogne, infamie sopra infamie, senza pur un' ombra di verità » . — E in « Lombroso pazzo curatore di pazzi, ecc. ». Spicca ancora in alcune frasi di suo conio, stereotipate, ripetute le centinaia di volte, come per esempio Giraffa, troglodite e guenoni, applicate ai suoi nemici, che non_ hanno in fondo nessun significato nemmeno odioso; e nell'intitolazioni strane de' suoi articoli; come le cannonate di Coccapieller e quei birri di Napoleone III che egli applica ad individui che non avevano avuto il più lontano rapporto con Napoleone, individui che lavorarono a pro o contro del paese quando Napoleone era non solo caduto dal trono, ma perfino sepolto e dimenticato. Tutti questi caratteri si vedono negli scritti dei mattoidi. Se uno in un caffè guarda in cagnesco Mangione, o se un altro nel fornirgli de' mattoni ne dimentica una dozzina, egli pone ciò in concatenazione colle persecuzioni di Varapodio.
— 88 — E quasi tutti, nel titolo, tradiscono subito l'indole pazzesca. Basti La pulce ed il leone di Mangione, e quest' esempio del mattoide Démons ;. « La démon- » stration de la quatrième partie de rien est quelque » chose, tout est la quintessence tirée du quart du » rien et des dépendances, contenant les préceptes de » la sainte magie et dévote invocation de Démons, » pour trouver l'origine des maux de la France ». iI titolo d'una delle sue opere ! Ma ad un dato momento il delirio megalomaniaco, sotto l'aculeo della miseria, della vanità incitata, vellicata, scoppia in essi di un tratto, come divampa l'ec-- citazione maniaca nei monomaniaci più calmi quando irritati. E così vediamo 11 COrdl Mani, il Mangione, il Passanante, che dalle assurde ma calme astrazioni passarono a terribili vie di fatto, e Coccapieller finisce col minacciare uscieri e pretori, o coll'uscire nelle più strane espressioni del delirio ambizioso. Questi passi, che ristampo II, n. 123, ecc., ce lo dimostrano anche colla prova scritta : « Il vostro "Tribuno, il vostro Rappresentante non dorme, e ciò vi basti — ma ricordatevi — che chi ha intrapresa la lotta, sono io, e non deve avere altri Duci ; il Duce che ha attaccato la battaglia saprà condurla fino alla fine — e quando prometto ricordatevi che so mantenere la mia parola « Socrate fu condannato alla cicuta ; il figlio di Dio alla croce, Torquato al carcere. « Vi sono due specie di tribuni, i falsi che sono degli spostati, dei birbanti, come Alcibiade, Cesare e Napoleone. I veri non sono ambiziosi, amano il popolo da cui
89 — escono e con cui vivono; non hanno facondia; il loro gesto è l'immagine della loro anima, hanno subitanee inspirazioni che confinano col genio, come Demostene, Cíceruacchio e Coccapieller ». (Dall'E l io Ih, n. 116). Più in su di paragonarsi a un Dio non sarebbe possibile andare, ed è la prova più chiara della forma megalomana; in ciò, ma solo in questo, il Coccapieller assomiglia al grande Cola di Rienzi. « Cristo insegnò la morale, predicò inconcusse verità, proclamò la libertà nell'ordine, l'eguaglianza nel rispetto alle leggi ed alle autorità. • Lo seguirono tutti gli uomini di buona volontà, tutti gli onesti e di animo retto; lo perseguitarono i malvagi e tutti coloro che della verità eran nemici. « Se Egli non nacque come Coccapieller in un regale palagio, fu però ossequiato e adorato nel suo umile giaciglio dai Re di Tarso, di Cipro e di Gerusalemme. « E poi non fu messo in dubbio il luogo di nascita del Coccapieller fino a ieri ? Non gli fu contrastata la cittadinanza romana, come i Farisei negato avevano l'origine di Cristo? « ...Cristo discacciò i mercatanti e i ladri dal tempio sacro; Coccapieller ha purgato Roma dalla mafia e dai farabutti, che congiuravano contro il sovrano ed il popolo. « Cristo insegnava la carità, e i farisei gridavano che era un bestemmiatore; Coccapieller insegna ad amare la patria, a rispettare la monarchia, e viene accusato di libellista ; dice la verità, e lo chiamano mentitore; si difende, e lo chiamano impostore.
-96 Ma l' impronta della pazzia non è tanto nell'esagerazione delle loro idee, quanto appunto nella sproporzione in cui sono con sè medesimi; cosicché a pochi passi da qualche raro concetto ben espresso ed anche sublime , si corre subito a uno più che mediocre ed ignobile, (come nelle ultime righe del citato frammento), paradossale, quasi sempre in contraddizione coi ricevuti dai più e colle condizioni loro e colla loro coltura ; quello insomma, per cui Don Chisciotte invece di strapparti l'ammirazione ti fa sorridere : eppure le sue azioni, in un'altr'epoca, ed anzi in un altro uomo , sarebbero state ammirabili ed eroiche; e ad ogni modo in costoro i tratti di genio sono piuttosto l'eccezione che la regola. Nei più vi è piuttosto mancanza che esuberanza dell'estro : riempiono interi volumi, senza costrutto, senza sugo, come appunto fa coi suoi articoli il nuovo tribuno.
CAPITOLO IV. li terzo tribuno. Il terzo tribuno, o meglio, il nuovo mattoide che tentò in questi ultimi tempi tribuneggiare, colle armi moderne della stampa e del Parlamento, è, come il pubblico ha già sentenziato, Sbarbaro. La naturale pietà per un collega negli studi, e per un uomo vittima di troppe e, in apparenza, immeritate sventure, mi ritenne per molto tempo dal parlare come e quanto avrei voluto, di questi, che era uno dei classici tipi di quella psicopatia da me introdotta nel mondo scientifico. Ogni riserva, però, mi parve, in questi ultimi tempi, inutile, perchè il pubblico, perfino i magistrati, cosi riluttanti ad accordarsi cogli alienisti, avevano già da un pezzo adottato questa diagnosi, e perché egli raggiunse, per quanto per vie dolorose e vergognose, quella notorietà che era tutto il suo sogno, e perchè, infine, qui la vera pietà era quella che mettendo a nudo il suo morbo, dava modo di curarlo, o almeno di scusarlo.
— 9 8 — Per quanto più in su si rimonti nella sua vita, la nota che tu trovi ad ogni passo e la lotta, o meglio, la lite, la polemica personale, violenta, e in cui qualche nobile e grande idea tenta far capolino, ma soffocata, sempre, da una sfrenata ambizione personale, di cui quell'idea non serve che di arma o di pretesto. Studente, a 16 o 17 anni, mena nel suo giornale; il Salvatore, violenti tirate contro il clero e la religione, sicché Cavour, in una lettera ch'egli stesso ha pubblicata, lo esorta ad esser meno violento ed a riserbare le sue ire contro i cattivi preti e contro la Curia Romana; fatto questo assai interessante, visto che, più tardi, doveva, per amor del paradosso, diventare un arrabbiato protettore delle fraterie, e viceversa nel 1 870 farsi promotore di un esaltato conciliabolo. A 19 anni, a Voghera, al Congresso delle Società operaie, prese una parte attiva in favore delle Società operaie, e combattè fieramente Mazzini e Montanelli. E già si proponeva di salvare la dinastia. Poi scrive nella Bollente di Acqui, nel Goffredo 1Vlanieli, e nell'Italia e Popolo ; fonda, poi, il Saggiatore di Savona, che durava tre anni senza infamia e senza lode, e che riempieva di polemiche locali. Nel 1863 — a 24 anni conseguiva la laurea, e dettava già lezioni pubbliche, pare, molto applaudite. In quel turno, credo, dirige il Corriere delle Marche, che pullula di nuove polemiche. A 2 5 anni era professore di economia politica e di filosofia del diritto a Modena: vegliava la notte e dormiva il giorno, con poco profitto, pare, dei suoi studenti ; ma egli, al povero preside che mitemente nevlo
-99-- redarguiva, rispondeva una volta con una sfida, un'altra col dire: « Che, se pur faceva poche lezioni, una delle sue valeva tutte quelle che i suoí colleghi davano in una settimana »; il che ripetè poi più tardi. A 3o anni si agita contro la Regia dei tabacchi. Scialoja gli toglie la cattedra, ed egli scrive feroci lettere contro di lui: tempesta tutti i giornali, sicchè era diventato un uomo proverbiale. Fu in quel turno, se non erro, ch'egli, proprio come il persecutore di Buchner (vedi sopra, pag. 16), fondava la lega degli uomini onesti contro il Governo, lega di cui egli era, pare, il solo membro effettivo ! Sorta l'agitazione pel macinato, egli propose (nien-- temeno !) di tradurre il Ministro Sella davanti al Senato per violata costituzione. Era il 1876 (Giornale italiano di Macerata, 1884, N. 691); a Macerata ferveva bollente la lotta tra due deputati : Allievi ed Oliva. Sbarbaro tentennò tra i due ; ma poi la popolarità lo travolse per l'ultimo, che... forse in grazia dell'aiuto suo, non riesci. Parecchie dimostrazioni avvennero il giorno della lotta, e la sera, al teatro, all'improvviso, si vide agitarsi Sbarbaro e gridare — Cittadini di Macerata, se avete sangue, e non sciroppo di salsapariglia nelle vene, seguitemi. E alla testa di una coorte di 40o persone, andò a fischiare, casa per casa, tutto il Comitato avverso, a cominciare dal Sindaco. Se ne fece un processo, ma egli fu assolto, malgrado parlasse, dicesi, quattordici ore (?). L'esordio incominciava così : « Nella mia fede di
100 - cristiano — nella mia coscienza di filosofo — nella mia dignità di cittadino — nel mio apostolato di professore — nei mio diritto di uomo di Stato ». Quel giorno Sbarbaro anatemizzò la canizie contaminuta di Deprctis, da lui proclamato, pochi giorni prima, il salvatore della patria. Nell'aprile 1878 pretendeva ad ogni costo che quella Facoltà Giuridica nominasse professore onorario Aurelio SafH. Il Rettore avendogli obbiettato che i regolamenti non lo permettevano, egli si diede ad eccitargli contro gli studenti ; ma la Facoltà si adunò e votò perchè fosse rimosso dall'u[ilcio. Il Coppino lo sospese : egli sì ribellò contro il Ministro, sostenendo non potesse sospenderlo; disse che gli studenti avevano riprovato il contegno del Ministro. Ma pare, anzi, che questi, stanchi, a loro volta, del loro rumoroso Tribuno, lo fischiassero di santa ragione, sicchè egli si appellò dagli studenti al Saffi. Schiaffeggiato dal Pierantoni, pochi anni dopo, ne loda poi in un pubblico giornale la dottrina, l'eloquenza, dopo che egli assistette ad una sua lezione, a Macerata, di enciclopedia giuridica, e di nuovo lo brindava ed elogiava quando fondava il così detto Istituto di diritto internazionale; un'idea sua, diceva lui. Quando De Sanctis giunse al potere, egli chiesegli una cattedra di primo ordine, e vedendonelo riluttante, lo minacciò di pubblicare aver egli venduto, essendo Ministro, i segreti di Stato agli speculatori di Borsa; lui, il De Sanctis, che visse e morì povero ! A Napoli, dove venne poi mandato come incaricato dal Coppino, promuoveva, con un discorso che stancò
mezzo mondo, l'asti-concilio ecumenico, l'agitazione per la riforma religiosa e per la pace universale, egli che ne era così poco fautore in particolare ! ! Un nuovo Ministro, il Perez, nel 1872 l'allontana da Napoli e lo nomina a Parma ; egli protesta, ma poi vi va; e nel 188o vi lesse una buona parte del suo enorme volume, una bagattella di 549 pagine, sulla libertà ; e iniziò proteste per la nomina d'un suo collega per influenza parlamentare. Nel 188o prese a patrocinare una causa, in parte giusta, contro il Baccelli, che pure essendo liberale, aveva commesso un atto, apparentemente dispotico, contro alcuni giovani studenti sardi che si dichiaravano repubblicani ; . la ragione l'aveva lui: ma i modi suoi erano tali da dargli completamente torto. Ed allora cominciava una iliade, in parte grottesca, in parte tragica, contro tutti colorò che non lo favoriscono, in ispecie il Baccelli, e contro tutti, anzi, i Ministri precedenti. Demolì Presidi e colleghi, provocò dimostrazioni, sicchè la Facoltà nel 1882, quando egli fu sospeso, e, pare, a torto, temendone il ritorno, lo dichiarò in- • compatibile colla dignità del Corpo, a cui era aggregato, ed egli allora voleva ché i colleghi fossero deferiti al Consiglio Superiore; pretendeva soddisfazioni dal Ministro, eccitava i giovani a dimostrazioni in suo favore. Chiamato a dar spiegazioni dei suoi atti e scritti in seno alla Facoltà, esce in ingiurie tali da parer un pazzo furioso. Poco dopo, stampa insulti contro il direttore del giornale La Luce, e quando questi gli manda poi due
— Io3 — paclrini, egli si mise a gridare : « Canaglia, assassini, sono percosso, assassinato »; li percosse, ferì e chiusili in casa, andò alla pubblica sicurezza a denunciarli come assassini. Il Ministro della Pubblica Istruzione, preoccupato di questi disordini, invitó il Rettore a convocare i professori dell'Università in assemblea generale perchè si pronunziassero in proposito. A questa assemblea non solo interviene egli, ma pretende assumerne la presidenza, e nel momento della votazione rovescia calamai, tappeti e libri addosso ai colleghi, e poi gridando : « Ammazzerò tutti », tenta di spegnere i lumi dell'anticamera, sicchè l'as s emblea decreta « che sia allontanato un professore, che insulta tutto e tutti, che pubblica libelli la cui violenza non neppure raggiunta dalla stampa più avventata, che mette il disordine nell'Università e reca onta all'onorato ufficio suo con degradanti umiliazioni, non meno che con spavalderie da pazzo furioso ». Fu deferito al Consiglio Superiore, e, malgrado la sua splendida difesa, fu destituito. Da quel giorno gettò una valanga d'ingiurie, di minaccie, di ricatti ai giudici, ai Ministri, alle loro mogli, figli, amici — ingiurie spesso prese sul serio — e pur troppo vendicate, come se fossero il parto d'una mente sana, e vendicate così severamente da rivolgere in simpatia il ribrezzo che potevano meritare. In complesso, questo uomo che si potrebbe dire un vortice animato di liti politiche e personali , riproduce, esattissimamente, il tipo di quel mattoide querulante di cui abbiamo dato la descrizione poco sopra,
T 03 __ salvo la differenza che ne viene da un in g e g no non comune e da una non comune coltura. Per chi rifuggisse dalle descrizioni generiche, offro queste note ufficiali di Lasegue, Bianche e Tardieu su un altro querulante politico, Léon Sandon, anch'esso d'ingegno singolare, che invece di tormentare Baccelli e Depretis, ebbe a dar noia, e non poco, a- Billault e Napoleone III (I). Nella sua giovinezza, Sandon, avvocato ambizioso oltre misura, si trovava in una posizione assai bassa. Si attacca al Billault, suo compagno di scuola, da cui viene elevato a posti superiori al suo merito; abbandonato, poi, da lui quando ne capì la pazzia, gli addossa la responsabilità dei suoi errori, e dei malanni che si era attirati. « Si lagna d'esser oggetto di persecuzioni inaudite ; ed invece si fa egli organizzatore d'un sistema di calunnie, per cui tutti i mezzi, anche il falso, sono buoni, e col quale cerca di comprometterlo. « E passa dal più stolto orgoglio e dalla più impudente presunzione alla più bassa vigliaccheria; ora minaccia ed ora si umilia. Sogna amori, gloria, e poco dopo domanda piangendo che lo si dimentichi. Vuole che si ragioni con lui come con uno che rappresenti un partito, e poi, senza transizione, afferma che si contenterebbe d'un posto in una casa di salute come un povero malato. « Né tali contraddizioni si manifestano solo in modo astratto: cosi riguardo a Billault, nella stessa lettera (I) rindes ma.-1ég. s u r la f nlie, 1866.
— I04 -- in cui « lo minaccia di farlo assassinare, gli chiede del pesce, gli affida la cura d'eseguire le sue ultime volontà, e gli designa il luogo dove vuole riposino le sue spoglie mortali; minaccia Iui e suo genero d'una sanguinosa riparazione, e nel tempo stesso gli proinette che se più tardi una rivoluzione lo farà Ministro, egli proteggerà la sua famiglia, e magari lui stesso » . -- Era un pensionato dal Ministero dell'Interno e dalla Prefettura di Polizia, e si diceva loro vittima « Nello scritto medesimo in cui indirizza alla figlia di lui le suppliche poetiche più appassionate, seguono i più violenti oltraggi (proprio come Sbarbaro con Baccelli). « La tinta d'opposizione politica di cui sembra si colori la pazzia di Sandon non resiste al più semplice esame. Egli compromette ed abbandona successivamente tutte le opinioni e tutti coloro che le rappresentano; nel tessuto delle sue menzogne ed illusioni é facile sorprendere l'in fl uenza del delirio ambizioso, della pazzia affettiva e della perversione morale che le inspirano. « Il tempo delle elezioni politiche é per Sandon un pretesto naturale per sfogare la sua follia ambiziosa (I). Egli attribuisce a Carnot la promessa formale di farlo nominare deputato di Parigi: tuttavia preferisce presentarsi nel suo paese (la Creuse), dove senza difcolta troverà da 8 a z o,000 voti; malgrado ciò egli acconsentirebbe anche a presentarsi come candidato del Governo, il quale gli assicurerebbe l'unanimità ; ma alla condizione d'essere sotto il patronato del conte (i) Idem vedremo per Sbarbaro.
- r o 5 --- di Persigny e non del duca di Morny. Ma poco dopo dichiara che accetterà roba per sua madre e per la sua serva, libri per sè, e andrà a vivere in un ritiro per farsi dimenticare. « Egli vanta l'amicizia più intima cogli uomini più altolocati , e dichiara che il suo banchiere ordinario è D'Haussonville, pronto per lui a pagare qualsiasi somma. « Nei suoi scritti si scorge facilmente com'egli creda che la Francia e l'Europa non si preoccupino d'altro più gravemente che della sua persona e della sorte che a lui è riserbata. • Egli la pretende a grande scrittore; si paragona a Montesquieu, e vedesi già aperte le porte dell'Istituto grazie al suo Trattato sulla grande zz a e la decadenza della democrazia, e in seguito a quanto gli avrebbe predetto Privat-Paradol. « E nulla diciamo della fecondità dei suoi scritti, della sua mania epistolare, che, in tutti i posti, a Parigi o a Telletin, in prigione o in libertà, dappertutto, tutti i giorni ed a tutti , gli fa riprodurre le stesse idee e le stesse frasi, senza che egli si arresti dinanzi al costante insuccesso della sua universale corrispondenza. Nelle lettere sue, poi, si notano numerosi poscritti e sottolineamenti moltiplicati, e la scrittura serrata che segnalano così béne gli scritti degli alienati. « Il Sandon é di costituzione vigorosa : il suo viso porta l'impronta d'una certa interna sofferenza, ha carnagione pallida, lineamenti ordinariamente contratti ; egli porta spesso la mano al capo, e con un magistrato si lagna di sentirsi il cervello rosicchiato dai
in lui è il fenomeno predominante. Da questo lato è bello raccogliere qui il giudizio di Spaventa, che sarebbe, con poche varianti, diviso da qualunque alienista: « Ha un grande amore per la giustizia, ma la giustizia la concepisce in modo personale, vale a dire che ogni atto che egli creda ingiusto contro di lui è considerato da lui come un delitto, di cui egli applica la pena delle sue minaccie, delle sue ingiurie ». Anche Broglio e Pelosini deposero intorno a luí: « Il suo impulso è nobile, ma finisce per mettersi dal lato del torto » • E Oliva: « Il punto di partenza è sempre giusto, ma si svia per strada » (Deposiz. Processo Sbarbaro, 188 5). Megalomania.— E s'aggiunge insieme il delirio erotico ed ambizioso, per cui egli, umile cittadino ed ammogliato per giunta, si crede alla vigilia di principesche nozze, di principesca progenie. Pochi mesi fa, trovando a Savona uno scultore celebre, l'abbraccia esclamando : Ecco il genio (era lui !) che stringe la mano all'arte! Una volta disse al Berti : Sbarbaro é capace di distruggere 25 generazioni (Deposiz. Berti; Processo). « Fui giudicato (scrive egli di se stesso) nella medesima aula dove Galileo fu costretto a negare il moto della terra ». I suoi articoli politici recenti sono rigonfi di continue litanie di citazioni, e specialmente di nomi proprii seguiti ciascuno dalla scorta di un'ingiuria o di una lode, immeritata quasi sempre, sempre esage-
— I1 3 — rata, e ció secondo che i nominati abbiano favorito o contrariato il suo delirio fastoso. « È (dice di lui Dario Papa, .laalia, 1882) una mente malsana, allargata dalla scienza in modo che ci si sono gonfiate dentro non si sa quante bolle di sapone. Ed ogni bolla di sapone è un'idea grandiosa di se stesso che riflette alla luce dell'egoismo meriti sublimi del mattoide. Se pone una taglia per ottenere qualcosa, la pone perché crede di compiere un' opera di giustizia verso se stesso, uomo più grande fra i grandi, apostolo, mistico, politico, scientifico. Quest'uomo che non si compra col danaro, si prostituisce per ottenere una lode. Non bastai si prostituisce per ottenere un biasimo. L'ha sentito io stesso dire una voltai « A me » basta che si parli di me, e non mi curo d'altro, e sono » felice quando costringo la gente ad occuparsi di me », E non manca infine il delirio alcoolico, poiché abusa enormemente di liquori, e la maggior parte de' suoi scritti é dettata in istato d'ebbrezza. E questo ci spiega i suoi strani errori di logica che parrebbero proprii, solo, dei grandi indebolimenti mentali, per cui spedisce insolenze al Ministro in carta da bollo da 1,20, e sentenzia « Un libro buono pub integrare delle lezioni non fatte », ed « Un professore che abbia fatto degli errori non può essere nominato E per ció egli che ha ardente voglia di essere nominato deputato, a' suoi elettori di Savona dichiara che non farà loro nessun favore, nemmeno un lampione, e fa lunghe prediche per convertire i suoi compatriotti, uomini pratici e dati agli affari, al socinlanesimo, all'u-
— I1 4 -- nità religiosa, il che si spiegherebbe in un Catone, in uno Spaventa, non in lui che intanto adula il clero ed i repubblicani avanzati - per farsi nominare, il che è peggio che concedere a tempo, a loro, un fanale. Grafomania. --- Ma la forma più caratteristica è la grafomania, che in lui s'associa con la logorrea. noto com'egli fosse il terrore dei giornali e degli amici, perchè usava affogare gli uni con valanghe di lettere ed intrattenere gli altri per intere notti della sua eterna e monotona parola; e già vedemmo in lui gli affetti di sposo e di figlio tacere innanzi a quelli del parlatore. Il parlare non gli costa che vento, e Sbarbaro non sente che questo bisogno; ha bisogno di parlare con dieci, con venti persone alla volta, magari, su argomenti diversi » (Dario Papa). L'elenco de' suoi scritti sarebbe un troppo lungo capitolo; ma, oltre l'abbondanza, qui si osservano altri caratteri speciali ai mattoidi. E prima di tutto : La minutezza degl'inutili incidenti che ci ricordano il pittore della Tavola, e che non giovano, ma fanno perdere anzi di vista l'insieme. Ciò si nota fin nelle prime sue opere, o meglio elucubrazioni, perchè appunto per ciò nessuno de'suoi lavori raggiunse la fórma organica del libro. Il libro 'Della libertà (1873) è un' introduzione di più di 5oo pagine ! E quest'introduzione è poi a sua volta una grande bibliografia cogli eterni elogi e biasimi a' suoi avversari e con quelle minuzie fratesche, naturali nei letterati del secolo scorso, ma che stonano in lui. Per esempio, sostituisce (e lo • fa
115 osservare in apposita nota) parlamentale e elerenlale a parlamentare e elementare, e non manca dei soliti giochetti di parole prendendosi la libertà di dedicare quel libro alla Liberlá. Parlando del metodo sperimentale, lo chiama « osservativo », o come anche oggi si dice, positivo; e nella sua Filosofia della ricchezza perde una quantità di pagine per mostrare che l'economia politica si deve chiamare la filosofia della ricche zz a !! Un articolo speciale delle Forche dedica per studiare con qual nome si debba chiamare il secondo figlio del nostro Re, figlio che ha ancora da nascere. In quest'abuso dell'inutilità egli ha delle singolarità tutte sue, o meglio tutte speciali dei mattoidi ; una è quella di collocare insieme molti nomi proprii con un epiteto laudativo od infamante a seconda de' suoi capricci; per poche linee ciò parrebbe un vezzo umoristico, ma egli è capace di foderarne volumi ; così nel numero 26 delle Forche trovo questo giocherello segusto nientemeno che per 114 linee, e tutto ciò a proposito, o meglio a sproposito della etimologia di polizia « per cui città e Stato formavano una cosa sola, » come sarebbe a dire Perino e quattrini, diritto e sta- » tura, Luzzati e pensiero, Carie e vita nel diritto, De » Zerbi e colera » e via via. Un altro che con questo si connette è quello delle digressioni, e delle minuterie futili. Tutto il suo libro -- Regina e Repubblica — è un ammasso di digressioni. Qualche volta una parentesi vi si caccia dentro nell'altra, e le piú senza altro significato o ragione che di sfogare la smania di scrivere.
— rIG — A proposito dei nemici delle sue idee, fa una digressione sul salame eccellente che il deputato Lagosi fa assaporare ai suoi colleghi (pag. 23). Una pagina e 1/4 tratta della veridicità storica e del famoso detto di Ferruccio a Maramaldo, e ciò a proposito dell'amministrazione disonesta d'Italia (pagina 17-18). E qui, come in altre sue opere, perde delle intere facciate per dimostrare che si deve dire parlamentale e non parlamentare. Qualche volta, specie negli ultimi scritti, le digressioni sono anche sudicie, ma di quell'oscenità tabaccosa, fratesca, che è più indizio dell'impotenza che della vigoria straripante e festiva del giovane; è una osceniü, insomma, che sente più il P. Soarez che lo Stecchetti od il Mantegazza. « La calunnia avrà le gambe più corte d'una p... attaccata alle coscie lanose del ministro X. ». « La differenza, p. es., che intercede tra l'opulenza delle anche stecchettiane e le due isolette . aleardiane, che sempre si guardano e spesso si toccano ». E a pi-o- posito di questa che è già una digressione (digressione r a ), ne interseca altre, inutili tutte. « Benché il poeta non se ne sia mai accorto, ed abbia fatto come Cesare Rossi (digressione 2 a ) quando nella commedia monachile di Marengo, ora presidente del liceo Chiabrera nella mia Savona (digressione 3 a ), entrando in scena, vede il bersagliere in congedo che stringe la contadinotta dalle anche copiose » (digressione 4 a ) — il che tutto é osceno, se vuolsi, ma non converge a nessuna dimostrazione, nemmeno lontana.
II7 « La Camera ha confermato Capoduro (Cittadino di Savona, 20 dicembre 1886) — Che bel nome, per rappresentare la virilitá del pensiero politico in Italia, ed io prego il vostro Proto, scusate, che non è un prodigio di delicatezza, a stamparmi delicate zz a con due . e Capoduro con un p solo e non due avvegnaché (e qui una lunga digressione) se il Cittadino stampasse due si altererebbe la rappresentanza del nostro Rappresentante; egli non sarebbe più l'emblema della virilità della coscienza incorruttibile degli Italiani » Minutezze da pazzo e sudicerie da ubbriaco, e che notai, si fanno più frequenti quando parla di una delle più gentili e venerate dame d'Italia, e più suscitano, perciò, schifo e ribrezzo. Nella Regina e Repubblica dopo aver scherzato scioccamente sulla frase Margaritas ante porcos, si lagna di non poter convertire o fabbricare salami eccellenti dei porci indegni di accogliere la buona novella; e poi dichiarando « ch'egli scende come un cavaliere antico portando per la quarta volta i colori della donna adorata, una delle più gentili d'Italia, subito soggiunge, ch'egli vuol spezzare `la lancia contro la lue che minaccia di far passare l'Italia al sifilicomio della tirannide » Tutti conoscono la sua tendenza ai giochi di parole, alle pompierate... che noi vedemmo essere così frequente nei mattoidi :« Appuntare la punta (pag. 305) inappuntabile dei loro stivalini nella parte più notabilmente sferica (Regina e Repubblica). ...« Bastava che ci fosse un Visone per vedere.
118 -- « I miei provvedimenti compiranno la bonificazione dell'agro. Ed al d elce non ci pensa ? (Idem). « Baccelli, i bacilli ! • Baccarini, ingegnere di educazione, s'ingegni » . Né manca nemmeno, come dissimo, in quel ponderoso volume sulla Libertá. inutile fermarsi sulle sue contraddizioni, almeno per quanto tocca le persone. « Boccardo, detto nelle opere sue vastissimo intelletto e vera biblioteca ambulante, al N. 6, 20 luglio, delle Forche,è trascinato ai tribunale supremo della gente dotta, ed è conosciuto reo di untosa ignoranza. « Crispi, il secondo uomo di Stato, dall'anima gigante, Crispi il Capaneo della rivoluzione, il solo intelletto dopo Mancini, nei suoi volumi, ecc., è divenuto un ciarlatano (Porche, N. I), e più tardi (N. 4) uno sciagurato causidico. « Marco Minghetti, uomo di Stato di maggior nerbo, di ingegno, e di grandezza di concepimenti, diventa poi fiacco, improvvido, senza bussola come Mancini, meno la scienza giuridica. • « I volumi di Lampertico gli danno il vomito e il capogiro (N. 14); ma nella Libertá a pag. 13 lo avea detto lume dell'erudizione, della critica e della scienza economica in Italia. « Guido Baccelli era prima per lui l'oratore dalla romana facondia, che difese nella politica dello Zanardelli il grande verbo del reprimere e non prevenire. « Di Sella, ch'egli volle porre in istato di accusa, conserva con gli autografi, anche uno..... sigaro. « Il Mancini, ch'era il principio ed il segno d'una
— II9 — quarta epoca dell'umanità inaugurata dal pensiero italiano, non sa scrivere una circolare » (I). Lato buono. -- È però vero che in alcuni dei suoi principii teorici, l'unitarismo religioso, il rafforzamento del poter regio, egli persistette con costanza rara anche negli uomini politici più sani. Ed è verissimo che qua e là nei suoi libri brillano dei tratti geniali. -- Eccone alcuni : « L'uomo che non sente odio per le cose laide o inique che ingombrano la nostra vita sociale è una menzogna di cittadino, un eunuco di mente e di cuore (Forche, 2 1). « I sistemi parlamentari non fungono bene perchè non permettono che gli ottimi sieno in alto ed i nulli in fondo (Porche, 3) », il che è però tolto alle Decadi di Macchiavelli. « Un uomo che porta nel cranio un'idea sarà sempre più forte di un milione d'uomini che non abbiano in tasca che un interesse (n. 27). « Io credo la libertà più salvaguardata da un suffragio ristretto che da un suffragio allargato. « La nazione è venuta in termini di cosi profonda anarchia morale che può dar occasione e materia anche all'ultimo dei cittadini di suscitare un incendio, una rivoluzione morale, una santa insurrezione civile contro mali che offendono la monarchia. « Temeva l'avanzarsi della vituperosa e mala compagnia dei demagoghi, temeva le sorti dell'America (r) Vedine una raccolta curiosa nel libro del prof. PIERANTONI: Sub lege Libertas. — Roma, 1884, 2 a ed., pag. 83, 85, ro8, t r r. LOMI3ROSO, Tre Tribuni — Io.
- I 2 O -- dove l'oltrapotenza della canaglia politica, dove i filibustieri politici hanno invaso ormai stampa, commi, tribuna, e i galantuomini delle classi più elevate si ritirano a poco a poco dall'arringo politico contaminato dalla feccia della repubblica (pag. 382). « Se io sono un malcontento, disse al Consiglio di pubblica istruzione , ció mi fa onore : il progresso si deve ai ribelli e ai malcontenti. Era un ribelle, un fazioso, Cristo. « Le grandi riforme sociali s'iniziano da un rivolgimento di pensieri e non dalle leggi; le leggi vengono dietro il progresso come l'ombra corpi. Se la coscienza umana non s'impregna d'una dose maggiore di giustizia, le più belle impalcature a nulla approderanno, anzi potranno permutarsi in arnesi di perdizione, come era l'inquisizione fondata nell'idea che il salvar l'anima eretica col bruciarne il corpo fosse opera meritoria. « Primieramente si deve vedere il modo, il metodo, che il Governo adopera e segue per la conservazione dell'Ordine, imperocchè è in ció che spicca la differenza caratteristica dei Governi buoni, liberi, dai cattivi e dispotici. L'ordine é mantenuto a Londra quanto a Pietroburgo, a Costantinopoli come a Filadelfia. Ma dove nei paesi dispotici questo visibile effetto della materiale sicurezza si consegue col metodo preventivo dell'assoluto sacrificio di tutte le libertà del cittadino, nei paesi liberi, invece, il medesimo risultamento s'ottiene colla custodia, e colla conservazione legale di tutte quelle libertà. Voi, vedete, voi non avete provato ancora nulla col dire che l'ordine è una grande e bella e buona cosa. Se l'uomo fosse un animale, la distin-
- I2I — zione or fatta, avrebbe poca importanza. Invero : che una mandria di pecore, un branco di porci, ecc. beva, mangi, pascoli senza confusione e con ordine o per magistero di bastonate o per opera di vocali comandi del mandriano nulla rileva. Ma trattandasi di società di uomini la questione del mezzo piglia un carattere ben più grave, delicato e complesso. Bisogna, per muovere le volontà libere d'un popolo verso un complesso di fini, eleggere fra i tanti mezzi quelli solo che non offendono il sacro carattere dell'Umanità scolpito in tutti i cittadini d'un libero paese. « Voi sacrificate sistematicamente alle esigenze dell'ordine materiale le esigenze dei principii dell'ordine morale. E tremate per ogni lieve scompiglio. Insensati ! Voi v'impaurite sopra ad ogni cosa dei pericoli che corre l'ordine materiale della Nazione ; ebbene ! Un illustre conservatore, il Tocqueville, vi insegnò, che il vero pericolo delle nazioni democratiche non è l'anarchia, il disordine delle strade, ma sapete quale è ? Precisamente quello che voi custodite con tanta sollecitudine, quello a cui sacrificate dignità di patria, indipendenza di giudici, moralità di stampa, decoro di Governo, l'Ordine materiale che per voi è il capolavoro della politica e dell'amministrazione ! Imbecilli ! » (Forche, 22). Nella Libertà ribadisce con Cavour e La Farina che, tutte le più grandi rivoluzioni sono, in fondo, economiche perchè le più nobili idee per divenir fatto hanno dovuto congiungersi col soddisfacimento dei naturali bisogni. E bella, per quanto rettorica, vi trovo quest'osservazione : « Un pubblicista francese parla del paganesimo
-128- (lei fiori tranne il profumo, tutto degli animali salvo il moto : e' sano filosofi sordo-muti che solo espongono a gesti le loro idee. cc Ma l'arte è una si gran maga; essa crea un sole che brilla per tutti come un vero sole; e quelli che vi si accostano, anche i men degni, anche i grotteschi, riportano seco qualche po' del suo calore e della sua luce. « Questo fuoco rapito imprudentemente dal cielo, che i mattoidi serban riposto nella loro pupilla, li rende spesso pericolosi, più spesso ridicoli; ma la loro esistenza ne acquista una serenità grandiosa, uno sprezzo del male, una grazia a soffrirlo, che le altre miserie non conoscono, e che li fa ammirare dai più. « La chimera dall'ali dorate loro illumina e riscalda la via. « Si direbbero pellegrini d'Oriente in marcia verso una Mecca incognita che sfugge loro dietro l'orizzonte. « Nulla li scoraggia, nè la malattia, nè la disillusione, nè il freddo, nè il caldo, nè la farne: ei s'affrettano e non giungono mai ». Ma, intanto, codeste mirabili parvenze del genio bastano ad illudere le menti volgari. Ed ecco lì una causa speciale dei rinnovati trionfi del tribuno Romano, anche in confronto del Savonese, a malgrado, in grazia anzi, della sua inferiorità. E non é la sola. 2. Quando i mediocri, i meno che mediocri preponderano, è naturale che possa destare fanatismo nei volghi chi ha le apparenze dell'uomo superiore. 3. Quando il coraggio delle opinioni va scemando di guisa che molti si fan timidi nel manifestarle, o
— 12 9 le mutano ad ogni cadere di foglia secondo il proprio interesse, é naturale che possa riescire simpatico chi ha manifestato, in mezzo ai deboli, una grande audacia ed energia. 4. Anche gli uomini assennati furono grati a Coccapieller di un'opera a cui nessun altro si sarebbe sobbarcato, e favorirono, col non frenarli a tempo, gli istinti popolari ; nè giurerei che non avessero parte in ció anche uomini del nostro Governo, e i seguaci di quell'altro cui egli prestó l'opera sua per tanti anni, forse per gratitudine, ma più allo scopo di spargere il disprezzo, la nota ironica, sulle odiate nostre istituzioni, servendosi, come fu sempre suo costume, delle passioni popolari per vendicarsi di queste. 5. L'uno, solo e quasi inerme, fu minacciato nella vita da più uomini armati : si difese, e fu poscia, nè pare sempre giustamente, messo in prigione ; e quindi al prestigio della forza s'aggiunse l'aureola del martirio. Liberato grazie al voto popolare, potendo, come. tanti altri, godersi l'impunità di nuovi reati sotto la corazza del deputato, se ne spogliò. — Fu in carcere di nuovo, e vi stette non poco. — Ora alcuni di quei reati non parvero a' suoi partigiani corrispondenti alla gravità della pena, tanto più dopo che alcune accuse, tenute per calunniose, vennero confermate da un nuovo processo. Anche dello Sbarbaro il popolo pure ammetteva i reati, ma trovava esagerata la pena, cosi da parere, quel che certo non era, l'effetto d'una vendetta. 6. Il Coccapieller è Romano, e il popolino di Roma vi vede tanto più il suo rappresentante, perché egli abi l mente seppe vellicare, piaggiare quel sentimento
— 1 3 o municipale che batte in tutte le città latine, ma più di tutte, e non a torto, nell'antica capitale del mondo. 7. Si trovò che i suoi, spesso, coincidevano cogli avversari di una setta, se così può dirsi, nobilissima, i massoni di alcune parti d'Italia — e con quelli di un troppo noto pubblicista che, insieme ad un giovine dotato di un cognome caro all'Italia, si fecero della sua penna un'arma per le proprie vendette. 8. E un fatto curioso che tutti e tre questi fenomeni psichiatrici sono un diretto prodotto della più o meno seria coltura classica. In Cola l'erudizione, sbagliata se vuolsi, delle antichità di Roma, è il punto di partenza del delirio ambizioso e dei giganteschi suoi tentativi che avevano invero tutta l'impronta della grandezza romana. In Coccapieller questa coltura manca affatto, ma non mancano quelli Era i suoi effetti che più sono nocivi, le confuse memorie del tribunato, le glorie e gli errori dell'antica Roma, perfino, che Dio glie lo perdoni, quello della votazione per centurie, e dei suoi cavalieri, fra cui egli, come cavallerizzo, crede poter imbrancarsi (1). La coltura vaporosamente classica, nutrita di metafisica e gonfiata di rettorica, formano tutto il retaggio del sapere di Sbarbaro, e ne inspirò gli ammiratori, anch'essi educati alla stessa scuola e nutriti dello stesso alimento. 9. Rozzi, però ciò malgrado, nel fondo, i nostri due neo-tribuni parlarono rozzamente e poterono svillaneggiare onesti e birboni con frasi che i còlti sfuggirebbero, (i) Sedute del Parlamento, gennaio, 1887.
— I I — ma appunto per ciò agli incolti riescono più adatte. E ben dice Coco ('Storia della rivolugione di Napoli) non essere certo gli uomini eruditi che possono influire sul popolo, ma quelli che hanno maniere di sentire pari alle sue. E Heine diceva: « I1 popolo si fida più degli ambiziosi i quali parlano il gergo delle sue passioni, che dell'uomo dabbene che si sforza d'illuminarlo ». Il loro stile che agli uomini còlti suona bizzarro e mattesco, appunto pe' suoi difetti, ripetizioni, allusioni, simboli, frasi eteroclite e violenti, ha virtù di attrarre, di scuotere le fibre delle plebi men còlte. lo. Coccapieller ha smascherato dei non sempre degni capo-popoli : e la plebe, trovando spezzati i suoi idoli, col bisogno di adorare qualche cosa, ha riversati i suoi affetti su quello che li aveva battuti, appunto perchè li avea battuti e perchè primo si trovava in ordine di successione, chè anche nelle demolatrie vi hanno le dinastie. Cosi nelle sette camorristiche di Napoli l'uccisore di un capo diventa, ipso facto, perciò, suo successore nel grado --- anche se prima non apparteneva alla setta. II. I1 popolo romano ha un'inclinazione speciale per codesti tribuni: prova ne siano Ciceruacchio e Cola di Rienzo e Baroncelli. Né é difficile vi influiscano l'atavismo, o la ricordanza dell'antica magistratura popolare, che tanto giovò al suo trionfo contro i patrizi, e che giustamente dovea restare cara alla sua memoria. Tribunato. Quando si pensa alla durata e all'immensa influenza di questa istituzione in Roma antica, Lomr ' roso, Tre Trl7)1(Il! j T ,
— 1 2 — ben si comprende come essa possa aver perdurato fino ad ora nella sola città che vi diede la culla e in cui più a lungo permase con forma legale nel mondo. E un fatto ammesso dagli storici, dai Romanisti e dai politici, e basta citare Machiavelli, Mommsen, Bonglii e Schupfer, che quest'istituzione meravigliosamente semplice e senza riscontro con alcun'altra, servì di cosi mirabile contrappeso alla prepotenza patrizia, che era pure aiutata dalla ricchezza, dall'intelligenza, dalla tradizione, e, quel che è più, dalle leggi, da impedire le inevitabili guerre civili, che sfasciarono le nostre repubbliche medioevali, da permettere una vera eguaglianza civile, pur lasciando, per molto tempo almeno, il potere alle classi più colte, finché, degenerando, provocò la demagogia ed il cesarismo. Essa fu, dunque, un potente fermento delle sue glorie e delle sue ruine. Il tribuno rappresentava quello che è per noi la opposizione parlamentare, la stampa e la Cassazione. I tribuni, che non potevano esser scelti se non nelle classi popolari, fecero, quasi si può dire, da codice vivente e da magistrato permanente quando codice e magistratura vera mancavano, e tutto era nell'arbitrio dei patrizi, e quando i creditori patrizi esercitavano le più crudeli torture sui debitori, tal che il popolo, per sottrarvisi, rifiutò di andare alla guerra (282), e creando una secessione, una vera città plebea, minacciava di non più riunirsi se non si davano loro questi diritti. Essi fecero da valvola di sicurezza e da anello tra nobili e plebe, e fecero, come nota Machiavelli (Decadi, in), che gli uni s' avvantaggiassero delle forze degli altri senza elidersi.
-133 Essi, sulle prime, non avevano altra insegna, altra scorta che il pedestre viator; non avevan manto nè sedia curule, anzi non avevan sulle prime pur un seggio nel Senato, alla cui porta dovean star in piedi; ma divenuti i suoi veri difensori, indipendenti dal potere civile, potevano fin mettere in prigione i magistrati, sospendere un giudizio, infliggere una condanna persino capitale ; difendevano al cospetto pubblico l'accusato (jLss auxilii); potevano , salvo il domandare l'auspicio e il farne fissate il giorno dal Senato, radunare i comizi, ottenerne deliberazioni, far cessare l'arresto di un debitore condannato ; potevano citare a comparire davanti a loro qualunque cittadino, anche i consoli, e farli venire colla forza in caso di rifiuto; potevano, con un veto, sospenderne qualunque deliberazione. Più tardi, studiate ed imitate le leggi di Solone, codificata quella grossolana pratica criminale e civile, che era infine null'altro se non la legittimata prepotenza dei ricchi e dei nobili, e resasi meno crudele per quanto conservasse le orribili pene pei debitori, ridottasi l'usura al io per o i o, si sospesero, come meno necessari, i tribuni, la cui intromissione pareva turbasse l'andamento dello Stato; ma e' si dovettero ristabilire, salvo ad avere il solo diritto d'infliggere multe, e non più la pena capitale, e quello di nominare i pagatori o questori, il che li faceva entrare nella vera amministrazione. Poi ebbero un voto consultivo ed uno sgabello in Senato. Nel 620, per l'aumentata miseria, i Gracchi, patrizi diventati i più audaci tribuni, giunsero a strappare , con una specie di suf-
-- 13 4 -- fragio universale, delle leggi con cui si davano alle plebi i campi già proprietà dello Stato, e si fornivano di grano ad un prezzo inferiore della metà al reale; riforma, questa, che fu, probabilmente, il primo passo all'anarchia. Infatti pizi tardi Saturnio (651-54), attivo, eloquente, ma violentissimo, a colpi di randello strappò delle vere leggi socialistiche, colle , quali ridusse di I 1 6 di asso il prezzo del grano, già ancor a dimezzato; represso, chiamò gli schiavi in aiuto. A lui si deve la prima battaglia civile combattutasi in Roma (ro dicembre 654). Sulpicio Rufo organizzò (666) una vera armata di 3000 demagoghi contro il Senato. Clodio (696) limitò il diritto dei censori di redarguire i cittadini scostumati, tolse ogni restrizione alle associazioni. D'allora in poi i tribuni divennero i padroni ed i tiranni della Repubblica e la causa della sua caduta. Così essi prepararono, col disordine prima, e poi coll'elezione dei partigiani alle cariche, la venuta dell'Impero. Si crede da molti che il tribunato cessasse coll'Impero. E vero che Cesare avocò a sé la potestà tribunizia, ma non perciò aboliva i tribuni; né ciò era a presumere in un governo come l'imperiale che sotto forma dispotica proteggeva, infatti, gl'interessi popolari. Certo però se ne restrinsero i poteri che erano in gran parte rappresentati dall'Imperatore. Essi conservarono il Jus auxilii ed il Jus intercessioni contro i magistrati, ma non contro l'Imperatore, da cui anzi dipendevano direttamente (Tacito, Annali, XIII, 28). — Perdettero il diritto di veto, rna
— I" — conservarono quello di presiedere il Senato (Dione Cassio, 55), ed ebbero la presidenza di un certo numero di rioni di Roma (Mommsen, rr, 12o), il che si può dire vi si perpetui tuttora, come accennammo, sotto altro nome. Divenne il tribunato una dignitá conferita dall'Imperatore, e che si trova già accennata con termini alquanto disprezzativi « umbra nominis », nel Codice Theodosiano, XII, I, 74. Permasero, ad ogni modo, più di 14 secoli. 12. Ritornando ai nostri tribuni, tutti e tre, spesso, tagliarono sul vero ; e il vero ha una virtù, una potenza che trascina tutti, anche le masse. 13. Ed ambedue i neo-tribuni non sono geni, nè pazzi, ma mattoidi , che hanno ben più di costoro un'azione potente sulle plebi; poichè la grandezza dei primi e la stranezza di concetti dei secondi, e in amendue il contegno sdegnoso, fuor del comune, e la mancanza di tatto, destano diffidenza, ripulsione e ribrezzo : mentre codesti mattoidi essendo bizzarri ma non elevati nei concetti, anzi sovente più bassi dei comuni, sono, perciò, più accessibili ed accetti alle masse; oltrecchè nel contegno privato, nella vita pratica (quasi la durata della malattia ne ottundesse gli angoli acuti e rendessela più adattata alla esistenza) o sono affatto normali o spesso più abili degli altri: il che lor concilia, maggiormente, la pubblica opinione. 14. Abbiamo vedute le prove recenti del disinteresse di Coccapieller (anche Sbarbaro ha ogni tratto slanci di disinteresse, misti con slanci di avidità), che però poteva qui spiegarsi colla vanità in lui dominante.
j ____ Pure se, come spero, risultasse aver egli dato prove di quella rara virtix . anche negli anni antecedenti, non perciò verrebbe alterata la mia diagnosi. Infatti, come ho dimostrato nel Genio e Follia, i mattoidi sono in genere i soli i quali nello steeple-chase furioso verso la fortuna, che è uno dei caratteri dell'epoca nostra, si mostrino i più riserbati ed i più sdegnosi, e non affettino . , solo, ma serbino una singolare sobriet ì. Mangione era onestissimo e disinteressato ! Nel maggio è costretto a far debiti, e ne ha tanta vergogna che dal 18 al 23 si astiene dal cibo, e l'ispettore di P. S. lo trovò in letto sfinito dalle privazioni, non avendo voluto accettare nulla dai padroni. ]3o- sisio si nutre di polenta senza sale: Passanante di solo pane; come spesso Lazzaretti di due patate; il che può spiegarsi dall'aver essi pascolo e conforto sufficiente nelle loro speciali elucubrazioni, come accade appunto agli ascetici e ai grandi pensatori ; e perchè poveri, preferiscono consumare quel poco che pos-. sedono, per ottenere il trionfo delle loro idee, piuttosto che il soddisfacemento del loro stomaco. r 5. E poi i mattoidi, proprio all'inverso dei genii, e dei matti, sono legati da una simpatia d'interessi, e, sopratutto, di odii contro il nemico comune, l'uomo d'ingegno, e formano una specie di Massoneria (I), (i) In una grande città d'Italia prosperano due società composte in gran parte di mattoidi. Queste genti, dice Daudet (Jack), si attraggono, s'aggruppano accomunando i loro lagni, le loro oziose vanità. Ho già mostrato (Genio e Follia) come alcuni mattoidi influirono sui provvedimenti consigliati contro la p ellagra. Basta
— 3 tanto più potente quanto meno regolare, perché fondata sul bisogno di resistere al ridicolo comune che li invade inesorabilmente per tutto, sul bisogno di sradicare o almeno combattere quella naturale antitesi che e per loro l'uomo d'ingegno : e, pure odiandosi fra loro, si fanno solidali l'uno dell'altro, e se non godono dei trionfi reciproci godono ciascuno delle reciproche vittime che lor non mancano mai; perché, come vedemmo, fra il mattoide ed il genio il volgo non dubita punto a sacrificare quest'ultimo; e anche ora molti medici pratici non ridono punto dei dosimetrici e ridono dell'omeopatia ; e le plebi accademiche ridono ancora di Schliemann e d'Ardigó e non risero mai dell'archeologo P. Secchi nè di Renouvier. E ció può ben vedersi dagli enfatici e matteschi indirizzi rivolti al Coccapieller ed a Sbarbaro da molti che certo erano più matti di loro. E più volte ne abbiamo trovato II che s'accontentavano di chiamare il primo, parodiando una bella frase d'un nostro Ministro, l'onore di Roma. Ed erano firmati. E a Sbarbavo fecero omaggio non pochi uomini politici e pubblicamente. Ed ecco spiegato perché, malgrado il più esteso suffragio universale, sotto la Repubblica Romana, mai fosse venuto in mente alla plebe nel 49 di mandare Ciceruacchio al Parlamento. Ciceruacchio era rozzo, ma non era mattoide. accennare, p. es., la stramba idea di propagare i conigli; un altro gruppo compatto ed abilissimo di costoro era riuscito a persuadere non solo le masse ma perfino dei mezzo scienziati che il maiz scarseggi di azoto e sia indigeribile e perciò solo causa di pellagra -- precisamente il contrario del y ero : e non mi bastarono 21 anni di fatiche per cancellare l'erronea leggenda.