Le signore del castello e altre donne : la condizione femminile in italia tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio : casi clinici ed esperienze professionali
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221 Mas igualdad. Redes para la igualdad LE SIGnoRE DEL CASTELLo E ALTRE DonnE LA CONDIZIONE FEMMINILE IN ITALIA TRA LA FINE DEL SECONDO E L’INIZIO DEL TERZO MILLENNIO: CASI CLINICI ED ESPERIENZE PROFESSIONALI Anna Maria Collufio A mia madre, donna fragile come le ali di una farfalla e fortissima allo stesso tempo, che ha veleggiato, e continuerà a farlo, con il sorriso sulle labbra fra innumerevoli tempeste, maremoti e tsunami della vita, ma senza mai permettere a niente e a nessuno di affondarla. Circa un mese fa, io ed alcune colleghe, ci siamo trovate ad un convegno sulle demenze nella città di Brescia (io vivo e lavoro in una cittadina in provincia di Brescia), l’uditorio era per il 90% costituito da donne: dottoresse, infermiere, fisioterapiste. Sul podio ad esporre le loro tesi e i loro dati c’erano solo uomini. Sei mesi fa ad un corso di aggiornamento specifico per i medici di Medicina Generale, volto alla sensibilizzazione sulle violenze sulle donne e i bambini, e ad aggiornarli sugli strumenti a disposizione per prevenire le violenze e per intervenire tempestivamente ed in maniera adeguata a violenza avvenuta, ho trovato tra i colleghi la più totale indifferenza verso l’argomento, anzi qualche”illuminato” sosteneva che era un argomento superato, che nel 2012 le donne non hanno bisogno di essere protette, e qualche altro ancor più “lungimirante” sosteneva che se le donne stessero a casa propria la sera invece di uscire da sole e magari con la minigonna, nessuno le molesterebbe. Purtroppo, questi colleghi, dimenticano la storia recente, anzi quotidiana, di violenze fisiche e psicologiche subite dalle donne in silenzio, senza denunciare e senza ribellarsi, a partire dai pestaggi sapientemente mascherati da cadute dalle scale, fino ai femminicidi, in Italia uno ogni tre giorni circa, spesso associato alla soppressione dei figli minorenni, o con bambini testimoni del delitto. Purtroppo, hanno dimenticato: Desirè Piovanelli 13 anni stuprata ed uccisa da un “branco” di minorenni capitanato da un maggiorene vicino di casa, a Leno, la stessa cittadina dove si stava svolgendo il convegno. Hanno dimenticato Hina Saleem, ragazza ventenne Pakistana, uccisa e seppellita nel giardino di casa, di una bella villetta alla periferia di Brescia, dal padre e dallo zio, perchè era fidanzata con un italiano e voleva vivere la sua storia d’amore come tutte le ragazze appena uscite dall’adolescenza ad ogni latitudine del nostro piccolo globo terrestre. Mi sembra che abbiamo ancora molta strada da percorrere sulla via dell’uguaglianza di genere. Il 25 giugno 2012 a Ginevra, durante la 20a sessione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite –La relatrice speciale dell’Onu, Rashida Manjoo, ha presentato un documento sui dati da Lei raccolti in Italia. Nel 2011 le donne uccise sono state 127. La violenza domestica è la forma più diffusa, inoltre, ha fatto notare “una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere come delitti passionali in Occidente e delitti d’onore in Oriente”, in quanto, qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto di un continuum di violenza”. Nel nostro Paese vi è un crescente numero di vittime di femminicidio da parte di partner, mariti, ex fidanzati. “Purtroppo, la maggioranza delle manifestazioni di violenza non è denunciata - ha aggiunto la relatrice - perché le vittime vivono in una contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine e dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non siano appropriate e siano tristemente lontane dalla protezione.
222 Congreso Internacional De La Asociacion Universitaria De Estudios De Las Mujeres (Audem) Si evidenzia dal rapporto, anche la responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza, si analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femminicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato”. Ha concluso Manjoo “Il femminicidio é un crimine di Stato tollerato dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza, questi interventi non hanno però portato ad una diminuzione di femminicidi nè sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.” Le leggi per tutelare le donne vittime di violenza in Italia ci sono, ma non sempre vengono applicate nel modo adeguato. Stando ai dati raccolti nei centri di assistenza, la violenza domestica è la forma più pervasiva di violenza, con un tasso del 78,21% e colpisce donne in tutto il Paese. Il 34,5% delle donne ha segnalato di essere vittima di incidenti violenti. Eppure, solo il 18,2% delle vittime considera la violenza domestica un crimine, mentre per il 36% è un evento normale. Allo stesso modo, stando al rapporto, solo il 26,5% delle donne considera lo stupro, o il tentato stupro, un crimine. L’ignoranza dei giornalisti sul femminicidio è stata sottolineata dall’Onu nel suo “Rapporto tematico sul femminicidio”, condannando i media che, spesso, nel riportare delle uccisioni di donne “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”. Durante una recente conferenza Simona Lanzoni, direttrice progetti di Fondazione Pangea e parte della Piattaforma CEDAW ha detto: “Ci auguriamo che le raccomandazioni della special rapporteur assieme a quelle del comitato CEADW del 2011 rappresentino i pilastri guida su cui il Dipartimento per le Pari Opportunità costruirà il prossimo Piano di Azione Nazionale contro al violenza sulle donne nel 2013 assieme alla società civile e DIRE la rete dei centri antiviolenza”. Ed ha aggiunto: “Chiediamo un’immediata ratifica della convenzione di Istambul al governo e invitiamo la Ministra Fornero ad esporsi su questo tema. Anche la violenza sulle donne incide sul Pil italiano! Azioni di prevenzione aiuterebbero le donne ed il Pil verso uno sviluppo della società italiana sul piano economico oltre che sul piano culturale. Oggi 27/09/2012 il ministro Fornero ha firmato a Strasburgo la convenzione di Istambul, impegnandosi a farla diventare legge dello Stato italiano in tempi rapidi. Nel mio lavoro ho incontrato donne che hanno subito violenze, e famiglie che ne hanno subito le conseguenze ; ho incontrato colleghi indifferenti, ma ho avuto anche la fortuna di lavorare con donne che hanno dato un notevole contributo all’abbattimento di stereotipi e pregiudizi che impediscono la piena affermazione delle donne nella società. Ho visto per la prima volta “il Castello” nel novembre del 1995. In quella stagione, nella pianura Padana, spesso tutto è avvolto dalla nebbia e quel giorno la nebbia c’era e avvolgeva “il Castello” conferendogli un’aria particolarmente sinistra. Mi accolse una suora e dopo qualche minuto apparvero due camici bianchi: una donna e un uomo , si trattava del direttore sanitario dott.ssa Provini ed il suo vice il dott Lazzaroni. Mi scortarono lungo corridoi che mi sembrarono interminabili, fino ad una specie di aula scolastica dove si svolse l’esame, eravamo 5 o 6 giovani medici . Il mio primo giorno di lavoro all’Istituto Cremonesini di Pontevico, meglio conosciuto come “il Castello” o il “Frenastenico” fu nel marzo1996 e lì avrei continuato a lavorare per 12 anni. L’Istituto è un vero castello costruito nel 1100 circa, è stato più volte ristrutturato, ampliato e modernizzato. Di proprietà di una famiglia nobile locale, fu acquistato dall’Abate Bassano Cremonesini ed adibito ad accogliere ragazze e bambine con problemi psichici e/o deficit fisici nel 1901. Nel 1912 Il prof. Spinelli, Direttore del Manicomio Provinciale, lo ritenne idoneo ad accogliere numerose alienate croniche per le quali non c’era posto nel nosocomio cittadino; così il “Frenastenico” divenne una specie di sua succursale ed oltre alle frenasteniche ed epilettiche incominciò ad accogliere donne affette da
223 Mas igualdad. Redes para la igualdad schizofrenia, psicosi affettive, etilismo, da psicosi senile, encefalite, etc...arrivando ad accogliere quasi 700 donne. Per statuto solo donne. Inizialmente le pazienti venivano assistite in tutte le loro necessità dalle suore, in seguito, con il calo delle vocazioni e la diminuzione delle suore presenti, vennero assunte donne del paese . Fino al 1995 i medici che vi si sono avvicendati sono stati sempre uomini, un evidente paradosso: in un ambiente di sole donne, sia pazienti che personale di assistenza. Nel 1995, a seguito del decesso del direttore sanitario e psichiatra dott. G. Pellegrini viene inaricata della direzione sanitaria la dott.ssa Anna Provini, Neuropsichiatra, fondatrice di una Scuola di Psicoterapia, consigliere dell’Ordine dei Medici di Brescia, membro della AIDM (Associazione Italiana Donne Medico). Per “il castello” inizia una nuova era. La dott.ssa Provini visita personalmente tutte le ospiti dell’Istituto ed avvia una revisione delle terapie, delle cartelle cliniche, degli spazi, del personale. Bandisce un concorso che consente l’assunzione di donne medico (tra le quali la sottoscritta). Nel 1999 i medici in sevizio nell’Istituto erano quasi equamente distribuiti tra i due sessi. Da sempre “Il Castello” era circondato da un’aura di mistero, e i discorsi che lo riguardavano, in tutta la Regione, erano costellati di leggende metropolitane su presunti mostri a due teste, persone con la testa di animale o con la coda, esseri raccapriccianti di ogni genere. Nonostante molte donne del paese lavorassero ogni giorno all’interno dell’Istituto, queste strane leggende ogni tanto tornavano ad occupare le chiacchiere della gente al bar o al supermercato. Così quando iniziai la mia attività lavorativa nel “Castello”, e per comodità mi trasferii in paese, mi trovai a dover rispondere a domande del tipo: ma è vero che ci sono donne con la coda? È vero che c’è una donna con la testa di capra? E via di seguito.... Davanti a quelle bizzarre domande mi trovavo spiazzata, incredula che la gente del posto potesse pensare che dentro le mura del Castello fossero ospitate tali improbabili creature. Io avevo visto solo ragazze e donne con gravi deficit cognitivi, con gravi disabilità psicofisiche, con gravi disturbi comportamentali, con patologie neurologiche, ma nessuna strana creatura mitologica, solo donne bisognose di cure, fragili, spaventate o aggressive, con alle spalle storie di abbandoni o di violenze; o ancor peggio, di indifferenza. La dottoressa Provini, con un lavoro costante, paziente e molto difficoltoso, durato anni, riuscì a sfatare queste leggende sul Castello. A poco a poco le mura invalicabili si sono aperte per far entrare parenti e volontari, per favorire le relazioni delle ospiti col mondo. Poi si sono aperte in senso inverso: per fare uscire donne e ragazze che avevano perso il contatto con la realtà e farle interagire con altre persone. A poco a poco divenne normale incontrare le Ospiti del “Cremonesini” al bar a mangiare il gelato, al ristorante a mangiare una pizza con i familiari o con le educatrici, al mercato a comprare vestiti nuovi, alle giostre, in bibblioteca. La leggenda del “Castello delle creature mostruose” si è radicalmente modificata, oggi è un modernissimo Istituto di accoglienza e di cura , all’interno ci sono: un attrezzatissimo centro di fisioterapia, una piscina, la scuola, attività educative e ricreative, attività riabilitative, un teatro, dove a volte Ospiti e personale recitano insieme.Ospita 320 pazienti , tutte donne, per statuto non ha mai ospitato uomini. Attualmente si chiama Istituto Bassano Cremonesini per disabili psichiche Onlus. Le donne (età minima 18 anni anche se in passato esisteva un reparto pediatrico) ospitate, temporaneamente per riabilitazione (140) o in residenza continuativa (180 - RSA), presentano patologie caratterizzate da: - ritardo mentale (oligofrenia / frenastenia) lieve, medio, grave con conseguenti disturbi caratteriali; - sindrome schizofreniche residuali; - sindromi psicorganiche tipo: epilessia, cerebropatie, etilismo cronico; - sindrome amnesica con comorbilità di epilessia secondaria ad uso da stupefacenti.
224 Congreso Internacional De La Asociacion Universitaria De Estudios De Las Mujeres (Audem) Purtroppo non c’è più la dottoressa Provini che è deceduta quattro anni fa ,dopo un lungo periodo di malattia che comunque non le ha impedito di occuparsi quasi fino all’ultimo giorno delle sue molteplici attività per migliorare la vita delle Pazienti e anche delle Donne Medico . Durante gli anni di lavoro all’Istituto Cremonesini ho conosciuto la dottoressa Ana Alvarez, anche lei medico e psicoterapeuta, ha lavorato per circa tre anni nel “Castello”. La dottoressa Alvarez è spagnola è nata a Terragona, la sua famiglia è di Ronda. Si è laureata nel 1982 al Hospital Clinico di Barcellona ed ha lavorato per 2 anni nel dipartimento dell’emerganza (pronto soccorso). Ha conosciuto un giovane imprenditore bresciano e nel 1985 l’ha sposato e si è trasferita in Italia. Il primo anno di permanenza in Italia trascorre in dolce attesa del primo figlio, poi inizia l’ieter per il riconoscimento della Laurea. La Spagna non era ancora membro della CE quindi la cosa si rivela lunga e complessa, le informazioni sono contraddittorie, la burocrazia “pesante”. La dottoressa accantona temporaneamente la Laurea e le complesse pratiche per la convalida, per fare la mamma a tempo pieno. Nel 1987 incontra la dottoressa Provini con la quale s’instaura subito un ottimo rapporto, e che l’aiuta a districarsi nella burocrazia e nelle leggi italiane ed europee per il riconoscimento del suo titolo di studio. Nel 1988 può iscriversi all’Ordine dei Medici di Brescia e nello stesso anno inizia a frequentare la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica. Nel 1992 termina gli studi di Psicoterapia, consegue il titolo di Psicoterapeuta ed apre uno studio privato. Nel 1997 vince il concorso ed entra a far parte dell’equipe medica del Cremonesini. Da allora la crescita professionale è stata continua ed è culminata con l’incarico di Direttore Sanitario della Fondazione Giroldi Forcella Ugoni. Della sua carriera dice: sono stata fortunata perchè non avevo la necessità economica di lavorare e quindi ho vissuto senza particolare ansia il fatto che sia stato necessario molto tempo per convalidare la Laurea, invece mi ha irritato profondamente il fatto che pur essendomi laureata a pieni voti presso una Università prestigiosa ed avendo lavorato per due anni nel mio Paese, in Italia mi chiedessero di ripetere gli esami come se mi considerassero ignorante. Non mi sento “ai vertici”, mi sento semplicemente una persona che cerca di svolgere il suo lavoro nel miglior modo possibile, mettendoci il massimo impegno. La Fondazione della quale è Direttore Sanitario, che è quella dove attualmente lavoro anche io, è un esempio in controtendenza rispetto al maschilismo imperante in Italia a tutti i livelli: tutte le figure gerarchiche di rilievo sono donne (Presidente, Direttore Generale, Direttore Sanitario, Vicedirettore, Medici e Caposala, referente Fisioterapia, Segretariato Sociale, Educatrici), e anche buona parte del personale infermieristico ed ausiliario. La Fondazione Giroldi Forcella Ugoni comprende una Scuola Materna, una RSA (residenza sanitaria assistenziale) per anziani e accoglie, al momento, 120 persone che entrano per iniziare una nuova vita.