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Laura Terracina: il tassello epico della Querelle des femmes

Arriaga Flórez, Mercedes; Cerrato, Daniele

Abstract

Il presente articolo intende analizzare l’opera Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso di Laura Terracina nell’ambito della Querelle des Femmes. La scrittrice napoletana e la sua rielaborazione e reinterpretazione dell’opera ariostesca costituiscono il tassello epico tassello epico nella Querelle introducendo temi fondamentali all’interno del dibattito sulla dignità e sulla eccellenza femminile come la genealogia, la sororità, l’auctoritas, la difesa dagli attacchi maschili e la denuncia della violenza sulle donne che si possono ritrovare in altre scrittrici precedenti e posteriori.

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ISSN: 1576-7787 7 © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 ISSN: 1576-7787 - CDU 811 7 Año 2019 Vol 13 LAURA TERRACINA. IL TASSELLO EPICO DELLA QUERELLE DES FEMMES Laura Terracina. The Epic Piece in the Querelle des Femmes Mercedes ArriAgA Flórez e Daniele cerrAto1 Universidad de Sevilla-Universidad Ateneum, Gdansk Fecha final de recepción: 12 de junio de 2019 Fecha de aceptación definitiva: 8 de septiembre de 2019 RIASSUNTO: Il presente articolo intende analizzare l’opera Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso di Laura Terracina nell’ambito della Querelle des Femmes. La scrittrice napoletana e la sua rielaborazione e reinterpretazione dell’opera ariostesca costituiscono il tassello epico tassello epico nella Querelle introducendo temi fondamentali all’interno del dibattito sulla dignità e sulla eccellenza femminile come la genealogia, la sororità, l’auctoritas, la difesa dagli attacchi maschili e la denuncia della violenza sulle donne che si possono ritrovare in altre scrittrici precedenti e posteriori. Parole chiave: Laura Terracina; Querelle des Femmes; Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso; epica; donne. ABSTRACT: This article intends to analise Laura Terracina’s Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso in the context of Querelle des Femmes. The reworking and reinterpretation of the Ariosto work by the Neapolitan women writer constitutes the epic piece of the Querelle, introducing fundamental topics within the debate on dignity and female excellence as genealogy, sorority, auctoritas, defence against male attacks and the denunciation of violence against women that can be found in other previous and later women writers. 1 La ricerca realizzata da Daniele Cerrato per l’elaborazione di questo articolo è stata finanziata dal VPPI-US. 8 Mercedes ArriAgA Flórez e dAniele cerrAto © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 Keywords: Laura Terracina; Querelle des Femmes; Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso; epic; women. 1. nApoli: centro di scritturA condiviso dA scrittrici Malgrado alcuni critici sostengano che Napoli non sia stato un centro di interesse per la ricezione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (Javitch, 1999; Sberlati, 2001; Hempfer, 2004), altri (Genovese 2009, 2010) fanno notare, invece, che fra i letterati della capitale del Regno è scaturito un immediato e diffuso interesse per la sua opera, il che rende la città partenopea un centro che anticipa altri, come Ferrara o Venezia, nell’acclamazione e canonizzazione del testo ariostesco. Grammatici napoletani, interessati alla questione della lingua, come Fabrizio Luna (1536) e Benedetto di Falco (1539), collocano Ariosto allo stesso livello di Dante, Petrarca e Boccaccio, contribuendo a elevare il Furioso al rango di classico in volgare. In questo contesto letterario, Laura Terracina, che come Benedetto di Falco fa parte dell’Accademia degli Incogniti, e si scambia sonetti con Fabrizio Luna, scrive il suo Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando Furioso, pubblicato nel 1549 da Giolito, lo stesso editore che nel 1542 aveva già dato alle stampe l’Orlando Furioso di Ariosto. Ci sono, poi, sempre a Napoli, due precedenti nel contesto della scrittura femminile: Le Stanze sopra una stanza di messer Ludovico Ariosto (1545), dedicate al lamento di Bradamante e composte da Dianora Sanseverino, figlia del principe di Bisignano e amica di Laura Terracina e le prime Rime della stessa Terracina edite nel 1548, che comprendono quattro lamenti pronunciati da Sacripante, Rodomonte, Isabella e Bradamante, sempre risultato di rielaborazioni di ottave ariostesche. Rotraud von Kulessa e Daria Perocco nella prima edizione moderna completa del Discorso segnalano che il testo di Laura Terracina è «una attualizzazione napoletana e personalizzata del poema che lascia trasparire una visione molto pessimista del mondo in generale e della sua epoca in particolare» (Terracina, 2017: 23). Terracina, quindi, viene apprezzata non soltanto dai suoi lettori napoletani ma, in un intreccio di circostanze che le procureranno la fama letteraria, sa cavalcare l’onda della moda del suo tempo, trovare un pubblico più ampio e sfruttare le sue amicizie nell’ambito culturale, fra editori e critici letterari. Diventa, come sostiene Virginia Cox (2008), un caso paradigmatico per illustrare, la funzione culturale svolta dalle letterate in questo periodo. 2. Discorso sopra il principio Di tutti i canti Dell’orlanDo Furioso di lAurA terrAcinA L’opera Discorso sopra il Principio di tutti i canti d’Orlando furioso è stata analizzata principalmente da tre punti di vista: quello stilistico-formale, che riguarda la tecnica della scrittura e della versificazione (Montella, 2001 e 2012), quello tematico-stilistico, per ciò che concerne le differenze e le affinità con il testo ariostesco (Cosentino, 2005; Lucioli, 2016; Kulessa-Perocco in Terracina, 2017), e quello lAurA terrAcinA. il tAssello epico dellA querelle des FeMMes 9 © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 biografico-sociale, che considera l’opera in funzione della sua origine e destinazione cortigiana, tenendo conto della costruzione di questo best-seller da parte degli editori e la sua fortuna posteriore (Croce 1901; Maroi, 1913; Borzelli 1941; CostaZalessow 1982; Russell 1991; Dersofi 1994; Stortoni, 1997; papworth, 2017 e 2019). Una quarta linea di indagine, iniziata da Ann Rosalind Jones (1998), e continuata Deanna Shemek (2003), e da Caroline Waring (2007), interpreta l’opera di Laura Terracina in chiave protofemminista. Partendo da quest’ultimo approccio, il nostro contributo si propone di analizzare il testo di Laura Terracina all’interno della Querelle des Femmes in Italia, mettendolo in relazione con l’opera e i temi di altre autrici precedenti e posteriori che partecipano a questo dibattito. Le concomitanze di Terracina con queste scrittrici sono tematiche-filosofiche ma anche stilistiche, si pensi ad esempio, all’utilizzazione dell’ottava nello spirito polemico e moraleggiante dell’Orlando Furioso come già aveva fatto Dianora Sanseverino, ma nel caso di Laura Terracina, usata come risposta e difesa dagli attacchi misogini. Sottolinea Shemek che Terracina si discosta dei temi di sofferenza amorosa e personale tipici della generazione di poetesse immediatamente precedenti (Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e Chiara Matraini), per allacciarsi ai temi politici, trascendentali-religiosi, etici e di difesa della propria dignità, rifacendosi alla tradizione dei componimenti morali petrarchisti che, attraverso l’argomentazione e l’esemplificazione, propone un nuovo tipo di scrittura che ravviva e riposiziona il ruolo femminile nella cultura (Shemek, 2014). Quindi Terracina segue la stessa linea di altre figure della sua epoca più contestatarie come quella di Veronica Franco, ma soprattutto continua i toni della generazione delle poetesse petrarchiste marchigiane del secolo xiv (Cerrato, 2015) e i temi presenti in autrici anteriori come Laura Cereta. Seguendo Waring (2007) che considera l’opera di Laura Terracina come anticipatrice di altre autrici del Seicento più chiaramente protofemministe come Lucrezia Marinelli Vacca o Moderata Fonte, abbiamo individuato un percorso di analisi che tiene conto di diversi temi presenti nel Discorso e appartenenti alla Querelle des Femmes. 2.1. La genealogia e la sororità femminile Paola Cosentino (2005) colloca la rilettura dell’Ariosto nella spinta filologica della «progressiva normalizzazione» del testo in una chiave di interpretazione classicista, contrapposta alla lettura allegorica precedente. Potrebbe collegarsi invece, come sostiene Segarra (2001), anche al contesto delle lettrici colte della corte napoletana, non più solo destinatarie dei testi, ma soggetti attivi che esprimono le proprie opinioni e pensieri, nel nuovo clima ideologico riformista, che consente loro di essere protagoniste dirette o indirette e di accedere a luoghi prima vietati, come le Accademie. In questa linea si potrebbero anche interpretare le dedicatorie a donne importanti del suo tempo tra cui abbondano le scrittrici (Eleonora Sanseverino, Costanza d’Avalos, Isabel Castrovillari, Isabella Colonna, Isabella Villa Marina, principessa di 10 Mercedes ArriAgA Flórez e dAniele cerrAto © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 Salerno, Donna Herina Scanderbech, Principessa di Bisignano, Isabella di Molfetta, Maria d’Aragona, Clarice Orsini, Donna Clarice Drusina Principessa di Ostiliano, Veronica Gambara, Vittoria Colonna), ma non mancano quelle a donne della sua famiglia come la madre e la sorella2. La grande presenza di dedicatorie oltre ad accomunarla ad altre poetesse del Cinquecento (Nocito, 2009; Terzoli, 2010) dimostra che Terracina pensa e scrive per un pubblico in parte femminile, che interpella costantemente all’interno del suo discorso. Sul perché Terracina parli delle/alle donne nel Discorso e affronti le questioni femminili, vi sono due possibili interpretazioni: alcuni critici sostengono che lo faccia per interessi personali ed editoriali, altri sono convinti della sua coscienza profonda riguardo la condizione femminile. Fra i primi, Cosentino attribuisce la sororità, la scelta della genealogia femminile e, persino il tema della difesa delle donne presenti nel Discorso, a motivi che rispondono esclusivamente al «contesto cortigiano» (Cosentino, 2005: 142), nel quale Terracina si muove, sottolineando che le sue scelte interessate seguono soltanto la volontà di raggiungere fama. Cioè, Terracina avrebbe approfittato del clima filogino, iniziato dall’Ariosto, per non rimanere al margine del dibattito sulla donna che si stava producendo in un ambiente culturale prevalentemente maschile. Shemek, invece, sottolinea i diversi elementi che la portano ad interessarsi delle tematiche femministe: la sua appartenenza all’aristocrazia, la sua simpatia per la monarchia spagnola, una forte coscienza religiosa e il desiderio di far parte dell’élite letteraria (Shemek, 2014). Diventa difficile risalire ai reali motivi dell’autrice, qualunque essi fossero, ma possiamo affermare che Terracina va molto più in là di Ariosto nella difesa delle donne. Concorda con lui sull’importanza di rispondere alle visioni negative che sono state date del genere femminile ma, mentre per Ariosto gli esempi da imitare e a cui ispirarsi sono una serie di uomini come Baldassarre Castiglione, Pietro Bembo, Galeazzo Flavio Capella, Terracina sostiene che dovrebbero essere le scrittrici ad occuparsi delle donne e a difenderle, suggerendo, inoltre, come spesso gli uomini lo facciano per interesse o per moda, invitando a diffidare dagli scrittori filogini per convenienza3: Acciò che questa invidia e questo nome, Che non larga virtù costor si danno In questa a noi de più onorate some, E rimanga appo lor nel fin d’inganno; Così terremo cinte nostre chiome Di lauro, e mirti uguale al sacro Nanno 2 Sonetto dedicato alla «Signora Isabella Morra di Caserta» (cod. inédita 246, 103r-103v); «Alla S. Dianora Terracina sorella carissima» (Prime Rime, 14-5). 3 Nel 1548 Ortensio Lando aveva pubblicato sempre Giolito de’ Ferrari, Lettere di molte valorose donne, nelle qvali chiaramente appare non esser ne di eloqventia ne di dottrina alli hvomini inferiori, nel quale si ricollegava proprio al XXXVII canto dell’Orlando furioso. lAurA terrAcinA. il tAssello epico dellA querelle des FeMMes 11 © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 Anzi darian ben luoco, a questo tuono Le valorose donne; e se con buono. Ma perché il tacer nostro assai più spinge, Quel fervido desio, le menti ingorde, Ciascun come li pare, or scrive or spinge Tal contra a noi; che mille orecchie assorde, E così il nostro onor, sonando finge Ogni scrittor con risonanti corde, E si lietan di dare a lor piu altura Successo; n’è uscito opra non oscura. Or diamoci talmente alla vertute E diasi luoco a queste lingue oscure, Che non saran le nostre così mute, Che non bastino a vincer lor scritture, Uscemo omai da questa servitute In seguitar le sante, alme letture, Cosi si fosser poste a quelli studi, Ch’immortal fanno le mortai virtudi (Terracina, 2017: 175-176)4. L’uso della genealogia femminile come risorsa tematica è invece presente nel canto XX, dedicato a Isabella Colonna, che Terracina inserisce all’interno di una lista che comprende donne virtuose dell’antichità e personaggi letterari che possono costituire un riferimento ed un modello per lei ed altre donne. Si tratta di una caratteristica che la accomuna ad altre scrittrici della Querelle, come Christine De Pizan nella Cité de Femmes, o Bartolomea Mattugliani (Cerrato, 2012). Fra quante io sento in questa parte, e in quella Donne famose in arme e in costumi, E ancor di quante il mondo mi favella Non spero di trovar sì chiari lumi, Come l’altera mia donna Isabella, Che va spargendo di virtude i fiumi. La qual sì fatto ha in me quel suo valore, Che mille volte il dì m’assalta il core (Terracina, 2017: 118). Nel proseguo del canto oltre alle donne dell’antichità come ad esempio Arpalice o Camilla Pentesilea, Terracina presenta altri esempi, come Dama Rovenza, regina 4 Tra le tante edizioni dell’opera di Laura Terracina si è scelto di utilizzare quella a cura di Rotraud von Kulessa e Daria Perocco pubblicata presso Franco Cesati nel 2017 dal momento che riproduce il testo sia della Prima che della Seconda parte de’ discorsi (Edizione Valvassori del 1567) e presenta un ammodernamento ed una uniformazione tipografica che rende più accessibile il testo. Non sono state inserite le possibili varianti del testo che l’edizione di Rotraud von Kulessa e Daria Perocco sono consultabili nelle note a pie di pagina. 12 Mercedes ArriAgA Flórez e dAniele cerrAto © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 di Soria, proveniente dal ciclo carolingio e personaggi dell’Orlando Furioso, quali Bradamante e Marfisa. La genealogia proposta prosegue anche in altri canti, dove vengono citate o nominate nelle dedicatorie nobildonne del suo tempo proposte come esempi e accostate alle eroine ariostee, a testimoniare il valore femminile. È il caso della vedova Eleonora Sanseverino (canto II), la principessa di Francavilla, Costanza d’Avalos d’Aquino (canto X), Isabella contessa di Castrovillari (canto XVI), la principessa Isabella di Villamarina (canto XXVI), Isabella di Molfetta (canto XXXI), Maria d’Aragona (canto XXXVIII), Veronica Gambara (XXXVII) o Clarice Orsini (canto XLIII). Shemek inserisce Terracina in una linea di scrittura femminile che ha come antecedenti Il Centone di Proba o le opere di Christine de Pizan, per quanto riguarda la modalità compositiva del Discorso. Con loro ha in comune «l’orientamento moraleggiante e cristiano» (Shemek, 2014: 169) ma con l’autrice de La cité des dames, condivide anche la denuncia della misoginia presente in letteratura come testimonia l’incipit del canto XXXVII: Che se da lor medesime potuto Avessero le donne scriver molto, Li scrittor forse no avrian tacciuto, Quel ch’ or tacendo, han più che infamia occolto (Terracina, 2017: 174). Sulla linea di Christine de Pizan che affermava nella sua Épistre au Dieu d’amours: «Se le donne avessero scritto i libri, sono sicura che li avrebbero fatti in un’altra maniera, perché sanno che a torto le si accusa» 5, Terracina prosegue e si rivolge direttamente alle donne, invitandole a lasciare ago e filo per impugnare la penna. Si avvertono, inoltre, gli echi del sonetto di Giustina Levi Perotti che sosteneva di sentirsi degna della piuma, mentre la società del suo tempo la spingeva verso i lavori domestici (all’ago e al fuso), invitandola ad abbandonare la gloria poetica (il lauro e il mirto). Deh se lasciasser l’ago, il filo, il panno, E dello studio togliesser la soma, Credo ch’a voi scrittor farebbon danno, Anzi più mal, che non fer gli Afri a Roma. Ma perché poche son che questo fanno, Poca fama circonda nostra chioma, Non molte donne al scriver, qual ragiono, Affaticate notte e dì si sono. Non restate per ciò, donne ingeniose, Di por la barca di virtude al scoglio: Lasciate l’ago, fatevi bramose 5 «Mais se femmes eussent les libres fait/je sçay de vray qu’autrement fust du fait/car bien scevent qu’a tort son encoulpées» (vv. 417-419). Cfr. Roy e Didot (1891: 1-27, vv. 417-419). lAurA terrAcinA. il tAssello epico dellA querelle des FeMMes 13 © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 Sovente in operar la penna e il foglio, Che non men vi farete gloriose Di questi tai, di cui molto mi doglio. Or state adunque attente in la lettura Con somma diligenza e lunga cura (Terracina, 2017: 174). Per tutto il canto XXXVII si rivolge alle lettrici e sottolinea l’importanza di una controffensiva femminile, possibile attraverso una «guerra verbale» («Deh se lasciasser l’ago, il filo, il panno»). La scrittura diventa allora uno strumento di lotta che gli uomini hanno sempre utilizzato contro le donne, mentre quest’ultime ne hanno sempre sottovalutato la forza. La sororità utilizza una forma grammaticale nell’uso del plurale: «noi donne», usata all’interno de Il Discorso, ma anche altre forme come la solidarietà, quando nel canto XXII, dedicato «alle maligne donne, si come il seme si raccoglie il frutto»6, Terracina contro la divisione dell’Ariosto, ha un atteggiamento di indulgenza verso le donne unendo le «buone» e le «cattive». Donne gentil, magnanime e costante Non date orecchia al mio parlar sì brosco: Che ’l canto mi fa il cor duro diamante, E la man pigra, e lo mio ingegno fosco: Né il desio vuol ch’a dir più vada innante Per biasmar donne; io questo ben conosco, Ma non mi sforzerà tanto la rima Che giù le buone e le vil ponga in cima (Terracina, 2017: 126). In questa linea di non voler giudicare le altre donne, scagionate perché sottomesse a «voglie altrui», Terracina nel canto XI si rivolge quindi agli «Insaziabili libidinosi» identificandoli come i principali responsabili delle accuse rivolte alle donne. Quante matrone, e quante rie donzelle Le conducete svergognate a morte, Quante innocenti e pure verginelle Vanno dolenti a ritrovar la sorte; Quanti gridi ne van fino a le stelle: per il vostro desio si folle e forte, ogn’un lieto ne va del suo discorso: raro è però ch’è di ragione il morso (Terracina, 2017: 88). 6 Nell’edizione Valvassori del 1567 che è quella utilizzata da Rotraud von Kulessa e Daria Perocco il titolo riportato è «Alle magnifiche donne» ma in questo caso si è preferito riportare il titolo che appare nelle edizioni del 1549 e 1550. 14 Mercedes ArriAgA Flórez e dAniele cerrAto © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 L’autrice del Discorso si ribella all’indifferenziazione e alla generalizzazione del «essere donna», rivendicando nel canto XXII della seconda parte del Discorso dedicato alle «Donne caste e buone» per tutte la libertà, l’individualità e la singolarità: Ch’importa a noi, se l’altre mostre a dito Sono se putte e ruffian son state? E s’una donna inganna il suo marito Che disonor fa a l’altre maritate? E se ad alcuna vien nuovo appetito Per questo saran l’altre maculate? Dunque ch’importa a me, poi ch’ io son donna, S’alcuna a voglie altrui s’alza la gonna? (Terracina, 2017: 278). Nel momento in cui critica il sesso femminile Terracina gli concede attenuanti e quando parla di donne «cattive» sempre contrappone esempi positivi e di donne virtuose, come quando, nel canto XXI, biasimando le femmine perverse, sottolinea che le donne che sbagliano una volta sono condannate per sempre, mentre per gli uomini c’è sempre una possibilità di riscatto e salvazione. 2.2. L’auctoritas letteraria delle donne e i problemi delle scrittrici per affermarsi La costruzione della genealogia letteraria introduce altri due temi importanti, che si collocano nel cuore della Querelle: l’autorità del soggetto donna nel nuovo contesto culturale rinascimentale e la professionalità delle scrittrici. In questo senso Laura Terracina rappresenta un esempio emblematico della duplicità che sottolinea Marina Zancan: da una parte, la figura della donna intellettuale, sancita e costruita dalla nuova società rinascimentale e dal nuovo mercato editoriale, e dall’altra la voglia di autoaffermazione e autorappresentazione delle donne scrittrici, «che cercano spazi nei quali esprimere la propria soggettività, all’interno di un sistema letterario che già le ha abbondantemente rappresentate» (Zancan, 1998: 43). Così anche Il Discorso come testo risponderà a questa duplicità: conservatore e innovativo, allo stesso tempo, «persino ribelle» (Shemek, 2014: 171) dove si incrociano la tradizione femminile di scrittura marginale, e la tradizione maschile autorevole e canonizzata. Se la parola discorso presente nel titolo, fa riferimento alla volontà di misurarsi con un genere poco praticato dalle donne, che prevede l’analisi e il commento sistematico, allo stesso tempo, la scelta dell’Orlando Furioso come esercizio di glossa e variazione, risponde ad un genere «inferiore», che ha a che vedere più con l’imitazione e l’ammirazione verso l’opera altrui, che con l’invenzione o la creazione della propria (Casapullo, 1998). Questa maniera di poetare, per alcuni critici specificamente femminile, parassitaria e più rivolta a stabilire o mantenere rapporti sociali che alla letteratura vera e propria, si estende lungo tutta la sua opera, attraverso la pratica del genere encomiastico, che tante stroncature ha procurato alla nostra autrice, incominciando da Croce, che lAurA terrAcinA. il tAssello epico dellA querelle des FeMMes 15 © Ediciones Universidad de Salamanca / cc by-nc-nd Rev. Soc. Esp. Ita. 13, 2019, pp. 7-21 non dubita nel riferirsi a lei come: «perpetua cupida ricercatrice e aspettatrice al varco di qualcuno da lodare» (Croce, 1990: 174)7. Si tratta invece, in molti casi, di adottare una posizione di subordinazione che nasconde un atteggiamento di superiorità, che segna «il percorso tortuoso attraverso il quale le donne varcano la soglia della scena letteraria moderna» (Shemek, 2014: 166). Certamente, come sostiene Ferroni (1978), Terracina aspira ad essere una professionista della scrittura, e per questo motivo si avvale molte volte di un punto di vista maschile, scrivendo come un uomo, ma contemporaneamente usa quella retorica dell’umiltà propria delle scrittrici, costellata di dichiarazioni di incapacità, stile grezzo ed ostentazione di star facendo «semplicemente» un esercizio d’imitazione (Cosentino, 2005). Pièjus (1994) associa questa caratteristica al genere encomiastico, dove l’inferiorità letteraria traduce l’inferiorità femminile di chi scrive (donna) rispetto a chi si elogia (uomo). In realtà, la retorica dell’umiltà è presente anche in sonetti non legati all’encomiastica e pure nel Discorso8, come tecnica imprescindibile e segno di riconoscimento che il soggetto donna lascia nella scrittura. Un segno questo, molto apprezzato per gli editori, che possono aumentare le loro vendite esibendo la rarità di una donna «scrittrice». Shemek (2003) sottolinea il fatto che la fama di Terracina è legata alle nuove strategie editoriali, nelle quali pesa anche il fatto di essere una donna, come operazione propagandistica e commerciale9. D’altronde le dichiarazioni di umiltà devono essere confrontate e soppesate con quelle in cui la poetessa si sente orgogliosa del suo mestiere, come accadeva ad esempio nel caso di Veronica Franco. Va mondo sciocco, ch’io di certo spero Che il mio bel lauro che sovente infiora Sia sempre verde e di sua gloria altero (Terracina, 1558: 170). Quindi, Terracina segue l’esempio di altre scrittrici che si negano a parole nel testo, ma si affermano attraverso la loro opera. La stessa struttura poetica del Discorso, che rispetta la metrica e i temi dell’originale ariostesco, mette in mostra un metodo di lavoro lontano dall’improvvisazione, che affronta un complesso e artificioso meccanismo di citazioni e denota un uso specialistico non occasionale della poesia, che si rivolge anche al contesto culturale professionale nel quale Terracina si muove: la Accademia degli Incogniti, gli intellettuali veneziani, l’ambiente della corte napoletana 7 Un giudizio altrettanto negativo Croce lo esprime nei confronti della sua opera: «Le opericciuole sull’Orlando sono anch’esse in parte encomiastiche, nel resto, anzi nel tutto, insulse» (1990: 174). 8 In quello dedicato a Marcantonio Passero, «tal che l’ingegno mio quasi è sepolto», nel canto XI Agli insaziabili libidinosi: «il mio parlar si brusco», «la man pigra e lo mio ingegno fosco». Nel sonetto alla sorella: «Il mio debile stile» (Prime Rime, 14-5). 9 Shemek (2003) individua in Laura Terracina una notevole capacità «imprenditoriale» nel saper sfruttare un best seller e creare un effetto sequel. Resta il fatto che il Discorso, pubblicato per la prima volta nel 1549, verrà ristampato ben nove volte fino al 1608, con piccole varianti nel titolo e nei contenuti.