Los Ainu de Japón. Museos, colecciones y ferias de exposiciones
Abstract
Los Ainu constituyen un grupo de poblaciones establecidas desde la era moderna en Kamchatka, Sachalin, Kuril y Hokkaidō. Trataré en este artículo de los Ainu de Japón. Durante el período Tokugawa primero y el período Meiji más tarde, los japoneses impusieron reformas y asimilación forzada. Hoy en día, la identidad Ainu ha cambiado debido al estereotipo japonés, que los ve como un número de personas que viven en centros turísticos. El objetivo de este trabajo es analizar la situación de las colecciones Ainu en los museos de Japón y del mundo. Cómo ellas se crearon y cómo se desarrollaron, hasta las ferias de exhibición como un medio para comunicar la diversidad.
Full text
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum LOS AINU DE JAPÓN. MUSEOS, COLECCIONES Y FERIAS DE EXPOSICIONES THE AINU OF JAPAN. MUSEUMS, COLLECTIONS AND EXHIBITION FAIRS SABRINA BATTIPAGLIA Universitat Autònoma de Barcelona (UAB)/Università degli Studi di Napoli L’Orientale (UNIOR) [email protected] Resumen: Los Ainu constituyen un grupo de poblaciones establecidas desde la era moderna en Kamchatka, Sachalin, Kuril y Hokkaidō. Trataré en este artículo de los Ainu de Japón. Durante el período Tokugawa primero y el período Meiji más tarde, los japoneses impusieron reformas y asimilación forzada. Hoy en día, la identidad Ainu ha cambiado debido al estereotipo japonés, que los ve como un número de personas que viven en centros turísticos. El objetivo de este trabajo es analizar la situación de las colecciones Ainu en los museos de Japón y del mundo. Cómo ellas se crearon y cómo se desarrollaron, hasta las ferias de exhibición como un medio para comunicar la diversidad. Palabras clave: Hokkaido /Ainu/Cultura material / Museos / Colecciones. Abstract: The Ainu constitute a group of populations established since the modern era in Kamchatka, Sachalin, Kuril and Hokkaidō. I will deal in this article with the Ainu of Japan. During the Tokugawa period first and the Meiji period later, the Japanese imposed reforms and forced assimilation to the Ainu communities. Nowadays the Ainu identity has changed due to the Japanese stereotype, which sees them as a certain number of people who live in tourist villages. The goal of this work is to analyze the situation of Ainu collections in Japanese museums and museums around the world. How they were created and how they developed, up to the exhibition fairs as a way of communicating diversity. Keywords: Hokkaido/Ainu/Material culture/ Museums/Collections. 743
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum Introduzione Gli Ainu costituiscono un gruppo di popolazioni stanziate dagli inizi dell’epoca moderna nella penisola della Kamchatka, nell’isola di Sakhalin, nelle Kurili e nell’Hokkaidō (l’antico Ezo). Il termine Ainu, viene tradotto come “essere umano”, usato per distinguere le entità che non appartengono né al mondo delle divinità, né al mondo degli animali. Durante i periodi Tokugawa (1603-1868) e Meiji (1868-1912), i giapponesi imposero riforme e assimilazione forzata alle comunità Ainu. Dopo decenni di lotte e discriminazione, un primo passo venne compiuto nel marzo del 1899, quando entrò in vigore la LPN (la Legge per la Protezione dei Nativi) e poi nel maggio del 1997, quando il governo giapponese approvò la Law for the promotion of the Ainu culture and for the dissemination and advocacy for the traditions of the Ainu and the Ainu culture . Si assistette, dunque, ad un passaggio di immagine che li etichettava prima come “ultimi” e poi come “assimilati”, a seguito del loro riconoscimento da parte del governo giapponese come “popolazione indigena” nel 6 giugno del 2008. Un altro importante passo avanti è stato compiuto il 19 aprile 2019; un riconoscimento quello degli Ainu, secondo cui il governo istituirà un quartier generale per la promozione della politica Ainu e formulerà linee guida di base sulle quali i comuni locali elaboreranno i propri piani per promuovere la cultura, l'industria e il turismo degli Ainu. Musei nel mondo che ospitano oggetti Ainu Quando si parla di cultura materiale Ainu, assurdo a dirsi, si deve necessariamente parlare di collezioni oltreoceano. I materiali più antichi, prima di vedersi collocare nei musei in Giappone divenendo cosi collezioni permanenti, hanno viaggiato altrove. A compiere questo viaggio sono stati nel totale circa 13.000 oggetti e 5.000 oggetti nel XXI secolo 1 . Ma facciamo qualche passo indietro. I primi a stabilire gli studi sugli Ainu e ad inserirli nella cultura giapponese, furono Mogami Tokunai (1754-1836) in Hokkaidō, nelle Kurili fino a Urup dal 1786 e Mamiya Rinzō (1780-1844) a Sakhalin e nella regione dell’Amur negli anni 1808-1809. Essi divennero così un esempio per altri studiosi europei. Un altro studioso fu Isaak Titsingh che viaggiò a Deshima tra il 1779 e il 1780 e di nuovo tra il 1782 e il 1784. Uno dei suoi 1 LEWALLEN, Anne-Elise: The Fabric of Indigeneity. Ainu Identity, Gender, and Settler Colonialism in Japan , Santa Fe: School for Advanced Research Press, Series: School for Advanced Research global indigenous politics series, 2016, pp. 187. 744
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum successori, Cock J. Bloemhoff, a Deshima tra gli anni 1817-1822, fu il primo ad includere oggetti di origine Ainu nella sua collezione giapponese. Tornato in Europa, donò la sua collezione (37 oggetti Ainu) al Re dei Paesi Bassi. Oggi la collezione è tenuta al Rijksmuseum voor Volkenkunde di Leida e rappresenta la più antica collezione Ainu in Europa al di fuori di S.Pietroburgo 2 . Buona parte del materiale Ainu è conservato nei musei di S.Pietroburgo dove vi sono 4.766 oggetti e si contano più di 800 in Russia, precisamente a Khabarovsk, Vladivostok e Yazhno Sakhalinsk 3 . Prendendo in considerazione invece, gli oggetti delle collezioni giapponesi, se ne stimano 30.000 nel totale. In Nord America invece la situazione è la seguente; 3 Musei in Canada e 31 Musei distribuiti in tutti gli Stati Uniti, con un totale di 3.000 oggetti. Per quanto riguarda l’Europa, al primo posto la Germania, con 24 Musei e un totale di 3.486 oggetti (51.46%), al secondo posto l’Italia con un totale di 498, tra cui 468 4 oggetti conservati in un solo Museo (7.35%) e infine al terzo posto il Regno Unito con un numero pari a 864 oggetti, tenuti in 8 Musei (12.75%) 5 . Nei dettagli, si tratta di 58 Musei in 17 Paesi Europei - escluso la Russia – con circa 6.773 oggetti della cultura Ainu. A seguito di uno studio successivo condotto da Kotani Yoshinobu, sono precisamente 13.254 oggetti della cultura materiale Ainu distribuiti nei musei di tutto il mondo. La Russia presenta un totale di 4.438 oggetti, gli Stati Uniti 3.130, la Germania 2.925, l’Europa con dieci nazioni 2.071, il Regno Unito 605, il Canada 75 e l’Australia 10 6 . I dati delle due ricerche differiscono, molto probabilmente perché Kreiner ha preso in considerazione tutti gli oggetti, compresi quelli delle collezioni private, mentre Kotani sono quelli relativi ai musei. 2 KREINER Josef: “Yōroppa-ni okeru Ainu-kankei korekushon-no rekishi to genjō” [History and current state of Ainu Collections in Europe], in Katō K. And Kotani Y. (eds.): Piusutsuki shiry ō to hopp ō shominzoku bunka no kenky ū [Bronislaw Pilsudski’s Materials on Northern Peoples and cultures], Kokuritsu minzokugaku-hakubutsukan kenkyū-hōkoku bessatsu, Ōsaka, 1987, n.5, p.430. 3 KREINER Josef : “European Images of the Ainu as reflected in Museum Collections”, in Ainu Spirit of a Northern People ”, edited by William W.Fitzhugh and Chisato o. Dubreuil, Washington, DC: Smithsonian Institution, 1999, p.128. 4 KREINER Josef: “Ainu Collections in European Museums”, in European Studies on Ainu Languages and Culture , Joseph Kreiner (ed.),Monographien 6 aus dem Deutschen Institut für Japanstudien der Philipp- Franz-von-Siebold-Stiftung. München: Iudicium –Verl., 1993, p. 289. Oltre alla collezione dello studioso italiano Fosco Maraini, donata al Museo Nazionale di Antropologia e Etnologia di Firenze, vi sono altre tre collezioni, per un totale di 30 oggetti; una collezione risalente intorno al 1880, del Museo della Specola di Firenze con un numero di 6 oggetti; un’altra collezione appartenuta a Lamberto Loria, Firenze 1936 (1880) con 2 oggetti; quella di A.Henry Savage Landor, 1957 (?) (1890), con 17 oggetti. Vi sono infine ancora 5 oggetti ma sono n.c. 5 KREINER Josef: “Ainu Collections …”, op. cit. p. 272. 6 LEWALLEN Anne-Elise: The Fabric of Indigeneity… , op. cit. p. 239. 745
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum Tra il 1983 e il 1986, un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Studi Giapponesi dell’Università di Bonn, supportati dalla German Science Foundation e dalla Toyota Foundation a Tokyō, è stato impegnato nella verifica di queste collezioni, nello specifico di quelle europee, parliamo di ben 5.706 oggetti verificati, pari all’84%. Sono state riscontrate delle specifiche che caratterizzano queste collezioni. Anzitutto il fattore tempo, vale a dire, il momento cruciale in cui sono state create che coincide con la fase di contatto tra Ainu, giapponesi e cultura occidentale. Le collezioni più antiche in assoluto sono state realizzate nella prima metà del XVIII secolo, un tempo parte della Grande Collezione d’Arte dello Zar Pietro, ora al Museo di Antropologia ed Etnologia (MAE) di San Pietroburgo. Tra le più recenti Kirsten Tapuchi (126 oggetti) ad Aarhus, risalente al 1970 circa. In Europa invece, la collezione più antica è quella al Rijksmuseum foor Volkenkunde a Leida, nei Paesi Bassi, che accoglie anche collezioni dal XIX secolo. Tra coloro che realizzarono queste collezioni vi fu Jan Cock Blomhoff, il quale ricoprì l’importante posizione presso la postazione commerciale olandese in Giappone, sulla penisola di Deshima vicino a Nagasaki, dal 1817 al 1823, raccogliendo 37 oggetti. Un altro nome importante fu quello di Franz von Siebold, medico, botanico e viaggiatore tedesco, a Deshima tra gli anni 1823-1829, durante i quali raccolse 81 oggetti. Sappiamo che essi ricevettero gli oggetti da diversi membri delle spedizioni inviate dallo Shogunato Tokugawa per esplorare la frontiera del Nord a cavallo del XIX secolo e da amici giapponesi, tra cui Tokunai Mogami. In realtà vi fu un contrasto tra le date di raccolta di queste collezioni e quelle in Giappone, dove non vennero realizzate prima degli anni ’30 del ‘900. In Europa invece, risalgono alla fine del XIX secolo e alcune, come quella del diplomatico Prussiano Max von Brandt (con 52 oggetti conservati al Museum für Völkerkunde a Berlino, altri a Lübeck e altri ancora al Museo di Mankind a Londra) prima della Restaurazione Meiji. Una delle più grandi collezioni, fu quella di Johann Friedrich Gustav Umlauff, carpentiere navale che aprì il suo negozio “curio shop” ad Amburgo nel 1868. Si trattava di uno spazio espositivo specializzato in oggetti etnografici da tutto il mondo e che vide la sua fama crescere sempre di più. La sua vedova nel 1889, aprì l’Umlauff’s Weltmuseum, che vide la collaborazione di Fritz Lang e altri cineasti appassionati di esotismo. Dopo qualche anno, un episodio destò perplessità; i pezzi Ainu ben catalogati, videro oltre al nome identificativo l’aggiunta di “fushiko-ampe” (ossia oggetto privo di valore). Ciò fu dovuto all’acquisto, da parte del Museo, negli anni 1906-1907 di una 746
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum raccolta comprendente quasi 700 oggetti Ainu, di cui 2/3 da Sakhalin, e l’incidente fu dovuto ad Adrian Jacobson che lavorava per il cognato di Umlauff, Hagenbeck. Il capitano norvegese fece il suo viaggio da Sakhalin all’Indonesia, acquistando una collezione di 172 oggetti per Berlino tra gli anni 1884 -1885 e uno dei primi Musei che acquistò la collezione (210 oggetti) fu il Rautenstrauch-Joest-Museum a Colonia nel 1907. Si trattò dell’acquisto degli oggetti più preziosi 7 . Successivamente l’esempio venne seguito da altri musei e istituzioni come Lipsia, Stoccolma, Hildesheim (persi durante il Secondo Conflitto Mondiale), Copenaghen, San Gallo, Londra, Bucarest, Francoforte sul Meno, Friburgo, Dresda; l’ultima collezione acquistata ad Amburgo, venne bombardata nel 1944. La formazione delle collezioni Ainu Un altro dato significativo è quello relativo alla formazione delle collezioni. In Europa coloro che collezionavano erano principalmente studiosi di antropologia ed etnologia (41.6% contro il 12.2% di materiale acquistato dai mercanti), mentre i giapponesi, avendo iniziato a collezionare solo più tardi, riuscivano a recuperare il materiale solo da mercanti e da “curio shops”. Tra gli studiosi vi fu Erwin Baelz, Professore tedesco di Medicina presso l’Università di Tokyō, che raccolse 84 oggetti, 10 tenuti a Berlino il resto conservati al Linden Museum a Stoccarda. E ancora, il suo collega Hans Gierke, collezionò 65 oggetti, custoditi a Berlino, mentre l’etnografo Wilhelm Joest di Colonia che fu in Hokkaidō tra il 1880 e il 1881, riunì 155 oggetti distribuiti tra Dresda, Berlino, Colonia, Monaco, Copenaghen e Leida. Inoltre, il linguista Basil Hall Chamberlain con 123 oggetti custoditi al Pitt-Rivers Museum di Oxford nel 1892 e l’ungherese Benedict Balogh von Baráthos, che dalla Siberia passò lo Stretto di Bering, l’Alaska e poi fu a Sakhalin e in Hokkaidō tra il 1913 e il 1914, riuscì a collezionare 821 oggetti, ma gli vennero confiscati allo scoppio del Primo Conflitto Mondiale e una volta restituiti negli anni ’20, vendette precisamente 223 oggetti, al Museo di Etnologia di Amburgo. Un’altra fetta da considerare è quella relativa alla raccolta del materiale etnografico da parte di viaggiatori, che potevano acquistare o barattare direttamente nei villaggi e che rappresentano circa il 22.7% del totale. Una di queste personalità fu Isabella Bird che 7 KREINER Josef, ÖLSCHLEGER Hans Dieter:“Ainu: Jäger, Fischer und Sammler in Japans Norden: Ein Bestandskatalog der sammlung des Rautenstrauch- Joest-Museums (Ainu: Hunters, fishers, and gatherers in northern Japan: A catalogue of the collection of the Rauten-strauch-Joest-Museums), Ethnologica , Cologne: Rauten-strauch-Joest-Museum für Völkerkunde, vol. 12, 1987. 747
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum viaggiò in Hokkaidō nel 1878 e collezionò 5 pezzi ora conservati nel Royal Scottisch Museum. Altre collezioni, ma in piccolissima percentuale (circa il 4%), sono dovute a ufficiali di marina e diplomati. In verità sono inclusi anche i missionari, le cui collezioni sono conservate in più luoghi come il caso del Museo Missionario Etnologico del Vaticano, la cui collezione consiste di 18 oggetti, messa insieme da P. Kinold nel 1928, o come l’Horniman Museum di Londra (dalla società missionaria della chiesa, 14 oggetti nel 1952) o ancora il Pitt-Rivers Museum a Oxford la cui collezione è stata realizzata da P.Rousseau a Muroran nel 1900, ove ha raccolto 84 oggetti. Altra peculiarità riguarda gli oggetti su cui le collezioni si costituiscono. Quelle europee includono principalmente armi, attrezzi per la caccia e la pesca, cestini per la raccolta del cibo, oggetti religiosi e di culto (come gli ikubashui, di cui circa 400 si trovano nella meravigliosa collezione del decano degli studi europei Fosco Maraini, ora al Museo di Antropologia e di Etnologia di Firenze). Le collezioni giapponesi invece, pongono una grande enfasi sui vestiti e alcuni oggetti connessi con l’attività agricola. Una differenza che possiamo notare è come molti oggetti degli Ainu dell’Hokkaidō compaiono nelle collezioni giapponesi, mentre sono pochi quelli di Sakhalin per lo più ad Hakodate, Asahikawa, e al Museo Nazionale di Etnologia e ancora meno delle Kurili (principalmente ad Hakodate e nel Museo Nazionale di Tokyō). Le collezioni europee sono conservate nei musei in Hokkaidō e Sakhalin, mentre le collezioni russe si incentrano soprattutto su quest’ultima e raggruppano anche un numero di oggetti dalle isole Kurili, i quali sono quasi inesistenti nelle collezioni dell’Europa occidentale, sebbene vi siano alcuni piccoli cestini intrecciati nella collezione di Siebold a Leida, a Berlino e al Musée Guimet di Parigi. Nel 1980, l’Università di Bonn organizzò un evento, a cui presero parte specialisti da librerie, archivi e musei da diversi paesi dell’Europa centrale, che aveva come fine un confronto. Si discusse sul significato delle loro collezioni per gli studi giapponesi, ma i musei non furono in grado di dare descrizioni dettagliate delle loro collezioni, per una serie di ragioni. Una grande quantità di materiale etnografico, artigianato e arte, venne acquistata alla fine del XIX secolo quando il Giappone riprese il contatto con il resto del mondo, ma mancava personale e la formazione disponibile non era abbastanza avanzata da organizzarlo e classificarlo. In questa occasione si discusse sul perché dell’attribuzione di una tale importanza alle collezioni giapponesi. La risposta stava nel grande valore contributivo alle scienze, non solo all’antropologia o all’etnologia e agli studi giapponesi, 748
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum ma anche allo studio del pensiero europeo e lo studio del popolo Ainu impartiva lezioni su come affrontare quello degli altri popoli e culture 8 . Dopo la Prima Guerra Mondiale, le adesioni si arrestarono quasi completamente e gli staff museali si impoverirono. Durante la Seconda Guerra Mondiale molte importanti collezioni vennero distrutte, come quella di Bronislaw Pilsudski a Varsavia (sebbene i suoi contributi al Museo di San Pietroburgo siano sopravvissuti), o disperse. Dal Secondo Conflitto Mondiale, gli studi europei sugli Ainu trovarono una nuova identità. Precedentemente erano stati i concetti teorici a dominare la scena e a questo punto della storia, divenne necessaria una riconsiderazione critica. Necessari furono gli studi attraverso cui sarebbe stato possibile conoscere in maniera più approfondita l’aspetto folklorico, sociale e linguistico. Non concetti, ma una presa di coscienza degli aspetti reali della cultura Ainu. Il primo che intraprese uno studio del genere fu lo studioso italiano Fosco Maraini, che con la sua opera monografica “Gli Iku-bashui degli Ainu” (Tōkyō, 1942), raccolse una formidabile collezione di stecche di libagione, conservate ora al Museo di Antropologia ed Etnologia di Firenze, corredata di importanti informazioni su questi stessi oggetti cerimoniali, sia da un punto di vista della manifattura che della simbologia. Durante gli anni ’50 -60’ del ‘900, l’interesse sugli Ainu rimase stabile in Europa, mentre crebbe negli Stati Uniti, dove veniva considerato parte del campo di studi giapponesi, ma il riferimento alla situazione di disagio e l’associazione agli Indiani d’America erano frequenti 9 . Le Fiere Espositive e le prime rappresentazioni degli “zoo umani” L’interesse mostrato verso gli Ainu in Europa provocò un utilizzo del materiale etnografico non sempre eticamente corretto. Un esempio ci viene dato dalla prima esposizione internazionale, a cui il governo giapponese moderno prese parte. Nell’anno 1872, venne commissionato al fotografo austriaco Raimund von Stillfried di realizzare foto sugli Ainu in occasione dell’Esposizione Universale di Vienna del 1873. Il governo giapponese si trovò di fronte a un forte obbligo, ossia di promuovere in maniera più decisiva un nuovo Giappone al mondo intero. In un'area messa a disposizione, di circa 1.300 tsubo (1 tsubo = circa 3. 31 m2), il governo costruì un santuario shintoista e un giardino giapponese con un cancello di legno bianco. Dietro la porta c'erano la struttura principale del santuario, una sala adibita per la musica e le danze tradizionali e un ponte 8 KREINER Josef : “European Images …”, op. cit. pp. 130-131. 9 Ibidem , pp. 127-131. 749
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum ad arco. Presso il padiglione industriale, il governo espose opere Ukiyo-e e altri oggetti d’arte, oltre all’allestimento di alcune mostre, come quella sui Kinshachi (i delfini d'oro) del Castello di Nagoya. Inoltre, vennero realizzati un modello del Grande Buddha di Kamakura, un modello di cinque piani e quasi quattro metri di altezza del tempio Tennoji di Yanaka (Tokyō), un grosso tamburo di circa due metri di diametro e una lanterna approssimativamente di quattro metri di diametro con l'immagine di un drago su una cascata 10 . Grazie al contributo del Professor Gottfried Wagener, membro della commissione giapponese per l’Esposizione, vennero donati al Museum für Völkerkunde di Berlino 57 oggetti della cultura Ainu 11 . Agli inizi del XX secolo, due gruppi di Ainu si mossero dall’area intorno al sacro fiume Saru, per partecipare a due eventi fuori dal Giappone 12 . Parliamo della “Louisiana Purchase Exposition”, a St. Louis, Missouri, dal 30 Aprile al 1 Dicembre del 1904, più di 20 milioni di visitatori 13 . In questo caso, sappiamo che il materiale raccolto fu grazie a Frederick Starr dell’Università di Chicago, il quale venne inviato in Hokkaidō dove venne aiutato nell’operazione dallo studioso John Batchelor. Per l’Esposizione, il governo giapponese inviò circa 200 oggetti Ainu che successivamente andarono a costituire la collezione conservata al Museo di Brooklyn a New York 14 . La seconda nel 1910, fu una esibizione anglo-giapponese che si tenne presso la White City, Shepherd’s Bush a Londra, dal 14 Maggio al 29 Ottobre, con più di 6 milioni di visitatori. Un evento sulle collezioni giapponesi che non ebbe uguali in nessun altro paese. Il Giappone era desideroso di presentare i “suoi aborigeni” cosi, oltre a un gruppo di Taiwanesi, erano presenti 5 uomini, 4 donne e un bambino dal villaggio Ainu di Nibutani. Gli Ainu furono una grande attrazione e tutti i giornali inglesi ne parlarono. Gli oggetti Ainu in quella occasione erano 234, tra cui alcuni portati dalla valle del Saru, mentre altri realizzati a Londra, nei momenti dimostrativi dell’artigianato tradizionale. Questa collezione è attualmente dispersa in cinque musei nel Regno Unito; nel Museo di Mankind (76 pezzi), Liverpool (66 pezzi), Pitt-Rivers (49 pezzi), Horniman (35 pezzi) e nella Università di Cambridge (8 pezzi). 10 http://www.ndl.go.jp/exposition/e/s1/1873-2.html (Consultato il 25-08- 2019). 11 KREINER Josef: “Ainu Collections …”, op. cit. pp. 42-43. 12 MIYATAKE Kimio: “Ainu in London 1910:Power, Representation and Practice of the Ainu Village” in Commerce and Culture at the 1910 Japan-British Exhibition: Centenary Perspectives , Ayako Hotta-Lister and Ian Nish, Global Oriental, 2012, p. 103. 13 Missouri Digital Heritage -https://www.sos.mo.gov/archives/mdh_splash/default.asp?coll=muellis and https://www.stlouis-mo.gov/archive/history-forest-park/fair.html (Consultato il 26-08- 2019). 14 YOSHINOBU Kotani: “Preliminary Notes on Ainu Materials in North American Museums”, in European Studies …, op. cit. pp. 301-304. 750
Coleccionismo, Mecenazgo y Mercado Artístico: Sabrina Battipaglia Orbis Terrarum Le Esposizioni Internazionali vennero considerate come gli eventi mediatici della seconda metà del XIX secolo. Pare che prima dei londinesi, siano stati i francesi a cominciare, creando l’evento nel 1797, mentre Londra organizzò la prima nel 1851 15 . In realtà, ancor prima il Giappone aveva avuto tali esperienze. La prima esposizione internazionale di oggetti giapponesi avvenne nel 1862, quando a Londra una missione giapponese destò molta curiosità e fu tanto l’entusiasmo per questi manufatti mai visti. L’euforia continuò anche a Parigi nel 1867, quando le autorità giapponesi si resero conto del potenziale di tali eventi. La diretta conseguenza fu che il nuovo governo Meiji, prese in pugno l’organizzazione di mostre sia in Giappone che all’estero. Le critiche non tardarono ad arrivare. Un esempio fu da parte dello scrittore Toshihiko Nishimura, dall’ Asahi Shimbun , il quale espresse la sua irritazione per l'esibizione degli Ainu e lo fece nel suo Ō bei yuranki (“Note da un viaggio tra Europa e America”, Ōsaka 1910), ove sostenne che gli occidentali erano di sicuro diversi dai giapponesi i quali mettevano gli Ainu in piccole capanne, facendoli sembrare creature in uno zoo, peccando dunque di mancanza di umanità 16 . Queste affermazioni continuarono negli anni e tutt’oggi spesso ci si riferisce alla situazione degli Ainu come di gente in “zoo umani” dove regna il revival folcloristico. Secondo Ziomek 17 , la diffusione delle esposizioni definite “zoo umani”, ebbe origine dal colonialismo europeo, e cominciò dal mostrare esseri umani durante l’Esposizione di Parigi del 1889 alla quale seguì quella di Chicago, la “Chicago World’s Fair” del 1893, che presentò i nativi in villaggi all’aperto. Tra le più recenti occasioni partecipative degli Ainu, quella nel 2015 quando Milano accolse la sua Esposizione Universale dal 1 Maggio al 31 Ottobre, con un padiglione giapponese e un evento denominato “Alla fiera di Hokkaidō”, organizzato dall’Hokkaidō Committee for Expo Milano 2015, nei giorni 6 – 8 ottobre. A caratterizzare l’evento vi furono un seminario sulla cultura Ainu, una dimostrazione di piatti tradizionali, video sull’Hokkaidō, degustazioni di prodotti tipici 18 . A rappresentare gli Ainu il musicista Oki Kano che tenne una esibizione con il suo “tonkori”, uno degli strumenti musicali tradizionali. 15 LOCKYER Angus: “Japan and International Exhibition, 1862-1910”, in Commerce and Culture at the 1910 Japan-British Exhibition: Centenary Perspectives , Ayako Hotta-Lister and Ian Nish, Global Oriental, 2012, p.27. 16 KREINER Josef: “European Images…”, op. cit p. 130. 17 ZIOMEK Kirsten: “The 1903 Human Pavilion:Colonial Realities and Subaltern Subjectivities in Twentieth-century Japan”, Japan Journal of Asian Studies, 73 (2), 2014, p.510. 18 Camera di Commercio e Industria Giapponese: https://ccigi.org/expomilano-hokkaido (Consultato il 27 Agosto 2019) 751