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“Utinam ne in nemore Pelio”. Un verso di Ennio nelle opere di Cicerone

Di Meglio, Alessandra

Abstract

Divenuto rapidamente un topos letterario, il verso di Ennio utinam ne in nemore Pelio designa quegli avvenimenti che sono accaduti ma che si sperava non accadessero, date le conseguenze che hanno prodotto nel tempo. Cicerone più volte inserisce il verso all’interno delle sue opere e in ciascun caso la citazione ottempera a una funzione ben determinata, che muta a seconda del contesto in cui è inserita: da strumento di difesa contro le accuse, ad argumentum longiu srepetitum delle scuole di retorica, fino all’uso parodico in cui si confuta la teoria causale di Crisippo.

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Rivista semestrale online / Biannual online journal http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 20 / Issue no. 20 Dicembre 2019 / December 2019 Direttore / Editor Rinaldo Rinaldi (Università di Parma) Comitato scientifico / Research Committee Mariolina Bongiovanni Bertini (Università di Parma) Dominique Budor (Université de la Sorbonne Nouvelle – Paris III) Roberto Greci (Università di Parma) Heinz Hofmann (Universität Tübingen) Bert W. Meijer (Nederlands Kunsthistorisch Instituut Firenze / Rijksuniversiteit Utrecht) María de las Nieves Muñiz Muñiz (Universitat de Barcelona) Diego Saglia (Università di Parma) Francesco Spera (Università Statale di Milano) Segreteria di redazione / Editorial Staff Maria Elena Capitani (Università di Parma) Nicola Catelli (Università di Parma) Arianna Giardini (Università Statale di Milano) Chiara Rolli (Università di Parma) Esperti esterni (fascicolo n. 20) / External referees (issue no. 20) Alberto Cadioli (Università Statale di Milano) Eleonora Capra (Università di Parma) Silvia Contarini (Università di Udine) Matteo Di Gesù (Università di Palermo) Antonio Di Silvestro (Università di Catania) Jérôme Dutel (Université Jean Monnet – Saint-Étienne) Martino Marazzi (Università Statale di Milano) Anna Mirabella (Université de Nantes) Francesco Montone (Università di Napoli Federico II) Francesca Parmeggiani (Fordham University – New York) Elena Spandri (Università di Siena) Rodolfo Zucco (Università di Udine) Progetto grafico / Graphic design Jelena Radojev (Università di Parma) † Direttore responsabile: Rinaldo Rinaldi Autorizzazione Tribunale di Parma n. 14 del 27 maggio 2010 © Copyright 2019 – ISSN: 2039-0114 INDEX / CONTENTS Speciale ALIBI MEDIEVALI. IL MEDIOEVO COME LABORATORIO DI RISCRITTURA a cura di Francesco Bonelli, Giulia Cacciatore, Filippo Fonio Presentazione 3-14 Il medioevo citato di Giovanni Pascoli. Re Enzo fra storia e simbolo FRANCESCA IRENE SENSINI (Université Nice Sophia Antipolis) 15-26 Nell’abisso dell’aldiquà. Gli inferni del fantastico italiano STEFANO LAZZARIN (Université Jean Monnet – Saint-Étienne) 27-42 Da un italiano all’altro. Il “Decameron” di Aldo Busi CHIARA NATOLI (Università di Palermo) 43-57 Dante’s “Inferno”, Video Games, and Pop Pedagogy BRANDON K. ESSARY (Elon University – North Carolina) 59-82 ‘Graphic Dante’. Dante Alighieri e Farinata degli Uberti VINCENZO SALERNO (Università di Cassino e del Lazio Meridionale) 83-99 “Io so che l’intenzion lor fu onesta”. L’“Inferno” in Topolino DEBORA BARATTIN (Université Grenoble Alpes) 101-119 Dante in giallo. ‘Detective story’ e riscritture dantesche ANNA MARIA COTUGNO (Università di Foggia) 121-132 Welcome to Hell. Dante’s “Inferno” in Valerio Evangelisti’s Eymerich Cycle FABRIZIO DI MAIO (University of Birmingham) 133-147 Citare le crociate. La fantastoria di Valerio Evangelisti DANIELE COMBERIATI (Université Paul Valéry – Montpellier) 149-156 MATERIALI / MATERIALS “Utinam ne in nemore Pelio”. Un verso di Ennio nelle opere di Cicerone ALESSANDRA DI MEGLIO (Università di Napoli Federico II) 159-167 Haunted by a Monster: Mary Shelley’s Translation of Apuleius and “Frankenstein” CHIARA ROLLI (Università di Parma) 169-182 “Richard the Third” and “Looking for Richard”: from Stage to Docudrama MARIA GRAZIA DONGU (Università di Cagliari) 183-207 La rete musicale. Citazione e comunicazione in “The Crying of the Lot 49” di Thomas Pynchon FEDERICO FRANCUCCI (Università di Pavia) 209-219 Parole Rubate / Purloined Letters http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 20 / Issue no. 20 – Dicembre 2019 / December 2019 ALESSANDRA DI MEGLIO “UTINAM NE IN NEMORE PELIO”. UN VERSO DI ENNIO NELLE OPERE DI CICERONE Come è noto, l’inserimento di citazioni in un testo letterario non è mai casuale e i frammenti altrui entrano ogni volta in un fitto gioco di rinvii testuali e contestuali, con effetti sempre dialogici fra l’opera citata e quella citante. La citazione reimpiega così i testi e le parole del passato riadattandoli alle esigenze del presente, legittimando il proprio dire mediante l’auctoritas di altri autori e spesso in modi non espliciti, affidando l’individuazione della fonte alla competenza letteraria dei lettori. Si cita spesso a scopi esornativi, semplicemente per dare eleganza e rilievo semantico al proprio testo, ma si cita anche per imitare o addirittura trasformare la fonte, svelandola in quanto modello e creando un esplicito parallelismo fra due pagine diverse. E ancora più complessa è la citazione Parole Rubate / Purloined Letters 160 metaletteraria, che instaura un rapporto riflessivo e autenticamente interpretativo con la propria fonte.1 Nell’antichità si citava in genere a memoria, manipolando l’originale a seconda del proprio scopo (Platone, per esempio, cita Omero e i lirici ma quasi mai letteralmente) ed era netta la separazione fra la poesia (usata per narrare storie fantastiche) e la prosa (impiegata per rappresentare il mondo reale): in qualsiasi genere prosastico l’inserimento di materiale estraneo al testo era sentito come una rottura dell’omogeneità stilistica, perciò i retori consigliavano un uso limitato delle citazioni poetiche, da sottoporre preferibilmente a parafrasi e riservando i versi al registro stilistico medio, non a quello elevato. Il De elocutione di Demetrio, per esempio, sconsiglia l’arida imitazione o trasposizione di versi, anche se possono contribuire alla grazia stilistica. E pure Ermogene, importante esponente della Seconda Sofistica, collega la citazione poetica alla grazia espressiva ma sottolinea la necessità di unire molto strettamente i versi e la prosa.2 L’attenzione per la citazione poetica era invece molto viva nell’ambito dell’oratoria pubblica, sia perché il genere faceva parte del 1 Per l’intertestualità in area classica si veda, fra l’altro, G. B. Conte, A proposito dei modelli in letteratura, in “Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici”, 6, 1981, pp. 147-160; E. Pianezzola, Politica e poesia in Cicerone: le “Fenicie” di Euripide, in Atti del V Colloquium Tullianum (Roma-Arpino, 2-4 ottobre 1982), in “Ciceroniana On Line”, V, 5, 1984, pp. 167-172, all’indirizzo elettronico www.ojs.unito.it/index.php/COL/article/view/1193; M. Fusillo, Il testo nel testo: la citazione nel romanzo greco, in “Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici”, 25, 1990, pp. 27-48; L. Spina, Ermogene e la citazione poetica, in Come dice il poeta… Percorsi greci e latini di parole poetiche, a cura di M. L. Chirico, A. De Vivo e L. Spina, Napoli, Loffredo, 1992, pp. 7-2; A. Schiesaro, L’intertestualità e i suoi disagi, in “Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici”, 39, 1997, pp. 75-107; G. Barucci, “Chiosar con altro testo”. Le Tre Corone per un commento rinascimentale ai “Topica” di Cicerone, in “Parole rubate”, 1, 2010, pp. 37-67, all’indirizzo elettronico www.parolerubate.unipr.it/fascicolo1_pdf/3_BARUCCI_Topica-di-Cicerone.pdf; G. B. Conte, Dell’imitazione. Furto e originalità, Pisa, Edizioni della Normale, 2014. 2 Si veda Demetrio, De elocutione, 112-113 e Ermogene, De apto et solerti genere dicendi methodus, 30. Ermogene individua due diverse pratiche citazionali: la κόλλησις in cui il verso è integrato perfettamente al contesto e la παρῳδία in cui il verso è modificato, interpolato o amplificato. Alessandra Di Meglio, Un verso di Ennio nelle opere di Cicerone 161 comune bagaglio culturale, sia perché i Sofisti, che ne erano stati gli iniziatori, si consideravano successori e rivali dei poeti. È allora significativo che un autore come Cicerone, nelle sue orazioni ma ancor più nei suoi trattati filosofici, citi frequentemente dei versi riferendosi ad auctoritates greche e latine ben note al pubblico: Omero e le tragedie di Ennio, Accio e Pacuvio soprattutto, come avviene per esempio nel primo libro del De divinatione.3 Un verso di Ennio, in particolare, torna ripetutamente nel corpus delle opere ciceroniane, tratto dal prologo della tragedia Medea exul, modellata sulla Medea di Euripide e andata perduta come gran parte della produzione tragica enniana che ricostruiamo mediante le attestazioni di altri autori.4 Nel De finibus, per esempio, la citazione del verso enniano utinam ne in nemore Pelio serve a svolgere una polemica linguistica. L’autore osserva che a Roma c’è ancora chi non ama leggere opere filosofiche in latino, ritenendo la propria lingua inadatta alla trattazione degli elevati argomenti della filosofia, ma si diletta a leggere drammi latini tradotti dagli originali greci. L’autore giudica incolti coloro che ignorano la propria letteratura, perciò chiunque legge il verso di Ennio (qui esplicitamente associato alla Medea) con lo stesso piacere con cui legge il greco di Euripide, dovrebbe apprezzare anche l’esposizione in latino di concetti filosofici come la virtù e la felicità: 3 Si veda Cicerone, De divinatione, I, 24, 29, 40-45 e per la critica A. A. Long, Cicero’s Plato and Aristotle, in J. G. F. Powell (ed.), Cicero the Philosopher. Twelve Papers, Oxford, Clarendon Press, 1995, pp. 37-61; L. Galli, Una reminiscenza poetica in Cicerone (Brut. 281), in “Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 47, 2001, pp. 171-173. 4 Si veda H. D. Jocelyn, The Fragments of Ennius’ Scenic Scripts, in “L’Antiquité Classique”, 38, 1, 1969, pp. 181-217 e M. Fantuzzi, La censura delle Simplegadi: Ennio, “Medea” fr. 1 Jocelyn, in “Quaderni urbinati di cultura classica”, 31, 1, 1989, pp. 119-129. Parole Rubate / Purloined Letters 162 “Iis igitur est difficilius satis facere, qui se Latina scripta dicunt contemnere. In quibus hoc primum est in quo admirer, cur in gravissimis rebus non delectet eos sermo patrius, cum idem fabellas Latinas ad verbum e Graecis expressas non inviti legant. Quis enim tam inimicus paene nomini Romano est, qui Ennii Medeam aut Antiopam Pacuvii spernat aut reiciat, quod se isdem Euripidis fabulis delectari dicat, Latinas litteras oderit? […] Mihi quidem nulli satis eruditi videntur, quibus nostra ignota sunt. An Utinam ne in nemore— nihilo minus legimus quam hoc idem Graecum, quae autem de bene beateque vivendo a Platone disputata sunt, haec explicari non placebit Latine? Quid? Si nos non interpretum fungimur munere, sed tuemur ea, quae dicta sunt ab iis, quos probamus, eisque nostrum iudicium et nostrum scribendi ordinem adiungimus, quid habent, cur Graeca anteponant iis, quae et splendide dicta sint neque sint conversa de Graecis? […] Quodsi Graeci leguntur a Graecis isdem de rebus alia ratione compositis, quid est, cur nostri a nostris non legantur?”5 In altri testi, più vicini agli interessi teorici e professionali di Cicerone per l’arte retorica, il verso di Ennio è impiegato come esempio di un particolare tipo di argomentazione. Nell’orazione Pro Caelio l’autore, per difendere l’accusato, riporta il verso utinam ne in nemore Pelio ricordando anche i versi successivi relativi a Medea (Nam numquam errans e Medea animo aeg1ro, amore saevo saucia), con i quali allude alla necessità di partire da lontano, addirittura dalla venuta di Tolomeo, per spiegare i guai attuali di Celio.6 L’intero passo di Ennio ci è stato tramandato dalla Rhetorica ad Herennium: “Hic id, quod extremum dictum est, satis fuit exponere, ne Ennium et ceteros poëtas imitemur, quibus hoc modo loqui concessum est: Utinam ne in nemore Pelio securibus Caesae accidissent abiegnae ad terram trabes, Neve inde navis inchoandi exordium Cepisset, quae nunc nominatur nomine 5 Cicerone, De finibus bonorum et malorum, Libri Quinque, recensuit et enarravit Io. N. Maduigius, New York, Cambridge University Press, 2010 [1a ed. 1839], vol. I, pp. 11-18 (I, 4-6). 6 Si veda Id., In difesa di Marco Celio, a cura di A. Cavarzere, Padova, Marsilio, 1987, pp. 74-76 (18). Alessandra Di Meglio, Un verso di Ennio nelle opere di Cicerone 163 Argo, qui<a> Argivi in ea delecti viri Vecti petebant pellem inauratam arietis Colchis, imperio regis Peliae, per dolum: Nam numquam era errans mea domo efferret pedem.”7 Destinato a diventare un τόπος della poesia, questo esordio serve a esprimere il desiderio che non accada qualcosa che invece è accaduto, per questo viene adottato dalla retorica come esempio di deduzione illogica. Un simile tipo di deduzione può essere concesso ai poeti, ma non ai retori: ad essi, infatti, spetta il compito di spiegare gli eventi alla luce di cause meno lontane nel tempo, in una rigida consecuzione di causa ed effetto necessaria a conferire veridicità alle proprie argomentazioni. La retorica latina sostiene infatti l’erroneità di un tipo di dimostrazione troppo remota: è il caso appunto dei versi enniani, in cui si arriva a individuare un rapporto causale tra gli alberi del bosco Pelio, il cui legno è stato usato per la costruzione della nave Argo, e la sofferenza d’amore di Medea innamorata follemente di Giasone, che di quella nave era capitano. Tale accostamento è una mera licenza poetica che l’autore della Rhetorica ad Herennium definisce vitiosa expositio, non essendoci tra il bosco Pelio e la sofferenza di Medea alcuna relazione effettiva. Il criterio retorico ciceroniano è bene esposto nel De inventione, dove si chiarisce che per ‘remoto’ si intende quel ragionamento erroneo che ricerca le cause degli eventi oltre un limite temporale o logico ragionevole: “Remotum est, quod ultra quam satis est petitur, huiusmodi: ‘quodsi non P. Scipio Corneliam filiam Ti. Graccho conlocasset atque ex ea duos Gracchos procreasset, tantae seditiones natae non essent; quare hoc incommodum Scipioni adscribendum videtur’. Huiusmodi est illa quoque conquestio: Utinam ne in nemore Pelio securibus 7 Id., Ad C. Herennium, De ratione dicendi (Rhetorica ad Herennium), with an english translation by H. Caplan, Cambridge (Mass.) – London, Harvard University Press – William Heinemann, 1964, p. 118 (II, 34).