Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius: citazione e contestazione
Abstract
Nonostante Alessandro Tassoni abbia tradotto integralmente i Politicorum libri di Justus Lipsius a pochi anni dalla comparsa della princeps (1589), la critica ha spesso sminuito l'impatto del pensiero lipsiano negli scritti del modenese. Il presente articolo mira a confutare tale tesi, dimostrando come i Politicorum libri permeino in profondità il pensiero di Tassoni. Il confronto con Lipsio, caratterizzato da un forte spirito polemico, non è tuttavia esibito, ma si sviluppa attraverso un sottile gioco citazionistico: Tassoni ripropone nei suoi scritti politici vari riferimenti a Tacito che Lipsio aveva usato per sostenere il proprio pensiero assolutista, filospagnolo e conservatore, capovolgendone tuttavia il senso.
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Rivista semestrale online / Biannual online journal http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 24 / Issue no. 24 Dicembre 2021 / December 2021
Direttore / Editor Rinaldo Rinaldi (Università di Parma) Comitato scientifico / Research Committee Mariolina Bongiovanni Bertini (Università di Parma) Dominique Budor (Université de la Sorbonne Nouvelle – Paris III) Corrado Confalonieri (Harvard University) Roberto Greci (Università di Parma) Heinz Hofmann (Universität Tübingen) Bert W. Meijer (Nederlands Kunsthistorisch Instituut Firenze / Rijksuniversiteit Utrecht) María de las Nieves Muñiz Muñiz (Universitat de Barcelona) Diego Saglia (Università di Parma) Francesco Spera (Università Statale di Milano) Segreteria di redazione / Editorial Staff Maria Elena Capitani (Università di Parma) Francesco Gallina (Università di Parma) Arianna Giardini (Università Statale di Milano) Chiara Rolli (Università di Parma) Esperti esterni (fascicolo n. 24) / External referees (issue no. 24) Guglielmo Barucci (Università Statale di Milano) Denis Brotto (Università di Padova) Paola Cristalli (Fondazione Cineteca di Bologna) Francesca Fedi (Università di Pisa) Silvia Martín Gutiérrez (Universidad Autónoma de Madrid) Francesco Saverio Marzaduri (Bologna) Progetto grafico / Graphic design Jelena Radojev (Università di Parma) † Direttore responsabile: Nicola Catelli Autorizzazione Tribunale di Parma n. 14 del 27 maggio 2010 © Copyright 2021 – ISSN: 2039-0114
INDEX / CONTENTS Speciale RISCRIVERE UN FILM. CITAZIONE, REINVENZIONE E MEMORIA NEL REMAKE CINEMATOGRAFICO a cura di Roberto Chiesi Presentazione 3-5 Il vampiro sublime. Da “Dracula” a due “Nosferatu” ROBERTO CHIESI (Fondazione Cineteca di Bologna) 7-26 “Human Desire” y “La Bête humaine”: una relación compleja FERNANDO GONZÁLEZ GARCIA (Universidad de Salamanca ) 27-50 Variazioni sul tema: i casi di “The Front Page” LAPO GRESLERI (Bologna) 51-62 Marlowe returns: da “Murder, My Sweet” a “Farewell, My Lovely” ADRIANO PICCARDI (Fondazione Alasca – “Cineforum”) 63-74 Variazioni Simenon. Appunti su tre adattamenti cinematografici VALERIO CARANDO – ROSA GUTIÉRREZ HERRANZ (Università di Pisa – Universitat Autònoma de Barcelona) 75-88 Uno, nessuno e centomila dollari. Akira Kurosawa e Sergio Leone ANTON GIULIO MANCINO (Università di Macerata) 89-99 Poetiche della solitudine: da “Le Samouraï” a “Ghost Dog” ROBERTO CHIESI (Fondazione Cineteca di Bologna) 101-124 Michael Haneke y la perversión del ‘remake’ JOSÉ MANUEL MOURIÑO (Istituto Internazionale Andreij Tarkovskij) 125-143 MATERIALI / MATERIALS Imitare citando, citare plagiando: le “Novelle di Giraldo Giraldi” FRANCESCO GALLINA (Università di Parma) 147-169 Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius: citazione e contestazione ENRICO ZUCCHI (Università di Padova) 171-193
Citazione come salvezza. Echi classici nella poesia di Choman Hardi DANIELA CODELUPPI (Università di Parma) 195-203 Il neobarock’n’roll di Frank Zappa. Per un catalogo di citazioni GIAN LUCA BARBIERI (Università di Parma) 205-223 Fine serie RINALDO RINALDI (Università di Parma) 225-228
Parole Rubate / Purloined Letters http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 24 / Issue no. 24 – Dicembre 2021 / December 2021 ENRICO ZUCCHI ALESSANDRO TASSONI E I “POLITICORUM LIBRI” DI JUSTUS LIPSIUS: CITAZIONE E CONTESTAZIONE* 1. La traduzione italiana di un’opera europea Se si esamina il panorama editoriale europeo tra l’ultimo decennio del Cinquecento e i primi del Seicento, difficilmente si può trovare un’opera politica che abbia goduto maggior fortuna dei Politicorum sive Civilis Doctrinae libri sex dell’umanista fiammingo Justus Lipsius (Joost Lips, 1547-1606). Dopo la princeps, stampata nel 1589 a Leida – dove l’autore insegnò sino al 1592 – e messa all’Indice donec corrigatur nel 1590, fu impressa nuovamente in versione emendata nel 1596 ad Anversa1 * Questo articolo è stato realizzato grazie al contributo dell’European Research Council all’interno del programma europeo Horizon 2020 Research and Innovation programme (“Republics on the Stage of Kings. Representing Republican State Power in the Europe of Absolute Monarchies, late 16th – early 18th century”). 1 Si veda Iusti Lipsii Politicorum sive civilis doctrinae libri sex. Qui ad Principatum maxime spectant, Lugduni Batavorum, ex officina Plantiniana, 1589; Iusti Lipsi Politicorum sive civilis doctrinae libri sex. Qui ad principatum maxime spectant.
Parole Rubate / Purloined Letters 172 1601).7 e ripubblicata, tradotta e discussa in tutta Europa ancor prima della sua formale ‘assoluzione’. La prima edizione tedesca uscì a Francoforte nel 1590,2 lo stesso anno in cui apparvero la versione francese a cura di Charles le Ber3 e la traduzione olandese di Martin Everaert,4 mentre per quella inglese si sarebbe dovuto attendere il 1594,5 per quella spagnola e quella italiana il 1604;6 nel frattempo nel 1601 a Verona era stata già stampata un’edizione della princeps ( Al successo editoriale non corrispose una fortuna altrettanto limpida in sede critica: gli omaggi all’opera politica di Lipsius sono radi, a fronte di un nugolo di critiche che provengono tanto dal mondo cattolico quanto da quello protestante.8 Del resto, già negli anni immediatamente successivi Additae Notae auctories, tum et De Una Religione liber, Antverpiae, ex officina Plantiniana, 1596. 2 Si veda Iusti Lipsi Politicorum sive Civilis Doctrinae libri sex, qui ad principatum maxime spectant, Francofurti, Wechel, 1590. 3 Si veda Lex six livres des Politiques, ou doctrine civile de Iustus Lipsius: ou il est principalement discouru de ça qui appartient à la principauté. Traduits par Charles Le Ber, La Rochelle, Haultin, 1590. 4 Si veda Politica van Justus Lipsius, dat is: van de regeeringhe van Landen ende Steden in ses boecken begrepen… Overgheset wten Latijn in Nederlantsche sprake Deur Marten Everart, Amsterdam, Claesz, 1590. 5 Si veda Sixe bookes of politickes or civil doctrine, written in Latin by Justus Lipsius: which doe especially concern Principalitie. Done into English by William Iones Gentleman, London, Richard Field, 1594. Una versione Latina dei Politicorum libri era stata già pubblicata a Londra, per i tipi di Georges Bishop, nel 1590. 6 Si veda Los seys libros de las politicas o doctrina civil de Iusto Lipsio, que sirven para el govierno del Reyno, o Principado. Traducido de lengua latina en castellana, por don Bernardino de Mendoça, Madrid, Iuan Flamenco, 1604; Della Politica, overo Dottrina Civile di Giusto Lipsio, libri sei… tradotta dal signor Antonio Numai, gentilhuomo di Forlì, Roma, Martinelli, 1604. 7 Si veda Iusti Lipsi Politicorum sive Civilis Doctrinae Libri sex, Veronae, Societatis Aspirantium, 1601. 8 Per le critiche nelle Province Unite si veda J. Waszinc, Introduction, in J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, edited with translation and introduction by J. Waszink, Assen, Royal Van Gorcum, 2004, pp. 115-118. Per la controversa ricezione del pensiero politico lipsiano nell’opera di Grozio si veda J. Waszink, Lipsius and Grotius: Tacitism, in “History of European Ideas”, XXXIX, 2, pp. 151-168. Per il successo dell’opera, invece, nei Paesi Bassi meridionali, si veda E. De Bom, Carolus Scribani and the Lipsian Legacy. The Politico-Christianus and Lipsius’ Image of the Good Prince, in (Un)Masking the Realities of Power: Justus Lipsius and
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 173 alla pubblicazione del suo trattato, Lipsius paga il fio del suo essere autore di confine. I Politicorum libri sono l’opera di un pensatore cattolico, non esente dalle censure della Chiesa di Roma, che lavorava in un’università calvinista: un sostenitore dell’assolutismo nella repubblica delle Provincie Unite, appena liberatasi dal giogo della monarchia spagnola; un aperto ammiratore di Niccolò Machiavelli, in una stagione che condannava ufficialmente il Principe del fiorentino opponendogli la figura del Principe Cristiano.9 Per questa ragione è stata spesso sottostimata l’influenza di Lipsius nel pensiero europeo e in particolare italiano del Seicento.10 Anche in presenza di autori che chiaramente si confrontano con la sua opera, come il modenese Alessandro Tassoni a cui si deve una traduzione integrale del trattato,11 sono mancati approfondimenti specifici sull’entità del lascito lipsiano, quasi che la laboriosa operazione del vertere non implicasse anche un articolato confronto con la teoria del filologo fiammingo. Il presente lavoro, invece, mira a dimostrare che proprio Tassoni instaura con i Politicorum libri un dialogo intenso, in cui Lipsius è spesso indirettamente evocato anche in termini polemici, attraverso un gioco di citazioni che the Dynamics of Political Writing in Early Modern Europe, edited by E. De Bom, M. Janssens, T. van Houdt and J. Papy, Leiden – Boston, Brill, 2011, pp. 281-305. 9 Il Tratado de la religion y virtudes que deve tener el principe christiano para governar y conservar sus estados di Pedro de Ribadeneira (1595) era stato concepito come una risposta cattolica ortodossa alle tesi di Machiavelli. Si veda L. Firpo, Le origini dell’antimachiavellismo, in “Il pensiero politico”, XXXVII, pp. 337-367. 10 Per la fortuna dei Politicorum libri in Italia si veda J.-C. Fournel, Une réception ambigüe: la diffusion de la pensée politiques de Juste Lipse en langue vulgaire dans l’Italie de la première moitié du XVIIe siècle, in Juste Lipse en son temps, Actes réunis par Ch. Mouchel, Paris, Champion, 1996, pp. 479-501; T. Provvidera, Two Overlooked and Almost Unknown Italian Manuscripts of Lipsius’ “Politica” and “Admiranda”, in “Humanistica Lovaniensa”, LXV, 2015, pp. 233-257; Ead., Ancora sulla fortuna di Giusto Lipsio in Italia, in “Storia del pensiero politico”, V, 3, 2016, pp. 343-362. 11 La versione manoscritta della traduzione si trova a Modena, Archivio storico comunale, Camera Segreta, 145. V.A. 4.
Parole Rubate / Purloined Letters 174 coinvolge il prediletto Cornelio Tacito e altri autori classici. Se i Politicorum libri si presentano come una fitta rete di citazioni latine e greche, intervallate da commenti d’autore,12 lo scrittore modenese ricorre a sua volta alla tecnica della citazione per contestare e capovolgere alcune tesi lipsiane, mettendo in luce i difetti del loro modello assolutista attraverso il ricorso ad alcuni principi del repubblicanesimo moderno. La traduzione italiana dei Politicorum libri firmata da Tassoni, a differenza di quelle pubblicate a Roma da Antonio Numai nel 1604, e da Ercole Cato a Venezia nel 1618, si basa ancora sul testo non emendato del 1589, anche se al modenese non doveva essere sconosciuta l’edizione corretta (egli inoltre aveva letto le annotazioni pubblicate a parte da Lipsius nel 1589 e considerevolmente aumentate nel 1596, Ad libros Politicorum breves notae).13 La traduzione, che cita il De una religione di Lipsius uscito nel 1590,14 fu probabilmente compiuta fra il 1599 e il 1604, quando Tassoni era al servizio del cardinale Ascanio Colonna, corrispondente e amico personale di Lipsius.15 Proprio il nome del cardinal Colonna, designato viceré d’Aragona nel 1602 e già nel 1600 in Spagna con Tassoni al suo seguito, induce a riflettere sulla diffusione italiana dei Politicorum libri entro contesti politicamente soggetti all’influenza della monarchia iberica: l’autore, infatti, era famoso come difensore della sovranità spagnola sui Paesi 12 Si veda G. H. Tucker, Justus Lipsius and the Cento Form, in (Un)Masking the Realities of Power: Justus Lipsius and the Dynamics of Political Writing in Early Modern Europe, cit., pp. 163-193. 13 Si veda J. Waszink, Introduction, cit., pp. 191-192. 14 Tassoni interpola nella sua traduzione alcuni passaggi dell’opera, in corrispondenza dei capitoli teologico-politici dei Politicorum libri (IV, 2-4). 15 Si veda A. Clerici, Sulla fortuna dei “Politicorum libri sex” di Giusto Lipsio in Italia. La traduzione di Alessandro Tassoni, in Scritti in ricordo di Armando Saitta, Milano, Angeli, 2002, pp. 144-145. Per una datazione più alta, fra il 1589 e il 1595, si veda P. Puliatti, Profilo politico del Tassoni, in A. Tassoni, Annali e scritti storici e politici, cit., vol. II, p. XIX. Per i legami del modenese con diversi mecenati, si veda A. Lazzarini, Alessandro Tassoni, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 95, 2019, pp. 150-155.
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 175 Bassi.16 D’altra parte l’opera di Lipsius, che pure teorizza un modello di governo assolutista, veniva letta e sdoganata in Italia anche all’interno di contesti politici repubblicani, come dimostra esemplarmente il caso di Genova;17 dove i primi trent’anni del Seicento sono segnati da attriti continui con il governo spagnolo, mentre si profila un progetto di indipendenza della repubblica dalla Spagna.18 In quest’ambito proprio Lipsius diventa un modello e insieme un antimodello, favorendo l’elezione di Tacito a fonte privilegiata per la discussione sullo stato seicentesco e al tempo stesso offrendo un bersaglio polemico agli avversari della politica absburgica in Italia (pensiamo al trattato pubblicato nel 1617 da Ansaldo Cebà, Il cittadino di republica, modellato sui Politicorum libri ma anche ben lontano dalla ragion di stato proclamata dal loro autore).19 Qualcosa di simile, una complessa dialettica fra interesse e rifiuto, fra imitazione e alterità ideologica, parrebbe valere anche per Tassoni, 16 Analogo profilo ha il ruolo svolto dalla famiglia Pinelli, in una città come Genova strettamente legata alla Spagna asburgica, per la diffusione dell’opera di Lipsius. Amico del fiammingo era il noto bibliofilo Gian Vincenzo e suo cugino Domenico, nominato legato di Spagna e cardinale nel 1585, promosse nel 1608 la prima traduzione italiana del De Constantia (1583). Si veda I due libri della costanza di Giusto Lissio, Genova, Pavoni, 1608 17 Sulla presenza del pensiero lipsiano a Genova basti rinviare a D. Suin, Tra Machiavelli e Tacito: note sul dibattito politico genovese tra XVI e XVII secolo, in “Storia e politica”, X, 2, 2018, pp. 212-214. E per la diffusione delle teorie lipsiane nel teatro di primo Seicento si veda E. Zucchi, Adiaforia e vocazione al suicidio: motivi senecani e neostoici nella tragedia italiana fra Cinque e Seicento, in “Bruniana e campanelliana. Ricerche filosofiche e materiali storico-testuali”, XXIV, 2018, pp. 235248. La netta distinzione fra sistema monarchico e governo repubblicano in epoca rinascimentale e barocca, teorizzata dagli studiosi della scuola di Cambridge a partire da John Pocock e Quentin Skinner, è stata ultimamente ridimensionata: si veda G. Pedullà, Humanist Republicansm: Towards a New Paradigm, in “History of Political Thought”, XLI, 2020, pp. 43-95. 18 Si veda C. Bitossi, Città, repubblica e nobiltà nella cultura politica genovese fra Cinque e Seicento, in La letteratura ligure. La Repubblica aristocratica, 1528-1797, Genova, Costa & Nolan, 1992, pp. 9-35; A. Ceccarelli, Tra sovranità e imperialità. Genova nell’età delle congiure popolari barocche (1623-1637), in “Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken”, XCIII, 2013, pp. 251-282. 19 Si veda A. Cebà, Il cittadino di repubblica, a cura di V. I. Comparato, Firenze, Centro editoriale toscano, 2001.
Parole Rubate / Purloined Letters 182 una serie di note sul testo latino pubblicato da Lipsius nel 1574,42 dove il letterato modenese disapprova alcuni interventi e congetture dell’editore.43 Questa ulteriore testimonianza dei contatti fra i due scrittori mette bene in luce l’atteggiamento di Tassoni nei confronti del fiammingo, caratterizzato non da un’ossequiosa passività ma dalla volontà di interagire in modo anche critico. Da questo punto di vista anche la traduzione del trattato politico di Lipsius lascia evidenti tracce nel corpus tassoniano, in un continuo dialogo anche polemico che se non è esplicito è tuttavia ben visibile, sul filo delle citazioni (specialmente di Tacito) prelevate proprio dai Politicorum libri.44 Per individuare questa indiretta dialettica con il pensiero lipsiano, prenderemo in considerazione alcune pagine dei Pensieri che ragionano sulle classiche forme di governo. Quando Tassoni presenta il quesito Perché fiorissero più gli uomini valorosi in Roma quando ella si governò a republica che quando ella fu ridotta a principato, egli celebra il sistema politico repubblicano come feconda fucina di cittadini virtuosi, concludendo che in un governo assoluto gli uomini privilegiano l’adulazione e la menzogna, mentre in uno repubblicano vengono premiati il coraggio e il valore: “ […] nelle republiche ben governate i cittadini sempre gli uni con gli altri hanno emulazione di virtù e di valore […] Però, mentre la Republica di Roma favoriva e onorava gli huomini valorosi non è maraviglia se in lei in numero grande fiorirono e se in contrario mancarono sotto gl’imperadori, i quali andavano scegliendo i più atti a servire e non i più atti a governare.”45 42 Si veda C. Cornelii Taciti Historiarum et annalium libri qui exstanti, Iusti Lipsii studio emendati et illustrati, Antverpiae, ex officina Plantini, 1574 e G. Bucchi, Un manoscritto parzialmente autografo di Alessandro Tassoni e due sue traduzioni inedite da Tacito, in “Giornale storico della letteratura italiana”, CXCI, 2014, pp. 211218. 43 Si veda Id., Tassoni tra il cardinal Colonna e l’Accademia degli Umoristi: due inediti, in Alessandro Tassoni. Poeta, erudito, diplomatico, cit., p. 109. 44 Si veda Id., La tragedia (e la farsa) delle cose umane: Tassoni e Tacito, in “Studi secenteschi”, LVI, 2015, pp. 3-30. 45 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., p. 699 (VIII, xiv).
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 183 Il discorso, riproponendo le tesi sulla superiorità morale e politica della repubblica che da Cicerone e Tacito erano giunte a Machiavelli,46 prende posizione contro Lipsius che nei Politicorum libri esaminava le tre forme di governo classico e si esprimeva con decisione a favore del principato: migliore perché antichissimo, conforme ai principi naturali e alla ragione, approvato da molti saggi.47 E tuttavia questo capitolo dei Pensieri diversi è costruito in stretto parallelo con il testo lipsiano, riprendendo in chiave antifrastica alcune citazioni di testi latini e greci che erano già state impiegate nel capitolo dei Politicorum libri in cui si stabiliva la superiorità del principato rispetto a ogni altra forma di governo: “ […] virtus ac ferocia subditorum, ingrata est imperantibus […] Id sibi maxime formidolosum privati hominis nomen supra Principis attolli […] Regibus enim boni quam mali suspectiores sunt, semperque his aliena virtus formidolosa est [...] quoties curia egrederetur, Graecis verbis in hunc modum eloqui soleret: O homines ad servitutem paratos. [...] quoniam homines pro suis quem pro alienis commodis; pro sua quam pro aliena gloria longe alacrius, atque animosius pugnant. In his autem civitatibus, quae suis legibus vivunt, si quid bello partum sit, eius intelligit quisque civium aliquid ad se pro virili parte pertinere. At ubi summa rerum omnium penes unum est, ibi labores, pericula, vulnera, caedes pertinent quidem ad eos qui imperio subsunt; gloria autem, imperii amplificatio, et omnis denique fructus qui ex victoria capitur ad eum unum redit, qui ceteros oppressos tenet, eosque habet in mancipiorum et pecudum loco.”48 La prima citazione tacitiana addotta da Tassoni, che insiste sul fatto che la virtù e il coraggio dei sudditi non sia gradita ai principi, si trovava anche nel capitolo dei Politicorum libri dedicato alla virtù conservatrice dei 46 Si veda N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, I, 29. 47 Si veda J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., pp. 296-297 (II, 2) e G. Lipsio, Politica, cit., pp. 351-352 (II, 2). 48 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., pp. 699-700 (VIII, xiv) e si veda per le prime tre citazioni J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., p. 424 (IV, 8), p. 432 (IV, 9), p. 690 (VI, 5). L’indicazione delle fonti è inserita a margine: Tacito, De vita Iulii Agricolae, 31 e 39 e Sallustio, Bellum Catilinae, 7. Le ultime due citazioni provengono ancora da Tacito, Annales, III, 65 e da Ippocrate, De aere, aquis et locis, XVI, e non compaiono nei Politicorum libri.
Parole Rubate / Purloined Letters 184 regni richiesta ai sovrani. Nei due casi, tuttavia, la citazione viene usata in modo molto diverso. In Lipsius essa suggellava un discorso volto a rilevare come il principe potesse acquistare la benevolenza del popolo compiacendolo attraverso l’elargizione di divertimenti. Il passo tacitiano viene introdotto in un aneddoto teso a confermare l’utilità sociale di questi svaghi, capaci di tenere impegnata la popolazione, smussandone la naturale fierezza, ma Lipsius non intende sostenere che la virtù è sgradita ai principi; al contrario, appena dopo la citazione da Tacito, egli mette in guardia contro il pericolo che l’eccessivo lusso o l’ozio smodato rendano i sudditi disonesti e viziosi, come si evince pienamente dalla traduzione tassoniana: “ […] si acquistarà [scil. il principe] la benevolenza de’ popoli con il compiacimento, cioè trattando il popolo bene, largamente et allegramente. Largamente nel vivere acciò che la plebe non sia straziata né mal trattata con ristretta abondanza, imperoché il popolo non desidera altro dal publico che abondanza […] Per il che si vede che gl’antichi non hanno aborrito i gusti de’ giuochi; e da questo i prencipi ne cavano grande utile, assuefacendo alla quiete i popoli feroci et inclinati alla guerra con questa via dei piaceri. […] Onde confessò Tacito che i Romani poterono più contra i sudditi loro con i piaceri e lascivie che con l’arme. Il che conobbe ancora quel comediante, quale, ripreso da Augusto che per cagione sua fossero tra la plebe tumulti, rispose: ‘È utile tuo, o Cesar che il popolo si trattenghi intorno a noi’, perché certamente la virtù e la fierezza dei sudditi dispiaceno a chi governa. Ma però con regola et misura; et avvertischi che queste cose si concedeno più presto per allegrezza che per lusso e lascivia, cose facilissime a succedere, perché altrimenti non rimarrà né onestà né modestia né costume alcuno onesto e lodevole, e così il prencipe con i sudditi andranno a mal fine perché, persi i costumi, ogni cosa va in rovina.”49 Tassoni nei Pensieri assegna un significato ben diverso a questa citazione, che egli usa come primo appiglio per provare una tesi affatto diversa, ossia che nei principati la virtù è bandita in quanto minaccia l’autorità del sovrano: 49 J. Lipsio, Politica, cit., pp. 415-416 (IV, 8). Sottolineatura nostra. Si veda J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., pp. 423-424 (IV, 8).
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 185 “E si vede per prova che l’occasioni molte volte fanno huomini grandi tali che per altro conosciuti e nominati non si sarebbono. Aggiungnesi che nelle republiche ben governate sempre si va facendo la scelta de’ migliori. Ma nelle monarchie, virtus ac ferocia subditorum ingrata est imperantibus, come disse Tacito nella Vita d’Agricola, imperoché sempre l’eminenza soverchia del suddito pare che minacci ruina al principe.”50 Non a caso Tassoni, nel teorizzare la superiorità morale delle repubbliche, trasceglie quella citazione già impiegata da Lipsius: nell’apertura del capitolo dei Politicorum libri in cui il passo di Tacito era incapsulato, il fiammingo sosteneva che al principe era più necessaria la virtù della forza per ben governare. Tuttavia, estrapolando quella citazione – che Lipsius impiegava in modo aneddotico per mettere in guardia da certi abusi episodici – Tassoni entra in polemica con l’umanista: come può infatti sostenere che il principato sia la migliore forma di governo e che si basi sulla virtù, avendo appreso da Tacito che i principi avversano la virtù dei propri sudditi? Analogo è l’impiego antifrastico della seconda citazione, che Lipsius utilizzava raccomandando al principe di non innalzare mai un suddito, per evitare il rischio che quel privato usurpi la sua autorità. Ancora una volta Tassoni mette in questione la coerenza ideologica dei Politicorum libri accompagnando la frase tacitiana con l’indicazione della meschinità dei principi: “Però i principi che vivono con questo sospetto tengono sempre la mira che niun suddito si faccia mai tanto grande che l’ombra nol ricuopra. Id sibi maxime formidolosum privati hominis nomen supra Principis attolli disse il medesimo Tacito favellando de’ sospetti e premori di Domiziano. Però mentre la Republica di Roma favoriva e onorava gli huomini valorosi, non è maraviglia se in lei in numero grande fiorirono, e se in contrario mancarono sotto gl’Imperadori, i quali andavano scegliendo i più atti a servire, e non i più atti a governare.”51 50 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., p. 699 (VIII, xiv). 51 Ivi, p. 699 (VIII, xiv).
Parole Rubate / Purloined Letters 186 La terza citazione sallustiana è situata in un altro capitolo dei Politicorum libri, dedicato a discutere se sia più opportuno sopportare la tirannide oppure ribellarsi. Lipsius risponde al quesito affermando che è meglio subire quel governo crudele e al tempo stesso pregare il cielo perché mandi un principe migliore; ma nella frase citata sostituisce “regibus” con “tyrannis” come testimonia anche la traduzione di Tassoni: “ […] sotto i tiranni quanto ciascuno è più tristo, tanto maggiormente è sicuro perché hanno in sospetto più i buoni che i cattivi e sempre l’altrui virtù gli sono cagione di timore; onde nasce che hanno cattiva opinione verso gl’uomini segnalati et illustri.”52 Restaurando nei Pensieri il termine della fonte classica, il modenese mette in dubbio non solo il rigore filologico ma anche l’onestà intellettuale dell’erudito fiammingo, poiché la superiorità morale della monarchia non può accordarsi con la diagnosi sallustiana sul principato che scoraggia la virtù dei sudditi: “Anzi se vi era alcuno che mostrasse spirito grande o che tanto avanti fosse trascorso che tra il principe e lui non vi restasse molto intervallo, subito insospettiti cercavano di levarlo di mezzo. Regibus enim boni quam mali suspectiores sunt semperque his aliena virtus formidolosa est.”53 La quarta e la quinta citazione, infine, non si ritrovano nei Politicorum libri, anche se Lipsius menziona spesso Tiberio come modello di sovrano dispotico citando passi tacitiani analoghi come Annales, III, 75.54 Le parole conclusive di Ippocrate, tratte dalla seconda edizione delle Variarum Lectionum di Marc’Antoine Muret,55 insistono ancora sulla 52 G. Lipsio, Politica, cit., pp. 507-508 (VI, 5). Sottolineatura nostra. 53 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., p. 699 (VIII, xiv). 54 Si veda J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., p. 374 (III, 10). 55 Si veda M. A. Mureti, Variarum Lectionum Libri XV, Antuerpiae, ex officina Plantini, 1580, pp. 349-350 (Cur maior in nonnullis civitatibus quam in aliis existere fortium virorum copia soleat, ex Hippocrate explicatum).
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 187 capacità delle repubbliche di produrre cittadini virtuosi e permettono a Tassoni di ribadire il capovolgimento di prospettiva rispetto a Lipsius, convinto invece che la virtù prosperi nei principati. Un altro esempio di questa messa in questione delle idee lipsiane attraverso l’impiego di citazioni classiche è avvertibile in un altro capitolo dei Pensieri, intitolato Se l’occupar la libertà della patria possa essere sotto pretesto alcuno cosa lodevole e onorata. Il sentimento repubblicano di Tassoni56 è confermato anche da questa pagina che distingue nettamente fra ciò che è utile e ciò che è giusto, sostenendo che non è mai lecito rendere schiava la patria, anche in circostanze di estremo pericolo e incertezza: “Utile per accidente forse potrà essere alcuna volta l’occupar la libertà della patria; ma lodevole e onorato non sarà egli giammai né conforme alla cristiana pietà. Utile fu alla republica di Roma, già guasta e divisa in fazioni, che Ottaviano se ne facesse signore e la rimettesse in pace. Ma non però già fece egli azione né lodevole né onorata; anzi in questo fu molto inferiore a Silla suo antecessore, il quale, sfogata ch’egli ebbe l’ira contra i nemici suoi, depose la dittatura. […] Ma chi sarà colui che voglia affermare che l’occupare la libertà della patria sia cosa in alcun tempo eliggibile poi che dalla parte dell’occupante non può essere se non tirannide, se tiranno è quegli che regna per forza contro il voler de’ sudditi […] Però, se la tirannide è cosa lodevole e s’egli è onorato e lodevole l’affliggere la patria sua e farla schiava sotto pretesto d’utile non richiesto e non voluto da lei, tanto si potrà dire anco che sia lodevole e onorato il carcerare il padre e la madre o dal loro delle ferite per correggerli di qualche mancamento preteso. […] La patria è più che madre e, se non è lecito fare schiava la propria madre per qualunque errore ch’ella commetta, tanto meno è lecito mettere in servitù la propria patria per qualsivoglia imperfezione che si vegga nel suo governo.”57 Una posizione del genere, figlia di un repubblicanesimo radicale di stampo neo-romano,58 è in netto contrasto con quanto affermato da Lipsius 56 Si veda, per posizioni analoghe in altro contesto (l’interregno inglese fra la decapitazione di Carlo I e la restaurazione di Carlo II), Q. Skinner, Liberty Before Liberalism, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, pp. 37-44. 57 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., pp. 719-720 (VIII, xxiii).
Parole Rubate / Purloined Letters 188 appoggiandosi a Tacito, circa la superiorità del principato sulle altre forme di governo: “pacis interest, omnem potestatem ad unum conferri”.59 Si legga la traduzione di Tassoni: “ […] a parer di tutti, un corpo solo d’imperio deve esser governato da un solo, come un corpo solo da un’anima sola et una nave da un sol pilota è retta e governata, perché quando sono molti è gran pericolo che non rovinino ogni cosa […] massimamente che il governo di molti suole per l’ordinario partorir discordie et odii crudeli. Per il che fa bisogno né vi è altro rimedio per la pace de’ popoli tra loro discordanti che ricorrere al governo di un solo e da un solo esser governati e retti, come saviamente avvertì nella repubblica romana Tacito.”60 Criticando la figura di Cesare come traditore della patria, Tassoni entra in polemica con i Politicorum libri da cui sembra riprendere la definizione stessa di tiranno (“Tyrannis. Quid ea sit? Violentum unius imperium, praeter mores et leges”).61 Se Lipsius loda Cesare e Ottaviano come modelli di generosità e liberalità in Admiranda sive de magnitudine romana, celebrando Cesare come politico virtuoso nel dialogo Monita et exempla politica (1605),62 Tassoni è su posizioni opposte: “E maravigliomi di coloro che hanno voluto non solamente difendere Giulio Cesare, ma lodarlo eziandio. Ché se l’amor della patria, e non il proprio interesse e la cupidigia di regnar lo spignea, ei doveva, vinto ch’egli hebbe Pompeo, estirpar le male piante, correggere gli abusi veri e, rinnovando gli ordini trasandati e dismessi, ritirar la republica verso il suo principio […] .”63 58 Queste tesi neo-romane, di lì a poco, animeranno la rivoluzione cromwelliana. Si veda Q. Skinner, Liberty Before Liberalism, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, pp. 37-44. 59 Cfr. J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., p. 298 (II, 2). 60 G. Lipsio, Politica, cit., pp. 351-352. Si veda Tacito, Historiae, I, 1. 61 Cfr. J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., p. 666. (VI, 5). 62 Si veda Id. Admiranda sive de magnitudine romana libri quattuor, Antverpiae, ex officina Plantiniana, 1617, pp. 84-92 e Id., Monita et exempla politica, libri duo, ivi, 1605, pp. 205-210. 63 A. Tassoni, Pensieri (1612), cit., p. 721 (VIII, xxiii).
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 189 A rafforzare questa strategia di distanziamento ideologico vengono ancora in soccorso di Tassoni le citazioni impiegate nei Politicorum libri. In questo capitolo così radicalmente lontano dalle teorie politiche lipsiane, il modenese inserisce quattro riferimenti ai classici tutti incentrati sul dovere dei cittadini nei confronti della patria (tema scarsamente presente nel trattato di Lipsio): “Honestum est quod, cum propter se eligibile sit, laudabile est, disse Aristotile nel 9. del 1. della Retorica. […] Onde Cicerone, 2. De legibus: Respublica nomen est, ait, universae civitati, pro qua mori et cui nos totos dare et in qua omnia nostra ponere et quasi consecrare debemus. […] Le correzioni della patria vogliono essere, come quelle di Licurgo e di Solone, che proposero nuove leggi e nuove maniere di governo migliori, e indussero piacevolmente i cittadini a giurarle. E non come quelle di Cesare e d’Agatocle, i quali sotto pretesto d’ammendare gli abusi della patria, per ambizion di regnare se ne fecer tiranni, valendosi di quella scelerata sentenza Si ius violandum, regnandi causa violandum. […] […] Deceat cariorem nobis esse patriam quam nosmetipso. Nec potest cuiquam male de republica merendi iusta esse causa, soleva dir Cicerone.”64 La terza citazione, tratta dalle Fenicie di Euripide (524) e condannata con vigore da Tassoni, aveva goduto di grande fortuna nel mondo latino in una forma leggermente diversa e proprio Cesare, stando alla testimonianza di Cicerone, la ricordava volentieri: “Ipse autem […] in ore semper Graecos versus de Phoenissis habebat, quos dicam, ut potero, incondite fortasse, sed tamen, ut res posse intellegi: ‘Nam si violandum est ius, regnandi gratia violandum est; aliis rebus pietatem colas’.”65 Lo stesso Lipsius, che elegge Cesare a modello di sovrano perfetto, cita la massima direttamente dalla fonte greca nei Politicorum libri e poco 64 Ivi, pp. 720-721 (VIII, xxiii). L’ultima citazione ciceroniana (De finibus, III, 62) è seguita da un’altra tratta da un’opera diversa dello stesso autore (Oratio de haruspicum, 44). 65 Cicerone, De officiis, III, 82. Si veda anche Svetonio, Divus Iulius, 30.
Parole Rubate / Purloined Letters 190 dopo rinvia anche a questa pagina del De Officiis, ma nasconde proprio il nome di Cesare: “ […] isti doctores novi […] qui aures Principum venenant et suadent, Ut omnia recta et honesta neglegant, dummodo potentiam consequantur, qui intermortuum illud recoquunt, ius regnandi gratia Violandum est. aliis rebus pietatem colas.”66 Non è casuale, allora, che Tassoni smascheri ancora una volta l’avversario inserendo nella sua traduzione il nome di Cesare assente nell’originale: “ […] questi volponi e nuovi maestri di polizia […] avvelenatori dell’orecchie de’ principi, persuadendogli che sprezzino ogni cosa, per ragionevole et onesta che sia, pur che acquistino dominio e potenza, sempre avendo in bocca le parole di Euripide usurpate da Giulio Cesare, cioè che è lecito violar la giustizia e la fede per cagione di regnare; nell’altre cose sì devesi mantener la fede.”67 4. Una lettera antispagnola Nel capitolo dei Politicorum libri intitolato Della tirannide, se si deve tollerare o pur levare e dedicato alla necessità di sopportare i tiranni, Lipsius cita un passo di Tacito che criticava l’espansionismo selvaggio dei Romani: “Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”.68 Nel passo lipsiano questa citazione non sposta i termini della tesi: per quanto malvagio, un tiranno va comunque sopportato perché ogni reazione scatenerebbe conseguenze 66 J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., pp. 332334 (II, xiv). L’indicazione delle fonti è inserita a margine: Cicerone, De Officiis, III, 82 e Euripide. 67 G. Lipsio, Politica, cit., p. 367 (II, 14). 68 Cfr. J. Lipsius, Politica. Six Books of Politics or Political Institutions, cit., p. 690 (VI, v). L’indicazione della fonte è inserita a margine: Tacito, De vita Iulii Agricolae, 30.
Enrico Zucchi, Alessandro Tassoni e i “Politicorum libri” di Justus Lipsius 191 peggiori di quelle che derivano dal suo governo. La pagina può essere letta come un richiamo alla ribellione dei Paesi Bassi contro il dominio spagnolo, che aveva portato nel 1579 alla nascita della repubblica delle Province Unite: raccomandando ai sudditi di non ribellarsi, Lipsius metteva in guardia i sostenitori dei repubblicani olandesi parlando in nome della monarchia spagnola. La medesima citazione tacitiana ricompare in una lettera indirizzata dal Tassoni a Carlo Costa di Polonghera il 10 ottobre 1614, poco dopo l’occupazione della città di Oneglia da parte spagnola.69 L’evento bloccava la politica di espansione di Carlo Emanuele di Savoia, l’unico in grado di liberare l’Italia dal dominio spagnolo secondo lo scrittore modenese.70 Nella sua lettera Tassoni lamenta l’assenza di solidarietà italiana nei confronti del duca di Savoia, criticando in particolare l’atteggiamento della Repubblica di Genova che aveva partecipato attivamente alla conquista di Oneglia: “Li signori Genovesi non vollero lasciar passare il soccorso di Sua Altezza a Oneglia acciò che quella terra cadesse in mano degli Spagnuoli. Preghino Dio che Giove non mandi il re che le rane addimandano, che gli assicuro io che essi saranno i primi ad esser divorati dal drago e forse da Oneglia comincerà la ruina loro. […] L’istesso intendo di tutti gli altri che o per inutile avarizia o per vana ambizione o per meschini interessi si sono in apparenza collegati, in essenza suggettati a cotesti insolentissimi barbari, quorum superbiam frustra per obsequium et modestiam effugeris, raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae et mare scrutantur; […] auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium atque, ubi solitudinem faciant, pacem appellant, come disse Cornelio profetando di loro.”71 69 Si veda B. Nani, Degl’Istorici delle cose veneziane, Venezia, Lovisa, 1700, t. VIII, pp. 61-62. 70 Lo dimostrano le Filippiche tassoniane pubblicate anonime nel 1615, dove si esortano le città d’Italia ad appoggiare Carlo Emanuele nel conflitto antispagnolo Si veda P. Pellizzari, Echi letterari della prima guerra del Monferrato: la prosa di Alessandro Tassoni, in Monferrato 1613. La vigilia di una crisi europea, a cura di P. Merlin e F. Ieva, Roma, Viella, 2016, pp. 179-195. 71 A. Tassoni, Lettere, a cura di P. Puliatti, Roma – Bari, Laterza 1978, vol. I, pp. 183-184.