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La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo

Internullo, Dario

Abstract

L’articolo discute una tipologia di fonti non molto praticata dal punto di vista della citazione, eppure particolarmente ricca in tal senso: gli atti pubblici emanati dal comune di Roma (il Senato) tra XII e XIV secolo. Discutendo le citazioni che emergono da tali atti (Cassiodoro, Riccardo da Pofi, Pier delle Vigne), il lavoro arriva a ricostruire alcune pratiche scrittorie della cancelleria romana, a individuare la presenza di determinati manoscritti all’interno di questi ambienti, nonché a ragionare sulle potenzialità metodologiche di una simile ricerca.

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Rivista semestrale online / Biannual online journal http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 19 / Issue no. 19 Giugno 2019 / June 2019 Direttore / Editor Rinaldo Rinaldi (Università di Parma) Comitato scientifico / Research Committee Mariolina Bongiovanni Bertini (Università di Parma) Dominique Budor (Université de la Sorbonne Nouvelle – Paris III) Roberto Greci (Università di Parma) Heinz Hofmann (Universität Tübingen) Bert W. Meijer (Nederlands Kunsthistorisch Instituut Firenze / Rijksuniversiteit Utrecht) María de las Nieves Muñiz Muñiz (Universitat de Barcelona) Diego Saglia (Università di Parma) Francesco Spera (Università Statale di Milano) Segreteria di redazione / Editorial Staff Maria Elena Capitani (Università di Parma) Nicola Catelli (Università di Parma) Arianna Giardini (Università Statale di Milano) Chiara Rolli (Università di Parma) Esperti esterni (fascicolo n. 19) / External referees (issue no. 19) Armando Antonelli (Università di Ferrara) Daniele Artoni (Università di Verona) Alvaro Barbieri (Università di Padova) Sonia Maura Barillari (Università di Genova) Anna Bognolo (Università di Verona) Mauro Bonazzi (Università Statale di Milano) Manuel Boschiero (Università di Verona) Sergio Bozzola (Università di Padova) Alberto Camerotto (Venezia Ca’ Foscari) Clizia Carminati (Università di Bergamo) Fabio Danelon (Università di Verona) Stefano Genetti (Università di Verona) Rosanna Gorris Camos (Università di Verona) Chiara Melloni (Università di Verona) Antonio Musarra (Harvard Center for Renaissance Studies I Tatti) Stefano Neri (Università di Verona) Nicola Pace (Università Statale di Milano) Paolo Rinoldi (Università di Parma) Arnaldo Soldani (Università di Verona) Franco Tomasi (Università di Padova) Martina Tosello (Ferrara) Carlo Varotti (Università di Parma) Luciano Zampese (Université de Génève) Emanuele Zinato (Università di Padova) Progetto grafico / Graphic design Jelena Radojev (Università di Parma) † Direttore responsabile: Rinaldo Rinaldi Autorizzazione Tribunale di Parma n. 14 del 27 maggio 2010 © Copyright 2019 – ISSN: 2039-0114 INDEX / CONTENTS Speciale TRACCE, MEMORIE E SINTOMI. LA CITAZIONE TRA FILOLOGIA, LETTERATURA E LINGUISTICA a cura di Marco Duranti, Jacopo Galavotti, Marco Magnani, Marco Robecchi Presentazione 3-9 Forme e tipologie dell’autocitazione negli scritti di Epicuro VINCENZO DAMIANI (Universität Würzburg) 11-31 La voce di Omero. Tecniche della citazione nei dialoghi filosofici di Luciano MICHELE SOLITARIO (Eberhard Karls Universität Tübingen) 33-54 La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo DARIO INTERNULLO (Università di Roma Tre) 55-79 I “Vers de la Mort” di Hélinant de Froidmont: citazione e diffusione di una forma metrica MICHELA MARGANI (Università di Macerata) 81-101 Dal latino al volgare. Echi catulliani nei “Rerum Vulgarium Fragmenta” DONATELLA NISI (Università del Salento) 103-115 “Mutatio caparum”. Las citas de origen latino en el “Quijote” de Cervantes BEATRIZ DE LA FUENTE MARINA (Universidad de Salamanca) 117-145 Storia dell’endecasillabo infame. “Sudate, o fochi, a preparar metalli” FRANCESCO SAMARINI (Indiana University – Bloomington) 147-165 Ammirazione o rivalità? Silvio Pellico nei “Mémoires d’outre-tombe” MARGUERITE BORDRY (Sorbonne Université – Paris) 167-178 Curzio Malaparte e i Russi. Citazioni e allusioni nel “Ballo al Kremlino” CARLA MARIA GIACOBBE (Università Statale di Milano) 179-191 Poesia nella prosa. Citazioni esplicite e implicite in Luigi Meneghello ANNA GALLIA (Università di Pavia) 193-202 La citazione meccanica. Una rassegna sul fenomeno dell’ecolalia GRETA MAZZAGGIO (Università di Trento) 203-212 MATERIALI / MATERIALS “Droit au gué de l’Espine vait”. Testi e parole in prestito nel “Lai de l’Espine” MARGHERITA LECCO (Università di Genova) 215-229 Micòl e Felicita. Guido Gozzano nel “Giardino dei Finzi-Contini” VALTER BOGGIONE (Università di Torino) 231-258 Il Raskol’nikov afghano di Atiq Rahimi. Una riscrittura dostoevskiana GIULIA BASELICA (Università di Torino) 259-269 Parole Rubate / Purloined Letters http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 19 / Issue no. 19 – Giugno 2019 / June 2019 DARIO INTERNULLO LA CITAZIONE IN CANCELLERIA. IL COMUNE DI ROMA NEL MEDIOEVO 1. Storiografia, metodi, interrogativi Quando si intende riflettere in maniera articolata e interdisciplinare su una tematica ad ampio raggio, quale è per l’appunto la citazione, spunti interessanti possono venire anche dal versante degli storici, più precisamente da alcune riflessioni intorno a un tipo di testi, testimonianze se vogliamo, ancora poco praticato dal punto di vista della citazione eppure ricco di potenzialità in tal senso: la documentazione epistolare pubblica del tardo medioevo. Una documentazione, cioè, prodotta dalle cancellerie di autorità come re, imperatori, papi e comuni nel rispetto di precisi vincoli formali e parallelamente in perfetta rispondenza con i trattati di teoria epistolare dell’epoca.1 1 Sul documento pubblico si veda A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Roma, Jouvence, 1999, pp. 39-46; V. Crescenzi, La rappresentazione dell’evento giuridico. Origini e struttura della funzione documentaria, Roma, Carocci, 2005; G. Nicolaj, Lezioni di diplomatica generale, vol. I: Istituzioni, Roma, Bulzoni, Parole Rubate / Purloined Letters 56 Tali testimonianze, studiate per lungo tempo quasi esclusivamente da storici delle istituzioni e da diplomatisti, sono state molto di recente rivalutate anche come fonte utile alla storia della cultura e delle pratiche culturali, e questo soprattutto per merito di una corposa ricerca di Benoît Grévin sulle lettere di Pier della Vigna e sulla loro diffusione nell’Occidente tardomedievale. Studiando il caso particolare di Pier della Vigna, lo storico francese è infatti riuscito a mostrare come a partire dagli ultimi decenni del Duecento le lettere del grande dictator di Federico II abbiano cominciato a circolare, sotto forma di raccolte di modelli epistolari (o summae dictaminis), in tutto l’Occidente e, studiate spesso in ambienti scolastici, siano state poi utilizzate intensamente nelle più importanti cancellerie d’Europa come riferimento di scrittura retorica fino al Quattrocento inoltrato, alimentando un fenomeno di omogeneizzazione del linguaggio politico occidentale.2 Di questa imponente ricerca ci preme sottolineare il metodo utilizzato per comprendere la diffusione della summa di Pier della Vigna: Grévin ha infatti cercato di individuare citazioni implicite e rielaborazioni delle lettere del dictator all’interno della documentazione pubblica delle più grandi cancellerie d’Europa. Ha dunque utilizzato un metodo di analisi di norma praticato da studiosi di letteratura, ma di recente preso in considerazione anche da alcuni storici avvezzi ai metodi della cosiddetta archeologia del testo medievale.3 Così, per fare un 2007, pp. 22-26 e pp. 98-134. Sulla cultura epistolare del tardo medioevo si veda Le ‘dictamen’ dans tous ses états. Perspectives de recherches sur la théorie et la pratique de l’‘ars dictaminis’ (XIe-XVe siècles), Actes du Colloque International de Paris, 5-6 Juillet 2012, études réunies par B. Grévin et A.-M. Turcan-Verkerk, Turnhout, Brepols, 2015. 2 Si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), Roma, École Française de Rome, 2008. 3 Si veda P. Chastang, L’archéologie du texte médiéval. Autour de travaux révents sur l’écrit au Moyen Âge, in “Annales. Histoire, Sciences sociales”, LXIII/2, 2008, pp. 245-269. Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 57 esempio, l’aver trovato nei diplomi del re di Francia tre, cinque, dieci righe prese in prestito dalle lettere del famoso dictator, e certamente riadattate alla circostanza, ha permesso allo studioso non soltanto di constatare la presenza di un manoscritto contenente la summa dictaminis all’interno della cancelleria regia, ma anche di comprendere le modalità con cui i funzionari hanno rielaborato il loro modello secondo le contingenze del momento e l’ideologia dell’istituzione politica che rappresentano.4 Insomma,la ricerca e l’individuazione di queste particolari citazioni permettono di portare alla luce la fisionomia e la dinamicità culturale di specifici gruppi e ambienti professionali. Ovviamente Pier della Vigna non è l’unico uomo di cultura a esser divenuto un riferimento nelle cancellerie: il suo caso può infatti esser messo in parallelo con quello di altri grandi dictatores come Tommaso da Capua, Riccardo da Pofi, Guido Faba e altri ancora, i quali, a loro volta, hanno integrato modelli molto più antichi e presenti già da tempo nelle cancellerie, primo fra tutti Cassiodoro. Anche l’individuazione di prestiti dalle loro epistole, dunque, può dirci molto su alcune delle pratiche scrittorie della cancelleria presa in considerazione, in particolare sulla composizione di scritture retoriche della diplomazia, e sulla cultura dei funzionari che operano all’interno di essa. Ora, se ciascuna di queste sillogi epistolari ha beneficiato di numerosi studi, collocabili nel contesto di una recente rivalutazione storiografica complessiva della trattatistica epistolare tardomedievale, il rapporto fra tali raccolte e le pratiche di cancelleria è un tema ancora poco studiato nei suoi aspetti più concreti, soprattutto per quanto riguarda l’Italia 4 Si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), cit., pp. 539-888. Parole Rubate / Purloined Letters 58 centro-settentrionale, cioè l’Italia comunale e signorile.5 Il fatto è comprensibile, se pensiamo alla grande varietà di sperimentazioni politiche che nel corso di due secoli e mezzo si manifestarono in quest’area e dunque alla difficoltà di porre a confronto realtà e fonti tanto numerose quanto tipologicamente variegate e variamente dislocate nello spazio. Per le riflessioni che qui proponiamo prenderemo dunque in esame un caso di studio appartenente a quest’area: quello del comune romano. Nonostante diversi aspetti della Roma medievale soffrano ancora di antichi paradigmi storiografici in grado di offuscare il dettato delle fonti, e nonostante la storia del comune romano abbia a che fare con lacune ingenti, almeno in questo frangente la città costituisce un caso fortunato, perché effettivamente sono stati individuati diversi usi delle lettere di Pier della Vigna nella produzione epistolare di questo comune. In particolare, essi emergono nelle lettere composte a titolo ufficiale da Cola di Rienzo nel periodo in cui egli fu ai vertici del comune dopo aver realizzato un colpo di stato (1347).6 Cola è tuttavia un personaggio assai complesso sia dal punto di vista intellettuale che da quello politico, senza contare che il suo governo 5 Si veda ivi, pp. 750-858. Sull’Italia comunale e signorile si veda J.-C. Maire Vigueur e E. Faini, Il sistema politico dei comuni italiani (secoli XII-XIV), MilanoTorino, Bruno Mondadori, 2010; Signorie cittadine nell’Italia comunale, a cura di J.-C. Maire Vigueur, Viella, Roma 2013; C. Wickham, Sonnambuli verso un nuovo mondo. L’affermazione dei comuni italiani nel XII secolo, Roma, Viella, 2017. Per il rapporto tra dictamen e storia dei comuni si veda F. Hartmann, Ars dictaminis. Briefsteller und verbale Kommunikation in den italienischen Stadtkommunen des 11. bis 13. Jahrhunderts, Ostfildern, Thorbecke, 2013. 6 Si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), cit., pp. 803-823. Sui paradigmi storiografici e sulla documentazione romana tardomedievale si veda C. Carbonetti, Le scritture del comune di Roma nel medioevo, in Roma e il suo territorio nel medioevo. Le fonti scritte fra tradizione e innovazione, Atti del Convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei Paleografi e Diplomatisti (Roma, 25-29 ottobre 2012), a cura di C. Carbonetti, S. Lucà e M. Signorini, Spoleto, Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo – CISAM, 2015, pp. 293-342 e D. Internullo, Ai margini dei giganti. La vita intellettuale dei romani nel Trecento (1305-1367 ca.), Roma, Viella, 2016, pp. 3-14. Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 59 è ritenuto da molti come una parentesi eccezionale nella storia dell’Urbe. Sarà dunque necessario estendere l’analisi al più ampio corpus della documentazione pubblica romana nel periodo comunale (1143-1398), se si desidera comprendere a pieno le pratiche di scrittura retorica interne alla cancelleria romana. L’obiettivo di questo studio è quello di estendere l’analisi dei reimpieghi testuali7 a un numero di scritture epistolari pubbliche del comune abbastanza ampio da coprire l’intero arco cronologico della sua storia. Più precisamente, si è cercato di individuare all’interno della documentazione parole, frasi e brani presi in prestito da modelli epistolari preesistenti e riadattati alla circostanza. In questa sede si darà conto dei risultati di tale ricerca. A una parentesi preliminare, volta a fornire al lettore alcune coordinate utili a orientarsi nella documentazione presa in considerazione, seguirà l’illustrazione di alcuni esempi significativi all’interno di considerazioni più generali sulle pratiche in questione, per concludere con le acquisizioni storiografiche che questo tipo di analisi comporta e, parallelamente, con una nota sulle potenzialità del suo metodo. Chi sono i responsabili delle scritture retoriche romane? In quale contesto politico hanno operato? Quali modelli hanno utilizzato per comporre le loro scritture retoriche? In che modo hanno li hanno rielaborati? Più in generale, cosa ci può dire un reimpiego testuale in un documento di cancelleria? Sono questi i principali interrogativi intorno ai quali ruoteranno le pagine che seguono. 7 Si veda A. Esch, Reimpiego, in Enciclopedia dell’arte medievale, diretta da A. M. Romanini, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1998, vol. IX, pp. 876-883 e U. Eco, Riflessioni sulle tecniche di citazione nel medioevo, in Ideologie e pratiche del reimpiego nell’alto Medioevo, Spoleto, CISAM, 1999, pp. 461-484. Parole Rubate / Purloined Letters 66 per quam equidem nobis et vobis ceterisque illam conservantibus utilitates et lucra generantur quamplurima et hostibus nostris vestrisque male merentibus digna preparantur exitia.” “Praeterea ferrarias praedictae Dalmatiae cuniculo te veritatis iubemus inquirere, ubi rigorem ferri parturit terrena mollities et igne decoquitur ut in duritiam transferatur. Hinc auxiliante Deo patriae defensio venit, hinc agrorum utilitas procuratur et in usus humane vitae multiplici commoditate porrigitur. Auro ipsi imperat et servire cogit locupletes pauperibus constanter armatis. Convenit itaque hanc speciem diligenti indagatione rimari, per quam et nobis generantur lucra et hostibus procurantur exitia.”16 Nella Varia il re goto aveva ingiunto al comes Simeonio di recarsi in Dalmazia per esaminare, attraverso scavi, le miniere della zona con il fine di ricavarne ferro. È grazie a questo materiale, scrive l’antico funzionario alludendo alla possibilità di fabbricare armi, che è possibile difendere la patria, ed è sempre grazie a questo materiale che è possibile coltivare i campi, alludendo qui invece agli strumenti agricoli. Partendo dal dettato della lettera, i notai del comune romano hanno rielaborato il testo facendo in modo che i concetti espressi (patriae defensio e agrorum utilitas ora divenuto fertilitas) fossero associati non più al ferro della Dalmazia, bensì alla pace che i senatori hanno stipulato con il pontefice. È la pace, adesso, a far sì che i campi siano fertili e che la patria rimanga ben difesa. L’esempio mostra un’operazione complessa e anche piuttosto audace, dal momento che riplasma alcune immagini associate al ferro in una direzione quasi contraria a quella del modello, avvicinandoci finalmente alla versatile cultura pragmatica dei notai romani. Il secondo atto è datato al 1244, momento in cui il comune è in mano a coppie di senatori provenienti dalle fila del baronato romano. In questo 16 Codice diplomatico del Senato romano, cit., vol. I, p. 71 (nr. 42) e M. A. Cassiodoro, Variarum libri XII, cura et studio A. J. Fridh, Turnhout, Brepols, 1973, pp. 115-116 (III 25). Grassetto nostro. Per un commento storico esaustivo si veda l’edizione delle Varie, a cura di A. Giardina, Roma, “L’Erma” di Bretschneider, 2014-2016, voll. II (libri III-V), III (libri VI-VI), IV (libri VIII-X) e V (libri XI-XII). Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 67 caso il documento, altro privilegio redatto a nome di Annibaldo Annibaldi e Napoleone Orsini, contiene la conferma delle prerogative che diversi anni prima il senatore Annibaldo aveva concesso ai canonici di S. Pietro in merito alla giurisdizione, alle sepolture e alle attività economiche, cui si aggiungono ora alcuni divieti per chiunque abbia intenzione di mercanteggiare nei pressi della basilica. Un privilegio di tal fatta, trattando di una delle più importanti chiese di Roma, aveva bisogno di un preambolo altisonante, in grado di rappresentare i senatori come figure tanto rispettose della sfera sacra del divino quanto temibili nei confronti dei laici loro sottoposti: non si sarebbe potuto scegliere modello migliore della Varia, VIII, 24 con la quali il re Atalarico aveva concesso al clero romano una serie di privilegi fiscali e giurisdizionali, ben relazionabili a quelli in questione: “Tanto divinitati plurima debemus, quanto a ceteris Romane Urbis mortalibus in laycali ordine constitutis nunc maiora suscepimus. Nam quid simile rependat Deo qui senatorie dignitate potitur, que pars est corporis imperialis? Sed licet pro tanto munere nichil compensari posset idonee, ipsi tamen gratia redditur, dum in servientibus honoratur. Namque inter cetera loca Divino cultui deputata basilicam Beati Petri, in qua Domino militatis, volumus et debemus in omnibus et per omnia venerari, quia is civis gaudet vocabulo et spetiali protectione letatur [...]. Et sedes eius toto orbe mirabilis proprios tegit affectione cultores, que, etsi generalis mundo sit prestita, nobis etiam et Romanis cognoscitur et localiter attributa tenemus, nempe aliquid sanctorum apostolorum proprium, quando confessiones illas quas videre universitas appetit, Roma felicior in suis finibus habere promeruit; nil quoque timemus, talibus dum sumus patronis muniti.” “Tanto divinitati plurima debemus, quanto a ceteris mortalibus maiora suscipimus: nam quid simile rependat Deo, qui potitur imperio? Sed licet pro tanto munere nihil compensari possit idonee, ipsi tamen gratia redditur, dum in servientibus honoratur. Itaque flebili aditione causamini hoc fuisse longae consuetudinis institutum, ut, si quis sacrosanctae Romanae ecclesiae servientem aliqua crederet actione pulsandum. [...] Sedes illa toto orbe mirabilis proprios tegat affectione cultoresquae, licet generalis mundo sit praestita, nobis etiam cognoscitur et localiter attributa. Tenemus aliquid sanctorum apostolorum proprium, si peccatis dividentibus non reddatur alienum, quando confessiones illas quas videre Parole Rubate / Purloined Letters 68 universitas appetit, Roma felicior in suis sinibus habere promeruit. Nihil ergo timemus talibus patronis si oratio non desistat antistitis.”17 L’apertura dell’epistola di Cassiodoro è stata ripresa quasi alla lettera dai notai del comune, salvo l’aggiunta di alcune specificazioni: i mortali divengono ora coloro che appartengono all’ordine dei laici, coloro cioè contro i quali il privilegio rivolge alcuni divieti; mentre l’Impero è sostituito dal Senato, definito in ogni caso come parte del corpo imperiale secondo una prassi che mostra assai bene l’idea piuttosto superba che i senatori avevano della loro istituzione. Poco più avanti, nel testo, una sezione volta a esaltare la città di Roma e il suo legame con gli apostoli reimpiega un’altra Varia, la XI, 2 in cui Cassiodoro, appena nominato prefetto del pretorio, scrive con toni lieti a papa Giovanni II per renderlo partecipe di tale nomina. 4. I reimpieghi testuali: Pier della Vigna Con i documenti che seguono ci affacciamo alla Roma del Trecento, una Roma che assiste a mutamenti importanti, tra i quali l’allontanamento della Curia dal territorio laziale per più di sessant’anni e l’estensione dell’accesso alla cultura scritta, di conseguenza al notariato e ad altre professioni di natura intellettuale, anche a persone di estrazione sociale modesta.18 Dal nostro punto di vista la novità più interessante è il fatto che in questo periodo, nel palazzo senatorio, i notai hanno a disposizione nuovi strumenti per le loro scritture retoriche: le summae dictaminis, ossia le 17 Codice diplomatico del Senato, cit., vol. I, pp. 177-180 (nr. 108, dove si rimanda al documento nr. 72) e M. A. Cassiodoro, Variarum libri XII, cit., pp. 330-332 e pp. 426-428 (VIII, 24 e XI, 2). Grassetto nostro. 18 Si veda D. Internullo, Ai margini dei giganti. La vita intellettuale dei romani nel Trecento (1305-1367 ca.), cit., pp. 192-215 e pp. 366-382. Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 69 raccolte di modelli epistolari tratte dalla produzione dei più famosi funzionari di cancelleria del Duecento. Nel 1342 giunse ad Avignone un’ambasciata composta da diversi rappresentanti della nobiltà romana per conferire la signoria vitalizia su Roma (si trattava di un atto puramente formale) al pontefice Clemente VI; in realtà il fine più concreto era quello di restituire a Roma il ruolo di capitale della cristianità che le spettava, invocando il ritorno del papa e l’anticipazione del giubileo.19 Pur non tornando a Roma, pochi mesi dopo il papa scelse di accordare l’anticipazione del giubileo, il che suscitò nei romani una gioia immensa. Gli ambasciatori della nobiltà, fra i quali si contano un senatore e diversi funzionari del comune, decisero allora di redigere un resoconto dell’ambasciata piuttosto retorico, in cui sarebbe stato l’intero mondo a dover gioire per il lieto evento: “Exultet in gloria virtus Altissimi, resultet beatorum spiritum ierarchia, iocundetur populorum turba et pro tanti doni leticia mundus gaudeat universus! [...] honor et tripudium apud omnes populos cum exultacione et laudum preconio ab omnibus exolvatur et dies festus cum ingenti leticia devocius ab omnibus celebretur.” “Exultet iam universa turba fidelium, exultet totum collegium dilectorum, exultet inter ceteros vester animus, et pro tanta victoria principis precipue gaudeatis! [...] Exultet iam romani culmen Imperii, et pro tanta victoria principis mundus gaudeat universus [...] Quapropter imperiale festum victorie sollempni gaudio fideles populi celebrantes, de tanti trophei preconiis ingenti letitia gaudeatis.”20 19 Si veda T. di Carpegna Falconieri, Cola di Rienzo, Roma, Salerno, 2002, pp. 44-45. 20 Briefwechsel des Cola di Rienzo, Hrsg. von K. Burdach und P. Piur, Berlin, Weidmann, 1912, vol. III, pp. 1-4 (nr. 1) e L’epistolario di Pier della Vigna, a cura di E. D’Angelo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, pp. 259-261 e p. 395 (Summa dictaminis, II, 1 e II, 45). Grassetto nostro. Il documento attribuito a Cola di Rienzo circolò sotto il nome collettivo degli ambasciatori romani (fra i suoi autori, deve esserci stato Lello Tosetti, l’amico di Francesco Petrarca): si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), cit., pp. 805-806. Modello comune ai romani e a Pier della Vigna sembra essere l’Exultet pasquale: ringraziamo Enrico Faini per la segnalazione. Parole Rubate / Purloined Letters 70 Per costruire tale immagine, chi compose il testo aveva a disposizione la Summa dictaminis di Pier della Vigna, della quale rielaborò una lettera relativa alla vittoria di Manfredi contro l’esercito papale (sic!) nel 1254 e un’altra concernente l’annuncio della vittoria di Federico II contro le truppe comunali lombarde a Cortenuova. Il tutto, ovviamente (e verosimilmente con qualche difficoltà), facendo in modo di eliminare ogni riferimento all’Impero e all’imperatore. È difficile ricostruire il contesto di composizione di questo documento, poiché, a quanto pare, esso fu approntato in seno all’ambasciata ad Avignone e non nella cancelleria romana. È tuttavia plausibile che i nobili romani e i loro notai, pensando alle esigenze di scrittura relative alla loro missione, abbiano fatto in modo di avere con sé tutta la strumentazione utile allo scopo; e fra pergamene, registri, calami e formulari, doveva trovarsi anche la silloge del grande logoteta di Federico II. Il documento dell’ambasciata nobiliare non è il solo a far uso di questi nuovi ed efficaci strumenti. Molta documentazione ufficiale prodotta a nome di Cola di Rienzo, dopo la sua presa del potere nel maggio 1347, presenta infatti rielaborazioni delle lettere di Pier della Vigna. Fra i molti esempi individuati da Grévin nella sua ricerca si si citeranno qui i più limpidi, quelli cioè delle lettere che il tribuno ha fatto inviare al comune di Firenze per avanzare richieste di aiuto militare contro le forze avverse dei baroni laziali. In una di esse, contenente inoltre un resoconto della vittoria dell’esercito di Cola sulle truppe del prefetto di Roma, Giovanni di Vico, l’autore del testo ha proceduto a un accurato gioco di ricomposizione a partire da un bollettino di vittoria sulla presa di Faenza da parte di Federico II (1241): “Adaucte a spiritu sancto continue nostre prosperitatis auspicia, quibus misericorditer Dominus dirigit et protegit gressus nostros, amicitie vestre Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 71 significamus ad gaudium ut sicut estis laborum nostrorum amicabili et filiali devotione participes, nostre quietis et gaudii non sitis expertes. Sane Iohannes de Vico, Urbis prefectus, contra quem per victoriosum exercitum Iustitie mucrone processimus, non valens ulterius se tueri, personaliter ad obbedientam nostram venit, et nostros humiliter prostratus ad pedes veniam petiit reverenter, roccha Rispampani restituta. Nosque de errantium conversione et reductione letantes et misericordia uti cum eo et aliis disponentes, ipsum benigne recepimus et clementer, et prestito per eumdem de parendo mandatis sancte matris ecclesie, sedis apostolice, Romani populi atque nostris debito iuramento in pleno publico et solempnissimo parlamento ipsum petentem suppliciter restituimus de plenitudine gratie ad prefectoriam dignitatem et singulos pristinos ad honores, ita eum benigne tractantes, ut victus et nostram misericordiam prosecutus nil gratius nilque suavius iugo pie Romane iustitie sentiat humiles experiri.” “Adaucte nobis continue felicitatis auspicia, quibus dextera Domini prosequitur gressus nostros, desiderium vestrum voluimus non latere. Cum enim in obsidione Faventie preterita hieme fixa fuerint victricia nostra castra et insultibus propter asperitatem temporis non pateret [...] verni temporis adveniente temperie, cum non confiderent ulterius se tueri, misericordiam nostram tandem humiliter implorarunt et die [...] cum omni devotione se ad mandata nostra convertens, quamquam suis diffisa meritis, de nostra tamen, que suis preponderabat excessibus, pietate confisa dictioni nostre colla subiecit, et corporalis fidelitas debite prestito iuramento et omnibus aliis illicitis iuramentis, que fecerat, penitus abiuratis. Nos igitur, [...] civitatem eamdem et cives eius in gratia nostra clementer accepimus et reos absolvimus ac offensas remisimus, quas patrarant, captivis eorum liberaliter liberatis; et tamdem eis de nostra gratia confidentiam dedimus, ut victi nostramque misericordiam consecuti victorie nostre denuo congaudeant, et nichil dulcius nichilque suavius iugo Imperii sentiant experiri [...] Que omnia vobis significamus ad gaudium, ut sicut estis nostrorum successuum avidi, sic sitis participes triumphorum.”21 Nel suo sviluppo narrativo il testo segue fedelmente la lettera di Pier della Vigna, sia in alcune sue parti specifiche come il preambolo e la chiusa della narrazione, sia nella struttura complessiva fino al momento in cui Giovanni di Vico si sottomette, dopo esser stato graziato, al giogo della pia giustizia Romana. Un concetto, quest’ultimo, senza dubbio ispirato al giogo dell’impero così ben esaltato dal dictator di Federico II. 21 Briefwechsel des Cola di Rienzo, cit., vol. III, pp. 61-62 (nr. 21) e L’epistolario di Pier della Vigna, cit., pp. 114-119 (Summa dictaminis, I, 8). Si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), cit., pp. 813-815. Grassetto nostro. Parole Rubate / Purloined Letters 72 In un altro documento, affine al precedente per forma, contenuti e destinazione, la captatio benevolentiae del preambolo è palesemente presa in prestito, con rielaborazioni piuttosto lievi, dalla lettera con cui Federico II esplicitava al re di Castiglia la volontà di allearsi con lui per fare avanzare un’azione comune contro la condotta del papa: “Pensantes pure dilectionis affectum, quem ad vos ex antique memoria unitatis et moderni temporis consideratione habemus, indubie credimus, quod sicut vos sincere diligimus, ita nos vice mutua diligatis [...] .” “Pensantes amoris affectum, quem ad vos semper habuimus hactenus et habemus illesum firmiter credimus, ut sicut nos honorem vestrum et commoda libenter amplectimur, sic nos vice mutua diligatis [...] .”22 I due esempi mostrano bene l’uso intensivo della silloge da parte degli ideatori dei testi, ma non permettono di risolvere a pieno un problema: a comporli furono i notai al servizio del tribuno oppure il tribuno stesso, che di formazione era notaio e che nella produzione privata si mostra ben capace di elaborazioni retoriche del genere? Probabilmente non lo sapremo mai, tuttavia si può ben riflettere sul fatto che, all’interno della produzione epistolare prodotta da Cola a titolo personale, reimpieghi così evidenti non sono stati finora individuati.23 Dobbiamo allora pensare che i testi di questi documenti siano non tanto il frutto di una particolare abilità letteraria di Cola, quanto piuttosto un prodotto elaborato nella cancelleria del comune per mezzo di strumenti che al suo interno venivano messi a disposizione dei funzionari.24 Tale documentazione è pertanto ben riferibile 22 Briefwechsel des Cola di Rienzo, cit., vol. III, pp. 22-23 (nr. 33) e L’epistolario di Pier della Vigna, cit., pp. 138-141 (Summa dictaminis, I, 15). Grassetto nostro. 23 Si veda B. Grévin, Rhétorique du pouvoir médiéval. Les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique européen (XIII-XV siècle), cit., pp. 817822. 24 D’altra parte, riferendosi al tribunato di Cola di Rienzo, il cronista noto come Anonimo Romano riferisce che “aveva lo tribuno li moiti scrittori e moiti dittatori, li Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 73 alle pratiche cancelleresche comunali di reimpiego riscontrate nel XII e nel XIII secolo con le Variae di Cassiodoro e nel XIV con le summae dictaminis, e almeno da questo punto di vista rende la cultura del tribuno molto meno eccezionale di quanto finora si sia pensato. 5. Reimpieghi testuali nel tardo Trecento I reimpieghi del tardo Trecento chiariscono ancora meglio quanto abbiamo affermato. Ci interessa qui un gruppo di quattro lettere pubbliche emanate dal comune dei Reformatores reipublice tra il 1360 e il 1367.25 Conservate insieme ad altre in un medesimo registro, esse sono indirizzate ai capi del comune di Firenze e hanno l’obiettivo di informare costoro sull’operato dei senatori che hanno terminato il loro mandato, alcuni dei quali (ma forse la cosa vale per tutti) risultano esser stati inviati a Roma proprio dalla città toscana. Si comincia con una relazione sulle attività politiche e sui meriti del senatore e si giunge, nella sezione dispositiva, a informare i destinatari della cessazione del suo incarico, per concludere infine con l’esplicitazione dei legami di amicizia fra le due città. È soprattutto la parte elogiativa di questi documenti ad aver bisogno di una retorica complessa, persuasiva e ben collaudata, ed è proprio in queste sezioni che i notai del comune hanno scelto di combinare testi di una delle nuove summae dictaminis con quelli ben noti di Cassiodoro. Basti per tutti il testo di un documento del 1363, incentrato sull’operato del senatore quali non cessavano dì e notte scrivere lettere. Moiti erano li più famosi de terra de Roma” (cfr. Anonimo Romano, Cronica, a cura di G. Porta, Adelphi, Milano 1979, p. 162). 25 Sono emanati rispettivamente dai reformatores reipublice il primo (10 ottobre 1360), dai reformatores e dai banderesi e anteposti della Felix societas balistariorum et pavesatorum il secondo (30 maggio 1363), da tutte queste figure più un senatore forestiero il terzo (30 novembre 1363), ancora da reformatores, banderesi e anteposti il quarto (28 aprile 1367). Parole Rubate / Purloined Letters 74 Guelfo Pugliesi da Prato e assolutamente paragonabile agli altri anche dal punto di vista della prassi compositiva: “Viri magnifici et amici carissimi, equitati videtur accommodum, si efficaci actione laudatis, digna meritis vicissitudo prestatur. Consonum rationi dinoscitur, si famosos sui laboris fructus accipiant qui in comissis eis offitiis laudabile se gesserunt. Sane quantum favoris, quantumque retributionis et premii viro magnifico domino Guelfo de Pulgensibus de Prato militi, Dei gratia Urbis Alme dudum senatori illustri, amico nostro carissimo debeatur, in sui regiminis amministratione contingituret post hec eius famosa probitas indicat, ac eius opera laudabilia manifestant. Meretur etiam ratione multiplici favore, Romanorum attolli. Nam ipse vir utique probate virtutis et magne prudentie vir etiam alti consilii et industrie circumspecte, senatus Urbis officium utiliter et honorifice, viriliter et sapienter exercens, per decurso semestri tempore urbem Romanam, in quietis et pacis otio, sub virga equitatis et iustitie lima rexit. Et cuncta cum libra eque lancis appendens, auxit rempublicam satis amplis et felicibus inclementis (sic!). Tanta qui etiam se continentie virtute succinsit, ut equitatem et institueret monitis, et doceret exemplis. Faciliter enim, quod est rectum et iustum iudex innocens persuadet, sub cuius laudabili conversatione pudet moras probabiles non habere. Qui semper scelus exorreat, si monitorem sui complicem videt? Frustra personam severitatis ficte se induit, cum avarus pecunie ambitus dissuadet, cum legibus parcendum censet iniustus.”26 “Aequitati videtur accomodum si efficaci actione laudatis digna moribus vicissitudo praestetur. Habet enim suam gloriam, qui pensatis excubiis militarem noscitur promovere fortunam.” “Quid favoris, quidve retributionis et premii [...] notarius apud sedem apostolicam et celsitudinem regiam mereatur, in sue devotionis claritate colligitur, et preter hoc eius famosa et experta probitas indicat ac ipsius laudabilia merita manifestant. Meretur enim ratione multiplici gratia dicte sedis attolli. Nam ipse vir utique probitate (sic! = probate) virtutis et eminentis scientie vir et magni consilii et industrie circumspecte predecessoribus nostris Romanis pontificibus ac nobis et ecclesie romane valde fideliter et multum ultiliter longo tempore sine intermissione servivit.” “Vixit tanta continentia, ut aequitatem et institueret monitis et doceret exemplis. Facilis enim recti persuasor est innocens iudex, sub cuius praedicabili conversatione pudet mores probabiles non habere. Quis enim vereatur scelus, cuius in suggestu gremii complicem videt? In cassum personam fictae severitatis inducit, cum avarus pecuniae ambitum dissuadet, cum legibus parendum censet iniustus.”27 26 Firenze, Archivio di Stato, Capitoli, Registri, 16, ff. 99v-100r. Grassetto nostro. 27 Rispettivamente M. A. Cassiodoro, Variarum libri XII, cit., p.450 (XI, 29); Riccardo da Pofi, Summa dictaminis (62), in Paris, BNF, lat. 14766, ff. 144v-145r; M. A. Cassiodoro, Variarum libri XII, cit., pp. 13-16 (I, 4). Grassetto nostro. Dario Internullo, La citazione in cancelleria. Il comune di Roma nel Medioevo 75 L’elogio di Guelfo è un mosaico: esso si apre con la rielaborazione di una Varia di Cassiodoro volta a notificare, nel 534, la nomina di un regendarius, uno degli uffici che controllavano il sistema postale pubblico, modificando le allusioni alla fortuna militare in un più generale felice compimento del proprio incarico. Il testo prosegue, ma senza alcuna soluzione di continuità, prendendo a riferimento una lettera della summa di Riccardo da Pofi, dictator pontificio vissuto nel Duecento, nella quale un papa, quasi certamente Clemente IV (1265-1268), raccomanda un notaio al suo interlocutore, forse un re. Qui le modifiche riguardano soprattutto i riferimenti alla persona elogiata: le qualità intellettuali del notaio di Riccardo da Pofi divengono nel documento delle virtù politiche (da scientia a prudentia), a loro volta ampliate attraverso una serie di immagini metaforiche d’effetto (pacis otium, iustitie lima, virga equitatis). Si torna infine alle Variae, stavolta copiando senza modifiche sostanziali parte della famosa lettera in cui Cassiodoro aveva proposto un elogio di sé e del proprio operato a nome di Teodorico e rivolgendosi al Senato romano. È un ottimo esempio, questo, della persistenza di modelli antichi anche dopo la comparsa di nuovi e, soprattutto, della convivenza di entrambi all’interno dello stesso ambiente. In altre parole, l’analisi archeologica del documento mostra bene, in questi casi, la stratificazione culturale alla base dei singoli documenti. 6. Conclusioni Le citazioni implicite e le rielaborazioni di modelli epistolari individuate nella documentazione del comune romano assumono un valore particolare se osservate nel più ampio contesto delle attività scrittorie della cancelleria presa in considerazione. Dicono qualcosa in merito alla cultura del notaio che ha ideato il singolo testo e ci forniscono anche informazioni