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Tra memoria poetica e autocitazione. Ossessioni verbali e funerarie nell’“Arcadia”

Riccucci, Marina

Abstract

Ogni topos ha in Sannazaro la sua riscrittura, che scaturisce da un’incessante ricerca di soluzioni. Dall’esame di un manipolo di lemmi ed espressioni presenti nell’Arcadia, nelle liriche e nella scrittura in latino, si ricava l’enunciazione di un assioma universale e modernissimo: di fronte all’oblio imposto dalla morte, l’uomo ha un’unica consolazione, quella elargita dall’esistenza di un suolo che, non importa dove e come esso sia, custodisce comunque le spoglie mortali e concede, a chi pace non ha mai avuto o a chi pace ha irrimediabilmente perso, incorruttibile riposo.

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Rivista semestrale online / Biannual online journal http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 14 / Issue no. 14 Dicembre 2016 / December 2016 Direttore / Editor Rinaldo Rinaldi (Università di Parma) Comitato scientifico / Research Committee Mariolina Bongiovanni Bertini (Università di Parma) Dominique Budor (Université de la Sorbonne Nouvelle – Paris III) Roberto Greci (Università di Parma) Heinz Hofmann (Universität Tübingen) Bert W. Meijer (Nederlands Kunsthistorisch Instituut Firenze / Rijksuniversiteit Utrecht) María de las Nieves Muñiz Muñiz (Universitat de Barcelona) Diego Saglia (Università di Parma) Francesco Spera (Università di Milano) Segreteria di redazione / Editorial Staff Maria Elena Capitani (Università di Parma) Nicola Catelli (Università di Parma) Chiara Rolli (Università di Parma) Esperti esterni (fascicolo n. 14) / External referees (issue no. 14) Francesca Bortoletti – University of Leeds Stefano Carrai – Università di Siena Luca Curti – Università di Pisa Marco Faini – Università di Urbino Matteo Palumbo – Università di Napoli Federico II Fabio Pierangeli – Università di Roma “Tor Vergata” Progetto grafico / Graphic design Jelena Radojev (Università di Parma) † Direttore responsabile: Rinaldo Rinaldi Autorizzazione Tribunale di Parma n. 14 del 27 maggio 2010 © Copyright 2016 – ISSN: 2039-0114 INDEX / CONTENTS Speciale Sannazaro TERRITORI D’ARCADIA. FURTI E METAMORFOSI DELLA PAROLA a cura di Gianni Villani Presentazione 3-11 Virgilio e Boccaccio in Arcadia ERIC HAYWOOD (University College – Dublin) 13-33 La “sampogna” e la “musette”. Sannazaro e Jean Lemaire CARLO VECCE (Università di Napoli L’Orientale) 35-56 Autori, generi e stili in Sannazaro. Citazioni fra “Arcadia” e rime volgari ROSANGELA FANARA (Università di Pavia) 57-73 Tra memoria poetica e autocitazione. Ossessioni verbali e funerarie nell’“Arcadia” MARINA RICCUCCI (Università di Pisa) 75-93 Iacopo Sannazaro and the Creation of a Poetic Canon in Early Modern England ALESSANDRA PETRINA (Università di Verona) 95-118 Un filtro per i “Sepolcri”. Schede arcadiche foscoliane ORNELLA GONZALES Y REYERO (Liceo scientifico-linguistico “Agostino Maria De Carlo” – Giugliano) 119-130 Da Sannazaro a Manzoni. L’idillio a metà. GIANNI VILLANI (Roma) 131-157 Sincero personaggio in un romanzo storico napoletano CRISTIANA ANNA ADDESSO (Università di Napoli Federico II) 159-174 MATERIALI / MATERIALS Arte della variazione. I racconti di Gesualdo Bufalino ALESSANDRA CAPUTO (Università di Bologna) 177-188 Personaggi sulla graticola. Dostoevskij in Tiziano Scarpa ADRIANO FRAULINI (Università di Bologna) 189-196 Parole Rubate / Purloined Letters http://www.parolerubate.unipr.it Fascicolo n. 14 / Issue no. 14 – Dicembre 2016 / December 2016 MARINA RICCUCCI TRA MEMORIA POETICA E AUTOCITAZIONE. OSSESSIONI VERBALI E FUNERARIE NELL’“ARCADIA” “Sed et omnis terra sepulcrum” Iacopo Sannazaro, Eclogae piscatoriae 1. Per alcuni lemmi ripetuti: tecniche di autocitazione Sannazaro è poeta che trasceglie parole, che fa ruotare e muovere i significati, è colui che si autocita per costituire un apparato di senso e anche per modificarlo: giuoco raffinato di umanista, il suo, condotto con la perizia di un cesellatore. Nella quinta prosa dell’Arcadia, il gruppo di pastori al seguito di Opico – il Nestore del prosimetro – giunge presso il “venerando sepolcro” di Androgeo e si ferma ad ascoltare le lodi funebri che sul momento un “vaccaro”1 sta intessendo e intonando, animato dal desiderio di mantenere sempre viva la memoria del defunto pastore: 1 Cfr. I. Sannazaro, Arcadia, Introduzione e commento di C. Vecce, Roma, Carocci, 2013, p. 128 (V). Parole Rubate / Purloined Letters 76 “ […] e noi con le nostre sampogne ti cantamo e cantaremo sempre [...] E prima i velenosi tassi sudaranno mele dolcissimo, e i dolci fiori il faranno amaro; prima di inverno si meteranno le biade, e di estate coglieremo le nere olive, che mai per queste contrade si taccia la fama tua.”2 Nell’egloga che fa seguito alla prosa ed è l’accorato canto monodico “sovra la sepultura”,3 così Ergasto sul finire conferma: “Dunque fresche corone a la tua sacra tomba e voti di bifolci ognor vedrai; tal che in ogni stagione, quasi nova colomba, per bocche de’ pastor volando andrai; né verrà tempo mai che ’l tuo bel nome extingua, mentre serpenti in dumi saranno, e pesci in fiumi. Né sol vivrai ne la mia stanca lingua, ma per pastor diversi in mille altre sampogne e mille versi.”4 Proclami simili, peraltro rilasciati in circostanze e contesti analoghi, sono piuttosto frequenti in Sannazaro, entro l’Arcadia e oltre l’Arcadia.5 2 Ivi, pp. 132-133 (V). 3 Cfr. ivi, p. 135 (Ve). Su certi nessi di quest’egloga con la prosa che precede si veda I. Becherucci, Le egloghe non egloghe dell’“Arcadia”, in Id., L’alterno canto del Sannazaro. Primi studi sull’“Arcadia”, Lecce, Pensa Multimedia, 2012, pp. 79-84. 4 I. Sannazaro, Arcadia, cit., pp. 137-138 (Ve, 53-65). Sottolineature nostre. 5 Tale circolarità tematica è peraltro uno degli aspetti della unitarietà di ispirazione che presiede all’opera di Sannazaro, in ragione di un assai probabile “sforzo di controllo che mira tendenzialmente a farsi globale” (cfr. G. Velli, Sannazaro e le “Partheniae Myricae”. Forma e significato dell’“Arcadia”, in Id., Tra lettura e creazione. Sannazaro. Alfieri. Foscolo, Padova, Antenore, 1983, p. 37). Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 77 L’attenzione sarà focalizzata su un corpus (circoscritto ma non esiguo) di testi, tutti incentrati su un oggetto, il tumulo di pontaniana ascendenza, e sulla funzione che il tumulo riveste: quella funzione particolarissima, poetica e metapoetica, che la critica sannazariana ha in diversi momenti e sotto diversi aspetti avvertito e illustrato, al segno che proprio l’Arcadia, per la “ossessione funeraria” che l’attraversa, è stata a ragione definita “un giardino cimiteriale”.6 Annunci del genere, sulla base di echi e memorie classiche, lanciò infatti Sannazaro anche in latino, come nell’epigramma De Hybla: “Hybla, mei quondam dulcissima cura Marulli, Hybla, suburbano nuper humata solo, accipe quae multo promuntur verba dolore, accipe de lacrimis humida serta meis. Te rosa, te violae, te mollis amaracus ornet: te pia suspenso pondere velet humus. Et tibi, quod rarae possunt sperare puellae, contingant vatis carmina docta tui.”7 O nell’elegia In morum candidam: “‘Tu [scil. morus], nec fata negant, niveis uberrima pomis, his olim stabis frondea limitibus; et circum puerique canent, facilesque puellae, ducentesque festos ad tua sacra choros’. Hactenus insigni cecinit testudine Musa: Aoniasque volans laeta revisit aquas.”8 6 Cfr. R. Rinaldi, Dal silenzio al ricordo. Conquista della scrittura nell’“Arcadia”, in Id., Rinascimenti. Immagini e modelli dall’ “Arcadia” al Tassoni, Milano, FrancoAngeli, 2010, p. 41. 7 J. Sannazaro, Epigrammaton, in Id., Latin Poetry, translated by M. C. J. Putnam, Cambridge (Mass.) – London, Harvard University Press, 2009, p. 284 (I, xlii). Parole Rubate / Purloined Letters 78 Ma è nell’undicesima prosa dell’Arcadia e nell’egloga corrispondente che il lettore viene (ri)collocato in una situazione sotto molti aspetti simile a quella della prosa e dell’egloga quinta, come se Sannazaro volesse che le due sezioni del prosimetro fossero considerate speculari e lette in parallelo.9 Già nella prosa precedente (la decima) si dice di un monumento funebre, quello in onore di Massilia madre di Ergasto (“e vide l’alto sepolcro ove le riverende ossa di Massilia si riposano con eterna quiete”),10 mentre nell’egloga undicesima il canto dello stesso Ergasto ribadisce l’intenzione di celebrare chi nel sepolcro riposa: “Tu [scil. fiume] la bella sirena11 in tutto il mondo facesti nota con sì altera tomba: quel fu ’l primo dolor, quest’è ’l secondo. Fa che costei ritrove un’altra tromba che di lei cante, acciò che s’oda sempre il nome che da se stesso rimbomba. E se per pioggia mai non si distempre 8 Id., Elegiarum, ivi, p. 210 (II, iv, 73-78). 9 Si veda F. Tateo, La crisi culturale di Jacobo Sannazaro, in Id., Tradizione e realtà nell’Umanesimo italiano, Bari, Dedalo Libri, 1967, p. 43. 10 Cfr. I. Sannazaro, Arcadia, cit., p. 235 (X). In Androgeo e Massilia si adombrano, pare, il padre e la madre del poeta: Ergasto sarebbe dunque l’alter ego dello scrittore, esattamente come Sincero. Sulla vita di Sannazaro si veda E. Pércopo, Vita di Jacobo Sannazaro, a cura di G. Brognoligo, in “Archivio storico per le province napoletane”, LVI, 1931, pp. 87-198; M. Corti, Ma quando è nato Iacobo Sannazaro?, in Collected Essays on Italian Language & Literature Presented to Kathleen Speight, edited by G. Aquilecchia, S. N. Cristea and Sh. Ralphs, Manchester – New York, Manchester University Press, 1971, pp. 45-53; E. Fenzi, L’impossibile Arcadia di Iacopo Sannazaro, in Iacopo Sannazaro. La cultura napoletana nell’Europa del Rinascimento, a cura di P. Sabbatino, Firenze, Olschki, 2009, pp. 71-95. 11 Impossibile determinare chi si celi dietro la “sirena”, sebbene i commentatori propendano a prioritariamente scorgervi un’allusione alla ninfa Partenope. Cfr. J. Sannazaro, Phyllis, in Id., Eclogae piscatorie, in Id., Latin Poetry, cit., pp. 108-110 (I, 101-105): “Interea tumulo supremum hoc accipe carmen, / carmen quod, tenui dum nectit arundine linum, / piscator legat et scopulo suspiret ab alto: / IN. GREMIO. PHYLLIS. RECVBAT. SIRENIS. AMATAE / CONSVRGIS. GEMINO. FELIX. SEBETHE. SEPVLCRO”. Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 79 il tuo bel corso, äita in qualche parte il rozzo stil, sì che pietade il tempre. Non che sia degno da notarsi in carte, ma che sol reste qui tra questi faggi, così colmo d’amor, privo d’ogn’arte; acciò che in questi tronchi aspri e selvaggi leggan gli altri pastor che qui verranno i bei costumi e gli atti onesti e saggi; e poi crescendo ognor più di anno in anno, memoria sia di lei fra selve e monti, mentre erbe in terra e stelle in ciel saranno. Fiere, ucelli, spelunche, alberi e fonti, uomini e dèi quel nome excelso e santo exalteran con versi alteri e conti.”12 Questi luoghi dell’Arcadia chiamano in causa, con il sottile procedimento delle eco reciproche, alcuni testi della raccolta Sonetti e Canzoni. Si consideri il sonetto Anima eletta che col tuo fattore, dedicato a qualcuno sepolto a Padova e di cui, però, non è dato individuare il nome: “Anima eletta che col tuo fattore ti godi assisa nei stellati chiostri, […] Venir vedra’mi a venerar la tomba ove lasciasti le reliquie sante, per cui sì chiara in ciel Padoa rimbomba. Ivi le lodi tue sì belle e tante, quantunque degne di più altera tromba, con voce dir mi udrai bassa e tremante.”13 12 Id., Arcadia, cit., pp. 283-284 (XIe, 91-111). Sottolineature nostre. 13 Id., Sonetti e Canzoni, in Id., Opere volgari, a cura di A. Mauro, Bari, Laterza, 1961, p. 139 (I, v, 1-2 e 9-14). Sottolineature nostre. Il sintagma “anima eletta” era Parole Rubate / Purloined Letters 86 Scriva in vento et in acqua il suo poema la man, che mai per te la penna tolse; e caggia il nome, e poca terra il prema!”27 In questa lirica e nel parallelo sonetto O di rara virtù gran tempo albergo il poeta dichiara, con toni per lui insolitamente aspri, di rinunciare per sempre a celebrare un nome divenuto ormai non solo indegno ma anche meritevole di oblio; il tacito riferimento è ad Alfonso, il figlio del re Ferrante d’Aragona, nonché nipote del Magnanimo, che aveva tradito le speranze in lui riposte sprofondando in un “cieco abisso di vizi empi e rei”.28 Lodato per le sue imprese da Boninsegni, da De Jennaro e da Boiardo,29 Alfonso aveva ricevuto l’elogio dello stesso Sannazaro nell’elegia Ad Alfonsum Ferdinandi filium Aragonium Siciliae regem e nella canzone Incliti spirti, a cui Fortuna arride;30 ma fu probabilmente la sua abdicazione a favore del giovane figlio Ferrandino di fronte all’esercito di Carlo VIII (3 febbraio 1495)31 a dettare al poeta il capovolgimento di giudizio. Proprio il ribaltamento semantico è allora il segno distintivo dei due sonetti di vituperium, che sembrano citare entrambi il tema delle egloghe arcadiche e del sonetto I, v (il forte e urgente bisogno di cantare un 27 I. Sannazaro, Sonetti e Canzoni, cit., p. 188 (II, lxxi). Sottolineatura nostra. 28 Cfr. ivi, p. 187 (II, lxx, 3). 29 Si veda A. Tissoni Benvenuti, Alfonso di Calabria e le “Pastorale” di Boiardo, in Studi in memoria di Paola Medioli Masotti, a cura di F. Magnani, Napoli, Loffredo, 1995, pp. 47-55. 30 Si veda J. Sannazaro, Elegiarum, cit., pp. 194 ss. (II, i) e Id., Sonetti e Canzoni, cit., pp. 184 ss. (II, lxix). La canzone e la decima egloga dell’Arcadia sono gli unici testi in cui l’autore fa riferimento alla congiura dei baroni, che minacciò seriamente l’equilibrio della corona aragonese negli anni 1484-1486. Sulla vicenda si veda G. Galasso, Il regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), Torino, UTET, 1992, pp. 687-714; M. Riccucci, Il “neghittoso” e il “fier connubbio”. Storia e filologia nell’“Arcadia” di Jacopo Sannazaro, Napoli, Liguori, 2001, pp. 35101. 31 Si veda M. Scherillo, Introduzione, in J. Sannazaro, Arcadia, secondo i manoscritti e le prime stampe, con note ed introduzione di M. Scherillo, Torino, Loescher, 1888, pp. XXIII-XXIV. Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 87 soggetto di onorevole fama), ma nello stesso tempo anche quello del sonetto II, lxxix (dove la “larga tomba” è una garanzia di fama eterna), mentre la “poca terra” è indubitabile segno che il morto, da vivo, non ha meritato memoria imperitura. 3. Le varianti di un motivo: la “brevis urna” di Federico d’Aragona Ogni topos ha in Sannazaro la sua riscrittura o la sua correzione, formulate l’una e l’altra sulla base di un’incessante ricerca di soluzioni, anche e non solo formali: come se il poeta napoletano non potesse accontentarsi di una soglia di quiete, come se il suo umanesimo gli imponesse di cercare sempre la variante che compone le mille facce della verità e della storia. Sannazaro modula concetti e parole, offre di volta in volta enunciati analoghi o affini ma con valenze spesso opposte o differenti, in un gioco di contraddizioni che è specchio di stile di un autore come lui, che frequenta numerosi generi e che spesso li mette in discussione, con incessante pratica sperimentale. Un buon esempio è dato, sempre nell’area funebre della scrittura sannazariana, dalle variazioni sul tema della tomba di piccole dimensioni. Il motivo è classico ed è già presente, per l’ambito bucolico volgare, nella già ricordata egloga Ganimede morto del Boninsegni. Qui l’autore rappresenta la ninfa Silvana ai piedi del sepolcro dell’amato Ganimede e le fa pronunciare queste parole di contrita afflizione: “O strecto albergo a sì compiute membra, di questa nostra etate onore et luce, in cui natura ogni sua possa assembra”.32 32 I. F. de’ Boninsegni, Bucolica, cit., c. nviiv (203-205). Sottolineatura nostra. Parole Rubate / Purloined Letters 88 Ma c’è anche nell’Arcadia, dove è toccata in sorte ad Androgeo, nonostante i suoi meriti e le sue virtù, una piccola tomba che lo condanna al silenzio: “Deh, tu solevi col dolce suono de la tua sampogna tutto il nostro bosco di dilettevole armonia far lieto: come ora, in picciol luogo richiuso, tra freddi sassi sei constretto di giacere in eterno silenzio?”33 È un destino che Androgeo condivide con Massilia, in memoria della quale Ergasto rimpiange di non aver potuto innalzare una degna sepoltura (“Materne ceneri, e voi castissime e reverende ossa […] la inimica Fortuna il potere mi ha tolto di farve qui un sepolcro eguale a questi monti”).34 La stessa cosa Sannazaro dice di Laura, lo abbiamo visto, nel sonetto II, lv (“e stiasi or chiusa in una oscura tomba”), ma anche della protagonista della canzone Spirto cortese, che, sì bella spoglia nelle Rime disperse (“Un picciol marmo copre quelle membra”)35 e perfino di Giulio Cesare nell’Epitafio a lui dedicato in un’altra dispersa (“Questa urna angusta il ciner sacro accoglie”).36 Il motivo, ugualmente trasferito da testo a testo in un fitto intrico di autocitazioni, riguarda anche il personaggio che ebbe un importante ruolo nella vita di Sannazaro: Federico d’Aragona, terzogenito del re di Napoli Ferrante e fratello del già ricordato Alfonso. Pensiamo a due testi latini in 33 I. Sannazaro, Arcadia, cit., pp. 129-130 (V). Sottolineatura nostra. 34 Cfr. ivi, p. 265 (XI). 35 Cfr. Id., Rime disperse, in Id., Opere volgari, cit., p. 238 (XIX, 42). La iunctura “picciol marmo” proviene da Rerum vulgarium fragmenta, CCCIV: “Quel foco è morto, e ’l copre un picciol marmo” (cfr. F. Petrarca, Canzoniere, cit., p. 1175, 304, 9). Cfr. anche P. J. De Jennaro, Pastorale, egloga XV, 69: “picciolo marmo li richiude et serra”; citata in E. Percopo, La prima imitazione dell’Arcadia. Aggiuntevi l’egloghe pastorali di P. J. De Jennaro e di Filenio Gallo, Napoli, Pierro, 1894, p. 157. 36 Cfr. I. Sannazaro, Rime disperse, cit., p. 226 (II, 5). Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 89 cui Federico è oggetto di luminose profezie, puntualmente e tragicamente smentite dalla storia, e innanzitutto all’elegia Ad Fredericum Ferdinandi filium Aragonium Siciliae regem. Qui, dopo aver narrato alcuni episodi della storia del Regno, l’autore rievoca il viaggio che Federico aveva fatto in Francia fra il 1475 e il 1477 e in particolare una lunga sosta a Nancy presso Carlo il Temerario di Borgogna. Sannazaro è molto severo con il duca, che ha promesso di dare sua figlia in sposa a Federico ma che tergiversa astutamente;37 e la morte di Carlo sul campo di battaglia (il 7 gennaio 1477) permette al poeta di profetizzare per lui un destino privo persino di un sepolcro che ne ricordi le imprese e ne protegga i resti: “Ter victus, ter iam castris exutus ab hoste, postremo miseram corruet ante diem. Nam deiectus equo, fossaque inventus in alta, obscoenam turpi sanguine tinget humum. Nec iam erit, extremos funus qui curet ad ignes, non lapis, incisis qui tegat ossa notis.”38 Subito dopo l’elegia evoca le gesta dell’Aragonese, del quale pronostica un futuro di gloria (“Tu celsus, tu sublimis, tu victor honorem / accipies, tibi quem Gallia tota dabit”)39 e già in apertura la studiata opposizione era preparata da un accenno alla tomba e all’epitaffio celebrativo che Federico (lui sì, a differenza del Borgognone) avrà meritato: “Nec tua facta olim titulo breve marmor habebit / immensum magni carminis illud opus”.40 Questo marmo che il poeta vorrebbe tutt’altro 37 Si veda C. Vecce, Jacopo Sannazaro in Francia. Scoperte di codici all’inizio del XVI secolo, Padova, Antenore, 1988, pp. 41-43. 38 J. Sannazaro, Elegiarum, cit., p. 236 (III, i,127-132). 39 Cfr. ibidem (III, i, 133-134). 40 Cfr. ivi, p. 230 (III, i, 31-32). Sottolineature nostre. Parole Rubate / Purloined Letters 90 che “breve” dovrà subire tuttavia un mesto ridimensionamento, scandito negli ultimi versi dell’elegia, composta, appunto, dopo la morte di Federico: “Federice, tuorum hic meta laborum / haesit; habet nostros haec brevis urna deos”.41 Ancora una volta evocando il tema del “picciol marmo” e riecheggiando, ancora una volta, le sue stesse parole, Sannazaro ricorda così l’epilogo doloroso del regno di Federico: costui salirà al trono nel 1496, ma andrà esule in Francia nel 1501 (con il fedele Sannazaro al seguito) ed esule morirà a Tours nel 1504.42 Il medesimo tragico epilogo è narrato da Proteus, un’egloga piscatoria in cui Sannazaro, come è noto, rivendica l’invenzione del genere bucolico di ambientazione marittima.43 Dedicata al duca di Calabria Ferdinando d’Aragona, il figlio di Federico, l’egloga gli si rivolge pregandolo di tornare presto a Napoli e ricordandogli il triste destino di suo padre: “Addit tristia fata, et te quem luget ademptum Italia infelix (sive id gravis ira deorum, seu fors dura tulit) trans altas evehit Alpes, mox agit Oceani prope litora, denique sistit spumantem ad Ligerim parvaque includit in urna. Heu sortem miserandam, heu pectora caeca futuri! Haecine te fessum tellus extrema manebat 41 Cfr. ivi, p. 240 (III, i, 183-184). Sottolineatura nostra. 42 Dal settembre 1501, di fatto, Federico è ‘prigioniero’ di Luigi XI e il 12 dicembre, a Blois, egli cede i diritti del Regno di Napoli al monarca francese. Due anni dopo Federico si insedia a Tours con la sua minuscola corte. Si veda C. Vecce, Jacopo Sannazaro in Francia, cit., pp. 41-43. 43 Si veda M. Riccucci, La profezia del vate. Sannazaro e il “caeruleus Proteus”, in “Nuova Rivista di Letteratura Italiana”, III, 2000, pp. 245-287; B. Puleio, Il metodo di lavoro di Jacopo Sannazaro nelle “Eclogae piscatoriae”, in “Critica Letteraria”, XXXI, 2003, pp. 211-234. Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 91 hospitiis post tot terraeque marisque labores?”44 La “parva […] urna” torna ancora una volta a segnare l’amarezza del poeta, che ha visto il proprio re morire in esilio e insieme l’ironia della storia, che ha smentito gli auspici della letteratura.45 Il sepolcro è tuttavia un risarcimento, per quanto piccolo e umile e indegno del morto, come dichiarano i versi successivi di Proteus: “Pone tamen gemitus, nec te monumenta parentum aut moveant sperata tuis tibi funera regnis. Grata quies patriae, sed et omnis terra sepulcrum.”46 Ogni luogo può offrire la pace di una tomba, testimonianza estrema di un’esistenza, traccia di un vissuto e un’identità irripetibili, ultimo atto di pietas dei vivi verso i morti. Anche questo tema e queste parole Sannazaro scrive e riscrive continuamente, in opere e secondo registri diversi, come nell’epigramma dedicato (ancora una volta) Ad Federicum regem: “Clausa quod effossis erumpunt ossa sepulcris, et reserant veteres putria saxa rogos […] Sume animos, Federice: tuis hic meta periclis haeret. Habent Manes et pia busta fidem” ;47 44 J. Sannazaro, Piscatoriae eclogae, in Id., Latin Poetry, cit., p. 132 (IV, 81-88). Sottolineatura nostra. 45 Avrebbe continuato a farlo anche dopo la morte del poeta: nel 1550 le spoglie Carlo il Temerario furono ospitate da una tomba solenne a Bruges, nella chiesa di Notre-Dame; Federico d’Aragona fu sepolto nella chiesa di Plessis-les-Tours, ma nel 1563 la tomba venne violata e i resti dispersi. 46 Ibidem (IV, 89-91). 47 Id., Epigrammaton, cit., pp. 256-258 (I, v, 1-2 e 9-10). Parole Rubate / Purloined Letters 92 ma anche nell’ottava egloga dell’Arcadia, dove l’infelice pastore Clonico invoca la morte invitando i compagni a innalzare sulle sue ossa una tomba: “Voi userete in me il pietoso officïo, e fra’ cipressi mi farete un tumolo, che sia nel mondo di mia morte indicïo”;48 e nel sonetto Glorïosa, possente, antica madre, dove il poeta chiede a Roma di accogliere le sue spoglie, poiché l’agognata quiete del sepolcro accoglie sempre la luce dell’imperitura memoria e concede riposo anche a colui che non ha mai avuto pace in vita: “ […] se salvo io èsca da le infeste squadre d’affanni, di dolor, di pensier mei, per aver pace, o Roma, in te vorrei finir queste mie notti oscure et adre; sì che fuor di pregion la carne stanca, dopo sì perigliosa e lunga guerra, si pòsi in una tomba schietta e bianca.”49 Che cosa concludere? Le osservazioni minimali che hanno riempito queste pagine confermano il profilo di un intellettuale che ancora riserva sorprese. L’abilità e la dedizione (quasi ossessiva) di Sannazaro nel proporre e riproporre determinati messaggi – in latino come in volgare – 48 Id., Arcadia, cit., p. 193 (VIIIe, 97-99). 49 Id., Sonetti e Canzoni, cit., pp. 206-207 (II, xciii, 5-11). Il motivo del bianco sepolcro, oltre che in Petrarca (“et voglio anzi un sepolcro bello et biancho”), si trova anche nell’Arcadia (“un albero […] sovra la bianca sepoltura stendeva i rami soi”) e nelle Piscatoriae eclogae (“et nivei venerarer saxa sepulcri”). Cfr. F. Petrarca, Canzoniere, cit., p. 419 (82, 5); I. Sannazaro, Arcadia, cit., p. 139 (VI); Id., Piscatoriae eclogae, cit., p. 104 (I, 35). Marina Riccucci, Tra memoria poetica e autocitazione 93 restituiscono l’immagine di un poeta che ha ostinatamente espugnato le tecniche della correzione e dell’autocorrezione, e di un uomo che ha tenacemente tentato, con la voce della letteratura, di tenere testa alle dinamiche gravi e dolorose della storia. Il verbum che tiene tutto, che tutto coagula; lo spazio angusto del metro – lirico, bucolico, elegiaco – che argina gli imponderabili della realtà: questa è una delle grandi lezioni del magistero sannazariano. Copyright © 2016 Parole rubate. Rivista internazionale di studi sulla citazione / Purloined Letters. An International Journal of Quotation Studies