Reimpiego e spolia nella tarda Antichità alla luce del materiale litico proveniente dal complesso archeologico di San Severo a Classe
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STUDIA HERCYNIA XXIII/1, 55–78 Reimpiego e spolia nella tarda Antichità alla luce del materiale litico proveniente dal complesso archeologico di San Severo aClasse Helena Tůmová– Enrico Cirelli ABSTRACT The article aims to present results of the analysis of stone artefacts (fragments of architectural decoration, sarcophagi, opus sectile) from the late antique basilica and adjacent medieval monastery of San Severo in Classe (Ravenna, Italy). The research is focused on the qualitative and quantitative study of stone artefacts with regards on signs of their reuse. Ahypothesis of the application of late antique materials in medieval reconstructions of San Severo monastic complex is discussed on the basis of lithotype and provenance study of stone artefacts and the late antique marble trade in the Mediterranean. KEYWORDS Basilica of San Severo in Classe (Ravenna, Italy); Late Antiquity; marble; trade; import; spolia; functional reuse; provenance study; Proconnesian marble. INTRODUZIONE IL SIGNIFICATO DI RAVENNA E DEL PORTO DI CLASSE NEL V–X SECOLO Ravenna (Fig. 1) ha vissuto il periodo della sua massima prosperità economica e sviluppo culturale durante il Ve VI secolo d.C. come sedes imperialis della Pars Occidentalis, apartire dal trasferimento della corte imperiale nel 402 da Milano aRavenna, causato soprattutto da motivi strategici (buona viabilità, l’accesso immediato al mare) e politici (contatti facilitati con Costantinopoli nonché il suo status di “disembedded capital” come la definisce Deliyannis: Deliyannis 2010, 3, 41, 309). Lo spostamento della sede imperiale determinò alcuni cambiamenti non solo nella città di Ravenna, ma anche nelle zone limitrofe, nell’entroterra: l’intensificazione dell’attività edilizia, produttiva e commerciale, e dell’economia interregionale. Questi cambiamenti hanno avuto un impatto nell’infrastruttura dell’intera regione, grazie alla ripresa di contatti più stretti con Roma e con le regioni centro -italiche e infine anche con Costantinopoli (cfr. Antonellietal. 2016, 354). La prosperità e l‘influsso culturale di Ravenna sul resto della penisola continuò anche durante il regno ostrogoto, soprattutto con Teoderico (493–526).1 Nonostante le circostanze infauste della querra gotica (535–554), l’attività edilizia aRavenna continua anche dopo la conquista da parte dei Bizantini nel 540 (Ravegnani 2004, 11–68) quando sono state completate e consacrate le basiliche, la cui costruzione era stata avviata durante il regno di Teoderico. 1 Nel Ve nella prima metà del VI secolo Ravenna e Classe hanno vissuto uno straordinario boom edilizio, con la costruzione di un’infrastruttura viaria urbana, nuove mura e imponenti basiliche cristiane monumentali, ornate da mosaici preziosi e da una ricca decorazione architettonica in marmo (Augenti– Cirelli 2010, 605).
56 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 La posizione strategica di Ravenna è stata assicurata grazie al suo porto principale di Classe (civitas Classis) che ha rappresentato fino al VII secolo un centro fondamentale per gli scambi (commercio locale nonché alunga distanza) e per la la produzione (Cirelli 2008, 27–29). Grazie alla sua area portuale la città di Classe intrattiene continui contatti con gran parte della rete commerciale mediterranea tramite rotte marittime, in particolar modo con le regioni dell’Africa settentrionale, l‘Egitto, l‘Egeo, la Palestina, la Siria, l‘Italia meridionale, le coste istriane e dalmate, la Grecia e l‘Asia Minore. Ne sono testimonianza irinvenimenti di vasellame proveniente da gran parte di queste zone e imoltissimi contenitori da trasporto (Augenti 2006, 35, fig. 4; Augenti– Cirelli 2010, 605–610, fig. 7, 13) nonché il materiale litico proveniente dalla zona di San Severo aClasse (Fig. 2), (Tůmová 2013, 215–229; Tůmováetal. 2016, 44, fig. 9). Grazie all’accesso immediato al mare e grazie ai soui porti, Ravenna ha mantenuto nel Ve nel VI secolo stretti rapporti politici, commerciali e culturali con la capitale della Pars Orientalis, Costantinopoli. Nel VII secolo, acausa di considerevoli cambiamenti nella situazione politica, per le guerre e icontinui cambiamenti nell’assetto del Mediterraneo altomedievale, l’attività commerciale ed economica di Ravenna e Classe ha subito una tendenza descrescente. In questo periodo anche la situazione economica di altre regioni della penisola Appenninica peggiorò notevolmente.2 Nonostante ciò Ravenna riuscì amantenere il suo ruolo di centro commerciale e produttivo, 2 Per lo studio approfondito della situazione economica delle regioni sulla penisola Appenninica cfr. Reynolds 1995. Fig. 1. Localizzazione del complesso archeologico di San Severo aClasse (Ravenna, Italia). Sfondo della carta: Ancient world mapping center (http://awmc.unc.edu).
57HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI soprattutto grazie al sistema della viabilità marittima e fluviale ancora in funzione, che rappresentò la condizione indispensabile per lo sviluppo e il mantenimento dei rapporti commerciali (Cirelli 2008, 130–131; cfr. Deliyannis 2010, 296; Zanini 1998, 291–332). Il quartiere portuale di Classe rimase utilizzato nella sua piena funzionalità fino agli inizi del VII secolo. Apartire da questo momento si notano indizi di riduzione degli spazi di immagazzinamento e una forte trasformazione del quartiere commerciale in un quartiere residenziale con diverse aree per la produzione (vetro, metalli, osso lavorato, ceramiche) al di sopra degli edifici tardoantichi (Augenti– Cirelli 2010, 606). Cambia l’aspetto della zona: le dinamiche commerciali alunga distanza vengono sostituite da traiettorie regionali ointerregionali: il porto di Classe si trasforma dunque da luogo di immagazzinamento e redistribuzione delle merci aluogo di consumo (Augenti– Cirelli 2010, 610). La quantità di merci importate diminuisce notevolmente. Il processo culmina nell’VIII secolo, quando, poco prima dell’abbandono della città, si registra una forte diminuzione dei quantitativi di anfore importate dal Mediterraneo orientale e dall’Africa settentrionale sia nell’area portuale, ma anche nella basilica di San Severo (Cirellietal. 2017, 236: grafico “Oscillazioni nel quantitativo di anfore tra IV e XI secolo”). Fig. 2: Pianta delle località della proposta proveninza del materiale litico del complesso di San Severo aClasse. 1– Ravenna, IT; 2– Monti Lessini, Verona, IT; 3– St. Girons, FR; 4– Chemtou, TU; 5– Larissa, Thessalia, GR; 6– Krokees (Levetsova), Sparta, GR; 7– Eretria, Eubea, GR; 8– Karystos, Eubea, GR; 9– Marmara Adasi (Prokonnesos), TR; 10– Vezirhan, TR; 11– Iscehisar, TR; 12– Siğacik, Izmir, TR; 13– Güllük, TR; 14– Alpi Lombarde, IT; 15– Gebel Dokhan, deserto orientale, EGY (secondo Tůmová 2013, 233, fig. 258; sfondo della carta Tom Elliott, Ancient World Mapping Center, www.unc.edu/awmc).
58 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 Apartire dall’VIII secolo peggiorano le condizioni tecniche dell‘area portuale di Classe e la sua manutenzione diventa sempre più difficile. Un processo continuo di interramento, allontanamento della costa marittima e della riva del Po, ma anche la conquista di Classe da parte dei Longobardi nel 723, oltre aun forte terremoto che ha colpito la zona intorno alla metà dell‘VIII secolo, tutte queste circostanze hanno contribuito aun processo di declino economico e di isolamento commerciale di Classe nei secoli VIII e IX, un fenomeno che non ha però ancora rappresentato la fine definitiva della sua attività economica e produttiva (Augenti 2007, 245–260; Augentietal. 2007b, 167–186; Augenti– Cirelli 2010, 607; Cirelli 2008, 187–1883). Anche nel IX e nell‘XI secolo sono attestati contatti economici di Classe con l’entrotterra, soprattutto con l’Italia centro -settentrionale e meridionale, come dimostrano vari ritrovamenti ceramici (anfore) nel complesso di San Severo (Cirelli 2007, 35) e nella zona portuale di Classe (Augenti– Cirelli 2010, 610). La presenza delle anfore dell’Italia meridionale sono attestate nella quantità quasi costante dal IV all’XI secolo, come dimostrano ritrovamenti nella basilica di San Severo (Cirellietal. 2017, 236: grafico “Oscillazioni nel quantitativo di anfore tra IV e XI secolo”). Non mancano però ritrovamenti di anfore medievali importate dalle zone del Mediterraneo orientale e dall’Africa settentrionale (Cirelli 2007, 35–36): L’intero settore portuale ebbe una lunga vita, che dall’inizio del Vsecolo giunse perlomeno fino al IX (Augenti 2011a, 27). Nel X secolo, durante il periodo ottoniano, si ravviva l’attività edilizia anche aRavenna (Greenhalgh 2009, 81) e grazie aciò aumenta, conformemente alla prassi comune di reimpiego, anche qui l’impiego di spolia antichi (Galetti 2006, 67–79; Tůmová 2013, 246–250). REIMPIEGO E SPOLIA IN ETÀ TARDOANTICA E ALTOMEDIEVALE: IL CASO DI RAVENNA IL FENOMENO E LA PERCEZIONE DEGLI SPOLIA L‘utilizzo di spolia è riscontrabile già nell’architettura repubblicana e non abbandona mai l’architettura antica, ma si registra soprattutto in quella tardoantica e altomedievale. Tale fenomeno viene ripetutamente menzionato in varie leggi e codici antichi indirizzati alla regolamentazione della spoliatio. In età costantiniana assume uno speciale valore simbolico e ideologico grazie aun programma dell’arte imperiale in cui gli spolia provenienti dai monumenti antichi venivano intenzionalmente impiegati nell’architettura sotto l’ordine della committenza imperiale (così come è successo nell’arco di Costantino). Al contrario di Kinney che crede in una diffusione massiccia degli spolia già con l’età di Costantino (Kinney 2001, 139, 143–144, per gli spolia nel campo dell’architettura cfr. Grafton– Most– Settis 2010, 904),4 Liverani ritiene l’impiego degli spolia come una prassi universale solo apartire dal Vsecolo5 e la sua percezione positiva (cioè “intesa e compresa”) non prima del regno di Teoderico (Liverani 2011, 35). Deliyannis ritiene l‘utilizzo di spolia un fenomeno speciale dell’architettura 3 “(…) alla perdita di importanza del bacino portuale di Classe, tra la prima metà del VII e l’VIII secolo, quando come testimoniano le recenti indagini archeologiche imagazzini tardo antichi disposti lungo il porto -canale, iniziano ad essere occupati da abitazioni e da aree funerarie.” (Cirelli 2008, 187–188). 4 “In the field of architecture the use of spolia began with Constantine” (Grafton– Most– Settis 2010, 904). 5 “The fifth century sees agradual change of emphasis, as the practice of reuse becomes universal” Liverani 2011, 35.
59HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI tardoantica, frequente nell’architettura sacrale dall’età di Costantino (Deliyannis 2010, 18–19). 6 L’impiego di spolia ha considerevolmente influenzato anche la nascente edilizia monumentale cristiana apartire dal IV secolo, specialmente l’ornatus delle basiliche (Kinney 1997, 117–148). Nell’ambito dell’architettura paleocristiana non è nemmeno raro il riutilizzo omeglio riadattamento di interi complessi dei templi pagani (D’Elia 2016/2017, 5–6), ristrutturati come basiliche e battisteri cristiani, soprattutto sul finire del VI secolo. La prassi di riutilizzo della decorazione architettonica, soprattutto del materiale pregiato (marmi) fu ampiamente diffusa nel periodo tardoantico e altomedievale nell’edilizia ecclesiastica non solo aRoma, ma in molte regioni di tutta la penisola Appenninica e Ravenna non ha fatto eccezione (cfr. Deliyannis 2010, 18–19; Cirelli 2011, 209).7 Considerando l’impiego degli spolia antichi nel senso di “frammenti riutilizzati in un diverso contesto” (cfr. Liverani 2011, 45) dobbiamo capire coincidenze dell’impiego, cioè il contesto concreto e un valore simbolico dell’impiego: naturalmente non tutto il materiale riutilizzato può essere classificato come uno spolium con il suo significato implicito, simbolico e ben comprensibile per il suo spettatore antico. La classificazione dell’impiego degli spolia dipende quindi da vari fattori che dobbiamo prendere in considerazione. Fra quelli più importanti ricordiamo il motivo ossia l’idea della spoliatio (“perché”), il contesto oil nuovo collocamento (“dove”) e infine il modo di rilavorazione (“come”). È ovvio che tutti questi aspetti sono in stretta connessione uno con l’altro, bisogna dunque sempre considerare uno spolium nella sua intera complessità. Il motivo, ossia l’idea del reimpiego, è nettamente collegata al valore simbolico della spo‑ liatio e del seguente reimpiego. Così possiamo ritenere gli spolia oggetti come frutto di un’espropriazione, seguita auna conquista militare, quindi un certo “tropaio di guerra”8 (Kinney 6 “From the time of Constantine, religious and secular architectural monuments frequently incorporated reused marble into building elements and sculpture, especially columns and capitals, as parts of their structure” (Deliyannis 2010, 18). 7 Fra gli esempi del reimpiego ben noti spiccano un complesso ecclesiastico dell’abbazia altomedievale di San Vincenzo al Volturno nell’Italia meridionale dove sono stati utilizzati gli spolia marmorei provenienti da vari edifici antichi nelle sue vicinanze, successivamente rilavorati nelle officine in loco (cfr. Castellani 2000, 304–308); oppure la basilica di S. Maria Annunziata aMonte Sorbo aSarsina (Antonellietal. 2016, 353–370). Un caso speciale di reimpiego rappresenta l’attività edilizia aRoma tardoantica e altomedievale per cui vengono impiegati grandi quantitativi di elementi della decorazione architettonica spoliati da edifici antichi, soprattutto colonne e capitelli (cfr.: Antonellietal. 2016, 354: “In the Early Christian and Medieval churches, the reuse of Roman architectural elements, especially those made of marble, such as columns, capitals, squared building blocks and decorative elements, was commonplace.”). Basta menzionare, aquesto proposito, ipavimenti delle basiliche romane di San Clemente, San Crisogono, San Lorenzo fuori le mura, SS. Quattro Coronati, in cui furono riutilizzati fra l’altro frammenti di stele funerarie e lastre ricavate da fusti di colonne antiche (Castellani 2000, 304–308). Anche Kinney fa riferimento al riutilizzo di decorazione architettonica: “When we speak of architectural spolia we are speaking mostly of the elements of the classical colonnade: column shaft, base, capital, and entablature” (Kinney 2001, 140; per la prassi comune dell’impiego di spolia cfr. Kinney 2001, 138–161). La spoliatio nella capitale ha assunto un forte significato simbolico, e il possesso di spolia provenienti dalla capitale del mondo cristiano è in genere molto apprezzato: “[…] aRoma la spoliazione di oggetti facilmente trasportabili raggiungeva proporzioni massicce, data l’importanza simbolica attribuita al possesso di spolia provenienti dalla capitale dei Cristiani” (Castellani 2000, 306). 8 Liverani distingue fra due tipi di spolia: spolia I– tropaion di guerra– e spolia II– impiego in un contesto nuovo, diverso da quello originario (Liverani 2011, 45).
60 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 1997, 120–122; Liverani 2011, 45).9 Aparte imotivi politici, giocano il loro ruolo anche quelli estetici e simbolici– come successe nella spoliatio di monumenti tardoantichi aRoma per la loro provenienza dalla capitale (cfr. Greenhalgh 2009, 81–82). Motivi simbolici e/oestetici della spoliatio riscontriamo anche aRavenna, anche se il reimpiego del materiale durante il periodo tardoantico e altomedievale è stato prevalentemente motivato da fattori economici e pragmatici (disponibilità del materiale costruttivo– laterizi, marmi, altri lapidei):10 un reimpiego per motivi simbolici ossia estetici possiamo considerare per esempio un architrave marmoreo riutilizzato sopra la porta d’entrata nel cd. mausoleo di Galla Placidia aRavenna con la raffigurazione di una scena dionisiaca (Fig. 3), proveniente probabilmente dal teatro romano di Ravenna (Cirelli 2011, 215) che da alcuni studiosi viene datato al Isecolo d.C. (Zanotto Galli 2009, 284), intenzionalmente collocato in tal modo che la sua decorazione fosse esposta alla vista di ognuno che entrasse. Nell’esempio dell’architrave possiamo osservare come cambia la valenza simbolica di uno spoglio in dipendenza al contesto nuovo: qui la decorazione fu volutamente esposta, al contrario per esempio di lastre di rivestimento ocome la pietra edile ole crustae per opera sectilia, ritagliati dalle stele con epigrafi e dalla decorazione architettonica senza nessun’intenzione di mostrare la decorazione; oppure auno sfruttamento del materiale per la produzione di calce ecc. Distintamente dall’impiego degli spolia con l’intenzione precisa (programma politico oideologico) mantenendo la loro forma e valore artistico possiamo quindi differenziare il riutilizzo dei marmi antichi senza qualsiasi riguardo al loro valore simbolico oppure estetico (dunque là dove avessero prevalso motivi pragmatici), così come accadde anche aRavenna nel Vsecolo quando furono spogliati numerosi edifici della città antica per la costruzione della nuova sedes imperialis: il materiale marmoreo fu utilizzato maggiormente per la produzione di calce oppure come pietra edile (Cirelli 2011, 213–214; Tůmová 2013, 59, 255). Rimane dunque necessario distinguere bene fra gli spolia nel senso ideologico, ben inquadrato in un programma architettonico, e un semplice “riciclaggio” (functional reuse, vd. Cirelli 2011, 209) del materiale per motivi puramente pragmatici ed economici: costi minori di trasporto e di approvvigionamento svolgevano un ruolo importante, come vediamo anche nel caso di Ravenna dopo il trasferimento della corte imperiale da Milano nel 402, quando venivano riutilizzati per nuovi progetti architettonici e per la costruzione della nuova residenza imperiale sia il materiale che intere strutture abitative della città antica di Ravenna (Cirelli 2011, 209–21111; Tůmová 2013, 10–11, 216) e nell’età altomedievale, quando nel VII e VIII secolo veniva riutilizzato il materiale (tardo)antico per l’attività edilizia (Cirelli 2011, 213), per ricostruzioni degli abitati oper la manutenzione delle basiliche. 9 Liverani osserva che per la giusta comprensione e percezione di un tale tropaio di guerra doveva essere ben nota la sua provenienza, quindi aquale nemico è stato espropriato. Senza una tale conoscenza avrebbe perso il suo valore ideologico presso uno spettatore antico: “By definition, they maintain the record of their precise origin. Atrophy is atrophy only if the viewer knows the enemy from whom it has been seized and on what occasion” (Liverani 2011, 45). 10 “Scholars today still debate whether this was simply aquestion of practicality, or whether the reuse of spolia had symbolic meaning, especially of the reappropriation of the Roman past, but most discussions are about the Constantinian period. By 400 when Ravenna’schurches began to appear, both might have been true […]” (Deliyannis 2010, 61). 11 Il continuo reimpiego del materiale può essere la ragione “dell’assenza di gran parte degli edifici pubblici di età romana” (Cirelli 2011, 209): “Gli edifici della città romana, soprattutto il suo impianto monumentale, vengono interamente spogliati […]” (Cirelli 2011, 210).
61HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI Con gli aspetti sopra menzionati– l’idea e il nuovo contesto degli spolia– è collegato un modo della loro rilavorazione e riadattamento (nel caso di sfruttamento di intere strutture, reimpiegate per nuove costruzioni). Vediamo come il motivo di reimpiego influisce sul modo di riadattamento: dall’assunzione completa oppure riadattata come vediamo per esempio nel caso della decorazione musiva raffigurante il porto di Classe e il palatium aRavenna sulle pareti della navata centrale della basilica di San Apollinare Nuovo su cui ancor oggi sono visibili le tracce della rilavorazione durante il regno di Giustiniano (resti delle mani nelle nicchie: Fig. 4) oppure negli spolia ravennati tramandati ad Aachen su committenza di Carlo Magno. Contro la manutenzione, anche tramite un riadattamento dell’opera onell’idea di continuità, renovatio delle forme precedenti possiamo mettere un’intenzione di annientamento, che sia basato su motivi politici (per esempio damnatio memoriae) osu motivi puramente pragmatici (utilizzo di marmi per la produzione di calce ocome blocchi di pietra ointere statue marmoree impiegate nelle fondamenta ecc.). Fig. 3 Mausoleo di Galla Placidia con il dettaglio dell’architrave reimpiegato sopra l’entrata (foto H. Tůmová).
62 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 Per capire bene il fenomeno dello spoliatio bisogna osservare un cambiamento di concetto dell’impiego originario (funzione, contesto, inserimento in un certo programma figurativo) e quello successivo (idea, nuovo contesto, modo di rilavorazione) quindi l’ambiguità fra la funzione originaria e quella successiva (Kinney 2001, 14512). ALCUNI ASPETTI DEL REIMPIEGO ARAVENNA TARDOANTICA Prima di dedicarsi al fenomeno del reimpiego nel sito di San Severo riteniamo oppurtuno fare una breve, pur non esauriente,13 escursione nella spoliatio all’interno della città di Ravenna. Come è già stato accennato, dopo il trasferimento della corte imperiale da Milano aRavenna nel 402 la città di Ravenna, come la sedes imperialis, doveva adattarsi alle esigenze della committenza imperiale. La città dell’aspetto finora provinciale ha dovuto trasformarsi di giorno in giorno nella sede imperiale non solo dal punto di vista pragmatico ma anche per quanto riguarda quello ideologico e rappresentativo: aRavenna è stata costruita una nuova residenza dell’imperatore (Cirelli 2011, 209–210). Per la costruzione di nuovi edifici ravennati in età tardoantica veniva utilizzato non solo il materiale importato (l’intero ornatus basilicae, ordinato appositamente per l’edilizia ex novo, come è avvenuto nel caso della basilica di San Vitale 14 oppure tubuli fittili utilizzati nelle volte delle basiliche ravennati), ma maggiormente è stato utilizzato il materiale di spoglio15 e 12 “[…] ambiquity of their original purpose and context and in terms […) of their reuse“. 13 Per lo studio dettagliato del reimpiego aRavenna rimandiamo allo studio di Zanotto 2007. 14 “Proconnesian marble for ordinary basilicas was mass -produced in the sixth century and could be furnished from pre -made stock in the quarry warehouses, but San Vitale was adifferent case” (Deliyannis 2010, 231). 15 ARavenna troviamo vari esempi. Nel Battistero Neoniano aRavenna, risalente agli inizi del Vsecolo, si sono preseverati– nonostante numerose ricostruzioni dell‘edificio– gli spolia antichi: capitelli di colonne nelle esedre laterali, lastre di rivestimento che recano tracce della decorazione arilievo oppure la colonnetta rilavorata da una cornice profilata. Nel muro amattoni esterno è stato Fig. 4: Mosaico del Palatium aRavenna, basilica di San Apollinare Nuovo (foto H. Tůmová).
63HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI venivano riutilizzate intere strutture abitative antiche (come è successo anche nel caso della domus in via D’Azeglio, in cui sono stati inglobati due spazi abitativi precedenti; Cirelli 2011, 209–211). Dalle strutture antiche veniva estratto il materiale edilizio pregiato: la decorazione architettonica, imarmi e persino ilaterizi. Il riutilizzo del materiale nelle costruzioni del Vsecolo sembra essere condizionato innanzitutto da motivi economici e pragmatici consistenti nella disponibilità del materiale spoliato, come possiamo osservare per esempio nella costruzione del nuovo circuito murario della città di Ravenna (Augenti 2006, 29–55; Cirelli 2011, 211) in cui sono stati impiegati laterizi antichi.16 La prassi del reimpiego ha accompagnato l’architettura ravennate durante l’alto Medioevo e nei periodi successivi (cfr. Zanotto 2007, 51–67). Nell’VIII secolo, in seguito alla situazione sfavorevole nel territorio ravennate, quando Ravenna perde il suo ruolo di centro amministrativo, gli edifici abbandonati oin rovina, furono spogliati e utilizzati come una cava di materiale da costruzione (cfr. Augenti– Cirelli 2010, 606), in gran parte amministrato dai principali enti ecclesiastici, soprattutto imonasteri. Antonelli ribadisce che conseguentemente alla distruzione di vari edifici imperiali aRavenna alla fine dell’VIII secolo la città è diventata “alarge ‘quarry’ of marbles and ancient mosaics” (Antonellietal. 2016, 356; cfr. Cirelli 2011, 216). REIMPIEGO DEL MATERIALE LITICO NEL COMPLESSO ARCHEOLOGICO DI SAN SEVERO ACLASSE LA BASILICA E IL MONASTERIUM DI SAN SEVERO ACLASSE: CENNI STORICI La basilica di San Severo aClasse si trova ametà strada fra Ravenna e l’attuale insediamento di Classe (Fig. 5). È stata fondata nella seconda metà del VI secolo e si tratta dell’ultimo grande progetto edilizio realizzato dalla Chiesa ravennate e forse l’ultimo grande edificio ecclesiastico in area adriatica fino al IX secolo. La sua costruzione iniziò durante l’arcivescovato di Pietro III poco dopo l’anno 570 ma la basilica è stata consacrata nel 582 dall’arcivescovo Giovanni Romano (Augenti 2006, 51; Deliyannis 2010, 274) oforse anche più tardi, nel 593 (Christie 2007, 11). Nelle immediate vicinanze della basilica fu successivamente fondato il monastero benedettino: la data precisa della fondazione rimane incerta, ma la prima menzione scritta risale all’anno 955 (Augenti– Cirelli 2016, 299; Christie 2007, 12). Secondo le analisi della ceramica rinvenuta nel sito la sua fondazione potrebbe essere datata già nel IX secolo (Augentietal. 2012, 238–245; Augenti– Cirelli 2016, 297). Il monastero passa ai Cistercensi nel 1262 e nel 1455 fu annesso alla comunità di monaci che facevano capo all’abate di S. Apollinare aClasse e diviene infine di proprietà dei Camaldolesi (Christie 2007, 12). Tutto il complesso è stato in funzione fino al XV secolo e durante questo periodo subì varie ristrutturazioni. Nel Quattrocento la basilica fu ampiamente ricostruita, la sua planimetria notevolmente ridotta e in conseguenza di ciò fu parzialmente spogliata del suo materiale da costruzione17 e della sulla decorazione architettonica (Augenti– Laszlovszky 2007, 17; inglobato un frammento di un sarcofago romano che reca un rilievo raffigurante un cavaliere con una corona della vittoria in mano (cfr. Cirelli 2011, 216, fig. 21). Altri esempi troviamo nei capitelli corinzi riutilizzati nella basilica di San Giovanni Evangelista (Zanotto Galli 2009, 283). Per l’elenco dettagliato degli spolia aRavenna vd. Zanotto 2007. 16 “One striking feature common to all of these buildings is that, like the city walls, they were made of bricks that had been reused from earlier Roman structures” (Deliyannis 2010, 61). 17 Spoliazione del materiale (delle strutture murarie) è stato attestato durante le indagini archeologiche e questi interventi datati in un periodo compreso tra la seconda metà del XV e gli inizi del XVI secolo (Augentietal. 2017, 74).
70 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 trova isuoi riscontri nelle basiliche paleocristiane e altomedievali sia aRoma sia in altre località della penisola Appeninnica come abbiamo visto anche nell’abbazia altomedievale di San Vincenzo al Volturno (Castellani 2000, 305). LA QUESTIONE DEL REIMPIEGO NEL CONTESTO DELLA DETERMINAZIONE DELLA PROVENIENZA Come abbiamo visto, nel materiale litico di San Severo sono stati individuati diversi litotipi, estratti durante l’età tardoantica nelle cave di gran parte del Mediterraneo (Asia Minore, Egitto, Tunisia, Grecia). Il litotipo più rappresentato nella località di San Severo è il marmo bianco -grigio agrana grossa, spesso venato (con venature oblique oparallele), che costituisce il 64% di tutte le rocce metamorfiche (marmi policromi e bianco -grigi) e che è stato rinvenuto all’interno di unità stratigrafiche datate dalla tarda Antichità fino al XVI secolo. La maggior parte dei frammenti di marmo bianco proviene dalle unità stratigrafiche datate al XII–XIV secolo (Tůmová 2013, 64). Per quanto riguarda ilitotipi policromi provenienti dalla località di San Severo, è stata esegiuta un‘analisi preliminare macroscopica per la determinazione del loro litotipo e provenienza. Come è già stato accennato nel caso del marmo bianco riutilizzato nel campanile di San Severo, la determinazione della provenienza può essere uno dei fattori discriminanti del reimpiego. Vediamo alcuni esempi. L’estrazione del marmor Carystium 23 (marmo bianco–verde, cd. cipollino verde) è stata interrotta nel VII secolo. Nel materiale di San Severo lo troviamo soprattutto nelle unità stratigrafiche datate tra isecoli IX–XI e XIII–XVI secolo (Fig. 11a). Un gran numero dei frammenti di porfido verde antico (serpentino) è stato trovato all’interno di unità stratigrafiche risalenti ai secoli XII–XIV secolo, e in quantità minori nelle unità del VII, IX–XI secolo e anche del XV–XVI secolo (Fig. 11b). L’estrazione del serpentino è documentata solo fino al periodo mediobizantino (Lazzarini 2004a, 101–122). Una quantità significativa di porfido rosso antico (il 6,4% del totale del materiale studiato), in Antichità molto pregiato per la sua simbologia imperiale, è stata trovata nelle unità stratigrafiche datate dal XII al XIV secolo (Fig. 11c). La sua estrazione fu però interrotta già alla fine del Vsecolo, dopo la chiusura delle cave in Egitto (Tůmová 2013, 127–130).24 Per la sua simbologia (veniva sempre associato aun alto rango sociale, sia aesponenti dell’aristocrazia legati al potere imperiale sia aquello ecclesiastico, sacrale) veniva utilizzato per le statue oper isarcofagi degli imperatori oppure nella decorazione delle aule di ricevimento odelle absidi, quindi nelle parti più rilevanti delle basiliche (Tůmová 2013, 128). Un altro esempio è rappresentato da una breccia, il cd. pavonazzetto, che proviene prevalentemente da unità stratigrafiche datate al XII secolo, e in quantità inferiori anche da contesti di X–XI e XIII–XIV secolo (Fig. 11d). Le cave aDocimium in Asia Minore (nell’odierna Turchia), dove il pavonazzetto veniva estratto in Antichità, sono state attive solo fino al VI secolo, non oltre il periodo protobizantino (Sodini 2002, 129–146). 23 Vd. Corsi Collection of Decorative Stones [online]. Oxford University Museum of Natural History [cit. giugno 2019]. Accessibile su http://www.oum.ox.ac.uk/corsi/. 24 Betsch (1977, 302–303) colloca la fine dell’estrazione di porfido rosso attorno alla metà oalla fine del Vsec. Cfr. anche Karagiorgou 2001.
71HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI Fig. 11: Quantità di (a) cipollino verde, (b) porfido verde antico (serpentino), (c) porfido rosso antico e (d) pavonazzetto nel contesto di ritrovamento (stratificazione). Ivalori si riferiscono alla quantità (Tůmová 2013, 259). a b c d
72 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 Per quanto invece riguarda la determinazione della provenienza dei marmi bianchi, la loro classificazione macroscopica risulta insufficente e deve essere accompagnata dalle corrispettive analisi archeometriche: petrografiche, mineralogiche e geochimiche, fra cui una combinazione di catodoluminescenza, geochimica stabile degli isotopi del carbonio δ 13 C e dell’ossigeno δ18O; misurazione di Average Grain Size (AGS), Maximum Grain Size (MGS), Grain Boundary Shape (GBS), Petrographic Image Analysis, Electronic Spin Resonance (ESR), Electronic Paramagnetic Resonance (EPR) e altre.25 Imarmi bianchi presenti nelle basiliche e nei musei ravennati (decorazione architettonica, sarcofagi, stele funerarie con epigrafi, altari, plutei e transenne ecc.) vengono tradizionalmente– con l’appoggio delle fonti antiche– ascritti all’isola di Proconneso e sono spesso classificati come marmor proconnesium. La classificazione del marmo proconnesio nelle basiliche ravennati sembra essere supportata anche dal fatto dei suoi stretti legami con Costantinopoli apartire dal Vsecolo e le conseguenti importazioni di elementi architettonici, sarcofagi ed elementi prefabbricati dalla capitale odirettamente dalle cave di Proconneso (Tůmová 2013, 51–58, 222–224).26 La classificazione di marmi bianchi richiede però un supporto di più approfondite analisi archeometriche che potrebbero confermare osmentirne la provenienza (Lazzarini 2004b, 113–125; Tůmová 2013, 168–173). In quest’ottica sono stati scelti campioni rappresentativi di marmo bianco agrana grossa e sono stati sottoposti alle corrispettive analisi archeometriche. Le analisi archeometriche (minero -petrografiche e geochimiche: petrographic image analysis; scanning electron microscopy, catodoluminescenza, maximum and average grain size, stable isotope analysis, cfr. Tůmová 2013, 168–173) hanno confermato una maggior probabilità della loro provenienza– e dunque del gruppo del marmo bianco agrana grossa (senza ocon venature paralelle e/ooblique) –, dall’isola di Proconneso, odierna Marmar Adasi (Tůmová 2013, 168–179; Tůmováetal. 2016, 40–44). Le analisi però non hanno escluso nemmeno l’eventuale provenienza dei campioni da una delle località estrattive dell’odierna Turchia occidentale: Mugla (Iasos) oBalikesir (Tůmová 2013, 172–173; Tůmováetal. 2016, 40–44). La discriminazione della provenienza dei marmi bianchi di San Severo sarà oggetto di ulteriori analisi. Se nel caso dei marmi bianchi riutilizzati nel complesso di San Severo (tra cui anche blocchi di marmo nel campanile, crustae ecc.) si tratta di marmo proconnesio, come indicano le analisi archeometriche applicate sui campioni scelti, il fatto potrebbe rappresentare uno degli indicatori del reimpiego: l’estrazione del marmo proconnesio e la sua importazione aClasse (Ravenna) si è notevolmente ridotta già durante l’VIII secolo (Attanasio– Brilli– Ogle 2006, 199) e definitivamente finì nel IX secolo. La datazione dei contesti in cui è stata rinvenuta la maggioranza dei marmi bianchi viene però situata nelle epoche posteriori (da ricordare solo l’esempio dei blocchi di marmo bianco riutilizzati nella struttura del campanile, la cui prima fase costruttiva risale al XII secolo). 25 Per lo studio più approfondito delle analisi archeometriche dei marmi rimandiamo alla seguente bibliografia: Attanasio 2003; Attanasio– Brilli– Ogle 2006; Attanasio– Bruno– Prochaska 2011; Capedri– Venturelli –Photiades 2004; Gorgonietal. 2002; Lazzarini 2004a; Lazzarini 2004b; Moensetal. 1988; cfr. anche Moropoulouetal. 2019, 1–2. 26 Per le importazioni e la circolazione del marmo proconnesio cfr. Marano 2016. “Come in altre regioni del Mediterraneo tardoantico, anche nell’Adriatico la circolazione della scultura costantinopolitana appare legata al potere imperiale e ai suoi rappresentanti. ARavenna, le imposte della basilica di S. Giovanni Evangelista, fondata da Galla Placidia tra il 424 e il 434, e iventiquattro fusti di colonna, capitelli e imposte della basilica Apostolorum, anch’essa di probabile fondazione imperiale, costituiscono il primo esempio dell’importazione di setti omogenei di elementi architettonici in marmo del Proconneso” (Marano 2016, 175)
73HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI L’importazione del materiale litico aRavenna richiedeva quindi il commercio alunga distanza di cui il porto di Classe fece parte (marmi e pietre policrome erano molto pregiate in Antichità, perciò venivano importate anche dalle cave lontane e acosti considerevoli: cfr. Marano 2016, 166). L’estrazione di alcuni litotipi, ritrovati maggiormente nelle unità stratigrafiche datate ai secoli XII–XV sec., si interrompe alle soglia dell’alto Medioevo. La determinazione della provenienza, cioè l’indicazione della cava d’origine rimane perciò un fattore importante e discriminante che possa confermare reimpiego del materiale litico nelle stratificazioni medievali, visto che la maggioranza del materiale doveva essere importata aClasse prima della chiusura delle cave e prima dell’insabbiamento del porto di Classe, cioè non oltre l’VIII secolo (Tůmová 2013, 257; secondo Deliyannis il processo di insabbiamento del porto di Classe si concluse agli inizi dell’VIII secolo, Deliyannis 2010, 288–289). Vediamo il caso. Basandosi sulla presupposizione che il marmo proconnesio poteva essere importato aClasse sia prima dell’interramento del porto sia prima della fine dell’estrazione nelle cave sull’isola di Proconneso possiamo collocare l’importazione del marmo proconnesio aClasse non oltre il VII/VIII secolo, quindi prima dell’insabbiamento del suo porto. La data precisa della fine dell’estrazione nelle cave di Proconneso non è stata finora soddisfacentemente stabilita e sull’argomento esistono varie ipotesi: secondo alcuni studiosi l’importazione del marmo proconnesio aClasse doveva diminuire già verso la fine del VI secolo oppure agli esordi del VII secolo, quando l’attività estrattiva nelle cave aProconneso era già terminata osi era almeno notevolmente ridotta (cfr. Asgari 1992, 73–80; Betsch 1977, 316–322); secondo un’altra opinione l’estrazione nelle cave del Proconneso è stata ultimata e le sue cave abbandonate dopo la morte di Giustiniano (Zanotto 2007, 44). Secondo altri l’estrazione di marmo aProconneso si protrae fino all’VIII secolo (Attanasio– Brilli– Ogle 2006, 199). L’impiego del marmo proconnesio continua, seppure in minori quantità, almeno fino alla seconda metà del IX sec., quando viene utilizzato per l’estensione del Grande Palazzo aCostantinopoli voluta da Basileos I(Sodini 2002, 137). Non sappiamo però se l’impiego così tardo sia dovuto all’importazione (e quindi se questa possa essere considerata una conferma dell’attività estrattiva) oppure all’utilizzo di riserve di marmo depositate nei magazzini imperiali (Tůmová 2013, 187). Anche nel caso dei marmi bianchi di San Severo (materiale litico proveniente dallo scavo oppure impiegato nelle strutture del complesso come abbiamo visto nel caso del campanile) non possiamo stabilire con certezza se essi siano stati riutilizzati come spolia provenienti da edifici antichi abbandonati nelle vicinanze oppure se ipoteticamente poteva essere stata utilizzata una scorta del materiale (blocchi grezzi di marmo importato nel periodo tardoantico) proveniente da un deposito portuale, la cui esistenza aRavenna oClasse rimane un oggetto di ipotesi, archeologicamente non ancora provata. Basandosi però sull’importanza del porto di Classe e sull’indiscutibile attività commerciale legata ai marmi (l’importazione dell’intero ornatus basilicae, marmi lavorati osemilavorati, sarcofagi ecc., cfr. Tůmová 2013, 215–235) non rimane esclusa la possibile esistenza di un deposito portuale aRavenna oClasse. Possiamo riferirci soprattutto al caso di Ostia antica e di Porto, con iloro depositi dei marmi nonché alla statio marmorum nella zona chiamata “Marmorata” aRoma che serviva per lo stoccaggio di un’enorme quantità di marmi (Pensabene 2007, 389, 392; cfr. Tůmová 2013, 58). Quest’ipotesi sembra essere supportata anche dal toponimo marmorato dell’ipotetica basilica di S. Giovanni in Marmorato vicino al porto Coriandro aRavenna (Cirelli 2008, 103)– dove si trovava forse un magazzino per lo stoccaggio dei marmi simile aMarmorata aRoma. La classificazione di vari litotipi nella località di San Severo rafforza l’ipotesi di reimpiego durante l’alto e basso Medioevo fino all’età moderna. Un fenomeno di riutilizzo del materiale ha accompagnato l’intera vita del complesso fino al XV secolo. Questa prassi di riutilizzo massiccio del materiale litico (soprattutto dei marmi) nel Medioevo corrisponde alla situazione comu-
74 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 ne dell’attività costruttiva apartire dal periodo altomedievale in tutta l’Italia settentrionale (Oddoneetal. 1999, 141–156). Dunque, è da porsi la domanda: da dove proveniva il materiale reimpiegato durante le varie ristrutturazioni? Da dove venivano imarmi la cui estrazione– come abbiamo già visto– si era già interrotta in quel periodo? Tale materiale poteva essere procurato da edifici abbandonati nei dintorni di Classe e Ravenna (Augentietal. 2007a, 257–295; Cirelli 2011, 209–218; Fiorini 2007, 32–34; Tůmová 2013, 254–257). Rimane oggetto di ipotesi una sua provenienza dai magazzini portuali del VI secolo– se tale deposito sia davvero esistito (come abbiamo accennato, la sua esistenza rimane probabile, ma sempre ipotetica). Certamente non poteva essere utilizzato, almeno non interamente, il materiale proveniente direttamente dalla basilica di San Severo perché rimase in funzione, senza interruzioni, per tutto il Medioevo (cfr. Fiorini 2007, 32–34). Abbiamo osservato isegni di reimpiego sui frammenti recuperati e possiamo constatare che il materiale spogliato veniva maggiormente rilavorato e reimpiegato senza un riguardo alla funzione originaria. In quest’ottica possiamo escludere il motivo simbolico oppure estetico dell’impiego degli spolia nel loro senso implicito. Con un completo riadattamento della forma è stata creata una nuova funzionalità, un nuovo aspetto estetico. Il modo di reimpiego aSan Severo può essere piuttosto considerato un “riciclaggio”.27 L’importante era che il materiale spogliato fosse disponibile sia dal punto di vista logistico sia economico. È verosimile che per le costruzioni e trasformazioni del complesso di San Severo sia stato utilizzato materiale proveniente dalle strutture in disuso, visto che apartire dall’VIII e IX secolo, quando Classe perse la sua importanza produttiva ed economica (Augentietal. 2007a, 170), rimasero nella zona molti edifici disabitati (cfr. Laszlovszky 2007, 14). Il reimpiego nel complesso di San Severo è attestato anche per altri materiali, come è stato scoperto durante le indagini archeologiche. Nel X secolo sono stati impiegati anche laterizi e altro materiale da edifici tardoantichi provenienti dalla zona di Classe (Cirelli 2011, 213). CONCLUSIONI Il fenomeno di reimpiego ha accompagnato il complesso ecclesiastico di San Severo aClasse già dal suo inizio: dalla fondazione della basilica tardoantica nel terzo quarto del VI secolo, quando per la sua costruzione sono state riutilizzate e inglobate le strutture abitative di una villa romana sottostante nonché laterizi di varie epoche precedenti. Gli artefatti litici, rinvenuti durante gli scavi archeologici nel monasterium presso la basilica di San Severo, sono stati studiati dal punto di vista della loro tipologia, del modo di lavorazione e impiego, della presenza di epigrafi, della decorazione e dal punto di vista dei fattori discriminanti di reimpiego (soprattutto il contesto, le tracce di malta sui lati decorati oprofilati, l‘impiego di frammenti di stele con epigrafi, le incisioni secondarie ecc.). La maggior parte del materiale studiato è stato rinvenuto all’interno di unità stratigrafiche databili tra XII e XV secolo. In base alla descrizione macroscopica è stata proposta la classificazione dei litotipi: la gran parte del materiale (64%) è rappresentato dal rocce metamorfiche (marmi), il 19% da rocce sedimentarie (brecce e calcari) e il 15% da rocce magmatiche (porfidi e graniti), il 2% da pietre non identificati. Sono stati individuati diversi litotipi di “pietra policroma”: pavonazzetto, fior di pesco, africano, breccia corallina, verde antico di Tessaglia, bianco e nero antico, calcare 27 Paragonabile in un certo modo aun moderno riciclaggio delle materie prime– per esempio metalli; ma anche del materiale edile (cfr. Grafton– Most– Settis 2010, 904).
75HELENA TŮMOVÁ– ENRICO CIRELLI nero, giallo antico, calcare bianco e rosso di Verona, porfido verde antico (serpentino), porfido rosso, granito bianco e nero. Per quanto riguarda il marmo bianco, per la determinazione della provenienza non è sufficiente solo la descrizione macroscopica, che sempre deve essere accompagnata dalle analisi archeometriche. Generalmente viene però presupposto l’importo del marmo bianco aRavenna (Classe) dall’isola di Proconneso (odierna Marmar Adasi). Le analisi minero -petrografiche e geochimiche dei campioni scelti di marmo bianco hanno confermato una maggior probabilità della loro provenienza dall’isola di Proconneso, mentre altri campioni di marmo bianco più sospetti sono in attesa di essere analizzati attraverso metodi archeometrici. Sono stati identificati vari litotipi provenienti da cave attive non oltre il periodo tardoantico oaltomedievale, rinvenuti però nella maggioranza dei casi entro stratificazioni medievali del monasterium. La loro presenza aClasse dimostra l’esistenza di commercio interregionale alunga distanza, perché le cave della loro origine erano disperse nel Mediterraneo orientale e occidentale (Asia Minore, Africa settentrionale, Egitto, Grecia, Pirenei). È ovvio che la maggior parte del materiale litico nella località di San Severo (e in questa considerazione possiamo includere anche altri edifici tardoantichi costruiti aRavenna) doveva essere importata aClasse prima della chiusura delle cave (l’estrazione di alcuni litotipi rinvenuti nei contesti datati nel XII–XV secolo si era già interrotta verso la fine dell’età tardoantica) e allo stesso tempo durante la piena attività del porto di Classe, cioè non oltre gli inizi dell‘VIII secolo. Conseguentemente alla perdita dell’importanza economica del porto di Classe, della capacità produttiva delle sue officine nell’VIII e IX secolo possiamo presumere che in questo periodo non fosse più attivo un commercio di marmi alunga distanza così come lo conosciamo fino alla fine del VI secolo. Sulla base della classificazione dei litotipi e della loro provenienza, della datazione di attività estrattiva delle cave nonché considerando la presupposta chiusura del porto di Classe, possiamo dedurre che per varie ricostruzioni del complesso nel Medioevo, fino al XV secolo, veniva ripetutamente riutilizzato il materiale (tardo)antico (frammenti di lastre pavimentali oparietali, sarcofagi, opera sectilia ecc.). Dato che la basilica di San Severo non ha mai subito interruzioni nel corso del Medioevo possiamo presupporre che per l’edilizia nuova e/onelle varie ricostruzioni sia stato utilizzato materiale spogliato da edifici tardoantichi e altomedievali abbandonati ma ancora conservati in alzato che si trovavano nei dintorni. Il materiale antico rappresentò una risorsa di materiale disponibile e conveniente anche dal punto di vista economico e “logistico”. L’approvvigionamento dei marmi aRavenna dipendeva sempre dall’importazione considerata la totale mancanza di cave nelle vicinanze. La minimizzazione dei costi del trasporto, della produzione e dell’acquisto sono stati senz’altro ifattori decisivi per il reimpiego. Il reimpiego aSan Severo avveniva spesso senza uno speciale riguardo alla funzione e alla decorazione originali, possiamo classificarlo come un utilizzo di tipo esclusivamente funzionale. La presenza di spolia nel sito di San Severo nonché nell’architettura ravennate rappresenta in conclusione un tipico esempio di un fenomeno abbastanza diffuso e caratterizzante di riutilizzo di materiale antico nell’edilizia tardoantica e altomedievale. ACKNOWLEDGMENTS The work was supported by the European Regional Development Fund -Project “Creativity and Adaptability as Conditions of the Success of Europe in an Interrelated World” (No. CZ.0 2.1.01/0.0/0.0/16_019/0000734).
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194 STUDIA HERCYNIA XXIII/1 Pl. 2/1: Immagine microscopica del marmo bianco n. 1008 (a) e no. 460 (b) (da Tůmová 2013, 114). Pl. 2/2: Scarto della lavorazione di crustae in serpentino (complesso di San Severo, foto H. Tůmová). Pl. 2/3: Frammenti n° 248 (a) e n° 249 (b).