Il dominio della crisi in Europa
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This is a self-archived version of an original article. This version may differ from the original in pagination and typographic details. Author(s): Title: Year: Version: Copyright: Rights: Rights url: Please cite the original version: CC BY-NC-SA 2.5 IT http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/ Il dominio della crisi in Europa © 2018 Corrado Piroddi Published version Piroddi, Corrado Piroddi, C. (2018). Il dominio della crisi in Europa. Philosophical Readings, 10(1), 70-77. https://doi.org/10.5281/zenodo.1198608 2018
University of Jyväskylä, Department of Social Sciences and Philosophy Philosophical Readings X.1 (2018), pp. 70-77. Jyväskylä, Finland DOI: 10.5281/zenodo.1198608 Il dominio della crisi in Europa Corrado Piroddi Abstract: The paper seeks to interpret the European crisis following the critical-pragmatic approach that has been developed by the French sociologist Luc Boltanski. In this respect, the essay aims to achieve two main objectives. The first one is to show how the current crisis can be described not only focusing on its systemic, structural nature, but also taking into account the critical claims of social actors. In this respect, it will be argued that the European crisis can be seen as a form of institutional disorder, i.e. a lack of legitimacy of supra-national European institutions, which is grounded on the distrust of both European citizens and international markets. The second purpose is to explain how such a condition of crisis can foster and support the affirmation of a «regime of complex domination», namely a non-planned, unintended form of oppression. Keywords: Boltanski, crisis, critique, domination, Europe, institution, neoliberalism. Introduzione Se si presta attenzione al dibattito pubblico sull’attuale crisi europea, pare possibile individuare due interpretazioni dominanti. In base alla prima prospettiva, si ha spesso l’impressione che al centro della discussione vi sia un fenomeno naturale, completamente determinato da fattori impersonali che sfuggono al controllo degli individui ordinari. Nell’eventualità peggiore, la crisi è percepita come il risultato nefasto di un piano occulto, ordito da una non meglio identificata élite sociale, dedita anima e corpo al rafforzamento della propria posizione di potere. A partire dall’approccio critico-pragmatico sviluppato dal sociologo francese Luc Boltanski, le seguenti pagine mirano a perseguire almeno due obiettivi. Il primo è descrivere la crisi ponendo l’accento sulle istanze critiche e le pretese di giustizia degli attori sociali, anziché concentrarsi sul suo carattere sistemico. Il secondo obiettivo è spiegare, contro ogni logica del complotto, come l’attuale ordinamento sovranazionale europeo possa alimentare, attraverso circostanze di crisi, una forma debole di dominio, non riconducibile a un progetto deliberato e pianificato da parte di un ristretto gruppo di potere. Nella prima parte dello scritto si tracceranno le linee generali della prospettiva critica di Boltanski, sottolineando la relazione fra potere semantico delle istituzioni, azione critica degli attori sociali, comparsa delle situazioni di crisi. Nella seconda parte, si prenderanno in esame alcuni tratti essenziali delle istituzioni europee, evidenziando l’influenza che la tradizione di pensiero neoliberale ha su di esse. Nella terza parte, si proverà ad argomentare in favore di una lettura bidimensionale della crisi europea. Da un lato, si sosterrà che essa è radicata nella carenza di istituti democratici che garantiscano ai cittadini europei di esercitare una funzione di controllo e critica sui poteri degli organismi esecutivi dell’Unione. Dall’altro, si mostrerà come la crisi attuale dipenda anche dalla difficoltà sempre maggiore di assicurare un rapporto fiduciario fra stati membri dell’Unione e mercati. Nella quarta e ultima parte, si proverà a spiegare come tale condizione di crisi possa essere funzionale all’af-fermazione di quello che Boltanski chiama «regime di dominio complesso» o «gestionale», fondato sull’appello al cambiamento e sull’istituzionalizzazione dei principi di governamentalità neoliberale. 1. Istituzioni, crisi e critica: la prospettiva sociologica di Luc Boltanski Secondo Boltanski, la condizione di possibilità di ogni forma di cooperazione sociale è la minimizzazione delle instabilità sociali che sono causate dall’eterogeneità di interessi e credenze degli attori sociali. In quanto esseri dotati di una prospettiva parziale e spesso conflittuale con quella dei loro simili, gli esseri umani non sempre condividono un’interpretazione univoca circa la natura degli enti che popolano il mondo sociale e dei fatti che lì accadono. Superare la parzialità di un punto di vista soggettivo richiede, pertanto, la presenza di punti di riferimento esterni e incorporei che siano in grado di osservare il divenire del mondo sub specie aeternitatis.1 A parere di Boltanski, gli unici enti che paiono capaci di porre un freno al conflitto delle interpretazioni divergenti sono le istituzioni. Alle istituzioni, intese come codici scritti, memorie degli antichi, racconti, rituali, spetta principalmente una funzione semantica. Esse devono determinare le proprietà degli individui, degli eventi, degli oggetti nella dimensione sociale attraverso la produzione di definizioni e descrizioni definite.2 Per esempio, un’istituzione come la Costituzione Italiana ci dice secondo quali criteri va attribuita la cittadinanza e di quali diritti e doveri gode il cittadino. Il codice penale ci indica in quali situazioni commettiamo reato. Detto altrimenti, le istituzioni ci forniscono la possibilità di porre un freno al conflitto di interpretazioni soggettive sulla realtà sociale creando contesti d’azione «strutturati per mezzo di regole esplicite e norme implicite che possono essere descritti in forma di
IL DOMINIO DELLA CRISI IN EUROPA 71 grammatiche».3 Le istituzioni sono dunque indispensabili per ridurre il grado di incertezza che gli uomini hanno del mondo quando lo esperiscono soggettivamente. Esse devono distinguere cosa deve essere sempre rispettato da ciò che non è necessario che lo sia, cosa è accidentale in un determinato contesto da ciò che vale sempre e comunque, qualificando in maniera oggettiva stati di fatto passibili di interpretazioni ambigue.4 Definendo attraverso il medium linguistico ruoli sociali e stati di fatto, le istituzioni creano la realtà sociale in cui viviamo quotidianamente, e regolamentano le nostre relazioni interpersonali e i rapporti di potere cui partecipiamo. In tal senso è bene sottolineare che, per Boltanski, la dimensione sociale umana non è organizzata solo in ottemperanza ad una razionalità tecnico-strumentale, rispetto a cui certe condotte sono attualizzate in funzione del raggiungimento di uno scopo strategico. La coordinazione delle attività degli attori sociali presuppone sempre che vi sia anche un’intesa comunicativa e un consenso normativo fra gli attori stessi. Quando si parla di istituzioni e sotto-sistemi sociali, è impossibile pensare che contesti d’azione di tipo tecnico-amministrativo possano sussistere a prescindere dalla formazione normativa di un consenso fra le persone che investono. Consideriamo una sfera sociale come quella dei mercati, che di solito si ritiene completamente avulsa dalle logiche morali degli agenti sociali. I gruppi etnici che, in una nazione ospitante, hanno difficoltà ad accedere ai capitali e alle agevolazioni fiscali degli autoctoni possono contare sul sentimento di appartenenza per iniziare le proprie attività imprenditoriali. Facendo leva sulla solidarietà comunitaria, singoli individui possono iniziare il proprio business grazie a prestiti elargiti dai propri compatrioti o unendo i propri beni in forma cooperativa. Alla stessa maniera, restrizioni agli scambi commerciali possono essere imposte per ragioni morali, come nel caso del mercato degli organi o della prostituzione.5 Coerentemente con quanto sopra illustrato, è solo un’astrazione quella che dipinge le sfere integrate a livello comunicativo come atte a riprodursi solo sulla base di accordi liberi da qualsiasi forma di potere gerarchicamente strutturata.6 Secondo Boltanski, l’esistenza e la coesione della realtà sociale devono necessariamente, costitutivamente, fare i conti con l’eventualità di un’azione critica atta a rimettere in discussione quanto conservato e dichiarato dalle istituzioni. Queste ultime incorporano infatti una tensione radicale, determinata dal rapporto dialettico che intercorre fra teoria e prassi, fra semantica e pragmatica. In sintesi, rendere coerenti e controllabili forme complesse di azione associata richiede, da parte delle istituzioni, l’elaborazione di categorizzazioni generalizzanti, che astraggano sistematicamente dalla mutevolezza delle scelte, dei desideri, delle vicissitudini biografiche degli individui concreti che agiscono nella realtà sociale. Questo, ovviamente, non significa eliminare la contingenza del mondo che le istituzioni irreggimentano. La tensione che scaturisce fra rappresentazione linguistica della realtà sociale e la natura contingente del mondo sociale stesso sta proprio nel fatto che le definizioni prodotte dalle istituzioni sono dirette a descrivere, strutturare e normare rapporti fra esseri viventi. Gli esseri umani non sono meri oggetti di descrizione, ma sono anche soggetti attivi capaci di modificare le relazioni associative che intercorrono fra loro, e le condizioni esterne che fanno da sfondo alle loro condotte. Detto altrimenti, agendo nella dimensione sociale, gli attori sociali sono in grado di cambiarla. È per questa ragione che l’azione linguistica delle istituzioni può rivelarsi insufficiente nel descrivere e normare le mutevoli dinamiche della concreta realtà sociale. È quindi tale dialettica che nutre la possibilità della critica nei confronti degli universi simbolici istituzionalizzati, rendendoli vulnerabili alle denunce degli esseri umani che coinvolgono. Come nota Boltanski se [...] un mondo in cui la pragmatica prevalesse sempre sulla semantica è difficile da concepire, poiché genererebbe un’infinita parcellizzazione della significazione; una realtà interamente soggetta ad una semantica stabilita da posizioni istituzionali sarebbe una realtà in cui l’azione diverrebbe impossibile.7 Questa tensione primigenia fra ordine linguisticosimbolico e contingenza della dimensione empiricopragmatica assume contorni più evidenti allorché ci si rende conto che per le istituzioni è problematica la loro stessa posizione sub specie aeternitatis. Esse possono esplicitare e chiarire funzioni e fatti sociali perché, essendo incorporee, sfuggono alla parzialità del punto di vista degli individui concreti. Il loro carattere immateriale, tuttavia, fa sì che i nostri complessi istituzionali abbiano voce in un mondo concreto di corpi solo grazie a esseri umani investiti della funzione di portavoce. Magistrati, primi ministri, presidenti di banche, segretari di partito, sacerdoti e professori sono autorizzati e delegati a parlare in nome delle istituzioni. Sono chiamati a confermare o meno l’esistenza di certi stati di fatto istituzionali; sanciscono la correttezza di certe condotte d’azione; dirimono le contese fra due o più attori in base ai principi normativi e alle definizioni riconosciute come legittime in una data situazione. Nonostante ciò, i portavoce rimangono esseri corporei ordinari, situati, egoisti, provvisti di pulsioni come le persone cui si rivolgono. Proprio per questo è inestirpabile negli esseri umani un certo senso di inquietudine. I portavoce che permettono all’istituzione di esprimersi traducono bene la volontà di quest’entità senza corpo? Oppure, nello svolgere le loro funzioni, essi non fanno altro che perseguire i propri interessi particolari? Questo disagio si manifesta quando, per esempio, di fronte al fenomeno del trasformismo, o a quello della compravendita di cariche e voti, gli elettori iniziano a dubitare dell’effettiva capacità dei loro governanti di rappresentare la volontà popolare e di servire l’interesse generale. Si verifica quando un imprenditore assume un ruolo decisionale importante all’interno di un organo di garanzia che vigila sulle transazioni del settore economico da cui l’imprenditore stesso trae i suoi profitti. La difficoltà che le istituzioni incontrano nel regolare e governare la realtà si traduce in quella che Boltanski definisce «contraddizione ermeneutica». Per un verso, si hanno ottime ragioni per considerare le istituzioni delle semplici finzioni o, peggio, strumenti di dominio attraverso cui gruppi ristretti di esseri umani si assicurano posizioni privilegiate e la puntuale soddisfazione dei
CORRADO PIRODDI 72 propri desideri individuali. D’altro canto, rinunciare alla funzione semantica delle istituzioni dà adito alla concreta eventualità di violenze perpetue, generate dalla proliferazione di linguaggi privati, incommensurabili perché sprovvisti di ogni riferimento a qualsiasi principio interpretativo. A livello metapolitico, dunque, la necessità del potere delle istituzioni sembra inestricabilmente legata all’inevitabilità dello scontro, del dissenso, della critica: «la tensione che le istituzioni incorporano include la possibilità della critica, e così la genesi formale delle istituzioni è inevitabilmente una genesi formale della critica».8 La fragilità dell’equilibrio fra potere delle istituzioni e azioni critiche degli attori sociali non è solo un fatto negativo. La critica riveste un ruolo fondamentale rispetto al buon funzionamento delle istituzioni per almeno due ragioni. In primo luogo, permette agli individui di porre paletti all’abuso di potere da parte dei portavoce, che possono in ogni momento approfittare dei vantaggi connessi al loro ruolo istituzionale. In seconda battuta, la critica assume un valore positivo allorché si considera che l’azione semantica delle istituzioni, per quanto necessaria, deve essere ragionevolmente flessibile rispetto alle istanze critiche avanzate dagli attori sociali. Questi ultimi, infatti, sono gli unici in grado di indicare i limiti o le discrasie proprie di uno specifico assetto istituzionale. Nella prospettiva di Boltanski, le istituzioni e i loro rappresentanti possono sia assicurarsi l’accettazione collettiva, sia migliorare la propria facoltà di governare la dimensione sociale solo a una condizione: devono sempre tener conto della contraddizione ermeneutica e dare agli attori sociali la possibilità di mettere in discussione la forma dei rapporti di potere istituzionalizzata. Alla luce di queste considerazioni, come possono essere definite le crisi sociali, economiche e politiche nei loro lineamenti generali e invarianti? Secondo Boltanski, i momenti di crisi si verificano quando gli agenti sociali minano con le loro critiche la legittimità di un determinato assetto istituzionale. Le crisi sono, dunque, sintomatiche di un cortocircuito fra forme simboliche e pratiche sociali. In circostanze di crisi, da un lato, le istituzioni non riescono più a descrivere né governare certi fenomeni sociali che dovrebbero essere posti sotto il loro controllo e la loro azione semantica. Dall’altro, gli ordini istituzionali diventano instabili a causa dell’azione critica degli attori sociali, che mettono in discussione il valore normativo e il potere funzionale dei primi, contestandone la capacità di garantire integrazione e riproduzione sociale. Si tratta ora di stabilire se una crisi di questo genere stia avvenendo in Europa. Prima di affrontare questo punto, è indispensabile indagare forma e sostanza delle attuali istituzioni europee, partendo dall’analisi della tradizione di pensiero che le anima principalmente: quella neoliberale. 2. La natura neoliberale delle istituzioni europee La creazione di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva è la pietra angolare che, al netto delle differenze, accomuna il pensiero di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, scuola di Chicago e ordoliberalismo di Friburgo. In linea generale, le varie correnti della tradizione neoliberale concordano sul fatto che, per produrre benessere sociale (ossia per massimizzare PIL aggregato, quello pro-capite e anche quello dei gruppi sociali meno abbienti), l’economia di mercato debba godere di una situazione concorrenziale ottimale. Sotto questo rispetto, l’obiettivo dell’agenda neoliberale non è l’eguaglianza finale di stato, cioè il perseguimento di un’equa redistribuzione economica fra gli individui. Si tratta invece di favorire la creazione di condizioni sociali che permettano agli attori sociali di competere alla pari nella dimensione del mercato, minimizzando la presenza di posizioni di privilegio economico raggiunte al di fuori della competizione economica stessa. La realizzazione di un mercato concorrenziale efficiente implica, per i neoliberali, la messa in atto di almeno tre strategie. La prima è la promozione attiva della libertà negativa degli attori sociali, la seconda il passaggio radicale a un mercato non sottoposto ad alcun controllo normativo moralmente inteso, la terza la promozione di politiche pubbliche inclini a incoraggiare e favorire i processi di competizione economica. Sotto questo rispetto, le istituzioni sociali, e in particolare lo stato, sono indispensabili per la concretizzazione del programma neoliberale.9 Infatti, per essere funzionanti in termini paretiani, i mercati debbono essere regolati. In caso questo non venga fatto, un completo laissez-faire può portare alla formazione di monopoli o di una situazione di oligopolio, minando così alle fondamenta ogni possibilità di massimizzazione del benessere sociale. La teoria ordoliberale della scuola di Friburgo è particolarmente chiara su questo. I mercati concorrenziali perfettamente liberi e autonomi non esistono; la concorrenza ottimale va organizzata e garantita da istituzioni “altre” come banche, stati, commissioni. La realizzazione delle tre strategie sopra citate passa dal depotenziamento o dall’eliminazione di tutte quelle istituzioni e gruppi sociali per cui il principio di competizione individuale non costituisce il criterio per l’allocazione sociale di beni e servizi. In tal senso, in una prospettiva neoliberale, la legittimità dell’attività politica di uno stato, o di una qualsiasi altra istituzione sociale, è determinata esclusivamente dalla sua capacità di promuovere nel mercato condizioni di lavoro e di azione che obbediscano ai principi di concorrenza e merito.10 Questo, va sottolineato, non significa razionalizzare i mercati. Secondo la prospettiva neoliberale, la capacità di previsione degli attori economici sono limitate: la conoscenza a disposizione di un singolo attore economico è solo una frazione della conoscenza complessiva posseduta da tutti i membri della società. Dato un certo problema economico, nessuna mente umana potrà essere in grado di risolverlo tramite una valutazione complessiva di tutti i dati oggettivamente rilevanti. Infatti la conoscenza delle circostanze di cui ci dobbiamo servire non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solamente sotto la forma di frammenti sparpagliati di conoscenza incompleta e spesso contraddittoria che tutti gli individui possiedono separatamente.11 Non è dunque una pianificazione razionale a poter garantire il corretto funzionamento dei mercati e della società. Sotto questo rispetto, le attuali tradizioni neoliberali ab-
IL DOMINIO DELLA CRISI IN EUROPA 73 bracciano implicitamente l’idea proposta da Adam Smith attraverso la metafora della mano invisibile: le attività sociali collettive si armonizzano e trovano coordinazione spontanea in quanto sovradeterminate da quelle leggi obiettive che regolano le transazioni fra esseri umani. Secondo Milton Friedman: i prezzi che emergono dalle transazioni volontarie fra compratori e venditori – in breve, in un libero mercato – possono coordinare le attività di milioni persone, ciascuna delle quali persegue il proprio interesse, in maniera tale da migliorare le condizioni di tutti. […] Il sistema dei prezzi è il meccanismo che soddisfa questo compito, senza che le persone debbano comunicare le une con le altre o piacersi […] Un ordine economico può emergere come conseguenza non intenzionale di molte persone che ricercano il proprio interesse.12 Per il pensiero liberale, in definitiva, un’adeguata allocazione delle risorse e della ricchezza, e la conseguente pacificazione dei conflitti sociali, sono funzioni di un processo di regolamentazione dei mercati che non necessita dell’azione correttiva della volontà politica di un elettorato democraticamente inteso. L’ordine sociale e la massimizzazione del benessere collettivo sono dipendenti dall’effettività della libertà d’azione individuale nel mercato, non dagli esiti del confronto e scontro politico nell’arena pubblica. In tale visione, lo spazio per la dimensione politica, intesa come partecipazione di cittadini e organi politici alla regolamentazione dello spazio sociale, risulta quindi fortemente ridotto. Il pensiero economico-politico di marca neoliberale caratterizza in maniera evidente la struttura storicomateriale dell’attuale ordine istituzionale europeo. Le basi dell’Unione Europea sono costituite da un insieme di trattati internazionali (fra quelli fondamentali, ricordiamo quelli di Roma, Maastricht e Lisbona) fra stati sovrani. Tali trattati provvedono a definire un sistema sovranazionale di governo che mira a garantire pace e una progressiva integrazione culturale, sociale e politica fra i paesi membri. I principali strumenti per l’ottenimento di questo risultato consistono nella creazione di una moneta comune e nella promozione di un mercato unico, piuttosto che nella istituzionalizzazione di una carta costituzionale che miri a creare una nuova forma di sovranità politica e statuale di respiro continentale. L’articolo 2 dell’ex TUE (Trattato sull’Unione Europea) prevede esplicitamente un piano di sviluppo «basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico».13 La politica di consolidamento fiscale indicata dai trattati rispecchia perfettamente, nella sua attuazione, i presupposti teorici neoliberali appena illustrati, in particolar modo il ridimensionamento del ruolo della sfera politica nelle questioni di natura economica. Essa impone infatti un rapporto a circuito chiuso fra governi particolari e l’esecutivo europeo incarnato da Commissione Europea e Consiglio Europeo. Tale rapporto esclude i parlamenti e le sfere pubbliche nazionali dal dibattito intorno alla liceità delle misure adottate in materia di politica economica. Per capire quanto forte sia questa limitazione politica, basti considerare, per esempio, che il parlamento europeo può esercitare il diritto di veto attraverso una maggioranza semplice o qualificata solo su questioni procedurali. Temi come le finanze UE, protezione sociale e imposte indirette richiedono invece l’unanimità del parlamento per essere respinte. In parole povere, l’assetto neoliberale della UE mira a garantire la coesione sociale e l’integrazione degli stati membri non tramite la realizzazione di una democrazia continentale, ma promuovendo maggiore stabilità monetaria e dinamicità dei mercati nazionali. 3. La crisi europea: le pretese dei mercati, le critiche dei cittadini Ma che dire della crisi della UE in quanto fenomeno storico, politico e sociale? Si è visto come, per Boltanski, i momenti di crisi si verificano quando gli agenti sociali indeboliscono con le loro critiche la legittimità del valore normativo e regolativo di un determinato assetto istituzionale. In base a questa prospettiva, sono possibili almeno due letture della crisi europea. Proviamo, innanzitutto, a considerarla come crisi del debito sovrano generata dagli attori attivi sui mercati. Come ha evidenziato Wolfgang Streeck, le crisi economiche in seno ai paesi occidentali non sono solo il risultato di disfunzioni sistemiche interne al modello di produzione capitalista, come quelle connesse alla sovrapproduzione o alla sottoproduzione. Possono essere anche crisi derivate da una rottura del patto sociale fra stati democratici e lavoratori salariati da un lato, e chi vive sulla base dei profitti del proprio capitale dall’altro.14 I primi attori della contesa sono interessati a proteggere redistribuzione sociale della ricchezza e diritti sociali (diritto al sussidio di disoccupazione, alla previdenza sociale, ai servizi socio-sanitari) dei cittadini, prima fonte di gettito fiscale di uno stato sovrano. Gli agenti dei mercati sono, invece, desiderosi di veder tutelate politiche atte a valorizzare il capitale privato. Quando temono che uno stato possa rivelarsi insolvente rispetto ai debiti contratti, o che la partecipazione democratica possa generare un eccesso di controllo sui mercati o sulle politiche fiscali, i soggetti attivi sui mercati possono togliere fiducia allo stato e al suo governo. Bloccando l’investimento di capitali, gli attori dei mercati possono indurre, quindi, aumento della disoccupazione e blocco della crescita. La crisi dei debiti sovrani non ha costituito un’eccezione rispetto a queste dinamiche. In seguito alla crisi dei mutui subprime del 2008, gli stati europei si erano impegnati a sostenere in maniera massiccia banche e istituti finanziari per evitare il collasso del sistema economico. In tal maniera, deficit e debiti pubblici dei paesi europei si sono ampliati ulteriormente. Aggravata dalla recessione iniziata nel 2009, la difficile condizione fiscale dei paesi dell’eurozona ha minato la fiducia dei creditori privati verso la capacità di solvibilità degli stati debitori. In breve, ciò ha significato una drastica riduzione dei prestiti privati a favore degli stati europei a rischio di insolvenza, stati sovrani per cui il meccanismo del debito era di fondamentale importanza per sostenere la spesa pubblica. Al tempo stesso, nella prospettiva dei possessori di capitale, la fiducia dei mercati poteva essere riacquistata
CORRADO PIRODDI 74 solo attraverso misure di austerità atte a ottenere il pareggio di bilancio delle pubbliche amministrazioni. Tali politiche di austerità potevano essere applicate solo limitando il peso delle scelte elettorali dei cittadini. Infatti questi ultimi, in quanto titolari di diritti sociali e politici spesso costituzionalmente garantiti, possono legittimare, tramite meccanismi di consultazione democratica, programmi politici poco disposti al taglio delle misure di welfare, a un’ulteriore liberalizzazione dei servizi e del mercato del lavoro, a regimi di tassazione morbidi nei confronti dei settori più abbienti della società. Sotto questo aspetto, le critiche avanzate dagli attori dei mercati possono essere viste come la pretesa di rendere effettive misure di politica economica coerenti coi principi neoliberali cui le istituzioni europee si ispirano. La ratificazione del Patto di bilancio europeo nel 2012, che ha solo radicalizzato tendenze di governance economica già presenti nei trattati, potrebbe essere interpretata come risposta da parte degli organi di governo europei a tale richiesta. Stando al fiscal compact, per poter accedere agli interventi di salvataggio della BCE, gli stati membri devono ora rispettare dettagliate misure fiscali e ristrutturare le proprie economie nazionali onorando le aspettative dei mercati. Sono chiamati ad adeguare le rispettive politiche salariali ai criteri macroeconomici di stabilità europei. Hanno l’obbligo di accettare il potere di controllo e intervento delle istituzioni europee rispetto ai programmi nazionali di politica sociale, economica e fiscale. Sono tenuti a inserire negli ordinamenti nazionali la riduzione del rapporto fra debito pubblico/PIL e l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (stabilendo, di fatto, l’impossibilità di attuare misure di welfare basate esclusivamente sull’indebitamento pubblico). L’altro volto della crisi ha le fattezze di una discrepanza fra la natura ordoliberale dei trattati europei e le richieste di partecipazione democratica avanzate dai cittadini. Da questo punto di vista, risulta evidente come il risultato del referendum consultivo greco del 2015, o il voto favorevole alla Brexit del 2016, attestino la presenza di forti istanze critiche in chiave anti-europea fra i cittadini dell’Unione. Tali voti di protesta si prestano sicuramente alle più varie interpretazioni e letture, avendo obiettivi diversi e motivazioni politico-ideologiche differenti. Rimane tuttavia innegabile la loro capacità di evidenziare come la giustificazione normativa delle politiche e dei poteri dell’Unione Europea, basata essenzialmente sull’accettazione di principi di giustizia liberali, sia messa fortemente in discussione. Da questa seconda prospettiva, la crisi europea sembra essere saldamente connessa all’incoerenza fra quanto descritto e imposto dalle istituzioni ordoliberali continentali e lo sviluppo concreto della realtà sociale. Un lungo processo di deregolamentazione dei mercati, liberalizzazioni in chiave anti-corporativa, politiche di stabilità monetaria pare non aver prodotto né integrazione politica fra i paesi europei né un aumento del benessere generale dei loro cittadini. Quello che viene fortemente percepito, invece, è solo l’allargamento della forbice nelle diseguaglianze sociali e l'aumento della conflittualità politica fra gli stati membri dell'Unione. Se dunque si assume la prospettiva dei cittadini, è problematica l’incapacità delle istituzioni europee di recepire le critiche avanzate attraverso i canali politici democratici consueti. La centralità di questi ultimi risulta evidente se si pensa al fatto che, storicamente, sono stati utilizzati per limitare gli abusi di potere delle classi sociali più elevate e correggere le politiche pubbliche promosse dai gruppi dirigenti nazionali. I cittadini europei non solo sottolineano come le politiche economiche perseguite dall’Unione indeboliscano o cancellino tutti quei diritti sociali che, fino a non molto tempo fa, erano considerati inalienabili rispetto allo status di cittadino. Fanno anche notare come le politiche di austerity non siano state avallate da nessuna votazione democratica, né discusse secondo le normali procedure deliberative delle democrazie a base nazionale. Agli occhi dei cittadini, gli organismi esecutivi europei paiono totalmente immuni all’azione dei parlamenti e dei governi nazionali, che si limitano a ratificare le scelte fatte a livello sovranazionale. La legittimità politica delle scelte fatte a livello europeo è sganciata da quelle procedure elettive e rappresentative attraverso cui, tradizionalmente, le classi dirigenti hanno legittimato la propria azione politica e i lavoratori sono riusciti a istituzionalizzare quei diritti sociali e politici oggi considerati incedibili. Rimane ora da capire quali dinamiche abbiano favorito, da parte delle istituzioni europee, la valorizzazione delle istanze critiche dei mercati piuttosto che di quelle dei cittadini. Una possibile risposta la fornisce Boltanski medesimo in alcuni interessanti passaggi di De la critique. In tali pagine, il sociologo francese sostiene che le crisi, pur essendo eventi che nascono dall’esercizio delle facoltà critiche degli attori sociali, non sempre preludono a una trasformazione positiva o più equa dei nostri ordini socio-politici. Le crisi sono anche momenti che possono giocare a favore di un rafforzamento di eventuali situazioni di dominio in quattro modi. In primo luogo, i momenti di crisi possono spogliare la classe dirigente delle responsabilità politiche rispetto a una determinata situazione di instabilità e disordine, nel momento in cui la realtà sociale appare autonoma, governata da dinamiche che sfuggono al controllo degli uomini. In secondo luogo, proprio in quanto la crisi si manifesta come prodotto di una realtà sociale che gode delle stesse proprietà essenziali della realtà naturale, essa può essere vista come un fenomeno necessario, inevitabile, che richiede l’azione congiunta di esperti e membri della ruling class per essere superata. La soluzione alle fasi critiche può essere ottenuta solo attraverso il ricorso di expertise che permettano di assumere un punto di vista obiettivo rispetto al problema. Risolvere una crisi sociale o finanziaria non richiederebbe quindi un approccio diverso da quello impiegato per fronteggiare un’emergenza idrica o climatica. Da qui segue la terza funzione positiva delle crisi rispetto alla stabilità delle situazioni di dominio. Dal momento che la crisi può essere compresa e affrontata per mezzo di strumenti tecnico-scientifici, la classe dei portavoce responsabili può avere accesso a un insieme di poteri eccezionale la cui liceità è determinata proprio dal possesso di specifiche competenze tecniche. Non è dunque un iter democratico a determinare la legittimità del potere della classe politica o di governo, ma il possesso di quella conoscenza indispensabile a risolvere circostanze sociali di stallo e disagio. Ciò consente di introdurre la quarta e ultima funzione della crisi rispetto al dominio: la promozione di
IL DOMINIO DELLA CRISI IN EUROPA 75 un’agenda politica realista. Visto che le forze in atto nella crisi sono da considerarsi ineluttabili, in quanto non più sottoposte al controllo degli agenti sociali, la volontà di questi ultimi, legislatori e governanti compresi, non potrà che adattarsi alle leggi necessarie che animano la realtà sociale. Ciò significa che, in linea di massima, la soluzione alla crisi non può mai essere raggiunta tramite un radicale superamento dello status quo, ma solo adattando le strategie di soluzione ai modelli di previsione e azione adottati dagli esperti. Sotto questo aspetto, la classe dirigente europea sembra rapportarsi alla crisi proprio in quella maniera che, secondo Boltanski, favorirebbe il radicamento di forme di dominio sociale. Istituzioni e portavoce europei stanno affrontando la crisi attuale come se fosse un fenomeno naturale, che può essere superato stando alle regole del gioco della dimensione sociale entro cui si è sviluppato. Le istituzioni europee sono essenzialmente improntate a superare la crisi generata da una mancanza di fiducia dei detentori di capitali attraverso politiche coerenti coi dogmi neoliberali. La spesa pubblica fondata sul debito è vitale per gli stati dell’Unione. D'altronde, non ci possono essere prestiti privati quando la probabilità di insolvenza di uno stato è alta. Date queste due premesse, non rimane che promuovere quelle politiche di risanamento (misure miranti a promuovere competitività e crescita, a rafforzare le norme di bilancio, a normalizzare gli squilibri macroeconomici) che possono normalizzare i rapporti fra stati e mercati. L’agenda politica realista è dunque giustificata in nome dell’expertise e di una valutazione tecnicoeconomica. Ciò va a scapito sia dei diritti sociali e politici di cui godono i cittadini europei, sia della costruzione di un’intesa normativa con questi ultimi. Tuttavia, può una tale situazione, in cui le istituzioni europee legittimano la loro azione politica sulla base dei principi di giustizia propri della sfera economica, essere definita come dominio? Può essere interpretata nei termini di una patologia sociale? 4. La natura debole del dominio in Europa Per rispondere a tale quesito, occorre capire che valenza acquista il lemma «dominio» nel pensiero di Boltanski. Il sociologo francese sostiene che le istituzioni finiscono per creare, affermare e perpetuare condizioni di dominio cronico quando esasperano le loro funzioni di stabilizzazione semantica, di riduzione del gap fra la realtà mondana e la sua rappresentazione. In questa accezione, il dominio può essere inteso come il tentativo da parte delle istituzioni e dei loro rappresentati di nascondere l’effettività della contraddizione ermeneutica. Le istituzioni diventano veicolo di sopruso e oppressione quando restringono in misura più o meno significativa il raggio d’azione della critica. Ciò infatti significa privare gli attori sociali della possibilità di avanzare istanze di giustizia, di denunciare l’uso inappropriato delle funzioni istituzionali da parte dei portavoce, di migliorare e far progredire come inadatti i regimi di categorizzazione e i principi di regolamentazione istituzionalizzati. Un esempio chiaro ed estremo di tali circostanze è rappresentato da quello che Boltanski definisce «dominio semplice», termine sotto cui possono essere sussunti i regimi politici autoritari e totalitari del Novecento. In questa situazione di dominazione, l’attività principale delle istituzioni è mantenere l’ortodossia, ossia l’accettazione collettiva incondizionata dell’immagine cristallizzata della struttura sociale vigente, attraverso l’annichilimento di ogni opposizione diretta a contestare l’effettività dei fatti sociali istituzionalizzati. Nelle sue forme tradizionali, il dominio nega la complessità del mondo sociale impiegando rappresentazioni della società e del popolo come totalità organiche, internamente omogenee e coerenti. Contemporaneamente, esclude e perseguita le voci critiche alla stregua di fenomeni patologici, colpevoli di corrompere l’integrità sociale. Una seconda manifestazione di dominio è quella che Boltanski definisce «complessa» o «manageriale». Essa costituisce una forma di degenerazione istituzionale propria degli odierni regimi democratico-capitalisti. Le peculiarità di questo assetto istituzionale sono due. La prima specificità risiede «nel riconoscere la legittimità della critica, almeno quando essa si esprime in forme riconosciute e sta anche, quando la forza dei movimenti critici aumenta, nel pretendere di incorporarli fino a istituzionalizzarli a sua volta.»15 Nei regimi di dominio complesso la critica viene depotenziata non per mezzo di un attacco frontale di natura oppressiva, o grazie alla diffusione di un’ortodossia ideologica forgiata ad hoc. In tali circostanze sociali, le operazioni critiche diventano appannaggio delle istituzioni medesime, che fanno loro l’idea in base a cui il cambiamento delle forme di relazione sociale istituite è ineluttabile ed auspicabile. La seconda peculiarità del dominio manageriale sta nella maniera in cui legittima e organizza la coordinazione sociale attraverso il medium delle scienze statistiche, economiche e gestionali: Bisogna sottolineare un tratto particolarmente importante di questa modalità di governance, attorno al quale si annodano oggi nuovi legami tra il capitalismo e lo Stato, consolidati dallo scambio tra tecniche di management e procedure di legittimazione. Si tratta, in breve, del carattere strumentale, strettamente gestionale degli interventi e delle loro giustificazioni, siano queste orientate verso il cambiamento della realtà o verso quello delle prove.16 In questa prospettiva, il grado di affidabilità e stabilità di un governo non è più legato al rispetto del mandato democratico. Il popolo non è più concepito alla stregua di un soggetto politico, ma come una popolazione oggetto di amministrazione e di misure di pubblica sanità. In breve, in una situazione di dominio complesso, la coerenza delle nostre attività collettive è misurata e oggettivata in base alle informazioni quantificabili prodotte dalle discipline tecnico-matematiche e dalla scienza economica standard. Il modello di governance neoliberale si rivela dunque regime di dominio in un duplice senso. Da un lato assume di poter risolvere la contraddizione ermeneutica attraverso azioni istituzionali top-down, cioè per mezzo dell’osservanza di leggi scientifiche, le quali vanno a normare un mondo sociale che non gode però delle stesse regolarità del mondo naturale. Dall’altro, annichilisce l’azione della critica degli attori sociali non tramite la coazione fisica e ideologica, ma proprio in virtù di quella stessa immagine scientifica del mondo sociale. Assumendo che la
CORRADO PIRODDI 76 pacificazione delle tensioni sociali sia un traguardo raggiungibile tramite l’attuazione di precise norme tecnico-economiche, il cambiamento del quadro istituzionale non è pratica o eventualità osteggiata in sé. La critica è depotenziata poiché è esercitata solo da un gruppo ristretto di tecnici e governanti che si suppone siano dotati di una conoscenza obiettiva della realtà sociale stessa. Sotto questo rispetto, si può dunque affermare che anche il dominio manageriale, non diversamente dalle forme di dominio semplice, nega la dialettica fra potere semantico delle istituzioni e critica degli attori sociali. Il dominio complesso, nell’accezione delineata da Boltanski, ha quindi molto a che fare con le idee della filosofia neoliberale che stanno alla base dell’attuale ordinamento dell’Unione Europea. L’attuale assetto dell’Unione rispecchia i dettami di una dottrina economica secondo cui benessere collettivo, armonia sociale fra i cittadini e integrazione politica fra stati nazionali possono essere ottenuti se le dinamiche concorrenziali del mercato vengono protette e incoraggiate attraverso politiche di governance sovranazionale. In tale quadro, la dialettica fra istituzioni socio-politiche e attori sociali sembra non trovare spazio, o averne molto poco. Come si è visto, Boltanski concepisce il gioco fra potere simbolico e azione critica dei soggetti sociali come un processo senza fine, fondamentale per uno sviluppo positivo della realtà sociale. Il pensiero neoliberale, al contrario, afferma che la ricomposizione finale di un mondo sociale essenzialmente conflittuale è possibile. Essa può essere raggiunta solo attraverso l’osservanza di due punti fondamentali. Innanzitutto, è necessario depotenziare le influenze critiche e correttive della sfera pubblica e delle sue istituzioni qualora mettano apertamente a rischio il regime di concorrenza ottimale dei mercati. In seconda battuta, risulta indispensabile osservare le presunte leggi obiettive che animano i mercati stessi, cui istituzioni e attori sociali sono chiamati ad adeguarsi per poter garantire una massimizzazione del benessere collettivo. Alla luce di queste considerazioni, si capisce perché un regime ordoliberale come quello europeo possa rientrare nella nozione di dominio complesso elaborata da Boltanski. In generale, l’assetto neoliberale europeo può essere definito patologico nel momento in cui nasconde l’effettività della contraddizione ermeneutica, non permettendo a attori politici come stati e cittadini di correggere l’organizzazione concreta dei rapporti di potere che esso descrive, promuove e protegge. Nello specifico, l’attuale struttura dell’Unione Europea può favorire situazioni di dominio nella misura in cui è sprovvista di meccanismi di partecipazione e critica democratica che consentano di emendare l’agenda di politica economica nel segno di una maggiore equità sociale e in virtù di un consenso normativo fra governanti e governati. Rimangono da fare alcune importanti precisazioni, che mirano a prendere le distanze da quelle posizioni che dipingono l’evoluzione e il rafforzamento del capitalismo neoliberale come un processo totalmente spersonalizzato, o come il frutto di un progetto deliberato e pianificato da parte di una ristretta élite sociale. Se si vuole essere coerenti con la prospettiva di Boltanski, infatti, bisogna tener conto dell’assunto secondo cui gli attori sociali conservano sempre le loro capacità critiche. Secondo questo punto di vista, essi possono accettare riflessivamente, scientemente, l’istituzionalizzazione di rapporti asimmetrici di potere, non necessariamente improntati all’eguaglianza e alla solidarietà sociale. Sotto questo rispetto, è inutile negare che il decennale processo che ha portato alla formazione di questa Europa ha per lungo tempo goduto della legittimazione democratica, più o meno indiretta, da parte di stati sovrani e cittadini dei singoli paesi membri. Per le stesse ragioni, una ragionevole interpretazione di questa immagine del dominio complesso neoliberale e della crisi europea ci impone di assumere una concezione debole di classe «dominante» o «di responsabili», come la definisce Boltanski. Quest’ultima non va intesa come una classe omogenea, dotata di un piano preordinato per imporre il proprio dominio. Per stessa ammissione di Boltanski, se di classe dominante si deve parlare, bisogna pensare a una pluralità di attori dispersi nello spazio che praticano attività disparate, che occupano posizioni anche molto diverse fra loro in relazione alle autorità istituzionali, che sono dotati di poteri diseguali quando li si valuta in termini di proprietà e di capitali, ma che con le loro azioni, tuttavia, concorrono al perseguimento del dominio.17 Nella dimensione della società capitalista neoliberale, i responsabili non hanno solo il ruolo di ufficiali dirigenti che, nelle istituzioni pubbliche e nelle organizzazioni private, devono sottostare alle leggi che custodiscono e in base a cui agiscono. Essi fanno pure parte di reti finanziarie, industriali, politiche e intellettuali, che impiegano per massimizzare i potenziali vantaggi individuali, sfruttando la molteplicità di regole contingenti che animano la realtà sociale. Ciò che accomuna i responsabili è una condizione epistemica, un certo insieme di schemi percettivi, cognitivi e interpretativi, derivante «da una nuova cultura internazionale radicata nell’economia, e soprattutto nelle discipline del management».18 Questa comune matrice culturale porta i membri della classe dominante (che si muovono tra interessi dei capitali finanziari, funzioni pubbliche di governo e amministrazione, valorizzazione del sé) ad agire seguendo non il piano a lungo termine di un gruppo di potere, ma interessi disparati e obiettivi spesso confusi e contradditori. Sotto questo rispetto, i tratti antropologici della classe dominante delineati da Boltanski paiono ben adattarsi all’idea neoliberale secondo cui un’allocazione ottimale delle risorse si può raggiungere solo grazie a decisioni microeconomiche prese localmente, non pianificate da un’autorità centrale. Formatisi secondo i dettami di una certa cultura economica, i responsabili non cercano di coordinarsi fra loro o pianificare collettivamente azioni volte a conservare o incrementare il loro potere sociale. Non lo fanno, perché abituati a pensare che le azioni aggregate di individui competenti nei rispettivi campi, senza alcuna forma di coordinazione volontaria, possano produrre il miglior risultato per sé stessi e per la società. L’attuale Unione Europea non è pertanto l’esito di un disegno concertato dai membri di una classe dominante. Essa è il frutto di un progetto economico e politico, a lungo sostenuto dai diversi attori sociali in campo, che riconosce nei presupposti neoliberali, e quindi nel depotenziamento degli strumenti di critica democratica, la soluzione più efficace per garantire la coesione e il benessere sociale.
IL DOMINIO DELLA CRISI IN EUROPA 77 Note: 1 Cfr. L. Boltanski, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation, Gallimard, Parigi 2009, p. 117. 2 Cfr. ivi, p. 119-120 (traduzione mia): «Così ricadono sulle istituzioni tutte le funzioni che riguardano la fissazione del riferimento, in maniera particolare quando si tratta di beni il cui valore è rilevante e i cui predicati devono essere stabilizzati tramite definizioni. [...] Ma affinché il processo stesso sia possibile, tali beni devono essere stati oggetto di un lavoro di definizione già in precedenza, o piuttosto le relazioni fra i beni e le parole che li designano, o i nomi loro assegnati, devono essere stati stabilizzati da una descrizione definita». 3 Ivi, p. 95. 4 Ibid. 5 Su questi temi cfr J. Beckert, The Moral Embeddedness of Markets, in B. J. Clary, W. Dolfsma, D. M. Figart (a cura di), Ethics and the Market: Insights from Social Economics, Routledge, Londra 2006, pp. 11-25. 6 Sulle grammatiche normative impiegate in diversi contesti di azione sociale si veda anche L. Boltanski, L. Thevenot, De la justification. Les économies de la grandeur, Gallimard, Parigi 1991. 7 L. Boltanski, De la critique, cit., p. 141 (traduzione mia). 8 Ivi, p. 148 (traduzione mia). 9 Su questi temi cfr. F. A. Hayek, The Road to Serfdorm, IEA, Londra 1945; L. Herzog, Inventing the Market. Smith, Hegel and Political Theory, Oxford University Press, Oxford 2013, pp. 121-128. 10 Cfr. C. Offe, Democracy in Crisis: Two and a Half Theories about The Operation of Capitalist Democracies, 9 July 2012, https://www.opendemocracy.net/claus-offe/democracy-in-crisis-twoand-half-theories-about-operation-of-democratic-capitalism, ultima consultazione: 23 febbraio 2017. 11 F. A. Hayek, The Use of Knowledge in Society, in «American Economic Review», a. XXXV, n. 4, pp. 519-530 (traduzione mia). 12 M. e R. Friedman, Free to Choose: A Personal Statement, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1979, p. 13 (traduzione mia). 13 Cfr. art. 3, co. 3, Versione consolidata del trattato sull'Unione europea e del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in «Gazzetta ufficiale dell’Unione europea», OJ N. C115, 9 maggio 2008, p. 18. 14 Cfr. W. Streeck, Buying Time: The Delayed Crisis of Democratic Capitalism, Verso, Londra 2014, pp. 84-92. 15 L. Boltanski, Individualismo senza libertà. Un approccio pragmatico al dominio, in «La società degli individui», n. 37, 2010, p. 113. 16 Ivi, p. 115. 17 L. Boltanski, De la critique, cit., p. 213 (traduzione mia). 18 Ivi, p. 216 (traduzione mia).