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L'eterno presente nella poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti

Bispuri, Ennio

Abstract

Bispuri, Ennio

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Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 251-256 L’eterno presente nella poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti Ennio Bispuri Direttore dell’Istituto Italiano di cultura di Barcellona I versi di Giorgio Bàrberi Squarotti, contenuti nelle raccolte Trionfi d’inverno (Milano: Spirali, 2003); Le Vane nevi (Verona: Bonaccorso, 2002) e nel microscopico ma intenso Barista e altri versi (Bollate-Milano: Signum, s.d.) raccontano di una realtà tutta interiore, lontana (per quanto possibile) dai rumori del mondo esterno. I versi fluiscono come melodie che intendono celebrare soltanto le emozioni provocate da brevi immagini, quasi da istantanee che, come vere e proprie folgorazioni, appaiono per pochi istanti, lasciando di esse una scia luminosa, che è proprio l’oggetto privilegiato di tale Poesia. Sarebbe vano cercare nei versi di Bàrberi Squarotti un coinvolgimento o solo un collegamento con la realtà esterna, un impegno civile che tenti di rivelare il dolore della Storia. Anzi, la sua Poesia sembra essere il luogo privilegiato dove le accensioni del mondo esterno si trasformano e si metabolizzano sistemandosi in emozioni. Il timbro generale della Poesia di Bàrberi Squarotti è infatti caratterizzato da un’introspezione radicale e felice, spinta fino alle estreme conseguenze, dove tutto il mondo si dissolve per ridursi a un puro fascio di emozioni, per lo più di natura visiva, su cui il Poeta, come un nuovo Montaigne privato del suo impianto filosofico forte, riflette e si ausculta. L’universo, per Bàrberi Squarotti, non è altro che un’immagine effimera, su cui i Sensi e la Ragione, armoniosamente collegati e uniti, ricostruiscono un frammento che si ripete. Il Poeta non sa dirci altro: i punti di riferimento dell’io sono la sua intrinseca assenza, il suo tentativo di esistere al di là delle pure emozioni, della pura contemplazione di qualcosa che vibra nella luce e che, dissolvendosi rapidamente, ci illude della continuità del nostro essere nel tempo. Ma gli stessi versi colpiscono anche per la particolare forza allusiva costruita su metri, scelte stilistiche e ascendenze arcaiche, che, ricordando con evidenza il tessuto poetico dei Lirici Greci, diventano echi di un mondo evocato attraverso una raffinata elaborazione lessicale e una ricerca giocata su un’aggettivazione misurata e coerente, non priva tuttavia di raffinate combinazioni (da Trionfi d’inverno: la disperanza dell’inverno, p. 40; prima che la notte si 252 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Ennio Bispuri muioia, p. 51; la notte illune, p. 68; celate le Alpi nell’occiduo sole, p. 137) su allusioni e accenni, sulla pausa prolungata e su una evidente tendenza a costruire un verso leggero e fortemente connotato in senso musicale. L’opera poetica di Bàrberi Squarotti accenna, evoca, fissa e scolpisce il frammento e dialetticamente frammenta l’Assoluto, riconducendolo a vibrazioni luminose e sensuali. I versi di queste raccolte, che per la loro incredibile dolcezza sembrano talora essere la traduzione italiana dei frammenti di Archiloco, di Saffo o di Mimnermo, si strutturano su una dimensione che vuole ignorare l’io e il tempo, il mondo esterno e il divenire della Storia. Nulla sembra trapelare infatti, nelle liriche così volutamente frammentarie di Bàrberi Squarotti, della conflittualità e della drammaticità del mondo e dell’angoscia con cui l’uomo contemporaneo guarda al proprio futuro e all’incerto futuro del mondo. Quello (unico) che interessa il Poeta è portare le proprie emozioni ad esercitare una vera e propria dittatura all’interno del proprio io, trasferendole su un piano di purezza assoluta fino a cancellare, al suo punto più alto, lo stesso soggetto che le prova. Attraverso i suoi versi l’Autore spinge le parole verso una sintesi radicale, che, quasi privandole del loro valore semantico, le riduce a relitti segnici provenienti da un’altra dimensione, da uno spazio-tempo immobile ricostruito attraverso il puro atto immaginativo: una sorta di eterno presente che sembra preservarci dal Nulla. È in questa vocazione a superare il dato lessicale d’uso che risiede a mio avviso la forza e la prima qualità della poesia di Bàrberi Squarotti, che si esprime in una costante tensione a svuotare del significato corrente le parole, per inserirle nel linguaggio evocativo e allusivo dell’Inconscio. I versi di Bàrberi Squarotti, che ci allontanano dallo scorrere impetuoso della realtà, sono immersi in un Divenire che tutto travolge: evocano, accennano, fissano e celebrano il frammento, ma non ci fanno mai vedere l’Intero, verso il quale tuttavia aspirano. Gli squarci visivi, da cui prende forma ogni poesia (praticamente in ogni composizione compare l’immagine di una ragazza intravista o immaginata, che accende, come in un delirio pudicamente controllato e misurato, la fantasia dell’Autore) sono il motore e lo strato più profondo dell’intima ispirazione di Bàrberi Squarotti, Poeta tanto riservato, schivo e indisponibile a giudicare l’umanità e ad esplorarne i grandi enigmi, quanto generoso nel comunicarci le proprie emozioni, che, scivolando in una tentatrice dimensione onirica, si risolvono quasi sempre in una sorta di autoseduzione, dove il Nulla e l’Eternità, pur nella loro logica opposizione, sembrano esprimere una medesima ed equivalente minaccia. Gli squarci lirici sono come tagli o ferite inferte sulla pagina, come lampi in sequenza, che illuminano l’oscurità e il magma dell’Inconscio e penetrano per un attimo nell’ambigua dimensione del sogno. Le emozioni sono così portate ad uno stato di purezza assoluta, fin quasi ad essere spogliate non solo di qualunque dato documentario che vada oltre il singolo e minuscolo dettaglio, ma perfino private dello stesso soggetto che le prova e le comunica. L’io, come il mondo che questo si rappresenta, sembra L’eterno presente nella poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 253 infatti aver smarrito per Bàrberi Squarotti il suo senso ultimo, di essere cioè il fondamento della soggettività, come garanzia della razionalità del conoscere e del sentire, per ridursi al succedersi di singoli e puntiformi istanti emozionali. Come per Nietzsche, che definisce l’io una seduzione della grammatica, il soggetto, nella poesia di Bàrberi Squarotti si pone tra parentesi (cosa insolita per la Poesia!) e si riduce alle sue stesse produzioni emotive espresse senza un coinvolgimento dichiarato. E così si smarrisce o si nasconde. Quello che dunque appare al lettore è l’isolamento definitivo e irreversibile dell’io, sopraffatto dalla sua stessa esuberanza produttiva e da un’attività imaginifica e creativa che, privilegiando la scintilla su cui si accende la propria attenzione, finisce per divorare quello che incessantemente genera. I versi di Bàrberi Squarotti alludono continuamente a un mondo immobile, arcaico, fisso nella Storia perché reso immutabile dall’emozione istantanea: un mondo appunto che sembra non essere soggetto al divenire. A leggere più attentamente ci si accorge però che proprio quel mondo non è mai contemplato con nostalgico compiacimento, con la malinconia della rimembranza o con lo sguardo rivolto ad un’età dell’oro che non è mai esistita. Il centro della Poetica di Bàrberi Squarotti, il nucleo più profondo e più nascosto della sua Poesia sembra essere dunque questo contrasto, questo confronto e questo collegamento costante tra un Essere senza tempo, seducente e ammaliatore, che, lasciandosi contemplare solo attraverso singoli frammenti, appare incontaminato nella sua fissità e un Divenire che il Poeta rinuncia a descrivere e definire. Forse per questo l’insistenza esplicita su continue folgorazioni rende esplicita la poetica di Bàrberi Squarotti, che obbedisce senza eccezioni al metabolismo emozionale dell’attenzione verso ciò che di più lo seduce: l’immagine della donna giovane e bella. Si potrebbero citare decine e decine di versi, più o meno costruiti sul tema proustiano delle jeunes filles en fleur (da Trionfi d’inverno: una ragazza sorride alle ombre liete, p. 7; ed è più immaginaria la ragazza/ che ti visita in qualche crepuscolo d’inverno, p. 9; è la ragazza che si è spogliata/ tra gli arbusti e i fiori ancora accesi, p. 17; la ragazzina sola, nella luce/ verde di arance acerbe e di limoni, p. 20; la ragazza con l’ombelico nudo,/ in corsa sulla riva dell’aurora, p. 23; … la ragazza apparve agile/ nello sciame del buio, uscendo fuori/ dal fiume di luce che eterno scorre, p. 24; … una ragazza fresca/ davanti alla facciata d’ombra della chiesa, p. 26; oh, la ragazza nuda, se compare/ dal salice e si allunga sopra l’erba, p. 33; … Oh, al più il tino/ spumoso di viola in altri tempi,/ dove prima timida, poi sempre più audace/ si potesse spogliare la ragazza/ qui giunta d’altri luoghi…, p. 38; … la ragazza/ un poco sorridendo, e lentamente/ si spogliava finché si affacciò nuda/ dalla finestra, e dietro il vetro ironica, p. 41; l’unica vera luce era il candore/ del corpo nudo, mollemente steso, p. 50; e la ragazza ora sì nudi i fianchi/ nel gelo del Natale…, p. 64; una ragazza sfiora la sua rosa/ ultima del tardo agosto, a lungo, p. 75; era seduta la ragazza/ ai piedi del campanile, forse lì aspettando/ una musica virtuale…, p. 76; entrò, vestita di un festoso abito/ nero, altissima la ragazza…, p. 77; … qualcuno/ chiamò dall’altro ponte la ragazza/ 254 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Ennio Bispuri che remava sul fiume dolcemente, p. 84; nell’ansia del saluto alla ragazza/ si aprì l’impermeabile e dolcemente/ apparve tutta nuda…, p. 89; entrò impudica la ragazza, e rise, p. 90; ferma la voce, la ragazza bionda/ cantava nella chiesa, gli occhi chiusi, p. 91; …la ragazza/ bionda, distesa nuda sul divano, p. 92; … l’ironia/ normale della candida ragazza/ uscita dalla doccia e ora rivolta/ sulla schiena…, p. 121; tiene le mani incrociate sul pube/ troppo pudica la ragazza, il volto/ piegato in basso…, p. 138; le spesse calze nere e nuda Monica/ pudicamente in piedi nella stanza/ della biblioteca vuota…, p. 153; si sdraiò la ragazza, contemplando/ il tenue cielo azzurro e l’ala lenta/ d’un vento allegro…, p. 161. Da «Le vane nevi»: una ragazza bionda, alta, piegato/ un poco il fianco, come per leziosa/ noia o per irridente pazienza, p. 11; e la ragazza che volò nell’aria/ per sbaglio…, p. 13; … la ragazza bruna, e quando/ arrivai primo della folla un poco/ folle d’attesa, mi sfidò proterva, p. 33; … come l’amore/ che mi resta, sognato nel ricordo/ della ragazza quasi nuda…, p. 34; il vestito leggero e luminoso/ della ragazza…, p. 37; l’alta ragazza bruna, nel meriggio/ d’agosto incerto fra ansia e afa, annoiata/ e pigra contemplava dalla via/ eterna di Alba il silenzio dubbioso, p. 38;… una ragazza dolce si era seduta su una panca, aveva/ strettissimo il vestito, nuda l’anima/ abbronzata più d’ogni altra ora vera, p. 39; e il cerchio nero appena della gonna/ della ragazza esausta dell’amore, p. 42; la ragazza castana con gli occhiali/ nervosa e accanita leggeva da ore/ un libro…, p. 44; al miracolo la ragazza volge/ incredula le spalle…, p. 45; sulla via ancora vuota, sollevò/ la ragazza bruna la maglietta/ bianca sul petto nudo…, p. 47;… e la ragazza già era/ bianca, confusa nel biancore fitto/ di troppa neve…, p. 48; lisci i capelli, incertamente biondi,/ la ragazza alta, china sui ginocchi, p. 49; di colpo uscì dal buco di un cortile/ illuminata tuttavia dell’oro/ delle foglie di un faggio, una ragazza/ bruna, lunghe le gambe nei jeans stretti, p. 50; … la ragazza/ timidamente un poco sorridendo/ si faceva toccare i fianchi nudi, p. 51; la ragazza/ ah forse non più giovane, ma intatta,/ la maglia azzurra, corta, i fianchi lucidi, p. 54; alla stazione, a Pisa, la ragazza/ americana, folle di improvvise/ grida alterate e il volto troppo ilare/ e arrossato, p. 62; la ragazza con la maglietta bianca/ troppo leggera, mentre soppesava/ indecisa le mele rosse…, p. 69; sotto il puro candore della neve/ candido il corpo nudo dell’immota/ ragazza…, p. 72; … la ragazza/ bruna, alta, in piedi, nuda, esili un poco/ i fianchi, le mammelle leggere, ilari/ gli occhi e pure pudichi, volti in basso, p. 79; … l’alta ragazza bruna/ ritta, insistentemente contemplava/ il nulla ombroso e irato dei capelli/ ricciuti nell’eccelsa solitudine, p. 83; fumava continuamente la ragazza/ bionda, con i capelli scossi e storti/ la schiena nuda, dorata…, p. 85; una ragazza coi capelli fulvi,/ alta, un po’ pingui i fianchi nudi, esposte/ le mammelle all’ingannevole vento, p. 88; la ragazza coi capelli biondi,/ serrati nel fermaglio d’ametista/ e oro…, p. 90; di corsa, trafelata, la ragazza/ un po’ confusi gli occhi dell’estate/ ancora, riuscì a salire sul tram, p. 91; il corpo della ragazza festosa/ nel tempo, entro l’attesa che la fiamma/ le sia data del vino necessario, p. 103; una ragazza bionda chi sa mai/ chi aspettasse, se non c’era nuvola/ sull’orlo delle colline…, p. 109; nel più leggero fiato del tramonto/ apparve la ragazza pura e timida, p. 115; si aggiunge d’improvviso la ragazza/ alta, bruna, abbronzata…, p. 122;… la ragazza, allora, alta e robusta,/ bruna, di via Toledo, L’eterno presente nella poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 255 nella luce/ d’infinita primavera e brezza…, p. 127; la ragazzina saviamente nuda/ invece di recarsi a scuola, indugia, p. 128;… una ragazza un po’ discinta,/ bruna, porta ogni tanto il vino…, p. 130; dall’autobus discese la ragazza dolcissima e alta, risoluta sciolse/ le chiome d’oro dal cappuccio bianco, p. 132;… l’asprigna/ ragazza bruna, con la maglia bianca/ e con i jeans stretti e brevi, i fianchi nudi,/ portava pesci oscenamente gonfi, p. 138; la ragazza dipinta, sola e intorno/ erano troppi i gigli e i peschi e incongrue/ rose pallide, sollevò il volto/ dubbioso e interrogante…, p. 144;… la ragazza, neri/ gli abiti stretti e solo l’ampia luce/ chiara dei fianchi nudi…, p. 158; una ragazza non attendeva il tempo/ né il nulla, p. 162; si sdraiò la ragazza, contemplando/ il tenue cielo azzurro e l’ala lenta/ di un vento allegro…, p. 164;… la ragazza americana,/ corti i riccioli biondi, era seduta/ sul pavimento sporco, indifferente, p. 166). Poiché sono sempre trasferite sul vissuto personale e al di fuori della Storia, queste emozioni laceranti, come nella pittura di Balthus o nella Poesia di un ipotetico Sandro Penna eterosessuale, tendono ad acquietarsi e a risolversi nel mito, dove il mistero più profondo e impenetrabile dalla ragione conclude la rievocazione di gesti e dettagli che abbagliano e restano senza una spiegazione, ossia di fatti solo contemplati, immobili nel tempo e pertanto eterni e misteriosi (i Francesi dicono le détail qui tue, i Tedeschi, con Goethe, Gott ist im Detail). La Poesia di Bàrberi Squarotti, che non contiene mai nostalgie o slanci verso il passato o accensioni verso il futuro, è costruita su un interno processo emotivo, tratteggiato attraverso successive magie e incanti, con i quali e solo con i quali può nascere il Mito, costruito ai margini del vuoto, che sembra minacciare con la sua pretesa di esistere. Essa si risolve in una fissità arcana e intangibile, radicata in un presente senza tempo, in una cristallizzazione luminosa senza prospettiva, in un’armoniosa descrizione di gesti e di immagini che acquisiscono quasi le tonalità della trascendenza (il ricorso e il richiamo a Dio è frequente e talora invocato quasi a interrompere la descrizione del divenire emozionale). Gli elementi mitologici, che sono molto frequenti in tutte le raccolte citate (solo alcuni esempi da Trionfi d’inverno: osservi le acque ambigue da cui puoi/ attenderti il corpo di luce di Afrodite/ o il Pesce di smeraldo…, p. 13; non altra dea, ecco che Minerva sulla riva, p. 15;… ritta in piedi,/ Venere nata dal mare dell’erba, p. 43; o quanto le onde invadono del mare/ in tempesta la roccia scabra d’Eolo, p. 48; era Venere tremante fra dune/ ritorte…, p. 55;… la Menade quasi/ tuttavia infantile illuminò…, p. 147; la dea con l’abito lieve di pallido/ roseo e giallo, il corpo candido,/ il deforme Vulcano…, p. 148; la voce, che non s’ode, di Afrodite, p. 150), sono sempre evocati come punti di riferimento che impediscono il naufragio, come livelli di fissità eterna, che, sia pure nella favola e nel sogno o nella potenza trasfiguratrice dello sguardo, rendono il Divenire più bello e meno insensato. La Natura per Bàrberi Squarotti non è mai un dato esteriore-descrittivorealistico. Essa non esiste se non in quanto è uno stato d’animo, dove i colori, le immagini, gli odori, i suoni ecc. non ritraggono veristicamente l’esterno, ma dipingono un paesaggio interiore, solo interiore, ossia l’anima. 256 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Ennio Bispuri Bàrberi Squarotti scrive con con una fluidità e una pregnanza semantica e una perfetta incisività, che sono forse l’aspetto stilistico più vistoso della sua ricerca poetica. Egli sembra trasmetterci, in definitiva, la sua convinzione più profonda: che la Storia, anche se si lascia accarezzare, rimane impenetrabile dalla Ragione e che quindi tanto vale trascurarla. Oppure che la vera Storia sono solo le nostre emozioni (Fellini diceva: «il vero realista è il visionario»). La poesia è intesa da Bàrberi Squarotti (che corre felicemente e consapevolmente il rischio di sottrarsi alla modernità, fino a sfidarla) come il racconto dei propri sogni e dei propri miti, che si accendono e si esauriscono nel puro atto contemplativo. Bàrberi Squarotti immerge insomma il proprio io e i personaggi della sua poesia in un vuoto che è tale per eccesso di pieno, ma ci mostra anche il graduale distacco, ossia il processo di questa metamorfosi, il rumore che si fa silenzio e torna rumore, la vita che tramonta e muore e poi risorge, il dolore che si muta in piacere per mutarsi ancora in dolore, in una sorta di corrente eraclitea della psiche, che però è solo apparente e che il Poeta si limita a contemplare senza volerla spiegare, traducendola sempre in una sorta di implosione che chiude il mondo e lo riduce ai palpiti brevi e intensi di uno stato d’animo felice perché privato dalla minaccia del vuoto, che lo fa sembrare eterno.