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Dialetti d'Italia e dialetti d'Europa

Benincà, Paola

Abstract

Prendendo spunto da un incontro fra linguisti e dialettologi europei che progettano atlanti sintattici dei dialetti dei loro paesi, il lavoro presenta alcune riflessioni sullo statuto dei dialetti nei diversi paesi d'Europa. Esaminando le situazioni di alcuni paesi a confronto con quella italiana, si sostiene che per render conto delle differenze nello sviluppo degli studi grammaticali riguardo ai dialetti si debbano valutare sia le ragioni sociolinguistiche, che hanno origini storiche e politiche, sia la tradizione degli studi grammaticali nei diversi paesi. Questi fattori interagiscono nel far sì che un dialetto sia percepito o meno come una lingua, sia studiato e si conservi nella sua area di variazione.

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Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 11-26 Dialetti d’Italia e dialetti d’Europa Paola Benincà Università di Padova Abstract Prendendo spunto da un incontro fra linguisti e dialettologi europei che progettano atlanti sintattici dei dialetti dei loro paesi, il lavoro presenta alcune riflessioni sullo statuto dei dialetti nei diversi paesi d’Europa. Esaminando le situazioni di alcuni paesi a confronto con quella italiana, si sostiene che per render conto delle differenze nello sviluppo degli studi grammaticali riguardo ai dialetti si debbano valutare sia le ragioni sociolinguistiche, che hanno origini storiche e politiche, sia la tradizione degli studi grammaticali nei diversi paesi. Questi fattori interagiscono nel far sì che un dialetto sia percepito o meno come una lingua, sia studiato e si conservi nella sua area di variazione. Parole chiave: dialetti Italiani, dialetti Europei, sintassi, atlanti dialettali. Abstract Starting from the encounter between European linguists and dialectologists projecting a syntactic atlas of the dialects within their countries, the article presents certain reflections on the status of dialects in a number of European countries. Examining the situation of certain countries with respect to that in Italy, the article puts forward the view that, in order to inform on the difference in the development of the grammatical studies with reference to dialects, it is essential to evaluate those sociolinguistic reasons having historical and political origins, as well as the tradition of grammatical studies within various countries. These factors can be seen interacting in the ways in which a dialect is or is not perceived as a language, affecting whether it is studied and whether it is conserved within its own area of variation. Key words: Italian dialects, European dialects, syntax, dialect atlas. 1. Atlanti sintattici dei dialetti d’Europa Si è svolto recentemente a Padova un workshop esplorativo1che potrebbe preludere a una rete di attività coordinate, promosse dalla European Science Foundation: si è trattato di un incontro in cui venivano presentati, confrontati e 1. European Dialect Syntax, Exploratory Workshop of the European Science Foundation, Standing Committee for the Humanities, Università di Padova/CNR, 11-13 settembre 2003. 12 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Paola Benincà discussi progetti di ricerca per la costruzione di atlanti in cui rappresentare la variazione sintattica dei dialetti parlati all’interno dei vari stati nazionali d’Europa. Risulta dai progetti presentati e dai risultati di alcuni di questi che le modalità della raccolta e della registrazione, pur collegandosi idealmente ai tradizionali atlanti dialettali, fanno ricorso a tutte le risorse informatiche che permettono di risparmiare tempo e denaro e di mettere a disposizione degli studiosi i materiali raccolti e analizzati, con un accesso che consente ricerche anche incrociate, molto difficoltose con gli atlanti tradizionali. Il metodo della ricerca sintattica ha caratteristiche talmente diverse da quello della fonologia e della morfologia, essendo diversa così la base di dati come il formato delle ipotesi teoriche e delle conclusioni descrittive, che inevitabilmente le modalità della raccolta e del trasferimento dei risultati hanno caratteristiche diverse da quelle tradizionali utilizzate finora. Una raccolta sintattica può sfruttare al meglio e in modo più immediato le possibilità tecnologiche attualmente disponibili, ma non si vuol sostenere con questo che la sintassi avesse bisogno di queste tecnologie per essere documentata e comparata. È un dato di fatto che i dati sintattici sono presenti negli atlanti dialettali esistenti solo in modo marginale, con dati in genere raccolti più o meno casualmente, allo scopo per esempio di presentare il contesto di fenomeni fonologici, o di ottenere paradigmi morfologici, o per arricchire la documentazione di tipi lessicali specifici.2Non perché fosse tecnicamente più difficile, ma perché non si sapeva bene che cosa cercare. Mentre la variazione fonologica, morfologica, lessicale, si proiettava su teorie dei diversi livelli chiare, discusse, ricche di correlati empirici, la sintassi poteva solo rifarsi alla grammatica tradizionale, come cornice teorica, e non poteva vedere uno scopo chiaro nel documentare la variazione. La raccolta di dati sintattici può risultare per molti aspetti più semplice che la raccolta di dati pertinenti per fonologia, morfologia e lessico; non è necessario infatti utilizzare trascrizioni fonetiche sofisticate, né cercare informatori con particolari caratteristiche di «purezza linguistica», per cui, almeno in presenza di determinate situazioni sociolinguistiche, possono essere utilizzati questionari scritti che vengono riempiti dall’informatore autonomamente. Se si tengono presenti alcuni rischi possibili e se la situazione generale perI promotori dell’incontro erano Bernd Kortmann, Freiburg, Elvira Glaser, Zürich, Cecilia Poletto, Padova, Hans Bennis e Sjef Barbiers, Amsterdam. Il sito internet del Meertens Instituut di Amsterdam metterà a disposizione i collegamenti internet con i vari progetti e le loro banche-dati. 2. Una sezione specificatamente dedicata a frasi da tradurre si trova nel questionario della Carta dei Dialetti Italiani, promossa e diretta da Oronzo Parlangèli. I dati raccolti non sono mai stati pubblicati; sono in corso di trasferimento da nastro magnetico (inchieste sonore) a CD-rom, presso la sezione di Dialettologia dell’ex Istituto di Fonetica e Dialettologia del CNR, Università di Padova. Molte delle frasi proposte per la traduzione avevano in realtà lo scopo di ottenere dati lessicali, oppure morfologici, ma alcune strutture sintattiche erano effettivamente mirate (accanto ai 3 tipi di periodo ipotetico, si trovano, ad esempio, qualche frase interrogativa e due frasi relative restrittive). mette di neutralizzarli, il questionario scritto può essere anzi il miglior modo di raccogliere dati dialettali, quello che dà il massimo di informazioni utili sull’articolazione lessicale e morfologica della sequenza e sulle intuizioni sintattiche del parlante. Quindi, non sono difficoltà tecniche quelle che hanno ritardato la documentazione sistematica della sintassi dialettale, ma difficoltà teoriche: per essere visti e descritti, i fenomeni devono essere rilevanti rispetto a una qualche teoria. Tuttavia, la sintassi dei dialetti italiani è stata più studiata rispetto ai dialetti di altre nazioni europee, e un progetto di «atlante sintattico» è stato avviato vari anni fa e ha prodotto una raccolta sistematica di dati più ricchi che altre nazioni. Vorrei qui cercare di individuare alcune delle ragioni che spiegano questo netto e visibile divario: esse saranno da un lato da ricercare nelle caratteristiche sociolinguistiche dei dialetti italiani, dall’altro anche nella storia della ricerca nei diversi paesi. 2. Dialetti e ricerca in Europa L’incontro di Padova è stato molto interessante e fruttuoso da vari punti di vista; in particolare il confronto fra le diverse esperienze ha messo in luce, più ancora di quanto già non si sapesse, le differenze fra i diversi paesi, per quanto riguarda sia l’articolazione e la stratificazione delle lingue nelle diverse situazioni sia l’organizzazione della ricerca. Già con uno sguardo al programma si potevano notare lacune su cui riflettere. Nessuno ha portato infatti esperienze o progetti dalla Francia; dalla Spagna si è parlato di un progetto per la Catalogna (Gemma Rigau); per la Gran Bretagna hanno parlato ricercatori tedeschi (Bernd Kortmann e Lieselotte Anderwald) e un anglista scandinavo (Juhani Klemola).3 Ricche presentazioni di progetti accompagnate da analisi teoriche della variazione hanno riguardato le varietà germaniche occidentali (d’Olanda e Belgio e della Germania settentrionale), le varietà tedesche di Baviera e Svizzera, le varietà nordiche della Scandinavia, il portoghese, l’italiano. Il materiale preparatorio, fatto circolare in precedenza fra i partecipanti da parte degli organizzatori, presentava la situazione di vari progetti esistenti in Europa: dei cinque progetti, il più antico di gran lunga è il progetto italiano, sulla sintassi dei dialetti dell’Italia settentrionale (ASIS), che da qualche anno sta affrontando anche la sintassi dei dialetti centro meridionali (ASIM). Mentre gli altri quattro progetti risultano iniziati fra il 2000 (dialetti nederlandesi, inglesi, tedeschi della Svizzera) e il 2001 (dialetti dei Rom d’Europa), il progetto italiano risulta in questa documentazione attivo dal 1992. In realtà, la prima notizia del progetto è del 1989, e la prima relazione a un conDialetti d’Italia e dialetti d’Europa Quaderns d’Italià 8, 2004 13 3. Era in realtà prevista la partecipazione di due studiose della Gran Bretagna, Karen Corrigan e Jenny Cheshire, che non poterono partecipare all’incontro; esse non si occupano tuttavia di sintassi dialettale. 14 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Paola Benincà vegno è del 1991.4Si potrebbe anche sostenere che l’ASIS ha ispirato le iniziative successive, ma sicuramente ha ispirato il progetto di un atlante sintattico dei dialetti inglesi in una regione americana, quella dei monti Appalachi. Che l’ispirazione per questa impresa sia venuta dall’ASIS lo ha dichiarato in un recente convegno Christina Tortora5(CSI, New York), che con Raffaella Zanuttini (Georgetown, Washington) e Marcel den Dikken (CUNY, New York) e Judy Bernstein (W. Paterson Univ.) l’ha ideata e la dirige. I nomi di questi studiosi — di più o meno recente origine europea — fanno pensare che anche la loro cultura nativa abbia avuto un peso nell’ispirare il loro progetto. Le aree che risultano più nettamente scoperte rispetto a questo tipo di indagine sono la Francia, la Gran Bretagna e la Spagna castigliana, e non sembra azzardato supporre che queste aree siano radicalmente diverse per quanto riguarda lo statuto che le parlate diverse dalla lingua standard hanno in questi paesi, sia dal punto di vista sociolinguistico, sia più in generale sull’auto-percezione che i parlanti hanno delle varietà linguistiche. Penso che su tutto questo abbia influito non solo la storia politica e sociale ma anche il modo in cui si è sviluppata la ricerca linguistica nei diversi paesi, e che i due aspetti siano in relazione dialettica reciprocamente. Un paese come la Catalogna è, ad esempio, un’area in cui c’è stata una storia linguistica ricca di esperienze importanti e un processo politico che ha portato a riflessioni e prese di posizione aperte ed esplicite, con un riconoscimento formale e processi di standardizzazione. Accanto a questo, si è avuta una continua riflessione linguistica, che ha mantenuto viva la percezione dell’unitarietà dell’area e dell’importanza delle varietà per una migliore comprensione dei fenomeni grammaticali di tutti i livelli. C’è il rischio a volte che i processi di standardizzazione si configurino — come sta accadendo in Friuli e nelle aree dolomitiche — come forme di normativismo, da cui deriva insicurezza nei parlanti dialetto e un livellamento, se non sparizione, delle peculiarità dialettali. Ho l’impressione che questo in Catalogna non sia avvenuto e che la costruzione di uno standard unitario sia andato di pari passo con l’attenzione e la cura per mantenere vive le differenze. La Scandinavia è unita, oltre che da vicende storiche, dall’obiettiva vicinanza grammaticale fra le diverse lingue; inoltre, la ricerca linguistica su quest’area fin dall’inizio si è dedicata alla ricostruzione razionale delle relazioni fra 4. Cfr. P. BENINCÀ, «Per un atlante dialettale sintattico», in G. BORGATO e A. ZAMBONI (a cura di), Dialettologia e varia linguistica per Manlio Cortelazzo, Padova: Unipress, 1989, p. 11-17; P. BENINCÀ e C. POLETTO, «Il modello generativo e la dialettologia: un’indagine sintattica», Rivista Italiana di Dialettologia, n. 15, 1991, p. 77-97; P. BENINCÀ, «Geolinguistica e sintassi», in Giovanni RUFFINO (a cura di), Atlanti linguistici italiani e romanzi: esperienze a confronto. Atti del Congresso internazionale (Palermo, 3-7 ottobre 1990), Palermo: Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1992, p. 29-41. Rimando a questi lavori per informazioni sul progetto e sulla sua metodologia. 5. Ch. TORTORA, «La variazione sintattica e i dialetti appalachiani», relazione presentata al convegno su I dialetti e la montagna, Sappada, luglio 2003, in stampa negli Atti, a cura di G. Marcato, Padova: Unipress, 1993. Dialetti d’Italia e dialetti d’Europa Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 15 le diverse lingue, a cominciare dall’evoluzione fonologica; è impossibile distinguere chiaramente in questo caso le cause dagli effetti, ma sta di fatto che nell’educazione linguistica anche scolastica dei singoli paesi scandinavi si propone un modello comparativo che tratta la lingua dei singoli paesi come una variazione all’interno di un sistema linguistico unitario.6 Nel caso della Germania, l’area bavarese ha una sua tradizionale individualità, ma credo che non sia privo di importanza il fatto che su quest’area sono stati fatti alcuni primissimi lavori di sintassi teorica che prendeva come oggetto varietà dialettali.7I dialetti basso tedeschi dell’area nord-occidentale si appoggiano alle varietà nederlandesi d’Olanda e del Belgio, lingue nazionali, e anche qui si è avuta ricerca linguistica mirata a utilizzare la variazione per una migliore comprensione dei fenomeni.8 Rispetto ad aree come quelle citate, la peculiarità dell’Italia consiste nel fatto che le situazioni favorevoli alla vitalità e visibilità dei dialetti sono qui molto più estese nel territorio e molto più profondamente radicate. Tutta l’Italia è non tanto un’area dialettale quanto piuttosto un insieme di aree dialettali, perché non ha avuto mai un centro sufficientemente stabile e forte dal punto di vista economico e culturale, ma sempre una pluralità di centri influenti, più o meno equilibrati per prestigio e forza; questo ha permesso la sopravvivenza nei secoli di tante piccole lingue, a loro volta centri di aree di variazione dialettale. La fisionomia di queste aree è varia, in relazione alle caratteristiche della loro storia e della loro organizzazione economica e sociale; esse hanno assunto al nord una fisionomia piuttosto di ambito regionale, al centro e al sud di ambiti più circoscritti. Fra le regioni settentrionali, per esempio, Lombardia, Veneto, Piemonte, costituiscono ampie aree dialettali unitarie, per il fatto che i loro centri — Milano, Venezia, Torino — erano abbastanza forti e prestigiosi da esercitare un’influenza unificatrice su un’area regionale e controbilanciare contemporaneamente l’influsso dei centri regionali vicini. Nell’Italia meridionale e centrale la situazione è molto più frammentata: ad esempio, in Campania, Abruzzo, Puglia e Calabria si possono invece osservare microa6. Ho ricavato queste informazioni da una conversazione con il linguista norvegese Oystein Vangsnes. Per alcuni fra i primi lavori di sintassi scandinava si veda, fra altri, L. HELLAN e K. K. CHIRSTENSEN (a cura di), Topics in Scandinavian Syntax, Dordrecht: Reidel, 1986. 7. Penso in particolare ai lavori di Joseph Bayer, fra cui ricordo «COMP in Bavarian syntax», The Linguistic Review, n. 3, 1984, p. 209-274; J. BAYER, «What Bavarian negative concord reveals about the syntactic structure of German», in J. MASCARÓ e M. NESPOR (a cura di), Grammar in Progress, Dordrecht: Foris, 1990, p. 13-23. 8. Gli studi di dialettologia nederlandese hanno una lunga tradizione, anche per la sintassi (è del 1938 il lavoro di J. van Ginneken sui prefissi nei dialetti olandesi). Fra gli esempi recenti si veda L. HAEGEMAN, Theory and description in generative grammar. A case study in West Flemish, Cambridge: CUP, 1992; E. HOEKSTRA e C. SMITS, «Vervoegde voegwoorden in de Nederlandse dialecten», in E. HOEKSTRA e C. SMITS (a cura di), Vervoegde Voegwoorden, Amsterdam: Cahiers van het P.J. Meertensinstituut, 1997; J. VAN DER AUWERA, «Dutch verbal prefixes. Meaning and form, grammaticalization and lexicalization», in L. MEREU (a cura di), Boundaries of morphology and syntax, Amsterdam: Benjamins, 1999, p. 121-135. 16 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Paola Benincà ree dialettali, più piccole delle regioni storiche, a cui si sovrappone l’influsso di un centro come Napoli, che si estende al di là dei confini regionali. Questo ha prodotto la costituzione di gruppi dialettali come sistemi alquanto solidi e resistenti all’influsso della lingua standard, nonostante si continui a temerne — ormai da secoli — l’imminente scomparsa.9Si potrebbero citare molti lavori, teorici e empirici, che hanno analizzato da vari punti di vista tutto questo: mi limiterò a citarne due, non recenti ma tuttora illuminanti. John Trumper presentò nel 1975 a un convegno della Società di Linguistica Italiana10 un’analisi della situazione sociolinguistica italiana con la quale identificò due tipi basilari di diglossia, la microe la macrodiglossia, che distinguono le regioni italiane: la microdiglossia è tipica delle regioni in cui si hanno aree dialettali molto circoscritte, a volte limitate al paese o al villaggio, dove i parlanti possono usare o il dialetto locale o la varietà di italiano regionale, talvolta l’italiano standard. Una regione è caratterizzata da macrodiglossia dove un dialetto locale non è isolato di fronte all’italiano standard, ma è sorretto da una varietà — anche non stabile e fissata — di varietà regionale o comunque di ambito più ampio, che gli permette di comunicare al di fuori dell’ambiente locale senza dover passare all’italiano. In regioni come il Veneto o la Campania, questa strutturazione è molto ricca di stratificazioni, per cui si hanno anche tre livelli di dialetto: un valligiano dell’area bellunese avrà competenza del dialetto strettamente locale del villaggio, di un dialetto di ambito meno ristretto per comunicare nella provincia, più o meno, e di un livello ancora più ampio che tiene in considerazione la regione. All’estremo opposto Trumper aveva individuato l’Emilia-Romagna; qui i dialetti locali non hanno a disposizione una varietà dialettale di ambito più ampio, ma si alternano soltanto con l’italiano (più o meno connotato da tratti regionali). In regioni come questa il dialetto è veramente in pericolo, tende a sopravvivere in parole isolate e ad essere usato in occasioni molto limitate. Ma le regioni come l’Emilia-Romagna sono pochissime; molte, pur non raggiungendo la stabile e articolata struttura del Veneto, hanno situazioni macrodiglossiche che coprono aree più ristrette della regione, ma più ampie del villaggio. A questo lavoro di Trumper si può accostare utilmente la riflessione complementare di Alberto Mioni sulla specificità della diglossia italiana (1989);11 9. Sono interessanti i dati ISTAT sull’uso del dialetto e della lingua in Italia, da cui si ricava che fra il 1996 e il 2000, mentre è leggermente aumentata la percentuale di coloro che parlano in casa solo italiano, è aumentata anche — e di più — la percentuale di chi parla in casa sia italiano che dialetto; in alcune regioni, come il Piemonte, il Veneto, il Friuli, il Lazio, la Campania, l’aumento della percentuale di chi parla in casa ambedue le lingue compensa ampiamente il calo nelle percentuali di chi parla solo dialetto (vedi anche M. M. caps Parry, «The Challenges to Multilingualism Today», in A. L. LEPSCHY e A. TOSI (a cura di), Multilingual Italy, Oxford: Legenda, 2003, p. 47-59). 10. J. TRUMPER, «Ricostruzione nell’Italia settentrionale: sistemi consonantici», relazione presentata al convegno della SLI, Pavia 1975. In R. SIMONE e U. VIGNUZZI (a cura di), Problemi della ricostruzione in linguistica, Roma: Bulzoni, 1977, p. 250-310. 11. Si veda in particolare A. MIONI, «Osservazioni sui repertori linguistici in Italia», in G. BORGATO e A. ZAMBONI (a cura di) Dialettologia e varia linguistica per Manlio Cortelazzo, Pado- Dialetti d’Italia e dialetti d’Europa Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 17 mentre in altre situazioni la diglossia comporta una specializzazione funzionale dei diversi codici, con una scala di relativa «altezza di stile», nella diglossia italiana, per le ragioni che abbiamo brevemente indicato, le funzioni dei due (o più) codici si sovrappongono in buona parte. Le stesse funzioni stilistiche (escluso in certi casi lo stile più alto e quello più basso) sono ricoperte sia dal dialetto sia dalla lingua: la scelta fra i due codici dipende dal luogo geografico da cui proviene l’interlocutore. Ne deriva che i dialetti sono parlati (in linea di principio) da una gamma estesa di strati sociali e non sono ristretti, come ad esempio in Francia o in Inghilterra, agli strati sociali più bassi. Anche questo è uno dei fattori che, combinati insieme, hanno permesso prima di tutto ai dialetti delle aree con macrodiglossia di evolversi in modo naturale, resistendo all’influsso dell’italiano più o meno comune, ma direi che hanno dato anche un sostegno «ideologico» agli altri dialetti, che pur più scoperti nel confronto con la lingua nazionale, hanno potuto tuttavia sopravvivere bene fino ad oggi e conservare molte delle loro distintive caratteristiche grammaticali. La varietà regionale o sub-regionale prodotta dalla macrodiglossia si avvicina al concetto di koiné, quella varietà che si forma spontaneamente per sottrazione di peculiarità locali e si colloca «al di sopra» di un insieme di lingue poco differenziate. E’ da sottolineare infatti che in queste varietà sopra-locali vengono eliminati tutti i tratti peculiari, propri di una sola località, compreso il centro di prestigio intorno a cui si organizza l’area linguistica. Si può sostenere con buoni argomenti, ad esempio, che l’italiano è la continuazione del fiorentino;12 tuttavia, in italiano non sono entrati i tratti linguistici propri della varietà di Firenze, che non sono mai stati tratti prestigiosi. Nel Veneto, la cui situazione linguistica è a me più familiare, è evidente che non sono i tratti distintivi del veneziano quelli che caratterizzano la koiné regionale. Su processi di ripulitura e livellamento di questo tipo, che eliminano anche i tratti tipici della varietà di prestigio, si fonda la formazione di una lingua, che perde caratteri locali man mano che si estende ad aree più ampie.13 va: Unipress, 1989, p. 421-429. Il lavoro riprendeva e utilizzava per l’italiano una ricerca più generale, «Standardization processes and linguistic repertoires in Africa and Europe: some comparative remarks», in P. AUER a A. DILUZIO, Variation and Convergences, Berlino: De Gruyter, 1988, p. 294-320. 12. Si veda L. RENZI, «“ItalAnt”: come e perché una grammatica dell’italiano antico», Lingua e Stile, n. 35, 4 , 2000, p. 717-729. 13. Per processi simili, ma più recenti, di creazione spontanea di koiné in epoca moderna si veda il dettagliato e complesso studio condotto sull’area del Limburgo belga da Frans Hinskens nella sua tesi di dottorato, Dialect Levelling in Limburg, Università Cattolica di Nimega, 1992. Un aspetto su cui si potrebbe ulteriormente indagare è quello che riguarda la presenza in una koiné di strutture facoltative: sembra di poter dire che strutture che si presentano diverse nelle varietà su cui insiste una koiné entrano a far parte della lingua comune come scelte facoltative. 18 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Paola Benincà 3. Dialetti e ricerca in Italia L’esistenza in Italia di una varietà di sistemi linguistici differenziati, condivisi in linea di principio da tutte le classi sociali, ha prodotto una consapevolezza molto particolare per quanto riguarda la loro osservazione e descrizione, una profondità nella comprensione dei fenomeni che non ha molti paragoni in altre aree linguistiche. Si può supporre che questa situazione abbia avuto conseguenze anche sull’evoluzione della ricerca linguistica. Per fare un esempio, andiamo a uno dei primi lavori italiani di riflessione sociolinguistica, che ha avuto un notevole ruolo paradigmatico14 per la sua limpidezza e concretezza, costituendo in un certo senso la premessa empirica dei lavori citati sopra; è dovuto a Giovan Battista Pellegrini e comparve per la prima volta nel 1960.15 Pellegrini notava come in uno stesso parlante frequentemente coesistono quattro varietà linguistiche di cui ha competenza attiva o passiva: il dialetto locale, il dialetto regionale, l’italiano regionale, l’italiano comune. Si tratta di idealizzazioni, come dice Pellegrini stesso, notando come solo i due estremi, l’italiano comune e più ancora il dialetto locale siano sistemi in qualche modo stabili e uniformemente presenti nei parlanti, mentre le altre due entità sono alquanto variabili. Tuttavia esistono, e spesso uno stesso parlante passa dall’uno all’altro a seconda delle circostanze. Per documentare l’assunto, Pellegrini presenta e commenta dal punto di vista morfologico, fonologico, lessicale quattro traduzioni della Parabola del Figliol Prodigo nei quattro registri disponibili per un parlante del Veneto settentrionale (area di macrodiglossia, diremmo con John Trumper). Non credo che sia mai stato sottolineato il fatto che Pellegrini, per esemplificare questa stratificazione di competenze all’interno del parlante, non ha ricavato i dati da testi scritti o da inchieste registrate, non ha consultato banche dati né percorso vallate e strade cittadine cercando di cogliere dal vivo frasi da confrontare. Come via d’accesso più naturale ai dati che gli interessavano ha scelto istintivamente l’introspezione, immaginando se stesso nelle diverse situazioni e trascrivendo le frasi nelle forme lessicali, morfologiche e sintattiche dei diversi registri. Pur essendo un dialettologo tradizionale con grande rispetto per l’autenticità del dato linguistico, ha usato quel procedimento, l’introspezione del linguista, variamente discusso e a volte violentemente criticato, che è da sempre il caratteristico procedimento dei sintatticisti generativi. Accanto a Pellegrini possiamo collocare Giulio Lepschy, che fra gli anni ’70 e gli anni ’80 presentò interessanti e singolari lavori di descrizione grammaticale dell’italiano e del veneziano, in qualche caso con una comparazione 14. Si veda ad esempio l’applicazione che ne hanno elaborato Giulio C. LEPSCHY e A. L. LEPSCHY, in The Italian Language Today, Londra: Hutchinson, 1977 (in italiano: La lingua: storia, varieta dell’uso, grammatica, Milano: Bompiani, 1981). 15. G. B. PELLEGRINI, «Tra lingua e dialetto in Italia», comunicazione presentata alla 47ª riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze (Trieste, 1959), Studi Mediolatini e Volgari, n. 8, 1960, p. 137-53 (poi in ID., Saggi di linguistica italiana, Torino: Boringhieri, 1975, p. 11-35). Dialetti d’Italia e dialetti d’Europa Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 19 fra le due grammatiche, anche in questo caso ricorrendo fondamentalmente all’introspezione. Pur essendo, com’è noto, un profondo conoscitore delle teorie linguistiche più attuali, Lepschy non le utilizza nei suoi lavori se non indirettamente, e mostra quindi come la grammatica tradizionale, se usata come una teoria empirica, sia un quadro teorico più che sufficiente per produrre lavori descrittivi molto sofisticati e in grado di porre problemi teorici che talvolta attendono ancora di essere risolti.16 Gli esempi diversi di Giovan Battista Pellegrini e di Giulio Lepschy ci portano a valutare un altro aspetto peculiare dei dialetti italiani, forse non unico in Europa ma certo in nessun paese diffuso come in Italia, cioè il fatto che, essendo i dialetti presenti e vivi in ogni strato sociale, è molto facile incontrare linguisti dialettofoni. Questi esempi mostrano anche come la riflessione sintattica dovrebbe essere proprio il campo di elezione per la dialettologia italiana: e con questo siamo tornati al punto di partenza, al fatto che in Italia un progetto di rilevamento sistematico di dati sintattici dialettali si è sviluppato prima che in altre aree d’Europa, benché i primi lavori di sintassi condotti con un quadro teorico venissero dedicati a dialetti press’a poco intorno agli stessi anni — cioè nei primi anni ’80 — sia in Italia sia in altri paesi Europei.17 È importante sottolineare che, come si è detto indirettamente, il nostro progetto è iniziato e si è sviluppato in questi 10 anni prendendo in considerazione, di proposito, solo dialetti dell’Italia settentrionale. La ragione che sembra più evidente è il fatto che essi formano una sorta di macro-sistema dialettale, con caratteristiche che li uniscono e li separano dagli altri dialetti italiani. Ma avrà un peso anche il fatto che le indagini scientifiche sui dialetti italiani, nate intorno alla fonologia, prima diacronica e poi anche sincronica, hanno avuto uno sviluppo disuguale nelle due parti d’Italia, in particolare nella fase iniziale (Ottocentesca) di fondazione della disciplina; fenomeni sintattici dei dialetti settentrionali (inclusa l’area svizzera) sono stati notati e descritti già dai dialettologi dell’Ottocento, cosa che non è avvenuta nella stessa misura per l’Italia meridionale; inoltre, va sottolineato che il lavoro enorme che la linguistica ha fatto per la determinazione delle relazioni etimologiche illumina la morfologia e la struttura delle forme, chiarendo anche la sintassi, in particolare tutto quello che coinvolge gli elemen16. Sono lavori comparsi fra gli anni ’70 e ’80, poi riuniti nei volumi dello stesso Lepschy, Saggi di Linguistica Italiana (1978), Mutamenti di prospettiva nella linguistica (1981) e Nuovi Saggi di Linguistica Italiana (1989), tutti usciti a Bologna, presso Il Mulino. Lepschy prende sul serio, di nuovo in tutta la sua potenzialità empirica, anche la storia della linguistica come storia della ricerca, un continuo di osservazioni, intuizioni, generalizzazioni, che è utile conoscere e su cui è ancora possibile e produttivo tornare per costruire con strumenti teorici attuali: si veda, per un esempio, «L’articolo indeterminativo. Note per la storia della grammatica italiana» (1987), ripubblicato in Nuovi Saggi…,cit., p. 143-151. 17. Si noti che non compaiono fra questi primi lavori di sintassi — che abbiamo esemplificato sopra in nota — né dialetti inglesi, né francesi (di Francia), né spagnoli: e questa assenza persiste tuttora, come dicevamo. 26 Quaderns d’Italià 8/9, 2003/2004 Paola Benincà ciare, ma il caso più diffuso è quello in cui l’informatore dialettofono sa scegliere con grande sicurezza il livello linguistico pertinente.31 Paesi come la Germania hanno una situazione sociolinguistica non molto diversa da quella italiana, anche per vicende storiche abbastanza simili; le varietà regionali sono ben individuate e i dialetti sono abbastanza presenti nella lingua viva. Forse l’Italia ha avuto una storia letteraria in dialetto particolarmente ricca: poeti come Andrea Zanzotto o Virgilio Giotti, o narratori come Luigi Meneghello, per citare solo esempi un po’ casuali, fanno uso del dialetto come strumento di espressione, e i massimi autori del teatro italiano sono autori dialettali. Forse, d’altro lato, in Germania i linguisti storici non si sono occupati di dialetti tedeschi quanto di dialetti italiani e romanzi, inserendosi in una tradizione italiana ricca e solida, che si può dire affonda le sue radici in una riflessione grammaticale e descrittiva secolare, che dal Medio Evo fino all’Ottocento ha prodotto grammatiche e trattati ricchi di spunti empirici.32 I linguisti storici di lingua tedesca si dedicarono moltissimo anche ai dialetti francesi, ma in Francia la linguistica ha privilegiato tradizionalmente la riflessione generale e filosofica. Qui i dialetti non hanno conquistato una rappresentazione condivisa nel sentire comune, a parte il provenzale, che ha una collocazione simile a quella che ha in Spagna il catalano. In Inghilterra, per concludere l’esemplificazione, tutti i fattori che potrebbero favorire la vita dei dialetti sono assenti e quelli sfavorevoli presenti: da una parte, con una fortissima lingua nazionale stratificata in modo molto preciso quanto al prestigio, le varietà regionali e locali sono collocate a livelli più o meno bassi della scala sociale; la scarsità di riflessione grammaticale morfologica o fonologica nella tradizione linguistica ha limitato la loro classificazione in aree linguistiche sistematiche; questo effetto congiunto è stato così forte da limitare fortemente la riflessione anche su aree relativamente individuate e autonome, come la Scozia o i dialetti del Nord, per non parlare dei dialetti del Galles. Gli argomenti che ho così velocemente toccato in queste poche pagine avrebbero naturalmente bisogno di essere appoggiati da studi approfonditi specifici, mentre sono stati presentati anche sotto forma di semplici intuizioni: spero di aver almeno suggerito alcuni spunti di riflessione, che qualcuno potrebbe voler approfondire. 31. La nostra procedura prevede che, dopo aver esaminato il questionario scritto, passiamo sia a questionari, sempre scritti, su un argomento grammaticale specifico di cui indagare caratteristiche più sottili, sia a una inchiesta diretta, in cui chiediamo la possibilità di connotazioni stilistiche o di varianti più o meno facoltative di determinate strutture. Il problema della sicurezza del parlante nei giudizi sulla sua lingua esiste del resto anche per lingue nazionali, come il portoghese brasiliano, che soffre di un complesso nei riguardi del portoghese d’Europa, per cui i parlanti brasiliani non sono sempre sicuri della loro competenza linguistica, ritenendo di parlare un portoghese imperfetto. 32. Per il ruolo di modello che la grammatica italiana del Rinascimento ha avuto per tutta l’Europa si veda il ricco saggio storico e filologico di J. TRUMPER, «Riflessioni comparative sulla Questione della lingua», in Laurea honoris causa a Carlo Dionisotti, Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, 1997.