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Come parlano gli italiani

De Mauro, Tullio

Abstract

In molti paesi del mondo la realtà plurilingue delle società è stata a lungo soffocata o ignorata. Dalla seconda metà del Novecento in molti, forse in tutti i paesi, un intreccio di fenomeni sociopolitici ed economici e il progresso degli studi linguistici hanno portato alla ribalta le effettive realtà plurilingui. L'Italia è, dai secoli del Medio evo, un paese accentuatamente plurilingue. I deficit di istruzione hanno a lungo reso difficile la convergenza verso un idioma unico, cioè verso il fiorentino considerato dal ceto colto, fin dal Cinquecento, come la lingua nazionale..La convergenza si è finalmente realizzata, sotto la spinta di fattori demografici, economici e, in parte, educativi soltanto in anni recenti. L'adozione dell'italiano coinvolge ormai oltre il 95% della popolazione, che, tuttavia, al 60% conserva l'uso di uno dei molti dialetti caratteristici del Paese o di una delle 14 lingue di minoranza. L'uso della lingua comune è tuttora segnato sia da tratti oggettivamente contrastanti o sovrabbondanti nella morfologia e nel lessico sia da notevoli variazioni regionali sia, infine, da difficoltà che i locutori incontrano nel maneggiare una lingua di antica tradizione e non semplice.

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Quaderns d’Italià 10, 2005 133-148 Come parlano gli italiani1 Tullio De Mauro Università «La Sapienza», Roma Abstract In molti paesi del mondo la realtà plurilingue delle società è stata a lungo soffocata o ignorata. Dalla seconda metà del Novecento in molti, forse in tutti i paesi, un intreccio di fenomeni sociopolitici ed economici e il progresso degli studi linguistici hanno portato alla ribalta le effettive realtà plurilingui. L’Italia è, dai secoli del Medio evo, un paese accentuatamente plurilingue. I deficit di istruzione hanno a lungo reso difficile la convergenza verso un idioma unico, cioè verso il fiorentino considerato dal ceto colto, fin dal Cinquecento, come la lingua nazionale..La convergenza si è finalmente realizzata, sotto la spinta di fattori demografici, economici e, in parte, educativi soltanto in anni recenti. L’adozione dell’italiano coinvolge ormai oltre il 95% della popolazione, che, tuttavia, al 60% conserva l’uso di uno dei molti dialetti caratteristici del Paese o di una delle 14 lingue di minoranza. L’uso della lingua comune è tuttora segnato sia da tratti oggettivamente contrastanti o sovrabbondanti nella morfologia e nel lessico sia da notevoli variazioni regionali sia, infine, da difficoltà che i locutori incontrano nel maneggiare una lingua di antica tradizione e non semplice. Parole chiave: italiano, dialetti italiani, plurilinguismo, alfabetizzazione. Abstract In many countries around the world, multilingual reality has long been suppressed or ignored. From the second half of the twentieth century in many if not in all countries, an interweaving of socio-political and economic phenomena and the progress of language studies have brought multilingual realities into the limelight. From the centuries of the Middle Ages, Italy has been an emphatically multilingual country. The deficits in education have long hindered the convergence towards a single language, that is to say towards the cautious Florentine from the cultured class, at the end of the Sixteenth century, as the national language. The convergence itself was finally achieved only in recent years under the impetus of demographic, economic and, in part, educational factors. Now, more than 90% of the population have adopted Italian, although 60% of them preserve the use of one of the many characteristic dialects of the country or one of the 14 minority languages. The use of the common tongue is still marked both by objectively clashing or overabun1. Rielaborazione del testo di una conferenza tenuta il 22 marzo 2004 all’Università di Barcellona. 134 Quaderns d’Italià 10, 2005 Tullio De Mauro dant features in the morphology and vocabulary, by considerable regional variations and, finally, by the difficulty that speakers must face in dealing with an ancient, traditional and far from easy language. Key words: Italian, Italian dialects, multilingualism, literacy. 1. L’Italia d’oggi, guardata di lontano, con uno sguardo che l’abbracci nell’insieme e a confronto con gli altri paesi del mondo, è uno dei tanti paesi segnati da un alto grado di plurilinguismo. Dappertutto e anche, ovviamente, nell’Italia d’oggi ciò che diciamo «plurilinguismo» si atteggia in due differenti modi, intrecciati ma non identici. Vi è quel primo modo di presentarsi del plurilinguismo che già Dante metteva in evidenza nella pagina iniziale del De vulgari eloquentia: Vulgarem locutionem appellamus eam quam infantes assuefiunt ab assistentibus cum primitus distinguere voces incipiunt, vel, quod brevius dici potest, vulgarem locutionem asserimus quam sine omni regula nutricem imitantes accipimus. Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam vocaverunt. Hanc quidem secundariam Greci habent et alii, sed non omnes: ad habitum vero huius pauci perveniunt, quia non nisi per spatium temporis et studii assiduitatem regulamur et doctrinamur in illa. Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia naturalis est nobis, cum illa potius artificialis existat. Et de hac nobiliori nostra est intentio pertractare. Provo a tradurre (ovviamente in più punti la traduzione richiederebbe non brevi giustificazioni): «Parlata popolare chiamiamo quella cui i piccoli, mentre non sanno parlare, sono abituati da chi gli sta intorno quando dapprima cominciano a distinguere le voci, ossia, per dirlo più brevemente, definiamo popolare quella parlata che riceviamo senza badare a norme imitando la donna che ci nutre. Esiste poi anche un’altra parlata secondaria, che i Romani chiamarono grammatica. Questa parlata secondaria hanno anche i Greci e altri, ma non tutti: al possesso di questa pochi pervengono, perché solo attraverso un certo spazio di tempo e abitudine allo studio impariamo a regolarci e ci addottriniamo in essa. Di queste due, dunque, la più nobile è la popolare: sia perché fu la prima consueta al genere umano, sia perché di essa fruisce tutto il mondo, quantunque sia divisa in diversi modi di proferire e vocaboli, sia infine perché a noi è naturale, mentre l’altra sussiste piuttosto in quanto artefatta. È nostra intenzione trattare qui di questa più nobile». Non sono molti i testi in cui, da parte di persone che conoscono bene il valore della locutio secundaria, oggi diremmo dell’uso formale delle lingue scritte di cultura, e che, magari, ad essa hanno dedicato una vita di studi e di creazione, si affermi con pari nettezza il primato della locutio vulgaris. Altri testi Come parlano gli italiani Quaderns d’Italià 10, 2005 135 consonanti e sempre più riccamente argomentati, da Leibniz, a Wilhelm von Humboldt e Søren Kierkegård, a Saussure, a Wittgenstein, a Orwell, a Italo Calvino, mi è accaduto altrove di ricordare, ma non sono molti. Il cuore dell’intellettuale istruito batte per le locutiones secundariae, in cui ha investito tempo e fatiche, e non sempre lo soccorrono la mente e il suo stesso sapere a ricordargli che senza le umili primae non vi sarebbero le amate secundariae. L’affermazione non era leggera per Dante. Era stato dapprima convinto, ai tempi della Vita Nova, che in «volgare» potessero e dovessero trattarsi solo passioni d’amore e che al resto dovesse provvedersi con la lingua grammaticale, il latino. Poi aveva alquanto cambiato idea: nel Convivio anche i volgari sono ammessi a trattare questioni intellettualmente gravi e rilevanti, ma, come leggiamo nel quinto capitolo del libro primo, permane nella sua mente il primato del latino, che supera il volgare «per nobiltà, perché lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile». Il De vulgari eloquentia è un passo deciso in una nuova direzione: la parlata popolare, volgare, è nobilior perché è la prima che si offre a ciascun essere umano e, diversamente dalle lingue filtrate dalla normazione grammaticale, è presente dappertutto per una necessità che accomuna tutti gli umani e li fa diversi da altri animali e dalle intelligenze celesti. Come si sa, questo fu solo un primo passo. Il De vulgari restò ancora pervaso dall’idea che vi fosse una gerarchia di lingue, più e meno dotate di pregio, più e meno illustri, e che tra le pregevoli e illustri non ci fosse, tra altre, proprio la sua locutio vulgaris, il fiorentino. Un altro passo decisivo verso l’affermazione della piena e pari dignità, della continuità e della storica mutevolezza di tutte le locutiones primarie e secondarie, nessuna esclusa, Dante lo avrebbe compiuto poi attraverso l’esperienza della Commedia. Ma qui per ora questo non interessa. Il filo del nostro discorso è interessato dal richiamo alla percezione dantesca del fatto che in molti casi alle locutiones native e spontanee, primarie e nobiliores, si accompagnano e sovrappongono locutiones secundariae, artificiali, che si acquisiscono non nisi per spatium temporis et studii assiduitatem. Come oggi diremmo, a ogni locutore umano il repertorio di forme linguistiche di cui dispone offre la possibilità di muoversi nello spazio linguistico e culturale lungo tre assi. Questi hanno all’origine la immediatezza espressiva (la locutio prima) sia più accentuatamente locale, anzi privata e talora perfino familiare e personale, sia più accentuatamente informale, bisognosa, nel realizzarsi e per essere intesa, dell’integrazione con fattori esterni alla forma del segno linguistico (il contesto situazionale, le modalità semiotiche di contorno, il modo stesso delle realizzazioni foniche o grafiche dei significanti2ecc.), sia più accentuatamente naturalis come la realizzazione vocale e percezione uditiva. Da questa origine lungo i tre assi il locutore impara, per spatium temporis et studii assiduitatem, che può spostarsi e si sposta nell’uso del repertorio 2. Su questo punto rinvio alle acute considerazioni di una valente out-sider dei nostri studi accademici, Annamaria TESTA, Le vie del senso. Come dire cose opposte con le stesse parole, Roma: Carocci, 2004. 136 Quaderns d’Italià 10, 2005 Tullio De Mauro di cui dispone verso forme sia sempre meno locali e private, sempre più pubbliche e generalmente apprezzabili, sia sempre meno informali e sempre più, invece, tali da essere realizzate e fruite qua tales, indipendentemente (o sempre meno dipendentemente) dal contesto esterno al segno, sia, infine, sempre meno immediatamente naturali, come nella vocalità più scandita e sorvegliata, nelle scritture chirografe o a stampa, nelle altre sorte di realizzazione e trasmissione artificiale dei segni. Ciò che abbiamo descritto è il primo dei due modi secondo cui si atteggia il plurilinguismo: è il plurilinguismo come pluralità di norme, nel senso che Luis Hjelmslev e poi Eugenio Coseriu hanno dato a questo termine, cioè come pluralità di modalità secondo cui una stessa lingua può essere «saturata» nelle sue realizzazioni. È, dunque, il plurilinguismo come variabilità interna a ciascuna lingua, una variabilità costitutiva e fisiologica, da cui germina, attraverso il tempo e le vicende storiche, l’altro plurilinguismo che occorre ricordare. Vi è infatti un secondo modo con cui il plurilinguismo si manifesta: non pluralità di norme, ma diversità e pluralità di differenti lingue. Ovviamente il riconoscimento dell’esistenza di una pluralità di lingue affiora da tempi remoti in culture diverse. Ci interessa qui ricordare che si è accompagnato ad atteggiamenti valutativi altresì diversi fin dalle origini a noi note. La pluralità linguistica ebbe il connotato di una punizione celeste, di una vera e propria maledizione, nella narrazione biblica della Torre di Babele. Al contrario apparve una benedizione nell’ancor più antico inno egiziano al Sole, e il connotato positivo e sacrale si ripropose con la narrazione della Pentecoste negli Actus Apostolorum. La Pentecoste, il divino donum linguarum, ha ispirato momenti importanti della storia delle tradizioni cristiane ed è stato all’origine di quelle molte traduzioni delle Scritture che in molti casi sono state e sono alla radice di molte attuali tradizioni linguistiche consolidate. Il riconoscimento attivo e il sostegno al plurilinguismo come pluralità di lingue interferisce con il plurilinguismo delle locutiones d’una stessa lingua. Tra le 6800 lingue che oggi contiamo nel mondo circa trent’anni fa soltanto settecento conoscevano un uso oltre che parlato anche scritto. Oggi le lingue anche scritte (ciò segnala una rilevante controtendenza rispetto a quanto credono i lamentatori della morte delle lingue, lamentatori che fanno assai notizia nei media) sono diventate 2400. Ciò si deve in una parte cospicua all’attività traduttoria delle chiese cristiane: in Europa e nel mondo lo spirito della Pentecoste ha animato una incessante attenzione delle confessioni cristiane e della Chiesa di Roma per le diversità linguistiche e si è concretato nel loro rispetto e sostegno, anche là dove le vicende politiche o della cultura intellettuale spingevano nell’opposta direzione della disattenzione, dello spregio, dell’aperto rifiuto, talora persecutorio fino alla glottofagia e all’etnocidio, delle lingue diverse e dei loro parlanti. Anche il quadro delle riflessioni filosofiche e teoriche e delle ricerche linguistiche scientificamente fondate sul plurilinguismo è venato di contrasti. Certamente, in ambito scientifico, nessuno nega il fatto del plurilinguismo, la realtà delle 6.800 lingue diverse oggi censite nel mondo. Ma, dalle antiche filosofie greche alla linguistica moderna, il variare degli atteggiamenti di fondo Come parlano gli italiani Quaderns d’Italià 10, 2005 137 si è tradotto nel ruolo diverso che all’evidenza della pluralità linguistica viene assegnato. Vi sono state, nell’antico mondo greco e romano come nella linguistica moderna, elaborazioni teoriche che, pur senza negare l’evidenza, si sono orientate piuttosto verso il cercare di cogliere ciò che di universalmente umano soggiace alla molteplicità linguistica. Questa, in vario modo, è stata lasciata in ombra. Come ha detto una volta ironicamente un grande linguista francese del Novecento, André Martinet, vi sono linguisti che considerano la diversità delle lingue come un fastidioso malanno professionale. Altri invece, già nel mondo antico e medievale e poi, con rinnovata capacità di apporti teorici e descrittivi, nel mondo moderno, hanno visto nella pluralità di lingue in cui si proietta la umana facultè du langage un dato, una evidenza, da assumere in modo primario per la comprensione teorica e storico-antropologica della realtà linguistica. Oggi, pur con qualche accentuazione diversa, la teoria del linguaggio riconosce che, come Dante, seguendo Orazio e con geniale colpo d’ala, seppe scorgere e dire nella Commedia,3l’innovatività permanente percorre l’intera realtà linguistica. Stanti le imprevedibili esigenze adattive e creative che caratterizzano la specie umana, le lingue, tutte le lingue, tutti gli insiemi di parole e loro regole d’uso, appaiono fatte per consentirla. L’innovatività permanente è una necessità vitale nel funzionamento delle lingue. Come intuì Dante, essa è per tutte la matrice del loro perpetuo differenziarsi nel tempo e nello spazio. Vi è un nesso profondo tra la varietà delle lingue e la variabilità interna a ciascuna lingua. Anche la diversità e molteplicità delle lingue non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del linguaggio. Già altre volte a chi pensa di poter mettere tra parentesi la pluralità linguistica o la ritiene un fatto marginale ho proposto un semplice calcolo. I paesi che hanno un seggio alle Nazioni Unite sono circa 200, le lingue parlate sono 6800: ciò significa che mediamente ogni paese del mondo ha in sé 34 idiomi diversi. E se ritorniamo al dato prima ricordato delle lingue anche scritte, delle 34 circa 12 sono, oltre che parlate, anche scritte. 2. Torniamo all’Italia. Le lingue ivi presenti come lingue native, di antico insediamento e di più o meno rilevante tradizione scritta, sono numerose. Anzitutto viene, per ragioni storiche e, ormai, demografiche, la lingua che dal Cinquecento si dice italiana e che oggi, dopo secoli di vita minoritaria, è nota e in uso per il 95% della popolazione. Poi vengono i numerosi idiomi dialettali italoromanzi, articolati in almeno una quindicina di grandi raggruppamenti dialettali: piemontese, lombardo, veneto-giuliano, ligure, emiliano-romagnolo, marchigiano, toscano, umbro-aretino-chianaiolo, 3. Mi permetto di rinviare a un mio lavoro, «Porci in Paradiso. Un motivo epicureo in Dante», in L’occhio e la memoria. Miscellanea di studi in onore di Natale Tedesco, Palermo et alibi: Sciascia et alii, 2004, p. 59-70. 138 Quaderns d’Italià 10, 2005 Tullio De Mauro abruzzese-molisano, romanesco, napoletano, pugliese, salentino, lucano, calabrese, siciliano. I trattini che si adoperano qua e là nelle denominazioni unitarie fanno affiorare, pur in forma schematica, quel che i locutori dialettali ben sanno: entro ciascun raggruppamento, in parte creato in re dal prestigio e dall’attrazione di una delle molte capitali italiane (Torino e Genova, Milano, Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Palermo, Catania), in parte costruito dai linguisti, esistono differenze che spesso sono assai profonde e possono bloccare la intercomprensione, come avviene tra chi parla uno stretto dialetto lombardo valtellinese e chi un lombardo bergamasco, tra chi parla calabrese settentrionale e chi meridionale, chi romanesco di città e chi artenese o ciociaro. Ma qui, in questa sommaria rivisitazione d’insieme, più conta che molte parlate dialettali spiccano per un prestigio sociale irradiato dalle antiche e ancor differenti capitali, e per una tradizione letteraria e teatrale rinverdita dal cinema e dalla comicità televisiva. Con maggiore o minor fortuna, questi dialetti almeno in ricezione (ma non solo) si impongono oltre i confini nativi come è avvenuto e avviene per piemontese, milanese, genovese, veneziano, bolognese, romagnolo, fiorentino vernacolare, romanesco, ciociaro, napoletano, barese, siciliano. A questi idiomi nativi si aggiungono, come parte integrante del patrimonio linguistico nazionale, le parlate non italo-romanze che dal 1948 la Costituzione della Repubblica intendeva tutelare e che sono state enumerate e normate nel riconoscimento, anche se in modo non felicissimo, da una legge del 1999: provenzale o occitanico, franco-provenzale, francese, tedesco valser e sud-tirolese/alto-atesino, sloveno, ladino di Bolzano e di Trento, friulano, serbocroato, albanese, neogreco, catalano, sardo. Tra i suoi più evidenti difetti la legge del 1999 ha anche l’omissione delle parlate rom, presenti in Italia fin dal Cinquecento. E si è da più parti lamentata anche l’assenza di riconoscimento a quelle enclaves che, italoromanze al pari di tanti dialetti, si sono venute a creare e si trovano in aree lontane dalle originarie e affini, come il ligure a Carloforte in area sarda o i dialetti galloitalici in Sicilia. In riferimento agli anni più recenti, il quadro del plurilinguismo di lingua va completato almeno con l’evocazione delle lingue di minoranza di nuovo insediamento, dal tagalog al somalo, all’arabo magrebino. In modo implicito, accennando al vario uso dei dialetti, si è già detto che il plurilinguismo di lingua si intreccia con il plurilinguismo di norma. Anche se non sempre i fatti sono studiati accuratamente, possiamo postulare che per ciascuno degli idiomi ricordati sopra esistano norme di realizzazione diverse cui i locutori anche meno scaltriti sono sensibili: norme che smunicipalizzano una parlata locale per renderla comprensibile ai contermini e norme che invece accentuano la divergenza, norme che aderiscono a uno standard illustre, ove questo esista, e norme che divergono verso varianti basse, norme conformi a ideali o usi effettivi scolastici, scritti, nazionali, e norme più aderenti alle esigenze dell’informalità colloquiale. Le grandi città e antiche capitali, Firenze compresa, si offrono in modo più evidente e di facile accesso all’osservazione di questo intreccio di norme e di idiomi diversi. Ma l’intero paese è linguisticamente fatto in modo da presentarsi come un prezioso laboratorio Come parlano gli italiani Quaderns d’Italià 10, 2005 139 di analisi di sociolinguistica interna ed esterna, solo che si vincano i pregiudizi monodisciplinari e le residue avversioni al riconoscimento della realtà del plurilinguismo nelle sue diverse modalità. 3. Nel mondo, le scuole, da quando e dove hanno cominciato a esistere, le amministrazioni pubbliche, la politica, le esigenze di commercio ed economia hanno pesato e ancora pesano spesso nell’ottundere o reprimere anche la semplice percezione di queste differenziazioni di lingue e norme e della variabilità continua e incessante che vi si connette. E per lunghi tratti queste forze e istituzioni hanno operato per stabilizzare soltanto alcuni tra i molti idiomi reali pullulanti in ciascuna comunità privilegiando nelle attenzioni e spingendo a privilegiare in re soltanto lingue di tradizione scritta, a loro volta fissate, per il possibile, non nella loro più estesa varietà, ma secondo canoni normativi restrittivi.Da millenni accade che queste forze si proiettino nell’assumere una sola varietà di una lingua tra le altre come la lingua e consacrarla nel e con l’uso scritto, relativamente più stabile e durevole. Ancora oggi in India due milioni circa di persone scrivono, leggono e possono tra loro parlare il sanscrito nelle forme «artefatte» (tale è, come si sa, il senso inziale della parola sanscrito) che questa lingua assunse nel IV secolo avanti Cristo. Solo da pochi anni la Chiesa di Roma ha abbandonato l’uso liturgico, ma non quello ufficiale del latino nelle forme scritte che questa lingua assunse intorno al IV secolo dopo Cristo. Un grande studioso, Edward Said, ha dato di recente, in quello che è stato purtroppo suo ultimo contributo, un quadro assai suggestivo delle ragioni di persistenza dell’arabo classico scritto nel variegato mondo arabofono. Nella diacronia sono casi estremi di quel sovrapporsi stabile degli usi scritti alla incessante variabilità delle parlate, casi estremi di quella garanzia di convergenza, incurante o poco curante delle variazioni del parlato, che le lingue scritte offrono attraverso il tempo e lo spazio a chi le usa. Questa garanzia è stata apprezzata in Europa dagli Stati nazionali formatisi a partire dalla tarda età medievale fino al Novecento: per ciascuno di essi si è vagheggiato e si è cercato dalle classi dirigenti che vi fosse un’unica lingua, espressione dell’unità e indipendenza della nazione e dello Stato e garanzia sostanziale (questa una sua forza indubbia) della parità dei sudditi, poi dei cittadini dinanzi alla legge. Tra Cinquecento e la metà del Novecento soltanto in alcune aree atipiche, come la Confederazione elvetica, l’Impero absburgico e, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, l’Unione Sovietica, si è formalmente ammesso che entro gli stessi confini potessero coesistere più lingue di pari dignità. E soltanto nella seconda metà del Novecento questa ammissione formale ha guadagnato terreno tendendo a generalizzarsi entro gli Stati dell’Unione Europea. Il privilegio accordato alla norma scritta e meno informale di un idioma preferito tra gli altri di una stessa comunità ha creato in tutte le aree del mondo e in Europa una continua dialettica tra l’adesione conservativa a una norma e 140 Quaderns d’Italià 10, 2005 Tullio De Mauro una lingua assunte a superiori e le altre norme e lingue respinte a rango più basso, de facto coesistenti, de facto più o meno incidenti nell’uso stesso delle norme e lingue superiori, ufficiali, nazionali. Come riconobbe chiaramente Saussure nel terzo dei suoi corsi di linguistica generale, nessun aspetto di questa incessante dialettica tra conservatività e innovazione, tra diversificazione e convergenza va trascurato e nessuno va mitizzato o demonizzato in nessuna sede, negli studi scientifici come nella progettazione e pratica scolastica. Ai lodatori estremisti dell’uso parlato come unica realtà cui guardare occorre ricordare che un loro progenitore, il sommo Platone, ha affidato nel Fedro ad alcune pagine scritte tra le più alte della Weltliteratur (in ciò vi fu certo una buona componente di impassibile ironia) il suo elogio dei lógoi ágraphoi, del linguaggio non scritto. E a chi crede di potere chiudere le porte alle innovazioni rampollanti nel parlato si potrà ricordare che a queste, alle «parole che sono sulla bocca di tutti», hanno guardato e attinto i grandi creatori e prosecutori delle tradizioni letterarie, da Dante a Leopardi o a Montale e Gadda, da Rabelais a Raymond Queneau, da Lutero a Karl Kraus, ai traduttori e ritraduttori dei testi biblici ed evangelici. E, comunque, osservava Saussure nelle lezioni del terzo corso, per ogni lingua scritta che riesca a isolarsi davvero dal fluire del parlato viene il tempo del suo crollo repentino, come di una crosta glaciale che si dissolve nell’impeto delle correnti soggiacenti. Ma, di nuovo, lo spettacolo della storia linguistica non deve far dimenticare quanto, morendo, una tradizione linguistica scritta sa e può dare ad altre: quanto il cinese scritto ha dato all’affrancantesi giapponese, quanto il sanscrito ha dato alle lingue dell’India medievale e moderna e, attraverso la colonizzazione religiosa buddista, a lingue dell’Estremo Oriente, quanto il patrimonio scritto greco e latino classico ha dato e dà ancora alle lingue dell’Europa moderna. Attraverso la sempre più diffusa istituzione di scuole e la creazione di amministrazioni pubbliche statali, le tendenze che hanno spinto a isolare e privilegiare solo una norma tra le possibili di una lingua e solo una lingua tra le molte in presenza, hanno operato in Europa da più tempo e più largamente che altrove. Queste tendenze, come ho ricordato, hanno operato in Europa già dall’antichità e dal Medio evo e con forza ancor maggiore, forza impositiva, forza trascinante, ancor più nell’Europa moderna. E tuttavia la pluralità linguistica è talmente radicata entro la più profonda natura stessa del linguaggio che essa ha resistito: ha resistito come pluralità di norme per ciascun idioma, ha resistito come pluralità di idiomi. Perfino se si bada alle sole lingue riconosciute ufficialmente dagli Stati dell’Europa contemporanea, constatiamo che su 48 Stati dell’Europa «dall’Atlantico agli Urali» le lingue ufficialmente riconosciute sono 53. Per paradosso perfino il costituirsi di Stati nazionali indipendenti, con la conseguente spinta a elevare una lingua a rango di lingua nazionale e ufficiale, ha contribuito alla accentuata fisionomia plurilingue dell’Europa d’oggi. Se poi osservassimo l’intera effettiva realtà dei parlati nativi, l’Europa, come fu rilevato già da Albert Dauzat e come è possibile constatare perfino ai linguisti se si tolgono gli occhiali oscuranti dell’ideologia monolinguistica, apparirebbe morcelèe, frantumata, come è l’area bantu o come furono le aree Come parlano gli italiani Quaderns d’Italià 10, 2005 141 amerindiane, in centinaia e centinaia di idiomi diversi. In quello spazio in cui la politica e la legislazione contano una lingua soltanto (l’italiano o lo spagnolo o il catalano o il francese o il friulano), là dove lo stesso linguista o dialettologo per esigenze di classificazione conta solo uno dei grandi raggruppamenti dialettali (il «piemontese» o il «napoletano», il «basso tedesco», il «bavarese» o l’«alemanno» ecc.), le comunità di parlanti nella loro quotidianità reale si raccolgono e dividono secondo limiti assai più fittamente disposti e quindi ben più numerosi. Il plurilinguismo italiano ha una dimensione più accentuata, particolare, rispetto ad altre aree europee. Ma il linguista e anche lo storico della lingua italiana devono sapere che esso non è un lusus naturae o un’invenzione ideologica o un «pregiudizio storiografico», come qualcuno si è spinto a dire, ma è una corposa realtà saldamente radicata nell’intera storia europea e, occorre dirlo?, nella storia stessa dei popoli e delle culture intellettuali e letterarie dell’Italia antica, medievale e moderna. 4. Torniamo a guardare all’insieme del paesaggio linguistico italiano d’oggi. Lo abbiamo considerato nei paragrafi precedenti in modo relativamente statico e nella sua superficie: la lingua italiana da un canto, con le sue appena evocate norme di realizzazione; le lingue non italoromanze meno diffuse dall’altro, anch’esse con le solo evocate varie norme di realizzazione; i dialetti italoromanzi, sulle cui varietà interne abbiamo speso qualche parola in più; le lingue minoritarie di nuovo insediamento. Vorrei ora accennare ad alcune dinamiche che investono nel complesso la comunità dei locutori italiani e, se posso insistere nel paragone geografico, ad alcune faglie che soggiacciono al paesaggio statico evidente e che sono sotterraneamente in movimento. Le tendenze dinamiche più evidenti paiono due: la sempre più larga base di locutori che nell’uso convergono sempre più spesso verso l’italiano; la crescente accettazione dell’esistenza e della utilizzabilità di distinte norme di realizzazione non solo dell’italiano, ma di tutti i numerosi idiomi in presenza. Può darsi che nel 1861 coloro che parlavano attivamente italiano fossero più del 2,5% (come a me parve di dover computare quarant’anni fa) e che coloro che capivano discorsi e testi in italiano arrivassero a sfiorare quasi il 10%, come ha sostenuto anni fa il compianto Arrigo Castellani: comunque per nove su dieci l’italiano era allora una realtà estranea. Per motivi che sfuggono, la discussione si è concentrata sul dato del 1861 e (che io sappia) non è stato invece contestato il dato degli anni cinquanta del Novecento. Allora, cinquanta anni fa, secondo una stima che volutamente massimizzava gli indicatori della pratica dell’italofonia, si ipotizzò che l’italofonia attiva e abituale fosse propria del 18% della popolazione, che un altro 18% potesse alternare all’uso d’uno dei dialetti l’uso dell’italiano, e che per il restante 64% gli idiomi disponibili fossero soltanto i dialetti italoromanzi e le allora misconosciute lingue di minoranza, tra le quali le due di maggior rilievo demografico (le 148 Quaderns d’Italià 10, 2005 Tullio De Mauro comma 2 della Costituzione). Ma anche chi professa amore per la lingua italiana qua talis dovrebbe intendere che essa tanto più e meglio si consolida nelle sue forme e regole quanto più si colmino e sanino le fratture che si sono qui ricordate, quanto più si rimuovano gli ostacoli che impediscono a troppi di padroneggiare con pienezza la lingua comune. Fratture e ostacoli non sono insuperabili. Un innalzamento quantitativo e qualitativo dei livelli di istruzione delle giovani generazioni e degli adulti, la promozione della lettura e del bisogno di leggere e informarsi, lo sviluppo di stili di vita che favoriscano l’apprezzamento della cultura intellettuale, dei saperi, delle scienze: sono i maggiori percorsi che altre società non solo europee hanno imboccato e stanno seguendo per superare quegli ostacoli e quelle fratture. Pare chiaro che ciò sia possibile anche in Italia: è un impegno più lungo e faticoso di qualche predica contro questo o quel malvezzo linguistico, ma è l’unica via per migliorare realmente la condizione linguistica di tutta la popolazione. Del resto, è un impegno che sta dinanzi al paese non solo per i motivi linguistici e culturali qui in primo piano. Nelle librerie, nelle biblioteche, nelle scuole, nei teatri, nei corsi per adulti, nel modo di fare e ricevere informazione si può e si deve combattere la buona battaglia per migliorare le condizioni linguistiche del paese.