La durata minima del contratto di franchising

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CATANIACORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN GIURISPRUDENZACARMELO BUSCEMALA DURATA MINIMA DEL CONTRATTO DI FRANCHISING________TESI DI LAUREA__________ _____________________________________________________________________________________________RELATORE: Chiar.mo Prof. Mario Barcellona ANNO ACCADEMICO 2012/2013Al Professor Antonino Lancilla,che ha creduto e scommesso sulla mia persona,a suggello della relativa vittoria,dedico questo lavoro.INTRODUZIONECon l'approvazione della Legge 6 Maggio 2004, n. 129, il contratto di affiliazione commerciale ha trovato finalmente collocazione tra le fonti dell'ordinamento italiano.Al termine del dibattito parlamentare per la sua approvazione, è prevalsa l'idea di limitare lo scopo della legge alla predisposizione di obblighi di trasparenza, con l'obiettivo precipuo di non compromettere la flessibilità che questa forma negoziale, aveva negli anni via via assunto con maggior vigore.Il nostro legislatore, con l'obiettivo di cui sopra, ha quindi optato per una disclosure law, mediante la quale vengono regolamentati solamente gli aspetti afferenti alla trasparenza nella fase prodromica alla formazione dell'accordo.La nuova normativa però, così configurata, risulta carente rispetto a quello che è stato da sempre definito come "il vero problema cruciale di tutto il sistema del franchising" ossia, il tema della c.d. "termination" del rapporto.Si cercherà di dimostrare, nello sviluppo di questo lavoro, che la durata minima elaborata per la tutela dell'affiliato all'art. 3, comma 3° della L. 129/2004, seppure impregnata di una forte valenza assiologica, è destinata, a causa di una infelice formulazione, a ingenerare forti dubbi ermeneutici la cui difficile soluzione è affidata all'interprete.Si tratterà, nel 1° capitolo, dei profili generali del contratto di franchising e degli elementi caratterizzanti dello stesso sotto il profilo economico.In un secondo momento, si porrà attenzione al profilo della debolezza contrattuale dell'affiliato, generata da una condizione di dipendenza economica in cui lo stesso versa a causa del sostenimento di investimenti specifici non recuperabili; nel 3° capitolo, infine, si tenterà di ricomporre l'articolato quadro delle problematiche suscitate dal precetto della durata minima del contratto, che trova ubicazione nel 3° comma dell'art. 3 della legge 129/2004, con relative soluzioni percorse dalla dottrina o percorribili in una prospettiva de iure condendo.CAPITOLO IAFFILIAZIONE COMMERCIALE. PROFILI GENERALI.Cenni sulle origini.Il termine “Franchising” deriva dalla parola francese “franchise” e, a sua volta, dalla radice franco renana “frank”.Si tratta di locuzioni che alludono al concetto di “franchigia” intesa come una situazione di privilegio, libertà, esclusiva ed autonomia di cui, in passato, godevano talune categorie di soggetti.Il “privilegio”, dunque, costituisce l'elemento centrale di questa fattispecie contrattuale per mezzo della quale, un imprenditore (c.d. affiliante/franchisor) trasmette ad altro imprenditore (c.d. affiliato/franchisee), la possibilità di distribuire o produrre beni o servizi di creazione del franchisor, fruendo quindi delle licenze, insegne, know-how, brevetti e marchi cedutigli da quest’ultimo; tutte circostanze queste che portano i consumatori a identificare perfettamente l'impresa dell'affiliato con quella dell'affiliante.L'utilizzo di questa forma di distribuzione commerciale è da ricondurre all'evoluzione del capitalismo del secolo scorso, che ha indotto alcune grandi imprese statunitensi all'adozione della formula del franchising, rivelatasi poi vincente, grazie alla sua duttilità nel favorire una efficace e rapida penetrazione dei grandi mercati internazionali, oltre che per la possibilità di compiere ciò senza la necessità, normalmente presente, di investire ingenti capitali propri. Tutto ciò con l'ulteriore vantaggio di mantenere forti poteri di controllo verso i distributori affiliati.Il franchising nasce nel XX secolo negli Stati Uniti d'America, dove importanti imprese come la General Motors, Coca Cola ecc., iniziarono a distribuire i propri prodotti mediante commercianti locali, sfruttando così in maniera più efficace le opportunità di vendita offerte dalle grandi aree commerciali di quel continente.A partire dagli anni '70 del secolo scorso il franchising approda in Europa così come nel nostro Paese, dove si considera comunemente il 18 settembre 1970 la data di nascita ufficiale del franchising in Italia, con l'inaugurazione a Fiorenzuola d'Arda (PC), del primo affiliato della rete Gamma, (assorbita successivamente dalla Standa). Dall’atipicità alla tipizzazione normativa.Nel nostro paese, prima del 2004, il contratto di franchising era un contratto atipico.A fronte di un suo sviluppo rapido in Italia, la dottrina e la giurisprudenza furono indotte a trovarne una legittimazione giuridica, raggiunta per mezzo dell'aggancio agli artt. 1322 c.c. e, sotto il profilo costituzionale, all’art. 41 Cost., che si è ritenuto promuova e tuteli l’aggregazione, l’affiliazione e la collaborazione tra le imprese. In questo senso è da collocare la pronuncia della Corte di Cassazione la quale considera il franchising, come uno strumento negoziale espressione del principio i libertà di iniziativa economica.La tipizzazione normativa, con cui peraltro si è tentato di porre fine, seppure con insufficienti risultati, al coacervo di dubbi interpretativi sulla disciplina applicabile, si è quindi avuta con la tanto attesa (da alcuni) Legge 6 maggio 2004, n. 129 che ha adottato la nomenclatura “affiliazione commerciale”.Si tratta di una legislazione non accolta da tutti gli operatori (giuridici ed economici) con il medesimo grado di entusiasmo.Da un lato, infatti, vi era chi riteneva (gli operatori del settore) che l’urgenza per una regolamentazione del franchising risultava pressoché assente, a sostegno di ciò potendo addurre il notevole grado di velocità di espansione in Italia di questo tipo negoziale (considerato tra l'altro come già “tipizzato”, seppure solo sotto il profilo “sociale”), malgrado la totale assenza di una legge.Ulteriori ragioni che inducevano a posizioni contrarie all’esigenza impellente di una tipizzazione erano fondate sulla circostanza che il franchising, attraverso una regolamentazione specifica, sarebbe rimasto imbrigliato nelle pastoie di molteplici oneri burocratici e prescrizioni legali che ne avrebbero senz'altro inibito l’adattabilità alle diverse esigenze e il conseguente suo sviluppo, apparso proprio quest’ultimo condizionato dall’ampia libertà delle parti di decidere come riempire di contenuti negoziali, uno schema contrattuale flessibile rappresentato dall'affiliazione commerciale fino a quel momento.Dall’altro lato, vi era chi riteneva, invece, che l’introduzione di una nuova legge avrebbe consentito di orientare il franchising in una prospettiva di maggiore lealtà, correttezza e buona fede nel rapporto.Tutto questo a condizione, però, che si fosse trattato principalmente di una disclosure law, una legge volta a regolare in maniera dettagliata gli obblighi informativi precontrattuali delle parti, lasciando il profilo dei contenuti economici all’autonomia privata. La definizione nelle fonti comunitarie e nella Legge 129/2004.Del contratto di franchising si è a lungo tempo cercato di trovare una soddisfacente definizione che tenesse conto di tutti gli elementi caratterizzanti, ma senza positivi risvolti, non essendo presente nel nostro Codice Civile un tipo contrattuale che vi aderisse perfettamente o le cui norme potessero essere applicate con il ricorso all'analogia.Un primo tentativo definitorio è da ricondurre alla giurisprudenza comunitaria la quale, nella nota sentenza “Pronunptia”, ha cercato di inquadrare il fenomeno con

 

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